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Il bisogno di una mano (Bruno Ferrero)

Un papà e il suo bambino camminavano sotto i portici di una via cittadina su cui si affacciavano negozi e grandi magazzini. Il papà portava una borsa di plastica piena di pacchetti e sbuffò, rivolto al bambino. “Ti ho preso la tuta rossa, ti ho preso il robot trasformabile ti ho preso la bustina dei calciatori… Che cosa devo ancora prenderti?”. “Prendimi la mano” rispose il bambino. (Bruno Ferrero)

5 anni di affido con 2 sorelle… e il cammino continua!

Prima che arrivassero da noi, la loro storia personale era costellata da tante difficoltà familiari, con genitori che spesso riversavano in casa ii problemi e le difficoltà.
Per iniziare a conoscere le sorelle e smorzare le attenzioni, siamo andati nella comunità alloggio per minori dove vivevano, in veste di clown, con un’associazione cattolica fondata insieme ad un’altra coppia di cari amici.
Quando ci siamo incontrati la prima volta in comunità, dove sono rimaste 3 mesi, erano intimorite: nel loro sguardo forse una buona dose di paura le rendeva in modo alterno disponibili e diffidenti.
Esserci frequentati un po’ alla volta per i mesi prima del loro ingresso a casa nostra, ci ha permesso di elaborare il ruolo che come genitori affidatari andavamo a coprire e incuriosire le ragazzine a vivere in un modo diverso da loro precedente passato.
All’inizio è stato faticoso imparare a gestire l’affetto, la disponibilità, la genitorialità, il dare regole e non imposizioni: tutte cose che il trasporto iniziale al volerci donare, non ci aveva fatto prendere in considerazione.
Il nostro grande desiderio di aiutare e vedere serene le due sorelle all’inizio si scontrava con la loro diffidenza  nel lasciarsi andare. Dopo il primo periodo di rodaggio e le modifiche al ritmo iniziale, abbiamo dato una svolta alla relazione maturando che il percorso dell’affido si scontra con difficoltà che solo il cuore, per fortuna, non ti fa valutare, e che la costanza ti permette di far crescere il bene come motore della vita.
Con attenzione e senza imposizioni, siamo riusciti a trasmettere l’entusiasmo per vivere una vita diversa, nei nostri interessi e nelle loro passioni, nella nostra realtà e nei loro desideri, nella sicurezza della serenità in casa come punto di riferimento certo.
Il confrontarci anche con le amicizie più strette, ci permette continuamente di maturare e crescere nella condivisione delle realtà familiari uguali e diverse dalla nostra: dagli interessi comuni, alla scuola, dal tempo libero, all’oratorio e alla preghiera in parrocchia, dal fine settimana in un museo alla gita fuori città.
E il tempo passa e in cuor loro oggi si rendono sempre più conto che la realtà che stanno vivendo rappresenta lo slancio, la marcia, il concreto, i valori che non conoscevano e di cui adesso non potrebbero fare a meno.

Costantemente continuano a vedere i genitori naturali, prima in luogo neutro ogni 15 giorni e poi tutte le settimane. Prima solo la madre senza il padre, e poi viceversa, ma ancora mai insieme.
Noi non abbiamo rapporti con i genitori e la loro relazione con le ragazzine subisce degli alti e bassi dovuti anche a una forte gelosia nei nostri confronti, come coppia e genitori, in un continuo trasformarsi da “nemici” ad amici.
Questo loro alternarsi di insicurezza e fragilità, l’indisposizione dei genitori naturali nei nostri confronti e le loro azioni di discredito nei confronti del nostro operato, hanno generato delle profonde delusioni nelle ragazzine le quali hanno vissuto fasi alterne in cui stimavano la madre e rifiutavano il padre e viceversa.
Pur non essendo impreparati, ma essendoci lanciati con trasporto in questo affido, abbiamo fatto leva sulle nostre forze offrendo ogni momento a Gesù, che ci sostiene sempre nella giornata, fortificando il cuore e ravvivando la vita con la bellezza del suo Amore: è Lui a insegnarci la condivisione prima in famiglia, in casa e poi come testimoni dove c’è bisogno.
(Vilma e Felice)

L’affidamento familiare raccontato da chi lo vive: “L’essenziale”

Cosa diceva la Volpe al Piccolo Principe? “L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che col cuore“? Aiuto! Come si fa? Nessuno me lo ha spiegato! Vedere con il cuore?!?! Io sono abituato a vedere con gli occhi…a credere a quello che vedo…a pensare prima di agire e così via.
Se uso il cuore poi potrei soffrire… molto meglio rimanere ancorati a quelle sicurezze che mi rendono tanto tranquillo, che non mi faranno soffrire…mai…
Beh, questo è quello che pensavo anni fa. Ora grazie alla spinta propulsiva della mia sposa, la vedo diversamente. Faccio fatica a pensare a quando la nostra famiglia era priva di quell’apertura che contraddistingue le famiglie affidatarie. Quel bell’aggettivo che tanto mi piace: famiglia APERTA! Sì perchè essere APERTI  ti permette di incontrare gli altri, di metterti in discussione, di non reputarsi mai arrivati o perfetti. E quando ad essere APERTA non è la persona singola ma la famiglia, allora si vola alto. non perchè tu abbia le ali, ma perchè “qualcun altro” ti porta in alto, più vicino a Lui… che ti ha creato per Amore. E di questo Amore cosa ne fai? Te lo tieni tutto per te? Che spreco!! Bisogna dividerlo così si moltiplica! (Matematicamente questa frase non funziona…ma per fortuna ci sono cose che vanno oltre la logica).
La Volpe disse: “Vuoi addomesticarmi? Addomesticare vuol dire creare dei legami“. Creare dei legami… Legami che non esistevano. Se penso ai miei figli in affido, non trovo nulla di più bello, di più delicato, appagante che la sensazione di scoprire giorno dopo giorno la vita di una creatura che a te è stata affidata. Una creatura della quale tu non conosci nulla e certamente di lei non conosci l’EssenzialeL’Essenziale non si trova nelle relazioni dei servizi sociali, degli psicologi, degli educatori. L’Essenziale lo coglierai ogni giorno creando quei legami sempre più forti che vinceranno il trascorrere del tempo, le esperienze negative, i dissidi, le incomprensioni, le lontananze.
Il cuore ci permetterà di vedere accanto a noi quei bambini che sono andati via… gli occhi non ce lo permettono.
La saggia Volpe disse ancora: “E’ il tempo che tu hai perduta per la tua Rosa che ha fatto la tua Rosa così importante“. Cos’è la cosa più preziosa che possiamo donare agli altri? Il Tempo! Il Tempo trascorso non ritorna. Il tempo non si può comprare, ognuno di noi ne ha disposizione una quantità limitata.
Vi auguro di spendere molto tempo con le Rose che vi saranno affidate… In palio per voi c’è la Felicità, quella vera.

(Fabio)

Preghiera per la santificazione delle famiglie (Angelo Comastri)

preghiera-famigliaO Maria,
siamo qui per imparare da Te la grande lezione della vita.
Tu ci guardi come solo una madre sa guardare i suoi figli.
Il Tuo Cuore custodisce il ricordo della quotidiana fatica e del lavoro umile di Gesù e di Giuseppe:
aiutaci a lavorare con cuore puro,
affinché il nostro cuore sia libero dall’ egoismo, libero dall’ ingiustizia, e dalla violenza.

Davanti a Te, o Madre,
tante mamme hanno pregato e Ti hanno presentato con fiducia i loro figli,  come Tu un giorno presentasti Gesù nel Tempio.
Oggi le nostre famiglie si stringono attorno a Te:
riporta nelle nostre case la preghiera che illumina e genera fraternità, unendo genitori e figli in una festa di fede.
Aiutaci a guardare in alto per scoprire il nostro vero volto nel Volto Santo di Dio.

Cammina sempre con noi,
perché viviamo donando generosamente noi stessi,
come ha fatto Gesù, Figlio del Tuo “Sì!”,
Salvatore di ogni uomo, meta della nostra vita.
Amen

Preghiera di papa Francesco alla Santa Famiglia

sacrafamigliaGesu’, Maria e Giuseppe
a voi, Santa Famiglia di Nazareth, oggi,
volgiamo lo sguardo con ammirazione e confidenza;
in voi contempliamo la bellezza della comunione nell’amore vero;
a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie,
perche’ si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.

Santa Famiglia di Nazareth,
scuola attraente del santo Vangelo:
insegnaci a imitare le tue virtù con una saggia disciplina spirituale,
donaci lo sguardo limpido che sa riconoscere
l’opera della Provvidenza nelle realtà quotidiane della vita.

Santa Famiglia di Nazareth,
custode fedele del mistero della salvezza:
fa’ rinascere in noi la stima del silenzio,
rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera
e trasformale in piccole Chiese domestiche,
rinnova il desiderio della santità,
sostieni la nobile fatica del lavoro,
dell’educazione, dell’ascolto,
della reciproca comprensione e del perdono.

Santa Famiglia di Nazareth,
ridesta nella nostra societ
la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
bene inestimabile e insostituibile.
Ogni famiglia sia dimora accogliente
di bontà e di pace per i bambini e per gli anziani,
per chi è malato e solo, per chi è povero e bisognoso.
Gesù, Maria e Giuseppe voi con fiducia preghiamo,
a voi con gioia ci affidiamo.
papa Francesco – Giornata della Famiglia

Poligamia: la lezione dei paesi islamici

polygamie

“La poligamia e’ vietata. Chiunque sia legato in matrimonio e ne abbia contratto un secondo prima della dissoluzione del precedente sarà passibile di incarcerazione per un anno e di un’ammenda pari a 240.000 franchi oppure di una sola delle suddette pene anche nel caso in cui il nuovo matrimonio non sia stato contratto in maniera conforme alla legge. Qualora in Italia si dovesse promulgare una simile legge, rivolta alla popolazione proveniente dal mondo musulmano, si griderebbe al razzismo e all’islamofobia, alla mancanza di rispetto della cultura e della religione altrui. Ebbene, quello  appena citato è l’articolo 18 del Libro primo dedicato al matrimonio del Codice dello statuto personale tunisino entrato in vigore nel lontano 13 agosto 1956. Un documento questo che si apre con la classica eulogia islamica al-hamdu li-llah, Sia ringraziato Iddio, nonostante l’estrema laicità del documento stesso e del governo di Habib Bourguiba che lo ha emesso. A conferma che si può emanare una legge laica senza contraddire l’islam. E’ interessante analizzare rapidamente il testo dell’articolo 18.In primis si vieta la poligamia che viene perseguita sia con il carcere sia con un’ammenda. Ma non solo, ci si premura a sottolineare che di poligamia si tratta anche qualora il secondo matrimonio venga contratto in maniera non conforme alla legge. Il che equivale a dire qualora si tratti di quello che viene solitamente definito un matrimonio ‘urfi , una promessa innanzi a Dio recitata dai due sposi”, ma con nessun valore legale.

Questo tipo di matrimonio è quello che viene celebrato anche in alcune moschee italiane e non è perseguito in quanto non registrato allo stato civile. Ebbene, in Tunisia lo è da ormai mezzo secolo. Il Codice dello statuto personale tunisino è riuscito a trasformare l’idea di famiglia intesa come un’entità che ruotava intorno a legami per via maschile nell’idea di famiglia intesa come unità coniugale all’interno della quale i legami tra i coniugi, tra genitori e figli svolgevano un ruolo fondamentale. Inoltre conferì alle donne maggiori diritti. Il Codice non solo abolì la poligamia, ma eliminò il diritto del marito al ripudio della moglie, concedendo alle donne la possibilità di richiedere il divorzio e aumentò i diritti di custodia dei figli alle donne.

Tutto questo, ribadisco, mezzo secolo fa. E senza che nessun movimento femminista ne facesse richiesta. Per Habib Bourguiba l’emancipazione della donna rappresentava il punto di partenza, la conditio sine qua non, per l’emancipazione della società tunisina. Anche in Turchia, con il Codice del 1926, che ha sostituito il sistema ottomano, sono stati vietati sia la poligamia sia il ripudio unilaterale. L’unica differenza tra il Codice tunisino e quello turco risiede nel fatto che il primo si pone in continuità con la legge islamica, fornendone una nuova interpretazione, mentre il secondo nasce all’insegna della laicità più totale.

Non va nascosto che gli esempi tunisino e turco sono delle eccezioni. Tuttavia si osserva all’interno di tutto il mondo musulmano, dal Marocco all’Indonesia, a una volontà a migliorare e a tutelare la condizione della donna. Il Marocco, un paese in cui il re è diretto discendente del Profeta Maometto ed ha il titolo di principe dei credenti”, a partire dal febbraio 2004, con la nuova riforma della Mudawana, ovvero il Codice di famiglia, ha migliorato notevolmente la condizione della donna marocchina. Il 10 dicembre 2003 re Mohammed VI aveva dichiarato a proposito: Si tratta della famiglia e della promozione della condizione della donna.

Come si può sperare di assicurare progresso e prosperità a una società quando le sue donne, che ne costituiscono la metà, vedono negati i loro diritti e subiscono ingiustizie, violenza e marginalizzazione, a scapito del diritto alla dignità e all’equità che conferisce loro la nostra sacra religione?” La poligamia nel Codice marocchino riformato viene limitata a casi eccezionali, previo consenso della prima moglie che può però escludere questa eventualità esplicitandolo nel contratto di matrimonio. Inoltre, come spiega il sovrano nel suo discorso, la famiglia viene posta sotto la responsabilità congiunta dei due coniugi.

In Egitto, dove la sharia è ancora la fonte principale della legge e dove l’elemento integralista islamico è all’interno del parlamento, la first lady Suzanne Mubarak in un’intervista rilasciata il 3 dicembre 2006 ha affermato: Non credo che in Egitto si possa vietare la poligamia per legge. Forse in Tunisia le circostanze erano diverse, poiché lì le correnti e il pensiero islamista erano inesistenti.

La Tunisia ha la fortuna di avere potuto prendere numerose decisioni favorevoli alle donne e alla famiglia a quell’epoca, decisioni che oggi non potremmo prendere in maniera così semplice. La poligamia non può essere vietata con la forza, ma può essere combattuta con la cultura. L’uomo deve capire che il matrimonio è sacro così come la famiglia.

Mi stupisce il fatto che un uomo possa avere una moglie e una famiglia, e al contempo un’altra moglie e una seconda famiglia. Le parole di Suzanne Mubarak lasciano intendere che se oggi nel mondo musulmano non si possono attuare certe riforme è per la presenza dilagante dell’estremismo islamico. L’estremismo islamico, ovunque esso si trovi, ha come punto di partenza la sottomissione della donna all’uomo, al velo, a tutto ciò che la circonda. Non a caso un esponente del FIS algerino ebbe modo di affermare che il ruolo della donna è dare la vita a dei musulmani. Se la donna trascura questo ruolo ciò significa che essa si libera dall’ordine di Allah dopo di che essa provocherà l’esaurimento delle fonti dell’islam”. A questa visione, purtroppo diffusa in molte mosche e anche in Occidente, l’intellettuale tunisina Raja Benslama risponde: La questione della donna è inscindibile da quella dell’islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c’è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perché la donna è l’altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all’alterità di ogni altro essere. E la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l’alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull’odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una macchina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, quelli poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell’islam. L’islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all’idea, che secondo me è un’impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l’islam ha liberato la donna, che la sharia le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all’uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica.” Le argomentazioni di Raja Benslama dovrebbero fare riflettere un’Europa in cui può accadere che Christa Datz-Winter, giudice tedesca, vieti un divorzio per direttissima a una donna musulmana tedesca, picchiata dal marito, sostenendo che entrambi i coniugi provenivano da un ambito culturale marocchino dove non è strano che un uomo eserciti il diritto alla punizione corporale nei confronti della moglie”, adducendo come prova il versetto coranico che consente al marito di picchiare la moglie. Ma anche un’Italia dove la poligamia esiste e non è solo di importazione, bensì viene celebrata nelle moschee, dove il velo viene definito non solo da estremisti islamici, ma anche da alcuni politici italiani un simbolo religioso. Un’Italia che all’insegna della tolleranza e del rispetto dell’altro consente pratiche in disuso o addirittura vietate nel mondo islamico. Un’Italia in cui le immigrate musulmane subiscono violenze e soprusi, impensabili nel loro paese d’origine. Così facendo l’Italia e l’Europa dimostreranno di essere più islamiche dei paesi islamici e di non proteggere quei valori della famiglia che tanto stanno a cuore alla maggioranza dei musulmani, laici o praticanti non adepti all’estremismo islamico, che risiedono nel nostro paese.

di Valentina Colombo Acmid Donna

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

La storia di Walter, il pastore, che ha rinunciato al trapianto per far spazio agli altri

Prima di tutto, prima di ogni riflessione, c’e’ la domanda: “Ma io lo avrei fatto?”. La risposta non e’ immediata, ma alla fine e’ un “no, forse no”. La mia debolezza mi scuote e solleva allo stesso tempo. Eppure, di fronte a Walter Bevilacqua, tolgo il cappello, con quel soffio di devozione piccola ma sincera che può sorgere anche tra uomini lontani.

Un pastore dei monti della valle Divedro, a pochi passi dal confine svizzero. Aveva vissuto lì, senza sposarsi mai, allevato dal nonno. Una vita per il lavoro, «senza mai un giorno di pausa», tra animali e agricoltura. È morto l’altro ieri, a 68 anni, nell’Ospedale in cui effettuava la dialisi per la sua grave malattia renale. Il cuore ha ceduto. La sua morte diventa notizia e schianto quando don Fausto Frigerio, il parroco del paese, rivela, durante la cerimonia funebre, che mesi prima aveva rinunciato al trapianto di un rene, per il quale era giunto il suo momento in lista d’attesa. Perché? «Sono solo – aveva confidato – non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere».

Non sono d’accordo. Non è vero, per esempio, che qualcuno abbia più diritto di vivere di altri. Eppure, di fronte al suo atto di coraggio e dedizione, resto sbigottito e ammirato. Il suo altruismo lo conoscevano tutti, ma non fino a questo punto. È l’impennata dell’umano, che ogni tanto, da qualche parte del mondo, accade portentosa. Anche nel più sconosciuto borgo di montagna, nel cuore dell’uomo più semplice e meno erudito.

Ieri studiavo le principali teorie sulla storia e il suo corso. Tutte fondate sul male. La storia sarebbe lotta di classe, guerra di dominio, determinata dall’economia e dall’interesse. Ma come si fa a dirlo di fronte a fatti come questo? Come si fa a dire che l’uomo è solo “homini lupus”? Sì sì, eroe del giorno senza dubbio. Anzi, di più: uno dei tanti (tantissimi) eroi della storia umana. Con un’umile “correzione”: vorrei dirgli che la sua vita, proprio per questo suo cuore grande, non valeva, non è valsa, meno di nessun altra.

Lettera di Santa Teresa di Calcutta agli Italiani

31 maggio 1992

Cari amici di tutta Italia,

oggi Gesù viene in mezzo a noi ancora una volta come bambino – come il bambino non nato – ed i suoi non lo accolgono. Gesù divenne un fanciullo in Betlemme per insegnarci ad amare il bambino.

Il bambino non nato – il feto umano – è un membro vivente della razza umana – come te e me – creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda vita – un altro essere umano – è già nel grembo della madre. Distruggere questa vita con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio.

Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”. se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?

L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore.
È mia preghiera per ciascuno di voi, che voi possiate battervi per Dio, per la vita e per la famiglia, e proteggere il bambino non ancora nato.
Preghiamo.
Dio vi benedica

Madre Teresa

Il pericolo della logofobia nel dibattito sui diritti delle coppie omosessuali (Pessina)

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni. L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi.
(COSA DICONO I PEDIATRI)

Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile.

La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali.

I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata. Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione.

Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare. La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana.

Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

(©L’Osservatore Romano 13 gennaio 2013)

 

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!

Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….

Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.

Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.

Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.

Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.

Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.

La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.

Ci sono famiglie che affrontanocon coraggio disabilità ben più gravi. Anoi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.

A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…

E’ stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tantecose, ma più lentamente.

Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!

Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà…

Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso…

Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto…

Pensieri scomodi da vivere e da riportare.

Nostra figlia è nata un po’ prima del previsto.

Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti…

Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com’è bella!”. L’hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d’amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica…

Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno… Basta fidarsi, basta guardare un po’ in su e avere fede.

Fonte: vitanascente.blogspot.it

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

Famiglia: guida a tutte le agevolazioni 2017

agevolazioniarticolo in fase di revisione

Ecco i sussidi che lo Stato offre ai nuclei familiari in difficoltà.
(ndr: come Amici di Lazzaro, sosteniamo solo famiglie e donne vittime di sfruttamento e tratta, tutte le altre situazioni lle indirizziamo alle Caritas e SanVincenzo del territorio)

La crisi sembra non voler terminare mai e molte famiglie si trovano in difficoltà ad arrivare a fine mese. Anche le nascite, purtroppo, sono in calo, in considerazione del timore di molti italiani di non riuscire a gestire il peso economico che una famiglia può
generare. Timore che colpisce anche numerosi giovani, restii a sposarsi. Ma la famiglia è la cosa più importante
che c’è e non bisogna dimenticare che, nonostante tutto, lo Stato italiano offre alcune agevolazioni per sostenerla. Vediamo, in breve, quali sono quelle disponibili per il 2017.

Bonus su utenze e tasse.
Le prime agevolazioni offerte ai cittadini in difficoltà e con reddito basso sono quelle relative alle utenze e ad alcune tasse. Si pensi alla possibilità di vedersi applicato uno sconto sulla bolletta della luce e del gas della durata di 12 mesi e rinnovabile annualmente, concesso
alle famiglie con Isee non superiore a 7.500 euro, elevato a 20.000 nel caso in cui vi siano più di tre figli a carico. Si pensi ancora alla possibilità di pagare in maniera ridotta la bolletta dell’acqua,
concessa da alcuni Comuni in presenza di requisiti definiti dagli stessi in maniera variabile. Si pensi ancora allo sconto del 50% sul canone Telecom (e non sulle telefonate) concesso nei casi in cui nel
nucleo familiare sia presente un titolare di pensione di invalidità civile, un titolare di assegno sociale, un disoccupato o una persona che abbia più di 75 anni di età e in cui il reddito familiare non superi gli euro 6.713,94. Venendo alle tasse, in alcuni Comuni sono previste riduzioni o addirittura esenzioni dalla Tari, per le famiglie a basso reddito. Anche il tanto discusso canone Rai può non essere più un
problema per i cittadini che abbiano più di 75 anni di età e un reddito Isee non superiore ad euro 6.713.94.

Bonus per i figli.
Ancora più numerosi sono i bonus indirizzati a sostenere le famiglie con figli. Iniziamo dal bonus bebè, ovverosia l’assegno corrisposto alle famiglie con Isee sino a 25mila euro e consistente in un assegno mensile di 80 euro per ciascun figlio nato o adottato negli anni 2015, 2016 e 2017. Tale beneficio dura sino al compimento del terzo anno di età del bambino cui si riferisce e il suo importo è raddoppiato per le famiglie il cui Isee non superi i 7mila euro. Un altro sussidio a
sostegno della genitorialità è rappresentato dal bonus famiglie numerose, ovverosia dalla detrazione fiscale complessiva di 1.200 euro destinata alle famiglie in cui vi siano almeno quattro figli a carico.
Non dimentichiamo, poi, i voucher baby sitter e asili nido, ovverosia il contributo mensile di 600 euro richiedibile dai genitori in alternativa al congedo parentale e utilizzabile per pagare la retta dell’asilo o il servizio di baby sitting. Si è ancora in attesa della family card, introdotta dalla legge di stabilità 2016 con lo scopo di permettere alle famiglie con almeno tre figli a carico di chiedere sconti su
determinati beni e servizi.
Il bonus libri.
Un’altra interessante agevolazione è rappresentata dal bonus libri, che i Comuni erogano, al ricorrere di requisiti diversi a seconda della Regione di appartenenza, alle famiglie a basso reddito per l’acquisto di libri di testo e materiale necessario ai figli che frequentano la scuola
dell’obbligo.

La social card e l’assegno familiare.
Da ultimo va ricordata la possibilità di richiedere la social card
e l’assegno familiare. La prima si concretizza in un sussidio di 40 euro mensili corrisposto alle famiglie a basso reddito in cui vi sia un minore di tre anni o un adulto di età superiore a sessantacinque anni.
L’assegno familiare, invece, è erogato dai Comuni ai nuclei familiari di cui facciano parte almeno un genitore e tre figli minori e il cui Isee non superi 8.555,99 euro.

Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

Insomma, perchè la famiglia? (Pino Pellegrino)

foto_famigliaParliamo di fatti provati in lungo e in largo da migliaia di psicologi i quali hanno accertato il bisogno innato di amore di ogni neonato umano. Bisogno che, per essere soddisfatto, deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.

Secondo noi, le ragioni di fondo che spiegano il perché della famiglia, intesa come nucleo di società umana formata da un uomo e da una donna che hanno intenzione di perdurare nella loro unione e di aver figli, le ragioni di fondo, dicevamo, sono due.
La prima è il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di appartenenza.
Nessuno ama essere figlio di nessuno!
In altre parole, tutti nasciamo con il bisogno di una qualche paternità e maternità.
Un bisogno innato e così naturale per cui al piccolo dell’uomo non interessa tanto (si noti!) chi lo mette al mondo; interessa chi si prende cura di lui!
Se i tre o quattro bambini che nascono mentre state leggendo questa riga potessero parlare, direbbero: “Non siamo pietre: non ci basta esistere. Non siamo piante: non ci basta respirare. Non siamo bestie: non ci basta mangiare. Siamo uomini: abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi: bisogno d’essere fatti propri da qualcuno!”.
Ecco: siamo così fatti, d’aver tutti bisogno di un secondo cuore. Chi lo trova, vive; chi non lo trova, muore. Non stiamo scrivendo sopra le righe. Stiamo parlando di fatti provati in lungo e in largo da mille psicologi i quali hanno accertato al cento per cento il bisogno innato di amore di ogni neonato umano.
Bisogno che per essere soddisfatto deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.
Ebbene, solo un grembo familiare può dare al piccolo un amore con questi tre connotati. Ci spiace che lo spazio ci impedisca di provarlo nei dettagli (l’abbiamo fatto altrove).
Ma, pur nella brevità, desideriamo che si sappia che siamo proprio convinti di ciò che diciamo, cioè che la famiglia è l’istituzione ideale per soddisfare il bisogno di appartenenza, il bisogno naturale d’amore dell’essere umano con i tre connotati accennati.
Qualora si trovasse un’istituzione che rispondesse meglio a tale necessità di fondo, saremmo i primi ad abbandonare la famiglia e ad abbracciare la nuova soluzione. Ma fino ad oggi non si è trovata! Né, siamo convinti, si troverà mai, a meno che non cambi l’identità dell’uomo!
La seconda ragione che spiega il perché della famiglia è il fatto che l’uomo, tra tutte le specie animali, è quello che nasce il più inetto.
Potremmo dire che nasciamo, tutti, troppo presto; a differenza degli animali che nascono non inetti, ma atti!
Il piccolo della giraffa, ad esempio, riesce a stare dritto sulle proprie gambe appena venti minuti dalla nascita; lo stesso vale per i pulcini della gallina, per i piccoli dei passerotti, delle quaglie, subito pronti per la vita autonoma.
Il piccolo dell’uomo, invece, dopo la nascita ha bisogno di continuare a nascere.
Ciò può avvenire (è qui che scatta il ragionamento!) solo se vede qualcuno che già viva da uomo e gli faccia da modello. L’uomo cresce solo all’ombra di un altro uomo.
Anche questa è una legge naturale, come quella del secondo cuore.
Non è il rapporto con le cose che ci fa crescere; neppure il rapporto con gli animali, ma solo il rapporto con altri uomini cresciuti.
In una parola: il bambino, per crescere, ha bisogno di incontrarsi, fin dalla nascita, con un uomo ed una donna ‘adulti’, nel senso proprio della parola (adulto, cioè cresciuto).
Fin dalla nascita, abbiamo detto.
È abbondantemente provato, infatti, che sono i primissimi anni a guidare la vita intera.
È impossibile crescere uomini se non si è accolti amorevolmente, fin dalla nascita, da qualcuno che ci insegni i primi elementi della grammatica umana.
Tiriamo la somma:

.. Ha ragione l’antropologa Margaret Mead (1901-1978): “Per quante ‘comuni’ (convivenze a più) si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto”.
Bersagliare la famiglia è sparare alla Croce Rossa! In questo caso dobbiamo concordare con Giuseppe Mazzini (1805-1872): “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro!”.

DITEMI SE NON È UN MARITO STUPENDO!
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro, quando con il parafango andò ad urtare il paraurti di un’altra auto.
Si mise a piangere quando vide che era una macchina nuova, appena ritirata dal concessionario.
Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell’altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente ed i dati del libretto.
Quando la donna cercò i documenti in una grande busta marrone, cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile c’erano queste parole: “In caso di incidente, ricorda, tesoro, che io amo te, non la macchina!”.
Parole d’oro che riportarono la primavera nel cuore della donna!

DITEMI SE NON È UNA MOGLIE STUPENDA!
“Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare, se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui!”. Non io!
A qualunque ora della notte io mi alzo dal letto e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci. È così bello noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti accanto. E lui dice cose del tipo: «Questo mi ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento, quando balzò in aria…!». E mima il salto con la mano. Attraversa la cucina, come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro.
Infine i pesci sono sul piatto, si va a dormire.
L’aria balugina d’argeno: siamo marito e moglie”. (Adelia Prado)

Sei condizioni che facilitano il dialogo con i nostri figli adolescenti.

Creare un ambiente propizio e cercare il momento adeguato, serenità e fiducia. La verità è che non è facile parlare con i nostri figli adolescenti, ma questo non deve farci dare per vinti. Sono nell’età in cui hanno più bisogno di parlare, anche se è anche il momento vitale in cui costa loro maggiormente farlo con i genitori. Per questo, saremo sicuramente noi a doverci sforzare di più. Vale la pena di provarci perché c’è molto in gioco: niente di più e niente di meno dell’educazione dei nostri figli.
Forse dopo aver evitato gli errori più usuali nella comunicazione con i nostri figli adolescenti dovremmo tener conto del fatto che questo dialogo ha dei requisiti propri.
1. Creare l’ambiente propizio e cercare il momento adeguato.
Non quando i genitori vogliono, ma quando i figli ne hanno bisogno. Non è facile stabilire un momento della giornata per parlare, perché forse il figlio deve raccontare qualcosa nel momento meno opportuno. In quel caso bisogna lasciare tutto da parte e assisterlo, perché anche se in quel preciso istante possono esserci cose molto urgenti, sicuramente non c’è nulla di più importante. Se si lascia passare l’occasione, sarà perduta per sempre. Per questo è fondamentale che sappiano di poter sempre contare sui genitori, che siamo lì e ci siamo davvero.
2. Serenità e fiducia.
Se la prima volta in cui un figlio ci fa una confidenza un po’ “forte” ci mettiamo le mani nei capelli, facciamo uno scandalo o lo puniamo severamente, probabilmente sarà l’ultima volta in cui si confiderà con noi. Come quel ragazzo che, dopo che avevo parlato con lui, ha deciso di dire ai suoi genitori che nel fine settimana aveva fumato marijuana. Quando la madre ha sentito che aveva fumato, ha iniziato a gridare talmente da finire per non sapere cosa avesse fumato il figlio.
La fiducia è una virtù reciproca, chi la dà la riceve a sua volta. Non è una virtù che si acquisisce, ma che si dà: la condizione di ogni dialogo. Se non abbiamo fiducia nei nostri figli, se non diamo loro fiducia, anche se ci risulta difficile e a volte ci sembra anche rischioso, rimarremo senza sapere cosa succede loro.
3. Accettare le loro forme.
Non possiamo aspettarci che tutto fili liscio come l’olio. Siamo noi adulti a dover mettere la serenità. I figli probabilmente alzeranno la voce o discuteranno in modo acceso.
Pretendere una conversazione affabile con un figlio o una figlia adolescente significa non capire il suo registro. Non ci deve influenzare il fatto che gridino più del dovuto. Tendiamo a dare più importanza alla forma che al contenuto, e in questo modo sprechiamo le energie discutendo di formalità e perdiamo una nuova occasione di educare. È chiaro che dobbiamo educare anche nella forma, ma non ci riusciremo se la perdiamo noi.
4. Dare ragioni consistenti per loro.
Mediante il dialogo si ragiona. Non si tratta di intavolare battaglie dialettiche, in cui perde chi grida di meno e non vince nessuno, ma di ragionare e di far ragionare. Questo, però, non si ottiene mettendo sul tavolo buone ragioni dal nostro punto di vista, ma presentando ragioni che abbiano peso per i figli. Può essere che per un adolescente “studiare per diventare qualcuno nella vita” non abbia tanto peso quando “studiare per poter fare il lavoro che piace”.
5. Stabilire patti.
La “contrattazione” può essere una forma di conversazione che dà molto gioco.
Bisogna saper cedere sulle cose superficiali, per “vincere” in ciò che è essenziale. Forse vale la pena di cambiare un taglio di capelli o un tatuaggio per una domenica in famiglia. La questione è che quando si stringe un patto si produce un impegno, e l’impegno unisce.
6. Motivazione dialogata.
Bisogna infine approfittare del dialogo per dare criteri ai figli. Non si tratta di fare di ogni conversazione un sermone o un rimprovero, che in genere non serve a nulla. I tipici sermoni assomigliano a quella tormenta che non appena si vede arrivare ci dà il tempo di rifugiarci o di prendere l’ombrello: ti puoi bagnare la prima volta, ma non quelle successive. Continuando con il paragone, le conversazioni con i figli adolescenti non dovrebbero essere tormentose, ma come una pioggerella fine che non riesce ad allarmarci abbastanza da farci cercare un rifugio o tirare fuori l’ombrello ma che finisce per bagnarci. Questo permette a noi genitori di seminare valori e criteri nei nostri figli. Si tratta, in definitiva, di essere sempre disposti al dialogo, non di fare sermoni in occasione delle pagelle, per come si vestono o per la musica che ascoltano.
In ogni momento dobbiamo cercare di trasmettere ottimismo. Forse è quello di cui hanno più bisogno nella tappa fondamentale che stanno vivendo. Se siamo dei genitori brontoloni che sanno solo lamentarsi per tutto, incapaci di vedere l’aspetto positivo delle cose, sicuramente alzeremo senza volerlo un muro che intercetta ogni comunicazione.
Alcune espressioni che usiamo troppo spesso come “Sono stufo di te”, “Non sei capace di farlo”, “Impara da tuo fratello” e altre del genere non favoriscono certo il dialogo. È meglio adottare un atteggiamento ottimista e dire cose come: “Sono certo che sei capace di farlo”; “Sono molto orgoglioso di te”, “Noto che migliori ogni giorno”, “Ci riuscirai”… Parleremo sicuramente di più con i nostri figli perché troveranno in noi “dei genitori che sanno ascoltare”.
di Roberta Sciamplicotti da Aleteia

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Papa’, assicurami che valeva la pena venire al mondo

L-educazione-dei-figliai miei genitori, Dario e Clementina  che mi hanno dato la vita, e con essa il sentimento  della sua grandezza e positivita’  a Clementina Mazzoleni, mia professoressa di italiano  cui devo la passione  per la letteratura e per l’insegnamento a don Luigi Giussani,  che a quel sentimento e a quella passione  ha dato la stabilita’ e la certezza della fede”.

Basterebbe la dedica del mio ultimo libro per il segreto dell’educazione: una serie di incontri con dei maestri che testimoniano la positività della vita.
Comincio da una constatazione elementare: quando veniamo al mondo, quando nasciamo o meglio quando un uomo impatta nella realtà, che cosa succede?
Succede che Dio procura a questo bambino due cose: la realtà che ha intorno e sé stesso.
La realtà questo bambino ha diritto di incontrarla in tutte le sue manifestazioni, tanto che gli esperti dicono che fin dal momento del concepimento, anche prima della nascita, il feto comincia a costruire questo rapporto con la realtà circostante.
Più complessa è la definizione di sé stesso, perché nell’uomo il sé stesso coincide con la corrispondenza dell’essere con il Creatore. Questa corrispondenza si percepisce attraverso il desiderio di bene, il desiderio di significato, esigenza di verità.

Con questa premessa educazione diventa accompagnare il bambino, mano a mano che diventa grande, a sentire soddisfatto questo desiderio, a rendersene cosciente e a verificarlo tutti i giorni nella vita.
In questo percorso, che avviene per gradi, dobbiamo tener presente alcuni punti di riferimento: primo punto è la lealtà con la tradizione intesa come sorgente della capacità di certezza. L’unica possibilità di certezza per un figlio o per un alunno per crescere consapevole è quella di potersi paragonare lealmente con un adulto che sa dove va, sa che cosa vuole, sa che cosa è per sé la felicità, un adulto che testimonia un bene possibile. I genitori devono essere una proposta vivente di fronte ai propri figli.

Secondo punto, che per certi ambienti può sembrare anacronistico, è l’autorità, cioè l’essenzialità di una proposta che diventa l’esistenzialità di una proposta. Secondo Don Giuissani “la funzione educatrice di una vera autorità si configura come funzione di coerenza ovvero una continuità di richiamo all’impegno verso i valori essenziali e all’impegno della coscienza con essi, cioè un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà”.

La funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica, in altre parole la certezza dei nostri ragazzi, la solidità della loro personalità cresce e si struttura attorno a una sicurezza che gli testimonia l’adulto. In questo senso la paura di sbagliare (sentimento sempre più comune) è pericolosa e forse si potrebbe dire che il grande segreto dell’educazione è proprio questo: non aver paura di sbagliare.

Qui entra in gioco il terzo punto o meglio la parola che sintetizza tutto il processo educativo: Misericordia. L’educazione è una grande misericordia, è un grande continuo perdono, è un continuo abbraccio all’altro prima ancora che cambi. Misericordia vuol dire che io ti amo prima che tu cambi, prima che tu diventi come io vorrei, prima che tu diventi buono e obbediente, prima che tu diventi migliore; prima di tutto io, adulto, affermo il tuo valore qualunque sia l’esito o l’attesa. Affermare il valore prima di ogni pretesa.

In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli, ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo nella storia dell’umanità esattamente con lo stesso cuore, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati da un insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici (come noi).

Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
La risposta me la sono data un pomeriggio mentre stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano di 5 anni.
Correggevo i temi come fanno tutti gli insegnanti di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che mio figlio si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre a lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che quello sguardo, quegli occhi di bambino, contenessero una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

Questa è la domanda dell’educazione che tutti dovremmo portare sempre dentro “quale speranza ti sostiene?” L’educazione comincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di una risposta prima di tutto per sé stesso.

L’uomo vale per quello che si vede nel suo agire, è nell’azione che si dimostra il proprio interesse, allora si diventa testimoni nel quotidiano, nell’uso del tempo, dei soldi, della casa, delle energie nella gestione dei rapporti … perché un figlio ti guarda sempre e si può rispondere solo con la vita.
di Franco Nembrini  per La Croce