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Da scienziato chiedo di fermare la manipolazione degli embrioni

DNA-585x329Il fronte di biologi, genetisti ed esperti di bioetica si compatta attorno al no alla manipolazione genetica dei gameti umani. Dopo gli appelli su Nature e Science per una moratoria mondiale delle tecniche che intervengono sul Dna umano in modo ereditabile, la comunità scientifica ha aumentato la pressione sulle istituzioni, ottenendo un primo passo da parte della National Academy of Sciences statunitense. La commissione internazionale che verrà istituita dall’agenzia Usa gode già dell’appoggio della Casa Bianca che, un po’ tardivamente, si è pronunciata contro gli esperimenti di editing genetico su ovuli o embrioni. Ma l’inquietudine resta. Lo strappo del laboratorio cinese che ha recentemente tentato di eliminare un gene da 86 embrioni ha creato un precedente preoccupante. «Se uno, cinque, dieci laboratori lo stanno facendo, il processo prima o poi potrebbe riuscire. E non possiamo prevedere quali conseguenze avrebbe», spiega ad Avvenire Rudolf Jaenisch, docente di biologia del Mit di Boston, presidente della Società internazionale per la ricerca sulle staminali e pioniere delle cellule pluripotenti derivate da tessuti adulti.

Professor Jaenisch, l’équipe dell’università di Sun Yat-sen non aveva intenzione di impiantare gli embrioni “ritoccati” in un utero femminile. Perché allora il loro tentativo deve preoccupare?

Perché non ne capisco la motivazione scientifica o medica. E allora dico che lo scopo era probabilmente la fama mondiale: una motivazione squilibrata per uno scienziato, che spinge a fare passi sconsiderati. Quando furono sviluppate le tecniche di clonazione si disse subito che sarebbe stato inaccettabile clonare un essere umano. Malgrado ciò, alcuni ricercatori ci hanno provato. Mi preoccupa che qualcosa di simile possa acadere con la modifica genetica embrionale.

Perché secondo lei questa tecnica va fermata?

Perché ha una portata spaventosa. Consente di alterare i geni di ogni cellula di un embrione umano, e le modifiche sarebbero trasmesse alle generazioni future. Potrebbero essere modificati geni sani in modo irreversibile. Danni collaterali potrebbero verificarsi su alcuni geni o su tutti. E i risultati si propagherebbero per generazioni. Bisogna chiedersi se “è un rischio tollerabile.

Sarebbe vero anche se la tecnica di editing genetico diventasse più sicura e portasse alla prevenzione di malattie genetiche gravi?  

Prendiamo l’esempio della corea di Huntington, una malattia genetica neurodegenerativa: anche in questo caso, l’editing pone problemi etici. Quando un genitore ha il gene della malattia solo la metà degli embrioni lo erediterà. Con l’editing genetico l’intervento deve essere fatto prima che sia possibile sapere se l’ovulo fecondato ha ereditato il gene di Huntington. Ciò significa che la metà degli embrioni modificati sarebbe stato normale – e il loro Dna sarebbe stato alterato per sempre senza motivo. Per me questo significa che non c’è alcuna applicazione.

Non è strano per uno scienziato dire no a nuova linea di ricerca scientifica?

Questa mia affermazione non tende a smorzare l’entusiasmo per le linee di ricerca genetica sulle cellule non riproduttive, piuttosto chiedo che siano riconosciute le importanti considerazioni sociali ed etiche implicate dall’editing genetico. La comunità scientifica ha l’obbligo di riflettere sulle implicazioni del suo lavoro e di coinvolgere opinione pubblica e autorità nelle discussioni sulla scienza, le sue potenzialità e i suoi limiti. Questo è un raro caso in cui sostengo che una linea non deve essere oltrepassata.

FONTE: Avvenire

Diritto alla vita, procreazione medicalmente assistita, embrione: problemi e interrogativi

A pro-life campaigner holds up a model of a 12-week-old embryo during a protest outside the Marie Stopes clinic in Belfast October 18, 2012. The first private clinic offering abortions opened in Northern Ireland on Thursday, making access to abortion much easier for women in both Northern Ireland and the Republic of Ireland. REUTERS/Cathal McNaughton (NORTHERN IRELAND - Tags: HEALTH SOCIETY RELIGION)

Diritto alla vita: quale riconoscimento

Il diritto alla vita e’ il presupposto fondamentale su cui si innestano tutti gli altri diritti della persona umana. Ciò è talmente evidente e logico che nella Costituzione della Repubblica italiana non esiste una norma che lo preveda espressamente. La Costituzione, infatti, elenca un notevole numero di diritti (il diritto alla libertà personale, alla inviolabilità del domicilio, alla segretezza della corrispondenza; il diritto di circolare liberamente; il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; il diritto di associarsi liberamente, il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa; il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, il diritto di agire in giudizio, il diritto di votare, ecc.), ma nulla dice espressamente sul diritto alla vita. È, tuttavia, indiscutibile che tutelare quegli altri diritti costituisce un implicito riconoscimento del diritto alla vita, che è la base di ogni altro diritto. Tant’è vero che l’art. 27 ult. comma della Costituzione dispone che non è ammessa la pena di morte. Inoltre nella legislazione italiana ordinaria (cioè non di rango costituzionale) esistono norme che tutelano specificamente il diritto alla vita e alla sua integrità: il codice penale, nell’art. 575, punisce gravemente il delitto di omicidio (cioè l’uccisione di un uomo: intesa qui l’espressione “uomo” nel senso generico di “persona umana”, uomo o donna che sia) e punisce altresì, nell’art. 580, il reato di istigazione o aiuto al suicidio;  e il codice civile, nell’art. 5, vieta gli atti di disposizione del proprio corpo  che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica.
Se si esamina poi il diritto internazionale si incontrano due documenti importantissimi che fanno esplicito riferimento al “diritto alla vita”: l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata a New York il 10 dicembre 1948 (“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”), e l’art. 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, approvato a New York il 16 dicembre 1966 (“Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”).
Il concetto di “persona” e la legge 40
Ma le norme giuridiche nulla dicono sul concetto di “persona” e sul momento in cui il frutto del concepimento diventa “persona”. L’art. 1 del codice civile dispone che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita” e che “i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Ciò significa che il concepito può essere titolare di diritti, sia pur condizionati dalla nascita: e ciò anche se, trent’anni fa, la Corte costituzionale, pur riconoscendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, ha affermato che l’embrione “persona deve ancora diventare” (sentenza n. 27/1975).
Da ciò le animate discussioni che hanno preceduto e accompagnato l’emanazione della legge n.40/2004 relativa alla procreazione medicalmente assistita (PMA) e l’appassionato dibattito che i referendum su tale legge hanno innescato.
La PMA è, in sostanza, la fecondazione artificiale, che la predetta legge ammette solo al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana. La legge si preoccupa che in tale operazione vengano assicurati i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito: da ciò il divieto della creazione di embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto (e comunque in numero superiore a tre); il divieto della crioconservazione e della soppressione di embrioni; il divieto della fecondazione eterologa, che priverebbe il concepito della possibilità di conoscere, a suo tempo, uno dei propri genitori; il divieto della clonazione.
Le cellule staminali

I referendum tesero a cancellare questi limiti e a consentire la più ampia libertà di azione e di sperimentazione in questa materia: il che riporterebbe la materia stessa a quella totale assenza di regole (comunemente definita come una sorta di “Far West”) che esisteva prima della emanazione della legge n. 40/2004. La motivazione con cui i referendum sono stati presentati fa appello alla salute della donna, alla sua autodeterminazione, alla possibilità di incrementare in modo risolutivo – attraverso la utilizzazione delle cellule staminali degli embrioni – la cura e il superamento di malattie gravissime come il morbo di Alzheimer o quello di Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori.
Certo, le cellule staminali sono cellule che hanno la proprietà di dare origine ad altre cellule altamente differenziate (nervose, muscolari, ematiche, ecc.) e quindi hanno (attraverso complessi processi biologici) la possibilità di risanare, con cellule nuove e sane, organi umani devastati dalla malattia. Ma ciò che spesso viene taciuto dai sostenitori del referendum è che le cellule staminali ricavabili dagli embrioni sono, sì, totipotenti, ma sono ancora ben lontane dall’offrire risultati sicuri, perché dette cellule staminali possono anche dare origine a tumori, onde gli studiosi prevedono lunghi anni di studi prima di giungere a risultati soddisfacenti: mentre invece sono immediatamente e felicemente utilizzabili le cellule staminali ricavabili dai cordoni ombelicali e dagli adulti (invero si è scoperto che anche gli adulti sono portatori di cellule staminali e che anche tali cellule sono suscettibili di diventare totipotenti). È quindi scorretto presentare l’impiego delle cellule staminali embrionali come rimedio già disponibile per la cura delle predette malattie, e tacere circa la immediata utilizzabilità, ai fini di quella cura, delle cellule staminali ricavate dai cordoni ombelicali e dagli adulti. A ciò si aggiunga che un eminente studioso della materia, il prof. Bruno Dallapiccola, docente di genetica medica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha riferito che in un recente congresso svoltosi in Germania un gruppo di ricercatori viennesi ha comunicato di aver accertato l’esistenza di cellule staminali pluripotenti nel liquido amniotico materno al termine della gravidanza: altra formidabile risorsa alternativa all’utilizzazione dell’embrione per la cura delle gravissime malattie sopra elencate.
Quanto poi alla autodeterminazione e alla salute della donna, deve osservarsi che non esiste un diritto ad aver un figlio ad ogni costo (nel “Far West” abbiamo visto anziane donne, in età da nonna, diventare madri: con quali danni per il figlio è facile immaginare) e che la presenza di un figlio non può e non deve essere ideata e usata come strumento in funzione della salute di un aspirante-genitore.

L’embrione: non una cosa qualsiasi (approfondisci qui)

Il problema del trattamento degli embrioni è un problema drammatico. Si potrà discutere quanto si vuole circa il momento in cui un individuo diventa “persona”. Ma è un fatto incontestabile, risultante dalla scienza, che nel momento in cui si verifica la fusione del gamete maschile (spermatozoo) con il gamete femminile (ovulo), si forma lo zigote (parola che deriva dal greco “zugòn”, che vuol dire “giogo”, “unione”). Esso è una cellula diversa da ciascuna delle cellule originarie, nonché diversa dalla somma  di entrambe. È una entità biologica nuova. Da quel momento tale entità biologica si sviluppa gradualmente, senza salti qualitativi, in un continuum che non è scindibile: essa possiede già il suo completo patrimonio genetico, che la rende unica e insostituibile e che contiene in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno il nuovo essere umano, portatore di una “fisionomia” (esteriore e interiore) inconfondibile. In sostanza: in quel patrimonio genetico (comunemente indicato con la sigla DNA) è inscritto un vero e proprio “progetto”, ben preciso e finalizzato, che già contiene, in potenza, l’essere umano progettato.

Dunque, anche a chi ritenga che l’embrione non possa ancora considerarsi persona, appare evidente che esso non può considerarsi una cosa qualsiasi, oggetto di arbitrarie manipolazioni.

Il Terzo venuto

Certo, è un grande mistero, sul quale il progresso della scienza farà gradualmente luce. Ma fin da oggi siamo in grado di cogliere l’unità di quello sviluppo e di ricavarne delle conseguenze logiche. Oggi io non esisterei se qualcuno avesse distrutto il mio embrione: questa è una certezza indiscutibile. Di fronte a questa certezza, come si può distruggere un embrione senza pensare che si distrugge la premessa di un essere umano unico e irripetibile? Basterebbe il dubbio per dissuadere da un’azione simile.

Io ho esercitato le funzioni di giudice per 43 anni della mia vita; e, come tutti i giudici, nei processi penali ho sempre ispirato le mie decisioni al principio “in dubio pro reo” (“nel dubbio sulla colpevolezza dell’imputato, occorre decidere in senso favorevole all’imputato stesso”). Ora, quand’anche dubitassi che l’embrione non sia ancora un essere umano, il fatto solo che distruggere l’embrione comporta la eliminazione di un futuro essere umano (del quale l’embrione già possiede, in nuce, TUTTE le caratteristiche) dovrebbe trattenermi da quella distruzione; e ciò anche a prescindere dal dibattito su persona o non-persona.

Con vivo apprezzamento ho letto recentemente su La Stampa dell’8 marzo scorso un articolo di Barbara Spinelli che parla del “Terzo venuto” (l’ovulo fecondato). Ricorda che esso non appartiene nè alla madre nè al padre nè al potere scientifico; che ha già un attributo della soggettività giuridica (l’inalienabilità) ed ha una sua radicale alterità. Di fronte a ciò, la Spinelli osserva: “Il Terzo Venuto è talmente un mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto… La domanda su come comportarsi eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza, ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul dover essere”. E più avanti, citando gli onesti dubbi di un teologo moralista, riferisce: “Non so se l’embrione abbia un’anima, ma di certo gli scienziati sospettano l’esistenza d’una persona potenziale… In questo dubbio viviamo, e aggirarlo non ci è permesso. ‘Nel dubbio’ meglio considerare l’embrione come se fosse una persona e non ucciderlo. Difficile esser contrari: fra 50 anni sapremo forse che il dubbio aveva ragion d’essere e si proverà rimorso o dolore, per la facilità con cui si son fatti esperimenti e manipolazioni”. Questa posizione coincide in modo impressionante con ciò che ho detto a proposito del principio “in dubio pro reo”. E mi pare che riveli una profonda sensibilità umana, che ha il coraggio di riconoscere la dimensione del mistero e di rifiutare aridi ragionamenti formalistici.

 

Barbara Spinelli è una scrittrice “laica” valente ed obiettiva: la sua presa di posizione mi pare tanto più apprezzabile di fronte all’enorme battage pubblicitario che il mondo “laico” sta conducendo a favore del “sì” nei quattro referendum che si svolgeranno prossimamente. È chiaro, infatti, che la Spinelli è orientata verso il votare “no” alla richiesta referendaria di abrogazione di alcune parti sostanziali della legge n. 40/2004. E il votare “no” non esclude, ovviamente, che la legge (la quale è tutt’altro che perfetta) sia migliorabile e che pertanto alcune sue disposizioni possano essere in futuro riformate dal Parlamento. Ma altro è un lavoro di riforma portato avanti attraverso il dibattito e il confronto delle idee, e altro è amputare dal corpo della legge alcune frasi essenziali, tagliandole via con la scure del referendum.

(da “Nuovo Progetto”, aprile 2005, pp 8-11)

Coinquilini per la vita

gemelliMano accanto alla mano dell’altro , cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza? Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie  – Perdere un gemello all’alba della vita( Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux.

Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale. Scenari rari, ma che pongono l’accento su chi riesce a nascere dopo una selezione embrionaria o fetale: degli aborti selettivi sono talora fatti solo per ridurre il numero dei feti concepiti e sani ma con la colpa di essere troppi. L’embrione che nasce da una diagnosi preimpianto è frutto di una selezione: qualcuno è rimasto “al palo”. Bayle ci invita a riflettere, partendo dall’illustrazione di numerosi casi clinici e da una ben assortita letteratura scientifica.

Ma come non arrivare alla conseguenza finale? Non è forse tutta l’attuale generazione una generazione disopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Non ci sembra troppo ardito pensare che questo sia uno dei motivi per cui la moderna sociologia descrive la generazione attuale priva di ideali né desideri, ma solo impegnata a soddisfare i desideri parentali dei genitori: in fondo, chi nasce oggi lo può fare non più solo in quanto “c’è”, ma perché “viene accettato” prima di poter nascere per le proprie caratteristiche genetiche (assenza di malattie, di malformazioni più o meno gravi o di predisposizione ad averle, magari sesso maschile o femminile a secondo dei casi). E, scriveva Bayle nel 2003, questo clima culturale «crea l’obbligo per il bambino concepito di essere conforme ai desideri dei genitori e della società». Non a caso la generazione attuale è chiamata in linguaggio sociologico echo – boomers , cioè bambini-eco, bambini-specchio degli ideali dei genitori, concepiti per soddisfare gli ideali irrealizzati della generazione precedente e che non ne hanno di propri.

Chi si avventura nella psicologia e nella bioetica prenatale deve molto a Benoit Bayle, che apre una finestra nuova su questo mondo, tenuto sotto osservazione per i diritti del concepito eliminato, ma che non ha ancora approfondito le ripercussioni del nuovo scenario concezionale su chi arriva a nascere.

Fonte: http://carlobellieni.com/?p=1695

No alla distruzione di embrioni umani. (Papa Francesco)

Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo con gioia e saluto ciascuno di voi presente a questo momento di incontro e di riflessione dedicato alla malattia di Huntington. Ringrazio di cuore tutti coloro che si sono prodigati perché questa giornata potesse avere luogo. Sono grato alla Signora Cattaneo e al Signor Sabine per le loro parole di introduzione. Vorrei estendere il mio saluto a tutte le persone che nel loro corpo e nella loro vita portano i segni di questa malattia, come pure a quanti soffrono per altre patologie cosiddette rare.

So che alcuni di voi hanno dovuto affrontare un viaggio molto lungo e non facile per essere qui oggi. Vi ringrazio e mi rallegro per la vostra presenza. Ho ascoltato le vostre storie e le fatiche che ogni giorno dovete affrontare; ho compreso con quanta tenacia e con quanta dedizione le vostre famiglie, i medici, gli operatori sanitari e i volontari sono al vostro fianco in un cammino che presenta tante salite, alcune molto dure.

Per troppo tempo le paure e le difficoltà che hanno caratterizzato la vita delle persone affette da Huntington hanno creato intorno a loro fraintendimenti, barriere, vere e proprie emarginazioni. In molti casi gli ammalati e loro famiglie hanno vissuto il dramma della vergogna, dell’isolamento, dell’abbandono. Oggi però siamo qui perché vogliamo dire a noi stessi e a tutto il mondo: “HIDDEN NO MORE”, “OCULTA NUNCA MAS”, “MAI PIU’ NASCOSTA”! Non si tratta semplicemente di uno slogan, bensì di un impegno che ci deve vedere tutti protagonisti. La forza e la convinzione con cui pronunciamo queste parole derivano proprio da quanto Gesù stesso ci ha insegnato. Durante il suo ministero, Egli ha incontrato tanti ammalati, si è fatto carico delle loro sofferenze, ha abbattuto i muri dello stigma e della emarginazione che impedivano a tanti di loro di sentirsi rispettati e amati. Per Gesù la malattia non è mai stata ostacolo per incontrare l’uomo, anzi, il contrario. Egli ci ha insegnato che la persona umana è sempre preziosa, sempre dotata di una dignità che niente e nessuno può cancellare, nemmeno la malattia. La fragilità non è un male. E la malattia, che della fragilità è espressione, non può e non deve farci dimenticare che agli occhi di Dio il nostro valore rimane sempre inestimabile.
Anche la malattia può essere occasione di incontro, di condivisione, di solidarietà. Gli ammalati che incontravano Gesù venivano rigenerati anzitutto da questa consapevolezza. Si sentivano ascoltati, rispettati, amati. Nessuno di voi si senta mai solo, nessuno si senta un peso, nessuno senta il bisogno di fuggire. Voi siete preziosi agli occhi di Dio, siete preziosi agli occhi della Chiesa!

Mi rivolgo ora alle famiglie. Chi vive la malattia di Huntington sa che nessuno può davvero superare la solitudine e la disperazione se non ha accanto a sé delle persone che con abnegazione e costanza si fanno “compagne di viaggio”. Voi siete tutto questo: padri, madri, mariti, mogli, figli, fratelli e sorelle che quotidianamente, in modo silenzioso ma efficace, accompagnano in questo duro cammino i propri familiari. Anche per voi talvolta la strada è in salita. Per questo incoraggio anche voi a non sentirvi soli; a non cedere alla tentazione del senso di vergogna e di colpa. La famiglia è luogo privilegiato di vita e di dignità, e voi potete cooperare a costruire quella rete di solidarietà e di aiuto che solo la famiglia è in grado di garantire e che essa per prima è chiamata a vivere.
E mi rivolgo a voi, medici, operatori sanitari, volontari delle associazioni che si occupano della malattia di Huntington e di chi ne è affetto. Tra voi ci sono anche gli operatori dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, che, sia con l’assistenza sia con la ricerca, esprimono il contributo di un’opera della Santa Sede in questo ambito così importante. Il servizio di tutti voi è prezioso, perché è certamente dal vostro impegno e dalla vostra iniziativa che prende forma in modo concreto la speranza e lo slancio delle famiglie che si affidano a voi. Le sfide diagnostiche, terapeutiche e assistenziali che la malattia propone sono tante. Che il Signore possa benedire il vostro lavoro: possiate essere punto di riferimento per i pazienti e i loro familiari, che in diverse circostanze si trovano a dover affrontare le già dure prove che la malattia comporta, in un contesto socio-sanitario che spesso non è a misura della dignità della persona umana. Così però le difficoltà si moltiplicano. Alla malattia spesso si aggiungono la povertà, le separazioni forzate e un generale senso di smarrimento e di sfiducia. Perciò le associazioni e le agenzie nazionali e internazionali sono vitali. Siete come braccia che Dio usa per seminare speranza. Siete voce che queste persone hanno per rivendicare i loro diritti!

Infine, sono qui presenti genetisti e scienziati che da tempo, senza lesinare energie, si dedicano allo studio e alla ricerca di una terapia per la malattia di Huntington. È evidente che sul vostro lavoro c’è uno sguardo carico di attesa: dai vostri sforzi dipende la speranza di poter trovare la via per la guarigione definitiva dalla malattia, ma anche per il miglioramento delle condizioni di vita di questi fratelli e per l’accompagnamento, soprattutto nelle delicate fasi della diagnosi, di fronte all’insorgenza dei primi sintomi. Che il Signore benedica il vostro impegno! Vi incoraggio a perseguirlo sempre con mezzi che non contribuiscono ad alimentare quella “cultura dello scarto” che talora si insinua anche nel mondo della ricerca scientifica. Alcuni filoni di ricerca, infatti, utilizzano embrioni umani causando inevitabilmente la loro distruzione. Ma sappiamo che Fratelli e sorelle, come vedete siete una comunità numerosa e motivata. La vita di ciascuno di voi, sia di chi è direttamente segnato dalla malattia di Huntington sia di chi si impegna quotidianamente ad affiancarsi al dolore e alla fatica degli ammalati, possa essere testimonianza viva della speranza che Cristo ci ha donato. Anche attraverso la sofferenza passa una strada feconda di bene che possiamo percorrere insieme.
Grazie a tutti! Il Signore vi benedica, e per favore, non dimenticatevi di pregare per me, come io pregherò per voi. Grazie.
Papa Francesco

Dna di tre genitori si moltiplicano i dubbi scientifici

Gli standard per uno shampoo sembrano più rigorosi : e’ il sarcastico commento di Ted Morrow, biologo evolutivo dell’Università inglese del Sussex, a Brighton, riportato sulla prestigiosa rivista Nature in un recente, ampio articolo su rischi e dubbi a proposito della tecnica di manipolazione genetica da poco consentita in Gran Bretagna, quella degli embrioni con “tre genitori” («I rischi nascosti per i bambini di “tre persone” »). I fatti sono noti ai lettori di Avvenire: dopo alcuni anni di discussione l’Hfea, authority inglese per l’embriologia umana, ha dato il via libera alla possibilità di generare embrioni con il Dna di tre persone. Un uomo e due donne, precisamente, una delle quali contribuisce alla maggior parte del patrimonio genetico del nascituro con il Dna contenuto nel nucleo dei propri ovociti, e l’altra con il Dna di minuscoli organelli cellulari fuori dal nucleo, chiamati mitocondri, che hanno la funzione di fornire energia alla cellula. Alcune anomalie del Dna dei mitocondri sono collegate a importanti patologie incurabili, e con questa tecnica si vorrebbero sostituire, fin dal concepimento, i mitocondri anomali di una donna con quelli sani di un’altra. Si parla al femminile perché i maschi non trasmettono questo tipo di patrimonio genetico. I sostenitori della tecnica affermano che il contributo del Dna mitocondriale è minimo rispetto a quello del nucleo: quest’ultimo contiene 20mila geni che decidono, fra l’altro, i caratteri somatici della persona, mentre il genoma mitocondriale ne ha solo 37. Un contributo residuale e “neutro” che può essere “scambiato” fra due individui della stessa specie, sostituendo mitocondri geneticamente difettosi con altri sani (quando lo si è provato a fare combinando mitocondri animali e genoma nucleare umano, formando le cosiddette “chimere” l’esperimento autorizzato dall’Hfea è miseramente fallito). Ma nell’articolo tante sono le obiezioni preoccupate degli esperti: innanzitutto si osserva che se il Dna mitocondriale è trascurabile come numero di geni rispetto a quello nucleare, una cellula ha però migliaia di copie del genoma dei mitocondri, mentre in ogni cellula il Dna del nucleo ne ha due, una del padre e una della madre. Ma soprattutto dagli esperimenti sugli animali emerge una profonda interazione fra genoma nucleare e mitocondriale all’interno della stessa cellula: è evidente una robusta rete di comunicazione fra loro, considerando anche che circa 1.500 geni del Dna nucleare sono coinvolti nella funzione mitocondriale, e 76 di questi codificano proteine importanti. Secondo alcuni studiosi la possibilità di forme complesse di vita «dipendono da un insieme coordinato di interazioni strette fra i due tipi di genomi», risultato di un lunghissimo processo evolutivo che le ha raffinate. Si temono quindi gli effetti della distruzione di questa comunicazione, che avviene quando la manipolazione genetica di gameti o embrioni combina Dna mitocondriale e nucleare di due donne diverse. Sostenitori e contrari della procedura sono concordi nel riconoscere che non c’è certezza su cosa accadrà in futuro, negli individui… (LEGGI QUI)
Assuntina  Morresi – Avvenire

Le ragioni della vita

abbraccio-ritratto-wTutte le informazioni che la scienza ci mette a disposizione mostrano che la vita di ogni uomo prende il via con il concepimento. Anche sotto il profilo giuridico e filosofico l’embrione e’ un essere umano e va tutelato. Qualche argomento in sintesi.

Aborto, fecondazione artificiale, uso di embrioni umani come cavie di laboratorio, clonazione: la guerra contro la vita concepita si è fatta in questi sempre più aspra. Una guerra silenziosa, invisibile, spesso dimenticata, consumata nell’indifferenza generale. Chiunque fra noi – viaggiando la mattina sul treno, diretto al proprio lavoro – provasse a difendere il diritto alla vita di un cucciolo d’animale avrebbe il plauso e l’approvazione di tutti i suoi interlocutori; ma se il cucciolo fosse d’uomo, magari un embrione di poche settimane, allora un muro di disapprovazione circonderebbe il nostro incauto viaggiatore. Questa è la cifra della società in cui viviamo: condanna alla gogna chi abbandona il proprio cane, mentre “rispetta” la libertà di chi si sbarazza del proprio figlio concepito.

Il lupo e l’agnello

Il divieto di uccidere l’innocente è da sempre uno dei capisaldi della morale naturale: come è possibile che oggi questo elementare precetto etico sia sistematicamente violato senza provocare alcun tipo di reazione? Siamo di fronte a una strategia molto sofisticata, attuata attraverso gli strumenti che plasmano l’opinione pubblica – giornali, radio e Tv, partiti politici, agenzie culturali – per rendere “digeribile” all’uomo della strada l’uccisione volontaria di un bambino non ancora nato.

Occorre una scusa, un pretesto che trasformi un atto riprovevole in un gesto privo di significato morale, o addirittura buono. Torna in mente la celebre favola latina del lupo e dell’agnello. Il predatore cerca a tutti i costi un appiglio cui attaccarsi per legittimare il suo progetto omicida: “mi sporchi l’acqua del ruscello”; “tuo padre ha offeso il mio”. L’esito della storia è scontato, e alla fine, nonostante nessun argomento stia in piedi, il lupo si mangia il povero agnello. È la medesima fine cui è condannato spesso l’embrione umano, il quale è talmente indifeso che potrebbe essere toto dì mezzo senza ricorrere a pretesti pelosi: ma tant’è, l’uomo ha bisogno di autoassolversi quando compie il male.

La strategia di giustificazione dell’aborto ha un peso determinante anche nei confronti della donna, che viene sospinta verso il tragico gesto da una mentalità abortista diffusa, divenendo essa stessa vittima di una cultura della menzogna. Molte donne che hanno abortito resesi conto di ciò che hanno tatto, non riescono a perdonare chi le ha ingannate tacendo la vera identità umana del nascituro.

Il profilo biologico

Dentro questa strategia, ha un ruolo decisivo l’incessante lavoro di disinformatzja per convincere la gente che la vita umana inizia in un momento diverso dal concepimento. Sì tratta di un punto che potrebbe essere liquidato con poche, chiare parole, dal momento che la questione e molto semplice: gli esseri viventi appartenenti al regno animale iniziano ad esistere dopo che l’unione tra i gameti maschile e femminile ha originato un nuovo essere, dotato di un patrimonio genetico autonomo e caratteristico.

Nulla è più eloquente della realtà. Ma poiché il ‘900 ha visto sistematicamente prevalere le ideologie sui fatti – con i disastri che tutti conoscono -, anche in questo campo si sono scatenate le olimpiadi delle questioni di lana caprina.

Obiettivo: dimostrare che la vita umana inizia in un momento successivo alla fecondazione. Non è qui possibile dare conto di tutte le argomentazioni, anche le più fantasiose, gettate sul tappeto per convincere l’opinione pubblica che la vita inizia dopo il concepimento: basti dire, tanto per rendere l’idea della confusione, che nel 1988 è uscito negli Stati Uniti un libro intitolato When did I begin? (Quando comincio io), in cui si sostiene che ognuno di noi “esiste” a partire dai 14 giorni dopo la fecondazione.

L’autore, Norman Ford, è un salesiano rettore di un collegio teologico cattolico. I mass media si gettarono a pesce sull’opportunità di attribuire a un sacerdote una simile interpretazione: poco importa che un genetista di fama mondiale come Angelo Serra smontasse in tre mosse il castello di sabbia costruito da Ford. Purtroppo, vale nel campo delle opinioni la legge di Gresham; la moneta cattiva scaccia quella buona.

In definitiva:

a. Tutte le informazioni che la scienza ci mette a disposizione concorrono a mostrare che la vita di ogni uomo prende il via con il concepimento.

b. Se d’altra parte così non fosse, basterebbe domandarsi chi o che cosa è l’embrione umano nel periodo che intercorre fra la fecondazione e il 14° giorno, o il terzo mese: un vegetale? una coltura batterica? un minerale?

c. Dal punto di vista biologico, le caratteristiche somatiche di ciascuno di noi sono inscritte nel nostro patrimonio genetico sin da quei primissimi istanti: io, e nessun altro, è stato per nove mesi quel determinato embrione. Per sfuggire a questa verità elementare occorre negare i fondamenti della ragione umana, a cominciare dal principio di non contraddizione.

d. Per riconoscere quanto abbiamo appena scritto, non occorre attingere al deposito della fede o alla rivelazione, ma alla semplice ragione, così come per affermare che il pianeta Terra ha un satellite e Giove ne ha dodici.

Il profilo filosofico

Oggi sta diventando sempre più difficile negare che l’embrione subito dopo la fecondazione sia un essere vivente appartenente alla specie homo sapiens. Un embrione di due mesi, anche se down o focomelico, impone la sua invincibile umanità attraverso lo schermo dell’ecografo. Si è allora verificata una controffensiva su tre diversi piani, che possono essere riassunti con le seguenti affermazioni:

a. D’accordo, il concepito è un essere umano, ma non è una persona perché sprovvisto delle capacità superiori tipiche dell’uomo adulto.

È facile rispondere che il concepito è ontologicamente titolare di tutte le funzioni superiori, nonostante non sia ancora in grado di manifestarle pienamente; e forse le manifesterà in modo incompleto o non riuscirà mai a comunicarle, a causa di una patologia. Ma ciò non toglie che egli sia uomo, pienamente e già in atto. Nessuno poteva prevedere, osservandolo due giorni dopo il suo concepimento, che padre Norman Ford sarebbe divenuto un salesiano e avrebbe scritto un pessimo libro; si poteva pensare sarebbe diventato un cantante rock, o un astronauta, o un idraulico. Salesiano non lo era ancora; uomo, sì. Anche un neonato è incapace di moltissime “facoltà superiori”; un malato di Alzhaimer le perde a poco a poco; e ognuno di noi è un incapace grave di fronte alle conoscenze nel campo della fisica di Albert Einstein. Ma abbiamo tutti una cosa in comune con l’embrione e con Einstein: siamo uomini.

Senza dimenticare che la scienza stessa ci sta svelando un mondo di comunicazioni, di gesti, di gioie e di sofferenze vissute ed espresse dal nascituro nei confronti della madre (e viceversa) che superano la nostra stessa immaginazione, rivelando l’esistenza di “facoltà Superiori” che, una volta nati, perdiamo irreparabilmente essendo proprie solo dell’età gestazionale.

b. D’accordo, il concepito e un essere umano, ma da un fatto scientifico non può essere dedotto alcun principio morale, e chi pretende di farlo opera una riduzione dell’uomo a/la sua materia biologica.

L’osservazione della realtà non mi dice ancora dove stia il bene o il male, ma è il presupposto per poter agire moralmente: viaggiando in auto nella nebbia, devo distinguere se l’ombra che intravedo è un uomo ferito o un sacco di stracci, e nel dubbio mi fermo. Il principio morale non nasce dai miei occhi che vedono, ma senza l’osservazione e il riconoscimento della realtà mi è impossibile agire secondo verità. Con l’embrione è la medesima cosa.

c. D’accordo, il concepito è un essere umano, ma può essere soppresso.

Penso non siano necessari commenti a questa massima espressione di disumano cinismo. Essa tuttavia spiega senza giri di parole ciò che è avvenuto in questi anni nei nostri parlamenti e ci introduce al terreno più scottante dell’intera materia, quello giuridico.

Il profilo giuridico

Anche una volta ammessa l’umanità del concepito, e il suo essere di conseguenza persona, l’abortismo non demorde: sposta la sua battaglia sul terreno del diritto, e afferma che il legislatore può scientemente stabilire dei “paletti convenzionali”, cioè può fingere che la vita umana inizi al 90° giorno, o al 120°, o quando il nascituro diventa capace di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Un vero capolavoro di ipocrisia, che attribuisce al diritto capacità magiche: non è più la realtà delle cose a informare le scelte del legislatore, ma e il legislatore a costruire una realtà parallela e alternativa a quella vera. Caligola fece senatore un cavallo, e avrebbe potuto anche “fare” cavallo un senatore; così la legge trasforma un uomo concepito in un oggetto di proprietà della madre o dello scienziato. Come si vede, alla fine viene trovato il modo di saltare a piè pari tutto il dibattito sull’inizio della vita umana – che è comunque servito a narcotizzare le coscienze – invocando altri punti geometrici di riferimento; la prevenzione della clandestinità, la libertà di scelta della donna, il “bene” del figlio handicappato.

Insomma, il meccanismo è semplice; offuscare la visione del concepito, ridurlo a cosa, ma affermare alla fine che è giusto e doveroso sopprimerlo anche se fosse un uomo. Grande è il lavoro che ci attende per dare voce alla verità. A cominciare dallo scompartimento ferroviario dove ogni mattina incontriamo il mondo.

AA.VV. Identità e statuto dell’embrione umano, Libreria Editrice Vaticana1 Città del Vaticano 1998.

AA.VV. Fecondazione extracorporea: pro o contro l’uomo?, Gribaudi, Milano 2001. Claudia Cimino, Risonanze di Coppia – La personalità in embrione, Due Sorgenti, Roma 2001.

Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Edizioni Ares, Milano 1991. Mario Palmaro, Ma questo è un uomo, San Paolo, Cinisello B.mo (Ml) 1998.

Evangelium vitae

Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli “che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita”. (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 28)

“… nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di “interruzione della gravidanza”, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”. (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 58)

di Mario Palmaro © Il Timone – n. 15 Settembre/Ottobre 2000

Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile

Little boy“Il libro che state per leggere ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti.” Esordisce Claudio Risé nella Prefazione al libro di Antonello Vanni. “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”.

Antonello Vanni, educatore e docente di Lettere, perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica di Milano, è un esperto del padre. Ha approfondito i temi della responsabilità e della tutela della vita umana ne Il padre e la vita nascente (Nastro 2004). Ha curato la documentazione scientifica del libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita di Claudio Risé (San Paolo 2007). Ha insegnato presso la facoltà di Bioetica dell’Ateneo Regina Apostolorum di Roma e presso l’Istituto per ricerche e attività educative di Napoli sul tema “adolescenti, media e droga”. Nel 2009 ha pubblicato il libro Adolescenti tra dipendenze e libertà. Manuale di prevenzione per genitori, educatori e insegnanti (San Paolo).

L’autore fa uno “scavo pioneristico” dentro la figura paterna, quasi completamente dismessa soprattutto quando si tratta di IVG e dintorni, che vale la pena percorrere. Dalla curiosità per questa opera nuova, nasce l’intervista all’autore.

Come, quando e perché è nata l’idea di questo libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” edito da San Paolo Ed.?

Antonello Vanni: Da anni svolgo un’attività di ricerca personale sulla figura paterna nelle sue dimensioni più legate all’educazione e crescita dei figli, ricerca che si è poi espressa nel mio libro “Padri presenti figli felici. Come essere padri migliori per crescere figli sereni” (San Paolo Ed., 2011) giunto alla seconda edizione e pubblicato anche in altre lingue. Durante questa ricerca mi sono reso conto di quanto sia dimenticata, anche negli ormai numerosi libri sulla paternità, la relazione tra il padre e la vita dei figli nella sua primissima fase, quella dell’origine della vita stessa. A questo tema ho dedicato nel 2004 una pubblicazione “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (F. Nastro Ed.) in cui ho posto alcune basi per la mia riflessione successiva sul tema, fornendo inoltre delle proposte concrete ai Cav, ai giovani del MPV, a chi si occupa di corsi di preparazione al matrimonio, e agli studiosi di Bioetica, per favorire l’avvicinamento tra padre e vita concepita. In questo nuovo libro, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (vedi http://www.antonello-vanni.it  ), sono partito da quelle basi per esplorare ulteriormente, a tutto tondo, e sulla scorta di ricerche scientifiche internazionali aggiornate, gli aspetti che costituiscono il tema della relazione tra il padre e il destino della vita del figlio cui l’uomo stesso ha dato origine.

Quali sono le domande a cui hai voluto rispondere scrivendo “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Prima di tutto va detto che, dal punto di vista dell’indagine scientifica, per affrontare la relazione tra figura maschile e aborto, è stato necessario ampliare lo sguardo e superare la prospettiva limitata di una legge o di uno slogan. Infatti, nel momento in cui si esamina questa realtà si incontra uno scenario umano estremamente vario che chiama in causa anche la coscienza, la rappresentazione della vita e della sessualità nella nostra società, la responsabilità politica e dei media, l’educazione delle nuove generazioni.

Ci troviamo infatti davanti a numerosi interrogativi. Come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati? E queste sono solo alcune delle domande possibili su un problema che merita di essere esplorato in tutta la sua complessità, evidente anche nei tanti casi di cronaca, che ho presentato nel volume.

Cos’hai scoperto, in quanto autore, scrivendo questo libro “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Ho scoperto quanto sia gravemente superficiale e carente la visione che l’opinione pubblica, i media e la ricerca hanno del mondo maschile, sopratutto quando si parla della sua posizione rispetto alla vita o all’aborto. In genere si va dall’indifferenza alla visione ideologica che, sulla scorta di pregiudizi ormai vecchi di decenni, propone una figura maschile inetta, disinteressata alla vita, irresponsabile, capace solo di spingere la donna all’aborto o di andarsene, lasciando la donna incinta sola nel prendere decisioni importanti. Intendiamoci: tutto questo ha un fondo di verità, ma è solo una parte, molto limitata, di una realtà ben più complessa. Complessità che, va sottolineato, è rimasta e rimane invisibile proprio perché pregiudizi e visione ideologica hanno paralizzato un’indagine scientifica obiettiva e ad ampio raggio: basti pensare che del padre, nelle Relazioni ministeriali sull’applicazione della legge 194/78, non se ne parla mai. Per sopperire a questa carenza ho appunto scritto “Lui e l’aborto” in cui sono descritte e discusse dinamiche più articolate e quindi più interessanti per chi vuole riflettere con serietà su questi argomenti.

E che cosa hai scoperto tu, come uomo, in questo libro che ha come sottotitolo “Viaggio nel cuore maschile”?

Antonello Vanni: Da un lato mi sono interrogato, con inquietudine, sui motivi del silenzio maschile sui temi della vita, sul perché dell’assenza di una posizione forte e a voce alta degli uomini rispetto alla legislazione dell’aborto che del resto è stata votata da un parlamento maschile, forse sull’onda di un determinato contesto politico e ideologico. Dall’altro mi sono confortato scoprendo che molti studiosi uomini si sono occupati e si occupano di questi temi ad un alto livello scientifico, che tanti giovani uomini si danno da fare ogni giorno nei centri di aiuto alla vita per aiutare le donne in difficoltà salvando i loro bambini dalla morte. Di grande importanza poi è il fatto che esiste un grande numero di uomini che letteralmente si ribellano all’aborto, in forma personale o in forma più pubblica come nel caso dei giovani del MPV che nel loro “Manifesto sulla 194: generazioni che non l’hanno votata, generazioni che l’hanno subita” hanno dichiarato apertamente il loro dissenso su una scelta fatta dalle generazioni precedenti e sulla quale non sono affatto d’accordo. Si tratta ora di capire come raggiungere e stimolare ulteriormente l’attenzione maschile verso una posizione più consapevole, responsabile e partecipata rispetto al tema della difesa della vita. Su questa possibilità, che in altri Paesi è già realtà, nel mio libro sono indicate diverse strategie. Mi piacerebbe condividerle con voi del Movimento per la vita poiché credo fermamente che con iniziative in questa direzione si potrebbero salvare tanti bambini in più da una morte orribile e disumana.

Puoi farci un esempio di strategie svolte in altri Paesi per sensibilizzare l’uomo verso la difesa della vita concepita?

Antonello Vanni: Ad esempio, da alcuni mesi sulle strade di alcuni stati negli USA sono stati collocati enormi cartelli, come forma di campagna pubblicitaria, con lo slogan Fatherhood begins in the womb (La paternità inizia dal grembo della madre). Nelle immagini di questi cartelli si vedono foto di uomini che baciano il pancione della loro donna incinta (vedi www.toomanyaborted.com). Questa campagna mediatica è stata proposta dall’organizzazione prolife Radiance Foundation che a partire dalla Virginia sta portando le sue comunicazioni ora anche in New Jersey e in California. Secondo la Radiance Foundation l’idea è sconfiggere l’aborto rimettendo in discussione, con uno sguardo critico, il caso Roe vs Wade che dal 1973 ha aperto le porte all’aborto negli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questo caso fu proprio l’esclusione della figura maschile e paterna dalle decisioni riguardanti la vita del figlio in caso di scelta abortiva, fatto che sarà presente in tutte le legislazioni occidentali sull’aborto da lì in avanti. Questa esclusione avrà e ha tuttora un grave effetto diseducativo sulle generazioni maschili che si sono succedute, cresciute quindi senza consapevolezza del valore della paternità, fatta di responsabilità e cura per la vita generata. Tra l’altro la Radiance Foundation fa notare la stretta correlazione tra paternità assente e aborto: di tutti gli aborti che vengono effettuati ogni anno negli Usa l’84% avviene tra coppie non stabili in cui l’uomo ha abbandonato la donna incinta. Scardinando perciò i corollari del caso Roe vs Wade, la campagna Fatherhood begins in the womb della Radiance vuole richiamare gli uomini alla responsabilità affettuosa verso la vita nascente nella loro donna, oltre che sottolineare l’inadeguatezza delle leggi abortiste che escludendo la figura paterna hanno condannato a morte milioni di bambini privandoli, in un modo o nell’altro, della difesa responsabile dei loro padri. Del resto lo aveva già detto Giovanni Paolo II: “Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio l’uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre” (Familiaris Consortio, 1981).

Le leggi abortiste, e in Italia la legge 194/78, hanno eliminato il padre dal processo decisionale dell’aborto a meno che la madre non lo voglia. Quindi un uomo può essere padre anche senza saperlo e una donna può abortire un figlio senza dirlo al padre. Dove sono le “pari opportunità”?

Antonello Vanni: Ciò che dici è un dato di fatto: la legge italiana sull’aborto ha liquidato la figura maschile e paterna. Nonostante i buoni propositi espressi nell’art. 5 della legge 194/78, infatti, il coinvolgimento del padre nella scelta abortiva è nullo: l’uomo non ha il diritto di essere informato, non è richiesto il suo consenso, non ha voce in capitolo sulla vita o sulla morte del bambino. Siamo quindi molto lontani dal concetto oggi tanto in voga di “pari opportunità”, tanto che già negli anni immediatamente successivi al 1978 alcuni tribunali espressero molti dubbi sulla legittimità costituzionale di questa norma pregiudicante il diritto alla paternità del genitore e il principio di uguaglianza dei coniugi sancito dalla Costituzione. Non solo: molti esperti di giurisprudenza sottolinearono l’incomprensibilità di una legge che da un lato aspira a valorizzare ogni intervento capace di favorire la maternità e la vita del bambino, mentre dall’altro esclude un contributo, come quello del padre, che può essere decisivo anche in senso positivo. Tutte queste riflessioni non servirono e ancora oggi l’uomo è completamente escluso dalla procedura abortiva.

Molti padri però sono la causa degli aborti delle loro mogli o compagne, quindi forse la legge voleva proteggere la scelta della donna per la vita….

 Antonello Vanni: Alla luce dei fatti seguiti alla legge 194/78 ritengo che le cose stiano diversamente. Le leggi abortiste, espressione del tremendo potere biopolitico avviato dai totalitarismi, hanno un fine ben diverso da quello che tu proponi. Il loro obiettivo non è proteggere, ma dominare e eventualmente distruggere la vita, tanto è vero che è palese la contraddizione tra il titolo della legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità…” e i suoi risultati: un’ecatombe pari (solo in Italia) allo sterminio del popolo ebraico in Europa e con mezzi altrettanto efferati. Non mi pare proprio che la maternità sia stata tutelata… Non solo: leggendo le varie Relazioni ministeriali sull’applicazione di questa legge si nota che le leggi abortiste condividono con lo stile del biopotere totalitario anche la manipolazione linguistica, finalizzata a nascondere il volto autentico della vita umana: se la figura paterna venne “abrogata” con la legge 194, non diverso fu il destino della parola padre, gradualmente erosa e poi cancellata insieme alla forza affettiva, relazionale e antropologica che possiede. Già ridotta a padre dello zigote dai promotori della campagna in favore dell’aborto, la parola comparve quattro volte sotto forma di padre del concepito nei testi relativi alla Legge 194 per poi scomparire del tutto insieme alle altrettanto sfortunate parole marito, e, nota bene, di moglie e madre. Ma perché eliminare queste parole? Anche in questo caso l’obiettivo sembra essere stato quello di privare di dignità e pienezza le figure coinvolte nell’aborto: cancellando le parole padre e madre è stato più semplice poi togliere di mezzo quella di figlio che infatti è stata sostituita anch’essa: con la più tecnica, e quindi più facilmente aggredibile nella sua mancanza di umanità, concepito.

L’aborto interrompe nella donna una capacità esistenziale che difficilmente sarà recuperata: quella di essere madre. Per quanto riguarda l’uomo si può parlare di “paternità interrotta”?

Antonello Vanni:Senz’altro: le ricerche dimostrano che nell’uomo esiste una reazione negativa all’aborto simile a quella riscontrata nella donna. Questa sofferenza è stata definita trauma post abortivo maschile (Male Postabortion Trauma): si tratta di una reazione a catena che erode l’identità personale maschile, da un lato minandone l’autostima (“non valgo nulla perché non ho saputo impedirlo”) dall’altro soffocandola con il senso di colpa e il rimorso che ne deriva (“è colpa mia, l’ho voluto io, sono un assassino e devo pagare”). Non solo: in questo processo psicologico viene inflitto un grave colpo anche alla maturazione di una compiuta identità di genere. Infatti, per il maschio, partecipare al concepimento di un figlio significa vivere il nucleo centrale della virilità, dell’essere davvero uomini: la capacità, intesa anche come forza e potenza, di avviare il processo vitale di un altro essere umano. L’aborto vanifica brutalmente questa esperienza interrompendo, spesso in modo definitivo, il passaggio alla maturità: “e quindi io non sono/non sarò mai un uomo, né un buon padre”.

Come si manifesta il trauma post abortivo maschile?

Antonello Vanni: Sintomi del trauma post abortivo maschile sono molti e si manifestano negli uomini in modo diverso, spesso in relazione al ruolo che hanno avuto nella scelta abortiva: ad esempio, i padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso di impotenza. Gli psicologi, che hanno raccolto interi dossier di testimonianze maschili e svolgono un’opera terapeutica per curare questi uomini, hanno diviso tali sintomi in precise categorie per studiare e capire meglio le dinamiche psicologiche causate dall’aborto nel maschio. Sono stati così identificate sofferenze psicologiche, talvolta gravi, correlate alla rabbia e all’aggressività, all’impotenza e all’incapacità di reagire, al senso di colpa, all’ansia, ai problemi di relazione, al lutto causato dalla perdita.

www.zenit.org Elisabetta Pittino

Difendere la famiglia e la vita non è un “atto confessionale”, ma di ragione

Difendere la famiglia formata da un uomo e da una donna non è un atto confessionale. Quando parliamo di temi etici noi non intendiamo imporre la nostra visione di fede! La contraddizione non è fra scienza e fede, ma fra scienza onesta e scienza disonesta, scienza libera e scienza non libera! 

Basandoci su dati scientifici e utilizzando il ragionamento, affermiamo che l’umanità è fatta in modo tale che l’unione dell’uomo e della donna dia origine ad una vita umana, la scienza ci dice che la cellula umana possiede 46 cromosomi (…) in tutto il corpo umano, dalla testa ai piedi, dal cervello al calcagno, dal cuore al fegato, noi invariabilmente troviamo cellule che sempre possiedono 46 cromosomi.

Solo in due parti del corpo umano maschile e femminile con stupore troviamo cellule dotate di 23 cromosomi. Sono le cellule prodotte dai rispettivi organi genitali, maschile e femminile, chiamate spermatozoo e ovulo.

Non è legittimo pensare che quelle cellule siano destinate ad unirsi per formare la cellula umana e così dare origine ad una nuova vita umana?

Pensare pertanto di far nascere la vita umana in maniera diversa rispetto a quanto è oggettivamente detto e scritto nel libro della vita umana è come pretendere di modificare l’occhio che è destinato alla vista per farlo diventare organo per mangiare o per sentire.

 Non si può perché il progetto umanità non lo consente, e se lo facciamo produciamo una violenza che certamente produrrà una grave lesione alla umanità del soggetto in causa. In merito alla considerazione secondo cui la vita nasce dal concepimento, il Rapporto della Commissione di inchiesta sulla Fecondazione ed Embriologia del Regno Unito, noto come rapporto Warnock (luglio 1984), dichiarò a suo tempo con onestà scientifica: “Una volta che il processo di sviluppo dell’embrione è iniziato, non c’è stadio particolare di questo processo che sia più importante di un altro”.

E’ quindi evidente che con il concepimento nasce un nuovo essere umano: ciò non si può negare scientificamente!
O l’uomo c’è fin dall’inizio, oppure l’uomo non c’è mai. (…) Non esiste un momento di sviluppo paragonabile ad un salto verso l’umanità. Il salto verso l’umanità è il momento del concepimento, con lealtà scientifica dobbiamo riconoscere che l’aborto, è uccisione volontaria di un essere umano.

Angelo Comastri

Aggiungiamo che per completezza va ricordato che anche per chi avesse commesso un aborto o collaborato a commetterlo c’è speranza di perdono e di una vita nuova rimediando al male e agli errori fatti, come fanno tante persone che da un male passato hanno scelto di rimediare impegnandosi nel bene.

Gesù concepito: vero uomo e vero Dio (Mario Palmaro)

Dio irrompe nella storia con la delicatezza di un piccolo embrione d’uomo che bussa al cuore di una giovane donna dl Nazareth. Una verità della fede che non mortifica la ragione ma che la aiuta a riconoscere la dignità dl ogni concepito.

Forse non siamo abituati a pensarci. Ma il grande mistero dell’Incarnazione di Dio getta una luce sfolgorante sulla stupefacente realtà della vita umana prima della nascita. Non occorrono straordinarie competenze teologiche per accorgersi che la strada scelta da Dio per farsi uomo passa concretamente, realmente attraverso ogni fase della nostra vita. Gesù è stato un tenero bambino nella mangiatoia della stalla di Betlemme; un ragazzo abile e sveglio nel tener testa ai dottori del tempio; un giovane vigoroso nella bottega di Giuseppe; è stato, in una parola, l’uomo perfetto. Egli ha attraversato ogni età della vita non come un fantasma, o come un simulacro di umanità, ma come vero Dio fatto vero uomo in tutto, fuorché nel peccato.
Poiché tutto ciò è realmente accaduto, allora non rimane che riconoscere che Gesù di Nazereth è stato anche, per nove mesi della sua vita, un uomo concepito. Lo è stato attraversando tutte quelle fasi dello sviluppo embrionale, necessarie alla crescita organica di ognuno di noi, e che continueranno a essere la strada obbligata per ogni uomo che si affaccia alla vita.

Una mortificazione per la ragione?

Se contempliamo Gesù concepito ci accorgiamo che egli, prima ancora di iniziare la sua vita pubblica e la sua predicazione, di compiere miracoli e di consolare le folle, di morire in croce e risorgere; prima di tutte queste cose egli già ci parla silenziosamente. E ci comunica la straordinaria dignità che ogni concepito d’uomo porta impressa su di sé. Quasi un sigillo regale che l’uomo contiene nella sua stessa natura, non a partire dalla nascita, ma dal momento stesso in cui è chiamato misteriosamente alla vita, nell’intimità del grembo materno. Qualcuno potrebbe ravvisare in questo discorso un che di offensivo per la ragione, potrebbe addirittura pensare che la dignità del concepito sia un dogma delta fede cattolica, una verità rivelata comprensibile soltanto agli occhi del credente. Nulla di più lontano dalla realtà. L’embrione merita di essere trattato con rispetto innanzitutto perché è un uomo, e come tale partecipa delta sua dignità e dei suoi diritti naturali. La ragione umana non ha bisogno, in questo riconoscimento, di alcuna “stampella” soprannaturale. Ma è anche vero che la profonda comprensione della grandiosità di ogni singolo essere umano, della sua antropologia e del suo destino eterno non può che avvenire in Gesù Cristo. Ecco perché la contemplazione di Gesù Concepito ci rivela con sorprendente efficacia chi abbiamo davanti quando ci troviamo di fronte a un embrione umano, seppure alle primissime fasi del suo sviluppo. Nella prospettiva della fede, quell’embrione è Gesù stesso.

L’Annunciazione, Dio si fa uomo

Del resto, le parole dell’Angelo Gabriele non lasciano dubbio alcuno sulla consistente concretezza di quell’avvenimento, realizzato attraverso il fiat della Madonna: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Luca 1, 30-31). Maria è la donna del sì. Del sì alla vita che si compie in lei nella pienezza più assoluta. “Non temere”, le dice l’ angelo, che evidentemente ha letto sul volto bellissimo della Vergine la paura, lo smarrimento di fronte all’annuncio più sconvolgente che orecchie umane abbiano mai ascoltato.

Ma Maria non giunge impreparata all’appuntamento con l’angelo. Nella sua storia tutto sembra ruotare intorno all’istante prodigioso del concepimento.
Maria è senza macchia, perché Dio l’ha preservata dal peccato originate, e l ‘ha resa immacolata non dalla nascita, ma sin dal suo concepimento. “Io sono l’Immacolata Concezione”, dirà alla piccola Bernadette Soubirous apparendo nella grotta di Lourdes. E Maria dice il suo sì proprio al concepimento verginale del Figlio di Dio. Ed è un sì che non viene pronunciato di fronte a un Dio che irrompe nella storia degli uomini in maniera trionfale, con un frastuono di trombe e di eserciti cui nessuno potrebbe resistere; ma al contrario con la delicatezza, la debolezza, diremmo, di un piccolo embrione d’uomo che bussa al cuore di una giovane donna di Nazareth.

Una parola tagliente come una spada

D’altra parte, al di là di troppo facili sentimentalismi, il riconoscimento di questo Dio che si fa embrione si trasforma immediatamente in una parola impegnativa per l’uomo moderno. Una parola tagliente come una spada, che ci inchioda di fronte all’ambivalenza di questa misteriosa identificazione tra l’onnipotenza dl Dio e la fragilità assoluta del concepito. Il credente contempla nel nascituro il Cristo concepito. Se lo rifiuta, rifiuta Cristo sin dal momento del suo incarnarsi. “In verità vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). La parola di Gesù si abbatte tagliente come una lama sulla nostra vita di tutti i giorni, apparentemente cosi lontana dal Mistero del Dio fatto bambino. E invece, quotidianamente, si ripete per noi l’incontro con l’uomo concepito, che ci costringe a scegliere. Aborto, fecondazione, artificiale, diagnosi prenatale, clonazione terapeutica… Ci accorgiamo improvvisamente che ognuna di queste parole non è più una fredda questione moralistica, un lontano problema di regole teoriche; ma diventa la “mia” risposta a una domanda che mi interpella direttamente, fino alle profondità del mio cuore.

“Et homo factus est” recita il Credo che riassume la nostra fede. Nel pronunciare queste parole chiniamo il capo, perché vogliamo esprimere con il gesto del corpo il nostro fermarci per un momento, attoniti ed esultanti – come Giovanni Battista non ancora nato – di fronte al Dio che si fa carne e sangue net corpo di Maria. “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamô a gran voce:

«Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo»” (Lc 1, 41-44). Non un dio greco bello e inafferrabile, dunque; ma un embrione umano di poche cellule. Lì, fin dal momento del concepimento, c’é Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio. Lì, fin dal momento del concepimento, c ‘è ognuno di noi. C’erano i nostri genitori, i nostri antenati, i nostri figli. Tutti i nostri figli: desiderati, attesi, sani; ma anche indesiderati, inaspettati, handicappati. Dal concepimento, ognuno di loro bussa alla nostra porta. Proprio come il Dio Bambino.

il Timone

I 14 giorni dell’embrione soglia per gli esperimenti?

fea-embrioneLa notizia recentemente pubblicata su Nature e Nature cell biology che due gruppi di ricercatori americani e inglesi sono riusciti a far sviluppare in vitro embrioni umani fino al 13° giorno dalla fecondazione è negativa, sia perché il risultato raggiunto suppone la precedente distruzione di esseri umani nella fase iniziale della loro vita, sia per la dichiarata intenzione degli sperimentatori di voler continuare in futuro la ricerca distruttiva anche oltre il 14° giorno, se sarà possibile mantenere in vita gli embrioni anche oltre questo termine erroneamente considerato fino a ora come stabilito in raccomandazioni internazionali. Eppure la notizia contiene due aspetti positivi. Il primo è la conferma della individualità umana del concepito negata da quanti per giustificare l’aborto negano l’autonomia dell’embrione che sarebbe una parte del corpo materno e che comunque non potrebbe vivere da solo.

Le due ricerche, invece, provano il contrario: l’embrione è una entità distinta dalla madre. È un essere umano che si sviluppa in virtù di una forza organizzatrice interna a lui stesso, così come avviene nel neonato. Non è come un pezzo di marmo che diviene una statua per l’azione esterna di uno scultore che lo modella. Dalla notizia si ricava una seconda conferma: il termine di 14 giorni che si pretende fissato in sede internazionale come quello che separa il cosiddetto “pre-embrione” dall’embrione e che indicherebbe l’inizio della vita umana e della gravidanza non corrisponde affatto alla verità biologica dell’embrione ma ha soltanto un significato utilitaristico.

Il concetto di pre-embrione è stato respinto dalla Convenzione europea di bioetica (Oviedo 1997); due sentenze della Corte europea di giustizia (Greenpeace contro Brustle del 18 ottobre 2011 e Stem Cell Corporation contro Comptroller General of Patents designs and trademarks del 18 dicembre 2014) hanno stabilito che nel diritto europeo la definizione di embrione senza ulteriori distinzioni riguarda il concepito fin dalla fecondazione; un’altra recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Parrillo contro Italia del 27 agosto 2015) ha stabilito che gli embrioni in provetta «non sono cose» e altre due sentenze della Corte Costituzionale italiana (n. 229 del 2015 e n. 84 del 2016) per confermare il divieto di sperimentazione distruttiva su embrioni in provetta residuati da procreazione assistita hanno affermato che essi non sono «mero materiale biologico», hanno una loro “soggettività”.

E allora, come salta fuori il limite dei 14 giorni, accolto nelle leggi di alcune nazioni (Spagna, Inghilterra), ma respinto da altre (Germania, Italia, Austria)? È stato inventato nel 1984 dalla Commissione britannica Warnock, dal nome della sua presidente, per giustificare la ricerca distruttiva su embrioni umani generati in provetta. Al numero 11.19 si legge: «Una volta che il processo è incominciato non c’è una particolare parte dello sviluppo che sia più importante di un altro; tutte sono parte di un processo continuo.

Biologicamente, nello sviluppo dell’embrione non si può identificare un singolo stadio, al di là del quale l’embrione in vitro non dovrebbe essere tenuto vivo. Abbiamo tuttavia concordato nel ritenere questo un settore nel quale devono essere assunte precise decisioni per calmare l’ansietà diffusa nell’opinione pubblica». Così è stato fissato il termine dei 14 giorni. “Calmare”, cioè tranquillizzare, cioè ingannare l’opinione pubblica.

Carlo Casini – Avvenire

I diritti del concepito (Prima parte)

dirittiComunemente si sostiene, a proposito della vita umana, che il dato biologico deve essere valutato dal pensiero, cioè dalla filosofia. Nonspetterebbe alla biologia dire l’ultima parola su chi è uomo e chi non lo è, perché l’evidenza scientifica dovrebbe essere sottoposta ad un giudizio di valore e un tale giudizio, in quanto implicante la considerazione del senso della vita, sarebbe compito, appunto, della filosofia. Perciò può sembrare strano proporre una prova dell’esistenza dell’uomo non come filosofica, ma come giuridica.
Il fatto è che il diritto e la giustizia per un verso hanno assolutamente bisogno di sapere chi è l’uomo e, per altro verso, forniscono dei criteri decisivi per riconoscerlo. “L’umanità” del diritto è evidente. Il diritto è fatto per l’uomo: “Hominum causa omne ius constitutum est”, dicevano già i giureconsulti dell’età romana.
Non ci sono né leggi né tribunali nel mondo animale e vegetale. Invece non esiste società umana senza un ordinamento giuridico: “Ubi societas ibi ius; ubi ius ibi societas”. La giustizia suppone e regola una relazione tra uomini.
S. Tommaso l’ha definita la virtù che ha il compito di ordinare l’uomo in relazione agli altri uomini (“Iustitiae proprium est inter alias virtutes ut ordinet homines in iis quae sunt ad alterum”) e Dante ha parlato di una proporzione tra l’uomo e l’uomo (“hominis ad hominem proportio”).
Le prime parole della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo proclamata dall’Onu il 10/12/1948 ed approvata da tutti i popoli della terra, richiamata e ripetuta in molteplici costituzioni nazionali ed atti internazionali, affermano che il fondamento della giustizia (così come della libertà e della pace) consiste nel riconoscimento della dignità inerente ad ogni essere appartenente alla famiglia umana e dei suoi uguali ed inalienabili diritti. La teoria dei diritti dell’uomo ha una importanza fondamentale nella cultura giuridica moderna. La Dichiarazione del 1948 nasce dalla tragedia della seconda guerra mondiale, del disprezzo della vita umana e della discriminazione sull’uomo. Essa vorrebbe essere il punto fermo da cui ripartire per costruire un futuro finalmente sicuro, prospero e pacifico.

Riguardo alla Giustizia la dottrina dei diritti umani vorrebbe dare una risposta definitiva a due antiche tormentose domande: “che cosa distingue la legge dal comando del più forte?” e “che cosa distingue lo Stato da una associazione per delinquere ben organizzata?”.
Sembrano domande retoriche e invece sono inquietanti, perché, ad esempio, le leggi razziali erano del tutto corrette dal punto di vista formale, approvate com’erano dai parlamenti e pubblicate sulle Gazzette ufficiali, così come lo Stato nazista potrebbe ben qualificarsi una potente organizzazione delinquenziale. La legge è legge, cioè veramente giusta, dicono le prime parole della Dichiarazione universale dei diritti umani, quando difende, promuove e garantisce la dignità di ogni uomo, o per il suo specifico contenuto o perché fa parte di un ordinamento complessivo che ha lo scopo di proteggere il singolo uomo.
Così lo Stato si distingue da una associazione per delinquere ben organizzata se usa la sua grande forza per proteggere la dignità di ogni singolo uomo. Ma tutta la dottrina dei diritti umani è vanificata se non sappiamo chi sia l’uomo. È il problema della titolarità dei diritti. Per essere appeso a una parete un quadro ha bisogno di un chiodo ben saldo fissato nel muro: così il sistema dei diritti umani ha come condizione della sua stessa funzione benefica una definizione solida di uomo.
Ma se il diritto ha bisogno di conoscere l’uomo, esso fornisce anche due criteri fondamentali per definirlo. Parlo del diritto moderno, non di quello antico.
I due criteri sono: a) il principio di eguaglianza; b) il principio di precauzione.
Il contributo del moderno pensiero giuridico per riconoscere l’uomo: il principio di Eguaglianza
L’esperienza della schiavitù
L’eguaglianza (o non discriminazione) è una grande conquista. Tutti gli uomini sono uguali in dignità e diritti, senza distinzione di lingua, di razza, di religione, di ricchezza, di salute, di età, di bellezza etc. Purtroppo questa regola, scritta all’inizio di tutte le Costituzioni, in linea di fatto non sempre viene attuata. Ma dal punto di vista del pensiero ben pochi osano negarla.

Non sempre è stato così. Per rendersene conto basta pensare all’istituto della schiavitù.
Parlo della schiavitù giuridicamente legittimata, cioè voluta dalla legge e perciò considerata giusta, non dell’asservimento di fatto di un uomo ad un altro uomo, ciò che purtroppo si verifica anche oggi, ma che gli ordinamenti giuridici vietano ed anzi puniscono come grave reato. Nell’antico diritto romano, il più civile per quei tempi, lo schiavo era considerato una cosa di cui il padrone era il proprietario che ne poteva disporre a piacimento. Poteva liberamente comprarlo, venderlo, distruggerlo.
Sarebbe estremamente interessante ripercorrere la storia della schiavitù, un istituto che lambisce i nostri tempi. Tutte le legislazioni che si sono succedute nei secoli e che magari segnano un avanzamento di civiltà, tuttavia hanno mantenuto la discriminazione tra uomini liberi e servi. Quando con la scoperta dell’America furono scoperti anche gli indiani ci fu una vivace disputa se essi dovessero o no essere equiparati alle bestie e fu un lampo di grandezza della Chiesa la solenne affermazione che anche gli “indios” sono “veros homines”, veri uomini, contro le teorie che, a vantaggio dei conquistatori, ritenevano che essi potessero liberamente essere considerati come dei bruti (documento pontificio di Paolo III, Ineffabilis Deus, 1537).

Eppure è continuata a lungo la triste storia dei neri d’Africa, rapiti dagli arabi, venduti agli europei, trascinati in America, obbligati a coltivare la terra, e come la terra e le case, venduti, messi all’asta, lasciati in eredità. Lo strumento con quale il diritto ha giustificato questa discriminazione è stato il concetto di persona. Nel diritto romano si legge: “servus nullum caput habet”, ossia: lo schiavo non è un soggetto. Ma ancora nella seconda metà del 1500 un giurista olandese dal nome latinizzato, Vultejus, scrive che “servus homo non persona”: lo schiavo è un uomo, ma non è una persona”. Ancora più conturbante la famosa sentenza Dred Scott pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1857: “I neri non sono persone secondo la legge civile”. Pochi sanno che la Francia della rivoluzione del 1789, quella che ha proclamato i diritti dell’uomo e del cittadino ha abrogato finalmente la legge che permetteva la schiavitù soltanto nel 1848.
Alla base dell’istituto giuridico della schiavitù non c’era soltanto l’incapacità di vedere l’uomo nello schiavo. C’era anche l’interesse economico che non faceva né vedere né riflettere. Il lavoro dello schiavo non costava nulla e l’economia sarebbe stata sconvolta se gli imprenditori avessero dovuto pagare un salario come quello corrisposto agli uomini liberi. Perché meravigliarsi, allora, se anche nel 1900 si sono diffuse teorie razziste, che all’inizio parevano balzane, di pensatori poco equilibrati, ma che poi sono state tradotte nell’idea della superiorità di una sola razza, quella ariana, e nella tragedia dell’olocausto, cioè dello sterminio sistematico di intere popolazioni, in primo luogo degli appartenenti alla razza ebraica, con conseguente incameramento dei loro beni? Ancora una volta lo strumento con cui il diritto operò la discriminazione fu la corruzione della parola “persona”.
Il diritto nel suo campo riconosce come persona il soggetto titolare di diritto. Se i diritti vengono tolti non c’è più la persona in senso giuridico. Viceversa se i diritti vengono affermati, allora giuridicamente vi è una persona. Aprite la prima pagina del nostro codice civile. Il primo libro si intitola “delle persone” e l’art. 1 si intitola “le persone fisiche”. Fino al 1944 vi era un terzo comma, ora fortunatamente scomparso, perché abrogato, dove si stabiliva che possono essere previste limitazioni della personalità giuridica a protezione della razza. I dati storici della negazione della qualità di “persona” a determinate categorie di individui umani e della capacità degli interessi economici di piegare il pensiero per realizzare un fine di utilità pratica dovrebbero far riflettere anche oggi quando si discute sull’inizio della vita umana. La riflessione sulle discriminazioni tra essere umano ed essere umano potrebbe essere allargata pensando ad altre categorie di individui: le donne, i bambini, gli stranieri, i malati di mente, i portatori di handicap…
Antonio Casini – Zenit

Aborto: per la massoneria francese e’ un pilastro della societa’

keep-calm-non-praevalebunt-2L’aborto piace alla massoneria, cosi’ come ai satanisti. E se è vero che non tutti gli abortisti sono massoni e satanisti, è pero’ altrettanto acclarato che tutti i massoni ed i satanisti promuovono l’aborto.

Recentemente ne abbiamo avuto conferma in maniera esplicita. Leggiamo infatti da Generazione Voglio Vivere che l’8 aprile scorso, il Grande Oriente di Francia (GODF) ha assegnato il riconoscimento “Marianne Jacques France” a Simone Veil, 88 anni, ex ministro, primo presidente del Parlamento europeo e soprattutto autrice della legge che legalizzò l’aborto in Francia (nel 1974).

La cerimonia di premiazione è avvenuta alla presenza del Presidente del Senato Gerard Larcher. Nel consegnare il busto della Marianne ai figli della sigora Veil, Daniel Keller, “Gran Maestro” del GODF ha dichiarato: «Simone Veil incarna l’impegno repubblicano tanto caro alla frammassoneria. La legge sull’aborto è diventata il simbolo del miglioramento dell’Uomo e della società a cui lavorano i massoni; questa legge resta un pilastro della nostra società».

Non si potevano usare parole più chiare. Ecco la prova che l’omicidio di milioni di bambini innocenti è ritenuto dai massoni addirittura un “pilastro della società”. Certe anime candide sempre intente a minimizzare, giustificare e cedere a compromessi ora sono servite. Quando parliamo di lobby ben inserite nei centri di potere e della loro influenza sulle istituzioni politiche non stiamo esagerando.

D’altra parte, ad ammettere tutto ciò è stato anche Maurice Caillet, medico francese, specializzato in chirurgia ginecologica ed ex membro del GODF.

Caillet ha raccontato nel libro autobiografico “Ero massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede” (Piemme, 2010) di come la massoneria abbia promosso le leggi a favore del divorzio, dell’aborto, delle unioni civili e omosessuali, della manipolazione degli embrioni, della depenalizzazione delle droghe leggere e della legalizzazione dell’eutanasia.

Sul tema dell’omosessualità, però, c’è ancora qualche incertezza e divisione. Apprendiamo ad esempio da Corrispondenza Romana che «la Glrb ovvero la Gran Loggia Regolare del Belgio ha rotto le proprie relazioni internazionali con la Gran Loggia del Tennessee per il rifiuto opposto da quest’ultima ad accogliere le richieste di adesione presentate da candidati omosessuali». Lo stesso era avvenuto lo scorso 8 marzo con i “confratelli” della Georgia.

«Si legge in una lettera della Loggia belga, scritta il 19 aprile scorso: “Riteniamo che chiunque debba essere rispettato indipendentemente dal proprio orientamento sessuale”, principio a suo dire oggi violato. Non può pertanto accettare di vedere “la propria credibilità e la propria serenità minate” dal fatto che nella stessa Catena universale della massoneria regolare di cui essa fa parte, vengano riconosciuti anche membri “con simili attitudini discriminatorie”».

da: notizieprovita.it

L’embrione e la ragione

embryoNel medioevo, quando non si conosceva la genetica e neppure la citologia, si pensava che l’animazione del feto avvenisse al 40° giorno perché prima non si vedevano le strutture cerebrali. Ma oggi sappiamo che l’embrione non deve essere animato da un intervento esterno, deve solo svilupparsi. I mussulmani credono ancora nell’animazione che interviene al 40° giorno e con loro, non i laici che ragionano, ma i laicisti: anche se per i laicisti si tratta di un’animazione di tipo meccanico ( l’uomo macchina di La Mettrie ?)

L’embrione è un piccolissimo essere umano, il più piccolo, che deve crescere ed è capace di crescere: ha bisogno solo di nutrimento e di protezione.

Alcuni dicono che non è persona.

Cosa si intende per persona? L’uso del pensiero cosciente?
Allora quando l’uomo non pensa coscientemente perché dorme non è più persona? Quando non può più pensare perché è malato non è più persona?
Quando è piccolo, condizione neonatale, e non può ancora dare luogo a pensieri coscienti non è persona?
Il bambino, se non è nutrito e costantemente assistito dalla madre non può continuare a crescere: questo significa che è un oggetto di proprietà della madre e quindi una non persona? Dunque è lecito l’infanticidio? L’uomo malato che ha bisogno di assistenza e di nutrimento non è più persona?
Il pensiero cosciente ha bisogno di alcune condizioni per tradursi in atto ma ciò non significa che, se queste condizioni mancano, l’uomo non sia l’unico detentore della “potenzialità “del pensiero cosciente: l’essere umano ne è sempre “capace” per natura anche se, la traduzione in atto di questa capacità, deve attendere lo sviluppo degli organi deputati o la rimozione dell’ostacolo rappresentato da una malattia.

Secondo una certa mentalità moderna, molto diffusa, l’essere umano non avrebbe più valore quando perde il pensiero cosciente, per esempio nello stato neurovegetativo persistente o di morte della sola corteccia cerebrale.

Strana contraddizione del pensiero moderno che, prima toglie valore alla coscienza concentrando tutta la sua attenzione sul problema dell’inconscio ( famoso è il dogma freudiano: ” L’io non è padrone in casa sua” ), per cui tutto ciò che riguarda il pensiero cosciente sarebbe un puro Epifenomeno, e poi, considera inutile l’essere umano quando esso perde ciò che è accessorio, sovrastrutturale e non fondamentale, cioè l’io cosciente.

Altri dicono che l’embrione è un oggetto di proprietà della madre perché senza la madre che lo porta in grembo esso può solo morire.
Paragonare, secondo loro, l’embrione ad un bambino piccolo non ha senso perché se un bambino piccolo non viene nutrito dalla madre, può esserlo dal padre o affidato ad una badante, oppure può essere adottato, e c’è una lista di persone in attesa.

Ma l’embrione è un nuovo essere umano ( il più piccolo ): un nuovo, autonomo progetto di vita può essere oggetto di proprietà dell’utero che lo accoglie?
Anche il piccolissimo essere umano allo stadio di embrione può essere accolto e nutrito se impiantanto in un utero in affitto, in un utero animale o artificiale, come può continuare a crescere nell’uetro di una persona morta ma la cui circolazione viene mantenuta artificialmente dalle macchine.

Embrione significa propriamente cresco dentro ( en bryo).
L’embrione è un piccolissimo essere umano che deve solo crescere, non ha bisogno di alcun intervento dall’esterno che gli aggiunga qualche parte di cui manca perché ha già tutto presente dentro di sé.

I mattoni non diventano casa se non interviene il muratore, così i gameti ( spermatozoo e ovulo) non diventano uomo se non interviene l’atto sessuale a farli unire.
Al contrario, l’embrione, se non ci sono malattie o interventi esterni che lo ostacolano, è un piccolissimo uomo che cresce da solo, senza che qualcuno debba aggiungere qualcosa dall’esterno per completare la sua umanità. Ha solo bisogno di protezione e di nutrimento, cosa di cui hanno bisogno anche i bambini piccoli, senza che per questo noi neghiamo loro lo status di uomini in atto.
L’essere umano attraversa nella sua vita vari stadi, senza mai cessare di essere uomo: embrione, bambino,adolescente, adulto, vecchio.

La non considerazione dell’embrione quale essere umano deriva da una concezione “meccanicistica”. E’ la macchina che viene costruita dall’uomo attraverso “pezzi” che devono essere aggiunti e montati.

L’embrione, invece, è un essere umano completo che deve solo svilupparsi, non ha bisogno di alcuna aggiunta perché ha già tutto presente dentro di sé.

Altri continuano a dire: ” ma la Chiesa allora ?”

La posizione della Chiesa Cattolica è un’altra cosa.

LA CHIESA CATTOLICA NON PUO’ DOGMATIZZARE UN RISULTATO DELLE SCIENZE NATURALI.
La teologia cattolica non prescrive alla scienza le tesi scientifiche ma di queste tesi, costituite in modo autonomo dalla scienza, la teologia si serve per emettere il suo giudizio morale.
I giudizi morali possono variare non perché cambiano i princìpi ( come quello secondo cui la vita dell’uomo innocente è inviolabile ), ma perché si perfeziona la conoscenza dei fatti i quali vengono sottoposti al giudizio tramite quei princìpi che sono e restano immutabili.

Il magistero della Chiesa ha sempre sostenuto che non si può uccidere un essere umano innocente e questo principio morale è immutabile. L’uomo, pertanto, deve essere protetto dal momento in cui la sua vita è appena iniziata, così come non si possono espiantare gli organi da un uomo se la sua vita è non è cessata.

Cosa dice il Magistero della Chiesa?

1) Esiste un’elevata probabilità scientifica ( una ragione evidentissima, quasi certezza ) che ci sia continuità totale tra lo zigote e i successivi stadi della vita umana ( per cui tutto l’uomo è già contenuto nel prodotto nato dall’incontro fra lo spermatozoo e l’ovulo e deve solo svilupparsi). Pertanto la logica non ci permette di uccidere il prodotto del concepimento fino a quando non ci sia una clamorosa prova di tipo scientifico che riesca a dimostrare che, in una certa fase, il prodotto del concepimento non è una vita umana.

2) Ugualmente, esiste un’elevata probabilità scientifica ( quasi certezza ) che l’uomo ha cessato di vivere quando tutto il cervello è morto ( non solo la corteccia ma anche il paleoncefalo che assicura ancora l’unità funzionale, seppur vegetativa, dell’organismo: cioè cuore, respiro, sistema vegetativo).
Pertanto la logica ci permette di autorizzare l’espianto degli organi solo nel caso in cui tutto il cervello ha cessato di vivere fino a quando non ci sia una clamorosa prova di tipo scientifico che riesca a dimostrare che l’uomo continua ad avere una minima vitalità anche in questi casi.

L’antropologia cristiana e le scienze

antropologiaL’antropologia cristiana, come e’ stato evidenziato[1], e’ una filosofia dell’uomo condotta sul piano puramente razionale e, in quanto tale, prescinde dalla Rivelazione ed è quindi condivisibile da credenti e non credenti. Le scienze possono contribuire ad integrare dimensioni dell’uomo che la filosofia non puo’ prendere in considerazione poiche’ non fanno parte del suo oggetto formale, come ad esempio la struttura biologica dell’uomo, il suo sistema nervoso, ecc. L’insieme delle scienze empiriche che studiano l’uomo possono  darci, da diversi punti di vista, una “idea puramente scientifica di uomo, la quale – scrive Maritain – può procurarci  delle informazioni inestimabili”[2]. Le scienze, così come la filosofia, devono svolgere le loro indagini all’interno del proprio oggetto formale, quindi non possono invadere il campo che è proprio della filosofia. Infatti, Maritain afferma in proposito: “L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è l’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla liberta’ o al determinismo? […]»”[3]. La filosofia e la scienza sono due “gradi del sapere”[4] che facilitano la comprensione dell’essere umano, come è dimostrato anche dagli studi di bioetica condotti da Lucas Lucas, il quale ha integrato l’antropologia ispirata a San Tommaso con i risultati recenti ottenuti dalla scienza biologica. La bioetica e’ una scienza interdisciplinare, che si avvale del contributo, oltre che della filosofia, della biologia, della medicina, del diritto, ecc. Uno dei temi studiato dalla bioetica riguarda l’embrione, il quale, afferma il bioeticista, “è il nuovo individuo che si forma nel concepimento: nell’istante in cui lo spermatozoo maschile  feconda l’ovulo femminile”. Lucas Lucas, sulla base della sua riflessione di carattere sia scientifico sia filosofico, afferma che l’embrione deve essere riconosciuto come un individuo biologico appartenente alla specie umana, a livello empirico, mentre a livello ontologico deve essere riconosciuto come una persona in atto. Riporto qui di seguito alcune parti del suo libro, intitolato Bioetica per tutti[5], per illustrare la sua impostazione metodologica.

L’embrione secondo la scienza “L’embrione è un essere umano” Affermare che il concepimento dà origine a un embrione, cioè un organismo diverso dai genitori, significa sostenere che esso è un individuo della specie umana, cioè un essere umano. Nell’uomo non è  possibile scindere il biologico dall’umano. Il biologo constata che nella formazione e nello sviluppo di questo corpo umano non ci sono salti di qualità: è sempre lo stesso corpo biologico. I dati che la biologia e la genetica ci offrono mostrano che l’essere che inizia lo sviluppo nel grembo materno è un nuovo organismo della specie umana, dotato di un genoma differente da quello del padre e della madre. L’embrione nella fase dello zigote è già un essere umano e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”[6].

In sintesi

l’embrione è un organismo nuovo “La scienza dice che quando lo spermatozoo paterno si fonde con l’ovulo materno, inizia un nuovo organismo che si chiama embrione. Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi, ad eccezione dei gameti – spermatozoo e ovulo– che ne hanno 23, cioè la metà. Lo zigote che nasce dalla loro unione avrà una normale dotazione di 46 cromosomi propri della specie umana: 23 forniti dal padre e 23 dalla madre, ma il genoma è diverso. La scienza quindi dice che lo zigote è un nuovo organismo umano”[7].

l’embrione è un organismo umano

“La scienza dice che questo nuovo organismo è un organismo umano, cioè appartiene alla specie biologica umana. Nella generazione dei viventi le leggi biologiche sono fisse: da un cane nasce un cane, da un gatto nasce un gatto, da un uomo e da una donna non può che nascere un essere umano”[8].l’embrione è un organismo programmato“La scienza dice che l’embrione è un organismo programmato: il suo singolarissimo DNA costituisce il patrimonio genetico del nuovo individuo umano. Questo nuovo essere non la somma dei codici genetici dei genitori. E’ un essere con un programma nuovo che non è mai esistito prima e non si ripeterà mai. Questo programma genetico, assolutamente originale, individua il nuovo essere dal momento del concepimento alla morte.  In esso sono determinate le caratteristiche biologiche del nuovo individuo, dall’altezza al colore degli occhi, fino al tipo di malattie genetiche a cui andrà soggetto”[9]. Lo sviluppo dell’embrione avviene in modo unitario, coordinato, continuo, graduale“Unità biologica del nuovo essere

Tutti gli elementi si sviluppano in perfetta coordinazione, come parti di un tutto.

Lo sviluppo è coordinato

La coordinazione esige una rigorosa unità dell’essere in sviluppo. Coordinazione e conseguente unità, le quali indicano che l’embrione umano, fin dall’inizio, non è un semplice aggregato di cellule ma è un individuo”[10].

Continuità nello sviluppo

Lo sviluppo dell’embrione è un continuum, senza salti qualitativi o mutamenti sostanziali, per cui l’embrione umano si sviluppa in un uomo adulto e non in un’altra specie[11].

Gradualità dello sviluppo

Lo sviluppo è un processo che implica necessariamente un succedersi di forme, le quali sono stadi di momenti diversi di un identico processo di sviluppo di uno stesso essere. E’ per questo che un embrione, che sta compiendo il proprio ciclo vitale, mantiene permanentemente la sua […] «individualità» […]”[12].

L’embrione secondo la filosofia

“L’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale (spirituale), non diventa persona perché possiede attualmente determinate proprietà e esercita determinate funzioni, né si può fare una distinzione tra individuo umano e persona umana.

Ciò che è essenziale per il riconoscimento dell’essere persona è l’appartenenza, per natura, alla specie umana razionale, indipendentemente dalla manifestazione esteriore in atto di certi caratteri, operazioni o comportamenti. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”; o si è persona (in atto) o non si è persona. I caratteri essenziali della persona non sono soggetti a cambiamento.

La persona non cambia, non è alterabile, non è in divenire: o c’è o non c’è”[13].

NOTE

[1] Vedi il mio articolo pubblicato su Zenit intitolato: L’essere umano è uno spirito incarnato.

[2] J. Maritain, L’educazione al bivio,  Prefazione di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1969, XIII ed., p.17.

[3] Ibidem.

[4] Riguardo alla scienza e alla filosofia come gradi del sapere Maritain scrive: “ Anche se avviene che l’ oggetto materiale della filosofia e della scienza sia il medesimo —per esempio, il mondo dei corpi— tuttavia l’ oggetto formale, quello che determina la natura specifica delle discipline intellettuali, differisce essenzialmente nei due casi. Nel mondo dei corpi, lo scienziato studierà le leggi dei fenomeni, collegando un evento osservabile ad un altro evento osservabile, e se indaga la struttura della mate­ria, agirà rappresentandosi —molecole, ioni, atomi, ecc.— in quale maniera e secondo quali leggi si comportano nel quadro dello spazio e del tempo le particelle ultime (o le entità matematicamente concepite che ne tengono il posto) con le quali è costruito l’edificio. Il filosofo cercherà invece, che cosa è , in definitiva, la materia di cui si rappresenta così il comportamento, quale è, in funzione dell’essere intelligibile, la natura della sostanza corporea (che essa sia decomponibile per una ricostruzione spaziale o spazio-temporale, in molecole, ioni, atomi, ecc., in protoni od elettroni, associati o no ad un flusso d’onde, il problema resta integro)” ( Idem, Distinguere per unire. I gradi del sapere , a cura di A. Pavan, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 73).

[5] Cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balzamo (Mi) 2002.

[6] Ibidem, pp.117-118. Al testo è stato aggiunto: “e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”.

[7] Ibidem, p.118.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, pp.120-121.

[11] Ibidem, p. 121.

[12] Ibidem, p. 122.

[13] Ibidem, p. 126. L’ultima frase è tratta da Idem, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, pp. 117-118.

Staminali: definizione in 3 punti

staminaleCellule progenitrici con la proprietà di differenziarsi in cellule specializzate, che possono essere ottenute dal corpo di un embrione (talora provocandone la morte) oppure da parti del corpo del soggetto adulto, (sangue del feto preso dal cordone ombelicale, oppure le cellule del midollo osseo.

Realismo

“Staminale”, come la parola botanica “stame”, deriva dal latino “stamen” che a sua volta viene da “stare”, cioè star ritto: si dice del filo principale o asse principale del telaio. Le cellule staminali prese dal soggetto già nato hanno una documentata capacità terapeutica in alcune malattie ematologiche in cui il loro impiego è ben documentato da anni. Le cellule staminali di origine embrionali prese per scopo terapeutico sono ottenute da embrioni di cui si provoca così la fine della vita; tuttavia finora non si sono avuti successi terapeutici con l’uso di cellule embrionarie.

Ragione

L’uso di cellule embrionarie comporta un uso di un essere vivente per il giovamento di un altro, senza chiedere il consenso al primo; essendo l’esito dell’uso di queste cellule la fine della vita del «donatore involontario», ci si domanda la liceità di questo atto. L’uso delle cellule staminali prese dal cordone ombelicale ha una sua potenzialità terapeutica, sebbene limitata se si vuole usare le cellule cordonali per curare lo stesso donatore, (una malattia genetica che si volesse curare sarà contenuta anche nel DNA delle cellule cordonali); per questo – in attesa che un domani si riesca a iniziare una medicina rigenerativa – ha maggior possibilità di utilizzo clinico il sangue di un donatore piuttosto che il sangue dello stesso paziente immagazzinato alla nascita. Queste cellule personali possono avere un’utilità nella cura di un parente dell’ammalato.

Il sentimento

Cosa sentiamo al pensare che un embrione può essere “sacrificato” per usarne le cellule a fini curativi di un’altra persona? E’ bene riflettere su questo, per capire i limiti morali dell’uso delle cellule dell’embrione. Mentre è bellissimo vedere il progresso nell’utilizzo delle cellule staminali prese da individui già nati. Certamente anche in questo campo non si devono avere facili entusiasmi, ma ponderare bene l’uso quando ve ne siano le prove dell’efficacia.

Carlo Bellieni – Zenit

Scienza e bioetica confermano che l’embrione e’ una persona

embrioneDalle immagini delle prime divisioni cellulari dell’embrione al dibattito sull’animazione immediata da San Tommaso ad oggi, la ricerca della verita’ coinvolge tutti coloro che hanno a cuore la giustizia.  La Pontificia Accademia per la Vita (PAV) già nel febbraio del 1997 aveva affrontato il tema dello statuto dell’embrione umano, ma ha sentito l’urgenza di tornare a parlare con un convegno sull’embrione, nella fase di maggiore debolezza fisica e epistemologica: la fase del preimpianto, prima cioè che si annidi nell’utero materno.

Risponde a molti dubbi il dottor Massimo Losito, Coordinatore accademico del Master in Bioetica presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.  “Javier Lozano Barragán ha ricordato che ‘la cultura della morte (intesa principalmente come incapacità di riconoscere ed accogliere la vita) trova in questo soggetto, l’embrione, il suo bersaglio ideale’”.  “Qualificato geneticamente, disgregato ‘a fini terapeutici’, congelato e manipolato perfino nell’identità semantica (pre-embrione) questo piccolo merita tutta la nostra attenzione: cosa o chi è?”, si è domandato il porporato.  Il dottor Losito ha quindi affermato che sin dalle prime battute “si è appreso subito che non possiamo considerare l’embrione come un mero cumulo di cellule, a meno che non riserviamo a noi stessi questa stessa riduttiva descrizione”.  Quando nasce la vita di una persona?  Losito: L’inizio della storia di ogni nuovo essere risiede in un processo denominato fecondazione, una storia in parte nota ma per la verità ancora pienamente da decifrare.. Due cellule umane geneticamente incomplete, i gameti maschile e femminile sono teleologicamente alla ricerca reciproca: la loro fusione però sorprendentemente non determina il loro completamento ma anzi ne causa il reciproco dissolversi in una cellula nuova, lo zigote. Questo risulta essere molto di più della loro somma: gameti destinati a vivere poche ore originano un novità organismica che potrà sopravvivere per anni: l’uomo.  Durante il convegno il professor Roberto Colombo ha precisato che “è impossibile determinare il momento preciso dell’inizio, ci ricorda il nanosecondo 0, ma siamo di fronte ad un processo che ad un certo punto, con la fusione delle membrane dello spermatozoo e dell’oocita, diviene irreversibile; un processo che ha un prima ed un dopo, tra i quali si verifica un salto biologico ed ontologico”. Del resto la nostra esperienza ci mostra che due persone si incontrano, entrano in relazione, si preferiscono e magari si sposano: “Chi può dire quando, in quale momento si sono innamorate? Siamo di fronte ad un “rendez-vous with destiny”, ha affermato la professoressa Gigliola Sica parlando della biologia della fecondazione.  I dati sperimentali ci testimoniano che l’embrione non è affatto un grumo più o meno numeroso di cellule che si moltiplicano solo grazie ad un ambiente favorevole, ma con scarso controllo del proprio destino. Tutt’altro.  Alla fusione dei due gameti, il nuovo essere entra immediatamente in attività, un’onda di ioni calcio determina cambiamenti nelle proteine di membrana per impedire la polispermia, l’ingresso cioè di altri spermatozoi: appare il cartello “riservato”…L’attivazione genica è imminente (nello zigote umano sono attivi almeno 7 geni), la moltiplicazione cellulare intensa e non casuale.

La professoressa Magdalene Zernicka-Goetz ha dimostrato che, sebbene i blastomeri (le cellule componenti di questo primo essere umano) mantengano un completo potenziale di sviluppo, in realtà differiscono l’uno dall’altro, sono già indirizzati verso un particolare destino, pertanto non indipendenti ma “consci” di essere parte di un tutto. Questo avviene già allo stadio di 4 cellule e sembra dipendere da informazioni epigenetiche già portate dallo zigote.  Siamo pertanto di fronte ad un individuo della specie umana, organizzato, capace di autoregolazione e con una finalità intrinseca.  Questo individuo è già in grado di relazionarsi?  Losito: Certo! Si tratta di un individuo che entra immediatamente in relazione con la madre, con un fitto scambio di messaggi chimici, un sorta di dialogo mirato a farsi riconoscere ed accogliere dalla madre durante il viaggio che lo condurrà all’annidamento: l’endometrio materno si trasforma per un breve periodo (la “finestra di impianto”) e si protrude in “uterodomi” sui quali planerà l’embrione. L’embrione stesso depone la propria zona pellucida, si cambia di abito, assumendo il “fenotipo di ancoraggio”e si lega alla madre.  Siamo di fronte a quello che la scienza ha definito il paradosso immunologico della gravidanza: l’embrione già nella fase preimpiantatoria comunica con la madre per farsi accettare, non eliminare pur essendo “altro” da lei. Meccanismi finissimi di regolazione che la natura mette in atto per stabilire un’amicizia materno-embrionale e che invece la libertà e la debolezza umane possono stravolgere e disprezzare, ad esempio con l’uso dell’aborto chimico.

I partecipanti si sono interrogati sul valore della vita e sulle tentazioni eugenetiche….  Losito: Di fronte all’embrione, siamo di fronte ad un essere umano, che nella sua estrema debolezza deve essere tolto dalle provette dei laboratori, dalle mani dei ricercatori e dei politici per essere restituito al suo luogo di accoglienza naturale che sono la madre ed il padre, ha sottolineato con passione la professoressa Marie-Odile Rethoré: ogni essere umano merita per la sua intrinseca dignità l’amore di una famiglia, e non può essere sottoposto ad un giudizio di valore in base alla sua età o al suo stato di salute.  Questo però è quanto sta avvenendo col diffondersi di tecniche di diagnosi preimpiantatorie e prenatali applicate con una mentalità eugenista, ha ricordato il neonatologo Carlo Bellieni. Spinti dalla pressione sociale, dal mito della perfezione e ancor più dalla paura di ciò che è ignoto abbiamo trasformato la scienza genetica in una “polizia genetica” che arresta ed elimina i criminali prima del delitto: gli embrioni vengono qualificati geneticamente e quindi progressivamente scartati se non hanno le caratteristiche che riteniamo vincenti; non si tratta più, ha sottolineato il professor Kevin FitzGerald, di prevenire che gli uomini si ammalino ma di prevenire (eliminandoli) uomini malati.  Una tale deformazione della scienza medica non può portare ad un bene, neanche in chi verrà selezionato favorevolmente, in chi avrà passato il controllo di qualità e pertanto giungerà alla nascita: se un figlio diviene un prodotto come esserne pienamente soddisfatti? Forse se avessimo aspettato qualche mese in più avremmo potuto avere un risultato migliore… inoltre quale libertà in un figlio che non è stato accolto ma voluto per qualche specifica caratteristica, magari per essere una “medicina” che fornisca cellule staminali ad un fratello malato? Quale amore verso un figlio voluto non per sé ma “voluto per”?

I mass media italiani hanno parlato del Convegno solo in occasione dell’intervento del prof. Marie Le Méné, suscitando tante critiche per la sua difesa dell’embrione. Ma cosa è accaduto in realtà?  Losito: Nell’ambito della tavola rotonda , di fronte a tante vecchie e nuove minacce verso l’embrione, Jean-Marie Le Méné, fondatore e Presidente della Fondazione Jerome Lejeune, ha proposto una strategia integrata tra uomini di Chiesa e mondo laico per difendere l’embrione. Le Méné ha messo in guardia i presenti circa i tentativi di ridurre “lo statuto dell’embrione a quello dell’animale”. “L’embrione – ha sottolineato – non ha bisogno dello statuto per esistere, egli ha già una sua realtà ontologica”.  “Non è necessario essere cristiani per difendere la vita – ha continuato il Presidente della Fondazione Lejeune – ma credo che sia necessario difendere la vita per essere cristiani”. Riflettendo sulle strategie per difendere gli embrioni, Le Méné ha proposto di sviluppare in ogni diocesi una specie di cellula specializzata nel rispetto per la vita umana, che sia di sostegno all’operatore della pastorale familiare.  In campo pubblico, il Presidente della Fondazione Lejeune ha affermato che bisognerebbe “chiedere a tutti coloro che hanno funzione di magistero e responsabilità pastorale che è loro dovere esprimersi prima di ogni consultazione elettorale, almeno una volta l’anno, per ricordare che votare a favore di un candidato che non rispetta l’embrione è una sorta di complicità ad un omicidio”. Per quanto riguarda i politici cristiani, Le Méné, ha affermato che “non dovrebbero accontentarsi di non votare leggi cattive” ma al contrario “hanno l’obbligo di fare proposte positive e innovative per proteggere l’embrione“.  L’embrione pertanto è da proteggere perché è uno di noi. Come potrebbe un individuo della specie umana, organizzato, autoregolantesi e capace di relazione non essere una persona umana? La sessione antropologica del Convegno si è posta di fronte a questo interrogativo che appare quanto mai retorico, alla luce di tutta l’analisi fatta. Non reggono le tradizionali obiezioni legate alla gemellarità (che è spiegabile con la situazione del tutto particolare dell’essere umano come essere di frontiera, spirito incarnato) e neppure un mal posto accostamento con San Tommaso. Risulta chiaro ha affermato il professor Mario Pangallo, che l’affermazione di una personalità nell’embrione non è contraria alla metafisica tomista, e che il pensiero dell’Aquinate si spiega perfettamente con le errate concezioni embriologiche dell’epoca. Così il professor Robert Spaemann ha ricordato che non possiamo considerare l’embrione come “qualcosa con alcune capacità” ma sempre come un “qualcuno”.  Infine, monsignor Willem Jacobus Eijk, Vescovo di Groningen, ha concluso analogamente affermando che “benché sia impossibile dimostrare empiricamente una presenza personale dal concepimento, la riflessione filosofica sullo stato bioantropologico dell’embrione umano indica una incongruenza dell’umanizzazione indiretta o graduale con la visione dell’individuo umano come una unità sostanziale di spirito e corpo”.

Il Convegno si è pertanto rivelato di estrema importanza soprattutto ricordandoci la necessità di un metodo di lavoro e di conoscenza aperto alla realtà e disposto, come ha affermato in udienza il Santo Padre Benedetto XVI, ad intraprendere l’avventura impegnativa del “procedere oltre”.

C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Vita_morteFino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.