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La realtà detta legge. Sulla vita un dibattito senza ipocrisie

Che il feto umano senta dolore se subisce un danno è cosa ormai evidente per tutta la comunità scientifica internazionale. Il dibattito è sul “quando”: cioè quando le strutture del suo sistema nervoso lo mettono in grado di percepirlo durante la gravidanza. Sappiamo che dentro l’utero da un certo punto dopo il concepimento cominciano a funzionare le connessioni nervose che uniscono le varie parti del corpo con la zona del cervello che decifra il dolore, chiamata talamo. Nel giro di pochi giorni avverrà anche la connessione con la corteccia cerebrale che si sta sviluppando. Tutto questo avviene verso le 20-23 settimane di gestazione. Qualche anno fa il gruppo londinese di John Fisk dimostrò che pungendo l’addome al feto di questa età gestazionale, per eseguirgli una trasfusione di sangue in utero, questo rispondeva producendo adrenalina e cortisolo – ormoni dello stress – proprio come ogni essere umano che prova dolore. È un dibattito interessante quello entrato nella legge approvata in prima lettura martedì sera dalla Camera americana, e ogni anno la scienza porta nuovi dati e prove.

Nessuno potrebbe però immaginare che questo dibattito in primo luogo interessi i chirurghi. Già, perché ormai la scienza ha fatto passi da gigante e si riesce a compiere interventi sul feto prima che nasca, lasciandolo poi per le restanti settimane della gravidanza dentro l’utero. Per questo anestesisti e chirurghi hanno a cuore di scoprire quando il feto ha bisogno di anestesia e quando no, perché se provasse dolore l’intervento sarebbe impossibile per i suoi movimenti, senza contare che il feto rischierebbe seri risentimenti cerebrali per gli sbalzi di pressione indotti dal dolore. Oggi dunque è normale anestetizzare il feto durante simili interventi, se eseguiti nella seconda metà della gravidanza.

Fui convocato due anni fa dalla European Food Safety Agency (Efsa) dell’Unione europea per dibattere proprio di questo tema, unico italiano tra quindici esperti internazionali: quando il feto dei mammiferi prova dolore? Il dibattito riguardò soprattutto il momento della gravidanza a partire dal quale il dolore può essere percepito. Siccome il dolore è un fenomeno personale la risposta si può avere per via solo indiretta, cioè analizzando le reazioni ormonali, visionando lo sviluppo anatomico, registrando l’elettroencefalogramma. Ne nacque una vivace discussione: per alcuni studiosi, tra cui il sottoscritto, sulla scia della londinese Vivette Glover e dell’americano Sunny Anand, il dolore inizia a essere percepibile dopo le 20-22 settimane; per altri qualche settimana dopo, dall’inizio del terzo trimestre di gravidanza. Per altri infine il feto avrebbe uno stato di sopore, che comunque è ben diverso da una reale anestesia.

Dunque il dolore fetale non deve essere negato né esagerato, dato che nella prima metà della gravidanza non appaiono presenti le strutture atte a sentire il dolore. Ecco allora l’invito: parliamo di dati e non di preconcetti, qualunque cosa si pensi a riguardo, perché in questi ambiti la disinformazione è davvero grande.

Che poi tutto ciò abbia un riflesso legislativo sulle interruzioni di gravidanza, come la proposta appena varata dai deputati americani con il significativo titolo di «Pain-Capable Unborn Child Protection Act» (la «Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore»), con l’obiettivo di limitare gli aborti all’epoca in cui il feto non prova dolore, è cosa comprensibile: ha una sua logica che apprezziamo. Ma vogliamo ugualmente ribadire come ci piacerebbe che in questo campo oltre al legislatore si introducesse un sano dibattito, diffuso, documentato con dati alla mano accanto a un lavoro culturale e sociale: toppo spesso abbiamo visto un tema di simile portata trattato con superficialità (nessuno parla della sensibilità fetale e della sua umanità…), o con superbia e ipocrisia quando sentiamo giudizi, magari rispettosi della persona a parole, che però non sono accompagnati da seri passi per aiutare le donne in condizioni di disagio e le coppie in seria difficoltà.

Carlo Bellieni – Avvenire

Giornata neonato pretermine. Bellieni: il feto e’ un bambino

baby-in-wombNel mondo ogni anno circa 13 milioni di bambini nascono prematuri, ma migliora la loro possibilita’ di sopravvivenza grazie alle terapie intensive neonatali. Al neonato pretermine è dedicata l’odierna Giornata celebrata a livello mondiale. Paolo Ondarza ha intervistato Carlo Valerio Bellieni, neonatologo presso l’Ospedale Universitario Le Scotte di Siena: R. – Si parla di bambino prematuro quando nasce prima di 37 settimane. D. – Quale incidenza ha il fenomeno dei bambini prematuri all’interno delle nascite a livello generale? R. – Bassa perché ormai si riesce a contenere la nascita prematura con sistemi medici sempre più avanzati. In tanti Paesi occidentali, negli ultimi anni, il fatto di avere un figlio in un’età avanzata, magari ricorrendo a tecniche farmacologiche di inseminazione, aumenta il rischio di avere un bambino prematuro.

  1. – E’ migliorata negli ultimi anni la possibilità di sopravvivenza per i neonati pretermine? R. – Pensi che nel 1970, prima dei sei mesi di gravidanza era difficile che un bambino che nasceva poteva aver speranza di sopravvivere. Adesso bastano 23, 24 settimane di gravidanza perché si possa sperare ragionevolmente che il bambino possa sopravvivere: sempre con dei rischi, però si sono fatti grandissimi passi.
  2. – Dopo quanto tempo si può dire che un bambino nato prematuro sarà in grado di condurre una vita normale? R. – Questo dipende da bambino a bambino. Purtroppo sappiamo che i bambini prematuri hanno gravi rischi di avere problemi di salute sia a breve termine sia a lungo termine. Diciamo che nei primi giorni di vita, soprattutto al momento della nascita, non si può assolutamente essere sicuri di niente. E’ una cosa che si vede con lo svilupparsi dell’età e con lo svilupparsi dei progressi che farà. I primi danni cerebrali si possono vedere dopo una ventina di giorni dalla nascita, non prima, prima si possono avere soltanto degli indizi.
  3. – C’è una sufficiente attenzione dal suo punto di vista, verso il tema del bambino nato pretermine a livello di opinione pubblica? R. – Purtroppo penso di no, c’è ancora molta disinformazione. Inoltre c’è una banalizzazione del fatto che uno può far figli a qualunque età. Questo purtroppo non è vero perché con l’età avanzata aumentano i rischi e questo è bene che le persone lo sappiano.
  4. – Età avanzata delle madri, delle gestanti, e anche aumento delle gravidanze medicalmente assistite tra le cause delle nascite pretermine… R. – Sì perché noi sappiamo che queste gravidanze spesso hanno un tasso maggiore della norma di bambini che sono gemelli e questo è uno dei fattori di rischio per nascere prematuri.
  5. – Parlare di neonati pretermine porta inevitabilmente ad una riflessione sul valore della vita intrauterina, quindi ha delle ricadute anche sul dibattito relativo all’interruzione volontaria di gravidanza… R. – Certo, prima di tutto perché la legge italiana dice che quando il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero della mamma, la gravidanza non può essere interrotta volontariamente. Quando la legge 194 (sull’interruzione volontaria di gravidanza) fu fatta nel ’78 i bambini non sopravvivevano prima di 26 settimane adesso sopravvivono a 22, 23 settimane quindi il limite per fare l’interruzione di gravidanza deve essere necessariamente, in ottemperanza alla legge, anticipato. Detto questo con la nascita di un bambino prematuro che pure è un fatto faticoso per i genitori, ci rendiamo conto della bellezza della vita: questi bambini, che sarebbero rimasti ancora per alcuni mesi dentro la pancia della mamma, hanno una loro capacità di interagire, sentono il dolore – e quindi noi abbiamo l’obbligo grandissimo di non farglielo sentire – sentono i suoni, i rumori. Quello che prima noi potevamo soltanto immaginare che faceva un feto dentro la pancia della mamma, adesso lo vediamo. In realtà, la distinzione tra feto e bambino è una distinzione che ha realmente pochissimo senso: il feto è un bambino che ancora è dentro la pancia della mamma, il bambino è un feto che è uscito dalla pancia della mamma. Pensiamo soltanto al paradosso che ci sono dei feti arrivati alla fine della gravidanza che ancora dentro la pancia della mamma pesano 4 kg e ci sono bambini prematuri che pesano 4 etti. Quindi un bambino può arrivare a pesare 10 volte meno di un feto!
  6. – Celebrare la Giornata internazionale del neonato pretermine vuol dire anche interrogarsi su questo? R. – Certamente, non ci deve essere nessun criterio di differenza di trattamento tra un paziente di 50 anni e un bambino prematuro che pesa 5 etti. Vatican Radio

In India e Cina l’aborto selettivo di bimbe

E’ proprio il caso di dire “speriamo che non sia femmina” e, soprattutto, “basta” agli uomini, ai mariti, che esercitano una tale violenza psicologica sulle loro donne da ridurle a non saper pensare più con la loro testa, a non cercare il meglio per se stesse e la propria anima.

Così, sbalordisce e atterrisce leggere sui giornali che una donna del Vietnam ha abortito ben 18 volte, per accontentare il proprio consorte, che avrebbe voluto un figlio maschio!

Ma la cosa peggiore è che questa non è una notizia straordinaria, in certi Paesi, e che lei non è l’unica ad agire in questo modo.

Lo definiscono aborto selettivo,  nel senso che, se il feto non ha il genere desiderato, si decide di sopprimerlo.

A rischio sono tutte le bambine, che potrebbero nascere in Cina, in India, nel Caucaso e in altre località asiatiche, dove nascere femmina è un disonore per l’intera famiglia.

Fu il Premio Nobel Amartya Sen, un economista indiano, a parlare, nel 1990, di questa orrenda discriminazione, definita “Missing Women”, e a riportare i dati delle donne mai nate, a causa del diffusissimo fenomeno dell’aborto selettivo.

Solo in Cina, affermò Sen, oltre 100 milioni di donne sarebbero nate in più, fino a quel momento, e non è stato loro concesso. Un numero enorme, paragonabile a quello delle vittime di grandi eventi mondiali, come le carestie o le grandi guerre, sommate insieme.

Attualmente è Christophe Z. Guilmoto che, dal 2008, sta portando avanti un progetto demografico per il CePeD (Centre Population & Développement di Parigi), per calcolare gli effetti devastanti di queste malsane abitudini orientali, che determinano una mascolinizzazione anomala.

Attualmente in Cina, lo Stato sta attuando una pianificazione familiare, proprio per ridurre gli aborti di questo genere; in India, la “Action Aid India” ha lanciato la campagna “Beti Zindabad”, ossia “Lunga vita alle figlie”, perché il governo intensifichi i controlli sugli aborti selettivi, vietati per legge dal 1994, tra l’altro.

In India le bambine che non nascono sono 7.000 al giorno! Un affronto delittuoso verso la vita, le donne e i loro diritti.

C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Neonato: e’ una persona? ha dignita’ e dei diritti?

neonato1Neonato: una definizione in 3 punti per ripensare insieme il valore della vita, anche per arginare alcune idee che circolano purtroppo anche in ambito scientifico e filosofico che vorrebbero considerare i neonati come “non persone” complete (assurdo e ingiusto).

1) Realismo

Con i moderni progressi medici, il neonato può sopravvivere fuori dell’utero materno quando è estremamente piccolo. Oggi il limite di sopravvivenza è di 22 settimane, quando – se nasce in un centro di alta specializzazione – la possibilità di sopravvivenza è circa il 10%. Più si ritarda la naascita (in assenza di controindicazioni), maggiori sono le possibilità di sopravvivere.

2) La ragione

Il neonato è una persona? Questa domanda non andrebbe posta, perché è come domandarsi se i cinesi o gli olandesi sono delle persone: va da sé che lo sono e volerlo dimostrare significa in fondo metterlo in dubbio; e nessuno accetterebbe che venga messo in dubbio che cinesi o olandesi sono persone. Dobbiamo riconoscere invece che diversi rinomati filosofi discutono se i neonati siano persone e alcuni affermano che non lo sono, in base al fatto che non hanno autocoscienza. Vedi al capitolo “persona” per discutere come il criterio per definire un individuo “persona” non siano le sue caratteristiche o le sue abilità. Ma se i neonati non sono persone, possono essere trattati come si trattano in molte legislazioni i feti, cioè subordinando i loro interessi a quelli dei genitori o dell’economia generale, e questo ragionamento (che semmai dovrebbe valere al contrario per valorizzare la vita fetale vedi la voce “feto”), è difficile da sostenere.

Siamo giusti verso di loro? Riflettiamo sul trattamento del dolore o nelle scelte sul fine vita. Vari studi mostrano che si è più propensi a considerare l’interesse dei genitori di quanto lo si sia per pazienti più grandi; e che si sospendono le cure su una base probabilistica (basandosi solo sull’età gestazionale) piuttosto che su una prognosi basata su accertamenti adeguati, cosa che invece avverrebbe in un adulto. Le motivazioni di questo trattamento sono probabilmente da ricercare in una forte empatia verso la sofferenza dei genitori e nello smacco che si prova vedere che gli sforzi per salvare un neonato talora lo fanno vivere ma con un grave handicap. Il problema è se vogliamo fare l’interesse del paziente allora non dobbiamo farci prendere da un erroneo uso del sentimento, che deve essere equilibrato e opportuno, che ci può portare a sospendere le cure senza valutare cosa prova il paziente stesso o a farci protrarre delle cure inutili. D’altronde può esistere un conflitto di interessi tra genitori (oltretutto stressati e impauriti al momento del parto e nei giorni successivi) e bambino.

3) Il sentimento

Parlare della dignità dei neonati è parlare dell’uguaglianza di tutte le persone, indipendentemente da razza, religione, età e salute. La dignità dei piccolissimi pazienti impone di dare a tutti una chance, esattamente come si farebbe con un adulto che subisce un infarto o un ictus, entrambe condizioni con alto rischio di morte e di disabilità in caso di sopravvivenza. Un trattamento disuguale è legato ad un’idea di uomo subordinata alla sua autonomia (chi è autonomo è trattato meglio degli altri….).

Società Italiana di Neonatologia

Diritto alla vita, procreazione medicalmente assistita, embrione: problemi e interrogativi

A pro-life campaigner holds up a model of a 12-week-old embryo during a protest outside the Marie Stopes clinic in Belfast October 18, 2012. The first private clinic offering abortions opened in Northern Ireland on Thursday, making access to abortion much easier for women in both Northern Ireland and the Republic of Ireland. REUTERS/Cathal McNaughton (NORTHERN IRELAND - Tags: HEALTH SOCIETY RELIGION)

Diritto alla vita: quale riconoscimento

Il diritto alla vita e’ il presupposto fondamentale su cui si innestano tutti gli altri diritti della persona umana. Ciò è talmente evidente e logico che nella Costituzione della Repubblica italiana non esiste una norma che lo preveda espressamente. La Costituzione, infatti, elenca un notevole numero di diritti (il diritto alla libertà personale, alla inviolabilità del domicilio, alla segretezza della corrispondenza; il diritto di circolare liberamente; il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; il diritto di associarsi liberamente, il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa; il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, il diritto di agire in giudizio, il diritto di votare, ecc.), ma nulla dice espressamente sul diritto alla vita. È, tuttavia, indiscutibile che tutelare quegli altri diritti costituisce un implicito riconoscimento del diritto alla vita, che è la base di ogni altro diritto. Tant’è vero che l’art. 27 ult. comma della Costituzione dispone che non è ammessa la pena di morte. Inoltre nella legislazione italiana ordinaria (cioè non di rango costituzionale) esistono norme che tutelano specificamente il diritto alla vita e alla sua integrità: il codice penale, nell’art. 575, punisce gravemente il delitto di omicidio (cioè l’uccisione di un uomo: intesa qui l’espressione “uomo” nel senso generico di “persona umana”, uomo o donna che sia) e punisce altresì, nell’art. 580, il reato di istigazione o aiuto al suicidio;  e il codice civile, nell’art. 5, vieta gli atti di disposizione del proprio corpo  che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica.
Se si esamina poi il diritto internazionale si incontrano due documenti importantissimi che fanno esplicito riferimento al “diritto alla vita”: l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata a New York il 10 dicembre 1948 (“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”), e l’art. 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, approvato a New York il 16 dicembre 1966 (“Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”).
Il concetto di “persona” e la legge 40
Ma le norme giuridiche nulla dicono sul concetto di “persona” e sul momento in cui il frutto del concepimento diventa “persona”. L’art. 1 del codice civile dispone che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita” e che “i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Ciò significa che il concepito può essere titolare di diritti, sia pur condizionati dalla nascita: e ciò anche se, trent’anni fa, la Corte costituzionale, pur riconoscendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, ha affermato che l’embrione “persona deve ancora diventare” (sentenza n. 27/1975).
Da ciò le animate discussioni che hanno preceduto e accompagnato l’emanazione della legge n.40/2004 relativa alla procreazione medicalmente assistita (PMA) e l’appassionato dibattito che i referendum su tale legge hanno innescato.
La PMA è, in sostanza, la fecondazione artificiale, che la predetta legge ammette solo al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana. La legge si preoccupa che in tale operazione vengano assicurati i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito: da ciò il divieto della creazione di embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto (e comunque in numero superiore a tre); il divieto della crioconservazione e della soppressione di embrioni; il divieto della fecondazione eterologa, che priverebbe il concepito della possibilità di conoscere, a suo tempo, uno dei propri genitori; il divieto della clonazione.
Le cellule staminali

I referendum tesero a cancellare questi limiti e a consentire la più ampia libertà di azione e di sperimentazione in questa materia: il che riporterebbe la materia stessa a quella totale assenza di regole (comunemente definita come una sorta di “Far West”) che esisteva prima della emanazione della legge n. 40/2004. La motivazione con cui i referendum sono stati presentati fa appello alla salute della donna, alla sua autodeterminazione, alla possibilità di incrementare in modo risolutivo – attraverso la utilizzazione delle cellule staminali degli embrioni – la cura e il superamento di malattie gravissime come il morbo di Alzheimer o quello di Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori.
Certo, le cellule staminali sono cellule che hanno la proprietà di dare origine ad altre cellule altamente differenziate (nervose, muscolari, ematiche, ecc.) e quindi hanno (attraverso complessi processi biologici) la possibilità di risanare, con cellule nuove e sane, organi umani devastati dalla malattia. Ma ciò che spesso viene taciuto dai sostenitori del referendum è che le cellule staminali ricavabili dagli embrioni sono, sì, totipotenti, ma sono ancora ben lontane dall’offrire risultati sicuri, perché dette cellule staminali possono anche dare origine a tumori, onde gli studiosi prevedono lunghi anni di studi prima di giungere a risultati soddisfacenti: mentre invece sono immediatamente e felicemente utilizzabili le cellule staminali ricavabili dai cordoni ombelicali e dagli adulti (invero si è scoperto che anche gli adulti sono portatori di cellule staminali e che anche tali cellule sono suscettibili di diventare totipotenti). È quindi scorretto presentare l’impiego delle cellule staminali embrionali come rimedio già disponibile per la cura delle predette malattie, e tacere circa la immediata utilizzabilità, ai fini di quella cura, delle cellule staminali ricavate dai cordoni ombelicali e dagli adulti. A ciò si aggiunga che un eminente studioso della materia, il prof. Bruno Dallapiccola, docente di genetica medica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha riferito che in un recente congresso svoltosi in Germania un gruppo di ricercatori viennesi ha comunicato di aver accertato l’esistenza di cellule staminali pluripotenti nel liquido amniotico materno al termine della gravidanza: altra formidabile risorsa alternativa all’utilizzazione dell’embrione per la cura delle gravissime malattie sopra elencate.
Quanto poi alla autodeterminazione e alla salute della donna, deve osservarsi che non esiste un diritto ad aver un figlio ad ogni costo (nel “Far West” abbiamo visto anziane donne, in età da nonna, diventare madri: con quali danni per il figlio è facile immaginare) e che la presenza di un figlio non può e non deve essere ideata e usata come strumento in funzione della salute di un aspirante-genitore.

L’embrione: non una cosa qualsiasi (approfondisci qui)

Il problema del trattamento degli embrioni è un problema drammatico. Si potrà discutere quanto si vuole circa il momento in cui un individuo diventa “persona”. Ma è un fatto incontestabile, risultante dalla scienza, che nel momento in cui si verifica la fusione del gamete maschile (spermatozoo) con il gamete femminile (ovulo), si forma lo zigote (parola che deriva dal greco “zugòn”, che vuol dire “giogo”, “unione”). Esso è una cellula diversa da ciascuna delle cellule originarie, nonché diversa dalla somma  di entrambe. È una entità biologica nuova. Da quel momento tale entità biologica si sviluppa gradualmente, senza salti qualitativi, in un continuum che non è scindibile: essa possiede già il suo completo patrimonio genetico, che la rende unica e insostituibile e che contiene in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno il nuovo essere umano, portatore di una “fisionomia” (esteriore e interiore) inconfondibile. In sostanza: in quel patrimonio genetico (comunemente indicato con la sigla DNA) è inscritto un vero e proprio “progetto”, ben preciso e finalizzato, che già contiene, in potenza, l’essere umano progettato.

Dunque, anche a chi ritenga che l’embrione non possa ancora considerarsi persona, appare evidente che esso non può considerarsi una cosa qualsiasi, oggetto di arbitrarie manipolazioni.

Il Terzo venuto

Certo, è un grande mistero, sul quale il progresso della scienza farà gradualmente luce. Ma fin da oggi siamo in grado di cogliere l’unità di quello sviluppo e di ricavarne delle conseguenze logiche. Oggi io non esisterei se qualcuno avesse distrutto il mio embrione: questa è una certezza indiscutibile. Di fronte a questa certezza, come si può distruggere un embrione senza pensare che si distrugge la premessa di un essere umano unico e irripetibile? Basterebbe il dubbio per dissuadere da un’azione simile.

Io ho esercitato le funzioni di giudice per 43 anni della mia vita; e, come tutti i giudici, nei processi penali ho sempre ispirato le mie decisioni al principio “in dubio pro reo” (“nel dubbio sulla colpevolezza dell’imputato, occorre decidere in senso favorevole all’imputato stesso”). Ora, quand’anche dubitassi che l’embrione non sia ancora un essere umano, il fatto solo che distruggere l’embrione comporta la eliminazione di un futuro essere umano (del quale l’embrione già possiede, in nuce, TUTTE le caratteristiche) dovrebbe trattenermi da quella distruzione; e ciò anche a prescindere dal dibattito su persona o non-persona.

Con vivo apprezzamento ho letto recentemente su La Stampa dell’8 marzo scorso un articolo di Barbara Spinelli che parla del “Terzo venuto” (l’ovulo fecondato). Ricorda che esso non appartiene nè alla madre nè al padre nè al potere scientifico; che ha già un attributo della soggettività giuridica (l’inalienabilità) ed ha una sua radicale alterità. Di fronte a ciò, la Spinelli osserva: “Il Terzo Venuto è talmente un mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto… La domanda su come comportarsi eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza, ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul dover essere”. E più avanti, citando gli onesti dubbi di un teologo moralista, riferisce: “Non so se l’embrione abbia un’anima, ma di certo gli scienziati sospettano l’esistenza d’una persona potenziale… In questo dubbio viviamo, e aggirarlo non ci è permesso. ‘Nel dubbio’ meglio considerare l’embrione come se fosse una persona e non ucciderlo. Difficile esser contrari: fra 50 anni sapremo forse che il dubbio aveva ragion d’essere e si proverà rimorso o dolore, per la facilità con cui si son fatti esperimenti e manipolazioni”. Questa posizione coincide in modo impressionante con ciò che ho detto a proposito del principio “in dubio pro reo”. E mi pare che riveli una profonda sensibilità umana, che ha il coraggio di riconoscere la dimensione del mistero e di rifiutare aridi ragionamenti formalistici.

 

Barbara Spinelli è una scrittrice “laica” valente ed obiettiva: la sua presa di posizione mi pare tanto più apprezzabile di fronte all’enorme battage pubblicitario che il mondo “laico” sta conducendo a favore del “sì” nei quattro referendum che si svolgeranno prossimamente. È chiaro, infatti, che la Spinelli è orientata verso il votare “no” alla richiesta referendaria di abrogazione di alcune parti sostanziali della legge n. 40/2004. E il votare “no” non esclude, ovviamente, che la legge (la quale è tutt’altro che perfetta) sia migliorabile e che pertanto alcune sue disposizioni possano essere in futuro riformate dal Parlamento. Ma altro è un lavoro di riforma portato avanti attraverso il dibattito e il confronto delle idee, e altro è amputare dal corpo della legge alcune frasi essenziali, tagliandole via con la scure del referendum.

(da “Nuovo Progetto”, aprile 2005, pp 8-11)

Coinquilini per la vita

gemelliMano accanto alla mano dell’altro , cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza? Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie  – Perdere un gemello all’alba della vita( Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux.

Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale. Scenari rari, ma che pongono l’accento su chi riesce a nascere dopo una selezione embrionaria o fetale: degli aborti selettivi sono talora fatti solo per ridurre il numero dei feti concepiti e sani ma con la colpa di essere troppi. L’embrione che nasce da una diagnosi preimpianto è frutto di una selezione: qualcuno è rimasto “al palo”. Bayle ci invita a riflettere, partendo dall’illustrazione di numerosi casi clinici e da una ben assortita letteratura scientifica.

Ma come non arrivare alla conseguenza finale? Non è forse tutta l’attuale generazione una generazione disopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Non ci sembra troppo ardito pensare che questo sia uno dei motivi per cui la moderna sociologia descrive la generazione attuale priva di ideali né desideri, ma solo impegnata a soddisfare i desideri parentali dei genitori: in fondo, chi nasce oggi lo può fare non più solo in quanto “c’è”, ma perché “viene accettato” prima di poter nascere per le proprie caratteristiche genetiche (assenza di malattie, di malformazioni più o meno gravi o di predisposizione ad averle, magari sesso maschile o femminile a secondo dei casi). E, scriveva Bayle nel 2003, questo clima culturale «crea l’obbligo per il bambino concepito di essere conforme ai desideri dei genitori e della società». Non a caso la generazione attuale è chiamata in linguaggio sociologico echo – boomers , cioè bambini-eco, bambini-specchio degli ideali dei genitori, concepiti per soddisfare gli ideali irrealizzati della generazione precedente e che non ne hanno di propri.

Chi si avventura nella psicologia e nella bioetica prenatale deve molto a Benoit Bayle, che apre una finestra nuova su questo mondo, tenuto sotto osservazione per i diritti del concepito eliminato, ma che non ha ancora approfondito le ripercussioni del nuovo scenario concezionale su chi arriva a nascere.

Fonte: http://carlobellieni.com/?p=1695

20.000 euro per affittare un utero in Cina

Storie di ordinaria ingiustizia bioetica: quando il figlio E’ un prodotto da ottenere ad ogni costo. Vergognoso.

Duecentomila yuan (oltre 20.000 euro) per fare da madre surrogata e affittare il proprio utero. Per quanto sia illegale,la pratica è molto diffusa in Cina e per molte donne rappresenta una vera e propria fonte di reddito. Secondo un’inchiesta condotta dal Global Times,esistono nel paese moltissime agenzie che agiscono come mediatori tra le madri in affitto e le coppie che intendono avvalersi di questo “servizio”,e che applicano dei veri e propri tariffari. Al momento della conferma dell’esistenza del battito fetale,alla madre surrogata è corrisposto il 10% della somma totale,un altro 20% è corrisposto poi ispettivamente al quinto,al settimo e all’ottavo mese di gravidanza e solo dopo la nascita viene corrisposto il restante 30%.
(leggi cos’è la maternita’ in affitto)

Nelle prime settimane di gravidanza,prima cioè che si abbia la conferma del battito,alla madre surrogata viene pagata solo una somma di 2.500 yuan (circa 250 euro) per far fronte alle spese mediche iniziali. Alla nascita del bambino infine i genitori sono assistiti nella fase di registrazione del neonato che,sottratto alla donna che lo ha materialmente messo al mondo,viene affidato alla coppia.

Il tutto naturalmente avviene in nero,visto che la riproduzione surrogata è illegale nel paese sin dal 2001,quando il Ministero della Salute emise una normativa con la quale proibì a medici,ospedali e operatori sanitari di condurre qualsiasi pratica di questi tipo. Nonostante ciò,il mercato ha continuato a crescere,grazie anche a un sempre maggiore incremento della domanda.

Secondo i dati resi noti dalla Commissione sanitaria di Shanghai,il 10% delle coppie locali ha problemi di infertilità. Le agenzie,inoltre,operano nel campo senza particolari problemi a causa di un buco normativo. “La legge –spiega il titolare di un’agenzia che lavora nel settore –definisce e punisce il comportamento di medici e ospedali,ma non cita le agenzie. Per cui delle tre parti coinvolte,i nostri clienti,gli ospedali e noi,gli unici che devono stare attenti sono gli ospedali e i medici”.

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In alcuni casi,per poter avere un bambino in via surrogata la coppia con problemi di infertilità necessita di acquistare anche degli ovuli e anche per questo c’è un mercato. Sembra siano molte le studentesse o le impiegate con stipendi bassi che per arrotondare vendono i propri ovuli per somme che vanno dai 15.000 ai 20.000 yuan (1500-2000 euro circa). Pratica anche questa condotta in maniera sotterranea,in quanto illegale.

Il costo totale per avere un figlio in questo modo si attesta intorno ai 300.000 yuan totali (circa 30.000 euro),un prezzo che è comunque considerato molto ragionevole,tanto che sono molte –a quanto riferisce l’inchiesta del Global Times –le coppie anche straniere che vengono in Cina per accedervi.

Recentemente poi sono molte le agenzie cinesi che,per evitare problemi con la legge,hanno deciso di trasferirsi in paesi come gli Stati Uniti o l’India,dove la pratica è legale. (ndr. e sarebbero paesi civili?)

Ha iniziato seppellendo feti abortiti. Oggi e’ padre di piu’ di 100 bambini

Al mondo esistono autentici eroi, persone che non appaiono sulla copertina delle riviste e non sono miliardarie, ma che con il loro esempio di vita rendono il mondo un posto in cui si e’ orgogliosi di vivere.

Uno di questi eroi anonimi è Tong Phuoc Phuc, un vietnamita che ha deciso di offrire il proprio contributo e ha salvato la vita di decine di bambini. Oggi è “padre” di più di cento piccoli, che senza di lui non sarebbero mai nati.

Tutto è iniziato nel 2001, quando sua moglie era incinta e ha avuto molte complicazioni. Il parto è stato difficile, e Phuc racconta che mentre aspettava in ospedale che la moglie si riprendesse ha visto che molte donne entravano incinte in sala parto ma uscivano senza alcun bambino. All’inizio non capiva, ma quando ha visto i medici che gettavano i feti nella spazzatura si è reso conto di ciò che stava accadendo. Ha provato una grande compassione, e ha chiesto di poter prendere quei corpi.

Con tutti i risparmi accumulati con il suo lavoro di costruttore ha comprato un piccolo campo per poter seppellire i resti dei bambini abortiti. All’inizio la moglie pensava che fosse impazzito, ma lui ha continuato a farlo, e attualmente sono già oltre 10.000 i feti abortiti che riposano nel campo.

Da quando ha iniziato a seppellire i corpi, varie madri che hanno abortito hanno iniziato a recarsi al cimitero per pregare per i figli che vi sono sepolti, e donne incinte a rischio di aborto hanno iniziato a cercarlo per chiedere aiuto. Phuc ha aperto le porte della propria casa perché queste gestanti avessero un posto in cui restare e si è offerto di adottare i bambini non desiderati. Da allora ha adottato più di cento piccoli che altrimenti sarebbero stati abortiti, ed è riuscito a far sì che col tempo molte donne tornassero a cercare i propri figli una volta raggiunte migliori condizioni di vita.

Tutti i bambini adottati da Phuc se sono maschietti ricevono il nome Vihn (che significa “Onore”), se sono femminucce Tam (“Cuore”); il secondo nome è sempre quello della madre o della sua città d’origine – nel caso in cui la madre ritorni – e il soprannome è Phuc, quello dell’uomo, perché li considera tutti suoi figli. “Questi bambini ora hanno una casa sicura. Sono disposto ad aiutarli e a insegnare loro ad essere brave persone”, ha affermato.

Anche se è un compito stancante, Phuc non pensa di smettere.

“Continuerò a svolgere questo lavoro fino al mio ultimo respiro, e incoraggio i miei figli a continuare ad aiutare le persone più svantaggiate”.

da: http://it.aleteia.org

Silvia e l’aborto. E poi fuori a riveder le stelle

In Italia della sindrome post-abortiva si occupano saltuariamente molti Centri di aiuto alla vita, magari appoggiandosi direttamente a qualche psicologa locale, e sistematicamente associazioni quali La Vigna di Rachele e Il Dono.

Proprio grazie a Il Dono incontriamo Silvia, 34 anni, nella sua città, Milano: un aborto alle spalle, un futuro davanti «perché la morte non abbia l’ultima parola», come continua ripeterci con le parole, e lo sguardo, durante l’intervista.

Non volevi pregiudizialmente bambini o hai deciso l’aborto dopo aver scoperto di essere incinta?

Mi ero sempre proclamata contraria all’aborto, ma quel test positivo era talmente inatteso che, pochi minuti dopo aver visto il risultato, alla domanda fatta tra me e me “e adesso?” quel pensiero si è insinuato, quasi ovvio, tra un palpito del cuore e l’altro: “Prima di tutto devo dirlo a lui. E comunque, si può sempre interrompere”.

Quando hai scoperto di essere incinta che sensazioni hai vissuto?

Lo stupore ha prevalso su tutto: avevo vissuto un solo momento d’intimità negli ultimi anni, in occasione di un incontro con il mio ex ragazzo. E quella sera sono rimasta incinta. Allo stupore son seguiti a breve la paura e la confusione…

La scelta dell’aborto l’hai condivisa con il padre di tuo figlio o sei stata lasciata sola?

Ero stupita e un po’ spaventata da qualcosa di tanto grande e tanto lontano dai miei programmi. Ho cercato rassicurazioni, ma le ho cercate nel posto sbagliato: lui da subito non ne ha voluto sapere. Ma quel che è peggio, a posteriori, è che non si è fatto da parte subito: voleva che io mi convincessi che l’aborto era la scelta migliore, per me, per lui, persino per il bambino. Abbiamo passato notti intere a parlare e mi sembrava che, per quanto dolorose, le sue ragioni fossero ragionevoli. Quanto a me, alternavo momenti in cui tutto sembrava chiaro a favore dell’interruzione della gravidanza ad altri in cui ogni cosa sembrava ugualmente chiara ma dire il contrario, tanto che una volta chiamai l’ospedale per annullare tutto. Però ritelefonai due giorni dopo, convinta che quella non fosse la scelta migliore, ma l’unica possibile. Mi sentivo sola, confusa e angosciata, e volevo che tutto passasse. Volevo solo che la mia vita tornasse come prima.

Lui mi ha accompagnato in ospedale, c’era prima e dopo l’intervento. Dopo ha iniziato a sparire. Più stavo male io, più si allontanava lui. Eravamo amici da 16 anni, avevamo alle spalle una storia di 2, credevo ci fosse un legame forte fra noi. Non l’ho più sentito.

Cosa ti ha fatto rinascere?

La mia rinascita è avvenuta nelle mani di Dio, che si è manifestato in più persone e in più momenti. Di questo non sarò mai grata abbastanza. Un ruolo chiave l’hanno avuto, in modi diversi, un amico sacerdote, una psicologa, e soprattutto le donne e gli uomini de “Il Dono”. Con loro sono stata aiutata a fare verità, non solo sul mio aborto, ma sulla mia vita, perché ho capito che il mio “no” a quel figlio inatteso veniva da lontano. Non era un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di tanti altri rifiuti, il gesto logico di una mentalità che, fino ad allora, non sapevo appartenermi.

Il Papa ha invitato i medici a non ingannare le madri con l’aborto. Anche per te l’aborto è un inganno?

Sì, perché a chi lo compie sembra l’unica strada percorribile e invece c’è sempre un’altra via. È un inganno perché chi lo compie pensa di riportare le cose come prima, ma un figlio cambia sempre la vita. E un figlio che ti entra sempre più nel cuore e nell’anima, ma che non potrai mai veder crescere e abbracciare, e questo per tua scelta, è qualcosa che la stravolge la vita.

Quanto potrebbero fare i medici e quanto avrebbero potuto fare per te?

Potrebbero fare molto. Anche indirizzando le donne che si rivolgono a loro verso associazioni ed enti in grado di ascoltarle con pazienza e attenzione. Nel mio caso, anche se alla visita piangevo come una fontana, la risposta glaciale che ebbi al mio «non sono sicura di volerlo fare», fu un secco «non è un mio problema». Il medico che avviò l’iter non mi chiese neppure i motivi del mio rivolgermi a lui. Penso che sarebbe stato importante sentirmi accolta e ascoltata con i miei timori e i miei dubbi.

A una madre che oggi si trova nella tua situazione di allora cosa diresti?

Prima di tutto le farei le congratulazioni! Cercherei di spostare la sua prospettiva: dal considerare quella novità come un problema da risolvere al vederla un’opportunità di gioia. E prima di qualunque consiglio, la ascolterei, mi metterei al suo fianco, le direi: “Parliamone. Come ti senti, cosa ti preoccupa, quali sono i tuoi pensieri?”. Promettendole che non resterà sola…

La sindrome post-abortiva è poco studiata, ma esiste. Come stai “sopravvivendo” al tuo aborto?

Dopo l’aborto avrei voluto morire. Provavo un dolore, un senso di vuoto e un senso di colpa così grandi che pensavo che continuare a vivere fosse un inferno. Il cammino umano e di fede con “Il Dono” e col mio padre spirituale ha accompagnato la mia conversione: mi hanno insegnato che con il dolore, e con un’altra morte, benché non fisica, non avrei rimediato al mio sbaglio, non avrei restituito la vita a mio figlio, né avrei onorato la memoria della sua breve esistenza. Mettere in pratica invece tutto quello che grazie a lui ho imparato e imparo ogni giorno, mettermi in gioco per diventare una persona migliore, mettermi alla scuola dell’Amore per vivere una vita piena e autentica, questo posso farlo, e farlo per lui. Perlomeno ci provo. Il sacramento della Riconciliazione è stato una tappa fondamentale perché si compisse la trasformazione del mio sguardo.

Cosa si può fare in caso di gravidanza ectopica?

Uno dei casi in cui c’è un serio pericolo per la vita della madre. Cos’è la gravidanza ectopica? In occasioni molto rare, l’embrione che inizia la sua esistenza dopo la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo non riesce ad arrivare all’utero e si impianta nella tuba di Falloppio, luogo di transito verso la cavità uterina, biologicamente non in grado di sostenere una gravidanza. Visto che l’elasticità della parete di questo condotto è limitata, l’aumento di volume del feto in crescita provocherà inevitabilmente la sua rottura, mettendo in pericolo la vita della madre, oltre a provocare la morte del feto. Quando l’embrione si impianta nel luogo errato, sia questo la tuba di Falloppio o l’addome, la gravidanza viene chiamata “ectopica” (fuori dalla sua sede). Il 97% di tutte le gravidanze ectopiche si verifica nelle tube di Falloppio.

Come risolvere la questione? Delle quattro procedure utilizzate più di frequente per trattare le gravidanze ectopiche, tre presentano oggettive difficoltà tecniche, e solo una risulterebbe accettabile a livello morale.

a. Il primo trattamento implica l’uso di metotrexato, che quando utilizzato punta alle cellule di rapida crescita provocandone la morte, soprattutto quelle trofoblastiche (precursori della placenta), che sono quelle che fanno aderire l’embrione alla parete della tuba di Falloppio. C’è chi ritiene possibile che questa sostanza si rivolga di preferenza a quelle cellule, diverse dal resto dell’embrione, di modo che si potrebbe pensare che ponga fine alla vita di questo solo in modo indiretto. Altri, tuttavia, pensano che queste cellule trofoblastiche facciano, di fatto, parte dell’embrione (prodotte dall’embrione, non dalla madre), per cui il metotrexato in realtà va a intaccare un organo vitale dell’embrione provocandone la morte.

b. Un’altra tecnica moralmente problematica è la salpingostomia, che consiste nel realizzare un taglio lungo la tuba di Falloppio ed estrarre l’embrione, che naturalmente morirà subito, chiudendo la condotta tubarica con una sutura. Questa soluzione, come l’utilizzo del metotrexato, lascia la tuba di Falloppio in gran parte intatta per possibili gravidanze future, ma pone anche serie obiezioni morali perché questo intervento è volto direttamente a estirpare l’embrione dalla tuba provocandone la morte. Ad ogni modo, si ammette che queste tecniche in genere lascino cicatrici nella tuba di Falloppio, aumentando così le possibilità che una gravidanza futura possa presentare lo stesso problema di annidamento ectopico.

c. Una terza soluzione consiste nell’estirpare la tuba di Falloppio che contiene l’embrione annidato in sé. Questa procedura viene chiamata salpingectomia. Il momento per realizzarla – visto che quasi la metà dei casi di gravidanza ectopica si risolve da sé, senza necessità di alcun intervento, quando il bambino muore in modo naturale – verrebbe indicato dalla verifica di un assottigliamento nella parete della tuba che favorirebbe la sua rottura, per via dell’incremento della pressione esercitata dall’embrione e dal suo trofoblasto, entrambi in crescita. In questo caso, la morte dell’embrione non è l’effetto direttamente cercato con l’intervento, che è quello di estirpare la tuba prima che questa scoppi. Questo caso potrebbe essere considerato un’azione dal doppio effetto, uno positivo e un altro negativo ma non desiderato, per cui si potrebbe considerare eticamente corretto, visto che l’intenzione del medico è quella di ottenere l’effetto positivo (eliminare il tessuto danneggiato della tuba), mentre l’effetto negativo (la morte del feto ectopico) viene solo tollerato. In questo senso, è importante sottolineare che il medico sta agendo direttamente sulla tuba di Falloppio (una parte del corpo della madre) e non direttamente sul feto. Un altro elemento importante per stabilire un giudizio etico è che la morte del feto non è il mezzo che rende possibile la guarigione della madre. Si ricorrerebbe alla stessa procedura curativa se ciò che fosse dentro alla tuba di Falloppio fosse un tumore e non un feto. Ciò che cura la madre è l’estirpazione della tuba, non la conseguente morte del bambino. 14

d. Una quarta soluzione consisterebbe nella cosiddetta “attesa armata”, che consiste nel sottoporre la gestante a una vigilanza volta a intervenire con urgenza nel momento in cui si verifichi la rottura della tuba, per minimizzare il rischio per la madre. Questa soluzione, anche se evita di intervenire prima della rottura della tuba per evitare la morte del feto, sottopone indirettamente la madre a un rischio elevato che risulta difficile da giustificare avendo l’alternativa della salpingectomia, che come abbiamo detto è eticamente accettabile per le ragioni suesposte. Valutazione bioetica. Tutti gli interventi volti direttamente a provocare la morte dell’embrione o del feto, anche se si vogliono giustificare al fine di proteggere la vita della madre, a livello etico sono da respingere. Un fine lecito, in questo caso curare la madre, non giustifica un mezzo illecito, ovvero provocare direttamente la morte di suo figlio. Sia la salpingostomia, ovvero estirpare l’embrione situato nella tuba mantenendo quest’ultima, che l’uso del metotrexato provocano direttamente la morte dell’embrione, il che renderebbe moralmente illecito il loro uso. L’argomentazione che sostiene che questo farmaco agisce solo sul trofoblasto, precursore della placenta, e non sull’embrione risulta difficilmente sostenibile, visto che considerare il trofoblasto come qualcosa di diverso dall’embrione è un concetto che può essere chiaramente messo in discussione. Dall’altro lato, il metotrexato non agisce solo sulle cellule del trofoblasto, ma su tutta la popolazione cellulare che presenta processi di divisione, come anche su quelle dell’embrione, anche se la loro velocità di moltiplicazione cellulare è nettamente inferiore a quella del trofoblasto. La “vigilanza armata” o astenersi dall’intervenire fino a che non si verifica lo scoppia della tuba presenta la difficoltà etica di sottoporre la madre a un rischio elevato non necessario, che può essere evitato mediante la salpingectomia o estirpando la tuba prima che ci siano indizi dell’assottigliamento della sua parete che possano far pensare a una possibile rottura.

Sembra quindi che sia quest’ultimo intervento, la salpingectomia, a offrire meno dubbi sulla sua bontà etica, pur ammettendo il doppio effetto inevitabile e non cercato di provocare la morte indiretta dell’embrione come conseguenza dell’estirpazione della tuba di Falloppio nella quale è annidato.

Julio Tudela e Justo Aznar, Osservatorio di Bioetica dell’Università Cattolica di Valencia (Spagna) Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti aleteia

La vita umana e’ fin dal concepimento?

“Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”
(Papa Francesco in Misericordia et
misera)

Durante la campagna elettorale USA del 2016 vi fu alla CNN un intenso scambio tra Marco Rubio, senatore della Florida e Chris Cuomo, governatore dello Stato di New York.

Nel programma il confronto ha toccato lo scandalo della Planned Parenthood (PP) (il colosso degli aborti accusato di lucrare sulla vendita di organi e tessuti provenienti dai bambini abortiti) che tiene banco sui media americani e che ha condotto 13 Stati ad indagare la PP e 3 Stati a decidere di tagliare i finanziamenti pubblici all’organizzazione. Quando Marco Rubio ha difeso la dignità dell’embrione dicendo “La scienza ha deciso che è una vita umana”, Cuomo ha ribattuto: “Non dal concepimento!”. “Assolutamente sì. Cos’altro può essere? Non può trasformarsi in un animale, non può diventare un asino, l’unica cosa che può diventare è un essere umano. È un essere umano, non può essere nient’altro”, è stata la replica di Rubio.

Attraverso la rivista Forbes [1] Arthur Caplan, capo del dipartimento di etica medica al Centro Medico Langone dell’Università di New York, ha criticato l’affermazione di Rubio. Secondo Caplan la scienza non ha stabilito quando inizia la vita umana e per dimostrarlo ha presentato ben 11 argomenti:

1. Se davvero la vita iniziasse al momento del concepimento si dovrebbero cessare la fecondazione in vitro, la ricerca sulle staminali (embrionali n.d.r.), la contraccezione d’emergenza.

2. Uccidere una donna incinta dovrebbe condurre all’accusa di duplice omicidio

3. Una donna non potrebbe vedere utilizzato il suo testamento biologico quando è incinta

4. La scienza non offre una linea certa di che cosa sia il concepimento: quando uno spermatozoo raggiunge un ovulo, quando penetra l’involucro della cellula uovo, quando comincia la ricombinazione genetica, quando si forma un nuovo genoma, oppure quando esso comincia a funzionare?

5. Oltre il 70% degli embrioni muoiono prima della fase di impianto nell’utero materno, quindi la maggior parte dei concepimenti non porta ad alcun essere umano, il concepimento nella maggioranza dei casi conduce a niente.

6. L’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha affermato nel 1981 che l’esistenza di una vita umana al momento del concepimento è una questione a cui la scienza non può dare risposte.

7. I fatti indicano che il punto di partenza è dopo il concepimento.

8. Il concepimento crea più di una vita, i gemelli, due, tre, ma poi una delle vite è riassorbita nel corpo di un’altra.

9. Al momento del concepimento non è chiaro quante vite ci sono, lo si capisce solo più tardi.

10. Anche dopo l’annidamento una parte delle gravidanze vengono interrotte spontaneamente.

11. Il concepimento è sí l’inizio, ma è l’inizio solo del possibile, non dell’attuale.

Nel suo articolo Caplan non dice in realtà niente di nuovo. Si tratta di argomentazioni ormai molto comuni tra in sostenitori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Vediamo di dare una risposta quanto più sintetica per ciascuna di esse.

1. Argomento che sembra irrilevante. Una descrizione non riceve o meno validità dalle implicazioni sociali, ma solo dalla corrispondenza con la realtà. Se dovesse prevalere l’utilitarismo, allora uno schiavista avrebbe potuto affermare che i neri non sono esseri umani perché altrimenti la schiavitù sarebbe stata abolita con grande danno per l’economia.

2. Vale come il punto numero 1. Anche a livello psicologico l’affermazione si dimostra controintuitiva. Supponete che vostra moglie aspetti un figlio da voi e un rapinatore le spari. Cade in coma, i medici vi dicono che è cerebralmente morta, ma che c’è la possibilità che riescano a fare nascere il bambino, mantenendo artificialmente le funzioni vitali. Dopo un mese i medici vi comunicano che purtroppo anche il bambino non ce l’ha fatta. Quante perdite, quanti dolori distinti avete provato?

3. Stesse considerazioni del punto 1. In più il testamento biologico è un pessimo strumento per la tutela dell’autonomia dello stesso paziente che lo ha redatto, figuriamoci per la tutela di un altro essere umano.

4. Sebbene dietro pressione dell’industria contraccettiva l’Associazione dei Ginecologi Americani (e dietro essa le altre associazioni e istituzioni mediche) abbiano spostato il significato del termine concepimento al momento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno, tuttavia nel linguaggio corrente usato sia dai pazienti che dai ginecologi con esso s’intende la fecondazione (fertilization), termine che scientificamente (come attestato nel nomenclatore dell’Associazione dei Ginecologi Americani) indica la fusione delle membrane dello spermatozoo e dell’ovocita. Nel monumentale manuale di embriologia di Scott Gilbert si legge: “La fecondazione è il processo in cui due cellule sessuali (gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con potenzialità genetiche derivanti da entrambi i genitori”. In quanto processo, la fecondazione inizia con la fusione delle membrane dei gameti (singamia) e termina con la fusione del materiale genetico paterno e materno (cariogamia), ma l’inizio è uno, la singamia, il processo che segna il passaggio da due cellule ad un organismo: un’unità ontologica, non un assemblato di parti, con un corredo genetico unico (la probabilità che i soliti genitori daino alla luce due figli identici in due atti sessuali distinti è meno di una su settantamila miliardi) ed intrinseco orientamento e determinazione allo sviluppo.

5. Se il criterio della mortalità fosse determinante, allora vorrebbe dire che nei tempi e nei luoghi dove la mortalità neonatale e infantile sono elevate i bambini non sono esseri umani. Supponete che una donna incinta al sesto mese sia imbarcata su un volo verso Kinshasa: fintanto che è sui cieli italiani, dove la tecnologia neonatologia è sviluppata, ella porta in sé un essere umano, ma, secondo quanto affermato da Caplan, quando sorvola le coste dell’Africa, dove la probabilità di sopravvivenza di un tale prematuro sono pari a zero, allora in sé non ha più un essere umano? L’argomento implica che nel braccio della morte non vivano esseri umani e pertanto si potrebbe utilizzarli per ricerche scientifiche, o come fonte di organi.

6. Il concetto è stato riportato in modo scorretto. Nel documento citato l’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha dichiarato: “la proposta S158(proposta di legge del Senato N. 158 n.d.r.) che il termine “persona” debba includere “ogni vita umana” non ha basi nella nostra comprensione scientifica. Definire il momento in cui l’embrione in via di sviluppo diventa una “persona” deve rimanere una questione di valori morali e religiosi”.[3] Dal momento che il concetto di persona è di natura filosofica, correttamente l’Accademia delle Scienze si è dichiarata incompetente. Mischiare il concetto biologico di “vita umana” con quello filosofico di “persona” è molto pericoloso. La stessa Chiesa, riconoscendo la natura filosofica del concetto di persona, non ha mai impegnato la propria autorità nel definire l’embrione “persona”, ritenendo sufficiente fornire l’insegnamento che l’embrione vada trattato dall’inizio come persona e rimandando ai negazionisti l’onore della prova: “come un individuo umano non sarebbe una persona umana?” (EV, 60).

7. L’argomentazione appare Apodittica, imprecisa ed elusiva: quali fatti? “Dopo”? Quando? Alla nascita? Allo sviluppo dell’autocoscienza? Quale livello di autocoscienza? Al raggiungimento dell’autonomia? Quale livello di autonomia? Quale limite indica il professor Caplan oltre il quale si ha un essere umano?

8.  Il processo della possibile gemellazione non nega che un embrione sia un essere umano. Piuttosto esso è solitamente proposto per negare lo status di persona all’embrione alla luce della definizione classica di Boezio. È comunque un argomento inefficace anche in questo senso: la gemellazione consiste in una riproduzione non sessuata (filiazione) del primo essere umano (embrione) con formazione di un secondo essere umano (peraltro non identico all’embrione parentale), mentre il citato processo eventuale di “riassorbimento” dà luogo al fenomeno del chimerismo, del tutto inconsistente per negare lo status umano del concepito, a meno di sostenere che i soggetti trapiantati con organi da vivente o da cadavere non siano forse esseri umani. Le migliaia di persone che vivono con un cuore, rene, il midollo trapiantati, che assumono farmaci anti-rigetto e sono monitorati per il chimerismo post-trapianto sono non esseri umani? E che cosa sono?

9. Così formulato sembra ininfluente. Prima di ogni censimento non si sa quanti esseri umani sono presenti in un territorio, ma questo non rende quelli che sono presenti esseri non umani. Bombardare un’area non rende quanti periscono degli esseri non umani per il fatto d’ignorare il numero di quanti ci vivono.

10. Vale come il punto 5. Con l’aggiunta che, proprio perché fattibile i medici operano sui fattori che possono determinare la morte del concepito cercando di evitarla e nessuno, nemmeno il professor Caplan credo direbbe che nel fare questo i medici si comportano da veterinari.

11. È un’affermazione corretta solo se si dà per essere umano la definizione di un essere con caratteristiche diverse dall’embrione, ad esempio se si definisce come essere umano un adulto autocoscienze ed autonomo. Ma questo è proprio ciò che il professor Caplan non ha provato nel suo intervento.

Caplan nel suo articolo non ha esaurito gli argomenti pro-aborto, altri ne esistono in letteratura [4-6] a cui si oppongono solide ragioni [7-9]. Non si può non rimanere sorpresi che il sistema accademico americano produca un pensiero bioetico così superficiale e poco accurato. Sembra quindi che Rubio abbia ragione nel sostenere che l’embrione è da considerare a tutti gli effetti una vita umana.

Renzo Puccetti  (www.zenit.org)

*

NOTE

1. Arthur Caplan. Marco Rubio And The GOP’s Dangerous Misconception On When Life Begins. Forbes Magazine. 10-8-2015.http://www.forbes.com/sites/arthurcaplan/2015/08/10/marco-rubio-and-the-gops-dangerous-misconception-on-when-life-begins/

2. Scott F. Gilbert. Developmental biology 7th ed. Sunderland MA: Sinnauer Associates 2003. p. 183.

3. William W. Lowrance. The relation of science and technology to human values. In: Craig Hanks. Technology and values: essential readings. 2010 Blackwell Publishing Ltd. pp. 41-42.

4.  David Boonin. A defence of abortion. Cambridge University Press. Cambridge (UK) 2003.

5. Ronald Dworkin. Life’s dominion. An argument about abortion, euthanasia and individual freedom. Random House, New York, 1994.

6. Daniel Callahan. Abortion: law, choice and morality. Mc-Millan Company, New York, 1970.

7. Francis Beckwith. Defending life: A moral and legal case against abortion choice.Cambridge University Press, New York, 2007.

8. Robert P. George and Christopher Tollefsen. Embryo. A Defense of Human Life.Doubleday, 2008.

9. Peter Kreeft. Three Approaches to Abortion: A Thoughtful and Compassionate Guide to Today’s Most Controversial Issue. Ignatius Press, 2002.

Aborto: il dolore delle donne

aborto-donna.jpgQuando, entrando in classe, incrociai il suo sguardo per la prima volta, rimasi senza parole. Non avevo mai visto degli occhi azzurri e affascinanti come i suoi. I suoi capelli biondi e il suo sorriso dolce e ribelle insieme, non lasciavano trasparire quasi mai la rabbia e la sofferenza che si portava dentro. Ma niente mi avrebbe preparato ad aiutarla nel suo evento più doloroso. Era primavera e la vita, oltre a sbocciare nei campi, aveva iniziato a sbocciare anche dentro di lei.

Un giorno mi confidò questa sua situazione, insieme alla marea di problemi familiari che pesavano sulle sue giovanissime spalle. Io cercai di aiutarla come potevo e la misi in contatto con persone specializzate a star vicino ad un’adolescente “in attesa”. La pregai di andare all’appuntamento che le avevo procurato. Avrei fatto qualsiasi cosa per darle un valido aiuto nella decisione che doveva prendere. E la decisione era importante: far fiorire il fiore che aveva in grembo o chiudersi alla vita, illudendosi così di evitare tanti altri problemi.

Dopo una settimana, mi disse: “Ho fatto tutto prof. Sono andata fuori città e ho fatto. La mia mamma mi ha accompagnata”. Non ho detto niente. L’ho solo guardata come si guarda un vaso fragile che non sopporterebbe ulteriori scossoni; cercavo di farle capire che io le volevo ancora bene. Nella mia vita, ogni volta che mi sono avvicinata a donne che avevano abortito, ho toccato con mano il dolore. Per questo mi sembrava così strana l’apparente tranquillità di questa ragazzina.

Passarono i mesi ed a scuola la vedevo serena, allegra… come sempre, insomma. Almeno sembrava. Un giorno, in rete, leggo una discussione sull’aborto, dove lei sta intervenendo. Scrive con rabbia; difende la libertà di scelta e, contro di lei, intervengono coloro che sono contrari all’aborto. Quella discussione mi fa vedere il suo dolore. La sua apparente grinta e sicurezza nell’argomentare, ai miei occhi, sono solo meccanismi di difesa di una creatura che non vuole pensare il peggio di se stessa e non vuole più star male come un cane. Prendo l’occasione per scriverle in privato e in privato lei mi risponde. Una ragazzina, un’adolescente, una mia alunna, mi ha spiegato l’aborto meglio di tante relazioni e libri che ho letto in questi anni.

“Prof… proprio perché so cos’è l’aborto, mi girano le balle a sentire certi discorsi in rete. L’aborto è un trauma, uno shock per chi lo vive, un qualcosa di buio e orribile che ti trascini dietro a vita… è la consapevolezza di non aver dato l’opportunità di vivere a tuo figlio… è un rimorso a vita… un flagello… eppure spesso… molto spesso… è l’unico spiraglio di luce in fondo ad un tunnel buio.. o in altri casi, come nel mio, è imposto.

Non dico che questo sia giusto.. o tanto meno sia giustificato.. ma non si ha nessun diritto di parlare di certe cose così… come si potrebbe parlare di un ‘no alla tav’.

Mi sembra altrettanto futile , sciocco, egocentrico e anche poco rispettoso nei confronti di chi gli è stato imposto (nel bene o nel male che sia) un dolore di questo livello… tutto qua.Si… cinque mesi  fa è successo, prof.

Però cerco di essere una persona forte … e non si sa per quale motivo riesco a sorridere anche adesso… forse più per dare forza a chi ho intorno e si preoccupa per me, che non per darla a me… non è facile… ma per sfortuna o per fortuna, da questa vita, quel poco che ho imparato è che non sempre è tutto facile e giusto, anzi!

E ho anche imparato che i calci sulle gengive, quando li prendi, il dolore lo senti tu… e chi ti è vicino può solo compatirti e starti ancora più vicino… ma per quanto lo faccia con amore, è chi sta male che deve stringere i denti e andare avanti. Non posso negare che ho ancora nella testa gli occhi dei dottori, delle persone che sapevano; occhi di “pena”.

Ricordo le urla di dolore e quella donna che mi stava vicino e gridava “Stiamo perdendo troppo sangue!” e continuava a ripeterlo… Ricordo le lacrime negli occhi di mia madre e le parole balbettate di mio padre, che a stento tratteneva le lacrime… ricordo di aver sentito il calore delle mie sorelle… ricordo gli incubi che ho tutt’ora… ricordo quanto è stato amaro il boccone da mandare giù quando io ero in ospedale e la persona che diceva di amarmi era lontana e mi chiamava da una discoteca… ricordo la mente confusa durante l’operazione e lo strazio come se fossi carne da macello… ricordo quel bacio affettuoso sulla fronte che mi diede il chirurgo dopo l’operazione… ricordo il sangue che colava… ricordo il mio stomaco stringersi fino a quasi non farmi respirare, ogni volta che avrei voluto piangere; ma non l’ho fatto per non creare disagio a nessuno.

Ricordo l’emorragia e ricordo di aver ricordato tutto quello che aveva passato mia mamma con la sua malattia; e questo mi dava forza.

Ma forse la cosa di cui ho avuto più ‘paura’ è stata quella voce… quella notte… pochi giorni dopo l’operazione. Ero nel mio letto… dormivo… mi sono svegliata di soprassalto… ero stata svegliata da una voce che mi aveva chiamata ‘mamma’.. e io mi sono svegliata con naturalezza come se tutto ciò fosse reale…problemi mentali!? fantasia!? subconscio?! immaginazione?! Non lo so.. so solo che io parlo con lui ogni giorno … e se è vero che esiste qualcosa.. beh, quel qualcosa mi sta dando forza”.

Maria Cristina Corvo

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Le ragioni della vita

abbraccio-ritratto-wTutte le informazioni che la scienza ci mette a disposizione mostrano che la vita di ogni uomo prende il via con il concepimento. Anche sotto il profilo giuridico e filosofico l’embrione e’ un essere umano e va tutelato. Qualche argomento in sintesi.

Aborto, fecondazione artificiale, uso di embrioni umani come cavie di laboratorio, clonazione: la guerra contro la vita concepita si è fatta in questi sempre più aspra. Una guerra silenziosa, invisibile, spesso dimenticata, consumata nell’indifferenza generale. Chiunque fra noi – viaggiando la mattina sul treno, diretto al proprio lavoro – provasse a difendere il diritto alla vita di un cucciolo d’animale avrebbe il plauso e l’approvazione di tutti i suoi interlocutori; ma se il cucciolo fosse d’uomo, magari un embrione di poche settimane, allora un muro di disapprovazione circonderebbe il nostro incauto viaggiatore. Questa è la cifra della società in cui viviamo: condanna alla gogna chi abbandona il proprio cane, mentre “rispetta” la libertà di chi si sbarazza del proprio figlio concepito.

Il lupo e l’agnello

Il divieto di uccidere l’innocente è da sempre uno dei capisaldi della morale naturale: come è possibile che oggi questo elementare precetto etico sia sistematicamente violato senza provocare alcun tipo di reazione? Siamo di fronte a una strategia molto sofisticata, attuata attraverso gli strumenti che plasmano l’opinione pubblica – giornali, radio e Tv, partiti politici, agenzie culturali – per rendere “digeribile” all’uomo della strada l’uccisione volontaria di un bambino non ancora nato.

Occorre una scusa, un pretesto che trasformi un atto riprovevole in un gesto privo di significato morale, o addirittura buono. Torna in mente la celebre favola latina del lupo e dell’agnello. Il predatore cerca a tutti i costi un appiglio cui attaccarsi per legittimare il suo progetto omicida: “mi sporchi l’acqua del ruscello”; “tuo padre ha offeso il mio”. L’esito della storia è scontato, e alla fine, nonostante nessun argomento stia in piedi, il lupo si mangia il povero agnello. È la medesima fine cui è condannato spesso l’embrione umano, il quale è talmente indifeso che potrebbe essere toto dì mezzo senza ricorrere a pretesti pelosi: ma tant’è, l’uomo ha bisogno di autoassolversi quando compie il male.

La strategia di giustificazione dell’aborto ha un peso determinante anche nei confronti della donna, che viene sospinta verso il tragico gesto da una mentalità abortista diffusa, divenendo essa stessa vittima di una cultura della menzogna. Molte donne che hanno abortito resesi conto di ciò che hanno tatto, non riescono a perdonare chi le ha ingannate tacendo la vera identità umana del nascituro.

Il profilo biologico

Dentro questa strategia, ha un ruolo decisivo l’incessante lavoro di disinformatzja per convincere la gente che la vita umana inizia in un momento diverso dal concepimento. Sì tratta di un punto che potrebbe essere liquidato con poche, chiare parole, dal momento che la questione e molto semplice: gli esseri viventi appartenenti al regno animale iniziano ad esistere dopo che l’unione tra i gameti maschile e femminile ha originato un nuovo essere, dotato di un patrimonio genetico autonomo e caratteristico.

Nulla è più eloquente della realtà. Ma poiché il ‘900 ha visto sistematicamente prevalere le ideologie sui fatti – con i disastri che tutti conoscono -, anche in questo campo si sono scatenate le olimpiadi delle questioni di lana caprina.

Obiettivo: dimostrare che la vita umana inizia in un momento successivo alla fecondazione. Non è qui possibile dare conto di tutte le argomentazioni, anche le più fantasiose, gettate sul tappeto per convincere l’opinione pubblica che la vita inizia dopo il concepimento: basti dire, tanto per rendere l’idea della confusione, che nel 1988 è uscito negli Stati Uniti un libro intitolato When did I begin? (Quando comincio io), in cui si sostiene che ognuno di noi “esiste” a partire dai 14 giorni dopo la fecondazione.

L’autore, Norman Ford, è un salesiano rettore di un collegio teologico cattolico. I mass media si gettarono a pesce sull’opportunità di attribuire a un sacerdote una simile interpretazione: poco importa che un genetista di fama mondiale come Angelo Serra smontasse in tre mosse il castello di sabbia costruito da Ford. Purtroppo, vale nel campo delle opinioni la legge di Gresham; la moneta cattiva scaccia quella buona.

In definitiva:

a. Tutte le informazioni che la scienza ci mette a disposizione concorrono a mostrare che la vita di ogni uomo prende il via con il concepimento.

b. Se d’altra parte così non fosse, basterebbe domandarsi chi o che cosa è l’embrione umano nel periodo che intercorre fra la fecondazione e il 14° giorno, o il terzo mese: un vegetale? una coltura batterica? un minerale?

c. Dal punto di vista biologico, le caratteristiche somatiche di ciascuno di noi sono inscritte nel nostro patrimonio genetico sin da quei primissimi istanti: io, e nessun altro, è stato per nove mesi quel determinato embrione. Per sfuggire a questa verità elementare occorre negare i fondamenti della ragione umana, a cominciare dal principio di non contraddizione.

d. Per riconoscere quanto abbiamo appena scritto, non occorre attingere al deposito della fede o alla rivelazione, ma alla semplice ragione, così come per affermare che il pianeta Terra ha un satellite e Giove ne ha dodici.

Il profilo filosofico

Oggi sta diventando sempre più difficile negare che l’embrione subito dopo la fecondazione sia un essere vivente appartenente alla specie homo sapiens. Un embrione di due mesi, anche se down o focomelico, impone la sua invincibile umanità attraverso lo schermo dell’ecografo. Si è allora verificata una controffensiva su tre diversi piani, che possono essere riassunti con le seguenti affermazioni:

a. D’accordo, il concepito è un essere umano, ma non è una persona perché sprovvisto delle capacità superiori tipiche dell’uomo adulto.

È facile rispondere che il concepito è ontologicamente titolare di tutte le funzioni superiori, nonostante non sia ancora in grado di manifestarle pienamente; e forse le manifesterà in modo incompleto o non riuscirà mai a comunicarle, a causa di una patologia. Ma ciò non toglie che egli sia uomo, pienamente e già in atto. Nessuno poteva prevedere, osservandolo due giorni dopo il suo concepimento, che padre Norman Ford sarebbe divenuto un salesiano e avrebbe scritto un pessimo libro; si poteva pensare sarebbe diventato un cantante rock, o un astronauta, o un idraulico. Salesiano non lo era ancora; uomo, sì. Anche un neonato è incapace di moltissime “facoltà superiori”; un malato di Alzhaimer le perde a poco a poco; e ognuno di noi è un incapace grave di fronte alle conoscenze nel campo della fisica di Albert Einstein. Ma abbiamo tutti una cosa in comune con l’embrione e con Einstein: siamo uomini.

Senza dimenticare che la scienza stessa ci sta svelando un mondo di comunicazioni, di gesti, di gioie e di sofferenze vissute ed espresse dal nascituro nei confronti della madre (e viceversa) che superano la nostra stessa immaginazione, rivelando l’esistenza di “facoltà Superiori” che, una volta nati, perdiamo irreparabilmente essendo proprie solo dell’età gestazionale.

b. D’accordo, il concepito e un essere umano, ma da un fatto scientifico non può essere dedotto alcun principio morale, e chi pretende di farlo opera una riduzione dell’uomo a/la sua materia biologica.

L’osservazione della realtà non mi dice ancora dove stia il bene o il male, ma è il presupposto per poter agire moralmente: viaggiando in auto nella nebbia, devo distinguere se l’ombra che intravedo è un uomo ferito o un sacco di stracci, e nel dubbio mi fermo. Il principio morale non nasce dai miei occhi che vedono, ma senza l’osservazione e il riconoscimento della realtà mi è impossibile agire secondo verità. Con l’embrione è la medesima cosa.

c. D’accordo, il concepito è un essere umano, ma può essere soppresso.

Penso non siano necessari commenti a questa massima espressione di disumano cinismo. Essa tuttavia spiega senza giri di parole ciò che è avvenuto in questi anni nei nostri parlamenti e ci introduce al terreno più scottante dell’intera materia, quello giuridico.

Il profilo giuridico

Anche una volta ammessa l’umanità del concepito, e il suo essere di conseguenza persona, l’abortismo non demorde: sposta la sua battaglia sul terreno del diritto, e afferma che il legislatore può scientemente stabilire dei “paletti convenzionali”, cioè può fingere che la vita umana inizi al 90° giorno, o al 120°, o quando il nascituro diventa capace di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Un vero capolavoro di ipocrisia, che attribuisce al diritto capacità magiche: non è più la realtà delle cose a informare le scelte del legislatore, ma e il legislatore a costruire una realtà parallela e alternativa a quella vera. Caligola fece senatore un cavallo, e avrebbe potuto anche “fare” cavallo un senatore; così la legge trasforma un uomo concepito in un oggetto di proprietà della madre o dello scienziato. Come si vede, alla fine viene trovato il modo di saltare a piè pari tutto il dibattito sull’inizio della vita umana – che è comunque servito a narcotizzare le coscienze – invocando altri punti geometrici di riferimento; la prevenzione della clandestinità, la libertà di scelta della donna, il “bene” del figlio handicappato.

Insomma, il meccanismo è semplice; offuscare la visione del concepito, ridurlo a cosa, ma affermare alla fine che è giusto e doveroso sopprimerlo anche se fosse un uomo. Grande è il lavoro che ci attende per dare voce alla verità. A cominciare dallo scompartimento ferroviario dove ogni mattina incontriamo il mondo.

AA.VV. Identità e statuto dell’embrione umano, Libreria Editrice Vaticana1 Città del Vaticano 1998.

AA.VV. Fecondazione extracorporea: pro o contro l’uomo?, Gribaudi, Milano 2001. Claudia Cimino, Risonanze di Coppia – La personalità in embrione, Due Sorgenti, Roma 2001.

Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Edizioni Ares, Milano 1991. Mario Palmaro, Ma questo è un uomo, San Paolo, Cinisello B.mo (Ml) 1998.

Evangelium vitae

Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli “che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita”. (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 28)

“… nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di “interruzione della gravidanza”, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”. (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 58)

di Mario Palmaro © Il Timone – n. 15 Settembre/Ottobre 2000

Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile

Little boy“Il libro che state per leggere ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti.” Esordisce Claudio Risé nella Prefazione al libro di Antonello Vanni. “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”.

Antonello Vanni, educatore e docente di Lettere, perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica di Milano, è un esperto del padre. Ha approfondito i temi della responsabilità e della tutela della vita umana ne Il padre e la vita nascente (Nastro 2004). Ha curato la documentazione scientifica del libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita di Claudio Risé (San Paolo 2007). Ha insegnato presso la facoltà di Bioetica dell’Ateneo Regina Apostolorum di Roma e presso l’Istituto per ricerche e attività educative di Napoli sul tema “adolescenti, media e droga”. Nel 2009 ha pubblicato il libro Adolescenti tra dipendenze e libertà. Manuale di prevenzione per genitori, educatori e insegnanti (San Paolo).

L’autore fa uno “scavo pioneristico” dentro la figura paterna, quasi completamente dismessa soprattutto quando si tratta di IVG e dintorni, che vale la pena percorrere. Dalla curiosità per questa opera nuova, nasce l’intervista all’autore.

Come, quando e perché è nata l’idea di questo libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” edito da San Paolo Ed.?

Antonello Vanni: Da anni svolgo un’attività di ricerca personale sulla figura paterna nelle sue dimensioni più legate all’educazione e crescita dei figli, ricerca che si è poi espressa nel mio libro “Padri presenti figli felici. Come essere padri migliori per crescere figli sereni” (San Paolo Ed., 2011) giunto alla seconda edizione e pubblicato anche in altre lingue. Durante questa ricerca mi sono reso conto di quanto sia dimenticata, anche negli ormai numerosi libri sulla paternità, la relazione tra il padre e la vita dei figli nella sua primissima fase, quella dell’origine della vita stessa. A questo tema ho dedicato nel 2004 una pubblicazione “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (F. Nastro Ed.) in cui ho posto alcune basi per la mia riflessione successiva sul tema, fornendo inoltre delle proposte concrete ai Cav, ai giovani del MPV, a chi si occupa di corsi di preparazione al matrimonio, e agli studiosi di Bioetica, per favorire l’avvicinamento tra padre e vita concepita. In questo nuovo libro, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (vedi http://www.antonello-vanni.it  ), sono partito da quelle basi per esplorare ulteriormente, a tutto tondo, e sulla scorta di ricerche scientifiche internazionali aggiornate, gli aspetti che costituiscono il tema della relazione tra il padre e il destino della vita del figlio cui l’uomo stesso ha dato origine.

Quali sono le domande a cui hai voluto rispondere scrivendo “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Prima di tutto va detto che, dal punto di vista dell’indagine scientifica, per affrontare la relazione tra figura maschile e aborto, è stato necessario ampliare lo sguardo e superare la prospettiva limitata di una legge o di uno slogan. Infatti, nel momento in cui si esamina questa realtà si incontra uno scenario umano estremamente vario che chiama in causa anche la coscienza, la rappresentazione della vita e della sessualità nella nostra società, la responsabilità politica e dei media, l’educazione delle nuove generazioni.

Ci troviamo infatti davanti a numerosi interrogativi. Come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati? E queste sono solo alcune delle domande possibili su un problema che merita di essere esplorato in tutta la sua complessità, evidente anche nei tanti casi di cronaca, che ho presentato nel volume.

Cos’hai scoperto, in quanto autore, scrivendo questo libro “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Ho scoperto quanto sia gravemente superficiale e carente la visione che l’opinione pubblica, i media e la ricerca hanno del mondo maschile, sopratutto quando si parla della sua posizione rispetto alla vita o all’aborto. In genere si va dall’indifferenza alla visione ideologica che, sulla scorta di pregiudizi ormai vecchi di decenni, propone una figura maschile inetta, disinteressata alla vita, irresponsabile, capace solo di spingere la donna all’aborto o di andarsene, lasciando la donna incinta sola nel prendere decisioni importanti. Intendiamoci: tutto questo ha un fondo di verità, ma è solo una parte, molto limitata, di una realtà ben più complessa. Complessità che, va sottolineato, è rimasta e rimane invisibile proprio perché pregiudizi e visione ideologica hanno paralizzato un’indagine scientifica obiettiva e ad ampio raggio: basti pensare che del padre, nelle Relazioni ministeriali sull’applicazione della legge 194/78, non se ne parla mai. Per sopperire a questa carenza ho appunto scritto “Lui e l’aborto” in cui sono descritte e discusse dinamiche più articolate e quindi più interessanti per chi vuole riflettere con serietà su questi argomenti.

E che cosa hai scoperto tu, come uomo, in questo libro che ha come sottotitolo “Viaggio nel cuore maschile”?

Antonello Vanni: Da un lato mi sono interrogato, con inquietudine, sui motivi del silenzio maschile sui temi della vita, sul perché dell’assenza di una posizione forte e a voce alta degli uomini rispetto alla legislazione dell’aborto che del resto è stata votata da un parlamento maschile, forse sull’onda di un determinato contesto politico e ideologico. Dall’altro mi sono confortato scoprendo che molti studiosi uomini si sono occupati e si occupano di questi temi ad un alto livello scientifico, che tanti giovani uomini si danno da fare ogni giorno nei centri di aiuto alla vita per aiutare le donne in difficoltà salvando i loro bambini dalla morte. Di grande importanza poi è il fatto che esiste un grande numero di uomini che letteralmente si ribellano all’aborto, in forma personale o in forma più pubblica come nel caso dei giovani del MPV che nel loro “Manifesto sulla 194: generazioni che non l’hanno votata, generazioni che l’hanno subita” hanno dichiarato apertamente il loro dissenso su una scelta fatta dalle generazioni precedenti e sulla quale non sono affatto d’accordo. Si tratta ora di capire come raggiungere e stimolare ulteriormente l’attenzione maschile verso una posizione più consapevole, responsabile e partecipata rispetto al tema della difesa della vita. Su questa possibilità, che in altri Paesi è già realtà, nel mio libro sono indicate diverse strategie. Mi piacerebbe condividerle con voi del Movimento per la vita poiché credo fermamente che con iniziative in questa direzione si potrebbero salvare tanti bambini in più da una morte orribile e disumana.

Puoi farci un esempio di strategie svolte in altri Paesi per sensibilizzare l’uomo verso la difesa della vita concepita?

Antonello Vanni: Ad esempio, da alcuni mesi sulle strade di alcuni stati negli USA sono stati collocati enormi cartelli, come forma di campagna pubblicitaria, con lo slogan Fatherhood begins in the womb (La paternità inizia dal grembo della madre). Nelle immagini di questi cartelli si vedono foto di uomini che baciano il pancione della loro donna incinta (vedi www.toomanyaborted.com). Questa campagna mediatica è stata proposta dall’organizzazione prolife Radiance Foundation che a partire dalla Virginia sta portando le sue comunicazioni ora anche in New Jersey e in California. Secondo la Radiance Foundation l’idea è sconfiggere l’aborto rimettendo in discussione, con uno sguardo critico, il caso Roe vs Wade che dal 1973 ha aperto le porte all’aborto negli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questo caso fu proprio l’esclusione della figura maschile e paterna dalle decisioni riguardanti la vita del figlio in caso di scelta abortiva, fatto che sarà presente in tutte le legislazioni occidentali sull’aborto da lì in avanti. Questa esclusione avrà e ha tuttora un grave effetto diseducativo sulle generazioni maschili che si sono succedute, cresciute quindi senza consapevolezza del valore della paternità, fatta di responsabilità e cura per la vita generata. Tra l’altro la Radiance Foundation fa notare la stretta correlazione tra paternità assente e aborto: di tutti gli aborti che vengono effettuati ogni anno negli Usa l’84% avviene tra coppie non stabili in cui l’uomo ha abbandonato la donna incinta. Scardinando perciò i corollari del caso Roe vs Wade, la campagna Fatherhood begins in the womb della Radiance vuole richiamare gli uomini alla responsabilità affettuosa verso la vita nascente nella loro donna, oltre che sottolineare l’inadeguatezza delle leggi abortiste che escludendo la figura paterna hanno condannato a morte milioni di bambini privandoli, in un modo o nell’altro, della difesa responsabile dei loro padri. Del resto lo aveva già detto Giovanni Paolo II: “Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio l’uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre” (Familiaris Consortio, 1981).

Le leggi abortiste, e in Italia la legge 194/78, hanno eliminato il padre dal processo decisionale dell’aborto a meno che la madre non lo voglia. Quindi un uomo può essere padre anche senza saperlo e una donna può abortire un figlio senza dirlo al padre. Dove sono le “pari opportunità”?

Antonello Vanni: Ciò che dici è un dato di fatto: la legge italiana sull’aborto ha liquidato la figura maschile e paterna. Nonostante i buoni propositi espressi nell’art. 5 della legge 194/78, infatti, il coinvolgimento del padre nella scelta abortiva è nullo: l’uomo non ha il diritto di essere informato, non è richiesto il suo consenso, non ha voce in capitolo sulla vita o sulla morte del bambino. Siamo quindi molto lontani dal concetto oggi tanto in voga di “pari opportunità”, tanto che già negli anni immediatamente successivi al 1978 alcuni tribunali espressero molti dubbi sulla legittimità costituzionale di questa norma pregiudicante il diritto alla paternità del genitore e il principio di uguaglianza dei coniugi sancito dalla Costituzione. Non solo: molti esperti di giurisprudenza sottolinearono l’incomprensibilità di una legge che da un lato aspira a valorizzare ogni intervento capace di favorire la maternità e la vita del bambino, mentre dall’altro esclude un contributo, come quello del padre, che può essere decisivo anche in senso positivo. Tutte queste riflessioni non servirono e ancora oggi l’uomo è completamente escluso dalla procedura abortiva.

Molti padri però sono la causa degli aborti delle loro mogli o compagne, quindi forse la legge voleva proteggere la scelta della donna per la vita….

 Antonello Vanni: Alla luce dei fatti seguiti alla legge 194/78 ritengo che le cose stiano diversamente. Le leggi abortiste, espressione del tremendo potere biopolitico avviato dai totalitarismi, hanno un fine ben diverso da quello che tu proponi. Il loro obiettivo non è proteggere, ma dominare e eventualmente distruggere la vita, tanto è vero che è palese la contraddizione tra il titolo della legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità…” e i suoi risultati: un’ecatombe pari (solo in Italia) allo sterminio del popolo ebraico in Europa e con mezzi altrettanto efferati. Non mi pare proprio che la maternità sia stata tutelata… Non solo: leggendo le varie Relazioni ministeriali sull’applicazione di questa legge si nota che le leggi abortiste condividono con lo stile del biopotere totalitario anche la manipolazione linguistica, finalizzata a nascondere il volto autentico della vita umana: se la figura paterna venne “abrogata” con la legge 194, non diverso fu il destino della parola padre, gradualmente erosa e poi cancellata insieme alla forza affettiva, relazionale e antropologica che possiede. Già ridotta a padre dello zigote dai promotori della campagna in favore dell’aborto, la parola comparve quattro volte sotto forma di padre del concepito nei testi relativi alla Legge 194 per poi scomparire del tutto insieme alle altrettanto sfortunate parole marito, e, nota bene, di moglie e madre. Ma perché eliminare queste parole? Anche in questo caso l’obiettivo sembra essere stato quello di privare di dignità e pienezza le figure coinvolte nell’aborto: cancellando le parole padre e madre è stato più semplice poi togliere di mezzo quella di figlio che infatti è stata sostituita anch’essa: con la più tecnica, e quindi più facilmente aggredibile nella sua mancanza di umanità, concepito.

L’aborto interrompe nella donna una capacità esistenziale che difficilmente sarà recuperata: quella di essere madre. Per quanto riguarda l’uomo si può parlare di “paternità interrotta”?

Antonello Vanni:Senz’altro: le ricerche dimostrano che nell’uomo esiste una reazione negativa all’aborto simile a quella riscontrata nella donna. Questa sofferenza è stata definita trauma post abortivo maschile (Male Postabortion Trauma): si tratta di una reazione a catena che erode l’identità personale maschile, da un lato minandone l’autostima (“non valgo nulla perché non ho saputo impedirlo”) dall’altro soffocandola con il senso di colpa e il rimorso che ne deriva (“è colpa mia, l’ho voluto io, sono un assassino e devo pagare”). Non solo: in questo processo psicologico viene inflitto un grave colpo anche alla maturazione di una compiuta identità di genere. Infatti, per il maschio, partecipare al concepimento di un figlio significa vivere il nucleo centrale della virilità, dell’essere davvero uomini: la capacità, intesa anche come forza e potenza, di avviare il processo vitale di un altro essere umano. L’aborto vanifica brutalmente questa esperienza interrompendo, spesso in modo definitivo, il passaggio alla maturità: “e quindi io non sono/non sarò mai un uomo, né un buon padre”.

Come si manifesta il trauma post abortivo maschile?

Antonello Vanni: Sintomi del trauma post abortivo maschile sono molti e si manifestano negli uomini in modo diverso, spesso in relazione al ruolo che hanno avuto nella scelta abortiva: ad esempio, i padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso di impotenza. Gli psicologi, che hanno raccolto interi dossier di testimonianze maschili e svolgono un’opera terapeutica per curare questi uomini, hanno diviso tali sintomi in precise categorie per studiare e capire meglio le dinamiche psicologiche causate dall’aborto nel maschio. Sono stati così identificate sofferenze psicologiche, talvolta gravi, correlate alla rabbia e all’aggressività, all’impotenza e all’incapacità di reagire, al senso di colpa, all’ansia, ai problemi di relazione, al lutto causato dalla perdita.

www.zenit.org Elisabetta Pittino

Il bambino non è mai un rischio

“Oggi- dice il neonatologo Bellieni- la meta’ delle donne passano la meta’ della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda meta’ a disperarsi perché non gli vengono“. E a rimetterci è sempre chi dovrebbe nascere.

Una volta è nato vivo un bambino di 20 settimane da un aborto spontaneo. L’ ostetrica lo stava avvolgendo in un panno per buttarlo via. Io, consapevole che così piccolo non lo potevo rianimare, l’ho battezzato e gli sono stato vicino tenendogli la mano finché dopo 45 minuti ha cessato di battergli il cuore. Chi passava mi diceva di lasciar stare, che dovevo buttarlo via. Io rispondevo che non si può buttar via un bambino, ha il diritto di morire con tutta la sua dignità”. A raccontare il fatto, straziante e allo stesso tempo carico di umanità, è il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso il Policlinico “Le Scotte” di Siena.

“In neonatologia -continua il medico- curiamo i feti, bambino che stanno nel palmo di una mano e pesano 500 grammi, con un piedino di 2 centimetri. E’ evidente che il feto è una persona, noi li curiamo tutti i giorni. Il feto prova dolore, più di un adulto, perché non ha ancora sviluppato la capacità di produrre endorfine. Ricorda e riconosce la voce e i sapori di ciò che mangia la madre, bevendo. il liquido amniotico. Almeno dalle 30 settimane sogna, si rileva il sonno REM. Spesso dobbiamo fare prelievi ai feti ed è per loro dolorosissimo, ma il dolore scompare se gli stiamo vicini accarezzandogli, parlandogli, tenendogli la manina. Quello che connota il feto, la persona, fin dall’utero della mamma è il desiderio di una presenza, qualcuno che stia con, accanto. Abbiamo scoperto che l’accudimento è il sistema analgesico e terapeutico fondamentale”. Se dall’esperienza professionale del medico emerge chiaramente che il feto è persona a tutti gli effetti, e quindi titolare di diritti, la realtà è ben diversa, e il fatto che il bambino abbia o meno diritto di nascere si vuol far dipendere dalla valutazione degli adulti. Una errata visione che, secondo Bellieni, viene alimentata dagli stessi medici: “In diagnosi prenatale si usa la parola rischio: “Lei signora ha il rischio di avere un bambino Down nella percentuale x” E’ una cosa fuorviante, è oggettivamente sbagliato applicare la parola rischio alla parola bambino. Si dovrebbe dire “Suo figlio ha la probabilità di essere malato di .”

Perché il bambino non è mai un rischio.
Di fatto invece, secondo il medico, oggi la gravidanza viene vissuta con angoscia, con il timore continuo che il bambino non sia sano, non sia normale. Un atteggiamento che non ha solo implicazioni sul piano etico ma che porta a conseguenze patologiche sui bambini che devono nascere. E’ il caso, ad esempio, dell’eccessivo ricorso all’amniocentesi, che “ha un rischio di morte per il bambino di 1 su 100 e serve principalmente per la diagnosi della sindrome di Down che colpisce circa 1 bambino su 700. Quindi nella ricerca esasperata di eliminare un bambino Down si fanno fuori 7 bambini sani”.

Ma Bellieni evidenzia anche un paradosso del nostro tempo:” Oggi la metà delle donne passano la prima metà della vita facendo di tutto per non avere figli e la seconda metà a disperarsi perché non gli vengono”. Si sceglie di avere un figlio quando si sono raggiunte sicurezze sul piano economico e professionale, ma poi magari il figlio non viene più (oltre al fatto che “un ‘età materna oltre i 35 anni è legata a maggior rischio di anomalie per il bambino, di abortività’ e di prematurità”). Sempre più frequentemente si ricorre così a pratiche come la fecondazione in vitro, in cui però “capita che alcuni feti vengano abortiti selettivamente, si ha un rischio doppio di paralisi cerebrali e di malformazioni, un rischio 2-3 volte maggiore di peso alla nascita basissimo, una percentuale di gravidanze gemellari del 15% contro il dato normale di 2-3%”.
Bellieni, medico, chiama in causa anzitutto la responsabilità della categoria alla quale appartiene:” Ciò che aiuta i genitori è lo sguardo che i medici che attuano le indagini prenatali hanno su quel bambino, dal quale dipende lo sguardo che avranno poi i genitori nei confronti del loro figlio” . “Dobbiamo fare un passo indietro interiore quando si guarda qualcuno- conclude- . La persona che ho davanti è mia proprietà o ha un valore in sé? Questo libera dalla possibilità di poter fare delle sciocchezze.  Ci fa rendere conto che io e lui abbiamo lo stesso destino”.

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Quando il paziente non è ancora nato

È notizia di questi giorni che all’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo sia stato effettuato un intervento al cuore ad un paziente particolare. Già è un fatto speciale che ormai si possa salvare una vita con interventi che fino a pochi anni fa erano impensabili, ma questo evento ha qualcosa di particolare, perché il paziente è un piccolo feto. Si trattava di un feto di 33 settimane dal concepimento, cui è stato applicato un presidio medico detto stent, proprio come si fa ad un adulto, con la sola differenza che in questo caso per farlo si è passati per una via non ordinaria: il pancione della mamma.

E’ un evento che commuove e che genera per forza stupore: se per la cultura dominante il feto non è da considerarsi “persona”: come si può considerare addirittura un “paziente”?

Ma per la medicina lo è, e questo è solo uno dei tanti interventi chirurgici di questo genere in Italia e in vari Paesi, che riescono a curare delle anomalie al cuore, ai reni, all’intestino, al sistema nervoso prima ancora che il bambino nasca; anzi, evitando che nasca prematuramente e facendolo restare un “feto” ancora per alcune settimane.

La rivista Pediatric Surgery International del maggio 2013 dà un quadro comprensivo delle possibilità in atto in questo campo e non ci si stupisce se su Seminars in Pediatric Surgery ci si preoccupa di come non far provare dolore a questo paziente ancora non nato ma che viene operato: “La chirurgia fetale spinge i limiti della conoscenza e della terapia oltre i convenzionali paradigmi trattando il feto come un paziente. Due pazienti devono essere anestetizzati nell’interesse di uno, e c’è poco margine per l’errore”, riportano gli autori dell’articolo, medici al Children’s Hospital di Philadelphia.

Sono appuntamenti importanti per il mondo ostetrico i congressi internazionali dal titolo “The fetus as a patient” (“Il feto come paziente”), così come è significativo che il sottotitolo di una delle maggiori riviste mondiali di pediatria, “Early Human Development”, sia: “Rivista che tratta la continuità tra la vita fetale e neonatale”.

Dunque per la comunità scientifica è chiaro che il feto è un paziente. Il fatto che per tutti gli altri continui ad essere trattato come un essere senza diritti, di cui qualcuno ancora discute sulla reale umanità o sul possesso di diritti, è imbarazzante.

Si sente una forzatura nella divisione artificiosa tra “feto” e “bambino” segnata dal momento convenzionale della nascita, senza che per la fisiologia e l’anatomia del soggetto la nascita in realtà abbia un significato rilevante.

Anche perché ormai ben si sa che prima di nascere il feto è in grado di ascoltare le voci (potrà dopo nato già riconoscere quella della sua mamma) e di assaporare i gusti delle cose che la mamma mangia e che attraverso il suo sangue gli arrivano alla piccola bocca, tanto che oggi sappiamo che i gusti alimentari iniziano a formarsi prima della nascita.

E il feto può sentire il dolore nella seconda metà della gravidanza, come ho recentemente illustrato riassumendo tutti i dati della letteratura scientifica sul Journal of Fetal Maternal and Neonatal Medicine.

Questo dato è stato oggetto di discussione per anni, ma anche in questo campo tanti progressi sono avvenuti, basti pensare che fino a 30 anni fa ancora in campo medico c’era chi dubitava che il bambino neonato provasse dolore; e il feto altri non è che un bambino non ancora nato (o che talora nasce prima di arrivare al termine della gravidanza). E’ una piccola umanità teneramente nascosta ma presente.

Lo sviluppo della chirurgia fetale è allora un campo controverso per il pubblico che non si aspetta che la medicina tratti da paziente un feto; ma non lo è per i medici stessi. Perché la scienza ha proprio il compito di sondare ciò che è apparentemente insondabile, cioè di essere aderente alla realtà anche quando quella realtà è così piccola (vedi il caso dell’embrione umano) o nascosta (vedi il caso del feto) da sembrare marginale o “scartabile”.

Ma una volta scoperta la realtà che altri – per pregiudizi sociali o perché mancano i mezzi tecnici – non vedono, non si può e non si deve far altro che seguire la ragione e curare il paziente, indipendentemente da apparenza e pregiudizi.

Carlo Bellieni

da www.zenit.org

L’obiezione di coscienza serve a fare carriera?

mediciobiettori
Una delle affermazioni più ricorrenti nella quotidiana battaglia contro l’esercizio dell’obiezione di coscienza dei medici, che si rifiutano di uccidere bambini applicando la previsione della legge 194 del 1978, è che esiste una discriminazione nei confronti dei medici non obiettori: se il medico vuole fare carriera, è meglio che faccia obiezione di coscienza. La LAIGA, l’associazione che raduna i medici non obiettori, tra i suoi compiti statutari ha quello della “sorveglianza sulle pari opportunità in ambito lavorativo tra personale non obiettore e obiettore con denuncia lì ove vi sia discriminazione“; anche il reclamo della CGIL al Consiglio d’Europa lamentava una discriminazione operata nei confronti dei medici non obiettori.

 

Poco più di un anno fa, un articolo su Repubblica esprimeva al meglio questa posizione: si affermava, infatti, che “I medici obiettori in Italia vedono favoriti carriera e guadagni. E infatti la loro percentuale dilaga: sono obiettori il 71 per cento dei ginecologi italiani”: quell‘infatti dimostrava chiaramente come l’Autore dell’articolo non credesse affatto che l’obiezione dei medici sia fondata su effettivi motivi di coscienza: Adriano Sofri scriveva, poco dopo, che “una dose modica di ipocrisia è essenziale alla convivenza civile. L’eccesso di ipocrisia la degrada”.
Si intervistava la dottoressa Giovanna Scassellati, direttrice del Day Hospital-Day Surgery della legge 194 al San Camillo di Roma. La d.ssa Scassellati affermava, tra l’altro:

“Con l’aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo. E la gente per lo più sceglie questo mestiere per fare i soldi”.

Di fronte alla domanda sul perché non fosse diventata primario, rispondeva:

Non ci sono primari non obiettori. Poi sono donna“.

Quindi, doppia discriminazione: i non obiettori non diventeranno mai primari; se sono donne, poi … sì perché, evidentemente, il rifiuto di eseguire aborti è un atto tipico del maschio – che ha fatto il medico per fare i soldi e che non accetta che la donna eserciti in pieno la sua autodeterminazione.
La d.ssa Scassellati si sarà (suppongo) stupita a leggere l’intervista della d.ssa Alessandra Kustertmann all’Huffington Post, presentata ai lettori come “primario alla clinica Mangiagalli di Milano, donna di sinistra, laica, da sempre impegnata nella difesa della 194, ha aiutato migliaia di donne a interrompere una gravidanza”. La d.ssa Kustermann risponde sulla polemica relativa al cimitero dei bambini non nati deliberata dal Consiglio Comunale di Firenze. L’intervistatrice cerca, però, di trascinarla sul solito argomento: l’alto numero degli obiettori di coscienza impedirebbe l’attuazione della legge 194. Questa la risposta:

L’obiezione è ineliminabile. È duro lavorare come ginecologo non obiettore, ma non possiamo fare altro. Penso che in Lombardia, dove ha governato Comunione e liberazione per molti anni, alla fine sia rimasto intatto il diritto a interrompere una gravidanza. Soltanto a Milano siamo tre primarie non obiettrici: abbiamo comunque fatto carriera nonostante facessimo aborti. Forse siamo nate in un luogo più fortunato di altri.

Tre donne medico, tre non obiettrici, tre primarie – solo a Milano!  La d.ssa Kustermann, alla fine “tira il freno”: “Forse siamo nate in un luogo più fortunati di altri” … o forse non è affatto vero che facendo aborti non si fa carriera …
Giacomo Rocchi