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Per i figli di coppie gay i problemi raddoppiano

L’analisi attenta e senza pregiudizi delle circa 75 ricerche realizzate soprattutto negli Stati Uniti sui figli di genitori omosessuali mostra che la tesi della “nessuna differenza” è scientificamente infondata. «I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini». Lo afferma Paul Sullins, docente di sociologia alla Catholic University of America di Washington, considerato tra i massimi studiosi del tema, autore di importanti studi sul tema dell’adattamento dei figli di coppie omosessuali, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano.

In Italia, anche a livello scientifico, è quasi impossibile discutere con moderazione sul tema dell’omogenitorialità. Chi solleva dubbi circa la tesi secondo cui i bambini dei genitori dello stesso sesso non mostrano problemi di sviluppo, è facilmente accusato di omofobia. Succede lo stesso negli Stati Uniti?
Penso che noi, che riconosciamo la presenza di problemi nello sviluppo di figli di coppie omosessuali, siamo sovente accusati di omofobia perché le prove in questa direzione sono talmente forti che coloro che ingenuamente accettano la tesi opposta avrebbero altrimenti ben pochi argomenti. Dobbiamo ricordare che molti, probabilmente la maggior parte, degli scienziati in questo campo sono essi stessi omosessuali e rispondono a livello emotivo e personale. Forse sono stati, a propria volta, oggetto di stigmatizzazione per il proprio orientamento sessuale. Quando mostriamo loro delle prove a sostegno delle difficoltà affrontate da queste famiglie, stiamo dunque loro chiedendo di affrontare una verità difficile.

La maggior parte della letteratura scientifica afferma che non esistono differenze tra i bambini di genitori dello stesso sesso e figli di genitori eterosessuali. È proprio così?
La tesi secondo la quale non ci sarebbero differenze tra i figli di famiglie omo ed eterosessuali è una pura invenzione, senza alcun fondamento scientifico. Ci sono due problemi principali nei circa 75 studi su cui tale tesi è fondata. Innanzitutto, la possibilità di trarre inferenze scientifiche si basa sull’utilizzo di campioni casuali accuratamente selezionati ma la maggior parte degli studi (almeno 70) non fa uso di un campione casuale. Al contrario, i partecipanti a questi studi vengono selezionati tra i membri attivi di gruppi a supporto della genitorialità gay.

Quali problemi dal punto di vista metodologico?
La maggior parte delle ricerche conta su meno di 40 partecipanti. Secondariamente, nessuno dei quattro o cinque studi che fanno uso di un campione casuale ha identificato direttamente le coppie omosessuali ma si è invece basato su un calcolo che, come abbiamo appurato, classifica erroneamente le coppie eterosessuali come omosessuali, sovrastimandone così il numero.

Riferendosi ai suoi studi, quali sono le difficoltà più comuni riscontrate nei bambini dei genitori dello stesso sesso?
I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini. Ho potuto riscontrare risultati analoghi in molte mie ricerche che usavano database diversi e anche altri studiosi sono giunti a conclusioni simili, anche mediante studi longitudinali, che hanno seguito i bambini per oltre 20 anni.

Possiamo attribuire queste difficoltà alla stigmatizzazione da parte della società nei confronti delle persone omosessuali?
La stigmatizzazione è indubbiamente un problema ma non è un problema più grave per i figli di coppie gay né è in grado di spiegarne la maggior vulnerabilità. Ciò non significa in alcun modo che la stigmatizzazione sia accettabile. In tal senso, dobbiamo impegnarci per ridurre gli episodi di bullismo e vittimizzazione che costituiscono un problema grave per molti bambini, inclusi i figli di coppie gay.

Si sentirebbe di sostenere l’approvazione di leggi che permettono l’adozione da parte di genitori dello stesso sesso?
In generale no, ma credo possano sempre esserci delle eccezioni. Non credo che i risultati della mia ricerca possano diventare un punto a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali, dal momento che i figli di coppie adottive fanno già esperienza di maggiori difficoltà emotive. Dovremmo però chiederci qual è il superiore interesse del bambino. Dal momento che è cinquanta volte più probabile che un bambino sia eterosessuale piuttosto che omosessuale, il superiore interesse del bambino dovrebbe risiedere nel suo affidamento ad una coppia eterosessuale.

Una regola da rispettare in qualunque situazione?
No, non dovrebbe essere applicata in maniera rigida o automatica, fondata su ideologie politiche, di qualunque colore esse siano. Quando si prende in considerazione l’adozione da parte di un individuo omosessuale, occorre distinguere tra l’adozione da parte di due genitori – in cui due persone, nessuna delle quali legata al bambino da rapporti di parentela, chiedono allo stesso tempo di diventare legalmente genitori di un minore – e l’adozione da parte di un solo genitore, in cui il partner di uno dei genitori biologici del bambino chiede di poterlo adottare. Posso immaginare casi in cui permettere questo secondo caso (l’adozione da parte di un genitore) possa rappresentare l’interesse del bambino, ad esempio quando non è possibile ottenere supporto materiale e morale da parte dell’altro genitore naturale.
Luciano Moia – Avvenire

La triste strada della surrogazione

childrenLa “maternità surrogata” viene spesso descritta in termini positivi. La surrogazione (come viene anche chiamata) sarebbe un atto di altruismo, in cui una donna porta a termine una gravidanza per un’altra donna che non può concepire. Vista in questa luce, si tende a dimenticare che si tratta di una tecnica la quale pone molti interrogativi etici e che spesso finisce in situazioni sconcertanti. Per questo motivo, Paesi come Italia e Francia vietano il ricorso alle “madri portatrici”.

Che il rischio di derive sia reale lo dimostra una notizia proveniente dal Canada, dove la pratica della surrogazione è autorizzata e regolamentata dalla Assisted Human Reproduction Act (AHRA) del 2004. A far aggrottare più di un sopracciglio è la vicenda di una giovane donna di Bathurst, nella provincia del Nuovo Brunswick, che incinta di due gemellini ha visto saltare alla ventisettesima settimana della sua gravidanza il “contratto” che aveva stipulato con un coppia inglese.

La giovane donna, Cathleen Hachey, che ha solo vent’anni ed è già madre di due piccoli bambini, aveva conosciuto la coppia, che vive nella contea del Hertfordshire, attraverso il sito Surrogate Mothers Online e con la quale aveva creato un rapporto di amicizia. Dopo alcuni mesi di contatti quotidiani, la coppia decide nel novembre scorso di passare al dunque e di recarsi in Canada. I tre raggiungono un accordo – la Hachey riceve un compenso di 200 dollari canadesi al mese per le sue spese – e decidono per una “surrogazione tradizionale”, cioè la Hachey viene inseminata con il seme dell’uomo della coppia inglese (del resto non in una clinica ma a casa, con strumenti casalinghi, cioè una siringa). Questo implica che il nascituro (si trattava poi di due gemelli dizigoti, un maschietto ed una femminuccia) è stato concepito con gli ovuli della madre surrogata e che la Hachey è quindi anche la madre biologica.

Nella surrogazione “gestazionale”, invece, vengono trasferiti nell’utero della madre portatrice uno o più embrioni concepiti in vitro (usando i gameti della coppia richiedente e/o di donatori), facendo sì che la madre portatrice sia solo il “vettore gestazionale” (traduzione dell’espressione inglese “gestational carrier”). Anche se ha un costo molto superiore alla surrogazione “tradizionale”, quella “gestazionale” viene preferita dagli esperti proprio per il fatto che il bambino non ha alcun legame biologico con la madre portatrice.

Arrivata alla 27.ma settimana della gravidanza, la surrogazione della Hachey conosce una brusca svolta quando ricoverata in ospedale riceve un SMS da parte della donna della coppia richiedente, dicendo che rinunciava ai bambini perché si era separata nel frattempo e da solo non ce l’avrebbe fatta a crescere i piccoli. Sempre tramite SMS, la Hachey si è messa poi in contatto con il padre dei bambini, ma invano. Con l’aiuto di un amico, la giovane donna riesce a trovare solo poche settimane prima del parto una coppia disposta ad adottare i due bambini. “E’ stata dura”, ha raccontato (Parentcentral.ca, 9 settembre). “Se fossi stata in una migliore posizione economica, li avrei tenuti”.

Infatti, la Hachey è single e durante la sua gravidanza il suo fidanzato l’aveva lasciata temporaneamente perché non se la sentiva di crescere quattro bambini con uno stipendio. Nonostante la sua disavventura, la Hachey ci vuole riprovare. “Mi piace essere incinta, mi piace partorire. Mi è piaciuto tutto”, ha dichiarato (CBC News, 13 settembre). Ma non si farà più sorprendere. “Avrò il mio avvocato. Avrò un sacco di clausole nel contratto che mi tutelino”, ha promesso (Parentcentral.ca, 9 settembre).

Non è la prima volta che problemi relazionali all’interno della coppia richiedente compromettono una surrogazione in Canada. Sally Rhoads, di SurrogacyInCanada.ca, conosce almeno tre casi di madri portatrici che stanno crescendo i bambini dopo l’abbandono del progetto da parte dei richiedenti perché divorziati nel frattempo (The National Post, 6 ottobre 2010). Ma anche la Hachey non ha rispettato le regole. La legge del 2004 (in parte cassata dalla Corte Suprema del Canada nel dicembre scorso) stabilisce infatti che la candidata madre surrogata deve avere almeno 21 anni.

La vicenda dimostra quanto è facile aggirare le normative. Secondo il National Post (16 settembre), l’agenzia federale per il controllo sulla procreazione assistita – Assisted Human Reproduction Canada (AHRC) – ha esaminato finora più di venti presunte violazioni della legge, di cui la maggioranza per il pagamento di un compenso alla madre surrogata e la compravendita di gameti. La legge vieta infatti la commercializzazione della riproduzione umana e permette solo il rimborso di eventuali spese sostenute dalla gestante. A preoccupare gli esperti, come Diane Allen, del gruppo di sostegno Infertility Network, è l’esistenza di “un mercato nero e grigio” in Canada. “La surrogazione (…) a parte pochi casi eccezionali di altruismo, è un commercio”, ha detto al National Post. “Alla fine, c’è uno scambio di denaro per un bambino. La società si oppone alla vendita di bambini attraverso adozioni straniere e al traffico delle donne e alla tratta degli schiavi, ma poiché ci sono dei medici coinvolti, è stato legalizzato”, osserva. “Qui stiamo parlando di vite umane e vengono trattate come un processo produttivo”, ha continuato.

Altri specialisti, fra cui Sherry Levitan, esperta legale nel campo della surrogazione, puntano il dito contro le coppie infertili e le madri surrogate che (come nel caso della Hachey) scelgono la “strada indipendente”, cioè quella del “do it yourself” o “fai-da-te”. “Ci sono quasi sempre dei problemi quando la gente va per conto proprio”, ha detto la Levitan (CBC News, 13 settembre). Non sanno – sostiene – quali sono le domande da fare e quali sono i meccanismi di protezione da mettere in atto.

Un’altra caratteristica della surrogazione è che spesso finisce davanti a qualche tribunale, costringendo i giudici a pronunciare sentenze di grande impatto. Sintomatico è un verdetto emesso poche settimane fa in Canada da Jacelyn Ann Ryan-Froslie, giudice della Court of Queen’s Bench della provincia del Saskatchewan. Nella sua sentenza, la Ryan-Froslie ha permesso ad una coppia gay di cancellare il nome della madre surrogata (che era d’altronde d’accordo) sul certificato di nascita della bambina che la donna aveva partorito nell’agosto del 2009, e concepito dal seme di uno dei due e da un ovulo donato. Trattandosi di una “surrogazione gestazionale”, la portatrice non è legalmente la “madre” della piccola.

Anche se non si sa ancora come sarà il nuovo certificato di nascita, secondo il Toronto Sun (13 settembre) tutto indica che il compagno del padre biologico risulterà come l’altro parente, anche se lui (come la madre surrogata dunque) non ha alcun legame biologico con la bambina.

La surrogazione svuota dunque la maternità. Mentre prima si distingueva ancora tra “madre adottiva” e “madre biologica” – come osserva il National Post (13 settembre) -, oggi la surrogazione spacca quest’ultima categoria in “donatrice di ovuli” e “vettore gestazionale”. Inoltre si tende ad ignorare il legame che si instaura tra una madre “gestazionale” e il bambino durante la gravidanza. Separarsi dal piccolo dopo il parto può essere molto doloroso anche per un “gestational carrier”, come dimostra l’esempio di una donna scozzese, Louise Murray, 29 anni, che per il dolore della separazione dal piccolo è finita in terapia farmacologica antidepressiva. “Piango ancora per il mio bambino”, ha raccontato la donna, che è lesbica, al Daily Record (11 settembre).

Circa un mese prima che nascesse il bambino, Louise ha persino pensato di non consegnarlo alla coppia richiedente (un contratto di surrogazione non è legalmente vincolante nel Regno Unito). “L’ho fatto solo perché avevo detto loro che l’avrei fatto, e ho mantenuto la mia parola. Ero moralmente costretta”, ha spiegato. Proprio il “bonding” (la parola inglese per la costruzione di un legame empatico ed affettivo tra madre e figlio) è negli USA al centro di una causa legale intentata contro il proprio datore di lavoro da una donna di New York, Kara Krill, che ha “avuto” dei gemellini tramite una surrogazione.

La ditta – la Cubist Pharmaceuticals, con sede nel Massachusetts – aveva concesso dopo la nascita solo cinque giorni di congedo di maternità retribuito (come nei casi di un’adozione) alla Krill, invece delle 13 settimane chieste dalla donna. Secondo l’azienda, i cinque giorni erano sufficienti, dato che la donna non ha dovuto riprendersi dal parto. Secondo la Krill, che soffre di una patologia uterina, il lungo periodo serve proprio per instaurare un legame con i piccolini.

“Lo scopo di un congedo di maternità non è solo quello di permettere alla madre di riprendersi dal parto, ma anche di permetterle di stabilire un legame con il bambino”, ricorda Gaia Bernstein, professore di Diritto presso la Seton Hall University School of Law, nel New Jersey (ABC News, 2 settembre). “Questo è ancora più importante per una madre che non ha costruito un legame attraverso la gravidanza”, sostiene. di Paul De Maeyer

I risvolti negativi della fecondazione in vitro

L’opposizione della Chiesa cattolica alla fecondazione in vitro (FIV) e’ ben nota, ma recentemente alcune di queste pratiche sono oggetto di critiche anche da parte di osservatori laici.

Sul New York Times del 10 maggio e’ apparso un articolo sulla questione dell’acquisto di ovuli da parte delle coppie. Nell’articolo si cita una recente pubblicazione di una rivista di bioetica, The Hastings Center Report, secondo la quale i pagamenti alle giovani donne avvengono al di là della regolamentazione del settore.

Lo studio, di Aaron Levine, docente di public policy presso il Georgia Institute of Technology, ha rivelato che su 100 annunci di acquisto di ovuli, pubblicati su giornali universitari, 25 andavano oltre il limite dei 10.000 dollari stabilito autonomamente dalla American Society for Reproductive Medicine.

I pagamenti più elevati erano offerti alle donne di università prestigiose e a quelle con curricula accademici superiori alla media.

Nel 2016 si stimano 30.000 bambini sono nati da ovuli donati: circa il 600% in più rispetto al 2000.

L’articolo ha anche sollevato preoccupazioni per la salute delle donatrici, soprattutto perché le giovani donne potrebbero non essere consapevoli della gravità di alcuni effetti collaterali.

I rischi per la salute sono stati illustrati in un articolo pubblicato il 3 marzo su LifeNews.com. L’autrice, Jennifer Lahl, presidente del Center for Bioethics and Culture Network, ha invitato le donne a rivedere l’eventuale idea di donare i propri ovuli.

I rischi

Tra i possibili rischi per la salute figurano infarto, danni agli organi, infezione, cancro e perdita di fertilità, sostiene la Lahl.

L’autrice ha anche sostenuto che la donazione di ovuli non è assimilabile alla donazione di organi. In quest’ultima, infatti, il donatore si assume dei rischi al fine di salvare una persona malata o morente. Per contro, il destinatario di una donazione di ovuli non è malato, ma un consumatore che acquista un prodotto.

La società giustamente condanna la vendita e il pagamento degli organi al fine di prevenire gli abusi e tutelare la vita, mentre il pagamento di ingenti somme come compenso monetario per le donatrici di ovuli le esporrebbe allo sfruttamento a causa della loro necessità di denaro”, ha affermato la Lahl.

Non sono solo le donne universitarie a cui viene proposto l’acquisto degli ovuli.

Lo scorso anno, ad una conferenza sulla fecondazione, la professoressa Naomi Pfeffer ha avvertito del fatto che le donne di Paesi poveri vengono sfruttate in una sorta di prostituzione da parte di occidentali che vogliono disperatamente avere bambini, secondo il quotidiano Times del 19 settembre.

“Il rapporto di scambio è analogo a quello di un cliente con una prostituta”, ha affermato. “È una situazione particolare perché è l’unico caso in cui una donna sfrutta il corpo di un’altra donna”, ha osservato la Pfeffer.

Surrogazione

Un’altra pratica oggetto di critiche è quella delle madri surrogate. L’India è una destinazione rinomata per le coppie occidentali in cerca di donne che possano portare in grembo i loro figli. Un motivo di questa diffusione è la mancanza di leggi che ne regolino le procedure, cosa che è stata evidenziata in un articolo del quotidiano Times of India dell’11 maggio.

L’articolo ha riferito come, per la terza volta nell’ultimo anno e mezzo, i figli nati da madri surrogate indiane abbiano dovuto affrontare ostacoli nel riconoscimento legale nei Paesi di origine dei loro genitori genetici.

I casi precedenti riguardavano quello di un bambino di una coppia giapponese, che ha richiesto sei mesi per risolversi, e quello di una coppia tedesca che ha dovuto attendere mesi per ottenere la cittadinanza del proprio figlio nato da una donna indiana. L’ultimo caso è quello di una coppia omosessuale israeliana che sta cercando di ottenere la cittadinanza per il suo bimbo di due mesi.

L’articolo ha citato esperti, secondo cui tali problemi non sorgerebbero se il disegno di legge che è stato discusso negli ultimi cinque mesi fosse approvato.

La situazione delle madri surrogate indiane è stato esaminato in modo approfondito in un articolo del Sunday Times pubblicato il 9 maggio. Secondo l’articolo, nell’Akanksha Infertility Clinic della città di Anand, gestita dalla dottoressa Navana Patel e dal marito Hitesh, dal 2003 167 donne hanno dato luce a 216 bambini, con altre 50 madri surrogate attualmente in stato di gravidanza.

Le coppie pagano più di 14.000 sterline (16.200 euro), di cui circa un terzo va alle madri surrogate. Le donne provengono spesso da una casta inferiore di un villaggio povero e l’ammontare che ricevono equivale a circa 10 anni di salario, secondo il Sunday Times.

L’articolo ha anche spiegato che alla clinica di Anand, una volta che le madri surrogate sono incinte, devono vivere confinate per l’intera durata della loro gravidanza, potendo allontanarsi solo per i controlli medici. I loro mariti e i figli sono autorizzati a visitarle solo la domenica. Il Sunday Times ha riferito dell’angoscia che le donne provano nell’essere separate dai propri figli e del dolore che devono affrontare al momento di consegnare il loro figlio surrogato.

Il 26 aprile, un articolo pubblicato dal quotidiano Toronto Star ha sollevato alcune questioni relative alla situazione in India. In un caso, una coppia canadese ha pagato una madre surrogata in India, ma quando le autorità canadesi hanno richiesto l’effettuazione di test sul DNA, è risultato che i gemelli erano figli di un’altra coppia sconosciuta. I bambini saranno ora probabilmente assegnati a un orfanotrofio.

Problemi legali

Al di là delle preoccupazioni sullo sfruttamento delle donne, la diffusione della surrogazione sta provocando complessi problemi legali. Il Wall Street Journal ha affrontato alcune di tali questioni in un servizio del 15 gennaio.

Negli Stati Uniti, otto Stati hanno approvato leggi che vietano tutte o alcune delle procedure di surrogazione. In altri Stati i tribunali si sono rifiutati di considerare efficaci i contratti di surrogazione, mentre in 10 Stati sono state approvate leggi che autorizzano questa pratica.

Alcune dispute riguardano visioni diverse sui diritti da riconoscere alla madre surrogata, ha spiegato il Wall Street Journal. In una decisione dello scorso dicembre, il giudice del New Jersey Francis Schultz ha decretato che, nonostante la firma di un accordo di rinuncia dei diritti genitoriali, la madre surrogata Angelina Robinson mantiene comunque tali diritti in relazione al bambino che ha portato in grembo per conto di una coppia omosessuale, Donald Robinson Hollingsworth e Sean Hollingsworth. Peraltro, la Robinson è la sorella di Donald Hollingsworth.

Un’altra complicazione è emersa, poco tempo dopo, da un articolo apparso il 26 gennaio sul New York Timesche ha posto la questione se un bambino possa avere tre genitori biologici.

Da recenti esperimenti sulle scimmie, alcuni scienziati ne hanno fatto nascere alcune con un padre e due madri, riuscendo a combinare materiale genetico proveniente dagli ovuli di due femmine. Se questo fosse applicato agli uomini complicherebbe ulteriormente la questione della surrogazione, ha affermato l’articolo.

Vita e amore

L’uso di madri surrogate e di terze persone nella fecondazione in vitro sono oggetto di un documento pubblicato lo scorso novembre dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Nel documento, dal titolo “Life-Giving Love in an Age of Technology”, i Vescovi simpatizzano con le coppie che soffrono a causa di problemi di fertilità, ma affermano che non tutte le soluzioni rispettano la dignità del rapporto sponsale tra due persone. Il fine non giustifica i mezzi, e alcune tecniche di riproduzione non sono moralmente legittime, affermano.

Occorre resistere alla tentazione di avere un figlio come prodotto della tecnologia, secondo il documento. “Gli stessi figli potrebbero essere visti come prodotti della nostra tecnologia, persino come beni di consumo che i genitori hanno acquistato e che hanno il ‘diritto’ di avere, e non come persone eguali in dignità ai loro genitori e destinate alla felicità eterna in Dio”, sottolineano i Vescovi.

L’introduzione di persone terze attraverso l’uso di ovuli o di sperma di donatori o attraverso la surrogazione, inoltre, viola l’integrità del rapporto sponsale, così come sarebbe violato da relazioni sessuali extramatrimoniali.

Le cliniche per la fertilità dimostrano disprezzo per le gli uomini e le donne, trattandoli come materia prima, quando gli offrono ingenti somme di denaro per il loro sperma o per i loro ovuli, in funzione delle loro specifiche caratteristiche intellettuali, fisiche o caratteriali”, aggiunge il documento.

I Vescovi osservano inoltre che questi incentivi pecuniari possono indurre le donne a mettere a rischio la propria salute attraverso le procedure di estrazione degli ovuli. Esistono quindi molte buone ragioni per nutrire seri dubbi sulla fecondazione in vitro.

padre John Flynn, L.C.

La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

Io, concepita in provetta, combatto per dire quanto e’ dura nascere così

andrey-kermalvezencchristophe_guinelAccorgersi quasi inconsciamente che c’e’ qualcosa che non va fin da quando si e’ piccoli e scoprire che non e’ vero che nascere in laboratorio da una persona diversa da quella che ti ha cresciuto e’ indolore. Arrabbiarsi e poi realizzare che la responsabilità non è solo dei propri genitori, ma di tutto il sistema. Soffrire e poi reagire e cercare di combatterlo. È questa la storia che ha portato Audrey Kermalvezen (nelle foto), avvocato francese di 33 anni, a diventare una delle paladine della lotta contro la fecondazione eterologa e l’anonimato dei cosiddetti “donatori” di gameti.

NATA IN PROVETTA. Infatti, spiega a tempi.it Kermalvezen, membro dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), «siamo qui a testimoniare quanto sia difficile essere stati generati così e non tanto a combattere per scoprire le nostre origini». L’avvocato usa il plurale perché la sua vicenda è cominciata quando era già sposata con un uomo concepito in provetta come lei, che però sapeva fin da bambino di essere nato tramite la fecondazione eterologa. Un caso? «Beh – continua l’avvocato – quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata. All’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia». Insomma, tutto attirava Kermalvezen verso il mondo della provetta.

LA RIVELAZIONE. Poi nel 2009, compiuti 29 anni, i genitori della ragazza decisero di rivelare a lei e al fratello, allora 32enne, che entrambi erano stati concepiti in laboratorio con lo sperma di uno sconosciuto. «Mio fratello si sentì sollevato», perché era sempre stato certo che nella sua esistenza e in quella della sua famiglia «ci fosse qualcosa che non andava». La reazione di Kermalvezen invece fu «la rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito», anche se «poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla».

«LA NOSTRA PAURA». Ma il dolore per l’avvocato è stato doppio dato che «con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore». Ragione per cui «mio marito è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo».

«SI RIFIUTANO DI RISPONDERMI». Il problema non è tanto l’abolizione della norma francese che dal 1994 stabilisce l’obbligo dell’anonimato per il donatore, «perché io sono stata concepita nel 1979. Pertanto è mio diritto che contattino il “donatore” e gli chiedano se vuole rimanere anonimo o no. Se dirà che non vuole rivelarmi la sua identità, rispetterò la decisione». Su una cosa, però, Kermalvezen non transige: «La legge protegge solo l’identità, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi».

«NON C’È RIMEDIO». Kermalvezen ha raccontato la sua storia nel libro Mes origines, une affaire d’Etat (Max Milo), uscito nel 2014. Purtroppo è difficile per un figlio della provetta rivendicare un diritto quando la legge, permettendo la fecondazione assistita, mette comunque il diritto del concepito in secondo piano rispetto a quello dell’adulto. «Questo è il problema per cui non ci rispondono», conclude. «Ecco perché noi non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così». Perché a tutta questa sofferenza «non c’è alcun rimedio».
da: www.tempi.it

Eterologa: possibili scenari e possibili sofferenze

E’ interessante notare che davanti ad un drastico calo delle adozioni negli ultimi anni (una calo che va sempre crescendo), si tace sulla riforma delle adozioni. Per l’eterologa le regioni si sono affrettate a dare una serie di criteri di utilizzo (con tacito assenso del governo), per le adozioni si è deciso di lasciare la legge attuale.

Sarebbe interessante che si aprisse un dibattito in parlamento tra i sostenitori ed i contrari alla fecondazione, e nello stesso tempo si facesse ricorso ad un referendum popolare per ascoltare il parere della gente comune. Ma probabilmente tutto questo non avverrà, perchè la stragrande maggioranza degli italiani è disinteressata a questi argomenti. Infatti, stiamo parlando di circa 5.000 coppie l’anno che potrebbero decidere per l’eterologa; le questioni che riguardano un numero così piccolo della popolazione non troverebbero il favore di una intera nazione. Tanti componenti della società civile stanno esprimendo pareri contrari alla diffusione dell’eterologa.

Sarebbe interessante domandarsi quale sia la reale ragione di tanta fretta per accellerare la pratica della fecondazione eterologa. Appare evidente che questa fretta sia dovuta all’ennesima pressione di alcune correnti ideologiche spinte da interessi economici.Tante sono le domande che sorgono. Quanti nuovi introiti arriveranno alle cliniche pubbliche e private che praticheranno la fecondazione eterologa? I donatori di semi o ovuli doneranno a livello gratuito o riceveranno una corposa ricompensa monetaria? Quale garanzia riceverà la coppia nei riguardi del donatore, dal momento che egli rimarrà segreto alla coppia e conosciuto esclusivamente dall’ente sanitario? La segretezza del donante e la fiducia nella professionalità della struttura sanitaria saranno fattori necessari per la tranquillità della coppia?

Ed oltre a queste domande è interessante soffermarsi, con maggiore attenzione, su una in particolare: esisterà un regolamento deontologico tra i medici per stabilire se utilizzare la fecondazione omologa prima di passare all’eterologa, oppure avverrà che alcuni medici consiglieranno direttamente l’eterologa senza passare prima da altre tipe di cure? Sarà tutelata la salute fisica e psicofisica della donna valutandone l’impatto emotivo e gli impatti psicologici che tale scelta (con tutte le sue conseguenze) potrà recare?

Questa domanda potrebbe avere tante ripercussioni su tante vite umane: molte coppie, dopo la constatazione della loro sterilità, si sono sentite dire (da alcuni medici) di provare con delle cure, ma di non dimenticarsi che l’omologa (perchè sino a poco tempo era consentita solo questa tipo di fecondazione in vitro) è la soluzione più rapida ed efficace per risolvere la piaga della infertilità. La realtà (confermata da dati statistici) è molto diversa: solo il 25% delle fecondazioni arriva al risultato sperato; ed anche le tempistiche non sono così brevi come viene preventivato.

Di un fattore essenziale si parla molto poco tra i mezzi di comunicazione di massa: ogni fallimento di ogni singola implantologia embrionale è una ferita che rimarrà per sempre nell’animo di quella donna e del suo compagno.

Il trauma della coscienza (in caso di fallimento dell’implantologia anche di un signolo embrione) è proprio il fattore deterrente che dovrebbe far riflettere sull’utilizzo delle pratiche in vitro. I mezzi di comunicazione dovrebbero dare voce all’esperienza di tante donne che hanno utilizzato pratiche di fecondazione artificiale. Sentiremmo parlare molto frequentemente di depressioni (durate svariati anni) che hanno lasciato un senso di amarezza di fondo nel cuore di queste donne.

Il secondo aspetto è la selezione del seme e dell’ovulo. Le regioni hanno stabilito che è possibile scegliere il seme e/o l’ovulo in maniera da “preservare” le caratteristiche somatiche della coppia. Per scendere nel concreto, sarà possibile scegliere il seme o l’ovulo per avere il colore della pelle, la razza, il gruppo sanguigno, e una serie di caretteristiche esteriori conformi ai futuri genitori. Dal momento che la fecondazione eterologa è una fecondazione in vitro realizzata dall’uomo, cosa succederà quando si scoprirà che, per un errore di scambio di provetta, il figlio avrà la carnagione diversa da quella attesa o avrà caratteristiche somatiche differenti da quelle richieste?

Se la scoperta avvenisse durante la gravidanza, sarà accettato quell’errore o la coppia deciderà di abortire, immolando quella innocente creatura umana come vittima sacrificale all’idolo del proprio egoismo e all’idolo del progresso scientifico. E se invece si venisse a scoprire tutto al momento della nascita (perchè anche la medicina non sempre è una scienza esatta, e perchè i laboratori medici anche loro possono sbagliare) quale potrà essere la reazione della coppia davanti a questa situazione? Riuscirà a reggere l’urto o si dissolverà sotto il peso di questa evento che, in un certo modo, la coppia stessa ha contribuito a creare, quando ha dato l’avvio a questa pratica senza valutarne tutte le possibili conseguenze indesiderate?

In caso di insorgenza di possibili patologie (sia in fase prenatale che in fase postnatale) sarà possibile definire la sua origine, oppure assisteremo a battaglie legali tra queste cliniche e le madri gestanti?

Tutte queste possibili situazioni, che si verrebbero a creare con l’eterologa, fanno intendere un aspetto di cui se ne parla molto poco: alla sofferenza interiore della coppia, che scopre la sua sterilità, vi è il serio rischio di aggiungere altri dolori che rischierebbero di minare la relazione tra i coniugi, ed il loro benessere interiore.

La forza interiore di un uomo e di una donna non è quella di insistere con ogni mezzo (che offre la scienza medica) per coronare il desiderio di maternità e paternità. La vera spinta interiore, che produce la sofferenza della sterilità, è quella di alzare gli occhi al cielo, e guardare (attraverso lo sguardo interiore del proprio cuore) a tanti bambini sparsi nel mondo, che vivono nel totale abbandono, e attendono con gioia di essere accolti da un uomo e una donna che accetti di diventare il loro papà e la loro mamma per sempre.
Osvaldo Rinaldi – Zenit.org

Il dilemma dell’identità del donatore nella fecondazione artificiale

eterologaUn tema su cui sta crescendo il dibattito è quello relativo al diritto di anonimato dei donatori di sperma.

Recentemente l’argomento è stato oggetto di discussioni, quando il governo dello stato australiano della Victoria ha dichiarato di volersi prendere tempo prima di decidere se i figli dei donatori avranno la possibilità di scoprire chi siano i loro genitori biologici.

Il comitato per la riforma della legge dello stato della Victoria ha inizialmente effettuato un’indagine sulla tematica, concludendo che i figli -dovrebbero avere il diritto di conoscere l’identità dei donatori.

Naralle Grech, 30 anni, ha reagito alla decisione con sgomento. La donna ha riferito al quotidiano Age (12 ottobre 2012) che, dopo essere stata diagnosticata come malata terminale di cancro all’intestino, ha voluto poter mettere in guardia i suoi otto fratellastri.

Attualmente in Victoria coloro che sono nati a seguito di una donazione di sperma prima del 1 luglio 1988, non hanno diritto di avere informazioni sui loro donatori. Chi è nato tra il 1 luglio 1988 e il 31 dicembre 1997 può ottenere informazioni se il donatore lo consente. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1998, infine, ha libero accesso ad ogni informazione sui propri donatori.

“Se da un lato il Comitato riconosce che i donatori che hanno messo a disposizione i loro gameti prima del 1988, lo hanno fatto sulla base dell’anonimato, il Comitato ritiene anche che le persone concepite a seguito di donazione di sperma hanno il diritto di conoscere l’identità della persona che, per metà, ha contribuito alla loro definizione biologica”, ha affermato il presidente del Comitato, Clem Newton-Brown nel rapporto pubblicato il 28 marzo scorso.

“Il Comitato è convinto che tale diritto debba avere la precedenza, anche sui desideri dei donatori che intendono rimanere anonimi”, ha aggiunto Newton-Brown.

Ciononostante, in una dichiarazione presentata in Parlamento lo scorso 11 ottobre, il governo ha affermato che sono necessario altri sei mesi per ponderare la materia e cercare un’ulteriore soluzione.

Il “designer di bambini”

La decisione del governo arriva in un momento in cui in Australia è stata manifestata preoccupazione per l’uso della fecondazione medicalmente assistita. Susie O’Brien, opinionista del quotidiano di Melbourne, Herald Sun, in un editoriale dello scorso 7 ottobre, ha messo in guardia contro il trend del “designer di bambini”.

In alcuni recenti articoli, O’Brien ha affermato che ora i bambini possono essere concepiti usando il DNA di un padre, di una madre e di una terza persona, in modo da rimpiazzare il materiale genetico che possa risultare difettoso.

L’editorialista dell’Herald Sun ha anche osservato che oggi esiste un’applicazione che permette di sapere quali sono i tratti genetici che il bambino probabilmente erediterà.

“Un tempo un partner veniva scelto in base alla sua capacità di essere o meno un buon genitore – ha commentato -. Oggi, invece, siamo- incoraggiati a sceglierlo in base a quello che sarà l’aspetto fisico dei nostri figli”, ha aggiunto O’ Brien.

Precedentemente, in un articolo pubblicato lo scorso 30 settembre sul quotidiano di Sydney Daily Telegraph, era stato sottolineato che ogni anno all’estero più di 500 bambini australiani nascono dalla fecondazione medicalmente assistita.

Ci sono coppie che pagano cifre comprese tra i 10.000 e i 50.000 dollari australiani a beneficio di donatrici di ovuli provenienti da paesi come la Spagna, il Sud Africa o gli Stati Uniti.

L’articolo sottolinea che molti dei donatori sono anonimi e che i bambini non avranno alcuna possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.

“Molte persone concepite artificialmente, a cui è impedito di ottenere informazioni sui loro donatori, hanno sperimentato notevole angoscia ed afflizione”, afferma il rapporto del Comitato per la riforma della legge in Victoria.

“Ci sono informazioni negate sulla loro identità, che è un diritto che la maggior parte di noi dà per scontato. La loro possibilità di accedere a tali informazioni è ristretta per via di decisioni fatte da adulti (genitori, donatori e operatori sanitari), prima che fossero concepiti”.

Nel rapporto il comitato afferma che all’inizio dell’indagine i membri erano più inclini a ritenere che il desiderio del donatore di rimanere anonimo debba prevalere.

I diritti dei figli

“Dopo una considerazione più approfondita, tuttavia, e dopo aver ricevuto riscontri da varie parti interessate – persone concepite artificialmente, donatori, genitori, medici e psicologi – all’unanimità il Comitato ha raggiunto la conclusione che lo stato ha la responsabilità di permettere a tutte persone artificialmente concepite, una possibilità di accesso”, afferma il rapporto.

Nella sua presentazione dell’inchiesta, la Lega Cristiana Australiana ha detto di aver creduto che “il diritto della persona artificialmente concepita di conoscere il proprio donatore è un diritto fondamentale di notevole importanza”.

“Le origini genetiche di una persona sono una parte fondamentale nell’identità della persona stessa. Negare a qualcuno il diritto di sapere quali siano queste origini, significa negare loro la possibilità di scoprire una parte intrinseca di se stessa”, ha dichiarato la Lega.

Da parte sua, l’Associazione Famiglia Australiana ha riconosciuto il conflitto tra donatori che desiderano rimanere anonimi e il desiderio di sapere* chi siano i loro genitori naturali da parte dei figli artificialmente concepiti.

Nella loro presentazione i rappresentanti di Famiglia Australiana hanno sollecitato che i diritti dei bambini debbano avere la precedenza, quando possibile. Troppo spesso, comunque, le decisioni in merito alla fecondazione medicalmente assistita dipendono dai desideri dei genitori, senza una considerazione adeguata dei bambini.

John Flynn – [Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

La Thailandia dice addio all’utero in affitto

La Thailandia ha voluto interrare la sua fama di luogo di mercimonio di donne e di bambini. È così che va interpretata la legge recentemente entrata in vigore che pone forti limiti alla pratica dell’utero in affitto, specie nei confronti degli stranieri.

L’annuncio delle nuove norme è stato dato dal ministro della Salute Rajata Rajatanavin, il quale in una conferenza stampa ha precisato che la maternità surrogata ha creato problemi morali e umanitari dovuti al business che si cela dietro questa pratica e agli effetti drammatici come l’abbandono di bambini non conformi ai desiderata dei genitori intenzionali.

Chiaro il riferimento al caso del piccolo Gammy, il bimbo down non riconosciuto dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”. L’eco mediatica che ha avuto in tutto il mondo la vicenda, con la conseguente rete di solidarietà che si è venuta a creare intorno alla mamma del piccolo, ha spinto Governo e parlamento di Bangkok a legiferare per impedire che simili situazioni possano ripetersi.

“In base alla nuova legge, le coppie di stranieri non potranno servirsi della maternità surrogata in Thailandia”, ha detto il ministro. Per poter accedere ai servizi di fecondazione eterologa negli ospedali, d’ora in poi le coppie dovranno avere requisiti ben precisi: eterosessuali, regolarmente sposate da almeno tre anni, con una sterilità certificata da un medico, almeno un componente della coppia dovrà essere cittadino thailandese.

Una ulteriore restrizione è rappresentata dal fatto che la madre “surrogata” dovrà essere la sorella di un componente della coppia, anche lei regolarmente sposata e con almeno un figlio. Sarà inoltre indispensabile il consenso di suo marito. “Tuttavia – ha aggiunto il ministro – se una coppia non riuscisse a trovare una madre surrogata che soddisfi le proprie esigenze (il caso di figli unici o di persone con soli fratelli maschi, ndr), potrà ricorrere a un’altra donna (esterna alla famiglia, ndr)”. In quest’ultimo caso, la candidata verrà esaminata rigorosamente da un ufficio pubblico che potrà riservarsi di decidere se accordare il permesso o meno.

Pene severe nei confronti di quanti non rispetteranno queste regole. Si va da multe di circa 5 mila euro a 10 anni di carcere per le donne che “affittano” abusivamente il proprio utero, 500 euro e un anno di carcere per i medici. Il segretario del ministero della Salute, Amnuay Gajeena, ha annunciato che già sei cliniche su 45 che in Thailandia forniscono maternità surrogata sono state chiuse e che sono state messe le manette ai polsi di alcuni loro dirigenti.

La nuova legge proibisce anche la vendita di sperma, ovuli ed embrioni. Il ministro ha precisato poi che, non avendo la norma un carattere retroattivo, i contenziosi già aperti devono essere giudicati secondo la legge sulla protezione dei bambini del 2003.

Nel corso della conferenza stampa, è stato dunque sottolineato che questa legge di dodici anni fa regolerà anche un’ultima vicenda di cronaca giudiziaria che ha avuto ampio rilievo in Thailandia. Una coppia omosessuale (composta da un americano e da uno spagnolo) è bloccata nel Paese asiatico dal febbraio scorso per non rinunciare alla piccola Carmen, bimba nata a gennaio da un utero in affitto. La mamma biologica della neonata, una volta venuta a sapere – riferiscono alcuni media locali – che sua figlia sarebbe finita in mano a una coppia dello stesso sesso, ha stracciato il contratto e ha deciso di tenere la bambina.

Un componente della coppia, intervistato dalla Reuters, ha detto che conoscendo la fama della Thailandia nel campo della maternità surrogata, non avrebbe mai pensato che qualcosa potesse andare storto. Però le cose cambiano, e talvolta anche a favore dei diritti delle donne povere e dei bambini.
Federico Cenci – www.zenit.org

Riflessione sulle tecniche riproduttive

aborto121) Ammesso pure che alcuni nutrano ancora dei dubbi di natura biologica sull’umanità dell’embrione, le evidenze scientifiche sulla continuità dello sviluppo prenatale sono numerose e solide.

2) Al di là del dato scientifico sulla continuità dello sviluppo

prenatale, esiste la certezza che scaturisce dall’esperienza: è tra i genitori, che condividono la vita con i propri figli fin dal loro concepimento, che la certezza sulla piena dignità umana dell’embrione dovrebbe farsi strada. Convivenza e condivisione moltiplicano gli indizi sulla continuità dello sviluppo di un figlio – da embrione a neonato e oltre – il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è la certezza che egli è uno come noi perché ciascuno di noi è stato uno come lui.

3) Ogni intervento medico, nell’ambito della procreazione, dovrebbe avere una funzione di assistenza e mai di sostituzione dell’atto coniugale.

Il figlio è una persona che si accoglie, non un oggetto che si ordina.

Il senso delle cosiddette tecniche di fecondazione “artificiale” non è, come per altre azioni mediche, quello di adoperarsi a sanare una patologia; la sterilità di coppia, che rappresenta la situazione patologica per cui si ricorre alla varie tecniche artificiali, non è risolta dopo la “costruzione” del figlio in laboratorio.

Non succede cioè che, a nascita avvenuta del figlio richiesto, la sterilità sia risolta e la fertilità ristabilita.

Questa costatazione è condivisa anche da quanti reputano le tecniche di “costruzione” artificiale del figlio accettabili e auspicabili, per esempio i deputati del Partito dei comunisti italiani ( Maura Cossutta, Gabriella Pistone e Katia Belillo) che presentarono, il 17 ottobre 2001, la proposta di legge n.1775 sulla procreazione artificiale, dove è scritto: ” E’ comunque falsa la autorappresentazione delle tecniche di procreazione come – cura della sterilità-: in realtà, esse non mirano a risanare il corpo sterile, che rimane tale”.

Nella fecondazione artificiale, attuata in laboratorio, il figlio è “ordinato” e fabbricato”: come “prodotto” egli deve soddisfare le esigenze di chi lo ha ordinato.

Questa non è più una logica medica ma una logica della “produzione” e del “dominio” propria degli oggetti.

Non si tratta di mettere in questione le tecniche di fecondazione artificiali per il semplice fatto di essere artificiali.

La posta in gioco non è l’elemento tecnico, ma l’origine di una persona che viene ordinata, fabbricata, ridotta ad un oggetto, considerata una merce.

I diritti del figlio scompaiono di fronte alle esigenze dei genitori che ne impongono la fabbricazione.

Più il figlio viene “fabbricato”, più vengono modificati gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Infatti, come per tutte le “cose”, anche quelle di valore, è possibile sacrificare qualche esemplare per un risultato migliore, per un risultato più sicuro, più efficace, più vantaggioso.

4) Fattori aggravanti della fecondazione in vitro sono A) le tecniche eterologhe che dissociano il concepimento dal matrimonio e provocano una rottura fra parentalità genetica, parentalità gestazionale e responsabilità educativa. B) la perdita di numerosi embrioni, il congelamento degli embrioni soprannumerari e anche la loro distruzione.

“La vita di un figlio non può essere un bene per i genitori se non è anzitutto un bene per quel figlio e per ciascun figlio. Dire ‘ è bene che questo mio figlio viva ‘non può essere disgiunto dal dire ‘ è bene che ogni figlio viva ‘.Così non è tollerabile che per la nascita di un figlio già nato, si tolga la vita ad altri figli degli stessi genitori (embrioni in soprannumero non trasferiti in utero e crioconservati o distrutti) o di altri genitori (embrioni destinati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali ).

E’ irragionevole desiderare che un figlio viva senza desiderare che ogni figlio possa vivere, perchè rappresenta una contraddizione insanabile.

5) Negare la possibilità di distruggere gli embrioni umani non significa togliere la speranza di un figlio o della cura della malattia: la ragione dell’uomo lo porta infatti a percorrere altre strade, come la ricerca di un figlio da adottare o di altri tipi di cellule ( per esempio, da cordone ombelicale o da tessuti di adulto) per la terapia di una malattia.

6) Di fronte a questo enorme potere della tecnica, che è giunta alla possibilità della clonazione, che può impiantare e far crescere l’embrione nell’intestino di un individuo di sesso maschile, che può unire geneticamente l’uomo e l’animale – con gli inquinamenti biologici e le mutazioni che ne potranno derivare per tutta la specie umana -, bisogna cominciare a porsi questa domanda: ciò che è tecnicamente possibile è sempre moralmente ammissibile? Oggi è tecnicamente possibile la distruzione, mediante l’energia atomica, dell’intera umanità, è tecnicamente possibile l’inquinamento totale dell’aria e dell’acqua ma nessuno ritiene questo moralmente consentito.

Perché la coscienza ecologica, che si preoccupa dell’aria, dell’acqua, della vegetazione, degli animali, non dovrebbe estendere la sua preoccupazione anche all’uomo? Perché la diffidenza verso le manipolazioni innaturali non deve nascere anche quando è in gioco la vita umana nel suo big-bang iniziale, cioè nel suo riprodursi. Ogni intervento violento sulla natura si ripercuote negativamente sull’uomo stesso, sulle generazioni future: spesso un utile immediato può dare luogo ad una lunga catena di danni futuri. Una certa cultura, nata da un pensiero di tipo illuminista, assolutizza la volontà umana al punto da ritenere lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile, dimenticando la differenza che esiste fra la creatura e il Creatore.

 

L’uomo non ha sulla natura un potere illimitato e ogni autentico sviluppo umano nasce sempre da un’azione svolta in armonia con l’ordine naturale, da un intervento che tiene conto delle leggi della natura e delle sue finalità.

Se è vero che l’uomo è un essere capace di dominare la natura, è pur vero che la natura si lascia dominare solo conoscendone le leggi e applicandole.

Per esempio, l’uomo può volare solo se conosce le leggi del volo e le rispetta, altrimenti è destinato a un insuccesso violento; chi va contro la natura trova la natura contro di sé.

Il dominio dell’uomo sulla natura non è assoluto ma relativo, cioè non può andare oltre il limite costituito dalle finalità stesse dell’ordine naturale: gli equilibri ecologici, per esempio, rappresentano uno di questi limiti.

7) Un danno certo e inevitabile che nasce dall’uso indiscriminato e senza limiti delle tecniche riproduttive è proprio quello morale: l’uomo finisce col credersi onnipotente. La fecondazione in vitro, le manipolazioni genetiche, la clonazione finiscono per ledere i diritti dell’embrione e questo modifica gli atteggiamenti etici dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Il figlio ad ogni costo, mediante la tecnica e contro i diritti e la dignità del figlio stesso, trasforma il concepimento in produzione e più il figlio viene prodotto più vengono modificati, a lungo andare, gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini: in questo modo si fa mercato della vita umana e si arrivano a legittimare presunti diritti dando vita a nuove forme di schiavitù, calpestando i diritti naturali di altri uomini.

8) CONSEGUENZE E FINALITA’ NATE DA UNA PRECISA SCELTA FILOSOFICA

Questo sconvolgimento morale e cioè comportamentale, verso cui il mondo si sta incamminando, era già stato previsto e auspicato nel 1979 dal ginecologo francese Pierre Simon nella sua opera – De la vie avant toute chose – Mazarine, Parigi 1979.

 

Pierre Simon è una figura autorevole di un pensiero di tipo illuminista: egli è stato per due volte gran maestro della Gran Loggia di Francia, fondatore del Club dei Giacobini, membro della direzione nazionale del partito radicale.

Simon parte dalla constatazione che sono in conflitto due concezioni antitetiche del mondo che nascono da due diverse fonti ispiratrici: il cristianesimo e la filosofia illuminista-massonica

Queste due fonti forniscono orizzonti diversi in cui inserire il lavoro della ragione, strade diverse lungo le quali il pensiero si muove giungendo ad opposte direzioni. Pierre Simon dice chiaramente:- (.) la massoneria è il mio modo di cogliere le cose di questo mondo e di collegarle. Essa è il contrappunto dei miei atti, il diapason delle mie riflessioni-.

La visione del mondo che nasce dal cristianesimo e dalle filosofie rispettose dell’ordine e delle leggi della natura, scrive Simon, considera sacro il principio della vita, mentre la visione illuminista ritiene superstiziosa l’essenza di tale sacralizzazione e feticistico il suo sviluppo.

Simon dice che per mezzo della tecnica l’uomo potrà creare una nuova natura umana perché la natura e la vita sono e devono essere considerate come una “”produzione umana””.

Simon scrive che, grazie allo sviluppo delle tecniche riproduttive tutta la concezione della famiglia sarà gradualmente eliminata: la sessualità verrà dissociata dalla procreazione e la procreazione verrà separata dalla paternità e dalla maternità.

Non ci saranno più genitori, dice Simon, ma solo amanti che saranno liberi dai legami di sangue, con bambini che circolano tra più padri e più madri e sarà la società tutta che diventerà il guardiano dell’harem e il responsabile della procreazione.

( Bruto Maria Bruti )

Femministe e gay. Le laiche contro la surrogata

E’ nata a Milano, la rete Rua, Resistenza all’utero in affitto. Al di là del nome piuttosto bellicoso, si tratta della «prima iniziativa laica in Italia contro il mercato della gravidanza»; un appuntamento a lungo preparato, che raccoglie esponenti femministe (meglio, movimento delle donne…) di primo piano: la sociologa Daniela Danna, la giornalista e saggista Marina Terragni, la costituzionalista Silvia Niccolai, e, unico uomo, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso. L’obiettivo è elaborare proposte per mettere al bando la “gravidanza per altri” (Gpa, o utero in affitto, o maternità surrogata), giudicata come «mercificazione di chi nasce e riduzione della madre a cosa». Ma quali proposte potranno uscire dal confronto di questa sera? Daniela Danna pensa che la questione sia «innanzitutto culturale, perché non c’è chiarezza sul fatto che la Gpa è un istituto giuridico che permette che una donna che partorisce non venga considerata madre della sua prole, addirittura prima della nascita». Le donne – è il ragionamento di Danna – possono avere due tipi di gravidanze, laddove la Gpa è permessa: per sé o per altri. «Ma la gravidanza rimane la stessa, e non è umano voler impegnare una donna a separarsi dalla sua prole ancora prima di rimanere incin
ta». Conclusione: «Dal momento che la Gpa è una costruzione giuridica, io sono per il suo smantellamento negli Stati in cui esiste». Posizioni che non piacciono affatto a buona parte del mondo omosessuale maschile, perché, come si intuisce, la maternità conto terzi è l’unico modo per esaudire il desiderio di una coppia di uomini di avere figli. Ma i toni, dopo la recente sentenza di Trento che ha creato di fatto la prima famiglia in Italia formata da due padri e due figli (nati in Canada da utero in affitto), si sono accesi. Daniela Danna il 2 marzo ha postato sul suo sito (www.danieladanna.it) una lettera aperta ai «cari compagni gay», invitandoli a «non festeggiare la cancellazione della madre». La madre surrogata che ha consentito alla coppia gay di tornare in Italia con due gemelli è stata «cancellata» e trasformata in una semplice «operaia della gravidanza» con il consenso dello Stato. «Questo non lo possiamo, non lo dobbiamo festeggiare». Alla lettera aperta seguiva una quarantina di firme (tutte donne, tranne una). Alcuni «cari compagni gay» non hanno gradito. Il sito www.prideonline.it ha risposto con un articolo che ci conclude così: «Care femministe resistenti all’utero in affitto, e se la gestazione per altri fosse espressione di una libertà di autodeterminazione riproduttiva della donna?». Insomma, la Gpa sarebbe sempre una libera scelta, anche quando è lautamente pagata. Ma bisognerebbe chiedersi di che libera scelta si parla, quando a prestare l’utero sono donne alla fame, come capita nell’Asia meridionale. È intervenuto anche www.gay.it, altro sito della galassia omosessuale, che ha accusato Danna e le altre di voler creare conflitto tra coppie gay maschili e coppie lesbiche «per dividere il movimento Lgbti e mandarlo alla deriva». E poi, dopo una serie di argomentazioni sulla sussistenza di rapporti genitoriali tra un bambino e due uomini privi di legami biologici, sferra il colpo finale. Eccolo. In realtà, le «sedicenti femministe» di Rua sarebbero «profondamente cattoliche fondamentaliste» e vedrebbero «la donna come completa solo se diviene madre». Salti logici incredibili – perché l’oggetto del contendere non è il diventare madre oppure no, ma il diventare madre di un figlio che non è davvero un proprio figlio, perché acquistato da altri – che fanno dire come sia difficile confrontarsi su questi temi. Difficile, eppure essenziale.

Malaysia e Singapore. Le nuove frontiere dell’utero in affitto

Nel Sud-Est asiatico cʼè la percezione che il blocco sostanziale della maternità surrogata di recente applicato in Thailandia, e con la Cambogia che ha imposto lo stop in attesa di dotarsi di una legge, rischi di incrementare la clandestinità di una “industria” cresciuta in fretta, con consistenti investimenti, e assai lucrosa per chi la organizza. A prefigurare uno scenario se possibile ancora più incerto cʼè lʼampia disponibilità di donne poverissime pronte ad affittare il proprio grembo in cambio di un compenso che supera di molto le loro normali possibilità di guadagno, gestite da una rodata rete di procacciatori, organizzazioni specializzate e cliniche. Se la Cambogia è stata per alcuni mesi la “nuova frontiera” della surrogata quando questa è stata negata nella confinante Thailandia dallʼagosto 2015, diversi elementi fanno pensare che la pratica abbia iniziato a diffondersi in Laos e in Malaysia: nel primo per le difficoltà di controllo e lʼestesa corruzione, nella seconda per la qualità delle strutture ma soprattutto per la mancanza di una legislazione in materia al di fuori delle consuetudini religiose (una fatwa del 2008 del Consiglio nazionale degli Affari religiosi islamici nega la pratica ai musulmani, ma la delibera non ha valore legale). Unica certezza è che senza un regolare certificato matrimoniale le coppie non sarebbero autorizzate a pratiche di procreazione assistita. Questo esclude coppie di fatto, conviventi, coppie omosessuali o single, ma non certo coppie straniere di qualunque tipo. Inoltre, non mancano cliniche che offrono servizi di riproduzione assistita nella città-Stato di Singapore per aggirare le proibizioni, dove nei casi di surrogata sembrano essere soprattutto donne indonesiane a portare a termine la gravidanza. La Malaysia, insomma, appare in bilico. Se infatti la situazione ha consentito a numerose coppie di aggirare ostacoli pratici e legali, basterebbe un caso portato in tribunale per chiudere le porte.
Stefano Vecchia – Avvenire

Perché non è possibile equiparare l’adozione all’eterologa?

La Corte Costituzionale, quando ha sentenziato la possibilita’ di utilizzare in Italia la pratica della fecondazione eterologa, ha motivato la sua decisione richiamando il principio della genitorialità adottiva, esistente sia nelle normative nazionali che in quelle internazionali. Come una madre e un padre possono diventare genitori adottivi di figli non nati dalla loro relazione coniugale, così un uomo e una donna possono diventare genitori di un figlio nato da gameti appartenenti a donatori esterni alla coppia.

Di questo parere non sono soltanto i giudici costituzionali, ma anche una buona parte della nostra società. E’ modo comune di pensare che la fecondazione eterologa sia equivalente all’adozione. In realtà questo non corrisponde al vero ed è doveroso contrabbattere questa tesi argomentando le notevoli differenze che esistono tra le due scelte genitoriali. Cercando di elencare le differenze, si arriva a comprendere che l’adozione è tutto altro rispetto alla fecondazione eterologa.

Un uomo e una donna, che scelgono la fecondazione eterologa, nutrono un grande desiderio di maternità e paternità carnale. Ritengono che si può definire figlio solo una creatura umana che viene portata nel proprio grembo.

Una famiglia adottiva concepisce la maternità e la paternità come un gesto di accoglienza di un bambino nato da qualche parte del mondo, appartenente a qualunque etnia, razza, cultura o nazione. Quel minore è loro figlio, non perchè generato dalle proprie viscere. E’ figlio perchè i genitori adottivi hanno deciso di accoglierlo e dedicargli tutta la loro vita, per educarlo ed accompagnarlo nella sua crescita umana e spirituale.

Le differenze sostanziali riguardano l’identità del figlio: per i genitori che scelgono l’eterologa il figlio deve avere necessariamente i caratteri somatici il più possibile vicini ai propri. In alcuni paesi stranieri dove viene praticata l’eterologa (non sappiamo ancora cosa avverrà in Italia) è possibile scegliere i gameti in modo da avere tratti del volto simili a quelli dei genitori. Avviene, in forma velata, quello che comunemente viene chiamata la selezione della specie.

La forza dell’amore dei genitori adottanti supera l’aspetto esteriore e cerca di cogliere l’interiorità di un bambino o di un adolescente che cerca disperatamente di essere guidato, sostenuto e confortato nel cammino della vita.

Un’altra differenza sostanziale è l’età del minore. Un padre e una madre adottiva, quando si rendono disponibili all’accoglienza, sono consapevoli che si perderanno anni di vita del loro figlio, che potrà arrivare con età prescolare, scolare o adirittura adolescente. Per i genitori che scelgono l’eterologa questo è inconcepibile, perchè il figlio è non solo colui che si è portato nel grembo, ma è soprattutto colui che si è preso in braccia appena nato, è colui al quale si sono cambiati i pannolini, ed è colui che viene cullato tra le braccie i primi giorni di vita.

Aprire le braccia ad un adolescente o ad un bambino in età prescolare o scolare, come fanno i genitori adottivi, viene considerato da alcuni un gesto irrazionale e innaturale. Un papà e una mamma adottiva, quando stringono tra le braccia il loro figlio, lo hanno da tempo già accolto nel loro cuore, anche senza conoscere il suo volto, perchè lo hanno già concepito nell’attesa della gestazione adottiva.

Il suo volto non è immaginabile, perchè sconosciuto è il suo paese di provvenienza ed ignota è l’età che avrà quando lo vedranno per la prima volta. Il figlio nato dai genitori adottivi non è stato generato da una comunione carnale, ma da un desiderio spirituale che rende carnale il frutto del loro desiderio.

I genitori che scelgono l’eterologa non desiderano rinunziare nel dare alla luce il loro figlio, anche se in realtà il figlio non è totalmente loro. Il bambino è nato da gameti estranei alla coppia. Per questa ragione la genitorialità eterologa possiamo definirla come un sottoinsieme della genitorialità biologica.

Alcune domande possono aiutare a comprendere questa parzialità. E’ giusto parlare di maternità biologica quando è avvenuta una implantologia embrionale con gameti esterni alla coppia? Si può chiamare maternità biologica se si vive solo la gestazione embrionale? E’ corretto usare la parola maternità e paternità biologica quando il patrimonio genetico non è esclusivo del padre e della madre gestante? Qual’è il ruolo della paternità biologica di un uomo che acconsente alla sua compagna di utilzzare gli spermatozooi di un altro uomo?

Si potrebbero fare tante altre differenze tra l’adozione e la fecondazione eterologa, ma è molto superficiale equiparare l’estraneità dei gameti (caratteristica della fecondazione eterologa) con l’accoglienza di un bambino abbandonato, nato da genitori biologici (caratteristica dell’adozione).

Quello che interessa è che ci sia qualcuno che si prenda cura dei bambini abbandonati. E allora perchè giocare con gli embrioni, quando ci sono tanti bambini abbaondonati in ogni parte del mondo che chiedono solo di essere accolti ed amati?

La mancanza di un figlio per un marito e una moglie diventa lo spazio vuoto da destinare ai bambini abbandonati. Questo è il senso più profondo della storia di un marito e di una maglie che non hanno avuto il dono di avere figli biologici.

La prossimità al dolore di un bambino, lasciato senza custodia materna e paterna, diventa il rimedio alla sofferenza della sterilità dei genitori adottivi. L’adozione compie il miracolo di avvicinare due piaghe e guarirle con il rimedio dell’accoglienza reciproca. Come i genitori che si aprano alla vita sono chiamati ad accogliere i figli che Dio vorrà loro donare, così i genitori che si scoprono sterili biologicamente sono chiamati a vivere la fecondità spirituale, accogliendo i loro figli già nati in qualche parte del mondo.
Giuliano Guzzo

Eterologa: le conseguenze dolorose provocate dai donatori di gameti

gestational-surrogacyLa legge di stabilità, varata dal governo per il 2014, ha approvato un emendamento che istituisce il Registro dei donanti per la fecondazione eterologa. L’obiettivo di questo registro è quello di garantire la tracciabilità dei donatori e dei gameti, in modo tale che la struttura sanitaria pubblica possa contattare il donatore per richiedere cellule o tessuti in caso di malattie genetiche. L’altro scopo, che si propone l’utilizzo di questi registri, è quello di evitare che uno stesso donatore “offra” i suoi gameti in diverse sedi regionali.

La finalità ultima di questa legge è quella di aprire la strada alla gratuità dell’eterologa nel sistema pubblico nazionale. Anche se l’obiettivo di questo emendamento vuole cercare di dare dei criteri di controllo per la donazione dei gameti nella fecondazione eterologa, di fatto il governo ha legiferato approvando la sentenza della corte costituzionale. E’ stato considerato dalla politica poco conveniente, per ragioni ideologiche e elettorali, annullare quella sentenza, e ritornare alla situazione precedente, dove non era previsto l’utilizzo dell’eterologa.

Preso atto di questa situazione, è interessante delineare il profilo motivazionale del donatore dei gameti. La legge attuale non prevede alcun ricompenso economico per i danatori dei gameti, e questo potrebbe essere sicuramente un aiuto per limitare i casi di fecondazione eterologa. Ad oggi, si parla di pochi casi di fecondazione eterologa in Italia, chiaramente tutti pubblicizzati, per cercare di convincere l’opinione pubblica che ormai è diventata una prassi comune nella nostra società, e così indurre molti a seguire lo stesso comportamento.

Allo stato attuale, poichè vi è l’assoluta gratuita della donazione dei gameti, cerchiamo di capire cosa spinge un donatore a compiere questo gesto. Colui che dona il gamete è sicuramente fertile, altrimenti la sua donazione sarebbe rifiutata. Ma che senso ha donare un gamete per dare origine ad una nuova vita umana, quando quella persona potrebbe essere lei stessa la madre o il padre di quella creatura? Perchè si cerca una genitorialità distaccata, quando si potrebbe avere una esperienza diretta di famiglia, vivendo la gioia di essere un padre o una madre vicino al proprio figlio? Dove è la responsabilità nel dare un gamete per generare una vita e poi ci si disinteressa di quella vita? Il donatore sarebbe stato contento se anche lui fosse nato con un gamete offerto da un donatore?

Tutte queste domande lasciano tante perplessità, perchè lasciano aperte tante questioni sul senso e sulla ragione di questo gesto. Questi interrogativi non interpellano soltanto questioni di fede, ma piuttosto questioni che riguardano il buon senso comune.

Allora, volendo cercare di delineare un ritratto esistenziale del donatore dei gameti, possiamo affermare che si tratta di una persona che non vuole formarsi una famiglia, preferisce relazioni precarie e rifiuta di prendersi la responsabilità di educare e crescere i figli. Il suo profilo caratteriale è esattamente opposto a quello dei genitori adottivi, che pur non avendo dato la vita biologica, si assumono la responsabilità della crescita umana e spirituale dei loro figli.

Il donatore dei gameti compie il gesto di offrire il principio della vita, perchè lo ritiene un atto di generosità verso una coppia sterile. In realtà stiamo parlando di un gesto esteriore, il quale denota una voragine esistenziale, che inevitabilmente sarà trasmessa non solo alla coppia richiedente, ma anche verso il nascituro. Il donatore, compiendo il gesto di offrire i suoi gameti, estirpa la radicalità della verità sulla vita umana, che richiede non solo di dare la disponibilità per la nascita ad una nuova esistenza, ma soprattutto di accompagnarla nelle sue fasi di maturazione e di sviluppo.

Il gesto compiuto dal donatore dei gameti è un dare la vita e nello stesso tempo abbandonarla. La sua incompletezza temporale e gestuale è il suo più grande limite. La segretezza del donatore, che da molti è considerata il raggiungimento di un diritto, in realtà è una sconfitta per l’intera società. La fecondazione eterologa porta alla nascita di un bambino, che ha il diritto di conoscere la verità su coloro che hanno preso parte alla sua nascita. Quel bambino, una volta cresciuto, si vedrà privato del diritto di conoscere i donatori dei gameti che gli hanno permesso l’origine della sua vita.

Un figlio, che non avrà la possibilità di conoscere i donatori dei gameti, avrà nel suo cuore tante domande che freneranno il suo entusiamo per la vita: perchè ha compiuto quel gesto? Perchè non ha voluto lui o lei essere mio padre o mia madre? Perchè si è disinterrato totalmente della mia vita?

Queste domande, quando non trovano una adeguata risposta, lasciano delle crepe esistenziali sulle quali è difficile costruire la propria esistenza. Queste domande del cuore sono delle falde che renderanno instabili le fondamenta di quella vita. Questi interrogativi saranno ferite aperte che sanguineranno per tutta l’esistenza. Anche se nascoste interiormente, saranno visibili esteriormente, adombrate da un velo di tristezza.

Allora, considerate tutte queste cose, qual’e il senso di dover compiere il gesto di donare i propri gameti? Prima di compiere questo gesto i donatori dovrebbero considerare tutti gli effetti di abbandono, dolore e disorientamento che tale atto produce in se stessi, nella coppia richiedente e soprattutto nel futuro nascituro.

Maternità surrogata tra miseria, ignoranza e schiavitù

Ad alimentare la maternita’ surrogata sono la miseria e l’ignoranza di donne relegate ai margini della societa’. Lo dimostra una ricerca della Aarhus University, in Danimarca, condotto dalla ginecologa Malene Tanderup. La dottoressa danese ha rilasciato un’intervista alla Reuters Health nella quale spiega che per le donne povere di un Paese come l’India, ad esempio, affittare il proprio utero a ricchi aspiranti genitori occidentali può sì alleviare la loro miseria, ma le lascia inconsapevoli vittime di una pratica che comporta dei rischi di salute di cui sono totalmente ignare.

“Di 14 madri surrogate che ho intervistato – spiega la Tanderup – non ce n’è una in grado di spiegare i rischi dovuti alla presenza di più embrioni nel proprio utero o alla riduzione fetale”. L’esperta sottolinea che “la gravidanza è il momento più delicato nella vita di una donna”, pertanto coloro che affittano il proprio utero “dovrebbero sapere cosa stanno accettando di fare”.

Ma la ricerca, condotta tra il 2011 e il 2012 e che ha coinvolto 18 medici di 20 cliniche indiane che si occupano di maternità surrogata, fa trasparire che ogni decisione in merito alla gravidanza viene presa “in modo unilaterale” dal personale medico, il quale lascia le madri surrogate all’oscuro di tutto ciò che avviene nel proprio corpo.

L’India resta una delle mete più popolari di questa forma di turismo, che è una vera e propria macchina di soldi: si stima che i profitti si aggirano tra i 500milioni ai 2,3miliardi di dollari l’anno. Per una donna di una classe sociale modesta, affittare il proprio utero significa incassare dai 3mila ai 7mila dollari, cifre che possono notevolmente migliorare la condizione economica di un’intera famiglia di dalit (i fuori casta, i più emarginati della società indiana).

Il denaro incassato non sopperisce però ai detrimenti fisici che un simile sfruttamento provoca alle donne. Il lavoro della Tanderup, intitolato Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica, è stato commentato anche nella stessa India. Il dott. Amar Jesani, direttore dell’indiano Journal of Medical Ethics, ritiene che lo studio scandinavo “mostra la realtà dei fatti in modo nudo e crudo”.

Il medico indiano ha confermato che nel suo Paese la mancanza di consenso informato sulle procedure mediche cui vengono sottoposte queste donne è un problema diffuso, per questo si dice “per nulla sorpreso dai risultati” delle interviste raccolte dalla Tanderup.

Risultati che fotografano uno scenario di schiavismo moderno foraggiato dalla cultura del desiderio ad ogni costo di ricchi occidentali. Nessuna delle madri intervistate sapeva quanti embrioni fossero stati impiantati nel proprio utero e nemmeno se vi fossero state complicazioni dovute a gravidanze multifetali.

Inconsapevolezza confermata anche dai medici che si occupano di queste pratiche. “No – ammettono alla Tanderup -, non abbiamo mai chiesto il consenso e nemmeno informato queste donne sul numero di embrioni trasferiti nel loro utero”. Come mai questa mancanza di informazioni? Presto detto: “Sono analfabete, ragazze senza istruzione”, rispondono laconicamente i medici indiani.

L’autrice della ricerca ha verificato che in alcune cliniche vengono trasferiti anche sette embrioni alla volta. Un crinale che la Tanderup definisce alquanto pericoloso, poiché più sono i feti più aumentano i rischi per la salute della madre e dei bambini. Per questi ultimi, si parla di possibilità maggiori di nascere prematuri e di avere paralisi celebrali o difficoltà di apprendimento, mentre per le madri maggiori sono i rischi di soffrire di pressione alta, diabete e sanguinamenti post-parto.

Ipotesi, queste, che non trovano menzione nei contratti che vengono siglati dagli aspiranti genitori e dalle donne che affittano il proprio utero. Poca chiarezza si registra anche riguardo i parti gemellari. Di solito, quando le gravidanze sono multiple, intorno alla decima settimana i medici riducono il numero di feti in base ai desideri dei genitori commissionanti. La soppressione dei feti “indesiderati” avviene attraverso l’iniezione di “una sostanza letale”.

Le donne che invece portano a termine una gravidanza multipla partorendo più bambini in un unico parto, non vengono messe al corrente del fatto che avrebbero bisogno di assicurarsi un periodo di riposo completo. È così che esse tornano immediatamente a svolgere mansioni pesanti, spesso a lavorare la terra. Con il rischio di gravi ricadute sulla propria salute.

Secondo il medico indiano Amar Jesani, i risultati di questo studio gettano una luce “poco lusinghiera” sui medici di certe cliniche e sui genitori committenti della gravidanza. Eppure non emerge nulla di nuovo. Prima della pubblicazione della ricerca scandinava, il vaso di pandora sul mercato dei bambini in India l’aveva scoperto la vicenda di Sushma Pandey, diciassettenne uccisa in un “centro di eccellenza” per la fecondazione eterologa dalla stimolazione ovarica alla quale si sottoponeva per la terza volta in 18 mesi.

Tuttavia il profitto ha prevalso sulla dignità di una vita umana. Per la morte di questa giovane definita “analfabeta”, infatti, nessuno ha pagato.
Federico Cenci www.zenit.org

Uteri in affitto, il market Asia fa i conti con la concorrenza

hope-for-GammyIl primo passaggio al Parlamento di Bangkok della legge sulla maternità surrogata ha inviato un’onda d’urto nel mondo. I. di Baby Gammy, affetto da sindrome di Down, rifiutato inizialmente dalla coppia australiana che aveva invece subito accolto la gemellina sana, e del cittadino giapponese già “padre” di 15 bambini nati con pratiche surrogate nel Paese, sono stati una pubblicità negativa troppo forte per essere tollerabile e così la bozza di legge presentata in agosto ha avuto un binario preferenziale. Il voto del 28 novembre ha posto in un limbo donne in attesa di figli su commissione, puerpere, bimbi già nati e famiglie committenti, con gravi conseguenze potenziali per tutti gli attori coinvolti, d’altra parte, il “caso” thailandese è di tutto rilievo (con un valore stimato di 125 milioni di dollari l’anno) e il risultato del dibattito parlamentare significativo per il futuro della pratica, almeno in Asia.
Unica con l’India a condividere l’accettazione della surrogata internazionale sul proprio territorio, la Thailandia si trova ora a essere riferimento per una regolamentazione che tanto deve alla sua situazione politica, nazionalismo e controllo militare crescenti, quanto era debitrice in precedenza a una liberalizzazione arbitraria e interessata. Molti, anche nell’area Asia-Pacifico, cominciano così a guardare a Nord e a Nord-Est, verso paesi come Azerbaijan, Bulgaria e Romania che non hanno leggi specifiche ma un’industria della maternità surrogata, e verso Bielorussia, Russia e Ucraina aperti agli aspetti commerciali della pratica. Non un rischio per l’India che, forte delle sue necessità e delle sue dimensioni demografiche, è un “mercato” del valore di almeno 500 milioni di dollari l’anno (fino a un miliardo per alcune fonti). Possono usufruirne cittadini di paesi asiatici e del Pacifico (Giappone, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda…) dove le pratiche surrogate sono proibite, diretti finora soprattutto verso la Thailandia, unica in Asia ad accettare anche committenti single o coppie dello stesso sesso.
Lo stesso vale per i cinesi della Repubblica popolare, dove la pratica è bandita, almeno ufficialmente, e di certo non aperta verso l’estero. Significativamente, però, le coppie cinesi preferiscono tentare la sorte negli Stati Uniti, a costi maggiori, con la speranza aggiuntiva di potere un giorno reclamare per la prole la cittadinanza Usa. L’India diventa così mercato di preferenza, con una legge ad hoc ferma dallo scorso anno in Parlamento.
Qui la maternità surrogata è ammessa legalmente dal 2002, e dal 2008 anche quella a carattere commerciale per una sentenza della Corte Suprema. Una pratica aperta anche a donne straniere, dopo che nel 2009 l’Alta corte del Gujarat ha riconosciuto che la nazionalità della madre surrogata determina quella del bambino da lei nato.
Resta il fatto che, al di là delle considerazione specifiche sulla barbara pratica dell’utero in affitto, la situazione solleva il problema di un doppio binario riguardo la sicurezza delle gestanti e delle partorienti nel Paese dove una donna muore ogni otto minuti per complicazioni della gravidanza o del parto. Stefano Vecchia

Figli di “2 mamme”: è il mercato dei desideri

duemammeAnche se sotto diversi profili è piuttosto intricata, la questione può essere riassunta agevolmente. Dopo la recentissima sentenza di Torino, un cittadino italiano può essere legalmente riconosciuto come figlio di due madri. Non è più vero che di madre ce ne sia una sola. E non è neanche più vero che, se c’è una madre, deve di necessità pur esserci, da qualche parte, un padre: nel caso della coppia di donne omosessuali che in Spagna, ricorrendo alla fecondazione artificiale, hanno messo al mondo un figlio, grazie al seme di un donatore anonimo, fin dal principio era da ritenersi del tutto esclusa la possibilità che una figura paterna entrasse in questo gioco e potesse esercitare un qualsiasi ruolo in una qualsiasi modalità nell’ambito delle relazioni familiari che le due donne, sposandosi in Spagna, hanno inteso costruire.

La Corte d’Appello di Torino è stata molto chiara al riguardo: bisogna considerare l’interesse del minore come prevalente e, quali che siano le modalità della sua venuta al mondo, questo interesse è quello di essere riconosciuto “figlio”. Per di più, questo specifico interesse può essere quantificato con estrema facilità: poiché due è il doppio di uno, meglio avere due madri che una sola! Così gli interessi sanitari, scolastici, ricreativi ed ereditari del minore potranno (si spera!) avere una tutela ottimale.
Il ragionamento sembra filar bene, anche se ai buoni giudici di Torino (anzi, alle “buone” giudici, dato che il collegio era composto da tre donne) sembra non sia venuto in mente che la quantificazione degli interessi può essere portata avanti quasi all’infinito; le madri potrebbero essere tre, anziché due (ad esempio se facessimo entrare in gioco un’ipotetica, ma non infrequente, madre “sociale”, la cui maternità non consegue all’offerta né di un ovocita né dell’utero, ma nell’attivare l’intera procedura supportandone le spese). E perché non ipotizzare che le madri possano essere ben quattro, nel caso in cui per puntellare un ovocita patologico si inserisse in esso un’opportuna quantità di Dna estratto dall’ovocita di un’altra donna ben disposta a fare tale dono, in modo da aggiungere alla madre sociale e alla madre uterina ben due madri genetiche? Potremmo andare ancora avanti e continuare a porci tante altre domande del genere, più o meno “scandalose” e, tra le tante possibili, quella davvero più spinosa: perché in questa corsa all’individuazione e alla tutela del miglior interesse del bambino la figura del padre viene con tanta rapidità e definitività messa da parte?

Ma cadremmo alla fin fine in un gioco sterile. Andiamo invece alla sostanza della questione, che emerge, sia pur indirettamente, dalla sentenza di Torino e cerchiamo di metterla a fuoco nel modo più freddo possibile.

Nel corso di pochi decenni si è completamente trasformato in Occidente il paradigma della famiglia, storicamente e culturalmente legato, per millenni, alle dinamiche della generazione, considerata antropologicamente non nel suo mero darsi biologico (che accomuna uomini e animali), ma nel suo inquadrarsi (che distingue nettamente il mondo umano dal mondo animale) nelle forme religiose, etiche, giuridiche e sociali del matrimonio eterosessuale.

Oggi l’istituto del matrimonio sta diventando sempre più impalpabile, per una molteplicità di motivi che sono sotto gli occhi di tutti: la costante diminuzione dei matrimoni a fronte dell’irresistibile crescita delle più diverse forme di partenariato extra e para-matrimoniali; la loro crescente fragilità (al punto che è davvero difficile in alcuni ordinamenti distinguere il divorzio, reso peraltro pressoché ovunque “breve”, dall’antico “ripudio”), la parallela e crescente difficoltà di distinguere il regime giuridico matrimoniale da quello delle “convivenze”; la pretesa, ampiamente vincente in Occidente, di cancellare il carattere necessariamente eterosessuale del coniugio, col risultato di rendere molto difficile il mancato riconoscimento di un diritto all’adozione da parte di coppie delle stesso sesso. La famiglia, in Occidente, tende semplicemente a scomparire, e questa scomparsa, favorita dal crollo demografico, sta erodendo in modo impressionante quel primato del vincolo di gruppo sulle pretese e sugli interessi individuali su cui si basava sostanzialmente la sua eticità.

La prova di quanto detto ci viene appunto offerta da come oggi viene vissuto il paradigma della generatività, che non solo è completamente svincolato dai suoi condizionamenti naturalistici (si ha un figlio quando lo si vuole avere, non quanto lo manda Dio o la natura), ma appare ormai intrinsecamente legato a logiche di interesse, che non è inappropriato definire “mercantili”.

La procreazione assistita, il commercio di gameti (lasciamo la parola “donazione” agli ingenui), il controllo eugenetico degli embrioni e dei nascituri, l’affitto di utero, le diverse forme di surrogazione di maternità, gli aborti “selettivi” e “terapeutici” sono tutte pratiche nelle quali il mercato è ormai entrato in modo subdolo e probabilmente irreversibile. E i parametri valoriali del mercato trovano ormai una misura facilmente oggettivabile, quella che consegue al desiderio soggettivo e insindacabile di procreare: desiderio che il mercato è pronto a soddisfare, tanto quanto è pronto a soddisfare, con tecniche biomediche sempre più raffinate, l’opposto, e altrettanto insindacabile, desiderio di non procreare.

Possiede basi valoriali consistenti questo mutamento di paradigma? L’unica risposta possibile sembrerebbe essere quella secondo la quale garantire socialmente la soddisfazione dei desideri umani (da quello di procreare a quello di non procreare) sarebbe un bene in sé; risposta palesemente fragile, se non altro perché, come si è accennato, tale soddisfazione più che conseguire al riconoscimento di spettanze fondamentali, sembra conseguire alle capacità economiche del soggetto desiderante. È più onesto ammettere (anche se può turbare almeno un poco le coscienze più rette) che la società dei desideri, del loro moltiplicarsi, dell’invenzione di mille nuovi modi per soddisfarli, è la più coerente col sistema economico-sociale (mercatista e individualista) che domina nel nostro tempo e dal quale nessuno sa esattamente come sia possibile uscire.

Per inquadrare eticamente quella “macchina desiderante” che è diventato il mondo contemporaneo, basterà, ad avviso di tante “anime belle”, porre qualche paletto, come quello, vetero-liberale, secondo il quale la soddisfazione del desiderio di uno non dovrà mai ritorcersi o limitare la soddisfazione del desiderio di un altro.

Possiamo a questo punto tornare alla sentenza di Torino, che è esempio lampante di come questa mentalità sia ormai dilagante. Cosa potrebbe opporsi al desiderio delle “due” madri di essere riconosciute tali anche in Italia, si è chiesta la Corte torinese? Una serie di norme, addirittura di rango costituzionale, che fa sempre riferimento alla diversità di genere, quando si parla di genitorialità: ma questo è un argomento formalistico, che da una parte offende i desideri delle due madri e dall’altra contrasta col «miglior interesse del bambino», serenamente identificato dalle giudici torinesi in base al criterio che due è meglio di uno. E così la questione appare risolta. Con buona pace del buon senso, di una tradizione antropologica plurimillenaria, delle mille voci di allarme che si levano da tempo quando si discute di fecondazione eterologa, di omogenitorialità, di soppressione della figura paterna o materna.

È forse giunto il momento di chiedere a tutti noi – e soprattutto a quei magistrati che ormai da tempo hanno indebitamente assunto nel nostro Paese il ruolo di unici veri attori biopolitici – di riconoscere con la massima franchezza che siamo diventati incapaci di individuare il bene umano al di là della logica dei nostri interessi soggettivi e che per la soddisfazione dei nostri interessi attuali siamo ormai ben disposti a sacrificare i più ragionevoli interessi delle generazioni future (a partire da quello basilare di poter chiamare mamma una donna e papà un uomo).
Francesco D’Agostino (su Avvenire)

Hayden e’ madre e padre e il figlio non sa più chi e’

Certa “genitorialità creativa” rischia di non fare più notizia, il che la dice lunga sul grado di assuefazione alle nuove inquietanti forme di filiazione. Eppure ci sarebbe tanto da dire, per esempio sull’ultima novità britannica. Hayden Cross è una donna inglese di 20 anni che da tre vive come un uomo – è un uomo transgender, secondo il gergo della situazione – e desiderando da sempre di avere un bambino legato geneticamente a sé. Prima di completare la transizione da donna a uomo, chirurgicamente, ha cercato di congelare i propri ovociti per usarli in un momento successivo (non sappiamo bene come, ma per adesso lasciamo stare), ma il Servizio sanitario non ha concesso la prestazione. Allora la giovane ha cercato su Facebook un donatore di sperma che, gratis, le ha dato il proprio liquido seminale – la Hayden non ne ricorda neppure il nome – e lei è rimasta incinta. Secondo la stampa inglese è “lui”, Hayden, a essere in attesa di un bambino, perché il politically correctvuole che il pronome da usare per i transgender sia quello con cui chiedono di essere chiamati, a prescindere dall’anagrafe.

Quindi nei giornali inglesi si legge che Hayden Cross è il primo uomo britannico in gravidanza grazie a un donatore di sperma. Hayden ha precisato che dopo il parto completerà la transizione con gli interventi chirurgici per eliminare il seno e le ovaie, e diventare uomo fisicamente: il piccolo che nascerà avrà quindi una madre biologica che allo stesso tempo sarà anche padre anagrafico, mentre il padre biologico sarà difficilmente rintracciabile. È difficile opporsi a questi percorsi: la fecondazione non è avvenuta in clinica, e nessuno può garantire che ci sia stata donazione di gameti e non un rapporto sessuale fra Hayden Cross e l’anonimo donatore. E d’altra parte non si può impedire a una donna che voglia cambiare sesso di restare incinta. Potrebbe anche essere una bufala, una trovata per far parlare di sé: in fondo siamo nel tempo della post-verità. Ma la drammaticità della faccenda è proprio nel fatto che qualcuno l’abbia immaginata, ritenuta fattibile e molto probabilmente messa in pratica. Il dramma è quindi nella sua plausibilità. Si tratta di fatti già accaduti nel Nuovo Mondo che viviamo, dove la tecnoscienza trasforma l’umano: una sola persona padre e madre al tempo stesso, perché i tempi glielo consentono, è cosa già vista e raccontata dalla letteratura scientifica ma anche dai media, oramai, nonostante ancora non ci sia una lingua in tutto il pianeta nella quale si sia riusciti a coniare un termine per individuare una figura del genere, e cioè due genitori in uno.

Nessuno si chiede che ne sarà dei bambini venuti al mondo in questa maniera, e di tutte le conseguenze per la loro persona che ne potrebbero derivare. Al tempo dei nuovi diritti esigibili pare non ce ne siano, di diritti, per i piccoli che nascono così: tacciono gli intellettuali, gli scienziati, i medici, gli psicologi, i giuristi, i bioeticisti, e persino i giornalisti, che in Inghilterra riportano il fatto senza particolari commenti. Viene il dubbio che questa afasìa generalizzata sia perché di cose da dire, semplicemente, non ne abbia più nessuno. Ed è forse questo silenzio colpevole, più che il fatto stesso, a dirci che il Nuovo Mondo è già il nostro mondo.
Assuntina Morresi – Avvenire

Diventare padre dopo la morte (egoismo puro)

invitroUna serie di episodi connessi con la pratica del concepimento mediante l’uso di seme congelato prima della propria morte ha attirato l’attenzione verso questa prassi sempre più diffusa.

Uno di questi episodi è quello di Jocelyn e Mark Edwards del New South Wales, in Australia. I due coniugi erano in procinto di sottoscrivere la loro dichiarazione di consenso per dare avvio al trattamento di fecondazione in vitro ma il marito è morto in un incidente il giorno prima della firma, secondo quanto riferito dal Sydney Morning Herald del 24 maggio.

La moglie ha ottenuto dal tribunale il permesso di conservare il seme del marito e ha di recente vinto una causa che le consentirà di utilizzarlo.

Le leggi dello Stato lo vietano, a meno che non vi sia un espresso consenso ad usare il proprio sperma dopo la morte. La Corte suprema del New South Wales ha tenuto conto della testimonianza della moglie, secondo cui qualche anno fa il marito aveva dichiarato che, se gli fosse successo qualcosa, lei avrebbe dovuto procedere ad avere un figlio da lui.

In un articolo apparso il 3 giugno sul sito Internet della rivista Time si osserva che non di rado i soldati impiegati in missioni di guerra provvedono al congelamento del proprio sperma perché possa essere utilizzato dalle mogli in caso loro dovessero morire.

Poiché le situazioni possono essere le più diverse, si sta discutendo sull’eventualità di regolamentare questa pratica. L’articolo si riferisce a un caso in Israele in cui i genitori di un figlio morto l’anno scorso vorrebbero avere un nipote utilizzando il suo sperma.

Il figlio, Ohad Ben-Yaakov, non era sposato, né aveva una relazione con qualcuno. I genitori vorrebbero quindi ricorrere a una madre surrogata.

Gemelli

Un caso simile si è verificato di recente in Russia. Il figlio di Lamara Kelesheva, morto di tumore, aveva depositato il proprio sperma prima di iniziare la chemioterapia. Il suo seme è stato poi utilizzato dalla madre per concepire, attraverso due madri surrogate, due coppie di gemelli, secondo quanto riferito da Russia Today del 7 giugno.

Secondo un servizio pubblicato dal quotidiano russo Pravda il 10 giugno, dopo la morte del figlio vi erano stati cinque tentativi falliti di concepimento. Nell’ultimo tentativo la signora Kelesheva ha utilizzato due madri surrogate contemporaneamente. Entrambe le gravidanze sono andate a buon fine e le due donne hanno dato alla luce quattro nipoti, rispettivamente il 6 e l’8 gennaio.

Le polemiche che ne sono seguite hanno portato alla separazione tra la Kelesheva e il marito, e lei sta ora cercando di ottenere il riconoscimento della propria maternità di questi bambini e della paternità del figlio deceduto.

L’Anagrafe civile di Mosca ha rigettato l’istanza di registrazione e la donna sta ora facendo appello al tribunale municipale di Mosca. Le leggi russe consentono il ricorso a madri surrogate solo alle coppie sposate.

“Tutte queste pratiche biomeccaniche alla fine portano a questa situazione molto ambigua in cui non è più realmente possibile distinguere tra un figlio e un nipote”, ha affermato a Russia Today l’attivista pro-vita Andrey Khvesyuk.

Una piega diversa ha preso il caso di un uomo di 57 anni, di cui per motivi legali non è possibile rivelare il nome, che nel 1999 aveva depositato il proprio seme per timore di incorrere in infertilità a causa dei suoi trattamenti medici.

Dopo essersi separato dalla moglie, quest’ultima ha utilizzato i soldi ottenuti dal divorzio per concepire due figli usando lo sperma dell’ex marito, secondo quanto riferito dal quotidiano Telegraph il 29 maggio. Ha falsificato la sua firma sui documenti di autorizzazione, cosa che l’uomo ha scoperto solo tre anni più tardi. La figlia e il figlio sono nati rispettivamente nel 2001 e nel 2003.

Dal momento della scoperta, ha speso ingenti somme di denaro in spese legali per le cause intentate contro l’ex moglie e ha avuto limitate possibilità di vedere i figli.

Anonimato

Mentre i figli di padri deceduti possono crescere sapendo chi era il proprio padre, molti figli concepiti attraverso la fecondazione in vitro vivono senza questa informazione.

Newsweek ha preso in esame questa situazione in un articolo del 25 febbraio. Negli Stati Uniti, i bambini concepiti con sperma di donatori generalmente non hanno informazioni su chi sia il padre, e in molti casi i dati dei donatori vengono cancellati.

Mentre un numero crescente di questi figli sta raggiungendo l’età adulta, aumentano le pressioni per cambiare questa situazione. L’articolo parla dei tentativi di una persona identificata come Alana S., che ha creato l’organizzazione AnonymousUs.org, aperta ai figli, alle famiglie e ai donatori.

Alcuni Paesi hanno legiferato stabilendo l’obbligo di rendere disponibili le informazioni circa i donatori di sperma e di ovuli, ma l’industria statunitense della fecondazione in vitro rimane ancora ampiamente senza regolamentazione.

Alana S., che oggi ha 24 anni, ha detto che molti figli concepiti da seme di donatore si considerano una sorta di “scherzo della natura”.

Persino nei Paesi in cui il settore è regolamentato la situazione è lungi dall’essere perfetta. Ciò risulta evidente da un rapporto pubblicato il 10 febbraio da una Commissione del Senato australiano, intitolato “Donor Conception Practices in Australia”.

Il rapporto afferma che le autorità statali e locali adottano approcci difformi tra loro in materia di informazioni a cui i figli di donatori possono accedere.

Un’altra preoccupazione riguarda il rischio che i figli di donatori possano inavvertitamente instaurare rapporti consanguinei, non potendo accedere alle informazioni sui donatori. Questa eventualità non solo può aumentare il rischio di malformazioni genetiche, ma potrebbe anche avere significative conseguenze sociali derivanti dalla conoscenza pubblica di questo tipo di rapporto, avverte il documento.

La Commissione ha ricevuto anche diversi contributi sul tema della limitazione del numero delle famiglie associabili a un donatore. Secondo il Victorian Infertility Counsellors Group non è infrequente, per le persone concepite da donatori, scoprire di avere anche venti fratelli genetici.

Difformità

Altri contributi sottolineano le difformità negli approcci delle autorità statali e di quelle locali in materia di registrazione dei donatori. Ciò significa che risulta impossibile conoscere con precisione e controllare il numero delle famiglie associate a un determinato donatore.

Un altra questione riguarda la carenza nella gestione dei dati, che rende difficile accertare il rispetto dei limiti imposti alle donazioni da parte delle cliniche. Un esempio contenuto nel rapporto riguarda una clinica importatrice di sperma dagli Stati Uniti, alla quale era stato assicurato che il seme dello stesso donatore non sarebbe stato dato ad altre cliniche. Si è poi scoperto che lo stesso seme era stato importato anche da una clinica nel New South Wales e utilizzato da un certo numero di famiglie in quello Stato.

Sebbene recenti modifiche alla normativa rendono più facile, per i figli di donatori, ottenere informazioni sul loro padre, molti di coloro che oggi raggiungono l’età adulta non hanno la possibilità di accedere a tali dati a causa dell’impegno preso in passato con i donatori a mantenere il loro anonimato.

Il rapporto cita la testimonianza della signora Narelle Grech, che ha raccontato la sua esperienza personale.

“Non posso descrivere quanto sia disumano essere nell’impotenza di conoscere il nome e le caratteristiche del mio padre biologico, sapendo che la mia intera famiglia paterna sta riposta da qualche parte in un armadio pieno di pratiche… senza alcuna possibilità di accedervi”, ha detto. “Mi viene detto che non ho alcun diritto di conoscere informazioni sulla mia famiglia, le mie radici, la mia identità”, ha aggiunto.

In Canada questo tipo di situazione è stato considerato discriminatorio e incostituzionale dal giudice della Corte suprema della British Columbia, Elaine Adair.

La sentenza si è espressa in favore del ricorso presentato da Olivia Pratten, finalizzato a ottenere gli stessi diritti dei figli adottati, secondo quanto riferito dal Vancouver Sun il 19 maggio.

Un figlio non è un qualcosa di proprietà di qualcuno, ma un dono, come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2378. Il figlio non può essere considerato come oggetto di proprietà: “a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso ‘diritto al figlio’”.

Tra le numerose obiezioni morali alla fecondazione in vitro, vi è quella secondo cui tale pratica ha portato a considerare i figli come beni di consumo, per quanto ben intenzionato possa essere stato il desiderio di avere un figlio. Le conseguenze di questo fatto vengono fuori oggi nei tribunali e nelle famiglie.

padre John Flynn

da Zenit

Avere figli è un desiderio legittimo ma non è un nostro diritto.

Quello del ‘turismo procreativo’ è uno degli argomenti che vanno per la maggiore nell’ ambito del dibattito sulla recente legge sulla fecondazione assistita. E quindi non è una novita’: una delle obiezioni più forti dei detrattori della legge 40 (sulla fecondazione artificiale) è infatti quella di essere estremamente restrittiva, tanto che sicuramente molti italiani – ma solo quelli che economicamente se lo potranno permettere – andranno all’estero per ricorrere alle tecniche di fecondazione artificiale. Turismo procreativo, appunto.

Mentre per le coppie con abbondanza di problemi di fertilità, ma non di denaro, non ci sarebbero alternative.

La tesi di fondo dei critici della legge è la seguente: la sterilità di coppia è una malattia, la tecnica della fecondazione assistita ci permette di curarla, noi italiani abbiamo il diritto di farlo nel nostro paese. Perché impedirlo?

Se le cose stessero in questi termini, coloro che sostengono il turismo procreativo avrebbero ragione. Sacrosanta ragione.

Ma se questi fossero i termini della questione, vorrebbe dire che la sterilità di coppia equivale ad un raffreddore, ad un’ernia, che so, ad una allergia. Ma allora perché tanto affannarsi di legislatori, di esperti di medicina, bioetica, sociologia, e chi più ne ha più ne metta? Mai visti, per un’ernia. Tanto meno per un raffreddore, o un’allergia.

La realtà è che la sterilità di coppia spesso, purtroppo, non è malattia che si possa curare, ma è proprio impossibilità fisica ad avere figli propri (come è impossibilità fisica ad esempio correre per un paraplegico, o vedere per un cieco, o generare figli per due persone dello stesso sesso).

Il problema sorge quando il desiderio -naturale, innato e sacrosanto – di avere figli, si trasforma nel diritto ad avere figli.

E se qualcosa è un diritto – naturale, innato e sacrosanto – allora si deve far di tutto per ottenerlo. Tutto ciò che è tecnicamente possibile, pur di raggiungere quello che è un mio diritto. Anche quando questo è qualcosa di naturalmente impossibile.

E quando a diventare oggetto del diritto è un bambino, anzi, una persona, ecco che tutto si complica, irrimediabilmente.

Provate a dire a vostro figlio: io ho diritto ad averti. Provate a guardare vostro figlio mentre gli dite così: in tutta sincerità, non si può che avvertire almeno un certo disagio. Provate ad immaginare vostra madre e vostro padre che vi dicano: tu sei un mio diritto. Si sente a pelle la violenza di una frase così pronunciata. Nessuno di noi si può pensare come un diritto di qualcun altro.

Non si ha la stessa sensazione quando si pensa al proprio lavoro o alla propria casa: è evidente nell’esperienza personale di ciascuno che queste due cose – cose, appunto – sono diritti.

Sia chiaro: non si discute certo sull’opportunità di condurre ricerche scientifiche che affrontino – per risolverlo, possibilmente – il problema medico della sterilità di coppia. Ma un conto è curare il curabile, un conto è trattare le persone come cose, fabbricandole se non si riesce ad ‘averne di proprie’. Progettandole.

Perché poi, se un bambino è un diritto, allora è chiaro che si ha diritto ad averlo sano. Possibilmente, non brutto. E perché dovrebbe essere poco intelligente? E’ un diritto anche del bambino, no? E’ il suo bene, no?

‘Liberi di scegliere di avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli’, recitava una dichiarazione ufficiale di un gruppo di oppositori alla attuale legge sulla fecondazione assistita.

Non è fantascienza, né un revival del Dr. Mengele. Ad esempio, a proposito delle banche del seme, si legge, da un articolo di ‘The Guardian’: ‘ora, le banche del seme seguono una direzione orientata al mercato e negli Stati Uniti, oltre trentamila bambini l’anno nascono da donatori anonimi. Le banche oggi pubblicano cataloghi on line, i clienti possono leggere informazioni sui donatori, acquistare le loro foto da piccoli ed esaminare qualsiasi cosa, dal quoziente Sta (Test attitudinale scolastico) del donatore all’eczema della sua prozia’.

Se avere un figlio è un diritto, tutto il resto ne consegue.

Un’ultima considerazione: in tutto questo ragionamento, non compaiono mai Dio, né Gesù, la Madonna, il Vaticano, i preti, la castità, e via discorrendo. L’oggetto del contendere non è la morale cattolica. E’ falso, ed anche indice di una buona dose di malafede, attribuire a questo dibattito la solita, vecchia e stantia contrapposizione i-laici-moderni-contro-i-cattolici-oscurantisti. Ad essere in gioco è l’idea che si ha di persona, di essere umano.

Ed è solo chiarendo queste premesse che si può poi ragionare serenamente sul significato di parole come: vita, amore, figli.

 Assuntina Morresi