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L’amore ai tempi del DNA

dna-fhdLa porta dell’universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia… quando l’analisi di un capello può decidere l’inizio o la fine di una storia d’amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?

Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l’alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell’amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l’amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all’attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una “mappa” abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L’amore ai tempi del DNA… quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l’istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non “rischiare”. È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l’essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

Annarita Petrino Zenit.org

La fecondazione in vitro crea scompiglio in famiglia

fivet2Continua a crescere la domanda di trattamenti di fecondazione in vitro, ma aumentano anche le preoccupazioni relative alla gestione delle cliniche e alle conseguenze negative per le famiglie. Un eminente esperto di origini britanniche ha espresso di recente parole dure contro questa industria, i cui metodi sono da tempo oggetto di critiche da parte della Chiesa.

Robert Winston, professore di Scienze della Riproduzione presso l’Imperial College di Londra, ha affermato che le cliniche si lasciano corrompere con i soldi e che i dottori sfruttano le donne che si rivolgono a loro spinte dal desiderio disperato di restare incinta, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso anno. “È facile sfruttare le persone quando queste sono disperate e quando tu hai la tecnologia di cui hanno bisogno, sebbene questa possa comportare conseguenze negative”, ha affermato.

Per quanto riguarda l’impatto sulla famiglia, uno dei cambiamenti che si sono registrati è la tendenza a fare figli in età più avanzata (dal Times). La percentuale dei pazienti tra i 40 e i 45 anni che si sottopone a fecondazioni in vitro (FIV) è aumentata dal 10% degli anni ’90, al 15% del 2006, osserva l’articolo. L’anno scorso vi sono state 6.174 donne di questa fascia di età che hanno fatto ricorso alla FIV, rispetto a sole 596 nel 1991.

Anche l’età media dei pazienti FIV è aumentata: rispetto al 1996 essa si è innalzata di un intero anno passando dai 33,8 anni ai 34,8. Il dato proviene dalla Human Fertilization and Embryology Authority.

Il Times osserva che, sulle donne in età più avanzata, il numero dei trattamenti che riescono con successo è di gran lunga inferiore. Per le donne tra i 40 e i 42 anni, il tasso di nascita relativo al primo trattamento FIV è del 9%, mentre quando queste superano i 44 anni, il tasso scende all’1%.

Inoltre, ai 40 anni, il rischio di problemi di gravidanza aumenta del doppio rispetto alle ventenni e così come aumentano le probabilità di gravidanze extrauterine, di nascite premature, di morte alla nascita, di morte neonatale e di malformazioni.

Gemelli a 60 anni

Poco dopo la pubblicazione di questi dati, è arrivata la notizia dagli Stati Uniti di una donna di 60 anni che ha dato alla luce due gemelli maschi, secondo quanto riportato dall’Associated Press il 23 maggio. Frieda Birnbaum ha partorito al Hackensack University Medical Center, di New Jersey.

Un altro caso che ha ricevuto attenzione è quello di una donna spagnola, Carmela Bousada, che all’età di 67 anni ha fatto nascere due gemelli, secondo il Times del 29 gennaio. Questa donna si è sottoposta a trattamento FIV presso il Pacific Fertility Center di Los Angeles.

Intanto, il quotidiano canadese Ottawa Citizen ha riferito il 18 aprile scorso del caso di Melanie Boivin, che ha donato i propri ovuli alla figlia Flavie.

La figlia di 7 anni è affetta da sterilità congenita. Secondo l’articolo, se Flavie un giorno decidesse di usare gli ovuli per rimanere incinta, potrà diventare madre della sua sorella genetica e Melanine Boivin diventerà al contempo mamma e nonna.

Sulla vicenda, l’eticista Margaret Somerville si è espressa in modo critico, secondo quanto riportato dal giornale. “Dobbiamo pensare bene a ciò che facciamo quando giochiamo con la natura”, ha affermato, osservando che una procedura di questo tipo sovverte completamente il normale corso della vita.

Un’altra pratica che solleva dubbi dal punto di vista etico è quella di ricorrere al cosiddetto utero in affitto, sfruttando le donne dei Paesi in via di sviluppo, perché portino in grembo i figli delle famiglie dei Paesi più ricchi. Questo fenomeno si sta già verificando ad esempio in India, ha spiegato la Reuters in un articolo pubblicato il 4 febbraio.

Negli Stati Uniti un utero in affitto arriva a costare fino a 50.000 dollari (36.000 euro), ha affermato allaReuters Gautam Allahbadia, esperta in fertilità. In India invece tutto ciò si può fare con 10 o 12 mila dollari (7,2 o 8,7 mila euro). Le cliniche indiane solitamente fanno pagare 2 o 3 mila dollari (1,5 o 2 mila euro) per il trattamento, mentre alla madre surrogata spettano dai 3 ai 6 mila dollari (2 o 4 mila euro).

L’articolo osserva che dati ufficiali relativi a questo fenomeno non esistono, ma è possibile che ogni anno nascano in India dai 100 ai 150 bambini da uteri in affitto.

Senza madre

Le cliniche stanno iniziando anche ad offrire trattamenti specifici per gli omosessuali. The Fertility Institutes di Los Angeles ha avviato un programma per maschi omosessuali che vogliono diventare partner, secondo laReuters del 14 marzo.

Il direttore della clinica, Jeffrey Steinberg, ha riferito che sono stati già effettuati circa 70 trattamenti ad altrettante coppie gay e che è in fase di istituzione un servizio apposito. Egli ha anche osservato che circa tre quarti delle coppie omosessuali pagano una quota in più per poter scegliere il sesso dei loro bambini.

Gli intricati intrecci familiari creati dalle tecniche FIV danno origine anche ad una serie complessa di problemi legali. Una madre surrogata, che non ha alcun collegamento genetico con il bambino che porta in grembo, non può essere indicata come madre sul certificato di nascita, secondo la Corte d’Appello del Maryland Court, come riferito dall’Associated Press il 16 maggio.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda due gemelli nati nel 2001. La donna che li ha partoriti era una madre surrogata, senza alcuna relazione genetica con i gemelli.

Un altro caso, ancora in fase di giudizio, riguarda il destino di alcuni embrioni congelati, appartenenti ad Augusta e Randy Roman, i quali avevano deciso di sottoporsi a trattamenti per produrre gli embrioni. Tuttavia, qualche ora prima del previsto impianto, il marito ha deciso di interrompere il procedimento, secondo quanto riportato dal Los Angeles Times il 30 maggio.

Questo avveniva nel 2002 e l’anno successivo la coppia ha divorziato. Da allora essi non hanno trovato un accordo su cosa fare degli embrioni congelati e la questione è ora arrivata la Corte Suprema del Texas. Randy vuole che gli embrioni siano distrutti o che rimangano crioconservati.

Il Los Angeles Times ha ricordato che finora sono sei le alte corti di altrettanti Stati che si sono pronunciate su questi casi. Da tali decisioni, in generale, risulta che il diritto di un ex coniuge a non procreare ha la meglio sul diritto dell’altro a procreare.

Moralmente non neutrale

La Chiesa ha da tempo affrontato i problemi derivanti dalle tecniche di fecondazione in vitro. Nel 1987 la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato l’istruzione su “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” (“Donum Vitae”).

Sin dal 1987, le tecnologie utilizzate nella FIV sono cambiate molto, ma gran parte dei problemi etici di fondo sono rimasti immutati. La scienza e la tecnologia sono risorse importanti, riconosce l’Istruzione. Tuttavia, è un errore considerare la ricerca scientifica e le sue applicazioni come ambiti moralmente neutrali.

Inoltre, la Congregazione per la dottrina della fede spiega che esse devono essere poste al servizio della persona umana e dovrebbero seguire i criteri della legge morale. È un errore considerare il corpo umano meramente come un insieme di elementi biologici, sostiene l’Istruzione. La persona umana è nello stesso tempo corporale e spirituale.

Peraltro, per quanto riguarda la questione della trasmissione della vita, non è possibile ignorare la speciale natura della persona umana. Dal momento del concepimento, insiste l’Istruzione, la vita di ogni persona umana deve essere rispettata. In aggiunta, il dono della vita umana dovrebbe essere coltivato nel contesto di atti compiuti tra marito e moglie.

La Congregazione ammette che il desiderio di avere figli e l’amore tra i coniugi che desiderano superare i problemi di sterilità “costituiscono motivazioni comprensibili” alla base del ricorso alle tecniche FIV. Ciò nonostante, prosegue l’Istruzione, le buone intenzioni devono essere commisurate alla natura stessa del matrimonio e alla necessità di rispettare i diritti dei figli.

Il documento osserva inoltre che le tecniche FIV troppo spesso comportano la distruzione di embrioni umani. In questo modo l’uomo viene a costituirsi donatore di vita e di morte “su comando”, avverte il testo.

Il sistematico ricorso a queste tecniche crea il rischio di generare una mentalità del dominio dell’uomo sulla vita e la morte di altri esseri umani, avverte la Congregazione. Una mentalità che con il passare del tempo produce una inesorabile deriva verso pratiche che implicano gravi questioni morali e sociali.

Di Padre John Flynn, L.C.

Procreazione assistita: scarsa efficacia della fecondazione artificiale. Sacrificati il 90% di embrioni

A commento della relazione annuale sulla legge 40:

Rispetto alla procreazione medicalmente assistita, “i dati confermano un elemento che appare sostanzialmente costante nel tempo, e cioè la scarsa efficacia delle procedure di fecondazione artificiale”. È quanto afferma l’Associazione Scienza & Vita commentando la relazione annuale che il Ministro della salute predispone circa lo stato di attuazione della legge 40/2004. “Quali che siano le tecniche, se applicate a fresco o dopo scongelamento di embrioni o di ovociti, quale che sia la fonte di provenienza dei gameti, se dalla coppia o da donatore (fecondazione eterologa), il dato complessivo – spiegano – appare gravato da un’efficacia sostanziale di poco inferiore al 10%”. Nel 2015, a fronte di un numero complessivo di embrioni realizzati, mediante le tecniche di II e III livello, pari a 111.366 sono nati nel corso del medesimo anno 11.029 bambini (9,90%).

“Mettendo insieme anche le tecniche di I livello (ovvero la inseminazione artificiale) – prosegue la nota – il numero complessivo di bambini nati è stato di 12.836, pari al 2,6% dei bambini nati in Italia nel 2015”. “Semmai si volesse trovare una argomentazione idonea a giustificare eticamente una pratica che tende a dissociare il gesto procreativo dalla relazione intima della coppia – commenta Scienza & Vita – questa continuerebbe a cozzare in maniera drastica con la necessità di ‘sacrificare’ consapevolmente circa il 90% degli embrioni prodotti, per consentire la nascita di quei bambini che riescono a completare il loro percorso”. “Continuiamo a ritenere che sul piano etico sia inaccettabile anche la perdita di un solo embrione a causa dell’applicazione della tecnica, ma una ecatombe delle proporzioni che abbiamo potuto registrare appare davvero difficile da giustificare”, aggiunge l’associazione. Scienza & Vita conclude evidenziando che “le tecniche vengono ormai stabilmente applicate in donne di età progressivamente più avanzata: e questo non giova al benessere complessivo della coppia, dei figli e della relazione parentale”.

I risvolti negativi della fecondazione in vitro

L’opposizione della Chiesa cattolica alla fecondazione in vitro (FIV) e’ ben nota, ma recentemente alcune di queste pratiche sono oggetto di critiche anche da parte di osservatori laici.

Sul New York Times del 10 maggio e’ apparso un articolo sulla questione dell’acquisto di ovuli da parte delle coppie. Nell’articolo si cita una recente pubblicazione di una rivista di bioetica, The Hastings Center Report, secondo la quale i pagamenti alle giovani donne avvengono al di là della regolamentazione del settore.

Lo studio, di Aaron Levine, docente di public policy presso il Georgia Institute of Technology, ha rivelato che su 100 annunci di acquisto di ovuli, pubblicati su giornali universitari, 25 andavano oltre il limite dei 10.000 dollari stabilito autonomamente dalla American Society for Reproductive Medicine.

I pagamenti più elevati erano offerti alle donne di università prestigiose e a quelle con curricula accademici superiori alla media.

Nel 2016 si stimano 30.000 bambini sono nati da ovuli donati: circa il 600% in più rispetto al 2000.

L’articolo ha anche sollevato preoccupazioni per la salute delle donatrici, soprattutto perché le giovani donne potrebbero non essere consapevoli della gravità di alcuni effetti collaterali.

I rischi per la salute sono stati illustrati in un articolo pubblicato il 3 marzo su LifeNews.com. L’autrice, Jennifer Lahl, presidente del Center for Bioethics and Culture Network, ha invitato le donne a rivedere l’eventuale idea di donare i propri ovuli.

I rischi

Tra i possibili rischi per la salute figurano infarto, danni agli organi, infezione, cancro e perdita di fertilità, sostiene la Lahl.

L’autrice ha anche sostenuto che la donazione di ovuli non è assimilabile alla donazione di organi. In quest’ultima, infatti, il donatore si assume dei rischi al fine di salvare una persona malata o morente. Per contro, il destinatario di una donazione di ovuli non è malato, ma un consumatore che acquista un prodotto.

La società giustamente condanna la vendita e il pagamento degli organi al fine di prevenire gli abusi e tutelare la vita, mentre il pagamento di ingenti somme come compenso monetario per le donatrici di ovuli le esporrebbe allo sfruttamento a causa della loro necessità di denaro”, ha affermato la Lahl.

Non sono solo le donne universitarie a cui viene proposto l’acquisto degli ovuli.

Lo scorso anno, ad una conferenza sulla fecondazione, la professoressa Naomi Pfeffer ha avvertito del fatto che le donne di Paesi poveri vengono sfruttate in una sorta di prostituzione da parte di occidentali che vogliono disperatamente avere bambini, secondo il quotidiano Times del 19 settembre.

“Il rapporto di scambio è analogo a quello di un cliente con una prostituta”, ha affermato. “È una situazione particolare perché è l’unico caso in cui una donna sfrutta il corpo di un’altra donna”, ha osservato la Pfeffer.

Surrogazione

Un’altra pratica oggetto di critiche è quella delle madri surrogate. L’India è una destinazione rinomata per le coppie occidentali in cerca di donne che possano portare in grembo i loro figli. Un motivo di questa diffusione è la mancanza di leggi che ne regolino le procedure, cosa che è stata evidenziata in un articolo del quotidiano Times of India dell’11 maggio.

L’articolo ha riferito come, per la terza volta nell’ultimo anno e mezzo, i figli nati da madri surrogate indiane abbiano dovuto affrontare ostacoli nel riconoscimento legale nei Paesi di origine dei loro genitori genetici.

I casi precedenti riguardavano quello di un bambino di una coppia giapponese, che ha richiesto sei mesi per risolversi, e quello di una coppia tedesca che ha dovuto attendere mesi per ottenere la cittadinanza del proprio figlio nato da una donna indiana. L’ultimo caso è quello di una coppia omosessuale israeliana che sta cercando di ottenere la cittadinanza per il suo bimbo di due mesi.

L’articolo ha citato esperti, secondo cui tali problemi non sorgerebbero se il disegno di legge che è stato discusso negli ultimi cinque mesi fosse approvato.

La situazione delle madri surrogate indiane è stato esaminato in modo approfondito in un articolo del Sunday Times pubblicato il 9 maggio. Secondo l’articolo, nell’Akanksha Infertility Clinic della città di Anand, gestita dalla dottoressa Navana Patel e dal marito Hitesh, dal 2003 167 donne hanno dato luce a 216 bambini, con altre 50 madri surrogate attualmente in stato di gravidanza.

Le coppie pagano più di 14.000 sterline (16.200 euro), di cui circa un terzo va alle madri surrogate. Le donne provengono spesso da una casta inferiore di un villaggio povero e l’ammontare che ricevono equivale a circa 10 anni di salario, secondo il Sunday Times.

L’articolo ha anche spiegato che alla clinica di Anand, una volta che le madri surrogate sono incinte, devono vivere confinate per l’intera durata della loro gravidanza, potendo allontanarsi solo per i controlli medici. I loro mariti e i figli sono autorizzati a visitarle solo la domenica. Il Sunday Times ha riferito dell’angoscia che le donne provano nell’essere separate dai propri figli e del dolore che devono affrontare al momento di consegnare il loro figlio surrogato.

Il 26 aprile, un articolo pubblicato dal quotidiano Toronto Star ha sollevato alcune questioni relative alla situazione in India. In un caso, una coppia canadese ha pagato una madre surrogata in India, ma quando le autorità canadesi hanno richiesto l’effettuazione di test sul DNA, è risultato che i gemelli erano figli di un’altra coppia sconosciuta. I bambini saranno ora probabilmente assegnati a un orfanotrofio.

Problemi legali

Al di là delle preoccupazioni sullo sfruttamento delle donne, la diffusione della surrogazione sta provocando complessi problemi legali. Il Wall Street Journal ha affrontato alcune di tali questioni in un servizio del 15 gennaio.

Negli Stati Uniti, otto Stati hanno approvato leggi che vietano tutte o alcune delle procedure di surrogazione. In altri Stati i tribunali si sono rifiutati di considerare efficaci i contratti di surrogazione, mentre in 10 Stati sono state approvate leggi che autorizzano questa pratica.

Alcune dispute riguardano visioni diverse sui diritti da riconoscere alla madre surrogata, ha spiegato il Wall Street Journal. In una decisione dello scorso dicembre, il giudice del New Jersey Francis Schultz ha decretato che, nonostante la firma di un accordo di rinuncia dei diritti genitoriali, la madre surrogata Angelina Robinson mantiene comunque tali diritti in relazione al bambino che ha portato in grembo per conto di una coppia omosessuale, Donald Robinson Hollingsworth e Sean Hollingsworth. Peraltro, la Robinson è la sorella di Donald Hollingsworth.

Un’altra complicazione è emersa, poco tempo dopo, da un articolo apparso il 26 gennaio sul New York Timesche ha posto la questione se un bambino possa avere tre genitori biologici.

Da recenti esperimenti sulle scimmie, alcuni scienziati ne hanno fatto nascere alcune con un padre e due madri, riuscendo a combinare materiale genetico proveniente dagli ovuli di due femmine. Se questo fosse applicato agli uomini complicherebbe ulteriormente la questione della surrogazione, ha affermato l’articolo.

Vita e amore

L’uso di madri surrogate e di terze persone nella fecondazione in vitro sono oggetto di un documento pubblicato lo scorso novembre dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Nel documento, dal titolo “Life-Giving Love in an Age of Technology”, i Vescovi simpatizzano con le coppie che soffrono a causa di problemi di fertilità, ma affermano che non tutte le soluzioni rispettano la dignità del rapporto sponsale tra due persone. Il fine non giustifica i mezzi, e alcune tecniche di riproduzione non sono moralmente legittime, affermano.

Occorre resistere alla tentazione di avere un figlio come prodotto della tecnologia, secondo il documento. “Gli stessi figli potrebbero essere visti come prodotti della nostra tecnologia, persino come beni di consumo che i genitori hanno acquistato e che hanno il ‘diritto’ di avere, e non come persone eguali in dignità ai loro genitori e destinate alla felicità eterna in Dio”, sottolineano i Vescovi.

L’introduzione di persone terze attraverso l’uso di ovuli o di sperma di donatori o attraverso la surrogazione, inoltre, viola l’integrità del rapporto sponsale, così come sarebbe violato da relazioni sessuali extramatrimoniali.

Le cliniche per la fertilità dimostrano disprezzo per le gli uomini e le donne, trattandoli come materia prima, quando gli offrono ingenti somme di denaro per il loro sperma o per i loro ovuli, in funzione delle loro specifiche caratteristiche intellettuali, fisiche o caratteriali”, aggiunge il documento.

I Vescovi osservano inoltre che questi incentivi pecuniari possono indurre le donne a mettere a rischio la propria salute attraverso le procedure di estrazione degli ovuli. Esistono quindi molte buone ragioni per nutrire seri dubbi sulla fecondazione in vitro.

padre John Flynn, L.C.

Io, concepita in provetta, combatto per dire quanto e’ dura nascere così

andrey-kermalvezencchristophe_guinelAccorgersi quasi inconsciamente che c’e’ qualcosa che non va fin da quando si e’ piccoli e scoprire che non e’ vero che nascere in laboratorio da una persona diversa da quella che ti ha cresciuto e’ indolore. Arrabbiarsi e poi realizzare che la responsabilità non è solo dei propri genitori, ma di tutto il sistema. Soffrire e poi reagire e cercare di combatterlo. È questa la storia che ha portato Audrey Kermalvezen (nelle foto), avvocato francese di 33 anni, a diventare una delle paladine della lotta contro la fecondazione eterologa e l’anonimato dei cosiddetti “donatori” di gameti.

NATA IN PROVETTA. Infatti, spiega a tempi.it Kermalvezen, membro dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), «siamo qui a testimoniare quanto sia difficile essere stati generati così e non tanto a combattere per scoprire le nostre origini». L’avvocato usa il plurale perché la sua vicenda è cominciata quando era già sposata con un uomo concepito in provetta come lei, che però sapeva fin da bambino di essere nato tramite la fecondazione eterologa. Un caso? «Beh – continua l’avvocato – quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata. All’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia». Insomma, tutto attirava Kermalvezen verso il mondo della provetta.

LA RIVELAZIONE. Poi nel 2009, compiuti 29 anni, i genitori della ragazza decisero di rivelare a lei e al fratello, allora 32enne, che entrambi erano stati concepiti in laboratorio con lo sperma di uno sconosciuto. «Mio fratello si sentì sollevato», perché era sempre stato certo che nella sua esistenza e in quella della sua famiglia «ci fosse qualcosa che non andava». La reazione di Kermalvezen invece fu «la rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito», anche se «poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla».

«LA NOSTRA PAURA». Ma il dolore per l’avvocato è stato doppio dato che «con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore». Ragione per cui «mio marito è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo».

«SI RIFIUTANO DI RISPONDERMI». Il problema non è tanto l’abolizione della norma francese che dal 1994 stabilisce l’obbligo dell’anonimato per il donatore, «perché io sono stata concepita nel 1979. Pertanto è mio diritto che contattino il “donatore” e gli chiedano se vuole rimanere anonimo o no. Se dirà che non vuole rivelarmi la sua identità, rispetterò la decisione». Su una cosa, però, Kermalvezen non transige: «La legge protegge solo l’identità, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi».

«NON C’È RIMEDIO». Kermalvezen ha raccontato la sua storia nel libro Mes origines, une affaire d’Etat (Max Milo), uscito nel 2014. Purtroppo è difficile per un figlio della provetta rivendicare un diritto quando la legge, permettendo la fecondazione assistita, mette comunque il diritto del concepito in secondo piano rispetto a quello dell’adulto. «Questo è il problema per cui non ci rispondono», conclude. «Ecco perché noi non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così». Perché a tutta questa sofferenza «non c’è alcun rimedio».
da: www.tempi.it

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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Il dilemma dell’identità del donatore nella fecondazione artificiale

eterologaUn tema su cui sta crescendo il dibattito è quello relativo al diritto di anonimato dei donatori di sperma.

Recentemente l’argomento è stato oggetto di discussioni, quando il governo dello stato australiano della Victoria ha dichiarato di volersi prendere tempo prima di decidere se i figli dei donatori avranno la possibilità di scoprire chi siano i loro genitori biologici.

Il comitato per la riforma della legge dello stato della Victoria ha inizialmente effettuato un’indagine sulla tematica, concludendo che i figli -dovrebbero avere il diritto di conoscere l’identità dei donatori.

Naralle Grech, 30 anni, ha reagito alla decisione con sgomento. La donna ha riferito al quotidiano Age (12 ottobre 2012) che, dopo essere stata diagnosticata come malata terminale di cancro all’intestino, ha voluto poter mettere in guardia i suoi otto fratellastri.

Attualmente in Victoria coloro che sono nati a seguito di una donazione di sperma prima del 1 luglio 1988, non hanno diritto di avere informazioni sui loro donatori. Chi è nato tra il 1 luglio 1988 e il 31 dicembre 1997 può ottenere informazioni se il donatore lo consente. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1998, infine, ha libero accesso ad ogni informazione sui propri donatori.

“Se da un lato il Comitato riconosce che i donatori che hanno messo a disposizione i loro gameti prima del 1988, lo hanno fatto sulla base dell’anonimato, il Comitato ritiene anche che le persone concepite a seguito di donazione di sperma hanno il diritto di conoscere l’identità della persona che, per metà, ha contribuito alla loro definizione biologica”, ha affermato il presidente del Comitato, Clem Newton-Brown nel rapporto pubblicato il 28 marzo scorso.

“Il Comitato è convinto che tale diritto debba avere la precedenza, anche sui desideri dei donatori che intendono rimanere anonimi”, ha aggiunto Newton-Brown.

Ciononostante, in una dichiarazione presentata in Parlamento lo scorso 11 ottobre, il governo ha affermato che sono necessario altri sei mesi per ponderare la materia e cercare un’ulteriore soluzione.

Il “designer di bambini”

La decisione del governo arriva in un momento in cui in Australia è stata manifestata preoccupazione per l’uso della fecondazione medicalmente assistita. Susie O’Brien, opinionista del quotidiano di Melbourne, Herald Sun, in un editoriale dello scorso 7 ottobre, ha messo in guardia contro il trend del “designer di bambini”.

In alcuni recenti articoli, O’Brien ha affermato che ora i bambini possono essere concepiti usando il DNA di un padre, di una madre e di una terza persona, in modo da rimpiazzare il materiale genetico che possa risultare difettoso.

L’editorialista dell’Herald Sun ha anche osservato che oggi esiste un’applicazione che permette di sapere quali sono i tratti genetici che il bambino probabilmente erediterà.

“Un tempo un partner veniva scelto in base alla sua capacità di essere o meno un buon genitore – ha commentato -. Oggi, invece, siamo- incoraggiati a sceglierlo in base a quello che sarà l’aspetto fisico dei nostri figli”, ha aggiunto O’ Brien.

Precedentemente, in un articolo pubblicato lo scorso 30 settembre sul quotidiano di Sydney Daily Telegraph, era stato sottolineato che ogni anno all’estero più di 500 bambini australiani nascono dalla fecondazione medicalmente assistita.

Ci sono coppie che pagano cifre comprese tra i 10.000 e i 50.000 dollari australiani a beneficio di donatrici di ovuli provenienti da paesi come la Spagna, il Sud Africa o gli Stati Uniti.

L’articolo sottolinea che molti dei donatori sono anonimi e che i bambini non avranno alcuna possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.

“Molte persone concepite artificialmente, a cui è impedito di ottenere informazioni sui loro donatori, hanno sperimentato notevole angoscia ed afflizione”, afferma il rapporto del Comitato per la riforma della legge in Victoria.

“Ci sono informazioni negate sulla loro identità, che è un diritto che la maggior parte di noi dà per scontato. La loro possibilità di accedere a tali informazioni è ristretta per via di decisioni fatte da adulti (genitori, donatori e operatori sanitari), prima che fossero concepiti”.

Nel rapporto il comitato afferma che all’inizio dell’indagine i membri erano più inclini a ritenere che il desiderio del donatore di rimanere anonimo debba prevalere.

I diritti dei figli

“Dopo una considerazione più approfondita, tuttavia, e dopo aver ricevuto riscontri da varie parti interessate – persone concepite artificialmente, donatori, genitori, medici e psicologi – all’unanimità il Comitato ha raggiunto la conclusione che lo stato ha la responsabilità di permettere a tutte persone artificialmente concepite, una possibilità di accesso”, afferma il rapporto.

Nella sua presentazione dell’inchiesta, la Lega Cristiana Australiana ha detto di aver creduto che “il diritto della persona artificialmente concepita di conoscere il proprio donatore è un diritto fondamentale di notevole importanza”.

“Le origini genetiche di una persona sono una parte fondamentale nell’identità della persona stessa. Negare a qualcuno il diritto di sapere quali siano queste origini, significa negare loro la possibilità di scoprire una parte intrinseca di se stessa”, ha dichiarato la Lega.

Da parte sua, l’Associazione Famiglia Australiana ha riconosciuto il conflitto tra donatori che desiderano rimanere anonimi e il desiderio di sapere* chi siano i loro genitori naturali da parte dei figli artificialmente concepiti.

Nella loro presentazione i rappresentanti di Famiglia Australiana hanno sollecitato che i diritti dei bambini debbano avere la precedenza, quando possibile. Troppo spesso, comunque, le decisioni in merito alla fecondazione medicalmente assistita dipendono dai desideri dei genitori, senza una considerazione adeguata dei bambini.

John Flynn – [Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

La Thailandia dice addio all’utero in affitto

La Thailandia ha voluto interrare la sua fama di luogo di mercimonio di donne e di bambini. È così che va interpretata la legge recentemente entrata in vigore che pone forti limiti alla pratica dell’utero in affitto, specie nei confronti degli stranieri.

L’annuncio delle nuove norme è stato dato dal ministro della Salute Rajata Rajatanavin, il quale in una conferenza stampa ha precisato che la maternità surrogata ha creato problemi morali e umanitari dovuti al business che si cela dietro questa pratica e agli effetti drammatici come l’abbandono di bambini non conformi ai desiderata dei genitori intenzionali.

Chiaro il riferimento al caso del piccolo Gammy, il bimbo down non riconosciuto dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”. L’eco mediatica che ha avuto in tutto il mondo la vicenda, con la conseguente rete di solidarietà che si è venuta a creare intorno alla mamma del piccolo, ha spinto Governo e parlamento di Bangkok a legiferare per impedire che simili situazioni possano ripetersi.

“In base alla nuova legge, le coppie di stranieri non potranno servirsi della maternità surrogata in Thailandia”, ha detto il ministro. Per poter accedere ai servizi di fecondazione eterologa negli ospedali, d’ora in poi le coppie dovranno avere requisiti ben precisi: eterosessuali, regolarmente sposate da almeno tre anni, con una sterilità certificata da un medico, almeno un componente della coppia dovrà essere cittadino thailandese.

Una ulteriore restrizione è rappresentata dal fatto che la madre “surrogata” dovrà essere la sorella di un componente della coppia, anche lei regolarmente sposata e con almeno un figlio. Sarà inoltre indispensabile il consenso di suo marito. “Tuttavia – ha aggiunto il ministro – se una coppia non riuscisse a trovare una madre surrogata che soddisfi le proprie esigenze (il caso di figli unici o di persone con soli fratelli maschi, ndr), potrà ricorrere a un’altra donna (esterna alla famiglia, ndr)”. In quest’ultimo caso, la candidata verrà esaminata rigorosamente da un ufficio pubblico che potrà riservarsi di decidere se accordare il permesso o meno.

Pene severe nei confronti di quanti non rispetteranno queste regole. Si va da multe di circa 5 mila euro a 10 anni di carcere per le donne che “affittano” abusivamente il proprio utero, 500 euro e un anno di carcere per i medici. Il segretario del ministero della Salute, Amnuay Gajeena, ha annunciato che già sei cliniche su 45 che in Thailandia forniscono maternità surrogata sono state chiuse e che sono state messe le manette ai polsi di alcuni loro dirigenti.

La nuova legge proibisce anche la vendita di sperma, ovuli ed embrioni. Il ministro ha precisato poi che, non avendo la norma un carattere retroattivo, i contenziosi già aperti devono essere giudicati secondo la legge sulla protezione dei bambini del 2003.

Nel corso della conferenza stampa, è stato dunque sottolineato che questa legge di dodici anni fa regolerà anche un’ultima vicenda di cronaca giudiziaria che ha avuto ampio rilievo in Thailandia. Una coppia omosessuale (composta da un americano e da uno spagnolo) è bloccata nel Paese asiatico dal febbraio scorso per non rinunciare alla piccola Carmen, bimba nata a gennaio da un utero in affitto. La mamma biologica della neonata, una volta venuta a sapere – riferiscono alcuni media locali – che sua figlia sarebbe finita in mano a una coppia dello stesso sesso, ha stracciato il contratto e ha deciso di tenere la bambina.

Un componente della coppia, intervistato dalla Reuters, ha detto che conoscendo la fama della Thailandia nel campo della maternità surrogata, non avrebbe mai pensato che qualcosa potesse andare storto. Però le cose cambiano, e talvolta anche a favore dei diritti delle donne povere e dei bambini.
Federico Cenci – www.zenit.org

Diagnosi genetica preimpianto: procedure e implicazioni

Una pratica disumana, perché porta alla selezione della specie e a considerare indesiderabili e scartabili le persone (cose?) non perfette…

COSA È LA DIAGNOSI GENETICA PREIMPIANTO?

La diagnosi genetica preimpianto o PGD (Preimplantation Genetic Diagnosis) è una procedura diagnostica che prevede l’utilizzo di un’analisi molecolare del DNA (o dei cromosomi) proveniente da una o due cellule di un embrione allo stadio di circa 8 cellule. E’ possibile effettuare questo tipo di diagnosi soltanto attraverso l’utilizzo della fecondazione in vitro, con la creazione di diversi embrioni in provetta (circa da 10 a 20) tra cui individuare quelli più idonei al prelievo di una o due cellule per poi eseguire l’analisi. Il prelievo di una o due cellule avviene prima dell’impianto degli embrioni in utero e serve per selezionare gli embrioni senza il difetto genetico ricercato. La procedura ha quindi lo scopo di individuare alcuni embrioni da impiantare, mentre i rimanenti verranno scartati: sia che siano portatori di un difetto genetico, sia che siano sani. In Austria e Italia questa procedura diagnostica non è permessa dalla legge.

QUALE PERCORSO SI DEVE SEGUIRE PER LA PGD?

La PGD comporta un percorso alquanto impegnativo che inizia con la fecondazione artificiale che, a sua volta, prevede: stimolazione ormonale all’iperovulazione, intervento per il prelievo degli ovociti (pick up), fecondazione dei gameti in provetta, incubazione per due/tre giorni per dar tempo allo zigote (prima cellula dell’individuo) di moltiplicarsi allo stadio di 6-8 cellule, prelievo di 1-2 cellule da tutti gli embrioni ottenuti. Questa parte di procedura è simile a quella seguita anche dalle coppie sterili per una normale PMA. Le probabilità di successo di fecondazione in vitro variano molto in funzione dell’età: da un 40% nelle donne giovani (<35aa) a circa il 15% nelle donne meno giovani (40-42 aa). Dopo la formazione degli embrioni, inizia l’indagine di laboratorio per permettere la diagnosi genetica, parte delicatissima dove avvengono le maggior parte dei fallimenti della procedura (pari al 10-15%), e dove, purtroppo, esiste una percentuale non trascurabile di possibili errori diagnostici (2-5%). Infine avviene l’impianto di uno o più embrioni selezionati senza l’anomalia genetica ricercata. A questo proposito bisogna ricordare che l’analisi individua solo il “difetto” cercato e non qualsiasi altro difetto genetico che potrebbe esserci e rivelarsi, successivamente, inatteso.

QUALI SONO LE INDICAZIONI DIAGNOSTICHE DELLA PGD?

Dalla prima pubblicazione dell’applicazione della PGD (Handyside et al. Nature 1990;344:768–770) ad oggi le indicazioni all’esame sono molto cambiate (Harper et al. Hum Reprod Update. 2012 May-Jun;18(3):234-47).  Volendo riassumere i dati degli anni 1997-2007 vediamo che:

– nel 61% dei casi la PGD è stata utilizzata per valutare difetti del numero dei cromosomi (aneuploidie),

– nel 17% per valutare la presenza di specifiche mutazioni in singoli geni,

– nel 16% per valutare anomalie cromosomiche,

– nel 4% per diagnosi di malattie genetiche legate al cromosoma X

ed infine

– nel 2% per selezione in base al sesso (social sexing)

Come atteso, nelle indagini per difetti da singoli geni si ha la percentuale più alta di identificare embrioni senza difetto (50-70% degli embrioni vitali), mentre solo nel 10-15% degli embrioni, derivati da soggetti con riarrangiamenti cromosomici, si individuano embrioni senza difetto.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI DELLA PGD?

Nella PGD vengono prodotti in provetta un numero variabile di embrioni (da 10 a 20) e lo scopo dell’intervento è non solo quello di conoscere la salute dell’embrione, ma principalmente di scegliere quello sano da impiantare e, di conseguenza, scartare tutti gli altri, sia sani sia malati. Nel report dell’ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology) su dieci anni di attività (1997-2007) risulta che da 339.966 oociti prelevati, 202.357 sono stati fertilizzati portando alla produzione di 19.901 embrioni trasferiti, pari al 5,85%. Questi hanno dato origine a 5.187 gravidanze, con un’efficienza di circa il 26%. In sintesi, dopo tutti i passaggi, solo l’1,5% degli oociti prelevati giunge al termine del percorso come gravidanza clinica. E questa risulta essere la situazione in cui ci si propone volontariamente di selezionare essere umani in base alla loro tipologia, scegliendo quelli senza difetti a scapito di tutti gli altri. Inoltre, ad oggi, nelle gravidanze ottenute dopo PGD, nella maggior parte dei casi viene consigliata la diagnosi prenatale entro il primo trimestre di gravidanza per controllare nuovamente la diagnosi genetica.

Domenico Coviello –  Direttore S.C. Laboratorio di Genetica Umana,
E.O. Ospedali Galliera di Genova
Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

[Da bioFiles, n° 20  |  28 novembre 2012]

Riflessione sulle tecniche riproduttive

aborto121) Ammesso pure che alcuni nutrano ancora dei dubbi di natura biologica sull’umanità dell’embrione, le evidenze scientifiche sulla continuità dello sviluppo prenatale sono numerose e solide.

2) Al di là del dato scientifico sulla continuità dello sviluppo

prenatale, esiste la certezza che scaturisce dall’esperienza: è tra i genitori, che condividono la vita con i propri figli fin dal loro concepimento, che la certezza sulla piena dignità umana dell’embrione dovrebbe farsi strada. Convivenza e condivisione moltiplicano gli indizi sulla continuità dello sviluppo di un figlio – da embrione a neonato e oltre – il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è la certezza che egli è uno come noi perché ciascuno di noi è stato uno come lui.

3) Ogni intervento medico, nell’ambito della procreazione, dovrebbe avere una funzione di assistenza e mai di sostituzione dell’atto coniugale.

Il figlio è una persona che si accoglie, non un oggetto che si ordina.

Il senso delle cosiddette tecniche di fecondazione “artificiale” non è, come per altre azioni mediche, quello di adoperarsi a sanare una patologia; la sterilità di coppia, che rappresenta la situazione patologica per cui si ricorre alla varie tecniche artificiali, non è risolta dopo la “costruzione” del figlio in laboratorio.

Non succede cioè che, a nascita avvenuta del figlio richiesto, la sterilità sia risolta e la fertilità ristabilita.

Questa costatazione è condivisa anche da quanti reputano le tecniche di “costruzione” artificiale del figlio accettabili e auspicabili, per esempio i deputati del Partito dei comunisti italiani ( Maura Cossutta, Gabriella Pistone e Katia Belillo) che presentarono, il 17 ottobre 2001, la proposta di legge n.1775 sulla procreazione artificiale, dove è scritto: ” E’ comunque falsa la autorappresentazione delle tecniche di procreazione come – cura della sterilità-: in realtà, esse non mirano a risanare il corpo sterile, che rimane tale”.

Nella fecondazione artificiale, attuata in laboratorio, il figlio è “ordinato” e fabbricato”: come “prodotto” egli deve soddisfare le esigenze di chi lo ha ordinato.

Questa non è più una logica medica ma una logica della “produzione” e del “dominio” propria degli oggetti.

Non si tratta di mettere in questione le tecniche di fecondazione artificiali per il semplice fatto di essere artificiali.

La posta in gioco non è l’elemento tecnico, ma l’origine di una persona che viene ordinata, fabbricata, ridotta ad un oggetto, considerata una merce.

I diritti del figlio scompaiono di fronte alle esigenze dei genitori che ne impongono la fabbricazione.

Più il figlio viene “fabbricato”, più vengono modificati gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Infatti, come per tutte le “cose”, anche quelle di valore, è possibile sacrificare qualche esemplare per un risultato migliore, per un risultato più sicuro, più efficace, più vantaggioso.

4) Fattori aggravanti della fecondazione in vitro sono A) le tecniche eterologhe che dissociano il concepimento dal matrimonio e provocano una rottura fra parentalità genetica, parentalità gestazionale e responsabilità educativa. B) la perdita di numerosi embrioni, il congelamento degli embrioni soprannumerari e anche la loro distruzione.

“La vita di un figlio non può essere un bene per i genitori se non è anzitutto un bene per quel figlio e per ciascun figlio. Dire ‘ è bene che questo mio figlio viva ‘non può essere disgiunto dal dire ‘ è bene che ogni figlio viva ‘.Così non è tollerabile che per la nascita di un figlio già nato, si tolga la vita ad altri figli degli stessi genitori (embrioni in soprannumero non trasferiti in utero e crioconservati o distrutti) o di altri genitori (embrioni destinati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali ).

E’ irragionevole desiderare che un figlio viva senza desiderare che ogni figlio possa vivere, perchè rappresenta una contraddizione insanabile.

5) Negare la possibilità di distruggere gli embrioni umani non significa togliere la speranza di un figlio o della cura della malattia: la ragione dell’uomo lo porta infatti a percorrere altre strade, come la ricerca di un figlio da adottare o di altri tipi di cellule ( per esempio, da cordone ombelicale o da tessuti di adulto) per la terapia di una malattia.

6) Di fronte a questo enorme potere della tecnica, che è giunta alla possibilità della clonazione, che può impiantare e far crescere l’embrione nell’intestino di un individuo di sesso maschile, che può unire geneticamente l’uomo e l’animale – con gli inquinamenti biologici e le mutazioni che ne potranno derivare per tutta la specie umana -, bisogna cominciare a porsi questa domanda: ciò che è tecnicamente possibile è sempre moralmente ammissibile? Oggi è tecnicamente possibile la distruzione, mediante l’energia atomica, dell’intera umanità, è tecnicamente possibile l’inquinamento totale dell’aria e dell’acqua ma nessuno ritiene questo moralmente consentito.

Perché la coscienza ecologica, che si preoccupa dell’aria, dell’acqua, della vegetazione, degli animali, non dovrebbe estendere la sua preoccupazione anche all’uomo? Perché la diffidenza verso le manipolazioni innaturali non deve nascere anche quando è in gioco la vita umana nel suo big-bang iniziale, cioè nel suo riprodursi. Ogni intervento violento sulla natura si ripercuote negativamente sull’uomo stesso, sulle generazioni future: spesso un utile immediato può dare luogo ad una lunga catena di danni futuri. Una certa cultura, nata da un pensiero di tipo illuminista, assolutizza la volontà umana al punto da ritenere lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile, dimenticando la differenza che esiste fra la creatura e il Creatore.

 

L’uomo non ha sulla natura un potere illimitato e ogni autentico sviluppo umano nasce sempre da un’azione svolta in armonia con l’ordine naturale, da un intervento che tiene conto delle leggi della natura e delle sue finalità.

Se è vero che l’uomo è un essere capace di dominare la natura, è pur vero che la natura si lascia dominare solo conoscendone le leggi e applicandole.

Per esempio, l’uomo può volare solo se conosce le leggi del volo e le rispetta, altrimenti è destinato a un insuccesso violento; chi va contro la natura trova la natura contro di sé.

Il dominio dell’uomo sulla natura non è assoluto ma relativo, cioè non può andare oltre il limite costituito dalle finalità stesse dell’ordine naturale: gli equilibri ecologici, per esempio, rappresentano uno di questi limiti.

7) Un danno certo e inevitabile che nasce dall’uso indiscriminato e senza limiti delle tecniche riproduttive è proprio quello morale: l’uomo finisce col credersi onnipotente. La fecondazione in vitro, le manipolazioni genetiche, la clonazione finiscono per ledere i diritti dell’embrione e questo modifica gli atteggiamenti etici dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Il figlio ad ogni costo, mediante la tecnica e contro i diritti e la dignità del figlio stesso, trasforma il concepimento in produzione e più il figlio viene prodotto più vengono modificati, a lungo andare, gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini: in questo modo si fa mercato della vita umana e si arrivano a legittimare presunti diritti dando vita a nuove forme di schiavitù, calpestando i diritti naturali di altri uomini.

8) CONSEGUENZE E FINALITA’ NATE DA UNA PRECISA SCELTA FILOSOFICA

Questo sconvolgimento morale e cioè comportamentale, verso cui il mondo si sta incamminando, era già stato previsto e auspicato nel 1979 dal ginecologo francese Pierre Simon nella sua opera – De la vie avant toute chose – Mazarine, Parigi 1979.

 

Pierre Simon è una figura autorevole di un pensiero di tipo illuminista: egli è stato per due volte gran maestro della Gran Loggia di Francia, fondatore del Club dei Giacobini, membro della direzione nazionale del partito radicale.

Simon parte dalla constatazione che sono in conflitto due concezioni antitetiche del mondo che nascono da due diverse fonti ispiratrici: il cristianesimo e la filosofia illuminista-massonica

Queste due fonti forniscono orizzonti diversi in cui inserire il lavoro della ragione, strade diverse lungo le quali il pensiero si muove giungendo ad opposte direzioni. Pierre Simon dice chiaramente:- (.) la massoneria è il mio modo di cogliere le cose di questo mondo e di collegarle. Essa è il contrappunto dei miei atti, il diapason delle mie riflessioni-.

La visione del mondo che nasce dal cristianesimo e dalle filosofie rispettose dell’ordine e delle leggi della natura, scrive Simon, considera sacro il principio della vita, mentre la visione illuminista ritiene superstiziosa l’essenza di tale sacralizzazione e feticistico il suo sviluppo.

Simon dice che per mezzo della tecnica l’uomo potrà creare una nuova natura umana perché la natura e la vita sono e devono essere considerate come una “”produzione umana””.

Simon scrive che, grazie allo sviluppo delle tecniche riproduttive tutta la concezione della famiglia sarà gradualmente eliminata: la sessualità verrà dissociata dalla procreazione e la procreazione verrà separata dalla paternità e dalla maternità.

Non ci saranno più genitori, dice Simon, ma solo amanti che saranno liberi dai legami di sangue, con bambini che circolano tra più padri e più madri e sarà la società tutta che diventerà il guardiano dell’harem e il responsabile della procreazione.

( Bruto Maria Bruti )

Il ‘tempio’ dell’eterologa e i suoi mercanti.

fecondazione-eterologa-620x350“Il business dei figli venuti dal freddo”. È l’evocativo titolo dell’inchiesta condotta da Repubblica che ha tolto il velo all’esteso mercato che si cela dietro la pratica della fecondazione eterologa. Voraci aziende sono in trepidante attesa che anche l’Italia – dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha eliminato il divieto di eterologa alla legge 40 – spiani finalmente la strada ai fatturati derivanti dallo stoccaggio, dalla conservazione e dal trasporto di gameti.

Per avere un primo assaggio del tema, è necessario rivolgere l’attenzione oltreoceano. Il competente Journal of the American Medical Association ha pubblicato dei dati capaci di rendere bene l’idea del fenomeno: dal 2000 al 2010, negli Stati Uniti, sono aumentate del 70% le donne – per lo più ventenni – che vendono ovuli. L’offerta di questo esercito di rampanti affariste della bioetica fa gola alla domanda da parte di banche pronte a congelare e a rivendere.

Tra gli acquirenti, non solo aspiranti genitori, poiché ovociti e spermatozoi fanno gola anche alla ricerca scientifica che utilizza le staminali. “Conservare un campione di seme o di ovociti – si legge nell’inchiesta di Repubblica – vuol dire pagare dai 100 ai 500 euro l’anno, per anni”. Ne sanno qualcosa, negli Stati Uniti, la Apple e Facebook, aziende recentemente balzate agli onori delle cronache per aver proposto alle proprie dipendenti – assumendosi le ingenti spese – di congelare gli ovuli e rimandare la maternità per dedicarsi al lavoro.

E in Europa invece? Molti centri si affidano a piccole banche o a cosiddetti service. Josè Remohì, presidente della rete dei centri spagnoli Ivi, spiega che con 12 ovociti fecondati e trasferiti l’esito positivo della gravidanza è del 40%, ma con 30 si sale all’80%. Un bel giro d’affari, che rischia però d’incrinarsi laddove l’Italia dovesse “aprire” ufficialmente alla pratica, in quanto il 63% della domanda è di provenienza italiana. Motivo per cui centri come l’Ivi stanno valutando seriamente di aprire sedi nel nostro Paese.

Non molto tempo fa quelli che Repubblica chiama “i signori del gelo” si sono riuniti in un progetto, “una new company privata in uno spazio pubblico, l’Università di Roma a Tor Vergata”, concessionaria con Cryolab. Quest’ultima è l’unica struttura in Italia che ha finora ottenuto il nullaosta del ministero della Sanità per la qualificazione di trasporti di gameti. Come afferma sornione Francesco Zinno, direttore medico di Cryolab, “l’eterologa sicuramente prevedrà che ci sarà un andirivieni di campioni” di gameti, spermatozoi, ovociti e tessuto riproduttivo. “Andirivieni” che farebbe piovere parecchi soldi. Sempre dalle inchieste condotte negli Stati Uniti, risulta infatti che società come la Nordic Cryobank, specializzata per il liquido seminale, e la spagnola Ovobank richiedono circa 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasposto, 250euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo finisce così per toccare e superare i 7mila euro per una fecondazione in vitro con donazione.
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Perché non è possibile equiparare l’adozione all’eterologa?

La Corte Costituzionale, quando ha sentenziato la possibilita’ di utilizzare in Italia la pratica della fecondazione eterologa, ha motivato la sua decisione richiamando il principio della genitorialità adottiva, esistente sia nelle normative nazionali che in quelle internazionali. Come una madre e un padre possono diventare genitori adottivi di figli non nati dalla loro relazione coniugale, così un uomo e una donna possono diventare genitori di un figlio nato da gameti appartenenti a donatori esterni alla coppia.

Di questo parere non sono soltanto i giudici costituzionali, ma anche una buona parte della nostra società. E’ modo comune di pensare che la fecondazione eterologa sia equivalente all’adozione. In realtà questo non corrisponde al vero ed è doveroso contrabbattere questa tesi argomentando le notevoli differenze che esistono tra le due scelte genitoriali. Cercando di elencare le differenze, si arriva a comprendere che l’adozione è tutto altro rispetto alla fecondazione eterologa.

Un uomo e una donna, che scelgono la fecondazione eterologa, nutrono un grande desiderio di maternità e paternità carnale. Ritengono che si può definire figlio solo una creatura umana che viene portata nel proprio grembo.

Una famiglia adottiva concepisce la maternità e la paternità come un gesto di accoglienza di un bambino nato da qualche parte del mondo, appartenente a qualunque etnia, razza, cultura o nazione. Quel minore è loro figlio, non perchè generato dalle proprie viscere. E’ figlio perchè i genitori adottivi hanno deciso di accoglierlo e dedicargli tutta la loro vita, per educarlo ed accompagnarlo nella sua crescita umana e spirituale.

Le differenze sostanziali riguardano l’identità del figlio: per i genitori che scelgono l’eterologa il figlio deve avere necessariamente i caratteri somatici il più possibile vicini ai propri. In alcuni paesi stranieri dove viene praticata l’eterologa (non sappiamo ancora cosa avverrà in Italia) è possibile scegliere i gameti in modo da avere tratti del volto simili a quelli dei genitori. Avviene, in forma velata, quello che comunemente viene chiamata la selezione della specie.

La forza dell’amore dei genitori adottanti supera l’aspetto esteriore e cerca di cogliere l’interiorità di un bambino o di un adolescente che cerca disperatamente di essere guidato, sostenuto e confortato nel cammino della vita.

Un’altra differenza sostanziale è l’età del minore. Un padre e una madre adottiva, quando si rendono disponibili all’accoglienza, sono consapevoli che si perderanno anni di vita del loro figlio, che potrà arrivare con età prescolare, scolare o adirittura adolescente. Per i genitori che scelgono l’eterologa questo è inconcepibile, perchè il figlio è non solo colui che si è portato nel grembo, ma è soprattutto colui che si è preso in braccia appena nato, è colui al quale si sono cambiati i pannolini, ed è colui che viene cullato tra le braccie i primi giorni di vita.

Aprire le braccia ad un adolescente o ad un bambino in età prescolare o scolare, come fanno i genitori adottivi, viene considerato da alcuni un gesto irrazionale e innaturale. Un papà e una mamma adottiva, quando stringono tra le braccia il loro figlio, lo hanno da tempo già accolto nel loro cuore, anche senza conoscere il suo volto, perchè lo hanno già concepito nell’attesa della gestazione adottiva.

Il suo volto non è immaginabile, perchè sconosciuto è il suo paese di provvenienza ed ignota è l’età che avrà quando lo vedranno per la prima volta. Il figlio nato dai genitori adottivi non è stato generato da una comunione carnale, ma da un desiderio spirituale che rende carnale il frutto del loro desiderio.

I genitori che scelgono l’eterologa non desiderano rinunziare nel dare alla luce il loro figlio, anche se in realtà il figlio non è totalmente loro. Il bambino è nato da gameti estranei alla coppia. Per questa ragione la genitorialità eterologa possiamo definirla come un sottoinsieme della genitorialità biologica.

Alcune domande possono aiutare a comprendere questa parzialità. E’ giusto parlare di maternità biologica quando è avvenuta una implantologia embrionale con gameti esterni alla coppia? Si può chiamare maternità biologica se si vive solo la gestazione embrionale? E’ corretto usare la parola maternità e paternità biologica quando il patrimonio genetico non è esclusivo del padre e della madre gestante? Qual’è il ruolo della paternità biologica di un uomo che acconsente alla sua compagna di utilzzare gli spermatozooi di un altro uomo?

Si potrebbero fare tante altre differenze tra l’adozione e la fecondazione eterologa, ma è molto superficiale equiparare l’estraneità dei gameti (caratteristica della fecondazione eterologa) con l’accoglienza di un bambino abbandonato, nato da genitori biologici (caratteristica dell’adozione).

Quello che interessa è che ci sia qualcuno che si prenda cura dei bambini abbandonati. E allora perchè giocare con gli embrioni, quando ci sono tanti bambini abbaondonati in ogni parte del mondo che chiedono solo di essere accolti ed amati?

La mancanza di un figlio per un marito e una moglie diventa lo spazio vuoto da destinare ai bambini abbandonati. Questo è il senso più profondo della storia di un marito e di una maglie che non hanno avuto il dono di avere figli biologici.

La prossimità al dolore di un bambino, lasciato senza custodia materna e paterna, diventa il rimedio alla sofferenza della sterilità dei genitori adottivi. L’adozione compie il miracolo di avvicinare due piaghe e guarirle con il rimedio dell’accoglienza reciproca. Come i genitori che si aprano alla vita sono chiamati ad accogliere i figli che Dio vorrà loro donare, così i genitori che si scoprono sterili biologicamente sono chiamati a vivere la fecondità spirituale, accogliendo i loro figli già nati in qualche parte del mondo.
Giuliano Guzzo

Maternita’ surrogata ultima frontiera dello sfruttamento

surrogataUna nuova forma di tratta che ancora una volta offende la dignità umana. Una vera e propria “industria” in espansione in tutto il mondo, che sfrutta a fini riproduttivi donne povere e vulnerabili. È la maternità surrogata – Surrogate Motherhood (Surrogacy) in inglese e Gestation pour autrui (Gpa) in francese – le cui vittime non sono solo le “madri per conto terzi”, ma anche i bambini nati tramite la procedura.
Il fenomeno è in aumento in otto Stati Usa (soprattutto in California), India, Thailandia (anche se qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che la vieta agli stranieri), Ucraina, Russia. Non esiste ancora una sua regolamentazione a livello europeo e/o internazionale. Per questo il Gruppo di lavoro sull’etica nella ricerca e nella cura della salute della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) ha predisposto un parere che valuta la maternità surrogata dal punto di vista etico e riflette sulle sue ripercussioni giuridiche, sostenendo la necessità di regole a livello europeo e internazionale. Il documento è stato presentato questo pomeriggio a Bruxelles da p. Patrick Verspieren (Centre Sèvres), nel corso della conferenza “Surrogacy and human dignity”, co-organizzata al Parlamento europeo dalla Comece e dal Gruppo di lavoro del Ppe sulla bioetica e la dignità umana, guidato dall’europarlamentare Miroslav Mikolasikb.Grave attentato alla dignità umana. La maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana”, affermano senza mezzi termini gli esperti della Comece nel parere intitolato “Avis sur la gestation pour autrui. La question de sa regulation au niveau européen ou international”. Il testo premette che gli Stati membri Ue riprovano ogni forma “commerciale” di gestazione per conto terzi, ma non esiste una regolamentazione comune. Secondo uno studio comparativo dell’Europarlamento, il Regno unito ammette un compenso “ragionevole” di 4mila-5mila euro alla madre surrogata. Degli altri 25 Paesi (lo studio è del maggio 2013 e precede di due mesi l’ingresso della Croazia), sette vietano completamente la Gpa, sei la proibiscono parzialmente, dodici non dispongono di alcuna normativa. “Diversi giudici – si legge nel parere – riescono tuttavia a trovare accorgimenti giuridici (International Surrogacy Arrangements) che garantiscano al bambino nato con la Gpa commerciale l’affiliazione ai cosiddetti “’aspiranti genitori’”.
Eppure, secondo la Comece, “per la strumentalizzazione del corpo della ‘mère porteuse’, l’intrusione nella sua vita personale, la negazione delle relazioni intrauterine tra la donna incinta e il bambino che essa ha in sé, lo sfruttamento delle donne vulnerabili e più povere” a favore di coppie o di singles ricchi, la maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana” e di cui sono vittime le madri surrogate ma anche i neonati, considerati come “prodotti”. Una “reificazione del bambino” che “contraddice l’affermazione della dignità umana, chiave di volta della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e viola ‘il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro’” (art.3). Non esiste un “diritto al figlio”, e va considerata seriamente la questione dello status giuridico dei bambini nati nell’ambito degli International Surrogacy Arrangements. Spesso, al rientro nel Paese di residenza, soprattutto se al suo interno vige il divieto di Gpa, gli “aspiranti genitori” non vengono riconosciuti come genitori legali del bambino.
Un accordo possibile. Diversi rapporti commissionati dal Parlamento europeo chiedono di stabilire “norme comuni di diritto internazionale”, si legge ancora nel parere, di instaurare all’interno dell’Ue un “riconoscimento reciproco delle sentenze” in materia di affiliazione legale e, in prospettiva, l’elaborazione di una convenzione internazionale. Da tenere in conto anche la riflessione della Conferenza de L’Aia di diritto internazionale privato (aprile 2014). Il dibattito “non può limitarsi al fatto compiuto del mercato della ‘maternità surrogata’ e del correlato sviluppo del ‘turismo procreativo’”. Gli Stati Ue ritengono “inaccettabile” la commercializzazione del corpo della donna e del bambino e, “di conseguenza”, la Gpa. Su questo punto, per la Comece, “un accordo sembra dunque possibile”. La ricerca di regole comuni e di prassi giudiziarie analoghe “potrebbe iniziare con una rigorosa applicazione” di questo principio, e quindi “con la valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita, o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie dei paesi di nascita, in caso di versamento di compensi diversi dal mero rimborso delle spese effettivamente sostenute dalla madre surrogata”. La questione cruciale, concludono gli estensori del testo, è “sapere se vogliamo istituire una società in cui i bambini siano fabbricati e venduti come prodotti”, con le conseguenze umane, giuridiche e sociali che ne derivano.

Fecondazione assistita: la deriva dei figli ‘su misura’

La fecondazione assistita potrebbe sacrificare la speranza sull’altare del capriccio egoistico. L’aspirazione di un genitore ad avere un figlio calciatore o direttore d’orchestra rischia infatti di trasformarsi in una “certezza” garantita in laboratorio. A lanciare l’allarme è Richard Scott, della divisione di embriologia riproduttiva della Rutgers University, durante il convegno The new era of Pgs application, avvenuto nella sala di ‘Roma Eventi’ questo mese.

“Nei centri Usa per la fecondazione assistita iniziano le richieste per bimbi su misura, con caratteristiche particolari come l’attitudine allo sport o l”orecchio musicale'”, spiega lo scienziato. Il quale ha avuto modo di sperimentare direttamente le derive a cui può portare il delirio d’onnipotenza di una scienza che gioca con la vita umana. “Sono venuti da me dei genitori che volevano un figlio giocatore di basket – racconta Scott – o una figlia con quoziente intellettivo maggiore di 200. Ognuno di questi tratti dipende da decine di geni, e ci vorrebbero quindi migliaia di embrioni per selezionarne uno, quindi non è possibile dal punto di vista tecnico. Oltre che eticamente inaccettabile”.

Malgrado le sue perplessità tecniche e morali, Scott tuttavia avverte: “Ci sono compagnie che stanno studiando il modo di produrre migliaia di gameti a partire dalle staminali, a quel punto si avrebbero migliaia di embrioni da cui in teoria scegliere quelli voluti”.
Lo scenario che potrebbe derivarne, se non si interviene, è alquanto preoccupante. L’accademico statunitense ritiene “inaccettabile” un intervento di questo tipo “per i tratti somatici”, ma sottolinea che “sono molte di più le coppie con richieste legate alla salute, come l’assenza di geni che aumentano il rischio di malattie”. E qui – prosegue – “il discorso è diverso, servirebbero regole che stabiliscono i limiti”.

La selezione degli embrioni per scopi eugenetici è condannata dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, pratica tuttavia consentita in 17 Paesi europei e vietata espressamente soltanto in 3. Tra questi, c’è l’Italia, la cui legge 40 sarebbe un deterrente nei confronti dell’eugenetica. Deterrente che lo stesso Scott ritiene indispensabile per porre degli argini all’onnipotenza della scienza. “Serve qualcuno che ponga dei limiti a cosa si può fare – dice -, non credo si debba lasciare la decisione ai medici, anche perché più aumentano le conoscenze genetiche più richieste vengono da futuri genitori”.

Limiti alla selezione di embrioni che in molti Paesi sono già stati abbattuti. “Soprattutto in Asia – afferma -, e so in particolare di una coppia famosa che l’ha ottenuto” il figlio su misura.

Figli di “2 mamme”: è il mercato dei desideri

duemammeAnche se sotto diversi profili è piuttosto intricata, la questione può essere riassunta agevolmente. Dopo la recentissima sentenza di Torino, un cittadino italiano può essere legalmente riconosciuto come figlio di due madri. Non è più vero che di madre ce ne sia una sola. E non è neanche più vero che, se c’è una madre, deve di necessità pur esserci, da qualche parte, un padre: nel caso della coppia di donne omosessuali che in Spagna, ricorrendo alla fecondazione artificiale, hanno messo al mondo un figlio, grazie al seme di un donatore anonimo, fin dal principio era da ritenersi del tutto esclusa la possibilità che una figura paterna entrasse in questo gioco e potesse esercitare un qualsiasi ruolo in una qualsiasi modalità nell’ambito delle relazioni familiari che le due donne, sposandosi in Spagna, hanno inteso costruire.

La Corte d’Appello di Torino è stata molto chiara al riguardo: bisogna considerare l’interesse del minore come prevalente e, quali che siano le modalità della sua venuta al mondo, questo interesse è quello di essere riconosciuto “figlio”. Per di più, questo specifico interesse può essere quantificato con estrema facilità: poiché due è il doppio di uno, meglio avere due madri che una sola! Così gli interessi sanitari, scolastici, ricreativi ed ereditari del minore potranno (si spera!) avere una tutela ottimale.
Il ragionamento sembra filar bene, anche se ai buoni giudici di Torino (anzi, alle “buone” giudici, dato che il collegio era composto da tre donne) sembra non sia venuto in mente che la quantificazione degli interessi può essere portata avanti quasi all’infinito; le madri potrebbero essere tre, anziché due (ad esempio se facessimo entrare in gioco un’ipotetica, ma non infrequente, madre “sociale”, la cui maternità non consegue all’offerta né di un ovocita né dell’utero, ma nell’attivare l’intera procedura supportandone le spese). E perché non ipotizzare che le madri possano essere ben quattro, nel caso in cui per puntellare un ovocita patologico si inserisse in esso un’opportuna quantità di Dna estratto dall’ovocita di un’altra donna ben disposta a fare tale dono, in modo da aggiungere alla madre sociale e alla madre uterina ben due madri genetiche? Potremmo andare ancora avanti e continuare a porci tante altre domande del genere, più o meno “scandalose” e, tra le tante possibili, quella davvero più spinosa: perché in questa corsa all’individuazione e alla tutela del miglior interesse del bambino la figura del padre viene con tanta rapidità e definitività messa da parte?

Ma cadremmo alla fin fine in un gioco sterile. Andiamo invece alla sostanza della questione, che emerge, sia pur indirettamente, dalla sentenza di Torino e cerchiamo di metterla a fuoco nel modo più freddo possibile.

Nel corso di pochi decenni si è completamente trasformato in Occidente il paradigma della famiglia, storicamente e culturalmente legato, per millenni, alle dinamiche della generazione, considerata antropologicamente non nel suo mero darsi biologico (che accomuna uomini e animali), ma nel suo inquadrarsi (che distingue nettamente il mondo umano dal mondo animale) nelle forme religiose, etiche, giuridiche e sociali del matrimonio eterosessuale.

Oggi l’istituto del matrimonio sta diventando sempre più impalpabile, per una molteplicità di motivi che sono sotto gli occhi di tutti: la costante diminuzione dei matrimoni a fronte dell’irresistibile crescita delle più diverse forme di partenariato extra e para-matrimoniali; la loro crescente fragilità (al punto che è davvero difficile in alcuni ordinamenti distinguere il divorzio, reso peraltro pressoché ovunque “breve”, dall’antico “ripudio”), la parallela e crescente difficoltà di distinguere il regime giuridico matrimoniale da quello delle “convivenze”; la pretesa, ampiamente vincente in Occidente, di cancellare il carattere necessariamente eterosessuale del coniugio, col risultato di rendere molto difficile il mancato riconoscimento di un diritto all’adozione da parte di coppie delle stesso sesso. La famiglia, in Occidente, tende semplicemente a scomparire, e questa scomparsa, favorita dal crollo demografico, sta erodendo in modo impressionante quel primato del vincolo di gruppo sulle pretese e sugli interessi individuali su cui si basava sostanzialmente la sua eticità.

La prova di quanto detto ci viene appunto offerta da come oggi viene vissuto il paradigma della generatività, che non solo è completamente svincolato dai suoi condizionamenti naturalistici (si ha un figlio quando lo si vuole avere, non quanto lo manda Dio o la natura), ma appare ormai intrinsecamente legato a logiche di interesse, che non è inappropriato definire “mercantili”.

La procreazione assistita, il commercio di gameti (lasciamo la parola “donazione” agli ingenui), il controllo eugenetico degli embrioni e dei nascituri, l’affitto di utero, le diverse forme di surrogazione di maternità, gli aborti “selettivi” e “terapeutici” sono tutte pratiche nelle quali il mercato è ormai entrato in modo subdolo e probabilmente irreversibile. E i parametri valoriali del mercato trovano ormai una misura facilmente oggettivabile, quella che consegue al desiderio soggettivo e insindacabile di procreare: desiderio che il mercato è pronto a soddisfare, tanto quanto è pronto a soddisfare, con tecniche biomediche sempre più raffinate, l’opposto, e altrettanto insindacabile, desiderio di non procreare.

Possiede basi valoriali consistenti questo mutamento di paradigma? L’unica risposta possibile sembrerebbe essere quella secondo la quale garantire socialmente la soddisfazione dei desideri umani (da quello di procreare a quello di non procreare) sarebbe un bene in sé; risposta palesemente fragile, se non altro perché, come si è accennato, tale soddisfazione più che conseguire al riconoscimento di spettanze fondamentali, sembra conseguire alle capacità economiche del soggetto desiderante. È più onesto ammettere (anche se può turbare almeno un poco le coscienze più rette) che la società dei desideri, del loro moltiplicarsi, dell’invenzione di mille nuovi modi per soddisfarli, è la più coerente col sistema economico-sociale (mercatista e individualista) che domina nel nostro tempo e dal quale nessuno sa esattamente come sia possibile uscire.

Per inquadrare eticamente quella “macchina desiderante” che è diventato il mondo contemporaneo, basterà, ad avviso di tante “anime belle”, porre qualche paletto, come quello, vetero-liberale, secondo il quale la soddisfazione del desiderio di uno non dovrà mai ritorcersi o limitare la soddisfazione del desiderio di un altro.

Possiamo a questo punto tornare alla sentenza di Torino, che è esempio lampante di come questa mentalità sia ormai dilagante. Cosa potrebbe opporsi al desiderio delle “due” madri di essere riconosciute tali anche in Italia, si è chiesta la Corte torinese? Una serie di norme, addirittura di rango costituzionale, che fa sempre riferimento alla diversità di genere, quando si parla di genitorialità: ma questo è un argomento formalistico, che da una parte offende i desideri delle due madri e dall’altra contrasta col «miglior interesse del bambino», serenamente identificato dalle giudici torinesi in base al criterio che due è meglio di uno. E così la questione appare risolta. Con buona pace del buon senso, di una tradizione antropologica plurimillenaria, delle mille voci di allarme che si levano da tempo quando si discute di fecondazione eterologa, di omogenitorialità, di soppressione della figura paterna o materna.

È forse giunto il momento di chiedere a tutti noi – e soprattutto a quei magistrati che ormai da tempo hanno indebitamente assunto nel nostro Paese il ruolo di unici veri attori biopolitici – di riconoscere con la massima franchezza che siamo diventati incapaci di individuare il bene umano al di là della logica dei nostri interessi soggettivi e che per la soddisfazione dei nostri interessi attuali siamo ormai ben disposti a sacrificare i più ragionevoli interessi delle generazioni future (a partire da quello basilare di poter chiamare mamma una donna e papà un uomo).
Francesco D’Agostino (su Avvenire)

Hayden e’ madre e padre e il figlio non sa più chi e’

Certa “genitorialità creativa” rischia di non fare più notizia, il che la dice lunga sul grado di assuefazione alle nuove inquietanti forme di filiazione. Eppure ci sarebbe tanto da dire, per esempio sull’ultima novità britannica. Hayden Cross è una donna inglese di 20 anni che da tre vive come un uomo – è un uomo transgender, secondo il gergo della situazione – e desiderando da sempre di avere un bambino legato geneticamente a sé. Prima di completare la transizione da donna a uomo, chirurgicamente, ha cercato di congelare i propri ovociti per usarli in un momento successivo (non sappiamo bene come, ma per adesso lasciamo stare), ma il Servizio sanitario non ha concesso la prestazione. Allora la giovane ha cercato su Facebook un donatore di sperma che, gratis, le ha dato il proprio liquido seminale – la Hayden non ne ricorda neppure il nome – e lei è rimasta incinta. Secondo la stampa inglese è “lui”, Hayden, a essere in attesa di un bambino, perché il politically correctvuole che il pronome da usare per i transgender sia quello con cui chiedono di essere chiamati, a prescindere dall’anagrafe.

Quindi nei giornali inglesi si legge che Hayden Cross è il primo uomo britannico in gravidanza grazie a un donatore di sperma. Hayden ha precisato che dopo il parto completerà la transizione con gli interventi chirurgici per eliminare il seno e le ovaie, e diventare uomo fisicamente: il piccolo che nascerà avrà quindi una madre biologica che allo stesso tempo sarà anche padre anagrafico, mentre il padre biologico sarà difficilmente rintracciabile. È difficile opporsi a questi percorsi: la fecondazione non è avvenuta in clinica, e nessuno può garantire che ci sia stata donazione di gameti e non un rapporto sessuale fra Hayden Cross e l’anonimo donatore. E d’altra parte non si può impedire a una donna che voglia cambiare sesso di restare incinta. Potrebbe anche essere una bufala, una trovata per far parlare di sé: in fondo siamo nel tempo della post-verità. Ma la drammaticità della faccenda è proprio nel fatto che qualcuno l’abbia immaginata, ritenuta fattibile e molto probabilmente messa in pratica. Il dramma è quindi nella sua plausibilità. Si tratta di fatti già accaduti nel Nuovo Mondo che viviamo, dove la tecnoscienza trasforma l’umano: una sola persona padre e madre al tempo stesso, perché i tempi glielo consentono, è cosa già vista e raccontata dalla letteratura scientifica ma anche dai media, oramai, nonostante ancora non ci sia una lingua in tutto il pianeta nella quale si sia riusciti a coniare un termine per individuare una figura del genere, e cioè due genitori in uno.

Nessuno si chiede che ne sarà dei bambini venuti al mondo in questa maniera, e di tutte le conseguenze per la loro persona che ne potrebbero derivare. Al tempo dei nuovi diritti esigibili pare non ce ne siano, di diritti, per i piccoli che nascono così: tacciono gli intellettuali, gli scienziati, i medici, gli psicologi, i giuristi, i bioeticisti, e persino i giornalisti, che in Inghilterra riportano il fatto senza particolari commenti. Viene il dubbio che questa afasìa generalizzata sia perché di cose da dire, semplicemente, non ne abbia più nessuno. Ed è forse questo silenzio colpevole, più che il fatto stesso, a dirci che il Nuovo Mondo è già il nostro mondo.
Assuntina Morresi – Avvenire

L’adozione come rimedio per contrastare la maternità in affitto

Perchè molte coppie di genitori infertili scelgono la maternità in affitto piuttosto che l’adozione?

– Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno: dinanzi al problema dell’infertilità che flagella sempre più coppie, si assiste ad un drastico calo del numero delle adozioni e ad un crescente numero di bambini nati dalla maternità in affitto. La maternità surrogata è sempre più in crescita e rischia di diventare la forma più utilizzata per raggiungere il desiderio di maternità e paternità.

Diversi sono i modi di reagire davanti al problema della sterilità biologica per gli uomini e le donne raggiunti da questa piaga. Il tutto nasce dalla motivazione profonda che spinge a diventare genitori. Il rito del matrimonio sintetizza il significato della missione genitoriale: gli sposi sono chiamati a essere disponibili ad accogliere i figli che Dio vorrà donargli.

Sicuramente queste parole fanno riferimento ai figli biologici che Dio vorrà donare come benedizione dell’atto coniugale tra marito e moglie, ma fanno anche riferimento ai figli adottivi che una famiglia sarà disponibile ad accogliere.

In questa formula rituale del matrimonio, possiamo includere anche i figli che nascono da un utero in affitto? Per rispondere a questa spinosa domanda proviamo a mettere a confronto la maternità in affitto e l’adozione.

L’adozione è una risposta al flagello dell’abbandono. Molti bambini in tutto il mondo versano in uno stato di abbandono totale, privi del necessario nutrimento, delle giuste cure mediche, di una adeguata istruzione e di quel calore umano essenziale per una sana crescita. Una famiglia che si apre all’adozione, si prende carico di una situazione già esistente, per restituire al bambino quella dignità perduta.

La maternità in affitto parte da un presupposto diverso: far nascere un bambino per soddisfare il proprio desiderio di maternità e paternità. E per arrivare ad avere un figlio si acconsente alla schiavitù delle donne che prestano il loro utero, al commercio degli spermatozoi, alla compravendita degli ovuli, alla selezione degli embrioni.

La prima differenza risiede nella centralità del bisogno: l’adozione pone al centro l’esigenza vitale del bambino di avere una famiglia che lo educhi e lo accompagni verso la sua maturazione; la maternità in affitto ha per centro la famiglia che vuole soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

Viste le notevoli differenze etiche che differenziano le due scelte per diventare genitori, quali sono le ragioni per cui molte famiglie si rivolgono sempre di più alla maternità in affitto piuttosto che all’adozione?

Una prima risposta, che ha un peso maggiore nella decisione, è proprio il tempo di attesa. Per adottare un bambino non esiste un tempo definito, anzi la prima cosa che si ascolta quando ci si affaccia al mondo dell’adozione è quella di dover imparare ad esercitare la virtù della pazienza.

Il cammino adottivo è un percorso lungo che ha un inizio, ma non ha specificata una fine. Questa lunga attesa, per una famiglia che già vive la sofferenza della sterilità, è una prova che è molto pesante da sopportare.

La maternità in affido propone tempi molto più rapidi, tempi che si avvicinano a quelli della gravidanza naturale, o comunque un periodo definito nel quale è possibile conoscere l’andamento della gravidanza in affitto. L’adozione per sua natura non possiede questo controllo sul tempo e sull’andamento della gravidanza. Una volta consegnati i documenti, si è chiamati a vivere in attesa che il Paese scelto proponga una richiesta di abbinamento tra bambino e famiglia. E questo tempo può variare da pochi mesi a lunghi anni.

Un altro elemento fondamentale è l’età del bambino. La maternità in affitto è un sistema concepito per offrire ai genitori richiedenti un neonato. L’adozione non può garantire di diventare genitore di un bambino appena nato; anzi varie volte propone di accogliere bambini non solo in età prescolare, ma anche in età preadolescenziale o adolescenziale.

L’età del bambino da accogliere è un fattore che spaventa molte coppie. È mentalità comune considerare quasi innaturale diventare genitori di un bambino grande, e questo avviene perchè non si ha chiara la centralità del bisogno del bambino.

Queste sono le considerazioni più comuni: i bambini sono belli quando sono piccoli; mi voglio vivere pienamente i momenti di dolcezza tipici della fanciulezza; gli adolescenti ormai sono ribelli, mi attendono subito contrasti da affrontare; essere genitore di un adolescente, con il suo carattere già formato, è una missione quasi impossibile da compiere.

Considerate tutte queste differenze, l’adozione può diventare un rimedio per contrastare la maternità in affitto, se conserva immutata la sua natura e nello stesso tempo allegerisce la sua struttura burocratica. Ridurre le tempistiche per l’ottenimento del decreto di idoneità, garantire il sostegno e l’accompagno costante alle famiglie non solo nella pre-adozione ma soprattutto nella post-adozione, tagliare le spese dell’adozione, sono fattori che sarebbero di stimolo a molte famiglie per favorire lo sviluppo di una vera cultura dell’accoglienza.

Ma un rimedio ancora più forte sarebbe quello di far conoscere le storie della donne che affittano i loro uteri, il numero degli embroni sacrificati per raggiungere il concepimento, il grido di dolore di quei figli al quale sarà negata la possibilità di conoscere i vari genitori biologici, il peso dell’indifferenza che i figli dovranno sopportare da parte di coloro che hanno preso parte attivamente alla loro nascita.

Di Osvaldo Rinaldi www.zenit.org

Maternità in affitto: selezione della specie e ruolo dei genitori biologici

maternitaaffittoLa maternità in affitto è un tema nuovo e sorprendente dei nostri tempi, perchè deregolarizza il ciclo biologico della vita differenziando gli agenti procreativi e genitrici nella relazione tra uomo e donna. Infatti, abbiamo una prima figura genitoriale che dona il seme e/o l’ovulo, una seconda figura materna che riceve l’embrione per completare la gestione nel suo grembo, ed infine la figura di un padre e di una madre che hanno avviato la richiesta ad un centro specializzato.

Allora, vista la modifica del processo di concepimento e gestazione, è lecito porsi la domanda di quale sia l’origine della vita e chi sia l’autore stesso della vita: la sperimentazione e la scienza possono sostituire il corso della natura che avviene nell’utero materno a seguito di una unione coniugale tra un uomo e una donna?

La natura ha elaborato un piano misterioso sulla vita, stabilendo che una nuova vita nasca come frutto di un atto di amore unitivo. La maternità in affitto svincola l’atto d’amore non solo rispetto al concepimento ma anche rispetto alla gestazione.

E tutto questo processo, che per sua natura è artificioso e controllato, ha dei richiedenti molto esigenti che pretendono l’assoluta buon esito del risultato finale. Infatti la maternità surrogata utilizza la procreazione assistita e l’impianto di embrioni controllati per offrire la garanzia della buona salute del feto.

Questa manipolazione e sperimentazione denota i tratti della selezione della specie umana. Un embrione sano e robusto viene impiantanto solo dopo essere passato sotto il torchio di analisi genetiche e biologiche molto approfondite da parte di medici acconsenzienti di queste pratiche. Quando viene diagnosticata un cosidetto difetto dell’embrione, si decide di eliminare quel germe di vita, che è invisibile da parte di alcuni medici, ma rimane per sempre visibile agli occhi di Dio.

Ricapitolando, possiamo dire che la maternità in affitto racchiude le pratiche della procreazione in vitro, la fecondazione eterologa, la possibilità dell’aborto preimpianto, la selezione degli embrioni, e di conseguenza la selezione della specie. Questo costituisce una assoluta novità, perchè tutte queste pratiche possono essere utilizzate tutte insieme per cercare di generare una vita umana.

Questo processo prevede una serie di attori, ognuno dei quali contribuisce alla nascita della vita umana. Ed ognuno partecipa dietro la richiesta di un compenso economico. Il denaro è alla base della domanda e dell’offerta. Ognuno offre qualcosa, ma in cambio desidera essere remunerato: il donatore del seme e dell’ovulo, la mamma in affitto, il medico che esegue l’intervento. Ed il tutto parte da uno sborso economico iniziale, alcune volte anche rateizzabile in comode rate, che gli aspiranti genitori sono chiamati a versare ai responsabili di queste cliniche.

Le prime domande che viene spontaneo porsi alla mente sono: è giusto che la vita umana nasca da una richiesta di denaro che produce un affare economico? La natura non ha deciso di donare gratuitamente una nuova vita? Chi dona il suo seme o il suo ovulo può ritenersi estraneo rispetto alla vita nascente? La mamma in affitto, che porta quel bambino per nove mesi, ha una responsabilità verso quella creatura dal momento che è venuta alla luce dal suo grembo? Questa stravolgimento del ciclo naturale della nascita di una vita umana pone seri interrogativi sull’identità del figlio e sull’identificazione del ruolo dei genitori biologici.

Questi interrogativi hanno bisogno sempre più di essere sviscerati, perchè ogni essere umano possa trovare delle risposte adeguate alle domande più profonde sulla propria esistenza. Immaginiamo solo per un attimo quale possa essere la reazione di un figlio (una volta conosciuta la verità del suo concepimento) davanti a coloro che hanno contribuito alla sua nascita.

E’ da considerarsi padre biologico il donatore del seme? Quali domande potrà porre il figlio a quel padre? E potrà chiamare madre quella donna che l’ha portato nel suo grembo? Riuscirà ad avere parole di gratitudine per quel padre o per quella madre biologici che hanno partecipato alla nascita della sua vita? Al contrario, non arrivare a conoscere (perchè hanno voluto rimanere anonimi) l’uomo che ha donato il seme, o la donna che offerto il suo ovulo, o la madre che lo ha partorito, potrà risultare un dispiacere per il figlio, quando si vedrà impossibilitato a portare a termine il suo desiderio di conoscere le sue origini?

Queste piaghe silenziose rischiano di rimanere nascoste nel cuore di quella persona per tutta una vita.
Osvaldo Rinaldi da www.zenit.org

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Diventare padre dopo la morte (egoismo puro)

invitroUna serie di episodi connessi con la pratica del concepimento mediante l’uso di seme congelato prima della propria morte ha attirato l’attenzione verso questa prassi sempre più diffusa.

Uno di questi episodi è quello di Jocelyn e Mark Edwards del New South Wales, in Australia. I due coniugi erano in procinto di sottoscrivere la loro dichiarazione di consenso per dare avvio al trattamento di fecondazione in vitro ma il marito è morto in un incidente il giorno prima della firma, secondo quanto riferito dal Sydney Morning Herald del 24 maggio.

La moglie ha ottenuto dal tribunale il permesso di conservare il seme del marito e ha di recente vinto una causa che le consentirà di utilizzarlo.

Le leggi dello Stato lo vietano, a meno che non vi sia un espresso consenso ad usare il proprio sperma dopo la morte. La Corte suprema del New South Wales ha tenuto conto della testimonianza della moglie, secondo cui qualche anno fa il marito aveva dichiarato che, se gli fosse successo qualcosa, lei avrebbe dovuto procedere ad avere un figlio da lui.

In un articolo apparso il 3 giugno sul sito Internet della rivista Time si osserva che non di rado i soldati impiegati in missioni di guerra provvedono al congelamento del proprio sperma perché possa essere utilizzato dalle mogli in caso loro dovessero morire.

Poiché le situazioni possono essere le più diverse, si sta discutendo sull’eventualità di regolamentare questa pratica. L’articolo si riferisce a un caso in Israele in cui i genitori di un figlio morto l’anno scorso vorrebbero avere un nipote utilizzando il suo sperma.

Il figlio, Ohad Ben-Yaakov, non era sposato, né aveva una relazione con qualcuno. I genitori vorrebbero quindi ricorrere a una madre surrogata.

Gemelli

Un caso simile si è verificato di recente in Russia. Il figlio di Lamara Kelesheva, morto di tumore, aveva depositato il proprio sperma prima di iniziare la chemioterapia. Il suo seme è stato poi utilizzato dalla madre per concepire, attraverso due madri surrogate, due coppie di gemelli, secondo quanto riferito da Russia Today del 7 giugno.

Secondo un servizio pubblicato dal quotidiano russo Pravda il 10 giugno, dopo la morte del figlio vi erano stati cinque tentativi falliti di concepimento. Nell’ultimo tentativo la signora Kelesheva ha utilizzato due madri surrogate contemporaneamente. Entrambe le gravidanze sono andate a buon fine e le due donne hanno dato alla luce quattro nipoti, rispettivamente il 6 e l’8 gennaio.

Le polemiche che ne sono seguite hanno portato alla separazione tra la Kelesheva e il marito, e lei sta ora cercando di ottenere il riconoscimento della propria maternità di questi bambini e della paternità del figlio deceduto.

L’Anagrafe civile di Mosca ha rigettato l’istanza di registrazione e la donna sta ora facendo appello al tribunale municipale di Mosca. Le leggi russe consentono il ricorso a madri surrogate solo alle coppie sposate.

“Tutte queste pratiche biomeccaniche alla fine portano a questa situazione molto ambigua in cui non è più realmente possibile distinguere tra un figlio e un nipote”, ha affermato a Russia Today l’attivista pro-vita Andrey Khvesyuk.

Una piega diversa ha preso il caso di un uomo di 57 anni, di cui per motivi legali non è possibile rivelare il nome, che nel 1999 aveva depositato il proprio seme per timore di incorrere in infertilità a causa dei suoi trattamenti medici.

Dopo essersi separato dalla moglie, quest’ultima ha utilizzato i soldi ottenuti dal divorzio per concepire due figli usando lo sperma dell’ex marito, secondo quanto riferito dal quotidiano Telegraph il 29 maggio. Ha falsificato la sua firma sui documenti di autorizzazione, cosa che l’uomo ha scoperto solo tre anni più tardi. La figlia e il figlio sono nati rispettivamente nel 2001 e nel 2003.

Dal momento della scoperta, ha speso ingenti somme di denaro in spese legali per le cause intentate contro l’ex moglie e ha avuto limitate possibilità di vedere i figli.

Anonimato

Mentre i figli di padri deceduti possono crescere sapendo chi era il proprio padre, molti figli concepiti attraverso la fecondazione in vitro vivono senza questa informazione.

Newsweek ha preso in esame questa situazione in un articolo del 25 febbraio. Negli Stati Uniti, i bambini concepiti con sperma di donatori generalmente non hanno informazioni su chi sia il padre, e in molti casi i dati dei donatori vengono cancellati.

Mentre un numero crescente di questi figli sta raggiungendo l’età adulta, aumentano le pressioni per cambiare questa situazione. L’articolo parla dei tentativi di una persona identificata come Alana S., che ha creato l’organizzazione AnonymousUs.org, aperta ai figli, alle famiglie e ai donatori.

Alcuni Paesi hanno legiferato stabilendo l’obbligo di rendere disponibili le informazioni circa i donatori di sperma e di ovuli, ma l’industria statunitense della fecondazione in vitro rimane ancora ampiamente senza regolamentazione.

Alana S., che oggi ha 24 anni, ha detto che molti figli concepiti da seme di donatore si considerano una sorta di “scherzo della natura”.

Persino nei Paesi in cui il settore è regolamentato la situazione è lungi dall’essere perfetta. Ciò risulta evidente da un rapporto pubblicato il 10 febbraio da una Commissione del Senato australiano, intitolato “Donor Conception Practices in Australia”.

Il rapporto afferma che le autorità statali e locali adottano approcci difformi tra loro in materia di informazioni a cui i figli di donatori possono accedere.

Un’altra preoccupazione riguarda il rischio che i figli di donatori possano inavvertitamente instaurare rapporti consanguinei, non potendo accedere alle informazioni sui donatori. Questa eventualità non solo può aumentare il rischio di malformazioni genetiche, ma potrebbe anche avere significative conseguenze sociali derivanti dalla conoscenza pubblica di questo tipo di rapporto, avverte il documento.

La Commissione ha ricevuto anche diversi contributi sul tema della limitazione del numero delle famiglie associabili a un donatore. Secondo il Victorian Infertility Counsellors Group non è infrequente, per le persone concepite da donatori, scoprire di avere anche venti fratelli genetici.

Difformità

Altri contributi sottolineano le difformità negli approcci delle autorità statali e di quelle locali in materia di registrazione dei donatori. Ciò significa che risulta impossibile conoscere con precisione e controllare il numero delle famiglie associate a un determinato donatore.

Un altra questione riguarda la carenza nella gestione dei dati, che rende difficile accertare il rispetto dei limiti imposti alle donazioni da parte delle cliniche. Un esempio contenuto nel rapporto riguarda una clinica importatrice di sperma dagli Stati Uniti, alla quale era stato assicurato che il seme dello stesso donatore non sarebbe stato dato ad altre cliniche. Si è poi scoperto che lo stesso seme era stato importato anche da una clinica nel New South Wales e utilizzato da un certo numero di famiglie in quello Stato.

Sebbene recenti modifiche alla normativa rendono più facile, per i figli di donatori, ottenere informazioni sul loro padre, molti di coloro che oggi raggiungono l’età adulta non hanno la possibilità di accedere a tali dati a causa dell’impegno preso in passato con i donatori a mantenere il loro anonimato.

Il rapporto cita la testimonianza della signora Narelle Grech, che ha raccontato la sua esperienza personale.

“Non posso descrivere quanto sia disumano essere nell’impotenza di conoscere il nome e le caratteristiche del mio padre biologico, sapendo che la mia intera famiglia paterna sta riposta da qualche parte in un armadio pieno di pratiche… senza alcuna possibilità di accedervi”, ha detto. “Mi viene detto che non ho alcun diritto di conoscere informazioni sulla mia famiglia, le mie radici, la mia identità”, ha aggiunto.

In Canada questo tipo di situazione è stato considerato discriminatorio e incostituzionale dal giudice della Corte suprema della British Columbia, Elaine Adair.

La sentenza si è espressa in favore del ricorso presentato da Olivia Pratten, finalizzato a ottenere gli stessi diritti dei figli adottati, secondo quanto riferito dal Vancouver Sun il 19 maggio.

Un figlio non è un qualcosa di proprietà di qualcuno, ma un dono, come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2378. Il figlio non può essere considerato come oggetto di proprietà: “a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso ‘diritto al figlio’”.

Tra le numerose obiezioni morali alla fecondazione in vitro, vi è quella secondo cui tale pratica ha portato a considerare i figli come beni di consumo, per quanto ben intenzionato possa essere stato il desiderio di avere un figlio. Le conseguenze di questo fatto vengono fuori oggi nei tribunali e nelle famiglie.

padre John Flynn

da Zenit

Crolla il mito della fecondazione artificiale.

La maternità posticipata con l’aiuto della fecondazione in vitro (FIVET) è una pratica sempre più comune, ma le donne possono essere indotte ad illudersi riguardo alle loro possibilità di successo.

È una delle principali tesi espresse nel nuovo libro di Miriam Zoll Cracked Open: Liberty, Fertility, and the Pursuit of High-Tech Babies (Interlink Books).

La prefazione al volume, affidata a Michele Goodwin, docente di legge alla Minnesota Law School, e a Judy Norsigan, direttore esecutivo di Our Bodies Ourselves, sottolinea che, secondo un sondaggio, una coppia su otto ha problemi di infertilità.

Ed aggiunge: “Molta gente non si rende conto della portata di ciò a cui partecipa, ovvero un vasto esperimento, dove la medicina dell’evidenza deve ancora stabilire un punto d’appoggio ragionevole”.

C’è anche l’argomento – commentano i prefatori – dello sfruttamento di donne economicamente svantaggiate, specialmente in India, come madri surrogate. Ogni anno circa 25mila coppie si recano in India per usufruire della disponibilità di donne disperate per mancanza di soldi.

Come esponente dell’ultima generazione di baby boomers Zoll afferma: “Dal nostro punto di vista, la scienza e la tecnologia erano il nuovo Dio, poiché davano alle donne in un’età considerata proibitiva per il concepimento, la possibilità di farsi una famiglia”.

Zoll si è sposata all’età di 35 anni e, inizialmente, non aveva intenzione di concepire alcun figlio, come lei stessa ha ammesso. Solo dopo i 40, si è finalmente resa conto, che era tempo di pensare alla maternità. I suoi sforzi di usare la FIVET, tuttavia, non avevano avuto successo.

Il libro descrive dettagliatamente i traumi emotivi e le crisi attraversate dall’autrice e da suo marito quando compresero di non poter avere figli.

“La strada verso la genitorialità attraverso mezzi scientifici è costellata di trappole con serpenti e oli combustibili”, ha esclamato Zoll, dopo che il terzo ciclo di FIVET si era risolto in un aborto spontaneo.

L’autrice sottolinea anche che, dopo il quarto ciclo di FIVET, le delusioni avevano segnato il rapporto con suo marito e la sua intimità personale. “Il sesso per noi era ormai sinonimo di stress – ha affermato -. Ciò significa siringhe, laboratori, provette. Il sesso era associato alla delusione, al senso di colpa e al dolore”, ha proseguito.

I fallimenti con la FIVET, portarono Zoll a prendere in considerazione la donazione di ovuli ma, “la surreale esperienza di usare la donazione di ovuli, aveva il sapore di un’alta tecnologia che giocava a fare Dio. Aveva il sapore del mio narcisismo e della mia ossessione verso la procreazione”, ha detto.

Zoll andò quindi a scegliere due donatrici di ovuli presso un’agenzia ma entrambe si rivelarono sterili. Migliaia e migliaia di dollari che non avevano portato a nulla.

“Negli ultimi 35 anni la potente combinazione delle strategie di marketing della medicina riproduttiva e la tendenza dei principali media a sovrastimare il potenziale delle nuove tecnologie, ha portato a un’epidemia globale di disinformazione sull’età in cui la fertilità di una donna inizia naturalmente a declinare e sul potere della medicina moderna di invertire questo processo”, conclude.

L’esperienza di Zoll ha ricevuto copertura dal New York Times: “La scienza medica ha compiuto grandi passi avanti, salvando la vita di molte persone – ha affermato in un editoriale pubblicato lo scorso 12 settembre, e co-firmato con Pamela Tsigninos -. Ma quando si tratta di tecnologie per la riproduzione assistita, la scienza fallisce molto più di quanto in genere si crede”, ha aggiunto.

L’autrice osserva che, secondo la Società Europea di Riproduzione Umana e di Embriologia, c’è un complessivo 77% di fallimento globale dei cicli di riproduzione assistita.

“Una volta dentro il surreale mondo della medicina riproduttiva, non c’è nessuna scontata via d’uscita; ci rimani fino a quando il tuo conto in banca o la tua assicurazione sanitaria non si esauriscono”, commenta l’articolo.

Ci sono poi le complicazioni che emergono dall’uso di donatori e surrogati. Un articolo, pubblicato lo scorso 18 giugno sul quotidiano canadese Ottawa Citizen, riferisce il caso di due lesbiche, una delle quali ha fornito gli ovuli, l’altra che ha portato il bambino in grembo, con lo sperma fornito da un donatore anonimo.

Chi è la madre? Entrambe le donne volevano essere registrate come madri ma la legislazione locale non lo consente.

Venendo alla questione dei diritti dei figli della procreazione eterologa, il sito web Public Discourse ha pubblicato un articolo lo scorso 2 agosto, che parla della creazione di un tipo di persone “manufatte”.

La schiavitù, osserva Alana S. Newman, fondatrice dell’Anonymous Us Project, è stata abolita e, “con essa è scaturita non solo la nozione che tu puoi possedere un altro essere umano ma anche che puoi separare una persona dalla sua discendenza biologica”.

Inoltre è illegale abbandonare un figlio, anche se è stato concepito in un rapporto occasionale. Eppure oggi permettiamo la maternità surrogata e i donatori anonimi. “Le persone non dovrebbero essere in vendita”, ha dichiarato.

Questi dubbi si verificano in un tempo in cui il numero di figli concepiti dalla FIVET è raddoppiato rispetto allo scorso decennio, ha riportato il New York Times lo scorso 30 agosto. Il comitato etico della Società Americana per la Medicina Riproduttiva (ASRM) afferma che è “eticamente accettabile” per le cliniche trattenere gli embrioni abbandonati se almeno cinque anni sono passati dal contatto con la coppia (cfr. National Post,10 settembre): ciò significa che decine di migliaia di embrioni congelati sono legittimi bersagli di morte.

Questo dato, assieme alle esperienze di donne come Zoll, dimostra che la non nuova opposizione della Chiesa Cattolica alla FIVET è davvero ben fondata.

Di John Flynn, L.C.