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La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

La Gran Bretagna vieta l’obiezione di coscienza ai chirurghi plastici

L’Ordine dei medici inglesi contro il codice deontologico: «Le operazioni per cambiare sesso sono obbligatorie perché richieste da persone omosessuali che non devono in alcun modo essere discriminate».

Qualcuno parla di rischio di “discriminazione al contrario”. Lo ha fatto recentemente anche il giornalista omosessuale inglese, Andrew Pierce, editorialista del quotidiano inglese Daily Mail. «Se continuiamo di questo passo – scriveva settimana scorsa – gli eterosessuali potrebbero essere ancor più discriminati. Se si chiedono diritti maggiori di quelli che derivano dalle unioni civili già concessi, noi omosessuali arriveremo a godere di diritti negati agli eterosessuali. Stiamo assistendo a un’assurdità». In effetti, dopo che le agenzie di adozione cattoliche hanno chiuso per non essere costrette a dare in adozione bambini alle coppie omosessuali, gli inglesi aspettavano solo di vedere le prossime conseguenze dell’Equality Act, la legge sull’omofobia varata nel 2010. È così che settimana scorsa il General Medical Council, l’Ordine dei medici della Gran Bretagna, ha potuto stabilire che i chirurghi plastici non potranno rifiutarsi di operare persone che chiedano di cambiare sesso. Nemmeno per motivazioni etiche o di carattere religioso.

Il divieto è giustificato dall’Ordine così: «Poiché le SRS (Sex Reassignment Surgery) sono richieste da un particolare gruppo di pazienti non sono pertanto soggette all’obiezione di coscienza». Il gruppo è quello degli omosessuali, che per la legge britannica non devono in alcun essere discriminati, al punto che ormai la non discriminazione equivale alla possibilità per gli omosessuali di trasformare ogni desiderio in un diritto inalienabile. Non importa se in contrasto con una libertà fondamentale di un altro gruppo riconosciuta da ogni codice deontologico democratico. Quello inglese all’articolo 5 recita così: «Si può astenersi dall’eseguire una particolare procedura per ragioni connesse a convinzioni morali e valori personali». E non importa neppure se la dichiarazione dei diritti dell’uomo all’articolo 18 dice che «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di (…) manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento e nelle pratiche».

I medici cristiani, però, non hanno intenzione di stare a guardare. Dalla Cristian Medical Fellowship è giunta la denuncia di «regolamenti e leggi attraverso cui si sta cercando di impedire ai medici cristiani di operare». Anche altri professionisti hanno sottolineato che l’obiezione di coscienza è ciò che salvaguarda la professione medica dai tentativi di snaturarla. Ma l’Ordine si è giustificato ancora appellandosi alla legge sull’omofobia. Come potranno ora praticare il loro mestiere tutti i chirurgi plastici che vogliano seguire la legge della propria coscienza che, come indica la Chiesa cattolica, «è superiore a quella civile» (Humanae vitae)? E che ne sarà di quei cattolici a cui la dottrina sociale della Chiesa insegna che per quanto riguarda «il diritto d’obiezione di coscienza della persona adulta di fronte all’autorità civile (…) è un grave dovere di coscienza non prestare collaborazione, neppure formale, a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio» (cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n° 400 e n° 399)?

di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)