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Figli di 6 genitori, con lʼutero in affitto si puo’ (triste)

Tre aspiranti genitori legali, ma sei biologici – tre padri anche biologici, tre donatrici di ovociti di cui due anche madri surrogate – per almeno tre futuri bambini, il tutto condito con tanto amore perché #loveislove, come cinguettava felice Obama quando la Corte Suprema americana ha sdoganato il matrimonio omosessuale.
Anche secondo il canadese Adam Grant l’amore è l’amore e «dovrebbe essere moltiplicato e non diviso. Non importa se in una relazione a tre o a quattro». E proprio per questo ha divorziato da Shayne Curran (uomo pure lui), dopo un anno di matrimonio: l’ha fatto per restarci insieme ma estendendo la relazione anche a un terzo uomo, Sebastian Tran.
Adam e Shayne non volevano che Sebastian, incontrato in un night club e con cui subito è nato un grande amore comune, «si sentisse la ruota di scorta nella nostra relazione. Così abbiamo deciso di divorziare per poter rinnovare il nostro impegno fra tutti e tre», in modo eguale. I media che hanno raccontato la storia si sono dilungati con dovizia di particolari sulle dinamiche e sulla normale quotidianità “familiare” del terzetto, che ormai convive da più di tre anni.
Un poliamore che sarebbe una faccenda privata riguardante solo i diretti interessati – sempre che sia tutto vero, e non una trovata pubblicitaria – se non fosse per un paio di “particolari”. Il primo è che secondo alcuni avvocati consultati dal trio, e nonostante il matrimonio a tre non sia legale in Canada, producendo opportuna documentazione sarebbe possibile garantire «che siamo tutti egualmente legati e obbligati l’uno con l’altro agli occhi della legge».
Il secondo è la loro intenzione di avere figli: pur non essendo contrari all’adozione, dicono, «vogliamo mischiare i geni in modo che i nostri bambini siano il più possibile legati a noi». Le due sorelle di Shayne si sarebbero già dichiarate disponibili per fare da madri surrogate – «stanno già discutendo su chi delle due porterà il nostro bambino per prima, mi sento molto fortunato», rivela Shayne – e, insieme alla sorella di Sebastian, tutte e tre donerebbero i propri ovociti «per tenere tutto in famiglia».
Una storia che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata un pessimo copione per una commedia di quart’ordine, adesso, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere considerata come una provocazione, ma nessuno è in grado di escludere che tutto ciò si possa realmente concretizzare. Nel Nuovo Mondo nato dalla rivoluzione antropologica ogni singolo aspetto della storia appena raccontata è diventato plausibile. Innanzitutto: quel che conta – ci dicono – è l’amore, e se si è in tre a condividerlo non si capisce perché uno dei soggetti debba esserne escluso.
E poi: i sentimenti e le percezioni personali devono essere riconosciuti pubblicamente dalla legge. In questo caso nella forma più simile possibile a un matrimonio, estendendo a tre quel che vale per due. E ancora: i figli “del sangue”, cioè in qualche modo geneticamente legati a sé, sono l’ovvia conseguenza e la legittimazione definitiva dell’amore reciproco. Infine: i figli non hanno bisogno del padre e della madre, ma di qualcuno che li desideri fortemente e sia disposto a prendersene la responsabilità. In fondo sono le stesse motivazioni di chi sostiene i matrimoni fra due persone dello stesso sesso, in questo caso estese a una in più.
Diventerebbe quindi essenziale l’accesso all’utero in affitto per rendere possibile qualsiasi combinazione di filiazione e genitorialità. Anche l’idea di fecondazione eterologa diventa superata, lasciando spazio a una generica e più ampia “donazione” di ovociti: in questo caso non esiste una coppia uomo-donna che accede a gameti “esterni”, ma si tratta di una vera e propria “riproduzione collaborativa”, dove ognuno contribuisce come può.
D’altra parte la co-genitorialità a tre non è una novità. Per esempio, nel suo recente libro Fine della maternità Eugenia Roccella dà notizia di altri casi, riportando anche l’incipit di un sito dedicato: «Le cose stanno definitivamente cambiando e stanno evolvendo negli Stati Uniti. Piano piano le decisioni delle Corti stanno modificando le leggi, e in alcuni Stati ora è legale avere fino a tre genitori per un bambino». Bambino dei cui diritti nessuno, finora, sembra preoccuparsi.
Assuntina Morresi – Avvenire

Diagnosi genetica preimpianto: procedure e implicazioni

Una pratica disumana, perché porta alla selezione della specie e a considerare indesiderabili e scartabili le persone (cose?) non perfette…

COSA È LA DIAGNOSI GENETICA PREIMPIANTO?

La diagnosi genetica preimpianto o PGD (Preimplantation Genetic Diagnosis) è una procedura diagnostica che prevede l’utilizzo di un’analisi molecolare del DNA (o dei cromosomi) proveniente da una o due cellule di un embrione allo stadio di circa 8 cellule. E’ possibile effettuare questo tipo di diagnosi soltanto attraverso l’utilizzo della fecondazione in vitro, con la creazione di diversi embrioni in provetta (circa da 10 a 20) tra cui individuare quelli più idonei al prelievo di una o due cellule per poi eseguire l’analisi. Il prelievo di una o due cellule avviene prima dell’impianto degli embrioni in utero e serve per selezionare gli embrioni senza il difetto genetico ricercato. La procedura ha quindi lo scopo di individuare alcuni embrioni da impiantare, mentre i rimanenti verranno scartati: sia che siano portatori di un difetto genetico, sia che siano sani. In Austria e Italia questa procedura diagnostica non è permessa dalla legge.

QUALE PERCORSO SI DEVE SEGUIRE PER LA PGD?

La PGD comporta un percorso alquanto impegnativo che inizia con la fecondazione artificiale che, a sua volta, prevede: stimolazione ormonale all’iperovulazione, intervento per il prelievo degli ovociti (pick up), fecondazione dei gameti in provetta, incubazione per due/tre giorni per dar tempo allo zigote (prima cellula dell’individuo) di moltiplicarsi allo stadio di 6-8 cellule, prelievo di 1-2 cellule da tutti gli embrioni ottenuti. Questa parte di procedura è simile a quella seguita anche dalle coppie sterili per una normale PMA. Le probabilità di successo di fecondazione in vitro variano molto in funzione dell’età: da un 40% nelle donne giovani (<35aa) a circa il 15% nelle donne meno giovani (40-42 aa). Dopo la formazione degli embrioni, inizia l’indagine di laboratorio per permettere la diagnosi genetica, parte delicatissima dove avvengono le maggior parte dei fallimenti della procedura (pari al 10-15%), e dove, purtroppo, esiste una percentuale non trascurabile di possibili errori diagnostici (2-5%). Infine avviene l’impianto di uno o più embrioni selezionati senza l’anomalia genetica ricercata. A questo proposito bisogna ricordare che l’analisi individua solo il “difetto” cercato e non qualsiasi altro difetto genetico che potrebbe esserci e rivelarsi, successivamente, inatteso.

QUALI SONO LE INDICAZIONI DIAGNOSTICHE DELLA PGD?

Dalla prima pubblicazione dell’applicazione della PGD (Handyside et al. Nature 1990;344:768–770) ad oggi le indicazioni all’esame sono molto cambiate (Harper et al. Hum Reprod Update. 2012 May-Jun;18(3):234-47).  Volendo riassumere i dati degli anni 1997-2007 vediamo che:

– nel 61% dei casi la PGD è stata utilizzata per valutare difetti del numero dei cromosomi (aneuploidie),

– nel 17% per valutare la presenza di specifiche mutazioni in singoli geni,

– nel 16% per valutare anomalie cromosomiche,

– nel 4% per diagnosi di malattie genetiche legate al cromosoma X

ed infine

– nel 2% per selezione in base al sesso (social sexing)

Come atteso, nelle indagini per difetti da singoli geni si ha la percentuale più alta di identificare embrioni senza difetto (50-70% degli embrioni vitali), mentre solo nel 10-15% degli embrioni, derivati da soggetti con riarrangiamenti cromosomici, si individuano embrioni senza difetto.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI DELLA PGD?

Nella PGD vengono prodotti in provetta un numero variabile di embrioni (da 10 a 20) e lo scopo dell’intervento è non solo quello di conoscere la salute dell’embrione, ma principalmente di scegliere quello sano da impiantare e, di conseguenza, scartare tutti gli altri, sia sani sia malati. Nel report dell’ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology) su dieci anni di attività (1997-2007) risulta che da 339.966 oociti prelevati, 202.357 sono stati fertilizzati portando alla produzione di 19.901 embrioni trasferiti, pari al 5,85%. Questi hanno dato origine a 5.187 gravidanze, con un’efficienza di circa il 26%. In sintesi, dopo tutti i passaggi, solo l’1,5% degli oociti prelevati giunge al termine del percorso come gravidanza clinica. E questa risulta essere la situazione in cui ci si propone volontariamente di selezionare essere umani in base alla loro tipologia, scegliendo quelli senza difetti a scapito di tutti gli altri. Inoltre, ad oggi, nelle gravidanze ottenute dopo PGD, nella maggior parte dei casi viene consigliata la diagnosi prenatale entro il primo trimestre di gravidanza per controllare nuovamente la diagnosi genetica.

Domenico Coviello –  Direttore S.C. Laboratorio di Genetica Umana,
E.O. Ospedali Galliera di Genova
Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

[Da bioFiles, n° 20  |  28 novembre 2012]

Il ‘tempio’ dell’eterologa e i suoi mercanti.

fecondazione-eterologa-620x350“Il business dei figli venuti dal freddo”. È l’evocativo titolo dell’inchiesta condotta da Repubblica che ha tolto il velo all’esteso mercato che si cela dietro la pratica della fecondazione eterologa. Voraci aziende sono in trepidante attesa che anche l’Italia – dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha eliminato il divieto di eterologa alla legge 40 – spiani finalmente la strada ai fatturati derivanti dallo stoccaggio, dalla conservazione e dal trasporto di gameti.

Per avere un primo assaggio del tema, è necessario rivolgere l’attenzione oltreoceano. Il competente Journal of the American Medical Association ha pubblicato dei dati capaci di rendere bene l’idea del fenomeno: dal 2000 al 2010, negli Stati Uniti, sono aumentate del 70% le donne – per lo più ventenni – che vendono ovuli. L’offerta di questo esercito di rampanti affariste della bioetica fa gola alla domanda da parte di banche pronte a congelare e a rivendere.

Tra gli acquirenti, non solo aspiranti genitori, poiché ovociti e spermatozoi fanno gola anche alla ricerca scientifica che utilizza le staminali. “Conservare un campione di seme o di ovociti – si legge nell’inchiesta di Repubblica – vuol dire pagare dai 100 ai 500 euro l’anno, per anni”. Ne sanno qualcosa, negli Stati Uniti, la Apple e Facebook, aziende recentemente balzate agli onori delle cronache per aver proposto alle proprie dipendenti – assumendosi le ingenti spese – di congelare gli ovuli e rimandare la maternità per dedicarsi al lavoro.

E in Europa invece? Molti centri si affidano a piccole banche o a cosiddetti service. Josè Remohì, presidente della rete dei centri spagnoli Ivi, spiega che con 12 ovociti fecondati e trasferiti l’esito positivo della gravidanza è del 40%, ma con 30 si sale all’80%. Un bel giro d’affari, che rischia però d’incrinarsi laddove l’Italia dovesse “aprire” ufficialmente alla pratica, in quanto il 63% della domanda è di provenienza italiana. Motivo per cui centri come l’Ivi stanno valutando seriamente di aprire sedi nel nostro Paese.

Non molto tempo fa quelli che Repubblica chiama “i signori del gelo” si sono riuniti in un progetto, “una new company privata in uno spazio pubblico, l’Università di Roma a Tor Vergata”, concessionaria con Cryolab. Quest’ultima è l’unica struttura in Italia che ha finora ottenuto il nullaosta del ministero della Sanità per la qualificazione di trasporti di gameti. Come afferma sornione Francesco Zinno, direttore medico di Cryolab, “l’eterologa sicuramente prevedrà che ci sarà un andirivieni di campioni” di gameti, spermatozoi, ovociti e tessuto riproduttivo. “Andirivieni” che farebbe piovere parecchi soldi. Sempre dalle inchieste condotte negli Stati Uniti, risulta infatti che società come la Nordic Cryobank, specializzata per il liquido seminale, e la spagnola Ovobank richiedono circa 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasposto, 250euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo finisce così per toccare e superare i 7mila euro per una fecondazione in vitro con donazione.
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Maternita’ surrogata ultima frontiera dello sfruttamento

surrogataUna nuova forma di tratta che ancora una volta offende la dignità umana. Una vera e propria “industria” in espansione in tutto il mondo, che sfrutta a fini riproduttivi donne povere e vulnerabili. È la maternità surrogata – Surrogate Motherhood (Surrogacy) in inglese e Gestation pour autrui (Gpa) in francese – le cui vittime non sono solo le “madri per conto terzi”, ma anche i bambini nati tramite la procedura.
Il fenomeno è in aumento in otto Stati Usa (soprattutto in California), India, Thailandia (anche se qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che la vieta agli stranieri), Ucraina, Russia. Non esiste ancora una sua regolamentazione a livello europeo e/o internazionale. Per questo il Gruppo di lavoro sull’etica nella ricerca e nella cura della salute della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) ha predisposto un parere che valuta la maternità surrogata dal punto di vista etico e riflette sulle sue ripercussioni giuridiche, sostenendo la necessità di regole a livello europeo e internazionale. Il documento è stato presentato questo pomeriggio a Bruxelles da p. Patrick Verspieren (Centre Sèvres), nel corso della conferenza “Surrogacy and human dignity”, co-organizzata al Parlamento europeo dalla Comece e dal Gruppo di lavoro del Ppe sulla bioetica e la dignità umana, guidato dall’europarlamentare Miroslav Mikolasikb.Grave attentato alla dignità umana. La maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana”, affermano senza mezzi termini gli esperti della Comece nel parere intitolato “Avis sur la gestation pour autrui. La question de sa regulation au niveau européen ou international”. Il testo premette che gli Stati membri Ue riprovano ogni forma “commerciale” di gestazione per conto terzi, ma non esiste una regolamentazione comune. Secondo uno studio comparativo dell’Europarlamento, il Regno unito ammette un compenso “ragionevole” di 4mila-5mila euro alla madre surrogata. Degli altri 25 Paesi (lo studio è del maggio 2013 e precede di due mesi l’ingresso della Croazia), sette vietano completamente la Gpa, sei la proibiscono parzialmente, dodici non dispongono di alcuna normativa. “Diversi giudici – si legge nel parere – riescono tuttavia a trovare accorgimenti giuridici (International Surrogacy Arrangements) che garantiscano al bambino nato con la Gpa commerciale l’affiliazione ai cosiddetti “’aspiranti genitori’”.
Eppure, secondo la Comece, “per la strumentalizzazione del corpo della ‘mère porteuse’, l’intrusione nella sua vita personale, la negazione delle relazioni intrauterine tra la donna incinta e il bambino che essa ha in sé, lo sfruttamento delle donne vulnerabili e più povere” a favore di coppie o di singles ricchi, la maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana” e di cui sono vittime le madri surrogate ma anche i neonati, considerati come “prodotti”. Una “reificazione del bambino” che “contraddice l’affermazione della dignità umana, chiave di volta della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e viola ‘il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro’” (art.3). Non esiste un “diritto al figlio”, e va considerata seriamente la questione dello status giuridico dei bambini nati nell’ambito degli International Surrogacy Arrangements. Spesso, al rientro nel Paese di residenza, soprattutto se al suo interno vige il divieto di Gpa, gli “aspiranti genitori” non vengono riconosciuti come genitori legali del bambino.
Un accordo possibile. Diversi rapporti commissionati dal Parlamento europeo chiedono di stabilire “norme comuni di diritto internazionale”, si legge ancora nel parere, di instaurare all’interno dell’Ue un “riconoscimento reciproco delle sentenze” in materia di affiliazione legale e, in prospettiva, l’elaborazione di una convenzione internazionale. Da tenere in conto anche la riflessione della Conferenza de L’Aia di diritto internazionale privato (aprile 2014). Il dibattito “non può limitarsi al fatto compiuto del mercato della ‘maternità surrogata’ e del correlato sviluppo del ‘turismo procreativo’”. Gli Stati Ue ritengono “inaccettabile” la commercializzazione del corpo della donna e del bambino e, “di conseguenza”, la Gpa. Su questo punto, per la Comece, “un accordo sembra dunque possibile”. La ricerca di regole comuni e di prassi giudiziarie analoghe “potrebbe iniziare con una rigorosa applicazione” di questo principio, e quindi “con la valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita, o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie dei paesi di nascita, in caso di versamento di compensi diversi dal mero rimborso delle spese effettivamente sostenute dalla madre surrogata”. La questione cruciale, concludono gli estensori del testo, è “sapere se vogliamo istituire una società in cui i bambini siano fabbricati e venduti come prodotti”, con le conseguenze umane, giuridiche e sociali che ne derivano.

Embrioni scambiati, non si può decidere la madre

scambio-provetteÈ impossibile a rigor di etica decidere, nel drammatico caso dell’Ospedale Pertini, chi sia la mamma tra la madre genetica e la gestante, mentre se si assume come criterio di giudizio il diritto la soluzione spetta al legislatore. È la sintesi del parere approvato ieri dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) in capo a una delle discussioni più serrate e coinvolgenti della sua storia. In un mese di lavoro intensissimo, mettendo da parte tutti gli altri dossier, i membri dell’organismo consultivo hanno così risposto alla Regione Lazio che li aveva interpellati sulla controversa vicenda dello scambio di provette nel reparto di Procreazione assistita dell’ospedale romano. Dall’incidente era scaturita la gravidanza di due gemelli portata avanti da una donna il cui patrimonio genetico, come per il marito, è estraneo a quello dei bambini che porta in grembo, geneticamente figli di un’altra coppia, ora pronta ad azioni legali. Il Cnb dichiara ora che in casi come questo la maternità è indecidibile, e lo fa con un parere pressoché unanime che sarà reso noto entro la prossima settimana, ultimate le postille dei consiglieri che vogliono aggiungere la loro voce in calce a quella del Comitato.

Di fronte ai fatti del Pertini – in sostanza, un episodio di fecondazione eterologa involontaria – il Cnb dunque afferma che è impossibile decidere chi sia la madre,  ma riconosce implicitamente che in casi come questo (dopo la recente sentenza della Consulta non potranno che moltiplicarsi) i genitori in realtà sono quattro. E per evitare che la soluzione definitiva sia lasciata al braccio di ferro tra le due coppie il Comitato afferma che è indispensabile che i bambini possano contare su due genitori certi – siano essi quelli genetici o la coppia dove la donna partorirà i gemelli – e che conoscano la verità, auspicando poi che tra le due coppie si sani ogni possibile dissidio, nell’interesse dei bambini.

«Abbiamo soppesato tutte le ragioni delle parti coinvolte – spiega Lorenzo D’Avack, che insieme all’altra vicepresidente del Comitato Laura Palazzani e ad Assuntina Morresi ha istruito il parere – rilevando elementi a favore dell’una e dell’altra coppia ma decidendo alla fine di non esprimere una preferenza bioetica perché i motivi che suggeriscono di scegliere la madre genetica o la gestante sono ugualmente rispettabili». Il giurista D’Avack, pur avendone viste molte, riconosce di non essersi «mai imbattuto in una questione tanto aperta e complessa. I bambini comunque vivranno una situazione difficile». E allora non è il caso di fermare l’eterologa, che di questi casi ne costruirà a dozzine? «Ma ci sarà una legge a dirimere la materia – replica D’Avack –, oggi c’è un vuoto normativo che va rapidamente colmato».

Solo voto contrario nel Cnb è quello di Francesco D’Agostino, fortemente critico nei confronti dell’«incapacità del Comitato di esprimere un vero parere. Se non siamo in grado di dire chi è la madre – osserva – allora riconosciamo che ha vinto il relativismo per il quale non esiste verità e tutti possono pensarla come credono. Nell’indeterminatezza del Comitato, anche il Parlamento si sentirà autorizzato a non pronunciarsi lasciando carta bianca alla magistratura. Con gli esiti che conosciamo». «Il caso del Pertini, come ha già titolato efficacemente Avvenire, ci fa “capire” cosa è l’eterologa – è l’opinione di Assuntina Morresi –. Il problema nasce in generale con la fecondazione artificiale, e in particolare con quella di tipo eterologo, anche se “per errore”. La fecondazione artificiale destruttura totalmente la filiazione naturale e ci pone di fronte a dilemmi che per l’antropologia naturale sono sconvolgenti e irrisolvibili. Come si può dire che quei bambini non sono figli dei genitori genetici, a cui probabilmente somiglieranno? E come si possono escludere questi genitori dalla loro vita? E d’altra parte come si può dire che non è madre quella che partorisce? Per questo ritengo che quello del Cnb sia un buon parere». Compiuta per scelta o per errore, l’eterologa pone di fronte a un nodo irrisolvibile. Che persino il Cnb non è riuscito a sciogliere.
Francesco Ognibene – editoriale su Avvenire
Come sempre dopo notizie come questa bisogna ricordarsi che la fecondazione artificiale è rischiosa, dannosa per madre e figli, è eugenetica (perchè per un embrione scelto bisogna sacrificarne altri), costosa e eticamente sbagliata perchè mette a rischio il diritto dei nascituri di avere un padre e una madre biologici certi.

Utero in affitto e’; schiavismo? Ecco cosa ne pensa chi ci e’ passato…

utero-in-affittoMentre in Italia il martello dei giudici batte sui destini di bambini a cui viene così negato il diritto ad avere una mamma e un papà, nel Paese il dibattito sull’utero in affitto si fa appassionante. Il fronte di quanti giudicano questa pratica disumana, frutto della mercificazione del corpo femminile, si amplia significativamente di un consistente gruppo.

È quello delle femministe di “Se Non Ora Quando – Libere”, le quali, lanciando una petizione contro l’utero in affitto, hanno scatenato una discussione seria e approfondita, finalmente svincolata da posizioni precostituite. Il loro desiderio di rompere “un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino” si sta dunque avverando. La più efficace picconata su questo silenzio miserabile, tuttavia, giunge non da pur autorevoli intellettuali, bensì da chi la pratica della fecondazione eterologa l’ha vissuta in prima persona. E ne porta ancora sulla propria pelle la ferita.

Come Tanya Prashad, una donna americana che, spinta dal “desiderio di aiutare un’altra coppia”, ha deciso di “affittare” il proprio utero a chi non potesse avere un figlio. Così, come racconta lei stessa in un’intervista apparsa su AbcNews oltre un anno fa, aveva rinunciato ai diritti parentali nei confronti della figlia che sarebbe nata dall’unione del suo ovulo con il seme di un uomo, che voleva diventare genitore insieme al suo compagno omosessuale.

Tanya ha resistito per nove mesi all’idea di diventare madre per poi separarsi alla nascita dalla propria piccola, fin quando non è arrivato appunto il momento del parto. “Quando vidi la bambina lì fra le mie braccia, quei pezzi di carta che avevamo firmato è come se fossero scomparsi”, spiega la donna. Che ha dunque deciso di tenere la piccola con sé. “Finimmo in tribunale – racconta -. E alla fine accettammo la decisione di una custodia congiunta”.

Ammette, la donna americana, che quando aveva scelto di “affittare” il proprio utero non si era posta il problema delle possibili ripercussioni che avrebbe affrontato la bambina a causa del desiderio di due omosessuali. Ora però, quelle ripercussioni sono sotto i suoi occhi: “Ha molte insicurezze. Ha bisogno di molte rassicurazioni, molte di più. Tutti i bambini ne hanno bisogno, ma si sa, lei ha bisogno ancora di più di trovare una strada”.

Il sentimento che angoscia Tanya è ora di rimorso per quello che ha fatto, giacché si sente “come una che ha venduto sua figlia”. Sentimento che trova riscontro nelle parole di Jessica Kern, giovane nata più di 30 anni fa tramite utero in affitto. Anche lei intervistata da AbcNews, si confida: “Per qualche ragione, intuitivamente dentro di me, avevo un senso di cosa fosse la famiglia e di come dovesse farci sentire, ma non l’avevo mai sperimentato”, ha spiegato la trentenne. Quando ha scoperto di essere nata da madre “surrogata”, che l’ha poi venduta per 10mila dollari, la Kern ha dichiarato di essere rimasta “devastata”. Dice con amarezza di non vivere bene il fatto di “essere nata grazie a un assegno”.

Quella stessa amarezza non sembra trasparire dalle parole di Anna e Laura, due donne italiane che insieme ai rispettivi mariti hanno scelto la maternità surrogata andando all’estero, precisamente in India. In un’intervista a Repubblica concessa in questi giorni in cui il dibattito sul tema si è acceso in Italia, ritengono candidamente di aver fatto “uno scambio”: le donne indiane hanno permesso loro di diventare madri; e loro, pagandole, hanno dato a queste donne indigenti “la possibilità di rendere migliore il futuro dei loro figli”.

Tutto moralmente accettabile allora? Non proprio. Pungolate dall’intervistatrice circa il fatto che questa pratica innesca un meccanismo di sfruttamento dei ricchi sui poveri, le due donne rispondono: “Quello purtroppo c’è in tutto il mondo. Qui almeno c’era un rapporto tra adulti consapevoli”. Un’ammissione che dovrebbe far riflettere la società civile e il Parlamento. Ma anche coloro che frequentano le Aule di Tribunale.
Federico Cenci

L’industria schiavista dell’utero in affitto

maternita-surrogataC’e’ un velo di ipocrisia che copre la realta’ di sfruttamento e di sofferenza conosciuta con il nome di maternita’ surrogata. Giri d’affari milionari sulla pelle di donne e bambini considerati alla stregua di una merce, eugenetica, gravidanze interrotte coercitivamente: qualsiasi persona di buon senso insorgerebbe dinanzi a questa ridda di misfatti legati alla pratica dell’utero in affitto. Eppure, malgrado la diffusa sensibilita’ ai diritti umani, quando si parla di questo tema prevale un’indifferenza che spesso confina in una forma di cinismo alquanto stravagante: il desiderio del ricco sopravanza la dignità del povero e il diritto del bambino.

Un’inchiesta come quella uscita sull’ultimo numero della rivista trimestrale Info-dienst bio-ethik (Info-service bioetica) di Aktion Leben (Movimento austriaco per la protezione della vita), serve a render pubblico ciò che in molti ignorano riguardo l’utero in affitto. La rivista punta i propri riflettori su quello che chiama il “turismo riproduttivo”, il quale “banalizza di proposito” la maternità surrogata.

Aktion Leben invoca a gran voce che questa pratica venga vietata in tutto il mondo. Martina Kronthaler, segretaria generale del Movimento, ne spiega i motivi: “La riproduzione è diventata una grande industria in tutto il mondo”. E dietro i messaggi pubblicitari delle agenzie che lavorano per organizzare viaggi a questo scopo, nei quali sono ritratti bambini felici e genitori raggianti, si nasconde il fatto che “c’è quasi sempre lo sfruttamento delle donne e l’inganno ai bambini ai quali viene nascosto il legame prenatale”.

Un esempio che la Kronthaler indica per dimostrare come una patina edulcorata stia rivestendo gli interessi di profitto e lo sfruttamento delle madri surrogate è la pagina principale del sito del “Bridge Clinic”, in Nigeria. Questa clinica, con la quale collaborano esperti della riproduzione austriaci offre “madri in affitto che sostituiscono il seno materno”.

Una pubblicità, quella della “Bridge Clinic”, che secondo la Kronthaler testimonia una “intenzionale presentazione semplicistica di quello che è invece lo spettacolo nudo e crudo di donne reclutate in zone di grande povertà dalle agenzie specialistiche, e usate come incubatori umani in fattorie dove vengono alloggiate”.

A queste donne è negato sapere – evidenzia ancora Aktion Leben – il numero di embrioni che vengono loro impiantati e quanti ne vengano uccisi nel loro ventre. Difficile quantificare il numero di aborti, che spesso vengono richiesti dai “clienti” stranieri perché le caratteristiche del bambino “acquistato” non corrispondono a quelle desiderate.

Ciò avviene negli Stati Uniti, dove la maternità surrogata è legale, praticata in circa 400 cliniche e produce un fatturato annuo di diversi miliardi di euro. Si stima ad oggi che 35 mila americani siano venuti al mondo attraverso la fecondazione artificiale, donazione di ovuli, donazione di sperma o madri in affitto.

Queste “pratiche disumane” – per mutuare Aktion Leben – consentono alle donne dei Paesi del Terzo Mondo guadagni assai inferiori rispetto a quelli delle donatrici americane. Tuttavia, si legge su Info-dienst bio-ethik, soltanto in India il mercato della maternità surrogata è stimato intorno ai 2,3 miliardi di dollari, 400 milioni di dollari l’anno secondo uno studio dell’Onu.

Mercato sul quale si allungano le ombre fosche dell’eugenetica. Avvenire riportava la scorsa settimana le dichiarazioni del dott. Vinay, medico del centro per la fertilità di Milann, dove il fenomeno dell’utero in affitto è particolarmente diffuso. “Il nostro obiettivo – le parole del dottore – è sempre e comunque quello di rispondere alle richieste del paziente. Supponiamo che una coppia sia di origini mongole, cinesi o giapponesi. In tal caso, desideriamo che il figlio abbia tratti somatici simili ai loro”. Persino, aggiunge il dott. Vinay, si cerca di accontentare anche coloro che “pretendono l’appartenenza a una casta specifica” per il loro bambino on-demand.

Spesso, come sottolinea la dott.ssa Annamma Thomas, a capo del Dipartimento di ostetricia e ginecologia del St. John’s Medical College di Bangalore, il ricorso alla fecondazione in vitro è dovuto alla scelta di diventare genitori in età avanzata, quando l’indice di fertilità è fisiologicamente più basso.

La Thomas afferma che c’è oggi “un abuso di queste tecniche” per “esaudire i bisogni più egoisti”. Spiega ancora ad Avvenire che “cercano la fecondazione in vitro, o la surrogazione di maternità, persone che sono al top delle loro carriere e non vogliono rinunciare allo status acquisito. O che, avendo ritardato il momento in cui mettere al mondo un bambino, incontrano normali problemi legati all’età”. E “se si sposassero un po’ prima…” – sospira la Thomas – forse si eviterebbe la proliferazione di questa enorme industria di sfruttamento.
Federico Cenci – www.zenit.org

Il brutto di sentirsi comprati e non accolti

alana-intro-stillDolce e Gabbana? Avevano ragione loro. I bambini devono nascere da un padre e una madre e non in laboratorio, perche’ «la vita ha un corso naturale e ci sono cose che non dovrebbero essere cambiate». È ciò che pensa Alana Newman, 28 anni, «nata con lo sperma di uno sconosciuto per fare piacere a mia mamma» e «usata come una sorta di strumento per risolvere le sue mancanze».

UN VUOTO INCOLMABILE
Hattie Hart, 16enne, ha scoperto due anni fa di essere stata concepita con lo sperma di un donatore anonimo. Insieme a Newman, ha scritto sul Federalist un articolo contro il «bullismo» di Elthon John, ai danni di Dolce e Gabbana, e «la moltitudine di genitori che difendevano i loro “bei bambini” fatti artificialmente», bambini che «non hanno voce per protestare». Hart pensava che «l’uomo con cui sono cresciuta fosse mio padre, ma non avevo un buon rapporto con lui. Poi, quando ha divorziato da mia mamma, mi ha detto la verità. Inizialmente provai un sospiro di sollievo per il fatto che non fosse mio padre: era distaccato e non mi ha mai trattata come i suoi figli naturali. Ma dall’altra parte, scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile», spiega a tempi.it.
Newman ricorda di quando al college lesse Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley, che già nel 1939 anticipava lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione a fini eugenetici e di controllo delle nascite. Nonostante «l’ambiente liberal, la mia classe era contraria a un mondo così. Allora rivelai la mia storia». Alla notizia i compagni rimasero in silenzio, finché un ragazzo esclamò: «Beh, pare un essere umano perfetto, forse non dovremmo essere così isterici!». Io, continua Newman, «sono sì un essere umano, come lo è il figlio di uno stupro, ma questo non significa che stuprare sia giusto». E poi «la mia psiche non è così normale. E qui non si tratta di qualcosa che i medici possono aggiustare. È un problema spirituale».
Hart, da quando ha scoperto come è nata, ha cominciato «a leggere e incontrare persone come me. Quelli come noi hanno tutti problemi di fiducia, abbandono, rifiuto con cui devono convivere tutta la vita». Le due ragazze citano a tempi.it lo studio intitolato My daddy’s name is donor (Mio papà si chiama donatore), da cui emerge che chi è privato di una delle due figure, materna o paterna, corre gli stessi rischi di coloro che sono cresciuti da persone drogate o alcolizzate: «È così, è la pura verità, che piaccia o no».

UN AMORE DIVERSO
Oggi però Newman è felicemente sposata con due figli. «È vero, sono stata fortunata. Prima di tutto perché ho letto tantissimo, senza stancarmi, per anni, e ho capito come mai stavo così male, scoprendo che anche gli altri figli dell’eterologa soffrono. Ma soprattutto ho avuto la fortuna di incontrare alcuni cattolici che mi hanno amata in un modo che non conoscevo. A casa mia si amava per sentirci bene, mentre per queste persone l’amore era un’altra cosa: si sacrificavano e si privavano di qualcosa di loro per rendere felice me. L’opposto di come ero sempre stata trattata. Questo amore mi ha cambiata, ma il mio passato resta».
Per Hart «una delle più grandi tragedie è la perdita dell’appartenenza. La fecondazione eterologa è devastante, dovrebbe essere vietata. Per questo ringrazio Dolce e Gabbana: mi sono sentita difesa da due persone coraggiose, che hanno parlato a nostro favore in una società in cui tutti hanno paura di farlo. Una società che onora solo le coppie e i singoli che vogliono bambini e mai i figli e i genitori biologici». Nell’ambiente in cui Hart è cresciuta «dire che un bambino ha il diritto di crescere con sua madre e suo padre non è permesso. Per fortuna mia mamma ha capito la gravità delle conseguenze del suo gesto e ora mi sostiene. Ma non è facile comunque». Che cosa aiuta Hart ad andare avanti? «Io spero. Ora so che con la terapia posso aiutarmi, anche se chi è passato di qui dice che un vuoto ci sarà sempre. Ma soprattutto sono felice di aver incontrato Alana che mi vuole bene davvero, è il mio mentore, una sorella che mi ha capito ed è strano in una società che mi fa sentire in colpa per i miei sentimenti». Invece «dire la verità, parlare di quello che mi è successo e sapere che può servire è terapeutico, mi fa sentire bene. Si capisce, no?».

Tempi

Eterologa e “diritto al figlio”: principi da regimi totalitari

Good HealthBabyGettyUna vecchia analisi sempre attuale:

È uno scenario nuovo e preoccupante quello che pone davanti la sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità del divieto della fecondazione eterologa (fecondazione artificiale usando un ovulo o sperma esterno alla coppia) previsto dalla legge 40 e la relativa motivazione. Uno scenario all’interno del quale l’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi, presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, individua due elementi di novità che assomigliano piuttosto a due sfide.

Il primo è “la praticabilità della fecondazione eterologa in un contesto di assenza di limiti legislativi”, che – afferma Crepaldi – “apre la possibilità di un selvaggio mercato dell’eterologa nel quale vengono meno fondamentali valori legati alla persona umana, alla procreazione e alla famiglia”. Con esso si darebbe il via ad uno scambio “senza limiti” di gameti, “alla fecondazione incontrollata da parte di ogni tipo di coppia, all’utero in affitto, alle ‘famiglie’ plurigenitoriali o monogenitoriali, alla tecnicizzazione assoluta della procreazione”.

Si giungerebbe, insomma, “alla fine dei legami familiari come li abbiamo conosciuti per qualcosa di terrificante che ancora si fa fatica ad immaginare”. Tale quadro viene presentato da molti come “quadro di libertà”, osserva l’arcivescovo, laddove esso è in realtà “un quadro che atterrisce” e che “si presterà alla pianificazione della vita da parte dei centri di potere”.

Lo dimostra ancora più chiaramente il secondo elemento: l’enunciazione, nella sentenza della Consulta, di un “diritto al figlio”. Un aspetto, questo, che “rompe con la visione della persona umana come avente in sé una propria dignità”, osserva Crepaldi, che rimarca: “Si possono vantare diritti sulle cose, non sulle persone”, perché “la persona è un fine in sé e non può cadere sotto la proprietà di nessuno”.

Solo regimi totalitari avevano teorizzato finora simili principi: “Con il principio del ‘diritto al figlio’ l’uomo si sentirà autorizzato a completare la manipolazione della vita e dell’essere umano già in fase avanzata di realizzazione”.

Davanti a questo sconcertante panorama di “ri-creazione dell’identità umana e delle relazioni umane fondamentali”, stupisce molto “che pochi sentano la gravità del momento, che il governo italiano non si sia adeguatamente espresso, che le forze politiche evitino di affrontarlo come si richiederebbe davanti a questi fenomeni disorientanti”, osserva il presidente dell’Osservatorio Van Thuân.

E sottolinea che “sul piano culturale va combattuto questo processo di eliminazione della natura e della natura umana”, che “sta travolgendo l’uomo, riducendolo ad un allegato della storia”. L’uomo rischia infatti di diventare “strumento del potere, anche in contesti democratici che, così facendo, esprimono la loro caratteristiche di democrazie totalitarie”. Dovere di “tutti gli uomini che amano la verità” è dunque “fare obiezione di coscienza rispetto ai tanti fenomeni di violenza a cui la fecondazione eterologa aprirebbe la strada”.

“Serve una grande mobilitazione delle forze del bene” – insiste Crepaldi -, opponendo alla fecondazione, che sia essa omologa o eterologa, “la proposta di una visione bella e libera della sessualità, della vita coniugale, della famiglia naturale, di un modo umano di amarsi, di accogliere la vita e provvedere ad essa, di educare i figli per introdurli nel mondo consapevoli della loro dignità”.

Il no all’eterologa, dunque, “deve continuare anche dopo la sentenza della Corte costituzionale”. E alla lotta culturale deve aggiungersi un forte impegno di singoli e gruppi associati, da condursi “nella società, nella scuola, nelle strutture sanitarie, nelle amministrazioni locali”. Il tutto accompagnato da un impegno “strettamente politico e legislativo – auspica il presule –, sia nei consigli comunali e regionali, sia soprattutto nel Parlamento nazionale”.

L’obiettivo finale è uno: “il divieto legislativo di ogni tipo di fecondazione artificiale, sia omologa che eterologa”. È vero le diverse forze politiche hanno già espresso “una posizione consenziente rispetto ad alcuni aspetti della deriva in atto”; tuttavia, per Crepaldi è possibile ed auspicabile, con la buona volontà di tutti e con l’uso del buon senso, “intervenire con una legislazione correttiva e di contenimento, in attesa che l’impegno generale per una rinnovata responsabilità politica renda possibile in futuro una legge giusta”.

Di Salvatore Cernuzio su www.zenit.org

Salviamo i bimbi dagli esperimenti

esperimenti ovuliLa Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sul caso di due «mamme». Forse qualcuno ricorderà che una ventina di anni fa comparvero sui giornali titoli simili: «Primo bebè figlio di due madri» (Il Giornale, 15/6/1998). Allora il significato era questo: si trattava di una tecnica di fecondazione artificiale nella quale si erano fusi due ovuli, per produrre un «superovulo». Il bimbo nato da questo superovulo fecondato avrebbe avuto il patrimonio genetico di due donne, anziché di una, ma sarebbe cresciuto con una sola delle due mamme genetiche e con il proprio padre biologico. La tecnica, dichiarò il dottor Michael Feinman, «è sperimentale, non abbiamo sufficienti prove che funzioni». Non funzionò: i 30 bambini nati così non erano superbambini, come sperato, ma «cumuli» di patologie. La tecnica fu abbandonata. Nessuno ne parlò più, ma queste persone esistono, e pagano nel corpo e nella psiche l’esperimento fatto sulla loro pelle. Esempi del genere se ne potrebbero fare a decine, ma l’importante è porsi una domanda: come mai è divenuto lecito sperimentare sull’uomo, come ai tempi del nazismo? Addirittura su bambini che devono ancora nascere e che certo non possono dare il loro consenso a queste sperimentazioni? Il citato Feinman, almeno, fu onesto: non sappiamo cosa accadrà, disse.

NUOVE FORMULE
Oggi invece si è trovata una formula più avvolgente: «Non vi sono evidenze scientifiche riguardo ad effetti negativi sui bambini cresciuti con due genitori dello stesso sesso”. Le cosiddette famiglie omogenitoriali, dunque, non presenterebbero, per ora, controindicazioni evidenti. Ci sono addirittura avanguardisti come Chiara Lalli e Ivan Scalfarotto, che nel loro Buoni genitori. Storie di mamme e papà gay sostengono che, anzi, la verità sta all’opposto: le «competenze genitoriali» di due gay, sarebbero addirittura «superiori». Benché, si aggiunge, persino molti omosessuali condividano «la credenza stereotipica che per uno sviluppo sano e proattivo di un bambino siano necessarie due figure genitoriali di sesso opposto», dimostrando così l’esistenza di una «omofobia interiorizzata» anche in loro! In verità l’affermazione secondo cui «non vi sono evidenze scientifiche…», si appoggia su ricerche dubbie ed «interessate», in contrasto con analisi ben più approfondite che vanno in senso opposto, come dimostra Massimo Gandolfini, neuroscienziato e psichiatra, nel suoMamma e papà servono ancora? Si può aggiungere che queste indagini non possono che basarsi sui pochi casi esistenti, e spesso su bambini ancora piccoli, nei quali eventuali disturbi comportamentali non appaiono ancora visibili né quantificabili. Quante volte è accaduto che tecniche di fecondazione artificiale sono sembrate innocue, sino ai15-20 anni di età dei «prodotti», per svelare solo in seguito la loro nocività?

LA DOMANDA
Quello che viene da chiedersi, però, è se davvero sia logico semplicemente porsi la domanda. C’è qualcuno che sostiene che non vi è alcuna «evidenza scientifica» che impedisce di far nascere gli orsi polari all’equatore? Effettivamente l’evidenza non c’è, ma per il semplice fatto che nessuno ha mai pensato fosse intelligente cercarla. Questo perché la scienza nasce e cresce indagando la realtà, comprendendola, descrivendola, non manipolandola. Francesco Bacone ricordava che «alla natura si comanda solamente obbedendole». La virtù degli scienziati, scriveva Cartesio, è la meraviglia: la natura con le sue leggi, il suo funzionamento dimostra una prodigiosa e ammirevole «intelligenza». I grandi scienziati hanno sempre visto nelle leggi naturali, come dicevano Keplero, Pascal ed Einstein, «pensieri di Dio», o, in altri termini, un ordine mirabile, da rispettare. Eppure, quanto all’uomo, dicono oggi in tanti, la scienza non conta. Neppure il diritto classico, basato sul principio suum cuique tribuere (dare a ciascuno ciò che gli spetta), ha più rilevanza. Possiamo rifare, con la forza della legge e della tecnica, la natura stessa, qualora essa non stia «al passo con i tempi», e non risponda «alle richieste dell’Europa» …Renzi, il Corriere, Repubblica sono molto più «avanti» della natura, della biologia… Forse troppo avanti, e molti andranno a sbattere.

Francesco Agnoli