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In India e Cina l’aborto selettivo di bimbe

E’ proprio il caso di dire “speriamo che non sia femmina” e, soprattutto, “basta” agli uomini, ai mariti, che esercitano una tale violenza psicologica sulle loro donne da ridurle a non saper pensare più con la loro testa, a non cercare il meglio per se stesse e la propria anima.

Così, sbalordisce e atterrisce leggere sui giornali che una donna del Vietnam ha abortito ben 18 volte, per accontentare il proprio consorte, che avrebbe voluto un figlio maschio!

Ma la cosa peggiore è che questa non è una notizia straordinaria, in certi Paesi, e che lei non è l’unica ad agire in questo modo.

Lo definiscono aborto selettivo,  nel senso che, se il feto non ha il genere desiderato, si decide di sopprimerlo.

A rischio sono tutte le bambine, che potrebbero nascere in Cina, in India, nel Caucaso e in altre località asiatiche, dove nascere femmina è un disonore per l’intera famiglia.

Fu il Premio Nobel Amartya Sen, un economista indiano, a parlare, nel 1990, di questa orrenda discriminazione, definita “Missing Women”, e a riportare i dati delle donne mai nate, a causa del diffusissimo fenomeno dell’aborto selettivo.

Solo in Cina, affermò Sen, oltre 100 milioni di donne sarebbero nate in più, fino a quel momento, e non è stato loro concesso. Un numero enorme, paragonabile a quello delle vittime di grandi eventi mondiali, come le carestie o le grandi guerre, sommate insieme.

Attualmente è Christophe Z. Guilmoto che, dal 2008, sta portando avanti un progetto demografico per il CePeD (Centre Population & Développement di Parigi), per calcolare gli effetti devastanti di queste malsane abitudini orientali, che determinano una mascolinizzazione anomala.

Attualmente in Cina, lo Stato sta attuando una pianificazione familiare, proprio per ridurre gli aborti di questo genere; in India, la “Action Aid India” ha lanciato la campagna “Beti Zindabad”, ossia “Lunga vita alle figlie”, perché il governo intensifichi i controlli sugli aborti selettivi, vietati per legge dal 1994, tra l’altro.

In India le bambine che non nascono sono 7.000 al giorno! Un affronto delittuoso verso la vita, le donne e i loro diritti.

Tredicimila errori finora – Costanza Miriano

baby-84626_1280Mi hanno chiesto qua e là – non schiere di gente, per carità, ma qualcuno sì – di scrivere, dopo quello per le mogli e quello finto per i mariti (è sempre per le mogli), un libro sull’educazione dei figli. Non so cosa nella mia condotta possa avere indotto in qualcuno lo strampalato pensiero che io sia una educatrice decente. Io da parte mia, pur mettendocela tutta, prima di sbilanciarmi aspetterei una venticinquina d’anni (ammesso che sopravviva allo stress di tutti i colloqui con i professori che ancora mi separano dal camposanto).

Se calcoliamo, ottimisticamente, che io e mio marito abbiamo sbagliato una sola volta al giorno con ciascuno dei figli, siamo già attestati ben oltre i tredicimila errori educativi. Le madri e i padri, anche quando ce la mettono tutta, sbagliano. Le madri e i padri non sono perfetti, e questa è una buona notizia, perché ci libera dall’ansia di prestazione. Ma la notizia ancora più bella è che noi non siamo i principali attori del processo educativo: il vero Padre è in cielo, ed è Lui che fa il lavoro vero, quello della storia della salvezza dei nostri figli, lavoro che essendo una storia non dura solo un attimo (sennò si chiamerebbe fotografia della salvezza).

L’altra buona notizia è che per essere buoni genitori non serve avere appreso una buona tecnica, ma è necessario essere buone persone, e per essere buone persone (e felici) è necessario essere buoni cristiani. È sempre sul lavoro su noi stessi, dunque, che si fonda quello educativo. I bambini sono, come li chiama Edith Stein, “adorabili tiranni”: tendono cioè a ottenere il massimo del piacere col minimo sforzo. D’altra parte la loro anima è anche “naturaliter christiana”: hanno scritto nel profondo il senso del bene e del male. C’è insomma in loro, proprio come in noi grandi, il dualismo di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani, nel famoso passo: “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.

La nostra vita, quella dell’uomo, è dunque un allenamento – portare a termine la corsa, combattere la buona battaglia – un lavorare su noi stessi per far morire la parte umana, e far fortificare la vita di Dio in noi, che è il senso del Battesimo, la possibilità di diventare figli di Dio. Noi possiamo fornire ai figli i rudimenti di questo lavoro che però poi anche loro devono fare da soli, proprio come noi. Allenare i loro muscoli, rafforzarli. E quindi mettere delle regole, avere il coraggio di non risparmiare loro tutte le sofferenze e le frustrazioni. La cosa fondamentale, infine, il cuore del lavoro educativo è introdurre i nostri figli al senso del sacro, mostrare loro che c’è qualcosa di davvero sacro, e che in quest’arca misteriosa si può entrare, in punta di piedi ma si può davvero, da quando Gesù è venuto. Il punto di Archimede della storia è lui, l’unica via verso la presenza santa e inaccessibile di Dio. Per questo è importante parlare di lui ai bambini con serietà, non dipingendolo come un bambinello biondo, melenso, ridicolo, poco più di un pupazzetto. E poi cercare di favorire incontri con persone significative, con qualcuno che porti anche a loro come è stato per noi l’annuncio della fede.

A un certo punto poi bisogna assumersi il rischio educativo, avere il coraggio di lasciarli sperimentare, di stare in panchina senza entrare in campo anche quando si vede chiaramente che i figli stanno sbagliando, col cuore sanguinante in mano, quando non c’è altro da fare che aspettare e pregare. Qui la mia saggezza si ferma, perché a questa fase non ci sono arrivata, e davvero qui la mia è solo teoria, solo nobili parole (lo so già che pedinerò i figli appostandomi agli angoli con impermeabile e baffi finti). Volevo però citare il passo del Vangelo di Luca, in cui tornando da Gerusalemme Maria e Giuseppe perdono Gesù, perché lo credono insieme al resto della carovana, al sicuro. Anche i nostri figli a un certo punto possono perdersi, quando noi li crediamo al sicuro con il resto della carovana, cioè con i coetanei. Volevo citarlo, dicevo, ma non l’ho fatto perché prima di me di questo aveva parlato con la massima competenza uno straordinario sacerdote, don Ugo Borghello, che da una vita fa il direttore spirituale proprio di ragazzi adolescenti, e che nonostante i suoi settantasei anni è sicuramente parecchio più giovane di me. Sarà la vicinanza con i ragazzi. Su di lui un altro post.

Infine ha tirato le conclusioni Emilio Fatovic, rettore del Convitto nazionale, che ha parlato del suo ruolo con grande energia, saggezza, trasporto. È un uomo che ha fatto del lavoro educativo tutta la sua vita (da maestro elementare, a professore delle medie, poi del liceo, poi vicerettore, infine il ruolo più alto) e che continua con passione a insegnare ai suoi ragazzi a essere curiosi, a sognare, e a perseverare nel sogno. Quando era bambino, orfano, allievo a sua volta del convitto, sognava di diventare rettore, forse perché il suo era stato per lui come un padre. Ha perseverato, lavorato, e ha realizzato il sogno. Mi ha fatto venire voglia di tornare a scuola. Stesso effetto anche a Pippo Corigliano. Ma, come ha detto lui, bisogna prima vedere se superiamo il test di accesso.

fonte:  http://www.costanzamiriano.com

 

Mai piu’ morte, fino alla morte

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In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

Giovane nigeriana, dalle tenebre della tratta alla luce della fede

nigeriana“Il Signore solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere con i principi, con i principi del suo popolo”. Le parole del Salmo 112 sembrano scritte proprio per Elisabetta, una ragazza nigeriana di 22 anni, portata via dal suo Paese, costretta a prostituirsi, ridotta in schiavitù, fino a che riesce a ribellarsi e a trovare la libertà anche spirituale.

La svolta, come spesso accade, si presenta sotto forma di un incontro. Suor Eugenia Bonetti ed Elisabetta – si legge su “Credere” – si incontrano per la prima volta alla stazione Termini di Roma, dieci anni fa. Suor Eugenia, missionaria della Consolata, responsabile dell’Ufficio tratta donne e minori dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (Usmi), coordina una rete di 250 suore di 70 congregazioni che operano in più di cento case di accoglienza.

E’ allora che la suora le propone di lasciare la strada e quella vita di sfruttamento e abusi. Le promette accoglienza in una casa-famiglia perché possa prendersi cura di sé e della bambina che porta in grembo. A quel tempo, però, Elisabetta non voleva quella figlia frutto di tante umiliazioni e violenze subite in strada.

“Ricordo la sua decisione, molto sofferta, di un mattino di ottobre – ricorda suor Eugenia – quando scappò dalla strada per accettare l’incognita in un ambiente nuovo, con persone sconosciute e che paravano una lingua che lei ancora non capiva. Ricordo la sua disperazione e i suoi singhiozzi, i suoi alti e bassi, le sue paure e le sue attese, le lacrime e i sogni, la rabbia e il silenzio, la nostalgia della famiglia, ma anche la vergogna e la paura di non essere più accolta dai genitori se avessero saputo…”.

Poi ci fu un contatto telefonico con la mamma. Quella telefonata, in cui la madre le chiedeva di accogliere la figlia con amore, perché ogni vita è sempre un dono di Dio, fu il primo passo decisivo per la rinascita di Elisabetta, culminato in seguito col Battesimo nella Basilica di San Pietro ricevuto dalle mani di Giovanni Paolo II. Oggi Elisabetta lavora in una scuola, è inserita nella comunità parrocchiale, è sposata con un connazionale e attende con gioia il suo terzo figlio.

Ricorda ancora suor Eugenia: “Risento le sue parole al telefono subito dopo il primo parto: ‘Senza il vostro aiuto e la vostra accoglienza, ora non sarebbe nata la mia bambina, ma non ci sarei stata nemmeno io, giacché la vita per me non aveva più senso’”.

La poligamia nel diritto di famiglia

freedom_tunisiaL’emancipazione della donna nel mondo arabo passa anche e soprattutto per le  modifiche al diritto di famiglia, dalla poligamia al diritto al divorzio. Una panoramica sui vari casi nazionali, con particolare attenzione a Tunisia, Marocco e Egitto. Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Come in Siria e Giordania e, in misura minore, Libia e Algeria. Nel processo di modernizzazione del diritto nel mondo arabo, che ha avuto luogo tra il XIX e XX secolo, il diritto di famiglia ha seguito un percorso molto più graduale e lento rispetto ad altri settori, come ad esempio il diritto commerciale o il diritto dei contratti, in considerazione del suo maggiore radicamento nella coscienza religiosa degli arabi e nella loro società. In questo campo, infatti, non si è mai optato per l’abbandono totale del diritto tradizionale a favore di modelli esterni, e i codici civili attualmente in vigore, frutto di questo processo di modernizzazione,non regolamentano il diritto di famiglia che, invece, è disciplinato in appositi testi dedicati allo “statuto personale”, al-ahwàl al-shakhsiyya.

A parte i paesi della penisola araba che (con alcune eccezioni) non hanno codificato il diritto di famiglia, e quindi continuano ad applicare la shari’a, negli altri paesi arabi dal Maghreb al Mashreq tale materia è disciplinata in testi che, pur condividendo una comune matrice sciaraitica (relativa, appunto, alla shari’a, ndr), sono diversi nello stile, nei contenuti e nel livello di modernizzazione conseguito. Ad esempio il Kuwait, che ha codificato lo statuto personale nel 1984, resta molto legato al diritto sciaraitico, così come l’attuale diritto yemenita, che con la legge 20/1992 e i successivi emendamenti del 1998, 1999 e 2002, concede ben poco a istanze riformiste, a differenza del diritto dello Yemen del Sud che con la legge 1/1974 poneva limiti e restrizioni a poligamia e ripudio. Quanto all’Iraq, nel 1959 era stata promulgata una prima legge sullo statuto personale di impianto decisamente laico che, pur non abrogando formalmente poligamia e ripudio, li rendeva, di fatto, quasi impossibili. In seguito a un intervento legislativo del 1978, la poligamia veniva addirittura proibita salvo consenso esplicito della prima moglie. D’altronde, secondo un’interpretazione riformista, nel mondo arabo oggi, tanto la poligamia quanto il ripudio non sarebbero ammissibili poiché non sussistono più le circostanze e le ragioni che li giustificavano in un dato contesto storico.

Attualmente, però, in Iraq si assiste a un ritorno alla tradizione sciaraitica: nel 2003, infatti, il Governo ad Interim ha abrogato il Codice dello Statuto Personale del 1959 e la nuova Costituzione, all’art. 41, rinvia al diritto confessionale per le questioni relative allo statuto personale. Il diritto applicabile ai musulmani iracheni è dunque la shari’a, con le diverse interpretazioni tra islam sunnita e sciita. Anche in Libano la Costituzione rinvia ai diritti confessionali, riconoscendo come ufficiali 17 confessioni religiose. Ma qui la situazione è ben diversa: i musulmani sunniti e sciiti non sono soggetti alla shari’a bensì alla legge ottomana del 1917 (primo esempio di modernizzazione del diritto di famiglia, ancora applicabile nell’Autorità Palestinese e in Israele per la popolazione musulmana), i drusi a una legge ad hoc del 1948, più alcuni emendamenti apportati nel 1962, mentre le diverse comunità cristiane seguono il loro diritto confessionale. La “rivoluzione” tunisina I risultati più “rivoluzionari” sono però quelli della Tunisia, che con il codice dello statuto personale del 1956 ha abolito formalmente sia la poligamia, sia il ripudio, attraverso un audace lavoro di ijtihad (interpretazione), che ha portato a ritenere la poligamia implicitamente proibita dal Corano. Infatti, da una lettura coordinata del versetto IV, 3 del Corano (“Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere giusti con loro, una sola”) con il versetto IV, 129 (“Anche se lo desiderate, non potrete agire con equità con le vostre mogli”), si desume come la condizione di mantenere e di trattare equamente le mogli sia di fatto impossibile da realizzare, e quindi la poligamia non possa essere praticata.

L’art. 18 del codice di statuto personale tunisino, quindi, non solo inserisce una precedente unione tra gli impedimenti al matrimonio, ma sanziona il reato di bigamia con una multa e reclusione fino ad un anno e, ai sensi dell’art. 21, l’eventuale secondo matrimonio contratto in violazione al divieto di bigamia è nullo. Quanto al ripudio, atto che il diritto islamico considera riprovevole (come riportato in un hadith: “Dio non ha permesso nulla che Gli fosse più odioso del ripudio”), il codice tunisino lo abolisce. Il divorzio (introdotto in Tunisia quasi venti anni prima che in Italia) è quindi l’unica causa di scioglimento del matrimonio (artt. 29 e seguenti), ammesso soltanto in via giudiziale, in seguito a un tentativo di conciliazione da parte del giudice.

La Tunisia ha proseguito con le riforme, prevedendo ad esempio l’adozione (legge 27/1958), e continuando a riformare il codice di statuto personale. Con legge 74/1993, infatti, è stato modificato l’art. 23 per garantire uguali diritti agli sposi, abolire il dovere di obbedienza della moglie e sancire un obbligo di cooperazione in capo agli sposi per la gestione della vita familiare. Più recentemente, nel marzo 2008, è stato modificato l’art. 56 del Codice ed è stato introdotto l’art. 56 bis riguardante la custodia dei figli minori e il diritto di alloggio della madre o della persona che si occupa della custodia dei figli a spese del marito (legge 20/2008).

Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Ad esempio le codificazioni di Siria (che nel 1953 è stato il primo paese arabo a promulgare una legge generale sullo statuto personale, poi riformata con la legge 34/1975), di Giordania (che ha visto una prima fase di codificazione nel 1956, una riforma nel 1976 e successivi interventi del legislatore nel 2001) e in misura minore di Libia e Algeria (entrambe del 1984) prevedono la possibilità di inserire nel contratto di matrimonio la clausola di monogamia, oppure richiedono il consenso obbligatorio della prima moglie o la previa autorizzazione da parte del giudice sia per la poligamia che per il ripudio, andando così a intaccare la posizione di preminenza tradizionalmente attribuita all’uomo. I progressi del Marocco.Anche il Marocco ha recentemente modificato il diritto di famiglia, promulgando nel 2003 un nuovo codice di statuto personale, Mudawana, che sostituisce il vecchio codice del 1958 e le modeste riforme del 1993. Il nuovo testo non fa alcun riferimento esplicito alla poligamia, pur inserendo all’art. 39 come causa di invalidità del matrimonio “un numero di mogli superiori a quello autorizzato dalla shari’a”, rinviando quindi al diritto religioso. Il matrimonio poligamico, tuttavia, deve essere autorizzato dal giudice, l’autorizzazione è subordinata all’esistenza di una giustificazione oggettiva ed eccezionale e alle disponibilità economiche del richiedente (art. 41), e la conclusione del secondo matrimonio è condizionata dalla conoscenza e accettazione da parte della seconda moglie del carattere poligamico del matrimonio. Inoltre l’art. 40 dispone che l’autorizzazione è esclusa se c’è il rischio che le mogli non siano trattate equamente e, soprattutto, se la prima moglie ha incluso nel contratto di matrimonio una clausola di monogamia. In ogni caso resta salvo il diritto della prima moglie a chiedere il divorzio in caso di un secondo matrimonio (art. 45).

Anche se la Mudawana marocchina prevede l’istituto del divorzio, va segnalato che è ancora in vigore il ripudio (artt. 78-93), che però assume sostanzialmente la forma di un divorzio, dato che deve essere autorizzato dal tribunale in seguito a domanda scritta da parte di uno degli sposi. Sembrerebbe quindi che il diritto di sciogliere unilateralmente il vincolo matrimoniale sia stato esteso anche alla donna (art. 78), ma in realtà ciò non è automatico bensì è subordinato al fatto che il marito le abbia riconosciuto tale diritto (art. 89).Il caso dell’Egitto Particolarmente interessante, infine, è il caso dell’Egitto, che da sempre si dibatte tra aneliti riformisti e tentativi di recuperare la tradizione islamica. La caratteristica principale delle riforme egiziane però è la mancanza di una codificazione generale del diritto di famiglia, a favore invece di interventi legislativi diretti a disciplinare alcuni aspetti circoscritti come ad esempio il diritto al mantenimento della moglie (legge25/1920), l’età minima per il matrimonio (legge 25/1929) o lo scioglimento del matrimonio (legge 25/1929). Le riforme sono proseguite negli anni Settanta, sotto l’impulso di Sadat, con la legge 44/1979 che ha limitato la poligamia, considerata un danno per la prima moglie e quindi presupposto per il divorzio in caso di un secondo matrimonio poligamico. Con l’ondata conservatrice che seguì l’omicidio di Sadat, ci fu una battuta d’arresto, la legge fu abrogata e poi sostituita dalla successiva legge 100/1985, che però risulta meno progressista: viene meno, infatti, l’equazione poligamia/danno alla moglie, e per ottenere il divorzio occorre provare di aver subito a causa della poligamia un danno economico o emotivo.

Ma l’entrata in vigore della legge 1/2000 ha segnato una tappa importante per la modernizzazione del diritto di famiglia egiziano. La legge, infatti,non solo ha reso più accessibile il khul’, cioè il diritto della moglie di richiedere direttamente al giudice il divorzio dietro rinuncia ai benefici patrimoniali derivanti dallo scioglimento del matrimonio, ma ha permesso il divorzio anche nel caso di matrimoni ‘urfi (matrimoni consuetudinari non registrati) e ha posto ulteriori limiti al ripudio. Ovviamente ciò ha scatenato forti reazioni da parte di quei sostenitori della shari’a che vedono in una maggiore emancipazione della donna una minaccia alla solidità della famiglia. Ciononostante il processo di modernizzazione non si è fermato: non solo nel 2003 la legge 1/2000 ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, ma nel 2004 sono stati istituiti in Egitto i primi tribunali laici specializzati per il diritto di famiglia.Valentina M. Donini

Il pericolo della logofobia nel dibattito sui diritti delle coppie omosessuali (Pessina)

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni. L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi.
(COSA DICONO I PEDIATRI)

Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile.

La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali.

I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata. Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione.

Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare. La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana.

Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

(©L’Osservatore Romano 13 gennaio 2013)

 

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!

Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….

Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.

Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.

Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.

Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.

Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.

La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.

Ci sono famiglie che affrontanocon coraggio disabilità ben più gravi. Anoi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.

A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…

E’ stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tantecose, ma più lentamente.

Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!

Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà…

Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso…

Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto…

Pensieri scomodi da vivere e da riportare.

Nostra figlia è nata un po’ prima del previsto.

Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti…

Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com’è bella!”. L’hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d’amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica…

Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno… Basta fidarsi, basta guardare un po’ in su e avere fede.

Fonte: vitanascente.blogspot.it

Chiara ed Enrico: un amore vero

chiaraenricoAmore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero e’ difficile da comprendere in questa societa’ sempre piu’ individualista. Un esempio concreto e’ stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.

Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non e’ l’odio, ma il possesso».

Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».

La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».

La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.

Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».

Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».

Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».

Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».

Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

Di Irene Bertoglio (autore)

Sei condizioni che facilitano il dialogo con i nostri figli adolescenti.

Creare un ambiente propizio e cercare il momento adeguato, serenità e fiducia. La verità è che non è facile parlare con i nostri figli adolescenti, ma questo non deve farci dare per vinti. Sono nell’età in cui hanno più bisogno di parlare, anche se è anche il momento vitale in cui costa loro maggiormente farlo con i genitori. Per questo, saremo sicuramente noi a doverci sforzare di più. Vale la pena di provarci perché c’è molto in gioco: niente di più e niente di meno dell’educazione dei nostri figli.
Forse dopo aver evitato gli errori più usuali nella comunicazione con i nostri figli adolescenti dovremmo tener conto del fatto che questo dialogo ha dei requisiti propri.
1. Creare l’ambiente propizio e cercare il momento adeguato.
Non quando i genitori vogliono, ma quando i figli ne hanno bisogno. Non è facile stabilire un momento della giornata per parlare, perché forse il figlio deve raccontare qualcosa nel momento meno opportuno. In quel caso bisogna lasciare tutto da parte e assisterlo, perché anche se in quel preciso istante possono esserci cose molto urgenti, sicuramente non c’è nulla di più importante. Se si lascia passare l’occasione, sarà perduta per sempre. Per questo è fondamentale che sappiano di poter sempre contare sui genitori, che siamo lì e ci siamo davvero.
2. Serenità e fiducia.
Se la prima volta in cui un figlio ci fa una confidenza un po’ “forte” ci mettiamo le mani nei capelli, facciamo uno scandalo o lo puniamo severamente, probabilmente sarà l’ultima volta in cui si confiderà con noi. Come quel ragazzo che, dopo che avevo parlato con lui, ha deciso di dire ai suoi genitori che nel fine settimana aveva fumato marijuana. Quando la madre ha sentito che aveva fumato, ha iniziato a gridare talmente da finire per non sapere cosa avesse fumato il figlio.
La fiducia è una virtù reciproca, chi la dà la riceve a sua volta. Non è una virtù che si acquisisce, ma che si dà: la condizione di ogni dialogo. Se non abbiamo fiducia nei nostri figli, se non diamo loro fiducia, anche se ci risulta difficile e a volte ci sembra anche rischioso, rimarremo senza sapere cosa succede loro.
3. Accettare le loro forme.
Non possiamo aspettarci che tutto fili liscio come l’olio. Siamo noi adulti a dover mettere la serenità. I figli probabilmente alzeranno la voce o discuteranno in modo acceso.
Pretendere una conversazione affabile con un figlio o una figlia adolescente significa non capire il suo registro. Non ci deve influenzare il fatto che gridino più del dovuto. Tendiamo a dare più importanza alla forma che al contenuto, e in questo modo sprechiamo le energie discutendo di formalità e perdiamo una nuova occasione di educare. È chiaro che dobbiamo educare anche nella forma, ma non ci riusciremo se la perdiamo noi.
4. Dare ragioni consistenti per loro.
Mediante il dialogo si ragiona. Non si tratta di intavolare battaglie dialettiche, in cui perde chi grida di meno e non vince nessuno, ma di ragionare e di far ragionare. Questo, però, non si ottiene mettendo sul tavolo buone ragioni dal nostro punto di vista, ma presentando ragioni che abbiano peso per i figli. Può essere che per un adolescente “studiare per diventare qualcuno nella vita” non abbia tanto peso quando “studiare per poter fare il lavoro che piace”.
5. Stabilire patti.
La “contrattazione” può essere una forma di conversazione che dà molto gioco.
Bisogna saper cedere sulle cose superficiali, per “vincere” in ciò che è essenziale. Forse vale la pena di cambiare un taglio di capelli o un tatuaggio per una domenica in famiglia. La questione è che quando si stringe un patto si produce un impegno, e l’impegno unisce.
6. Motivazione dialogata.
Bisogna infine approfittare del dialogo per dare criteri ai figli. Non si tratta di fare di ogni conversazione un sermone o un rimprovero, che in genere non serve a nulla. I tipici sermoni assomigliano a quella tormenta che non appena si vede arrivare ci dà il tempo di rifugiarci o di prendere l’ombrello: ti puoi bagnare la prima volta, ma non quelle successive. Continuando con il paragone, le conversazioni con i figli adolescenti non dovrebbero essere tormentose, ma come una pioggerella fine che non riesce ad allarmarci abbastanza da farci cercare un rifugio o tirare fuori l’ombrello ma che finisce per bagnarci. Questo permette a noi genitori di seminare valori e criteri nei nostri figli. Si tratta, in definitiva, di essere sempre disposti al dialogo, non di fare sermoni in occasione delle pagelle, per come si vestono o per la musica che ascoltano.
In ogni momento dobbiamo cercare di trasmettere ottimismo. Forse è quello di cui hanno più bisogno nella tappa fondamentale che stanno vivendo. Se siamo dei genitori brontoloni che sanno solo lamentarsi per tutto, incapaci di vedere l’aspetto positivo delle cose, sicuramente alzeremo senza volerlo un muro che intercetta ogni comunicazione.
Alcune espressioni che usiamo troppo spesso come “Sono stufo di te”, “Non sei capace di farlo”, “Impara da tuo fratello” e altre del genere non favoriscono certo il dialogo. È meglio adottare un atteggiamento ottimista e dire cose come: “Sono certo che sei capace di farlo”; “Sono molto orgoglioso di te”, “Noto che migliori ogni giorno”, “Ci riuscirai”… Parleremo sicuramente di più con i nostri figli perché troveranno in noi “dei genitori che sanno ascoltare”.
di Roberta Sciamplicotti da Aleteia

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Manager e madre di 9 figli. La vita al primo posto.

Clara_GaymardClasse 1960, nazionalita’ francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco Clara Lejeune e’ amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e madre nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.
«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».
Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».
Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo “chi non ha una vita complicata?” anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico “I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta”. Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».
Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926 -1994), medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down, Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.
«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva “Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi”. Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».
«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard ed uscito in Francia nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, ha progetti diversi e più grandi dei nostri». – di Raffaella Frullone – la bussola quotidiana

La perdita del coniuge ci fa nudi ed indifesi

perdita-congiuntoQuando ho saputo che Marco, il marito di Beatrice, era giunto alla casa del Padre, ho provato una stretta al cuore. Dopo tanti anni quel che ricordo di Beatrice sono sempre due cose: le sue risate e la sua capacità di amare.

Bella, intelligente, con due occhi azzurri splendenti spontaneità, allegra ed autoironica. Quante risate fatte insieme!

Ed ora?

Dove si sarà nascosta la voglia di ridere di Beatrice, ora che l’amore della sua vita ha concluso il suo passaggio sulla terra, lasciando una moglie innamorata.

In punta di piedi, le scrivo.

Carissima Beatrice, ho saputo ora che Marco ti ha preceduta in paradiso. Non so quante lacrime starai versando, ma, proprio perché le vedo impreziosite da un dolore profondo, non voglio scriverti belle parole. Non ne troverei qualcuna all’altezza. Ma un abbraccio ci tengo a mandartelo. Tutti noi arriviamo, prima o poi, alla scommessa finale. Quella per cui ci giochiamo la fondamentale domanda: è vero che siamo nati e non moriremo mai più? Farsi questa domanda mentre qualcuno ci abbraccia, credo che ci aiuti a togliere la risposta dagli scaffali della filosofia e della teologia per riporla lì dove deve stare: sulla nostra scrivania. Sui passi della nostra concreta vita. Sui fatti che ci piombano addosso provocando la nostra anima a reagire. Carissima Beatrice, che Dio benedica la tua anima fino a farle intuire con forza che siete vestiti di vita: tu e Marco. Che il Signore dell’universo apra gli occhi del tuo cuore, facendoti vedere la vicinanza invisibili di colui che la vita ti ha donato come marito. E che tu sia piena di felicità quando, un giorno, lo riabbraccerai ed insieme direte a Dio: “Grazie delle altre vite che sono nate dal nostro amore e di tutto quel che noi due abbiamo costruito insieme”…”

La sera stessa Beatrice mi risponde, donandomi “dolorosa saggezza”, con poche e vere parole.

Cristina, sto attraversando un periodo di sofferenza. Credevo di essere preparata alla separazione da Marco perché lui ha cercato, durante la sua malattia, di prepararmi in tutti i modi. Mi diceva “Beatrice è il momento giusto, non voglio morire vecchio e decrepito, non voglio sentire il mio fisico perdere le forze, devo solo essere grato per la vita che ho avuto, sono stato un uomo fortunato. Pensa solo ai figli ed ai nipoti che sono nati tutti sani. Sono in pace e sereno”. Questo discorso me l’ha ripetuto e ripetuto quando ci prendevamo per mano e andavamo a fare la nostra passeggiata, quando lo curavo con tutto il mio amore e quando, con un calcolo molto preciso da medico qual era, mi ha detto “adesso basta, sono arrivato”.

E’ stato allora che mi ha chiesto “Ma tu pensi che ci rivedremo?”

“Credo di si”

“Allora ti aspetto”.

Ed io ho creduto che tutta questa serenità che mi ha sempre donato per cinquanta anni mi avrebbe accompagnato. Invece sto facendo i conti con un dolore cupo, con un pianto che anche mentre ti scrivo mi offusca la vista. Mi dico che ci sono mamme che soffrono dolori più duri, mi dico che ho condiviso la vita con un uomo buono, e mi dico che dovrei dire solo grazie. Ragiono, ragiono … ma Cristina, sto proprio male… e scusami ma questa sera avevo proprio bisogno di te…”

Non c’è niente da fare: quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi. Allora te ne innamori e lui diventa “unico”.

Da quel momento il termine “provvisorio” viene cancellato dal tuo vocabolario interiore e la magia del “per sempre” entra nella tua anima, disseminandola di “noi”.

Noi ci ameremo.

Noi ci sposeremo.

Noi faremo dei figli.

Noi invecchieremo insieme.

Pian piano le nostre radici diventano così inestricabilmente intrecciate da rendere inconcepibile il solo pensiero di separarle.

Poi, inevitabilmente, arriva…

Cara Beatrice, appena te la senti, asciugati gli occhi e guarda bene: c’è dell’altro da acchiappare. Il tuo amore  non è svanito nel nulla perché ha il sigillo con su scritto “più in là”.

Pian piano Dio strapperà il tuo futuro dalle grinfie della disperazione e lo colorerà con la fede negli abbracci eterni che ti aspettano.

E non pensare che Dio non stia agendo solo perché ti senti vuota, spersa, arrabbiata, disperata e irrimediabilmente rotta.

Non giudicarti male quando sentirai persino invidia (sentimento che, normalmente, non ti appartiene) verso coppie che vedrai ancora insieme; perdonati con facilità, per non aggiungere dolore a dolore.

Non catalogarti come donna di poca fede se penserai al paradiso con una bella dose di dubbi; fa parte del gioco.

Quando si affronta la morte, è necessario avere molta compassione di noi stessi. Stiamo faticando e soffrendo per arrivare alla vetta, ma è da lì che si vede il panorama completo del senso della vita.

Vicino al cielo, con un solo sguardo, si può vedere il passato, il presente e le colline future che ci attendono. E’ da lì che scoprirai come tutto abbia avuto un senso.

Il primo bacio che hai dato a Marco, ha avuto il tifo di tutto il paradiso!

Ogni risata fatta insieme, ogni difficoltà superata, ogni perdono regalato…tutto è stato protetto dal Cielo perché voi eravate la perla preziosa voluta da Dio.

“Siete” la Sua perla preziosa. Per sempre.

«Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).
Maria Cristina Corvo  www.zenit.org

Ecologia della fertilità. Ambientalismo nella coppia?

famiglia ecologiaLa questione ecologica è di grande attualità, ma in realtà, è poco conosciuta nei suoi diversi aspetti scientifici, antropologici ed etici.

1. Ecologia

Il termine ecologia (dal greco oikos, casa e logos discorso – studio sulla casa) compare nel 1866 con il biologo tedesco Ernst Haeckel per indicare la scienza dei rapporti dell’organismo con l’ambiente. L’ecologia, però, va riferita non solo all’ambiente ma anche all’uomo, per cui si dovrebbe distinguere in ecologia ambientale ed ecologia umana.

All’interno dell’ecologia umana [1], c’è l’ecologia della fertilità, con cui si può intendere l’attenzione e la cura rivolta alla fertilità, anche in vista della procreazione, nel rispetto dei tempi e dei modi stabiliti dall’ordine naturale.

In riferimento ai tempi, si ricorda che l’uomo e la donna sono stati creati in modo diverso: l’uomo è sempre fertile, la donna, invece, presenta un andamento ciclico di fertilità e di infertilità, caratterizzato da un orologio biologico che, dai 35 anni in poi, rende più difficile la ricerca di una gravidanza, anche con il ricorso alle tecniche di procreazione artificiale o assistita, come viene definita dalla legge 40/2004. Queste tecniche, però, comportano la perdita di un rilevante numero di embrioni e la comparsa di un’ elevata percentuale di malformazioni nel neoconcepito, come il British Medical Journal (febbraio 2014) ha documentato e su cui ha allertato.

Un’ecologia della fertilità, invece, orienta giovani e coppie a conoscere e a tutelare la fertilità come un valore umano e sociale (non una “malattia” da cui liberarsi o un “diritto” da pretendere ad ogni costo), nel rispetto della donna e del concepito.

In un’epoca caratterizzata da bassi tassi di fecondità (numero di figli per donna) – come conferma anche l’ultimo Rapporto Istat 2014 e la sua Sintesi che a p. 16 riporta un tasso di fecondità riferito al 2012, di 1.42 (media Ue 28, 1.58, cioè inferiore all’indice di sostituzione, 2.1) – si dovrebbero promuovere condizioni socio-culturali favorevoli al formarsi di una famiglia. Purtroppo, tale richiesta, sollecitata anche dal Forum delle Associazioni familiari, a livello politico, finora non è stata recepita.

In riferimento al modo di procreare, per ecologia della fertilità si intende il concepimento naturale, per cui, in caso di infertilità, la coppia dovrebbe essere aiutata a rimuovere le cause dell’infertilità attraverso un’accurata diagnosi, un’adeguata terapia (medica, chirurgica o psicologica) e una lungimirante prevenzione legata, soprattutto, all’educazione a stili di vita rispettosi della salute procreativa, a partire dalla conoscenza della fertilità e dei significati del procreare umano. Essere concepiti in modo naturale è un diritto di ogni essere umano per motivi psico-biologici, sanitari ed etici, e costituisce un limite invalicabile ad avere un figlio ad ogni costo, in risposta alla cosiddetta dittatura del desiderio, figlia di una mentalità individualista ed egoistica che strumentalizza, soprattutto l’embrione e la donna, attraverso la fecondazione in provetta e l’utero in affitto.

Da considerare, inoltre che, come l’ambiente, anche la natura umana può reagire qualora non venisse rispettata. Perciò, come si presta attenzione alla raccolta differenziata e alle sostanze chimiche negli alimenti, così sarebbe auspicabile produrre maggiore impegno a non ignorare gli effetti degli ormoni sull’essere umano[2].

Infatti, pur apprezzando l’accresciuta sensibilità verso l’ambiente, è da richiamare come, prima dell’ecologia ambientale, venga l’ecologia umana, perché l’uomo è custode del creato di cui anche lui fa parte.

Pertanto, l’ecologia della fertilità – che comporta la conoscenza dei Metodi Naturali e la conseguente prevenzione di alcune cause di infertilità – si colloca nel solco della custodia responsabile del creato.

2. Metodi Naturali

Sono metodi diagnostici – come il Metodo dell’Ovulazione Billings e i Metodi Sintotermici che consentono di individuare i tempi di fertilità, di massima fertilità e di infertilità del ciclo femminile, mediante l’interpretazione di segnali, rilevabili dalla donna, che sono direttamente collegati all’andamento degli ormoni, quali ad esempio, il muco cervicale prodotto dal collo dell’utero, in risposta agli ormoni ovarici.

Il muco cervicale, che la donna può imparare a riconoscere, rappresenta un fattore fondamentale e un indicatore attendibile di fertilità.

La conoscenza dei segnali di fertilità e di infertilità consente di acquisire maggior consapevolezza di se stessi, come pure di ricercare, distanziare o evitare la gravidanza (con efficacia) senza ricorrere all’uso di farmaci o di barriere in lattice, che possono comportare, tra l’altro, effetti collaterali.

L’apprendimento dei Metodi Naturali, inoltre, aiuta la coppia, anche se infertile, a scoprire la propria fecondità sotto il profilo psicologico, educativo, sociale e spirituale, mediante l’adozione, l’affido, il volontariato sociale o l’accettazione della propria infertilità, ricordando che la fecondità – oltre la fertilità biologica – indica una potenzialità generativa che può essere declinata in vari modi [3] e si inizia a scoprire in famiglia, con l’assunzione di comportamenti generosi e solidali [4].

3. Vantaggi ecologici dei Metodi Naturali

– ecologia ambientale: rispetto dell’ambiente dove non vengono rilasciati ormoni[5];

– ecologia umana:

* rispetto del corpo maschile e femminile non sottoposto a manipolazioni o a sostanze ormonali;

* rispetto del dono totale e reciproco;

* rispetto dell’eventuale concepito (i metodi naturali non comportano perdite di embrioni legate alle tecniche);

* rispetto della persona.

L’insegnamento dei Metodi Naturali, infatti, può aiutare non solo a conoscere e tutelare la propria fertilità, ma anche ad apprendere uno stile di vita che promuove nell’uomo e nella donna accoglienza e rispetto reciproco, in quanto soggetti di pari dignità e non oggetti, come invece, ripetuti fatti di cronaca continuano a registrare.

4. Dove apprendere i Metodi Naturali

Questa conoscenza, che non è solo tecnica, deve essere appresa da insegnanti qualificati – presenti ormai in tutt’Italia – rintracciabili nel sito della Confederazione Italiana dei Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità.

* Angela Maria Cosentino è dottore in Bioetica, docente di Fecondità, Procreazione Responsabile e Metodi Naturali al Corso di Diploma in Pastorale Familiare, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia – CEI.

*

NOTE

[1] L’espressione, introdotta da Paolo VI (Udienza generale, 7 novembre 1973) e applicata ad altro contesto, è stata utilizzata da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus (1991) e nell’enciclica Evangelium vitae (1995). Successivamente, Benedetto XVI l’ha utilizzata nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2007, 2009, 2010 e nell’enciclica Caritas in veritate (2009). Infine, Papa Francesco l’ha richiamata nell’Udienza generale del 5 giugno 2013, cf. A.M. Cosentino, Allarme climatico e controllo demografico, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2014. Secondo l’opinione personale di chi scrive, l’ecologia umana si può intendere come l’insieme delle condizioni psico-fisico-sociali che rispettano la natura umana e ne promuovono lo sviluppo. Tali condizioni si possono pienamente realizzare nel rispetto dei cosiddetti principi non negoziabili: vita, dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale, libertà educativa e religiosa.

[2] Si segnalano gli ormoni relativi alla pillola contraccettiva, alla cosiddetta pillola del giorno dopo, dei 5 giorni dopo, del mese dopo, alla stimolazione ormonale per la procreazione medicalmente assistita.

[3] Cf. M. Magatti – C. Giaccardi, «Generare figli e idee, così il futuro non sarà buio», Avvenire, 11 marzo 2014, p. 3.

[4] Cf. A. M. Cosentino, Testimoni di speranza. Fertilità e infertilità: dai segni ai significati, Cantagalli, Siena 2008.

[5] Cf. Castellaví P, Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, «L’Humanae vitae. Una profezia scientifica», L’Osservatore Romano, 4 gennaio 2009, p.7.

Cosa pensano i figli adottivi dei loro genitori biologici?

L’abbandono minorile costituisce una delle più gravi emergenze umanitarie dei nostri tempi. Alcune statistiche riportano che ogni 15 secondi un bambino nel mondo viene rifiutato. Per molti di questi bimbi abbandonati l’adozione ha costuito, costituisce e costituirà una àncora di salvezza. Ogni vita umana ha un valore unico ed irripetibile, per questo salvare un bambino significa salvare il mondo intero.

La Beata Madre Teresa di Calcutta affermava: “Quando adoro Gesù nell’Eucarestia vedo il volto dei poveri, e quando vedo i poveri riconosco il volto di Cristo”. La spiritualità dell’adozione è un elemento essenziale per i genitori adottivi, perchè essi sono chiamati ad accompagnare la sofferenza dell’abbandono vissuto dai loro figli.

Se durante l’infanzia il dolore dell’abbandono viene acquetato dalla gioia e dall’entusiasmo della vita, l’adolescenza è il tempo della maturazione nel quale la costruzione del futuro inizia a fare i conti con l’esperienza del passato. Per i bambini adottivi il passato è stato contrassegnato dal rifiuto, dall’incuria e dell’abbandono. La domanda che risuona nel cuore e nell’animo di ogni figlio adottivo è sempre la stessa: “Perchè i miei genitori biologici mi hanno abbandonato?”.

Qesta domanda non è di facile risposta. Ha lo stesso grado di difficoltà di altre domande esistenziali: “Perchè sono nato? Quale è il senso della vita? Perchè esiste la morte?”. Tali questioni sono racchiuse dentro un’unica domanda: “Perché sono stato abbandonato?”.

Prima di giungere alla risposta di questa domanda è necessario un lungo cammino interiore, perchè questa domanda è la compagna di vita dei figli adottivi, dal momento in cui hanno vissuto il distacco dai loro genitori biologici.

“Perchè sono nato in una famiglia ed ora devo vivere in un’altra famiglia? Perchè la mia famiglia biologica non mi ha saputo dare quello che ho ricevuto dalla mia famiglia adottiva?”. Domande che sono come sentinelle nella vita dei figli adottivi, che sempre vegliano sulla loro vita ricordando l’inquietudine della storia passata.

Questi vitali interrogativi sono infatti come la cenere della brace che sembra spegnersi, ma rimane fioca e nascosta per un lungo tempo, sempre pronta ad alimentarsi attraverso il contatto con una piccola scintilla. Ed in questa situazione la scintilla può essere un avvenimento, una parola, o un semplice ricordo. Quello che sul momento viene percepito come dolore, nel tempo si trasforma in grazia. Quando la fiamma del ricordo illumina la vita passata, riaccende il desiderio e il tentativo della riappacificazione con la propria storia.

Un figlio adottivo, riconciliato con la sua storia, potrà affrontare seranamente il matrimonio, potrà diventare un genitore capace di educare santamente i propri figli, perchè avrà ricucito quello strappo esistenziale con la sua vita passata. Quando invece di un rinnovamento totale interiore vengono utilizzati rattoppi parziali, allora tutta il vestito di quella vita rischia di lacerarsi lasciandola spogliata di opere buone.

Quindi il primo elemento fondamentale per i figli adottivi è non avere paura nel porsi la dolorosa domanda: “Perchè sono stato abbandonato?”. Il secondo elemento decisivo è quella di darsi una risposta adeguata che acquieti il proprio animo. La morte naturale dei genitori biologici è la risposta più semplice da accettare. Ma molto spesso l’adozione avviene per abbandono o per grave incuranza dei genitori verso i figli.

In questo caso, i genitori biologici sono vivi e per un figlio non è semplice giustificare la loro condotta. Quale figlio non proverebbe profondi rancori o pesanti giudizi verso i suoi genitori che lo hanno abbandonato? Qui entra in campo il ruolo fondamentale del genitore adottivo che, da un lato è chiamato ad ascoltare in silenzio i pesanti giudizi verso i genitori biologici, ma dall’altro ha il dovere di giustificare la scelta dei genitori biologici, richiamando il grande dono della vita che gli hanno dato, malgrado le loro difficoltà economiche, esistenziali e familiari.

Ci potrebbero essere tante altre motivazioni da dare ai figli adottivi, ognuno in base alla propria storia personale, ma la risposta più adeguata è quella di ricordargli il grido di dolore fatto da Gesù sulla croce: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? (Mt 27, 46). Queste parole di Gesù, presenti sulle labbra del cuore di un figlio adottivo, rappresentano un segno di speranza, perchè quel grido assordante è stata una richiesta di aiuto ascoltata dal Padre, che ha resuscitato il suo Figlio, salvando non solo la sua vita ma anche quella del mondo intero.

Le piaghe sanguinanti dalla croce dell’abbandono troveranno una risanamento profondo solo quando entreranno a contatto con le piaghe di Gesù. Questo potrà avvenire attraverso una riconciliazione cercata, sperata e voluta dai figli adottivi con i loro genitori biologici, concretizzata attraverso un incontro e un riallaccio della relazione. E se questo non fosse possibile per la morte di un genitore biologico, è sempre possibile una riappacificazione interiore piangendo davanti alla tomba del proprio defunto.

Al contrario, rimandare questo incontro personale significa lasciare aperta una ferita che con il tempo si potrà anche cicattrizzare, ma vi è il serio rischio di riaprirsi con grande facilità, provocando dolori sempre più pesanti per se stessi e per le persone che gli vivono intorno.

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti, non abitano citta’ proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.
5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
Dalla “Lettera a Diogneto” secondo secolo d.C.

Le mamme al centro (Pino Pellegrino)

mammaSe non ci fossero le mamme, chiuderebbero tutte le scuole, tutti gli stadi, tutti i parlamenti, tutte le parrocchie…
Se non ci fossero le mamme, il mondo chiuderebbe!

Dunque, punto primo: onore alle mamme! La loro ‘festa’ ha anche questo scopo: ricordarci la dignità della madre. Dire ‘mamma’ è dire ‘grandezza’, è dire ‘mistero’, è dire ‘importanza’.
Per esprimere la grandezza della madre, gli ebrei hanno un simpatico proverbio: “Dio non potendo essere ovunque, ha creato le mamme”.
Napoleone (1769-1821), avvertito della malattia della madre, le scriveva: “Cara mamma, mi dicono che la tua salute vacilla. Mamma, tu non stai bene! Scrivimi. Rassicurami! Perché che cosa sarebbe di me, se sulla terra non esistesse qualcuno più grande di me!?”. Grandezza della mamma!
Dunque, punto secondo: la madre, per prima, non può perdere il senso del suo valore! A proposito, ha tutte le ragioni il noto divulgatore scientifico Piero Angela (1928) a mandarci questo intelligente messaggio quanto mai urgente oggi: «Immersa nei pannolini, nelle pappe, nei rigurgiti, la mamma si sente spesso frustrata intellettualmente, ma può ritrovare una diversa prospettiva se è consapevole che la sua intelligenza, il suo talento, la sua sensibilità sono praticamente le sole cose che permettono a qual batuffolo umano di emergere dalla notte animale e di diventare un essere pensante.
Tocca a lei plasmare, modellare, stimolare la nascita dell’intelligenza, della creatività, della personalità: il suo compito è molto simile a quello di uno scultore, di un pittore, di un musicista.
Il figlio è in buona parte sua ‘composizione’, per la quale occorre altrettanto talento quanto può occorrerne ad un artista per realizzare una creazione personale. E forse di più!».
Importanza della mamma!

Quindici punti luce
Dunque, punto terzo: la madre patentata sente la responsabilità d’esser madre. La brava mamma non può accontentarsi d’avere un cuore ben fatto; deve anche avere una mente illuminata per aiutare i figli ad impaginare bene la vita. In concreto, nel cervello della mamma riuscita hanno preso dimora alcuni punti luce, come questi:
• Ogni carezza è una piccola vittoria.
Il bambino non è mai solo un tubo digerente.
• È meglio un bambino con una patacca in più che un bambino con una patacca in meno.
• Abolire le ringhiere è pericoloso, abolire i ‘no’ è da pazzi.
• Il bambino non si manda a letto: si accompagna.
• Di tanto in tanto una sorpresa nello zainetto, è una strategia che funziona sempre.
Le parole innaffiano l’anima.
• È da saggi scrivere qualche volta sulla bocca: ‘chiusa per nervi!’.
• È sempre meglio un sorriso che un brontolio.
• Se continuo a dirgli che è un buono a nulla, finirà per crederci.
• Il baccano non dà mai una mano!
• Bimbo che non gioca, gioia ne ha poca.
• La mancanza di tenerezza è più insidiosa della fame.
• Passati i dieci anni è difficile mutar panni.
• Perdere la pazienza, passi; perdere la speranza, mai!
Quindici punti luce che, connessi con un cuore ben fatto, fanno delle mamme i capolavori più preziosi del mondo.

I PROVERBI DELLA MAMMA
• Se la pernice prende il volo, il piccolo non sta a terra.
• Chi vuole buon arrosto, badi alla fiamma; chi vuole buoni figli, badi alla mamma.
• La madre vede di più con un occhio che un padre con dieci.
Se la madre ride, il sole può anche non sorgere.
• I passi della mamma sono l’andatura del figlio.
• Cento uomini possono fare un accampamento; ma ci vuole una madre per fare una casa.
• La mano che dondola la culla, governa il mondo.

BILANCIO POSITIVO
La psicologa Anna Maria Battistin è convinta che “un figlio può rappresentare dei limiti alla carriera, alla libertà, alla vita economica“. Ma aggiunge subito: “Io sostengo che noi abbiamo dai figli molto più di quanto diamo loro. Ogni donna che ha con il suo figlio un rapporto abbastanza buono, se fa un bilancio della sua vita, si accorge che, in fondo, è un bilancio molto positivo“.
Un’altra madre confessa: Il figlio è il più bel regalo al cuore!“.
Un padre conclude: “I figli impediscono ai genitori di cadere nel baratro. Gridano il loro bisogno di amore e permettono così a papà e mamma di intraprendere il loro cammino interiore“.

A LORO LA PAROLA
• Quando sei stanca perché hai lavorato tutto il giorno, devi ancora lavare i piatti, lavare la biancheria, stirare, mentre noi guardiamo la televisione!” (Monica, nove anni).
• Vorrei avere la tua buona volontà di lavorare, mamma, ma non vorrei assomigliare a te per la tua nervosità!” (Diego, dieci anni).
Pino Pellegrino sul Bollettino Salesiano

Imparare di nuovo a vivere

ginocchioMe ne stavo lì seduta nella saletta d’attesa della camera operatoria dell’Ospedale Monaldi di Napoli, intenta a guardare il tetto a scacchiera crepato per metà mentre mi crogiolavo nel mio dolore. Poi all’improvviso, come una risposta, qualcuno si siede accanto e la prospettiva da cui guardavo le cose comincia ad allargarsi.

Erano trascorsi appena dieci minuti da quando le porte magnetiche si erano chiuse dietro la barella su cui era adagiato mio padre, ma a me sembrava già trascorsa un’eternità. Aneurisma aortico addominale. I chirurghi che lo stavano operando erano sicuramente i migliori in Campania e forse anche in Italia, ma questo non mi rincuorava affatto, perché la sopravvivenza di qualcuno non dipende dalle conoscenze, né dall’esperienza o professionalità.

Ad un tratto, si avvicina un signore, basso, calvo, pingue. Si siede accanto a me e comincia a scuotere la testa nel vuoto con un’aria sconsolata. Doveva essergli successo qualcosa di grave, ma non ho avuto il coraggio di chiederglielo. In fondo, anch’io ero lì. Anche se avrei voluto essere da tutt’altra parte. Anch’io avevo il mio buon motivo per cui scuotere la testa. Lui mi guarda e comincia a parlare con me, come se mi conoscesse da sempre. Non volevo interrompere, mi sembrava sgarbato, ma in cuor mio desideravo solo che la smettesse, perché ascoltare la sua voce rotta dalle lacrime mi appesantiva il cuore, che era già pieno di suo.

«Mi ha detto che sarebbe tornata subito – inizia a raccontare – e poi mi hanno chiamato per dirmi che mia figlia aveva avuto un incidente con la macchina. Le stanno amputando le gambe dalle ginocchia in giù».

Non vedevo lacrime intorno agli occhi, solo tanta disperazione, la sentivo sulla pelle come una sciarpa di lana nel caldo afoso di agosto e mi sembrava di soffocare. Io che ero sempre stata tanto brava con le parole non ne avevo nemmeno una per quel padre angosciato. Ma lui era proprio deciso a riferirmi ogni cosa: «Quando ti dicono che aspetti un figlio, tutti ti chiedono se vuoi che sia maschio o femmina. La risposta è sempre la stessa: basta che stia bene. Poi nasce, cresce e tu ne segui la vita, con le mani sempre tese per parare i colpi di ogni caduta, come quando da piccoli imparano a camminare. Ringrazi Dio ogni mattino per il dono della salute e un giorno ti capita una cosa del genere». Poi, indicando lo spazio anonimo intorno a noi, fa spallucce in un gesto di rassegnazione e dolore. «Signora – mi dice, congiungendo le mani come in una preghiera – come glielo dico a mia figlia? Come posso dirle che non ha più le gambe?».

L’uomo porta la mano alla testa e continua a scuoterla. Io non riuscivo più a stare lì. Proprio in quel momento, mio marito mi informa che al piano superiore c’è una cappella. Una via di fuga da quelle parole che non volevo sentire. Lo sconosciuto che mi aveva aperto il suo cuore ferito avrà pensato che fossi un’insensibile, ma tutto quello che chiedevo in quel momento era proteggere me stessa dal suo dolore.

La sua storia mi era rimasta addosso e decisi di portare quell’uomo con me di fronte a Gesù. Lui, la sua famiglia e quella figlia giovane, che da quel momento in avanti avrebbe dovuto abituarsi ad una nuova condizione di vita, la disabilità.

Sul suo cammino troverà sicuramente chi crederà di farle riguardo definendola portatrice di handicap oppure diversamente abile, espressioni sufficienti ad evidenziare un stato di cose innegabile. Io forse sarei tornata a casa insieme al mio caro papà, ma una parte di lei, sarebbe rimasta sempre lì, in quel luogo dove il corpo umano si studia, si manipola, si seziona. In quell’andirivieni di camici bianchi e tute verdi.

Al riparo del tabernacolo ogni grido di sofferenza mi sembrava lontano. Quella cappella così silenziosa e profumata di incenso, mi appariva come un’oasi nel deserto. Dopo un’ora circa, l’intervento di mio padre era finito: tutto era andato per il meglio. Bisognava attendere le 24 ore successive per sciogliere la prognosi e scongiurare ogni pericolo, ma al momento tutto filava liscio.

Anche per la figlia di quell’uomo le cose erano andate bene, ma le gambe ormai non c’erano più. Qualcuno dovrà insegnarle a vivere con e nonostante la sua disabilità. Qualcuno dovrà insegnare alla sua famiglia ad accettare la situazione per poi imparare a prendersi cura di lei.

Mille domande mi hanno assalito durante l’esperienza in ospedale, a nessuna di loro sono riuscita a dare una risposta. Ho cercato quell’uomo nei giorni successivi, durante la degenza di mio padre, ma non sono più riuscita a trovarlo. Continuo a pregare perché ciò che non sono stata capace di dirgli quando ne aveva più bisogno, possa raggiungerlo nella carezza di Dio.

Ida Giangrande dal sito www.puntofamiglia.net

Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile

Little boy“Il libro che state per leggere ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti.” Esordisce Claudio Risé nella Prefazione al libro di Antonello Vanni. “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”.

Antonello Vanni, educatore e docente di Lettere, perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica di Milano, è un esperto del padre. Ha approfondito i temi della responsabilità e della tutela della vita umana ne Il padre e la vita nascente (Nastro 2004). Ha curato la documentazione scientifica del libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita di Claudio Risé (San Paolo 2007). Ha insegnato presso la facoltà di Bioetica dell’Ateneo Regina Apostolorum di Roma e presso l’Istituto per ricerche e attività educative di Napoli sul tema “adolescenti, media e droga”. Nel 2009 ha pubblicato il libro Adolescenti tra dipendenze e libertà. Manuale di prevenzione per genitori, educatori e insegnanti (San Paolo).

L’autore fa uno “scavo pioneristico” dentro la figura paterna, quasi completamente dismessa soprattutto quando si tratta di IVG e dintorni, che vale la pena percorrere. Dalla curiosità per questa opera nuova, nasce l’intervista all’autore.

Come, quando e perché è nata l’idea di questo libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” edito da San Paolo Ed.?

Antonello Vanni: Da anni svolgo un’attività di ricerca personale sulla figura paterna nelle sue dimensioni più legate all’educazione e crescita dei figli, ricerca che si è poi espressa nel mio libro “Padri presenti figli felici. Come essere padri migliori per crescere figli sereni” (San Paolo Ed., 2011) giunto alla seconda edizione e pubblicato anche in altre lingue. Durante questa ricerca mi sono reso conto di quanto sia dimenticata, anche negli ormai numerosi libri sulla paternità, la relazione tra il padre e la vita dei figli nella sua primissima fase, quella dell’origine della vita stessa. A questo tema ho dedicato nel 2004 una pubblicazione “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (F. Nastro Ed.) in cui ho posto alcune basi per la mia riflessione successiva sul tema, fornendo inoltre delle proposte concrete ai Cav, ai giovani del MPV, a chi si occupa di corsi di preparazione al matrimonio, e agli studiosi di Bioetica, per favorire l’avvicinamento tra padre e vita concepita. In questo nuovo libro, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (vedi http://www.antonello-vanni.it  ), sono partito da quelle basi per esplorare ulteriormente, a tutto tondo, e sulla scorta di ricerche scientifiche internazionali aggiornate, gli aspetti che costituiscono il tema della relazione tra il padre e il destino della vita del figlio cui l’uomo stesso ha dato origine.

Quali sono le domande a cui hai voluto rispondere scrivendo “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Prima di tutto va detto che, dal punto di vista dell’indagine scientifica, per affrontare la relazione tra figura maschile e aborto, è stato necessario ampliare lo sguardo e superare la prospettiva limitata di una legge o di uno slogan. Infatti, nel momento in cui si esamina questa realtà si incontra uno scenario umano estremamente vario che chiama in causa anche la coscienza, la rappresentazione della vita e della sessualità nella nostra società, la responsabilità politica e dei media, l’educazione delle nuove generazioni.

Ci troviamo infatti davanti a numerosi interrogativi. Come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati? E queste sono solo alcune delle domande possibili su un problema che merita di essere esplorato in tutta la sua complessità, evidente anche nei tanti casi di cronaca, che ho presentato nel volume.

Cos’hai scoperto, in quanto autore, scrivendo questo libro “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Ho scoperto quanto sia gravemente superficiale e carente la visione che l’opinione pubblica, i media e la ricerca hanno del mondo maschile, sopratutto quando si parla della sua posizione rispetto alla vita o all’aborto. In genere si va dall’indifferenza alla visione ideologica che, sulla scorta di pregiudizi ormai vecchi di decenni, propone una figura maschile inetta, disinteressata alla vita, irresponsabile, capace solo di spingere la donna all’aborto o di andarsene, lasciando la donna incinta sola nel prendere decisioni importanti. Intendiamoci: tutto questo ha un fondo di verità, ma è solo una parte, molto limitata, di una realtà ben più complessa. Complessità che, va sottolineato, è rimasta e rimane invisibile proprio perché pregiudizi e visione ideologica hanno paralizzato un’indagine scientifica obiettiva e ad ampio raggio: basti pensare che del padre, nelle Relazioni ministeriali sull’applicazione della legge 194/78, non se ne parla mai. Per sopperire a questa carenza ho appunto scritto “Lui e l’aborto” in cui sono descritte e discusse dinamiche più articolate e quindi più interessanti per chi vuole riflettere con serietà su questi argomenti.

E che cosa hai scoperto tu, come uomo, in questo libro che ha come sottotitolo “Viaggio nel cuore maschile”?

Antonello Vanni: Da un lato mi sono interrogato, con inquietudine, sui motivi del silenzio maschile sui temi della vita, sul perché dell’assenza di una posizione forte e a voce alta degli uomini rispetto alla legislazione dell’aborto che del resto è stata votata da un parlamento maschile, forse sull’onda di un determinato contesto politico e ideologico. Dall’altro mi sono confortato scoprendo che molti studiosi uomini si sono occupati e si occupano di questi temi ad un alto livello scientifico, che tanti giovani uomini si danno da fare ogni giorno nei centri di aiuto alla vita per aiutare le donne in difficoltà salvando i loro bambini dalla morte. Di grande importanza poi è il fatto che esiste un grande numero di uomini che letteralmente si ribellano all’aborto, in forma personale o in forma più pubblica come nel caso dei giovani del MPV che nel loro “Manifesto sulla 194: generazioni che non l’hanno votata, generazioni che l’hanno subita” hanno dichiarato apertamente il loro dissenso su una scelta fatta dalle generazioni precedenti e sulla quale non sono affatto d’accordo. Si tratta ora di capire come raggiungere e stimolare ulteriormente l’attenzione maschile verso una posizione più consapevole, responsabile e partecipata rispetto al tema della difesa della vita. Su questa possibilità, che in altri Paesi è già realtà, nel mio libro sono indicate diverse strategie. Mi piacerebbe condividerle con voi del Movimento per la vita poiché credo fermamente che con iniziative in questa direzione si potrebbero salvare tanti bambini in più da una morte orribile e disumana.

Puoi farci un esempio di strategie svolte in altri Paesi per sensibilizzare l’uomo verso la difesa della vita concepita?

Antonello Vanni: Ad esempio, da alcuni mesi sulle strade di alcuni stati negli USA sono stati collocati enormi cartelli, come forma di campagna pubblicitaria, con lo slogan Fatherhood begins in the womb (La paternità inizia dal grembo della madre). Nelle immagini di questi cartelli si vedono foto di uomini che baciano il pancione della loro donna incinta (vedi www.toomanyaborted.com). Questa campagna mediatica è stata proposta dall’organizzazione prolife Radiance Foundation che a partire dalla Virginia sta portando le sue comunicazioni ora anche in New Jersey e in California. Secondo la Radiance Foundation l’idea è sconfiggere l’aborto rimettendo in discussione, con uno sguardo critico, il caso Roe vs Wade che dal 1973 ha aperto le porte all’aborto negli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questo caso fu proprio l’esclusione della figura maschile e paterna dalle decisioni riguardanti la vita del figlio in caso di scelta abortiva, fatto che sarà presente in tutte le legislazioni occidentali sull’aborto da lì in avanti. Questa esclusione avrà e ha tuttora un grave effetto diseducativo sulle generazioni maschili che si sono succedute, cresciute quindi senza consapevolezza del valore della paternità, fatta di responsabilità e cura per la vita generata. Tra l’altro la Radiance Foundation fa notare la stretta correlazione tra paternità assente e aborto: di tutti gli aborti che vengono effettuati ogni anno negli Usa l’84% avviene tra coppie non stabili in cui l’uomo ha abbandonato la donna incinta. Scardinando perciò i corollari del caso Roe vs Wade, la campagna Fatherhood begins in the womb della Radiance vuole richiamare gli uomini alla responsabilità affettuosa verso la vita nascente nella loro donna, oltre che sottolineare l’inadeguatezza delle leggi abortiste che escludendo la figura paterna hanno condannato a morte milioni di bambini privandoli, in un modo o nell’altro, della difesa responsabile dei loro padri. Del resto lo aveva già detto Giovanni Paolo II: “Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio l’uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre” (Familiaris Consortio, 1981).

Le leggi abortiste, e in Italia la legge 194/78, hanno eliminato il padre dal processo decisionale dell’aborto a meno che la madre non lo voglia. Quindi un uomo può essere padre anche senza saperlo e una donna può abortire un figlio senza dirlo al padre. Dove sono le “pari opportunità”?

Antonello Vanni: Ciò che dici è un dato di fatto: la legge italiana sull’aborto ha liquidato la figura maschile e paterna. Nonostante i buoni propositi espressi nell’art. 5 della legge 194/78, infatti, il coinvolgimento del padre nella scelta abortiva è nullo: l’uomo non ha il diritto di essere informato, non è richiesto il suo consenso, non ha voce in capitolo sulla vita o sulla morte del bambino. Siamo quindi molto lontani dal concetto oggi tanto in voga di “pari opportunità”, tanto che già negli anni immediatamente successivi al 1978 alcuni tribunali espressero molti dubbi sulla legittimità costituzionale di questa norma pregiudicante il diritto alla paternità del genitore e il principio di uguaglianza dei coniugi sancito dalla Costituzione. Non solo: molti esperti di giurisprudenza sottolinearono l’incomprensibilità di una legge che da un lato aspira a valorizzare ogni intervento capace di favorire la maternità e la vita del bambino, mentre dall’altro esclude un contributo, come quello del padre, che può essere decisivo anche in senso positivo. Tutte queste riflessioni non servirono e ancora oggi l’uomo è completamente escluso dalla procedura abortiva.

Molti padri però sono la causa degli aborti delle loro mogli o compagne, quindi forse la legge voleva proteggere la scelta della donna per la vita….

 Antonello Vanni: Alla luce dei fatti seguiti alla legge 194/78 ritengo che le cose stiano diversamente. Le leggi abortiste, espressione del tremendo potere biopolitico avviato dai totalitarismi, hanno un fine ben diverso da quello che tu proponi. Il loro obiettivo non è proteggere, ma dominare e eventualmente distruggere la vita, tanto è vero che è palese la contraddizione tra il titolo della legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità…” e i suoi risultati: un’ecatombe pari (solo in Italia) allo sterminio del popolo ebraico in Europa e con mezzi altrettanto efferati. Non mi pare proprio che la maternità sia stata tutelata… Non solo: leggendo le varie Relazioni ministeriali sull’applicazione di questa legge si nota che le leggi abortiste condividono con lo stile del biopotere totalitario anche la manipolazione linguistica, finalizzata a nascondere il volto autentico della vita umana: se la figura paterna venne “abrogata” con la legge 194, non diverso fu il destino della parola padre, gradualmente erosa e poi cancellata insieme alla forza affettiva, relazionale e antropologica che possiede. Già ridotta a padre dello zigote dai promotori della campagna in favore dell’aborto, la parola comparve quattro volte sotto forma di padre del concepito nei testi relativi alla Legge 194 per poi scomparire del tutto insieme alle altrettanto sfortunate parole marito, e, nota bene, di moglie e madre. Ma perché eliminare queste parole? Anche in questo caso l’obiettivo sembra essere stato quello di privare di dignità e pienezza le figure coinvolte nell’aborto: cancellando le parole padre e madre è stato più semplice poi togliere di mezzo quella di figlio che infatti è stata sostituita anch’essa: con la più tecnica, e quindi più facilmente aggredibile nella sua mancanza di umanità, concepito.

L’aborto interrompe nella donna una capacità esistenziale che difficilmente sarà recuperata: quella di essere madre. Per quanto riguarda l’uomo si può parlare di “paternità interrotta”?

Antonello Vanni:Senz’altro: le ricerche dimostrano che nell’uomo esiste una reazione negativa all’aborto simile a quella riscontrata nella donna. Questa sofferenza è stata definita trauma post abortivo maschile (Male Postabortion Trauma): si tratta di una reazione a catena che erode l’identità personale maschile, da un lato minandone l’autostima (“non valgo nulla perché non ho saputo impedirlo”) dall’altro soffocandola con il senso di colpa e il rimorso che ne deriva (“è colpa mia, l’ho voluto io, sono un assassino e devo pagare”). Non solo: in questo processo psicologico viene inflitto un grave colpo anche alla maturazione di una compiuta identità di genere. Infatti, per il maschio, partecipare al concepimento di un figlio significa vivere il nucleo centrale della virilità, dell’essere davvero uomini: la capacità, intesa anche come forza e potenza, di avviare il processo vitale di un altro essere umano. L’aborto vanifica brutalmente questa esperienza interrompendo, spesso in modo definitivo, il passaggio alla maturità: “e quindi io non sono/non sarò mai un uomo, né un buon padre”.

Come si manifesta il trauma post abortivo maschile?

Antonello Vanni: Sintomi del trauma post abortivo maschile sono molti e si manifestano negli uomini in modo diverso, spesso in relazione al ruolo che hanno avuto nella scelta abortiva: ad esempio, i padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso di impotenza. Gli psicologi, che hanno raccolto interi dossier di testimonianze maschili e svolgono un’opera terapeutica per curare questi uomini, hanno diviso tali sintomi in precise categorie per studiare e capire meglio le dinamiche psicologiche causate dall’aborto nel maschio. Sono stati così identificate sofferenze psicologiche, talvolta gravi, correlate alla rabbia e all’aggressività, all’impotenza e all’incapacità di reagire, al senso di colpa, all’ansia, ai problemi di relazione, al lutto causato dalla perdita.

www.zenit.org Elisabetta Pittino