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Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Dio e il problema del male

Una delle più comuni difficoltà contro l’esistenza di Dio, e in particolare contro la Sua Provvidenza, è l’esistenza del male nel mondo.
Come si concilia l’esistenza di Dio con l’esistenza del male? Ecco il problema.
Vi è chi lo risolve negando semplicemente l’esistenza di Dio: ma erroneamente, perché l’esistenza di Dio è evidentemente provata, e la difficoltà di conciliarla con l’esistenza del male non dà il diritto di metterla in dubbio.
Vi è anche chi ha supposto che, accanto a Dio, principio del Bene, esista un essere maligno principio del male, indipendente da Lui e a Lui contrario; la terra sarebbe il teatro della lotta fra questi due primi princìpi. Ma anche questa soluzione (di non pochi antichi: Manichei, ecc.) è allo stesso modo erronea, perché non si può dare un essere che non dipende da Dio, il quale è necessariamente unico principio e creatore di tutto.

Altri, allora, pur ammettendo l’esistenza di Dio, ne hanno negato la Provvidenza, affermando che Dio non si interessa del mondo, avendo abbandonata a se stessa l’opera delle sue mani. Soluzione erronea anche questa, perché contraria agli attributi divini, specie al Suo amore per le creature, amore che è l’unica ragione della creazione.
Per altra via si deve dunque trovare la conciliazione tra l’esistenza di Dio e il fatto del male nel mondo. Per facilitare la soluzione del problema giova distinguere il male fisico e il male morale.
Il male fisico è dovuto all’essenza finita delle cose di cui si compone l’universo ed al corso normale e ordinario delle leggi della natura. Non ripugna quindi a Dio, come non ripugna il dolore che al male fisico suole accompagnarsi; il rendere l’uomo, e in generale l’animale, sensibile agli agenti nocivi è spesso mezzo provvidenziale per la conservazione della vita nella natura; la morte stessa degli individui è necessaria per dare posto alle nuove generazioni.
La colpa, poi, cioè il male morale, è effetto della manchevole volontà dell’uomo: essa non è voluta da Dio, ma solo permessa, perché Dio vuole che liberamente lo rispettiamo e lo amiamo e non vuole fare violenza alla nostra volontà.

Ma, si osserva, Dio non potrebbe, con la Sua Provvidenza, impedire il male? E se lo può, perché non lo impedisce?
Sì, parlando in termini assoluti, lo potrebbe impedire e se, nonostante questo, lo permette, vuol dire che nella Sua infinita sapienza vede che è meglio permetterlo. Senza volere penetrare più in là di quel che alle nostre deboli forze è concesso (S. Paolo esclamava: O altezza della scienza di Dio: Come sono imperscrutabili i Tuoi giudizi!  Ep. ad Rom., 11, 33), abbiamo dalla ragione, e più ancora dalla fede, gli elementi per rispondere alla domanda.

L’immortalità dell’anima ci dona la certezza naturale (confermata dalla fede) di una vita futura ed eterna, alla quale la vita presente è ordinata e nella quale i desideri del nostro cuore saranno soddisfatti, a meno che la giustizia non esiga la pena del male da noi compiuto. Alla luce di questa verità, per cui la vita dell’uomo si inizia nel tempo ma si continua nell’eternità, deve essere risolto il problema del dolore, che acquista, nella Provvidenza divina, una mirabile finalità. Il dolore, innanzi tutto, distacca l’uomo dalle cose terrene e lo avvicina a quelle eterne; se, nonostante le frequenti infelicità della terra, così pochi pensano all’eternità, quanti sarebbero quelli che si ricorderebbero del loro ultimo fine, se nella vita non vi fossero che gioie? Inoltre, il dolore fa sì che l’uomo possa espiare: chi, nella vita, non ha mai trasgredito la legge del Signore? L’infinita misericordia di Dio è sempre disposta a perdonare, ma la Sua giustizia esige una riparazione, un compenso per l’ordine morale rovesciato, e il dolore ristabilisce quest’ordine purificando l’anima che si è ribellata a Dio. Infine il dolore santifica, perché attraverso la prova del dolore l’uomo si merita quella felicità eterna che Dio vuol donarci quale premio da conquistare col sacrificio e con la lotta, sostenuti dalla pace della coscienza e dalla gioia del cuore con cui Dio conforta il giusto nelle pene della vita.
Così la ragione, ed assai meglio la fede, mostrano nel dolore la paterna Provvidenza di Dio che “non turba mai la gioia dei Suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande” (Manzoni).

Claudio, sei innamorato di una donna

Mi chiamo Claudio, sono qui per presentarvi la mia storia: ho un vissuto di omosessualità e già sin dalla pubertà, quando la sessualità ha cominciato a risvegliarsi, io ero attratto dagli uomini e non dalle donne. Questo inizialmente mi ha causato difficoltà, preoccupazioni, mi sono detto: “Ma cos’è questa cosa?”. Avrei voluto 20 anni fa ascoltare una conferenza come questa così avrei capito meglio, però in quel momento ero solo con queste mie preoccupazioni e crescendo, a 11/12/13/14 anni trovavo rifugio nella pornografia e nella masturbazione, lì mi costruivo il mio mondo immaginario e mi distaccavo dalla realtà degli altri. Ero una persona socievole, allegra, avevo degli amici, però avevo molta vergogna e paura che gli altri potessero sapere che in fondo io coltivavo pensieri, tendenze omosessuali.

A 15 anni ho racimolato tutto il coraggio che avevo a quell’epoca e sono andato a parlare con una persona, un responsabile spirituale; dopo avergli condiviso questa mia preoccupazione lui mi ha citato qualche versetto biblico dicendomi: “Questa cosa non è da farsi….” e mi ha lasciato andare. Non mi ha aiutato, mi trovavo in un vero e proprio conflitto e non capivo che cosa potevo fare; crescendo sentivo sempre di più questo richiamo “devi accettarti così come sei”, ma io non accettavo queste tendenze che c’erano dentro di me.  All’età di 19/20 anni io coltivavo sempre la pornografia e non osavo passare ai fatti; ad un certo punto ho fatto un pensiero che mi ha marcato: “Adesso tu devi essere onesto con te stesso, basta con la pornografia, adesso devi passare all’azione, tu sei un omosessuale, vivi quello che tu pensi, quello che c’è nella tua mente.”

Così ho cominciato ad avere contatti sporadici con uomini, cercavo un appagamento, cercavo quello che in fondo avevo sempre coltivato nelle mie fantasie sessuali, ma non lo trovavo.  Così dopo circa un anno sono arrivato ad un punto in cui mi trovavo in una vera e propria trappola, da un lato mi dicevo: “OK, se ho tendenze omosessuali dovrei accettarmi, cercarmi un compagno, il principe azzurro e poi vivere la mia vita”, dall”altro lato questi contatti che avevo avuto mi avevano fatto capire che io stavo cercando qualcosa, non amavo le persone con cui avevo avuto contatti sessuali, non volevo una relazione con loro, non volevo vivere una vita insieme a loro, volevo sesso, volevo qualcosa che io non avevo.

Il sesso era dunque diventato un appagamento e con questo io desideravo la loro mascolinità, la loro forza, desideravo la loro sicurezza in sè stessi, la loro bellezza fisica però il dramma era che loro volevano la stessa cosa da me, mi sono reso conto che vivevo una realtà in cui ognuno voleva solo prendere e dopo ogni contatto sessuale mi sentivo peggio di prima, mi sentivo più vuoto.

Io già a quell’epoca ero credente, amavo Dio, leggevo la Bibbia, e dopo queste esperienze con gli uomini avevo letto il versetto di un Vangelo in cui Gesù dice: “Io sono venuto per darvi la vita in abbondanza”, e al punto in cui io ero arrivato mi sono detto: “Se quello che c’è scritto in questo Vangelo è vero, io lo voglio.” E così ho gridato a Dio, io non riuscivo ad uscire da questa trappola, non sapevo cos’altro scegliere, dovevo accettarmi come omosessuale, ma non volevo e non avevo altre scelte; così non mi era rimasto altro che gridare a Dio e ho detto: “Aiutami! Non vedo una via d’uscita.”

Poi in seguito ad alcune circostanze ho cominciato a conoscere della letteratura (a quell’epoca non c’era ancora niente in italiano) che parlava di persone che avevano intrapreso un cammino e che erano uscite dall’omosessualità e per me si è aperto un nuovo mondo. Mi sono detto: “Allora non sono obbligato ad accettare questa mia condizione, posso sperimentare qualcosa di diverso.”  Così ho potuto addentrarmi un po’ nella materia, conoscere persone che non predicavano il solito messaggio “Accettati così come sei che poi andrà tutto bene”.e da lì è stata una continua crescita. Ho potuto capire cosa c’era dietro la mia tendenza omosessuale, ho capito cosa io ricercavo nell’omosessualità. In breve, io cercavo la mia mascolinità. La relazione con mio padre era conflittuale, già da piccolo vedevo i miei genitori che litigavano, mio padre era una brava persona, era debole di carattere ma anche piuttosto autoritario e quello che mi ha maggiormente marcato era il modo in cui faceva soffrire mia madre.

Io mi ricordo che da piccolo notavo queste tensioni in famiglia e avevo fatto dei pensieri che poi erano diventati delle vere e proprie decisioni, nel mio cuore di bambino, vedendo come mio padre faceva soffrire mia madre, avevo deciso: “Se essere uomo significa far soffrire una donna, se essere uomo significa essere cattivo, dominante, insensibile, allora io non voglio essere uomo.” E da lì la mia mascolinità non si è sviluppata , io non ho coltivato questa relazione con mio padre .

Dall’altra parte mia madre era una persona molto emotiva, costretta alla sottomissione, ed io soffrivo tanto per questa situazione, mia madre letteralmente piangeva sulle mie spalle ed io non ero pronto ad accogliere queste sofferenze ed è subentrato un altro pensiero: “Io non riuscirò mai ad amare una donna perché le donne hanno dei bisogni troppo grandi affinchè io possa soddisfarli.” Io credevo che non sarei mai stato capace di amare una donna. Così ho capito che in seguito a queste situazioni che avevo assorbito in famiglia, alla interpretazione che io ne avevo dato, cercavo la mascolinità che non avevo lasciato emergere nella mia vita.

Dopo aver capito queste cose ho potuto riconciliarmi con me stesso, accettare la mia mascolinità, imparare ad avere buone amicizie maschili, mi sono riconciliato con mio padre, ho potuto riallacciare questo legame che dovrebbe essere un legame benedicente, ho potuto riconciliarmi con mia madre avendo un buon distacco e non una simbiosi che si protrae anche nella vecchiaia.

Poi all’età di 26 anni è successa una cosa strana, mi sono innamorato di una bellissima ragazza e per me era qualcosa di nuovo. Io non ero mai stato attratto dalle donne e ho cominciato a sentirmi confuso proprio come un quattordicenne alle prime armi e mi sono dovuto arrendere e dire: “Claudio, sei innamorato”. Ho dovuto ammettere a me stesso che c’era qualcosa di nuovo che stava nascendo in me, e con non poche difficoltà abbiamo coltivato questa relazione, è stato molto difficoltoso dal punto di vista dei ruoli (non consiglio a nessuno un fidanzamento come il nostro!) , capire chi ero io, chi era lei , ma devo dire che è stato anche molto costruttivo, mi ha molto aiutato, così dopo 2 anni ci siamo sposati, abbiamo formato una famiglia e sono grato a Dio di come mi ha aiutato e mi ha accompagnato fino ad oggi .

Riassumendo, il mio cammino è consistito nel non coltivare l’omosessualità, perché potevo benissimo andare avanti come omosessuale, ma piuttosto nel coltivare quella eterosessualità che io consideravo inesistente, ma che in fondo era latente, era addormentata, era rimasta bloccata ad una certa età e così ho potuto esplorare quest’altra parte di me.

La gioia, nonostante un figlio in cielo

foto_cieloLa vera perfezione e’ quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze

Bianca e il suo sorriso. Trentaquattro anni di scanzonata “toscanita’”, e se ti specchi nei suoi occhi verdi, guardandovi molto bene dentro, noti una luce particolare. La luce di chi ha vissuto tanto, nonostante la giovinezza anagrafica, di chi ha gia’ fatto i conti non solo con la vita, ma persino con la morte. La morte di un figlio, il terrore di chiunque, l’unica cosa in grado di spezzarti a meta’, di creare una linea di confine tra un “prima” e un “dopo”. Lei questo viaggio l’ha fatto, l’ha vissuto al cento per cento. E allora perché questo sorriso? Ce lo racconta con la pace di chi ha già tirato le somme, e non si è trovato in credito: “Gabriele era affetto da una grave forma di ascite fetale. Curato nel grembo materno con ben dodici paracentesi (drenaggi di liquido dall’addome, ndr), arrivato spontaneamente al parto per vivere 34 giorni, alternando momenti critici a momenti di relativo benessere che lasciavano sperare. Nonostante la sua situazione ad un certo punto sembrasse sotto controllo, il suo cuoricino ha ceduto e una crisi cardiaca l’ha riportato al Padre, il 27 luglio del 2007”.

Bianca è sposata da dieci anni con Alessandro, carabiniere paracadutista. Insieme hanno consacrato il loro amore davanti a Dio, insieme hanno accolto Vanessa che oggi ha otto anni, insieme hanno superato molti momenti di apprensione nelle varie partenze di Alessandro per le missioni di pace. Insieme hanno desiderato la seconda gravidanza, poco più di cinque anni fa. All’inizio tutto procedeva bene, ma all’ecografia strutturale la doccia fredda. Da quel momento in poi il viaggio si è fatto molto duro. Il rifiuto categorico dell’aborto, l’approccio con un ginecologo di grande umanità che ha donato a Bianca non solo la sua abilità tecnica, ma un amore paterno che l’ha aiutata a non perdere mai il senso di quella gravidanza e della vita di suo figlio.

Insieme hanno spiegato alla loro primogenita, di allora soli tre anni, che quel fratellino tanto desiderato aveva una missione speciale, più speciale di quelle del suo papà, e che doveva avere tanta pazienza e tanta forza. “Per lei non è stato semplice – spiega Bianca – soprattutto perché è riuscita a vedere suo fratello di sfuggita solo una volta, il giorno prima che il suo cuoricino cedesse. Noi non sapevamo che l’avremmo perso. A posteriori, ho visto questo come un grande dono di Dio per Vanessa. Avrebbe potuto non vederlo mai vivo, sarebbe stato terribile…”.

La piccola è cresciuta forse un po’ in fretta, ma come tutti i fratelli di bambini speciali, è una “sorellina speciale” anche lei. A scuola dà a tutti i suoi compagni “lezioni di paradiso”, ha una risposta profonda per ogni quesito particolare, una sensibilità insolita per una piccola di quella età.

Bianca e Alessandro, subito dopo il trauma della perdita hanno avuto il privilegio di poter credere in Dio nonostante l’inevitabile dolore… “Ero con un gruppo di persone in una chiesa – racconta Bianca – mi sentivo infinitamente triste e piena di dolore, in quel momento avrei voluto solo andare via. Ho incollato i miei occhi al crocifisso e ho scoperto di provare rabbia. Proprio in quel momento, un ragazzo di nome Maurizio si è avvicinato a me, e quasi leggendomi nel pensiero, mi ha detto: “Piangi, se ne senti il bisogno. Nessuno ti giudica, qui”. Ho iniziato a piangere, e pian piano la rabbia è andata via. Dio non era cattivo, io ero la sua bambina, lui avrebbe guarito ogni ferita e così è stato. Siamo rinati. Eravamo travolti dal mondo, dentro un vortice di materialismo, nella pretesa di avere un figlio perfetto, tentati all’idea di scartare un figlio con eventuale handicap. Invece Gabriele ci ha guarito da questo perfezionismo: lui era perfetto nell’amore, e abbiamo capito che la vera perfezione è quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze. Lo avremmo voluto comunque fosse. Oggi quando guardo un bambino con problemi, vedo solo la luce nei suoi occhi, ed è una luce particolare”.

Bianca è luminosa, quando parla di Gabriele. Ha la maturità di chi sa bene cosa significhi “morte”. Bianca non racconta favole, non parla di suo figlio come di un angioletto custode, ripete sovente: “mio figlio è tre metri sotto terra con il corpo, è in paradiso con lo spirito”. Non blatera di “presenze” e “voci dall’aldilà”, non trasforma lo spirituale in spiritismo, conosce la differenza tra il bene e il male; la sua fede naturale ha trovato sapienza attingendo dalle Scritture, ed è una fede concreta. Bianca guarda al futuro con gioia, con speranza. E Bianca sorride ancora, carezzando suo terzo figlio, Michele, arrivato dopo suo fratello…

Sabrina Pietrangeli è presidente de La Quercia Millenaria Onlus 

Perche’ crediamo in Dio?

Una domanda tuttaltro che scontata! Questa pone le sue radici nella storia stessa delluomo che da sempre si è dimostrato interessato alla ricerca delle radici della propria esistenza.
Perché?
Perché ogni uomo desidera raggiungere la felicità, la vita piena, lamore, perché tutti gli esseri umani in quanto finiti si scontrano con linevitabile e inspiegabile morte, perché la vita pur essendo bellissima è anche segnata dal male (ingiustizia, violenze, menzogne). Linsieme di queste realtà ha posto da sempre luomo dinanzi ad alcune fatidiche domande esistenziali.

Chi ci ha creati? Perché viviamo? Dove andremo?
Domande che trovano la loro risposta solo in Dio.
Mentre l’umanità dalle sue origini, guidata dalla ragione che la fede confermava, ha affermato l’esistenza di Dio e gli ha sempre innalzato altari e templi, ed anche l’umanità di oggi, ove la violenza non lo impedisce, manifesta la sua comune credenza in Dio, non sono mancati e non mancano pensatori che negano l’esistenza di Dio: da Democrito, che per primo pronunciò la frase fatale: Non est Deus naturae immortalis agli odierni negatori di Dio e suoi avversari.
Da qui nasce lesigenza di una risposta apologetica, sia per confutare l’avversario, sia per confermare il credente di fronte al dubbio imprudente che talora può affiorare alla sua coscienza nelle alterne vicende della vita.

Perché crediamo in Dio?
Di don Tullio Rotondo
Crediamo in Dio perché Dio stesso ci attira a sé e ci si vuole far conoscere; ecco la verità principale: Dio ci attira alla conoscenza di Lui stesso.
Se non ci accorgiamo di questo è perchè non vediamo siamo ciechi in certo modo.

Ora, attraverso queste mie parole e poi anche più generalmente Dio ti vuole attirare a conoscere Lui. Il punto è che noi siamo chiusi, il punto è che noi non ci accorgiamo del Signore che ci parla, siamo chiusi alla luce che Egli ci dona, abbiamo bisogno del Maestro che ci guida a conoscere come Dio ci parla e che ci fa conoscere veramente Dio: e questo Maestro è Gesù.

Con il peccato originale la nostra intelligenza si è oscurata e noi abbiamo difficoltà a salire a Dio che è Luce, abbiamo difficoltà a ricevere questa Luce, facciamo scudo alla luce divina.

Come facciamo scudo?
Anzitutto appunto con il disordine interiore che è in noi, con la mancanza di preghiera, con la mancanza di lettura delle S. Scritture, con linsincerità, con lattaccamento ai piaceri del senso (piaceri della gola e sessuali soprattutto); il Signore ci attira a diventare spirituali e noi invece rimaniamo carnali. La conoscenza di Dio implica partecipazione, in certo modo, alla vita di Dio; il Rivelarsi di Dio a noi implica anche un certo nostro modo di vivere, implica una certa nostra perfezione.
Rifletti
Anzitutto tu vivi sempre secondo la verità che porti nellintelligenza, agisci sempre secondo la verità che la tua coscienza ti presenta?
Sei coerente con quello che dici, sei coerente con le tue idee?
Usi un doppio giudizio quando giudichi gli altri e quando giudichi te?
E la tua coscienza, la tua intelligenza su quali verità si basa?
Chi ti ha insegnato quelle verità?
Dio ti attrae a Cristo, ma forse tu non te ne rendi conto, sei immerso nelle cose del mondo, Dio ti attrae a visitare i santuari, a visitare i luoghi nei quali Dio stesso ha operato prodigi ma noi tante volte ce ne stiamo nelle nostre case o nei nostri ambienti e ci lasciamo guidare da altri dei, da altri maestri.

A chi credi?
A quali persone presti la tua fede?
A chi hai prestato fede nel tuo studio a professori che ti hanno riempito la testa di affermazioni atee o agnostiche?
Considera che oggi ateismo, agnosticismo e anticristianesimo sono praticamente diffusissimi, tu probabilmente sei una persona che ha avuto falsi maestri di questo genere. Ti devi depurare, devi cambiare, devi prenderti i veri maestri, anzi il vero Maestro: Gesù!
Dio ti vuole donare la conoscenza di Lui stesso, come ha fatto con tanti santi che poi hanno fatto grandi miracoli pensa a S. Pio da Pietrelcina, pensa a s. Francesco, a s. Caterina.

Hai mai preso parte a un fatto miracoloso?
Sei mai stato alla s. Messa?
Hai mai fatto un ritiro nel silenzio, passando qualche giorno in preghiera?
Lo sai che il demonio esiste?
Sei mai stato ad una preghiera di liberazione?
Ecco Dio vuole farti fare esperienza della sua potenza, devi destarti dal “sonno stanco dell’anima” e muoverti, perchè la cosa più importante in questa vita è conoscere Dio amare Dio, conoscere Cristo Dio uomo!!
Ecco la cosa più importante nel mondo è conoscere Dio e amarlo!
Vedi Dio vuole che tu lo metta al primo posto nella tua vita, allora ti si fa conoscere particolarmente! Nota che conoscere Dio non arreca un vantaggio a Dio nella sua divina natura, Egli è sommamente perfetto. Conoscere Dio è necessario a te, per il tuo bene. Ecco, dunque, Dio ti sta parlando attraverso queste mie parole, ti sta attirando a fare questo cammino verso Lui . Considera che il cammino in Cristo Dio è un cammino di fede : Dio stesso vuole donarti questa fede e tu devi fare la parte tua per riceverla; camminare nella fede significa appoggiarsi e obbedire a Cristo anche se talvolta non riusciamo a capire perché ci dice, camminare nella fede non è vedere tutto con chiarezza, il vedere con chiarezza ci sarà nella visione beata, nel Cielo, ma oggi vediamo nello specchio e attraverso enigmi.
Sappi però che più cresci nel cammino di fede, più vivi nella volontà di Dio in modo perfetto, più il Signore ti si manifesta, come accadeva s. Pio da Pietrelcina, a s. Caterina da Siena, a s. Brigida etc.
Dunque : sei pronto iniziare? Dio ti sta attraendo. Ma anche il mondo, satana, la tua carne ti attraggono, Dio verso la conoscenza di sé e verso la santità ; satana, il mondo e la carne ti spingono al peccato, alla incredulità, allagnosticismo.
A te la scelta tra le due vie. Forse finora ai scelto sempre la seconda e se è così sappi che la tua inclinazione abituale è cattiva, devi farti forza e il Signore ti dà questa forza. Dio ti dà tutto in Cristo: luce intelettuale, sapienza, carità:
Ricordati: conoscere Dio e amarlo in Cristo dipende da te.

 

Lourdes, miracoli tra fede e scienza

Padre Laurentin, qual è il primo miracolo di guarigione avvenuto a Lourdes?
«Tra coloro che si recano alla grotta il 1° marzo 1858, quando le apparizioni sono ancora in corso, c’è Catherine Latapie, di Loubajac, una rude e povera paesana, per niente devota. Due anni prima, cadendo da una quercia, si era slogata il braccio: due dita erano rimaste piegate e paralizzate, l’arto non si era più ristabilito e la donna non poteva più filare né lavorare a maglia. Catherine aveva sentito parlare di quella fonte che a Lourdes confortava i malati. Arriva rimorchiando due dei suoi figli, mentre un terzo è già pesante e vivace nel suo grembo. Alla grotta prega e poi si avvicina alla fonte. Immerge la mano e le dita paralizzate e contorte si sciolgono e riacquistano la loro mobilità: riesce per la prima volta a congiungere le mani in preghiera. Ma ecco che la donna avverte un forte dolore al ventre. Sono le doglie del parto. Lei prega: «Santa Vergine, fatemi prima tornare a casa». I dolori cessano e Catherine può far ritorno a Loubajac, dove partorisce tranquillamente. La sua guarigione sarà una delle sette riconosciute come miracolose dall’inchiesta del vescovo. È in assoluto la prima delle guarigioni di Lourdes».

Furono davvero accurate le indagini sulle prime segnalazioni di miracoli e di grazie?
«Nei libri che ho pubblicato su Lourdes, ho fatto l’edizione completa dei testi della commissione voluta dal vescovo che ha portato al riconoscimento delle apparizioni, ho reso disponibili tutti i referti. Il professor Vergez, dopo aver esaminato innumerevoli casi ha selezionato i sette più rappresentativi e li ha approfonditi e studiati. A quel tempo non c’erano le radiografie né gli strumenti diagnostici oggi disponibili. C’era soprattutto il metodo clinico, l’osservazione. Grazie ai metodi tradizionali è stato possibile arrivare a un giudizio che è stato successivamente sottoposto a luminari e accademici di fama internazionale. Tutti hanno ammirato la qualità clinica del lavoro del dottor Vergezs, soddisfacente per l’epoca (�). Nel valutare oggi i miracoli avvenuti nel passato si dice sempre che manca questo o quel test. A Lourdes funziona, come è noto, il Bureau Medicale, l’ufficio medico, che analizza le segnalazioni di grazie ricevute dai malati giunti in pellegrinaggio».

Quali caratteristiche deve avere una guarigione per essere considerata miracolosa dal «Bureau Medicale» di Lourdes?
«Deve essere istantanea, completa e duratura. Il Bureau lavora in modo molto serio. Oggi molte cose sono cambiate. Il Novecento è stato il secolo dello scientismo che affermava: non c’è Dio e non c’è miracolo, la scienza sa tutto e può escludere la possibilità di un miracolo, dunque non c’è intervento esterno di Dio. Di fronte a questa posizione, il ragionamento della Chiesa è stato il seguente: fondiamo un solo miracolo in modo scientifico, facciamo presente che per uno dei casi c’era in ballo una malattia disperata, con una diagnosi senza speranza, e che la guarigione è stata immediata, completa, riscontrabile. E come conclusione affermiamo che questa guarigione non è scientificamente spiegabile da parte della scienza. Così lo scientismo viene ribaltato, confuso. Ma il miracolo è qualcosa di molto complesso, di misterioso. E non sta alla medicina dire se l’azione di Dio si manifesta o non si manifesta. La persona di Dio, la sua azione non si manifesta soltanto per il carattere straordinario e inesplicabile del fenomeno, ma anche nell’effetto interno all’anima. Il miracolo sono i frutti spirituali e molti segni che appartengono all’ordine della fede non interessano la medicina».

Riflessione per la guarigione della paura

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete!” (Is.35)

1 – LA PAURA
Come nasce la paura nell’uomo “Ho udito il tuo passo in giardino: ho avuto paura”. (Gen. 3,10)

2 – TIPI DI PAURA
Paura di Dio: Ho avuto paura perché sono nudo. (Gen.2,10)
Paura degli uomini: Non temete coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma chi ha il potere di buttarvi anche nella Geenna… Paura della morte: Gesù ha vinto la morte.

3 – COME SUPERARE LA PAURA
DI DIO
“Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. (Gen. 3,21)
Dio mi riveste della pelle dell’Agnello, Gesù. Gesù è misericordia. Non Temere!”

DEGLI UOMINI
La comunione con Dio mi fa ritornare all’adorazione di Dio e alla gioia- fierezza di testimoniarlo ovunque. La comunione con Lui mi fa cogliere la vera essenza della creazione, dell’altro come dono di Dio.

DELLA MORTE
Gesù ha vinto la morte. Quando siamo stati partoriti alla terra, la mamma non mancava. Era lì che ci partoriva per mostrarci a papà. Perché pensare che Chi mi partorisce alla vita di Dio, Gesù non sia lì nel momento della morte per partorirmi al cielo e mostrarmi a Papà Dio?

“Ecco tuo figlio, Padre. Tu me l’hai dato. Io te lo riconsegno. Non è andato perduto.” (Gv 17)

SVOLGIMENTO DEI VARI PUNTI DELLO SCHEMA

1 – La Paura

“Ho udito il tuo passo in giardino: ho avuto paura” (Gen. 3,10) Quando, dove, come e perché nasce la paura nell’uomo? Nasce nel giardino dell’Eden. Il luogo della originaria bellezza, il luogo della comunione, dell’amore, dell’estasi della creatura del proprio Creatore, il luogo della pienezza, del perfetto compimento, il luogo dove “stare insieme” è per Adamo un grido di gioia: “E’ carne della mia carne, e osso delle mie ossa.” In altre parole Adamo dice a Dio: “Che creatura meravigliosa, Signore, mi hai messo accanto! La chiamerò donna.”

Anche noi possiamo provare la gioia dell’altro: il nostro uomo, la nostra donna. Può essere una vera FESTA, ma nel nostro di giardino, quando amiamo, abbiamo paura che tutto finisca. Ci sentiamo attaccati dentro e fuori da tante insidie, inquietudini. E in queste nostre irrequietezze si insinuano molti falsi profeti, i venditori di separazione.

Nel giardino dell’Eden, dove tutto era originario e bello, qualcosa è andato a male lo stesso, ma sappiamo anche perché: perché Adamo ed Eva hanno accolto il venditore di separazione e si sono trovati separati dalla comunione con Dio e separati tra loro. Il Bugiardo e Omicida sin dall’inizio, come dice la scrittura, li inganna e li uccide proprio nell’amore e fiducia in Dio, e viene a mancare loro la gioia di camminare insieme a Lui.

Quando noi abbiamo fiducia di qualcuno, camminiamo volentieri assieme a lui per le strade della città, delle nostre vacanze. Ovunque. Se non ci fidiamo più di lui, a ragione o a torto, non andiamo più a fare un giro insieme neppure in cortile. Se ne sentissimo i passi dietro l’angolo, cambieremmo addirittura strada.

Adamo ed Eva quando sentono i passi di Dio in giardino cambiano strada.

Hanno paura. In realtà, credo che la loro paura non stesse tanto nell’udire i passi di Dio, ma nella loro perduta capacità di riconoscerli nel cuore e di gioirne . Hanno paura del sentirsi privi di un qualcosa che prima avevano e che dava il gusto di tutto, il senso di tutto. Ora che più che mai hanno bisogno di Dio Papà che li tolga da una brutta situazione, si rendono invece conto di non avere più il gusto di raccontargli le cose, di essere famiglia con lui. Dev’essere stata un’esperienza drammatica. Tutto era nuovo nel giardino dell’Eden, quindi anche questo loro senso di privazione, anche la paura del loro senso di privazione, e la paura della paura del loro senso di privazione.Dev’essere stata una vera e propria esplosione atomica nella vita dell’anima e del corpo. Panico. Non rimaneva che scappare da quell’inferno.

Ci provano e vanno a nascondersi. Ma l’inferno ce l’hanno ormai dentro.

Cercheranno di toglierselo di dosso, ma per quanti tentativi facciano, riescono solo a mascherarlo con delle povere foglie di fico, povere in ogni tempo e stagione e la loro esplosione atomica di “nudità” in nudità avrebbe raggiunto anche tutti noi attraverso i secoli.

“Che colpa ne avevano?” (mi son sentita dire ultimamente). “Se non conoscevano il male? Come potevano evitarlo?” E’ vero, non conoscevano il male, ma conoscevano il Bene con la B maiuscola. Conoscevano Dio-Amore che cammina e si intratteneva con loro alla brezza del giorno. Manca forse qualcosa a Dio-Amore che si intrattiene con te, per farti girare lo sguardo altrove? E perché Adamo ed Eva hanno cercato altrove? In questa riflessione non cerco di colpevolizzare i nostri progenitori, ma di capire con la Scrittura, come è nata la paura nel loro cuore e come l’uomo ancora oggi la accoglie, la fa crescere, ne fa nascere di nuova e che cosa dovremmo fare invece per porvi rimedio e vivere felici nella gioia di Dio che vuole intrattenersi con noi alla brezza del giorno e della notte e di ogni tempo.

Dio, da sempre, fa camminare l’uomo nella sua misericordia e verità, e camminare nella misericordia e verità è di Dio. Ecco il mio desiderio in questa riflessione: percorrere tutta la Misericordia e verità che Egli ci offre e non avere più paura. Questa infatti è la volontà del Padre: “Che la nostra gioia sia piena”.

E la gioia piena non è raggiunta solo vivendo l’aspetto misericordia di Dio, ma vivendo tutto Dio, così come Egli si rivela all’uomo. Dio si rivela anche Verità. Quindi noi nel nostro vivere nello spirito non sottovaluteremo l’aspetto verità a vantaggio della misericordia e viceversa, ma daremo ad entrambe lo spazio che Dio stesso vuole dare ad entrambe, secondo il Suo Spirito. A questo proposito ci ricorda un padre della Chiesa, San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) che “la misericordia senza verità è bonarietà sciocca e incapace di fornire stimoli vitali a chi ne è oggetto”. E “la verità senza misericordia è severità fredda di chi nello zelo per le idee è incapace di riconoscere le persone.” E Dio, Misericordia e Verità, riconosce così tanto le persone di Adamo ed Eva che, (Misericordia), le aiuta immediatamente ad uscire dal loro stato di “nudità”, perché (Verità) la nudità le fa scappare ulteriormente dalla vita di Dio. Dio confeziona loro tuniche di pelli, dice la scrittura e dona loro suo Figlio, ” la pelle di Dio”, l’Agnello immolato. Se così ha fatto Dio, non c’è altro da fare neppure per me, anche in questa riflessione.

Misericordia e verità. “Nessuno di questi principi può vivere per se stesso.” dice ancora Bernardo di Chiaravalle, pur sapendo che “la loro integrazione è estremamente problematica”, perché “la conciliazione degli opposti non è la loro somma; implica invece una rinuncia all’assolutezza di ciascuno di essi, una disponibilità spesso lacerante.Solo così potranno davvero essere vissuti in maniera unitaria e liberante.” Un principio non può fare senza l’altro. Dio è sempre Misericordia, anche nella verità, ed è sempre Verità anche nella misericordia. E credo che Dio mi dica anche che Egli non ha bisogno del mio peccato per essere Misericordia e che non ha bisogno della mia menzogna per essere Verità. Egli è Misericordia e Verità sempre. E’ l’avvocato che ha bisogno dei miei litigi per fare l’avvocato; il medico delle mie malattie per fare il medico, gli insegnanti della mia ignoranza per fare gli insegnanti, ma Dio è sempre Dio. Non ha bisogno di me per esserlo. E’ sempre verità. E’ sempre misericordia e la sua misericordia si esprime in me anche se non vivo in peccato!

Dio si dona “tutto intero” all’uomo e la Sua parola mi conferma che Dio può riversarsi maggiormente nell’uomo proprio quando l’uomo gli fa spazio lasciando il suo peccato e lo fa entrare. Dio può essere maggiormente misericordia in me quando accolgo la sua grazia e cerco di non peccare più.

Può essere maggiormente verità in me quando accolgo la sua grazia e cerco di camminare nella verità. “Io sto alla porta e busso. Se uno mi apre, io entro.” Dice Gesù. E da che grazia è grazia per aprire La porta a Gesù si gira le spalle a tutto ciò che non è Gesù. Altrimenti, Dio continuerà è vero, ad inondarmi col suo amore, bussando alla mia porta, ma non mi lascerò inondare, non aprendo la mia porta. Come dice che LA BUONA PIOGGIA di DIO CONTINUERA’ A SCENDERE, MA IO NON MI BAGNERO’ PERCHE’ ME NE STO AL RIPARO DA ESSA. Noi ci siamo abituati, purtroppo, a RIPARARCI DA DIO, o a prendere da lui quello che ci piace di più, MA SE SOLO CONOSCESSIMO IL DONO DI DIO!

Adamo ed Eva CONOSCEVANO IL DONO DI DIO e l’avevano amato. Scopertisi incapaci di amarlo ancora, hanno paura e scappano. Non gioiranno più di niente altro, né della creazione di Dio, che non darà loro più frutti buoni, (dovranno lavorare DURAMENTE per averli), né l’uno dell’altro. Alla tavola del serpente, quindi, non hanno fatto un peccato che ATTIRA le ire di Dio, ma un peccato che ATTIRA la separazione da Lui. Non hanno mangiato un frutto BUONO della creazione divina, (materialmente sì) ma il frutto CATTIVO della MALIZIA di satana, la sua separazione da Dio, nascosta dietro il frutto di Dio; nascosta nell’intenzione del serpente. Succederà sempre la stessa cosa anche nella nostra storia spirituale. Al serpente interessa solo adescarci con i buoni frutti di Dio, per darci la morte. Chissà se Dio aveva impedito ai nostri Progenitori di mangiarne sapendo che proprio quel frutto sarebbe stato loro offerto dal serpente per farli morire. Un po’ come facciamo noi mamme coi nostri bambini che non conoscono ancora il bene e il male e vietiamo loro di mettere le dita nella presa della corrente. Non stiamo lì a spiegare chissà che cosa. Diciamo solo che si farebbero molto male e basta.

Poi arriva qualcuno che dice: “La tua mamma ti impedisce di fare esperienza di corrente elettrica perché sa che mettendo le dita lì dentro conosceresti in realtà tutto quello che lei conosce in fatto di corrente elettrica: conosceresti anche tu il bene e il male della corrente che tua mamma conosce. ” Bugiardo delle mezze verità! La mamma conosce il bene e il male della corrente elettrica, ma sa dominarla, il suo piccolo invece la subirebbe sulla sua pelle saltando all’aria. L’intera verità è che tu, bugiardo, vuoi fargli perdere la vita che suo Papà gli ha dato.

Adamo ed Eva diventano curiosi di conoscere quello che Dio sa, chi prima chi dopo, non vogliono più tenere conto di quello che Dio ha già fatto loro conoscere e per la loro gioia piena. Si lasciano adescare dal serpente.

Vogliono fare esperienza del “fai da te” del maligno. Mangiano e si alzano da tavola, per quanto mi riguarda, già morti stecchiti, già saltati all’aria fulminati, cioè senza la vita di Dio. Saranno completamente spogli del suo piano che dà ordine e un’armonia a tutta la creazione. Nell’ordine delle cose, c’è il senso delle cose, infatti. E’ così anche nella nostra vita di ogni giorno. Le pentole sono in cucina, non in bagno, perché ha senso che siano in cucina dove mi servono per cucinare. Le pentole inoltre hanno senso per se stesse, anche se le collocassi in bagno, io le saprei riconoscere sempre, perché il loro significato di pentole rimane in me.

Adamo ed Eva, invece, ascoltando il serpente, non solo hanno messo se stessi fuori posto rispetto all’ordine di Dio, ma hanno perso anche il senso di se stessi e di ogni creatura rispetto all’ordine di Dio. Nell’ordine di Dio, Adamo dava un nome a tutte le sue creature secondo il loro essere profondo, dice la Scrittura. Le vedeva, le capiva, ne gioiva con il suo Creatore che passeggiava con lui in giardino, ora invece se ne lamenta: “La donna che mi hai messo accanto mi ha dato da mangiare del frutto proibito.” Come dire:”Mi ha imbrogliato. Tutto quello che mi sta capitando di brutto è colpa sua, ma anche quello che io faccio di brutto è colpa sua! Non capisco più questa donna.”

“Non solo ha messo le pentole fuori posto, ma io non so più cosa significhino le “pentole”.

Adamo non riflette più sulle sue azioni, non le riconosce come sue e ne scarica la responsabilità sugli altri. Anche oggi, rotto l’ordine ci si trova nel disordine . Nel disordine materiale non si trovano più le cose al loro posto. Lo vediamo ogni giorno a casa nostra. Così, nel disordine interiore si perde il senso più profondo di noi stessi e degli altri. Ci si accusa di essere qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo. Non siamo più “pentole” gli uni per gli altri, cioè portatori di significato gli uni per gli altri e, nella perdita di senso, non solo ci si accusa, ma anche non ci si perdona. Scarichiamo anche noi le nostre responsabilità sugli altri.

Io sarei più felice se mio marito fosse più ordinato. Io sarei più felice se mia moglie brontolasse di meno. Io sarei diverso se lei fosse diversa. Io ho cercato l’altra perché lei mi trascurava. Io lo trascuravo perché lui ha cercato l’altra. Separazione . In realtà la separazione è già dentro di noi, perché già accolta quando vogliamo vivere in proprio ciò che per natura sua ha vita solo nella comunione. Il gustare i buoni frutti di Dio senza Dio non fa famiglia con lui. Dio invece ci ha creato per fare famiglia con Lui. Dio è Famiglia. Fuori da Dio-Famiglia è voler amare fuori dall’amore .

Ma Dio continua a cercarci: “Uomo dove sei?” E continua a dialogare con noi.

“Perché ti sei accorto di essere nudo?” Non dialoga invece col serpente. Ad Adamo chiede che cosa ha fatto, ad Eva perché l’ha fatto. Al serpente non chiede proprio nulla. Afferma solamente la sua condanna. E’ tutto.

Dio papà vuole fare riflettere noi sulle nostre azioni e ci educa. Non fa riflettere il maligno sulle sue azioni, perché il Maligno è bugiardo e omicida sin da principio, cioè per sua essenza e, un bugiardo e omicida sin dall’inizio, non può essere educato né alla verità né alla vita. Se Dio non dialoga col Maligno, non dobbiamo farlo noi, perché non ce ne verrà nulla di buono. Solo la nostra morte spirituale e, dalla morte spirituale, è entrata nel mondo ogni malattia e la morte fisica.

Cosa vuol dire dialogare col Maligno oggi? Vuol dire ascoltare le sue seduzioni e servirle. Vuol dire venire a compromessi con i suoi frutti di separazione mascherati da frutti di Dio.

Quante filosofie e organizzazioni oggi mi offrono i buoni frutti di Dio per separarmi in realtà da Dio, per rendermi indipendente da Lui. In molti ne sono affascinati. Queste correnti ci parlano di forza, di energia, di armonia universale, di autocontrollo, di self confidence, di autoguarigione da malattie e paure con la sola energia dell’uomo. Se fai questo diventerai padrone della tua vita. Basta seguire le loro istruzioni per l’uso. Credere in quello che dicono e fare quello che dicono, a pagamento, naturalmente.

Chi ci è passato si ritrova presto confuso e come paralizzato, incapace in realtà di determinarsi profondamente per se stesso e accogliere ancora Dio fattosi Uomo per la sua salvezza di uomo.

Qualcuno obbietta che non è male fare scoprire all’uomo tutte le sue possibilità umane di crescita e che Gesù stesso le ha valorizzare mettendole sempre al centro. E’ vero, molti sono i doni di Dio che l’uomo scopre e riscopre in se stesso, ma un conto è viverli con Dio, datore dei doni, e un altro conto è viverli con il Serpente ladro dei doni. E’ vero anche che Gesù ha messo al centro l’uomo ma per servirlo, non per servirsene , e lo ha invitato apertamente a farsi servire da lui, per essere Famiglia con lui, non separato da lui. A Pietro che gli diceva: “Non mi lascerò mai lavare i piedi da te”, Gesù ha risposto: “Se non ti lascerai lavare i piedi da me, non avrai parte con me nel mio regno.” Le filosofie di cui sopra, invece, esaltano le capacità dell’uomo, ma solo per servirsi dell’uomo. Di Gesù, figlio di Dio, fattosi Uomo per camminare con l’uomo, sparisce ogni traccia.

Dio si riduce ad un’idea intellettuale come tante altre, una energia dell’universo. Queste organizzazioni e filosofie si appropriano in realtà dei buoni frutti di Dio, per fare perdere all’uomo il vero volto di Dio, quello rivelatoci da Gesù. Si appropriano dei buoni frutti di Dio per darci in realtà in veleno soporifero del serpente che ci fa perdere il senso profondo di noi stessi e di ogni cosa. Se voglio usare bene una lavatrice consulterò il manuale di istruzioni di chi l’ha costruita, non il primo che passa. Così è per tutto ciò che mi riguarda. Prendiamo il nostro corpo: è un dono di Dio, eppure in quanti ce lo vogliono offrire senza le istruzioni di Dio! La nostra sessualità è dono di Dio, la nostra capacità di amare è dono di Dio, la nostra libertà è dono di Dio, ma quante seduzioni, teorie e filosofie per farci vivere la sessualità, l’amore, la libertà fuori dall’ordine di Dio!

Dio è libertà e si determina solo per il bene , eppure in molti, anche fra i cristiani, si dichiarano liberi solo quando scelgono di abbandonarsi a tutte le loro emozioni, senza riflettere se fanno vivere Dio o se allontanano da Dio. “Va e non peccare più” ha detto Gesù alla donna che ha salvato dalla lapidazione.

Non si pensa abbastanza che la libertà esercitata come dono di Dio fa scegliere sempre ciò che è di Dio. Se esercitata dalle mani del maligno, fa scegliere sempre ciò che è del maligno e ci schiavizza. Se la libertà, per essere tale, vantasse il diritto di poter fare tutto ciò che vuole, anche il male, allora in Paradiso non ci sarebbe più libertà, perché in Paradiso nessuno fa il male. E poiché in Paradiso nessuno fa il male, saremo allora tutti intrappolati in una schiavitù eterna che non ci permette più di scegliere quello che vogliamo? Sappiamo da Gesù che non è così: “Se conoscessimo il dono di Dio.”

Dio mi vuole libera della sua libertà, per questo mi aiuta sempre a scegliere il bene . Sennò mi aiuterebbe anche a scegliere il male. Il suo Santo Spirito mi “convince quanto al peccato” per tirarmi fuori dal peccato, non per darmi la libertà di farlo. Tutto ciò che in me è energia e vita, è dono di Dio per vivere lui che è Vita, non per allontanarmene. “Se tu conoscessi il dono di Dio”, ha detto Gesù alla Samaritana, “saresti tu stessa a chiedere da bere a me, non io a te”. Il dono di Dio, infatti, è riconoscere che Dio è l’Acqua migliore e ce la vuole dare; che la sua acqua non ci fa più avere sete; che la sua libertà ci libera davvero dall’arsura di ogni schiavitù. Per vivere tutto questo è importante accogliere questo dono di Dio e viverlo con lui. “Se tu conoscessi il dono di Dio.Gabriella, Marco, Fabio, Eraldo, Sulamita, Giuseppe, Vanna.” dice Gesù ad ognuno di noi.

2 – Tipi di paura:

a. Paura di Dio. b.Paura degli uomini. c.Paura della morte Da quanto già detto, vediamo che “non si può servire a due padroni”. O si serve Dio o il diavolo. O la luce o le tenebre. I chiaroscuro dello spirito non hanno mai illuminato nessuno. Come nella realtà, proiettano sola mente delle lunghe ombre su tutto ciò che ci circonda, distorcendola e non ci permettono di riconoscere né Dio, né gli altri come dono di Dio.

Dal dialogare col maligno, ci dice mamma Eva, perdiamo proprio tutto e da qui nascono tutte le paure; non solo la paura di Dio, ma anche la paura degli uomini, cioè degli altri, delle circostanze della vita, del vivere insieme e la paura delle malattie e della morte. Se corriamo da Papà Dio, ogni volta che ci sentiamo tentati e gli chiediamo liberazione dal male, tutto diventa più facile. “Non permettere, Padre, che la tentazione ci travolga, ma liberaci dal male” ci ha insegnato a pregare Gesù.

3 – Come superare la paura

(a. di Dio)

Se la paura nasce dalla rottura della comunione con Dio, si supera la paura “riaggiustando” la comunione con Dio. Se mi si allaga la cucina per un rubinetto guasto, come mi è successo in questi giorni, riparo il rubinetto guasto e la cucina non si allagherà più. La mia nudità di Dio si risolve solo rivestendomi di Dio. Non c’è un’altra strada. Rivestita di Dio posso continuare a mangiare dei frutti del giardino di Dio direttamente dalle sue mani di amore, senza soccombere ai pirati dello spirito che mi ingannano portandomi via tutto. Ne potrò mangiare e dare anche agli altri, ma solo nella logica della pienezza e della vita. Perché, se mangiando il frutto dell’albero, Adamo ed Eva hanno mangiato in realtà la separazione del serpente da Dio, alla stessa stregua, quello che in realtà noi comunichiamo rimanendo nel disegno di Dio è la vita stessa di Dio. La comunione condivisa dà comunione . Se sei grano dai frutti di grano, se sei zizzania dai frutti di zizzania.

Quali semi faccio crescere adesso dentro di me? Quali frutti sto mangiando e condividendo con chi mi sta accanto ora? E’ importante pensarci. Lo Spirito di Dio vuole farci riflettere. Dio ci educa. Come mi rivesto di Dio? Nel giardino dell’Eden Dio riveste Adamo ed Eva di tuniche di pelli. Nel giardino della redenzione Dio mi riveste della pelle dell’Agnello. Rivestita di Gesù, non ho più paura della mia povertà, perché ho tutta la sua ricchezza, ho tutta la sua forza, tutto il suo coraggio, tutta la fierezza di cui ho bisogno per rimanere nella vita, perché Gesù ristabilisce in me la comunione, quindi la vita.

Dio Padre stesso mi dona la pelle dell’Agnello suo Figlio Gesù e Gesù stesso si dona come Agnello al Padre per me, ogni giorno, sull’altare della mia vita, della mia chiesa, sull’altare di tutta la Terra perché io sia rivestita di Dio e rimanga in comunione con lui. Sentiamo come Gesù si offre al Padre per me, per te sull’altare della mia vita. Io chiamo la preghiera che segue: “La messa di Gesù”.

La Messa di Gesù. (vedi capitolo 17 Vangelo di Giovanni) Cerco di personalizzare quello che dice Gesù al Padre, perché Gesù ha realmente fatto e fa questa preghiera per me personalmente, Ognuno di noi può personalizzarla.

“Così parlò Gesù.. Alzati gli occhi al cielo disse: “Padre è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Perché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché Egli dia la vita eterna a Gabriella che gli hai dato. Ho fatto conoscere il tuo nome a Gabriella che mi hai dato dal mondo. Era tua e l’hai data a me e lei ha osservato la tua parola. Ora Gabriella sa che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a lei. Lei le ha accolte e sa veramente che sono uscito da te e ha creduto che tu mi hai mandato.Io prego per lei, non prego per il mondo, ma per colei che mi hai dato, perché è tua. Padre Santo, custodisci nel tuo nome Gabriella che mi hai dato perché sia una cosa sola come noi siamo uno. Abbia in se stessa la pienezza della mia gioia. Chiedo che tu la custodisca dal maligno. Consacrala nella verità.

Per lei io consacro me stesso. Non prego solo per lei, ma anche per quelli che per la sua parola crederanno in me, perché tutti siano una cosa sola.perché siano perfetti nell’unità.Siano con me dove io sono. Contemplino la mia gloria. L’amore col quale mi hai amato sia in essi ed io in loro.”

Questa è la Messa di Gesù. E’ per me, per te, per ognuno di noi. Leggendo il Capitolo 17 di Giovanni vedo che Gesù ha parlato bene dei suoi discepoli al Padre, eppure sapeva che tutti, chi più chi meno, l’avrebbe tradito e abbandonato subito dopo questa preghiera. Gesù parla bene di me, di noi al Padre, perché ci vede con il “sogno del Padre”. Il Padre vuole per noi tutto questo e la preghiera di Gesù vuole la stessa cosa, ecco perché il Padre sempre l’ascolta.

Gesù “dice bene” delle persone per cui prega. Dice il Bene, dice se stesso.

Si dona, dunque. Fa comunione con noi. Nella sua messa noi diventiamo la preghiera di Gesù e poiché il Padre sempre l’ascolta, noi veniamo sempre ascoltati dal Padre, cioè esauditi. Se siamo esauditi, grazie a Gesù, non possiamo più avere paura. Inoltre la preghiera di Gesù dura nel tempo e va oltre il tempo. E’ preghiera eterna. Poiché la sua preghiera è eterna, la sua preghiera “è”, anche adesso, ora, proprio per me. Ogni giorno alla messa io trovo Gesù, preghiera al Padre per me e con me, perché io sia esaudita dal Padre suo. Andando così all’altare di Dio, non possiamo più avere paura di Dio. Con la comunione, la paura di Dio lascia il posto al timore di Dio, cioè all’adorazione profonda di lui. “Io sto alla porta e busso, chi mi accoglie io faccio tenda presso di lui, ceno con lui.” Nella sua tenda non c ‘è più paura per la propria colpa, ma solo fiducia e un sacro timore di Dio che ci fa crescere nel totale abbandono in Lui. Io sono povera, per questo lui diventa la mia ricchezza. Io sono debole per questo lui è la mia forza.

Io ho paura, per questo è lui è la mia pace.

Patty Gallagher, uno di quei trenta tra ragazzi e professori dell’Università di Duquesne che parteciparono a quell’ormai famoso week-end di preghiera che diede inizio al Rinnovamento Cattolico, dice che , investita della potenza di Dio si è trovata buttata a terra e piena di timore e tremore davanti alla Presenza dell’Altissimo che si manifestava a lei, e allo stesso tempo si sentiva avvolta dal suo amore incontenibile. Non riusciva a dire altro che:”

Voglio morire, voglio morire”, eppure si sentiva amata e amante del Signore suo Dio da voler vivere solo per lui. Morire e vivere. Morire di amore e vivere di amore . La sua gioia era così grande da temere di non riuscire più a contenerla. Ma lo straordinario per me era che sentiva anche il bisogno di dire incessantemente: “Padre, io voglio quello che tu vuoi. Padre, io voglio quello che tu vuoi.” Meraviglioso!!! Ecco l’esaudimento della preghiera di Gesù: Patty era stata ricondotta all’unità con Dio. Si sentiva uno con il Padre, una sola volontà con il Padre! (Bellissima la testimonianza di alcuni di loro nel libro di Patty: “Come una nuova Pentecoste” Edizioni Ancora).

(b. Come superare la paura degli uomini) Fatta esperienza di Dio amore e della sua gloria, lei voleva solo quello che Dio voleva e non ebbe più paura di nulla, non ebbe più “paura degli uomini”, cioè del vivere, della quotidianità. Lei e gli altri, rivestiti di Spirito Santo hanno cominciato spontaneamente a testimoniare a tutti le meraviglie di Dio, la sua potenza, la sua misericordia, il suo amore e Dio accompagnava la loro testimonianza con guarigioni, miracoli e prodigi, come per gli Apostoli nella Pentecoste, perché Dio è Dio e si manifesta sempre nella sua Parola, nella comunione.

“Chi crede in me ha la vita eterna.” La vita eterna è questa: “Che conoscano te, Padre, e colui che hai mandato.” Noi stiamo già vivendo l’eternità, quindi, perché stiamo già vivendo Gesù. La misuriamo, “spezzettiamo” con i nostri orologi, con le nostre azioni, i nostri piccoli pensieri, perché non siamo capaci di abbracciarla tutta, contenerla tutta, pensarla tutta, ma la stiamo già vivendo, perché stiamo già vivendo il dono di Dio, Gesù. Siamo incapaci di coglierlo in tutta la sua profondità eterna, perché siamo creature limitate, ma Dio ci fa vivere di Sé già ora in un modo che va oltre le barriere del tempo, dei nostri orologi, delle nostre azioni e dei nostri stessi pensieri.

Patty Gallagher e i suoi amici si affidavano completamente al Signore e agivano. Coglievano la realtà con altri occhi, quelli del Risorto, quelli di Dio. Imparavano a vivere di fede, come dice Paolo in Ebrei capitolo 11: “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono”. Quando mi sento povera di tutto, lo dico ai miei amici del gruppo di Gesù, i suoi discepoli, perché mi aiutino. Quando mi sento povera nella fede vado da Tommaso, perché guarito nella fede. Quando ho bisogno di fortezza vado da Pietro diventato roccia di Dio.Quando ho bisogno di limpidezza, vada da Natanaele, il cui cuore era senza inganno.

Essi mi conducono da Gesù, responsabile del gruppo, e mi lascio “rivestire della sua pelle”, pelle dell’Agnello e non ho più paura, perché rivestita di lui ho la benedizione del Padre.

(c. Come superare la paura della morte)

Il responsabile del gruppo, Gesù, ha vinto la mia morte e Papà-Dio che ci cerca, per darci la veste nuova, è lo stesso Papà che ci sta accanto nell’ ora della nostra morte, nell’ora della nostra nascita al cielo.

Quando siamo nati a questa terra c’era tutta la famigli ad attenderci, il papà, la zia, la nonna, il fratellino più grande, l’amica della mamma.e vuoi che quando nascerai al cielo non ci sia tutta la famiglia di Dio per proteggerti e accoglierti in cielo? Pensa solo questo: “La mia mamma, dov’era quando stavo nascendo? Non poteva che essere lì a partorirmi per noi mostrarmi a papà” Così, quando nascerai al cielo, Gesù ti partorisce alla vita di Dio su questa terra, sarà proprio lì a partorirti alla vita di Dio in cielo e a mostrarti a Papà Dio. “Ecco, Padre, Gabriella. Tu me l’hai data ed io te la riconsegno. Non è andata perduta.”

Qualcuno potrebbe farsi triste e pensare: “Quando sono nato io non c’era una famiglia ad attendermi.E mia madre non mi ha voluto”. Allora io dico a questo fratello triste o a questa sorella triste quello che il Signore ci dice in Isaia. “Quand’anche una madre si dimenticasse del suo bambino, (quindi quand’anche non amasse il suo bambino), io non lo dimenticherò mai”.

Se è valido questo, per quanto riguarda una madre che si dimentica della sua creatura, non sarà valido anche per quanto riguarda il padre che si dimentica della sua creatura, la nonna che si dimentica, la famiglia intera che si dimentica di quella creatura?

Gesù non ti dimentica e già da ora ti partorisce alla vita eterna qui e ti mostra al Padre. Non lo farà alla morte del tuo corpo? Non sarà lì a partorirti alla vita del cielo e a mostrarti a Papà Dio? Non aver paura. Non sei più solo. Gesù sarà proprio lì a partorirti al cielo per la gioia del Padre che non ti ha mai dimenticato. Amen!

Gabriella Tescaro

Beati se, quello che ascoltiamo, o cantiamo, lo mettiamo anche in pratica (Sant’Agostino)

Siamo veramente beati se, quello che ascoltiamo, o cantiamo, lo mettiamo anche in pratica. Infatti il nostro ascoltare rappresenta la semina, mentre nell`opera abbiamo il frutto del seme. Premesso ciò, vorrei esortarvi a non andare in chiesa e poi restare senza frutto, ascoltare cioè tante belle verità, senza poi muovervi ad agire. Tuttavia non dimentichiamo quanto ci dice l`Apostolo: «Per questa grazia siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2, 8-9). Ribadisce: «Per grazia siete stati salvati» (Ef 2, 5).

In realtà non vi era in precedenza nella nostra vita nulla di buono, che Dio potesse apprezzare e amare, quasi avesse dovuto dire a se stesso: «Andiamo, soccorriamo questi uomini, perché la loro vita è buona». Non poteva piacergli la nostra vita col nostro modo di agire, però non poteva dispiacergli ciò che egli stesso aveva operato in noi. Pertanto condannerà il nostro operato, ma salverà ciò che egli stesso ha creato. Dunque non eravamo davvero buoni. Ciò nonostante, Dio ebbe compassione di noi e mandò il suo Figlio, perché morisse, non già per i buoni, ma per i cattivi, non per i giusti, ma per gli empi. Proprio così: «Cristo morì per gli empi» (Rm 5, 6). E che cosa aggiunge? «Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto», al massimo «ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene> (Rm 5, 7).

Può darsi che qualcuno abbia la forza di morire per il giusto. Ma per l`ingiusto, l`empio, l`iniquo, chi accetterebbe di morire, se non Cristo soltanto, che è talmente giusto da poter giustificare anche gli ingiusti? Come vedete, fratelli, non avevamo opere buone, ma tutte erano cattive. Tuttavia, pur essendo tali le opere degli uomini, la misericordia divina non li abbandonò. Anzi Dio mandò il suo Figlio a redimerci non con oro né con argento, ma a prezzo del suo sangue, che egli, quale Agnello immacolato condotto al sacrificio ha sparso per le pecore macchiate, se pure solo macchiate e non del tutto corrotte. Questa è la grazia che abbiamo ricevuto. Viviamo perciò in modo degno di essa, per non fare oltraggio a un dono sì grande. Ci è venuto incontro un medico tanto buono e valente da liberarci da tutti i nostri mali. Se vogliamo di nuovo ricadere nella malattia, non solo recheremo danno a noi stessi, ma ci dimostreremo anche ingrati verso il nostro medico. Seguiamo perciò le vie che egli ci ha mostrato, specialmente la via dell`umiltà, quella per la quale si è incamminato lui stesso: Infatti ci ha tracciato la via dell`umiltà con il suo insegnamento e l`ha percorsa fino in fondo soffrendo per noi. Perché dunque colui che era immortale potesse morire per noi, «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).

L`immortale assunse la mortalità, per poter morire per noi e distruggere in tal modo con la sua morte la nostra morte. Questo ha compiuto il Signore, in questo ci ha preceduto. Lui che è grande si è umiliato, umiliato fu ucciso, ucciso risuscitò e fu esaltato per non lasciare noi nell`inferno, ma per esaltare in sé, nella risurrezione dai morti, coloro che in questa terra aveva esaltati soltanto nella fede e nella confessione dei giusti. Dunque ci ha chiesto di seguire la via dell`umiltà: se lo faremo daremo gloria al Signore e a ragione potremo cantare: «Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie, invocando il tuo nome» (Sal 74, 2)

Dai «Discorsi» di sant`Agostino, vescovo (Disc. 23 A, 1-4; CCL 41, 321-323)

Cisgiordania – Joseph, il convertito che insegna ad amare i nemici

Hassan YousefFino a quattro anni fa il suo nome era Masab, poi è stato battezzato come Joseph. Il suo cognome resta Hassan, che in Cisgiordania indica il leader di Hamas. Joseph è il figlio più grande di Hassan Yousef, una delle figure più rispettate di Hamas. Joseph ha 30 anni e risiede in California, dovesi è trasferito dopo essere diventato cristiano. «Alla superiori ho studiato la sharia; a 18 anni sono stato arrestato dall’esercito israeliano perché capo della Società islamica nel mio istituto» ha raccontato Hassan jr. al supplemento del quotidiano israeliano Haaretz.

Con l’arresto per Joseph è iniziato “il risveglio”: «Prima ammiravo l’organizzazione [di Hamas] perché ammiravo mio padre. Ma durante i 16 mesi di prigionia mi sono trovato davanti al vero volto di Hamas. È un’organizzazione malvagia. I suoi leader in prigione – io ero in carcere a Meghiddo – ricevevano i trattamenti migliori, il cibo più buono, così come le visite delle famiglie. È gente che non ha morale né integrità. La gente di Hamas riceve denaro in modo disonesto, investe in maniera segreta, anche se all’esterno mantiene uno stile di vita semplice».

Masab, laureato in storia e geografia alla Al Quds University di Ramallah, fa un esempio concreto di questa corruzione: «I leader di Hamas abbandonano le famiglie dei “martiri” mentre i membri più anziani che vivono all’estero spendono decine di migliaia di dollari al mese solo per la propria sicurezza. Dopo il mio rilascio ho perso la fiducia in chi rappresentava l’islam in maniera così apparente». Fu così che otto anni fa a Gerusalemme Joseph ricevette l’invito da parte di alcune persone a conoscere il cristianesimo. Si recò ad alcuni incontri: «Rimasi molto entusiasta di quello che sentii. Iniziai a leggere la Bibbia ogni giorno e continuai le lezioni di religione.

Naturalmente, tutto in segreto. Mi sedevo in certi bei luoghi e leggevo la Bibbia. Un versetto come “Ama il tuo nemico” ha avuto una grande influenza su di me. A quel tempo ero ancora un musulmano e pensavo di restare tale. Ma ogni giorno vedevo le cose terribile fatte nel nome della religione da parte di quelli che si consideravano dei “grandi credenti”. Ho studiato in maniera più rigorosa l’islam e non ho trovato risposte. Ho riesaminato il Corano e i principi della fede islamica e ho scoperto come sia sbagliata e fuorviante ». Interrogato sul cristianesimo, l’ex esponente di Hamas ha risposto: «Non è solo una religione ma una fede. Adesso vedo Dio attraverso Gesù». E ha avuto parole molte dure verso l’islam che ha conosciuto: «Considero l’islam una grande bugia. Le persone che pensano di rappresentare questa religione ammirano Maometto più di Dio, uccidono persone innocenti in nome dell’islam, picchiano le loro moglie e non hanno nessuna idea di cosa sia Dio. Ho un messaggio per loro: c’è solo una strada per il Paradiso, quella di Gesù che ha sacrificato se stesso sulla croce per tutti noi». Cosciente del pericolo di questo “outing” di fede, Joseph non si scoraggia: «Molte persone mi odieranno per questa intervista, ma voglio dire loro che li amo, anche se mi odiano. Invito tutti, anche i terroristi, ad aprire i cuori alla fede. Sto cercando di mettere in piedi un’organizzazione internazionale per giovani che insegnerà il cristianesimo, l’amore e la pace nei Territori. Vorrei insegnare ai giovani l’amore e il perdono perché questo è il solo modo con cui i due popoli possono superare gli errori del passato e vivere in pace». Hassan ha fatto per anni parte della guerriglia palestinese ed è stato 16 mesi in prigione.  Poi otto anni fa l’abbraccio con il cristianesimo .

di G.Fazzini

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!

Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….

Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.

Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.

Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.

Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.

Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.

La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.

Ci sono famiglie che affrontanocon coraggio disabilità ben più gravi. Anoi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.

A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…

E’ stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tantecose, ma più lentamente.

Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!

Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà…

Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso…

Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto…

Pensieri scomodi da vivere e da riportare.

Nostra figlia è nata un po’ prima del previsto.

Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti…

Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com’è bella!”. L’hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d’amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica…

Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno… Basta fidarsi, basta guardare un po’ in su e avere fede.

Fonte: vitanascente.blogspot.it

Sotto lo sguardo di Dio (Costanza Miriano)

sguardo di DioSono curiosa. Sono curiosissima di vedere il regno dei cieli. Naturalmente prima di ogni cosa spero di andarci, e so che la cosa non e’ per niente scontata. Spero di superare la selezione, e punto molto sulla raccomandazione, visto che il mio curriculum non è per niente impeccabile. Ma ecco, se ce la dovessi fare – per il rotto della cuffia, tra i ripescati – avrei un sacco di domande. Credo però che me le dimenticherei tutte, tanta sarebbe la gioia. In ogni caso avremo delle sorprese, ne vedremo delle belle, perché scopriremo che quaggiù non ci avevamo capito niente.

I gesti, le persone, i traguardi, i riconoscimenti di quaggiù avranno il loro valore vero, cioè quello che hanno agli occhi di Dio. Un giorno tutto sarà svelato. I grandi santi che conosciamo, mi fido della sapienza della Chiesa, sfolgoreranno. Ma chissà se saranno loro i più grandi. Chissà quanti piccoli della terra passeranno avanti, e le trame segrete che hanno retto il destino del mondo si conosceranno. La sofferenza nascosta, accettata con amore, offerta, brillerà in modo accecante, per esempio. Si scoprirà che piccoli gesti che solo Dio ha conosciuto avranno salvato la pelle e l’anima a tanti di noi.
Io per esempio non riesco a immaginare una donna più mite e buona della nonna di mio marito, la nonna Irma, che si abbandona come un agnello alla sua quotidianità senza cercare di tenere niente per sé. E l’umiltà vera l’ho vista in una ragazza down, amica di tanti anni fa, che sapeva di non essere una compagnia desiderabile dagli orribili coetanei suoi che eravamo noi adolescenti, e se ne stava lì in attesa di essere chiamata a partecipare a qualcosa. Se l’invito veniva, bene. Sennò, faceva lo stesso, e non l’ho mai sentita emettere, mai, una parola di giudizio.
Per quanto mi riguarda dopo l’uscita del mio libro (Sposati e sii sottomessa – pratica estrema per donne senza paura – ndr) ho ricevuto una quantità di lodi sufficiente a gonfiarmi di vanità come una mongolfiera (quanti punti purgatorio ho accumulato?), ma non sono certa di essere adesso più luminosa agli occhi di Dio. Ho come l’idea di essergli stata più simpatica in altri momenti. (Per fortuna ieri la mia amica Federica mi ha ricordato con Seneca che gli uomini dum docent, discunt, mentre insegnano, imparano: spero di imparare uno straccio di qualcosa da tutte le mie prediche). Per dire, mi sarò distratta scrivendo? Che film ha visto mio figlio, che oggi camminava da due ore a zoppa gallina, e quando gli ho chiesto se fosse invalido mi ha detto: “Non sono zoppo. La mia gamba è in Somalia.” Qualche orribile, sanguinolento film di guerra non autorizzato?
E’ bello pensare che Dio ci vede, anzi, ci guarda in continuazione, in ogni momento, e che sa apprezzare anche un vaffa non detto, soprattutto se ci veniva proprio dal cuore, un commentuccio acido inghiottito, un gesto di aiuto fatto, ancora meglio se col sorriso sulle labbra, una furbata di cui non abbiamo voluto approfittare. Anche quando siamo invisibili (qualità, tra l’altro, precipua delle madri, che essendo un accessorio di casa vengono notate solo in caso di mancanza, tipo un divano che se ti ci siedi e manca il cuscino noti la sederata, ma non è che lo ringrazi ogni volta che ti ci accasci), non lo siamo mai per Lui, e ci sono ricami, rifiniture, sculture, che solo Lui vedrà, se solo ci ricordassimo di offrirgliele. Costanza Miriano

Chiara ed Enrico: un amore vero

chiaraenricoAmore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero e’ difficile da comprendere in questa societa’ sempre piu’ individualista. Un esempio concreto e’ stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.

Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non e’ l’odio, ma il possesso».

Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».

La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».

La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.

Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».

Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».

Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».

Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».

Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

Di Irene Bertoglio (autore)

Potevano convertirsi all’Islam e aver salva la vita, ma hanno scelto Gesu’

copti_libia2Il vescovo di Samalout, dove verra’ costruita una chiesa in onore dei 21 cristiani egiziani uccisi in Libia dall’Isis, racconta la loro storia

 

L’immagine dei 21 cristiani decapitati in Libia dai terroristi dell’Isis, nel febbraio scorso, e’ rimasta impressa nella memoria degli egiziani. Nessuno, in particolare i cristiani del Paese nord-africano, potra’

mai dimenticare quegli uomini in fila, vestiti con tute arancioni, inginocchiati davanti ai loro boia bardati di nero su una riva del mar Mediterraneo.

 

Questi uomini, già riconosciuti martiri dalla Chiesa ortodossa copta, sono molto venerati. Dopo il blocco a causa di alcuni cavilli burocratici, nei giorni scorsi è finalmente iniziata la costruzione di una chiesa che sarà dedicata a loro, nel villaggio di Al-Awar, zona da cui proveniva la maggior parte di quei 21 martiri.

“Siamo molto fieri dei nostri martiri. Sono stati obbligati a genuflettersi davanti ai loro assassini, ma erano loro i più forti”, spiega a Aide à l’Église en détresse (sezione francese di Aiuto alla Chiesa che Soffre) il vescovo di Samalout, mons. Bafnotios. Il quale spiega che “i più deboli erano gli assassini, nonostante le loro armi. Altrimenti, perché si sarebbero coperti il volto? Semplice, perché avevano paura. I nostri figli, invece, sono stati forti e hanno proclamato il nome del Signore fino all’ultimo respiro”.

 

Mons. Bafnotios ribadisce poi che da sempre la Chiesa sa che “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”. Infatti – aggiunge – “da Alessandria ad Assuan, in tutto l’Egitto, la fede dei cristiani si è rafforzata”. Il gesto di coraggio di quei 21 uomini non è passato inosservato nemmeno presso i fedeli all’Islam. “Tanti musulmani ci hanno detto di essersi sentiti fieri di loro. I nostri martiri hanno mostrato che noi egiziani siamo un popolo forte”.

 

Il Vescovo ricorda poi i giorni di attesa, tra il rapimento dei 21 cristiani e la loro esecuzione. “Abbiamo  pregato per 40 o 50 giorni – racconta -. Essi si sarebbero potuti convertire all’Islam, salvando così le proprie vite. Tuttavia hanno scelto Gesù Cristo e accettato la morte”.

 

Uno dei 21 martiri si chiamava Tawadros Youssef Tawadros. Aide à l’Église en détresse ha incontrato due sue figlie, le quali raccontano che l’uomo ha avuto “un sacco di problemi” in Libia “a causa del suo nome cristiano facilmente riconoscibile”. Gli è stato consigliato di cambiare nome, ma Tawadros ha resistito alle pressioni rendendo fiera la sua famiglia e la sua Chiesa. “Noi siamo fiere di nostro padre, non solo per noi, ma anche perché ha fatto onore a tutta la chiesa”, hanno detto le giovani. Resta però il dolore degli orfani, come spiega tra le lacrime un’altra bambina che ha perso il padre in Libia: “Mio papà è in Cielo, ma io sono triste. Perché il Cielo è così lontano”.

Da Zenit.org

Liberta’ di conversione: il “caso serio” della liberta’ religiosa

Affrontiamo i temi scottanti della libertà di conversione, come espressione culmine della libertà di religione e di coscienza, un decisivo terreno di verifica.

 Due Opposte Difficolta’

Dal punto di vista delle società occidentali la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di conversione si trovano a convivere con un paradosso. Esse sono sicuramente riconosciute dagli ordinamenti giuridici e affermate dalla mentalità comune. Tuttavia due dati dicono la fragilità di questo riconoscimento. Da una parte si concepisce la coscienza in termini che possiamo definire “creativi” in senso equivoco [cfr. Veritatis splendor 54], mentre la coscienza non ha il potere di stabilire “attivamente” da se stessa cosa sia il bene e il male. Dall’altra queste libertà sono sostanzialmente pensate come una mera prerogativa dell’individuo: “qualcosa” che si riferisce all’ambito del privato e, pertanto, non può pretendere di avere rilevanza pubblica. Il rischio è che queste due declinazioni della libertà religiosa (e di coscienza) si svuotino di contenuto reale nel loro esercizio pratico. In questo modo infatti né si riconosce l’intrinseca dimensione veritativa dell’esperienza religiosa, né si ammette che l’esperienza religiosa si esprime come un fatto comunitario e popolare.

Se volgiamo ora la nostra attenzione all’esperienza dei Paesi a maggioranza musulmana, ci troviamo di fronte una situazione del tutto diversa. Sia la dimensione veritativa dell’esperienza religiosa sia quella popolare appartengono al DNA di questi popoli. Essi mostrano un grande attaccamento alla propria tradizione. Eppure non si può negare un grave deficit nell’ambito della libertà religiosa: si pensi alle restrizioni al culto in alcuni Paesi, alla cittadinanza per i non musulmani in altri, si pensi soprattutto alla decisiva questione della possibilità di cambiare di religione. In talune situazioni sembrerebbe che, mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra fede, la richiesta di libertà religiosa divenga intollerabile se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d’uscita che non di rado viene implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l’Islam, devi abbandonare il paese, per evitare lo “scandalo” di un gesto pubblico.

 Il “Caso Serio” del Rapporto Verità-Libertà

La gravità e l’urgenza delle questioni sollevate nel breve e necessariamente incompleto ritratto che abbiamo delineato indica quanto la questione della libertà religiosa tocchi il cuore dell’uomo.

Senza alcun dubbio, l’accesso al “fondamento” o meglio il desiderio di entrare in rapporto con esso costituisce uno dei più potenti stimoli che animano il cuore dell’uomo. Come afferma la nota frase di Sant’Agostino, «quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?». L’uomo è fatto per la verità, è orientato a essa, come in varie forme non cessano di ricordare le religioni e in modo insistente e positivo richiama la fede musulmana. In essa, tanto è avvertita la decisività del nesso tra l’uomo e la verità che l’orientalista tedesco Franz Rosenthal ha potuto descrivere l’intera civiltà arabo-islamica a partire dalla categoria di “conoscenza”.

A questo proposito mi ha poi colpito apprendere che nella lingua araba una sola parola (haqq) significhi al tempo stesso “vero” e “reale”. Se si aggiunge che lo stesso termine, nella Bibbia ebraica, designa il diritto (hoqq, “statuto, precetto”), non si può non restare stupefatti di fronte alla vastità delle riflessioni che si spalancano a partire da questa suggestiva polisemia. Davvero la vita dell’umanità può essere descritta come un incessante riandare ai grandi interrogativi legati alla verità.

Tuttavia l’equazione tra “vero” e “reale” che l’etimologia del termine arabo suggerirebbe, se interpretata in senso razionalistico, tradisce un possibile rischio, quello di dedurre la verità concettualisticamente, intendendola come un sistema completo e formalmente coerente di proposizioni concettuali. L’atto con cui la coscienza intenziona la realtà, cioè l’affermazione della verità, sarebbe così «il frutto, di carattere rappresentativo, di una mera operazione concettuale». E di conseguenza l’azione sarebbe «l’esecuzione di questo ideale previamente conosciuto».

Variante pratica di tale atteggiamento, ben descritta nella vicenda evangelica del giovane ricco, è il legalismo che «pretende che la libertà si possieda prima di compiersi nell’atto, ritenendo che il suo senso sia già dato una volta per tutte nella norma». Questa visione della verità sarebbe in ultima analisi una forma di gnosi idolatrica, in quanto cela la pretesa, da parte dell’uomo, di possedere con il suo sguardo limitato la compiuta fisionomia di Dio. Eppure, come abbiamo letto nello scorso numero di «Oasis», «sia lode a Colui che non ha dato alle sue creature altre vie per conoscerlo se non la loro incapacità di conoscerlo». Sono parole di Abû Bakr, primo successore del Profeta dell’Islam, che giustamente l’autore dell’articolo accosta al si comprehendis, non est Deus d’agostiniana memoria. Un rapporto di possesso nei confronti della verità, quasi che ne potessimo disporre come di una cosa tra le altre, non è possibile, non è al fondo neppure pensabile. Sia l’Islam sia il Cristianesimo sanno bene il perché: la verità non è un pacchetto di nozioni, ma è una realtà vivente e personale, che continuamente chiama in causa la libertà. Il Suo manifestarsi non può essere inserito a priori nelle anguste caselle di una ragione geometricamente intesa.

In altre parole, la Verità stessa, trascendente e assoluta, domanda per attestarsi all’uomo l’atto della sua decisione. Riflettendo in passato su questo tema, ho avuto modo di sottolineare che «la verità pone l’uomo nella necessità della libera decisione non solo perché gli apre lo spazio della risposta, ma perché la richiede in quanto l’uomo è originariamente destinato alla verità».

Emerge allora con evidenza l’importanza della riflessione moderna sulla libertà, non solo in senso politico (libertà dei popoli e delle nazioni), ma prima di tutto in relazione al suo intrinseco rapporto con la verità.

La verità della libertà implica la libertà nell’aderire alla verità. Se questo è vero per la nostra storia occidentale, altrettanto sembra si possa dire per il mondo arabo-islamico.

La Dimensione Comunitaria

Benedetto XVI, nel recente discorso alle Nazioni Unite, ha avuto modo di affermare che «i diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve essere tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale».

Le parole del Santo Padre costringono a tener presente la dimensione comunitaria della libertà religiosa. Oggettivamente questo è un punto critico: infatti che cosa succede all’identità di una comunità se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione perché proviene da un’altra religione o perché vi si converte? Non è difficile comprendere come questo fatto sia potenzialmente fonte di tensioni.

L’insegnamento dei protagonisti dell’orientalismo cattolico del XX secolo mostra che la Chiesa cattolica non ha come obiettivo quello di mettere a rischio le basi della convivenza sociale nei Paesi a maggioranza musulmana. Essa non si riconosce in un proselitismo aggressivo che demonizza le culture e le religioni non cristiane. Il Padre Anawati, grande figura di domenicano egiziano, teologo e filosofo, confessava alla fine della sua vita: «Io non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla».

Nello stesso tempo però, il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingersi fino a violare la libertà umana del singolo. Questo va oggi testimoniato con decisione ai nostri interlocutori musulmani. La dottrina cattolica in proposito non pensa certo la libertà religiosa come possibilità di scelta in un immaginario “supermarket delle religioni”. Insiste sulla libertà religiosa come una conseguenza del dovere assoluto e incombente a ognuno di aderire alla Verità, ma in oggettiva e adeguata coscienza. È questa obbedienza mediata dalla coscienza a fondare la libertà religiosa, che non va limitata alla sola possibilità di esercitare il culto, ma comprende anche il diritto di cambiare religione. Anche qui una necessaria precisazione: così facendo la Chiesa non afferma che ogni scelta in questo ambito vada bene. L’errore in sé non ha diritti, ma la persona che con coscienza retta cade in errore ne possiede. Non certo davanti a Dio, ma davanti agli altri, alla società e allo Stato. Solo Dio è giudice delle scelte del singolo in tale materia. Egli solo può sapere che cosa si trova nel cuore dell’uomo e per quali ragioni egli decida di abbandonare una religione per un’altra.

Si potrebbe obiettare che lo Stato, anche se evidentemente non è in grado di entrare nel cuore dell’uomo, è comunque interessato a mantenere la coesione della comunità. In questa riserva critica c’è del vero, tant’è che i padri del Concilio Vaticano II scelsero di aggiungere alla dichiarazione sulla libertà religiosa contenuta in Dignitatis Humanae, la clausola restrittiva «posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate» (n. 4). Tuttavia, concessa questa precisazione, non si può non domandarsi quale bene può venire alla verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più. Davvero per una comunità religiosa è più deleterio l’abbandono esplicito che una professione di facciata? Già uno dei padri del riformismo islamico moderno, l’egiziano Muhammad ‘Abduh (1849-1905) aveva risposto di no, invitando a distinguere tra i primissimi momenti dell’Islam – ove a suo avviso la natura embrionale del movimento avrebbe giustificato l’uso della coercizione – e le epoche successive, in cui tale necessità sarebbe venuta meno.

 Il Primato della Testimonianza

Nel consegnare questi interrogativi alla riflessione dei lettori, mi preme concludere ricordando la breve analisi (cui ho fatto cenno all’inizio) circa le opposte difficoltà che Occidente e mondo a maggioranza musulmana trovano nell’impostare correttamente i temi della libertà religiosa, della libertà di coscienza e della libertà di conversione. Questa difficoltà infatti mostra bene come il dovuto assenso alla verità è sempre drammatico perché la libertà deve decidere sempre e di nuovo in ogni suo singolo atto.

 Come?

Attraverso la strada, talora impervia, della testimonianza, intesa come atteggiamento ad un tempo pratico e speculativo a cui nessuno, tantomeno il cristiano, può sottrarsi. La testimonianza così intesa ci costringe a porgere ai nostri interlocutori musulmani quella che noi crediamo essere l’autentica interpretazione culturale della fede cristiana. E ciò è possibile solo nel reciproco coinvolgimento.

  1. Card. Angelo Scola su Oasis

Consacrazione al Sacro Cuore (Giovanni Paolo II)

Signore Gesù Cristo,
redentore degli esseri umani,
ci volgiamo al tuo Sacro Cuore
con un profondo desiderio
di darti gloria, onore e lode.
Raccolti insieme nel tuo Nome,
che è più alto di tutti gli altri nomi,
ci consacriamo al tuo Sacro Cuore,
nel quale dimora la pienezza della verit
e della carità.
Re dell’amore
e principe della Pace,
regna nei nostri cuori
e nelle nostre case.
Amen.

Giovanni Paolo II

Il mistero dell’apparente impotenza di Dio

272 La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall’esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente ed incapace di impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua onnipotenza nel volontario abbassamento e nella Risurrezione del Figlio suo, per mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi “potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” ( 1Cor 1,24-25 ). Nella Risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato “l’efficacia della sua forza” e ha manifestato “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” ( Ef 1,19-22 ).

273 Soltanto la fede può aderire alle vie misteriose dell’onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo [Cf 2Cor 12,9; Fil 4,13 ]. Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” ( Lc 1,37 ) e ha potuto magnificare il Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” ( Lc 1,49 ).

274 “La ferma persuasione dell’onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione, conquistata dall’idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e meravigliosa o superiore alle leggi e all’ordine della natura. Anzi, quanto più sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di dovervi assentire” [Catechismo Romano, 1, 2, 13].

In sintesi

275 Con Giobbe, il giusto, noi confessiamo: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te” ( Gb 42,2 ).

276 Fedele alla testimonianza della Scrittura, la Chiesa rivolge spesso la sua preghiera al “Dio onnipotente ed eterno” (omnipotens sempiterne Deus. . . ”), credendo fermamente che “nulla è impossibile a Dio” ( Gen 18,14; Lc 1,37; Mt 19,26 ).

277 Dio manifesta la sua onnipotenza convertendoci dai nostri peccati e ristabilendoci nella sua amicizia con la grazia (Deus, qui omnipo potentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas. . . – O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. . . ”) [Messale Romano, colletta della ventiseiesima domenica].

278 Senza credere che l’Amore di Dio è onnipotente, come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci, lo Spirito Santo santificarci?

Chiara Corbella: l’esperienza di vivere vicino ad una santa del nostro tempo

chiaraUn nome fino a pochi anni fa sconosciuto: Chiara Corbella Petrillo. La storia della giovane ragazza romana, morta a 28 anni dopo aver rimandato le cure di un carcinoma alla lingua pur di portare a termine la gravidanza del suo bambino, aveva colpito la sensibilità dell’opinione pubblica e più di  qualcuno aveva parlato di un caso di santità dei nostri giorni.
Chiara saliva alla Casa del Padre il 13 giugno 2012, dopo una dura lotta  contro la malattia. Un lungo tempo di sofferenza fisica, che però questa
splendida ragazza ha trasformato in occasione di conversione per sé e per  gli altri, a cui ha donato un vero insegnamento di amore cristiano.
Quell’amore, cioè, che va oltre la morte, che mira ad un bene più grande,  ovvero quello del figlio portato in grembo e non il proprio, e che non rende  vane le gravidanze di due bambini bollati dai medici “incompatibili alla  vita”, perché, diceva, saranno “compatibili alla vita eterna”.

La storia della giovane donna ha commosso, ha sconvolto, ha fatto sorgere interrogativi, ma soprattutto ha posto agli occhi di tutti una verità: la  vita eterna inizia già su questa terra. E, con la fede, puoi continuare a  sorridere anche tra mille operazioni, anche se hai perso la vista di un  occhio, anche se probabilmente sai che il tuo bambino non conoscerà mai la  sua mamma… Oltre che una testimonianza, quella di Chiara è stata un pugno allo stomaco  per questo mondo egoista che continua a sopprimere la vita nascente. E la  gente questo l’ha apprezzato, l’ha capito. Lo dimostra l’attenzione per la  sua vicenda, in Italia così come Oltreoceano. O le oltre mille persone  intervenute al funerale, il 16 giugno, nella parrocchia di Santa Francesca  Romana. Tra cui anche il cardinale vicario Agostino Vallini, che ha voluto  dare il suo personale saluto a colei che ha definito “una seconda Gianna Beretta Molla”.
Ad un anno dalla scomparsa, il ricordo di Chiara Corbella è più vivo che  mai. Soprattutto nel cuore del marito Enrico e della famiglia che vive oggi la sua dipartita con serenità, perché “era questo ciò che voleva: che non fossimo tristi, ma gioissimo con lei perché raggiungeva il suo Sposo”.

Lo affermano le cugine Giulia, Elena e Laura che hanno condiviso con ZENIT i loro personali ricordi. “Di Chiara non potrò mai dimenticare il suo sguardo solare al funerale dei primi due figli” racconta Elena. “Era contenta perché quella era la volontà di Dio e sapeva che Lui si sarebbe preso cura di loro.
Erano lei ed Enrico a ‘consolare’ la gente che li circondava, scossa dagli
eventi dolorosi della loro vita. Loro però, grazie alla fede, avevano dato un senso a tutto ciò” afferma la ragazza.
“Ricordo l’attenzione che sapeva dimostrare agli altri anche nei momenti più improbabili” riferisce invece Laura. “Due anni fa subii un banale intervento al naso per problemi respiratori. Mi telefonò per sapere come stavo; la cosa mi sorprese molto, perché stava attraversando un momento difficilissimo: di lì a poco sarebbe nato suo figlio Francesco e avrebbe dovuto iniziare la chemioterapia”.

Anche Giulia, la primogenita, coetanea di Chiara, ricorda l’innata
propensione della cugina a dare sempre la precedenza al bene degli altri.
“Qualche mese prima del mio matrimonio – racconta – io e Andrea, attualmente mio marito, dopo una grossa crisi avevamo deciso di lasciarci. Molte persone mi sono state vicino, ma Chiara, che in quel periodo era incinta del suo secondo figlio, è stata l’unica a trasmettermi davvero la serenità”.“Mi diceva: ‘Coraggio, bisogna passare per il Venerdi Santo, ma dura poco… Ci credi che Dio ha preparato per te il tuo Tobia?’. Mi ha insegnato a dare un senso dove io vedevo solo disperazione. Ed è straordinario che l’abbia fatto
in un momento come quello, con tutti i problemi della gravidanza (Davide è nato morto un mese dopo per delle malformazioni viscerali e l’assenza di arti inferiori)”. “Mi è stata così d’aiuto che la scelsi come mia testimone di nozze!” conclude Giulia.

In particolare, le tre sorelle portano nel cuore l’esperienza del viaggio a Medjugorie: un desiderio che vollero realizzare Chiara ed Enrico appena saputo che il cancro era diventato incurabile e le sarebbe rimasto poco da vivere. La coppia prenotò un aereo per la Croazia dal 17 al 19 aprile e portò con sé amici e parenti, “perché tutti potessimo ricevere la grazia di accogliere la grazia”.
“Di fronte ad un’ennesima prova – dice Laura – la più difficile di tutte
quelle che il Signore gli aveva dato, la loro reazione è stata: ‘Andiamo a
ringraziare la Madonna di Medjugorie per come ci ha sostenuti ed aiutati fin qui’”. “La cosa che mi ha colpito maggiormente nel viaggio – aggiunge Elena – è una frase che Chiara disse dopo aver parlato con uno dei veggenti: ‘Ora che ho la certezza che il Paradiso è stupendo, quasi non mi dispiace raggiungerlo’”.
Nell’ultima Messa, riferiscono le sorelle, Chiara volle che tutte le coppie di fidanzati presenti ricevessero un Rosario, “perché ci disse che era uno strumento potente che aveva sostenuto lei ed Enrico in tutte le prove”.
“Nostra cugina rappresenta l’esempio eclatante di come una persona normale possa fare grandi cose semplicemente abbandonandosi al Signore” concludono, “e l’eredità che ci ha lasciato è tutta racchiusa nelle sue tre P:
Piccoli
Passi
Possibili”.

Piovono Santi

mariaChiara MangiacavalloNon ce ne accorgiamo, ma sono intorno a noi.
Sara’ che nell’era di internet è più facile che ci arrivino le loro storie, le loro parole, i loro volti.
Sara’ che la luce risplende di piu’ in momenti bui e pieni di problemi come quelli che stiamo vivendo.
Certo è che piovono santi, anzi molte sante. Non so se con la S maiuscola, però maiuscola è la loro fede e la loro testimonianza.
Basti pensare alle storie di Chiara Corbella, a Giulia Gabrieli, ad Andrea una giovane paraguaiana, a Teresa Sammito, a Francesca Pedrazzini, a Marta Bellavista e a Don Fabrizio De Michino.
Sono solo alcuni esempi luminosi di vite semplici che hanno lasciato un segno con la loro fede radiosa.
Ed è di queste ore una nuova goccia di santità che ci arriva dalla testimonianza di Maria Chiara Mangiacavallo, una ragazza siciliana di 29 anni, è nata al Cielo il 13 marzo.
Aveva testimoniato la sua malattia vissuta nella fede (ben sapendo di non avere possibilità di guarigione) a Roma ed Assisi, presentandosi come un “frutto” di Chiara Corbella, di cui aveva letto la storia e di cui voleva seguire l’esempio di fede.
Nel suo testamento spirituale ha scritto:
“Lascio a tutti quelli che leggeranno questo testamento la speranza,
la speranza di godere della vita eterna, sia qui sulla terra che in cielo.
Quella speranza che racchiude in sé la gioia, la pace e l’amore.
Non perdete tempo a pensare a cose superflue e senza senso,
vivete ORA e ADESSO con Dio e solo così, pian piano,
capirete quanto è bello vivere l’ORA e l’ADESSO per Lui”
Ecco forse tutta questa pioggia di speranza, di serenità, di santità quotidiana può scivolarci via senza lasciare segno oppure bagnarci e irrigare la nostra vita, il nostro cuore e far germogliare qualcosa di nuovo, come un amore rinnovato alla preghiera o una fiducia maggiore in Dio.
Certo è che piovono santi, Qualcuno ce li manda, perché non approfittarne?
P.B.

La fantasia della carita’ sulle orme di Giovanni Paolo II

UgpII-5na riflessione per chi vuol far parte di Amici di Lazzaro:

“Lo scenario della poverta’ puo’ allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove poverta’, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale. Il cristiano, che si affaccia su questo scenario, deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l’appello che egli manda da questo mondo della povertà. Si tratta di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. È l’ora di una nuova « fantasia della carità », che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione. (LEGGI QUI) Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come « a casa loro ». Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza della povertà cristiana, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole. “

(di Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte 50)