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Chiara Corbella Petrillo: la seconda Gianna Beretta Molla

A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Se’ e lo porta nella Sua casa.

E’ successo proprio questo con la “nascita al Cielo” della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore. Il suo funerale è stata una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall’ingresso della bara fino alla sua uscita.

Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: “Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”.

Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.

Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.

Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo.

I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».

Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.

Armati dalla fede e dall’amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta “incosciente e ostinata” ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.

Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. “Il bambino è incompatibile alla vita” era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.

La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro.

Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco.

Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi:  un carcinoma.

Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e “alleandosi” con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.

Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.

Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il “drago” che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell’Apocalisse.

Come, però, si legge nella medesima lettura – scelta non a caso nella cerimonia funebre – una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.

Con Chiara “stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio” ricorda frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.

“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera” ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, “dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine”.

“E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”.

A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, “seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili”. Un modo, ha spiegato, “per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l’acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l’ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo”.

Un grande passo, però, ora Chiara l’ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo “pronto per lei” – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l’occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.

Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.

E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un “pezzetto” di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.

di Salvatore Cernuzio

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La vita di Giulia, morta a piedi nudi «per sentire le nuvole del Paradiso»

giulia a piedi nudiMorta a 14 anni nell’agosto del 2011, Giulia Gabrieli, ha scritto un libro in cui racconta la bellezza di una vita esplosa mentre lottava contro il tumore.

«No, no. Io non credo più nelle coincidenze. Nulla accade per caso. Io credo nei segni». Questa la fede cristallina di una ragazzina morta di tumore il 19 agosto 2011 all’età di 14 anni, dopo due passati a lottare contro la malattia. Una fede, quella della piccola bergamasca Giulia Gabrieli, esplosa in brevissimo tempo, fino al punto da lasciare segni di speranza nella vita di centinaia di persone perché, scriveva, «queste situazioni aiutano a capire molte cose della vita (…) io ringrazio il Signore di avermi donato, attraverso la malattia che è ritornata, una seconda chance per capire quanto mi vuole bene».

«DOV’E’ DIO?». La storia della malattia di Giulia non è cominciata così, ma nella ribellione. È lei stessa a descriverla con una semplicità disarmante nel libro pubblicato di recente, Un gancio in mezzo al cielo (edizioni Paoline, 124 pagine, 12 euro). Giulia si ammala nell’estate del 2009. La diagnosi viene fatta in seguito al gonfiore di una mano. Seguono le terapie. La ragazzina sta malissimo e il suo umore è altalenante per via dei farmaci. Infatti scrive: «Ho passato dei momenti molto duri (…) ero arrivata ad un momento cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo, piangevo tutto il giorno». Fino al dubbio sulla bontà di Dio: «Lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?».

Davanti al tentennamento sono i genitori di Giulia e il suo amico prete ad assicurarle che il Signore la sta tenendo in braccio, anche se a lei non sembra. La piccola non si sente così, ma continua a chiedere a Dio di mostrarsi.

Nulla sembra cambiare, finché Giulia non finisce per un contrattempo nella Basilica di Sant Antonio a Padova. Lì, mentre tiene la mano appoggiata sulla tomba del santo, una sconosciuta mette la mano sopra la sua che in quel momento è sgonfia e non appare malata.
«Non mi ha detto niente – scrive Giulia – ma aveva un’espressione sul volto, come mi volesse comunicare: “Forza, vai, avanti, ce la fai, Dio è con te”». La piccola, entrata in lacrime, esce dalla basilica radiosa.

Da quel momento, il Dio che pensava lontano dalla vita comincia a farsi presente tramite volti, avvenimenti e cose. Tanto che poi descriverà così anche il suo momento più buio: «Ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più!». Perciò, scrive ancora ai suoi lettori, «rivolgiti al Signore, che qualcosa migliora. Non con la bacchetta magica, però pian piano il Signore migliora tutto». È questa la strada che Giulia risceglie in ogni momento e in cui ingaggia diverse battaglie. Oltre a quella contro il tumore c’è quella per i bambini del suo reparto: chiederà al vescovo, Francesco Beschi, un sostegno spirituale all’interno della pediatria dell’Ospedale Riuniti di Bergamo dove è ricoverata. Poi insegnerà ai medici a riavvicinarsi ai pazienti senza paura, formerà un gruppo di preghiera, girerà per testimoniare ai giovani la bellezza della vita. Fino a scrivere il libro della sua storia.

IL SOFFIO DI MARIA E “SUPEREROI”. Tutto inizia con un fatto che spiega a Giulia il perché di quella malattia: prima di ammalarsi la ragazzina riceve la Cresima, restando colpita dall’omelia in cui si dice che quel sacramento è un dono dello Spirito per testimoniare Cristo. Scrive: «Davvero non capivo cosa potevo fare io (…) E, lì a due mesi, si è presentata la malattia. Ecco io la malattia la sto vivendo come un impegno da cresimanda».

Giulia, poi, racconta altri due episodi decisivi oltre a quello nella Basilica di Sant’Antonio. Il primo è l’incontro con la beata Chiara Luce, «la ragazza che davanti a un gradino non si è fermata, ha invocato l’aiuto del Signore, si è abbandonata a Lui, alla sua volontà, al suo amore». Come lei, anche Giulia parla del suo rapporto con il Dio come di una bimba con il padre: «Lungo la strada i due possono essersi detti tante cose, sia belle sia brutte, ma un padre, quando suo figlio gli chiede aiuto, è sempre disposto a tendergli la mano per aiutarlo. Ecco io sono quel bambino, ingenua di fronte all’onnipotenza di Dio».

A cambiarla e sostenerla sono anche i due viaggi a Medjugorje, dove «per spiegare cosa avviene, mi sono inventata questa immagine: la Madonna a Medjugorje è come se continuasse a soffiare in un palloncino… così l’amore va dappertutto e va a colmare ogni piccola mancanza del nostro cuore». Un’esperienza che cresce a tal punto da rendere Giulia capace, al riemergere della malattia che sembrava sconfitta, di sostenere i suoi genitori e i medici. A loro dirà di non avere paura e che è pronta a combattere insieme. Ed è proprio con i medici che Giulia fa un lavoro importantissimo quasi senza accorgersene. Nell’aiuto dei medici Giulia vede quello di Dio, li chiama i miei “supereroi” e fa capire che da loro non pretende la guarigione, ma cura e compagnia.

Nel libro Giulia spiega anche come i parenti devono stare vicino ai malati, senza censurare la verità. Dalle pagine emergono la sua allegria e il modo di sdrammatizzare in cui molti bambini malati trovano conforto. A colpire il reparto, e il crescente numero di persone che le si fanno intorno, è soprattutto la normalità con cui Giulia vive la sua giovinezza. Amante dello shopping, della musica e degli amici, come una normale tredicenne. Questi i dettagli che la malattia le fa gustare sempre di più, tanto da far crescere in lei lo struggimento per il nichilismo dei giovani che incontra. Perciò insegnerà ai suoi amici a pregare per «cercare di avvicinare i ragazzi al Signore (…) perché è la prima cosa, è dalla preghiera che nasce tutto». E andrà a parlare davanti a folle di giovani per dire il bello della vita.

Infine, circa due mesi prima di morire, sosterrà brillantemente anche l’esame di terza media. La ragazza chiede fino all’ultimo la guarigione per realizzare tutti i progetti che ha nel cuore, ma nello stesso tempo scrive: «Certo, mi piacerebbe vivere una vita lunga (…) però io la morte la vedo come una bella cosa (…) so che dopo la morte c’è il Signore, ritorno da Lui». Cose che Giulia può dire perché ne fa già esperienza in vita: «Lui è tanto buono, mi prende tra le sue braccia. C’è la Madonnina… non vedo l’ora di dirgli grazie per tutto quello che fanno per me».

LE NUVOLE DEL PARADISO. Infine, con la stessa semplicità con cui narra la sua vicenda, tanto da rendere il libro comprensibile a un bambino di qualsiasi età, Giulia dirà: «Io il Paradiso me lo immagino come: avete presente l’era glaciale?». Perciò si farà seppellire con una veste bianca e con i piedi nudi, perché «ci sono tutte queste nuvole rosa, questo mega cancello dorato… e tu, a piedi nudi apri il cancello… Oh è bellissimo».

di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)

Lo scienziato? Un missionario

scienza-e-fedeÈ solo il cristianesimo, fondato sul concetto di Dio creatore e sull’unicità del Figlio consustanziale al Padre, che permette di fare scienza. L’Occidente se ne ricordi. Intervista al fisico nucleare Peter Hodgson.

È passato dall’Italia per un giro di conferenze sulle origini della scienza moderna. Peter Hodgson ha insegnato per 40 anni Fisica e Matematica all’Università di Oxford, e per oltre 50 è stato impegnato nella ricerca sperimentale e teorica nel campo della Fisica nucleare.
Membro del Consiglio degli scienziati atomici dal 1952 al 1959, e direttore del periodico di quell’associazione dal 1953 al 1955, è autore di 15 libri e di oltre 300 articoli comparsi su riviste specializzate. Membro del corpo accademico del Corpus Christi College di Oxford e dell’Institute of Physics, è presidente del Segretariato per le questioni scientifiche di Pax Romana e consulente del Pontificio Consiglio per la Cultura.

«Sono cattolico – esordisce il professor Hodgson – e fisico nucleare. Naturale che m’interessi delle relazioni fra fede cattolica e ricerca scientifica».

Eppure, secondo molti, anche addetti ai lavori, le due sono inconciliabili..

Se si considerano queste due dimensioni del reale con approccio storico e prendendo in esame gli sviluppi della cultura umana, in realtà non si può fare altro se non concludere che la scienza moderna è stata resa possibile da ciò che la dottrina cristiana propone di credere a proposito del mondo materiale.
Per i cristiani il mondo è cosa buona giacché fatto da Dio: nella Genesi è scritto infatti che, dopo averlo creato, Dio guardò il mondo e vide che era cosa buona. I cristiani credono anche che il mondo sia razionale appunto perché fatto da un essere razionale. Creandola, Dio ha dato alla materia proprietà indagabili; è quindi compito dello scienziato cercare di comprendere le proprietà del mondo naturale. Su queste basi, la dottrina della Chiesa incoraggia, e sempre ha incoraggiato, la ricerca scientifica autentica. La visione cristiana della realtà non contraddice affatto l’approccio scientifico, ma lo incoraggia. Anzi ne è il motore.

Direbbe quindi che proprio il cristianesimo offre la concezione della materia adatta a sviluppare conoscenze di tipo autenticamente scientifico e questo a differenza di altre dottrine religiose?

Sì, certo. E proprio perché l’Incarnazione di Cristo – l’avvenimento centrale del cristianesimo, l’accadimento storico che differenzia il cristianesimo da qualsiasi altra religione – ha avuto un effetto decisivo sullo sviluppo della cultura, quindi ultimamente della scienza.
Molte antiche civiltà, infatti, possedevano una concezione ciclica del tempo, secondo la quale, dopo un certo numero di millenni, le cose si ripresentano perfettamente uguali a se stesse. Si tratta di un’idea in sé deprimente e debilitante, giacché porta a concludere che, in fin dei conti, dato che le cose saranno le stesse sempre e per sempre, perché mai ci si dovrebbe preoccupare di esse, investigandole ed esaminandole?
Il farsi uomo di Cristo è stato invece un evento unico che ha rotto con la prospettiva ciclica, sostituendola con una concezione lineare del tempo che scorre dall’alfa all’omega. Qui è contenuta, peraltro, tutta l’idea del progresso della conoscenza umana sulla natura. Per inciso, è solo la possibilità del progresso che genera una visione della storia intrisa di speranza. E tutto questo è assolutamente fondamentale per la nascita di una scienza propriamente detta.

I primi secoli del cristianesimo, poi, hanno visto svolgersi importantissimi dibattiti teologici tesi a dirimere dottrinalmente la natura della persona di Gesù Cristo. Fra questi fu fondamentale il Concilio di Nicea del 325, le cui decisioni sono state incorporate come verità di fede nel Credo, che dunque contiene numerosi articoli imprescindibili per lo sviluppo della scienza.
Anzitutto che Dio è il creatore di tutte le cose, visibili e invisibilii, e dunque che è Lui il responsabile dell’intero creato. Poi il concetto di Cristo come Figlio unigenito generato dal Padre, di cui condivide la medesima sostanza: ciò significa che solo Cristo è increato, laddove invece tutto il resto di ciò che esiste è stato creato e nulla sfugge. Vale a dire il contrario esatto del panteismo antico, secondo il quale non vi è distinzione sostanziale fra Creatore e creato. Un concetto, questo, paralizzante per la scienza.

In terzo luogo, il concetto che tutto ciò che esiste, ed è stato creato, lo è stato attraverso Cristo: per quem omnia facta sunt.
Significa che tutta la realtà è buona e che il mondo non è affatto il campo di battaglia dove si scontrano princìpi malvagi e princìpi positivi. La realtà è buona giacché fatta attraverso Cristo… L’uomo non ha allora di che temere da essa. Certo, la realtà può essere anche adoperata male, ma si tratta di un abuso esterno alla natura di essa, essenzialmente buona…
Si può ben comprendere, dunque,  come tutto ciò sia di vitale importanza per la nascita della scienza: che senso avrebbe, infatti, indagare una realtà che di suo è essenzialmente cattiva e nemica dell’uomo? Si diventa scienziati solo perché incuriositi dai meccanismi di una materia che si ritiene amica e quindi degna di essere indagata.

Concetti simili a quelli espressi dal fisico Stanley L. Jaki…

Debbo moltissimo alle sue preziose ricerche e alle sue importantissime pubblicazioni, una quarantina di volumi in tutto…
Per il sottoscritto fu di particolare significato la lettura di uno dei suoi primi lavori, The Relevance of Physics, del 1966. Fondamentali sono pure Science and Creation: From Eternal Cycles to an Oscillating Universe, del 1974, La strada della scienza e le vie verso Dio, del 1978 (trad. it. Jaca Book, Milano 1994) e Il salvatore della scienza, del 1988 (trad. it. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992).

Ma se il cristianesimo genera la cultura che permette la scienza, e la cultura occidentale deve tutto al cristianesimo, non è affatto azzardato dire che la scienza è peculiare alla cultura occidentale…

Esatto. Molte civiltà antiche hanno conosciuto quella che definirei una scienza primitiva, la conoscenza empirica di alcune proprietà della materia. Si tratta ovviamente di grandi risultati, ma è completamente diverso da ciò che chiamerei scienza moderna: la comprensione dettagliata delle proprietà della materia, espressa in formule matematiche. Non vi è alcunché che possa anche solo remotamente assomigliare a questo in contesti culturali non plasmati dal cristianesimo. La scienza è nata nell’Europa occidentale cristiana e oggi è diffusa in tutti i luoghi del mondo entrati in contatto con quella fonte originaria.

Scienza moderna, dice. Significa che di fatto, anche se nell’evo moderno la cultura (e parte di quella più legata al mondo scientifico) si è secolarizzata, al fondo l’approccio scientifico al reale porta il sigillo della cultura cristiana. Ovvero che sarebbe stata e sarebbe impossibile senza l’input culturale dato dal cristianesimo?

Certo. Nella scienza moderna vi è qualcosa di peculiarmente cristiano che rende la scienza possibile oggi anche se certi scienziati non lo riconoscono. Ai cristiani, peraltro, questo sembra normale perché figli della civiltà occidentale. Ma per quelle culture che ritengono l’universo un caos, la scienza è un concetto assurdo. Questo significa allora che, imparando la scienza, le culture non occidentali assorbono anche il criterio e  la mentalità che rende possibile appunto la scienza: il cristianesimo. Idem accade a quegli scienziati occidentali che non credono più al cristianesimo del quale però sono figlie le loro discipline.

Marco Respinti –  Il Domenicale

Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit

La Preghiera e la Decisione

preghiera1Non è affatto facile decidersi immediatamente per Dio. E’ necessaria prima una vera e propria risurrezione del libero arbitrio, imprigionato e pietrificato nel male. La grazia di Dio mi illumina sullo stato di perdizione in cui mi trovo. E’ come se fossi precipitato in un abisso dal quale non sono più in grado di uscire. L’unica cosa che posso compiere, sia pure sotto l’impulso della grazia preveniente, è l’invocazione a Dio, perché venga in mio aiuto:” Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera “( Salmo, 129/130,1). La preghiera di supplica, piena di fiducia e di umile insistenza, è la prima risposta di un cuore toccato dalla grazia.

Nella preghiera maturano le decisioni da prendere. Uscire dal male è l’impresa più faticosa che esista. Molti iniziano, ma quanti continuano?

Quante volte anche tu hai meditato di prendere delle decisioni, ma poi hai rinunciato! Oppure, dopo averle prese, ti sei lasciato risucchiare nella vita di prima. La ragione è da ricercare nella estrema debolezza del libero arbitrio reso schiavo dal peccato: pur vedendo il bene da compiere, non ha la forza intima di autodeterminarsi. Vorrebbe decidersi per il bene, ma non ci riesce. Cosa fare? Il demone dello scoraggiamento è pronto ad assalirti, per toglierti ogni speranza di riscatto. In questa situazione occorre difendere ad oltranza la trincea della preghiera. In essa ti rafforzi e vedi con chiarezza i primi piccoli passi da compiere. Il libero arbitrio che risorge è come un bimbo che compie i primi passi. Ha bisogno di essere sorretto dalla preghiera continua e da un’eroica umiltà che gli fa accettare tutte le possibili debolezze, rialzandosi prontamente in piedi a ogni caduta.

 

Bisogna tener fissa l’attenzione sul nostro libero arbitrio, perché è il centro focale di tutto il processo di conversione. Nella preghiera davanti a Dio devi prendere delle decisioni sia pure piccole, che ti facciano fare un passo avanti nella lotta contro il peccato. Devi decidere di fare delle rinunce, oppure alcuni atti di riparazione, o tagliare dei legami, ognuno secondo le condizioni in cui si trova. Senza l’azione della volontà che ripudia il male e decide passi concreti sulla via del bene, la conversione non va avanti. Ci sono alcuni che vivono in una sorta di – velleità – inconcludente, per cui, pur desiderando convertirsi, in realtà rimangono sempre impantanati nel medesimo posto.

Eppure pregano, visitano santuari, chiedono consigli, moltiplicano le pratiche religiose, ma il cambiamento di vita non decolla. Per quale motivo ?

Il motivo consiste nel fatto che il processo di conversione si mette in moto solo nel momento in cui, con tutto lo sforzo che può costare – e a volte è una fatica che fa sudare sangue – decido di rinunciare al peccato e a tagliare alcuni legami concreti con il male. Se ad esempio ti stai drogando, devi nella preghiera arrivare alla decisione ferma di non prendere più la droga e di non frequentare persone e ambienti che ti mettono nell’occasione di drogarti. Certo, non sarà facile deciderlo e quand’anche l’avessi fatto, non è detto che riuscirai subito a conseguire gli obbiettivi che ti sei prefissato di raggiungere. Non fa nulla, ricominciando continuamente da capo il tuo combattimento, la volontà si rafforza nella lotta, finché le cadute diverranno sempre più rare, per poi scomparire del tutto.

Il maligno sa che se decidi nella preghiera di cambiare vita, per lui si fa molto concreto il pericolo di perdere un’anima che ormai considera sua.

Per questo cerca in ogni modo di far rimandare il momento della decisione. Prima ti terrorizza con le difficoltà della strada da percorrere. Ti mostra le – delizie – del peccato, insinuando che non potrai mai vivere senza di esse. Quindi ti presenta la via di Dio che vorresti intraprendere come difficile, impraticabile, perfino impossibile. Ma se ti vede ugualmente deciso a cambiare vita, ecco che ti suggerisce di aspettare domani, non precipitare le cose, rifletterci sopra un momento. Guai a te se cadi nella trappola del rimandare. La decisione di cambiare vita va presa subito nel preciso istante che ti è richiesta dalla grazia e va concretizzata immediatamente in passi che sono alla tua portata e che hanno come loro sbocco naturale il sacramento della riconciliazione.

(..) Prima che possa rafforzarti sulla via del bene, il maligno prepara un assalto come forse mai avevi subito prima, con l’intenzione di riconquistare la fortezza del tuo cuore. (.) Che fare in questa situazione? Occorre resistere. La tentazione ha sempre un tempo e un’intensità oltre le quali il maligno non può andare perché Dio non glielo permette. Quando il vento infuria, è inutile cercare di procedere a viso aperto. Occorre cercare un riparo e attendere. Mentre imperversa la tentazione è necessario raccogliersi nella fede e nella preghiera cercando riparo presso il cuore di Gesù. Satana si avvicinerà con i suoi terrori, le sue paure e le sue seduzioni. Soffierà sulle passioni sanguinanti, ti spaventerà con le sue suggestioni, ti presenterà tutto il suo repertorio di false luci, con le quali ti aveva già sedotto in passato. (.) Quando il maligno cercherà di suggestionarti e di convincerti che non riuscirai a resistere a lungo senza soddisfare le tue passioni, cerca di ricordare come ti sei trovato in passato tutte le volte che satana ti aveva detto la medesima cosa. Non è forse vero che ti sei sentito ingannato e che ogni peccato a cui avevi acconsentito ti aveva lasciato l’amaro in bocca?

Raccogliti perciò in preghiera umile e incessante, e pronuncia sempre più intensamente e profondamente il tuo – rinuncio- !. (.) Inaspettatamente la bufera si placa e ti rendi conto di essere liberato da una grande impostura (.). Svanito l’assalto demoniaco, sei di nuovo avvolto dalla luce di Dio e dal suo amore. A questa vittoria ne seguiranno altre (..).

Non sarà una lotta facile. Chissà quante volte dovrai accostarti al sacramento del perdono con cuore umile e determinato, finché la tua volontà non sarà abbastanza fortificata e salda nel bene.

Non mancheranno le sconfitte, gli scoraggiamenti, la voglia di gettare la spugna e di cedere all’implacabile tentatore. Non arrenderti! Ne va della tua salvezza eterna e anche della tua vita qui sulla terra!.

Riprendi ogni giorno la lotta, con l’aiuto di Dio e il soccorso della Vergine Maria, rifugio dei peccatori. Arriveranno le prime vittorie e Dio ti farà gustare la gioia della sua presenza nel tuo cuore. Potrà ancora accadere che un assalto improvviso ti riporti in una situazione di grande pericolo e perfino di caduta: ma se avrai l’umiltà di accostarti ogni volta al confessionale per riacquistare la grazia di Dio con fermo proposito di non peccare più, il primo e più importante tratto di strada sulla via della santità e della salvezza eterna è stato percorso.

(.) Questo impegno esige una vigilanza quotidiana che dovrà accompagnarti per tutta la vita (.), la crescita nella virtù sarà il tuo impegno quotidiano fino al momento del tuo incontro finale con Cristo.

Padre Livio Fanzaga

 

Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (1 parte)

CappellaMartiriFinalmente, a 250 anni dalla beatificazione , è stato confermato il martirio di Antonio Primaldo e Compagni, avvenuto 500 anni fa sotto le scimitarre musulmane turche. I martiri di Otranto sono stati proclamati santi solo nel 2013.

La promulgazione del Decreto riguardante il martirio

Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione a promulgare dei Decreti tra i quali uno riguardante “il martirio dei beati Antonio Primaldo e Compagni Laici; uccisi in odio alla Fede il 13 agosto 1480 ad Otranto (Italia)”.

 

Il vicario generale della diocesi di Otranto, mons. Quintino Gianfreda ha spiegato: “L’atto di oggi è un formale riconoscimento del martirio degli Ottocento da parte della Santa Sede: solo il primo importante tassello del lungo percorso verso la canonizzazione. Il processo di proclamazione della santità avviene attraverso due momenti: la constatazione dell’avvenuto martirio e l’accertamento di un miracolo. Il Decreto di oggi riconosce formalmente che nelle vicende storiche del 1480, Antonio Primaldo e Compagni, vanno ritenuti a tutti gli effetti martiri per la fede“. Quindi, nel gergo ecclesiale, quello che è stato promulgato è il “decreto super martirio”.

In merito alla questione del martirio, sussiste la discussione sulla consistenza storica del dato: gli storici “laici” contestano che gli Otrantini del 1480 siano morti per una reale professione di fede, preferendo la tesi della “razzia”, e, cioè, che i Turchi, interessati a puntare verso Roma, cuore della cristianità, una volta vinta la guerra ad Otranto e saccheggiata la città, si siano liberati dei superstiti, decapitandoli, sì come infedeli, ma solo perché non musulmani. Anche se il dibattito storico quindi è ancora in corso, la cosiddetta “Positio”, ossia la raccolta di tutte le fonti storiche sull’avvenimento, sembra essere giunta ad una risposta definitiva.

Al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto dei martiri Antonio Primaldo e i suoi ottocento concittadini uccisi “in odio alla fede” dai Turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto.

Si tratta di un episodio unico nella storia della Chiesa. Mentre l’indifferenza e i contrasti tra i principi e i re cristiani favoriscono l’avanzata turca, un’intera città affronta il martirio per non rinnegare la fede. Qual è l’attualità della lezione di Otranto? Cioè, che cosa ha da dire oggi a noi, a cinquecento anni da quella testimonianza, la risposta eroica di una popolazione vissuta per secoli nutrendosi di civiltà e di cultura cristiane?

Il contesto storico

Otranto, posta su una baia incantevole di fronte a un mare limpido e azzurro, è la città più orientale d’Italia. Un passato antichissimo e ricco di storia, che è necessario conoscere, perché contribuisce anch’esso a chiarire i motivi che spinsero, più di cinque secoli fa, la popolazione idruntina alla eroica resistenza contro l’invasore musulmano turco. Se infatti, da un lato, questa è il risultato di secoli di fede vissuti da tutta la Cristianità durante il Medioevo, d’altro lato è frutto anche del patrimonio di solide radici profondamente cristiane, accumulato per oltre un millennio da Otranto, con peculiarità sue proprie.

Nel 1480 Otranto venne conquistata dai Turchi sotto il comando del pascià Gedik Ahmed, inviato dal sultano Maometto II, molto abile e crudele, per estendere il regno dell’Islam in Italia ed in Europa. Avvertito dei preparativi turchi, il re di Napoli cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto. Ma il 28 luglio 1480 l’armata ottomana giunse a Otranto e iniziò quella che poi sarà definita la Battaglia di Otranto. La gravità della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri per resistere all’attacco: alla fine però i Turchi riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura. Il pascià fece ai superstiti la proposta: “O rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce“. Ed uno di essi, l’anziano cimatore di panni Antonio Primaldo Pezzulla, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui“. Ottocento no! Furono tutti condannati a morte. Il primo ad essere decapitato sul Colle della Minerva fu proprio Antonio Primaldo. Durante quel massacro le cronache raccontano che un turco di nome Bersabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio impalato dai suoi stessi compagni d’arme.

Gli anni che seguono la metà del secolo XV, come già quelli immediatamente precedenti, non sono anni felici per la Cristianità, che appare dilaniata da lotte e rivalità intestine, da scontri tra fazioni, da incrinature all’interno della stessa Curia pontificia, in definitiva, da una crisi della civiltà cristiana, maturata per lunghi secoli che, prima ancora di essere politica, è di valori che si vanno spegnendo. La Cristianità non era soltanto l’appartenenza alla religione cristiana, né soltanto il territorio occupato dai battezzati, ma era la comunità, vivente, organicamente costituita, di tutti coloro che, dividendo le stesse certezze spirituali, vogliono che tutta la società umana si ordini secondo la loro fede. L’eroica resistenza opposta da Otranto ai turchi e dell’estrema testimonianza di fede offerta dagli otrantini nel martirio è un episodio che sembra tracciare storicamente i confini di quel lungo periodo correntemente definito Medioevo, quasi a indicare il termine iniziale e quello finale di un’epoca che “è stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana” (Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Piacenza 1977).

 

Nel 1450 viene celebrato a Roma l’Anno Santo: in contrapposizione ai disordini dell’assemblea di Basilea, all’orgoglio dei docenti universitari e all’avarizia dei politicanti, il popolo cristiano mostrò in occasione di quell’Anno Santo 1450 lo spettacolo di uno straordinario rinnovamento di fede e di pietà. Ma già prima si era sviluppata nella gente umile, in misura sempre maggiore, la pratica delle processioni e soprattutto del culto di Gesù Eucaristia. I pellegrinaggi si erano moltiplicati e i grandi santi che illuminano quegli anni sono, al tempo stesso, causa ed espressione di questa rinnovata religiosità popolare: san Vincenzo Ferreri e san Bernardino da Siena incantano le folle con la loro predicazione, i francescani e i domenicani percorrono senza sosta le strade d’Europa, santa Caterina da Siena scuote i principi e il Papa, san Francesco di Paola ammonisce l’Occidente a non abbandonare la difesa della fede, il beato Alain de la Roche predica e diffonde il santo Rosario, santa Giovanna d’Arco testimonia eroicamente lo spirito di un’epoca.

 

Ma il pericolo maggiore per l’Europa proviene da Oriente. Alla fine del secolo XIII dal mosaico degli emirati islamici era emersa, e si era imposta, la tribù turca degli Ottomani, raccolta da Osman (Otman), la quale, nei primi anni del secolo XIV, inizia quell’espansione nell’Asia Minore che la porterà in breve tempo a elevarsi al rango di temibile potenza. Nel 1451 sale sul trono il giovane sultano Maometto II, di soli ventun anni, esile e pallido, dal naso curvo e dalla barba nera, il cui principale assillo è la conquista di Bisanzio. L’impresa sarà portata a termine il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio condotto da un esercito di 260 mila musulmani contro poco più di 5 mila difensori cristiani asserragliati nella capitale dell’impero. Nell’assedio perde la vita combattendo sugli spalti l’ultimo imperatore d’Oriente, Costantino XI Dragoses.

In tutta la Cristianità, la caduta di Costantinopoli produsse un’immensa emozione. Sfuggito per miracolo alla catastrofe, il cardinale legato Isidoro tornò a Roma e raccontò i fatti orribili di cui era stato testimone. I suoi presagi circa l’avvenire del mondo cristiano erano neri: i Turchi, che niente più ormai poteva fermare, avrebbero continuato la loro avanzata verso l’Ovest: domani sarebbero comparsi in Italia. Le responsabilità dei principi e dei sovrani occidentali per la caduta di Costantinopoli erano notevoli. Già papa Urbano V (1362-70), di fronte al pericolo turco, quasi un secolo prima aveva chiamato la Cristianità alla crociata, ma inutilmente, e altrettanto vani furono gli appelli e le richieste di aiuto fatte dai vari imperatori di Bisanzio. Ad analogo risultato furono destinati, dopo la caduta di Costantinopoli, gli sforzi di papa Callisto III (1455-58), il quale vide la sua vocazione quasi esclusivamente nel salvare il mondo cristiano e la civiltà occidentale dall’inondazione dell’Islam, ma quel entusiasmo che una volta aveva armato tutto l’Occidente per la liberazione del Santo Sepolcro, sembrò spento negli stati d’Europa divisi da intestine discordie.

 

Papa Pio II, successore di Callisto III, convoca nel 1459 a Mantova un congresso al quale invita tutti gli Stati cristiani e nel discorso inaugurale delinea lucidamente le loro colpe di fronte all’avanzata turca, ma benché sia decisa la guerra, questa non segue, tra l’inerzia generale, per l’opposizione di Venezia e per l’indifferenza della Francia e della Germania. A tale indolenza per le sorti della Cristianità contribuisce, e non poco, il diffondersi del paganesimo rinascimentale, e, mentre il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, trasforma la chiesa gotica riminese di San Francesco in un tempio pagano, adornandolo con le statue degli dei dell’Olimpo e con simboli certamente poco cristiani, l’individualismo e l’egoismo sfrenati, risultati ovvii della diffusione del “pensiero moderno”, trasformano l’Italia in un terreno di scontro tra principi, duchi e fazioni. Ciò mentre i musulmani continuano a conquistare terre cristiane, occupando nel 1470 anche l’isola di Negroponte, che apparteneva a Venezia. Una nuova alleanza contro i Turchi, proposta da papa Paolo II (1464-71), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, i quali pensano a tutt’altro, intenti come sono ad approfittare della situazione critica in cui versa la Serenissima, per ingrandirsi a sue spese.

 

Nel 1471 viene eletto il cardinale Francesco della Rovere, che prende il nome di papa Sisto IV. Il suo pontificato, certamente uno dei più agitati della storia della Chiesa, fu segnato dall’omicidio del duca di Milano, Galeazzo Sforza e dai rapporti sempre più tesi con i Medici di Firenze, che culminano in un’alleanza in funzione antiromana stipulata nel 1474 tra Milano, Venezia e Firenze, e nella sanguinosa Congiura dei Pazzi: nel 1478 l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, il nipote di papa Sisto IV Girolamo Riario e altri congiurati attentano alla vita di Lorenzo de’ Medici, il quale però rimane soltanto ferito. Ma l’episodio, per il favore dimostrato dal pontefice, verso i congiurati, provoca una vera e propria guerra tra gli Stati italiani, guerra che vede schierate da un lato le forze papali, insieme a quelle di Ferrante d’Aragona, re di Napoli, dall’altro Firenze, aiutata da Milano, Venezia e dalla Francia.

 

Osserva Ludovico Pastor nella sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo (Desclée, Roma 1911), che “una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizione più favorevole per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della Cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale papa Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della Cristianità”.

LEGGI LA SECONDA PARTE

Lettera a chi ha perso una amica (Sant’Ignazio di Loyola)

Nel 1522 Ignazio di Loyola aveva lasciato il suo mondo agiato, per seguire la voce misteriosa che lo chiamava verso mete ancora ignote. Mentre si recava da Monserrato a Manresa incontrò Agnese Pasqual. Il pellegrino 1e domandò dove si trovasse l’ospedale. La richiesta fu talmente umile che quella donna ne rimase profondamente colpita. Nacquero subito, tra i due, rapporti cordiali, e da questo momento Agnese sarà come una buona madre per Ignazio, il quale, povero per elezione, aveva scelto la ricchezza di Dio. Agnese Pasqual, nata Pujol, aveva sposato in prime nozze Giovanni Sacristà, un agiato possidente, da cui aveva avuto un figlio di nome Giovanni: questi deporrà più tardi nel processo di beatificazione di Ignazio. Rimasta presto vedova, era passata a seconde nozze con Bernardino Pasqual, anche questi benestante e proprietario di una casa a Manresa e di un’altra a Barcellona. In quest’ultima sarà ospitato Ignazio, nel febbraio e marzo del 1523, poi, durante il periodo dei suoi studi di grammatica, dal 1524 al 1526, e infine, per tre mesi, nel 1527, prima di recarsi a Parigi. Così Agnese fu la prima sua benefattrice. Ignazio non la dimenticherà mai, come non dimenticherà le altre persone che ebbero nei suoi riguardi attenzioni speciali. La gratitudine resterà, per l’antico cavaliere, come un dovere del cuore, un bisogno a cui non poteva sottrarsi; Ribadeneira lo notò, mentre Ignazio era ancora in vita: “ tra tutte le virtù di N. P. – scrisse – ce n’è una nella quale si distingue particolarmente: la virtù della riconoscenza “. Si è parlato addirittura di una sua teologia della riconoscenza (cfr H. RAHNER, Ignazio di Loyola e le donne del suo tempo, p. 265). Ci sembra quindi significativo che la prima lettera di Ignazio che possediamo venga scritta ad una benefattrice, per consolarla della morte di un’amica, di cui non conosciamo il nome, per incoraggiarla a superare tutte le difficoltà e a tenere in poco conto le dicerie che si levavano sulla sua persona. In essa troviamo anche dei principi di vita spirituale che rivelano in Ignazio un uomo nuovo, rigenerato da tutto un periodo intenso di asprezze corporali e di abnegazione totale.

Ad AGNESE PASQUAL – Barcellona, 6 dicembre 1524 – MI Epp I 71-73

IHS La pace di Cristo. Mi è sembrato bene scriverle questa lettera, visto il desiderio che ho riscontrato in lei di servire il Signore. Credo bene che per il momento, sia per il vuoto lasciato da quella beata serva che al Signore è piaciuto prendere con sé, sia per i molti nemici e inconvenienti che per il servizio del Signore incontra in codesto luogo, sia per il nemico dell’umana natura la cui tentazione non cessa mai, per tutto questo credo che lei sia stanca. Per l’amore di Dio N.S., miri sempre a progredire evitando ciò che non conviene, in modo che la tentazione non abbia alcun potere contro di lei. Agisca sempre così, anteponendo la lode del Signore a tutto il resto.
Lettere di sant’Ignazio di Loyola/2

Il Signore poi non esige da lei che faccia cose faticose e nocive alla sua persona, anzi vuole che viva gioiosa in lui, dando il necessario al corpo. Il suo parlare, pensare e conversare sia in lui. Orienti a questo fine tutte le cose necessarie al corpo, anteponendo sempre i comandamenti del Signore. Questo egli vuole e questo ci comanda […]. Per l’amore di N.S., quindi sforziamoci in lui, poiché gli dobbiamo tanto: molto più presto ci stanchiamo noi a ricevere i suoi doni che lui a farceli. Piaccia alla Madonna d’interporsi tra noi peccatori e il suo Figlio e Signore e di ottenerci la grazia che i nostri spiriti fiacchi e tristi siano trasformati, con il nostro faticoso impegno, in forti e gioiosi per la sua lode. Il povero pellegrino. Iñigo

La teologia della liturgia (Joseph Ratzinger)

Con il consenso del cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblichiamo il testo della conferenza che egli ha tenuto nel monastero di Fontogombault, nel luglio 2001. Il cardinale Ratzinger affronta argomenti di esegesi e di teologia, analizza l’eclissi nel sentire comune della nozione di sacrificio eucaristico e mostra che il concetto di sacrificio, se bene inteso, apre l’accesso alla comprensione globale del culto cristiano della liturgia e ci immette in quella realtà immensa che è nel cuore del messaggio della croce e della Risurrezione.

Il Concilio Vaticano II definisce la liturgia come “l’opera del Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, n. 7).
L’opera di Gesù Cristo è designata nello stesso testo come l’opera della redenzione che il Cristo ha compiuto in modo particolare attraverso il mistero pasquale della Sua passione, della Sua Resurrezione dai morti e della Sua gloriosa ascensione. “Con questo mistero, morendo, ha distrutto la nostra morte e, risorgendo, ha restaurato la vita” (Sacrosanctum Concilium, n. 5).

A prima vista, in queste due frasi la parola “opera del Cristo” sembra utilizzata in due distinti significati. L’opera del Cristo designa in primo luogo le azioni redentrici storiche di Gesù, la Sua morte e la Sua Resurrezione; d’altra parte si definisce “opera del Costo” la celebrazione della liturgia. In realtà, i due significati sono inseparabilmente legati:
la morte e la Resurrezione, il mistero pasquale non sono soltanto avvenimenti storici esteriori. Per la Resurrezione, questo appare molto chiaramente.

Raggiunge e penetra la storia, ma la trascende in un doppio senso; non è l’
azione di un uomo bensì una azione di Dio, e conduce in tal modo Gesù risuscitato oltre la storia, là dove siede alla destra del Padre. Neanche la croce è una semplice azione umana.

L’aspetto puramente umano è presente nelle persone che condussero Gesù alla croce. Per Gesù, la croce non è un’azione, ma una passione, e una passione che significa che Egli è un tutt’uno con la volontà divina, un’unione della quale l’episodio dell’Orto degli Ulivi ci fa vedere l’aspetto drammatico.

Così la dimensione passiva della Sua messa a morte si trasforma nella dimensione attiva dell’amore: la morte diventa abbandono di se stesso al Padre per gli uomini. In questo modo l’orizzonte si estende, qui come nella Resurrezione, ben al di là del puro aspetto umano e ben al di là del puro fatto di essere stato crocifisso e di essere morto.

Il linguaggio della fede ha chiamato mistero questa eccedenza riguardo al mero istante storico e ha condensato nel termine mistero pasquale il nocciolo più intimo dell’avvenimento redentore. Se possiamo dire da allora in poi che il mistero pasquale costituì il nocciolo dell’opera di Gesù, il rapporto con la liturgia è già patente; è precisamente questa opera di Gesù che è il vero contenuto della liturgia.

Tramite questa, con la fede e la preghiera della Chiesa, l’opera di Gesù raggiunge continuamente la storia per penetrarla.

Nella liturgia il puro istante storico è così trasceso di nuovo ed entra nell’azione divino-umana permanente della redenzione. In questa Cristo è il vero soggetto: e l’opera del Cristo, ma in essa Egli attira a sé la storia, precisamente in questa azione che è il luogo della nostra salvezza.

Il sacrificio rimosso in questione

Tornando al Vaticano II, vi troviamo la seguente descrizione di questi
rapporti: “La liturgia, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e l’autentica natura della vera Chiesa” (ìbid. n.
2).

Tutto ciò è diventato estraneo al pensiero moderno e nemmeno trent’anni dopo il concilio, persino tra i liturgisti cattolici, è oggetto di punti interrogativi. Oggi chi parla ancora del sacrificio divino dell’Eucaristia?

Certo le discussioni intorno alla nozione di sacrificio sono tornate ad essere sorprendentemente vive, sia da parte cattolica che protestante. Si avverte che in un’idea che ha sempre occupato, sotto molte forme, non soltanto la storia della Chiesa, ma la storia intera dell’umanità, vi deve esserci l’espressione di qualche cosa di essenziale che riguarda anche noi.
Ma nello stesso tempo restano ancora vive ovunque le vecchie posizioni dell’
illuminismo: accusa a priori di magia e di paganesimo, sistematiche opposizioni tra rito ed ethos, concezione di un cristianesimo che si libera dal culto ed entra nel mondo profano; teologi cattolici che non hanno per nulla voglia, per l’appunto, di vedersi tacciare di anti-modernità.

Anche se si ha in un modo o nell’altro il desiderio di ritrovare il concetto di sacrificio, ciò che alla fine resta è l’imbarazzo e la critica.

Così recentemente Stephan Orth, in un vasto panorama della bibliografia recente consacrata al terna del sacrificio, ha creduto di riassumere tutta la sua inchiesta con le constatazioni seguenti: oggi, persino molti cattolici ratificano il verdetto e le conclusioni di Martin Lutero, per il quale parlare di sacrificio è il più grande e spaventoso errore, è una maledetta empietà.

Per questo motivo vogliamo astenerci da tutto ciò che sa di sacrificio, compreso tutto il canone e considerare solo tutto ciò che è santo e puro.

Poi Orth aggiunge: dopo il Concilio Vaticano II questa massima fu seguita anche nella Chiesa cattolica, per lo meno come tendenza, e condusse a pensare anzitutto il culto divino a partire dalla festa della Pasqua, citata nel racconto della Cena. Facendo riferimento ad un’opera sul sacrificio edita da due liturgisti cattolici di avanguardia, dice in seguito, in termini un po’ più moderati, che appare chiaramente che la nozione di sacrificio della Messa, più ancora di quella del sacrificio della Croce, è nel migliore dei casi una nozione che si presta motto facilmente a malintesi.

Non è necessario che dica che io non faccio parte dei “numerosi” cattolici che considerano con Lutero come il più spaventoso errore e una maledetta empietà il fatto di parlare di sacrificio della Messa. Si comprende parimenti che il redattore abbia rinunciato a menzionare il mio libro sullo Spirito della liturgia che analizza nel dettaglio la nozione di sacrificio.

La sua diagnosi risulta costernante. È anche vera? Io non conosco questi numerosi cattolici che considerano come una maledetta empietà il fatto di comprendere l’Eucaristia come un sacrificio. La seconda diagnosi, più cauta, secondo la quale si considera la nozione di sacrificio della Messa come concetto altamente esposto a malintesi, si presta invece a facile verifica.
Ma, se si lascia da parte la prima affermazione del redattore, non trovandoci che una esagerazione retorica, resta un problema sconvolgente che occorre risolvere. Una parte non trascurabile di liturgisti cattolici sembra essere praticamente arrivata alla conclusione che occorre dare sostanzialmente ragione a Lutero contro Trento nel dibattito del XVI secolo; si può del pari ampiamente constatare la medesima posizione nelle discussioni post-conciliari sul sacerdozio.

Il grande storico del Concilio di Trento, Hubert Jedin, indicava questo fatto nel 1975, nella prefazione all’ultimo volume della sua Storia del Concilio di Trento: “il lettore attento… non sarà, leggendo ciò, meno costernato dell’autore, quando si renderà conto del numero di cose, a dire il vero quasi tutte, che, avendo una volta agitato gli uomini, sono di nuovo proposte oggi”.

Solo a partire da qui, dalla squalifica pratica di Trento, si può comprendere l’esasperazione che accompagna la lotta contro la possibilità di celebrare ancora, dopo la riforma liturgica, la Messa secondo il messale del 1962. Questa possibilità è la contraddizione più forte e quindi la meno tollerabile in rapporto all’opinione di colui che ritiene che la fede nell’
Eucaristia formulata a Trento abbia perso il suo valore. Sarebbe facile raccogliere prove a sostegno di questa situazione.

Faccio astrazione dalla teologia liturgica estrema di Harald Schutzeichel, che si stacca completamente dal dogma cattolico ed espone, per esempio, l’
affermazione avventurosa che soltanto nel Medioevo l’idea di presenza reale sarebbe stata inventata. Un liturgista di punta, come David N. Power, ci insegna che nel corso della storia non solo la maniera con la quale una verità viene espressa, ma lo stesso contenuto di ciò che vi è espresso può perdere il suo significato. Mette concretamente questa teoria in rapporto con gli enunciati di Trento

Th. Schnitker ci dice che una liturgia rinnovata include egualmente una espressione differente della fede e dei cambiamenti teologici. Del resto, secondo lui ci sarebbero teologi, per lo meno nel cerchio della Chiesa romana e della sua liturgia, che non avrebbero ancora colto la portata di queste trasformazioni promosse dalla riforma liturgica nel campo della dottrina della fede. L’opera senza dubbio seria di R. Messner sulla riforma della Messa in Martin Lutero e l’Eucaristia della Chiesa antica, che contiene molte interessanti riflessioni, giunge tuttavia alla conclusione che Lutero comprese la Chiesa antica meglio di Trento. La gravità di queste teorie consiste nel fatto che frequentemente passano subito nella pratica.
La tesi secondo la quale è la comunità in quanto tale il soggetto della liturgia passa per una autorizzazione a manipolare la liturgia secondo la comprensione di ciascuno. Pretese nuove scoperte e le forme che ne conseguono si diffondono con una stupefacente rapidità e con una obbedienza riguardo a tali mode che da tempo non esiste più riguardo alle norme dell’
autorità ecclesiastica. Delle teorie nel campo della liturgia si trasformano oggi molto rapidamente in pratica e la pratica, a sua volta, crea o distrugge comportamenti e forme di comprensione

La problematica del resto si è nel frattempo aggravata per il motivo che il movimento più recente dell’illuminismo supera di gran lunga Lutero.

Mentre Lutero prendeva ancora alla lettera i racconti della Istituzione e li poneva come norma normans, come fondamento dei suoi tentativi di riforma, le ipotesi della critica storica stanno da tempo provocando un’ampia erosione dei testi.

I racconti della Cena appaiono come un prodotto della costruzione liturgica della comunità; dietro ad essi si cerca un Gesù storico che “naturalmente”
non poteva aver pensato al dono del Suo corpo e del Suo sangue, né aver compreso la Sua croce come sacrificio di espiazione; bisognerebbe piuttosto pensare a un pasto d’addio contenente una prospettiva escatologica. Non solo l’autorità del Magistero ecclesiale è declassata agli occhi di molti, ma anche la Scrittura, al posto della quale entrano delle ipotesi pseudo-storiche mutevoli, che in fondo daranno spazio a qual si voglia arbitrio ed espongono la liturgia alla mercé della moda. Laddove sulla base ditali idee si manipola sempre più liberamente la liturgia, i credenti sentono che in realtà nulla vi è celebrato ed è comprensibile che abbandonino la liturgia e con questa la Chiesa.

I principi della ricerca teologica

Torniamo dunque alla questione fondamentale: è giusto qualificare l’
Eucaristia di sacrificio divino, oppure è una maledetta empietà?

In questo dibattito occorre per prima cosa stabilire i principali presupposti che determinano in ogni caso la lettura della Scrittura e conseguentemente le conclusioni che se ne traggono.

Per il cristiano cattolico qui si impongono due linee ermeneutiche essenziali di orientamento.

La prima: noi diamo fiducia alla Scrittura e ci basiamo sulla Scrittura, non su ricostruzioni ipotetiche che si collocano al di qua di essa e ricostruiscono a modo loro una storia nella quale svolge un ruolo fondamentale la domanda presuntuosa di sapere ciò che si può o ciò che non si può attribuire a Gesù; il che significa “naturalmente” solo ciò che un erudito moderno vuole attribuire a un uomo di un tempo che lui stesso ha ricostruito.

La seconda è che noi leggiamo la scrittura nella comunità vivente della Chiesa e dunque sulla base di decisioni fondamentali, grazie alle quali è divenuta storicamente efficace e ha precedentemente gettato le basi della Chiesa. Non bisogna separare il testo da questo contesto vivente. In questo senso la Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile e questo è il punto che Lutero, all’alba del risveglio dalla coscienza storica, non è riuscito a vedere. Egli credeva alla univocità della lettera, univocità che non esiste e alla quale ha da lungo tempo rinunciato la storiografia moderna.

Che nella Chiesa nascente, l’Eucarestia sia stata sin dall’inizio compresa come sacrificio, persino in un testo come la Didachè, difficile e piuttosto marginale in rapporto alla grande tradizione, è un elemento di interpretazione di prim’ordine.

Ma c’è ancora un oltre aspetto ermeneutico fondamentale nella lettura e nella interpretazione della testimonianza biblica.

Il fatto che io possa o no riconoscere un sacrificio nell’Eucaristia, così come il Signore l’ha istituita, si collega essenzialmente alla questione di sapere ciò che io intendo per sacrificio, dunque a ciò che si chiama pre-comprensione. La pre-comprensione di Lutero, per esempio, in particolare la sua concezione dell’avvenimento e della presenza storica della Chiesa, era tale che la categoria di sacrificio, così come egli la vedeva, non poteva nella sua applicazione all’Eucaristia della Chiesa apparire che come un’empietà.

I dibattiti ai quali si riferisce Stephan Orth mostrano quanto confusa e ingarbugliata è la nozione di sacrificio in quasi tutti gli autori e mettono in condizione di vedere tutto il lavoro da farsi sull’argomento.

Per il teologo credente risulta evidente che è la stessa Scrittura che deve fargli da guida verso la definizione essenziale di sacrificio e ciò a partire da una lettura “canonica” della Bibbia nella quale la Scrittura è letta nella sua unità e nel suo movimento dinamico, le cui diverse tappe ricevono il loro significato ultimo da Cristo, al quale questo movimento nella sua interezza conduce. In questa stessa misura, l’ermeneutica qui presupposta è una ermeneutica della fede, fondata sulla sua logica interna.
Non dovrebbe essere, in fondo, una evidenza? Poiché senza la fede, la stessa Scrittura non è la Scrittura, ma un insieme piuttosto disparato di brani letterari, il che non potrebbe rivendicare oggi alcun significato normativo.

Il sacrificio e la Pasqua

Il compito al quale si fa qui allusione supera di molto, beninteso, i limiti di una conferenza; mi sia allora permesso di rimandare al mio libro su Lo spirito della liturgia, nel quale ho cercato di tracciare le grandi linee di questa questione. Ciò che se no deduce è che, nel suo percorso attraverso la storia delle religioni e la storia biblica, la nozione di sacrificio assume delle connotazioni che vanno ben oltre la problematica che noi leghiamo abitualmente alla nozione di sacrificio. Di fatto, apre l’accesso alla comprensione globale del culto e della liturgia: sono queste grandi prospettive che vorrei tentare di indicare qui. In questo modo devo necessariamente rinunciare a questioni speciali d’esegesi, in particolare al problema fondamentale dell’interpretazione dei racconti dell’istituzione, riguardo alla quale, oltre al mio libro sulla liturgia, ho cercato di fornire alcuni elementi nel mio contributo su Eucaristia e Missione.

C’è tuttavia una indicazione che non posso impedirmi di dare, Nella menzionata rassegna bibliografica Stephan Orth dice che il fatto di avere evitato, dopo il Vaticano II, la nozione di sacrificio, ha condotto a “pensare il culto divino soprattutto a partire dal rito della Pasqua, rapportata nei racconti della Cena”.

Questa formulazione appare a prima vista ambigua: si pensa il culto divino a partire dalla Cena, oppure dalla festa di Pasqua che vengono indicate come quadro temporale, ma non vengono descritte ulteriormente? Sarebbe giusto dire che la Pasqua ebraica, la cui istituzione è riportata in Es 12, acquista nel Nuovo Testamento un nuovo senso. Proprio in essa si manifesta un grande movimento storico che va dalle origini fino alla Cena, alla Croce e alla Resurrezione di Gesù. Ma ciò che stupisce, soprattutto nella formulazione di Orth, è l’opposizione costruita tra l’idea di sacrificio e la Pasqua.

I dati veterotestamentari giudaici privano tutto ciò di senso, poiché dalla legislazione deutoronomistica l’uccisione degli agnelli è legata al tempio; ma persino nel periodo primitivo, in cui la Pasqua era ancora una festa familiare, l’uccisione degli agnelli aveva già un carattere sacrificale.

Così, per l’appunto attraverso la tradizione della Pasqua, l’idea di sacrificio arriva fino alle parole e ai gesti della Cena, dove è presente, del resto, sulla base di un secondo passaggio veterotestamentario, Es 24, che riporta la conclusione dell’Alleanza del Sinai. Là è riferito che il popolo fu asperso col sangue delle vittime condotte in precedenza e che Mosè disse in quella occasione: “Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole” (Es 24,8).

La nuova Pasqua cristiana è così espressamente interpretata nei racconti della Cena come un avvenimento sacrificate e, sulla base delle parole della Cena, la Chiesa nascente sapeva che la croce era un sacrifico, poiché la Cena sarebbe stata un gesto vuoto senza la realtà della croce e della Resurrezione, che vi è anticipata e resa accessibile per tutti i tempi nel suo contenuto interno.

Menziono questa strana opposizione tra la Pasqua e il sacrificio, perché rappresenta il principio architettonico di un libro recentemente pubblicato dalla Fraternità San Pio X, che pretende esista una rottura dogmatica tra la nuova liturgia di Paolo VI e la precedente tradizione liturgica cattolica Questa rottura è vista precisamente nel fatto che tutto ormai si interpreta a partire “mistero pasquale” al posto del sacrificio redentore d’espiazione del Cristo; la categoria del mistero pasquale sarebbe l’anima della riforma liturgica ed e proprio questo che care la prova della rottura verso la dottrina classica della Chiesa. È chiaro che vi sono autori che prestano il fianco a un simile malinteso. Ma che si tratti di un malinteso è assolutamente evidente per chi osserva il fatto da vicino. In realtà, il termine di mistero pasquale rinvia chiaramente agli avvenimenti che hanno avuto luogo nei giorni che vanno dal Giovedì Santo al mattino di Pasqua: la Cena come anticipazione della Croce, il dramma del Golgota e la Resurrezione del Signore. Nel termine di mistero pasquale, questi episodi sono visti sinteticamente come un unico avvenimento, unitario, come “l’opera del Cristo”, così come l’abbiamo inizialmente sentito dire dal Concilio, come una realtà che è storicamente avvenuta e allo stesso tempo trascende questo preciso istante. Poiché questo avvenimento è, interiormente, un culto reso a Dio, ha potuto diventare un culto divino e in questo modo essere presente in ogni istante. La teologia pasquale del Nuovo Testamento, alla quale abbiamo dato un rapido sguardo, dà precisamente a intendere questo: l’episodio apparentemente profano della crocifissione del Cristo è un sacrificio d’
espiazione, un atto salvatore dell’amore riconciliatore del Dio fatto uomo.
La teologia della Pasqua è una teologia della redenzione, una liturgia di un sacrificio espiatorio. Il pastore è diventato agnello. La visione dell’
agnello, che appare nella storia di Isacco, dell’agnello che rimane impigliato negli sterpi e riscatta il figlio, è diventata una realtà: il Signore si fa agnello, si lascia legare e sacrificare, per liberarci.

Tutto ciò è divenuto estremamente estraneo al pensiero contemporaneo.
Riparazione, “espiazione”, può forse evocare qualche cosa nel quadro dei conflitti umani e nella liquidazione della colpabilità che regna tra gli esseri umani, ma la sua trasposizione al rapporto tra Dio e l’uomo non può sortire buon esito. Ciò si collega sicuramente al fatto che la nostra immagine di Dio è impallidita, si è avvicinata al deismo.

Non ci si può più immaginare che l’errore umano possa ferire Dio e ancor meno che debba avere bisogno di una espiazione, simile a quella che costituisce la croce del Cristo. Stessa cosa per la sostituzione vicaria:
non possiamo affatto rappresentarci qualche cosa a questo riguardo. La nostra immagine dell’uomo è diventata troppo individualista per questo.

Così la crisi della liturgia ha per base delle concezioni centrali sull’
uomo. Per superarla, non è sufficiente banalizzare la liturgia e trasformarla in una semplice riunione o in un pasto fraterno, Ma come uscire da questi disorientamenti? Come ritrovare il senso di questa realtà immensa che è nel cuore del messaggio della Croce e della Resurrezione? In ultima istanza, certamente non attraverso delle teorie e delle riflessioni erudite, ma solo per mezzo della conversione, per mezzo di un radicale cambiamento di vita, al quale possono certamente aprire la strada taluni elementi di discernimento, e vorrei proporre delle indicazioni in questo senso e ciò in tre tappe.

L’amore, cuore del sacrificio

La prima tappa deve essere una questione preliminare alla comprensione essenziale del termine sacrificio.

Si considera comunemente il sacrificio come la distruzione di una realtà preziosa agli occhi dell’uomo; distruggendola, egli vuole consacrare questa realtà a Dio, riconoscere la sua sovranità. Tuttavia, una distruzione non onora Dio. Ecatombi di animali o di qualsiasi cosa non possono onorare Dio.
“Se avessi fame, a te non lo direi, mio è il mondo e quanto contiene.
Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli nell’Altissimo i tuoi voti” – dice Dio a Israele nel salmo 50 (49), 12-14.

In che cosa consiste allora il sacrificio? Non nella distruzione, ma nella trasformazione dell’uomo. Nel fatto che diventa lui stesso conforme a Dio, e diventa conforme a Dio quando diventa amore. “È per questo che il vero sacrificio è qualsiasi opera che ci permette di unirci a Dio in una santa comunità”, dice a proposito Agostino. A partire da questa chiave neotestamentaria, Agostino interpreta i sacrifici veterotestamentari come simboli che significano questo sacrificio propriamente detto, ed per questo, dice, che il culto doveva essere trasformato, il segno doveva scomparire in favore della realtà: “Tutte le prescrizioni divine della Scrittura concernenti i sacrifici del tabernacolo o del tempio, sono delle figure che si riferiscono all’amore di Dio e del prossimo” (La Città di Dio, X, 5).

Ma Agostino sa anche che l’amore diventa vero solo quando conduce l’uomo a Dio e così lo indirizza verso il suo vero fine; solo qui si può verificare l ‘unità degli uomini tra loro. Così il concetto di sacrificio rinvia alla comunità e la prima definizione tentata da Agostino si trova, a partire da questo momento, ampliata dal seguente enunciato: “Tutta la comunità umana riscattata, cioè l’unione e la comunità dei santi è offerta a Dio in sacrificio dal Gran Sacerdote che si è offerto lui stesso” (ibid. X, 6). E più semplicemente ancora: “Tale è il sacrificio dei cristiani: la moltitudine, un solo corpo nel Cristo” (ibid. X, 6).

Il “sacrificio” consiste dunque -diciamolo ancora una volta – nella conformazione dell’uomo a Dio nella sua theiosis, direbbero i Padri.
Consiste, per esprimersi in termini moderni, nell’abolizione delle differenze, nell’unione tra Dio e l’uomo, tra Dio e la creazione: “Dio tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Ma come ha luogo questo processo che fa sì che diventiamo amore e un solo corpo con il Cristo, che noi diventiamo una sola cosa con Dio, come avviene questa abolizione della differenza? Prima di tutto esiste a questo proposito una netta frontiera tra le religioni fondate sulla fede di Abramo da una parte e dall’altra parte le altre forme di religione come le troviamo in particolare in Asia, ma anche – probabilmente sulla base di tradizioni asiatiche – nel neo-platonismo di impronta plotiniana. Là l’unione significa liberazione dalla finitezza che si svela infine come apparenza, abolizione dell’io nell’oceano del tutto che, di fronte al nostro mondo di apparenze, e il nulla, tuttavia in verità è il solo vero essere. Nella fede cristiana, che dà compimento alla fede dl Abramo, l’unità è vista in modo completamente diverso: è l’unità dell’amore, nella quale le differenze non sono abolite, ma si trasformano nell’unità superiore degli amanti, quale si trova, come in archetipo, nell’unità trinitaria di Dio. Mentre, per esempio, presso Plotino, il finito è decadenza in rapporto all’unità ed è per così dire il livello del peccato e in quanto tale e al tempo stesso il livello di ogni male, la fede cristiana non vede il finito come una negazione, ma come una creazione, come il frutto di un volere divino, che crea un partner libero, una creatura che non deve essere abolita, ma deve essere compiuta e inserirsi nell’atto libero dell’
amore. La differenza non è abolita, ma diventa la modalità di una superiore unità. Questa filosofia della libertà, che è alla base della fede cristiana e la differenzia dalle religioni asiatiche, include la possibilità della negazione. Il male non è una semplice decadenza dell’essere, ma la conseguenza di una libertà male utilizzata. Il cammino dell’unità, il cammino dell’amore, è perciò un cammino di conversione, un cammino di purificazione, prende la figura della croce, passa attraverso il mistero pasquale, attraverso la morte e la Resurrezione. Ha bisogno di un Mediatore che nella Sua morte e nella Sua Resurrezione diventa per noi la via, ci attira tutti a lui (Gv 12, 32) e ci esaudisce.

Gettiamo un colpo d’occhio addietro. Nella sua definizione: sacrificio eguale amore, Agostino si appoggia con ragione sul termine presente sotto diverse varianti nell’Antico e nel Nuovo Testamento che egli cita secondo
Osea: “Voglio l’amore e non il sacrificio” (6, 6; 5. Agostino, La città di Dio, X, 5). Ma questa affermazione non mette semplicemente una opposizione tra ethos e culto – in questo caso il cristianesimo si ridurrebbe a un moralismo -, rinvia a un processo che è più che la morale, a un processo di cui Dio prende l’iniziativa. Lui solo può avviare nell’uomo il cammino verso l’amore. È solo l’amore con cui Dio ama che fa crescere l’amore verso di Lui. Questo fatto di essere amato avvia un processo di purificazione e di trasformazione, nel quale noi non siamo solo aperti a Dio, ma uniti gli uni agli altri. L’iniziativa di Dio ha un nome: Gesù Cristo – il Dio che si è fatto Lui stesso uomo e si dona a noi. Ecco perché Agostino può sintetizzare tutto questo dicendo “Tale è il sacrificio dei cristiani: la moltitudine è un solo corpo nel Cristo. La Chiesa celebra questo mistero con il sacrificio dell’altare, ben conosciuto dai credenti, perché in questo le è mostrato che nelle cose che essa offre, essa stessa è offerta” (ibid. X, 6). Chi ha compreso questo non sarà del parere che parlare del sacrificio della Messa è perlomeno altamente ambiguo e anche uno spaventoso errore. Al contrario: se non ritroviamo questa verità, perdiamo di vista la grandezza di ciò che Dio ci dona nell’Eucaristia.

Il nuovo tempio

Vorrei ora richiamare ancora, in modo molto breve, altre due linee di avvicinamento all’aspetto centrale della questione.

A mio avviso, una indicazione importante è data nella scena della purificazione del tempio, in particolare nella forma trasmessa da Giovanni.
In realtà Giovanni riferisce una parola di Gesù che nei Sinottici è presente soltanto durante il processo a Gesù sulle labbra di falsi testimoni e in modo deformato. La reazione di Gesù riguardo ai mercanti e ai cambiavalute del tempio era nella pratica un attacco contro le immolazioni di animali che vi erano presentati, dunque un attacco contro la forma esistente del culto del sacrificio in generale. È questo il motivo per cui le competenti autorità ebraiche gli domandano, con pieno diritto, con quale segno Egli giustifichi una tale azione che equivaleva a un attacco contro la legge di Mosè e le sacre prescrizioni dell’Alleanza. In proposito Gesù risponde:
“Distruggete (dissolvete) questo tempio e in tre giorni lo faro risorgere”
(Gv 2,19).

Questa sottile formula evoca una visione di cui Giovanni stesso dice che i discepoli non la compresero, se non dopo la Resurrezione, ricordandosi gli eventi, e che ricondusse a credere alle Scritture e alla Parola detta da Gesù (Gv 2, 22). Ora infatti comprendono che al momento della crocifissione di Gesù il tempio è stato abolito: secondo Giovanni, Gesù fu crocifisso esattamente nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano immolati nel santuario.

Nel momento in cui il Figlio si consegna in persona come agnello, vale a dire si dona liberamente al Padre e così (pure) a noi, giungono alla fine le antiche prescrizioni del culto, che non potevano essere altro che un segno delle realtà autentiche. Il tempio è distrutto. E ormai il Suo corpo risuscitato – Lui stesso – diventa il vero tempio dell’umanità, nel quale si svolge l’adorazione in Spirito e verità (Gv 4, 23). Ma Spirito e verità non sono concetti filosofici astratti – Lui stesso è la verità, e lo Spirito è lo Spirito Santo che da Lui procede.

In tal modo, anche qui appare con chiarezza che il culto non è sostituito dalla morale, ma che il culto antico giunge alla fine, con le sue sostituzioni e i suoi malintesi, spesso tragici, perché la realtà stessa, il nuovo tempio, si manifesta: il Cristo risuscitato che ci attiva, ci trasforma e ci unisce a Lui. Ed è di nuovo chiaro che l’Eucaristia della Chiesa – per parlare con Agostino – è sacramentum del vero sacrificium – segno sacro nel quale si produce ciò che è significato.

Il sacrificio spirituale

Infine vorrei segnalare molto brevemente una terza via secondo la quale è progressivamente diventato più chiaro il passaggio dal culto di sostituzione, quello della immolazione di animali, al vero sacrificio – alla comunione, alla offerta del Cristo.

Presso i profeti pre-esilici c’era stata contro il culto del tempio una critica estremamente dura, che Stefano, con stupito terrore dei dottori e dei sacerdoti del tempio, riprese nel suo grande discorso. segnatamente questo versetto di Amos: “Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni ne! deserto, o casa di Israele? Avete preso con voi la tenda di Moloc e la stella del dio Refan, simulacri che vi siete fabbricati per adorarli” (5,25, At 7,42). La critica dei profeti fu il presupposto interno che per mise ad Israele di attraversare la prova della distruzione del tempio, dell’epoca senza culto. Allora ci si trovò nella necessità di mettere in luce in modo più profondo e nuovo che cosa è il culto, l’
espiazione, il sacrificio. Al tempo della dittatura ellenistica, in cui Israele fu di nuovo senza tempio e senza sacrificio, il libro di Daniele ci ha trasmesso questa preghiera: “Ora, Signore, noi siamo diventati più piccoli dl qualunque altra nazione.., ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia. Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti dl montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a Te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto i! cuore, ti temiamo e cerchiamo il Tuo volto” (Dn, 37-41). Così lentamente maturò la scoperta che la preghiera, la parola, l’uomo che prega e diviene lui stesso parola è il vero sacrificio. A questo proposito la lotta di Israele poté entrare in fecondo contatto con la ricerca del mondo ellenistico: anche esso cercava il ripiego per uscire dal culto di sostituzione delle immolazioni di animali, per arrivare a un culto propriamente detto, alla vera adorazione. In questa prospettiva è maturata l’idea della loghikè tysia – del sacrificio consistente nella parola che noi incontriamo nel Nuovo Testamento in Romani 12,1, dove l’apostolo esorta i credenti ad offrire se stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Questo è indicato come loghikè latreia, come servizio divino secondo la parola, ragionevole. Sotto un’altra forma, troviamo la stessa affermazione in Eb 13, 15: “Per mezzo di Lui – il Cristo – offriamo a Dio continuamente un sacrificio di fede, cioè il frutto di labbra che confessano il Suo nome”.

Numerosi esempi, provenienti dai Padri della Chiesa, mostrano come queste idee furono sviluppate e divennero il punto di congiunzione tra la cristologia, la fede eucaristica e la traduzione pratico-esistenziale del mistero pasquale.

Vorrei solo citare, a titolo di esempio, alcune frasi di Pietro Crisologo, di cui si dovrebbe in verità leggere l’intero Sermone in questione per poter seguire questa sintesi da capo a fondo: “Singolare sacrificio, dove il corpo si offre senza il corpo, il sangue senza il sangue! Vi scongiuro, dice l’
Apostolo, per la misericordia di Dio, di offrire i vostri corpi come sacrificio vivente. Fratelli questo sacrificio prende ispirazione dall’
esempio di Cristo che immolò il Suo corpo, perché gli uomini abbiano la vita. Diventa, uomo, diventa il sacrificio di Dio e il suo sacerdote. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua promessa, non del tuo sangue.
Il fervore lo placa, non l’uccisione”.

Anche qui si tratta di tutt’altra cosa che di un puro moralismo, tanto l’
uomo vi è impegnato nel suo essere totale: sacrificio consistente nella parola. I pensatori greci avevano già messo questo aspetto in relazione al logos, alla parola stessa, indicando che il sacrificio della preghiera non deve essere un puro discorso, bensì la trasformazione del nostro essere ne logos, l’unione con Lui.

Il culto divino implica che noi stessi diventiamo degli esseri della Parola, che ci conformiamo alla Ragione creatrice. Ma è nuovamente chiaro che non possiamo ottenere tutto questo da noi stessi e così tutto sembra di nuovo finire nel nulla, fino al giorno in cui viene il Logos, il vero, il Figlio, fino al giorno in cui sì fa carne e ci attira a se stesso nell’esodo della croce.

Questo vero sacrificio, che ci trasforma tutti in sacrificio, vale a dire ci unisce a Dio, fa di noi degli esseri conformi a Dio, è certamente fissato e fondato in un avvenimento storico, ma non si trova come una cosa del passato dietro di noi; anzi diventa contemporaneo e accessibile a noi nella comunità della Chiesa, che crede e prega, nel suo sacramento: ecco che cosa significa il sacrificio della Messa. L’errore di Lutero si fondava – ne sono convinto – su un falso concetto di storicità, in una errata comprensione dell’unicità (ephapax). Il sacrificio di Cristo non si trova dietro di noi come una cosa del passato. Raggiunge tutti i tempi ed è presente in noi.

L’Eucaristia non è semplicemente la distribuzione di ciò che viene dal passato, ma più a fondo è la presenza dei mistero pasquale del Cristo che trascende ed unisce i tempi. se Il Canone romano cita Abele, Abramo, Melchisedec, annoverandoli tra coloro che celebrano l’Eucaristia, lo fa nella convinzione che anche in essi, i grandi offerenti, il Cristo attraversava i tempi, oppure meglio che nella loro ricerca essi camminavano incontro al Cristo.

La teologia dei Padri, così come la troviamo nel Canone, non nega l’
insufficienza dei sacrifici precristiani; però il Canone include, con le figure di Abele e Melchisedec, gli stessi “santi pagani” nel mistero di Cristo.

La conclusione è precisamente che tutto ciò che precedeva è visto nella sua insufficienza come ombra, ma pure die il Cristo attira tutta a sé, che vi è anche nel mondo pagano una preparazione al Vangelo, che anche elementi imperfetti possono condurre al Cristo, qualunque siano le purificazioni di cui hanno bisogno.

Il Cristo soggetto della liturgia

Vengo alla conclusione. Teologia della liturgia – questo significa che Dio agisce per mezzo del Cristo nella liturgia e che noi non possiamo agire che per mezzo Suo e con Lui. Da noi stessi non possiamo costruire la nostra via verso Dio. Questa via non è percorribile, eccetto il caso che Dio stesso si faccia la via. E una volta per sempre: le vie dell’uomo che non pervengono accanto a Dio sono delle non-vie.

Teologia della liturgia significa inoltre che nella liturgia il Logos stesso ci parla e non solo parla: viene con il Suo corpo, la Sua anima, la Sua carne, il Suo sangue, la Sua divinità, la Sua umanità per unirci a Lui, per fare di noi “un solo corpo”. Nella liturgia cristiana tutta la storia della salvezza, anzi tutta la storia della ricerca umana di Dio, è presente, viene assunta e portata al suo compimento. La liturgia cristiana è una liturgia cosmica -abbraccia la creazione intera che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19).

Trento non si ingannò, si appoggiò sul solido fondamento della Tradizione della Chiesa. Rimane un criterio affidabile. Ma noi possiamo e dobbiamo comprenderlo in un modo più profondo, attingendo alle ricchezze della testimonianza biblica e della fede della Chiesa di tutti i tempi.

Vi sono autentici segni di speranza die questa comprensione rinnovata e approfondita di Trento possa, in particolare tramite la mediazione delle Chiese di Oriente, essere resa accessibile ai cristiani protestanti.

Una cosa dovrebbe essere chiara. La liturgia non deve essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche. In questi ultimi decenni, congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica. spesso anche passando a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo.

La nostra partecipazione è certamente necessaria, ma come un mezzo per inserirci umilmente nello spirito della liturgia a per servire Colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo.

La liturgia non è l’espressione della coscienza di una comunità, che del resto è varia e cangiante. Essa è la Rivelazione accolta nella fede e nella preghiera e di conseguenza la sua norma è la fede della Chiesa, nella quale la Rivelazione è accolta. Le forme che si danno alla liturgia possono variare in relazione ai luoghi e ai tempi, così come i riti sono diversi.
Essenziale è il legame con la Chiesa che, a sua volta, è vincolata dalla fede nel Signore. L’obbedienza della fede garantisce l’unità della liturgia, oltre la frontiera dei luoghi e dei tempi e così ci lascia sperimentare l’
unità della Chiesa, della Chiesa come patria del cuore.

Infine, l’essenza della liturgia è riassunta nella preghiera trasmessa da S.
Paolo (1 Cor 16, 22) e dalla Didaché (10, 6) Maranà tha – il Signore viene – vieni o Signore!

Nella liturgia si compie già ora la parusia, ma questo avviene protendendoci verso il Signore che viene e precisamente insegnandoci ad invocare “Vieni Signore Gesù”. Ed essa ci fa sempre percepire ancora oggi la sua risposta e ce ne fa provare la verità: sì, vengo presto (Ap 22, 1 7-20).

(c) Il Timone

L’ultima lettera di Madre Teresa di Calcutta

Questa mia lettera porta l’amore, la preghiera e la benedizione della Madre per ciascuna di voi, perché siate soltanto tutte di Gesù attraverso Maria.

So che la Madre lo dice spesso – “Siate soltanto tutte di Gesù attraverso Maria” -, ma ripete questo perché è tutto ciò che la Madre vuole per voi, tutto ciò che la Madre vuole da voi. Se nel vostro cuore siete soltanto tutte di Gesù attraverso Maria, e se fate ogni cosa soltanto per Gesù attraverso Maria, sarete autentiche Missionarie della Carità.

Grazie per tutti gli auguri affettuosi che mi avete mandato in occasione della festa della Congregazione. Dobbiamo essere davvero grate a Dio, specialmente per averci donato lo spirito di Maria quale spirito della nostra Congregazione. L’amorevole fiducia in Dio e il totale abbandono a Lui fecero rispondere “Sì” a Maria al messaggio dell’angelo, e la gioia la spinse ad andare in tutta fretta a servire la cugina Elisabetta. Tutto questo è così simile alla nostra vita: dire “Sì” a Gesù e andare in tutta fretta a servirLo nei più poveri tra i poveri. Rimaniamo vicine a Maria e Lei farà crescere, in ciascuna di noi, questo stesso spirito.

Si sta avvicinando il 10 settembre*. Questa è un’altra opportunità per noi, di rimanere accanto a Maria, per ascoltare il grido di Gesù: “Ho sete” e risponderci con tutto il cuore. È soltanto con Maria che possiamo udire il grido di Gesù: “Ho sete”, ed è soltanto con Maria che possiamo ringraziare degnamente Dio per aver fatto un dono così grande alla nostra Congregazione.

L’anno scorso è stato il Giubileo d’oro del giorno dell’Ispirazione, e spero che tutto l’anno sia stato un anno di ringraziamento. Non giungeremo mai ad esaurire il dono fatto alla Madre, per la Congregazione, quel giorno, perciò non dobbiamo mai smettere di rendere grazie per esso. Che la nostra gratitudine si manifesti nella determinazione di saziare la Sete di Gesù con una vita di autentica carità: amore per Gesù nella preghiera, amore per Gesù nelle consorelle, amore per Gesù nei più poveri trai poveri – niente altro.

Sono venuta pure a sapere che Gesù ci vuole fare un altro dono. Quest’anno, il Santo padre proclamerà S. Teresa del Bambin Gesù “Dottore della Chiesa”, nel centenario del suo ritorno a casa da Gesù. Vi immaginate .solo perché ha fatto piccole cose con grande amore la Chiesa la proclama Dottore della Chiesa, al pari di S. Agostino e della grande S. Teresa! Proprio come nel Vangelo quando Gesù ha detto a chi stava seduto all’ultimo posto: “Amico, vieni più avanti”. Perciò, rimaniamo molto piccole e seguiamo la via di S.Teresina, quella della fiducia, dell’amore e della gioia, in modo da portare a compimento la promessa della Madre di donare santi alla Madre Chiesa.
Madre Teresa (ultima lettera da lei scritta alle consorelle Missionarie della Carità. La lettera è datata 5 settembre 1997, poche ore prima di morire)

* Il 10 settembre 1946, durante un viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il suo ritiro annuale, madre Teresa ricevette quella che lei chiamava “l ‘ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”: servire Gesù nei più poveri dei poveri.

Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza e martire contro il nazismo

Josef Mayr-NusserIl bolzanino Josef Mayr-Nusser era un semplice impiegato, padre di famiglia e cristiano fervente, il quale, durante gli anni della seconda guerra mondiale, quando i nazisti pretesero che giurasse fedeltà a Hitler, oppose un categorico no per restare fedele all’ideale che da sempre portava nel cuore: dare testimonianza al Vangelo (1). E fino alla morte volle dimostrare soprattutto a quanti rimanevano passivi o eseguivano acriticamente gli ordini, narcotizzando le proprie coscienze, la possibilità di scegliere Cristo e la bellezza di seguire il Vangelo anziché la follia nazista. Di fatto Josef morì il 20 febbraio 1945, nel carro bestiame di un treno che lo trasportava a Dachau.
Ci sono voluti molti anni perché quella storia uscisse dall’oblio, e la sua memoria inducesse la Chiesa a promuoverne la causa di beatificazione. Quello del bolzanino Josef Mayr-Nusser non è un caso raro. Molti altri cristiani, in luoghi e tempi diversi, con la stessa motivazione, fecero prevalere le ragioni del Vangelo su quelle della cieca obbedienza a Hitler (2), ma pochi hanno ricevuto sinora adeguato riconoscimento dalla Chiesa. Tra i pochi spicca Franz Jägerstätter, il contadino austriaco beatificato il 26 ottobre 2007.
Franz fu ghigliottinato perché, in nome dell’obbedienza a Cristo, si rifiutò di prestare servizio militare agli ordini di Hitler. E prima di morire vergò un testo che brilla nelle tenebre di quel periodo: Scrivo con le mani legate, ma meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile (3). Analoga fu la vicenda del martire Josef Mayr-Nusser e perciò anche di lui ora è stata avviata la causa di beatificazione (4).
Josef Mayr-Nusser, dirigente dell’Azione Cattolica
Nato a Bolzano il 27 dicembre 1910, da una famiglia di viticoltori profondamente religiosa e fortemente ancorata alle tradizioni, Josef Mayr-Nusser era il quarto di sette figli. Durante la guerra del 1915-18 perse il padre che, arruolato nell’esercito austro-ungarico, morì di colera. La situazione familiare lo costrinse a lasciare presto gli studi e a cercare un lavoro. Dopo varie esperienze, nel 1928 divenne cassiere presso l’impresa tessile Eccel, sempre a Bolzano. Richiamato alle armi nel 1931 dall’esercito italiano, trascorse 18 mesi nell’artiglieria di montagna, prima in Piemonte e poi in Sardegna. Congedato, riprese subito il lavoro alla Eccel e, proprio qui, conobbe Hildegard Straub, una segretaria con qualche anno più di lui, con la quale non solo frequentava i gruppi di Azione Cattolica (Ac) di Bolzano, ma intraprese anche un rapporto che diventò sempre più profondo grazie ai comuni interessi per le questioni di fede, di morale e, non da ultimo, per reagire all’inquietante ondata nazifascista che stava investendo l’Europa.
Fin dal 1933 Josef si era iscritto al neonato gruppo giovanile dell’Ac bolzanina, fondato da don Friedrich Pfister (5) e, nonostante l’indole taciturna, l’anno successivo fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento, grazie alla sua preparazione e alla profondità dei suoi interventi, che richiamavano con forza alla testimonianza. Nella lettera circolare del giugno 1934, inviata ai gruppi parrocchiali di Ac per ringraziarli della fiducia che gli avevano espressa, scriveva: L’organizzazione è necessaria, sì, più necessaria che mai in un periodo in cui il pensiero e l’operato del cattolicesimo sono gravemente minacciati da diversi internazionalismi come il liberismo, il bolscevismo, il capitalismo, l’imperialismo e così via, comunque essi si chiamino, quelle potenze delle tenebre che rifiutano di riconoscere valori più alti e sono volti totalmente alla vita terrena (6). E per andare incontro alle richieste di quei giovani che esigevano un cristianesimo più vivo e rispondente alle sfide dei tempi, intraprendeva una stretta collaborazione con don Josef Ferrari, il nuovo assistente spirituale dell’Ac, per tenere viva l’attenzione delle coscienze sui principali temi di attualità.
I due organizzavano incontri e dibattiti sulle questioni sociopolitiche del tempo e l’avanzare dei regimi autoritari in Europa – comunismo, fascismo, nazismo -, richiamando l’attenzione dei partecipanti sulla violenza intrinseca a quei regimi e sulla pericolosa idea che a una sola razza, quella ariana, spettasse il compito di reggere il mondo. Durante la Pentecoste del 1936, sicuro che il mito hitleriano nascondesse, dietro la cultura dell’unità, una fatale violenza, Josef tenne un discorso al convegno di formazione per i giovani dirigenti di Ac, nel quale, dopo aver esaminato il tema della leadership, denunciava, con evidenti riferimenti a Hitler, la dedizione cieca e assoluta verso un leader e sollecitava tutti a lasciarsi guidare unicamente da Cristo, nell’ascolto orante del Vangelo.
Con impressionante lungimiranza affermava: Dopo tutto il caos dei primi anni postbellici nella politica, nell’economia e nella cultura, vediamo oggi con quanto entusiasmo, anzi, spesso con dedizione cieca, passionale e incondizionata, le masse si votano ai leader. Ci tocca assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria. […] Senza dubbio possiamo considerarlo un sintomo che indica che ci avviciniamo a capovolgimenti di enormi dimensioni. E con l’usuale spirito combattivo domandava ai presenti: Siamo noi giovani cattolici in grado di distinguere correttamente questi segni di una nuova epoca? Siamo in grado di cogliere, per così dire, l’opportunità che oggi si offre al cattolicesimo? Più che mai nell’Ac di oggi è necessaria una cattolicità pratica, vissuta. Oggi si tratta di indicare di nuovo alle masse la guida che sola ha diritto al dominio e alla leadership illimitata: Cristo, il nostro “condottiero”. Non conta il successo esterno, perché, continuava, lo Spirito di Dio agisce di nascosto e avremo raggiunto molto se la nostra parola e il nostro esempio porteranno l’una e l’altro nella nostra sfera di azione un più vivo coinvolgimento nella fede. Quel che conta davanti a Dio non è il nostro successo esterno, che dipende tutto dalla sua grazia, ma la nostra volontà pura e giusta, se riusciamo a mantenerla nonostante tutti gli insuccessi (7).
Fondamenti dell’opposizione al male
Josef sentiva che qualcosa di terribile stava accadendo in Europa e, per questo, volle assumersi l’arduo impegno di scuotere le coscienze. “Forse è l’ultima volta che il Signore ci invita alla conversione, rendendo vane tutte le nostre speranze in un aiuto terreno. Respingerà il nostro popolo anche questa volta la mano piena di grazia dell’Onnipotente? Resterà esso ancora indurito e si chiuder di fronte alla Grazia?”, scriveva su Il Segno, settimanale della diocesi di Bolzano, per spingere i cattolici a schierarsi e a uscire dallo stato di torpore in cui erano caduti, per opporsi al dilagare dell’ideologia nazista, che per lui era del tutto opposta al Vangelo (8). Proprio in quegli anni cominciò a leggere sia Tommaso Moro, in particolare le lettere dal carcere scritte dopo essere stato condannato a morte per aver scelto di obbedire a Dio, anziché a Enrico VIII, il sovrano che voleva assumere il controllo della Chiesa inglese , sia Tommaso d’Aquino e la sua concezione cristiana del mondo, sia Francesco d’Assisi, che divenne l’ispiratore della sua attività a favore dei poveri all’interno della Conferenza di San Vincenzo (9) ai Piani di Bolzano, della quale nel 1937 assumeva la presidenza.
Per Josef, la testimonianza informava ogni aspetto della vita: egli riteneva che soltanto attraverso una testimonianza concreta fosse possibile stemperare i conflitti, ridurre le tenebre e incrementare lo splendore della verità. Così, mentre Hitler predicava l’odio razziale e l’eliminazione dei deboli, Mayr-Nusser in un articolo pubblicato il 15 gennaio 1938 su Jugendwacht, periodico della Gioventù Cattolica sudtirolese, parlando di san Giovanni Battista affermava: “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Si trovava fra due mondi: da una parte il mondo avviato al disfacimento, o meglio, al compimento dell’Antico Testamento, dall’altra l’inizio della nuova era cominciata con Cristo, la soglia del Nuovo Testamento. “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Poche parole. Quale compito! Testimoniare la luce, annunciare Cristo al mondo. Un’impresa che richiede coraggio. Intorno a lui il buio, orecchie sorde e tuttavia doveva dare testimonianza. “La testimonianza è allo stesso tempo il nostro compito e la nostra arma. […] Intorno a noi c’ il buio: il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. Ciononostante dobbiamo dare testimonianza e superare questo buio con la luce di Cristo, anche se non ci ascoltano, anche se ci ignorano. Dare testimonianza oggi la nostra unica arma efficace”.
E concludeva: “E’ un fatto insolito. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. E’ una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza”. Concetti ribaditi nella lettera alla Conferenza di San Vincenzo dello stesso anno: “Né denaro, né influenza, né cultura, né prestigio possono essere determinanti in una comunità che è una comunità di confratelli e per la quale vale una sola legge: quella dell’amore. […] Se il Salvatore stesso, l’Infinito, si chinato verso la nostra piccolezza, anzi ha fatto di noi i suoi fratelli, dovrebbe essere un dovere scontato per tutti noi servire i nostri fratelli in Cristo pieni d’amore (10).
La solidarietà verso il prossimo e la responsabilità del singolo di fronte alle minacce che si andavano prospettando nell’imminente futuro divennero per Josef l’obiettivo da raggiungere, ma anche la coscientizzazione da promuovere, per contrastare l’ondata di odio e di violenza che in quel periodo travolgeva l’Italia e specialmente il Sud Tirolo. Fin dal 1930, infatti, la popolazione di quella regione si era trovata tra due fuochi: da un lato la paura di un’assimilazione forzata all’Italia a motivo della politica di italianizzazione messa in atto dal fascismo (11), e dall’altro la suggestione di potersi liberare aderendo alla Grande Germania proclamata da Hitler. A risolvere il dilemma giunse l’intesa tra Hitler e Mussolini (23 giugno 1939), che prevedeva l’opzione. Ossia, i cittadini tedeschi ed ex-austriaci considerati tedeschi etnici (Volksdeutsche), che abitavano nel Sud Tirolo (12), potevano rientrare nel Reich entro il 31 dicembre 1942 o scegliere di rimanere nelle proprie terre.
Conseguenza: nonostante la propaganda fascista, il 69,4% dei cittadini scelse la Germania, l’11,9% l’Italia e il 18,7% rifiutò di dichiararsi (13). Tra questi ultimi – i cosiddetti non optanti – c’era Josef, il quale, ai primi del 1940, era entrato nell’associazione clandestina Andreas-Hofer-Bund, che si opponeva tanto alle ragioni pro-opzione, quanto all’ideologia nazista e fascista. E quando il flusso di sudtirolesi verso il Reich raggiunse quota 56.800, insieme ai militanti dell’Andreas-Hofer-Bund Josef andò di casa in casa per dissuadere quanti erano ancora indecisi se aderire alla follia di Hitler. Sicuro che optare non significasse risollevarsi, ma cadere ancora più in basso, egli cercò di far comprendere ai sudtirolesi il male nascosto tra le pieghe del sistema nazionalsocialista.
Le sue argomentazioni erano coraggiose e ineccepibili: Optare significa abbandonarsi alle tenebre, perdere la luce di Cristo, sostituire l’orizzonte della vita, della pace, della santità, con la follia distruttiva dell’impero. Ogni singolo uomo che oltrepassa il confine diventa un numero nelle mani del Führer, questo idolo terribile capace di sacrificare le masse per perseguire un fine preciso: impossessarsi del mondo e poter dire “è mio”. “Questo enorme potere della violenza in forte contrasto con il cristianesimo, come non capirlo!” (14). Le sue parole, come quelle degli altri membri dell’associazione, non rimasero inascoltate e, dopo il 1940, il numero degli optanti cominci a diminuire, anche per le notizie negative che giungevano da quanti si erano trasferiti in Germania, sicché alla fine i cittadini che lasciarono il Sud Tirolo furono 78.000.
Sulla strada di Dachau per amore di Cristo
Nel 1941 Josef veniva assunto dalla Ammon, una delle più importanti imprese di Bolzano, sempre con la mansione di cassiere, e nel maggio 1942 sposava Hildegard, l’amica di vecchia data che in quegli anni gli era rimasta sempre a fianco. Da quella felice unione il 1 agosto 1943, nel pieno della guerra, nasceva il figlio Albert. Purtroppo la situazione dell’Italia, dopo la caduta di Mussolini, andava peggiorando di giorno in giorno, finché, dopo l’armistizio dell’8 settembre, avvenne l’occupazione del centro-nord da parte dell’esercito tedesco. Il 10 settembre Hitler istituiva la Zona di Operazioni Prealpi che comprendeva il Sud Tirolo, il Trentino e il Bellunese sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. La maggioranza di lingua tedesca guardò con favore quella che a prima vista sembrava una liberazione dall’oppressione fascista, ma Josef, consapevole del peggio e non potendo accettare l’occupazione nazista, intensificò la sua presenza nell’Andreas-Hofer-Bund, senza però partecipare alle operazioni militari del gruppo, che nel frattempo si era alleato con i gruppi armati della resistenza partigiana e con le missioni degli Alleati in Svizzera.
Intanto l’esercito tedesco, indebolito da anni di combattimenti, aveva bisogno di uomini, e il Führer, nonostante le convenzioni internazionali vietassero alle potenze occupanti di arruolare nel proprio esercito uomini di un Paese occupato (15), impose l’arruolamento forzato a tutti quelli che in precedenza non avevano optato per il trasferimento in Germania. E così Josef, il 5 settembre 1944, si trovò arruolato nelle SS, nonostante fosse un cittadino italiano, e due giorni dopo partiva su un vagone bestiame con le altre reclute alla volta di Könitz, località della Prussia Orientale designata per l’addestramento, dove giunsero dopo quattro giorni di viaggio estenuante. Sistemati in un vecchio manicomio dismesso, cominciarono le tre settimane di addestramento al termine delle quali era previsto il giuramento a Hitler. Sicuro che mai l’avrebbe pronunciato, essendo l’ideologia nazista contraria alla propria coscienza e alla profonda fede in Dio che da sempre l’aveva guidato, il 27 settembre scriveva alla moglie, preparandola alle gravi conseguenze di tale rifiuto: soprattutto al dolore che la sua testimonianza cristiana avrebbe provocato a lei e al figlio.
Sentiva infatti che ormai l’impellenza di tale testimonianza ineluttabile: “due mondi si stanno scontrando. I miei superiori hanno mostrato chiaramente di rifiutare e di odiare quanto per noi cattolici vi è di più sacro e intangibile. Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza timori o esitazioni, secondo i dettami di Dio e della mia coscienza. […] Qualsiasi cosa possa avvenire, ora mi sento sollevato, perché so che sei preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non fallire nell’ora della prova” (16). Il 4 ottobre, al termine dell’addestramento, quando il maresciallo delle SS spiegava alle reclute il significato del giuramento di fedeltà al regime nazista “Giuro a te, Adolf Hitler Führer e Cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista”, Josef alzò la mano e dichiarò ad alta voce: “Signor maresciallo, io non posso giurare fedeltà a Hitler” (17). Il maresciallo, allibito, chiamò il comandante della compagnia e gli fece spiegare il motivo di tale rifiuto, che soltanto altri sei osarono compiere durante il nazifascimo. Mayr-Nusser in quel momento di grande tensione, sapendo che era giunta l’ora della testimonianza, rispose senza esitazione che lo faceva per motivi religiosi. Quindi, posta per iscritto tale decisione, confessava ai compagni spaventati per quel gesto: “Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non d’accordo con la loro ideologia nazista, allora le cose non cambieranno mai” (18).
Rinchiuso in una piccola cella, il 12 novembre riusciva a scrivere questa struggente lettera alla moglie: “Ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia nella tua lettera è quanto scrivi sul nostro amore. Sì, era veramente il primo amore, profondo, autentico. E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più intimamente, sono certo che questo amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza!”. E poi, ricordando la Messa della domenica nella piccola chiesa di St. Johann a Bolzano e i momenti di raccoglimento con gli amici più cari, continuava: “Ma quanto significa ora per me sapere che a casa ci sono uomini buoni e giusti che pregano per me! E’ davvero una grande e profonda consolazione. ‘Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né fuoco, né spada’! Mai finora ho avvertito così intensamente il significato di queste parole. Oggi, domenica, continuo a pensare come passerei questa giornata a casa con te e il bimbo nostro tesoro e questo ricordo mi riempie di malinconia. Ma la speranza ha un potere consolatorio indicibile e ci fa sopportare con pazienza anche l’insopportabile. Nella lontananza questi ricordi appaiono come immersi in una luce ultraterrena” (19).
Due giorni dopo veniva trasferito nel carcere di Danzica in attesa del processo, e qui le condizioni di vita si presentarono ancora più dure: sia per il poco cibo che trovava nelle razioni giornaliere, sia per il freddo pungente dal quale non riusciva a difendersi. Infine, nel gennaio 1945, giunse la sentenza del tribunale: condanna per disfattismo militare, avendo tentato di sovvertire l’ordine imposto dal regime. Per un tale reato era prevista la condanna a morte, ma le autorità competenti optarono per il trasferimento nel campo di Dachau. Perciò, all’inizio di febbraio Josef si ritrovò con altre 40 persone, accusate dello stesso crimine, sul carro bestiame di un treno che prima di raggiungere definitivamente Dachau, fece sosta nel campo di concentramento di Buchenwald. Rinchiuso per dieci giorni nel cosiddetto campo grande (20), insieme ai prigionieri di guerra russi e ai prigionieri politici, vide l’orrore degli ebrei spinti nelle camere a gas, confermandosi nella sua decisione: l’opporsi alla crudeltà del regime nazista in nome dei principi e dei valori del cristianesimo non solo era la cosa giusta da fare, ma rappresentava l’unico modo per non tradire la propria coscienza lasciando prevalere il male.
Quando il treno ripartì per Dachau le sue condizioni di salute erano gravissime. Debilitato dalla dissenteria e febbricitante, durante il viaggio non smise di leggere il Vangelo e continuò a pregare fino a che ebbe la forza di parlare. Poi, il 20 febbraio, durante una sosta alla stazione di Erlangen, i compagni di prigionia preoccupati per le sue pessime condizioni decisero di rivolgersi alle guardie che, impietosite, lo fecero ricoverare. Ci vollero tre ore di strada a piedi, sorretto dai prigionieri suoi compagni per raggiungere il più vicino ospedale ma, una volta arrivati, il medico nazista lo rimandò indietro affermando che non c’era pericolo di sorta (21).
Quella stessa notte Josef Mayr-Nusser moriva, a 35 anni, stringendo tra le mani il Vangelo, il messale e un rosario (22). Quelle, insieme al coraggio e alla fede, furono le armi della sua battaglia contro la dittatura hitleriana, nata e cresciuta sulle macerie di un mondo che non aveva saputo lottare contro la violenza, il silenzio e la cieca obbedienza. Uomo semplice e insieme autentico cristiano, Josef è uno di quegli obiettori di coscienza italiani che hanno riscattato, col sacrificio della propria vita, tutti gli altri italiani credenti in Dio o semplicemente dotati di morale naturale , che non alzarono il capo e preferirono rassegnarsi alla follia dei totalitarismi.
Perciò anche per lui valgono, esattamente come per Franz Jägerstätter, le parole che questi scrisse durante la sua prigionia: “A noi non resta che questa alternativa: o progredire sempre nel bene, oppure affondare sempre più nel male; impossibile rimanere immobili a lungo. Amiamo i nostri nemici, benediciamo coloro che ci maledicono, preghiamo per coloro che ci perseguitano. L’amore vincer e vivrà per sempre. Fortunati coloro che hanno vissuto nella carità divina e muoiono in essa”. E oggi si avvera quanto disse 60 anni fa, alla Messa esequiale per Josef, il suo amico e guida spirituale don Josef Ferrari: “Quando si scriverà la storia recente dei testimoni della fede e dei martiri sudtirolesi, il nome di Josef apparirà con onore tra i primi” (23).
padre Piersandro Vanzan, S.I., su “La Civiltà Cattolica”
1 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2000, 100.
2 Per conoscere i nomi di quanti, a costo della vita, si opposero al nazismo cfr, fra gli altri, H. Moll (ed.), Testimoni di Cristo. I martiri tedeschi sotto il nazismo, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2007; M. Gilbert, I Giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, Roma, Città Nuova, 2007; A. Palini, Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni, Roma, Ave, 2006; I. Gutman – B. Rivlin (eds), I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei: 1943-1945, Milano, Mondadori, 2005 (cfr, rispettivamente, Civ. Catt. 2005 IV 478-487; 2006 IV 366-373 e 515 s: 2007 IV 259-266 e 2008 I 50-59).
3 F. Jägerstätter, Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri scritti dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler, a cura di G. Girardi, Piacenza, Berti, 2005, 48. Cfr anche Civ. Catt. 2006 II 345-354.
4 Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo: Josef Mayr-Nusser, Roma, Pro Sanctitate, 2007, 97.
5 Per non attirare troppo l’attenzione delle autorità fasciste, gli incontri si tenevano nel convento dell’Ordine Teutonico di Lana, presso Merano, oppure nei monasteri benedettini.
6 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 30.
7 A. Palini, Voci di pace e libertà nel secolo delle guerre e dei genocidi, Roma, Ave, 2007, 204 s.
8 Ivi, 209; cfr anche J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 39-45.
9 Cfr ivi, 46-51. Notevole l’insistenza di Josef sulla fedeltà al carisma vincenziano, proprio della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, fondata da Federico Ozanam a Parigi nel 1833.
10 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 99-104.
11 Ricordiamo che il regime fascista aveva intrapreso una politica di degermanizzazione e stabilito un dominio culturale e linguistico fino al Brennero, proprio per ridurre al minimo la presenza e l’influenza tedesca. I sudtirolesi di madrelingua tedesca, spaventati da quell’assimilazione, non solo si erano rivolti alla Germania ma, dal 1936, avevano dato sempre maggiore consenso al partito nazista sudtirolese, ritenendolo l’unica via per salvare la cultura tedesca.
12 L’intesa riguardava le Province di Bolzano, Trento, Belluno e Udine.
13 Cfr A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 227.
14 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 44.
15 La Convenzione dell’Aia del 1907 consentiva a una forza di occupazione di reclutare uomini dai territori occupati soltanto per il servizio di polizia e non per azioni di guerra.
16 H. F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 110.
17 A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 234.
18 R. Iblacher, Non giuro a questo Führer. Josef Mayr-Nusser, un testimone della libertà di pensiero e vittima del nazismo, Bolzano, Sono, 2000, 171.
19 F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 111 s.
20 A Buchenwald c’era anche un campo piccolo nel quale si trovavano gli ebrei e tutti coloro che erano destinati alle camere a gas.
21 Una delle guardie, Fritz Habicher, rimase sconvolto dall’atteggiamento del medico nazista e dopo la morte di Josef dichiarò: In quel momento capimmo che non poteva essere un traditore (F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 87).
22 Il corpo di Josef rimase nel cimitero di Erlangen fino al 10 febbraio 1958, quando le spoglie furono trasferite a Bolzano e deposte nella chiesetta in periferia, a Lichtenstern/Ritten (Stella del Renon). Nel 1990, con l’approvazione del vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. Wilhelm Egger, cominciò l’iter per la causa di beatificazione e il 24 febbraio 2006 ne è stata ufficialmente aperta la fase diocesana. Nell’aprile 1980 il Consiglio comunale di Bolzano stabilì che il maso Nusser ai Piani di Bolzano fosse conservato a ricordo del locale testimone della fede. Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 94-98 e A. Palini, Voci di pace e di libertà, cit. 242-251.
23 Cfr rispettivamente F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 88 e J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 7

Bud Spencer: sono certo che la vita continua

Bud-Spencer«Con chi vorrei mangiare il mio ultimo pasto? Un bel piatto di spaghetti in compagnia di Gesù».

E’ stato un eroe del filone “Spaghetti western” insieme a Terence Hill, ora Bud Spencer in una recente intervista al giornale tedesco Welt am Sonntag a proposito del suo nuovo libro “Mangio Ergo Sum“, si confessa su temi intimi e molto delicati: il suo rapporto con la religione, con la fine della vita, l’aldilà.

Bisogno di Dio
«Nella mia vecchiaia avanzata ho bisogno della religione – dice l’86enne Carlo Pedersoli (questo il suo vero nome) – ho bisogno della fede. Credo in Dio, è ciò che mi salva – spiega –. Invece mi sono reso conto che è il nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore: lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota».

Errori e pentimenti
Bud ammette di non essere stato proprio un “santo” in vita. E solo ora riesce a rendersi conti di errori passati. «Ne ho fatti tanti errori, con le donne, gli amici, errori grossolani, follie. Ora che ho quasi 86 anni vedo tante cose in maniera diversa. La vita mi ha insegnato che sono altre le cose che contano».

La vita e la morte
“La morte non mi fa paura. Perché credo che non si muoia veramente. Le anime di coloro che sono morti rivivono e testimoniano la verità dell’universo. Per cui vedo il tutto con la più grande tranquillità. La vita non è nelle nostre mani. Prima o poi ci presenteremo di fronte al Padreterno, che sia quello cristiano o quello islamico. Non si può sfuggire. Da quando siamo nati, siamo in viaggio verso la morte”

“Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio”.

Non sono un eroe
Quella stessa dignità che gli porta a dire: «Non mi interessa un “addio” da eroe. Tra l’altro sono un uomo come tanti. La vita è una farsa, tanto fumo negli occhi, tante gioie ma anche tante delusioni. L’eroismo, nel mio caso, è un qualcosa di artificiale, una finzione. Il vero eroe è solo chi dà la vita per il suo Paese o protegge con un atto straordinario la sua famiglia. Io non sono uno di quelli».
Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Dio e il problema del male

Una delle più comuni difficoltà contro l’esistenza di Dio, e in particolare contro la Sua Provvidenza, è l’esistenza del male nel mondo.
Come si concilia l’esistenza di Dio con l’esistenza del male? Ecco il problema.
Vi è chi lo risolve negando semplicemente l’esistenza di Dio: ma erroneamente, perché l’esistenza di Dio è evidentemente provata, e la difficoltà di conciliarla con l’esistenza del male non dà il diritto di metterla in dubbio.
Vi è anche chi ha supposto che, accanto a Dio, principio del Bene, esista un essere maligno principio del male, indipendente da Lui e a Lui contrario; la terra sarebbe il teatro della lotta fra questi due primi princìpi. Ma anche questa soluzione (di non pochi antichi: Manichei, ecc.) è allo stesso modo erronea, perché non si può dare un essere che non dipende da Dio, il quale è necessariamente unico principio e creatore di tutto.

Altri, allora, pur ammettendo l’esistenza di Dio, ne hanno negato la Provvidenza, affermando che Dio non si interessa del mondo, avendo abbandonata a se stessa l’opera delle sue mani. Soluzione erronea anche questa, perché contraria agli attributi divini, specie al Suo amore per le creature, amore che è l’unica ragione della creazione.
Per altra via si deve dunque trovare la conciliazione tra l’esistenza di Dio e il fatto del male nel mondo. Per facilitare la soluzione del problema giova distinguere il male fisico e il male morale.
Il male fisico è dovuto all’essenza finita delle cose di cui si compone l’universo ed al corso normale e ordinario delle leggi della natura. Non ripugna quindi a Dio, come non ripugna il dolore che al male fisico suole accompagnarsi; il rendere l’uomo, e in generale l’animale, sensibile agli agenti nocivi è spesso mezzo provvidenziale per la conservazione della vita nella natura; la morte stessa degli individui è necessaria per dare posto alle nuove generazioni.
La colpa, poi, cioè il male morale, è effetto della manchevole volontà dell’uomo: essa non è voluta da Dio, ma solo permessa, perché Dio vuole che liberamente lo rispettiamo e lo amiamo e non vuole fare violenza alla nostra volontà.

Ma, si osserva, Dio non potrebbe, con la Sua Provvidenza, impedire il male? E se lo può, perché non lo impedisce?
Sì, parlando in termini assoluti, lo potrebbe impedire e se, nonostante questo, lo permette, vuol dire che nella Sua infinita sapienza vede che è meglio permetterlo. Senza volere penetrare più in là di quel che alle nostre deboli forze è concesso (S. Paolo esclamava: O altezza della scienza di Dio: Come sono imperscrutabili i Tuoi giudizi!  Ep. ad Rom., 11, 33), abbiamo dalla ragione, e più ancora dalla fede, gli elementi per rispondere alla domanda.

L’immortalità dell’anima ci dona la certezza naturale (confermata dalla fede) di una vita futura ed eterna, alla quale la vita presente è ordinata e nella quale i desideri del nostro cuore saranno soddisfatti, a meno che la giustizia non esiga la pena del male da noi compiuto. Alla luce di questa verità, per cui la vita dell’uomo si inizia nel tempo ma si continua nell’eternità, deve essere risolto il problema del dolore, che acquista, nella Provvidenza divina, una mirabile finalità. Il dolore, innanzi tutto, distacca l’uomo dalle cose terrene e lo avvicina a quelle eterne; se, nonostante le frequenti infelicità della terra, così pochi pensano all’eternità, quanti sarebbero quelli che si ricorderebbero del loro ultimo fine, se nella vita non vi fossero che gioie? Inoltre, il dolore fa sì che l’uomo possa espiare: chi, nella vita, non ha mai trasgredito la legge del Signore? L’infinita misericordia di Dio è sempre disposta a perdonare, ma la Sua giustizia esige una riparazione, un compenso per l’ordine morale rovesciato, e il dolore ristabilisce quest’ordine purificando l’anima che si è ribellata a Dio. Infine il dolore santifica, perché attraverso la prova del dolore l’uomo si merita quella felicità eterna che Dio vuol donarci quale premio da conquistare col sacrificio e con la lotta, sostenuti dalla pace della coscienza e dalla gioia del cuore con cui Dio conforta il giusto nelle pene della vita.
Così la ragione, ed assai meglio la fede, mostrano nel dolore la paterna Provvidenza di Dio che “non turba mai la gioia dei Suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande” (Manzoni).

Claudio, sei innamorato di una donna

Mi chiamo Claudio, sono qui per presentarvi la mia storia: ho un vissuto di omosessualità e già sin dalla pubertà, quando la sessualità ha cominciato a risvegliarsi, io ero attratto dagli uomini e non dalle donne. Questo inizialmente mi ha causato difficoltà, preoccupazioni, mi sono detto: “Ma cos’è questa cosa?”. Avrei voluto 20 anni fa ascoltare una conferenza come questa così avrei capito meglio, però in quel momento ero solo con queste mie preoccupazioni e crescendo, a 11/12/13/14 anni trovavo rifugio nella pornografia e nella masturbazione, lì mi costruivo il mio mondo immaginario e mi distaccavo dalla realtà degli altri. Ero una persona socievole, allegra, avevo degli amici, però avevo molta vergogna e paura che gli altri potessero sapere che in fondo io coltivavo pensieri, tendenze omosessuali.

A 15 anni ho racimolato tutto il coraggio che avevo a quell’epoca e sono andato a parlare con una persona, un responsabile spirituale; dopo avergli condiviso questa mia preoccupazione lui mi ha citato qualche versetto biblico dicendomi: “Questa cosa non è da farsi….” e mi ha lasciato andare. Non mi ha aiutato, mi trovavo in un vero e proprio conflitto e non capivo che cosa potevo fare; crescendo sentivo sempre di più questo richiamo “devi accettarti così come sei”, ma io non accettavo queste tendenze che c’erano dentro di me.  All’età di 19/20 anni io coltivavo sempre la pornografia e non osavo passare ai fatti; ad un certo punto ho fatto un pensiero che mi ha marcato: “Adesso tu devi essere onesto con te stesso, basta con la pornografia, adesso devi passare all’azione, tu sei un omosessuale, vivi quello che tu pensi, quello che c’è nella tua mente.”

Così ho cominciato ad avere contatti sporadici con uomini, cercavo un appagamento, cercavo quello che in fondo avevo sempre coltivato nelle mie fantasie sessuali, ma non lo trovavo.  Così dopo circa un anno sono arrivato ad un punto in cui mi trovavo in una vera e propria trappola, da un lato mi dicevo: “OK, se ho tendenze omosessuali dovrei accettarmi, cercarmi un compagno, il principe azzurro e poi vivere la mia vita”, dall”altro lato questi contatti che avevo avuto mi avevano fatto capire che io stavo cercando qualcosa, non amavo le persone con cui avevo avuto contatti sessuali, non volevo una relazione con loro, non volevo vivere una vita insieme a loro, volevo sesso, volevo qualcosa che io non avevo.

Il sesso era dunque diventato un appagamento e con questo io desideravo la loro mascolinità, la loro forza, desideravo la loro sicurezza in sè stessi, la loro bellezza fisica però il dramma era che loro volevano la stessa cosa da me, mi sono reso conto che vivevo una realtà in cui ognuno voleva solo prendere e dopo ogni contatto sessuale mi sentivo peggio di prima, mi sentivo più vuoto.

Io già a quell’epoca ero credente, amavo Dio, leggevo la Bibbia, e dopo queste esperienze con gli uomini avevo letto il versetto di un Vangelo in cui Gesù dice: “Io sono venuto per darvi la vita in abbondanza”, e al punto in cui io ero arrivato mi sono detto: “Se quello che c’è scritto in questo Vangelo è vero, io lo voglio.” E così ho gridato a Dio, io non riuscivo ad uscire da questa trappola, non sapevo cos’altro scegliere, dovevo accettarmi come omosessuale, ma non volevo e non avevo altre scelte; così non mi era rimasto altro che gridare a Dio e ho detto: “Aiutami! Non vedo una via d’uscita.”

Poi in seguito ad alcune circostanze ho cominciato a conoscere della letteratura (a quell’epoca non c’era ancora niente in italiano) che parlava di persone che avevano intrapreso un cammino e che erano uscite dall’omosessualità e per me si è aperto un nuovo mondo. Mi sono detto: “Allora non sono obbligato ad accettare questa mia condizione, posso sperimentare qualcosa di diverso.”  Così ho potuto addentrarmi un po’ nella materia, conoscere persone che non predicavano il solito messaggio “Accettati così come sei che poi andrà tutto bene”.e da lì è stata una continua crescita. Ho potuto capire cosa c’era dietro la mia tendenza omosessuale, ho capito cosa io ricercavo nell’omosessualità. In breve, io cercavo la mia mascolinità. La relazione con mio padre era conflittuale, già da piccolo vedevo i miei genitori che litigavano, mio padre era una brava persona, era debole di carattere ma anche piuttosto autoritario e quello che mi ha maggiormente marcato era il modo in cui faceva soffrire mia madre.

Io mi ricordo che da piccolo notavo queste tensioni in famiglia e avevo fatto dei pensieri che poi erano diventati delle vere e proprie decisioni, nel mio cuore di bambino, vedendo come mio padre faceva soffrire mia madre, avevo deciso: “Se essere uomo significa far soffrire una donna, se essere uomo significa essere cattivo, dominante, insensibile, allora io non voglio essere uomo.” E da lì la mia mascolinità non si è sviluppata , io non ho coltivato questa relazione con mio padre .

Dall’altra parte mia madre era una persona molto emotiva, costretta alla sottomissione, ed io soffrivo tanto per questa situazione, mia madre letteralmente piangeva sulle mie spalle ed io non ero pronto ad accogliere queste sofferenze ed è subentrato un altro pensiero: “Io non riuscirò mai ad amare una donna perché le donne hanno dei bisogni troppo grandi affinchè io possa soddisfarli.” Io credevo che non sarei mai stato capace di amare una donna. Così ho capito che in seguito a queste situazioni che avevo assorbito in famiglia, alla interpretazione che io ne avevo dato, cercavo la mascolinità che non avevo lasciato emergere nella mia vita.

Dopo aver capito queste cose ho potuto riconciliarmi con me stesso, accettare la mia mascolinità, imparare ad avere buone amicizie maschili, mi sono riconciliato con mio padre, ho potuto riallacciare questo legame che dovrebbe essere un legame benedicente, ho potuto riconciliarmi con mia madre avendo un buon distacco e non una simbiosi che si protrae anche nella vecchiaia.

Poi all’età di 26 anni è successa una cosa strana, mi sono innamorato di una bellissima ragazza e per me era qualcosa di nuovo. Io non ero mai stato attratto dalle donne e ho cominciato a sentirmi confuso proprio come un quattordicenne alle prime armi e mi sono dovuto arrendere e dire: “Claudio, sei innamorato”. Ho dovuto ammettere a me stesso che c’era qualcosa di nuovo che stava nascendo in me, e con non poche difficoltà abbiamo coltivato questa relazione, è stato molto difficoltoso dal punto di vista dei ruoli (non consiglio a nessuno un fidanzamento come il nostro!) , capire chi ero io, chi era lei , ma devo dire che è stato anche molto costruttivo, mi ha molto aiutato, così dopo 2 anni ci siamo sposati, abbiamo formato una famiglia e sono grato a Dio di come mi ha aiutato e mi ha accompagnato fino ad oggi .

Riassumendo, il mio cammino è consistito nel non coltivare l’omosessualità, perché potevo benissimo andare avanti come omosessuale, ma piuttosto nel coltivare quella eterosessualità che io consideravo inesistente, ma che in fondo era latente, era addormentata, era rimasta bloccata ad una certa età e così ho potuto esplorare quest’altra parte di me.

La gioia, nonostante un figlio in cielo

foto_cieloLa vera perfezione e’ quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze

Bianca e il suo sorriso. Trentaquattro anni di scanzonata “toscanita’”, e se ti specchi nei suoi occhi verdi, guardandovi molto bene dentro, noti una luce particolare. La luce di chi ha vissuto tanto, nonostante la giovinezza anagrafica, di chi ha gia’ fatto i conti non solo con la vita, ma persino con la morte. La morte di un figlio, il terrore di chiunque, l’unica cosa in grado di spezzarti a meta’, di creare una linea di confine tra un “prima” e un “dopo”. Lei questo viaggio l’ha fatto, l’ha vissuto al cento per cento. E allora perché questo sorriso? Ce lo racconta con la pace di chi ha già tirato le somme, e non si è trovato in credito: “Gabriele era affetto da una grave forma di ascite fetale. Curato nel grembo materno con ben dodici paracentesi (drenaggi di liquido dall’addome, ndr), arrivato spontaneamente al parto per vivere 34 giorni, alternando momenti critici a momenti di relativo benessere che lasciavano sperare. Nonostante la sua situazione ad un certo punto sembrasse sotto controllo, il suo cuoricino ha ceduto e una crisi cardiaca l’ha riportato al Padre, il 27 luglio del 2007”.

Bianca è sposata da dieci anni con Alessandro, carabiniere paracadutista. Insieme hanno consacrato il loro amore davanti a Dio, insieme hanno accolto Vanessa che oggi ha otto anni, insieme hanno superato molti momenti di apprensione nelle varie partenze di Alessandro per le missioni di pace. Insieme hanno desiderato la seconda gravidanza, poco più di cinque anni fa. All’inizio tutto procedeva bene, ma all’ecografia strutturale la doccia fredda. Da quel momento in poi il viaggio si è fatto molto duro. Il rifiuto categorico dell’aborto, l’approccio con un ginecologo di grande umanità che ha donato a Bianca non solo la sua abilità tecnica, ma un amore paterno che l’ha aiutata a non perdere mai il senso di quella gravidanza e della vita di suo figlio.

Insieme hanno spiegato alla loro primogenita, di allora soli tre anni, che quel fratellino tanto desiderato aveva una missione speciale, più speciale di quelle del suo papà, e che doveva avere tanta pazienza e tanta forza. “Per lei non è stato semplice – spiega Bianca – soprattutto perché è riuscita a vedere suo fratello di sfuggita solo una volta, il giorno prima che il suo cuoricino cedesse. Noi non sapevamo che l’avremmo perso. A posteriori, ho visto questo come un grande dono di Dio per Vanessa. Avrebbe potuto non vederlo mai vivo, sarebbe stato terribile…”.

La piccola è cresciuta forse un po’ in fretta, ma come tutti i fratelli di bambini speciali, è una “sorellina speciale” anche lei. A scuola dà a tutti i suoi compagni “lezioni di paradiso”, ha una risposta profonda per ogni quesito particolare, una sensibilità insolita per una piccola di quella età.

Bianca e Alessandro, subito dopo il trauma della perdita hanno avuto il privilegio di poter credere in Dio nonostante l’inevitabile dolore… “Ero con un gruppo di persone in una chiesa – racconta Bianca – mi sentivo infinitamente triste e piena di dolore, in quel momento avrei voluto solo andare via. Ho incollato i miei occhi al crocifisso e ho scoperto di provare rabbia. Proprio in quel momento, un ragazzo di nome Maurizio si è avvicinato a me, e quasi leggendomi nel pensiero, mi ha detto: “Piangi, se ne senti il bisogno. Nessuno ti giudica, qui”. Ho iniziato a piangere, e pian piano la rabbia è andata via. Dio non era cattivo, io ero la sua bambina, lui avrebbe guarito ogni ferita e così è stato. Siamo rinati. Eravamo travolti dal mondo, dentro un vortice di materialismo, nella pretesa di avere un figlio perfetto, tentati all’idea di scartare un figlio con eventuale handicap. Invece Gabriele ci ha guarito da questo perfezionismo: lui era perfetto nell’amore, e abbiamo capito che la vera perfezione è quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze. Lo avremmo voluto comunque fosse. Oggi quando guardo un bambino con problemi, vedo solo la luce nei suoi occhi, ed è una luce particolare”.

Bianca è luminosa, quando parla di Gabriele. Ha la maturità di chi sa bene cosa significhi “morte”. Bianca non racconta favole, non parla di suo figlio come di un angioletto custode, ripete sovente: “mio figlio è tre metri sotto terra con il corpo, è in paradiso con lo spirito”. Non blatera di “presenze” e “voci dall’aldilà”, non trasforma lo spirituale in spiritismo, conosce la differenza tra il bene e il male; la sua fede naturale ha trovato sapienza attingendo dalle Scritture, ed è una fede concreta. Bianca guarda al futuro con gioia, con speranza. E Bianca sorride ancora, carezzando suo terzo figlio, Michele, arrivato dopo suo fratello…

Sabrina Pietrangeli è presidente de La Quercia Millenaria Onlus 

Perche’ crediamo in Dio?

Una domanda tuttaltro che scontata! Questa pone le sue radici nella storia stessa delluomo che da sempre si è dimostrato interessato alla ricerca delle radici della propria esistenza.
Perché?
Perché ogni uomo desidera raggiungere la felicità, la vita piena, lamore, perché tutti gli esseri umani in quanto finiti si scontrano con linevitabile e inspiegabile morte, perché la vita pur essendo bellissima è anche segnata dal male (ingiustizia, violenze, menzogne). Linsieme di queste realtà ha posto da sempre luomo dinanzi ad alcune fatidiche domande esistenziali.

Chi ci ha creati? Perché viviamo? Dove andremo?
Domande che trovano la loro risposta solo in Dio.
Mentre l’umanità dalle sue origini, guidata dalla ragione che la fede confermava, ha affermato l’esistenza di Dio e gli ha sempre innalzato altari e templi, ed anche l’umanità di oggi, ove la violenza non lo impedisce, manifesta la sua comune credenza in Dio, non sono mancati e non mancano pensatori che negano l’esistenza di Dio: da Democrito, che per primo pronunciò la frase fatale: Non est Deus naturae immortalis agli odierni negatori di Dio e suoi avversari.
Da qui nasce lesigenza di una risposta apologetica, sia per confutare l’avversario, sia per confermare il credente di fronte al dubbio imprudente che talora può affiorare alla sua coscienza nelle alterne vicende della vita.

Perché crediamo in Dio?
Di don Tullio Rotondo
Crediamo in Dio perché Dio stesso ci attira a sé e ci si vuole far conoscere; ecco la verità principale: Dio ci attira alla conoscenza di Lui stesso.
Se non ci accorgiamo di questo è perchè non vediamo siamo ciechi in certo modo.

Ora, attraverso queste mie parole e poi anche più generalmente Dio ti vuole attirare a conoscere Lui. Il punto è che noi siamo chiusi, il punto è che noi non ci accorgiamo del Signore che ci parla, siamo chiusi alla luce che Egli ci dona, abbiamo bisogno del Maestro che ci guida a conoscere come Dio ci parla e che ci fa conoscere veramente Dio: e questo Maestro è Gesù.

Con il peccato originale la nostra intelligenza si è oscurata e noi abbiamo difficoltà a salire a Dio che è Luce, abbiamo difficoltà a ricevere questa Luce, facciamo scudo alla luce divina.

Come facciamo scudo?
Anzitutto appunto con il disordine interiore che è in noi, con la mancanza di preghiera, con la mancanza di lettura delle S. Scritture, con linsincerità, con lattaccamento ai piaceri del senso (piaceri della gola e sessuali soprattutto); il Signore ci attira a diventare spirituali e noi invece rimaniamo carnali. La conoscenza di Dio implica partecipazione, in certo modo, alla vita di Dio; il Rivelarsi di Dio a noi implica anche un certo nostro modo di vivere, implica una certa nostra perfezione.
Rifletti
Anzitutto tu vivi sempre secondo la verità che porti nellintelligenza, agisci sempre secondo la verità che la tua coscienza ti presenta?
Sei coerente con quello che dici, sei coerente con le tue idee?
Usi un doppio giudizio quando giudichi gli altri e quando giudichi te?
E la tua coscienza, la tua intelligenza su quali verità si basa?
Chi ti ha insegnato quelle verità?
Dio ti attrae a Cristo, ma forse tu non te ne rendi conto, sei immerso nelle cose del mondo, Dio ti attrae a visitare i santuari, a visitare i luoghi nei quali Dio stesso ha operato prodigi ma noi tante volte ce ne stiamo nelle nostre case o nei nostri ambienti e ci lasciamo guidare da altri dei, da altri maestri.

A chi credi?
A quali persone presti la tua fede?
A chi hai prestato fede nel tuo studio a professori che ti hanno riempito la testa di affermazioni atee o agnostiche?
Considera che oggi ateismo, agnosticismo e anticristianesimo sono praticamente diffusissimi, tu probabilmente sei una persona che ha avuto falsi maestri di questo genere. Ti devi depurare, devi cambiare, devi prenderti i veri maestri, anzi il vero Maestro: Gesù!
Dio ti vuole donare la conoscenza di Lui stesso, come ha fatto con tanti santi che poi hanno fatto grandi miracoli pensa a S. Pio da Pietrelcina, pensa a s. Francesco, a s. Caterina.

Hai mai preso parte a un fatto miracoloso?
Sei mai stato alla s. Messa?
Hai mai fatto un ritiro nel silenzio, passando qualche giorno in preghiera?
Lo sai che il demonio esiste?
Sei mai stato ad una preghiera di liberazione?
Ecco Dio vuole farti fare esperienza della sua potenza, devi destarti dal “sonno stanco dell’anima” e muoverti, perchè la cosa più importante in questa vita è conoscere Dio amare Dio, conoscere Cristo Dio uomo!!
Ecco la cosa più importante nel mondo è conoscere Dio e amarlo!
Vedi Dio vuole che tu lo metta al primo posto nella tua vita, allora ti si fa conoscere particolarmente! Nota che conoscere Dio non arreca un vantaggio a Dio nella sua divina natura, Egli è sommamente perfetto. Conoscere Dio è necessario a te, per il tuo bene. Ecco, dunque, Dio ti sta parlando attraverso queste mie parole, ti sta attirando a fare questo cammino verso Lui . Considera che il cammino in Cristo Dio è un cammino di fede : Dio stesso vuole donarti questa fede e tu devi fare la parte tua per riceverla; camminare nella fede significa appoggiarsi e obbedire a Cristo anche se talvolta non riusciamo a capire perché ci dice, camminare nella fede non è vedere tutto con chiarezza, il vedere con chiarezza ci sarà nella visione beata, nel Cielo, ma oggi vediamo nello specchio e attraverso enigmi.
Sappi però che più cresci nel cammino di fede, più vivi nella volontà di Dio in modo perfetto, più il Signore ti si manifesta, come accadeva s. Pio da Pietrelcina, a s. Caterina da Siena, a s. Brigida etc.
Dunque : sei pronto iniziare? Dio ti sta attraendo. Ma anche il mondo, satana, la tua carne ti attraggono, Dio verso la conoscenza di sé e verso la santità ; satana, il mondo e la carne ti spingono al peccato, alla incredulità, allagnosticismo.
A te la scelta tra le due vie. Forse finora ai scelto sempre la seconda e se è così sappi che la tua inclinazione abituale è cattiva, devi farti forza e il Signore ti dà questa forza. Dio ti dà tutto in Cristo: luce intelettuale, sapienza, carità:
Ricordati: conoscere Dio e amarlo in Cristo dipende da te.

 

Lourdes, miracoli tra fede e scienza

Padre Laurentin, qual è il primo miracolo di guarigione avvenuto a Lourdes?
«Tra coloro che si recano alla grotta il 1° marzo 1858, quando le apparizioni sono ancora in corso, c’è Catherine Latapie, di Loubajac, una rude e povera paesana, per niente devota. Due anni prima, cadendo da una quercia, si era slogata il braccio: due dita erano rimaste piegate e paralizzate, l’arto non si era più ristabilito e la donna non poteva più filare né lavorare a maglia. Catherine aveva sentito parlare di quella fonte che a Lourdes confortava i malati. Arriva rimorchiando due dei suoi figli, mentre un terzo è già pesante e vivace nel suo grembo. Alla grotta prega e poi si avvicina alla fonte. Immerge la mano e le dita paralizzate e contorte si sciolgono e riacquistano la loro mobilità: riesce per la prima volta a congiungere le mani in preghiera. Ma ecco che la donna avverte un forte dolore al ventre. Sono le doglie del parto. Lei prega: «Santa Vergine, fatemi prima tornare a casa». I dolori cessano e Catherine può far ritorno a Loubajac, dove partorisce tranquillamente. La sua guarigione sarà una delle sette riconosciute come miracolose dall’inchiesta del vescovo. È in assoluto la prima delle guarigioni di Lourdes».

Furono davvero accurate le indagini sulle prime segnalazioni di miracoli e di grazie?
«Nei libri che ho pubblicato su Lourdes, ho fatto l’edizione completa dei testi della commissione voluta dal vescovo che ha portato al riconoscimento delle apparizioni, ho reso disponibili tutti i referti. Il professor Vergez, dopo aver esaminato innumerevoli casi ha selezionato i sette più rappresentativi e li ha approfonditi e studiati. A quel tempo non c’erano le radiografie né gli strumenti diagnostici oggi disponibili. C’era soprattutto il metodo clinico, l’osservazione. Grazie ai metodi tradizionali è stato possibile arrivare a un giudizio che è stato successivamente sottoposto a luminari e accademici di fama internazionale. Tutti hanno ammirato la qualità clinica del lavoro del dottor Vergezs, soddisfacente per l’epoca (�). Nel valutare oggi i miracoli avvenuti nel passato si dice sempre che manca questo o quel test. A Lourdes funziona, come è noto, il Bureau Medicale, l’ufficio medico, che analizza le segnalazioni di grazie ricevute dai malati giunti in pellegrinaggio».

Quali caratteristiche deve avere una guarigione per essere considerata miracolosa dal «Bureau Medicale» di Lourdes?
«Deve essere istantanea, completa e duratura. Il Bureau lavora in modo molto serio. Oggi molte cose sono cambiate. Il Novecento è stato il secolo dello scientismo che affermava: non c’è Dio e non c’è miracolo, la scienza sa tutto e può escludere la possibilità di un miracolo, dunque non c’è intervento esterno di Dio. Di fronte a questa posizione, il ragionamento della Chiesa è stato il seguente: fondiamo un solo miracolo in modo scientifico, facciamo presente che per uno dei casi c’era in ballo una malattia disperata, con una diagnosi senza speranza, e che la guarigione è stata immediata, completa, riscontrabile. E come conclusione affermiamo che questa guarigione non è scientificamente spiegabile da parte della scienza. Così lo scientismo viene ribaltato, confuso. Ma il miracolo è qualcosa di molto complesso, di misterioso. E non sta alla medicina dire se l’azione di Dio si manifesta o non si manifesta. La persona di Dio, la sua azione non si manifesta soltanto per il carattere straordinario e inesplicabile del fenomeno, ma anche nell’effetto interno all’anima. Il miracolo sono i frutti spirituali e molti segni che appartengono all’ordine della fede non interessano la medicina».

Riflessione per la guarigione della paura

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete!” (Is.35)

1 – LA PAURA
Come nasce la paura nell’uomo “Ho udito il tuo passo in giardino: ho avuto paura”. (Gen. 3,10)

2 – TIPI DI PAURA
Paura di Dio: Ho avuto paura perché sono nudo. (Gen.2,10)
Paura degli uomini: Non temete coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma chi ha il potere di buttarvi anche nella Geenna… Paura della morte: Gesù ha vinto la morte.

3 – COME SUPERARE LA PAURA
DI DIO
“Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. (Gen. 3,21)
Dio mi riveste della pelle dell’Agnello, Gesù. Gesù è misericordia. Non Temere!”

DEGLI UOMINI
La comunione con Dio mi fa ritornare all’adorazione di Dio e alla gioia- fierezza di testimoniarlo ovunque. La comunione con Lui mi fa cogliere la vera essenza della creazione, dell’altro come dono di Dio.

DELLA MORTE
Gesù ha vinto la morte. Quando siamo stati partoriti alla terra, la mamma non mancava. Era lì che ci partoriva per mostrarci a papà. Perché pensare che Chi mi partorisce alla vita di Dio, Gesù non sia lì nel momento della morte per partorirmi al cielo e mostrarmi a Papà Dio?

“Ecco tuo figlio, Padre. Tu me l’hai dato. Io te lo riconsegno. Non è andato perduto.” (Gv 17)

SVOLGIMENTO DEI VARI PUNTI DELLO SCHEMA

1 – La Paura

“Ho udito il tuo passo in giardino: ho avuto paura” (Gen. 3,10) Quando, dove, come e perché nasce la paura nell’uomo? Nasce nel giardino dell’Eden. Il luogo della originaria bellezza, il luogo della comunione, dell’amore, dell’estasi della creatura del proprio Creatore, il luogo della pienezza, del perfetto compimento, il luogo dove “stare insieme” è per Adamo un grido di gioia: “E’ carne della mia carne, e osso delle mie ossa.” In altre parole Adamo dice a Dio: “Che creatura meravigliosa, Signore, mi hai messo accanto! La chiamerò donna.”

Anche noi possiamo provare la gioia dell’altro: il nostro uomo, la nostra donna. Può essere una vera FESTA, ma nel nostro di giardino, quando amiamo, abbiamo paura che tutto finisca. Ci sentiamo attaccati dentro e fuori da tante insidie, inquietudini. E in queste nostre irrequietezze si insinuano molti falsi profeti, i venditori di separazione.

Nel giardino dell’Eden, dove tutto era originario e bello, qualcosa è andato a male lo stesso, ma sappiamo anche perché: perché Adamo ed Eva hanno accolto il venditore di separazione e si sono trovati separati dalla comunione con Dio e separati tra loro. Il Bugiardo e Omicida sin dall’inizio, come dice la scrittura, li inganna e li uccide proprio nell’amore e fiducia in Dio, e viene a mancare loro la gioia di camminare insieme a Lui.

Quando noi abbiamo fiducia di qualcuno, camminiamo volentieri assieme a lui per le strade della città, delle nostre vacanze. Ovunque. Se non ci fidiamo più di lui, a ragione o a torto, non andiamo più a fare un giro insieme neppure in cortile. Se ne sentissimo i passi dietro l’angolo, cambieremmo addirittura strada.

Adamo ed Eva quando sentono i passi di Dio in giardino cambiano strada.

Hanno paura. In realtà, credo che la loro paura non stesse tanto nell’udire i passi di Dio, ma nella loro perduta capacità di riconoscerli nel cuore e di gioirne . Hanno paura del sentirsi privi di un qualcosa che prima avevano e che dava il gusto di tutto, il senso di tutto. Ora che più che mai hanno bisogno di Dio Papà che li tolga da una brutta situazione, si rendono invece conto di non avere più il gusto di raccontargli le cose, di essere famiglia con lui. Dev’essere stata un’esperienza drammatica. Tutto era nuovo nel giardino dell’Eden, quindi anche questo loro senso di privazione, anche la paura del loro senso di privazione, e la paura della paura del loro senso di privazione.Dev’essere stata una vera e propria esplosione atomica nella vita dell’anima e del corpo. Panico. Non rimaneva che scappare da quell’inferno.

Ci provano e vanno a nascondersi. Ma l’inferno ce l’hanno ormai dentro.

Cercheranno di toglierselo di dosso, ma per quanti tentativi facciano, riescono solo a mascherarlo con delle povere foglie di fico, povere in ogni tempo e stagione e la loro esplosione atomica di “nudità” in nudità avrebbe raggiunto anche tutti noi attraverso i secoli.

“Che colpa ne avevano?” (mi son sentita dire ultimamente). “Se non conoscevano il male? Come potevano evitarlo?” E’ vero, non conoscevano il male, ma conoscevano il Bene con la B maiuscola. Conoscevano Dio-Amore che cammina e si intratteneva con loro alla brezza del giorno. Manca forse qualcosa a Dio-Amore che si intrattiene con te, per farti girare lo sguardo altrove? E perché Adamo ed Eva hanno cercato altrove? In questa riflessione non cerco di colpevolizzare i nostri progenitori, ma di capire con la Scrittura, come è nata la paura nel loro cuore e come l’uomo ancora oggi la accoglie, la fa crescere, ne fa nascere di nuova e che cosa dovremmo fare invece per porvi rimedio e vivere felici nella gioia di Dio che vuole intrattenersi con noi alla brezza del giorno e della notte e di ogni tempo.

Dio, da sempre, fa camminare l’uomo nella sua misericordia e verità, e camminare nella misericordia e verità è di Dio. Ecco il mio desiderio in questa riflessione: percorrere tutta la Misericordia e verità che Egli ci offre e non avere più paura. Questa infatti è la volontà del Padre: “Che la nostra gioia sia piena”.

E la gioia piena non è raggiunta solo vivendo l’aspetto misericordia di Dio, ma vivendo tutto Dio, così come Egli si rivela all’uomo. Dio si rivela anche Verità. Quindi noi nel nostro vivere nello spirito non sottovaluteremo l’aspetto verità a vantaggio della misericordia e viceversa, ma daremo ad entrambe lo spazio che Dio stesso vuole dare ad entrambe, secondo il Suo Spirito. A questo proposito ci ricorda un padre della Chiesa, San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) che “la misericordia senza verità è bonarietà sciocca e incapace di fornire stimoli vitali a chi ne è oggetto”. E “la verità senza misericordia è severità fredda di chi nello zelo per le idee è incapace di riconoscere le persone.” E Dio, Misericordia e Verità, riconosce così tanto le persone di Adamo ed Eva che, (Misericordia), le aiuta immediatamente ad uscire dal loro stato di “nudità”, perché (Verità) la nudità le fa scappare ulteriormente dalla vita di Dio. Dio confeziona loro tuniche di pelli, dice la scrittura e dona loro suo Figlio, ” la pelle di Dio”, l’Agnello immolato. Se così ha fatto Dio, non c’è altro da fare neppure per me, anche in questa riflessione.

Misericordia e verità. “Nessuno di questi principi può vivere per se stesso.” dice ancora Bernardo di Chiaravalle, pur sapendo che “la loro integrazione è estremamente problematica”, perché “la conciliazione degli opposti non è la loro somma; implica invece una rinuncia all’assolutezza di ciascuno di essi, una disponibilità spesso lacerante.Solo così potranno davvero essere vissuti in maniera unitaria e liberante.” Un principio non può fare senza l’altro. Dio è sempre Misericordia, anche nella verità, ed è sempre Verità anche nella misericordia. E credo che Dio mi dica anche che Egli non ha bisogno del mio peccato per essere Misericordia e che non ha bisogno della mia menzogna per essere Verità. Egli è Misericordia e Verità sempre. E’ l’avvocato che ha bisogno dei miei litigi per fare l’avvocato; il medico delle mie malattie per fare il medico, gli insegnanti della mia ignoranza per fare gli insegnanti, ma Dio è sempre Dio. Non ha bisogno di me per esserlo. E’ sempre verità. E’ sempre misericordia e la sua misericordia si esprime in me anche se non vivo in peccato!

Dio si dona “tutto intero” all’uomo e la Sua parola mi conferma che Dio può riversarsi maggiormente nell’uomo proprio quando l’uomo gli fa spazio lasciando il suo peccato e lo fa entrare. Dio può essere maggiormente misericordia in me quando accolgo la sua grazia e cerco di non peccare più.

Può essere maggiormente verità in me quando accolgo la sua grazia e cerco di camminare nella verità. “Io sto alla porta e busso. Se uno mi apre, io entro.” Dice Gesù. E da che grazia è grazia per aprire La porta a Gesù si gira le spalle a tutto ciò che non è Gesù. Altrimenti, Dio continuerà è vero, ad inondarmi col suo amore, bussando alla mia porta, ma non mi lascerò inondare, non aprendo la mia porta. Come dice che LA BUONA PIOGGIA di DIO CONTINUERA’ A SCENDERE, MA IO NON MI BAGNERO’ PERCHE’ ME NE STO AL RIPARO DA ESSA. Noi ci siamo abituati, purtroppo, a RIPARARCI DA DIO, o a prendere da lui quello che ci piace di più, MA SE SOLO CONOSCESSIMO IL DONO DI DIO!

Adamo ed Eva CONOSCEVANO IL DONO DI DIO e l’avevano amato. Scopertisi incapaci di amarlo ancora, hanno paura e scappano. Non gioiranno più di niente altro, né della creazione di Dio, che non darà loro più frutti buoni, (dovranno lavorare DURAMENTE per averli), né l’uno dell’altro. Alla tavola del serpente, quindi, non hanno fatto un peccato che ATTIRA le ire di Dio, ma un peccato che ATTIRA la separazione da Lui. Non hanno mangiato un frutto BUONO della creazione divina, (materialmente sì) ma il frutto CATTIVO della MALIZIA di satana, la sua separazione da Dio, nascosta dietro il frutto di Dio; nascosta nell’intenzione del serpente. Succederà sempre la stessa cosa anche nella nostra storia spirituale. Al serpente interessa solo adescarci con i buoni frutti di Dio, per darci la morte. Chissà se Dio aveva impedito ai nostri Progenitori di mangiarne sapendo che proprio quel frutto sarebbe stato loro offerto dal serpente per farli morire. Un po’ come facciamo noi mamme coi nostri bambini che non conoscono ancora il bene e il male e vietiamo loro di mettere le dita nella presa della corrente. Non stiamo lì a spiegare chissà che cosa. Diciamo solo che si farebbero molto male e basta.

Poi arriva qualcuno che dice: “La tua mamma ti impedisce di fare esperienza di corrente elettrica perché sa che mettendo le dita lì dentro conosceresti in realtà tutto quello che lei conosce in fatto di corrente elettrica: conosceresti anche tu il bene e il male della corrente che tua mamma conosce. ” Bugiardo delle mezze verità! La mamma conosce il bene e il male della corrente elettrica, ma sa dominarla, il suo piccolo invece la subirebbe sulla sua pelle saltando all’aria. L’intera verità è che tu, bugiardo, vuoi fargli perdere la vita che suo Papà gli ha dato.

Adamo ed Eva diventano curiosi di conoscere quello che Dio sa, chi prima chi dopo, non vogliono più tenere conto di quello che Dio ha già fatto loro conoscere e per la loro gioia piena. Si lasciano adescare dal serpente.

Vogliono fare esperienza del “fai da te” del maligno. Mangiano e si alzano da tavola, per quanto mi riguarda, già morti stecchiti, già saltati all’aria fulminati, cioè senza la vita di Dio. Saranno completamente spogli del suo piano che dà ordine e un’armonia a tutta la creazione. Nell’ordine delle cose, c’è il senso delle cose, infatti. E’ così anche nella nostra vita di ogni giorno. Le pentole sono in cucina, non in bagno, perché ha senso che siano in cucina dove mi servono per cucinare. Le pentole inoltre hanno senso per se stesse, anche se le collocassi in bagno, io le saprei riconoscere sempre, perché il loro significato di pentole rimane in me.

Adamo ed Eva, invece, ascoltando il serpente, non solo hanno messo se stessi fuori posto rispetto all’ordine di Dio, ma hanno perso anche il senso di se stessi e di ogni creatura rispetto all’ordine di Dio. Nell’ordine di Dio, Adamo dava un nome a tutte le sue creature secondo il loro essere profondo, dice la Scrittura. Le vedeva, le capiva, ne gioiva con il suo Creatore che passeggiava con lui in giardino, ora invece se ne lamenta: “La donna che mi hai messo accanto mi ha dato da mangiare del frutto proibito.” Come dire:”Mi ha imbrogliato. Tutto quello che mi sta capitando di brutto è colpa sua, ma anche quello che io faccio di brutto è colpa sua! Non capisco più questa donna.”

“Non solo ha messo le pentole fuori posto, ma io non so più cosa significhino le “pentole”.

Adamo non riflette più sulle sue azioni, non le riconosce come sue e ne scarica la responsabilità sugli altri. Anche oggi, rotto l’ordine ci si trova nel disordine . Nel disordine materiale non si trovano più le cose al loro posto. Lo vediamo ogni giorno a casa nostra. Così, nel disordine interiore si perde il senso più profondo di noi stessi e degli altri. Ci si accusa di essere qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo. Non siamo più “pentole” gli uni per gli altri, cioè portatori di significato gli uni per gli altri e, nella perdita di senso, non solo ci si accusa, ma anche non ci si perdona. Scarichiamo anche noi le nostre responsabilità sugli altri.

Io sarei più felice se mio marito fosse più ordinato. Io sarei più felice se mia moglie brontolasse di meno. Io sarei diverso se lei fosse diversa. Io ho cercato l’altra perché lei mi trascurava. Io lo trascuravo perché lui ha cercato l’altra. Separazione . In realtà la separazione è già dentro di noi, perché già accolta quando vogliamo vivere in proprio ciò che per natura sua ha vita solo nella comunione. Il gustare i buoni frutti di Dio senza Dio non fa famiglia con lui. Dio invece ci ha creato per fare famiglia con Lui. Dio è Famiglia. Fuori da Dio-Famiglia è voler amare fuori dall’amore .

Ma Dio continua a cercarci: “Uomo dove sei?” E continua a dialogare con noi.

“Perché ti sei accorto di essere nudo?” Non dialoga invece col serpente. Ad Adamo chiede che cosa ha fatto, ad Eva perché l’ha fatto. Al serpente non chiede proprio nulla. Afferma solamente la sua condanna. E’ tutto.

Dio papà vuole fare riflettere noi sulle nostre azioni e ci educa. Non fa riflettere il maligno sulle sue azioni, perché il Maligno è bugiardo e omicida sin da principio, cioè per sua essenza e, un bugiardo e omicida sin dall’inizio, non può essere educato né alla verità né alla vita. Se Dio non dialoga col Maligno, non dobbiamo farlo noi, perché non ce ne verrà nulla di buono. Solo la nostra morte spirituale e, dalla morte spirituale, è entrata nel mondo ogni malattia e la morte fisica.

Cosa vuol dire dialogare col Maligno oggi? Vuol dire ascoltare le sue seduzioni e servirle. Vuol dire venire a compromessi con i suoi frutti di separazione mascherati da frutti di Dio.

Quante filosofie e organizzazioni oggi mi offrono i buoni frutti di Dio per separarmi in realtà da Dio, per rendermi indipendente da Lui. In molti ne sono affascinati. Queste correnti ci parlano di forza, di energia, di armonia universale, di autocontrollo, di self confidence, di autoguarigione da malattie e paure con la sola energia dell’uomo. Se fai questo diventerai padrone della tua vita. Basta seguire le loro istruzioni per l’uso. Credere in quello che dicono e fare quello che dicono, a pagamento, naturalmente.

Chi ci è passato si ritrova presto confuso e come paralizzato, incapace in realtà di determinarsi profondamente per se stesso e accogliere ancora Dio fattosi Uomo per la sua salvezza di uomo.

Qualcuno obbietta che non è male fare scoprire all’uomo tutte le sue possibilità umane di crescita e che Gesù stesso le ha valorizzare mettendole sempre al centro. E’ vero, molti sono i doni di Dio che l’uomo scopre e riscopre in se stesso, ma un conto è viverli con Dio, datore dei doni, e un altro conto è viverli con il Serpente ladro dei doni. E’ vero anche che Gesù ha messo al centro l’uomo ma per servirlo, non per servirsene , e lo ha invitato apertamente a farsi servire da lui, per essere Famiglia con lui, non separato da lui. A Pietro che gli diceva: “Non mi lascerò mai lavare i piedi da te”, Gesù ha risposto: “Se non ti lascerai lavare i piedi da me, non avrai parte con me nel mio regno.” Le filosofie di cui sopra, invece, esaltano le capacità dell’uomo, ma solo per servirsi dell’uomo. Di Gesù, figlio di Dio, fattosi Uomo per camminare con l’uomo, sparisce ogni traccia.

Dio si riduce ad un’idea intellettuale come tante altre, una energia dell’universo. Queste organizzazioni e filosofie si appropriano in realtà dei buoni frutti di Dio, per fare perdere all’uomo il vero volto di Dio, quello rivelatoci da Gesù. Si appropriano dei buoni frutti di Dio per darci in realtà in veleno soporifero del serpente che ci fa perdere il senso profondo di noi stessi e di ogni cosa. Se voglio usare bene una lavatrice consulterò il manuale di istruzioni di chi l’ha costruita, non il primo che passa. Così è per tutto ciò che mi riguarda. Prendiamo il nostro corpo: è un dono di Dio, eppure in quanti ce lo vogliono offrire senza le istruzioni di Dio! La nostra sessualità è dono di Dio, la nostra capacità di amare è dono di Dio, la nostra libertà è dono di Dio, ma quante seduzioni, teorie e filosofie per farci vivere la sessualità, l’amore, la libertà fuori dall’ordine di Dio!

Dio è libertà e si determina solo per il bene , eppure in molti, anche fra i cristiani, si dichiarano liberi solo quando scelgono di abbandonarsi a tutte le loro emozioni, senza riflettere se fanno vivere Dio o se allontanano da Dio. “Va e non peccare più” ha detto Gesù alla donna che ha salvato dalla lapidazione.

Non si pensa abbastanza che la libertà esercitata come dono di Dio fa scegliere sempre ciò che è di Dio. Se esercitata dalle mani del maligno, fa scegliere sempre ciò che è del maligno e ci schiavizza. Se la libertà, per essere tale, vantasse il diritto di poter fare tutto ciò che vuole, anche il male, allora in Paradiso non ci sarebbe più libertà, perché in Paradiso nessuno fa il male. E poiché in Paradiso nessuno fa il male, saremo allora tutti intrappolati in una schiavitù eterna che non ci permette più di scegliere quello che vogliamo? Sappiamo da Gesù che non è così: “Se conoscessimo il dono di Dio.”

Dio mi vuole libera della sua libertà, per questo mi aiuta sempre a scegliere il bene . Sennò mi aiuterebbe anche a scegliere il male. Il suo Santo Spirito mi “convince quanto al peccato” per tirarmi fuori dal peccato, non per darmi la libertà di farlo. Tutto ciò che in me è energia e vita, è dono di Dio per vivere lui che è Vita, non per allontanarmene. “Se tu conoscessi il dono di Dio”, ha detto Gesù alla Samaritana, “saresti tu stessa a chiedere da bere a me, non io a te”. Il dono di Dio, infatti, è riconoscere che Dio è l’Acqua migliore e ce la vuole dare; che la sua acqua non ci fa più avere sete; che la sua libertà ci libera davvero dall’arsura di ogni schiavitù. Per vivere tutto questo è importante accogliere questo dono di Dio e viverlo con lui. “Se tu conoscessi il dono di Dio.Gabriella, Marco, Fabio, Eraldo, Sulamita, Giuseppe, Vanna.” dice Gesù ad ognuno di noi.

2 – Tipi di paura:

a. Paura di Dio. b.Paura degli uomini. c.Paura della morte Da quanto già detto, vediamo che “non si può servire a due padroni”. O si serve Dio o il diavolo. O la luce o le tenebre. I chiaroscuro dello spirito non hanno mai illuminato nessuno. Come nella realtà, proiettano sola mente delle lunghe ombre su tutto ciò che ci circonda, distorcendola e non ci permettono di riconoscere né Dio, né gli altri come dono di Dio.

Dal dialogare col maligno, ci dice mamma Eva, perdiamo proprio tutto e da qui nascono tutte le paure; non solo la paura di Dio, ma anche la paura degli uomini, cioè degli altri, delle circostanze della vita, del vivere insieme e la paura delle malattie e della morte. Se corriamo da Papà Dio, ogni volta che ci sentiamo tentati e gli chiediamo liberazione dal male, tutto diventa più facile. “Non permettere, Padre, che la tentazione ci travolga, ma liberaci dal male” ci ha insegnato a pregare Gesù.

3 – Come superare la paura

(a. di Dio)

Se la paura nasce dalla rottura della comunione con Dio, si supera la paura “riaggiustando” la comunione con Dio. Se mi si allaga la cucina per un rubinetto guasto, come mi è successo in questi giorni, riparo il rubinetto guasto e la cucina non si allagherà più. La mia nudità di Dio si risolve solo rivestendomi di Dio. Non c’è un’altra strada. Rivestita di Dio posso continuare a mangiare dei frutti del giardino di Dio direttamente dalle sue mani di amore, senza soccombere ai pirati dello spirito che mi ingannano portandomi via tutto. Ne potrò mangiare e dare anche agli altri, ma solo nella logica della pienezza e della vita. Perché, se mangiando il frutto dell’albero, Adamo ed Eva hanno mangiato in realtà la separazione del serpente da Dio, alla stessa stregua, quello che in realtà noi comunichiamo rimanendo nel disegno di Dio è la vita stessa di Dio. La comunione condivisa dà comunione . Se sei grano dai frutti di grano, se sei zizzania dai frutti di zizzania.

Quali semi faccio crescere adesso dentro di me? Quali frutti sto mangiando e condividendo con chi mi sta accanto ora? E’ importante pensarci. Lo Spirito di Dio vuole farci riflettere. Dio ci educa. Come mi rivesto di Dio? Nel giardino dell’Eden Dio riveste Adamo ed Eva di tuniche di pelli. Nel giardino della redenzione Dio mi riveste della pelle dell’Agnello. Rivestita di Gesù, non ho più paura della mia povertà, perché ho tutta la sua ricchezza, ho tutta la sua forza, tutto il suo coraggio, tutta la fierezza di cui ho bisogno per rimanere nella vita, perché Gesù ristabilisce in me la comunione, quindi la vita.

Dio Padre stesso mi dona la pelle dell’Agnello suo Figlio Gesù e Gesù stesso si dona come Agnello al Padre per me, ogni giorno, sull’altare della mia vita, della mia chiesa, sull’altare di tutta la Terra perché io sia rivestita di Dio e rimanga in comunione con lui. Sentiamo come Gesù si offre al Padre per me, per te sull’altare della mia vita. Io chiamo la preghiera che segue: “La messa di Gesù”.

La Messa di Gesù. (vedi capitolo 17 Vangelo di Giovanni) Cerco di personalizzare quello che dice Gesù al Padre, perché Gesù ha realmente fatto e fa questa preghiera per me personalmente, Ognuno di noi può personalizzarla.

“Così parlò Gesù.. Alzati gli occhi al cielo disse: “Padre è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Perché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché Egli dia la vita eterna a Gabriella che gli hai dato. Ho fatto conoscere il tuo nome a Gabriella che mi hai dato dal mondo. Era tua e l’hai data a me e lei ha osservato la tua parola. Ora Gabriella sa che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a lei. Lei le ha accolte e sa veramente che sono uscito da te e ha creduto che tu mi hai mandato.Io prego per lei, non prego per il mondo, ma per colei che mi hai dato, perché è tua. Padre Santo, custodisci nel tuo nome Gabriella che mi hai dato perché sia una cosa sola come noi siamo uno. Abbia in se stessa la pienezza della mia gioia. Chiedo che tu la custodisca dal maligno. Consacrala nella verità.

Per lei io consacro me stesso. Non prego solo per lei, ma anche per quelli che per la sua parola crederanno in me, perché tutti siano una cosa sola.perché siano perfetti nell’unità.Siano con me dove io sono. Contemplino la mia gloria. L’amore col quale mi hai amato sia in essi ed io in loro.”

Questa è la Messa di Gesù. E’ per me, per te, per ognuno di noi. Leggendo il Capitolo 17 di Giovanni vedo che Gesù ha parlato bene dei suoi discepoli al Padre, eppure sapeva che tutti, chi più chi meno, l’avrebbe tradito e abbandonato subito dopo questa preghiera. Gesù parla bene di me, di noi al Padre, perché ci vede con il “sogno del Padre”. Il Padre vuole per noi tutto questo e la preghiera di Gesù vuole la stessa cosa, ecco perché il Padre sempre l’ascolta.

Gesù “dice bene” delle persone per cui prega. Dice il Bene, dice se stesso.

Si dona, dunque. Fa comunione con noi. Nella sua messa noi diventiamo la preghiera di Gesù e poiché il Padre sempre l’ascolta, noi veniamo sempre ascoltati dal Padre, cioè esauditi. Se siamo esauditi, grazie a Gesù, non possiamo più avere paura. Inoltre la preghiera di Gesù dura nel tempo e va oltre il tempo. E’ preghiera eterna. Poiché la sua preghiera è eterna, la sua preghiera “è”, anche adesso, ora, proprio per me. Ogni giorno alla messa io trovo Gesù, preghiera al Padre per me e con me, perché io sia esaudita dal Padre suo. Andando così all’altare di Dio, non possiamo più avere paura di Dio. Con la comunione, la paura di Dio lascia il posto al timore di Dio, cioè all’adorazione profonda di lui. “Io sto alla porta e busso, chi mi accoglie io faccio tenda presso di lui, ceno con lui.” Nella sua tenda non c ‘è più paura per la propria colpa, ma solo fiducia e un sacro timore di Dio che ci fa crescere nel totale abbandono in Lui. Io sono povera, per questo lui diventa la mia ricchezza. Io sono debole per questo lui è la mia forza.

Io ho paura, per questo è lui è la mia pace.

Patty Gallagher, uno di quei trenta tra ragazzi e professori dell’Università di Duquesne che parteciparono a quell’ormai famoso week-end di preghiera che diede inizio al Rinnovamento Cattolico, dice che , investita della potenza di Dio si è trovata buttata a terra e piena di timore e tremore davanti alla Presenza dell’Altissimo che si manifestava a lei, e allo stesso tempo si sentiva avvolta dal suo amore incontenibile. Non riusciva a dire altro che:”

Voglio morire, voglio morire”, eppure si sentiva amata e amante del Signore suo Dio da voler vivere solo per lui. Morire e vivere. Morire di amore e vivere di amore . La sua gioia era così grande da temere di non riuscire più a contenerla. Ma lo straordinario per me era che sentiva anche il bisogno di dire incessantemente: “Padre, io voglio quello che tu vuoi. Padre, io voglio quello che tu vuoi.” Meraviglioso!!! Ecco l’esaudimento della preghiera di Gesù: Patty era stata ricondotta all’unità con Dio. Si sentiva uno con il Padre, una sola volontà con il Padre! (Bellissima la testimonianza di alcuni di loro nel libro di Patty: “Come una nuova Pentecoste” Edizioni Ancora).

(b. Come superare la paura degli uomini) Fatta esperienza di Dio amore e della sua gloria, lei voleva solo quello che Dio voleva e non ebbe più paura di nulla, non ebbe più “paura degli uomini”, cioè del vivere, della quotidianità. Lei e gli altri, rivestiti di Spirito Santo hanno cominciato spontaneamente a testimoniare a tutti le meraviglie di Dio, la sua potenza, la sua misericordia, il suo amore e Dio accompagnava la loro testimonianza con guarigioni, miracoli e prodigi, come per gli Apostoli nella Pentecoste, perché Dio è Dio e si manifesta sempre nella sua Parola, nella comunione.

“Chi crede in me ha la vita eterna.” La vita eterna è questa: “Che conoscano te, Padre, e colui che hai mandato.” Noi stiamo già vivendo l’eternità, quindi, perché stiamo già vivendo Gesù. La misuriamo, “spezzettiamo” con i nostri orologi, con le nostre azioni, i nostri piccoli pensieri, perché non siamo capaci di abbracciarla tutta, contenerla tutta, pensarla tutta, ma la stiamo già vivendo, perché stiamo già vivendo il dono di Dio, Gesù. Siamo incapaci di coglierlo in tutta la sua profondità eterna, perché siamo creature limitate, ma Dio ci fa vivere di Sé già ora in un modo che va oltre le barriere del tempo, dei nostri orologi, delle nostre azioni e dei nostri stessi pensieri.

Patty Gallagher e i suoi amici si affidavano completamente al Signore e agivano. Coglievano la realtà con altri occhi, quelli del Risorto, quelli di Dio. Imparavano a vivere di fede, come dice Paolo in Ebrei capitolo 11: “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono”. Quando mi sento povera di tutto, lo dico ai miei amici del gruppo di Gesù, i suoi discepoli, perché mi aiutino. Quando mi sento povera nella fede vado da Tommaso, perché guarito nella fede. Quando ho bisogno di fortezza vado da Pietro diventato roccia di Dio.Quando ho bisogno di limpidezza, vada da Natanaele, il cui cuore era senza inganno.

Essi mi conducono da Gesù, responsabile del gruppo, e mi lascio “rivestire della sua pelle”, pelle dell’Agnello e non ho più paura, perché rivestita di lui ho la benedizione del Padre.

(c. Come superare la paura della morte)

Il responsabile del gruppo, Gesù, ha vinto la mia morte e Papà-Dio che ci cerca, per darci la veste nuova, è lo stesso Papà che ci sta accanto nell’ ora della nostra morte, nell’ora della nostra nascita al cielo.

Quando siamo nati a questa terra c’era tutta la famigli ad attenderci, il papà, la zia, la nonna, il fratellino più grande, l’amica della mamma.e vuoi che quando nascerai al cielo non ci sia tutta la famiglia di Dio per proteggerti e accoglierti in cielo? Pensa solo questo: “La mia mamma, dov’era quando stavo nascendo? Non poteva che essere lì a partorirmi per noi mostrarmi a papà” Così, quando nascerai al cielo, Gesù ti partorisce alla vita di Dio su questa terra, sarà proprio lì a partorirti alla vita di Dio in cielo e a mostrarti a Papà Dio. “Ecco, Padre, Gabriella. Tu me l’hai data ed io te la riconsegno. Non è andata perduta.”

Qualcuno potrebbe farsi triste e pensare: “Quando sono nato io non c’era una famiglia ad attendermi.E mia madre non mi ha voluto”. Allora io dico a questo fratello triste o a questa sorella triste quello che il Signore ci dice in Isaia. “Quand’anche una madre si dimenticasse del suo bambino, (quindi quand’anche non amasse il suo bambino), io non lo dimenticherò mai”.

Se è valido questo, per quanto riguarda una madre che si dimentica della sua creatura, non sarà valido anche per quanto riguarda il padre che si dimentica della sua creatura, la nonna che si dimentica, la famiglia intera che si dimentica di quella creatura?

Gesù non ti dimentica e già da ora ti partorisce alla vita eterna qui e ti mostra al Padre. Non lo farà alla morte del tuo corpo? Non sarà lì a partorirti alla vita del cielo e a mostrarti a Papà Dio? Non aver paura. Non sei più solo. Gesù sarà proprio lì a partorirti al cielo per la gioia del Padre che non ti ha mai dimenticato. Amen!

Gabriella Tescaro