Archivi tag: Eucarestia

Elenco dei principali miracoli eucaristici

Sui 61 prodigi qui elencati, 20 hanno avuto luogo in Francia, 18 in Italia, 11 in Spagna, 4 in Belgio, 3 in Olanda, l in Svizzera, 1 in Portogallo, 1 in Germama, 1 in Polonia, 1 in Vietnam-nord.

VIII sec.
LANCIANO (totale conversione dell’ostia grande in carne e del vino in sangue) Italia
X sec.
1000 circa TRANI (Carne e sangue) Italia
XI sec.
1010 IVORRA (Sangue) Spagna
XIII sec.
1171 FERRARA (Sangue) Italia
XIII sec.
RIMINI e BOURGES (Conversioni) Italia e Francia
1228 ALATRI (Carne) Italia
1230 FIRENZE (Sangue) Italia
1232 CARAVACA (Apparizione) Spagna
1239 DAROCA (Sangue) Spagna
1247 SANTAREM (Sangue) Portogallo
1254 DOUAI (Apparizione) Francia
1263 BOLSENA-ORVIETO (Corporale insanguinato dallo spezzare dell’Ostia Conscarata) Italia
1273 OFFIDA (Carne) Italia
1290 PARIGI (Les Billettes) (Sangue) Francia
1294 GRUARO-VALVASSONE (Sangue) Italia
1297 Gerone (San Daniele) (Carne) Spagna
verso 1300 ANINON (Carne e sangue) Spagna
verso 1300 EL CEBRERO (Carne e sangue) Spagna
XIV secolo
1317 HERKENRODE (Carne) Belgio
1330 SIENA-CASCIA (Carne e sangue) Italia
1330 WALLDURN (Sangue) Germania
1331 BLANOT (Sangue) Francia
1345 AMSTERDAM (preservazione miracolosa) Olanda
1345 o 1346 BAWOL (ricupero miracoloso) Polonia
1348 ALBORAYA (ricupero miracoloso) Spagna
1356 MACERATA (Sangue) Italia
1370 CIMBALLA (Sangue) Spagna
1380 BOXTEL (Sangue) Olanda
1392 MONCADA (Gesù bambino) Olanda
XV secolo
1405 BOIS-SEIGNEUR-ISAAC (Sangue) Belgio
1412 POEDERLEE (ricupero miracoloso) Belgio
1412 BAGNO di ROMAGNA (Sangue) Italia
1433 A VIGNON (ricupero miracoloso) Francia
1447 ETTISWIL (ricupero miracoloso) Svizzera
1453 TORINO (ricupero miracoloso) Italia
1461 LA ROCHELLE (guarigione) Francia
XVI secolo
1533 MARSEILLE EN BEAUVAISIS (ricupero miracoloso) Francia
1533-1536 PONFERRADA (ricupero miracoloso) Spagna
1536 TRANS EN PR OVENCE (preservazione miracolosa) Francia
1560 MORROVALLE (preservazione miracolosa) Italia
1570 VEROLI (fenomeno luminoso – Gesù bambino) italia
1592 GORCUM-ESCORIAL (Sangue) Olanda
XVII secolo
1601 LA VIL VENA (preservazione miracolosa) Spagna
1608 FAVERNEY (preservazione miracolosa) Francia
1630 CANOSIO (torrente fermato) Italia
1631 DRONERO (incendio fermato) Italia
1668 LES ULMES (apparizione) Francia
1670 MIRADOUX (incendio fermato) Francia
1686 SINT DENIJS – WESTREM (ricupero miracoloso) Belgio
XVIII secolo
1710 TARTANEDO (Sangue) Spagna
1725 PARIGI (guarigione) Francia
1730 SIENA (conservazione miracolosa) Italia
1732 SCALA (apparizione) Italia
1772 PATIERNO (ricupero miracoloso) Italia
Ragguaglio di un portentoso miracolo appartenente al SS. Sacramento dell’altare
(esame del miracolo di Patierno da parte di S. Alfonso M. de’ Liguori )
1793 PEZILLA LA RIVIERE (conservazione miracolosa) Francia
XIX secolo
1822 BORDEAUX (apparizione) Francia
1828 HARTMANNSWILLER (apparizione) Francia
XX secolo
1905 SAINT-ANDRE’ DE LA REUNION (apparizione) Francia
LOURDES (guarigioni) Francia
1918 LA COURNEUVE (preservazione miracolosa) Francia
anni ’50 BUI-CHU (castigo di un profanatore) Viet-Nam
1974 CASTELNAU DE GUERS (apparizione) Francia
1978 LA VELINE DEVANT BRUYERES (preservazione miracolosa) Francia

Eucaristia: presenza reale (corporale e sostanziale) di Cristo.

Il miracolo è il fiammifero che può accendere la lucerna della fede, ma senza l’olio della buona volontà dell’uomo Dio non vuole fare alcunché. Il lumino dello Spirito Santo immesso in noi dal Battesimo deve essere alimentato, e se non è alimentato si spegne. In riferimento alla luce derivante dalla fede in Cristo e a quanto da Egli affermato, va considerato che il cuore oscurato dal male, l’occhio appannato dal sovrappiù consumistico, la mente appesantita dall’orgoglio, offuscano la lucentezza iniziale e non consentono alle volte di vedere Dio: nel creato, nelle sue creature, nel suo Evangelo, cioè nella buona notizia che ci è venuto a portare. E che ci ha confermato con la Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, del Cristo, il Mashìach (parola ebraica che significa Messia ).

I segni straordinari e i miracoli sono offerti da Dio per confermare nella fede o per fare svanire dubbi. Essi aiutano nel cammino verso la Gerusalemme Celeste, che solamente la fede nel Cristo, nelle Sue parole, nella salvezza da Lui operata a favore dell’umanità intera, consentiranno di raggiungere.

Nella Gerusalemme Celeste, che durerà per l’eternità, non vi sarà più sofferenza, vi sarà gioia eterna. Eternità è un concetto che non afferriamo completamente, ma in cui possiamo sperare e anelare. Eternità di gioia, se vivremo con Lui, eternità di dolore, se vivremo lontano da Lui. Cerca, chiedi, ma non demordere di sperare.

Io sono la via, la verità, la vita. Chi non beve e non mangia del mio corpo non ha in sé la vita eterna, dice il Cristo.

Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?. Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato. Lazzaro, vieni fuori! (Gesù, quando ha resuscitato Lazzaro dopo che questi era morto da 4 giorni. Ndr ).

Il miracolo si arresta alla soglia della fede, che per sua natura è sempre e contemporaneamente dono di Dio e accoglienza libera dell’uomo: in Dio nulla è costrizione.
A Paray-le-Monial, in Francia, c’è una carta geografica con l’indicazione di 132 luoghi, sparsi nel mondo, dove si sono verificati miracoli eucaristici nel corso dei secoli. Prodigi che aiutano i dubbiosi, ma anche quanti si gloriano del nome cristiano. E ci si può gloriare del nome cristiano, solo se e nella misura in cui si porta scolpito nella mente e nel cuore il riflesso della gloria di Dio, l’impronta della sua sostanza: la dignità filiale, che consiste nella dolcezza, nella tenerezza, nell’essere verità, Verità .

Venga assicurata la Comunione ai disabili mentali (Benedetto XVI)

Considerando la condizione di coloro che per motivi di salute o di età non possono recarsi nei luoghi di culto, vorrei richiamare l’attenzione di tutta la comunità ecclesiale sulla necessità pastorale di assicurare l’assistenza spirituale ai malati, a quelli che restano nelle proprie case o che si trovano in ospedale. Più volte nel Sinodo dei Vescovi si è fatto cenno alla loro condizione. Occorre fare in modo che questi nostri fratelli possano accostarsi con frequenza alla Comunione sacramentale. Rinforzando in tal modo il rapporto con Cristo crocifisso e risorto, potranno sentire la propria esistenza pienamente inserita nella vita e nella missione della Chiesa mediante l’offerta della propria sofferenza in unione col sacrificio di nostro Signore. Un’attenzione particolare deve essere riservata ai disabili; là dove la loro condizione lo permette, la comunità cristiana deve favorire la loro partecipazione alla celebrazione nel luogo di culto. In proposito, si faccia in modo che siano rimossi negli edifici sacri eventuali ostacoli architettonici che impediscono ai disabili l’accesso. Infine, venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l’Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna.(178)

Messa e confessione secondo Giovanni Paolo II

giovannipaoloiieucarestiaGiovanni Paolo II, nella Lettera Enciclica Ecclesia De Eucharistia,  insegna

“”L’Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati. Se l’Eucaristia rende presente il Sacrificio redentore della Croce perpetuandolo sacramentalmente, ciò significa che da essa deriva un’esigenza continua di conversione, di risposta personale all’esortazione che San Paolo rivolgeva ai cristiani di Corinto: – Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio- ( 2 Cor 5, 20 ) “” ( Lettera Enciclica Ecclesia De Eucharistia, n.37 )

“” Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’
interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza “”( ivi n.37 )

“”Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione””( ivi n.36 )

Dato che l’Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati fra di loro, nella lettera apostolica Misericordia Dei, Giovanni Paolo II ha scritto e ordinato ( ndr ) :-“” Gli ordinari del luogo, nonché i parroci e i rettori di Chiese e santuari, devono verificare periodicamente che di fatto esistano le massime facilitazioni possibili per le confessioni dei fedeli.
In particolare, si raccomanda la presenza visibile dei confessori nei luoghi di culto durante gli orari previsti (.) e la speciale disponibilità per confessare prima delle Messe e anche per venire incontro alla necessità dei fedeli durante la celebrazione delle S. S. Messe, se sono disponibili altri sacerdoti “”-( Giovanni Paolo II , lettera Apostolica Misericordia Dei, 7 aprile 2002 ).

La CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, a proposito della Confessione durante la Messa,

ha così disposto:

“” Se c’è una celebrazione, occorre fare tutto il possibile affinché qualche sacerdote si astenga dal concelebrare, in modo che possa essere a disposizione dei fedeli che vogliano accedere al sacramento della penitenza” ( Cardinale Prefetto Jorge Arturo Estévez e sotosegretario Mons. Mario Marini, Bollettino del Dicastero Notitias, n.419-420, 2001, pp.259-260 ).

( Bruto Maria Bruti )

Le preghiere di consacrazione per avvicinarsi a Dio

Sempre all’interno della preghiera e delle sue forme bisogna spiegare la differenza che esiste fra la consacrazione sacramentale e le preghiere di consacrazione. Per sacro si intende tutto ciò che è riferito a Dio. Consacrare qualcuno significa renderlo sacro e cioè farlo partecipe della vita di Dio.

La consacrazione fondamentale è quella che si riceve con il battesimo e con la cresima. Il battesimo ci rende partecipi della vita divina  cioè ci dona il potere o capacità della vita spirituale con i doni della fede, della speranza e della carità. La cresima o confermazione ci dona il potere o capacità  di difendere e testimoniare la fede. Attraverso il battesimo e la cresima si diventa sacerdoti, si tratta del sacerdozio comune dei fedeli da non confondere con il sacerdozio ministeriale: infatti sacerdote è colui che è stato fatto sacro.

Altre consacrazioni particolari di tipo sacramentale sono, poi, quelle del matrimonio e dell’ordine sacro ( cfr Catechismo della Chiesa cattolica n.1535 ).

Tutte le altre forme di consacrazione come quelle all’Immacolata, a San Francesco di Assisi, a San Giuseppe eccetera, sono solo forme di preghiera, richieste di aiuto ai santi che sono amici di Dio. Il cristiano non può pregare i santi per se stessi, ma solo affinché questi intercedano presso Dio. Solo Dio è autore delle grazie, i Santi sono solo creature di Dio che godono della sua amicizia e che possono pregare per noi.

Consacrarsi ad un Santo è una disposizione interiore, una richiesta di aiuto, un atto di affidamento alla sua guida e alle sue preghiere per mantenersi nella consacrazione a Dio ricevuta con il battesimo.

Il dogma della comunione dei santi spiega che le preghiere, i  sacrifici e i meriti di coloro che sono in grazia di Dio possono andare anche a beneficio degli altri che sono in tale stato di grazia: la comunione dei santi è per l’anima ciò che le trasfusioni di sangue sono per il corpo.

L’Adorazione è riservata solo a Dio, cioè solo Dio può e deve essere amato per se stesso. I santi, invece, non possono essere amati per se stessi ma solo in quanto creature di Dio che sono in amicizia con Lui e che possono pregare Dio per noi: questo atteggiamento viene definito venerazione. Venerare significa onorare e cioè ascoltare, imitare e rispettare chi è migliore di noi e chiedere il suo aiuto. La Regina dei santi è Maria che, in quanto Madre di Gesù, per prima ha ricevuto Dio dentro di sé e per prima è stata assunta in cielo anche con il corpo. La Chiesa insegna che una specialissima venerazione è riservata a Maria la quale intercede sempre presso il Figlio per noi peccatori: per volontà di Dio, Maria intercede presso Gesù ( cfr Gv 2,3-11; cfr Lc 1,41-44 ).

Questa speciale venerazione è testimoniata dalla preghiera del Rosario dove si Prega Dio chiedendo aiuto a  Maria.( cfr San. Pio X, op. cit., n. 340-341-338-368-369-370-371  ).

Maria è un dono del Signore, un segno della sua vicinanza, della sua misericordia, del suo amore, della sua continua e premurosa assistenza.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II insegna che alla preghiera del Rosario hanno attribuito grande importanza tanti suoi predecessori (  cfr Giovanni Paolo II, Rosarium Virginis Mariae, lettera apostolica all’Episcopato, al Clero e ai fedeli sul Santo Rosario, 16 ottobre 2002, n. 2 ).

La Vergine Santa esercita attraverso questa preghiera la sua premura materna, quella premura materna alla quale il Redentore moribondo affidò, nella persona del discepolo prediletto, tutti i figli della Chiesa: – Donna, ecco il tuo figlio !- ( Gv 19,26 ) ( cfr idem, n. 7 ).

Maria Santissima è il modello della contemplazione, recitare il Santo Rosario significa contemplare Cristo con gli occhi della Madre, imparare Cristo da Maria, conformarsi a Cristo con Maria, supplicare Cristo con Maria, annunciare Cristo con Maria (cfr ibidem, capit. 1).

Il Rosario non solo non si oppone alla liturgia, ma le fa da supporto, perché la introduce e la riecheggia, consentendo di viverla con pienezza di partecipazione interiore, raccogliendone frutti nella vita quotidiana ( Cfr ibidem, n. 4 ).

Il Rosario si pone nel più limpido orizzonte di un culto alla Madre di Dio, quale il Concilio Vaticano II l’ha delineato: un culto orientato al centro cristologico della fede. Per tale motivo, se riscoperto in modo adeguato, il Rosario è un aiuto all’ecumenismo ( Cfr Ibidem, n.4 ).

Il Santo Rosario è soprattutto un aiuto efficace per ottenere la pace perché recitare il Santo Rosario significa immergersi nella contemplazione del mistero di Cristo che è la nostra vera pace: pace nel cuore, pace in famiglia, pace fra gli uomini, pace fra i popoli ( cfr ibidem, n.6 )

Se la festa del Corpus Domini non esistesse, bisognerebbe inventarla (Raniero Cantalamessa)

corpus-dominiSolennnità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo Esodo 24, 3-8; Ebrei 9, 11-15; Marco 14, 12-16. 22-26

IN MEZZO A VOI C’E’ UNO CHE VOI NON CONOSCETE

Credo che la cosa più necessaria da fare nella festa del Corpus Domini non sia illustrare questo o quell’aspetto dell’Eucaristia, ma ridestare ogni anno stupore e meraviglia davanti al mistero. La festa è nata in Belgio, all’inizio del sec. XIII; i monasteri benedettini furono i primi ad adottarla; Urbano IV la estese a tutta la Chiesa nel 1264, pare anche per influsso del miracolo eucaristico di Bolsena, oggi venerato a Orvieto. Che bisogno c’era di istituire una nuova festa? La Chiesa non ricorda l’istituzione dell’Eucaristia il Giovedì Santo? Non la celebra ogni Domenica e anzi ogni giorno dell’anno? Infatti il Corpus Domini è la prima festa che non ha per oggetto un evento della vita di Cristo, ma una verità di fede: la reale presenza di lui nell’Eucaristia. Risponde a un bisogno: quello di proclamare solennemente tale fede; serve a scongiurare un pericolo: quello di abituarsi a tale presenza e non farci più caso, meritando così il rimprovero che Giovanni Battista rivolgeva ai suoi contemporanei: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete!”.

Questo spiega la straordinaria solennità e visibilità che questa festa ha acquistato nella Chiesa cattolica. Per molto tempo quella del Corpus Domini fu l’unica processione in uso in tutta la cristianità e anche la più solenne. Oggi le processioni hanno ceduto il passo ai cortei e ai sit-in (in genere, di protesta); ma se è caduta la coreografia esterna, rimane intatto il senso profondo della festa e il motivo che l’ha ispirata: tenere desto lo stupore di fronte al più grande e più bello dei misteri della fede. La liturgia della festa riflette fedelmente questa caratteristica. Tutti i suoi testi (letture, antifone, canti, preghiere) sono pervasi da un senso di meraviglia. Molti di essi terminano con il punto esclamativo: “O sacro convito, in cui si riceve Cristo!” (O sacrum convivium), “O vittima di salvezza!” (O salutaris hostia). Se la festa del Corpus Domini non esistesse, bisognerebbe inventarla. Se c’è un pericolo che i credenti oggi corrono nei confronti dell’Eucaristia è quello di banalizzarla. Una volta non la si riceveva così spesso e si dovevano premettere digiuno e confessione.

Oggi praticamente tutti si accostano ad essa… Intendiamoci: è un progresso, è normale che la partecipazione alla Messa comporti anche la comunione, esiste per questo. Tutto ciò però comporta un rischio mortale. S. Paolo nella seconda lettura di oggi dice: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”. Io credo che sia una grazia salutare per un cristiano passare attraverso un periodo di tempo in cui ha paura di accostarsi alla comunione, trema al pensiero di ciò che sta per accadere e non finisce di ripetere, come Giovanni il Battista: “Tu vieni da me?” (Matteo 3, 14). Noi non possiamo ricevere Dio che come “Dio”, conservandogli, cioè, tutta la sua santità e la sua maestà. Non possiamo addomesticare Dio! La predicazione della Chiesa non dovrebbe aver paura – ora che la comunione è diventata una cosa così abituale e così “facile” – di usare qualche volta il linguaggio dell’epistola agli Ebrei e dire ai fedeli: “Voi vi siete accostati al Dio giudice di tutti…, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quella di Abele” (Ebrei 12, 22-24).

Nei primi tempi della Chiesa, al momento della comunione, risuonava un grido nell’assemblea: “Chi è santo si accosti, chi non lo è si penta!”. Uno che non aveva fatto l’abitudine all’Eucaristia e ne parla sempre con commosso stupore era S. Francesco d’Assisi. “L’umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull’altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo…O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi sotto poca apparenza di pane!” Ma non deve essere tanto la grandezza e la maestà di Dio la causa del nostro stupore di fronte al mistero eucaristico, quanto piuttosto la sua condiscendenza e il suo amore L’Eucaristia è soprattutto questo: memoriale dell’amore di cui non esiste maggiore: dare la vita per i propri amici.
Raniero Cantalamessa

La Messa dove l’hai messa ?

eucarestiaUn commento ironicamente acido per criticare le nostre (noi cattolici) mancanze nel vivere la Messa. Da leggere per riflettere e aiutare i nostri pastori (con fede).

L’altra domenica, nella chiesa dove vado di solito, agli annunci finali il prete si è scusato. Si era dimenticato di dire un pezzo della messa. Era troppo intento a dare il via a uno dei “canti” (il cui libro è l’unico che troverete sui banchi, al posto dell’ormai obsoleto vangelo) e aveva saltato alcuni passaggi. Pazienza. Che volete che sia un pezzo di messa di fronte all’importanza del canto? Non lo sapete che come diceva sant’Agostino (solo Agostino per gli amici), chi canta prega due volte? Secondo me si riferiva ad altro tipo di musica. Ma torniamo al pezzo di messa mancante.

Ora, la cosa curiosa è che non se ne era accorto nessuno. Per forza: estenuati dalla lunghezza della predica, frastornati dalla musica leggera, la messa vera e propria la si tira via mentalmente, in attesa dell’Omelia-due, cioè dei lunghissimi annunci finali. I quali vengono ricattatoriamente sempre declamati prima dell’Oremus e della benedizione finale, sennò tutti se ne vanno. Ora, questo sarebbe semmai la prova dell’importanza che la comunità annette alle iniziative parrocchiali. Dovrebbe indurre a riflettere, a cambiare quel che non interessa. Invece no. Come, vigliacchi?! Non vi interessano le riunioni, i comitati, gli organismi, le innumerevoli raccolte di fondi, il calendario degli impegni settimanali, le gite? Siete cattivi cristiani, vergogna. Ora, è noto che quelli che il Card. Ratzinger chiama “gli autoimpegnati”, facendo parte di tali iniziative, sanno già tutto. Dunque, a quelli che non intendono autoimpegnarsi nulla importa di tutta ‘sta roba. Allora – direte voi – perché menarla tanto lunga? Per forza una messa domenicale deve durare un’ora e più? Se durasse meno, cosa succederebbe di grave? Niente, è lo “spirito postconciliare” che, lungi dal soffiare dove vuole, imperversa sempre nella stessa direzione. La messa è ormai un intrattenimento? Magari, amici miei. No, neanche questo. E’ una noia mortale.
Ma torniamo alla Messa. Voi mi direte sei un nostalgico del vecchio rito latino? Vi risponderò come faccio ad avere nostalgia di una cosa che non ricordo più? Quando era in auge, ero un bambino. Quando fui adolescente avevo tutt’altro per la testa. Quando divenni Kattolico, l’avevano già cambiato. No, no. Il fatto è che mi ci annoio. Entro e mi accoglie una torma di ragazzini che schitarrano country music con testi che definire stupidi è andarci leggeri. Poi, sbrigate le letture, altre canzonette. Indi, il prete parla. E parla. E parla. E non dice niente. La prova? Fatelo come esercizio alla fine della messa, provate a riassumere al vostro accompagnatore quel che ha detto il prete. Scommetto le mutande che non ci riuscirete. Perché? Perché in genere si tratta di aria fritta. Che però è durata esattamente mezz’ora. Poi il prete si è seduto, e l’unica pausa di silenzio dell’intera messa è stata data giusto per meditare quel che ha detto lui. Non la parola di Dio, no solo quel che ne pensa il prete suddetto.

Si ricomincia, indi, con le canzoni, che non ti lasciano nemmeno quando sei in fila per la comunione. E ringrazia il cielo che, incoraggiati dal celebrante, non ci tocchi di battere al tempo le mani. “É per esprimere la nostra gioia comunitaria” dicono. Ohibò, ma quale gioia? Ma dico, hai guardato fuori? Si, ci hanno guardato, e spacciato come “intenzione dei fedeli” il commento del Tg del giorno avanti. Preghiamo per il tizio che si lascia morire di fame perché gli è morto il gatto (è successo davvero). Preghiamo perché il summit economico di Seattle si ricordi dei Paesi in Via di Sviluppo (che non è il nome di una strada). Seh, figurati! Adesso diamoci il segno della pace. E si scatena il finimondo sedie spostate, vecchiette che attraversano l’intera chiesa alla caccia di qualcuno rimasto senza stretta di mano, bambini che ancora vogliono darti il segno di pace quando la messa sta già finendo. Ora tocca al Padrenostro. Qui si formano le catene umane. Alcuni, sporchi individualisti, elevano le mani al cielo. Permangono quei giovinotti che, le mani, le tengono in tasca, per tutta la funzione. Alcune volte ho visto ragazzine fare la comunione con la gomma da masticare in bocca. Già, la comunione. Percorsa tutta la fila, quando tocca a te, ti ritrovi davanti una suora o un distinto signore con un calice in mano. Il prete? Nell’altra fila. Anche se siamo in tutto cinque. Verrà, prima o poi, il distributore automatico, il quale permetterà di cogliere due piccioni con una fava sopperire alla carenza di vocazioni e rimpinguare le mai sazie casse ecclesiastiche. Con un gran respiro di sollievo, come Dio vuole (è il caso di dirlo) la noia penitenziale finisce (non per nulla con un liberatorio “rendiamo grazie a Dio”). E ci avviamo all’uscita in un tripudio di chitarre.
Rino Camilleri – Il Timone

Stupendi insegnamenti di Giovanni Paolo II sull’Eucarestia

eucarestia giovanni paolo iiInsegnamenti di Giovanni Paolo II tratti dalla lettera Enciclica Ecclesia De Eucharistia Con note redazionali ( ndr)
Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli, la comunione con lui è un’esigenza intrinseca della celebrazione del Sacrificio eucaristico
( Giovanni Paolo II , Ecclesia De Eucharistia, 17 aprile 2003, n. 39 )
Confido che questa mia Lettera enciclica possa contribuire efficacemente a che vengano dissipate le ombre di dottrine e pratiche non accettabili, affinché l’Eucaristia continui a risplendere in tutto il fulgore del suo mistero ( ivi n. 10 )
L’Eucaristia è un dono troppo grande, per sopportare ambiguità e diminuzioni. ( ivi, n.10)
Vi sono luoghi dove si registra un pressoché completo abbandono del culto di adorazione eucaristica. ( ivi n.10 )
Si aggiungono, nell’uno o nell’altro contesto ecclesiale, abusi che contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento. ( ivi n. 10 )
Emerge talvolta una comprensione assai riduttiva del Mistero eucaristico. Spogliato del suo valore sacrificale, viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un incontro conviviale fraterno. ( ivi n.10 )
La necessità del sacerdozio ministeriale, che poggia sulla successione apostolica, rimane talvolta oscurata e la sacramentalità dell’Eucaristia viene ridotta alla sola efficacia dell’annuncio.
( ivi n.10 )

Come non manifestare, per tutto questo, profondo dolore?
( ivi n.10 )
Soprattutto a partire dagli anni della riforma liturgica post-conciliare, per un malinteso senso di creatività e di adattamento, non sono mancati abusi, che sono stati motivo di sofferenza per molti.
Una certa reazione al ” formalismo ” ha portato qualcuno (…) a ritenere non obbliganti le “forme ” scelte dalla grande tradizione liturgica della Chiesa e dal suo Magistero e a introdurre innovazioni non autorizzate e spesso del tutto sconvenienti. ( ivi n.52 )
Sento perciò il dovere di fare un caldo appello perché, nella Celebrazione eucaristica, le norme liturgiche siano osservate con grande fedeltà. ( ivi n.52 )
La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Misteri ( ivi n.52 )
Il Sacrificio eucaristico pur celebrandosi sempre in una particolare comunità non è mai celebrazione di quella sola comunità: essa, infatti, ricevendo la presenza eucaristica del Signore, riceve l’intero dono della salvezza e si manifesta così, pur nella sua perdurante particolarità visibile, come immagine e vera presenza della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica ( ivi n.39 )
Una comunità veramente eucaristica non può ripiegarsi su se stessa, quasi fosse autosufficiente, ma deve mantenersi in sintonia con ogni altra comunità cattolica. ( ivi n.39 )
Per rafforzare questo senso profondo delle norme liturgiche ho chiesto ai Dicasteri competenti della Curia Romana di preparare un documento più specifico, con richiami anche di carattere giuridico, su questo tema di grande importanza. A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale.. ( ivi n. 52 ).

– Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito- (1 Cor 11, 23 ), istituì il Sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue. (…) Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. ( ivi n.11)
Istituendolo, egli non si limitò a dire – Questo è il mio corpo -, – questo è il mio sangue -, ma aggiunse – dato per voi…versato per voi- ( Lc 22,19-20 ). Non affermò soltanto che ciò che dava loro da mangiare e da bere era il suo corpo e il suo sangue, ma ne espresse altresì il valore sacrificale, rendendo presente in modo sacramentale il suo sacrificio ( ivi n.12)
La Messa rende presente il Sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica.( ivi n.12 )
L’Eucaristia è sacrificio in senso proprio, e non solo in senso generico, come se si trattasse del semplice offrirsi di Cristo quale cibo spirituale ai fedeli. Il dono infatti del suo amore e della sua obbedienza fino all’estremo della vita ( cf. Gv 10,17-18 ) è in primo luogo un dono al Padre suo.
Certamente, è dono in favore nostro, anzi di tutta l’umanità ( cf. Mt 26,28; Mc 14, 24; Lc 22,20; Gv 10,15 ), ma dono innanzitutto al Padre: ” sacrificio che il Padre accettò, ricambiando questa totale donazione di suo Figlio, che si fece ” obbediente fino alla morte ” ( Fil 2,8 ), con la sua paterna donazione, cioè col dono della nuova vita immortale nella risurrezione “. ( ivi n.13 )
La Pasqua di Cristo comprende, con la passione e la morte, anche la sua risurrezione ( ivi n.14 )
Il Sacrificio eucaristico rende presente non solo il mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero della risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento.( ivi n.14 )
Il culto reso all’Eucaristia fuori della Messa è di un valore inestimabile nella vita della Chiesa. Tale culto è strettamente congiunto con la celebrazione del Sacrificio eucaristico ( ivi n.25 )
La presenza di Cristo sotto le sacre specie che si conservano dopo la Messa – presenza che perdura fintanto che sussistono le specie del pane e del vino – deriva dalla celebrazione del Sacrificio e tende alla comunione, sacramentale e spirituale ( ivi n.25 )
Spetta ai Pastori incoraggiare, anche con la testimonianza personale, il culto eucaristico, particolarmente le esposizioni del Santissimo Sacramento, nonché la sosta adorante davanti a Cristo sotto le specie eucaristiche. ( ivi n.25 )
Se il cristianesimo deve distinguersi, nel nostro tempo, soprattutto per l’ – arte della preghiera -, come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento? ( ivi n.25 )
– Fra tutte le devozioni, questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi -. L’Eucaristia è un tesoro inestimabile: non solo il celebrarla, ma anche il sostare davanti ad essa fuori della Messa consente di attingere alla sorgente stessa della grazia. ( ivi n.25 )
E’ il sacerdote ministeriale che – compie il Sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo -. Per questo nel Messale Romano è prescritto che sia unicamente il sacerdote a recitare la preghiera eucaristica, mentre il popolo vi si associa con fede e in silenzio. ( ivi n.28)
In persona Christi – vuol dire di più che a “nome “, oppure ” nelle veci ” di Cristo. In persona: cioè nella specifica, sacramentale identificazione col sommo ed eterno Sacerdote, che è l’autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno-  ( ivi n.29 )
Il ministero dei sacerdoti che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, nell’economia di salvezza scelta da Cristo, manifesta che l’Eucaristia, da loro celebrata, è un dono che supera il potere dell’assemblea ( ivi n.29 )
L’Eucaristia (…) ” è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli ” ( ivi n. 31 )
Anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato.
( ivi n.8 )
Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla. E così Lui, il sommo ed eterno Sacerdote, entrando mediante il sangue della sua Croce nel santuario eterno, restituisce al Creatore e Padre tutta la creazione redenta. Lo fa mediante il ministero sacerdotale della Chiesa ( ivi n.8 )
Si capisce, dunque, quanto sia importante per la vita spirituale del sacerdote, oltre che per il bene della Chiesa e del mondo, che egli attui la raccomandazione conciliare di celebrare quotidianamente l’Eucaristia ( ivi n.31 )

Le comunità ecclesiali da noi separate (…) non hanno conservato la genuina ed integra sostanza del Mistero eucaristico (…). I fedeli cattolici (…) debbono astenersi dal partecipare alla comunione distribuita nelle loro celebrazioni, per non avallare un’ambiguità sulla natura dell’Eucaristia e mancare, di conseguenza, al dovere di testimoniare con chiarezza la verità. ( ivi n.30 ).
L’Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati. Se l’Eucaristia rende presente il Sacrificio redentore della Croce perpetuandolo sacramentalmente, ciò significa che da essa deriva un’esigenza continua di conversione, di risposta personale all’esortazione che San Paolo rivolgeva ai cristiani di Corinto: – Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio- ( 2 Cor 5, 20 ) ( ivi n.37 )
Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza
( ivi n.37 )
Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ( ivi n.36 )
Dato che l’Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati fra di loro, nella lettera apostolica Misericordia Dei, Giovanni Paolo II ha scritto e ordinato ( ndr ) :- Gli ordinari del luogo, nonché i parroci e i rettori di Chiese e santuari, devono verificare periodicamente che di fatto esistano le massime facilitazioni possibili per le confessioni dei fedeli. In particolare, si raccomanda la presenza visibile dei confessori nei luoghi di culto durante gli orari previsti (…) e la speciale disponibilità per confessare prima delle Messe e anche per venire incontro alla necessità dei fedeli durante la celebrazione delle S. S. Messe, se sono disponibili altri sacerdoti-( Giovanni Paolo II , 7 aprile 2002 )

Nei casi (…) di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti – ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto –
( Giovanni Paolo II , Ecclesia De Eucharistia, cit., n. 37 )
I divorziati risposati, per esempio, non possono ricevere la comunione ( ndr ).
Scrive Il Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della fede ( ndr ): -” La liturgia, per alcuni sembra ridursi alla sola eucaristia, vista quasi sotto l’unico aspetto del – banchetto fraterno -. Ma la messa non è solamente un pasto tra amici, riuniti per commemorare l’ultima cena del Signore mediante la condivisione del pane. La messa è il sacrificio comune della Chiesa, nel quale il Signore prega con noi e per noi e a noi si partecipa. E’ la rinnovazione sacramentale del sacrificio di Cristo: dunque, la sua efficacia salvifica si estende a tutti gli uomini, presenti e assenti, vivi e morti. Dobbiamo riprendere coscienza che l’eucaristia non è priva di valore se non si riceve la comunione: in questa consapevolezza, problemi drammaticamente urgenti come l’ammissione al sacramento dei divorziati risposati possono perdere molto del loro peso opprimente.
Se l’eucaristia è vissuta solo come il banchetto di una comunità di amici, chi è escluso dalla ricezione dei Sacri Doni è davvero tagliato fuori dalla fraternità. Ma se si torna alla visione completa della messa ( pasto fraterno e insieme sacrificio del Signore, che ha forza ed efficacia in sé, per chi vi si unisce nella fede), allora anche chi non mangia quel pane partecipa egualmente, nella sua misura, dei doni offerti a tutti gli altri- ( Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, ed. Paoline 1985, p.136-137 )
Il Decoro della Celebrazione Eucaristica
Una donna, identificata da Giovanni con Maria sorella di Lazzaro, versa sul capo di Gesù un vasetto di profumo prezioso, provocando nei discepoli – in particolare in Giuda – ( cf. Mt 26,28; Mc 14,4; Gv 12,4 ) – una reazione di protesta, come se tale gesto, in considerazione delle esigenze dei poveri, costituisse uno ” spreco ” intollerabile. Ma la valutazione di Gesù è ben diversa. Senza nulla togliere al dovere della carità verso gli indigenti, ai quali i discepoli si dovranno sempre dedicare – ” i poveri li avete sempre con voi ” ( Mt 26,11; Mc 14,7; cf. Gv 12, 8 ) – Egli guarda all’evento imminente della sua morte e della sua sepoltura, e apprezza l’unzione che gli è stata praticata quale anticipazione di quell’onore di cui il suo corpo continuerà ad essere degno anche dopo la morte (…). Il racconto continua, nei Vangeli sinottici, con l’incarico dato da Gesù ai discepoli per l’accurata preparazione della ” grande sala ” necessaria per consumare la cena pasquale ( cf. Mc 14,5; Lc 22,12 )
( ivi n.47 )
Come la donna dell’unzione di Betania, la Chiesa non ha temuto di ” sprecare “, investendo il meglio delle sue risorse per esprimere il suo stupore adorante di fronte al dono incommensurabile dell’Eucaristia. Non meno dei primi discepoli incaricati di predisporre la “grande sala ” essa si è sentita spinta lungo i secoli e nell’avvicendarsi delle culture a celebrare l’Eucaristia in un contesto degno di così grande Mistero.
Sull’onda delle parole e dei gesti di Gesù, sviluppando l’eredità rituale del giudaismo, è nata la liturgia cristiana. ( ivi n. 48 )
Se la logica del – convito – ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa ” dimestichezza ” col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore e che il – convito – resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota ( ivi n.48 )

Nota del redattore: la storia, che è politica sperimentale, dimostra che, quando i regimi comunisti hanno trasformato le chiese in dormitori e in granai, invece di risolvere i problemi dei poveri hanno creato le stragi di morti per fame: 13 milioni di morti per fame in URSS nel 1930 e 60 milioni di morti per fame in Cina tra il 1958 e il 1960.
Alla Scuola di Maria Donna ” Eucaristica ” ” Fate questo in memoria di me ” Lc 22,19 ).
Nel ” memoriale ” del Calvario è presente tutto ciò che Cristo ha compiuto nella sua passione e nella sua morte.
Pertanto non manca ciò che Cristo ha compiuto anche verso la Madre a nostro favore. A lei infatti consegna il discepolo prediletto e, in lui, consegna ciascuno di noi: ” Ecco tuo figlio!”. Ugualmente dice anche a ciascuno di noi:” Ecco tua madre !” ( cf. Gv 19, 26 -27 ).
Vivere nell’Eucaristia il memoriale della morte di Cristo implica anche ricevere continuamente questo dono.
Significa prendere con noi – sull’esempio di Giovanni – colei che ogni volta ci viene donata come Madre.
Significa assumere al tempo stesso l’impegno di conformarci a Cristo, mettendoci alla scuola della Madre e lasciandoci accompagnare da lei. Maria è presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre Celebrazioni eucaristiche.
Se Chiesa ed Eucaristia sono un binomio inscindibile, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed Eucaristia. ( ivi n. 57 )

( Bruto Maria Bruti )

La preghiera piu’ potente (Bruto Maria Bruti)

santa-eucarestiaDio aiuta il cristiano che – prega e lavora ( cioè che compie opere e su se stesso e sulla realtà esteriore) – con un’azione che può essere definita sussidiaria: Dio non è mai assente, non lascia fare come fosse un puro osservatore, nello stesso tempo Egli non fa direttamente sostituendosi al libero agire degli uomini, ma li aiuta a fare.

Questa azione sussidiaria consiste in un sostegno spirituale – la grazia -, cioè in una forza che illumina la mente e incoraggia la volontà, facendoci amare la strada da percorrere, ma senza sostituirsi all’impegno che dobbiamo profondere.

Un secondo aspetto dell’azione di Dio consiste nella Provvidenza la cui esistenza ( diceva il filosofo tomista Cornelio Fabro ) è dimostrata dagli effetti non prevedibili e non misurabili che nascono dalle nostre – povere – opere.

Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù volle, prima di intervenire, che ci fossero dei pani e dei pesci procurati dall’azione dell’uomo.

Dio non si sostituisce al lavoro e alle fatiche degli uomini, ma li aiuta spiritualmente nelle loro opere, – moltiplicandone- i risultati quando lo ritiene opportuno.

Santa Giovanna D’Arco discerne con sorprendente lucidità la differenza fra l’azione temporale degli uomini e la Provvidenza di Dio:- “Agite, e Dio agirà”, ella dice ai soldati che la seguono.

Senza dubbio in nessun’altra occasione ella si è meglio espressa su questo punto che in occasione del processo di Poitiers, sul quale non possediamo altre informazioni all’infuori dei ricordi del domenicano Seguin Seguin. Ma quel ricordo è rimasto vivo nella memoria del frate predicatore che, a distanza di vent’anni, si ricorda ancora quanto fu colpito dalla risposta di Giovanna. Un suo confratello teologo, incaricato di interrogarla, le disse:
” La voce ti ha detto che Dio vuole liberare il popolo di Francia dalle calamità in cui versa. Ma se Egli vuole davvero liberarlo, allora non è necessario disporre di uomini armati”. Al che Giovanna rispose: ” In nome di Dio, gli uomini in armi daranno battaglia, e Dio darà la vittoria”. Di questa risposta, conclude frate Seguin, il teologo ” si ritenne soddisfatto ” ( Régine Pernoud, La spiritualità di Giovanna D’Arco, trad. italiana, presentazione di Inos Biffi, pp.49-50, Jaca Book, Milano 1998 ).

Gesù dice: “” Senza di me non potete fare niente””.

L’uomo, da solo, non riesce a lottare durevolmente contro tutte le proprie passioni disordinate, non riesce, da solo, a superare le difficoltà più gravi, le illusioni, i condizionamenti, gli attaccamenti disordinati a cose o persone che determinano quella che, con linguaggio psicanalitico, viene denominata l’angoscia della separazione.

Il Concilio Vaticano II ricorda che l’uomo non può perseverare nello sforzo di combattere contro le proprie passioni disordinate senza compiere grandi sforzi e senza l’aiuto della grazia. (cfr Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del 7 dicembre 1965, n.25 ).

Il conflitto fra le passioni e la volontà ( presente all’interno di ogni uomo a causa del peccato originale) può ostacolare e confondere l’itinerario della ragione, con il rischio continuo e reale che le nostre debolezze diventino la misura del bene e del male in modo da farci ritenere falso quanto non vorremmo fosse vero.

Senza l’aiuto di Dio finiremmo, anche senza volerlo, a causa delle passioni disordinate, per fare del male a noi stessi e al prossimo, confondendo i piaceri disordinati e momentanei con il bene .

LA PARTECIPAZIONE CON DEVOZIONE ALLA SANTA MESSA E’ LA PREGHIERA PIU’ POTENTE

Solo il sacrificio di Cristo è un’offerta perfetta gradita a Dio, ma grazie al dono della vita di Gesù e grazie al mistero della messa che ci fa essere presenti a quel sacrificio, possiamo unire le offerte dei nostri sacrifici all’offerta di Nostro Signore affinché vengano presentate al Padre: – (.) nel sacrificio della messa preghiamo il Signore che, – accettando l’offerta del sacrificio spirituale -, faccia di noi stessi un’offerta eterna- (Sacrosantum Concilium n.12 ).

Scrive San Tommaso d’Aquino:- poiché del frutto della passione del Signore abbiamo bisogno ogni giorno per i nostri quotidiani difetti, nella Chiesa ogni giorno ordinariamente si offre questo sacramento- ( Summa Teologica III, q.83, a. 2 ).

Scrive il Santo Curato d’Ars:  ” Il Santo Sacrificio è il più efficace suffragio che sorpassa tutte le preghiere, le buone opere e penitenze; infallibilmente produce il suo effetto a pro delle anime per sua virtù propria e immediata.
Ogni Messa ti procura un più alto grado di gloria in Cielo.
E vieni, pure benedetto nei tuoi affari e interessi personali”

Insegna San Filippo Neri  ” Con la preghiera noi domandiamo a Dio le grazie, con la Santa Messa costringiamo Dio a darcele”.

( Bruto Maria Bruti )

Eucarestia, comunione con Dio (Bruto Maria Bruti)

sacramentI Pagani credevano che l’Eucaristia fosse un atto di cannibalismo I giacobini accusavano i cristiani di cannibalismo e anche Marx riteneva che l’Eucaristia fosse un rito di antropofagia.

Anche oggi i Mussulmani credono che l’eucaristia sia una forma di sacrilego cannibalismo.

Scrive J. Ratzinger che nell’Eucaristia noi non mastichiamo la carne, come farebbero dei cannibali ma nello stesso tempo non ci comunichiamo con un simbolo ( cfr J. Ratzinger, Il Dio vicino, L’eucaristia cuore della vita cristiana, San Paolo 2003, pp.86-87 ).

“” Nel caso del cibo comune accade (..) che l’uomo sia il più forte.

Egli assume delle cose e queste vengono a lui assimilate, così da divenire parte della sua sostanza. Vengono trasformate in lui e costruiscono la sua esistenza corporea. Ma nel rapporto con Cristo avviene il contrario; il centro è lui (…). Quando ci comunichiamo con verità, significa che veniamo fatti uscire da noi stessi e assimilati a lui, che diventiamo una cosa sola con lui e per mezzo di lui con la comunità dei fratelli.

(…) Questo è il mio corpo significa (…) tutta la mia persona presente nel mio corpo” (ivi, pp. 79-80 ): il Signore si impadronisce del pane e cambia il vero, profondo fondamento del suo essere. Il pane eucaristico viene innalzato a un nuovo ordine, e diventa profondamente altro ( cfr ivi, pp.87-89).

Dice Ratzinger che si tratta della persona del risorto: Gesù nel discorso eucaristico mette insieme eucaristia e risurrezione.

Gesù potè risorgere e per questo è risorto ” perché come Figlio e come colui che ama sulla croce, è divenuto partecipazione totale di se stesso. Essere risorto significa essere comunicabile; significa essere colui che è aperto, che dona se stesso.” ( ivi, pp.82-83 ).

Le parole di Cristo, che promettono di dare la sua carne da mangiare, devono intendersi in senso spirituale; il che non vuol dire in senso simbolico. Ecco perché, nel discorso eucaristico, Gesù dice: ” Le parole che io vi ho dette sono spirito e vita”.

Perché riguardano una proprietà spirituale e gli effetti spirituali sulla nostra carne: promettono il pane di vita, di una vita spirituale che si ripercuote sulla carne, una nuova vita che non ha niente in comune con quella che abbiamo dalla natura e che è inaccessibile all’esperienza dei sensi: con l’Eucaristia il Risorto ci unisce a Lui e noi incontriamo il Dio vivente perché in lui abita la pienezza della Vita divina.

I monaci di Cluny, intorno all’anno mille, quando si accostavano alla comunione, si toglievano le calzature.

Sapevano che qui c’è il roveto ardente, qui è presente il mistero davanti al quale Mosé era caduto in ginocchio sulla sabbia.

Per questo Gesù dice: ” è lo spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” ( Gv. 6,64 ).

Tale frase va intesa in questo senso: è lo Spirito di Dio che dà la vita eterna, la carne, da sola, non può darsi la vita eterna.

Infatti, nella traduzione interconfessionale in lingua corrente, il v.64 viene tradotto in questo modo: ” Soltanto lo Spirito di Dio dà la vita, l’uomo da solo non può fare nulla”.

( Bruto Maria Bruti )

La bimba cinese che mori’ per riparare a una offesa all’Eucaristia

Student-prayerQualche mese prima di morire, il vescovo Fulton J. Sheen venne intervistato dalla televisione nazionale: “Vescovo Sheen, migliaia di persone in tutto il mondo si ispirano a lei. A chi si e’ ispirato? Forse a qualche papa?”

Il vescovo rispose che la sua più grande fonte di ispirazione non era un papa, un cardinale o un altro vescovo, e nemmeno un sacerdote o una suora, ma una bambina cinese di 11 anni.

Spiegò che quando i comunisti avevano preso il potere in Cina, avevano arrestato un sacerdote nella sua rettoria, nei pressi della chiesa. Il sacerdote osservò spaventato dalla finestra i comunisti mentre invadevano l’edificio sacro  e si dirigevano al santuario. Pieni di odio, profanarono il tabernacolo e presero il calice gettandolo a terra, spargendo ovunque le ostie consacrate.

Era un periodo di persecuzione, e il sacerdote sapeva esattamente quante ostie c’erano nel calice: trentadue.

Quando i comunisti si ritirarono, forse non avevano visto o non avevano prestato attenzione a una bambina che, pregando nella parte posteriore della chiesa, aveva assistito a tutto. Di sera la piccola tornò ed, eludendo la guardia posta nella rettoria, entrò in chiesa. Lì fece un’ora santa di preghiera, un atto d’amore per riparare all’atto di odio. Dopo la sua ora santa, entrò nel santuario, si inginocchiò e, chinandosi in avanti, con la lingua ricevette Gesù nella Sacra Comunione (all’epoca ai laici non era permesso di toccare l’Eucaristia con le mani).

La piccola continuò a tornare ogni sera, facendo l’ora santa e ricevendo Gesù Eucaristico sulla lingua. La trentesima notte, dopo aver consumato l’ostia, per caso fece rumore e attirò l’attenzione della guardia, che le corse dietro, l’afferrò e la colpì fino a ucciderla con la parte posteriore della sua arma.

A questo atto di martirio eroico assistette il sacerdote, che sconsolato guardava dalla finestra della sua stanza trasformata in cella di prigionia.

Quando il vescovo Sheen ascoltò quel racconto, fu talmente ispirato da promettere a Dio che avrebbe compiuto un’ora santa di preghiera davanti a Gesù Sacramentato tutti i giorni per il resto della sua vita. Se quella bambina aveva dato con la propria vita una testimonianza della reale presenza del suo Salvatore nel Santissimo Sacramento, il vescovo si vedeva obbligato a fare lo stesso. Il suo unico desiderio sarebbe stato attirare il mondo al Cuore ardente di Gesù nel Santissimo Sacramento.

La piccola insegnò al vescovo il vero valore e lo zelo che si deve nutrire per l’Eucaristia; come la fede può sovrapporsi a qualsiasi paura e come il vero amore per Gesù nell’Eucaristia deve trascendere la propria vita.

Un suggerimento…

PREGHIERA DA RECITARE PRIMA DELLA COMUNIONE (San Tommaso d’Aquino):

Dio onnipotente ed eterno, mi accosto al Sacramento del tuo Unigenito Figlio il Signore nostro Gesù Cristo.

Mi accosto come infermo al medico della vita; come immondo alla fonte della misericordia; come cieco alla luce dell’eterna chiarezza; come povero e miserabile al Signore del cielo e della terra.

Imploro pertanto l’abbondanza della tua immensa larghezza perché tu voglia guarire la mia infermità, lavare le mie sozzure, illuminare la mia cecità, arricchire la mia povertà, coprire la mia nudità, per cui riceva il Pane degli Angeli, il Re dei re, il Signore dei signori, con tale riverenza e umiltà, con tale purezza e fede quale si richiede per la salvezza della mia anima.

Concedimi, ti prego, di ricevere non solo il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche la realtà e la virtù di questo Sacramento.

Dolcissimo Dio, fa’ che io riceva il Corpo del tuo Unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo che egli prese nel seno della Vergine Maria, in modo da essere unito al suo corpo mistico e annoverato fra i suoi membri.

Concedimi, Padre amorosissimo, di contemplare infine apertamente e per sempre il Figlio tuo diletto, che ora mi propongo di ricevere adombrato sotto i veli eucaristici. Tu che vivi e regni, o Dio, insieme con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

PREGHIERA DA RECITARE DOPO LA COMUNIONE (San Tommaso d’Aquino):

Ti ringrazio, Signore, Padre onnipotente, eterno Dio, che non per mio merito, ma per sola degnazione della tua misericordia, ti sei degnato di saziare col prezioso Corpo e Sangue del tuo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo, me peccatore e servo indegno.

Ti supplico perché questa Comunione non sia per me motivo di castigo, ma piuttosto pegno salutare di perdono; mi sia armatura di fede e scudo di buona volontà; liberazione dai miei vizi, distruzione della concupiscenza e dissolutezza, aumento di carità e di pazienza, di umiltà, di obbedienza e di tutte le virtù.

Sia mia salda difesa contro le insidie di tutti i nemici sia visibili sia invisibili, quiete perfetta delle passioni carnali e spirituali; con te, unico e vero Dio, stabile unione e possesso beato del mio fine.

Degnati, ti prego, di ammettere me peccatore a quell’ineffabile convito, dove tu col tuo Figlio e con lo Spirito Santo sei luce vera, sazietà piena, gaudio sempiterno, giocondità completa e felicità perfetta.

Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

di Felipe Aquino

Cina. La messa di nascosto, tra i gabinetti: «Soffriamo come Gesu’ sulla croce»

madonna cineseIl Pastore Gu Yuese e’ tornato in liberta’ dopo tre mesi, “appropriazione indebita” l’accusa del governo cinese, si era opposto alla demolizione delle croci nel Zhejiang e aveva difeso i diritti della chiesa. L’illegale detenzione del pastore era stata coperta con un “regime di residenza sorvegliata in una località prescelta”. Sono tantissimi i sacerdoti che negli ultimi anni hanno pagato con la detenzione anche prolungata l’opposizione, anche fisica, alla demolizione delle croci in corso nel paese, voluta dal governo che ha introdotto il divieto di innalzare il simbolo cristiano sopra gli edifici religiosi, di relegarlo all’interno della facciata, non visibile, e di decidere sulle misure, l’altezza e l’architettura degli edifici cristiani.

Una vera e propria forma di persecuzione che non è stata applicata ad altre forme di religioni, come il buddismo, il taoismo e l’islam. E così statue buddiste e altre forme religiose torreggiano ovunque e nessuno obietta o restringe nulla. E poi ci sono loro, i sacerdoti cattolici che nei cortili, nelle case fatiscenti, nei gabinetti maleodoranti, in quelle piccole chiese domestiche celebrano l’eucarestia, di nascosto, e radunano centinaia di fedeli che per due ore, cantano inni, ricevono l’eucarestia e stringono le mani in una preghiera disperata. Da sempre ogni sacerdote o vescovo nominato dal Vaticano è stato perseguitato e sostituito da vescovi nominati dal regime comunista e, malgrado i segnali di disgelo e di incontro messi in pratica da Papa Francesco, la soppressione delle chiese domestiche continua senza sosta, costringendo i fedeli in luoghi sotterranei come i primi cristiani. Padre Dong è stato arrestato tantissime volte dalle autorità per le sua Messa all’aria aperta, celebrazione poi trasferita nella sua casa, e poi nei gabinetti esterni, e poi accanto ai rifiuti . Se la chiesa indipendente sarà definitivamente soppressa, non resterà altro che una soluzione, ha detto P. Dong: “Tornerò a casa a pregare, questa è l’unica strada per noi cattolici”.

da: lucedimaria.it

5. Andare in missione (Henri J.M. Nouwen)

«Andate e annunziate»jesus mission

Tutto è cambiato. Le perdite non sono più sentite come debilitanti; la casa non è più un luogo vuoto. I due viaggiatori che hanno iniziato il loro viaggio a te- sta bassa ora si guardano con occhi pieni di luce nuova.

Lo sconosciuto, che era diventato amico, ha dato loro il suo spirito, lo spirito divino di gioia, pace, coraggio, speranza e amore. Non c’è dubbio nella loro mente: egli è vivo! Non vivo come prima, non come l’affascinante predicatore e guaritore di Nazareth, ma vivo come un respiro nuovo dentro di loro. Cleopa e il suo amico sono diventati persone nuove. Sono stati dati loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo.

Essi sono diventati anche nuovi amici l’uno per l’altro -non più persone che possono offrirsi consolazione e sostegno mentre piangono le proprie perdite, ma persone con una nuova missione, persone che, insieme, hanno qualcosa da dire, qualcosa d’importante, qualcosa d’urgente, qualcosa che non può rimanere nascosto, qualcosa che deve essere proclamato.

Felicemente ognuno di loro ha l’altro. Nessuno crederebbe a uno soltanto di loro. Ma quando parleranno insieme otterranno un bell’ascolto.

Gli altri hanno bisogno di sapere poiché anch’essi avevano posto tutte le loro speranze in lui. Ci sono gli undici che hanno mangiato con lui la sera prima della sua morte; ci sono i discepoli, le donne e gli uomini che erano stati con lui per anni.

Hanno bisogno di sapere che cos’è loro successo.

Hanno bisogno di sapere che non è tutto finito.

Hanno bisogno di sapere che è vivo e che questi lo hanno riconosciuto quando egli ha dato loro il pane.

Non c’è tempo da perdere. «Sbrighiamoci», si dicono l’un l’altro. In fretta si infilano i sandali, prendono il mantello e il bastone per il viaggio e sono subito sulla via del ritorno verso i loro amici, ritornano da coloro che ancora potrebbero non sapere che le donne, le quali avevano sentito dagli angeli che egli è ancora vivo, hanno ragione.

Il racconto riassume tutto in pochissime parole: «Partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme».

Che differenza tra il loro ‘ andare a casa ‘ e il loro ritorno.

È la differenza che c’è tra il dubbio e la fede, la disperazione e la speranza, la paura e l’amore.

È la differenza tra due esseri umani scoraggiati che si trascinano lungo la via e due amici che camminano in fretta, a volte persino correndo, tutti eccitati per la notizia che hanno per i loro amici.

Ritornare alla città non è senza pericolo. Dopo l’esecuzione di Gesù, i suoi discepoli hanno paura. Si chiedono quale sarà il loro destino. Ma avendo riconosciuto il loro Signore, la paura se ne è andata e sono liberi di diventare testimoni della resurrezione – ad ogni costo.

Si rendono conto che le stesse persone che hanno odiato Gesù possono odiare loro, che le stesse persone che hanno ucciso Gesù possono uccidere loro. Ritornare, in effetti, può costar loro la vita. Può essere richiesto loro di testimoniare, non solo a parole, ma con il loro stesso sangue.

Ma non temono più il martirio. Il Signore risorto, presente nel loro essere più intimo, li ha resi pieni di un amore più forte della morte. Niente può trattenerli dal ritornare a casa anche quando casa non significa più un luogo ‘sicuro’.

L’eucaristia si conclude con una missione. «Andate ora e annunciate!». Le parole in latino, «Ite missa est», con cui il sacerdote concludeva la messa, letteralmente significano: «Andate, questa è la vostra missione».

La comunione non è la conclusione.

La missione lo è.

La comunione, quella intimità sacra con Dio, non è il momento finale della vita eucaristica. Lo abbiamo riconosciuto, ma quel riconoscimento non è per noi solo da gustare oda tenere come un segreto.

Come Maria di Magdala, così anche i due amici avevano sentito nel profondo di se stessi le parole «Andate e annunziate».

Questa è la conclusione della celebrazione eucaristica; questa è anche la chiamata finale della vita eucaristica.

«Andate e annunziate. Quello che avete visto e sentito non è solo per voi. È per i fratelli e le sorelle e per tutti quelli che sono pronti a riceverlo.

Andate, non indugiate, non aspettate, non esitate, ma mettetevi ora in cammino e ritornate ai luoghi dai quali siete venuti e fate sapere a quelli che avete lasciato nei loro nascondigli che non c’ è niente di cui aver paura, che egli è risorto, veramente risorto».

È importante rendersi conto che la missione, prima di tutto, è una missione a coloro che non sono estranei per noi. Questi ci conoscono e, come noi, hanno sentito di Gesù, ma si sono scoraggiati.

La missione è sempre prima di tutto ai nostri, alla nostra famiglia, ai nostri amici, a coloro che fanno parte intimamente della nostra vita. Riconoscere questo non ci conforta.

Trovo sempre che sia più difficile parlare di Gesù a quelli che mi conoscono intimamente che a quelli che non hanno mai avuto a che fare con i miei “peculiari modi di essere” .Eppure qui è presente una grande sfida. In qualche modo l’ autenticità della nostra esperienza viene messa alla prova dal nostri genitori, dai nostri consorti, dai nostri figli, dai nostri i fratelli e sorelle, da tutti quelli che ci conoscono fin troppo bene.

Molte volte sentiremo: «Beh, eccolo di nuovo. Beh, eccola di nuovo. Sappiamo di che si tratta. Abbiamo già visto tutto questo eccitamento. Passerà… come sempre».

Spesso c’è molta verità in questo. Perché si dovrebbero fidare di noi, quando corriamo a casa tutti entusiasti? Perché ci dovrebbero prendere sul serio? Non siamo poi così attendibili; non siamo poi così diversi dal resto della nostra famiglia e dei nostri amici. Inoltre, il mondo è pieno di storie, di rumori, pieno di predicatori ed evangelisti.

Ci sono buone ragioni per un certo scetticismo. Coloro che non sono venuti con noi all’eucaristia non sono ne migliori ne peggiori di noi.

Hanno sentito il racconto di Gesù. Alcuni sono stati battezzati; alcuni sono persino andati per un po’ o per lungo tempo in chiesa. Ma poi, gradualmente, la storia di Gesù è diventata solo una storia.

La chiesa è diventata un obbligo, l’eucaristia un rituale. In qualche modo è diventato tutto un ricordo dolce o amaro. In qualche modo qualcosa è morto in loro. E perché chiunque ci conosca bene dovrebbe credere in noi immediatamente quando torniamo dall’eucaristia?

Questa è la ragione per cui non è solo l’eucaristia, ma la vita eucaristica a fare la differenza.

Ogni giorno, ogni momento del giorno, c’ è il dolore per le nostre perdite e l’opportunità di ascoltare una parola che ci chiede di scegliere di vivere queste perdite come una via alla gloria.

Ogni giorno, inoltre, c’ è la possibilità di invitare lo sconosciuto in casa nostra e di fargli spezzare il pane per noi; la celebrazione eucaristica ci ha riassunto in che cosa consiste la nostra vita di fede e dobbiamo andare a casa per viverla il più a lungo e il più pienamente possibile. E questo è molto difficile, perché tutti a casa ci conoscono molto bene: la nostra impazienza, le nostre gelosie, i nostri risentimenti e i nostri tanti piccoli sotterfugi.

E poi ci sono le nostre relazioni interrotte, le nostre promesse non mantenute e i nostri impegni non rispettati. Possiamo davvero dire che lo abbiamo incontrato per strada, che abbiamo ricevuto il suo corpo e il suo sangue e che siamo diventati Cristi viventi? Tutti a casa sono pronti a metterci alla prova.

Ma c’è di più. C’è una grande sorpresa che aspetta i due compagni eccitati che entrano di corsa nella stanza in cui erano riuniti i loro amici… ansiosi di dare la notizia. Questi amici già la sapevano! La buona notizia che dovevano portare non era nuova, dopo tutto.

Prima ancora che avessero la possibilità di raccontare la loro storia, gli undici e gli altri che erano con loro dissero: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso al Simone». È piuttosto comico.

Questi entrano di corsa, senza più fiato, tutti entusiasti. soltanto per scoprire che quelli che stavano in città avevano già sentito la notizia, anche se non lo avevano incontrato sulla strada e non si erano seduti a tavola con lui.

Gesu era apparso a Simone e Simone era molto più attendibile di questi due discepoli che non erano rimasti con loro, ma che se ne erano invece andati a casa pensando che fosse tutto finito. Sicuro: erano felici e ansiosi di sentire la loro storia, ma loro due portavano solo un’altra conferma che, davvero, egli era vivo.

Ci sono molti modi in cui Gesù appare e molti modi in cui ci fa sapere che è vivo. Ciò che celebriamo nell’eucaristia avviene in molti modi diversi da quanto possiamo immaginare. Gesù, che ci ha già dato il pane, ha toccato il cuore di altri molto prima di in- contrarci sulla strada. Ha chiamato qualcuna per nome e lei lo ha riconosciuto; ha mostrato le sue ferite ad alcuni e questi lo hanno riconosciuto. Noi abbiamo le nostre storie da raccontare ed è importante che le raccontiamo, ma non sono le uniche storie. Abbiamo una missione da adempiere ed è bene che ne siamo entusiasti, ma prima dobbiamo ascoltare quello che gli altri hanno da dire. Poi possono essere raccontate le .nostre storie e portare gioia.

Tutto questo dimostra comunità.

I due amici, che erano in grado di parlarsi dei propri cuori ardenti, sta- vano cominciando a entrare in una nuova relazione reciproca, una relazione costruita sulla comunione di cui entrambi avevano fatto esperienza, La loro comunione con Gesù era, invero, l’inizio della comunità. Ma soltanto l’inizio.

Avevano bisogno di incontrare gli altri, che anche credevano che egli era risorto, lo avevano visto o avevano sentito che era vivo. Avevano bisogno di ascoltare i loro racconti, ognuno diverso dagli altri, e di scoprire i molti modi in cui Gesù e il suo Spirito agivano in mezzo al suo popolo.

È così facile ridurre Gesù al nostro Gesù, alla nostra esperienza del suo amore, al nostro modo di riconoscerlo.

Ma Gesù ci ha lasciati per mandare il suo Spirito e il suo Spirito soffia dove vuole. La comunità di fede è il luogo dove vengono narrati molti racconti sullo stile di Gesù. Questi racconti possono essere molto diversi l’uno dall’altro.

Possono persino sembrare in conflitto.

Ma se continuiamo ad ascoltare attentamente lo Spirito che si manifesta attraverso molte persone, sia nelle parole che nel silenzio, sia attraverso il confronto che l’invito, sia nella dolcezza che nella fermezza, sia con le lacrime che con i sorrisi, allora potremo gradualmente discernere che ci apparteniamo, come un unico corpo saldato dallo Spirito di Gesù.

Nell’eucaristia ci viene richiesto di lasciare la tavola e di andare dai nostri amici per scoprire insieme a loro che Gesù è veramente vivo e che ci chiama tutti insieme a diventare un popolo nuovo -un popolo della resurrezione.

Qui termina il racconto di Cleopa e del suo amico.

Termina con i due amici che raccontano la loro storia agli undici e agli altri che stavano con loro. Ma la missione non termina qui; è appena iniziata. Il racconto della storia di ciò che è successo lungo la via e intorno alla tavola è l’inizio di una vita di missione, vissuta tutti i giorni della nostra vita finche non lo vedremo di nuovo faccia a faccia.

Formare una comunità con la famiglia e gli amici, costruire un corpo d’ amore, formare un popolo nuovo della resurrezione: tutto questo non è tanto per poter vivere una vita al riparo dalle forze oscure che dominano il nostro mondo; è piuttosto per renderci capaci di proclamare insieme a tutte le persone, giovani e vecchi, bianchi e neri, poveri e ricchi, che la morte non ha 1’ultima parola, che la speranza è reale e che Dio è vivo.

L’eucaristia è sempre missione.

L’eucaristia, che ci ha liberato dal nostro paralizzante senso di perdita e che ci ha rivelato che lo Spirito di Gesù vive dentro di noi, ci dà la forza di uscire nel mondo e di portare la buona notizia ai poveri, la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri e di proclamare che Dio ha mostrato di nuovo il suo favore a tutte le persone.

Ma non siamo mandati fuori da soli; siamo inviati con i nostri fratelli e le nostre sorelle, sapendo anch’essi che Gesù vive dentro di loro.

Il movimento che deriva dall’eucaristia è il movimento dalla comunione alla comunità al ministero. La nostra esperienza di comunione prima ci manda dai nostri fratelli e sorelle per condividere con loro le nostre storie e per formare con loro un corpo d’amore.

Poi, come comunità, possiamo muoverci in tutte le direzioni e raggiungere tutte le persone.

Sono profondamente consapevole della mia tendenza di voler andare dalla comunione al ministero senza fare comunità.

Il mio individualismo e il desiderio di successo personale mi tentano sempre a fare da solo e a rivendicare per me stesso il compito del ministero. Ma Gesù stesso non predicò e non guarì da solo. Luca, l’evangelista, ci racconta di come egli passasse la notte in comunione con Dio, il mattino a fare comunità con i dodici apostoli e il pomeriggio a uscire con loro per svolgere il suo ministero tra le folle. Gesù ci chiama a seguire la stessa sequenza: dalla comunione alla comunità al ministero.

Non vuole che usciamo da soli. Ci invia insieme, a due a due, mai da soli.

E così possiamo testimoniare come persone che appartengono ad un corpo di fede. Siamo inviati ad insegnare, a guarire, ad ispirare e ad offrire speranza al mondo non come esercizio della nostra capacità individuale, ma come l’espressione della nostra fede per la quale tutto quello che abbiamo da dare viene da lui che ci ha messi insieme.

La vita vissuta eucaristicamente è sempre una vita di missione.

Viviamo in un mondo che geme sotto il peso delle sue perdite: le guerre spietate che distruggono popoli e paesi, la fame e il morire di fame che decimano intere popolazioni, il crimine e la violenza che mettono a repentaglio la vita di milioni di uomini, donne e bambini. Il cancro e l’ AIDS, il colera, la malaria e molte altre malattie che devastano il corpo di innumerevoli persone; terremoti, alluvioni e disastri del traffico è la storia della vita di ogni giorno che riempie i giornali e gli schermi televisivi.

È un mondo di perdite infinite e molti, se non la maggior parte, dei nostri simili camminano con la faccia rivolta a terra sulla superficie di questo pianeta. Dico- no in un modo o in un altro: «Noi speravamo che fosse… ma abbiamo perso la speranza».

Questo è il mondo in cui siamo mandati a vivere eucaristicamente, cioè, a vivere con il cuore ardente e con gli orecchi e gli occhi aperti.

Sembra un compito impossibile.

Che cosa può fare questo piccolo gruppo di persone che lo hanno incontrato per la via, nel giardino o sulla riva del lago, in un mondo così buio e violento? Il mistero dell’amore di Dio è che i nostri cuori ardenti e i nostri orecchi e occhi recettivi saranno in grado di scoprire che Colui che abbia- mo incontrato nell’intimità delle nostre case continua a rivelarsi a noi tra i poveri, i malati, gli affamati, i prigionieri, i rifugiati e tra tutti coloro che vivono nel pericolo e nella paura.

A questo punto ci rendiamo conto che missione non è solo andare ad annunziare agli altri che il Signore è risorto, ma anche ricevere quella testimonianza da coloro ai quali siamo inviati.

Spesso la missione è pensata esclusivamente in termini di donazione, ma la vera missione è anche ricevere. Se è vero che lo Spirito di Gesù soffia dove vuole, non c’ è persona che non possa dare quello Spirito.

A lungo andare, la missione è possibile soltanto quando è tanto ricevere che . dare, tanto essere presi a cuore che prendere a cuore.

Siamo mandati agli ammalati, ai morenti, agli handicappati, ai carcerati e ai rifugiati per portare loro la buona notizia della resurrezione del Signore.

Ma ci spegneremmo subito, se non potessimo ricevere lo Spirito del Signore da coloro cui siamo mandati.

Quello Spirito, lo Spirito d’amore, è nascosto nella loro povertà, nel loro essere a pezzi e nella prostrazione, nel loro dolore. Ecco perché Gesù ha detto: «Beati i poveri, i perseguitati e gli afflitti». Ogni volta che li raggiungiamo, essi a loro volta -ne siano consapevoli o meno -ci benedicono con lo Spirito di Gesù, diventando così nostri ministri.

Senza questa reciprocità del dare e del ricevere, missione e ministero diventano facilmente manipolabili o violenti.

Quando soltanto uno dà e l’altro riceve, colui che dà diventa presto un oppressore e coloro che ricevono vittime.

Ma quando colui che dà riceve e colui che riceve dà, il circolo d’amore, iniziato nella comunità dei discepoli, può allargarsi persino a tutto il mondo.

Fa parte dell’ essenza della vita eucaristica far crescere questo cerchio d’amore.

Essendo entrati in comunione con Gesù e avendo creato comunità con coloro che sanno che egli è vivo, ora possiamo andarci ad unire ai tanti viaggiatori solitari per aiutarli a scoprire che anch’essi partecipano al dono dell’amore.

Non temiamo più la loro tristezza e il loro dolore e possiamo chieder loro semplicemente: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?».

E sentiremo racconti di solitudine, paura, rifiuto, abbandono e tristezza immensi. Dobbiamo ascoltare, spesso a lungo, ma ci sono anche le opportunità di dire a parole o con semplici gesti: «Non sapevi che ciò per cui ti stai affliggendo può essere vissuto anche come una via per qualcosa di nuovo? Probabilmente è impossibile cambiare quello che ti è successo, ma sei ancora libero di scegliere come viverlo».

Non tutti ci ascolteranno e soltanto in pochi ci inviteranno nella loro vita per unirci alla loro tavola. Solo raramente sarà possibile offrire il pane che do- na la vita e guarire veramente un cuore che è stato spezzato. Gesù stesso non guarì tutti, ne cambiò la vita di tutti.

La maggior parte della gente semplice- mente non crede che siano possibili i cambiamenti radicali e non riesce a dare la sua fiducia quando incontra gli sconosciuti.

Ma ogni volta che c’è un incontro reale che conduce dalla disperazione alla speranza e dall’amarezza alla gratitudine, vedremo dissolversi parte delle tenebre e la vita, di nuovo, oltrepassare i confini della morte.

Questa è stata, e continua a essere, l’esperienza di coloro che vivono una vita eucaristica. Essi vedono come loro missione sfidare persistentemente i loro compagni di viaggio a scegliere la gratitudine invece del risentimento e la speranza invece della disperazione.

Le poche volte in cui questa sfida viene accettata sono sufficienti per rendere la loro vita degna di essere vissuta. Veder comparire un sorriso in mezzo alle lacrime significa essere testimoni di un miracolo -il miracolo della gioia.

Statisticamente niente di tutto ciò è molto interessante.

Coloro che chiedono: «Quante persone avete raggiunto? Quanti cambiamenti avete apportato? Quanti mali avete curato? Quanta gioia avete creato?», riceveranno sempre delle risposte deludenti. Gesù e i suoi seguaci non ebbero grande successo.

Il mondo è ancora un mondo buio, pieno di violenza, corruzione, oppressione e sfruttamento. Probabilmente lo sarà sempre! La domanda non è «Quanto presto e quanti?», ma «Dove e quando?». Dov’è celebrata l’eucaristia, dove sono le persone che si mettono insieme intorno alla mensa spezzando il pane insieme e quando ciò avviene?

Il mondo si trova sotto il potere del male. Il mondo non riconosce la luce che risplende nell’oscurità. Non lo ha mai fatto; mai lo farà. Ma ci sono persone che, in mezzo a questo mondo, vivono !con la consapevolezza che egli è vivo e dimora dentro di noi, che egli ha superato il potere della morte e ha aperto la via della gloria.

Ci sono persone che si riuniscono insieme, che si mettono intorno alla tavola e che fanno quello che lui ha fatto, in memoria di lui?

Ci sono persone che continuano a raccontarsi le storie di speranza e che insieme vanno fuori a prendersi cura dei loro simili, senza pretendere di risolvere tutti i problemi, ma di portare un sorriso a un morente e una piccola speranza a un bambino abbandonato?

È così piccola, così non spettacolare, così nascosta questa vita eucaristica, ma è come lievito, come un granello di senape, come un sorriso sul volto di un bambino. È ciò che tiene vivi la fede, la speranza e l’amore in un mondo che è continuamente sull’orlo dell’autodistruzione.

L’eucaristia, a volte, è celebrata con grande cerimonia, in splendide cattedrali e basiliche. Ma più spesso è un ‘piccolo’ evento di cui sanno poche persone.

Avviene in un soggiorno, nella cella di una prigione, in una soffitta -lontano dalla vista dei grandi movimenti del mondo. Avviene in segreto; senza paramenti, candele o incenso.

Avviene con gesti così semplici che dall’esterno non si sa nemmeno che ha luogo. Ma grande o piccolo, festivo o nascosto, è lo stesso evento, il quale rivela che la vita è più forte della morte e l’amore più forte della paura.

Conclusione

La parola ‘eucaristia’ significa letteralmente ‘rendimento di grazie. Una vita eucaristica è una vita vissuta nella gratitudine.

La storia, che è anche la nostra storia, dei due amici in cammino per Emmaus ha mostrato che la gratitudine non è un atteggiamento ovvio verso la vita.

La gratitudine va scoperta e va vissuta con grande attenzione interiore.

Le nostre perdite, le nostre esperienze di rifiuto e di abbandono e i nostri tanti momenti di disillusione continuano ad attirarci nella rabbia, nell’amarezza e nel risentimento.

Quando lasciamo semplicemente parlare i ‘fatti’ ci saranno sempre fatti sufficienti a convincerci che la vita, dopo tutto, non conduce a niente e che ogni tentativo di sconfiggere questo destino è soltanto un segno di profonda ingenuità.

Gesù ci ha dato l’ eucaristia per renderci capaci di scegliere la gratitudine.

È una scelta che noi stessi dobbiamo fare. Nessuno può farla per noi.

Ma l’eucaristia ci induce a invocare la misericordia di Dio, ad ascoltare le parole di Gesù, a invitarlo in casa nostra, a entrare in comunione con lui e a proclamare buone notizie al mondo; apre alla possibilità di lasciar andare gradualmente i nostri tanti risentimenti e di scegliere di essere grati.

La celebrazione eucaristica continua a invitarci a quest’atteggiamento.

Nella nostra vita quotidiana abbiamo innumerevoli opportunità di essere grati invece che pieni di risentimento.

All’inizio potremmo non riconoscere queste opportunità. Prima che ce ne rendiamo conto pienamente, abbiamo già detto: «Questo è troppo per me. Non posso fare ameno di arrabbiarmi e di mostrare la mia rabbia. La vita non è bella e non posso agire come se invece lo fosse».

Comunque, c’è sempre la voce che in continuazione dice che siamo accecati dal nostro stesso modo di comprendere e che ci attiriamo a vicenda in un vicolo cieco.

È la voce che ci chiama ‘stolti’, la voce che ci chiede di guardare la nostra vita in modo nuovo, non di guardarla dal basso, dove contiamo le nostre perdite, ma dall’alto, dove Dio ci offre la sua gloria.

L’eucaristia -il rendimento di grazie -, dopo tutto, viene dall’alto.

E il dono che non possiamo fabbricarci da soli.

Deve essere ricevuta. È offerta liberamente e chiede di essere ricevuta liberamente. È qui che sta la scelta!

Possiamo scegliere di lasciar continuare il viaggio allo sconosciuto, rimanendo così egli uno sconosciuto. Ma possiamo anche invitarlo nella nostra vita intima, lasciarlo toccare ogni parte del nostro essere e quindi trasformare i nostri risentimenti in gratitudine.

Non dobbiamo lasciarlo andare.

In effetti la maggior parte della gente fa così. Ma ogni volta che facciamo quella scelta, ogni cosa, anche le cose più insignificanti, diventano nuove.

La nostra vita di poco conto diventa grande -parte dell’opera misteriosa della salvezza di Dio. Quando ciò avviene, niente è più accidentale, casuale o futile. Persino l’evento più insignificante parla il linguaggio della fede, della speranza e, soprattutto, dell’amore. Questa è la vita eucaristica, la vita in cui ogni cosa diventa un modo per dire ‘grazie’ a lui che si è unito a noi lungo il cammino.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione

 

4. Entrare in comunione (Henri J.M. Nouwen)

2127150_orig«Prendete e mangiate»

Quando Gesù entra nella casa dei suoi discepoli, questa diventa la sua casa. L’invitato diventa ospite. Lui che prima è stato invitato ora invita. I due discepoli che si sono fidati dello sconosciuto fino a farlo entrare nel loro spazio intimo ora sono condotti nella vita intima del loro padrone di casa.

«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Così semplice, così ordinario, così ovvio e -tuttavia -così diverso!

Che altro puoi fare quando condividi il pane con i tuoi amici?

Lo prendi, lo benedici, lo spezzi e lo dai. Per questo è fatto il pane: essere preso, benedetto, spezzato e dato. Niente di nuovo, niente di sorprendente. Avviene ogni giorno, in innumerevoli case. È parte essenziale della vita.

Non possiamo vivere veramente senza il pane che viene preso, benedetto, spezzato e dato. Senza di esso non c’è commensalità, non c’è comunità, non c’è alcun legame d’amicizia, non c’ è pace, ne amore e nemmeno speranza. Ma con esso, tutto può diventare nuovo.

Forse ci siamo dimenticati che l’eucaristia è un semplice gesto umano. I paramenti, le candele, gli accoliti,. i libri grandi, le braccia tese, il grande altare, i canti, la gente -niente sembra molto semplice, molto ordinario, molto ovvio. Spesso abbiamo bisogno di un libretto per seguire la cerimonia e per capirne il significato.

Tuttavia, niente vuole essere diverso da ciò che accadde in quel piccolo villaggio tra i tre amici. C’è del pane sulla mensa; c’è del vino sulla mensa. Il pane viene preso, benedetto, spezzato e dato. Il vino viene preso, benedetto e dato. Questo è ciò che avviene attorno ad ogni mensa che voglia essere una mensa di pace.

Ogni volta che invitiamo Gesù nella nostra casa, cioè adire nella nostra vita con tutte le sue luci e ombre, e gli offriamo il posto d’onore alla nostra tavola, egli prende il pane e il calice e li dà a noi dicendo:

«Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete questo è il mio sangue. Fate questo in memoria di me». Siamo sorpresi? Veramente no.

Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?

Non sapevamo già che egli non era uno sconosciuto per noi?

Non eravamo già consapevoli che colui che era stato crocifisso dai nostri capi era vivo e stava con noi?

Non lo avevamo visto prima prendere il pane, benedirlo, spezzarlo e darcelo? Fece così davanti a una grande folla che aveva ascoltato per ore la sua parola, lo fece nella sala al piano superiore prima che Giuda lo consegnasse alla sofferenza e lo ha fatto innumerevoli volte quando siamo giunti al termine di una giornata lunga ed egli si unisce a noi intorno alla mensa per un pasto semplice.

L’eucaristia è il gesto più comune e più divino immaginabile.

Questa è la verità di Gesù. Così umano, eppure così divino; così familiare, eppure così misterioso; così nascosto, eppure così rivelante!

Ma questa è la storia di Gesù che, «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la con- dizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,6-8).

È la storia di Dio che vuole venire vicino a noi, così vicino che possiamo vederlo con i nostri oc- chi, udirlo con i nostri orecchi, toccarlo con le nostre mani; così vicino che non c’è niente tra noi e lui, niente che separi, niente che divida, niente che crei distanza.

Gesù è Dio-per-noi, Dio-con-noi, Dio-in-noi. Gesù è Dio che si dona completamente, che elargisce se stesso a noi senza riserve. Gesù non trattiene e non si aggrappa ai suoi beni.

Egli dona tutto ciò che c’è da dare. «Mangiate, bevete, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue… Eccomi per voi!».

Tutti conosciamo questo desiderio di dare noi stessi a tavola.

Diciamo: «Mangia e bevi; l’ho fatto per te. Prendine di più; è lì per te, per goderne, per esserne fortificato, sì, per farti sentire quanto ti voglio bene».

Ciò che desideriamo non è semplicemente dare del cibo, ma dare noi stessi. «Sii mio ospite», diciamo. E mentre incoraggiamo i nostri amici a mangiare alla nostra mensa, vogliamo dire: «Sii mio amico, mio compagno, il mio amore -sii parte della mia vita -voglio darti me stesso».

Nell’eucaristia Gesù dona tutto.

Il pane non è semplicemente un segno del suo desiderio di diventare il nostro cibo; il calice non è solo un segno della sua volontà di essere la nostra bevanda. Il pane e il vino diventano il suo corpo e il suo sangue nel darsi. Veramente il pane è il suo corpo dato per noi, il vino il suo sangue versato per noi.

Come Dio si fa completamente presente per noi in Gesù, così Gesù si fa completamente presente a noi nel pane e nel vino dell’eucaristia. Dio non soltanto si è fatto carne per noi tanti anni fa in un paese lontano. Dio si fa anche cibo e bevanda per noi ora in questo momento della celebrazione eucaristica, proprio dove siamo insieme intorno alla tavola. Dio non si tira indietro; Dio dona tutto.

Questo è il mistero dell’incarnazione.

Questo è anche il mistero dell’eucaristia.

L’incarnazione e l’eucaristia sono le due espressioni dell’immenso amore di Dio che dona se stesso. E così il sacrificio sulla croce e il sacrificio sulla mensa sono un unico sacrificio, un dono di se divino e completo che raggiunge tutta l’umanità nel tempo e nello spazio.

La parola che meglio esprime questo mistero dell’amore totale di Dio che dona se stesso è ‘comunione’. È la parola che contiene la verità secondo la quale, in e attraverso Gesù, Dio vuole non soltanto insegnarci, istruirci o ispirarci, ma farsi uno con noi. Dio desidera essere pienamente unito a noi in modo che tutto di Dio e tutto di noi possa essere unito insieme in un amore eterno.

Tutta la lunga storia della relazione di Dio con noi esseri umani è una storia di comunione che si approfondisce sempre di più.

Non si tratta semplicemente di una storia di unioni, separazioni e unioni restaurate, ma di una storia in cui Dio è in continua ricerca di modi sempre nuovi per fare intimamente comunione con coloro che sono stati creati a immagine di Dio.

Agostino diceva: «Il mio cuore è inquieto finche non riposa in te, o Dio», ma quando esamino la storia tortuosa della nostra salvezza, vedo che non soltanto noi desideriamo ardentemente appartenere a Dio, ma che anche Dio anela appartenere a noi. Sembra come se Dio ci stesse dicendo a gran voce: «Il mio cuore è inquieto fin che non potrà riposare in voi, mie amate creature».

Da Adamo ed Eva ad Abramo e Sara, da Abramo e Sara a Davide e Betsabea e da Davide e Betsabea a Gesù e sempre da allora, Dio grida forte per essere ricevuto dai suoi.

«Vi ho creato, vi ho dato tutto il mio amore, vi ho guidato, offerto il mio sostegno, promesso l’avveramento dei desideri del vostro cuore: dove siete, dov’ è la vostra risposta, dov’è il vostro amore? Cos’altro vi devo fare affinché mi amiate? Non cederò, continuerò a tentare. Un giorno scoprirete quanto io desideri il vostro amore!».

Dio desidera comunione: una unità che sia vitale e viva, un’intimità che venga da entrambe le parti, un vincolo che sia veramente mutuo. Niente di forzato o ‘voluto’, ma una comunione liberamente offerta e liberamente ricevuta. Dio prova tutte le vie per rendere possibile questa comunione.

Dio si fa un bambino che dipende dalle cure umane, un ragazzo bisognoso di una guida, un maestro in cerca di allievi, un profeta che chiede a gran voce dei seguaci e, infine, un uomo morto trafitto dalla lancia di un soldato e de- posto in una tomba.

Proprio alla fine della storia, egli sta lì a guardarci e ci chiede con gli occhi pieni di te- nere attese: «Mi ami?» e, di nuovo, «Mi ami?» e, una terza volta, «Mi ami?».

È questo intenso desiderio di Dio di entrare nella relazione più intima con noi che costituisce il nucleo della celebrazione eucaristica e della vita eucaristica. Dio non soltanto vuole entrare nella storia umana divenendo una persona che vive in un’ epoca specifica e in un paese specifico, ma egli vuole diventare il nostro cibo e la nostra bevanda quotidiani in ogni tempo e in ogni luogo.

Quindi Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà a noi. E allora, quando vediamo il pane nelle nostre mani e lo portiamo alla bocca per mangiarlo, sì, allora i nostri occhi si aprono e lo riconosciamo.

L’eucaristia è riconoscimento.

È la piena comprensione che colui che prende, benedice, spezza e dona è Colui che, dall’inizio del tempo, ha desiderato entrare in comunione con noi.

La comunione è ciò che Dio vuole e ciò che noi vogliamo.

È il grido più profondo del cuore di Dio e del nostro, poiché siamo fatti con un cuore che può essere soddisfatto soltanto da colui che lo ha fatto.

Dio ha creato nel nostro cuore una sete di comunione che nessuno ad eccezione di Dio può, e vuole, appagare. Dio sa questo. Invece noi raramente. Continuiamo a cercare da qualche altra parte quell’esperienza di appartenenza. Guardiamo lo splendore della natura, le agitazioni della storia e l’attrattiva delle persone, ma quella semplice frazione del pane, così comune e non spettacolare, sembra un luogo così improbabile per trovare la comunione cui aneliamo.

Eppure, se abbiamo pianto le nostre perdite, se lo abbiamo ascoltato lungo il cammino e se lo abbiamo invitato a entrare nel nostro essere più recondito, sapremo che la comunione che abbiamo aspettato di ricevere è la stessa comunione che egli ha aspettato di dare.

C’è una frase nel racconto di Emmaus che ci conduce proprio dentro il mistero della comunione. È la frase: «… lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista». Nello stesso momento in cui i due amici lo riconoscono nello spezzare il pane, egli non è più con loro.

Quando il pane viene dato loro per mangiarne, essi non lo vedono più sedere con loro alla mensa. Quando mangiano, egli si è fatto invisibile. Quando entrano nella comunione più intima con Gesù, lo sconosciuto -divenuto amico -non è più con loro. Proprio quando egli si fa più presente a loro, diventa anche colui che è assente.

Qui tocchiamo uno degli aspetti più sacri dell’eucaristia: il mistero per cui la comunione più profonda con Gesù è una comunione che avviene in sua assenza. I due discepoli in cammino sulla strada per Emmaus lo avevano ascoltato per molte ore, erano andati di villaggio in villaggio, lo avevano aiutato nella sua predicazione, avevano riposato e mangiato insieme a lui.

Nel corso dell’anno, egli era diventato il loro maestro, la loro guida, il loro capo. Tutte le loro speranze per un futuro nuovo e migliore erano in- centrate su di lui. Tuttavia… non erano mai arrivati a conoscerlo pienamente, a comprenderlo pienamente. Spesso aveva detto loro: «… voi ora non lo capite, ma lo capirete più tardi». Essi non capivano veramente cosa stesse cercando di dire. Pensavano di essere più vicini a lui che a qualunque altra persona che avessero mai conosciuto.

Tuttavia egli continuava adire: «Ve l’ho detto adesso… cosicché quando non sarò più con voi ricorderete e comprenderete». Un giorno aveva persino detto che era bene che egli se ne andasse in modo che lo Spirito potesse venire e condurli alla piena intimità con lui. Il suo Spirito avrebbe aperto i loro occhi e avrebbe fatto loro comprendere pienamente chi egli fosse e perché fosse venuto a stare con loro.

Per tutto il tempo trascorso con i discepoli non c’era stata piena comunione.

Sì: loro erano stati con lui ed erano stati seduti ai suoi piedi; sì: erano stati suoi discepoli, persino suoi amici. Ma non erano ancora entrati nella piena comunione con lui. Il suo corpo e il suo sangue e il loro corpo e il loro sangue non erano ancora diventati uno.

In molti sensi, egli era stato ancora l’ altro, quello lontano, colui che va avanti a loro e mostra loro la via. Ma quando essi mangiano il pane che egli dà loro e lo riconoscono, quel riconoscimento è una profonda consapevolezza spirituale che, ora, egli dimora nel loro essere più intimo, che, ora, egli respira in loro, parla in loro, vive in loro.

Quando mangiano il pane che egli dà loro, la loro vita viene trasformata nella sua vita. Non sono più loro a vivere, ma Gesù, il Cristo, che vive in loro. E proprio in quel momento più sacro di comunione, egli è svanito dalla loro vista.

Questo è ciò che viviamo nella celebrazione eucaristica. Questo è ciò che viviamo anche quando viviamo una vita eucaristica. È una comunione così intima, così santa, così sacra e così spirituale che i nostri organi di senso non riescono più a percepirla. Non riusciamo più a vederlo con i nostri occhi mortali, a sentirlo con i nostri orecchi mortali o a toccarlo con i nostri corpi mortali. È venuto a noi in quel luogo dentro di noi dove il potere delle tenebre e del male non possono giungere, dove la morte non ha accesso.

Quando ci raggiunge e mette il pane nelle nostre mani e porta il calice alle nostre labbra, Gesù ci chiede di lasciare andare l’amicizia più facile che abbia- mo avuto con lui finora e di lasciare andare i sentimenti, le emozioni e anche i pensieri che appartengono a quell’amicizia.

Quando mangiamo del suo corpo e beviamo del suo sangue, accettiamo la solitudine che viene dal non averlo più alla nostra tavola come un compagno che ci consola nella conversazione, che ci aiuta ad affrontare le perdite della nostra vita quotidiana. È la solitudine della vita spirituale, la solitudine del sapere che egli ci è più vicino di quanto noi possiamo mai esserlo a noi stessi. È la solitudine della fede.

Continueremo a invocare: «Signore, pietà»; continueremo ad ascoltare le Scritture e il loro significato; continueremo a dire: «Sì, credo». Ma la comunione con lui va molto al di là di tutto questo. Ci porta al luogo in cui la luce acceca i nostri occhi e dove tutto il nostro essere è avvolto nella cecità. È in quel luogo di comunione che gridiamo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È, inoltre, in quel luogo che il nostro vuoto ci fa pregare: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

La comunione con Gesù significa diventare come lui.

Con lui siamo inchiodati sulla croce, con lui siamo deposti nella tomba, con lui siamo risuscitati per i accompagnare nel loro viaggio i viaggiatori che si so- I no perduti. La comunione, il divenire Cristo, ci conduce a un nuovo regno dell’essere. Ci introduce nel Regno.

Là le vecchie distinzioni tra felicità e tristezza, successo e fallimento, preghiera e maledizione, salute e malattia, vita e morte, non esistono più. Là non apparteniamo più al mondo che continua a dividere, giudicare, separare e valutare. Là apparteniamo a cri- sto e Cristo a noi, e con Cristo apparteniamo a Dio.

All’improvviso i due discepoli, che hanno mangiato il pane e lo hanno riconosciuto, sono di nuovo soli. Ma non con l’isolamento con cui avevano cominciato il viaggio. Sono soli, insieme, e sanno che è stato creato un nuovo legame tra loro. Non guardano più in basso con il volto triste. Si guardano in faccia e di- cono: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».

La comunione crea comunità. Cristo, vivendo in loro, li ha uniti in un modo nuovo. Lo Spirito del Cristo risorto, che è entrato in loro nel mangiare il pane e nel bere dal calice, ha fatto loro riconoscere non soltanto Cristo stesso, ma anche ognuno di loro come membro di una nuova comunità di fede.

La comunione ci fa guardare l’un l’altro e parlare l’uno all’altro non delle notizie più recenti, ma di colui che camminava con noi. Ci scopriamo tutti come perso- ne che si appartengono, perché ognuno di noi appartiene a lui.

Siamo soli, perché egli è scomparso dalla nostra vista, ma siamo insieme perché ognuno di noi è in comunione con lui diventando così un unico corpo attraverso di lui.

Abbiamo mangiato il suo corpo, bevuto il suo sangue. Così facendo, tutti noi che abbiamo preso dello stesso pane e dello stesso calice siamo diventati un solo corpo.

La comunione crea comunità, perché il Dio che vive in noi ci fa riconoscere il Dio nei nostri simili. Noi non possiamo vedere Dio nell’altra persona.

Soltanto Dio in noi può vedere Dio nell’ altra persona. Questo è ciò che intendiamo quando diciamo: «Lo Spirito parla allo Spirito, il Cuore parla al Cuore, Dio parla a Dio». La nostra partecipazione alla vita intima di Dio ci porta a un modo nuovo di partecipazione alla vita l’uno dell’altro.

Tutto ciò può suonare molto ‘irreale’, ma quando lo viviamo, diventa più reale della ‘realtà’ del mondo. Come dice Paolo:

«Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? poiché c’ è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1 Cor 10,16- 17).

Questo corpo nuovo è un corpo spirituale, foggiato dallo Spirito d’ amore. Si manifesta in modi molto concreti: nel perdono, nella riconciliazione, nel mutuo sostegno, nell’aiuto alle persone nel bisogno, nella solidarietà con tutti quelli che soffrono e in una preoccupazione sempre maggiore per la giustizia e la pace. In questo modo la comunione non crea soltanto comunità, ma la comunità conduce sempre alla missione.

Andare in missione

«Andate e annunziate»

Tutto è cambiato. Le perdite non sono più sentite come debilitanti; la casa non è più un luogo vuoto. I due viaggiatori che hanno iniziato il loro viaggio a te- sta bassa ora si guardano con occhi pieni di luce nuova.

Lo sconosciuto, che era diventato amico, ha dato loro il suo spirito, lo spirito divino di gioia, pace, coraggio, speranza e amore. Non c’è dubbio nella loro mente: egli è vivo! Non vivo come prima, non come l’affascinante predicatore e guaritore di Nazareth, ma vivo come un respiro nuovo dentro di loro. Cleopa e il suo amico sono diventati persone nuove. Sono stati dati loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo.

Essi sono diventati anche nuovi amici l’uno per l’altro -non più persone che possono offrirsi consolazione e sostegno mentre piangono le proprie perdite, ma persone con una nuova missione, persone che, insieme, hanno qualcosa da dire, qualcosa d’importante, qualcosa d’urgente, qualcosa che non può rimanere nascosto, qualcosa che deve essere proclamato.

Felicemente ognuno di loro ha l’altro. Nessuno crederebbe a uno soltanto di loro. Ma quando parleranno insieme otterranno un bell’ascolto.

Gli altri hanno bisogno di sapere poiché anch’essi avevano posto tutte le loro speranze in lui. Ci sono gli undici che hanno mangiato con lui la sera prima della sua morte; ci sono i discepoli, le donne e gli uomini che erano stati con lui per anni.

Hanno bisogno di sapere che cos’è loro successo.

Hanno bisogno di sapere che non è tutto finito.

Hanno bisogno di sapere che è vivo e che questi lo hanno riconosciuto quando egli ha dato loro il pane.

Non c’è tempo da perdere. «Sbrighiamoci», si dicono l’un l’altro. In fretta si infilano i sandali, prendono il mantello e il bastone per il viaggio e sono subito sulla via del ritorno verso i loro amici, ritornano da coloro che ancora potrebbero non sapere che le donne, le quali avevano sentito dagli angeli che egli è ancora vivo, hanno ragione.

Il racconto riassume tutto in pochissime parole: «Partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme».

Che differenza tra il loro ‘ andare a casa ‘ e il loro ritorno.

È la differenza che c’è tra il dubbio e la fede, la disperazione e la speranza, la paura e l’amore.

È la differenza tra due esseri umani scoraggiati che si trascinano lungo la via e due amici che camminano in fretta, a volte persino correndo, tutti eccitati per la notizia che hanno per i loro amici.

Ritornare alla città non è senza pericolo. Dopo l’esecuzione di Gesù, i suoi discepoli hanno paura. Si chiedono quale sarà il loro destino. Ma avendo riconosciuto il loro Signore, la paura se ne è andata e sono liberi di diventare testimoni della resurrezione – ad ogni costo.

Si rendono conto che le stesse persone che hanno odiato Gesù possono odiare loro, che le stesse persone che hanno ucciso Gesù possono uccidere loro. Ritornare, in effetti, può costar loro la vita. Può essere richiesto loro di testimoniare, non solo a parole, ma con il loro stesso sangue.

Ma non temono più il martirio. Il Signore risorto, presente nel loro essere più intimo, li ha resi pieni di un amore più forte della morte. Niente può trattenerli dal ritornare a casa anche quando casa non significa più un luogo ‘sicuro’.

L’eucaristia si conclude con una missione. «Andate ora e annunciate!». Le parole in latino, «Ite missa est», con cui il sacerdote concludeva la messa, letteralmente significano: «Andate, questa è la vostra missione».

La comunione non è la conclusione.

La missione lo è.

La comunione, quella intimità sacra con Dio, non è il momento finale della vita eucaristica. Lo abbiamo riconosciuto, ma quel riconoscimento non è per noi solo da gustare oda tenere come un segreto.

Come Maria di Magdala, così anche i due amici avevano sentito nel profondo di se stessi le parole «Andate e annunziate».

Questa è la conclusione della celebrazione eucaristica; questa è anche la chiamata finale della vita eucaristica.

«Andate e annunziate. Quello che avete visto e sentito non è solo per voi. È per i fratelli e le sorelle e per tutti quelli che sono pronti a riceverlo.

Andate, non indugiate, non aspettate, non esitate, ma mettetevi ora in cammino e ritornate ai luoghi dai quali siete venuti e fate sapere a quelli che avete lasciato nei loro nascondigli che non c’ è niente di cui aver paura, che egli è risorto, veramente risorto».

È importante rendersi conto che la missione, prima di tutto, è una missione a coloro che non sono estranei per noi. Questi ci conoscono e, come noi, hanno sentito di Gesù, ma si sono scoraggiati.

La missione è sempre prima di tutto ai nostri, alla nostra famiglia, ai nostri amici, a coloro che fanno parte intimamente della nostra vita. Riconoscere questo non ci conforta.

Trovo sempre che sia più difficile parlare di Gesù a quelli che mi conoscono intimamente che a quelli che non hanno mai avuto a che fare con i miei “peculiari modi di essere” .Eppure qui è presente una grande sfida. In qualche modo l’ autenticità della nostra esperienza viene messa alla prova dal nostri genitori, dai nostri consorti, dai nostri figli, dai nostri i fratelli e sorelle, da tutti quelli che ci conoscono fin troppo bene.

Molte volte sentiremo: «Beh, eccolo di nuovo. Beh, eccola di nuovo. Sappiamo di che si tratta. Abbiamo già visto tutto questo eccitamento. Passerà… come sempre».

Spesso c’è molta verità in questo. Perché si dovrebbero fidare di noi, quando corriamo a casa tutti entusiasti? Perché ci dovrebbero prendere sul serio? Non siamo poi così attendibili; non siamo poi così diversi dal resto della nostra famiglia e dei nostri amici. Inoltre, il mondo è pieno di storie, di rumori, pieno di predicatori ed evangelisti.

Ci sono buone ragioni per un certo scetticismo. Coloro che non sono venuti con noi all’eucaristia non sono ne migliori ne peggiori di noi.

Hanno sentito il racconto di Gesù. Alcuni sono stati battezzati; alcuni sono persino andati per un po’ o per lungo tempo in chiesa. Ma poi, gradualmente, la storia di Gesù è diventata solo una storia.

La chiesa è diventata un obbligo, l’eucaristia un rituale. In qualche modo è diventato tutto un ricordo dolce o amaro. In qualche modo qualcosa è morto in loro. E perché chiunque ci conosca bene dovrebbe credere in noi immediatamente quando torniamo dall’eucaristia?

Questa è la ragione per cui non è solo l’eucaristia, ma la vita eucaristica a fare la differenza.

Ogni giorno, ogni momento del giorno, c’ è il dolore per le nostre perdite e l’opportunità di ascoltare una parola che ci chiede di scegliere di vivere queste perdite come una via alla gloria.

Ogni giorno, inoltre, c’ è la possibilità di invitare lo sconosciuto in casa nostra e di fargli spezzare il pane per noi; la celebrazione eucaristica ci ha riassunto in che cosa consiste la nostra vita di fede e dobbiamo andare a casa per viverla il più a lungo e il più pienamente possibile. E questo è molto difficile, perché tutti a casa ci conoscono molto bene: la nostra impazienza, le nostre gelosie, i nostri risentimenti e i nostri tanti piccoli sotterfugi.

E poi ci sono le nostre relazioni interrotte, le nostre promesse non mantenute e i nostri impegni non rispettati. Possiamo davvero dire che lo abbiamo incontrato per strada, che abbiamo ricevuto il suo corpo e il suo sangue e che siamo diventati Cristi viventi? Tutti a casa sono pronti a metterci alla prova.

Ma c’è di più. C’è una grande sorpresa che aspetta i due compagni eccitati che entrano di corsa nella stanza in cui erano riuniti i loro amici… ansiosi di dare la notizia. Questi amici già la sapevano! La buona notizia che dovevano portare non era nuova, dopo tutto.

Prima ancora che avessero la possibilità di raccontare la loro storia, gli undici e gli altri che erano con loro dissero: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso al Simone». È piuttosto comico.

Questi entrano di corsa, senza più fiato, tutti entusiasti. soltanto per scoprire che quelli che stavano in città avevano già sentito la notizia, anche se non lo avevano incontrato sulla strada e non si erano seduti a tavola con lui.

Gesu era apparso a Simone e Simone era molto più attendibile di questi due discepoli che non erano rimasti con loro, ma che se ne erano invece andati a casa pensando che fosse tutto finito. Sicuro: erano felici e ansiosi di sentire la loro storia, ma loro due portavano solo un’altra conferma che, davvero, egli era vivo.

Ci sono molti modi in cui Gesù appare e molti modi in cui ci fa sapere che è vivo. Ciò che celebriamo nell’eucaristia avviene in molti modi diversi da quanto possiamo immaginare. Gesù, che ci ha già dato il pane, ha toccato il cuore di altri molto prima di in- contrarci sulla strada. Ha chiamato qualcuna per nome e lei lo ha riconosciuto; ha mostrato le sue ferite ad alcuni e questi lo hanno riconosciuto. Noi abbiamo le nostre storie da raccontare ed è importante che le raccontiamo, ma non sono le uniche storie. Abbiamo una missione da adempiere ed è bene che ne siamo entusiasti, ma prima dobbiamo ascoltare quello che gli altri hanno da dire. Poi possono essere raccontate le .nostre storie e portare gioia.

Tutto questo dimostra comunità.

I due amici, che erano in grado di parlarsi dei propri cuori ardenti, sta- vano cominciando a entrare in una nuova relazione reciproca, una relazione costruita sulla comunione di cui entrambi avevano fatto esperienza, La loro comunione con Gesù era, invero, l’inizio della comunità. Ma soltanto l’inizio.

Avevano bisogno di incontrare gli altri, che anche credevano che egli era risorto, lo avevano visto o avevano sentito che era vivo. Avevano bisogno di ascoltare i loro racconti, ognuno diverso dagli altri, e di scoprire i molti modi in cui Gesù e il suo Spirito agivano in mezzo al suo popolo.

È così facile ridurre Gesù al nostro Gesù, alla nostra esperienza del suo amore, al nostro modo di riconoscerlo.

Ma Gesù ci ha lasciati per mandare il suo Spirito e il suo Spirito soffia dove vuole. La comunità di fede è il luogo dove vengono narrati molti racconti sullo stile di Gesù. Questi racconti possono essere molto diversi l’uno dall’altro.

Possono persino sembrare in conflitto.

Ma se continuiamo ad ascoltare attentamente lo Spirito che si manifesta attraverso molte persone, sia nelle parole che nel silenzio, sia attraverso il confronto che l’invito, sia nella dolcezza che nella fermezza, sia con le lacrime che con i sorrisi, allora potremo gradualmente discernere che ci apparteniamo, come un unico corpo saldato dallo Spirito di Gesù.

Nell’eucaristia ci viene richiesto di lasciare la tavola e di andare dai nostri amici per scoprire insieme a loro che Gesù è veramente vivo e che ci chiama tutti insieme a diventare un popolo nuovo -un popolo della resurrezione.

Qui termina il racconto di Cleopa e del suo amico.

Termina con i due amici che raccontano la loro storia agli undici e agli altri che stavano con loro. Ma la missione non termina qui; è appena iniziata. Il racconto della storia di ciò che è successo lungo la via e intorno alla tavola è l’inizio di una vita di missione, vissuta tutti i giorni della nostra vita finche non lo vedremo di nuovo faccia a faccia.

Formare una comunità con la famiglia e gli amici, costruire un corpo d’ amore, formare un popolo nuovo della resurrezione: tutto questo non è tanto per poter vivere una vita al riparo dalle forze oscure che dominano il nostro mondo; è piuttosto per renderci capaci di proclamare insieme a tutte le persone, giovani e vecchi, bianchi e neri, poveri e ricchi, che la morte non ha 1’ultima parola, che la speranza è reale e che Dio è vivo.

L’eucaristia è sempre missione.

L’eucaristia, che ci ha liberato dal nostro paralizzante senso di perdita e che ci ha rivelato che lo Spirito di Gesù vive dentro di noi, ci dà la forza di uscire nel mondo e di portare la buona notizia ai poveri, la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri e di proclamare che Dio ha mostrato di nuovo il suo favore a tutte le persone.

Ma non siamo mandati fuori da soli; siamo inviati con i nostri fratelli e le nostre sorelle, sapendo anch’essi che Gesù vive dentro di loro.

Il movimento che deriva dall’eucaristia è il movimento dalla comunione alla comunità al ministero. La nostra esperienza di comunione prima ci manda dai nostri fratelli e sorelle per condividere con loro le nostre storie e per formare con loro un corpo d’amore.

Poi, come comunità, possiamo muoverci in tutte le direzioni e raggiungere tutte le persone.

Sono profondamente consapevole della mia tendenza di voler andare dalla comunione al ministero senza fare comunità.

Il mio individualismo e il desiderio di successo personale mi tentano sempre a fare da solo e a rivendicare per me stesso il compito del ministero. Ma Gesù stesso non predicò e non guarì da solo. Luca, l’evangelista, ci racconta di come egli passasse la notte in comunione con Dio, il mattino a fare comunità con i dodici apostoli e il pomeriggio a uscire con loro per svolgere il suo ministero tra le folle. Gesù ci chiama a seguire la stessa sequenza: dalla comunione alla comunità al ministero.

Non vuole che usciamo da soli. Ci invia insieme, a due a due, mai da soli.

E così possiamo testimoniare come persone che appartengono ad un corpo di fede. Siamo inviati ad insegnare, a guarire, ad ispirare e ad offrire speranza al mondo non come esercizio della nostra capacità individuale, ma come l’espressione della nostra fede per la quale tutto quello che abbiamo da dare viene da lui che ci ha messi insieme.

La vita vissuta eucaristicamente è sempre una vita di missione.

Viviamo in un mondo che geme sotto il peso delle sue perdite: le guerre spietate che distruggono popoli e paesi, la fame e il morire di fame che decimano intere popolazioni, il crimine e la violenza che mettono a repentaglio la vita di milioni di uomini, donne e bambini. Il cancro e l’ AIDS, il colera, la malaria e molte altre malattie che devastano il corpo di innumerevoli persone; terremoti, alluvioni e disastri del traffico è la storia della vita di ogni giorno che riempie i giornali e gli schermi televisivi.

È un mondo di perdite infinite e molti, se non la maggior parte, dei nostri simili camminano con la faccia rivolta a terra sulla superficie di questo pianeta. Dico- no in un modo o in un altro: «Noi speravamo che fosse… ma abbiamo perso la speranza».

Questo è il mondo in cui siamo mandati a vivere eucaristicamente, cioè, a vivere con il cuore ardente e con gli orecchi e gli occhi aperti.

Sembra un compito impossibile.

Che cosa può fare questo piccolo gruppo di persone che lo hanno incontrato per la via, nel giardino o sulla riva del lago, in un mondo così buio e violento? Il mistero dell’amore di Dio è che i nostri cuori ardenti e i nostri orecchi e occhi recettivi saranno in grado di scoprire che Colui che abbia- mo incontrato nell’intimità delle nostre case continua a rivelarsi a noi tra i poveri, i malati, gli affamati, i prigionieri, i rifugiati e tra tutti coloro che vivono nel pericolo e nella paura.

A questo punto ci rendiamo conto che missione non è solo andare ad annunziare agli altri che il Signore è risorto, ma anche ricevere quella testimonianza da coloro ai quali siamo inviati.

Spesso la missione è pensata esclusivamente in termini di donazione, ma la vera missione è anche ricevere. Se è vero che lo Spirito di Gesù soffia dove vuole, non c’ è persona che non possa dare quello Spirito.

A lungo andare, la missione è possibile soltanto quando è tanto ricevere che . dare, tanto essere presi a cuore che prendere a cuore.

Siamo mandati agli ammalati, ai morenti, agli handicappati, ai carcerati e ai rifugiati per portare loro la buona notizia della resurrezione del Signore.

Ma ci spegneremmo subito, se non potessimo ricevere lo Spirito del Signore da coloro cui siamo mandati.

Quello Spirito, lo Spirito d’amore, è nascosto nella loro povertà, nel loro essere a pezzi e nella prostrazione, nel loro dolore. Ecco perché Gesù ha detto: «Beati i poveri, i perseguitati e gli afflitti». Ogni volta che li raggiungiamo, essi a loro volta -ne siano consapevoli o meno -ci benedicono con lo Spirito di Gesù, diventando così nostri ministri.

Senza questa reciprocità del dare e del ricevere, missione e ministero diventano facilmente manipolabili o violenti.

Quando soltanto uno dà e l’altro riceve, colui che dà diventa presto un oppressore e coloro che ricevono vittime.

Ma quando colui che dà riceve e colui che riceve dà, il circolo d’amore, iniziato nella comunità dei discepoli, può allargarsi persino a tutto il mondo.

Fa parte dell’ essenza della vita eucaristica far crescere questo cerchio d’amore.

Essendo entrati in comunione con Gesù e avendo creato comunità con coloro che sanno che egli è vivo, ora possiamo andarci ad unire ai tanti viaggiatori solitari per aiutarli a scoprire che anch’essi partecipano al dono dell’amore.

Non temiamo più la loro tristezza e il loro dolore e possiamo chieder loro semplicemente: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?».

E sentiremo racconti di solitudine, paura, rifiuto, abbandono e tristezza immensi. Dobbiamo ascoltare, spesso a lungo, ma ci sono anche le opportunità di dire a parole o con semplici gesti: «Non sapevi che ciò per cui ti stai affliggendo può essere vissuto anche come una via per qualcosa di nuovo? Probabilmente è impossibile cambiare quello che ti è successo, ma sei ancora libero di scegliere come viverlo».

Non tutti ci ascolteranno e soltanto in pochi ci inviteranno nella loro vita per unirci alla loro tavola. Solo raramente sarà possibile offrire il pane che do- na la vita e guarire veramente un cuore che è stato spezzato. Gesù stesso non guarì tutti, ne cambiò la vita di tutti.

La maggior parte della gente semplice- mente non crede che siano possibili i cambiamenti radicali e non riesce a dare la sua fiducia quando incontra gli sconosciuti.

Ma ogni volta che c’è un incontro reale che conduce dalla disperazione alla speranza e dall’amarezza alla gratitudine, vedremo dissolversi parte delle tenebre e la vita, di nuovo, oltrepassare i confini della morte.

Questa è stata, e continua a essere, l’esperienza di coloro che vivono una vita eucaristica. Essi vedono come loro missione sfidare persistentemente i loro compagni di viaggio a scegliere la gratitudine invece del risentimento e la speranza invece della disperazione.

Le poche volte in cui questa sfida viene accettata sono sufficienti per rendere la loro vita degna di essere vissuta. Veder comparire un sorriso in mezzo alle lacrime significa essere testimoni di un miracolo -il miracolo della gioia.

Statisticamente niente di tutto ciò è molto interessante.

Coloro che chiedono: «Quante persone avete raggiunto? Quanti cambiamenti avete apportato? Quanti mali avete curato? Quanta gioia avete creato?», riceveranno sempre delle risposte deludenti. Gesù e i suoi seguaci non ebbero grande successo.

Il mondo è ancora un mondo buio, pieno di violenza, corruzione, oppressione e sfruttamento. Probabilmente lo sarà sempre! La domanda non è «Quanto presto e quanti?», ma «Dove e quando?». Dov’è celebrata l’eucaristia, dove sono le persone che si mettono insieme intorno alla mensa spezzando il pane insieme e quando ciò avviene?

Il mondo si trova sotto il potere del male. Il mondo non riconosce la luce che risplende nell’oscurità. Non lo ha mai fatto; mai lo farà. Ma ci sono persone che, in mezzo a questo mondo, vivono !con la consapevolezza che egli è vivo e dimora dentro di noi, che egli ha superato il potere della morte e ha aperto la via della gloria.

Ci sono persone che si riuniscono insieme, che si mettono intorno alla tavola e che fanno quello che lui ha fatto, in memoria di lui?

Ci sono persone che continuano a raccontarsi le storie di speranza e che insieme vanno fuori a prendersi cura dei loro simili, senza pretendere di risolvere tutti i problemi, ma di portare un sorriso a un morente e una piccola speranza a un bambino abbandonato?

È così piccola, così non spettacolare, così nascosta questa vita eucaristica, ma è come lievito, come un granello di senape, come un sorriso sul volto di un bambino. È ciò che tiene vivi la fede, la speranza e l’amore in un mondo che è continuamente sull’orlo dell’autodistruzione.

L’eucaristia, a volte, è celebrata con grande cerimonia, in splendide cattedrali e basiliche. Ma più spesso è un ‘piccolo’ evento di cui sanno poche persone.

Avviene in un soggiorno, nella cella di una prigione, in una soffitta -lontano dalla vista dei grandi movimenti del mondo. Avviene in segreto; senza paramenti, candele o incenso.

Avviene con gesti così semplici che dall’esterno non si sa nemmeno che ha luogo. Ma grande o piccolo, festivo o nascosto, è lo stesso evento, il quale rivela che la vita è più forte della morte e l’amore più forte della paura.

Conclusione

La parola ‘eucaristia’ significa letteralmente ‘rendimento di grazie. Una vita eucaristica è una vita vissuta nella gratitudine.

La storia, che è anche la nostra storia, dei due amici in cammino per Emmaus ha mostrato che la gratitudine non è un atteggiamento ovvio verso la vita.

La gratitudine va scoperta e va vissuta con grande attenzione interiore.

Le nostre perdite, le nostre esperienze di rifiuto e di abbandono e i nostri tanti momenti di disillusione continuano ad attirarci nella rabbia, nell’amarezza e nel risentimento.

Quando lasciamo semplicemente parlare i ‘fatti’ ci saranno sempre fatti sufficienti a convincerci che la vita, dopo tutto, non conduce a niente e che ogni tentativo di sconfiggere questo destino è soltanto un segno di profonda ingenuità.

Gesù ci ha dato l’ eucaristia per renderci capaci di scegliere la gratitudine.

È una scelta che noi stessi dobbiamo fare. Nessuno può farla per noi.

Ma l’eucaristia ci induce a invocare la misericordia di Dio, ad ascoltare le parole di Gesù, a invitarlo in casa nostra, a entrare in comunione con lui e a proclamare buone notizie al mondo; apre alla possibilità di lasciar andare gradualmente i nostri tanti risentimenti e di scegliere di essere grati.

La celebrazione eucaristica continua a invitarci a quest’atteggiamento.

Nella nostra vita quotidiana abbiamo innumerevoli opportunità di essere grati invece che pieni di risentimento.

All’inizio potremmo non riconoscere queste opportunità. Prima che ce ne rendiamo conto pienamente, abbiamo già detto: «Questo è troppo per me. Non posso fare ameno di arrabbiarmi e di mostrare la mia rabbia. La vita non è bella e non posso agire come se invece lo fosse».

Comunque, c’è sempre la voce che in continuazione dice che siamo accecati dal nostro stesso modo di comprendere e che ci attiriamo a vicenda in un vicolo cieco.

È la voce che ci chiama ‘stolti’, la voce che ci chiede di guardare la nostra vita in modo nuovo, non di guardarla dal basso, dove contiamo le nostre perdite, ma dall’alto, dove Dio ci offre la sua gloria.

L’eucaristia -il rendimento di grazie -, dopo tutto, viene dall’alto.

E il dono che non possiamo fabbricarci da soli.

Deve essere ricevuta. È offerta liberamente e chiede di essere ricevuta liberamente. È qui che sta la scelta!

Possiamo scegliere di lasciar continuare il viaggio allo sconosciuto, rimanendo così egli uno sconosciuto. Ma possiamo anche invitarlo nella nostra vita intima, lasciarlo toccare ogni parte del nostro essere e quindi trasformare i nostri risentimenti in gratitudine.

Non dobbiamo lasciarlo andare.

In effetti la maggior parte della gente fa così. Ma ogni volta che facciamo quella scelta, ogni cosa, anche le cose più insignificanti, diventano nuove.

La nostra vita di poco conto diventa grande -parte dell’opera misteriosa della salvezza di Dio. Quando ciò avviene, niente è più accidentale, casuale o futile. Persino l’evento più insignificante parla il linguaggio della fede, della speranza e, soprattutto, dell’amore. Questa è la vita eucaristica, la vita in cui ogni cosa diventa un modo per dire ‘grazie’ a lui che si è unito a noi lungo il cammino.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione

 

3. Invitare lo sconosciuto (Henri J.M. Nouwen)

supper-at-emmaus-rane«Credo»

Mentre ascoltano lo sconosciuto, qualcosa cambia dentro i due viaggiatori tristi. Non solo percepiscono una speranza nuova e una gioia nuova che toccano il loro essere più intimo, ma la loro andatura è diventata meno esitante. Lo sconosciuto ha dato loro un nuovo senso di direzione. “Andare a casa” non significa più ritornare all’unico luogo rimasto. La casa è diventata più che un riparo necessario, una casa dove possono stare fin quando non sanno che altro fare..

Lo sconosciuto ha dato alloro viaggio un significato nuovo. La loro casa vuota è diventata un luogo di accoglienza, un luogo per ricevere gli ospiti, un luogo per continuare la conversazione che avevano iniziato in modo così inaspettato.

Quando senti solo le tue perdite, allora tutto intorno a te parla di queste. Gli alberi, i fiori, le nuvole, le colline e le valli, tutto riflette la tua tristezza. Tutto sembra nel pianto.

Quando la tua amica più cara è morta, tutto nella natura parla di lei. Il vento sussurra il suo nome, i rami, appesantiti dalle foglie, piangono per lei e le dalie e i rododendri offrono i loro petali per coprire il suo corpo.

Ma se continui a camminare avanti con qualcuno al tuo fianco, aprendo il cuore alla verità misteriosa che la morte della tua amica non era solo la fine, ma anche un nuovo inizio, non soltanto la crudeltà del destino, ma la via necessaria alla libertà, non soltanto una brutta e orribile distruzione, ma una guida sofferente verso la gloria, allora puoi discernere gradualmente una nuova canzone che risuona attraverso il creato e andare a casa corrisponde al desiderio più profondo del tuo cuore.

Di tutte le parole che lo sconosciuto ha detto, ce ne è stata una che resiste nella mente dei viaggiatori: ‘gloria’. «Non bisognava», aveva detto, «che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».

Il loro cuore e la mente erano ancora così pieni di immagini di morte e distruzione e ora ecco quella parola: ‘gloria’. Non sembrava adatta e tuttavia, detta da questo sconosciuto, incendia il loro cuore e fa loro vedere ciò che non erano riusciti a vedere prima. Era come se avessero visto soltanto il letame che copriva la terra e mai i frutti degli alberi che ne erano derivati. Gloria, luce, splendore, bellezza, verità -tutto sembrava così irreale e irraggiungibile!

Ma ora c’erano dei suoni nuovi nell’aria e colori nuovi nei campi. Andare a casa era diventata una buona cosa. La casa ci chiama. La casa è dove c’ è il tavolo -il tavolo per sedervisi intorno, per mangiare e bere con gli amici !

E lo sconosciuto? non è diventato un amico?

Egli fa ardere il nostro cuore, ci apre gli occhi e gli orecchi.

È il nostro compagno di viaggio! La casa è diventata un bel posto per far venire l’amico. Allora dicono: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli non chiede un invito. Non domanda un posto dove stare. In effetti, egli fa come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistono per farlo entrare; quasi lo spingono per farlo stare con loro. Egli accetta. Entra per rimanere con loro.

Forse non siamo abituati a pensare all’eucaristia come a un invito a Gesù di rimanere con noi. Siamo più inclini a pensare a Gesù che invita noi alla sua casa, alla sua tavola, al suo pasto.

Ma Gesù vuole essere invitato. Senza un invito proseguirà per altri luoghi. È molto importante rendersi conto che Gesù non si impone mai su di noi.

Finche non lo invitiamo, egli rimarrà sempre uno sconosciuto, forse uno sconosciuto molto affascinante e intelligente con il quale abbiamo avuto una conversazione interessante, ma comunque uno sconosciuto.

Anche dopo che ha portato via molta della nostra tristezza e dopo che ci ha mostrato che la nostra vita non è così piccola e insignificante come pensavamo, egli può ancora rimanere quello che abbiamo incontrato per strada, la persona straordinaria che ha attraversato la nostra strada e che ha parlato con noi per un po’, la personalità insolita di cui possiamo parlare alla nostra famiglia e agli amici.

Ricordo molti incontri con persone che mi hanno fatto ardere il cuore, ma che io non ho invitato a casa mia. A volte avviene durante un lungo viaggio in aereo, a volte in treno, a volte a una festa. Successivamente dico ai miei amici: «Fatemi raccontare chi ho incontrato oggi. Una persona proprio affascinante. Ha detto cose così straordinarie che non potevo credere ai miei orecchi. Sembrava che mi conoscesse intimamente. Sì! Riusciva a leggere i miei pensieri e a parlarmi come se mi conoscesse da tanto tempo.

Molto speciale, proprio unico, persino stupefacente. Mi sarebbe piaciuto che anche voi lo aveste potuto incontrare! Ma ha proseguito… Non so per dove!».

Per quanto questi sconosciuti possano essere interessanti, stimolanti e ispiranti, se non li invito a entrare in casa mia, in realtà non succede niente. Potrei avere alcune nuove idee, ma la mia vita rimane fondamentalmente la stessa.

Senza un invito, che è l’espressione del desiderio di una relazione duratura, la buona notizia che abbiamo udito non può portare dei frutti duraturi. Rimane ‘notizia’ tra i tanti tipi di notizie che ci bombardano ogni giorno.

È una delle caratteristiche della nostra società contemporanea che gli incontri, per quanto possano essere belli, non diventano relazioni profonde.

E così la nostra vita è piena di buoni consigli, idee utili, prospettive meravigliose, ma tutto ciò si aggiunge semplicemente alle tante altre idee e prospettive lasciandoci “non compiuti”.

In una società con un tale sovraccarico informativo, anche gli incontri più significativi possono essere ridotti soltanto a ‘qualcosa d’interessante’ in mezzo a tante altre cose interessanti.

Soltanto con un invito a «entrare per rimanere con me» un incontro interessante può svilupparsi in una relazione trasformante.

Uno dei momenti più decisivi dell’eucaristia -e della nostra vita -è il momento dell’invito. Diciamo: «È stato bello incontrarti; grazie per la tua capacità di penetrazione, del tuo consiglio e del tuo incoraggiamento. Spero che il resto del tuo viaggio vada bene. Arrivederci!». O diciamo: «Ti ho sentito, il mio cuore sta cambiando… Per favore entra in casa mia per vedere dove e come vivo!». Questo invito a venire a vedere è l’invito che fa tutta la differenza.

Gesù è una persona molto interessante; le sue parole sono piene di sapienza. La sua presenza riscalda il cuore. La sua gentilezza e benevolenza sono profondamente commoventi. Il suo messaggio è una vera sfida.

Ma lo invitiamo in casa nostra?

Vogliamo che lui venga a conoscerci dietro le pareti della nostra vita più intima?

Vogliamo presentarlo a tutte le persone con cui viviamo?

Vogliamo che ci veda nella nostra vita di tutti i giorni?

Vogliamo che ci tocchi dove siamo più vulnerabili?

Vogliamo che entri nelle nostre camere nel retro di casa nostra, camere che noi stessi preferiamo tenere chiuse al sicuro?

Vogliamo veramente che lui resti con noi quando si fa sera e il giorno già volge al declino?

L’eucaristia richiede questo invito. Avendo ascoltato la sua parola, dobbiamo essere capaci di dire di più che: «Tutto questo è interessante!». Dobbiamo osare dire:

«Mi fido di te; mi affido a te con tutto il mio essere, corpo, mente e anima.

Non voglio tenerti nascosto alcun segreto.

Puoi vedere ogni cosa che faccio e sentire ogni cosa che dico.

Non voglio più che tu sia uno sconosciuto.

Voglio che tu diventi il mio amico più intimo.

Voglio che tu mi conosca, non soltanto per come cammino lungo la strada e come parlo ai miei compagni di viaggio, ma anche per come mi trovo solo con i miei sentimenti e pensieri più profondi.

E, soprattutto, voglio arrivare a conoscerti non solo come mio compagno di viaggio, ma come il compagno della mia anima».

Dire questo non è facile, poiché siamo persone piene di paure e non affidiamo facilmente ogni parte di noi stessi agli altri. La nostra paura di aprirci completamente e anche la paura della nostra vulnerabilità è uguale al nostro desiderio di conoscere e di essere conosciuti.

Nascondo persino a me stesso alcune mie parti! Ci sono pensieri, sentimenti ed emozioni che mi turbano così tanto che preferisco vivere come se non ci fossero.

Se non mi fido di me stesso come posso fidarmi di chiunque altro? Eppure il mio desiderio più profondo è di amare e di essere amato e ciò è possibile sol- tanto se sono disposto a conoscere e a essere conosciuto.

Gesù si rivela a noi come il Buon Pastore che ci conosce intimamente e ci ama. Ma vogliamo essere conosciuti da lui?

Vogliamo che entri liberamente in ogni stanza della nostra vita interiore?

Vogliamo che veda il nostro lato cattivo come anche quello buono, le nostre luci e le nostre ombre?

O preferiamo che prosegua oltre, senza entrare in casa nostra? Infine, la domanda è: «Ci fidiamo realmente di lui affidandogli ogni parte di noi stessi?».

Quando, dopo le letture e l’omelia, diciamo: «Credo in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nella chiesa cattolica, la comunione dei santi, il perdono dei peccati, la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», invitiamo Gesù a casa nostra e ci affidiamo alla sua Via.

Come momento della celebrazione eucaristica e, ancora di più, della nostra vita eucaristica, il Credo è molto di più che un riassunto della dottrina della chiesa. È una professione di fede. E la ‘fede’, come mostra la parola greca pistis, è un atto di fiducia.

È il grande ‘Sì’. Dice ‘Sì’ a colui che ci ha spiegato le Scritture come Scritture che si riferiscono a lui. È questo ‘Sì’ profondo, non soltanto alle parole che ha detto, ma anche a lui che le ha dette, che ci porta finalmente alla mensa. Se riusciamo a dire: «Sì! Ci fidiamo di te e affidiamo a te la nostra vita», andiamo oltre il semplice camminare alla sua presenza; abbiamo il coraggio di aprirci alla comunione con lui.

I due amici di viaggio invitano, anzi, insistono affinché lo sconosciuto rimanga con loro. «Sii nostro invitato», dicono. Vogliono essere i suoi ospiti. Invitano lo sconosciuto a mettere da parte il suo essere sconosciuto per diventare un loro amico. Ecco cosa significa la vera ospitalità: offrire un posto sicuro, dove lo sconosciuto può diventare un amico. C’erano due amici e uno sconosciuto. Ma ora ci sono tre amici, i quali partecipano alla stessa mensa.

La tavola è il luogo dell’intimità.

Intorno alla tavola ci scopriamo a vicenda.

È il luogo dove preghiamo.

È il luogo dove chiediamo: «Come ti è andata la giornata?».

È il luogo dove mangiamo e beviamo insieme dicendo: «Avanti, prendine ancora!».

È il luogo delle storie vecchie e nuove.

È il luogo per il sorriso e le lacrime. La tavola è anche il luogo in cui viene sentita nel modo più doloroso la distanza.

È il luogo in cui i figli sentono la tensione tra i genitori, dove fratelli e sorelle esprimono la loro rabbia e le loro gelosie, dove si formulano accuse e dove piatti e bicchieri diventano strumenti di violenza. Intorno alla tavola, sappiamo se c’ è amicizia e comunità o odio e divisione.

Proprio perché la tavola è il luogo dell’intimità per tutti i membri della casa, è anche il luogo in cui l’assenza di quella intimità viene rivelata nel modo più doloroso.

Quando, la sera prima della sua morte, Gesù si riunì con i suoi discepoli intorno alla tavola, rivelò sia intimità che distanza. Egli condivise il pane e il calice come segno di amicizia, ma disse anche: «Ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola».

Quando ripenso alla mia giovinezza, molto spesso penso ai pasti della nostra famiglia, specialmente nei giorni di festa. Ricordo le decorazioni natalizie, le torte di compleanno, le candele pasquali e i volti sorridenti. Ma ricordo anche le parole di rabbia, l’andarsene via, le lacrime, l’imbarazzo e i silenzi apparentemente infiniti.

Siamo più vulnerabili quando dormiamo o mangiamo insieme. Letto e tavola sono i due luoghi di intimità. Anche i due luoghi di più grande dolore.

E, forse, di questi due luoghi, la tavola è il più importante perché è il luogo dove si riuniscono tutti coloro che fanno parte della casa e dove la famiglia, la comunità, l’amicizia, l’ospitalità e la vera generosità possono esprimersi ed essere rese reali.

Gesù accetta l’invito a entrare nella casa dei suoi compagni di viaggio e siede a tavola con loro. Gli offrono il posto d’onore. Egli è al centro. Loro gli stanno a fianco. Loro lo guardano. Lui li guarda. C’è intimità, amicizia, comunità. Poi avviene qualcosa di nuovo. Qualcosa difficile da notare per un occhio non allenato. Gesù è l’inviato dei suoi discepoli, ma non appena entra nella loro casa, egli diventa il loro ospite! E in quanto loro ospite li invita a entrare nella piena comunione con lui.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione

 

1. Piangere le nostre perdite (Henri J.M. Nouwen)

piangere«Signore, pietà»

Due persone camminano insieme. Si può vedere dal modo in cui camminano che non sono felici. I loro corpi sono ripiegati, il volto è triste, i movimenti lenti. Non si guardano in faccia. Ogni tanto pronunciano qualche parola, ma che non è diretta all’altro; Le parole svaniscono nell’aria come suoni vani. Anche se seguono il sentiero lungo il quale camminano, sembrano non aver alcuna meta. Ritornano a casa, ma la loro casa non è più casa. Semplicemente non hanno un altro luogo dove andare. La casa è diventata vuoto, disillusione, disperazione.

Riescono a malapena a immaginare che è stato soltanto pochissimi anni prima che incontrarono qualcuno che aveva cambiato la loro vita, qualcuno che aveva interrotto radicalmente la loro routine quotidiana portando una vitalità nuova in ogni parte della loro esistenza.

Avevano lasciato il loro paese, avevano seguito quel forestiero con i suoi amici e avevano scoperto tutta una nuova realtà nascosta dietro il velo delle loro ordinarie attività -una realtà in cui il perdono, la guarigione e l’amore non erano più delle mere parole, ma delle forze che toccavano la vera essenza della loro umanità. Il forestiero di Nazareth aveva reso tutto nuovo.

Li aveva trasformati in persone per le quali il mondo non era più un peso, ma una sfida, non più una terra piena di insidie, ma un luogo con infinite opportunità. Egli aveva portato gioia e pace nella loro esperienza quotidiana. Aveva trasformato la loro vita in una danza !

Ora è morto, il suo corpo che aveva irradiato luce è stato distrutto sotto le mani dei suoi torturatori. Le sue membra erano state solcate dagli strumenti della violenza e dell’odio, i suoi occhi erano diventati dei buchi vuoti, le sue mani avevano perduto la loro presa, i piedi la stabilità.

Egli era diventato un nessuno in mezzo a tanti nessuno. Tutto era diventato nullità. Essi lo avevano perduto. Non soltanto lui, ma, con lui, anche se stessi. L’energia che li aveva pervasi di giorno e di notte li aveva lasciati completamente. Erano diventati due esseri umani perduti che camminavano verso casa senza avere una casa, ritornando a ciò che era diventato un ricordo triste.

Per molti aspetti noi siamo come loro. Lo capiamo quando osiamo guardare dentro il centro del nostro essere e là incontriamo il nostro smarrimento.

Non siamo sperduti anche noi?

Se c’è una parola che riassume bene il nostro dolore questa è ‘perdita’. Abbiamo perduto così tanto! Alle volte sembra persino che la vita sia soltanto una lunga serie di perdite.

Quando siamo nati abbiamo perso la protezione del grembo materno, quando siamo andati a scuola abbiamo perso la sicurezza della nostra vita familiare, quando abbiamo ottenuto il nostro primo lavoro abbiamo perso la libertà della giovinezza, quando ci siamo sposati o siamo stati ordinati abbiamo perso la gioia di molte altre opzioni e quando siamo invecchiati abbiamo perso la bellezza, i nostri vecchi amici o la nostra fama.

Quando ci siamo indeboliti o ammalati abbiamo perso l’indipendenza fisica e quando moriremo perderemo tutto! E queste perdite fanno parte della vita ordinaria! Ma la vita di chi è ordinaria?

Le perdite che si sistemano in profondità nel nostro cuore e nella nostra mente sono la perdita di intimità a causa delle separazioni, la perdita di sicurezza a causa della violenza, la perdita dell’innocenza a causa di maltrattamenti, la perdita di amici a causa del tradimento, la perdita dell’amore a causa dell’abbandono, la perdita della casa a causa della guerra, la perdita del benessere a causa della fame, del caldo, del freddo, la perdita dei bambini a causa delle malattie o di incidenti, la perdita del proprio paese a causa di cambiamenti politici e la perdita della vita a causa di terremoti, alluvioni, incidenti aerei, bombardamenti e malattie.

Forse molte di queste perdite terribili sono lontane dalla maggior parte di noi; forse appartengono al mondo dei giornali e agli schermi televisivi, ma nessuno può sfuggire alle dolorose perdite che fanno parte della nostra esistenza quotidiana -la perdita dei nostri sogni.

Avevamo pensato così a lungo di noi stessi come persone di successo che piacciono e che sono profondamente amate.

Avevamo sperato una vita di generosità, di servizio e di abnegazione.

Avevamo progettato di diventare persone pronte al perdono, disponibili e sempre gentili.

Avevamo una visione di noi stessi come di persone che portano la riconciliazione e la pace.

Ma in qualche modo -non siamo nemmeno certi di quello che sia successo -abbiamo perduto il nostro sogno. Siamo diventati persone inquiete e ansiose e ci aggrappiamo alle poche cose che avevamo raccolto e ci scambiamo notizie di scandali politici, sociali ed ecclesiastici del giorno. È questa perdita di spirito ad essere spesso la più dura da riconoscere e la più difficile da confessare.

Ma al di là di tutte queste cose c’ è la perdita di fede -la perdita della convinzione che la nostra vita abbia significato. Per un certo tempo siamo stati capaci di sopportare le nostre perdite e di viverle persino con forza d’animo e con perseveranza perché le abbiamo vissute come perdite che ci avrebbero portato più vicino a Dio.

Le pene e la sofferenza della vita erano sopportabili perché le vivevamo come sistemi per mettere alla prova la nostra forza di volontà e per rendere più profonda la nostra convinzione. Ma andando avanti con l’età scopriamo che quello che ci ha sorretto per molti anni -preghiera, devozione, sacramenti, vita di comunità e una chiara conoscenza dell’ amore di Dio che guida -ha allentato la sua presa su di noi.

Idee a lungo serbate, discipline a lungo r praticate e abitudini a lungo mantenute di celebrare la vita non riescono più a riscaldare il nostro cuore e non comprendiamo più perché e come fossimo così motivati. Ricordiamo il tempo in cui Gesù era così reale per noi da non esserci alcun dubbio circa la sua presenza nella nostra vita.

Era il nostro amico più intimo, nostro consigliere e nostra guida. Ci dava conforto, coraggio e fiducia in noi stessi. Potevamo sentirlo, sì, gustarlo e toccarlo.

E ora? Non pensiamo più a lui molto a lungo, non desideriamo più passare molte ore alla sua presenza. Non abbiamo più quella speciale sensazione su di lui. Ci chiediamo persino se egli sia qualcosa di più che semplicemente un personaggio di un libro di racconti. Molti dei nostri amici ridono di lui, dileggiano il suo nome o semplicemente lo ignorano. Gradualmente siamo arrivati a renderci conto che anche per noi è diventato un estraneo -in qualche modo lo abbiamo perso.

Non sto cercando di dire che tutte queste perdite toccheranno la vita di ognuno di noi. Ma mentre camminiamo insieme e ci ascoltiamo l’un l’altro possiamo ben presto scoprire che molte, se non la maggior parte di queste perdite fanno parte del viaggio, del nostro viaggio o del viaggio dei nostri compagni.

Che cosa fare di fronte alle nostre perdite?

Questa è la prima domanda che ci troviamo ad affrontare. Le nascondiamo?

Dobbiamo vivere come se non fossero reali?

Le dobbiamo tenere lontane dai nostri compagni di viaggio?

Dobbiamo convincere noi stessi o gli altri che le nostre perdite sono minime rispetto a quanto abbiamo acquisito?

Dobbiamo biasimare qualcuno?

Facciamo tutto ciò la maggior parte delle volte, ma c’è un’altra possibilità: la possibilità di piangere. Sì! Dobbiamo piangere le nostre perdite. Non possiamo dire o fingere che non ci siano, ma possiamo versare lacrime su di loro e permettere a noi stessi di affliggerci profondamente.

Affliggersi significa permettere alle nostre perdite di lacerare i sentimenti di sicurezza e protezione e di condurci alla dolorosa verità della nostra rottura, della nostra prostrazione. Il nostro dolore ci fa sperimentare l’abisso della nostra vita in cui nulla c’è di sistemato, chiaro, ovvio e tutto è in costante movimento e cambiamento.

E mentre sentiamo il dolore per le nostre perdite, il nostro cuore afflitto apre il nostro occhio interiore ad un mondo in cui le perdite sono sofferte molto al di là del nostro piccolo mondo della famiglia, degli amici e dei colleghi.

È il mondo dei carcerati, dei rifugiati, dei malati di AIDS, dei bambini che muoio- no di fame e degli innumerevoli esseri umani che vivono in costante paura. Allora il dolore del nostro cuore affranto ci collega al pianto e all’afflizione di un’umanità sofferente. Allora il nostro pianto diventa più grande di noi.

Ma in mezzo a tutto questo dolore c’è una voce strana, scioccante e tuttavia sorprendente.

È la voce di colui che dice: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati».

È la notizia inaspettata: c’è una benedizione nascosta nella nostra sofferenza. Non coloro che consolano sono beati, ma coloro che sono afflitti! In qualche modo, in mezzo alle nostre lacrime è nascosto un dono. In qualche modo, in mezzo alla nostra afflizione hanno luogo i primi passi della danza. In qualche modo, il pianto che sgorga dalle nostre perdite appartiene ai nostri canti di gratitudine.

Arriviamo all’eucaristia con il cuore spezzato da molte perdite, le nostre ed anche quelle del mondo. Come i due discepoli che tornavano a casa alloro villaggio diciamo: «Noi speravamo… ma abbiamo perso la speranza. Tortura e morte sono invece venute». La nostra testa non è più eretta, guardando in avanti, ma triste e rivolta a terra.

È così che comincia il viaggio. La questione è se le nostre perdite ci conducono al risentimento o alla gratitudine. Il risentimento è un’opzione reale. Molti lo scelgono. Quando siamo colpiti da una perdita dietro l’altra, è molto facile diventare disillusi, arrabbiati, amareggiati e sempre più pieni di risentimento. Più avanzano gli anni, più è grande la tentazione di dire:

«La vita mi ha ingannato. Non c’è futuro per me, niente per cui sperare. L’unica cosa da fare è di difendere il poco che mi è rimasto, in modo da non perdere proprio tutto».

Il risentimento è una delle forze più distruttive della nostra vita.

È la rabbia fredda che si è sistemata al centro del nostro essere indurendo il nostro cuore. Il risentimento può diventare un modo di vita che pervade a tal punto le nostre parole e azioni da non riconoscerlo più come tale.

Spesso mi chiedo come potrei vivere se non ci fosse per niente del risentimento nel mio cuore. Sono così abituato a parlare delle persone che non mi piacciono, a nutrire i ricordi degli eventi che mi hanno causato tanto dolore o ad agire con sospetto e paura tanto che non so come sarebbe se non ci fosse nulla di cui lamentarsi e nessuno di cui brontolare!

Il mio cuore ha ancora molti angoli che nascondono i miei risentimenti e mi chiedo se voglio veramente esserne privo. Che cosa farei senza questi risentimenti? Ci sono molti momenti nella vita in cui ho l’ opportunità di alimentarli. Prima di colazione ho già avuto molti sentimenti di sospetto e gelosia, molti pensieri riguardo a persone che preferisco evitare e molti piccoli progetti per vivere la mia giornata con varie difese.

Mi chiedo se ci siano delle persone senza risentimenti.

Il risentimento è una risposta così spontanea alle nostre molte perdite. La tragedia è che c’è molto risentimento nascosto all’interno della chiesa. È uno degli aspetti più paralizzanti della comunità cristiana.

Eppure, l’eucaristia presenta un’altra opzione. È la possibilità di scegliere non risentimento, ma gratitudine. Piangere le nostre perdite è il primo passo dal risentimento verso la gratitudine. Le lacrime del nostro dolore possono ammorbidire il nostro cuore indurito e aprirci alla possibilità di dire ‘grazie’.

La parola ‘eucaristia’ significa letteralmente “azione di rendimento di grazie”. Celebrare l’eucaristia e vivere una vita eucaristica ha tutto a che fare con la gratitudine. Vivere eucaristicamente significa. vivere la vita come un dono, un dono per il quale si è grati. Ma la gratitudine non è la risposta più spontanea alla vita, certamente non quando sperimentiamo la vita come una serie di perdite!

Tuttavia, il grande mistero che celebriamo nell’eucaristia e che viviamo in una vita eucaristica è precisamente questo: attraverso il pianto per le nostre perdite giungiamo a conoscere la vita come un dono.

La bellezza e la preziosità della vita sono intimamente connesse alla sua fragilità e mortalità. Possiamo farne esperienza ogni giorno – quando prendiamo in mano un fiore, quando vediamo una farfalla danzare nell’aria, quando accarezziamo un bambino piccolo. Fragilità e doti ci sono entrambe e la nostra gioia è connessa ad entrambe.

Ogni eucaristia inizia con una forte richiesta di misericordia a Dio.

Probabilmente non c’è preghiera nella storia del cristianesimo che sia stata pregata così frequentemente e intimamente come l’invocazione «Signore, pietà». È la preghiera che non solo sta all’inizio di tutte le liturgie eucaristiche occidentali, ma che risuona anche come un grido continuo in tutte le liturgie orientali. «Signore, pietà», «Kyrie eleison», «Gospody Pomiloe». È il grido del popolo di Dio, il grido del popolo dal cuore contrito.

Questa accorata richiesta di misericordia è possibile soltanto quando siamo disposti a confessare che in qualche modo, da qualche parte, noi stessi abbiamo qualcosa a che fare con le nostre perdite.

Chiedere pietà è riconoscere che prendersela con Dio, con il mondo o con gli altri per le nostre perdite non rende piena giustizia alla verità di chi noi siamo. Al momento siamo disposti ad assumerci la responsabilità anche del dolore che non abbiamo causato diretta- mente; il biasimo viene allora convertito in un riconoscimento del nostro ruolo nella rottura e nella prostrazione umane.

La preghiera per la misericordia di Dio procede da un cuore che sa che questa rottura e questa prostrazione umane non sono una condizione fatale della quale siamo diventati le tristi vittime, ma il frutto amaro della scelta umana di dire ‘no’ all’amore.

I discepoli che tornavano a casa a Emmaus erano tristi perché avevano perduto colui nel quale avevano riposto tutte le loro speranze, ma erano anche del tutto consapevoli che erano stati i loro capi a crocifiggerlo. In qualche modo sapevano che il loro dolore era collegato al male, un male che essi potevano riconoscere nel loro stesso cuore.

Celebrare l’ eucaristia richiede che noi, stando in questo mondo, accettiamo la nostra corresponsabilità per il male che ci circonda e ci pervade. Finche rimaniamo attaccati al lamentarci dei tempi terribili in cui viviamo, alle terribili situazioni che dobbiamo sopportare e al destino terribile che dobbiamo soffrire, non possiamo giungere alla contrizione.

La contrizione può svilupparsi soltanto da un cuore contrito. Quando le nostre perdite sono semplicemente destino, i nostri miglioramenti sono pura fortuna! Il destino non conduce alla contrizione, ne la fortuna alla gratitudine.

In realtà, i conflitti nella nostra vita personale come pure i conflitti su scala regionale, nazionale o mondiale sono i nostri conflitti e soltanto assumendoci la responsabilità per essi possiamo andare al di là di essi scegliendo una vita di perdono, pace e amore.

Il Kyrie eleison -Signore, pietà -deve emergere da un cuore pentito. A differenza di un cuore indurito, un cuore pentito è un cuore che non biasima, ma riconosce la propria parte nella colpevolezza del mondo, venendo così preparato a ricevere la misericordia di Dio.

Ricordo ancora una meditazione serale alla televisione olandese durante la quale il presentatore versava dell’acqua su della terra indurita e inaridita, dicendo: «Guardate: questo terreno non può ricevere l’acqua e in esso non può crescere nessun seme». Poi, dopo aver frantumato il terreno con le sue mani e avervi versato di nuovo dell’acqua, disse: «È soltanto il terreno frantumato che riesce a ricevere l’ acqua e a far crescere e fruttificare il seme».

Dopo aver visto questo, compresi cosa significasse iniziare l’ eucaristia con un cuore pentito, un cuore frantumato e aperto a ricevere l’acqua della grazia di Dio.

Ma come è possibile iniziare una celebrazione di ringraziamento con un cuore spezzato? Il riconoscimento del nostro stato di peccato e la consapevolezza della nostra co-responsabilità nel male del mondo non ci paralizzano? Una vera ammissione di peccati non è troppo debilitante? Sì; lo è!

Ma nessun peccato può essere affrontato senza una qualche conoscenza della grazia. Nessuna perdita può essere rimpianta senza una qualche intuizione che troveremo nuova vita.

Quando i discepoli sulla via di Emmaus raccontarono la loro storia riguardante la loro grande perdita, essi raccontarono anche quella strana storia delle donne che avevano trovato la tomba vuota e che avevano visto degli angeli. Ma essi erano scettici e dubbiosi. Non era stato crocifisso alcuni giorni prima? Non era finito tutto? Alla fine non aveva vinto il male? Allora che cosa erano queste storie di donne, secondo le quali egli era vivo ? Chi poteva crederci sul serio? Ma poi hanno dovuto aggiungere ancora: «Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Questo è in genere il nostro approccio all’eucaristia. Con uno strano miscuglio di disperazione e speranza. Una parte di noi, guardando la nostra vita e quella di chi ci circonda, vuol dire: «Dimentichiamo tutto. È tutto finito.

Oh! Sicuro che pensavamo a un mondo migliore, che immaginavamo una nuova comunità d’amore e che sognavamo un tempo in cui tutta la gente sarebbe vissuta insieme in pace.

Ma ora sappiamo tutta la verità. Ora noi sappiamo che tutto questo era poco più che un’illusione. Il nostro carattere immutabile e le persistenti cattive abitudini, le nostre gelosie e i risentimenti, i nostri momenti di rabbia e di vendetta, la nostra violenza incontrollabile, gli innumerevoli sintomi di crudeltà umana, i crimini, la tortura, le guerre, gli sfruttamenti -tutto ciò ci ha sicuramente risvegliato all’amara verità che la nostra giovanile speranza è stata crocifissa».

Tuttavia, le altre storie rimangono e continuano a fare la loro comparsa. Storie di alcune persone che 1’hanno vista diversamente, storie di gesti di perdono e guarigione, storie di bontà, di bellezza e di verità.

E mentre ascoltiamo attentamente le voci più profonde nel nostro cuore, ci rendiamo conto che sotto al nostro scetticismo e cinismo c’è un desiderio ardente di amore, unità e comunione che non scompare nemmeno quando ci rimangono così tanti argomenti per abbandonarlo tra i ricordi sentimentali .dell’infanzia.

«Signore, pietà; Signore, pietà; Signore, pietà». È la preghiera che continua ad emergere dalla profondità del nostro essere e a sfondare le pareti del nostro cinismo.

Sì! Siamo peccatori, peccatori senza speranza; tutto è perduto e non rimane niente delle nostre speranze e dei nostri sogni.

Eppure c’è una voce: «Ti basta la mia grazia» e noi chiediamo di nuovo la guarigione del nostro cuore cinico e osiamo credere che veramente, in mezzo al nostro pianto, possiamo trovare un dono di cui essere grati.

Ma per questa scoperta abbiamo bisogno di un compagno speciale!

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione

 

2. Discernere la presenza (Henri J.M. Nouwen)

sunset-472981_640«Parola di Dio»

Mentre i due viaggiatori sono in cammino verso casa piangendo ciò che hanno perduto, Gesù si accosta e cammina con loro, ma i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo. All’improvviso non ci sono più due, ma tre persone che camminano e tutto diventa diverso.

I due amici non guardano più in basso la strada davanti a loro, ma negli occhi dello sconosciuto che si è unito a loro e che ha chiesto: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?».

C’è dello stupore, persino dell’agitazione: «Tu solo sei così forestiero da non sapere ciò che è accaduto! ».. Poi segue un lungo racconto: la storia riguardo a ciò che hanno perduto, la storia riguardo a una notizia sconcertante di una tomba vuota.

Qui almeno c’è qualcuno ad ascoltare, qualcuno che è disponibile ad ascoltare le parole di disillusione, di tristezza e di totale confusione. Niente sembra aver senso. Ma è meglio raccontarlo a uno sconosciuto che raccontarsi l’un l’altro i fatti noti.

Poi avviene qualcosa! Qualcosa cambia. Lo sconosciuto comincia a parlare e le sue parole richiedono una seria attenzione. Egli li aveva ascoltati; ora sono loro ad ascoltare lui. Le sue parole sono molto chiare e dirette. Egli parla di cose che già sapevano: il loro lungo passato con tutto quello che era accaduto durante i secoli prima che essi nascessero, la storia di Mosè che condusse il loro popolo alla libertà e la storia dei profeti che hanno richiamato il loro popolo a non abbandonare la libertà acquistata a caro prezzo.

Era una storia tutta troppo familiare. Eppure suonava come se la stessero ascoltando per la prima volta.

La differenza stava nel narratore! Uno sconosciuto , comparso da non si sa dove eppure uno che, in qualche modo, sembra più vicino di chiunque avesse sempre raccontato quella storia.

La perdita, il dolore, la colpa, la paura, i barlumi di speranza e le molte domande senza risposta che esigevano attenzione nella loro mente inquieta, tutto ciò è stato innalzato da questo sconosciuto e posto nel contesto di una storia molto più ampia della loro.

Ciò che era sembrato confondere così tanto cominciava ad offrire orizzonti nuovi; ciò che era sembrato così opprimente cominciava a farsi sentire liberante; ciò che era sembrato così estremamente triste cominciava ad assumere l’aspetto della gioia!

Mentre parlava loro, pian piano cominciarono a capire che la loro piccola vita non era poi così piccola come essi pensavano, ma parte di un grande mistero che non solo abbracciava molte generazioni, ma che si estendeva dall’eternità all’eternità.

Lo sconosciuto non ha detto che non c’ era motivo di tristezza, ma che la loro tristezza era parte di una tristezza più ampia in cui era nascosta la gioia.

Lo sconosciuto non ha detto che la morte che stavano piangendo non fosse reale, ma che si trattava di una morte che inaugurava persino più vita -vita vera. Lo sconosciuto non ha detto che non avevano perso un amico che aveva dato loro nuovo coraggio e nuova speranza, ma che questa perdita avrebbe creato una via per una relazione che sarebbe andata molto al di là di qualsiasi amicizia di cui essi avessero mai fatto esperienza.

Ne lo sconosciuto ha mai negato ciò che essi gli hanno detto. Al contrario, egli lo ha considerato come parte di un evento più ampio nel quale ad essi era permesso svolgere un ruolo unico.

Tuttavia, questa non è stata una conversazione consolante.

Lo sconosciuto era forte, diretto e tutt’altro che sentimentale. Non c’erano consolazioni facili. È sembrato persino che egli rendesse ancora più profonda la loro afflizione, con una verità che potrebbero aver preferito non conoscere. Dopo tutto, un continuo lamentarsi attrae di più che affrontare la realtà.

Ma lo sconosciuto non aveva la minima paura di sfondare le loro difese e di chiamarli oltre la loro ristrettezza di mente e di cuore.

«Stolti», disse, «tardi di cuore nel credere». Queste parole vanno dirette al cuore dei due uomini. ‘Stolti’ è una parola dura, una parola che ci offende e che ci mette sulle difensive.

Ma può anche sfondare una copertura fatta di paura e di imbarazzo e condurre poi a tutta una nuova conoscenza dell’essere umani.

È una chiamata al risveglio, è uno strappare via le bende dagli occhi, un demolire gli inutili dispositivi di protezione. Voi stolti, non vedete -non sentite – non capite?

Continuate a guardare una piccola boscaglia e non vi rendete conto che state in cima a una montagna che vi offre una visione universale.

Continuate a fissare lo sguardo su un ostacolo e non siete disposti a considerare che l’ ostacolo è stato messo lì per mostrarvi la strada giusta.

Continuate a lamentarvi delle vostre perdite e non vi rendete conto che queste perdite ci sono per mettervi in grado di ricevere il dono della vita.

Lo sconosciuto ha dovuto chiamarli ‘stolti’ per farli vedere. E qual è la sfida? Aver fiducia. Non credevano che la loro esperienza fosse qualcosa di più che l’esperienza di una perdita irrecuperabile.

Credevano che non ci fosse altro da fare che tornare a casa e riprendere il loro vecchio modo di vivere. «Stolti e tardi di cuore nel credere». Tardi nel credere: tardi nel confidare nel piano più ampio delle cose; tardi nello scavalcare i loro molti lamenti per scoprire l’ampio spettro di opportunità nuove; tardi nell’ andare oltre le sofferenze del momento, per vederle come parte di un processo di guarigione molto più ampio.

Questa lentezza non è una lentezza innocente perche ci può intrappolare nei nostri lamenti e nella nostra ristrettezza di mente e di cuore.

È la lentezza che può impedirci di scoprire il panorama in cui viviamo. È possibile giungere al termine della nostra vita senza aver mai saputo chi siamo e cosa dovremmo diventare. La vita è breve.

Non possiamo aspettarci semplicemente che il poco che vediamo, sentiamo e sperimentiamo ci possa rivelare tutta la nostra esistenza. Abbiamo la vista troppo corta e siamo troppo duri di orecchi per questo.

Qualcuno deve aprire i nostri occhi e i nostri orecchi per aiutarci a scoprire cosa c’ è I al di là della nostra percezione. Qualcuno deve far ardere i nostri cuori !

Gesù si unisce a noi mentre camminiamo nella tristezza e ci spiega le Scritture. Ma non sappiamo che è Gesù. Pensiamo che sia uno sconosciuto che conosce meno di noi ciò che sta avvenendo nella nostra vita.

Eppure, discerniamo qualcosa, percepiamo qualcosa, intuiamo qualcosa: il nostro cuore comincia ad ardere. Nel momento stesso in cui è con noi non riusciamo a capire del tutto ciò che sta succedendo. Non possiamo parlarne insieme.

Più tardi, sì, più tardi, quando tutto è finito, potremmo essere in grado di dire: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». Ma quando cammina con noi è tutto troppo vicino per la riflessione.

È con questa presenza misteriosa che la ‘liturgia della Parola vuole metterci in contatto durante ogni eucaristia ed è questa stessa presenza misteriosa che ci viene costantemente rivelata mentre viviamo la nostra vita eucaristicamente.

Le letture dall’Antico e dal Nuovo Testamento e l’omelia che segue queste letture ci vengono fornite per discernere la sua presenza mentre cammina con noi nella nostra tristezza.

Ogni giorno ci sono letture diverse; ogni giorno c’ è una parola diversa di spiegazione o esortazione.

Ogni giorno ci sono parole ad accompagnarci. Non possiamo vivere senza parole che vengono da Dio, parole per tirarci fuori dalla nostra tristezza ed innalzarci fino ad un luogo da dove possiamo scoprire ciò che stiamo veramente vivendo.

È importante sapere che, per quanto queste parole, lette o parlate, siano là per informarci, istruirci o ispirarci, il loro primo significato è che ci rendono presente Gesù stesso.

Nel nostro viaggio Gesù ci spiega i brani che si riferiscono a lui. Sia che leggiamo il libro dell’Esodo, dei Salmi, i Profeti o i Vangeli, sono tutti lì per far ardere il nostro cuore.

La presenza eucaristica è, prima di tutto, una presenza attraverso la parola. Senza quella presenza attraverso la parola, non saremmo capaci di riconoscere la sua presenza nello spezzare il pane.

Viviamo in un mondo in cui le parole sono a buon mercato.

Le parole ci divorano. Nelle pubblicità, nel- le affissioni e nei segnali stradali, negli opuscoli, nei depliant e nei libri, sulle lavagne, sulle lavagne luminose, sulle lavagne a fogli girevoli, sugli schermi e pannelli informatori.

Le parole si muovono, vibrano, si girano, diventano più grandi, più luminose e più piene. Ci vengono presentate in tutte le misure e in tutti i colori -ma alla fine diciamo: «Beh! Sono solo parole».

Aumentate in quantità, le parole sono diminuite di valore. Il loro valore principale sembra essere informativo.

Le parole ci informano. Abbiamo bisogno delle parole al fine di sapere cosa fare o come farlo, dove andare e come andarci.

Non sorprende, dunque, che le parole nell’eucaristia siano ascoltate principalmente come parole che ci informano. Ci raccontano una storia, istruiscono, ammoniscono.

Dal momento che la maggior parte di noi ha già sentito queste parole, raramente queste ci toccano in profondità. Spesso prestiamo loro poca attenzione; sono diventate troppo familiari. Non ci aspettiamo di essere sorpresi o toccati.

Le ascoltiamo come <<da solita vecchia storia>> -tanto lette da un libro che pronunciate da un pulpito.

La tragedia, allora, è che la parola perde la sua qualità sacramentale.

La parola di Dio è sacramentale. Ciò significa che è sacra e in quanto parola sacra produce ciò che significa.

Quando Gesù parlava ai due tristi viaggiatori lungo la strada e spiegava loro le parole delle Scritture che si riferivano a lui stesso, i loro cuori hanno cominciato ad ardere, vale a dire, hanno fatto esperienza della sua presenza. Parlando di se si è reso loro presente. Con le sue parole ha fatto molto di più che farli semplicemente pensare a lui o istruirli su di se o infondere loro il suo ricordo. Con le sue parole è diventato veramente presente per loro.

Questo è ciò che intendiamo per qualità sacramentale della parola.

La parola crea ciò che esprime. La parola di Dio è sempre sacramentale. Nel libro della Genesi ci viene detto che Dio ha creato il mondo, ma in ebraico le parole per ‘parlare’ e per ‘creare’ sono identiche. Tradotto letteralmente: «Dio disse luce e luce fu».

Per Dio parlare è creare. Quando diciamo che la parola di Dio è sacra, intendiamo dire che la parola di Dio è piena della presenza di Dio. Sulla strada di Emmaus Gesù è diventato presente attraverso la sua parola ed è stata quella presenza a trasformare la tristezza in gioia e il pianto in danza.

Questo è ciò che accade in ogni eucaristia. La parola letta e pronunciata vuole condurci alla presenza di Dio e trasformare il nostro cuore e la nostra mente. Spesso pensiamo alla parola come ad un’esortazione ad uscire per cambiare la nostra vita. Ma la vera forza della parola si trova non in come la applichiamo alla nostra vita dopo che l’ abbiamo udita, ma nel suo potere di trasformazione che la sua azione ‘divina opera mentre ascoltiamo.

I Vangeli sono pieni di esempi della presenza di Dio nella parola. Personalmente, sono sempre toccato dal racconto di Gesù nella sinagoga di Nazareth. Là lesse da Isaia:

Lo Spirito del Signore è sopra di me.

per questo mi ha consacrato con l’unzione

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio

per proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi

e predicare un anno di grazia del Signore.

(Luca 4) 18-19)

Dopo aver letto queste parole, Gesù disse: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi». Immediatamente diventa chiaro che i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi non sono delle persone da qualche parte fuori dalla sinagoga che, prima o poi, saranno liberate; sono le persone che ascoltano. È nell’ascolto che Dio si fa presente e guarisce.

La parola di Dio non è una parola da impiegare nella nostra vita quotidiana a una qualche data posteriore; è una parola per sanarci attraverso e nel nostro ascolto, qui e ora.

Le domande quindi sono:

come viene Dio a me, mentre ascolto la parola?

dove posso discernere la mano risanatrice di Dio, che mi tocca attraverso la parola?

come vengono trasformati la mia tristezza, il mio dolore e il mio pianto, proprio in questo momento?

percepisco il fuoco dell’amore di Dio, che purifica il mio cuore e che mi dà vita nuova?

Queste domande mi conducono al sacramento della parola, il luogo sacro della presenza reale di Dio.

All’inizio tutto questo può suonare davvero nuovo per una persona che vive in una società in cui il valore principale della parola è la sua applicabilità.

Ma la maggior parte di noi già conosce, generalmente in modo inconscio, la forza risanatrice o distruttiva del- la parola parlata.

Quando qualcuno mi dice: «Ti voglio bene» o «Ti odio», non ricevo semplicemente una qualche utile informazione. Queste parole fanno qualcosa in me. Fanno agitare il sangue, battere il cuore, accelerare il respiro. Mi fanno sentire e pensare diversamente. Mi innalzano a un nuovo modo di essere e mi danno un’ altra conoscenza di me stesso.

Queste parole hanno il potere di sanarmi odi distruggermi.

Quando Gesù si unisce a noi sulla strada e ci spiega le Scritture, dobbiamo ascoltare con tutto il nostro essere, confidando nel fatto che la parola che ci ha creato ci sanerà anche. Dio vuole farsi presente a noi e così trasformare radicalmente il nostro cuore pieno di paura.

La qualità sacramentale della parola rende Dio presente non soltanto come un’intima presenza personale, ma anche come una presenza che ci dà un posto nella grande storia della salvezza.

Il Dio che si fa a noi presente non è solo il Dio del nostro cuore, ma anche il Dio di Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Lia, il Dio di Isaia e Geremia, il Dio di Davide e Salomone, il Dio di Pietro e Paolo, di S. Francesco e Dorothy Day -il Dio il cui amore universale ci viene rivelato in Gesù, il compagno del nostro viaggio.

La parola dell’eucaristia ci fa partecipi della grande storia della nostra salvezza. Le nostre piccole storie vengono innalzate nella grande storia di Dio e là viene assegnato il loro posto, che è unico.

La parola ci innalza e ci fa vedere che la nostra vita quotidiana e ordinaria è in effetti vita sacra che svolge un ruolo necessario nell’adempimento delle promesse di Dio. La parola scritta e parlata dell’eucaristia ci permette di dire insieme a Maria: «Ha guardato 1’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente… ricordandosi della sua misericordia come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre». .

Qui vediamo che l’eucaristia, come la celebriamo nella sacra liturgia, ci chiama a una vita eucaristica, una vita in cui siamo sempre consapevoli del nostro ruolo nella storia sacra della presenza redentrice di Dio attraverso tutte le generazioni.

La grande tentazione della nostra vita è di negare il nostro ruolo come popolo eletto e così ci lasciamo intrappolare dalle preoccupazioni della nostra vita quotidiana.

Senza la parola che in continuazione ci innalza come popolo eletto di Dio, rimaniamo, o diventiamo, persone piccole attaccate ai lamenti che emergono dalla nostra lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Senza la parola che fa ardere il nostro cuore, non possiamo fare molto di più che tornare a casa, rassegnati al triste fatto che non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Senza la parola, la nostra vita ha poco senso, poca vitalità e poca energia.

Senza la parola rimaniamo persone di poco conto che si interessano solo di cose di poco conto, che vivono una vita di poco conto e muoio- no una morte di poco conto.

Senza la parola possiamo anche fare notizia nel giornale locale o persino nazionale per un giorno o due, ma non ci sarà nessuna generazione a chiamarci beati.

Senza la parola le nostre pene e sofferenze isolate possono estinguere lo Spirito che è in noi e renderci vittime dell’amarezza e del risentimento.

Abbiamo bisogno della parola parlata e spiegata da colui che si unisce a noi lungo la strada e che ci fa conoscere la sua presenza -una presenza possibile da discernere dapprima nel nostro cuore ardente. È questa presenza che ci incoraggia a lasciar andare il nostro cuore indurito per diventare grati. Come persone grate possiamo invitare nell’intimità della nostra casa colui che ha fatto ardere il nostro cuore.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione

La forza della sua presenza (Henri J.M. Nouwen)

eucarestiaOgni giorno celebro l’eucaristia. A volte nella mia chiesa parrocchiale con centinaia di persone presenti, a volte nella cappella di Daybreak con dei membri della mia comunità, a volte nell’ appartamento di un hotel con pochi amici e a volte nel soggiorno di mio padre con lui e me solamente.
Veramente pochissimi giorni passano senza che io dica: «Signore, pietà», senza le letture quotidiane e un po’ di riflessione, senza professione di fede, senza partecipare al corpo e al sangue di Cristo e senza preghiera per una giornata fruttuosa.
Eppure mi chiedo: So quello che sto facendo?
E quelli che stanno o siedono intorno alla mensa con me sanno a che cosa prendono parte? Avviene veramente qualcosa che dà forma alla nostra vita quotidiana -anche se è così familiare?
E che cosa ne è di tutti quelli che non sono lì con noi?
L’eucaristia è ancora qualcosa di cui sanno, a cui pensano o che desiderano? Come si collega questa celebrazione quotidiana alla vita quotidiana degli uomini e delle donne comuni, siano essi presenti o meno? È più di una bella cerimonia, di un rituale consolante o di una tranquilla routine? E infine, l’eucaristia dona vita, vita che ha la forza di superare la morte? Tutte queste domande sono molto reali per me; chiedono costantemente una risposta. Oh, sì! Ho avuto delle risposte, ma sembra che non durino molto a lungo nel mio mondo che cambia così velocemente.
L’eucaristia dà senso alla mia esistenza nel mondo, ma in quanto il mondo cambia, l’eucaristia continua a dargli significato?
Ho letto molti libri sull’eucaristia. Sono stati scritti dieci, venti, trenta, persino quaranta anni fa. Benché contengano molte profonde intuizioni, non mi aiutano più a fare l’esperienza dell’eucaristia come il centro della mia vita.
Oggi le vecchie domande sono lì di nuovo: come può tutta la mia vita essere eucaristica e come può la celebrazione quotidiana dell’eucaristia renderla tale? Devo raggiungere una mia risposta. Senza questa risposta l’ eucaristia può diventare poco più che una bella tradizione.

Questo piccolo libro è un tentativo di parlare a me stesso e ai miei amici dell’eucaristia e di intessere una rete di relazioni tra la celebrazione quotidiana dell’eucaristia e la nostra esperienza umana quotidiana.
Ci inoltriamo in ogni celebrazione con un cuore pentito e preghiamo il Kyrie eleison. Ascoltiamo la Parola -le letture della Sacra Scrittura e l’omelia -, professiamo la nostra fede, offriamo a Dio i frutti della terra e del lavoro dell’uomo e riceviamo da Dio il corpo e il sangue di Gesù e, infine, siamo inviati al mondo con il compito di rinnovare la faccia della terra. L’evento eucaristico rivela le esperienze umane più profonde, quelle della tristezza, della sollecitudine, dell’invito, dell’intimità e dell’impegno.
Riassume la vita che siamo chiamati a vivere nel Nome di Dio. Solamente quando riconosciamo la ricca rete di connessioni tra l’eucaristia e la nostra vita nel mondo l’eucaristia può essere del mondo e la nostra vita ‘eucaristica’.

Come base per le mie riflessioni sull’eucaristia e sulla vita eucaristica userò la storia dei due discepoli che — andarono da Gerusalemme a Emmaus e tornarono indietro.
Dal momento che il racconto parla di perdita, presenza, invito, comunione e missione, abbraccia i cinque aspetti principali della celebrazione eucaristica.
Insieme formano un movimento, il movimento che va dal risentimento alla gratitudine, vale adire, da un cuore indurito a un cuore grato.
Mentre l’eucaristia esprime questo movimento spirituale in modo molto conciso, la vita eucaristica è una vita in cui siamo in- vitati a far esperienza di e ad affermare questo movimento in ogni momento della nostra esistenza quotidiana.

In questo libricino spero di sviluppare le cinque fasi di questo movimento che va dal risentimento alla gratitudine in modo che diventi chiaro che ciò che celebriamo e ciò che siamo chiamati a vivere sono essenzialmente la stessa cosa.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione

Che cos’è la S. Messa?

messaLa S. Messa è:

 * la celebrazione del mistero-sacrificio Pasquale (passione, morte, risurrezione) di Cristo Signore, reso presente ed efficace all’interno della comunità cristiana: “Celebriamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”;

* la presenza vera, reale, sostanziale del Cristo con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità: vero Dio e vero Uomo;

* il banchetto-comunione con Cristo e, grazie a Lui, con i fratelli: mediante il suo sacrificio, Cristo ci unisce mirabilmente a sè e tra noi, così da costituire una “cosa sola”.  Cristo nella S. Messa:

* rende lode e grazie a Dio Padre (eucaristia);

* attualizza il suo Sacrificio pasquale (memoriale);

* si rende presente realmente con il suo Corpo e Sangue nel pane e nel vino consacrati nella potenza dello Spirito Santo (transustanziazione);

* si fa nostro cibo e bevanda per la nostra salvezza eterna (banchetto).

Chi ha istituito la S. Messa?

Cristo Signore ha istituito la S. Messa il giovedì santo, la notte in cui veniva tradito.

Che cosa significa che la S. Messa è il Memoriale del Sacrificio di Cristo?

La S. Messa è memoriale nel senso che rende presente ed efficace sull’altare, in modo incruento, il sacrificio che Cristo, in modo cruento, ha offerto al Padre sul Calvario per la salvezza di tutti gli uomini.   La S. Messa non è dunque soltanto il ricordo di avvenimenti passati, ma rende presente e attuale quell’unico e perfetto sacrificio di Cristo sulla croce. Identici sono la vittima e l’offerente: Cristo. Identica la finalità: la salvezza di tutti. Diverso è il modo di offrirsi: cruento sulla croce del Calvario, incruento nella S. Messa.

Che cosa significa Transustanziazione?

Significa che nella S. Messa, grazie alla potenza dello Spirito Santo, il pane di grano e il vino di uva diventano, nella loro sostanza, il Corpo e il Sangue di Cristo.

Qual è il rapporto tra la S. Messa e la Chiesa?

L’Eucaristia esprime e costruisce la Chiesa, come autentica comunione del popolo di Dio, nella sua ricca pluralità e nella sua intima unità. Lo stesso pane eucaristico, fatto di molti grani, e il vino, fatto con molti acini, significano l’unità e la pluralità del popolo cristiano che celebra l’Eucaristia.   L’Eucaristia fa la Chiesa, nel senso che l’Eucaristia la riunisce, la manifesta, la nutre, la fortifica, la fa crescere in qualità e la invia a tutta l’umanità. E nello stesso tempo, la Chiesa fa l’Eucaristia, la celebra, la offre al Padre unita a Cristo nello Spirito Santo.   L’Eucaristia è l’apice della liturgia. È il compendio e la somma della nostra Fede. Contiene tutto il tesoro spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e nostro pane vivo. È il luogo privilegiato in cui la Chiesa confessa la sua Fede e la confessa nel modo più alto e completo.

Come la S. Messa coinvolge la vita quotidiana?

La S. Messa costituisce il centro, il cuore di tutta la vita cristiana per la comunità ecclesiale, universale e locale, e per i singoli fedeli.  Infatti, la S. Messa:  – è il culmine dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, e del culto che gli uomini danno al Padre;  – è fonte e vertice di tutta la vita cristiana. Si pone al centro della vita ecclesiale. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato;   – è il punto di arrivo e di partenza di ogni attività della comunità cristiana e di ogni fedele. È dalla S. Messa che si va verso il mondo, verso la propria attività quotidiana con l’impegno di vivere ciò che si è celebrato (Messa – mandato – missione nel mondo).  Ed è alla S. Messa che si fa ritorno, tutti ripieni del proprio lavoro (Eucaristia, offerta e lode per tutto ciò e di tutto ciò che si è fatto per mezzo di Cristo);

* è il centro, la norma, il modello e il più sublime momento di ogni preghiera della Chiesa e del singolo cristiano;

* è l’appuntamento d’amore, settimanale ma anche possibilmente quotidiano, con Colui che ha dato tutto se stesso per noi;

* è il sacramento nel quale viene manifestato e attuato il mistero di Cristo, il mistero della Chiesa, il mistero stesso della persona umana, la quale esprime e realizza compiutamente se stessa nella S. Messa;

* La S. Messa è alimento, luce e forza per il nostro pellegrinaggio terreno e suscita e alimenta il nostro desiderio della vita eterna: il paradiso.

C’è una preghiera che sia uguale o superi la S. Messa?

Assolutamente no. La S. Messa supera la portata delle altre preghiere, ed anzi nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado. Essa è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia. In essa è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa.

È obbligatorio partecipare alla S. Messa?

I cristiani hanno l’obbligo di partecipare alla S. Messa ogni domenica e nelle altre feste di precetto, a meno che non vi siano gravi motivi (malattia…). In assenza di tali gravi motivi, il cristiano, che non adempie tale obbligo, commette peccato mortale. L’Eucaristia domenicale è «una questione di identità», anzi un bisogno, una necessità vitale, dalla quale non si può evadere.

Perché è obbligatorio proprio di domenica?

Perché Gesù Cristo è risorto “il primo giorno dopo il sabato” (Lc 24,1), il dies solis (il giorno del sole), poi chiamato dies Domini: il giorno di domenica (cfr. S. Giustino, I Apologia, cap. 65/67). E la risurrezione di Cristo è l’evento centrale di tutta la vita di Cristo e della nostra Fede cristiana.  “Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra Fede” ci dice S. Paolo (1 Cor 15,14).

Come si santifica la domenica?

* Partecipando alla S. Messa;

* e dedicandosi a quelle attività che consentono di: – rendere culto a Dio (maggior tempo dedicato alle preghiere personali e familiari, agli incontri e alle letture di approfondimento religioso, alle visite ai cimiteri …); – curare la propria vita coniugale, familiare, parentale; – assicurare il giusto e doveroso riposo del corpo e dello spirito; – dedicarsi alle opere di carità soprattutto a servizio dei malati, degli anziani, dei poveri…

Quale deve essere il nostro atteggiamento nei confronti della S. Messa?

La S. Messa, per ciò che è, richiede da parte nostra:

* una grande Fede (“mistero della Fede”) che porta ad accogliere tutta la ricchezza del mistero;

* una continua disponibilità ad approfondire, mediante la catechesi, ciò che viene celebrato così che possa diventare Vita nella nostra vita;

* una formazione adeguata, in vista di una piena, consapevole e attiva partecipazione alla celebrazione eucaristica;

* una partecipazione gioiosa e comunitaria. Proprio perché la S. Messa ha carattere comunitario, grande rilievo assumono: – i dialoghi fra il celebrante e l’assemblea – il canto: segno della gioia del cuore: “Prega due volte chi canta bene” – i gesti e gli atteggiamenti (stare in piedi, in ginocchio, seduti…), che esprimono e favoriscono l’intenzione e i sentimenti interiori di partecipazione, e che sono segno dell’unità di spirito di tutti i partecipanti;  * una purezza di coscienza: solo chi è in pace con Dio e con i fratelli partecipa pienamente ed efficacemente alla S. Messa; * una partecipazione completa.

Essa comporta: – puntualità nell’arrivare in Chiesa per l’inizio della S. Messa; – partecipazione attenta alla mensa della Parola di Dio; – condivisione del banchetto del Corpo del Cristo (“Prendete e mangiatene tutti…”).

Partecipando alla S. Messa, si deve fare la S. Comunione?  È cosa molto buona che i cattolici, ogni qual volta partecipano alla S. Messa, facciano anche la S. Comunione. E comunque non più di due volte al giorno.

Chi può fare la S. Comunione?  Può fare la S. Comunione ogni cattolico che sia in grazia di Dio, e cioè che, dopo aver esaminato attentamente la sua coscienza, abbia la consapevolezza di non essere in peccato mortale, perchè in tal caso commetterebbe un sacrilegio: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del Sangue del Signore… mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 27-29).

Come accostarsi alla S. Comunione?  * Con rispetto: anche con l’atteggiamento del corpo (gesti, abiti dignitosi) si esprime il rispetto, la solennità, la gioia di questo incontro con il Signore; * con il digiuno da almeno un’ora; * dopo aver partecipato, dall’inizio, alla S. Messa, e impegnandosi a ringraziare il Signore per il grande Dono ricevuto, anche dopo la S. Messa e durante la giornata e la settimana.

Perché è importante rispettare le norme liturgiche nella S. Messa?  Le norme liturgiche:  * esprimono e tutelano la S. Messa, la quale, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza; * consentono di rispettare ed attuare l’intrinseco legame tra professione e celebrazione della Fede, tra la lex orandi e la lex credendi: La sacra Liturgia, infatti, è intimamente collegata con i principi della dottrina e l’uso di testi e riti non approvati comporta, di conseguenza, che si affievolisca o si perda il nesso necessario tra la lex orandi e la lex credendi; * sono espressione dell’autentico senso ecclesiale. Attraverso di esse passa l’intero flusso della Fede e della tradizione della Chiesa. * La S. Messa non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. L’obbedienza alle norme liturgiche va riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell’Eucaristia; * garantiscono la validità, la dignità, il decoro dell’azione liturgica, e con essa anche il “rendersi presente” di Cristo; * conducono alla conformità dei sentimenti nostri con quelli di Cristo, espressi nelle parole e nei riti della Liturgia; * esprimono e garantiscono il “diritto” dei fedeli ad una celebrazione degna, e pertanto anche il loro diritto ad esigerla. * Qualora si verificassero inadempienze ed abusi, i fedeli le segnalino, nella verità e con carità, alla legittima autorità (al Vescovo o alla S. Sede).

Quali danni causano gli abusi liturgici?  * Gli abusi liturgici non solo deformano la celebrazione, ma provocano insicurezza dottrinale, perplessità e scandalo nel popolo di Dio. Non rispettare le norme liturgiche contribuisce ad oscurare la retta Fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento. Gli abusi liturgici, più che espressione di libertà, manifestano una conoscenza superficiale o anche ignoranza della grande tradizione biblica ed ecclesiale relativa all’Eucaristia, espressa in tali norme. * Il Mistero affidato alle nostre mani è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale.

Che cosa hanno detto alcuni Santi circa l’Eucaristia?  * “Se voi siete il corpo di Cristo e le sue membra, allora il vostro stesso mistero giace sulla mensa eucaristica. Voi dovete essere ciò che vedete e dovete ricevere ciò che siete” (S. Agostino). * “Soltanto la Chiesa può offrire al Creatore questa oblazione pura (l’Eucaristia), offrendogli con rendimento di grazie ciò che proviene dalla sua creazione” (S. Ireneo). * “La parola di Cristo, che potè creare dal nulla ciò che non esisteva, non può trasformare in una sostanza diversa ciò che esiste?” (S. Ambrogio). * “L’Eucaristia è quasi il coronamento di tutta la vita spirituale e il fine al quale tendono tutti i sacramenti” (S. Tommaso).

Benedetto XVI risponde ai bambini

papa bambini Il Papa risponde a braccio alle domande dei bambini della Prima Comunione sull’Eucaristia (15 ottobre 2005)
1. LA COMUNIONE
ANDREA – Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua Prima Comunione?
«Naturalmente mi ricordo bene il giorno della mia Prima Comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, 69 anni fa, ed era un giorno di sole, la chiesa molto bella, c’era la musica… C’erano tante belle cose delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazze e ragazzi del mio piccolo paese di meno di 500 abitanti. Ma al centro dei miei ricordi gioiosi e belli sta questo ricordo – la stessa cosa è già stata detta dal vostro portavoce –: ho capito che Gesù e entrato nel mio cuore, ha visitato me, e con Gesù Dio stesso è con me. E che questo è un dono d’amore che realmente vale più di tutto il resto della vita. Così quel giorno sono stato realmente pieno di una grande gioia, perché Gesù è venuto da me e ho capito che adesso cominciava una nuova tappa della mia vita, (avevo nove anni) e che adesso era importante rimanere fedeli a questo incontro, a questa comunione. Ho promesso al Signore, per quanto potevo, “io voglio essere sempre con te” e l’ho pregato, “ma stai soprattutto Tu con me”. Così sono andato avanti nella mia vita; grazie a Dio il Signore mi ha sempre preso la mano, mi ha guidato anche in situazioni difficili. E così questo giorno della Prima Comunione è stato l’inizio di un cammino comune e spero che anche per tutti voi la Prima Comunione che avete ricevuto in questo anno dell’Eucarestia sia inizio di un’amicizia per tutta la vita con Gesù, l’inizio di un cammino comune, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona».

2. LA CONFESSIONE
LIVIA – Prima del giorno della Prima Comunione mi sono confessata, poi mi sono confessata altre volte. Volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione, anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli.
«Ti direi due cose. La prima: naturalmente non devi confessarti prima di ogni comunione, perché non fai peccati così gravi che necessitano una confessione. Necessario è solo quando hai commesso un peccato realmente grave, offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso il peccato si dice mortale, grave, ed è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo punto: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi per ogni Comunione è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero: di solito i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per aver pulito, per ricominciare. Altrimenti forse la sporcizia non si vede ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso: se non mi confesso mai l’anima viene trascurata, alla fine sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci da nel sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche a maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: necessario lo è soltanto in caso di un peccato grave, ma molto utile è confessarsi regolarmente, per coltivare la pulizia e la bellezza dell’anima e maturare man mano nella vita».

3. L’EUCARISTIA
ANDREA – La mia catechista, preparandomi al giorno della prima comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo.
«Sì, non lo vediamo ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio: non vediamo la nostra ragione e tuttavia abbiamo una ragione; non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. In una parola: non vediamo la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti perché possiamo parlare, pensare, decidere… Non vediamo nemmeno la corrente elettrica, per esempio, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono e come funziona, vediamo le luci. Quindi proprio le cose più profonde, quelle che portano realmente la vita e il mondo, noi non le vediamo ma possiamo vederne e sentirne gli effetti. Anche per l’elettricità: la corrente non la vediamo ma la luce sì. Così è anche per il Signore Risorto: non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove c’è Gesù gli uomini cambiano, diventano migliori. C’è un po’ una maggiore capacità di pace, di riconciliazione. Quindi non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti, così possiamo capire che Gesù è presente. E, come detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde, importanti. Così andiamo incontro a questo Signore invisibile ma forte, che ci aiuta a vivere bene».

4. LA MESSA DOMENICALE
GIULIA – Santità, tutti ci dicono che è importante andare a Messa alla domenica. Noi ci andremmo volentieri ma spesso i nostri genitori non ci accompagnano perché alla domenica dormono. Il papa e la mamma di un mio amico lavorano in un negozio e noi spesso andiamo fuori città per trovare i nonni. Puoi dire anche a loro una parola perché capiscano che è importante andare a Messa insieme alla domenica?
«Gli parlerei naturalmente con grande amore, con grande rispetto per i genitori, perché certamente hanno tante cose da fare… Ma tuttavia, con il rispetto e l’amore di una figlia, si può dire loro: “Cara mamma, caro papà, sai che cosa è importante per noi tutti, anche per te? Incontrarci con Gesù. Questo ci arricchisce. È un elemento importante della nostra vita. Troviamo insieme un po’ di tempo, forse anche dove abita la nonna si troverà la possibilità”. In una parola, con grande amore e rispetto per loro, direi: “Capite che questo è importante non solo per me o per i catechisti. È importante per tutti noi. E sarà una luce per la domenica per tutta la nostra famiglia”».

5. A COSA SERVE LA MESSA?
ALESSANDRO – A che cosa serve andare alla Santa Messa e ricevere la Comunione per la vita di tutti i giorni?
«Serve per trovare il centro della vita. Noi viviamo in mezzo a tante cose e le persone che non vanno in Chiesa, anche se non sanno che manca proprio Gesù, sanno che manca qualcosa nella loro vita. Se Dio diventa assente nella mia vita, se Gesù è assente, manca una guida, manca un’amicizia essenziale, manca anche una gioia importante per la vita, la forza di crescere come uomo, di superare i miei vizi e di maturare umanamente. Quindi non si vede subito l’effetto dello stare con Gesù, di andare alla Comunione. Ma nel corso delle settimane, degli anni, si sente sempre più l’assenza di Dio, l’assenza di Gesù. È una lacuna fondamentale e distruttiva. Potrei facilmente parlare dei Paesi dove l’ateismo governava: come sono distrutte le anime, ma anche la terra. Così possiamo vedere che è importante, direi anche fondamentale, nutrirsi alla Comunione con Gesù, che ci da proprio la luce e la guida per la nostra vita, della quale abbiamo bisogno».

6. GESU’, PANE DI VITA
ANNA – Caro Papa ci puoi spiegare che cosa voleva dire Gesù quando ha detto alla gente che Io seguiva: «Io sono il pane della vita?»
«Innanzi tutto forse dobbiamo chiarire che cosa è pane. Noi oggi abbiamo una cucina raffinata e ricca di diversissimi cibi, ma nelle situazioni più semplice il pane è il fondamento del nutrimento. Quando Gesù si chiama il pane della vita, pane è la sigla, l’ abbreviazione per tutto il nutrimento. E come abbiamo bisogno di nutrirci corporalmente per vivere, così anche lo spirito, l’anima, la volontà ha bisogno di nutrirsi. Come persone umane che non abbiamo solo un corpo ma anche un’anima, siamo persone pensanti con una volontà, un’intelligenza: dobbiamo nutrire anche Io spirito, l’anima, perché possa maturare, perché possa realmente arrivare alla sua pienezza. E quindi se Gesù dice: “io sono il pane della vita” vuoi dire che Gesù stesso è questo nutrimento della nostra anima, dell’uomo intcriore della quale abbiamo bisogno. Perché anche l’anima deve nutrirsi. E non bastano le cose tecniche che sono così importanti. Abbiamo bisogno proprio di questa amicizia di Dio, che ci aiuta a prendere le decisioni giuste, a maturare umanamente. In altre parole: ci nutre, così che diventiamo realmente persone mature e la nostra vita diventa buona».

7. L’ADORAZIONE EUCARISTICA
ADRIANO – Santo Padre, ci hanno detto che oggi faremo l’adorazione eucaristica? Che cos’è? Come si fa? Ce lo puoi spiegare? Grazie.
«Che cos’è l’adorazione, come si fa, lo vedremo subito perché tutto è ben preparato: faremo delle preghiere, dei canti, la genuflessione e staremo così davanti a Gesù. Ma, naturalmente, la tua domanda esige una risposta più profonda, non solo il come fare, ma che cos’è l’adorazione. Direi: l’adorazione è riconoscere che Gesù è il mio Signore, che Gesù mi mostra la vita da prendere e che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Gesù e se seguo la via mostrata da Lui. Quindi adorare è dire: “Gesù io sono tuo. Ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te”. Potrei anche dire che l’adorazione, nella sua essenza, è un abbraccio con Gesù nel quale gli diciamo: “Io sono tuo e, ti prego, stai anche Tu sempre con me”».