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Per i figli di coppie gay i problemi raddoppiano

L’analisi attenta e senza pregiudizi delle circa 75 ricerche realizzate soprattutto negli Stati Uniti sui figli di genitori omosessuali mostra che la tesi della “nessuna differenza” è scientificamente infondata. «I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini». Lo afferma Paul Sullins, docente di sociologia alla Catholic University of America di Washington, considerato tra i massimi studiosi del tema, autore di importanti studi sul tema dell’adattamento dei figli di coppie omosessuali, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano.

In Italia, anche a livello scientifico, è quasi impossibile discutere con moderazione sul tema dell’omogenitorialità. Chi solleva dubbi circa la tesi secondo cui i bambini dei genitori dello stesso sesso non mostrano problemi di sviluppo, è facilmente accusato di omofobia. Succede lo stesso negli Stati Uniti?
Penso che noi, che riconosciamo la presenza di problemi nello sviluppo di figli di coppie omosessuali, siamo sovente accusati di omofobia perché le prove in questa direzione sono talmente forti che coloro che ingenuamente accettano la tesi opposta avrebbero altrimenti ben pochi argomenti. Dobbiamo ricordare che molti, probabilmente la maggior parte, degli scienziati in questo campo sono essi stessi omosessuali e rispondono a livello emotivo e personale. Forse sono stati, a propria volta, oggetto di stigmatizzazione per il proprio orientamento sessuale. Quando mostriamo loro delle prove a sostegno delle difficoltà affrontate da queste famiglie, stiamo dunque loro chiedendo di affrontare una verità difficile.

La maggior parte della letteratura scientifica afferma che non esistono differenze tra i bambini di genitori dello stesso sesso e figli di genitori eterosessuali. È proprio così?
La tesi secondo la quale non ci sarebbero differenze tra i figli di famiglie omo ed eterosessuali è una pura invenzione, senza alcun fondamento scientifico. Ci sono due problemi principali nei circa 75 studi su cui tale tesi è fondata. Innanzitutto, la possibilità di trarre inferenze scientifiche si basa sull’utilizzo di campioni casuali accuratamente selezionati ma la maggior parte degli studi (almeno 70) non fa uso di un campione casuale. Al contrario, i partecipanti a questi studi vengono selezionati tra i membri attivi di gruppi a supporto della genitorialità gay.

Quali problemi dal punto di vista metodologico?
La maggior parte delle ricerche conta su meno di 40 partecipanti. Secondariamente, nessuno dei quattro o cinque studi che fanno uso di un campione casuale ha identificato direttamente le coppie omosessuali ma si è invece basato su un calcolo che, come abbiamo appurato, classifica erroneamente le coppie eterosessuali come omosessuali, sovrastimandone così il numero.

Riferendosi ai suoi studi, quali sono le difficoltà più comuni riscontrate nei bambini dei genitori dello stesso sesso?
I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini. Ho potuto riscontrare risultati analoghi in molte mie ricerche che usavano database diversi e anche altri studiosi sono giunti a conclusioni simili, anche mediante studi longitudinali, che hanno seguito i bambini per oltre 20 anni.

Possiamo attribuire queste difficoltà alla stigmatizzazione da parte della società nei confronti delle persone omosessuali?
La stigmatizzazione è indubbiamente un problema ma non è un problema più grave per i figli di coppie gay né è in grado di spiegarne la maggior vulnerabilità. Ciò non significa in alcun modo che la stigmatizzazione sia accettabile. In tal senso, dobbiamo impegnarci per ridurre gli episodi di bullismo e vittimizzazione che costituiscono un problema grave per molti bambini, inclusi i figli di coppie gay.

Si sentirebbe di sostenere l’approvazione di leggi che permettono l’adozione da parte di genitori dello stesso sesso?
In generale no, ma credo possano sempre esserci delle eccezioni. Non credo che i risultati della mia ricerca possano diventare un punto a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali, dal momento che i figli di coppie adottive fanno già esperienza di maggiori difficoltà emotive. Dovremmo però chiederci qual è il superiore interesse del bambino. Dal momento che è cinquanta volte più probabile che un bambino sia eterosessuale piuttosto che omosessuale, il superiore interesse del bambino dovrebbe risiedere nel suo affidamento ad una coppia eterosessuale.

Una regola da rispettare in qualunque situazione?
No, non dovrebbe essere applicata in maniera rigida o automatica, fondata su ideologie politiche, di qualunque colore esse siano. Quando si prende in considerazione l’adozione da parte di un individuo omosessuale, occorre distinguere tra l’adozione da parte di due genitori – in cui due persone, nessuna delle quali legata al bambino da rapporti di parentela, chiedono allo stesso tempo di diventare legalmente genitori di un minore – e l’adozione da parte di un solo genitore, in cui il partner di uno dei genitori biologici del bambino chiede di poterlo adottare. Posso immaginare casi in cui permettere questo secondo caso (l’adozione da parte di un genitore) possa rappresentare l’interesse del bambino, ad esempio quando non è possibile ottenere supporto materiale e morale da parte dell’altro genitore naturale.
Luciano Moia – Avvenire

Io, figlia dell’eterologa, cioe’ usata

Stephanie RaeymaekersUn prodotto del supermercato a cui è stata tagliata via l’etichetta. È così che Stephanie Raeymaekers, 36 anni, definisce se stessa e quanti, come lei, sono “figli dell’eterologa”. La scoperta sul suo concepimento avviene a 25 anni, per caso. Da qui, la decisione di cercare il suo padre biologico: una missione impossibile, perché il Belgio, dov’è nata, vieta per legge di rintracciare i donatori di seme. Ciò non le impedisce di portare avanti la sua battaglia a difesa dei diritti dei bambini creati attraverso l’eterologa o l’utero in affitto, “la nuova frontiera dello sfruttamento”.
Per farlo ha creato un’associazione, Donorkinderen (“figli dei donatori”). La sua storia inizia con un uomo e una donna, i suoi genitori, che voglio disperatamente avere un figlio. «Dopo otto anni di tentativi, mio padre è stato dichiarato sterile». Si rivolgono a uno specialista della fertilità, che nel 1978 li sottopone a trattamento per inseminazione artificiale, attraverso la prima Banca del seme ufficiale del Belgio. Un’unica condizione: non raccontare mai la verità se fossero riusciti a concepire un figlio. Nel gennaio del 1979 nascono Stephanie e i suoi due gemelli, Bernard e Sophie.

Tre anni dopo arriva un quarto figlio, concepito naturalmente. «Per mio padre – rivela – è stato uno shock. Si sentiva tradito da mia madre e dal medico». L’infanzia e l’adolescenza sono difficili. «Ho sempre avvertito una certa distanza con mio padre, non riuscivamo a creare un legame. Quand’eravamo piccoli, pensavamo non fossimo abbastanza bravi o intelligenti per meritarci il suo amore, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in noi». Il peso di anni di bugie si abbatte sulla famiglia quando una zia non riesce più a mantenere “il segreto”. Gli equilibri saltano, per tutti. «Quando scopri una cosa del genere tardi, vivi una crisi d’identità. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci». A questo si aggiunge il capire che i tuoi genitori ti hanno mentito. «Mia madre si è giustificata dicendo di aver solo seguito il consiglio del medico, di non averci pensato su. Mio padre ha detto di sentirsi sollevato, perché non era più obbligato a fingere. Non riusciva ad accettarci. Ha cancellato me, mia sorella e mio fratello dalla sua vita». Le sue parole, ammette, «mi hanno ferita, ma ora sono cresciuta. Cerco di lasciare il passato per quello che è ed essere il miglior genitore possibile per i miei figli».

Resta però la rabbia nei confronti di un sistema che «è cieco dinanzi alle conseguenze di un’industria che vende e crea esseri umani in questi modi». Per Stephanie il diritto a diventare genitore, rivendicato da chi sostiene fecondazione eterologa e utero in affitto, «è un diritto auto-proclamato, in nome del quale si causa un’ingiustizia ancora più grande sui bambini che vengono prodotti». L’industria della fertilità «si concentra sui risultati a breve termine, rifiuta di prendersi responsabilità, affermando di offrire solo quello che i clienti vogliono. Ma dopo la gravidanza c’è un bambino, un essere umano che cresce ed è costretto a sopportare le inevitabili implicazioni del modo in cui è stato creato. È per questo che la fecondazione eterologa o la maternità surrogata sono così assurde: infliggiamo intenzionalmente della sofferenza sulle persone prima ancora che siano nate. Dov’è il senso, la logica o l’amore in tutto questo?»

L’amore ai tempi del DNA

dna-fhdLa porta dell’universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia… quando l’analisi di un capello può decidere l’inizio o la fine di una storia d’amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?

Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l’alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell’amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l’amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all’attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una “mappa” abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L’amore ai tempi del DNA… quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l’istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non “rischiare”. È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l’essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

Annarita Petrino Zenit.org

La fecondazione in vitro crea scompiglio in famiglia

fivet2Continua a crescere la domanda di trattamenti di fecondazione in vitro, ma aumentano anche le preoccupazioni relative alla gestione delle cliniche e alle conseguenze negative per le famiglie. Un eminente esperto di origini britanniche ha espresso di recente parole dure contro questa industria, i cui metodi sono da tempo oggetto di critiche da parte della Chiesa.

Robert Winston, professore di Scienze della Riproduzione presso l’Imperial College di Londra, ha affermato che le cliniche si lasciano corrompere con i soldi e che i dottori sfruttano le donne che si rivolgono a loro spinte dal desiderio disperato di restare incinta, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso anno. “È facile sfruttare le persone quando queste sono disperate e quando tu hai la tecnologia di cui hanno bisogno, sebbene questa possa comportare conseguenze negative”, ha affermato.

Per quanto riguarda l’impatto sulla famiglia, uno dei cambiamenti che si sono registrati è la tendenza a fare figli in età più avanzata (dal Times). La percentuale dei pazienti tra i 40 e i 45 anni che si sottopone a fecondazioni in vitro (FIV) è aumentata dal 10% degli anni ’90, al 15% del 2006, osserva l’articolo. L’anno scorso vi sono state 6.174 donne di questa fascia di età che hanno fatto ricorso alla FIV, rispetto a sole 596 nel 1991.

Anche l’età media dei pazienti FIV è aumentata: rispetto al 1996 essa si è innalzata di un intero anno passando dai 33,8 anni ai 34,8. Il dato proviene dalla Human Fertilization and Embryology Authority.

Il Times osserva che, sulle donne in età più avanzata, il numero dei trattamenti che riescono con successo è di gran lunga inferiore. Per le donne tra i 40 e i 42 anni, il tasso di nascita relativo al primo trattamento FIV è del 9%, mentre quando queste superano i 44 anni, il tasso scende all’1%.

Inoltre, ai 40 anni, il rischio di problemi di gravidanza aumenta del doppio rispetto alle ventenni e così come aumentano le probabilità di gravidanze extrauterine, di nascite premature, di morte alla nascita, di morte neonatale e di malformazioni.

Gemelli a 60 anni

Poco dopo la pubblicazione di questi dati, è arrivata la notizia dagli Stati Uniti di una donna di 60 anni che ha dato alla luce due gemelli maschi, secondo quanto riportato dall’Associated Press il 23 maggio. Frieda Birnbaum ha partorito al Hackensack University Medical Center, di New Jersey.

Un altro caso che ha ricevuto attenzione è quello di una donna spagnola, Carmela Bousada, che all’età di 67 anni ha fatto nascere due gemelli, secondo il Times del 29 gennaio. Questa donna si è sottoposta a trattamento FIV presso il Pacific Fertility Center di Los Angeles.

Intanto, il quotidiano canadese Ottawa Citizen ha riferito il 18 aprile scorso del caso di Melanie Boivin, che ha donato i propri ovuli alla figlia Flavie.

La figlia di 7 anni è affetta da sterilità congenita. Secondo l’articolo, se Flavie un giorno decidesse di usare gli ovuli per rimanere incinta, potrà diventare madre della sua sorella genetica e Melanine Boivin diventerà al contempo mamma e nonna.

Sulla vicenda, l’eticista Margaret Somerville si è espressa in modo critico, secondo quanto riportato dal giornale. “Dobbiamo pensare bene a ciò che facciamo quando giochiamo con la natura”, ha affermato, osservando che una procedura di questo tipo sovverte completamente il normale corso della vita.

Un’altra pratica che solleva dubbi dal punto di vista etico è quella di ricorrere al cosiddetto utero in affitto, sfruttando le donne dei Paesi in via di sviluppo, perché portino in grembo i figli delle famiglie dei Paesi più ricchi. Questo fenomeno si sta già verificando ad esempio in India, ha spiegato la Reuters in un articolo pubblicato il 4 febbraio.

Negli Stati Uniti un utero in affitto arriva a costare fino a 50.000 dollari (36.000 euro), ha affermato allaReuters Gautam Allahbadia, esperta in fertilità. In India invece tutto ciò si può fare con 10 o 12 mila dollari (7,2 o 8,7 mila euro). Le cliniche indiane solitamente fanno pagare 2 o 3 mila dollari (1,5 o 2 mila euro) per il trattamento, mentre alla madre surrogata spettano dai 3 ai 6 mila dollari (2 o 4 mila euro).

L’articolo osserva che dati ufficiali relativi a questo fenomeno non esistono, ma è possibile che ogni anno nascano in India dai 100 ai 150 bambini da uteri in affitto.

Senza madre

Le cliniche stanno iniziando anche ad offrire trattamenti specifici per gli omosessuali. The Fertility Institutes di Los Angeles ha avviato un programma per maschi omosessuali che vogliono diventare partner, secondo laReuters del 14 marzo.

Il direttore della clinica, Jeffrey Steinberg, ha riferito che sono stati già effettuati circa 70 trattamenti ad altrettante coppie gay e che è in fase di istituzione un servizio apposito. Egli ha anche osservato che circa tre quarti delle coppie omosessuali pagano una quota in più per poter scegliere il sesso dei loro bambini.

Gli intricati intrecci familiari creati dalle tecniche FIV danno origine anche ad una serie complessa di problemi legali. Una madre surrogata, che non ha alcun collegamento genetico con il bambino che porta in grembo, non può essere indicata come madre sul certificato di nascita, secondo la Corte d’Appello del Maryland Court, come riferito dall’Associated Press il 16 maggio.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda due gemelli nati nel 2001. La donna che li ha partoriti era una madre surrogata, senza alcuna relazione genetica con i gemelli.

Un altro caso, ancora in fase di giudizio, riguarda il destino di alcuni embrioni congelati, appartenenti ad Augusta e Randy Roman, i quali avevano deciso di sottoporsi a trattamenti per produrre gli embrioni. Tuttavia, qualche ora prima del previsto impianto, il marito ha deciso di interrompere il procedimento, secondo quanto riportato dal Los Angeles Times il 30 maggio.

Questo avveniva nel 2002 e l’anno successivo la coppia ha divorziato. Da allora essi non hanno trovato un accordo su cosa fare degli embrioni congelati e la questione è ora arrivata la Corte Suprema del Texas. Randy vuole che gli embrioni siano distrutti o che rimangano crioconservati.

Il Los Angeles Times ha ricordato che finora sono sei le alte corti di altrettanti Stati che si sono pronunciate su questi casi. Da tali decisioni, in generale, risulta che il diritto di un ex coniuge a non procreare ha la meglio sul diritto dell’altro a procreare.

Moralmente non neutrale

La Chiesa ha da tempo affrontato i problemi derivanti dalle tecniche di fecondazione in vitro. Nel 1987 la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato l’istruzione su “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” (“Donum Vitae”).

Sin dal 1987, le tecnologie utilizzate nella FIV sono cambiate molto, ma gran parte dei problemi etici di fondo sono rimasti immutati. La scienza e la tecnologia sono risorse importanti, riconosce l’Istruzione. Tuttavia, è un errore considerare la ricerca scientifica e le sue applicazioni come ambiti moralmente neutrali.

Inoltre, la Congregazione per la dottrina della fede spiega che esse devono essere poste al servizio della persona umana e dovrebbero seguire i criteri della legge morale. È un errore considerare il corpo umano meramente come un insieme di elementi biologici, sostiene l’Istruzione. La persona umana è nello stesso tempo corporale e spirituale.

Peraltro, per quanto riguarda la questione della trasmissione della vita, non è possibile ignorare la speciale natura della persona umana. Dal momento del concepimento, insiste l’Istruzione, la vita di ogni persona umana deve essere rispettata. In aggiunta, il dono della vita umana dovrebbe essere coltivato nel contesto di atti compiuti tra marito e moglie.

La Congregazione ammette che il desiderio di avere figli e l’amore tra i coniugi che desiderano superare i problemi di sterilità “costituiscono motivazioni comprensibili” alla base del ricorso alle tecniche FIV. Ciò nonostante, prosegue l’Istruzione, le buone intenzioni devono essere commisurate alla natura stessa del matrimonio e alla necessità di rispettare i diritti dei figli.

Il documento osserva inoltre che le tecniche FIV troppo spesso comportano la distruzione di embrioni umani. In questo modo l’uomo viene a costituirsi donatore di vita e di morte “su comando”, avverte il testo.

Il sistematico ricorso a queste tecniche crea il rischio di generare una mentalità del dominio dell’uomo sulla vita e la morte di altri esseri umani, avverte la Congregazione. Una mentalità che con il passare del tempo produce una inesorabile deriva verso pratiche che implicano gravi questioni morali e sociali.

Di Padre John Flynn, L.C.

Procreazione assistita: scarsa efficacia della fecondazione artificiale. Sacrificati il 90% di embrioni

A commento della relazione annuale sulla legge 40:

Rispetto alla procreazione medicalmente assistita, “i dati confermano un elemento che appare sostanzialmente costante nel tempo, e cioè la scarsa efficacia delle procedure di fecondazione artificiale”. È quanto afferma l’Associazione Scienza & Vita commentando la relazione annuale che il Ministro della salute predispone circa lo stato di attuazione della legge 40/2004. “Quali che siano le tecniche, se applicate a fresco o dopo scongelamento di embrioni o di ovociti, quale che sia la fonte di provenienza dei gameti, se dalla coppia o da donatore (fecondazione eterologa), il dato complessivo – spiegano – appare gravato da un’efficacia sostanziale di poco inferiore al 10%”. Nel 2015, a fronte di un numero complessivo di embrioni realizzati, mediante le tecniche di II e III livello, pari a 111.366 sono nati nel corso del medesimo anno 11.029 bambini (9,90%).

“Mettendo insieme anche le tecniche di I livello (ovvero la inseminazione artificiale) – prosegue la nota – il numero complessivo di bambini nati è stato di 12.836, pari al 2,6% dei bambini nati in Italia nel 2015”. “Semmai si volesse trovare una argomentazione idonea a giustificare eticamente una pratica che tende a dissociare il gesto procreativo dalla relazione intima della coppia – commenta Scienza & Vita – questa continuerebbe a cozzare in maniera drastica con la necessità di ‘sacrificare’ consapevolmente circa il 90% degli embrioni prodotti, per consentire la nascita di quei bambini che riescono a completare il loro percorso”. “Continuiamo a ritenere che sul piano etico sia inaccettabile anche la perdita di un solo embrione a causa dell’applicazione della tecnica, ma una ecatombe delle proporzioni che abbiamo potuto registrare appare davvero difficile da giustificare”, aggiunge l’associazione. Scienza & Vita conclude evidenziando che “le tecniche vengono ormai stabilmente applicate in donne di età progressivamente più avanzata: e questo non giova al benessere complessivo della coppia, dei figli e della relazione parentale”.

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

20.000 euro per affittare un utero in Cina

Storie di ordinaria ingiustizia bioetica: quando il figlio E’ un prodotto da ottenere ad ogni costo. Vergognoso.

Duecentomila yuan (oltre 20.000 euro) per fare da madre surrogata e affittare il proprio utero. Per quanto sia illegale,la pratica è molto diffusa in Cina e per molte donne rappresenta una vera e propria fonte di reddito. Secondo un’inchiesta condotta dal Global Times,esistono nel paese moltissime agenzie che agiscono come mediatori tra le madri in affitto e le coppie che intendono avvalersi di questo “servizio”,e che applicano dei veri e propri tariffari. Al momento della conferma dell’esistenza del battito fetale,alla madre surrogata è corrisposto il 10% della somma totale,un altro 20% è corrisposto poi ispettivamente al quinto,al settimo e all’ottavo mese di gravidanza e solo dopo la nascita viene corrisposto il restante 30%.
(leggi cos’è la maternita’ in affitto)

Nelle prime settimane di gravidanza,prima cioè che si abbia la conferma del battito,alla madre surrogata viene pagata solo una somma di 2.500 yuan (circa 250 euro) per far fronte alle spese mediche iniziali. Alla nascita del bambino infine i genitori sono assistiti nella fase di registrazione del neonato che,sottratto alla donna che lo ha materialmente messo al mondo,viene affidato alla coppia.

Il tutto naturalmente avviene in nero,visto che la riproduzione surrogata è illegale nel paese sin dal 2001,quando il Ministero della Salute emise una normativa con la quale proibì a medici,ospedali e operatori sanitari di condurre qualsiasi pratica di questi tipo. Nonostante ciò,il mercato ha continuato a crescere,grazie anche a un sempre maggiore incremento della domanda.

Secondo i dati resi noti dalla Commissione sanitaria di Shanghai,il 10% delle coppie locali ha problemi di infertilità. Le agenzie,inoltre,operano nel campo senza particolari problemi a causa di un buco normativo. “La legge –spiega il titolare di un’agenzia che lavora nel settore –definisce e punisce il comportamento di medici e ospedali,ma non cita le agenzie. Per cui delle tre parti coinvolte,i nostri clienti,gli ospedali e noi,gli unici che devono stare attenti sono gli ospedali e i medici”.

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In alcuni casi,per poter avere un bambino in via surrogata la coppia con problemi di infertilità necessita di acquistare anche degli ovuli e anche per questo c’è un mercato. Sembra siano molte le studentesse o le impiegate con stipendi bassi che per arrotondare vendono i propri ovuli per somme che vanno dai 15.000 ai 20.000 yuan (1500-2000 euro circa). Pratica anche questa condotta in maniera sotterranea,in quanto illegale.

Il costo totale per avere un figlio in questo modo si attesta intorno ai 300.000 yuan totali (circa 30.000 euro),un prezzo che è comunque considerato molto ragionevole,tanto che sono molte –a quanto riferisce l’inchiesta del Global Times –le coppie anche straniere che vengono in Cina per accedervi.

Recentemente poi sono molte le agenzie cinesi che,per evitare problemi con la legge,hanno deciso di trasferirsi in paesi come gli Stati Uniti o l’India,dove la pratica è legale. (ndr. e sarebbero paesi civili?)

Dna di tre genitori si moltiplicano i dubbi scientifici

Gli standard per uno shampoo sembrano più rigorosi : e’ il sarcastico commento di Ted Morrow, biologo evolutivo dell’Università inglese del Sussex, a Brighton, riportato sulla prestigiosa rivista Nature in un recente, ampio articolo su rischi e dubbi a proposito della tecnica di manipolazione genetica da poco consentita in Gran Bretagna, quella degli embrioni con “tre genitori” («I rischi nascosti per i bambini di “tre persone” »). I fatti sono noti ai lettori di Avvenire: dopo alcuni anni di discussione l’Hfea, authority inglese per l’embriologia umana, ha dato il via libera alla possibilità di generare embrioni con il Dna di tre persone. Un uomo e due donne, precisamente, una delle quali contribuisce alla maggior parte del patrimonio genetico del nascituro con il Dna contenuto nel nucleo dei propri ovociti, e l’altra con il Dna di minuscoli organelli cellulari fuori dal nucleo, chiamati mitocondri, che hanno la funzione di fornire energia alla cellula. Alcune anomalie del Dna dei mitocondri sono collegate a importanti patologie incurabili, e con questa tecnica si vorrebbero sostituire, fin dal concepimento, i mitocondri anomali di una donna con quelli sani di un’altra. Si parla al femminile perché i maschi non trasmettono questo tipo di patrimonio genetico. I sostenitori della tecnica affermano che il contributo del Dna mitocondriale è minimo rispetto a quello del nucleo: quest’ultimo contiene 20mila geni che decidono, fra l’altro, i caratteri somatici della persona, mentre il genoma mitocondriale ne ha solo 37. Un contributo residuale e “neutro” che può essere “scambiato” fra due individui della stessa specie, sostituendo mitocondri geneticamente difettosi con altri sani (quando lo si è provato a fare combinando mitocondri animali e genoma nucleare umano, formando le cosiddette “chimere” l’esperimento autorizzato dall’Hfea è miseramente fallito). Ma nell’articolo tante sono le obiezioni preoccupate degli esperti: innanzitutto si osserva che se il Dna mitocondriale è trascurabile come numero di geni rispetto a quello nucleare, una cellula ha però migliaia di copie del genoma dei mitocondri, mentre in ogni cellula il Dna del nucleo ne ha due, una del padre e una della madre. Ma soprattutto dagli esperimenti sugli animali emerge una profonda interazione fra genoma nucleare e mitocondriale all’interno della stessa cellula: è evidente una robusta rete di comunicazione fra loro, considerando anche che circa 1.500 geni del Dna nucleare sono coinvolti nella funzione mitocondriale, e 76 di questi codificano proteine importanti. Secondo alcuni studiosi la possibilità di forme complesse di vita «dipendono da un insieme coordinato di interazioni strette fra i due tipi di genomi», risultato di un lunghissimo processo evolutivo che le ha raffinate. Si temono quindi gli effetti della distruzione di questa comunicazione, che avviene quando la manipolazione genetica di gameti o embrioni combina Dna mitocondriale e nucleare di due donne diverse. Sostenitori e contrari della procedura sono concordi nel riconoscere che non c’è certezza su cosa accadrà in futuro, negli individui… (LEGGI QUI)
Assuntina  Morresi – Avvenire

Eterologa: possibili scenari e possibili sofferenze

E’ interessante notare che davanti ad un drastico calo delle adozioni negli ultimi anni (una calo che va sempre crescendo), si tace sulla riforma delle adozioni. Per l’eterologa le regioni si sono affrettate a dare una serie di criteri di utilizzo (con tacito assenso del governo), per le adozioni si è deciso di lasciare la legge attuale.

Sarebbe interessante che si aprisse un dibattito in parlamento tra i sostenitori ed i contrari alla fecondazione, e nello stesso tempo si facesse ricorso ad un referendum popolare per ascoltare il parere della gente comune. Ma probabilmente tutto questo non avverrà, perchè la stragrande maggioranza degli italiani è disinteressata a questi argomenti. Infatti, stiamo parlando di circa 5.000 coppie l’anno che potrebbero decidere per l’eterologa; le questioni che riguardano un numero così piccolo della popolazione non troverebbero il favore di una intera nazione. Tanti componenti della società civile stanno esprimendo pareri contrari alla diffusione dell’eterologa.

Sarebbe interessante domandarsi quale sia la reale ragione di tanta fretta per accellerare la pratica della fecondazione eterologa. Appare evidente che questa fretta sia dovuta all’ennesima pressione di alcune correnti ideologiche spinte da interessi economici.Tante sono le domande che sorgono. Quanti nuovi introiti arriveranno alle cliniche pubbliche e private che praticheranno la fecondazione eterologa? I donatori di semi o ovuli doneranno a livello gratuito o riceveranno una corposa ricompensa monetaria? Quale garanzia riceverà la coppia nei riguardi del donatore, dal momento che egli rimarrà segreto alla coppia e conosciuto esclusivamente dall’ente sanitario? La segretezza del donante e la fiducia nella professionalità della struttura sanitaria saranno fattori necessari per la tranquillità della coppia?

Ed oltre a queste domande è interessante soffermarsi, con maggiore attenzione, su una in particolare: esisterà un regolamento deontologico tra i medici per stabilire se utilizzare la fecondazione omologa prima di passare all’eterologa, oppure avverrà che alcuni medici consiglieranno direttamente l’eterologa senza passare prima da altre tipe di cure? Sarà tutelata la salute fisica e psicofisica della donna valutandone l’impatto emotivo e gli impatti psicologici che tale scelta (con tutte le sue conseguenze) potrà recare?

Questa domanda potrebbe avere tante ripercussioni su tante vite umane: molte coppie, dopo la constatazione della loro sterilità, si sono sentite dire (da alcuni medici) di provare con delle cure, ma di non dimenticarsi che l’omologa (perchè sino a poco tempo era consentita solo questa tipo di fecondazione in vitro) è la soluzione più rapida ed efficace per risolvere la piaga della infertilità. La realtà (confermata da dati statistici) è molto diversa: solo il 25% delle fecondazioni arriva al risultato sperato; ed anche le tempistiche non sono così brevi come viene preventivato.

Di un fattore essenziale si parla molto poco tra i mezzi di comunicazione di massa: ogni fallimento di ogni singola implantologia embrionale è una ferita che rimarrà per sempre nell’animo di quella donna e del suo compagno.

Il trauma della coscienza (in caso di fallimento dell’implantologia anche di un signolo embrione) è proprio il fattore deterrente che dovrebbe far riflettere sull’utilizzo delle pratiche in vitro. I mezzi di comunicazione dovrebbero dare voce all’esperienza di tante donne che hanno utilizzato pratiche di fecondazione artificiale. Sentiremmo parlare molto frequentemente di depressioni (durate svariati anni) che hanno lasciato un senso di amarezza di fondo nel cuore di queste donne.

Il secondo aspetto è la selezione del seme e dell’ovulo. Le regioni hanno stabilito che è possibile scegliere il seme e/o l’ovulo in maniera da “preservare” le caratteristiche somatiche della coppia. Per scendere nel concreto, sarà possibile scegliere il seme o l’ovulo per avere il colore della pelle, la razza, il gruppo sanguigno, e una serie di caretteristiche esteriori conformi ai futuri genitori. Dal momento che la fecondazione eterologa è una fecondazione in vitro realizzata dall’uomo, cosa succederà quando si scoprirà che, per un errore di scambio di provetta, il figlio avrà la carnagione diversa da quella attesa o avrà caratteristiche somatiche differenti da quelle richieste?

Se la scoperta avvenisse durante la gravidanza, sarà accettato quell’errore o la coppia deciderà di abortire, immolando quella innocente creatura umana come vittima sacrificale all’idolo del proprio egoismo e all’idolo del progresso scientifico. E se invece si venisse a scoprire tutto al momento della nascita (perchè anche la medicina non sempre è una scienza esatta, e perchè i laboratori medici anche loro possono sbagliare) quale potrà essere la reazione della coppia davanti a questa situazione? Riuscirà a reggere l’urto o si dissolverà sotto il peso di questa evento che, in un certo modo, la coppia stessa ha contribuito a creare, quando ha dato l’avvio a questa pratica senza valutarne tutte le possibili conseguenze indesiderate?

In caso di insorgenza di possibili patologie (sia in fase prenatale che in fase postnatale) sarà possibile definire la sua origine, oppure assisteremo a battaglie legali tra queste cliniche e le madri gestanti?

Tutte queste possibili situazioni, che si verrebbero a creare con l’eterologa, fanno intendere un aspetto di cui se ne parla molto poco: alla sofferenza interiore della coppia, che scopre la sua sterilità, vi è il serio rischio di aggiungere altri dolori che rischierebbero di minare la relazione tra i coniugi, ed il loro benessere interiore.

La forza interiore di un uomo e di una donna non è quella di insistere con ogni mezzo (che offre la scienza medica) per coronare il desiderio di maternità e paternità. La vera spinta interiore, che produce la sofferenza della sterilità, è quella di alzare gli occhi al cielo, e guardare (attraverso lo sguardo interiore del proprio cuore) a tanti bambini sparsi nel mondo, che vivono nel totale abbandono, e attendono con gioia di essere accolti da un uomo e una donna che accetti di diventare il loro papà e la loro mamma per sempre.
Osvaldo Rinaldi – Zenit.org

Diagnosi genetica preimpianto: procedure e implicazioni

Una pratica disumana, perché porta alla selezione della specie e a considerare indesiderabili e scartabili le persone (cose?) non perfette…

COSA È LA DIAGNOSI GENETICA PREIMPIANTO?

La diagnosi genetica preimpianto o PGD (Preimplantation Genetic Diagnosis) è una procedura diagnostica che prevede l’utilizzo di un’analisi molecolare del DNA (o dei cromosomi) proveniente da una o due cellule di un embrione allo stadio di circa 8 cellule. E’ possibile effettuare questo tipo di diagnosi soltanto attraverso l’utilizzo della fecondazione in vitro, con la creazione di diversi embrioni in provetta (circa da 10 a 20) tra cui individuare quelli più idonei al prelievo di una o due cellule per poi eseguire l’analisi. Il prelievo di una o due cellule avviene prima dell’impianto degli embrioni in utero e serve per selezionare gli embrioni senza il difetto genetico ricercato. La procedura ha quindi lo scopo di individuare alcuni embrioni da impiantare, mentre i rimanenti verranno scartati: sia che siano portatori di un difetto genetico, sia che siano sani. In Austria e Italia questa procedura diagnostica non è permessa dalla legge.

QUALE PERCORSO SI DEVE SEGUIRE PER LA PGD?

La PGD comporta un percorso alquanto impegnativo che inizia con la fecondazione artificiale che, a sua volta, prevede: stimolazione ormonale all’iperovulazione, intervento per il prelievo degli ovociti (pick up), fecondazione dei gameti in provetta, incubazione per due/tre giorni per dar tempo allo zigote (prima cellula dell’individuo) di moltiplicarsi allo stadio di 6-8 cellule, prelievo di 1-2 cellule da tutti gli embrioni ottenuti. Questa parte di procedura è simile a quella seguita anche dalle coppie sterili per una normale PMA. Le probabilità di successo di fecondazione in vitro variano molto in funzione dell’età: da un 40% nelle donne giovani (<35aa) a circa il 15% nelle donne meno giovani (40-42 aa). Dopo la formazione degli embrioni, inizia l’indagine di laboratorio per permettere la diagnosi genetica, parte delicatissima dove avvengono le maggior parte dei fallimenti della procedura (pari al 10-15%), e dove, purtroppo, esiste una percentuale non trascurabile di possibili errori diagnostici (2-5%). Infine avviene l’impianto di uno o più embrioni selezionati senza l’anomalia genetica ricercata. A questo proposito bisogna ricordare che l’analisi individua solo il “difetto” cercato e non qualsiasi altro difetto genetico che potrebbe esserci e rivelarsi, successivamente, inatteso.

QUALI SONO LE INDICAZIONI DIAGNOSTICHE DELLA PGD?

Dalla prima pubblicazione dell’applicazione della PGD (Handyside et al. Nature 1990;344:768–770) ad oggi le indicazioni all’esame sono molto cambiate (Harper et al. Hum Reprod Update. 2012 May-Jun;18(3):234-47).  Volendo riassumere i dati degli anni 1997-2007 vediamo che:

– nel 61% dei casi la PGD è stata utilizzata per valutare difetti del numero dei cromosomi (aneuploidie),

– nel 17% per valutare la presenza di specifiche mutazioni in singoli geni,

– nel 16% per valutare anomalie cromosomiche,

– nel 4% per diagnosi di malattie genetiche legate al cromosoma X

ed infine

– nel 2% per selezione in base al sesso (social sexing)

Come atteso, nelle indagini per difetti da singoli geni si ha la percentuale più alta di identificare embrioni senza difetto (50-70% degli embrioni vitali), mentre solo nel 10-15% degli embrioni, derivati da soggetti con riarrangiamenti cromosomici, si individuano embrioni senza difetto.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI DELLA PGD?

Nella PGD vengono prodotti in provetta un numero variabile di embrioni (da 10 a 20) e lo scopo dell’intervento è non solo quello di conoscere la salute dell’embrione, ma principalmente di scegliere quello sano da impiantare e, di conseguenza, scartare tutti gli altri, sia sani sia malati. Nel report dell’ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology) su dieci anni di attività (1997-2007) risulta che da 339.966 oociti prelevati, 202.357 sono stati fertilizzati portando alla produzione di 19.901 embrioni trasferiti, pari al 5,85%. Questi hanno dato origine a 5.187 gravidanze, con un’efficienza di circa il 26%. In sintesi, dopo tutti i passaggi, solo l’1,5% degli oociti prelevati giunge al termine del percorso come gravidanza clinica. E questa risulta essere la situazione in cui ci si propone volontariamente di selezionare essere umani in base alla loro tipologia, scegliendo quelli senza difetti a scapito di tutti gli altri. Inoltre, ad oggi, nelle gravidanze ottenute dopo PGD, nella maggior parte dei casi viene consigliata la diagnosi prenatale entro il primo trimestre di gravidanza per controllare nuovamente la diagnosi genetica.

Domenico Coviello –  Direttore S.C. Laboratorio di Genetica Umana,
E.O. Ospedali Galliera di Genova
Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

[Da bioFiles, n° 20  |  28 novembre 2012]

Riflessione sulle tecniche riproduttive

aborto121) Ammesso pure che alcuni nutrano ancora dei dubbi di natura biologica sull’umanità dell’embrione, le evidenze scientifiche sulla continuità dello sviluppo prenatale sono numerose e solide.

2) Al di là del dato scientifico sulla continuità dello sviluppo

prenatale, esiste la certezza che scaturisce dall’esperienza: è tra i genitori, che condividono la vita con i propri figli fin dal loro concepimento, che la certezza sulla piena dignità umana dell’embrione dovrebbe farsi strada. Convivenza e condivisione moltiplicano gli indizi sulla continuità dello sviluppo di un figlio – da embrione a neonato e oltre – il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è la certezza che egli è uno come noi perché ciascuno di noi è stato uno come lui.

3) Ogni intervento medico, nell’ambito della procreazione, dovrebbe avere una funzione di assistenza e mai di sostituzione dell’atto coniugale.

Il figlio è una persona che si accoglie, non un oggetto che si ordina.

Il senso delle cosiddette tecniche di fecondazione “artificiale” non è, come per altre azioni mediche, quello di adoperarsi a sanare una patologia; la sterilità di coppia, che rappresenta la situazione patologica per cui si ricorre alla varie tecniche artificiali, non è risolta dopo la “costruzione” del figlio in laboratorio.

Non succede cioè che, a nascita avvenuta del figlio richiesto, la sterilità sia risolta e la fertilità ristabilita.

Questa costatazione è condivisa anche da quanti reputano le tecniche di “costruzione” artificiale del figlio accettabili e auspicabili, per esempio i deputati del Partito dei comunisti italiani ( Maura Cossutta, Gabriella Pistone e Katia Belillo) che presentarono, il 17 ottobre 2001, la proposta di legge n.1775 sulla procreazione artificiale, dove è scritto: ” E’ comunque falsa la autorappresentazione delle tecniche di procreazione come – cura della sterilità-: in realtà, esse non mirano a risanare il corpo sterile, che rimane tale”.

Nella fecondazione artificiale, attuata in laboratorio, il figlio è “ordinato” e fabbricato”: come “prodotto” egli deve soddisfare le esigenze di chi lo ha ordinato.

Questa non è più una logica medica ma una logica della “produzione” e del “dominio” propria degli oggetti.

Non si tratta di mettere in questione le tecniche di fecondazione artificiali per il semplice fatto di essere artificiali.

La posta in gioco non è l’elemento tecnico, ma l’origine di una persona che viene ordinata, fabbricata, ridotta ad un oggetto, considerata una merce.

I diritti del figlio scompaiono di fronte alle esigenze dei genitori che ne impongono la fabbricazione.

Più il figlio viene “fabbricato”, più vengono modificati gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Infatti, come per tutte le “cose”, anche quelle di valore, è possibile sacrificare qualche esemplare per un risultato migliore, per un risultato più sicuro, più efficace, più vantaggioso.

4) Fattori aggravanti della fecondazione in vitro sono A) le tecniche eterologhe che dissociano il concepimento dal matrimonio e provocano una rottura fra parentalità genetica, parentalità gestazionale e responsabilità educativa. B) la perdita di numerosi embrioni, il congelamento degli embrioni soprannumerari e anche la loro distruzione.

“La vita di un figlio non può essere un bene per i genitori se non è anzitutto un bene per quel figlio e per ciascun figlio. Dire ‘ è bene che questo mio figlio viva ‘non può essere disgiunto dal dire ‘ è bene che ogni figlio viva ‘.Così non è tollerabile che per la nascita di un figlio già nato, si tolga la vita ad altri figli degli stessi genitori (embrioni in soprannumero non trasferiti in utero e crioconservati o distrutti) o di altri genitori (embrioni destinati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali ).

E’ irragionevole desiderare che un figlio viva senza desiderare che ogni figlio possa vivere, perchè rappresenta una contraddizione insanabile.

5) Negare la possibilità di distruggere gli embrioni umani non significa togliere la speranza di un figlio o della cura della malattia: la ragione dell’uomo lo porta infatti a percorrere altre strade, come la ricerca di un figlio da adottare o di altri tipi di cellule ( per esempio, da cordone ombelicale o da tessuti di adulto) per la terapia di una malattia.

6) Di fronte a questo enorme potere della tecnica, che è giunta alla possibilità della clonazione, che può impiantare e far crescere l’embrione nell’intestino di un individuo di sesso maschile, che può unire geneticamente l’uomo e l’animale – con gli inquinamenti biologici e le mutazioni che ne potranno derivare per tutta la specie umana -, bisogna cominciare a porsi questa domanda: ciò che è tecnicamente possibile è sempre moralmente ammissibile? Oggi è tecnicamente possibile la distruzione, mediante l’energia atomica, dell’intera umanità, è tecnicamente possibile l’inquinamento totale dell’aria e dell’acqua ma nessuno ritiene questo moralmente consentito.

Perché la coscienza ecologica, che si preoccupa dell’aria, dell’acqua, della vegetazione, degli animali, non dovrebbe estendere la sua preoccupazione anche all’uomo? Perché la diffidenza verso le manipolazioni innaturali non deve nascere anche quando è in gioco la vita umana nel suo big-bang iniziale, cioè nel suo riprodursi. Ogni intervento violento sulla natura si ripercuote negativamente sull’uomo stesso, sulle generazioni future: spesso un utile immediato può dare luogo ad una lunga catena di danni futuri. Una certa cultura, nata da un pensiero di tipo illuminista, assolutizza la volontà umana al punto da ritenere lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile, dimenticando la differenza che esiste fra la creatura e il Creatore.

 

L’uomo non ha sulla natura un potere illimitato e ogni autentico sviluppo umano nasce sempre da un’azione svolta in armonia con l’ordine naturale, da un intervento che tiene conto delle leggi della natura e delle sue finalità.

Se è vero che l’uomo è un essere capace di dominare la natura, è pur vero che la natura si lascia dominare solo conoscendone le leggi e applicandole.

Per esempio, l’uomo può volare solo se conosce le leggi del volo e le rispetta, altrimenti è destinato a un insuccesso violento; chi va contro la natura trova la natura contro di sé.

Il dominio dell’uomo sulla natura non è assoluto ma relativo, cioè non può andare oltre il limite costituito dalle finalità stesse dell’ordine naturale: gli equilibri ecologici, per esempio, rappresentano uno di questi limiti.

7) Un danno certo e inevitabile che nasce dall’uso indiscriminato e senza limiti delle tecniche riproduttive è proprio quello morale: l’uomo finisce col credersi onnipotente. La fecondazione in vitro, le manipolazioni genetiche, la clonazione finiscono per ledere i diritti dell’embrione e questo modifica gli atteggiamenti etici dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Il figlio ad ogni costo, mediante la tecnica e contro i diritti e la dignità del figlio stesso, trasforma il concepimento in produzione e più il figlio viene prodotto più vengono modificati, a lungo andare, gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini: in questo modo si fa mercato della vita umana e si arrivano a legittimare presunti diritti dando vita a nuove forme di schiavitù, calpestando i diritti naturali di altri uomini.

8) CONSEGUENZE E FINALITA’ NATE DA UNA PRECISA SCELTA FILOSOFICA

Questo sconvolgimento morale e cioè comportamentale, verso cui il mondo si sta incamminando, era già stato previsto e auspicato nel 1979 dal ginecologo francese Pierre Simon nella sua opera – De la vie avant toute chose – Mazarine, Parigi 1979.

 

Pierre Simon è una figura autorevole di un pensiero di tipo illuminista: egli è stato per due volte gran maestro della Gran Loggia di Francia, fondatore del Club dei Giacobini, membro della direzione nazionale del partito radicale.

Simon parte dalla constatazione che sono in conflitto due concezioni antitetiche del mondo che nascono da due diverse fonti ispiratrici: il cristianesimo e la filosofia illuminista-massonica

Queste due fonti forniscono orizzonti diversi in cui inserire il lavoro della ragione, strade diverse lungo le quali il pensiero si muove giungendo ad opposte direzioni. Pierre Simon dice chiaramente:- (.) la massoneria è il mio modo di cogliere le cose di questo mondo e di collegarle. Essa è il contrappunto dei miei atti, il diapason delle mie riflessioni-.

La visione del mondo che nasce dal cristianesimo e dalle filosofie rispettose dell’ordine e delle leggi della natura, scrive Simon, considera sacro il principio della vita, mentre la visione illuminista ritiene superstiziosa l’essenza di tale sacralizzazione e feticistico il suo sviluppo.

Simon dice che per mezzo della tecnica l’uomo potrà creare una nuova natura umana perché la natura e la vita sono e devono essere considerate come una “”produzione umana””.

Simon scrive che, grazie allo sviluppo delle tecniche riproduttive tutta la concezione della famiglia sarà gradualmente eliminata: la sessualità verrà dissociata dalla procreazione e la procreazione verrà separata dalla paternità e dalla maternità.

Non ci saranno più genitori, dice Simon, ma solo amanti che saranno liberi dai legami di sangue, con bambini che circolano tra più padri e più madri e sarà la società tutta che diventerà il guardiano dell’harem e il responsabile della procreazione.

( Bruto Maria Bruti )

Selezionare i figli non garantisce che saranno sani

little-girlIl divieto di «diagnosi genetica preimpianto» (Dgp) è stato eliminato dalla legge 40/2004 che regolamenta la fecondazione artificiale.

Con la Dgp in Italia si tenta di selezionare gli embrioni ma la soluzione selettiva in realtà non è la più indicata, come spiega Maurizio Genuardi, direttore dell’Istituto di Genetica medica dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma.

    Come si effettua e cosa comporta la diagnosi genetica preimpianto?

La Dgp ricerca determinate anomalie genetiche e viene effettuata su embrioni ottenuti mediante fecondazione in vitro. Presuppone quindi sempre che la fecondazione avvenga tramite tecniche di procreazione medicalmente assistita. Si producono più embrioni contemporaneamente e ciascuno, una volta giunto allo stadio di 6-8 cellule, è esaminato tramite il prelievo di una cellula su cui viene effettuato il test genetico. Se l’embrione mostra di presentare un’alterazione viene scartato e si procede a testare quello successivo, fino a trovarne uno “sano” che viene impiantato in utero.

    Dopo aver progressivamente escluso tutti gli embrioni ritenuti “non validi”, l’unico prescelto sarà dunque certamente sano?

La Dgp è un pre-test che deve essere riconfermato successivamente. Questo perché l’esame condotto su una singola cellula ha un margine di errore maggiore rispetto ai test genetici ordinari condotti su un individuo già formato. Per questo la Dgp richiede poi un’ulteriore verifica successiva tramite villocentesi o amniocentesi sul feto. Ci sono casi ben descritti in letteratura in cui l’embrione impiantato ha mostrato un’alterazione non precedentemente rilevata. Inoltre, per diverse malattie genetiche si può individuare il difetto genetico, ma non ne conosciamo gli sviluppi. Per alcune gli esiti sono abbastanza prevedibili, per altre invece non c’è una chiara correlazione tra il tipo di alterazione e le conseguenze. Si rischia di eliminare un individuo in cui la malattia può avere sviluppi meno gravi del previsto.

    Il fulcro della discussione è l’estensione della diagnosi preimpianto alle coppie fertili. Se è lecito cercare tracce di una determinata patologia definita grave, chi propone una gerarchia delle malattie?

Già così è difficile fissare confini per malattie specifiche in cui la possibilità di manifestazione è estremamente variabile. Oggi è possibile diagnosticare malattie che possono insorgere solo dopo 40-50 o anche 60 anni e su cui comunque è possibile intervenire. Si può decidere di selezionare un bambino perché, forse, svilupperà una certa malattia dopo decenni di vita sana? Spezzo una lancia a favore dei genetisti: avendo più chiaro il quadro della situazione, e conoscendo la variabilità genetica umana, sono i meno propensi a consigliare l’opzione della diagnosi preimpianto. Noi non sappiamo ancora con esattezza come i geni interagiscano tra di loro e con l’ambiente, senza contare il ruolo del caso. Come si decide qual è il modello “normale”?

La malattia è vista come uno stigma e il malato come qualcuno da scartare: una mentalità sempre più diffusa che mira a “ripulire” dalle malattie eliminando il malato. Ma, si è visto per la talassemia divenuta malattia curabile, questa non è una vera soluzione…

Fin d’ora la proliferazione dei test genetici a livello di diagnosi prenatale produce miriadi di risultati di difficile decodificazione quando non sono prescritti e interpretati da esperti e che, per lo più, riguardano malattie che potrebbero sopravvenire solo in età adulta. È in preparazione un test genetico che consentirà di realizzare una carta d’identità genetica dell’embrione, uno screening su migliaia di malattie potenziali. In questo modo, anche se i genitori non presentano rischi genetici specifici, si avranno informazioni dettagliate sul genoma dei figli. A questo punto, chi non vorrebbe accedere alla provetta, pur non essendo infertile, per potersi avvalere di questi esami?

    Cosa dire a chi affronta una diagnosi di trasmissibilità di patologie genetiche ai figli?

Anzitutto ci sono diverse malattie per cui c’è una possibilità di cura o comunque di attenuazione delle conseguenze con una mirata terapia prenatale e precoce. E poi vorrei dire che si deve fare attenzione a giudicare la vita di un disabile con i nostri parametri di felicità: vivono la vita in maniera molto più serena di quanto si possa pensare.

Emanuela Vinai – Avvenire

Femministe e gay. Le laiche contro la surrogata

E’ nata a Milano, la rete Rua, Resistenza all’utero in affitto. Al di là del nome piuttosto bellicoso, si tratta della «prima iniziativa laica in Italia contro il mercato della gravidanza»; un appuntamento a lungo preparato, che raccoglie esponenti femministe (meglio, movimento delle donne…) di primo piano: la sociologa Daniela Danna, la giornalista e saggista Marina Terragni, la costituzionalista Silvia Niccolai, e, unico uomo, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso. L’obiettivo è elaborare proposte per mettere al bando la “gravidanza per altri” (Gpa, o utero in affitto, o maternità surrogata), giudicata come «mercificazione di chi nasce e riduzione della madre a cosa». Ma quali proposte potranno uscire dal confronto di questa sera? Daniela Danna pensa che la questione sia «innanzitutto culturale, perché non c’è chiarezza sul fatto che la Gpa è un istituto giuridico che permette che una donna che partorisce non venga considerata madre della sua prole, addirittura prima della nascita». Le donne – è il ragionamento di Danna – possono avere due tipi di gravidanze, laddove la Gpa è permessa: per sé o per altri. «Ma la gravidanza rimane la stessa, e non è umano voler impegnare una donna a separarsi dalla sua prole ancora prima di rimanere incin
ta». Conclusione: «Dal momento che la Gpa è una costruzione giuridica, io sono per il suo smantellamento negli Stati in cui esiste». Posizioni che non piacciono affatto a buona parte del mondo omosessuale maschile, perché, come si intuisce, la maternità conto terzi è l’unico modo per esaudire il desiderio di una coppia di uomini di avere figli. Ma i toni, dopo la recente sentenza di Trento che ha creato di fatto la prima famiglia in Italia formata da due padri e due figli (nati in Canada da utero in affitto), si sono accesi. Daniela Danna il 2 marzo ha postato sul suo sito (www.danieladanna.it) una lettera aperta ai «cari compagni gay», invitandoli a «non festeggiare la cancellazione della madre». La madre surrogata che ha consentito alla coppia gay di tornare in Italia con due gemelli è stata «cancellata» e trasformata in una semplice «operaia della gravidanza» con il consenso dello Stato. «Questo non lo possiamo, non lo dobbiamo festeggiare». Alla lettera aperta seguiva una quarantina di firme (tutte donne, tranne una). Alcuni «cari compagni gay» non hanno gradito. Il sito www.prideonline.it ha risposto con un articolo che ci conclude così: «Care femministe resistenti all’utero in affitto, e se la gestazione per altri fosse espressione di una libertà di autodeterminazione riproduttiva della donna?». Insomma, la Gpa sarebbe sempre una libera scelta, anche quando è lautamente pagata. Ma bisognerebbe chiedersi di che libera scelta si parla, quando a prestare l’utero sono donne alla fame, come capita nell’Asia meridionale. È intervenuto anche www.gay.it, altro sito della galassia omosessuale, che ha accusato Danna e le altre di voler creare conflitto tra coppie gay maschili e coppie lesbiche «per dividere il movimento Lgbti e mandarlo alla deriva». E poi, dopo una serie di argomentazioni sulla sussistenza di rapporti genitoriali tra un bambino e due uomini privi di legami biologici, sferra il colpo finale. Eccolo. In realtà, le «sedicenti femministe» di Rua sarebbero «profondamente cattoliche fondamentaliste» e vedrebbero «la donna come completa solo se diviene madre». Salti logici incredibili – perché l’oggetto del contendere non è il diventare madre oppure no, ma il diventare madre di un figlio che non è davvero un proprio figlio, perché acquistato da altri – che fanno dire come sia difficile confrontarsi su questi temi. Difficile, eppure essenziale.

Il ‘tempio’ dell’eterologa e i suoi mercanti.

fecondazione-eterologa-620x350“Il business dei figli venuti dal freddo”. È l’evocativo titolo dell’inchiesta condotta da Repubblica che ha tolto il velo all’esteso mercato che si cela dietro la pratica della fecondazione eterologa. Voraci aziende sono in trepidante attesa che anche l’Italia – dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha eliminato il divieto di eterologa alla legge 40 – spiani finalmente la strada ai fatturati derivanti dallo stoccaggio, dalla conservazione e dal trasporto di gameti.

Per avere un primo assaggio del tema, è necessario rivolgere l’attenzione oltreoceano. Il competente Journal of the American Medical Association ha pubblicato dei dati capaci di rendere bene l’idea del fenomeno: dal 2000 al 2010, negli Stati Uniti, sono aumentate del 70% le donne – per lo più ventenni – che vendono ovuli. L’offerta di questo esercito di rampanti affariste della bioetica fa gola alla domanda da parte di banche pronte a congelare e a rivendere.

Tra gli acquirenti, non solo aspiranti genitori, poiché ovociti e spermatozoi fanno gola anche alla ricerca scientifica che utilizza le staminali. “Conservare un campione di seme o di ovociti – si legge nell’inchiesta di Repubblica – vuol dire pagare dai 100 ai 500 euro l’anno, per anni”. Ne sanno qualcosa, negli Stati Uniti, la Apple e Facebook, aziende recentemente balzate agli onori delle cronache per aver proposto alle proprie dipendenti – assumendosi le ingenti spese – di congelare gli ovuli e rimandare la maternità per dedicarsi al lavoro.

E in Europa invece? Molti centri si affidano a piccole banche o a cosiddetti service. Josè Remohì, presidente della rete dei centri spagnoli Ivi, spiega che con 12 ovociti fecondati e trasferiti l’esito positivo della gravidanza è del 40%, ma con 30 si sale all’80%. Un bel giro d’affari, che rischia però d’incrinarsi laddove l’Italia dovesse “aprire” ufficialmente alla pratica, in quanto il 63% della domanda è di provenienza italiana. Motivo per cui centri come l’Ivi stanno valutando seriamente di aprire sedi nel nostro Paese.

Non molto tempo fa quelli che Repubblica chiama “i signori del gelo” si sono riuniti in un progetto, “una new company privata in uno spazio pubblico, l’Università di Roma a Tor Vergata”, concessionaria con Cryolab. Quest’ultima è l’unica struttura in Italia che ha finora ottenuto il nullaosta del ministero della Sanità per la qualificazione di trasporti di gameti. Come afferma sornione Francesco Zinno, direttore medico di Cryolab, “l’eterologa sicuramente prevedrà che ci sarà un andirivieni di campioni” di gameti, spermatozoi, ovociti e tessuto riproduttivo. “Andirivieni” che farebbe piovere parecchi soldi. Sempre dalle inchieste condotte negli Stati Uniti, risulta infatti che società come la Nordic Cryobank, specializzata per il liquido seminale, e la spagnola Ovobank richiedono circa 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasposto, 250euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo finisce così per toccare e superare i 7mila euro per una fecondazione in vitro con donazione.
www.zenit.org

Maternita’ surrogata ultima frontiera dello sfruttamento

surrogataUna nuova forma di tratta che ancora una volta offende la dignità umana. Una vera e propria “industria” in espansione in tutto il mondo, che sfrutta a fini riproduttivi donne povere e vulnerabili. È la maternità surrogata – Surrogate Motherhood (Surrogacy) in inglese e Gestation pour autrui (Gpa) in francese – le cui vittime non sono solo le “madri per conto terzi”, ma anche i bambini nati tramite la procedura.
Il fenomeno è in aumento in otto Stati Usa (soprattutto in California), India, Thailandia (anche se qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che la vieta agli stranieri), Ucraina, Russia. Non esiste ancora una sua regolamentazione a livello europeo e/o internazionale. Per questo il Gruppo di lavoro sull’etica nella ricerca e nella cura della salute della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) ha predisposto un parere che valuta la maternità surrogata dal punto di vista etico e riflette sulle sue ripercussioni giuridiche, sostenendo la necessità di regole a livello europeo e internazionale. Il documento è stato presentato questo pomeriggio a Bruxelles da p. Patrick Verspieren (Centre Sèvres), nel corso della conferenza “Surrogacy and human dignity”, co-organizzata al Parlamento europeo dalla Comece e dal Gruppo di lavoro del Ppe sulla bioetica e la dignità umana, guidato dall’europarlamentare Miroslav Mikolasikb.Grave attentato alla dignità umana. La maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana”, affermano senza mezzi termini gli esperti della Comece nel parere intitolato “Avis sur la gestation pour autrui. La question de sa regulation au niveau européen ou international”. Il testo premette che gli Stati membri Ue riprovano ogni forma “commerciale” di gestazione per conto terzi, ma non esiste una regolamentazione comune. Secondo uno studio comparativo dell’Europarlamento, il Regno unito ammette un compenso “ragionevole” di 4mila-5mila euro alla madre surrogata. Degli altri 25 Paesi (lo studio è del maggio 2013 e precede di due mesi l’ingresso della Croazia), sette vietano completamente la Gpa, sei la proibiscono parzialmente, dodici non dispongono di alcuna normativa. “Diversi giudici – si legge nel parere – riescono tuttavia a trovare accorgimenti giuridici (International Surrogacy Arrangements) che garantiscano al bambino nato con la Gpa commerciale l’affiliazione ai cosiddetti “’aspiranti genitori’”.
Eppure, secondo la Comece, “per la strumentalizzazione del corpo della ‘mère porteuse’, l’intrusione nella sua vita personale, la negazione delle relazioni intrauterine tra la donna incinta e il bambino che essa ha in sé, lo sfruttamento delle donne vulnerabili e più povere” a favore di coppie o di singles ricchi, la maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana” e di cui sono vittime le madri surrogate ma anche i neonati, considerati come “prodotti”. Una “reificazione del bambino” che “contraddice l’affermazione della dignità umana, chiave di volta della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e viola ‘il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro’” (art.3). Non esiste un “diritto al figlio”, e va considerata seriamente la questione dello status giuridico dei bambini nati nell’ambito degli International Surrogacy Arrangements. Spesso, al rientro nel Paese di residenza, soprattutto se al suo interno vige il divieto di Gpa, gli “aspiranti genitori” non vengono riconosciuti come genitori legali del bambino.
Un accordo possibile. Diversi rapporti commissionati dal Parlamento europeo chiedono di stabilire “norme comuni di diritto internazionale”, si legge ancora nel parere, di instaurare all’interno dell’Ue un “riconoscimento reciproco delle sentenze” in materia di affiliazione legale e, in prospettiva, l’elaborazione di una convenzione internazionale. Da tenere in conto anche la riflessione della Conferenza de L’Aia di diritto internazionale privato (aprile 2014). Il dibattito “non può limitarsi al fatto compiuto del mercato della ‘maternità surrogata’ e del correlato sviluppo del ‘turismo procreativo’”. Gli Stati Ue ritengono “inaccettabile” la commercializzazione del corpo della donna e del bambino e, “di conseguenza”, la Gpa. Su questo punto, per la Comece, “un accordo sembra dunque possibile”. La ricerca di regole comuni e di prassi giudiziarie analoghe “potrebbe iniziare con una rigorosa applicazione” di questo principio, e quindi “con la valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita, o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie dei paesi di nascita, in caso di versamento di compensi diversi dal mero rimborso delle spese effettivamente sostenute dalla madre surrogata”. La questione cruciale, concludono gli estensori del testo, è “sapere se vogliamo istituire una società in cui i bambini siano fabbricati e venduti come prodotti”, con le conseguenze umane, giuridiche e sociali che ne derivano.

Fecondazione assistita: la deriva dei figli ‘su misura’

La fecondazione assistita potrebbe sacrificare la speranza sull’altare del capriccio egoistico. L’aspirazione di un genitore ad avere un figlio calciatore o direttore d’orchestra rischia infatti di trasformarsi in una “certezza” garantita in laboratorio. A lanciare l’allarme è Richard Scott, della divisione di embriologia riproduttiva della Rutgers University, durante il convegno The new era of Pgs application, avvenuto nella sala di ‘Roma Eventi’ questo mese.

“Nei centri Usa per la fecondazione assistita iniziano le richieste per bimbi su misura, con caratteristiche particolari come l’attitudine allo sport o l”orecchio musicale'”, spiega lo scienziato. Il quale ha avuto modo di sperimentare direttamente le derive a cui può portare il delirio d’onnipotenza di una scienza che gioca con la vita umana. “Sono venuti da me dei genitori che volevano un figlio giocatore di basket – racconta Scott – o una figlia con quoziente intellettivo maggiore di 200. Ognuno di questi tratti dipende da decine di geni, e ci vorrebbero quindi migliaia di embrioni per selezionarne uno, quindi non è possibile dal punto di vista tecnico. Oltre che eticamente inaccettabile”.

Malgrado le sue perplessità tecniche e morali, Scott tuttavia avverte: “Ci sono compagnie che stanno studiando il modo di produrre migliaia di gameti a partire dalle staminali, a quel punto si avrebbero migliaia di embrioni da cui in teoria scegliere quelli voluti”.
Lo scenario che potrebbe derivarne, se non si interviene, è alquanto preoccupante. L’accademico statunitense ritiene “inaccettabile” un intervento di questo tipo “per i tratti somatici”, ma sottolinea che “sono molte di più le coppie con richieste legate alla salute, come l’assenza di geni che aumentano il rischio di malattie”. E qui – prosegue – “il discorso è diverso, servirebbero regole che stabiliscono i limiti”.

La selezione degli embrioni per scopi eugenetici è condannata dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, pratica tuttavia consentita in 17 Paesi europei e vietata espressamente soltanto in 3. Tra questi, c’è l’Italia, la cui legge 40 sarebbe un deterrente nei confronti dell’eugenetica. Deterrente che lo stesso Scott ritiene indispensabile per porre degli argini all’onnipotenza della scienza. “Serve qualcuno che ponga dei limiti a cosa si può fare – dice -, non credo si debba lasciare la decisione ai medici, anche perché più aumentano le conoscenze genetiche più richieste vengono da futuri genitori”.

Limiti alla selezione di embrioni che in molti Paesi sono già stati abbattuti. “Soprattutto in Asia – afferma -, e so in particolare di una coppia famosa che l’ha ottenuto” il figlio su misura.