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Sofia e Tessi, nigeriane dai diversi destini

sofia tessiSofia (20 anni) e Tessi (18 anni) vengono da Benin City in Nigeria, entrambe hanno famiglie disastrate:
un padre con più mogli, come si usa in Nigeria, tante sorelle e fratelli, pochi soldi, poco lavoro e malpagato, vivono in una casa fatta di 1 camera e cucina in 8 – 10 persone.

In una situazione simile il loro sogno è l’Europa: Spagna, Italia, Francia o GranBretagna.
“Lì si trova lavoro facilmente, se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”.
Ed un giorno per entrambe arriva la possibilità dell’Italia, c’è una amica di famiglia (“madame Ouakeke”) che propone loro un lavoro a Milano.

Qualche settimana di viaggio via terra e poi si riesce a trovare un posto su un aereo da Abidjian verso Milano e poi con il treno verso Torino, è fatta !! Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un lavoro, in cambio daranno dai soldi a chi organizza il viaggio:
45mila euro e 48mila euro ! …..non sanno nemmeno a quanto equivalgano in Naira (la moneta locale nigeriana).

Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito tradizionale nigeriano:
capelli, peli del pube e sangue per il rito wodoo, il “juju” per legare le ragazze e le loro famiglie alla madame.
Se non rispetteranno il patto rischiano la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia).
Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito inizia a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.
La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere i 2000 – 3000 euro al mese , oltre alle 400 del joint (l’affitto del posto di lavoro… ogni lampione o spiazzo ha un suo costo differente), oltre alle spese per la casa, al cibo e ai “regali” da fare alla madame.
Una realtà fatta di umiliazioni, di furti, di botte da parte di ladri, teppisti e quotidianamente anche da parte degli sfruttatori, mai contenti dell’incasso, o sempre timorosi che le ragazze possano scappare.

Di Sofia dopo qualche contatto perdiamo le notizie, forse è in Spagna, venduta da chi la sfrutta ad altri sfruttatori.
Con Tessi invece i volontari della nostra unità di strada (Amici di Lazzaro) riescono a mantenere costantemente dei contatti, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia denunciando chi la sfrutta, la spronano a non aver paura a fidarsi di noi.
Ci mette un po’ di settimane e decidere sino alla decisione.
Una notte scappa e ci contatta, ora è libera, sta aspettando i documenti e il lavoro presto inizierà.

A noi ora interessa trovare anche Sofia.
E le altre Sofia sparse per l’italia.
Dateci una mano ad aiutare ed avvicinare le tante ragazze schiave dello sfruttamento.

Le schiave della strada (Roberto Pelleriti)

Si chiama “Amici di Lazzaro” l’’associazione che dal 1997 ad oggi si occupa degli emarginati, ossia dei poveri, dei senza casa, degli immigrati, delle prostitute. Della gente che vive nella strada e che nella strada trova una dimensione umana di solitudine o di schiavitù. L’’idea nasce da Jean Paul, un giovane padre gesuita francese, che nella sua permanenza a Torino forma diversi gruppi di giovani, tra i venti e i trent’’anni col fine di sfatare il tabù dell’’incomunicabilità con la gente di strada cercando di creare un legame umano che, oltre agli indispensabili aiuti per dormire e mangiare o abbandonare la strada, possa creare un legame di fiducia con persone abbandonate allo sconforto. Proprio per questo motivo uno dei gruppi si occupa specificatamente delle animazioni nei dormitori per continuare l’’amicizia nata in strada. Nasce di conseguenza, l’’associazione di volontariato sotto l’’organizzazione di Paolo Botti, che con grandi fatiche spese nell’’impegno sociale, incentra l’’impegno sul problema più amplificato nelle strade, quello della prostituzione. “Abbiamo iniziato con un solo gruppo-dichiara Paolo- che si occupava di avvicinare i senzatetto a Porta Nuova e prestava servizio nei dormitori, gradualmente si sono formati diversi gruppi che hanno iniziato ad operare nelle varie zone della città e da poco ne sono sorti altri a Settimo, Pinerolo e Candiolo.
Ogni gruppo si ritrova una volta alla settimana e inizia a percorrere la zona assegnata cercando di avvicinare le ragazze. Il nostro lavoro è continuativo,  un po’ per volta cerchiamo di instaurare amicizia e fiducia sperando che prima o poi arrivi la richiesta di aiuto”.

Come sono le loro reazioni e soprattutto come accolgono il contatto con l’’associazione?
“Le ragazze di origine africana sono molto disponibili a parlare,
improvvisare una canzone o raccogliersi in preghiera lì sulla strada insieme a noi, perché la maggior parte è profondamente religiosa; le ragazze dell’’est, invece, necessitano di più pazienza perché più intimorite e controllate.

Noi ci presentiamo come un gruppo di amici e solo successivamente porgiamo la possibilità di affidarsi a noi per uscire dalla strada.

Esiste infatti l’’art 18, un progetto a livello nazionale che garantisce alle ragazze costrette a prostituirsi un programma di inserimento con permesso di soggiorno, protezione dagli sfruttatori e possibilità di borse lavoro e abitazione. Si può contattare direttamente il numero verde 800290290 oppure mettersi in contatto con l’’ufficio stranieri di Torino (o ovviamente contattando noi Amici di Lazzaro).

Il programma di protezione prevede la denuncia degli sfruttatori per i reati di traffico di traffici di clandestini, sequestro di persona, violenza e induzione alla prostituzione e ovviamente una sistemazione tempestiva e temporanea in comunità super protette. Il passo successivo consiste nell’’inserimento graduale in comunità diversificate fino alla ricerca dell’’autonomia economica e lavorativa delle ragazze.

Grazie alla nostra mediazione e alla collaborazione con il gruppo Abele, la Caritas, l’’ufficio stranieri e la Tampep (progetto europeo per informazione e prevenzione sanitaria  per la prevenzione dell’AIDS) moltissime ragazze (leggi la storia di Jennifer clicca qui) hanno iniziato il cammino di liberazione ma il dato significativo è che in questo ultimo periodo dalle 400 ragazze avvicinate giungono un concreto numero di appelli per la richiesta di aiuto”.

Roberto Pelleriti – Il Punto

E’ possibile incontrarci su appuntamento:  340 4817498
info@amicidilazzaro.it

A Vivian e’ andata bene

Quando la Guardia Costiera Italiana ci ha trovato al largo delle coste libiche, il mio unico pensiero era chiamare Uka. Ero riuscita a sopravvivere giorni interi senza cibo né acqua, schiacciata tra decine di mani, teste, piedi, urla. E ora avevo stampato in testa solo quel numero di telefono, scritto su un biglietto che avevo ormai perduto. Se ero sopravvissuta al deserto e al mare, ero salva. Ora bastava chiamare Uka e tutto si sarebbe risolto.

Ci dovevamo incontrare alla stazione di Torino. Quando sono arrivata, lei aveva in mano una mia foto per riconoscermi. Sarebbe diventata la mia madame.

Siamo andate a casa sua, mi ha dato dei vestiti e mi ha spiegato cosa dovevo fare. Mi ha detto che dovevo lavorare in strada. Dovevo stare lì, sul marciapiede, e attirare l’attenzione degli uomini che passavano in macchina. Poi a fine serata avrei dovuto portarle i soldi.

Mi sentivo così ridicola con quegli stupidi vestiti addosso… Per una settimana non ho fatto altro che piangere e nascondermi, fino allo sfinimento. Ma la madame mi ha picchiata; ha detto che se non avessi pagato il mio debito gli spiriti mi avrebbero punita; me e la mia famiglia. E io non volevo tradire la mia famiglia.

Poi è arrivato il primo cliente. Io non avevo idea di come si facesse, non ero mai stata con un uomo prima di allora. Lui nemmeno sapeva che con quei pochi euro si era preso la mia verginità.

Ogni giorno che passava odiavo sempre di più quel grigio pezzo di asfalto su cui stavo in piedi, quel freddo pungente che prima neanche conoscevo, e quegli sguardi, quei corpi sudici …

La sera masticavo foglie di qāt per tirarmi su; me le davano per non sentire il freddo e lo schifo. Bevevo. Dovevo resistere finché non avessi pagato il mio debito con la madame, era lei che mi aveva aiutato a venire in Europa. Non lavorare significava non potermene andare mai più dalla strada.

Ero piena di lividi per le percosse e le altre cose disgustose che gli uomini volevano fare con me; odiavo la mia faccia, la mia pelle, le mie caviglie coperte di cerotti. Quando tornavo a casa, la mattina, mi facevo la doccia, ma non riuscivo mai togliermi quella sensazione di essere sporca, contaminata.

Un giorno, di notte, è arrivata la polizia e ci ha caricato tutte dentro a un furgone. Avevo tanta paura perché in Nigeria si dice che è meglio fidarsi di un criminale che di un poliziotto.

Mi hanno portato in un centro dove potevo stare solo la notte. Ogni mattina mi dovevo svegliare e uscire. Allora vagavo per la città; andavo in giro in cerca di aiuto, non sapevo cosa fare perché la mia madame mi stava cercando, non potevo farmi vedere da nessuno. E lei mi telefonava tre volte al giorno, ma io su quella strada non ci volevo più tornare.

Una mattina mi sono svegliata e avevo tanta fame, tanta. Sentivo la testa leggera e mi muovevo a fatica. Così sono scesa in strada e per la disperazione, sono andata all’Ufficio Immigrazione. Ho bussato, ma nessuno apriva, era il giorno di Natale. 

Io però non sapevo proprio che fare né dove andare. Ho continuato a suonare. Bussavo e suonavo, suonavo e bussavo.

Alla fine ho sentito un rumore provenire dall’abitazione accanto all’ufficio, ho visto la maniglia muoversi e poi il viso di una donna sbucare dalla fessura della porta semiaperta. Oddio, mi sembrava la donna più bella che avessi mai visto; coi capelli bruni e la pelle chiara chiara.

Ha detto qualcosa nella sua lingua, ma non ho capito nulla. Poi ha accennato un timido inglese “I give help. Afternoon” e mi ha fatto entrare.

Ho aspettato un paio d’ore, ero così debole da essermi dimenticata anche i crampi della fame.
Di colpo ho sentito sbattere la porta e visto entrare un uomo. Africano, forse ghanese, alto, ero di nuovo terrorizzata. “I am Kwaku, I can help you translate for her”. Ho tirato un sospiro di sollievo.

Così ho bevuto un bicchiere d’acqua e ho iniziato a raccontare la mia storia. Quando ho finito la donna si è alzata, ha strappato un pezzo di carta dal blocco e con una biro nera ha scritto il numero di una associazione (OnTheRoad) per chiedere aiuto.

Vivian

ps: se siete in Torino e una ragazza ha bisogno di aiuto contattateci 3404817498

Angela (Nigeria) racconta il suo viaggio verso lo sfruttamento

black11Poi un giorno siamo partiti e siamo andati verso il deserto.
Abbiamo attraversato il deserto a piedi. Avevamo delle guide arabe e noi gli andavamo dietro, in fila, con gli occhi bassi a seguire il tallone che precede.
Una pista di schiene, a vederci da lontano.
A volte le guide procuravano un camion che ci portava avanti per un pezzo.
Ma c’erano sempre risse e litigi perché spesso il patto era per una cifra e poi invece quelli chiedevano il doppio. Così il viaggio diventava impossibile.
I camion erano sempre pieni da scoppiare; una volta sul cassone eravamo più di sessanta, e un’altra volta, che non c’era più spazio, hanno semplicemente buttato giù quelli di troppo, lì in mezzo al deserto, senza acqua e senza niente. Chi capita capita.
E tu riparti e li lasci indietro e fai questa strada nel deserto e vedi le ossa della gente tutte bianche ai lati della pista. Vedi i corpi seccati dal sole. L’unica cosa che riesci a pensare è devo resistere.

L’ultimo pezzo di deserto ci abbiamo messo due giorni ad attraversarlo, e non c’era acqua, non c’era niente perché i capi avevano litigato tra loro per via dei soldi.
Quando siamo arrivati eravamo più morti che vivi. Ci hanno portati a lavarci, ci hanno dato dei vestiti puliti. Al porto mi sono guardata intorno, del mio gruppo di trenta ne erano rimasti sì e no dieci.
Al porto ci hanno ficcati su una piccola barca. Dove ci stavano in cinque ci hanno messi in dodici. C’era un tizio che teneva il motore, e con quel rottame dovevamo raggiungere una barca più grande che stava al largo. Ci abbiamo provato e riprovato ma le onde erano troppe alte e abbiamo dovuto arrenderci.
Di fianco a me c’era una donna con suo marito e con il loro bambino, che era nato durante il viaggio, perché lei aveva partorito non so dove. Era un maschio. Lo teneva stretto per ripararlo dalle onde.
E quando siamo arrivati alla banchina siamo scesi tutti, tranne lei. Era sempre lì seduta col bambino in braccio e non si muoveva.
Era morta.
Il marito l’ha seppellita, ha preso il bambino e il giorno dopo è ripartito. Che cosa poteva fare d’altro?
La mia storia è dura e liscia come un sasso e come un sasso molto dura da mandare giù. Ma se tu non capisci la rabbia e la paura e I’angoscia del viaggio non puoi capire cosa significa l’arrivo. E se non capisci l’arrivo non puoi capire nemmeno come è la vita di noi che siamo partite.
Ci sono mille storie e mille disperazioni, ma non le ascolta mai nessuno. E allora cosa puoi fare, mi dico. Non puoi chiudere la porta anche tu. Io non l’ho chiusa. Io sono una salvata tra mille sommerse.
Di questo sì, mi rendo conto benissimo e dentro sono piena di rabbia, e di vergogna, e di sensi di colpa.
Perché io sono qui e sono viva.
Itohan e Patience e Atagà e mille altre no.
Ed è per questo che per me è venuta l’ora di raccontare.
Angela

Racconto di Ellen: soldi e sfruttamento

viso hellenMi chiamo Ellen e sono nata a Benin City verso la fine del 1992. Ho 4 fratelli e 4 sorelle. Io sono la seconda. I miei genitori vivono in un villaggio in campagna vicino Benin City. Mio padre è rimasto invalido e così mia madre ha dovuto da sola prendersi cura di tutta la famiglia. Io aiutavo mia madre a vendere al mercato i prodotti del nostro orto. A marzo del 2007, avevo 15 anni, una donna – di nome F. – che veniva spesso a comprare la verdura da noi, mi ha proposto di partire per l’Italia. La donna era la madre di S., un nostro amico di famiglia. Mia madre non voleva, ma dopo le mie insistenze ha ceduto. La donna per farmi arrivare in Italia voleva in cambio circa 45.000 naira, con un impegno scritto di restituzione del prestito. Ci accordammo per un prestito di 45.000 naira65 che poi – una volta arrivata in Italia – sarebbero divenuti, secondo lei, circa 35.000 euro. Io non conoscevo il valore dell’euro ma ho ritenuto comunque vantaggiosa questa proposta.

Successivamente la donna mi ha condotto in un villaggio vicino per incontrare un baba-loa e incominciare il patto con la ritualità woodoo, dicendomi che era l’usanza per garantire entrambi della bontà del patto stesso: lei mi trovava un bel lavoro e io restituivo i soldi prestati. Ad aprile sono partita con un ragazzo di nome V. e con altre ragazze in autobus per raggiungere Kano, poi Sokoto (nel Nord del Niger). Qui V. ci ha consegnato dei passaporti falsi e quando la Polizia li ha controllati non abbiamo avuto nessun problema. I giorni successivi siamo arrivati in Algeria e poi, attraversando il conine verso occidente, in Marocco.

A Tangeri abbiamo pagato altri 1.500 euro per passare in Spagna con un’altra guida. Questa mi dette un numero di telefono di una donna nigeriana che viveva a Torino. Arrivati a Torino c’era ad attenderci un altro ragazzo nigeriano (il brother), collaboratore della donna a cui avevamo telefonato. Insieme siamo andati a Palermo, dove abbiamo riconsegnato al brother – prima della sua partenza per Torino – i documenti falsificati che avevamo usato per il viaggio. Era la fine del mese di giugno . Alla stazione di Palermo è venuta a prenderci C., la sorella della donna (ossia F.) che mi aveva contattata in Nigeria. Lei aveva circa 30 anni, ci ha portato in una casa che aveva aiutato per noi. Dopo 3 giorni C. ci ha portato dei vestiti molto corti e succinti. Gli abbiamo chiesto il motivo di queste acconciature e per tutta risposta ci ha detto che sapevamo benissimo a cosa servivano.

A quel punto ci ha detto che avremmo dovuto prostituirci sulla strada. Minacciandomi mi ha consegnato una confezione di preservativi. Non potevo scappare perché non conoscevo nessuno e non comprendevo la lingua italiana. C. mi ha ricordato che avevo un debito da pagare e che dovevo iniziare a restituirlo. Lei era solo la cassiera della maman che stava in Nigeria e non voleva storie. Dovevo restituire 35.000 euro contratti per il viaggio senza nessun ripensamento. C. mi picchiava molto spesso perché io sulla strada piangevo sempre e i clienti non si fermavano da me. Ciò che guadagnavo lo consegnavo tutto a lei, che mi ha impedito di chiamare la mia famiglia per molto tempo.

Per nove mesi mi sono rassegnata a lavorare in strada a Palermo al Parco della Favorita. Durante la settimana guadagnavo 70-80 euro al giorno all’incirca e qualche volta anche 100. Ogni domenica mattina C. veniva a prendere tutto il mio guadagno della settimana, quasi 600-700 euro. A metà anno la polizia mi ha fermata sulla strada per un controllo. Non avendo documenti sono stata prima portata in questura a Palermo e poi trasferita a Roma. Da qui sono uscita e C., telefonandomi, mi disse di raggiungerla a Milano (dove c’era sua sorella). C., infatti, mi aveva ceduto alla sorella F. Questa mi disse che era lei la mia nuova maman e che il prestito ricevuto dovevo pagarlo a lei, ossia mi dovevo prostituire per lei, e che i soldi che avevo già dato a C. non riducevano il mio debito con lei. Per alcuni mesi mi sono prostituita per forza guadagnando molto poco. F. era molto arrabbiata con me, al punto di farmi picchiare da tre suoi boys. A quel punto ho deciso di non fare più quel lavoro. Ho detto basta. Un signore italiano che frequentavo mi ha dato delle informazioni su un centro di accoglienza di Firenze. Mi sono messa in contatto con il centro e dopo qualche giorno sono stata accolta. Ho trascorso un mese presso una struttura di accoglienza gestita dalle suore e poi sono partita per Roma dove sono entrata in una casa-famiglia. Attualmente sono ancora a Roma.

Jasmine, denuncerà i suoi aguzzini

jasmineLe prostitute nigeriane non fanno più notizia. Arrivano in Italia con l’inganno, pagando caro e salato il viaggio e si ritrovano sulla strada, ostaggio dei clienti ma soprattutto degli aguzzini con cui hanno contratto il debito. La loro sofferenza non interessa quasi più a nessuno. Le nigeriane arrivate in Italia sono sempre di più, sempre più giovani, e sempre più povere e meno istruite.

Jasmine è analfabeta, non sa leggere né scrivere, ed è giovanissima, ha solo 22 anni, è arrivata in Italia alla fine dell’estate del 2015, dopo di che cinque mesi trascorsi tra i suoi sfruttatori, di cui quattro mesi passati sui marciapiedi. “Non volevo fare la prostituta. Volevo venire in Europa per trovare un lavoro ma non quello”.

La vita in Nigeria è dura, Jasmine ha un figlio di tre anni, una madre malata, tre fratelli più piccoli di cui occuparsi. Servono soldi e un lavoro in Europa sembra un sogno a portata di mano, e così la convincono a partire. Anche se Jasmine non è mai entrata in un’aula scolastica e non sa leggere né scrivere, uno dei “brothers” (trafficante che in Nigeria fa da intermediario con la mamam in Italia e si occupa del viaggio) con cui parla le assicura che ovunque andrà non finirà in strada, tra le altre prostitute, e Jasmine decide di fidarsi.

La traversata del deserto è lunga e faticosa, Jasmine arriva in Libia, “Volevo fermarmi lì”, spiega, ma i brothers hanno altri piani per lei: “Sei destinata all’Italia”, le dicono prima di piazzarla su un gommone diretto in Sicilia.

Jasmine sbarca, e quindi entra nel CARA di Mineo e aspetta fino a quando due ragazzi vengono a prenderla. È settembre e la portano a Padova, Jasmine ha grandi speranze. Ma il tempo passa, lei è segregata in un appartamento affidata ad una “mamam” e allo scadere del primo mese l’incubo diventa realtà. La “mamam” le porta vestiti inguinali e la depositano in strada. Lei si oppone, ma i suoi aguzzini le rispondono che “è l’unico lavoro che puoi fare”

Jasmine obbedisce, si ritrova prostituita tra le altre prostitute nigeriane, lavora, alle quattro del mattino torna a casa, sfinita e affamata e capisce ben presto che i suoi diritti sono in mano alla sua “mamam” e ai due “brothers” che l’hanno portata in Italia. “Mi sfamavano solo se davo i soldi della serata. Se non guadagnavo nulla restavo a digiuno”.

Tre settimane dopo, fatte di clienti che non pagano, altri che la stuprano, altri che la insultano, Jasmine decide che lei tra prostitute nigeriane non ci vuole stare e si fa lasciare da un cliente lontano dai suoi aguzzini.

Non ha documenti ma abbastanza soldi per scappare verso sud. Peccato che sul treno conosca un ragazzo che la convince a scendere a Firenze e, con la solita scusa del lavoro, la porti di nuovo in strada, tra le prostitute nigeriane. Passa un mese, Jasmine ci riprova e questa volta sul treno conosce un prete africano che la mette in contatto con la Comunità di Sant’Egidio, mettendo fine al suo incubo.

L’anno nuovo, il 2016, inizia sui banchi di scuola, Jasmine sta imparando a leggere e scrivere e pur di avere il permesso di soggiorno per trovare un lavoro vero è disposta a denunciare i suoi sfruttatori. Anche se è pericoloso, Jasmine non ha più paura, Jasmine ha appena scoperto di essere incinta di un ex-cliente, non vuole abortire, ha voglia di vita. “Posso farcela”. Puoi farcela.

Glory, un bambino mi ha salvata (testimonianza vera)

gloryGENNAIO – Ero sfruttata da quasi un anno. Dovevo «restituire» 45.000 euro. Ero venuta in Italia per lavorare e invece mi trovavo a vendere il mio corpo e a farmi insultare. Prostituta. In Nigeria non ne avevo mai vista una.

Le notti in strada erano tutte brutte e fredde. Una sera che non dimenticherò mai è successa una cosa che mi ha cambiato la vita.

Due uomini bianchi sono scesi velocemente da un’auto. Non ho fatto in tempo a scappare.

Mi hanno violentata e dopo pochi giorni ho scoperto di essere rimasta incinta. Ero giovane. Troppo giovane per una gravidanza. Desideravo il bimbo, anche se nessuno mi incoraggiava: la «madame» e le altre ragazze mi dicevano di abortire. Ma perché avrei dovuto? Il bimbo voleva nascere. Una sera ho incontrato alcune ragazze dell’associazione Amici di Lazzaro. Mi hanno detto che potevano aiutarmi a far nascere il bimbo e a cominciare una vita nuova. E quel bimbo – che sentivo crescere in me – mi ha dato la forza di lasciare la strada e di capire che la mia vita era più importante dei soldi, della paura del «wodoo» e delle minacce.

MAGGIO – Ero schiava. Ora sono libera. Purtroppo, intorno al terzo mese ho perso il bambino. Quando ci penso, mi sembra sia stato come un angelo: mi ha liberata e poi è tornato in Paradiso. Gesù, venuto per dare la libertà agli schiavi, mi ha fatto rinascere.

SOSTIENICI CCP 27608157 oppure IBAN IT 98 P 07601 01000 0000 27608157 A DISTANZA DI TRE ANNI, Glory si è sposata, ha avuto un figlio e lavora presso una azienda agroalimentare insieme a suo marito. Anche solo per una storia come la sua, tutto il nostro lavoro di anni ha un senso…

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Pamela non riesce a scappare

nigerian“Sono arrivata in Italia nei primi giorni di novembre, ho 22 anni.  Sono partita perché in Nigeria non avevo molta possibilità di trovare un lavoro dove mi pagassero tanto, la mia mamma è commerciante e non guadagna in ogni caso molto per mantenere tutta la famiglia, ho altre sorelle e fratelli.
Di venire in Italia me l’ha proposto un uomo che aveva una buona reputazione nel mio paese. Mi aveva proposto di andare a lavorare in fabbrica, io gli avevo assicurato che se avessi dovuto fare la prostituta non sarei partita, ma lui mi aveva assicurato che sarei andata a lavorare in fabbrica perché aveva buoni contatti per alcuni posti di lavoro.
Con me è partita anche una mia amica Rosmary che anche lei era nelle mie stesse condizioni, ci conosciamo da quando siamo bambine, ha ventidue anni e come me anche a lei è stato proposto un lavoro in fabbrica.
Siamo partite insieme ed eravamo comunque tranquille perché pensavamo che essendo in due non ci sarebbe potuto succedere niente e che ci saremmo comunque aiutate.
Mia mamma mi ha lasciato partire tranquillamente, ma prima di partire siamo state costrette a sottostare ad un rito vudù… sono stata costretta a mangiare il cuore di una gallina che avevano ucciso davanti a me.

Per i documenti ci ha pensato quell’uomo e dei suoi aiutanti, ma abbiamo dovuto scattare prima delle foto che servivano per i documenti.  Quando siamo partite era notte e con noi c’erano altre 12 ragazze, anche loro erano state ingannate, anche a loro era stato assicurato un altro lavoro come commesse in grandi supermercati, baby-sitter ed altro.
Sicuramente non ci crederete, ma il mio, il nostro viaggio è durato un anno intero e in quest’anno ho visto le cose più terribili, che non avrei mai pensato di poter vivere e rimanere ancora viva … Tantissime volte ho pensato di fuggire, ma poi, la mia mamma e i miei fratelli mi davano la forza e il coraggio di andare avanti e pensavo sempre che peggio di quello che stavo vivendo non avrei potuto vivere, ma mi sbagliavo!
Siamo partiti dalla Nigeria in macchina in direzione Niger, qui ci siamo fermati per un po’ di tempo, non ricordo di preciso per quanto tempo, abbiamo poi proseguito attraversando Mali, ma non pensate che abbiamo sempre viaggiato in macchina, alcuni tratti li abbiamo dovuti percorrere a piedi, perché con la macchina era impossibile.

Anche qui ci siamo fermati per un po’ di tempo, io avevo gia iniziato a sospettare qualcosa, non mi convincevano queste continue tappe per tempi prolungati, e questo continuo cambio degli accompagnatori.
Poi dal Mali siamo partiti verso l’Algeria e il Marocco, di qui nel raggiungere successivamente la Spagna ho avuto la sfortuna di assistere alla terribile fine del viaggio di alcune compagne,
che morirono durante l’attraversamento dei fiumi. Non dimenticherò mai lo sguardo di queste ragazze e le incitazioni a proseguire delle nostre guide, non ci hanno permesso di aiutarle perché affermavano che se non fossero morte affogate sarebbero sicuramente morte in seguito, perché erano troppo deboli e non avrebbero sopportato ancora per molto il peso del viaggio.

Da quel momento in poi ho capito che il mio futuro e quello delle altre ragazze che si sarebbero salvate sarebbe stato la strada, ma sapevo anche che non avrei resistito per molto tempo, già da allora era mia intenzione scappare, se proseguivo il viaggio era unicamente per non deludere la mia mamma.
Arrivati in Spagna ci hanno trattate come animali da macello facendoci stare in una stanza minuscola, tutte insieme, ricordo che è stata una tappa piuttosto lunga dove abbiamo visto ritornare l’uomo che ci aveva proposto il lavoro in fabbrica, ci aveva lasciato in Mali e al suo ritorno ha portato con se altre ragazze provenienti dal Ghana.
Abbiamo visto per un po’ di giorni tanta gente diversa che arrivava, guardava la merce, che eravamo noi, e poi andava via, pensavano proprio che fossimo stupide e che non capissimo la realtà della situazione in cui ci trovavamo e che queste persone erano solo nostri acquirenti.
Quando siamo dovute ripartire, alcune ragazze, tra cui anche la mia amica, si sono dovute fermare in Spagna, è stato molto doloroso lasciare Rosmary, fino a quel momento non mi ero mai sentita sola, avevo avuto comunque una sicurezza, un appoggio, una persona di cui mi fidavo, non era facile fidarsi di nessuno, neanche delle ragazze che erano nella mia stessa situazione.

Avevamo tutte l’impressione che questo viaggio d’incubo non avesse mai fine, non ricordavamo neanche più come fosse la vita nella nostra terra, il giorno in cui siamo partite era ormai troppo lontano e non avevamo neanche la forza di ricordare.
Dalla Francia il viaggio fino a Torino è sembrato molto più tranquillo perché abbiamo preso il treno e siamo scese a Porta Nuova, di qui siamo andate nella casa dell’uomo che ci aveva contattate e che poi è diventato il mio protettore, non ero ancora sicura di aver terminato il mio lunghissimo viaggio, anche perché qualche giorno dopo le ragazze del Ghana sono ripartite per un’altra destinazione.
All’inizio non volevo assolutamente scendere in strada per lavorare, Torino è fredda, ma poi mi sono fatta forza ed eccomi qui.
Sono sempre tenuta sotto controllo dalla ragazza del mio protettore che lavora dall’altra parte della strada ed ogni tanto controlla se lavoro o perdo tempo.

La prima volta che vi ho incontrati questa ragazza vi ha visti e quando siamo tornate a casa ha voluto subito sapere chi foste e mi aveva detto che non dovevo perdere tempo a parlare con voi, e che dovevo lavorare se volevo tornare a casa il più presto possibile.
Ricordo che le prime volte, verso le quattro di notte, quando ormai ero stanca e il freddo mi era entrato nelle ossa, ritornavo a casa, ma lì mi rispedivano sulla strada, non mi facevano neppure entrare per riscaldarmi un attimo, è stato veramente brutto.
Quando non porto tanti soldi sono picchiata dal protettore, una volta sono stata picchiata anche da un gruppetto di quindici ragazzini che avevano poco più di sedici, diciassette anni.

Mi hanno circondata e uno di questi incitava a turno tutti gli altri a picchiarmi con calci, pugni, sputi, mi trascinavano dai capelli, mi hanno rubato tutti i soldi della serata.
Sembrava si divertissero a vedermi piangere, non sono stata l’unica ad essere picchiata quella sera, anche un’altra ragazza, amica della ragazza del mio protettore, ha subito le stesse cose.
La polizia era stata avvertita, ma io non l’ho vista.
Già da qualche tempo voi mi consigliavate di trovare il coraggio e di chiamare mia madre per raccontarle il modo in cui vivevo e tutto quello che ero costretta a fare, ma il coraggio e la convinzione di parlare mi è venuta solo dopo che sono stata picchiata da quei ragazzini.

La strada non è un posto sicuro ed io volevo andare via, anche stare con i clienti non è tanto sicuro, mi hanno detto che c’è gente che ci vuole uccidere e mi hanno raccomandato di controllare sempre che in macchina ci sia un solo cliente quando vado da sola.
Quando ho chiamato la prima volta mia mamma, mi hanno detto che era in viaggio, ero triste perché volevo andare via e solo se mia madre mi avesse dato il permesso sarei scappata.
Ho aspettato con tanta ansia il mercoledì successivo, unico giorno in cui era permesso chiamare casa, e quando finalmente ho parlato con lei ed ho avuto il coraggio di raccontarle tutto, lei mi ha risposto che dovevo rimanere ancora sulla strada, che non sarei dovuta scappare e che avrei dovuto aspettare almeno di aver pagato il debito, e che se proprio volevo sarei potuta scappare solo dopo febbraio e che sicuramente per quella data avrebbe già saldato tutto il debito.

È stata la telefonata più brutta perché non volevo più restare sulla strada ed essere oggetto d’altre aggressioni da parte di altri ragazzini o chiunque altro avesse voluto, ma dall’altra parte non potevo deludere mia madre, e poi come avrei fatto con le maledizioni del rito?
La settimana successiva ho richiamato casa, ma mia madre non c’era, o non me l’hanno voluta passare, così ho parlato con mia sorella cui ho raccontato che sarei rimasta sulla strada fino al cinque febbraio e poi sarei scappata, lei inizialmente era contraria e preoccupata, ma adesso mi appoggia e mi sostiene.
Anche la mia amica vuole scappare, non so come abbia fatto ma è riuscita ad avere il numero del mio telefono, mi chiama sempre piangendo e ogni volta mi dice che vuole scappare che non vuole più lavorare sulla strada che vuole tornare a casa e che è certa che se continua a stare sulla strada, sulla strada perderà la vita, aspetta solo che la ragazza che la controlla parta per la Nigeria, per scappare.
Non le dico mai che anche io voglio scappare, anche se è una mia amica non mi fido, perché abbiamo lo stesso protettore e se vuole potrebbe dirglielo per entrare nelle sue grazie. Mancano pochi giorni al cinque febbraio, cerco di resistere un altro po’”.

Commento di una unita’ di strada:
Siamo tornati la settimana successiva, quando l’abbiamo avvicinata aveva lo sguardo basso, era stata picchiata brutalmente con una mazza di legno, la sua schiena portava i segni evidenti delle percosse. Il suo protettore voleva sapere dove fosse la sua amica con cui avevano contatti telefonici, in Spagna gli avevano detto che era scappata, ed era sicuro che lei lo sapesse, ma non era così.
Se inizialmente Pamela sembrava che cercasse una ragione per convincersi che sarebbe stato meglio per lei scappare, dopo quel brutto episodio non parla più con noi di una possibile fuga ed ogni volta che la incontriamo accanto a lei c’è sempre una bottiglia di vino, che dice le serva per stare bene.

Anche a noi Amici di Lazzaro sono capitati casi in cui ragazze abbiano cercato di fuggire dalla tratta ma non siano riuscite.
A volte erano famigliari ad abbandonarle, a volte era il terrore a bloccarle.  In questi casi proviamo un grande dolore, che ci da’ forza per impegnarci ancora di piu’ per liberarne tante. Sosteneteci e fate conoscere la realta’ nascosta della tratta.

L’appello di Anita alle sue amiche nigeriane

nigeria hairMi chiamo  Anita ho 20 anni, sono venuta a cercare un lavoro in Europa da Lagos (Nigeria) perche’ la mia famiglia e’ molto povera e i miei 5 fratelli non possono andare a scuola.

Mi avevano detto che per trovare lavoro dovevo prostituirmi con solo due uomini ricchi, invece quando sono arrivata a Torino, mi hanno messa in strada al freddo, mi hanno picchiata tante volte, e sognavo di incontrare un italiano da sposare per scappare e avere i
documenti.

Avevo paura delle malattie e quindi usavo sempre il condom, ma qualche volta degli uomini mi hanno minacciata con il coltello e costretta a fare sesso senza preservativo.

Sono andata a fare degli esami del sangue il mese scorso e ho scoperto di essermi ammalata. Ho capito adesso che avrei dovuto lasciare la strada molto tempo prima!

Forse, ora, mentre stai leggendo la mia storia io sono già morta a causa della malattia. non fare come me! pensaci prima! Fatti aiutare dalle associazioni a lasciare la strada, la vita è più importante dei soldi.

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se volete aiutare una ragazza o sostenere dei progetti di reinserimento: info@amicidilazzaro.it   tel. 340 4817498

 

Jessica: faccio qualsiasi cosa onesta pur di non tornare in strada

nigeria girlMi chiamo Jessica ho 24 anni, sono di Uromi, Nigeria,  in Italia sono stata a Brescia, a Milano e Torino.

Sono stata quasi quattro anni in strada perche’ la mia madame mi aveva costretto a pagare tantissimi euro.

Ora sono libera dal debito, ma sono senza lavoro e senza documenti, per tanti anni ho sognato di incontrare un italiano da sposare pur di fare i documenti, ma erano solo illusioni.

Quante bugie mi ha raccontato la mia madame, quanto male mi ha fatto! Ora non è facile trovare lavoro, cerco e faccio di tutto pur di non tornare in strada.

Non voglio più vendere il mio corpo. Vorrei che tante ragazze si facessero aiutare a scappare dalla madame. non pagate il debito.

Ora ho aiutato due ragazze di Irrua a scappare dalla madame, le ho incontrate al mercato e ho capito subito che si prostituivano, le ho convinte a farsi aiutare dallo stato italiano che aiuta le vittime della tratta.

Le invidio, loro adesso con l’aiuto della Chiesa Cattolica e delle associazioni di volontariato hanno i documenti, non hanno più paura di girare per la città, in pochi mesi hanno imparato l’italiano più di me e iniziano a lavorare.

Le invidio, avrei dovuto fare anche io come loro 5 anni fa.

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se volete aiutare una ragazza o sostenere dei progetti di reinserimento:
tel. 340 4817498

 

Serve inutili (testimonianza di Sonia)

banner-tratta-580x299L’incontro con ragazze giovani. Di questo si tratta. Sono spesso coetanee di chi presta servizio in strada, o di qualche anno più giovani; ragazze che si sono viste stracciare la vita davanti agli occhi, eppure ad ogni incontro ci accolgono con un sorriso, tante battute e ottimismo.
A loro portiamo un the caldo, una brioche, la nostra presenza di amici e la proposta di scappare, di riscattare la propria vita non attraverso anni di sofferenza ma riprendendosela in mano e ritornandone padrone. Loro a noi trasmettono un’allegria enorme e riportano le nostre futili preoccupazioni al posto che devono realmente occupare. Questa è la cura che ci riservano ogni settimana.

La fatica maggiore nel servizio sta sicuramente nel sopportare il freddo micidiale che noi affrontiamo ben imbacuccati, al contrario di loro; a livello cerebrale, invece è il ricordare il nome di ciascuna delle decine di ragazze che incontriamo e con cui parliamo e preghiamo solo per pochi minuti.
Talvolta il peso che bisogna portare andando in strada è la sensazione che nulla cambi, che la nostra convinzione che quella sia una vita impossibile, non venga condivisa da chi personalmente la vive ogni giorno e ogni notte; è allora che la disperazione che trapela dagli occhi, dalle parole o dalle lacrime di qualche ragazza ci ridona coraggio nel perseverare in questo nostro servizio.

La figura che trovo che si colleghi bene con la nostra presenza in strada è quella del servo inutile, sebbene ogni tanto possiamo gioire per il coraggio di qualche ragazza che ha deciso di fuggire.

Sonia – volontaria nell’unità di strada contro lo sfruttamento

Costrette a prostituirsi, torturate: storie di nigeriane vittime del voodoo

donne nigerianeAlcune vagano per la città senza meta, parlano da sole, sperdute; altre ricevono assistenza farmacologica dal reparto psichiatrico dell’ospedale della loro città: generalmente sono seguite dalla Caritas o dai servizi sociali, che alla fine non sanno come guarirle. Sono donne nigeriane con problemi psichiatrici con un percorso di prostituzione spesso anche legato a riti voodoo. Ne parlo’ anni fa Rosanna Paradiso, ora ex presidentessa dell’Associazione Tampep di Torino (ora lavora alla Procura della Repubblica), che ha aiutato alcune donne a tornare in Nigeria, forse unica soluzione a situazioni estremamente difficili.

Esemplare la storia di una ragazza nigeriana di Torino con disagi psichiatrici legati al voodoo. “Questa donna è arrivata a noi perché segnalata dagli uffici del comune che non riuscivano a gestirla. Aveva delle ossessioni. Per esempio voleva sposarsi con un tizio di Parma che sembrava non esistesse. Non si capiva cosa succedesse dentro di lei: “Mi hanno fatto un voodoo, diceva. Mi sento addosso gli insetti, dappertutto. Si grattava in continuazione, si sentiva pungere da tutte le parti, se li sentiva camminare addosso. E questo era un disagio che aveva quotidianamente” . Da qui la scelta di farla rimpatriare. Un percorso molto lungo. “Lei portava questo disagio, ma non parlava. Poi ha iniziato ad aprirsi. E ci raccontò la sua storia: per punirla la Madame le aveva fatto un voodoo che le procurava questi problemi; e che lei doveva tornare in Nigeria per liberarsene. L’associazione Tampep cerco’ la famiglia d’origine,  e vide la disponibilità ad accoglierla, ed intanto il padre propone di mandarle nel frattempo qualche medicamento per alleviare le sofferenze della donna. L’associazione pensa a un ritorno assistito: la giovane torna in Nigeria e da quel momento i suoi problemi psicologici cessano”.

I casi di ragazze nigeriane con questi problemi psichiatrici legati al voodoo sono sempre di più. Un altro esempio e’ quello di una ragazza nigeriana che, pensando di essere colpita da voodoo rimaneva chiusa in comunità e non faceva altro che mangiare, per cui era diventata obesa, convinta di essere malata non partecipava a nessuna attività. Il voodoo viene fatto a casa e secondo tutte le fasi previste dal rituale magico: le ragazze incontrano lo sciamano; viene coinvolta la famiglia d’origine che spesso impegna la casa, i beni e si impegna con un contratto. In genere il voodoo viene fatto perché il viaggio vada bene, e la donna abbia fortuna in Europa. Se questo non succede, la famiglia perde la casa, la terra, e può capitare che la ragazza vittima di tratta impazzisca. È una delle conseguenze se non si osserva il patto realizzato durante il rituale magico. La ragazza perde la memoria, diventa pazza. Per questo molte ragazze che qui hanno problemi psicologici è perché si sono convinte di essere matte perché hanno subìto il voodoo. Il rituale in sé ha molti elementi che hanno a che fare col macabro: vengono usate ossa umane, liquidi, con elementi che hanno una certa influenza sulle donne. Le ragazze sono in genere molto giovani, spesso non alfabetizzate e molto soggiogabili.

“Il problema è l’uso del tutto negativo che ne fa chi le sfrutta coloro che hanno fatto questo rito affinchè il viaggio vada bene. Alle ragazze viene detto: sei arrivata in Italia, devi lavorare come prostituta per portare a casa 50.000 euro. Se il lavoro ti va male, ricordati che ti è stato fatto un voodoo che servirà a noi per punirti. Ti manderemo il doctor a casa perché punisca la tua famiglia” . (rf)

da Redattore Sociale 2008 http://www.progettoroxana.it/roxana/content/view/749/2/

Tutto stava diventando insopportabile (Faith 17 anni)

black-woman-cryingMi chiamo Faith e ho 17 anni. Sono nata a Benin City nella zona universitaria, dove ho sempre vissuto. Mio padre si chiama N. e attualmente ha 72 anni e mia madre si chiama R. ed ha 55 anni. Mia madre è la terza moglie di N. I miei genitori, attualmente in pensione, sono stati entrambi impiegati delle Poste, ciò nonostante avevano problemi economici. Quando avevo 12 anni si sono lasciati e io ho vissuto con mia madre e i miei fratelli. Eravamo piuttosto poveri. A complicare le cose è arrivata la mia gravidanza. Infatti S., il mio compagno, era povero quanto me. Una conoscente di nome E. mi prospettò l’idea di emigrare, naturalmente all’insaputa di mia madre perché sapevo che sarebbe stata contraria.

E mi raccontò che aveva una sorella in Italia che aveva bisogno di una baby-sitter. Ai soldi ci avrebbe pensato lei, dandomi un prestito. Assolto il debito sarei stata libera di gestire la mia permanenza in Italia. Accettai la proposta, dicendo a mia madre che andavo a Lagos dai miei fratelli, così con E. ci recammo da un “pastore” che ci portò in riva ad un fiume. Qui iniziò una cerimonia: il pastore mi fece inginocchiare, accese delle candele ed enunciando preghiere al loa dell’acqua (chiamato “mami-water”, dalla stessa intervistata) versò sulla mia testa dell’acqua raccolta con un vaso dal fiume; giurai così davanti ai loa di obbedire a quanto la maman – che era presente alla cerimonia – mi consigliava di fare e di non disubbidirle mai. In quell’occasione lasciai alla donna e al “pastore” delle mie fotografie, una maglia che portavo con me e un sacchettino piccolo fatto con un pezzo di stoffa del mio vestito dove mi avevano detto di conservare una ciocca di capelli.

Era estate e il giorno dopo con una macchina, guidata da M., insieme ad un’altra ragazza, raggiungemmo la città di Cotonou e andammo da una signora che si faceva chiamare “mami”. Con lei, due settimane dopo, facendoci passare per due delle sue figlie, ci trasferimmo a Parigi e da qui in treno a Venezia Mestre. Era il 26 agosto. Alla stazione di Venezia incontrammo J. (un ragazzo nigeriano) e in taxi raggiungemmo la città di Conegliano e arrivammo da A. (la sorella di E.). A. senza mezze parole disse che il lavoro che avrei dovuto fare non era quello di baby-sitter ma di prostituita in strada. Avrei restituito il debito e avrei guadagnato qualcosa anche per me e la mia famiglia. Non ero sola, quindi non dovevo aver paura, ma c’erano altre ragazze della mia età a farmi compagnia.

Mi disse che ogni dieci giorni avrei dovevo darle 1.000 euro e quindi in tre anni avrei saldato il debito. Era il 15 settembre  quando ho cominciato a lavorare in strada. La ragazza che viveva con me si chiamava H. e mi portava con sé a lavorare. Mi ha insegnato a vestirmi e a trattare con i clienti. A. iniziò ad arrabbiarsi con me perché diceva che lavoravo poco. Tiravo su circa 700-800 euro alla settimana. Dopo un violento litigio mi disse che il debito era salito a 80.000 euro. Avevo iniziato a rifiutare dentro di me questa situazione e A. l’aveva capito,era una persona violenta e mi picchiava spesso. Una volta sono andata all’ospedale per le percosse ricevute.

Era l’autunno. Sono rimasta in ospedale qualche giorno e non ho raccontato a nessuno la verità. A. telefonava a sua sorella E. a Benin City per minacciare mia madre e mia sorella per costringermi a fare quello che voleva lei. Ma alle minacce non seguiva mai nulla. Ho capito dopo un po’ che erano solo minacce per continuare a sfruttarmi, mi minacciava per tenermi ancora con lei e quindi solo per farmi paura. Questo ha contribuito a farmi maturare ancor più il distacco da lei, così iniziai a non andare in strada. Lei mi minacciava e in me cresceva l’odio, poi telefonava a mia madre per farmi tornare sulla strada. Io resistevo ed ero disposta ormai a non lasciarmi più intimidire. Tutto stava diventando insopportabile, volevo finirla con questa storia brutale. Era l’agosto quando ho conosciuto una vicina di casa nigeriana. Presa confidenza con lei gli raccontai della mia esperienza e lei mi disse che era accaduto anche ad una sua cugina.

Questa si era rivolta ad una comunità di accoglienza che l’aveva prontamente aiutata. Così ho contattato la stessa comunità e subito dopo sono stata ricevuta da una suora a cui ho spiegato il mio problema. Con il mio fidanzato sono andata alla stazione e sono partita per Napoli, dove c’era ad attendermi una operatrice. I miei familiari non hanno più paura e io sono più serena. Ai conoscenti in Nigeria dicono che sono in Canada. L’esperienza sulla strada è durata circa tre anni.

Il voodoo contro le vittime di tratta

black10Come viene usato questo potere del voodoo contro le vittime della tratta degli esseri umani?
È istruttivo capire come alla sola menzione del voodoo anche alle persone più potenti ed influenti dell’Africa vengano i brividi freddi perché essi sanno cosa può fare realmente il voodoo. Il fatto che delle adolescenti vengano sottoposte ai rituali terrificanti del voodoo e poi fatte giurare fedeltà a queste divinità è un’esperienza che cambia per sempre la loro vita e la psiche. Alle ragazze vengono prelevati sangue, saliva, capelli, unghie delle mani, ed altri effetti personali per utilizzarli nei rituali e quindi il sacerdote voodoo evoca i suoi poteri sulle ragazze stesse. Poi viene dato loro da bere un intruglio preparato dal sacerdote voodoo. Dopo, vengono dati loro alcuni amuleti da inghiottire. Ora le ragazze sono fatte giurare e fare le promesse al sacerdote voodoo ed alla loro madama sui loro doveri. Una di queste promesse è che non dovranno mai dire nulla alla Polizia, né dire il loro nome né quello delle loro madame o dei loro protettori. Vengono poi ammonite che, se lo faranno, ciò provocherà la loro morte o la loro follia. Poi viene loro detto “quello che possono fare “ e “quello che non possono fare”, l’infrazione di una di queste regole potrebbe provocare la loro morte o lo sterminio soprannaturale delle loro famiglie tramite misteriose malattie o incidenti. Essendo cresciute in su in una cultura dove hanno potuto vedere i poteri devastanti del voodoo, nessuna, assolutamente nessuna oserà offendere questi dei. Di conseguenza, persuadere una di queste persone ad infrangere i voti segreti hanno fatto agli dei è come chiederle di commettere un suicidio spirituale. Ecco perché esse rimangono schiave obbedienti delle loro madame anche quando vengono torturate con cadenza quotidiana.

Si possono invertire o annullare i poteri del voodoo?
Sì, i poteri del voodoo si possono cancellare ed anche invertire. Nella religione e mitologia tradizionali africane, è ben noto che ogni potere voodoo è in mano “a piccoli dei.

Questi “piccoli dei sono tuttavia soggetti al potere del Dio onnipotente. Soltanto Dio onnipotente può annullare, invertire o distruggere i poteri voodoo. Ciò significa che coloro che hanno i poteri dal Dio onnipotente possono dominare il voodoo. Ed ecco qui dove interviene il ruolo del sacerdote. In questi ultimi dieci anni, come pastore cristiano, ho pregato e “liberato più di cinquecento ragazze e ragazzi che erano soggetti al sortilegio delle maledizioni voodoo. A meno che non vengano “liberate” dalla maledizione, le persone sotto sortilegio voodoo non riescono più a trasgredire le regole delle cose permesse e di quelle proibite imposte loro da coloro che le possiedono come schiavi.

Stella: e’ cattiva gente, non si fanno problemi a picchiare e uccidere

black5Sono nata a Benin City e a 24 anni sono arrivata in Italia. Il mio viaggio e’ iniziato dal Lagos poi sono arrivata in Italia a Milano e poi sono andata a Padova e a Torino, non ricordo piu’ neanche quante tappe abbiamo fatto.

In Nigeria incontrai un uomo che mi propose un lavoro in Italia. Ho due figli e in famiglia siamo in sette. dovevo badare a loro e quindi decisi di partire anche perche’ mi disse che avrei fatto tanti soldi in poco tempo e poi sarei tornata di nuovo in Nigeria dai miei figli. Con quest’uomo andai nel Lagos dove mi fece fare alcune fotografie che sarebbero servite per i documenti, di qui partimmo, e dopo tre giorni di viaggio, senza mai fermarci, arrivammo a Conakry. Raggiunta la prima destinazione mi fermai per un mese e mezzo a casa di una signora che disse di essere la moglie dell’ambasciatore, con me c’erano altre otto ragazze.

Partimmo per la Guinea dove mi fecero cambiare pettinatura e mi distrussero i documenti nigeriani e li sostituirono con un passaporto con visto, passammo da Malta e arrivammo a Belgrado. Qui con la presunta moglie dell’ambasciatore e tre uomini bianchi camminammo a piedi fino ai confini dove ci aspettava un auto che ci fece raggiungere Budapest.

Non sapevo cosa mi aspettava … o non volevo saperlo per paura, aspettavo solo di raggiungere l’Italia dove pensavo mi sarei sentita più al sicuro. A Budapest incontrammo un uomo Ibo che ci fece camminare fino alle frontiere della Slovenia camminammo per quindici giorni … spero che un giorno potrò dimenticare questo brutto viaggio in cui non c’era mai nulla da mangiare e se c’era non bastava mai per tutti.

Qui incontrai la polizia e raccontammo di essere dei profughi della Sierra Leone e cosi ci portarono in un campo profughi. Qui iniziai a capire che non era bene quello che stavamo facendo, ma mi sentivo ormai legata e non potevo più liberarmi di loro. Da questo campo profughi fuggimmo e nuovamente marciammo fino alla frontiera e li prendemmo il treno per Torino.

Arrivati alla stazione di Porta Nuova ci venne a prendere una donna che poi divenne la mia madam. Raggiungemmo un appartamento in una zona di Torino dove mi sentivo un po’ a casa perché erano tutti come me di colore, però era un posto un po’ strano. A casa ci venne detto che dovevamo pagare per il viaggio che avevamo fatto, novanta milioni di lire e che dovevamo fare il lavoro di prostituta per poter saldare al più presto questo debito e che se ci rifiutavamo saremmo state picchiate o avrebbero fatto del male alla nostra famiglia. Io pensavo ai miei figli e a quello che gli avevo promesso e cioè che presto sarei tornata a casa.

Ci fecero spogliare e ci fecero un rito vudù perché cosi secondo loro noi non saremmo mai scappate e non avremmo mai avuto il coraggio di denunciarle. Io invece ho avuto il coraggio di denunciarli perché è cattiva gente, non si fanno problemi a picchiare, uccidere gli altri, ricordo che prima di iniziare il brutto lavoro sulla strada ci dicevano con quanti clienti dovevamo andare, quanti soldi dovevamo portare a casa e se non portavamo i soldi che voleva ci picchiava, io sono stata picchiata molte volte con pezzi di vetro che mi hanno procurato delle cicatrici molto profonde che ogni volta che guardo ho tanta rabbia e mi viene voglia di strapparmi quelle ferite.

Quando mi picchiavano cercavano anche di soffocarmi con un cuscino in modo da non far sentire le mie urla alle persone che abitavano dei dintorni, anche se in tutto il quartiere erano tantissime le ragazze che facevano il mio stesso lavoro, ci bastava guardarci per sapere che lavoro facevamo. La strada e molto dura, il freddo ci fa soffrire molto, nel nostro paese non è così e poi molte volte siamo derubate e aggredite da alcuni clienti che non vogliono pagare. Sulla strada si diceva che spesso alcune ragazze venivano violentate da un gruppo di ragazzi, portate in strade di campagna e poi lasciate lì, a me per fortuna non è mai successo.

Una volta mi è capitato che da una macchina i ragazzi che erano all’interno ci buttarono addosso un secchio d’acqua gelata, ed era pieno inverno. In quel momento ho capito di essere in pericolo, che tanta gente mi odiava e si divertiva a farci soffrire. Mi sono sentita un animale anzi peggio, perché gli italiani non fanno queste brutte cose ai loro animali. Ho deciso di scappare e di rivolgermi al centro stranieri, loro mi hanno aiutato a trovare una buona sistemazione e sono riuscita a mettermi in contatto con i miei figli che presto riabbraccerò, forse riesco a farli venire in Italia. Sono contenta di aver denunciato le persone che mi hanno fatto tanto male anche se non sono riuscita a identificare tutte le persone. Mi piacerebbe aiutare le altre ragazze però per me è troppo presto rivedere quelle strade ho paura di ricordare ancora altre brutte cose“.

Gladys: so che non saro’ mai libera

sex is not a workIl racconto di una ragazza che non riesce a liberarsi…
Aiutiamole…

“Questo è un lavoro molto brutto, un lavoro dannato. Però per noi che veniamo qui dalla Nigeria è una fortuna, non solo per noi ma anche per le nostre famiglie rimaste in Nigeria che vivono aspettando che noi gli mandiamo i soldi che riusciamo a guadagnare facendo questo lavoro.
Sono nata a Lagos parlo sia la lingua Edo sia quella degli Yoruba, ho una sorella e quattro fratelli, sono di religione protestante e non credo tanto nel vudù. Anche se a dir la verità in Nigeria, al vudù ci credono tutti, è una cosa che c’è dappertutto, è una cosa che si respira nell’aria, si tocca con mano.
Prima di venire in Italia facevo la commessa in un negozio d’abbigliamento, era bello lavorare a Benin City. La decisione di venire in Italia l’ho presa per mettere insieme tanti soldi che mi sarebbero serviti per aprire un negozio d’abbigliamento tutto mio.
La proposta di partire me l’ha fatta una mia “amica”, per avere il visto e tutti gli altri documenti che servivano mi ha aiutato un conoscente di questa persona.

Ho aspettato circa un mese, non ho pagato niente e nessuno perché l’accordo era che avrei pagato dopo, qui in Italia, dovemmo stipulare un contratto con il rito vudù anche se io non ci credevo, però dopo averlo fatto ho iniziato ad avere un po’ di timore perché in Nigeria lo fanno tutti e tutti ci credono.
E’ proprio per questa mancanza nella fretta nel farsi pagare che ti rovinano: ad ogni ragazza questo sembra una bella cosa, invece è una trappola, lo scopri solo dopo, quando ormai è troppo tardi, quando ormai ti hanno bruciato i sogni e ti hanno rubato l’identità, che le spese del viaggio diventano un debito grande, enorme, che però devi pagare.
Vogliono tantissimi soldi, 70-45000 euro, perché la persona che ci aiuta a partire ci vende ad una maman che vuole tanti soldi, e tu quando arrivi sei costretta a pagarla, perché sei lontana dai tuoi affetti, in un altro mondo, in un posto dove la gente ti guarda male per come sei vestita per il colore della pelle, in mezzo a gente che parla in un’altra lingua e pensa in un altro modo, che ha abitudini diverse.

Io sono andata prima in Olanda con un passaporto nigeriano e là un amico della mia maman mi è venuto a prendere e poi mi ha tolto i documenti.
Dopo quasi un mese che eravamo rinchiuse in albergo, non ci facevano uscire per timore dei controlli, questo mi ha portata in macchina con un passaporto inglese, fino a Torino, era nel febbraio me lo ricordo bene perché faceva un freddo tremendo, mi sembrava di morire di freddo, non avevo mai provato cosi tanto freddo non mi sentivo più le mani e i piedi, ero congelata e pensavo solo a cosa sarebbe successo di me.
La mia madam aveva già altre ragazze che lavorano per lei. Il giorno del mio arrivo, in piena notte, lei mi ha subito fatto giurare che non sarei scappata, che non l’avrei mai denunciata alla polizia, che non le avrei mai nascosto i soldi, e mi tagliò un ciuffo di capelli, le unghie e i peli del pube, mi ha tolto le mutande per tenerle lei, mi aveva rifatto un nuovo rito vudù per farmi del male se non avessi rispettato il giuramento.

Avevo ricominciato a credere che davvero il vudù era potente, che davvero poteva farti morire se solo la madam avesse voluto.
Oggi abito ancora con la mia madame anche se ho già finito di pagare il mio debito, so che non sarò mai libera di fare quello che voglio perché non ho i documenti e ormai sembra che tutti mi conoscono per il lavoro che faccio e mi guardano male ma a me non importa perché adesso posso mandare tanti soldi a casa ai miei fratelli cosi loro possono aprirsi tanti bei negozi.
Vivo in un appartamento di due camere con altre sette ragazze che fanno tutte questo mestiere, a volte cercano di andare via ma hanno troppa paura della madam e dei suoi amici e quindi rimangono fino alla fine del debito ma so che poi faranno come me.

Due o tre cucinano sempre, e le altre fanno le pulizie a turno io sono una delle tre che cucinano.
E’ abitudine della nostra madam far cucinare solo le ragazze che hanno finito di pagare il debito e quando è toccato a me ho scoperto il motivo: nel cibo di quelle che devono ancora finire di pagare ci fa mettere una polverina nera fatta arrivare da uno stregone nigeriano, ci dice sempre che non fa male, dice che serve solo per renderle ubbidienti, per non farle ribellare e nascondere i soldi.
Ogni una di noi paga alla madam duecentotrenta euro al mese per l’affitto e ogni sabato trentacinque euro per il mangiare. Penso che lascerò questo lavoro solo se troverò un uomo che mi ama e che è disposto a stare con me, allora sarò contenta di andar via dalla strada perché questo è un lavoro brutto molto brutto!

Anche se ho pagato il mio debito molte volte la madam mi chiede altri soldi perché dice che mi sono comportata male, o perché mi minaccia dicendo che se non pago altri soldi può sempre farmi del male, io pago anche perché fortunatamente ne faccio tanti, ormai i clienti mi conoscono e pagano anche bene soprattutto se accetti di avere rapporti senza preservativo.
All’inizio quando ancora non avevo capito come dovevo fare per poter avere più soldi, e vedevo che non riuscivo a guadagnarne tanti quanti la madam mi chiedeva accettavo queste proposte dai clienti, ma ho avuto sempre paura perché sapevo che ci si poteva ammalare di Aids. molte ragazze si sono ammalate, io fortunatamente no! Ora per fortuna non accetto più, o quasi più solo con i clienti che sono abituali.

So di non fare un lavoro onesto, ma cosa potrei fare, mi dispiace per la mia famiglia, di non stare con loro ma almeno così riesco a mandare molti soldi a casa così loro staranno meglio.
Nessuno della mia famiglia sa quello che faccio, perché per me non è una bella cosa da dire, sanno che lavoro in un ristorante di un albergo almeno non si preoccupano.”
Gladys

Ps: le ragazze come Gladys sono quelle più fragili, che non hanno relazioni sane al fuori del giro della tratta e della strada.
Donne ormai rassegnate che usciranno dallo sfruttamento solo quando invecchiando, diventeranno inservibili per i loro sfruttatori.

 

Nigeria: la Chiesa cattolica contro la tratta delle ragazze povere

street La Chiesa cattolica in Nigeria scende in campo a fianco delle donne vittime della tratta e costrette a prostituirsi sulle strade di molti paesi europei, inclusa l’Italia. Lo fa attraverso programmi di microcredito e di sostegno alle famiglie più vulnerabili, e la promozione della formazione di bambini e giovani, non solo nelle aule scolastiche.

Come spiega al Sir l’avvocato Onome Oriakhi, responsabile del programma sul traffico di esseri umani e le migrazioni della Caritas nigeriana, “bisogna migliorare le condizioni materiali delle famiglie ed educare ai diritti, in modo che le donne si rendano conto di qual è il loro posto nella società e possano resistere a chi abusa della loro dignità”.

Prevenzione, però, significa anche “tentare di educare le persone a non celebrare la ricchezza. Uno dei problemi che devono affrontare le ragazze sfuggite alla tratta è proprio quello della differenza tra i sogni e la realtà: avevano immaginato di potersi arricchire rapidamente, ma ora sono di nuovo in Nigeria e devono ripartire da zero”.

Come informa L’Osservatore Romano, la maggior parte delle donne costrette a prostituirsi arriva da un unico luogo, lo Stato di Edo. Nel 2005 l’indagine di un’organizzazione locale aveva calcolato che una giovane su tre era stata avvicinata almeno una volta dai trafficanti di esseri umani, approfittando della generale povertà, della discriminazione sociale, della disoccupazione, della pressione delle famiglie per un viaggio visto come l’anticamera della ricchezza. Molte hanno accettato di raggiungere l’Europa dopo che gli sfruttatori avevano promesso loro un lavoro. Secondo dati diffusi nel 2014 dall’Onu, sono nigeriane almeno il 10% delle donne vittime di tratta in Europa occidentale e centrale.

Oriakhi lavora a Benin City, capoluogo dello Stato di Edo, e si occupa di coordinare tutte le realtà in cui la Chiesa cattolica ha un ruolo: il Comitato di sostegno alla dignità delle donne (Cosudow) creato dalla conferenza delle leader religiose nigeriane; le case rifugio per le vittime; i sacerdoti che nelle parrocchie affrontano il tema nelle loro omelie; gli incontri sul territorio. Iniziative che vogliono tentare di prevenire il fenomeno.

Da parte sua la Caritas Nigeria ha incoraggiato soprattutto i parroci a promuovere, nell’insieme delle 18 diocesi, attività di informazione sui mali e sui pericoli rappresentati dalla tratta di esseri umani, attraverso messaggi strategici sulla prevenzione, in particolare il giorno di santa Giuseppina Bakhita, la cui ricorrenza, l’8 febbraio, coincide con la Giornata internazionale di preghiera e di sensibilizzazione della Chiesa contro la tratta.