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Lettera di Santa Teresa di Calcutta agli Italiani

31 maggio 1992

Cari amici di tutta Italia,

oggi Gesù viene in mezzo a noi ancora una volta come bambino – come il bambino non nato – ed i suoi non lo accolgono. Gesù divenne un fanciullo in Betlemme per insegnarci ad amare il bambino.

Il bambino non nato – il feto umano – è un membro vivente della razza umana – come te e me – creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda vita – un altro essere umano – è già nel grembo della madre. Distruggere questa vita con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio.

Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”. se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?

L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore.
È mia preghiera per ciascuno di voi, che voi possiate battervi per Dio, per la vita e per la famiglia, e proteggere il bambino non ancora nato.
Preghiamo.
Dio vi benedica

Madre Teresa

Il pericolo della logofobia nel dibattito sui diritti delle coppie omosessuali (Pessina)

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni. L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi.
(COSA DICONO I PEDIATRI)

Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile.

La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali.

I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata. Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione.

Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare. La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana.

Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

(©L’Osservatore Romano 13 gennaio 2013)

 

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!

Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….

Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.

Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.

Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.

Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.

Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.

La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.

Ci sono famiglie che affrontanocon coraggio disabilità ben più gravi. Anoi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.

A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…

E’ stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tantecose, ma più lentamente.

Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!

Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà…

Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso…

Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto…

Pensieri scomodi da vivere e da riportare.

Nostra figlia è nata un po’ prima del previsto.

Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti…

Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com’è bella!”. L’hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d’amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica…

Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno… Basta fidarsi, basta guardare un po’ in su e avere fede.

Fonte: vitanascente.blogspot.it

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

Famiglia: guida a tutte le agevolazioni 2017

agevolazioniarticolo in fase di revisione

Ecco i sussidi che lo Stato offre ai nuclei familiari in difficoltà.
(ndr: come Amici di Lazzaro, sosteniamo solo famiglie e donne vittime di sfruttamento e tratta, tutte le altre situazioni lle indirizziamo alle Caritas e SanVincenzo del territorio)

La crisi sembra non voler terminare mai e molte famiglie si trovano in difficoltà ad arrivare a fine mese. Anche le nascite, purtroppo, sono in calo, in considerazione del timore di molti italiani di non riuscire a gestire il peso economico che una famiglia può
generare. Timore che colpisce anche numerosi giovani, restii a sposarsi. Ma la famiglia è la cosa più importante
che c’è e non bisogna dimenticare che, nonostante tutto, lo Stato italiano offre alcune agevolazioni per sostenerla. Vediamo, in breve, quali sono quelle disponibili per il 2017.

Bonus su utenze e tasse.
Le prime agevolazioni offerte ai cittadini in difficoltà e con reddito basso sono quelle relative alle utenze e ad alcune tasse. Si pensi alla possibilità di vedersi applicato uno sconto sulla bolletta della luce e del gas della durata di 12 mesi e rinnovabile annualmente, concesso
alle famiglie con Isee non superiore a 7.500 euro, elevato a 20.000 nel caso in cui vi siano più di tre figli a carico. Si pensi ancora alla possibilità di pagare in maniera ridotta la bolletta dell’acqua,
concessa da alcuni Comuni in presenza di requisiti definiti dagli stessi in maniera variabile. Si pensi ancora allo sconto del 50% sul canone Telecom (e non sulle telefonate) concesso nei casi in cui nel
nucleo familiare sia presente un titolare di pensione di invalidità civile, un titolare di assegno sociale, un disoccupato o una persona che abbia più di 75 anni di età e in cui il reddito familiare non superi gli euro 6.713,94. Venendo alle tasse, in alcuni Comuni sono previste riduzioni o addirittura esenzioni dalla Tari, per le famiglie a basso reddito. Anche il tanto discusso canone Rai può non essere più un
problema per i cittadini che abbiano più di 75 anni di età e un reddito Isee non superiore ad euro 6.713.94.

Bonus per i figli.
Ancora più numerosi sono i bonus indirizzati a sostenere le famiglie con figli. Iniziamo dal bonus bebè, ovverosia l’assegno corrisposto alle famiglie con Isee sino a 25mila euro e consistente in un assegno mensile di 80 euro per ciascun figlio nato o adottato negli anni 2015, 2016 e 2017. Tale beneficio dura sino al compimento del terzo anno di età del bambino cui si riferisce e il suo importo è raddoppiato per le famiglie il cui Isee non superi i 7mila euro. Un altro sussidio a
sostegno della genitorialità è rappresentato dal bonus famiglie numerose, ovverosia dalla detrazione fiscale complessiva di 1.200 euro destinata alle famiglie in cui vi siano almeno quattro figli a carico.
Non dimentichiamo, poi, i voucher baby sitter e asili nido, ovverosia il contributo mensile di 600 euro richiedibile dai genitori in alternativa al congedo parentale e utilizzabile per pagare la retta dell’asilo o il servizio di baby sitting. Si è ancora in attesa della family card, introdotta dalla legge di stabilità 2016 con lo scopo di permettere alle famiglie con almeno tre figli a carico di chiedere sconti su
determinati beni e servizi.
Il bonus libri.
Un’altra interessante agevolazione è rappresentata dal bonus libri, che i Comuni erogano, al ricorrere di requisiti diversi a seconda della Regione di appartenenza, alle famiglie a basso reddito per l’acquisto di libri di testo e materiale necessario ai figli che frequentano la scuola
dell’obbligo.

La social card e l’assegno familiare.
Da ultimo va ricordata la possibilità di richiedere la social card
e l’assegno familiare. La prima si concretizza in un sussidio di 40 euro mensili corrisposto alle famiglie a basso reddito in cui vi sia un minore di tre anni o un adulto di età superiore a sessantacinque anni.
L’assegno familiare, invece, è erogato dai Comuni ai nuclei familiari di cui facciano parte almeno un genitore e tre figli minori e il cui Isee non superi 8.555,99 euro.

Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

Insomma, perchè la famiglia? (Pino Pellegrino)

foto_famigliaParliamo di fatti provati in lungo e in largo da migliaia di psicologi i quali hanno accertato il bisogno innato di amore di ogni neonato umano. Bisogno che, per essere soddisfatto, deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.

Secondo noi, le ragioni di fondo che spiegano il perché della famiglia, intesa come nucleo di società umana formata da un uomo e da una donna che hanno intenzione di perdurare nella loro unione e di aver figli, le ragioni di fondo, dicevamo, sono due.
La prima è il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di appartenenza.
Nessuno ama essere figlio di nessuno!
In altre parole, tutti nasciamo con il bisogno di una qualche paternità e maternità.
Un bisogno innato e così naturale per cui al piccolo dell’uomo non interessa tanto (si noti!) chi lo mette al mondo; interessa chi si prende cura di lui!
Se i tre o quattro bambini che nascono mentre state leggendo questa riga potessero parlare, direbbero: “Non siamo pietre: non ci basta esistere. Non siamo piante: non ci basta respirare. Non siamo bestie: non ci basta mangiare. Siamo uomini: abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi: bisogno d’essere fatti propri da qualcuno!”.
Ecco: siamo così fatti, d’aver tutti bisogno di un secondo cuore. Chi lo trova, vive; chi non lo trova, muore. Non stiamo scrivendo sopra le righe. Stiamo parlando di fatti provati in lungo e in largo da mille psicologi i quali hanno accertato al cento per cento il bisogno innato di amore di ogni neonato umano.
Bisogno che per essere soddisfatto deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.
Ebbene, solo un grembo familiare può dare al piccolo un amore con questi tre connotati. Ci spiace che lo spazio ci impedisca di provarlo nei dettagli (l’abbiamo fatto altrove).
Ma, pur nella brevità, desideriamo che si sappia che siamo proprio convinti di ciò che diciamo, cioè che la famiglia è l’istituzione ideale per soddisfare il bisogno di appartenenza, il bisogno naturale d’amore dell’essere umano con i tre connotati accennati.
Qualora si trovasse un’istituzione che rispondesse meglio a tale necessità di fondo, saremmo i primi ad abbandonare la famiglia e ad abbracciare la nuova soluzione. Ma fino ad oggi non si è trovata! Né, siamo convinti, si troverà mai, a meno che non cambi l’identità dell’uomo!
La seconda ragione che spiega il perché della famiglia è il fatto che l’uomo, tra tutte le specie animali, è quello che nasce il più inetto.
Potremmo dire che nasciamo, tutti, troppo presto; a differenza degli animali che nascono non inetti, ma atti!
Il piccolo della giraffa, ad esempio, riesce a stare dritto sulle proprie gambe appena venti minuti dalla nascita; lo stesso vale per i pulcini della gallina, per i piccoli dei passerotti, delle quaglie, subito pronti per la vita autonoma.
Il piccolo dell’uomo, invece, dopo la nascita ha bisogno di continuare a nascere.
Ciò può avvenire (è qui che scatta il ragionamento!) solo se vede qualcuno che già viva da uomo e gli faccia da modello. L’uomo cresce solo all’ombra di un altro uomo.
Anche questa è una legge naturale, come quella del secondo cuore.
Non è il rapporto con le cose che ci fa crescere; neppure il rapporto con gli animali, ma solo il rapporto con altri uomini cresciuti.
In una parola: il bambino, per crescere, ha bisogno di incontrarsi, fin dalla nascita, con un uomo ed una donna ‘adulti’, nel senso proprio della parola (adulto, cioè cresciuto).
Fin dalla nascita, abbiamo detto.
È abbondantemente provato, infatti, che sono i primissimi anni a guidare la vita intera.
È impossibile crescere uomini se non si è accolti amorevolmente, fin dalla nascita, da qualcuno che ci insegni i primi elementi della grammatica umana.
Tiriamo la somma:

.. Ha ragione l’antropologa Margaret Mead (1901-1978): “Per quante ‘comuni’ (convivenze a più) si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto”.
Bersagliare la famiglia è sparare alla Croce Rossa! In questo caso dobbiamo concordare con Giuseppe Mazzini (1805-1872): “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro!”.

DITEMI SE NON È UN MARITO STUPENDO!
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro, quando con il parafango andò ad urtare il paraurti di un’altra auto.
Si mise a piangere quando vide che era una macchina nuova, appena ritirata dal concessionario.
Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell’altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente ed i dati del libretto.
Quando la donna cercò i documenti in una grande busta marrone, cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile c’erano queste parole: “In caso di incidente, ricorda, tesoro, che io amo te, non la macchina!”.
Parole d’oro che riportarono la primavera nel cuore della donna!

DITEMI SE NON È UNA MOGLIE STUPENDA!
“Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare, se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui!”. Non io!
A qualunque ora della notte io mi alzo dal letto e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci. È così bello noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti accanto. E lui dice cose del tipo: «Questo mi ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento, quando balzò in aria…!». E mima il salto con la mano. Attraversa la cucina, come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro.
Infine i pesci sono sul piatto, si va a dormire.
L’aria balugina d’argeno: siamo marito e moglie”. (Adelia Prado)

Sei condizioni che facilitano il dialogo con i nostri figli adolescenti.

Creare un ambiente propizio e cercare il momento adeguato, serenità e fiducia. La verità è che non è facile parlare con i nostri figli adolescenti, ma questo non deve farci dare per vinti. Sono nell’età in cui hanno più bisogno di parlare, anche se è anche il momento vitale in cui costa loro maggiormente farlo con i genitori. Per questo, saremo sicuramente noi a doverci sforzare di più. Vale la pena di provarci perché c’è molto in gioco: niente di più e niente di meno dell’educazione dei nostri figli.
Forse dopo aver evitato gli errori più usuali nella comunicazione con i nostri figli adolescenti dovremmo tener conto del fatto che questo dialogo ha dei requisiti propri.
1. Creare l’ambiente propizio e cercare il momento adeguato.
Non quando i genitori vogliono, ma quando i figli ne hanno bisogno. Non è facile stabilire un momento della giornata per parlare, perché forse il figlio deve raccontare qualcosa nel momento meno opportuno. In quel caso bisogna lasciare tutto da parte e assisterlo, perché anche se in quel preciso istante possono esserci cose molto urgenti, sicuramente non c’è nulla di più importante. Se si lascia passare l’occasione, sarà perduta per sempre. Per questo è fondamentale che sappiano di poter sempre contare sui genitori, che siamo lì e ci siamo davvero.
2. Serenità e fiducia.
Se la prima volta in cui un figlio ci fa una confidenza un po’ “forte” ci mettiamo le mani nei capelli, facciamo uno scandalo o lo puniamo severamente, probabilmente sarà l’ultima volta in cui si confiderà con noi. Come quel ragazzo che, dopo che avevo parlato con lui, ha deciso di dire ai suoi genitori che nel fine settimana aveva fumato marijuana. Quando la madre ha sentito che aveva fumato, ha iniziato a gridare talmente da finire per non sapere cosa avesse fumato il figlio.
La fiducia è una virtù reciproca, chi la dà la riceve a sua volta. Non è una virtù che si acquisisce, ma che si dà: la condizione di ogni dialogo. Se non abbiamo fiducia nei nostri figli, se non diamo loro fiducia, anche se ci risulta difficile e a volte ci sembra anche rischioso, rimarremo senza sapere cosa succede loro.
3. Accettare le loro forme.
Non possiamo aspettarci che tutto fili liscio come l’olio. Siamo noi adulti a dover mettere la serenità. I figli probabilmente alzeranno la voce o discuteranno in modo acceso.
Pretendere una conversazione affabile con un figlio o una figlia adolescente significa non capire il suo registro. Non ci deve influenzare il fatto che gridino più del dovuto. Tendiamo a dare più importanza alla forma che al contenuto, e in questo modo sprechiamo le energie discutendo di formalità e perdiamo una nuova occasione di educare. È chiaro che dobbiamo educare anche nella forma, ma non ci riusciremo se la perdiamo noi.
4. Dare ragioni consistenti per loro.
Mediante il dialogo si ragiona. Non si tratta di intavolare battaglie dialettiche, in cui perde chi grida di meno e non vince nessuno, ma di ragionare e di far ragionare. Questo, però, non si ottiene mettendo sul tavolo buone ragioni dal nostro punto di vista, ma presentando ragioni che abbiano peso per i figli. Può essere che per un adolescente “studiare per diventare qualcuno nella vita” non abbia tanto peso quando “studiare per poter fare il lavoro che piace”.
5. Stabilire patti.
La “contrattazione” può essere una forma di conversazione che dà molto gioco.
Bisogna saper cedere sulle cose superficiali, per “vincere” in ciò che è essenziale. Forse vale la pena di cambiare un taglio di capelli o un tatuaggio per una domenica in famiglia. La questione è che quando si stringe un patto si produce un impegno, e l’impegno unisce.
6. Motivazione dialogata.
Bisogna infine approfittare del dialogo per dare criteri ai figli. Non si tratta di fare di ogni conversazione un sermone o un rimprovero, che in genere non serve a nulla. I tipici sermoni assomigliano a quella tormenta che non appena si vede arrivare ci dà il tempo di rifugiarci o di prendere l’ombrello: ti puoi bagnare la prima volta, ma non quelle successive. Continuando con il paragone, le conversazioni con i figli adolescenti non dovrebbero essere tormentose, ma come una pioggerella fine che non riesce ad allarmarci abbastanza da farci cercare un rifugio o tirare fuori l’ombrello ma che finisce per bagnarci. Questo permette a noi genitori di seminare valori e criteri nei nostri figli. Si tratta, in definitiva, di essere sempre disposti al dialogo, non di fare sermoni in occasione delle pagelle, per come si vestono o per la musica che ascoltano.
In ogni momento dobbiamo cercare di trasmettere ottimismo. Forse è quello di cui hanno più bisogno nella tappa fondamentale che stanno vivendo. Se siamo dei genitori brontoloni che sanno solo lamentarsi per tutto, incapaci di vedere l’aspetto positivo delle cose, sicuramente alzeremo senza volerlo un muro che intercetta ogni comunicazione.
Alcune espressioni che usiamo troppo spesso come “Sono stufo di te”, “Non sei capace di farlo”, “Impara da tuo fratello” e altre del genere non favoriscono certo il dialogo. È meglio adottare un atteggiamento ottimista e dire cose come: “Sono certo che sei capace di farlo”; “Sono molto orgoglioso di te”, “Noto che migliori ogni giorno”, “Ci riuscirai”… Parleremo sicuramente di più con i nostri figli perché troveranno in noi “dei genitori che sanno ascoltare”.
di Roberta Sciamplicotti da Aleteia

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Papa’, assicurami che valeva la pena venire al mondo

L-educazione-dei-figliai miei genitori, Dario e Clementina  che mi hanno dato la vita, e con essa il sentimento  della sua grandezza e positivita’  a Clementina Mazzoleni, mia professoressa di italiano  cui devo la passione  per la letteratura e per l’insegnamento a don Luigi Giussani,  che a quel sentimento e a quella passione  ha dato la stabilita’ e la certezza della fede”.

Basterebbe la dedica del mio ultimo libro per il segreto dell’educazione: una serie di incontri con dei maestri che testimoniano la positività della vita.
Comincio da una constatazione elementare: quando veniamo al mondo, quando nasciamo o meglio quando un uomo impatta nella realtà, che cosa succede?
Succede che Dio procura a questo bambino due cose: la realtà che ha intorno e sé stesso.
La realtà questo bambino ha diritto di incontrarla in tutte le sue manifestazioni, tanto che gli esperti dicono che fin dal momento del concepimento, anche prima della nascita, il feto comincia a costruire questo rapporto con la realtà circostante.
Più complessa è la definizione di sé stesso, perché nell’uomo il sé stesso coincide con la corrispondenza dell’essere con il Creatore. Questa corrispondenza si percepisce attraverso il desiderio di bene, il desiderio di significato, esigenza di verità.

Con questa premessa educazione diventa accompagnare il bambino, mano a mano che diventa grande, a sentire soddisfatto questo desiderio, a rendersene cosciente e a verificarlo tutti i giorni nella vita.
In questo percorso, che avviene per gradi, dobbiamo tener presente alcuni punti di riferimento: primo punto è la lealtà con la tradizione intesa come sorgente della capacità di certezza. L’unica possibilità di certezza per un figlio o per un alunno per crescere consapevole è quella di potersi paragonare lealmente con un adulto che sa dove va, sa che cosa vuole, sa che cosa è per sé la felicità, un adulto che testimonia un bene possibile. I genitori devono essere una proposta vivente di fronte ai propri figli.

Secondo punto, che per certi ambienti può sembrare anacronistico, è l’autorità, cioè l’essenzialità di una proposta che diventa l’esistenzialità di una proposta. Secondo Don Giuissani “la funzione educatrice di una vera autorità si configura come funzione di coerenza ovvero una continuità di richiamo all’impegno verso i valori essenziali e all’impegno della coscienza con essi, cioè un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà”.

La funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica, in altre parole la certezza dei nostri ragazzi, la solidità della loro personalità cresce e si struttura attorno a una sicurezza che gli testimonia l’adulto. In questo senso la paura di sbagliare (sentimento sempre più comune) è pericolosa e forse si potrebbe dire che il grande segreto dell’educazione è proprio questo: non aver paura di sbagliare.

Qui entra in gioco il terzo punto o meglio la parola che sintetizza tutto il processo educativo: Misericordia. L’educazione è una grande misericordia, è un grande continuo perdono, è un continuo abbraccio all’altro prima ancora che cambi. Misericordia vuol dire che io ti amo prima che tu cambi, prima che tu diventi come io vorrei, prima che tu diventi buono e obbediente, prima che tu diventi migliore; prima di tutto io, adulto, affermo il tuo valore qualunque sia l’esito o l’attesa. Affermare il valore prima di ogni pretesa.

In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli, ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo nella storia dell’umanità esattamente con lo stesso cuore, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati da un insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici (come noi).

Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
La risposta me la sono data un pomeriggio mentre stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano di 5 anni.
Correggevo i temi come fanno tutti gli insegnanti di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che mio figlio si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre a lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che quello sguardo, quegli occhi di bambino, contenessero una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

Questa è la domanda dell’educazione che tutti dovremmo portare sempre dentro “quale speranza ti sostiene?” L’educazione comincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di una risposta prima di tutto per sé stesso.

L’uomo vale per quello che si vede nel suo agire, è nell’azione che si dimostra il proprio interesse, allora si diventa testimoni nel quotidiano, nell’uso del tempo, dei soldi, della casa, delle energie nella gestione dei rapporti … perché un figlio ti guarda sempre e si può rispondere solo con la vita.
di Franco Nembrini  per La Croce

Preghiera cristiana con il creato – Papa Francesco nella Laudato Si

creatoTi lodiamo, Padre, con tutte le tue creature,
che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza
e della tua tenerezza.
Laudato si’!

Figlio di Dio, Gesù,
da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fatto parte di questa terra,
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura
con la tua gloria di risorto.
Laudato si’!

Spirito Santo, che con la tua luce
orienti questo mondo verso l’amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione,
tu pure vivi nei nostri cuori
per spingerci al bene.
Laudato si’!

Signore Dio, Uno e Trino,
comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti
nella bellezza dell’universo,
dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine
per ogni essere che hai creato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti
con tutto ciò che esiste.
Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto
per tutti gli esseri di questa terra,
perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.
Illumina i padroni del potere e del denaro
perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli,
e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.
I poveri e la terra stanno gridando:
Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce,
per proteggere ogni vita,
per preparare un futuro migliore,
affinché venga il tuo Regno
di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si’!
Amen.
(Papa Francesco)

Un decalogo per aiutare i genitori alle prese con il gender a scuola

Pubblichiamo dieci consigli per aiutare i genitori alle prese con i tentativi di introdurre la teoria del gender nelle scuole dei propri figli.

Consigli operativi concreti per contrastare l’introduzione dell’ideologia gender nell’insegnamento scolastico. Come agire e che cosa fare:

1. Ogni genitore deve vigilare con grande attenzione sui programmi di insegnamento adottati nella scuola del proprio figlio.

2. In particolare, va attentamente letto e studiato uno strumento denominato “Pof” (piano offerta formativa). In esso devono essere elencate chiaramente tutte le attività d’insegnamento che la scuola intende adottare (attenzione: in alcuni casi il Pof è annuale, in altri triennale!).

3. I genitori devono utilizzare lo strumento del “consenso informato”: devono, cioè, dichiarare per scritto se autorizzano, oppure no, la partecipazione del proprio figlio ad un determinato insegnamento. Il consenso va consegnato in segreteria e protocollato (obbligo di legge).

4. A questo punto, si deve avere ben chiaro che gli insegnamenti scolastici sono di due “tipi”:
• insegnamenti curriculari, cioè obbligatori (ad esempio: italiano; matematica, ecc..);
• insegnamenti extracurriculari, cioè facoltativi, dai quali è lecito ritirare il figlio.

5. Nel caso di insegnamenti curriculari (ad esempio, insegnamento delicato a scienze naturali, con nozioni sul corpo umano e sue funzioni, compresa la funzione riproduttiva), si raccomanda che i genitori vigilino con grande attenzione, intervenendo sul singolo insegnante e/o sul dirigente scolastico, qualora si scorgano impostazioni in contrasto con i propri valori morali e sociali di riferimento. Come sempre, più genitori si associano, maggiore è la forza di contrasto.

6. Ad oggi, l’insegnamento “gender” è possibile soprattutto nei programmi di educazione all’affettività e alla sessualità, oppure nei percorsi di “contrasto al bullismo e alla discriminazione di genere”. Sono insegnamenti extracurriculari ed à soprattutto a questi che si deve prestare speciale e massima attenzione.

7. Il consenso/dissenso deve essere formulato per ciascun singolo percorso/progetto/insegnamento (non deve essere generico), va depositato in segreteria e deve essere protocollato (obbligo di legge).

8. Il genitore ha il diritto di chiedere tutti i chiarimenti che vuole, coinvolgendo ogni istituzione scolastica, ad ogni livello: Consiglio di classe, Consiglio di istituto, Consiglio dei professori, dirigente scolastico/preside.

9. Si raccomanda di informare e coinvolgere le associazioni dei genitori: Age (segreteria.nazionale@age.it), Agesc (segreteria.nazionale@agesc.it).

10. L’articolo 30 della Costituzione italiana e l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sanciscono il diritto dei genitori all’educazione ed istruzione dei figli: ogni genitore ha grande potere decisionale e – cercando di aggregare altre famiglie – la possibilità d’intervento sugli organismi scolastici diventa tanto più forte e positiva, soprattutto se sostenuta da un’associazione genitori accreditata (Age, Agesc).

Un forte appello a tutti i genitori affinché si sentano protagonisti diretti, offrendosi come “rappresentanti di classe” ed entrando a far parte dei “Consigli di istituto”.

Massimo Gandolfini
Comitato “Difendiamo i nostri figli”

Le mamme al centro (Pino Pellegrino)

mammaSe non ci fossero le mamme, chiuderebbero tutte le scuole, tutti gli stadi, tutti i parlamenti, tutte le parrocchie…
Se non ci fossero le mamme, il mondo chiuderebbe!

Dunque, punto primo: onore alle mamme! La loro ‘festa’ ha anche questo scopo: ricordarci la dignità della madre. Dire ‘mamma’ è dire ‘grandezza’, è dire ‘mistero’, è dire ‘importanza’.
Per esprimere la grandezza della madre, gli ebrei hanno un simpatico proverbio: “Dio non potendo essere ovunque, ha creato le mamme”.
Napoleone (1769-1821), avvertito della malattia della madre, le scriveva: “Cara mamma, mi dicono che la tua salute vacilla. Mamma, tu non stai bene! Scrivimi. Rassicurami! Perché che cosa sarebbe di me, se sulla terra non esistesse qualcuno più grande di me!?”. Grandezza della mamma!
Dunque, punto secondo: la madre, per prima, non può perdere il senso del suo valore! A proposito, ha tutte le ragioni il noto divulgatore scientifico Piero Angela (1928) a mandarci questo intelligente messaggio quanto mai urgente oggi: «Immersa nei pannolini, nelle pappe, nei rigurgiti, la mamma si sente spesso frustrata intellettualmente, ma può ritrovare una diversa prospettiva se è consapevole che la sua intelligenza, il suo talento, la sua sensibilità sono praticamente le sole cose che permettono a qual batuffolo umano di emergere dalla notte animale e di diventare un essere pensante.
Tocca a lei plasmare, modellare, stimolare la nascita dell’intelligenza, della creatività, della personalità: il suo compito è molto simile a quello di uno scultore, di un pittore, di un musicista.
Il figlio è in buona parte sua ‘composizione’, per la quale occorre altrettanto talento quanto può occorrerne ad un artista per realizzare una creazione personale. E forse di più!».
Importanza della mamma!

Quindici punti luce
Dunque, punto terzo: la madre patentata sente la responsabilità d’esser madre. La brava mamma non può accontentarsi d’avere un cuore ben fatto; deve anche avere una mente illuminata per aiutare i figli ad impaginare bene la vita. In concreto, nel cervello della mamma riuscita hanno preso dimora alcuni punti luce, come questi:
• Ogni carezza è una piccola vittoria.
Il bambino non è mai solo un tubo digerente.
• È meglio un bambino con una patacca in più che un bambino con una patacca in meno.
• Abolire le ringhiere è pericoloso, abolire i ‘no’ è da pazzi.
• Il bambino non si manda a letto: si accompagna.
• Di tanto in tanto una sorpresa nello zainetto, è una strategia che funziona sempre.
Le parole innaffiano l’anima.
• È da saggi scrivere qualche volta sulla bocca: ‘chiusa per nervi!’.
• È sempre meglio un sorriso che un brontolio.
• Se continuo a dirgli che è un buono a nulla, finirà per crederci.
• Il baccano non dà mai una mano!
• Bimbo che non gioca, gioia ne ha poca.
• La mancanza di tenerezza è più insidiosa della fame.
• Passati i dieci anni è difficile mutar panni.
• Perdere la pazienza, passi; perdere la speranza, mai!
Quindici punti luce che, connessi con un cuore ben fatto, fanno delle mamme i capolavori più preziosi del mondo.

I PROVERBI DELLA MAMMA
• Se la pernice prende il volo, il piccolo non sta a terra.
• Chi vuole buon arrosto, badi alla fiamma; chi vuole buoni figli, badi alla mamma.
• La madre vede di più con un occhio che un padre con dieci.
Se la madre ride, il sole può anche non sorgere.
• I passi della mamma sono l’andatura del figlio.
• Cento uomini possono fare un accampamento; ma ci vuole una madre per fare una casa.
• La mano che dondola la culla, governa il mondo.

BILANCIO POSITIVO
La psicologa Anna Maria Battistin è convinta che “un figlio può rappresentare dei limiti alla carriera, alla libertà, alla vita economica“. Ma aggiunge subito: “Io sostengo che noi abbiamo dai figli molto più di quanto diamo loro. Ogni donna che ha con il suo figlio un rapporto abbastanza buono, se fa un bilancio della sua vita, si accorge che, in fondo, è un bilancio molto positivo“.
Un’altra madre confessa: Il figlio è il più bel regalo al cuore!“.
Un padre conclude: “I figli impediscono ai genitori di cadere nel baratro. Gridano il loro bisogno di amore e permettono così a papà e mamma di intraprendere il loro cammino interiore“.

A LORO LA PAROLA
• Quando sei stanca perché hai lavorato tutto il giorno, devi ancora lavare i piatti, lavare la biancheria, stirare, mentre noi guardiamo la televisione!” (Monica, nove anni).
• Vorrei avere la tua buona volontà di lavorare, mamma, ma non vorrei assomigliare a te per la tua nervosità!” (Diego, dieci anni).
Pino Pellegrino sul Bollettino Salesiano

Cos’è la sedazione palliativa (usi e abusi)

La dizione sedazione “terminale”, utilizzata recentemente in Francia, sembra alludere a una pratica terapeutica volta a determinare la morte del paziente, dunque di tipo eutanasico, la dizione “sedazione palliativa”, che non è una forma surrettizia di eutanasia ma è praticata nell’ambito delle cure palliative come strumento per alleviare il dolore globale proprio di un soggetto terminale, può riportare il dibattito bioetico nel giusto binario.

Chi ha a cuore la vita ribadisce la ferma opposizione a ogni tipo di eutanasia, e ricorda che vanno rispettati almeno tre criteri:

1. La correttezza della decisione di sedare (consenso informato e proporzionalità terapeutica)

2. La correttezza tecnica, in ordine alla giusta adeguazione dei farmaci e delle dosi

3. La correttezza relazionale, ossia la capacità di condividere la drammaticità della scelta con il paziente, se possibile, e con i familiari.

Aggiungiamo che il dolore con opportune pratiche può essere controllato e ridotto notevolmente, motivare l’eutanasia con la necessità di alleviare sofferenze atroci ai malati è ormai una motivazione priva di fondamento.

Purtroppo anche le parole vengono talvolta usate per indirizzare l’opinione pubblica. Usare il termine sedazione terminale parrebbe indicare che sia lecito “addormentare” il paziente provocandone la morte. E quindi far passare come lecita l’eutanasia.
In realtà è lecito solo sedare il paziente e lasciare che la malattia terminale faccia il suo decorso, senza provocare direttamente la morte.
La pratica rispettosa della dignità umana e della natura stessa è proprio quella della sedazione palliativa che negli ultimi giorni di vita fa si che il paziente non soffra e venga risvegliato per pochi minuti al giorno per “salutare” i propri cari.

La fertilità della fede (Maurizio e Paola)

paola-maurizioEra in carcere e non credeva. Madre Elvira della Comunità Cenacolo gli ha detto che Dio aveva fede in lui. Ha trovato la fede, il lavoro ed anche la moglie. Volevano tanti bambini ma i medici dissero che non potevano averli. Maurizio e Paola si sono affidati al Signore. Hanno pregato e frequentato i sacramenti. La medicina di Paola non erano le pillole per renderla fertile, ma l’Ostia. Così sono nati sei splendidi bambini.

Son partiti in missione, in Brasile hanno adottato altri sei bambini che non avevano famiglia. Sembrava che Paola non potesse avere bambine. Sono andati tutti insieme con i dodici maschietti a pregare sulla tomba di Giovanni Paolo II, ed è nata Maria Chiara Luce. L’ultimo nato è stato Federico, è affetto dalla sindrome di Down, ma Maurizio e Paola lo hanno accolto con grande entusiasmo. Un dono, “il regalo più bello che Dio poteva farci”, hanno detto. Segue la storia incredibile di una famiglia che si è fidata più di Dio che delle opere umane.

Siamo Maurizio e Paola e siamo felicissimi di testimoniare i miracoli che Dio ha compiuto nella nostra vita. Dio si è manifestato nella mia vita attraverso Madre Elvira. In quel tempo, 27 anni fa, mi scrisse una lettera in carcere; io non la conoscevo, però i miei genitori si erano messi in contatto con lei. In questa lettera lei mi disse molte verità dirette, senza diplomazia. Dopo un anno di carcere ho compreso che lei mi stava amando davvero dicendomi la verità in faccia. Quando sono uscito dal carcere ed ero agli arresti domiciliari a casa, lei è venuta a trovarmi. Io le ho detto: “Ma suora, lei mi parla di fede, io non ho fede!”, e lei mi ha risposto: “Non ti preoccupare, ce l’ho io, abbi fiducia in noi!”. E io, molto orgoglioso, ho continuato: “Ma io non credo neppure in Dio, figurarsi in una suora!”, e lei: “Dio crede in te!”.

Questo è stato l’inizio del cambiamento della mia vita. Sono entrato in Comunità, ho fatto il mio cammino e poi Dio mi ha fatto il regalo più bello della mia vita, Paola, mia moglie. Ci siamo sposati, felici, volevamo avere tanti figli, solo che dopo tre anni di matrimonio abbiamo scoperto di non poterne avere. Paola rimaneva incinta, poi però al terzo, quarto mese di gravidanza “perdeva” il bambino, e così tre sono andati in cielo.

A quel punto i medici ci hanno detto di prendere delle precauzioni perché Paola rischiava la salute. Noi in quel periodo eravamo in Brasile come missionari pensando di “restituire” a Dio, in un anno di volontariato coi bambini di strada, tutti i doni ricevuti. Abbiamo avuto un momento di crisi. Ci siamo detti: “Mamma mia, noi qui accogliamo bambini che i genitori non vogliono e noi non possiamo avere figli! Ma Dio non può fare un miracolo con noi?”.

Abbiamo deciso di intensificare i momenti di preghiera e di chiedere a Dio cosa voleva da noi, ed è stato molto bello perché pregando insieme e parlandone, abbiamo capito che Dio ci voleva lì in Brasile: non eravamo ancora pronti per avere un figlio “nostro” e Dio, che lo sapeva, ci preparava. Allora abbiamo pensato di dire il nostro “sì” a Dio e a quei bambini pensandoli come “nostri”, un “sì” fatto di incoerenze, di debolezze, di povertà, ma che cerchiamo di rinnovare tutti i giorni da diciassette anni.

Paola ha preso la decisione di non prendere nessun farmaco particolare all’infuori dell’Eucaristia, tutti i giorni nella Santa Messa. E dopo nove mesi di questo nostro “sì”, è nato prima Francesco, dopo è nato Stefano, dopo è nato Tommaso, poi Filippo, poi è nato Lorenzo e quindi Giovanni Paolo. Potevamo solo ringraziare! La fede cresce e si rafforza attraverso le opere dell’amore e allora, con tutti i nostri limiti, abbiamo cercato di dedicare la nostra vita ai bambini del Brasile, che oggi nella missione dove viviamo sono ottanta.

Abbiamo preso questa decisione perché abbiamo capito che il servizio è la strada più breve per arrivare a Gesù. Poi è accaduto un altro miracolo: sei anni fa abbiamo accolto sei fratellini brasiliani nella nostra missione: il più piccolo, Samuele, aveva 2 anni, ed il più grande, Daniele, ne aveva 10. Quando sono piccoli, vanno in adozione abbastanza velocemente, solo che non c’era nessuna famiglia così “matta” da adottarne sei. Allora il giudice ci ha detto di prepararli perché non sarebbero stati adottati tutti e sei da un’unica famiglia. Quando gliene abbiamo parlato loro si sono messi a piangere con sofferenza grande, e ci hanno supplicato di non dividerli.

Allora mia moglie ed io abbiamo chiesto un segno a Dio. La cosa bella è che io non ne ho parlato con Paola e lei non ne ha parlato con me. Io ho dato la mia disponibilità dinanzi a Gesù, nell’adorazione quotidiana, e gli ho detto: “Se Tu lo vuoi, io ci sono, ma deve essere Madre Elvira a confermare il passo dell’adozione, e devi dirlo tu a Paola”. Avevamo scritto una mail in Italia per cercare una famiglia disposta ad adottare questi bambini. Nella Veglia di Pasqua di quell’anno, padre Stefano ha avuto una luce, ne ha parlato con Madre Elvira e poi ci hanno risposto dicendo: “Abbiamo pregato e cercato, ma non abbiamo trovato la famiglia. Ma perché non potreste essere voi i genitori di questi bambini?”. Sono corso da Paola commosso e le ho letto la mail: “Paola, è Madre Elvira che ce lo consiglia”, e Paola con le lacrime agli occhi mi ha detto: “Sai che io l’avevo chiesto a Dio?”. Così Dio ci ha preparato e ci dà la forza ancora oggi per educare questi meravigliosi figli.

Ma i miracoli non sono finiti!

In quegli anni Paola aveva fatto degli esami scoprendo che un anticorpo provocava la morte delle figlie femmine nel suo grembo. Con i dodici figli maschi, cinque anni fa, siamo venuti qui alla festa e poi siamo andati a Roma per ringraziare Giovanni Paolo II, sulla sua tomba. Paola ed io abbiamo detto ai bambini che era un Papa speciale e che potevano chiedergli qualsiasi cosa. Quando siamo usciti dal Vaticano ho chiesto loro: “Cosa avete chiesto?” e tutti in coro: “Una sorellina!”. Nove mesi dopo, il 2 aprile, giorno in cui Giovanni Paolo II era andato in cielo, è nata Maria Chiara Luce! Infine, tre mesi fa, è nato Federico, con la sindrome di Down, ed è il regalo più bello che Dio poteva farci per completare l’opera. Interessandoci sui bambini Down, abbiamo scoperto che sono più puri, senza malizia o interesse quando parlano, ascoltano, abbracciano: Federico è venuto per purificare il nostro amore. Concludo dicendovi che con Dio, davvero, si può costruire un matrimonio felice!

Al racconto di Maurizio Paola ha aggiunto:

Quando è nato Federico non sapevamo che fosse così speciale; i medici mi giravano intorno: “Signora, quanti anni ha? Perché suo figlio ha dei lineamenti che potrebbero sembrare…”. E io ho detto: “Ha la sindrome di Down? Benissimo! Ma a noi non interessa! È nostro figlio, lo amiamo! Ci siamo innamorati appena lo abbiamo visto. Ditemi solo come fare per aiutarlo. L’importante è che viva, noi siamo contenti così!”.

Abbiamo sentito da subito che era unico, un dono speciale, perché ci ha fatto sentire tanta tenerezza, l’ha tirata fuori al primo sguardo, e poi, impareremo tanto da lui. Soprattutto, è venuto a portare l’essenzialità nella nostra famiglia, da subito. Abbiamo iniziato a togliere delle cose in casa, abbiamo tolto il sofà per poter tornare dall’ospedale perché fa polvere e non va bene per la sua salute. Piano piano ci ha riportati all’essenziale. Lo ringraziamo tanto perché è una cosa con la quale lottavamo ma non riuscivamo a metterla in pratica con costanza.

“Beata colei che ha creduto”: lo sento lo slogan della mia vita perché è ciò che mi ha tenuto in Comunità. Oggi sto scoprendo quel qualcosa di più che sono i figli, la missione, la famiglia, ma anche qualcosa di più dentro di me. Sono le battaglie di ogni giorno che vale la pena superare perché c’è qualcosa di più dopo, è come un grande puzzle quotidiano, che se hai saputo viverlo unendo ogni pezzo, viene fuori un’immagine così bella! Ringrazio Dio e la Madonna perché da quando l’ho sentita come Madre, mi dà tanta forza.

Tanti ci chiedono come facciamo con tutti questi figli: ebbene, non facciamo nulla se non affidarli ogni giorno a Dio. Umanamente noi non ce la possiamo fare: abbiamo i nostri limiti, mancanze e povertà, ma affidandole a Dio, abbiamo la certezza che Lui li trasforma. Noi diciamo soltanto “sì”, e Dio di questo “sì” fa qualcosa di importante per tutti.

Chiedo perdono a Dio perché tante volte dico di “sì” a denti stretti, ma oggi voglio chiedergli di dire di “sì” a cuore aperto, proprio con gioia. Insomma, dai denti stretti non esce nulla, invece con un “sì” dal cuore nasce la fede e tutto quello che abbiamo bisogno per accompagnare questo “sì”.

FONTE: www.comunitacenacolo.it

Stati “vegetativi”, Routley sentiva tutto

Scott Routley è un canadese trentanovenne che per 12 anni è stato considerato in stato “vegetativo” (vedi sotto, per capire le virgolette di “vegetativo”), in seguito ad una lesione cerebrale gravissima. Da quel momento non ha più mostrato segni di consapevolezza.

Fino alla recente scoperta: Scott è cosciente e ha comunicato che non prova dolore.

Scott Routley è un canadese trentanovenne che per 12 anni è stato considerato in stato “vegetativo” (vedi sotto, per capire le virgolette di “vegetativo”), in seguito ad una lesione cerebrale gravissima. Da quel momento non ha più mostrato segni di consapevolezza. Fino alla recente scoperta: Scott è cosciente e ha comunicato che non prova dolore.

Ha dato questa risposta ad un team di medici, guidati dal neurologo Adrian Owen, che monitoravano la sua attività cerebrale mediante una risonanza magnetica. «Scott è stato in grado di dimostrare che ha una mente conscia e pensante. Lo abbiamo analizzato più volte e il suo modello di attività cerebrale mostra che sta chiaramente scegliendo di rispondere alle nostre domande. Crediamo che sappia chi è e dove si trova», ha spiegato Owen, che è stato soprannominato il “lettore della mente” per i suoi studi sui soggetti con lesioni cerebrali.

Infatti, Owen (con M. Coleman, M. Boly, M. Davis, S. Laureys e J. Pickard) ha pubblicato già nel 2006, sulla prestigiosa rivista «Science» (n. 313 [2006], p. 1402), uno studio dal significativo titolo Detecting Awareness in the Vegetative State, in cui riferiva per esempio il caso di Judy, una ragazza inglese, anch’essa considerata in stato “vegetativo”, che invece risultava in qualche misura cosciente.
Owen, infatti, aveva già studiato l’attivazione delle aree cerebrali di soggetti coscienti in reazione a certe domande, a certe richieste e a certi stimoli; fece le stesse domande e le stesse richieste a Judy: per esempio le chiese di immaginare di giocare una partita a tennis o di camminare dentro casa. La sorpresa fu rilevare che nel cervello della ragazza l’attivazione era identica a quella dei soggetti coscienti.

Da notare che, quando Scott ha reagito alle domande dei medici, dal punto di vista di un osservatore esterno è rimasto in stato “vegetativo”, passivo: non si è manifestato cioè alcun cambiamento esteriore. Ma è emerso che egli è interiormente attivo.
In Italia c’è poi il caso di Salvatore Crisafulli (cfr. www.salvatorecrisafulli.it), un siciliano in stato considerato “vegetativo” che, dopo essersi ripreso, ha comunicato che durante il suo apparente stato di incoscienza in realtà capiva ciò che accadeva intorno a lui e tremava quando sentiva qualcuno parlare di “staccare la spina”.
Ovviamente i casi citati – ed altri che si potrebbero menzionare (alcuni, non certo tutti, sono utilmente riportati in www.documentazione.info/stato-vegetativo-ecco-alcuni-casi-di-risveglio) – non sono identici, ma hanno un minimo comun denominatore, molto significativo, che entra in contrasto con chi invoca l’eutanasia per chi versa in stato “vegetativo”.

In effetti, anzitutto, la mancanza di autocoscienza non toglie all’uomo quella dignità incommensurabile che gli appartiene, quindi non autorizza ad ucciderlo. Ma questa affermazione richiederebbe una lunga spiegazione che qui non è possibile svolgere.

Inoltre, la nozione di stato “vegetativo” è una manipolazione linguistica, perché induce a pensare che il soggetto in questo stato non sia più un essere umano, bensì un vegetale. Invece (come illustrava già Aristotele), è l’essere (la natura) di un’entità ciò che determina le sue potenzialità e che determina il suo agire (per esempio una farfalla ha una sua natura, perciò non può avere le potenzialità di un gatto e non può compiere le attività di un gatto e lo stesso vale per il gatto e le sue attività, che non possono essere quelle della farfalla): non si può agire in un certo modo se non si ha già la natura corrispondente (un animale non può volare se prima di volare non ha già la natura del volatile, un albero non può produrre mele se prima di produrle non ha già la natura del melo, ecc.). E la mera cessazione dell’agire non può cambiare la natura di un ente: un melo non smette di essere melo perché non produce più mele, un pesce non smette di essere pesce se non riesce più a nuotare e una persona non smette di essere persona se, in stato “vegetativo”, cessa di compiere attività razionali. È perciò corretto definire piuttosto questa condizione «sindrome da veglia aresponsiva», come si comincia a fare nel linguaggio medico.

Ma, in più, il caso di Routley e altri casi analoghi mostrano che ci sono soggetti con questa sindrome che durante il loro apparente stato di incoscienza in realtà capiscono ciò che accade e ciò che viene detto loro, che vogliono parlare, ma non ci riescono; quindi non è per niente detto che la vita di questi soggetti sia priva di autocoscienza, anzi ci sono ormai diversi casi in cui è chiaro il contrario.
Forse era così anche per Eluana Englaro: come scrive la sua cartella clinica, alla data 15 ottobre 1993, «stimolata a dire la parola “mamma” è riuscita a dirla due volte, in modo comprensibile» (cfr. il bell’articolo di Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola, uscito su «Avvenire» del 9 febbraio 2010, http://www.scienzaevita.org/rassegne/d3079d0be876bd9c78a167300bd150ae.pdf)

Insomma, non c’è per nulla certezza che questi soggetti siano privi di coscienza, né che lo siano definitivamente. Perciò, dobbiamo applicare il principio di prudenza: anche qualora (e non è così) la dignità umana dipendesse dall’esercizio dell’autocoscienza, non dobbiamo correre il rischio di uccidere degli uomini che potrebbero essere autocoscienti e che potrebbero riprendersi.

Non è il dolore ma l’Amore a renderci migliori

amareCi sono vite che, più di altre, sono sorprendentemente forgiate dalla Provvidenza. Uomini che hanno lottato caparbiamente per un obiettivo o per un’idea, si ritrovano inopinatamente scaraventati su un palcoscenico che, in precedenza, non avevano mai immaginato di calcare.

Ciononostante, sono felici più di prima, non perché siano inclini al fatalismo o alla rassegnazione ma perché hanno visto la grande mano di un Padre, congiungersi alla loro mano, per accompagnarli lungo i sentieri del loro destino, della vera realizzazione del proprio sé.

In occasione della festa di San Giuseppe, ZENIT ha incontrato un giovane padre di famiglia, un uomo comune che ha attraversato vicende eccezionali. Nelle burrasche della sua vita, Andrea Torquato Giovanoli ha vacillato e beccheggiato ma non è mai naufragato.

Nel suo libro autobiografico Nella carne, col sangue (Gribaudi, 2013), Andrea, 41 anni, milanese, ha raccontato cosa significhi perdere tre figli nei primi giorni di vita o nel grembo materno, per di più tutti e tre per patologie diverse e non ereditarie. Lo ha fatto senza alcuna retorica o sentimentalismo gratuito, senza sentirsi una persona speciale che deve insegnare qualcosa agli altri per quello che ha patito. Il dolore non ha cancellato il suo temperamento gioioso e la sua disarmante e giocosa ironia: chi conosce il suo dramma, non può che apprezzare ancora di più questo suo lato caratteriale.

Autore di quattro libri, gli ultimi due dei quali dedicati al tema della paternità, e firma ricorrente sul blog di Costanza Miriano, Giovanoli è da 14 anni sposato con Emanuela, la donna che lo ha riportato alla fede cattolica dopo una dozzina d’anni di lontananza dalla Chiesa: un’unione lunga e felice ma, non per questo – specie agli inizi – sempre facile. Insieme hanno avuto sei figli, nati tra il 2002 e il 2013, di cui tre in Cielo.

***

Com’è stata la tua gioventù e com’era la tua vita prima della tua conversione?

La mia gioventù è trascorsa normalmente, almeno per uno che, come la gran parte dei giovani, dopo la Cresima si è subito staccato da Cristo e dalla Chiesa: preservato da grossi drammi, ci ho pensato da solo rendermela problematica passando una dozzina d’anni nell’inutile ricerca di una risposta di senso alle mie domande esistenziali in ogni sorta di filosofia, religione ed ideologia che naturalmente non avesse nulla a che fare con la Bibbia o il Vangelo.

Cos’è che poi ti ha cambiato?

La domanda giusta è “Chi” mi ha cambiato, e la risposta naturalmente è Cristo. Un Gesù ritrovato frequentando per amore una ragazza che, al contrario di me, nella Chiesa ci è rimasta e ci è cresciuta (ragazza che, per la cronaca, è diventata poi mia moglie).

Hai perso tre figli: è proprio vero che il dolore può renderci migliori?

No. Non è il dolore a renderci migliori (altrimenti i masochisti sarebbero tutti santi). L’Amore ci rende migliori, ma spesso, purtroppo, poiché siamo uomini di poca fede, tutti impastati di superbia, serve il dolore per darci la sveglia e farci capire che non siamo padroni di nulla, ma tutto ci è dato per Grazia. Grazia di un Dio che vuole solo che noi ci lasciamo amare da Lui, corrispondendo con fiducia al Suo amore.

C’è stato un momento, nei tuoi drammi familiari, in cui ti sei detto: “basta, non ce la faccio più…”?

Ogni singola volta. Perché in ogni momento in cui ti ritrovi nel Getsémani della vita la tentazione è la medesima di Gesù: quella di far passare via da sé il calice amaro. Poi, però, fai memoria storica delle croci precedenti, di come accogliendole e passandoci attraverso, tutte immancabilmente alla fine ti abbiano condotto ad una nuova risurrezione, e allora rinnovi il tuo abbandono fiducioso a quell’Amore che hai sperimentato essere davvero provvidente e ed ecco che ti viene data la forza per dire, con il Cristo sofferente: “Padre non sia fatta la mia, ma la Tua volontà” (Cfr. Luca 22,42).

Possiamo dire che il calvario che hai passato sia stato per te una seconda conversione?

Lo è stato, ogni volta. Ogni croce accolta ti rinnova, poiché ti svuota di te stesso per riempirti di Dio: è come quel Sapiente Artigiano che modella, anche rudemente, il Suo attrezzo, cosicché diventi uno strumento migliore, capace di compiere le Sue buone opere con più docilità e maggiore efficienza.

Nel tuo ultimo libro in particolare, Nel nome del padre, racconti l’aspetto più gioioso della paternità, le piccole grandi scoperte quotidiane con i tuoi figli, il crescere insieme a loro… Che tipo di padre sei diventato?

In realtà la mia paternità è ancora tutta in divenire, ma posso dire di aver scoperto una cosa, che ha dato un senso proprio e maggior pienezza al mio essere uomo e padre: comprendere che la paternità corrisponde a quella vocazione adamitica che davvero realizza l’uomo. Così come al progenitore Adamo venne data dal Creatore la responsabilità sulle Sue creature perché desse loro il “nome”, medesimamente all’uomo che accoglie la sua prole, viene data la responsabilità su di essa perché l’aiuti a compiere il proprio “destino” di figli di Dio. Poiché la responsabilità vera di un genitore verso i propri figli non è solo di metterli al mondo, ma soprattutto di farli ammettere al Cielo.

Si dice che oggi la figura del padre sia in crisi, che sia un “mestiere” ingrato, il più difficile del mondo… Allora, alla luce di questa crisi odierna, cos’è che distingue un buon padre?

La figura del padre oggigiorno è in crisi poiché l’uomo, davanti alle false pretese di controllo della deriva femminista, per egoismo e pigrizia si è ritirato, abdicando al suo ruolo: è la riproposizione, in chiave moderna, della medesima caduta dei progenitori. Credo che soltanto riscoprendo la sua vocazione ad essere padre, ad immagine dell’originale ed unico Padre Buono, il maschio possa recuperare la propria dimensione di uomo: vivendo da un lato la paternità come veicolo privilegiato per la sua realizzazione personale e dall’altro come opportunità vera di comprendere la gioia della propria originaria figliolanza a quel Dio che è Amore.

Il bambino non è mai un rischio

“Oggi- dice il neonatologo Bellieni- la meta’ delle donne passano la meta’ della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda meta’ a disperarsi perché non gli vengono“. E a rimetterci è sempre chi dovrebbe nascere.

Una volta è nato vivo un bambino di 20 settimane da un aborto spontaneo. L’ ostetrica lo stava avvolgendo in un panno per buttarlo via. Io, consapevole che così piccolo non lo potevo rianimare, l’ho battezzato e gli sono stato vicino tenendogli la mano finché dopo 45 minuti ha cessato di battergli il cuore. Chi passava mi diceva di lasciar stare, che dovevo buttarlo via. Io rispondevo che non si può buttar via un bambino, ha il diritto di morire con tutta la sua dignità”. A raccontare il fatto, straziante e allo stesso tempo carico di umanità, è il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso il Policlinico “Le Scotte” di Siena.

“In neonatologia -continua il medico- curiamo i feti, bambino che stanno nel palmo di una mano e pesano 500 grammi, con un piedino di 2 centimetri. E’ evidente che il feto è una persona, noi li curiamo tutti i giorni. Il feto prova dolore, più di un adulto, perché non ha ancora sviluppato la capacità di produrre endorfine. Ricorda e riconosce la voce e i sapori di ciò che mangia la madre, bevendo. il liquido amniotico. Almeno dalle 30 settimane sogna, si rileva il sonno REM. Spesso dobbiamo fare prelievi ai feti ed è per loro dolorosissimo, ma il dolore scompare se gli stiamo vicini accarezzandogli, parlandogli, tenendogli la manina. Quello che connota il feto, la persona, fin dall’utero della mamma è il desiderio di una presenza, qualcuno che stia con, accanto. Abbiamo scoperto che l’accudimento è il sistema analgesico e terapeutico fondamentale”. Se dall’esperienza professionale del medico emerge chiaramente che il feto è persona a tutti gli effetti, e quindi titolare di diritti, la realtà è ben diversa, e il fatto che il bambino abbia o meno diritto di nascere si vuol far dipendere dalla valutazione degli adulti. Una errata visione che, secondo Bellieni, viene alimentata dagli stessi medici: “In diagnosi prenatale si usa la parola rischio: “Lei signora ha il rischio di avere un bambino Down nella percentuale x” E’ una cosa fuorviante, è oggettivamente sbagliato applicare la parola rischio alla parola bambino. Si dovrebbe dire “Suo figlio ha la probabilità di essere malato di .”

Perché il bambino non è mai un rischio.
Di fatto invece, secondo il medico, oggi la gravidanza viene vissuta con angoscia, con il timore continuo che il bambino non sia sano, non sia normale. Un atteggiamento che non ha solo implicazioni sul piano etico ma che porta a conseguenze patologiche sui bambini che devono nascere. E’ il caso, ad esempio, dell’eccessivo ricorso all’amniocentesi, che “ha un rischio di morte per il bambino di 1 su 100 e serve principalmente per la diagnosi della sindrome di Down che colpisce circa 1 bambino su 700. Quindi nella ricerca esasperata di eliminare un bambino Down si fanno fuori 7 bambini sani”.

Ma Bellieni evidenzia anche un paradosso del nostro tempo:” Oggi la metà delle donne passano la prima metà della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda metà a disperarsi perché non gli vengono”. Si sceglie di avere un figlio quando si sono raggiunte sicurezze sul piano economico e professionale, ma poi magari il figlio non viene più (oltre al fatto che “un ‘età materna oltre i 35 anni è legata a maggior rischio di anomalie per il bambino, di abortività’ e di prematurità”). Sempre più frequentemente si ricorre così a pratiche come la fecondazione in vitro, in cui però “capita che alcuni feti vengano abortiti selettivamente, si ha un rischio doppio di paralisi cerebrali e di malformazioni, un rischio 2-3 volte maggiore di peso alla nascita basissimo, una percentuale di gravidanze gemellari del 15% contro il dato normale di 2-3%”.
Bellieni, medico, chiama in causa anzitutto la responsabilità della categoria alla quale appartiene:” Ciò che aiuta i genitori è lo sguardo che i medici che attuano le indagini prenatali hanno su quel bambino, dal quale dipende lo sguardo che avranno poi i genitori nei confronti del loro figlio” . “Dobbiamo fare un passo indietro interiore quando si guarda qualcuno- conclude- . La persona che ho davanti è mia proprietà o ha un valore in sé? Questo libera dalla possibilità di poter fare delle sciocchezze.  Ci fa rendere conto che io e lui abbiamo lo stesso destino”.

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