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La vita di Moira, l’attesa di chi la ama si fa appello: dare morte non è libertà

Caro direttore, mi è capitato l’altro giorno di entrare in casa di al mattino, proprio nel momento in cui i due genitori (68 anni lei e 75 lui) stavano accudendo la figlia Moira da 17 anni in stato vegetativo. Ebbene in quel momento il papà stava facendo il segno della croce sulla fronte della figlia, recitando questa preghiera sgorgata dal suo cuore e che mi ha spezzato il cuore: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. O buon Gesù, questa bimba proteggila tu. Proteggi anche sua mamma e suo papà, suo fratello Luigi e il suo nipotino Luca e tutti quelli che le vogliono bene. Proteggi il Papa e i sacerdoti, don Mario e Radio Mater e tutti gli ammalati del mondo che soffrono. E anche tu, Madonnina, questa bimba proteggila tu e dai a sua mamma e a suo papà la forza di volerle sempre tanto bene e ancora di più. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.

La commozione era tanta, soprattutto quando ho saputo che il papà la ripete tre volte al giorno: al mattino, nel primo pomeriggio quando Moira viene coricata per il pisolino, e alla sera. Tre volte al giorno da 17 anni, da quando nella notte del 13 gennaio 2000, un embolo amniotico ha causato la morte della figlia che stava per partorire, e il coma. Secondo i medici sarebbe sopravvissuta non più di qualche mese. E invece… Ora ha 47 anni e viene nutrita con il cucchiaino: mangia, seppure tutto tritato, esattamente quello che il resto della famiglia mangia a tavola. Per darle da bere, invece, utilizzano il sondino naso-gastrico. Moira, ha scritto qualcuno, è la prova (se ce ne fosse bisogno ancora) che Dio esiste. Di fronte alle discussioni che si fanno in Parlamento sul “fine vita”, questi genitori si sentono impotenti e non sanno come arrivare al cuore dei politici per chiedere loro di essere aiutati, non per sopprimere la vita della figlia, ma per poterla assistere adeguatamente 24 ore al giorno. Non vogliono altro: poter accudire il loro famigliare, nella consapevolezza che l’eutanasia di persone gravemente disabili per sottrazione di cibo e acqua non sarà mai una conquista di libertà.
Enrico Viganò – Avvenire

Il nichilismo dei tulipani. “L’Olanda ha perso la voglia di vivere”

eutanasianewsweekRoma. L’Olanda, con la sua gravità moralistica nella rivoluzione del costume, dove le libertà si sono sempre rifiutate di rimanere clandestine e di accettare una qualsiasi scissione tra pratica e principio, si conferma essere quella specie di piattaforma dove si proclama, propugna ed esemplifica, con spirito calvinista, il diritto di ognuno di seguire le proprie tendenze. Compresa la morte. “Death becomes them”. Così l’ultima copertina del settimanale americano Newsweek racconta l’eutanasia fuori controllo in Olanda, un paese che “ha perso la voglia di vivere”. Una inchiesta magistrale sul grande malato culturale d’Europa.

L’Olanda è la patria di origine di movimenti contestatori che hanno scandito la nostra epoca. A cominciare dai provos, i “folletti” raccolti attorno a Roel van Duyn e Jasper Grootveld, che piantavano alberelli per le strade, che sfamavano i gatti randagi, che si facevano fotografare nudi in un bosco dalla rivista Vrij Nederland, che chiedevano la decentralizzazione del potere, la socializzazione degli alloggi, delle terre e dei servizi, il ripristino di un ambiente biologico sano, che volevano la “rivoluzione finale e alla libertà assoluta”, contro “uno dei mali peggiori dell’umanità, l’inibizione”. E poi, nel campo della chiesa, con il catechismo più progressista d’Europa, perché in Olanda la contestazione cattolica si è condensata, erigendo, di fronte a Roma, un tribunale dissidente. E poi nel campo dell’erotismo con i sexy shops, per non parlare delle droghe.

Guido Piovene definì l’Olanda “la negazione, implicita o esplicita, dell’esistenza del peccato individuale. Per dirlo in una formula, è il congiungimento di Padre Teilhard con Marcuse, sotto lo sguardo di Calvino”. Adesso arriva il primato della “dolce morte”. Secondo un rapporto della Reale Associazione Medica Olandese, 650 bambini sono morti nel 2013 a seguito della legge sull’eutanasia. Due bambini uccisi o lasciati morire ogni giorno. E’ il volto oscuro e tristemente velato che Newsweek sbatte in copertina, quello di una splendida monotonia d’alberi, fiori, nuvole e acque ferme o correnti, un paese laborioso, benestante, socialmente avanzato, che cresce a vista d’occhio sebbene non abbia ricchezze naturali, dove non si fanno scioperi o serrate, dove l’assenteismo è basso, ottimi sono i servizi sociali, il fisco non guarda in faccia neppure la Regina, ma che sembra aver perso il gusto per la vita.

Quello che accade in questo minuscolo e popolatissimo angolo di Europa, dove la secolarizzazione ha come compiuto fatalmente un ciclo completo, può accadere altrove. Per dirla con il giornalista britannico Douglas Murray, “dove l’Olanda va, gli altri paesi europei seguono”.  Nel 2013, secondo i dati più recenti, 4.829 persone in Olanda hanno scelto di morire. Il triplo delle persone rispetto al 2002. Gli olandesi non devono fornire prove di una malattia terminale per consentire ai medici di “aiutare” il paziente a suicidarsi. L’eutanasia è praticati a chi è “stanco di vivere”, chi ha la malattia di Lou Gehrig, la sclerosi multipla, la depressione o la solitudine. Nelle nuove linee guida della Royal Dutch Medical Association l’eutanasia è concessa anche a chi ha “disturbi mentali e psico-sociali”, come “perdita di funzionalità, la solitudine e la perdita di autonomia “come criteri accettabili per l’eutanasia”. Il documento sostiene che il “concetto di sofferenza” è “ampio” rispetto alla sua interpretazione e include “disturbi della vista, dell’udito e della mobilità, cadute, confinamento a letto, affaticamento, stanchezza e perdita di fitness”. A Zonneveld c’è l’associazione per il “diritto di morire”. Erano 120 mila gli iscritti nel 2010. Oggi sono 160 mila. In media, scrive Newsweek, “tra i 30 ei 50 cittadini olandesi firmano ogni giorno”.

L’eutanasia è cresciuta assieme alla scristianizzazione del paese. Recenti studi dimostrano che il tasso di secolarizzazione in Olanda è stato più rapido e intenso che in qualsiasi altro paese del mondo. E questo calo è avvenuto proprio negli anni in cui il neocattolicismo olandese irrompeva con tanta foga sulla scena del mondo, con la parola d’ordine di modernizzarsi, storicizzarsi, andare incontro alla cultura d’oggi.

Nichilismo gaio

Perciò l’Olanda è un test di valore mondiale. Perché nei giorni scorsi è diventato il primo paese al mondo dove gli atei superano di numero i credenti. Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, ha detto che ogni anno sessanta chiese chiudono, oppure sono vendute o demolite. Delle settemila chiese esistenti in Olanda, quattromila sono classificate come “monumenti”, e le altre, sempre più disertate dai fedeli, cambiano destinazione d’uso. Dal 1970 al 2008, 205 chiese in Olanda sono state demolite e 148 convertite in librerie, caffé, palestre, appartamenti e moschee (l’islam è già la prima religione ad Amsterdam).

 E’ l’esito dei provos che si definivano “una fungaia che si nutre del succo dell’albero morente della vecchia società olandese” e che lanciarono l’appello al “gioco” (usando l’aggettivo “ludiek”, scherzoso, come una parola d’ordine). Un gaio nichilismo che oggi si specchia nella ricerca condotta su mille medici olandesi: l’86 per cento, scrive Newsweek, è disposto a impartire l’eutanasia anche a chi malato terminale non è, ma ha perso i motivi per vivere. 42 olandesi che soffrivano di patologie psichiatriche non terminali sono stati messi a morte nel 2013. Erano stati 14 nel 2012. Un aumento del trecentoventi per cento.
I dati drammatici sull’eutanasia ci parlano di questa mescolanza olandese esplosiva di impegno moralistico e di esigenze libertarie, anzi di impegno moralistico nelle richieste libertarie. Questa via olandese alla libertà è come un sasso che la gente continua a rodere, a costo anche di ferirsi le labbra.

Con l’eutanasia si va verso lʼabbandono terapeutico

Il 30 gennaio approderà in aula alla Camera il testo unificato sulle direttive anticipate di trattamento. La proposta di legge mira a evitare incertezze interpretative e conseguenti responsabilità del medico nei casi di rifiuto della terapia da parte del paziente. L’obiettivo, senz’altro apprezzabile, non risulta però adeguatamente supportato da un testo che scongiuri derive come la deresponsabilizzazione del medico e la trasformazione delle strutture sanitarie da presìdi di cura in luoghi dove si pratica l’abbandono terapeutico. La prima deriva, personificata in un medico che diventa esecutore della volontà del malato, si rintraccia subito nell’articolo 1, comma 5, dove si attribuisce al paziente il pacifico diritto non solo di rifiutare una terapia ma anche all’«interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali». Tralasciando l’ovvia considerazione che un “diritto” all’interruzione di un trattamento, ove provochi la morte, non potrà mai intendersi come un ordine al medico precludendogli la possibilità di poter far obiettare la propria coscienza, emerge l’insidia I’eutanasica: se l’interruzione riguarda il sostentamento vitale la decisione del paziente è quella di morire, ma anche ove riguardasse una terapia ordinaria potrebbe configurarsi un abbandono terapeutico agli antipodi del ruolo di un medico dedito alla cura. Se, poi – come il disegno di legge indica – «ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge» (articolo 1, comma 10), ecco che la metamorfosi degli ospedali italiani in strutture di abbandono terapeutico è compiuta.

Anche la parte del provvedimento dedicata alle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) riproduce la vicenda del cosiddetto “testamento biologico”; un atto cioè in cui qualsiasi persona in stato di piena salute, in previsione di una futura incapacità, può esprimere le proprie convinzioni in materia di trattamenti, comprensivi di nutrizione e idratazione artificiale, e il medico sarà «tenuto al pieno rispetto» salvo che non dimostri «concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita» del paziente. Un medico, insomma, preveggente e non più intento a curare in scienza e coscienza. La quarta parte del ddl – «Pianificazione condivisa delle cure» – lascia intendere un recupero della valutazione medica della patologia e della terapia più appropriata, cosa che però viene disattesa con la previsione finale che una volta pianificato un percorso, giusto o sbagliato che sia, il medico è tenuto ad attenervisi ove il paziente versi in uno stato di incapacità (articolo 4, comma 1). In questo caso, non è consentita (come lo è, nel caso delle Dat) la possibilità di intervenire neanche davanti a «concrete possibilità di miglioramento».

La situazione non è migliorabile con qualche emendamento. L’intento della proposta appare, infatti, sin troppo chiaro nel porre il principio di autodeterminazione pressoché assoluto del paziente quale stella polare di un nuovo sistema sanitario, dove il ruolo del medico curante degrada a quello di interprete-esecutore della volontà del paziente, espungendo dal nostro ordinamento il principio solidaristico tipico delle forme di relazione nelle situazioni più fragili che sin qui ha orientato le scelte in materia di cura e di assistenza sanitaria.
Alberto Gambino
*presidente di Scienza & Vita

«Sì al suicidio? Noi disabili spacciati

Quando aveva nove mesi e le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale, i suoi genitori vennero informati dai medici che non sarebbe sopravvissuta più di due anni. Oggi la baronessa Campbell di Surbiton, membro della Camera Alta del parlamento britannico, ha 59 anni, è sposata e nonostante abbia bisogno di aiuto per fare qualsiasi cosa e di un respiratore artificiale per dormire, non ha mai smesso di lottare per la tutela dei diritti dei disabili del Regno Unito. La sua è oggi riconosciuta come una delle voci più autorevoli contro la legalizzazione del suicidio assistito. Si muove con una carrozzina elettrica e usa il computer digitando con un solo dito ma questo non le ha impedito di ottenere un dottorato in Legge all’Università di Bristol e uno in Scienze sociali a quella di Sheffield. Oggi guida il gruppo contro il suicidio assistito «Not dead yet», non ancora morti. C’è chi dice sia la versione femminile di Stephen Hawking. «Come lui – ha detto di recente ai Lord – ho decisamente oltrepassato la data di scadenza. Ma la legge che vorrebbe aiutare le persone a morire è sbagliata».

Si riferiva all’ennesimo tentativo di legalizzare il suicidio assistito, attualmente reato punibile fino a 14 anni. Baronessa, dal 2003, quando Lord Joffe cercò per la prima volta di legalizzare il suicidio assistito, i tentativi sono stati molteplici, l’ultimo qualche giorno fa
quando Noel Conway, 67 anni, colpito da una malattia dei motoneuroni, ha chiesto ai giudici di permettere al suo medico di somministrargli una dose letale quando le sue condizioni si fossero deteriorate. Prima o poi il parlamento darà il via libera? I tentativi di legalizzare il suicidio assistito in Gran Bretagna,finora respinti da Westminster, stanno cominciando ad avere un effetto deleterio sulla vita dei disabili del Regno Unito sempre più preoccupati. Un cambiamento nella legge metterebbe la loro vita – e la mia – a rischio. Fortunatamente non sono la sola a combattere
contro la legge sul suicidio assistito, l’«Assisted dying bill» di lord Falconer, ma continuano a ripeterci che siamo in minoranza. Il pericolo è dunque reale. Purtroppo il suicidio assistito viene promosso come l’unica soluzione per il disabile, la sua famiglia e la società. Raramente si fa menzione delle alternative, che hanno reso la mia vita preziosa e degna di essere vissuta. Il messaggio che ricevono oggi i disabili è di “non provare a stare meglio, tanto è inutile”. Cosa fare per fermare una simile legge? Dobbiamo far sentire la voce dei disabili. Si parla spesso nei media di suicidio assistito ma i disabili non vengono mai interpellati a meno che non siano a favore di un cambiamento della legge. Ha mai pensato di “farla finita”? Ci sono stati momenti difficili e altri in cui pensavo che le cose non sarebbero migliorate, ma le situazioni cambiano. Mi ha aiutato molto lottare per l’introduzione di leggi che oggi aiutano persone come me: penso a quella per l’accesso delle sedie a rotelle negli edifici pubblici. Dipendo completamente da altre persone ed è sempre stato così ma non mi sono mai sentita un peso, mi sento semplicemente grata».
di Elisabetta Del Soldato – Avvenire

Le sfide biopolitiche e l’etica post-moderna

biopoliticaNell’uso linguistico ordinario ci si limita a vedere nella biopolitica la mera traduzione in leggi, regolamenti, norme dei principi dell’etica medica. Il termine, però, ha un’accezione ben più rilevante: esso indica il fenomeno –tipicamente moderno- della totale presa in carico e della gestione integrale della vita biologica da parte del potere. Nel contesto di questa discorso potere non è riferito solo al soggetto Stato, ma sta piuttosto ad indicare ogni prassi collettiva di carattere autoreferenziale, che quindi giustifica se stessa solo in quanto prassi e non assumendo come proprio doveroso principio di riferimento l’oggettività del reale e la sua intrinseca normatività (secondo il paradigma classico del giusnaturalismo, in tutte le sue diverse varianti). La biopolitica è quindi quel paradigma –tipicamente moderno- che ritiene l’humanitas non un presupposto, ma un prodotto della prassi.

L’orizzonte della biopolitica è pertanto ben più ampio di quello della bioetica –nell’ accezione più comune del concetto. Uno sguardo storicamente attento ci ha convinto che tutti quelli che sono stati definiti gli “enigmi” (1) che il XX secolo ha posto alla ragione –e in particolare i grandi movimenti totalitari e l’ “invenzione” da essi operata dei campi di concentramento- possono ricevere spiegazioni adeguate solo se si tematizza il carattere biopolitico dei loro fondamenti ideologici. Come ci ha spiegato Hannah Arendt, nel campo di concentramento il soggetto è spogliato di ogni statuto personale e politico e la sua identità è ridotta alla nuda vita, è ridotto cioè a quella figura che nell’ antichità romana era qualificata con l’espressione homo sacer, colui la cui identità umana era a tal punto negata e misconosciuta che poteva essere ucciso da chiunque senza che l’atto venisse qualificato come omicidio (e che, proprio per questo, non poteva essere messo a morte secondo forme rituali, perché in tal modo se ne sarebbe riconosciuta –sia pure nella forma terribile del sacrificio- l’umanità). Scrive giustamente Agamben: “La domanda corretta rispetto all’orrore commesso nei campi non è quella che chiede ipocriticamente come sia stato possibile commettere delitti tanto atroci rispetto a degli esseri umani; più onesto e soprattutto più utile sarebbe indagare attentamente attraverso quali procedure giuridiche e quali dispositivi politici degli esseri umani abbiano potuto essere così integralmente privati dei loro diritti e delle loro prerogative, fino a che commettere nei loro confronti qualsiasi atto non apparisse più come un delitto (a questo punto, infatti, tutto era veramente divenuto possibile)” (2). Sarebbe un macroscopico errore ritenere che la sconfitta del nazismo o l’ implosione dello stalinismo e del maoismo abbiano comportato l’incrinarsi del modello biopolitico e confortarci reciprocamente ripetendoci che i campi oggi non sono più possibili. Dovremmo piuttosto prima riconoscere che non sono stati i totalitarismi a produrre la biopolitica e che è questa che li ha preceduti, essendo piuttosto una condizione di possibilità del loro affermarsi (se o no esclusiva, è questione tutta da approfondire), e poi prendere atto che, tramontati i totalitarismi, l’istanza biopolitica, già vivacissima prima del loro sorgere, ha potuto continuare a svilupparsi prendendo altre strade, di cui la cultura oggi dominante stenta a acquisire consapevolezza. Quello che è avvenuto nei campi potrebbe oggi mutatis mutandis avvenire –e secondo autorevoli opinioni già di fatto avviene- in istituti e laboratori, nei quali, nel nome di vaghi appelli al futuro –ma è tipico di ogni ideologia, anche e soprattutto di quelle totalitarie, parlare in nome del tempo che verrà- scienziati e ricercatori operano sulla nuda vita (umana, animale ed ibrida) manipolandola.

La pervasività della biopolitica è inquietante. Limitiamoci ad alcuni, pochi esempi.

La legalizzazione pressoché planetaria dell’aborto, avvenuta non casualmente in un arco temporale estremamente ridotto e caratterizzato almeno in Occidente dal consolidarsi del modello democratico, è segno inequivocabile della forza con cui il paradigma biopolitico pretende di gestire la nuda vita, autorizzandone l’esistenza o almeno sindacandone la stessa legittimazione sociale. L’aborto, come di recente e bene ha mostrato Luc Boltansky (3), è pratica comune nella storia e in genere tollerata in tutte le società da noi conosciute; ma solo in un contesto biopolitico consolidato esso ha acquisito –per lo più in un arco di tempo molto breve- un’inedita rappresentazione simbolica, elaborando la pretesa di essere riconosciuto alla stregua di un diritto fondamentale. Ne è derivata un’alterazione della rappresentazione del bios, di cui ancora dobbiamo misurare tutte le conseguenze. Ciò che per ora sta sotto gli occhi di tutti è la destrutturazione del linguaggio ordinario, che non è più in grado di nominare il nascituro se non come un (generico) “prodotto del concepimento” e la sua intenzionale soppressione se non come “interruzione volontaria della gravidanza”.

Secondo esempio plateale del consolidarsi del paradigma biopolitico: l’alterazione dell’equilibrio alla nascita tra i sessi. Alludo al fenomeno delle missing women, prodotto dagli aborti selettivi in particolare in India e in Cina e che sembra ormai attestarsi sull’incredibile numero di 100 milioni di donne non nate (4). Esso costituisce un autentico incubo demografico, di cui l’ India ha preso coscienza già da alcuni anni e la Cina solo negli ultimi mesi, quando già però nel paese il rapporto tra neonati maschi e neonate femmine si è assestato sulla cifra del 119% (con punte del 136%) su di una media internazionale del 107%. I rimedi che questi paesi (da ultima la Cina) hanno assunto vanno dalla repressione penale degli aborti selettivi e giungono fino alla proibizione di qualsiasi indagine prenatale volta a individuare il sesso dei nascituri. Ma sono tutti rimedi palesemente inefficaci, dato che è a monte, nelle rigidissime legislazioni biopolitiche di pianificazione familiare (perfezionate dal governo cinese nel 1979), che va individuata la radice del problema.

Viene correttamente considerato tra i massimi problemi bioetici quello delle pratiche di procreazione assistita responsabili della formazione di embrioni soprannumerari congelati, destinati a non essere mai impiantati. E’ significativo rilevare come, al contrario, in un orizzonte biopolitico questo specifico problema stenti addirittura ad essere percepito: il Regno Unito ordina la periodica distruzione di questi embrioni, indipendentemente da qualsiasi verifica della loro vitalità e senza che si possa addurre una giustificazione –se non per l’ appunto politica- di questa prassi.

E ancora: si pensi alle forti tensioni a favore della legalizzazione dell’eutanasia che caratterizzano pressoché tutti i paesi occidentali e che verosimilmente sono destinate ad estendersi al resto del mondo. Come l’aborto si è trasformato, da decisione tragica e personalissima di alcune donne, in una pratica sociale di regolamentazione delle nascite, così l’ eutanasia si è trasformata da atto omicida eccezionale, estremo, tragico e pietoso in una pratica di gestione burocratica e biopolitica della fine della vita umana. In apparenza, i fautori dell’eutanasia vogliono semplicemente legalizzare quello che essi chiamano il “suicidio assistito” e poiché questa espressione può apparire troppo ruvida, ecco l’invenzione di opportuni eufemismi. Non so se merita più biasimo o più sarcasmo il titolo del disegno di legge, Norme per regolamentare l’interruzione volontaria della sopravvivenza, presentato in Parlamento nella scorsa legislatura a firma di diversi senatori, perché pur nella stravaganza dell’acronimo utilizzato (IVS, palese ricalco dell’ormai consolidato IVG) esso ci aiuta a capire la sostanza biopolitica della questione della fine della vita umana. Il fatto che si cerchi di introdurre l’espressione interruzione della sopravvivenza, per qualificare la morte, indica l’ incapacità conclamata del paradigma biopolitico di pensare alla vita, come ad un in sé: nella logica legalistica della biopolitica gli uomini dovrebbero evidentemente cessare di essere pensati e di pensare se stesso come i viventi e dovrebbero piuttosto reinterpretarsi come coloro che sopravvivono solo in ragione della loro appartenenza ad un contesto di accettazione sociale della loro individuale identità biologica. Nella realtà biopolitica effettuale, comunque, il tema dell’eutanasia come suicidio assistito è ormai obsoleto; in Olanda il 31% dei pediatri sopprime –sulla base del c.d. Protocollo di Groningen- i neonati malformati, oltre tutto senza acquisire il consenso dei genitori; in Svizzera, lo scorso febbraio, la Corte Suprema ha stabilito che il malato mentale ha un diritto costituzionale ad essere soppresso.

(…) La linea sulla quale è possibile attestarsi non è certo quella di una ingenua ritirata, ma non può nemmeno esser quella di un attacco baldanzoso. Probabilmente, il compito che aspetta la nostra generazione è quello prima di aprire gli occhi sulla realtà di un potere pervasivo e impersonale, che, assimilando corpo biologico e corpo politico, toglie al primo la sua identità e al secondo la sua dignità, e poi di negarsi ad ogni forma di omologazione biopolitica: un atteggiamento che Melville, profeticamente, ha attribuito a Bartleby lo scrivano, al suo cortese, dimesso, apparentemente inoffensivo, ma nello stesso tempo tenace e irremovibile “I would prefer not to”, preferirei di no. Alla tradizione cristiana delle origini non è sconosciuto questo atteggiamento: l’ apparente ritrosia, che faceva definire i credenti in Cristo lucifugi viri e li portava ad essere misconosciuti come socialmente “pericolosi”, ha sempre costituito una straordinaria riserva di senso contro la ricorrente tentazione di procedere ad indebite assolutizzazioni delle realtà mondane. Non è la mera inerzia la chiave interpretativa né del personaggio di Melville, né della resistenza che qui viene proposta contro il paradigma biopolitico; è piuttosto la corrosività di un atteggiamento che già con il suo semplice fermo esibirsi e manifestarsi può aprire il lungo e complesso processo che potrà –forse!- portare a smascherare le illusioni potestative di qualsiasi volontà biopolitica.

professor Francesco D’Agostino

1 ) F. Furet, L’Allemagne naziste et le génocide juif, Paris 1985.

2) G. Agamben, Homo sacer, Torino, Einaudi, 2005, p. 191.

3 ) Cfr. La condition foetale, Paris, Gallimard, 2004, tr. it., Milano,Feltrinelli 2007.

4 ) Il fenomeno è stato individuato e denunciato per primo da Amartya Sen -di cui si veda Missing women – revisited, in “British Medical Journal”  2003, 1297-1298.