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Potevano convertirsi all’Islam e aver salva la vita, ma hanno scelto Gesu’

copti_libia2Il vescovo di Samalout, dove verra’ costruita una chiesa in onore dei 21 cristiani egiziani uccisi in Libia dall’Isis, racconta la loro storia

 

L’immagine dei 21 cristiani decapitati in Libia dai terroristi dell’Isis, nel febbraio scorso, e’ rimasta impressa nella memoria degli egiziani. Nessuno, in particolare i cristiani del Paese nord-africano, potra’

mai dimenticare quegli uomini in fila, vestiti con tute arancioni, inginocchiati davanti ai loro boia bardati di nero su una riva del mar Mediterraneo.

 

Questi uomini, già riconosciuti martiri dalla Chiesa ortodossa copta, sono molto venerati. Dopo il blocco a causa di alcuni cavilli burocratici, nei giorni scorsi è finalmente iniziata la costruzione di una chiesa che sarà dedicata a loro, nel villaggio di Al-Awar, zona da cui proveniva la maggior parte di quei 21 martiri.

“Siamo molto fieri dei nostri martiri. Sono stati obbligati a genuflettersi davanti ai loro assassini, ma erano loro i più forti”, spiega a Aide à l’Église en détresse (sezione francese di Aiuto alla Chiesa che Soffre) il vescovo di Samalout, mons. Bafnotios. Il quale spiega che “i più deboli erano gli assassini, nonostante le loro armi. Altrimenti, perché si sarebbero coperti il volto? Semplice, perché avevano paura. I nostri figli, invece, sono stati forti e hanno proclamato il nome del Signore fino all’ultimo respiro”.

 

Mons. Bafnotios ribadisce poi che da sempre la Chiesa sa che “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”. Infatti – aggiunge – “da Alessandria ad Assuan, in tutto l’Egitto, la fede dei cristiani si è rafforzata”. Il gesto di coraggio di quei 21 uomini non è passato inosservato nemmeno presso i fedeli all’Islam. “Tanti musulmani ci hanno detto di essersi sentiti fieri di loro. I nostri martiri hanno mostrato che noi egiziani siamo un popolo forte”.

 

Il Vescovo ricorda poi i giorni di attesa, tra il rapimento dei 21 cristiani e la loro esecuzione. “Abbiamo  pregato per 40 o 50 giorni – racconta -. Essi si sarebbero potuti convertire all’Islam, salvando così le proprie vite. Tuttavia hanno scelto Gesù Cristo e accettato la morte”.

 

Uno dei 21 martiri si chiamava Tawadros Youssef Tawadros. Aide à l’Église en détresse ha incontrato due sue figlie, le quali raccontano che l’uomo ha avuto “un sacco di problemi” in Libia “a causa del suo nome cristiano facilmente riconoscibile”. Gli è stato consigliato di cambiare nome, ma Tawadros ha resistito alle pressioni rendendo fiera la sua famiglia e la sua Chiesa. “Noi siamo fiere di nostro padre, non solo per noi, ma anche perché ha fatto onore a tutta la chiesa”, hanno detto le giovani. Resta però il dolore degli orfani, come spiega tra le lacrime un’altra bambina che ha perso il padre in Libia: “Mio papà è in Cielo, ma io sono triste. Perché il Cielo è così lontano”.

Da Zenit.org

La vedova copta che perdona lascia il mondo senza parole

Il presentatore Amr Adeeb (musulmano, molto conosciuto in Egitto)  è rimasto bloccato per 12 lunghissimi secondi, forse sarebbe rimasto anche di più se non fosse stato in televisione, avrebbe pensato a lungo a quelle parole così piene di amore, piene di desiderio Dio e di perdono.

La sua collega ad Alessandria d’Egitto stava intervistando
la moglie di Naseem Faheem, il custode della cattedrale morto nell’attentato alla Messa della Domenica delle Palme.

La vedova testualmente ha detto:
“Non sono arrabbiata con chi ha compiuto questo gesto, voglio dirglielo: possa Dio perdonarti. Non sei nel giusto, figlio mio, credimi, non pensi nel modo giusto. Credimi non sono arrabbiata. Lui ora non c’è più, è morto. E io chiedo a Dio di perdonarli e di aiutarli a ravvedersi. Pensateci! Pensateci! Credetemi, se ci pensassero capirebbero che non abbiamo fatto nulla di male a loro. Pensateci ancora, cosa state facendo, è giusto o sbagliato? Ripensateci ancora. Possa Dio perdonarvi e noi anche vi perdoniamo. Credetemi, vi perdono. Avete portato mio marito in un posto che non avrei mai potuto nemmeno sognare. Credetemi, sono orgogliosa di lui. E avrei voluto essere lì al suo fianco, credetemi, e ringrazio”.

Sentendo queste parole il presentatore Adeeb e’ rimasto senza parole per 12 secondi (che in tv sono un tempo molto lungo) e ha poi ripreso con un elogio del popolo copto: “I cristiani egiziani sono fatti d’acciaio! I cristiani egiziani da 100 anni sopportano atrocità e disastri, i cristiani egiziani amano profondamente questo paese. I cristiani egiziani sopportano di tutto per la salvezza di questa nazione, ma quanto è grande la quantità di perdono che avete? Se i vostri nemici sapessero la quantità di perdono che avete per loro, non ci crederebbero”.

Poi ha continuato parlando di se stesso: “se fosse stato mio padre, non avrei mai potuto dirlo. Questa gente ha così tanto perdono…questa è la loro fede, la loro religione. Questa gente è fatta di una sostanza diversa! Possa Dio avere compassione di Naseem che è un eroe, un martire e un grande esempio per tutti noi, per tutti coloro che stanno seduti e criticano questo paese per come stanno andando le cose. Il paese va avanti con la pazienza, con la perseveranza e la resistenza di questa grande donna e dei suoi figli, in cui vive ancora il loro padre, cresciuti per essere veri uomini!”.

Il martirio dei copti e’ un richiamo non solo per i musulmani così colpiti dal perdono dei copti, ma anche a noi cattolici e cristiani occidentali. Un richiamo a credere nel Paradiso, a desiderarlo, a cercarlo sempre, amando la vita e il mondo intorno a noi.

La vedova non e’ stata neanche l’unica a perdonare, molti altri hanno perdonato e dichiarato di essere fieri di avere tra i propri cari uomini e donne che hanno dato la vita per Dio, senza odiare, senza uccidere, solo pregando e amando. Perché questo è il Paradiso, amare, pregare, vivere, gioire e perdonare.
Paolo Botti

QUI IL VIDEO IN ARABO (sottotitoli in inglese)

 

I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

(Progetto terminato) Bimbi in Egitto (Casa Letizia)

“Il sorriso dei bimbi scioglie anche le pietre”
A El-Minia  a sud del Cairo un sacerdote cattolico ha realizzato una piccola casa accoglienza per bambini orfani: li si accoglie, si da loro una educazione e tanto affetto.
Si chiama Casa Letizia, nata con una donazione per la dipartita di Letizia, una donna che tanto sognava di apire una casa di accoglienza per i bimbi.

A questa iniziativa come Amici di Lazzaro abbiamo dato sostegno e collaborazione perché si e’ trattato di un progetto molto attuale visti i grossi problemi che la comunità cristiana copta affronta in Egitto in questo momento di instabilità e anche di persecuzione.

Il progetto bimbi in Egitto, e’ stato sostenuto per due anni da  Amici di Lazzaro, donando ad una associazione in loco

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Inoltre è’ stato acquistato un deserto di 35 ettari dove sorgerà un villaggio, completo di case e servizi per accogliere gli ultimi della società: la terra potrà essere coltivata,e insieme all’allevamento degli animali fornirà risorse di vita per i poveri.

I ragazzi del centro Emmanuel (ragazzi che escono dalle tossicodipendenze) saranno i primi costruttori del proprio futuro! Con l’aiuto della Provvidenza attraverso il cuore della gente  l’associazione Bambino Gesù ha costruito 2 pozzi , portato a termine 600 metri di impianto di irrigazione sotterranea, piantato 4000 piante di recinzione, 800 piccoli alberi di limone e mandarini, 1800 tra mango e fichi.

L’Egitto non ispira simpatia nell’opinione pubblica, si fatica a trovare benefattori per questo paese, ma speriamo in voi…..

Al momento l’Associazione ha sospeso il progetto perché le difficili condizioni politiche ci rendono difficile controllare a distanza l’andamento del progetto.

Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit

Dibattito sul velo: gli abbagli dell’islamically correct

veloislamicoIl velo fa discutere, divide gli animi, suscita interrogativi. E certe incaute dichiarazioni, come quelle rilasciate due giorni fa dall’imam di Segrate durante una trasmissione televisiva, non fanno che buttare benzina su un materiale già altamente infiammabile. Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi ideologici, politici o pseudo-religiosi. Almeno quattro sono i luoghi comuni dell’islamically correct con cui fare i conti.

1. Il velo, si dice, è parte integrante della religione e della cultura del mondo musulmano. Non è così: non c’è un solo testo religioso che faccia del velo un pilastro dell’islam. L’imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell’uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania, l’uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in discussione. È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa nostra.

2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di modestia delle donne musulmane. Al contrario, è l’esibizione di un messaggio politico e di potere. È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle leggi e alle tradizioni più aberranti. La donna col velo è colei che può essere lapidata se commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire l’infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a 12 anni un uomo che non ha mai visto.

3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un’insegna di potere, è uno strumento di controllo. Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire che entrino in relazione con la società, tenere lontano «l’altro», il nemico, il rivale, l’infedele. Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza volontà e senza diritti. Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della porta accanto, è questo che vi diranno.

4. Proibire l’uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di civiltà. In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall’anno scorso c’è una legge che vieta l’uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. Detto questo, è evidente che il problema è innanzitutto culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto. Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il diritto delle donne a non indossarlo.

Riassumendo: l’imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l’uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l’Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell’integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostr a purtroppo di non averlo ancora compreso.
Souad Sbai

L’egiziano Hegazi rischia la morte

Bishoy-Armiya-islam-egittoMohamed Hegazi, egiziano, si e’ convertito al cristianesimo. Una fatwa islamica lo condanna a morte.  Adottiamo Mohamed Hegazi come simbolo della liberta’ religiosa in Medio Oriente. Venticinque anni, nato musulmano, convertito al cristianesimo nove anni fa e sposato con una convertita, ha chiesto alle autorità egiziane di vedere registrata la loro nuova religione sulla carta d’identità per assicurare che il loro figliolo, che sta per nascere, veda la luce come cristiano. Ma si è scatenata l’ira degli estremisti islamici che l’’hanno tacciato di apostasia e ingiunto allo Stato di attuare la condanna a morte avallata da una fatwa, un responso giuridico, dell’università islamica di Al Azhar. Ciò avviene in un Paese sostenuto massicciamente dall’’Occidente perché considerato moderato e in cui i cristiani sono circa 10 milioni. E non si tratta di ripetere l’operazione che nella primavera del 2006 portò al rilascio e all’espatrio del convertito afghano Abdul Rahman, che ha ottenuto asilo in Italia. I cristiani in Medio Oriente sono la popolazione autoctona e deve essere garantito loro e a tutti, compresi i convertiti, il diritto alla piena libertà religiosa a casa loro. Il caso è esploso dopo che Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici e arabi dell’università islamica di Al Azhar, ha legittimato con una fatwa la condanna a morte di Hegazi perché non si è limitato a convertirsi ma «ha detto pubblicamente di essersi convertito al cristianesimo e si è perfino fatto fotografare insieme alla moglie con in mano il Vangelo ».

La logica è la seguente: se ti converti e ti nascondi nelle catacombe potresti avere salva la vita, ma se hai la «sfrontatezza» di annunciarlo pubblicamente e magari con il sorriso in bocca, a testimonianza della profondità della tua fede e della gioia con cui la vivi, allora devi essere ucciso. Il quotidiano governativo Al Messa riferisce di un sondaggio secondo cui tutti gli ulema, i giureconsulti islamici, d’Egitto sono unanimi nella «necessità di condannare a morte l’apostata». Il caso è stato proposto anche al Grande Muftì Ali Gomaa che, in un’intervista al Washington Post, ha risposto in modo assai ambiguo: «La scelta significa la libertà e la libertà include la libertà di commettere dei gravi peccati fintantoché non arrechino un danno agli altri». A suo avviso chi si converte dall’islam a un’altra religione non commette un «grave peccato», tranne nel caso in cui la conversione costituisce una minaccia per la società. E sembra proprio che per gli estremisti islamici manifestare pubblicamente la gioia della fede in Cristo sia un pericolo da sanzionare con la morte.

«Ricevo delle minacce di morte sul mio cellulare. Ogni volta che cambio il numero dei fanatici riescono a ottenerlo, mi chiamano e mi preannunciano che mi faranno fuori», ha raccontato Hegazi a Le Figaro. «Il pericolo non viene solo dagli estremisti, un qualsiasi cittadino potrebbe uccidermi agendo di sua testa, nella convinzione di servire l’islam». Hegazi, che è stato il rappresentante del movimento di opposizione «Kifaya » (Basta!) a Port Said, vive ora in clandestinità insieme alla famiglia. Il suocero ha auspicato che la giustizia obblighi la moglie a divorziare e che «mi venga restituita anche morta». Contemporaneamente due esponenti dell’organizzazione dei cristiani del Medio Oriente, Adel Fawzi e Peter Ezzat, considerati gli ispiratori della conversione di Hegazi, sono stati arrestati per «attentato all’islam» e «sedizione religiosa». Il tutto avviene in un contesto dove regna la paura. Il Centro Al Kadima per i diritti dell’uomo, ha ritirato la denuncia che era stata depositata la scorsa settimana per sostenere la causa di Hegazi, motivandola con «l’assenza del certificato di conversione della Chiesa».

E la Chiesa locale? Tace. Un silenzio assordante per il timore di inasprire il conflitto con un regime che ha di fatto abdicato al clero islamico radicale rimettendo nelle sue mani il controllo degli affari sociali che s’intrecciano con una religione sempre più invasiva. Proprio perché l’Egitto è il nostro dirimpettaio che ostenta fama di tolleranza e di moderazione, mi auguro che l’Italia non resti a guardare. Auspico che il capo dello Stato Napolitano lanci un vibrante appello al presidente egiziano Mubarak affinché assuma un gesto significativo, ricevendo Hegazi e riconoscendogli pubblicamente pari dignità come cittadino e testimoniando il rispetto della libertà religiosa. Auspico che il presidente del Consiglio Prodi chieda garanzie al governo egiziano sulla tutela della vita di Hegazi, chiarendo che per l’Italia il rispetto della libertà religiosa è un parametro fondamentale per definire la realtà e lo sviluppo dei rapporti bilaterali e multilaterali. Auspico che le università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l’’Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l’Iuav di Venezia) che il 15 giugno 2005 hanno sottoscritto un accordo di cooperazione con l’università islamica di Al Azhar, con la benedizione del nostro ministero degli Esteri, recedano dall’iniziativa dopo aver avuto l’ennesima conferma che i suoi più alti vertici hanno legittimato il terrorismo suicida palestinese e il massacro anche delle donne e dei bambini israeliani, nonché l’uccisione dei musulmani convertiti al cristianesimo.

Auspico tutto ciò per i cristiani d’Egitto ma anche per noi. Perché se volteremo le spalle a chi, alle porte di casa nostra, viola la sacralità della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta, significa che abbiamo abdicato ai valori che corrispondono al fulcro della comune civiltà dell’uomo.
Magdi Allam