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I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

Ogni suicidio di un bambino o di un giovane…

E’ uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa
Annalisa Teggi

Anni fa a Roma un bambino di 10 anni si e’ impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni.

Questa non è una notizia di cronaca nera recente, ma è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia ancora oggi.
Il ricordo di quella tragedia si fa vivo sentendo le notizie di analoghi casi dovuti a catene e “giochi della morte online”. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C’è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).

C’è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l’informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.

Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant’altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l’emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all’eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.

Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l’orrore o l’insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell’educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l’organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:

«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l’ardente desiderio di libertà. L’educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l’abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all’opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L’educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all’opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell’orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.

Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: “il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà”), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell’indistinzione reciproca. L’educazione deve essere parziale e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l’autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte di preferenza. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge il barlume di una certezza difesa con entusiasmo.

La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall’altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L’ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l’alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell’indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.

Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell’autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».

da Tempi.it

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

Nessuno dovra’ morire come lei

Intervista al fratello di Terri Schiavo: «Quanti frutti nati dall’uccisione di mia sorella»

Bobby Schindler a tempi.it: «Sono andato avanti solo grazie alla fede in Gesù. Faccio tutto quello che posso per salvare altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno più debba morire come è morta lei»

«Sono cattolico, ed è solo grazie alla fede in Gesù che sono riuscito ad  andare avanti». Racconta così a tempi.it Bobby Schindler (nella foto), il  fratello di Terri Schiavo, la donna che negli Stati Uniti è  stata fatta morire di fame e di sete il 31 maggio del 2005 su ordine di un  giudice nonostante il parere contrario della famiglia. Sempre nel 2005 Schindler  ha fondato il “Network Terri Schiavo per la vita e la speranza”, «per far sì che  quello che è successo a mia sorella non avvenga mai più».

Signor Schindler, ora sta aiutando la famiglia di Gary Harvey, ci spiega meglio il suo caso? Il  suo caso è simile a quello di mia sorella. Nel 2006 è caduto dalle scale e ha  riportato gravi danni al cervello. Gary ora ha bisogno di essere accudito, viene  nutrito e idratato in modo artificiale ma per il resto non è né in coma né in  stato vegetativo. I suoi tutori legali, la Contea di Chemung, hanno cercato di  farlo morire negandogli alimentazione e idratazione. Per questo stiamo aiutando  la signora Harvey nella sua battaglia legale, per togliere la tutela del marito  alla Contea e affidarla a me, con l’aiuto del network. Entro la fine di gennaio  dovrebbe arrivare la sentenza della Corte suprema dello Stato di New York e  siamo fiduciosi di ottenere quanto richiesto.

Perché cercate di togliere alla Contea la tutelalegale? Non solo hanno cercato di uccidere Gary, ma si  rifiutano di fargli intraprendere un percorso di riabilitazione che potrebbe  migliorare le sue condizioni di vita. Non so quanto potrebbe migliorare, è  difficile dirlo, ma sarebbe utile. Le persone come Gary, inoltre, hanno bisogno  di essere difese perché nella nostra società è molto facile che le leggi non  garantiscano le cure di base alle persone che soffrono di gravi danni al  cervello. Questo succede perché il valore della vita è sempre meno importante  per noi.

Perché ha fondato il ”Network Terri Schiavo per la vita e  la speranza”? Io, come anche la mia famiglia,  vorrei che nessuno venisse ucciso come mia sorella. Queste cose non devono più  succedere: lei non era malata, non era in coma, non era in stato vegetativo e  l’hanno fatta morire di sete dopo 13 giorni di agonia.

Quello di Terri Schiavo è stato uno dei primi casi in cui per una  presunta “compassione” si è arrivati a uccidere una persona. Ma non è  stato l’unico. Purtroppo negli Stati Uniti, a  seconda dei diversi Stati, l’idratazione e l’alimentazione artificiali sono  considerati un intervento medico straordinario o un trattamento di base. Il  problema però è che la società non riesce più a guardare in faccia la sofferenza  e si parla di omicidio come di un atto compassionevole. Ma lasciare morire una  persona di fame e di sete non ha niente di compassionevole. La sofferenza fa  parte delle nostre vite e noi dovremmo imparare ad affrontarla.

A sette anni dall’uccisione di sua sorella, come vive quello che le  è accaduto? È difficile: si va avanti giorno dopo  giorno, vado al lavoro ogni mattina e faccio tutto quello che posso per salvare  altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno  più debba morire come è morta lei. Però, grazie alla morte di Terri, noi siamo  riusciti ad aiutare un migliaio di persone , tantissime famiglie: questo è uno  dei molti frutti positivi della morte di mia sorella.

State pensando a qualche progetto in particolare con il vostro  network? Sì, stiamo lavorando a un centro di riabilitazione per  persone che hanno subito gravi danni cerebrali. Speriamo in un paio d’anni di  aprirlo. Vogliamo permettergli di migliorare la loro condizione. Questo è il  modo giusto di affrontare la sofferenza e non eliminare la persona con la sua  sofferenza, una cosa che non ha niente a che vedere con la compassione. Nessuno  può avere il diritto di uccidere un’altra persona.

Come ha fatto ad andare avanti in questi sette anni dopo che sua  sorella, contro la propria volontà e contro quella dei suoi familiari, è stata  lasciata morire? Grazie alla mia fede in Gesù e alla mia famiglia.  Io sono cattolico, ho pregato molto, vado a Messa tutti i giorni. Dio mi ha  fatto vedere i segni del suo amore ogni giorno, attraverso le persone che ho  incontrato e che siamo riusciti ad aiutare.
Leone Grotti (Tempi)

Bimbi a rischio, meglio coi genitori

Bambini allontanati dalle famiglie. Una ferita che spesso segna in profondità i piccoli e i loro genitori. Quando poi si è in presenza di casi complessi e controversi, che richiedono talvolta – come insegna la cronaca recente – l’intervento della forza pubblica, alla sofferenza si somma il senso di ingiustizia e di frustrazione.

 Eppure gli esperti sono concordi: l’allontanamento di un bambino dalla famiglia è sempre una sconfitta. Per la famiglia, certo, ma anche per la società e per le istituzioni che non hanno saputo mettere in atto gli interventi necessari per evitare la separazione e, prima ancora, l’insorgere del problema. Lo spiega bene lo studio della Fondazione Zancan di Padova, commissionato dal ministero delle Politiche sociali, la cui tesi è tanto semplice quanto importante: ci sono motivazioni cliniche, professionali, etiche ed economiche per evitare l’allontanamento di un minore dalla famiglia.

Lo studio della Fondazione Zancan ha coinvolto 6 regioni e 16 gruppi di lavoro: uno in Abruzzo, due in Basilicata, due in Emilia-Romagna, uno in Piemonte, sei in Toscana, quattro in Veneto. La sperimentazione prevedeva una prima fase di valutazione delle condizioni del minore (114 quelli pesi in esame), perlopiù proveniente da una famiglia multiproblematica ad alto rischio di cronicizzazione. La valutazione multidimensionale ha messo in evidenza – nei 107 bambini su è stata applicata – più di una criticità: risultano compromesse la capacità di progettare ed eseguire compiti, l’alimentazione, le abilità nel calcolo, nella lettura e nella scrittura. Com’era prevedibile, l’area “socioambientale relazionale” è risultata la più preoccupante, essendo le condizioni affettive e relazionali dei bambini e dei ragazzi sempre fortemente compromesse.

Le difficoltà più gravi si riscontrano nei rapporti affettivi primari con i genitori e nelle relazioni amicali: c’è una forte carenza di persone “adulte”, disposte ad assumersi responsabilità di fronte ai bisogni fondamentali dei figli. In almeno tre quarti dei casi, tocca quindi ai professionisti – agli assistenti sociali, agli educatori, a neuropsichiatri, psicologi, pediatri… – integrare le funzioni genitoriali.

Complessivamente il quadro che emerge è di bambini in condizioni di grave deprivazione, con genitori poco capaci di esserlo, in famiglie prive di sostegno, spesso sotto osservazione da parte dei servizi sociali, sanitari ed educativi.

In questo contesto di grande criticità si inserisce la sperimentazione che ha previsto, dopo la fase di valutazione, la redazione di un piano operativo personalizzato (per 95 bambini, ovvero l’83%). Nel piano sono stati definiti obiettivi, risultati attesi e strategie di azione. Al suo interno sono stati individuati 533 fattori osservabili di esito, cioè quei cambiamenti misurabili che, anche se piccoli, evidenziano se il cammino va nella giusta direzione.

Dopo circa tre mesi i bambini sono stati rivalutati ed è stato redatto un secondo piano. I risultati parlano chiaro: i punteggi medi migliorano in ogni area osservata, soprattutto nell’area socioambientale e relazionale, quella più critica e che poteva determinare l’allontanamento. Il 58% dei bambini registra un cambiamento in positivo delle proprie capacità relazionali. Il punteggio aumenta in media dell’8,5%. I cambiamenti maggiori si registrano nelle sub-aree “autonomie”, “apprendimento” e “capacità cognitive”. «Sono esiti che consentono di pensare a obiettivi più ambiziosi – precisa Cinzia Canali, ricercatrice della Fondazione Zancan – per affrontare i problemi relativi alle responsabilità genitoriali. Per questo serve un lavoro professionale strutturato con madri e padri».

 Maria Angela Masino (www.avvenire.it)

appello per il sostegno di alcune mamme in difficoltà

carissimi, come sapete ci occupiamo di donne in difficoltà: alcune sono vittime della tratta e dello sfruttamento, altre sono rifugiate politiche, altre hanno grossi problemi familiari e/o disabilità.

Le mamme che l’associazione sostiene sono moltissime, si tratta di casi che le Caritas e i centri d’ascolto parrocchiali non sono in grado di gestire perché troppo complicati ed onerosi, in molti casi si tratta di donne e famiglie che a causa della crisi economica versano in difficili condizioni.

Le donne vittime di violenza e sfruttamento che l’associazione aiuta sono molte decine (oltre 300 le ragazze aiutate a lasciare la strada in questi anni e moltissime altre quelle aiutate nel reinserimento sociale)

ALCUNE DELLE STORIE degli anni passati
Y. ha lasciato la strada due anni fa. Ha scelto di vivere onestamente raccogliendo roba usata che spedisce in Nigeria e il cui ricavato (tolte le spese di spedizione) vanno metà a lei e metà al sostegno dei fratellini in Africa. Fa qualche ora di pulizia. Noi la aiutiamo con i pacchi e recuperando vestiario e altro materiale che può vendere. Ha bisogno di un sostegno per le pratiche dei documenti (cerchiamo per lei 250 euro)

J. ha lasciato la strada denunciando i suoi sfruttatori 3 anni fa. Ha perso il lavoro che faticosamente aveva trovato. Non ha grandi capacità o abilità nel lavorare, è quasi analfabeta. La aiutiamo nell’avvio di una piccola attività di vendita da ambilante porta a porta che la renderà autonoma. (cerchiamo per lei 250 euro)

E. ha perso da poco il compagno che le permetteva di avere una piccola pensione. Lei ha 300 euro con cui mantiene anche il figlio e 2 nipoti. Le spese del funerale e delle gravose cure degli ultimi mesi del marito le han fatto finire gli ultimi risparmi. Chiede un aiuto per pagare il gas e luce arretrati (cerchiamo per lei 300 euro)

C. vive in una casa inagibile, è italiana e fa qualche ora di lavoro ad accompagnare un disabile. Le servono in soldi per pagare la bombola del gas e per alcune bollette (cerchiamo per lei 280 euro)

I. ha 4 figli, il marito ha un lavoro (semistatale) che non viene pagato da oltre un anno e mezzo (vergognoso). Ha lo sfratto esecutivo e breve, nonostante la padrona di casa li abbia aiutati molto (ma anche lei ha problemi economici e l’affitto era la sua unica entrata). Ma soprattutto I. ha problemi di salute e prende molte medicine. (cerchiamo per lei 150 euro)

E. ha 3 figli, un marito che ha perso lavoro. Ha fame, fame vera, al punto di chiederci pane secco, avanzi di feste, ristoranti. Una fame umile e dignitosa. La aiutiamo in orari in cui nessuno possa vederla. (cerchiamo per lei 150 euro al mese per 6 mesi).

A breve altri casi concreti (segneremo in rosso quando abbiamo reperito le offerte o risolto i casi.

Alcuni casi del 2012

E. ha due bambine bellissime e un bravo marito. Entrambi hanno perso il lavoro lo scorso anno e si arrangiano con lavoretti saltuari.
Sono nigeriani ma hanno una discreta scolarizzazione. Li aiutiamo nella spesa, per i vestiti dei figli (non prendiamo vestiti da adulti, ma solo per bambini e giovani) e il materiale scolastico delle bimbe.

N. è anziana e vedova. Vive con la sua pensione ed aiuta i vari nipoti anche loro in condizioni di povertà estrema.
La aiutiamo a trovare prodotti da vendere che riesce a piazzare tra amici e conoscenti per pagare le bollette e con pacchi viveri e vestiario per i nipotini.

V. è una giovane mamma che ne ha viste di tutti i colori. Ha due figlie malate, ha perso il lavoro e vive in una casa popolare. Ha tante spese extra per le cure delle figlie ma è molto intraprendente e trova sempre dei lavoretti. L’aiutiamo per alcune spese importanti e per alcune bollette “difficili”.

Alcuni casi del 2010-2011

L. è una mamma ivoriana, che alcuni nostri volontari conoscono da alcuni anni e che sta cercando di risolvere i suoi problemi.
Abbiamo aiutato lei e il suo bambino, perchè si impegna tanto e si è data molto da fare per lavorare onestamente e riuscire a rifarsi una vita.
Per sostenerla, abbiamo rallentato lo sfratto in attesa di sistemarla in una comunità di accoglienza. Ora studia e si prepara per un lavoro.

S., K. E L. tre mamme nigeriane, di cui 2 con grossi problemi di salute.
Una delle mamme ha problemi di depressione a causa della condizione economica disastrosa, e siamo riusciti con il vostro aiuto a risollevarla e darle un po’ di pace.

S. e L.  sono mamme italiane, che hanno lavori saltuari, sono entrambe sopra i 40 anni e non hanno esperienze particolari da far fruttare nel mondo del lavoro, i loro figli hanno dei problemi e i mariti sono malati. Abbiamo dato un sostegno per alcune emergenze che non potevano  affrontare da sole. Una delle famiglie ora ha trovato una occupazione per entrambi i coniugi e tutto va meglio.

 PER AIUTARE:

“Amici di Lazzaro”:
PosteItaliane C/C postale 27608157
BancoPosta IBAN: IT 98 P 07601 01000 0000 27608157
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INFO: info@amicidilazzaro.it  tel. 3404817498

Chi salva una mamma salva il mondo

carissimi, come sapete ci occupiamo di donne in difficoltà: alcune sono vittime della tratta e dello sfruttamento, altre sono rifugiate politiche, altre hanno grossi problemi familiari e/o disabilità.

Le mamme che l’associazione sostiene sono moltissime, si tratta di casi che le Caritas e i centri d’ascolto parrocchiali non sono in grado di gestire perché troppo complicati ed onerosi, in molti casi si tratta di donne e famiglie che a causa della crisi economica versano in difficili condizioni.

Le donne vittime di violenza e sfruttamento che l’associazione aiuta sono molte decine (oltre 350 le ragazze aiutate a lasciare la strada in questi anni e moltissime altre quelle aiutate nel reinserimento sociale)

CASI CONCRETI DI QUESTE ORE (dicembre 2016):
Mamma separata, ha una ragazzina che non va piu’ a scuola, ha lasciato le superiori per aiutare la mamma facendo qualche ora di pulizia, la mamma vende fiori, scope, spugne, asciugamani porta a porta. Hanno problemi economici gravi, pur vivendo in una casa popolare (basso affitto)

B. ha lasciato la strada da due anni, ne ha viste di tutti i colori: violenze, torture, abusi, il rifiuto dei famigliari a starle vicino.
Va a scuola, fa dei lavoretti, aiuta in un ristorante, fa un corso di cucito. Ha bisogno di aiuto economico per completare il percorso difficile di reinserimento

J. ha un marito italiano molto bravo e volenteroso. Non riescono ad avere un lavoro stabile, il figlio piu’ grande e’ andato all’estero a lavorare, hanno tanta volonta’ ma anche tante difficoltà economiche che vivono con grande dignita’.

Elena, sta perdendo la casa, il datore di lavoro la sfruttava facendole fare tantissime ore (10-11 al giorno) in cambio la ospitava quasi gratis per 200 euro al mese.

PER AIUTARE:
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Caffarra: I figli non sono qualcosa che si vuole, ma qualcuno che viene

Omelia del cardinale di Bologna sul pericoloso narcisismo ed egoismo moderno che vede i figli non come dono ma come scelta

Una cultura “in cui l’origine di una nuova persona umana non è più compresa nel suo significato più profondo, non dono di Dio ma frutto casuale di leggi biologiche sempre più sottoposte al dominio tecnico dell’uomo”: è quella che disegna il cardinale Carlo Caffarra nell’omelia della Messa celebrata in occasione della Festa della Sacra Famiglia a Bologna.

“E’ convinzione di molti – commenta l’arcivescovo – che il figlio non può essere semplicemente ‘aspettato’, ma deve essere ‘voluto’. Certamente dietro a questo cambiamento di prospettiva ci può essere quell’attitudine che anche la Chiesa raccomanda quando parla di procreazione responsabile. Ma normalmente ormai non è di questo che si tratta. E il rapporto del genitore col figlio ‘voluto’ è profondamente diverso dal rapporto col figlio ‘venuto’. La diversità consiste nel fatto che il figlio ‘voluto’ rischia di essere considerato non come qualcuno, ma come qualcosa di cui ormai ho bisogno per il mio benessere psicologico. Il passaggio poi alla visione coerente del figlio come proprietà è, in questa logica, un rischio assai reale. Esattamente il contrario di quanto ci dice la parola di Dio”.

“La conseguenza più grave di questo profondo cambiamento culturale nel rapporto genitori-figlio – sottolinea Caffarra – è che la coppia si attribuisce l’autorità di dare un giudizio sul diritto o non all’esistenza del figlio concepito, ma non voluto. Si è così legittimata anche la soppressione del medesimo, sulla base dell’ideologia ‘a favore della scelta’ (pro-choice). Ma nello stesso tempo – e si tratta solo di una contraddizione apparente con ciò che ho appena detto – se il rapporto giusto è solo col figlio ‘voluto’; se egli diventa qualcosa di necessario per la propria felicità, viene logicamente legittimata ogni tecnica che possa produrre il figlio voluto. E il prodotto è a disposizione del produttore”.