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Io, figlia dell’eterologa, cioe’ usata

Stephanie RaeymaekersUn prodotto del supermercato a cui è stata tagliata via l’etichetta. È così che Stephanie Raeymaekers, 36 anni, definisce se stessa e quanti, come lei, sono “figli dell’eterologa”. La scoperta sul suo concepimento avviene a 25 anni, per caso. Da qui, la decisione di cercare il suo padre biologico: una missione impossibile, perché il Belgio, dov’è nata, vieta per legge di rintracciare i donatori di seme. Ciò non le impedisce di portare avanti la sua battaglia a difesa dei diritti dei bambini creati attraverso l’eterologa o l’utero in affitto, “la nuova frontiera dello sfruttamento”.
Per farlo ha creato un’associazione, Donorkinderen (“figli dei donatori”). La sua storia inizia con un uomo e una donna, i suoi genitori, che voglio disperatamente avere un figlio. «Dopo otto anni di tentativi, mio padre è stato dichiarato sterile». Si rivolgono a uno specialista della fertilità, che nel 1978 li sottopone a trattamento per inseminazione artificiale, attraverso la prima Banca del seme ufficiale del Belgio. Un’unica condizione: non raccontare mai la verità se fossero riusciti a concepire un figlio. Nel gennaio del 1979 nascono Stephanie e i suoi due gemelli, Bernard e Sophie.

Tre anni dopo arriva un quarto figlio, concepito naturalmente. «Per mio padre – rivela – è stato uno shock. Si sentiva tradito da mia madre e dal medico». L’infanzia e l’adolescenza sono difficili. «Ho sempre avvertito una certa distanza con mio padre, non riuscivamo a creare un legame. Quand’eravamo piccoli, pensavamo non fossimo abbastanza bravi o intelligenti per meritarci il suo amore, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in noi». Il peso di anni di bugie si abbatte sulla famiglia quando una zia non riesce più a mantenere “il segreto”. Gli equilibri saltano, per tutti. «Quando scopri una cosa del genere tardi, vivi una crisi d’identità. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci». A questo si aggiunge il capire che i tuoi genitori ti hanno mentito. «Mia madre si è giustificata dicendo di aver solo seguito il consiglio del medico, di non averci pensato su. Mio padre ha detto di sentirsi sollevato, perché non era più obbligato a fingere. Non riusciva ad accettarci. Ha cancellato me, mia sorella e mio fratello dalla sua vita». Le sue parole, ammette, «mi hanno ferita, ma ora sono cresciuta. Cerco di lasciare il passato per quello che è ed essere il miglior genitore possibile per i miei figli».

Resta però la rabbia nei confronti di un sistema che «è cieco dinanzi alle conseguenze di un’industria che vende e crea esseri umani in questi modi». Per Stephanie il diritto a diventare genitore, rivendicato da chi sostiene fecondazione eterologa e utero in affitto, «è un diritto auto-proclamato, in nome del quale si causa un’ingiustizia ancora più grande sui bambini che vengono prodotti». L’industria della fertilità «si concentra sui risultati a breve termine, rifiuta di prendersi responsabilità, affermando di offrire solo quello che i clienti vogliono. Ma dopo la gravidanza c’è un bambino, un essere umano che cresce ed è costretto a sopportare le inevitabili implicazioni del modo in cui è stato creato. È per questo che la fecondazione eterologa o la maternità surrogata sono così assurde: infliggiamo intenzionalmente della sofferenza sulle persone prima ancora che siano nate. Dov’è il senso, la logica o l’amore in tutto questo?»

La fecondazione in vitro crea scompiglio in famiglia

fivet2Continua a crescere la domanda di trattamenti di fecondazione in vitro, ma aumentano anche le preoccupazioni relative alla gestione delle cliniche e alle conseguenze negative per le famiglie. Un eminente esperto di origini britanniche ha espresso di recente parole dure contro questa industria, i cui metodi sono da tempo oggetto di critiche da parte della Chiesa.

Robert Winston, professore di Scienze della Riproduzione presso l’Imperial College di Londra, ha affermato che le cliniche si lasciano corrompere con i soldi e che i dottori sfruttano le donne che si rivolgono a loro spinte dal desiderio disperato di restare incinta, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso anno. “È facile sfruttare le persone quando queste sono disperate e quando tu hai la tecnologia di cui hanno bisogno, sebbene questa possa comportare conseguenze negative”, ha affermato.

Per quanto riguarda l’impatto sulla famiglia, uno dei cambiamenti che si sono registrati è la tendenza a fare figli in età più avanzata (dal Times). La percentuale dei pazienti tra i 40 e i 45 anni che si sottopone a fecondazioni in vitro (FIV) è aumentata dal 10% degli anni ’90, al 15% del 2006, osserva l’articolo. L’anno scorso vi sono state 6.174 donne di questa fascia di età che hanno fatto ricorso alla FIV, rispetto a sole 596 nel 1991.

Anche l’età media dei pazienti FIV è aumentata: rispetto al 1996 essa si è innalzata di un intero anno passando dai 33,8 anni ai 34,8. Il dato proviene dalla Human Fertilization and Embryology Authority.

Il Times osserva che, sulle donne in età più avanzata, il numero dei trattamenti che riescono con successo è di gran lunga inferiore. Per le donne tra i 40 e i 42 anni, il tasso di nascita relativo al primo trattamento FIV è del 9%, mentre quando queste superano i 44 anni, il tasso scende all’1%.

Inoltre, ai 40 anni, il rischio di problemi di gravidanza aumenta del doppio rispetto alle ventenni e così come aumentano le probabilità di gravidanze extrauterine, di nascite premature, di morte alla nascita, di morte neonatale e di malformazioni.

Gemelli a 60 anni

Poco dopo la pubblicazione di questi dati, è arrivata la notizia dagli Stati Uniti di una donna di 60 anni che ha dato alla luce due gemelli maschi, secondo quanto riportato dall’Associated Press il 23 maggio. Frieda Birnbaum ha partorito al Hackensack University Medical Center, di New Jersey.

Un altro caso che ha ricevuto attenzione è quello di una donna spagnola, Carmela Bousada, che all’età di 67 anni ha fatto nascere due gemelli, secondo il Times del 29 gennaio. Questa donna si è sottoposta a trattamento FIV presso il Pacific Fertility Center di Los Angeles.

Intanto, il quotidiano canadese Ottawa Citizen ha riferito il 18 aprile scorso del caso di Melanie Boivin, che ha donato i propri ovuli alla figlia Flavie.

La figlia di 7 anni è affetta da sterilità congenita. Secondo l’articolo, se Flavie un giorno decidesse di usare gli ovuli per rimanere incinta, potrà diventare madre della sua sorella genetica e Melanine Boivin diventerà al contempo mamma e nonna.

Sulla vicenda, l’eticista Margaret Somerville si è espressa in modo critico, secondo quanto riportato dal giornale. “Dobbiamo pensare bene a ciò che facciamo quando giochiamo con la natura”, ha affermato, osservando che una procedura di questo tipo sovverte completamente il normale corso della vita.

Un’altra pratica che solleva dubbi dal punto di vista etico è quella di ricorrere al cosiddetto utero in affitto, sfruttando le donne dei Paesi in via di sviluppo, perché portino in grembo i figli delle famiglie dei Paesi più ricchi. Questo fenomeno si sta già verificando ad esempio in India, ha spiegato la Reuters in un articolo pubblicato il 4 febbraio.

Negli Stati Uniti un utero in affitto arriva a costare fino a 50.000 dollari (36.000 euro), ha affermato allaReuters Gautam Allahbadia, esperta in fertilità. In India invece tutto ciò si può fare con 10 o 12 mila dollari (7,2 o 8,7 mila euro). Le cliniche indiane solitamente fanno pagare 2 o 3 mila dollari (1,5 o 2 mila euro) per il trattamento, mentre alla madre surrogata spettano dai 3 ai 6 mila dollari (2 o 4 mila euro).

L’articolo osserva che dati ufficiali relativi a questo fenomeno non esistono, ma è possibile che ogni anno nascano in India dai 100 ai 150 bambini da uteri in affitto.

Senza madre

Le cliniche stanno iniziando anche ad offrire trattamenti specifici per gli omosessuali. The Fertility Institutes di Los Angeles ha avviato un programma per maschi omosessuali che vogliono diventare partner, secondo laReuters del 14 marzo.

Il direttore della clinica, Jeffrey Steinberg, ha riferito che sono stati già effettuati circa 70 trattamenti ad altrettante coppie gay e che è in fase di istituzione un servizio apposito. Egli ha anche osservato che circa tre quarti delle coppie omosessuali pagano una quota in più per poter scegliere il sesso dei loro bambini.

Gli intricati intrecci familiari creati dalle tecniche FIV danno origine anche ad una serie complessa di problemi legali. Una madre surrogata, che non ha alcun collegamento genetico con il bambino che porta in grembo, non può essere indicata come madre sul certificato di nascita, secondo la Corte d’Appello del Maryland Court, come riferito dall’Associated Press il 16 maggio.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda due gemelli nati nel 2001. La donna che li ha partoriti era una madre surrogata, senza alcuna relazione genetica con i gemelli.

Un altro caso, ancora in fase di giudizio, riguarda il destino di alcuni embrioni congelati, appartenenti ad Augusta e Randy Roman, i quali avevano deciso di sottoporsi a trattamenti per produrre gli embrioni. Tuttavia, qualche ora prima del previsto impianto, il marito ha deciso di interrompere il procedimento, secondo quanto riportato dal Los Angeles Times il 30 maggio.

Questo avveniva nel 2002 e l’anno successivo la coppia ha divorziato. Da allora essi non hanno trovato un accordo su cosa fare degli embrioni congelati e la questione è ora arrivata la Corte Suprema del Texas. Randy vuole che gli embrioni siano distrutti o che rimangano crioconservati.

Il Los Angeles Times ha ricordato che finora sono sei le alte corti di altrettanti Stati che si sono pronunciate su questi casi. Da tali decisioni, in generale, risulta che il diritto di un ex coniuge a non procreare ha la meglio sul diritto dell’altro a procreare.

Moralmente non neutrale

La Chiesa ha da tempo affrontato i problemi derivanti dalle tecniche di fecondazione in vitro. Nel 1987 la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato l’istruzione su “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” (“Donum Vitae”).

Sin dal 1987, le tecnologie utilizzate nella FIV sono cambiate molto, ma gran parte dei problemi etici di fondo sono rimasti immutati. La scienza e la tecnologia sono risorse importanti, riconosce l’Istruzione. Tuttavia, è un errore considerare la ricerca scientifica e le sue applicazioni come ambiti moralmente neutrali.

Inoltre, la Congregazione per la dottrina della fede spiega che esse devono essere poste al servizio della persona umana e dovrebbero seguire i criteri della legge morale. È un errore considerare il corpo umano meramente come un insieme di elementi biologici, sostiene l’Istruzione. La persona umana è nello stesso tempo corporale e spirituale.

Peraltro, per quanto riguarda la questione della trasmissione della vita, non è possibile ignorare la speciale natura della persona umana. Dal momento del concepimento, insiste l’Istruzione, la vita di ogni persona umana deve essere rispettata. In aggiunta, il dono della vita umana dovrebbe essere coltivato nel contesto di atti compiuti tra marito e moglie.

La Congregazione ammette che il desiderio di avere figli e l’amore tra i coniugi che desiderano superare i problemi di sterilità “costituiscono motivazioni comprensibili” alla base del ricorso alle tecniche FIV. Ciò nonostante, prosegue l’Istruzione, le buone intenzioni devono essere commisurate alla natura stessa del matrimonio e alla necessità di rispettare i diritti dei figli.

Il documento osserva inoltre che le tecniche FIV troppo spesso comportano la distruzione di embrioni umani. In questo modo l’uomo viene a costituirsi donatore di vita e di morte “su comando”, avverte il testo.

Il sistematico ricorso a queste tecniche crea il rischio di generare una mentalità del dominio dell’uomo sulla vita e la morte di altri esseri umani, avverte la Congregazione. Una mentalità che con il passare del tempo produce una inesorabile deriva verso pratiche che implicano gravi questioni morali e sociali.

Di Padre John Flynn, L.C.

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

20.000 euro per affittare un utero in Cina

Storie di ordinaria ingiustizia bioetica: quando il figlio E’ un prodotto da ottenere ad ogni costo. Vergognoso.

Duecentomila yuan (oltre 20.000 euro) per fare da madre surrogata e affittare il proprio utero. Per quanto sia illegale,la pratica è molto diffusa in Cina e per molte donne rappresenta una vera e propria fonte di reddito. Secondo un’inchiesta condotta dal Global Times,esistono nel paese moltissime agenzie che agiscono come mediatori tra le madri in affitto e le coppie che intendono avvalersi di questo “servizio”,e che applicano dei veri e propri tariffari. Al momento della conferma dell’esistenza del battito fetale,alla madre surrogata è corrisposto il 10% della somma totale,un altro 20% è corrisposto poi ispettivamente al quinto,al settimo e all’ottavo mese di gravidanza e solo dopo la nascita viene corrisposto il restante 30%.
(leggi cos’è la maternita’ in affitto)

Nelle prime settimane di gravidanza,prima cioè che si abbia la conferma del battito,alla madre surrogata viene pagata solo una somma di 2.500 yuan (circa 250 euro) per far fronte alle spese mediche iniziali. Alla nascita del bambino infine i genitori sono assistiti nella fase di registrazione del neonato che,sottratto alla donna che lo ha materialmente messo al mondo,viene affidato alla coppia.

Il tutto naturalmente avviene in nero,visto che la riproduzione surrogata è illegale nel paese sin dal 2001,quando il Ministero della Salute emise una normativa con la quale proibì a medici,ospedali e operatori sanitari di condurre qualsiasi pratica di questi tipo. Nonostante ciò,il mercato ha continuato a crescere,grazie anche a un sempre maggiore incremento della domanda.

Secondo i dati resi noti dalla Commissione sanitaria di Shanghai,il 10% delle coppie locali ha problemi di infertilità. Le agenzie,inoltre,operano nel campo senza particolari problemi a causa di un buco normativo. “La legge –spiega il titolare di un’agenzia che lavora nel settore –definisce e punisce il comportamento di medici e ospedali,ma non cita le agenzie. Per cui delle tre parti coinvolte,i nostri clienti,gli ospedali e noi,gli unici che devono stare attenti sono gli ospedali e i medici”.

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In alcuni casi,per poter avere un bambino in via surrogata la coppia con problemi di infertilità necessita di acquistare anche degli ovuli e anche per questo c’è un mercato. Sembra siano molte le studentesse o le impiegate con stipendi bassi che per arrotondare vendono i propri ovuli per somme che vanno dai 15.000 ai 20.000 yuan (1500-2000 euro circa). Pratica anche questa condotta in maniera sotterranea,in quanto illegale.

Il costo totale per avere un figlio in questo modo si attesta intorno ai 300.000 yuan totali (circa 30.000 euro),un prezzo che è comunque considerato molto ragionevole,tanto che sono molte –a quanto riferisce l’inchiesta del Global Times –le coppie anche straniere che vengono in Cina per accedervi.

Recentemente poi sono molte le agenzie cinesi che,per evitare problemi con la legge,hanno deciso di trasferirsi in paesi come gli Stati Uniti o l’India,dove la pratica è legale. (ndr. e sarebbero paesi civili?)

Diagnosi genetica preimpianto: procedure e implicazioni

Una pratica disumana, perché porta alla selezione della specie e a considerare indesiderabili e scartabili le persone (cose?) non perfette…

COSA È LA DIAGNOSI GENETICA PREIMPIANTO?

La diagnosi genetica preimpianto o PGD (Preimplantation Genetic Diagnosis) è una procedura diagnostica che prevede l’utilizzo di un’analisi molecolare del DNA (o dei cromosomi) proveniente da una o due cellule di un embrione allo stadio di circa 8 cellule. E’ possibile effettuare questo tipo di diagnosi soltanto attraverso l’utilizzo della fecondazione in vitro, con la creazione di diversi embrioni in provetta (circa da 10 a 20) tra cui individuare quelli più idonei al prelievo di una o due cellule per poi eseguire l’analisi. Il prelievo di una o due cellule avviene prima dell’impianto degli embrioni in utero e serve per selezionare gli embrioni senza il difetto genetico ricercato. La procedura ha quindi lo scopo di individuare alcuni embrioni da impiantare, mentre i rimanenti verranno scartati: sia che siano portatori di un difetto genetico, sia che siano sani. In Austria e Italia questa procedura diagnostica non è permessa dalla legge.

QUALE PERCORSO SI DEVE SEGUIRE PER LA PGD?

La PGD comporta un percorso alquanto impegnativo che inizia con la fecondazione artificiale che, a sua volta, prevede: stimolazione ormonale all’iperovulazione, intervento per il prelievo degli ovociti (pick up), fecondazione dei gameti in provetta, incubazione per due/tre giorni per dar tempo allo zigote (prima cellula dell’individuo) di moltiplicarsi allo stadio di 6-8 cellule, prelievo di 1-2 cellule da tutti gli embrioni ottenuti. Questa parte di procedura è simile a quella seguita anche dalle coppie sterili per una normale PMA. Le probabilità di successo di fecondazione in vitro variano molto in funzione dell’età: da un 40% nelle donne giovani (<35aa) a circa il 15% nelle donne meno giovani (40-42 aa). Dopo la formazione degli embrioni, inizia l’indagine di laboratorio per permettere la diagnosi genetica, parte delicatissima dove avvengono le maggior parte dei fallimenti della procedura (pari al 10-15%), e dove, purtroppo, esiste una percentuale non trascurabile di possibili errori diagnostici (2-5%). Infine avviene l’impianto di uno o più embrioni selezionati senza l’anomalia genetica ricercata. A questo proposito bisogna ricordare che l’analisi individua solo il “difetto” cercato e non qualsiasi altro difetto genetico che potrebbe esserci e rivelarsi, successivamente, inatteso.

QUALI SONO LE INDICAZIONI DIAGNOSTICHE DELLA PGD?

Dalla prima pubblicazione dell’applicazione della PGD (Handyside et al. Nature 1990;344:768–770) ad oggi le indicazioni all’esame sono molto cambiate (Harper et al. Hum Reprod Update. 2012 May-Jun;18(3):234-47).  Volendo riassumere i dati degli anni 1997-2007 vediamo che:

– nel 61% dei casi la PGD è stata utilizzata per valutare difetti del numero dei cromosomi (aneuploidie),

– nel 17% per valutare la presenza di specifiche mutazioni in singoli geni,

– nel 16% per valutare anomalie cromosomiche,

– nel 4% per diagnosi di malattie genetiche legate al cromosoma X

ed infine

– nel 2% per selezione in base al sesso (social sexing)

Come atteso, nelle indagini per difetti da singoli geni si ha la percentuale più alta di identificare embrioni senza difetto (50-70% degli embrioni vitali), mentre solo nel 10-15% degli embrioni, derivati da soggetti con riarrangiamenti cromosomici, si individuano embrioni senza difetto.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI DELLA PGD?

Nella PGD vengono prodotti in provetta un numero variabile di embrioni (da 10 a 20) e lo scopo dell’intervento è non solo quello di conoscere la salute dell’embrione, ma principalmente di scegliere quello sano da impiantare e, di conseguenza, scartare tutti gli altri, sia sani sia malati. Nel report dell’ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology) su dieci anni di attività (1997-2007) risulta che da 339.966 oociti prelevati, 202.357 sono stati fertilizzati portando alla produzione di 19.901 embrioni trasferiti, pari al 5,85%. Questi hanno dato origine a 5.187 gravidanze, con un’efficienza di circa il 26%. In sintesi, dopo tutti i passaggi, solo l’1,5% degli oociti prelevati giunge al termine del percorso come gravidanza clinica. E questa risulta essere la situazione in cui ci si propone volontariamente di selezionare essere umani in base alla loro tipologia, scegliendo quelli senza difetti a scapito di tutti gli altri. Inoltre, ad oggi, nelle gravidanze ottenute dopo PGD, nella maggior parte dei casi viene consigliata la diagnosi prenatale entro il primo trimestre di gravidanza per controllare nuovamente la diagnosi genetica.

Domenico Coviello –  Direttore S.C. Laboratorio di Genetica Umana,
E.O. Ospedali Galliera di Genova
Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

[Da bioFiles, n° 20  |  28 novembre 2012]

Perché non è possibile equiparare l’adozione all’eterologa?

La Corte Costituzionale, quando ha sentenziato la possibilita’ di utilizzare in Italia la pratica della fecondazione eterologa, ha motivato la sua decisione richiamando il principio della genitorialità adottiva, esistente sia nelle normative nazionali che in quelle internazionali. Come una madre e un padre possono diventare genitori adottivi di figli non nati dalla loro relazione coniugale, così un uomo e una donna possono diventare genitori di un figlio nato da gameti appartenenti a donatori esterni alla coppia.

Di questo parere non sono soltanto i giudici costituzionali, ma anche una buona parte della nostra società. E’ modo comune di pensare che la fecondazione eterologa sia equivalente all’adozione. In realtà questo non corrisponde al vero ed è doveroso contrabbattere questa tesi argomentando le notevoli differenze che esistono tra le due scelte genitoriali. Cercando di elencare le differenze, si arriva a comprendere che l’adozione è tutto altro rispetto alla fecondazione eterologa.

Un uomo e una donna, che scelgono la fecondazione eterologa, nutrono un grande desiderio di maternità e paternità carnale. Ritengono che si può definire figlio solo una creatura umana che viene portata nel proprio grembo.

Una famiglia adottiva concepisce la maternità e la paternità come un gesto di accoglienza di un bambino nato da qualche parte del mondo, appartenente a qualunque etnia, razza, cultura o nazione. Quel minore è loro figlio, non perchè generato dalle proprie viscere. E’ figlio perchè i genitori adottivi hanno deciso di accoglierlo e dedicargli tutta la loro vita, per educarlo ed accompagnarlo nella sua crescita umana e spirituale.

Le differenze sostanziali riguardano l’identità del figlio: per i genitori che scelgono l’eterologa il figlio deve avere necessariamente i caratteri somatici il più possibile vicini ai propri. In alcuni paesi stranieri dove viene praticata l’eterologa (non sappiamo ancora cosa avverrà in Italia) è possibile scegliere i gameti in modo da avere tratti del volto simili a quelli dei genitori. Avviene, in forma velata, quello che comunemente viene chiamata la selezione della specie.

La forza dell’amore dei genitori adottanti supera l’aspetto esteriore e cerca di cogliere l’interiorità di un bambino o di un adolescente che cerca disperatamente di essere guidato, sostenuto e confortato nel cammino della vita.

Un’altra differenza sostanziale è l’età del minore. Un padre e una madre adottiva, quando si rendono disponibili all’accoglienza, sono consapevoli che si perderanno anni di vita del loro figlio, che potrà arrivare con età prescolare, scolare o adirittura adolescente. Per i genitori che scelgono l’eterologa questo è inconcepibile, perchè il figlio è non solo colui che si è portato nel grembo, ma è soprattutto colui che si è preso in braccia appena nato, è colui al quale si sono cambiati i pannolini, ed è colui che viene cullato tra le braccie i primi giorni di vita.

Aprire le braccia ad un adolescente o ad un bambino in età prescolare o scolare, come fanno i genitori adottivi, viene considerato da alcuni un gesto irrazionale e innaturale. Un papà e una mamma adottiva, quando stringono tra le braccia il loro figlio, lo hanno da tempo già accolto nel loro cuore, anche senza conoscere il suo volto, perchè lo hanno già concepito nell’attesa della gestazione adottiva.

Il suo volto non è immaginabile, perchè sconosciuto è il suo paese di provvenienza ed ignota è l’età che avrà quando lo vedranno per la prima volta. Il figlio nato dai genitori adottivi non è stato generato da una comunione carnale, ma da un desiderio spirituale che rende carnale il frutto del loro desiderio.

I genitori che scelgono l’eterologa non desiderano rinunziare nel dare alla luce il loro figlio, anche se in realtà il figlio non è totalmente loro. Il bambino è nato da gameti estranei alla coppia. Per questa ragione la genitorialità eterologa possiamo definirla come un sottoinsieme della genitorialità biologica.

Alcune domande possono aiutare a comprendere questa parzialità. E’ giusto parlare di maternità biologica quando è avvenuta una implantologia embrionale con gameti esterni alla coppia? Si può chiamare maternità biologica se si vive solo la gestazione embrionale? E’ corretto usare la parola maternità e paternità biologica quando il patrimonio genetico non è esclusivo del padre e della madre gestante? Qual’è il ruolo della paternità biologica di un uomo che acconsente alla sua compagna di utilzzare gli spermatozooi di un altro uomo?

Si potrebbero fare tante altre differenze tra l’adozione e la fecondazione eterologa, ma è molto superficiale equiparare l’estraneità dei gameti (caratteristica della fecondazione eterologa) con l’accoglienza di un bambino abbandonato, nato da genitori biologici (caratteristica dell’adozione).

Quello che interessa è che ci sia qualcuno che si prenda cura dei bambini abbandonati. E allora perchè giocare con gli embrioni, quando ci sono tanti bambini abbaondonati in ogni parte del mondo che chiedono solo di essere accolti ed amati?

La mancanza di un figlio per un marito e una moglie diventa lo spazio vuoto da destinare ai bambini abbandonati. Questo è il senso più profondo della storia di un marito e di una maglie che non hanno avuto il dono di avere figli biologici.

La prossimità al dolore di un bambino, lasciato senza custodia materna e paterna, diventa il rimedio alla sofferenza della sterilità dei genitori adottivi. L’adozione compie il miracolo di avvicinare due piaghe e guarirle con il rimedio dell’accoglienza reciproca. Come i genitori che si aprano alla vita sono chiamati ad accogliere i figli che Dio vorrà loro donare, così i genitori che si scoprono sterili biologicamente sono chiamati a vivere la fecondità spirituale, accogliendo i loro figli già nati in qualche parte del mondo.
Giuliano Guzzo

Cosa e’ l’eugenetica? 4 modi per distruggere la dignità umana.

eugenics-5“Disciplina che si prefigge di favorire e sviluppare le qualita’ innate di una razza, giovandosi delle leggi dell’ereditarieta’ genetica. Il termine fu coniato nel 1883 da F. Galton. Sostenuta da correnti di ispirazione darwinistica e malthusiana, l’e. si diffuse inizialmente nei paesi anglosassoni e successivamente nella Germania nazista, trasformandosi nella prima metà del XX sec. in un movimento politico-sociale volto a promuovere la riproduzione dei soggetti socialmente desiderabili (e. positiva ) e a prevenire la nascita di soggetti indesiderabili (e. negativa ) per mezzo di infanticidio e aborto.Perché la Chiesa si è opposta e continua ad opporsi alle teorie eugenetiche? (ENCICLOPEDIA TRECCANI)”

“Nella pratica medica, pertanto, tutto ciò che favorisce i meccanismi di selezione e miglioramento della specie viene ritenuto lecito. Sotto il profilo scientifico l’unica maniera per prevenire le malattie è quella di sopprimere i soggetti geneticamente predisposti ad ammalarsi. Sotto il profilo etico, l’e. moderna presuppone un’eliminazione sistematica, programmata di esseri umani, nella maggior parte dei casi motivata da ragioni e pressioni di origine economica (etica utilitarista) (ENCICLOPEDIA TRECCANI)”

Ad oggi l’eugenetica è praticata in quattro modi:

aborto: “selezionando” il figlio in caso di qualche disabilità (anche minima come il labbro leporino) o qualche tratto non gradito o in base al sesso (gendericidio, praticato in milioni di casi in India e Cina, con conseguenze sul bilanciamento uomo-donna che provocheranno grossi danni nei prossimi anni), oppure selezionando un solo figlio sopprimendo gli altri in caso di gravidanza gemellare (caso molto ricorrente con la procreazione assistita).

fecondazione assistita (fecondazione artificiale): “selezionando” il donatore esterno alla coppia (fecondazione eterologa) con i tratti somatici desiderati (colore occhi, altezza, Q.I. del donatore, colore capelli, colore della pelle), o con Dna esente da alcune predisposizioni genetiche scegliendolo da cataloghi ed elenchi online. O modificando il Dna del donatore.
Selezionando gli embrioni da impiantare nell’utero materno in base a propri criteri.

eutanasia: “selezionando” i malati terminali, cui proporre o imporre (numerosi i casi di medici che hanno procurato in alcune nazioni la morte di decine di pazienti) l’eutanasia. Propagandando l’eutanasia tra i malati e gli anziani (“per non essere un peso ai figli e alla società”). Diffondendo il concetto che sia non solo possibile l’eutanasia dei neonati disabili (una sorta di aborto post nascita) ma anche doveroso per “evitare loro sofferenze”. Confondendo il concetto di “non accanimento terapeutico” (la pratica legittima di interrompere delle cure mediche sproporzionate e senza possibilità di miglioramenti della salute proporzionati alle cure. Cibare e dissetare un paziente non sono cure mediche ma cure ordinarie e non possono essere interrotte) con l’eutanasia (procurare la morte di un paziente con un intervento diretto).

sterilizzazione: “selezionando” classi di popolazione ritenute inadatte (come i paria in India) o gruppi tribali o etnie intere, proponendo o imponendo la sterilizzazione forzata di migliaia di donne, in parte con la scusa della lotta alla sovrappopolazione, in parte con la scusa della diffusione dei “diritti riproduttivi” (diritto a non poter più avere figli?), diritto raramente proposto a donne acculturate ma prevalemente a donne ignare o inconsapevoli della non retroattività della sterilizzazione.

Concludendo:
Eugenetica: metodi di perfezionamento della specie umana, che ledono gravemente la dignita’ umana. L’eugenetica non cura nulla ma “seleziona” offendendo il valore di ogni essere umano. Va combattuta con la cultura, la conoscenza e l’impegno.
Non esistono  e non vanno ricercati/creati/prodotti esseri umani di serie A (geneticamente migliori) rispetto a quelli di serie B.

Tutti siamo unici, diversi ognuno dall’altro, sani e malati, disabili e normodotati, malati terminali e atleti, belli o brutti, coscienti o in stato comatoso. “Le teorie eugenetiche, introducono una discriminante arbitraria nella definizione di uomo.”
La genetica deve curare le malattie non eliminare chi ha geni malati.
La genetica non ha il diritto di diffondere l’idea che chi è malato o meno performante di altri è inferiore e non avrebbe dovuto essere messo al mondo o non debba riprodursi per migliarare al specie umana.

Francia, sì alla ricerca sugli embrioni. L’uomo vale meno degli animali?

Il Senato francese legalizza la ricerca sugli embrioni, che implica la loro  uccisione. Intervista a Jean-Marie Le Mené, presidente della Fondazione Jérôme  Lejeune: «Il Senato francese rende un’eccezione la protezione dell’essere  umano».

«Perché oggi l’uomo è rispettato meno degli animali?». È questa la domanda che Jean-Marie Le Mené (nella foto), presidente della Fondazione Jérôme Lejeune, pone incredulo quando gli si chiede di commentare la legge approvata nella notte tra il 4 e il 5 dicembre dal Senato francese. Durante la seduta cominciata alle 22 e terminata oltre la mezzanotte, la Francia ha modificato la pietra miliare che governava la ricerca scientifica nel paese: se prima era proibito fare ricerca sugli embrioni umani, con alcune eccezioni, con le modifiche approvate dal Senato, se verranno confermate dalla Camera, sarà possibile fare ricerca sugli embrioni umani, ma solo a certe condizioni.

«EMBRIONE VITTIMA DEL SUO MISTERO». Ma, sostengono molti in Francia, vietare con alcune eccezioni e autorizzare a certe condizioni non è la stessa cosa? «Assolutamente no – risponde Le Mené a tempi.it – Dopo queste modifiche del Senato l’embrione diventa indifendibile. Anche prima si attentava alla vita dell’embrione ma questi tentativi potevano essere sanzionati grazie alla legge che proteggeva la vita dell’essere umano. Domani questo non sarà più possibile». L’articolo 16 della Costituzione francese protegge l’essere umano, ma dal momento che la ricerca sulle cellule staminali embrionali implica la distruzione dell’embrione, autorizzarla pur con delle condizioni da rispettare significa «che la difesa della vita dell’essere umano diventa un’eccezione e non più la regola». Aggiunge Le Mené: «L’embrione umano è vittima del suo mistero e della sua vulnerabilità. Ma quando si tocca l’embrione, si demolisce un intero mondo. Così, rimpiazzando il principio che vieta la ricerca sugli embrioni con quello che la permette a certe condizioni, il Senato francese rende un’eccezione la protezione dell’essere umano. C’è sempre una “prima volta” nella storia e questa è molto grave».

PREMIO NOBEL IGNORATO. La Fondazione Jérôme Lejeune, che porta il nome di uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, di cui oggi è in corso la causa di beatificazione, scopritore della trisomia 21, causa genetica della Sindrome di Down, è sul piede di guerra e accusa il Senato francese di ideologia anche alla luce del recente conferimento del premio Nobel 2012 per la medicina al giapponese Shinya Yamanaka, che ha scoperto come riprogrammare le cellule adulte e farle “ringiovanire” fino allo status di bambine. Non è più necessario, dunque, distruggere vite umane per ottenere cellule staminali embrionali su cui sperimentare perché si possono usare quelle adulte “ringiovanite”, rese nuovamente pluripotenti. Perché dunque approvare la ricerca sugli embrioni proprio quando la scienza fornisce nuove tecniche per ottenere gli stessi risultati ma senza uccidere gli embrioni? «Ideologia, appunto» risponde Le Mené.

VI SEMBRA NORMALE? Ed è per combattere l’ideologia che la Fondazione Jérôme Lejeune ha lanciato la petizione “Vous trouvez ça normal?“, “Vi sembra normale?”: «Si tratta di una campagna di sensibilizzazione basata sul paragone tra come viene protetto l’embrione rispetto altre specie viventi. Oggi innumerevoli embrioni di animali sono protetti dalla legge con pene per chi la viola che vanno dalle ammende pecuniarie alla prigione. Noi siamo d’accordo che la natura venga rispettata di più di quanto si faccia ora, ma bisogna rispettare tutta la natura. E se è vero che anche l’uomo appartiene alla natura, perché oggi viene rispettato meno degli animali?».

Il dolore della sterilità fisica

coppia-sterileDiventa fecondità spirituale nel travaglio del parto adottivo

L’adozione nasce da una duplice esigenza di amore: la necessità del bambino di essere amato e il bisogno del genitore di amare. Nell’incontro vicendevole di queste due esigenze cresce e matura il cammino adottivo.

Entrambe le parti, genitori e figli, iniziano il loro cammino da una sofferenza. I figli per avere vissuto la dolorosa esperienza dell’abbandono, i genitori per aver sperimentato il dolore della propria sterilità. Due piaghe diverse che possono essere guarite solo una a contatto con l’altra, ma prima devono essere “cicatrizzate”.

Soffermiamoci sulla situazione di dolore degli aspiranti genitori adottivi cercando di scorgere il misterioso disegno di amore che esso contiene.

Il dolore di un marito e di una moglie che scoprono la propria sterilità costituisce una dura prova per il loro matrimonio. Alcune volte la causa della sterilità è dovuta a problemi di fertilità di uno dei due coniugi, altre volte di entrambi i coniugi, altre volte ancora non è possibile stabilire con certezza la causa dell’infertilità.

Quando la sterilità è accertata per entrambi i coniugi il peso del dolore è distribuito ed più semplice accettare la propria sofferenza e quella del proprio coniuge. Ma quando la sterilità viene riscontrata solo in uno tra marito o moglie, ci può essere il rischio di una separazione perché l’egoismo di avere a tutti i costi un figlio dalla propria carne può sfociare nel pericolo di una separazione. Purtroppo dobbiamo constatare che l’assenza dell’arrivo dei figli all’interno di un matrimonio è una delle cause più frequenti di separazioni.

Davanti a queste situazioni è sicuramente indispensabile fermarsi un momento e domandarsi: il figlio della carne è così indispensabile a tal punto da mettere in discussione il proprio matrimonio? Il marito o la moglie non sono essenziali l’uno per l’altro a prescindere dell’arrivo dei figli?

La stesso dubbio di continuare la relazione con l’altro, avviene molto frequentemente anche durante il tempo del fidanzamento. Oggi si assiste sempre più spesso a fidanzati che scelgono di sottoporsi, prima del matrimonio, ad una serie di analisi mediche per verificare la loro fertilità. Solo se gli accertamenti clinici sono positivi si decide di passare al matrimonio. Così, la scelta del futuro marito o moglie viene operata solo se l’altro è sano, se l’altro è fertile. Ma questo modo di pensare contrasta con la promessa del rito nunziale dove si giura fedeltà all’altro nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, nella povertà e nella ricchezza. La Chiesa, infatti, non chiede agli sposi che siano fertili per sposarsi, non si accerta della loro fertilità fisica per celebrare il matrimonio. La Chiesa chiede agli sposi l’apertura alla vita nella fecondità spirituale.

Il compendio del catechismo della Chiesa Cattolica riporta alla domanda cinquecentouno: “Che cosa possono fare gli sposi quando non hanno figli? Qualora il dono del figlio non fosse loro concesso, gli sposi, dopo aver esaurito i legittimi ricorsi alla medicina, possono mostrare la loro generosità mediante l’affido o l’adozione, oppure compiendo servizi significativi a favore del prossimo. Realizzano così una preziosa fecondità spirituale”.

Pertanto, se dopo il matrimonio gli sposi scoprono la loro sterilità fisica, essi hanno altre forme per realizzare la loro fecondità spirituale e tra queste possibilità di amore è contemplata l’adozione.

Ma questa scelta non è attualmente considerata la più naturale e la più pubblicizzata.

I mezzi di comunicazioni di massa propongono continuamente tecniche di procreazioni artificiali senza preoccuparsi di eventuali problematiche etiche e morali.

Allora davanti al bivio della scelta di una famiglia che non ha ricevuto il dono di figli biologici, o che non vuole rinunziare alla genitorietà trovandosi al di fuori dell’età feconda, diventa doveroso l’impegno del cristiano nell’offrire una valida alternativa a queste tecniche di procreazione, proponendo l’adozione come via più naturale per diventare genitori.

La famiglia adottiva oltre a testimoniare con l’esempio della vita quotidiana la santità e bellezza di questa scelta, dovrebbe trovare sempre più spazi dove diffondere la cultura dell’accoglienza. I corsi prematrimoniali nelle varie diocesi potrebbero essere un luogo privilegiato dove la famiglia adottiva può offrire la sua testimonianza spiegando tutto il percorso che li ha condotti a questa scelta di vita. Chiaramente va sempre specificato che la via naturale di avere i figli biologici deve avere sempre la priorità sulla genitorietà adottiva.

Però, sarebbe troppo limitativo riservare solo lo spazio dei corsi di preparazione al matrimonio per testimoniare le ragioni della scelta adottiva. Le sale parrocchiali potrebbero diventare, durante vari periodi dell’anno, spazi privilegiati dove la famiglia adottiva potrebbe offrire la sua testimonianza all’adozione a coloro che stanno incontrando difficoltà a diventare genitori. Anche i giornali, e soprattutto le televisioni dovrebbero offrire sempre nuovi spazi per far conoscere la bellezza dell’adozione quando vissuta come servizio di elevazione della dignità di un bambino abbondonato, di un bambino sofferente.

Per concludere questa riflessione potremmo utilizzare un espressione del Vangelo di Giovanni a proposito di Giovanni Battista che si pone in relazione a Cristo: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 30).

L’io di diventare genitore biologico a tutti i costi deve diminuire, la scelta di essere genitore adottivo deve crescere. Questo è l’inizio del cammino dell’adozione, questa è la battaglia delle fede nella quale combattere i propri desideri per compiere la volontà di Dio, questo significa diventare umili e piccoli per poter accogliere i propri figli.

La scelta adottiva è matura in una famiglia quando gli aspiranti genitori si sentono essi stessi figli adottivi di Dio. Allora il miracolo dell’adozione non è solo quello di diventare genitori senza nessun parto dal grembo materno, il vero prodigio è quello di sentirsi autentici figli di Dio perché “a quanti l’hanno accolto, ha dato poter di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volore di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Di Osvaldo Rinaldi (da Zenit)

L’industria schiavista dell’utero in affitto

maternita-surrogataC’e’ un velo di ipocrisia che copre la realta’ di sfruttamento e di sofferenza conosciuta con il nome di maternita’ surrogata. Giri d’affari milionari sulla pelle di donne e bambini considerati alla stregua di una merce, eugenetica, gravidanze interrotte coercitivamente: qualsiasi persona di buon senso insorgerebbe dinanzi a questa ridda di misfatti legati alla pratica dell’utero in affitto. Eppure, malgrado la diffusa sensibilita’ ai diritti umani, quando si parla di questo tema prevale un’indifferenza che spesso confina in una forma di cinismo alquanto stravagante: il desiderio del ricco sopravanza la dignità del povero e il diritto del bambino.

Un’inchiesta come quella uscita sull’ultimo numero della rivista trimestrale Info-dienst bio-ethik (Info-service bioetica) di Aktion Leben (Movimento austriaco per la protezione della vita), serve a render pubblico ciò che in molti ignorano riguardo l’utero in affitto. La rivista punta i propri riflettori su quello che chiama il “turismo riproduttivo”, il quale “banalizza di proposito” la maternità surrogata.

Aktion Leben invoca a gran voce che questa pratica venga vietata in tutto il mondo. Martina Kronthaler, segretaria generale del Movimento, ne spiega i motivi: “La riproduzione è diventata una grande industria in tutto il mondo”. E dietro i messaggi pubblicitari delle agenzie che lavorano per organizzare viaggi a questo scopo, nei quali sono ritratti bambini felici e genitori raggianti, si nasconde il fatto che “c’è quasi sempre lo sfruttamento delle donne e l’inganno ai bambini ai quali viene nascosto il legame prenatale”.

Un esempio che la Kronthaler indica per dimostrare come una patina edulcorata stia rivestendo gli interessi di profitto e lo sfruttamento delle madri surrogate è la pagina principale del sito del “Bridge Clinic”, in Nigeria. Questa clinica, con la quale collaborano esperti della riproduzione austriaci offre “madri in affitto che sostituiscono il seno materno”.

Una pubblicità, quella della “Bridge Clinic”, che secondo la Kronthaler testimonia una “intenzionale presentazione semplicistica di quello che è invece lo spettacolo nudo e crudo di donne reclutate in zone di grande povertà dalle agenzie specialistiche, e usate come incubatori umani in fattorie dove vengono alloggiate”.

A queste donne è negato sapere – evidenzia ancora Aktion Leben – il numero di embrioni che vengono loro impiantati e quanti ne vengano uccisi nel loro ventre. Difficile quantificare il numero di aborti, che spesso vengono richiesti dai “clienti” stranieri perché le caratteristiche del bambino “acquistato” non corrispondono a quelle desiderate.

Ciò avviene negli Stati Uniti, dove la maternità surrogata è legale, praticata in circa 400 cliniche e produce un fatturato annuo di diversi miliardi di euro. Si stima ad oggi che 35 mila americani siano venuti al mondo attraverso la fecondazione artificiale, donazione di ovuli, donazione di sperma o madri in affitto.

Queste “pratiche disumane” – per mutuare Aktion Leben – consentono alle donne dei Paesi del Terzo Mondo guadagni assai inferiori rispetto a quelli delle donatrici americane. Tuttavia, si legge su Info-dienst bio-ethik, soltanto in India il mercato della maternità surrogata è stimato intorno ai 2,3 miliardi di dollari, 400 milioni di dollari l’anno secondo uno studio dell’Onu.

Mercato sul quale si allungano le ombre fosche dell’eugenetica. Avvenire riportava la scorsa settimana le dichiarazioni del dott. Vinay, medico del centro per la fertilità di Milann, dove il fenomeno dell’utero in affitto è particolarmente diffuso. “Il nostro obiettivo – le parole del dottore – è sempre e comunque quello di rispondere alle richieste del paziente. Supponiamo che una coppia sia di origini mongole, cinesi o giapponesi. In tal caso, desideriamo che il figlio abbia tratti somatici simili ai loro”. Persino, aggiunge il dott. Vinay, si cerca di accontentare anche coloro che “pretendono l’appartenenza a una casta specifica” per il loro bambino on-demand.

Spesso, come sottolinea la dott.ssa Annamma Thomas, a capo del Dipartimento di ostetricia e ginecologia del St. John’s Medical College di Bangalore, il ricorso alla fecondazione in vitro è dovuto alla scelta di diventare genitori in età avanzata, quando l’indice di fertilità è fisiologicamente più basso.

La Thomas afferma che c’è oggi “un abuso di queste tecniche” per “esaudire i bisogni più egoisti”. Spiega ancora ad Avvenire che “cercano la fecondazione in vitro, o la surrogazione di maternità, persone che sono al top delle loro carriere e non vogliono rinunciare allo status acquisito. O che, avendo ritardato il momento in cui mettere al mondo un bambino, incontrano normali problemi legati all’età”. E “se si sposassero un po’ prima…” – sospira la Thomas – forse si eviterebbe la proliferazione di questa enorme industria di sfruttamento.
Federico Cenci – www.zenit.org

Il brutto di sentirsi comprati e non accolti

alana-intro-stillDolce e Gabbana? Avevano ragione loro. I bambini devono nascere da un padre e una madre e non in laboratorio, perche’ «la vita ha un corso naturale e ci sono cose che non dovrebbero essere cambiate». È ciò che pensa Alana Newman, 28 anni, «nata con lo sperma di uno sconosciuto per fare piacere a mia mamma» e «usata come una sorta di strumento per risolvere le sue mancanze».

UN VUOTO INCOLMABILE
Hattie Hart, 16enne, ha scoperto due anni fa di essere stata concepita con lo sperma di un donatore anonimo. Insieme a Newman, ha scritto sul Federalist un articolo contro il «bullismo» di Elthon John, ai danni di Dolce e Gabbana, e «la moltitudine di genitori che difendevano i loro “bei bambini” fatti artificialmente», bambini che «non hanno voce per protestare». Hart pensava che «l’uomo con cui sono cresciuta fosse mio padre, ma non avevo un buon rapporto con lui. Poi, quando ha divorziato da mia mamma, mi ha detto la verità. Inizialmente provai un sospiro di sollievo per il fatto che non fosse mio padre: era distaccato e non mi ha mai trattata come i suoi figli naturali. Ma dall’altra parte, scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile», spiega a tempi.it.
Newman ricorda di quando al college lesse Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley, che già nel 1939 anticipava lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione a fini eugenetici e di controllo delle nascite. Nonostante «l’ambiente liberal, la mia classe era contraria a un mondo così. Allora rivelai la mia storia». Alla notizia i compagni rimasero in silenzio, finché un ragazzo esclamò: «Beh, pare un essere umano perfetto, forse non dovremmo essere così isterici!». Io, continua Newman, «sono sì un essere umano, come lo è il figlio di uno stupro, ma questo non significa che stuprare sia giusto». E poi «la mia psiche non è così normale. E qui non si tratta di qualcosa che i medici possono aggiustare. È un problema spirituale».
Hart, da quando ha scoperto come è nata, ha cominciato «a leggere e incontrare persone come me. Quelli come noi hanno tutti problemi di fiducia, abbandono, rifiuto con cui devono convivere tutta la vita». Le due ragazze citano a tempi.it lo studio intitolato My daddy’s name is donor (Mio papà si chiama donatore), da cui emerge che chi è privato di una delle due figure, materna o paterna, corre gli stessi rischi di coloro che sono cresciuti da persone drogate o alcolizzate: «È così, è la pura verità, che piaccia o no».

UN AMORE DIVERSO
Oggi però Newman è felicemente sposata con due figli. «È vero, sono stata fortunata. Prima di tutto perché ho letto tantissimo, senza stancarmi, per anni, e ho capito come mai stavo così male, scoprendo che anche gli altri figli dell’eterologa soffrono. Ma soprattutto ho avuto la fortuna di incontrare alcuni cattolici che mi hanno amata in un modo che non conoscevo. A casa mia si amava per sentirci bene, mentre per queste persone l’amore era un’altra cosa: si sacrificavano e si privavano di qualcosa di loro per rendere felice me. L’opposto di come ero sempre stata trattata. Questo amore mi ha cambiata, ma il mio passato resta».
Per Hart «una delle più grandi tragedie è la perdita dell’appartenenza. La fecondazione eterologa è devastante, dovrebbe essere vietata. Per questo ringrazio Dolce e Gabbana: mi sono sentita difesa da due persone coraggiose, che hanno parlato a nostro favore in una società in cui tutti hanno paura di farlo. Una società che onora solo le coppie e i singoli che vogliono bambini e mai i figli e i genitori biologici». Nell’ambiente in cui Hart è cresciuta «dire che un bambino ha il diritto di crescere con sua madre e suo padre non è permesso. Per fortuna mia mamma ha capito la gravità delle conseguenze del suo gesto e ora mi sostiene. Ma non è facile comunque». Che cosa aiuta Hart ad andare avanti? «Io spero. Ora so che con la terapia posso aiutarmi, anche se chi è passato di qui dice che un vuoto ci sarà sempre. Ma soprattutto sono felice di aver incontrato Alana che mi vuole bene davvero, è il mio mentore, una sorella che mi ha capito ed è strano in una società che mi fa sentire in colpa per i miei sentimenti». Invece «dire la verità, parlare di quello che mi è successo e sapere che può servire è terapeutico, mi fa sentire bene. Si capisce, no?».

Tempi

Fecondazione in vitro, i rischi che nessuno dice

Esce sull’ultimo numero di Human Reproduction uno studio dal significativo titolo: “Conseguenze ostetriche della fecondazione in vitro dopo trasferimento di un solo embrione o di due embrioni”. Lo studio è stato fatto da un’equipe svedese che ha studiato oltre 13.000 bambini nati da fecondazione in vitro.
Le conclusioni sono preoccupanti: «I bambini nati da FIV hanno conseguenze ostetriche peggiori rispetto alla popolazione generale. I nati singoli, indipendentemente se nati dopo trasferimento di un solo embrione o di due embrioni, hanno anch’essi conseguenze ostetriche peggiori, con tassi maggiori di prematurità e di basso peso alla nascita». Questo articolo non è il primo a trarre queste conclusioni: il Lancet di recente ha fatto un’analisi della letteratura scientifica e ha notato dati simili, con in più dati riguardanti le malformazioni e alcune malattie genetiche rare.
Quello che è importante sottolineare è che la fecondazione in vitro comporta dei rischi per il bambino, perché nascere sottopeso o prematuro non è indifferente per la salute successiva; certo, non è automatico – fortunatamente – che chi ha queste condizioni abbia poi problemi, ma il rischio è maggiore rispetto a chi nasce a 40 settimane di gravidanza e con un peso adeguato. Questo dovrebbe essere fatto conoscere, perché le coppie che hanno problemi di sterilità prendano delle decisioni consapevoli. E soprattutto bisognerebbe far capire che evidentemente non è solo il fatto di nascere “gemelli” che genera rischi. Certo, in tutto il mondo da FIV nascono più gemelli che nella popolazione normale. In Italia si dà la colpa alla “cattiva” legge 40, che in realtà non impone a nessuno di impiantare 3 embrioni, ma anzi mette dei limiti per non arrivare ad eccessi. Certamente nella FIV la raccomandazione generale è di non generare gemellarità, ma evidentemente il problema, eliminata la gemellarità, sussiste: nascono prematuri e sottopeso in misura maggiore anche se si impianta un solo embrione.
La riflessione etica allora si impone: è un rischio che si può correre, considerato che, prima che i genitori, il rischio lo corre il bimbo stesso? Per molti evidentemente la risposta è positiva. Ma resta da capire perché sui mass media la fecondazione in vitro venga banalizzata, i rischi quasi sottaciuti o perlomeno espressi con molta meno enfasi rispetto alle lodi, tanto da dare l’impressione di poter rimandare la gravidanza a data indefinita, senza soppesare i rischi genetici che aumentano con l’età, e anche l’efficacia della FIV stessa che con l’età invece diminuisce.

Ci piacerebbe che a tanto sforzo per diffondere e magnificare la fecondazione in vitro corrispondesse altrettanto impegno per sconfiggere davvero la sterilità, mettendo in atto quelle norme di salute pubblica, di rispetto della lavoratrice e del lavoratore che la prevengono, e soprattutto spiegando chiaramente che esiste un’età fisiologica per far figli che non è data da una rivelazione soprannaturale ma dalla fisiologia delle ovaie, e che lo stato deve aiutare a rispettarla, e la pubblicità e i media non devono irriderla. Pena la sofferenza di migliaia di persone.
Carlo Bellieni  –

Fonte: La Bussola Quotidiana