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Il pericolo della logofobia nel dibattito sui diritti delle coppie omosessuali (Pessina)

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni. L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi.
(COSA DICONO I PEDIATRI)

Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile.

La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali.

I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata. Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione.

Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare. La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana.

Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

(©L’Osservatore Romano 13 gennaio 2013)

 

Bambine indiane costrette a cambiare sesso

Sono numerose le bambine indiane costrette a cambiare sesso da genitori desiderosi di un figlio maschio. A rivelarlo è un rapporto dell’autorevole giornale Hindustan Times, che bolla come “scioccante” e “senza precedenti” la tendenza che si materializza negli ultimi tempi negli ospedali e cliniche di Indore, città dell’India centrale, nello stato del Madhya Pradesh, e di cui sono vittima bambini da 1 ai 5 anni. I chirurghi di Indore sono stati contattati per la “conversione” di centinaia di ragazze, successivamente imbottite di farmaci ormonali. “Il processo utilizzato per ‘ricavare’ un figlio maschio da una femmina è conosciuto come genitoplastica”.

LA CAPITALE DELLA GENITOPLASTICA – Nella società indiana assume un valore importante la nascita di un figlio maschio ed erede. Le femmine sono spesso viste come un fardello costoso. Per questo i test per la determinazione del sesso durante la gravidanza sono illegali per impedire l’aborto di feti femminili. In alcuni stati il rapporto tra donne e uomini è sceso a 7 a 10. Secondo quanto riportato dal Mail Online, i genitori ricchi da Delhi e Mumbai si recano ad Indore, capitale degli interventi di genitoplastica. Il costo dell’intervento chirurgico per correggere le figlie è relativamente basso. Costa 2mila euro.

LE PROTESTE – La notizia dell’abuso della pratica negli ultimi giorni ha fatto il giro del web ed è stata duramente condannata dagli utenti dei social network. Ha scritto ad esempio l’attivista femminista Taslima Nasreen: “Shocking! Non solo le persone uccidono i feti femminili, ora le ragazze vengono trasformate in maschi attraverso la genitoplastica”. “Dovrebbero andare in prigioni i medici che la praticano”, ha denunciato. La Commissione nazionale per la protezione dei diritti del bambino si è messa in moto chiedendo al governo del Madhya Pradesh di indagare medici ed ospedali citati nell’inchiesta dell’Hindustan Times.

 

LA DIFESAL’intervento nell’occhio del ciclone consiste nella ‘costruzione’ di un pene con i tessuti dell’organo femminile e di una cura di ormoni maschili. I medici si difendono dalle accuse sostenendo di intervenire solo su bambini i cui organi esterni non corrispondevano a quelli interni. Ma non apportano prove a sostegno della validità delle loro affermazioni. “Quando il bambino cresce può essere confuso circa il sesso al quale appartiene”, ha detto Milind Joshi, un chirurgo pediatrico che segue la procedura in uno degli ospedali incriminati. “Questa chirurgia – ha aggiunto – ferma il disordine del bambino circa la determinazione del sesso e blocca i problemi psicologici”. I genitori dei bambini operati sottoscrivono: “Mio figlio non sarà confuso sul suo sesso in futuro e vivrà una vita normale, senza alcun ricordo dell’intervento chirurgico”.

PROBLEMI PSICOLOGICI – Un altro chirurgo pediatrico, Brijesh Lahoti, sottolinea invece la facilità con la quale è possibile arrivare al cambio di sesso dei propri figli: “In India non c’è alcun problema nello svolgimento di questi interventi. Basta il consenso dei genitori e una dichiarazione giurata. Si tratta di interventi chirurgici di ricostruzione con i quali viene determinato il sesso del bambino in base ai suoi organi interni e non solo sulla base degli organi esterni”. Il tutto in assenza di norme che tutelino i diritti del bambino, di sensibilizzazione della gente sul tema e una politica efficace. Per molti è l’operazione chirurgica a causare problemi psicologici. “L’intervento chirurgico può avere effetti psicologici profondi a lungo termine su un individuo, che potrebbe un giorno non accettare il sesso assegnatogli dai genitori”, dice Suchitra Inamdar, consigliere di Mumbai.

Maschile-femminile (Pino Pellegrino)

Attrazione-uomo-e-donna-nomeÈ un dibattito accanito. Sempre più forti, anche grazie all’appoggio di molti mezzi di comunicazione, sembrano coloro che negano ogni differenza tra il “genere” maschile e il “genere” femminile. A noi restano molti ragionevoli dubbi. Ci pare che le prove della naturale differenza tra i due generi esistano e provochino spesso a livello educativo non pochi fraintendimenti.
Ecco alcuni esempi.

I maschietti, fin dal secondo mese, ridono di più delle femminucce. In media 50 volte al giorno rispetto a 37. È forse un indice che, fin da piccolo, il bambino è più estroverso della bambina?
Sono stati videoregistrati bambini neonati (e quindi non ancora influenzati da alcuna ‘cultura’) ai quali venivano posti due stimoli visivi differenti: un viso di una donna sorridente da una parte e un pupazzo che muoveva e penzolava dall’altra. Gli occhi dei bambini venivano ripresi per essere analizzati poi da psicologi.
Ebbene, dall’analisi è risultato chiaramente che mentre i maschi preferivano nella maggioranza assoluta il giochino penzolante, le femmine si incantavano davanti al viso della donna sorridente.
I ricercatori hanno concluso che «al di là di ogni dubbio, le differenze d’interesse tra maschi e femmine, sono biologicamente innate!».
Un altro studio che ha interessato ben 37 culture diverse ha rilevato che dai tedeschi ai pigmei, dagli abitanti di Taiwan agli esquimesi, in ogni cultura, le donne sono particolarmente interessate alla posizione sociale e al potere, che questa comporta, del potenziale marito, mentre gli uomini sono maggiormente attratti dal corpo e dalle caratteristiche fisiche delle potenziali mogli.

Ma andiamo più a fondo
I maschi sono più orientati verso una strategia del potere, le femmine verso una strategia delle relazioni.
Le donne memorizzano in modo più profondo dei maschi. Se si fa un apprezzamento fisico negativo a una ragazza, ci penserà su probabilmente molto più di un ragazzo.
Se si svilisce una figlia, gli effetti possono essere prolungati e la tristezza perdurare.
Insomma, è ben giustificato il detto: «Le donne non dimenticano: archiviano».
Le donne sono più capaci di “empatia” (la capacità di ‘mettersi nei panni degli altri’). Se un bambino si fa male mentre gioca al calcio, i compagni si aspettano che si faccia da parte per poter proseguire il gioco. Le bambine, invece, smettono di giocare e circondano il piccolo che piange. È la prova che nelle donne è maggiormente presente la tendenza al “prendersi cura”.

Proseguiamo
Essere donna significa essere più portata a difendersi con la lingua, in modo non sempre limpido. Il narratore francese Abel Hermant (1862-1950) con fine umorismo (ma con tanta verità, secondo noi) diceva: “Gli uomini sono i plebei della menzogna; le donne ne sono l’aristocrazia!“.
Altri dicono la stessa cosa quando affermano che le donne sono esperte nel bullismo verbale talora ben più grave del bullismo fisico che è più tipico dei maschi. Le donne uccidono con la lingua, gli uomini con le armi: due ‘stili’ ugualmente deprecabili!
Essere donna significa avere più potere persuasivo dell’uomo. Non per nulla circola il detto: «Gli uomini fanno le leggi, le donne fanno i costumi».

Ancora
Essere donna significa avere un cervello meno pesante di quello dell’uomo: 1171 grammi di fronte ai 1308 del maschio. (Va subito detto però che non vi è rapporto tra massa cerebrale e abilità mentali!)
Essere donna significa avere il sottile fascino del superfluo. È un dato di fatto che le donne sono calamitate dalle vetrine, dai mercati, dai grandi negozi (curiosità: una ricerca inglese ci rivela che le donne possiedono, mediamente, 17 paia di calze; gli uomini si accontentano di 7).
Essere donna significa avere un miglior rapporto con il linguaggio verbale (gli uomini che soffrono di balbuzie sono dodici volte più numerosi delle donne).
Sempre in tema, è proprio delle donne avere la risposta pronta, immediata, talora caustica, sprezzante, graffiante, mordace.
Essere donna vuol dire far lavorare maggiormente l’emisfero destro del cervello che presiede all’intuire, al sentire. L’emisfero sinistro attivato prevalentemente dall’uomo, presiede, invece, al razionalizzare, al calcolare.
Per questo alcuni dicono che nella donna tutto è cuore, persino la testa!
Essere donna significa essere più controllata.
I maschi tendono a mettersi in situazioni adrenaliniche, rischiose.
Fin da piccoli, quando compiono i primi passi, i bambini tendono, ad esempio, a mettere le dita nelle prese elettriche, cercano di rimanere in equilibrio su una palla, fanno capriole sopra il letto e giù dal letto… Sono più numerosi i maschi che cercano esperienze nuove (il 20% di fronte al 12% delle donne).

Terminiamo
Con un’ultima differenza: essere donna significa essere molto più misteriosa, più “complessa” dell’uomo, più introversa (è forse per questo che le ragazze amano il selfie più dei maschi?).
Tale caratteristica del genere femminile aveva colpito lo stesso Sigmund Freud (1856-1939), il padre fondatore della psicanalisi, che un giorno ha dovuto arrendersi: «La grande domanda alla quale non sono riuscito a rispondermi, nonostante trenta anni di ricerche sull’anima femminile, è che cosa vuole una donna!».

Sono solo alcuni esempi di “diversità”
‘Diversità’ che (si noti) non ha nulla a che fare con ‘superiorità’ o ‘inferiorità’. Domandarsi se gli uomini sono superiori alle donne, è come domandarsi se il cucchiaio è più importante della forchetta! Mascolinità e femminilità sono due aspetti complementari: una duplicità che differenzia, ma anche arricchisce l’unico ‘genere’ di fondo: il ‘genere’ umano.
Un mondo di soli uomini, come di sole donne, sarebbe un mondo monotono e piatto come la pastasciutta in bianco che ha lo stesso sapore dappertutto!

PIETRE MILIARI
Date una palla ad un gruppo di bambine e sempre la giocheranno con le mani. Datelo ad un gruppo di maschi e la giocheranno con i piedi” (Sigmund Freud, fondatore della psicanalisi, 1856-1939).
Il matrimonio nasce dall’integrazione di due psicologie diverse, quella femminile e quella maschile, necessarie, senz’ombra di dubbio, per la crescita armoniosa dei figli” (Eugenio Borgna, psichiatra, primario emerito dell’ospedale di Novara, 1930).
Per equalizzare tutto, possiamo chiamare mele le pere, in modo da cancellare ogni differenza tra i frutti?” (Vittorio Possenti, filosofo vivente).

QUESTO DICO AL FIGLIO ADOLESCENTE
• Se la gallina non è un’oca, perché noi dovremmo essere uguali?
• Solo sul vocabolario ‘successo’ arriva prima di ‘sudore’. Nella vita mai!
• Se vuoi mangiare la mandorla, devi rompere il guscio!
• Chi non lavora, resta mediocre.
• Si vive una volta sola: non ha senso passare giorni morti.
• Il successo è una scala a pioli: non puoi salirla con le mani in tasca!
(Pino Pellegrino sul Bollettino Salesiano)

Psicologi contro il gender

Non solo genitori e insegnanti, contro il gender prende posizione anche il mondo della scienza. Un nutrito gruppo di psicologi marchigiani ha deciso di intervenire per districare con una luce scientifica l’oscura matassa dell’ideologia. Tutto ha avuto inizio poco dopo la manifestazione del 20 giugno in piazza San Giovanni, quando un milione di persone ha urlato il proprio disappunto nei confronti dell’indottrinamento ideologico degli alunni.

Vera e propria sollevazione popolare che, com’era prevedibile, ha scatenato polemiche. Nell’acceso dibattito si è lanciato anche il dott. Luca Pierucci, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, che si è unito al coro dei detrattori. Usando un’argomentazione molto in voga in alcuni ambienti culturali – “Non esiste l’ideologia del gender” – Pierucci ha contestato quanti sono scesi in strada. E li ha ammoniti, a nome del suo Ordine, che “non si possano e non si debbano utilizzare e distorcere informazioni basate su ricerche e studi scientifici a fini propagandistici e confusivi”.

La scelta di cooptare i suoi colleghi, spiegando inoltre che l’Ordine “continuerà a promuovere iniziative sul tema (degli studi di genere, ndr) al fine di contrastare la disinformazione”, ha tuttavia suscitato una reazione da parte degli stessi. 18 professionisti delle Marche hanno redatto una nota in cui prendono le distanze dalle dichiarazioni del loro presidente.

Primo firmatario della nota, il dott. Paolo Scapellato, psicologo e psicoterapeuta maceratese e docente di Psicologia clinica presso l’Università Europea di Roma, intervistato da ZENIT fornisce una serie di precisazioni.

In primo luogo egli sottolinea che “tra i principi ben definiti da cui parte l’educazione gender ci sono alcuni principi che non sono tali, nel senso che non sono scientificamente condivisi dalla comunità degli psicologi”. Pertanto, rileva che “ci sono dubbi sulle modalità di lavoro” adottate nei corsi agli studi di genere che si propone di introdurre nelle scuole il decreto Fedeli, “e altri dubbi sul reale nesso causale tra questo tipo di educazione e la lotta all’omofobia e alle discriminazioni di genere”.

Sempre a proposito del decreto in questione, Scapellato ritiene che, “essendo stato un lavoro sotterraneo da parte delle associazioni Lgbt e del Governo, si è cercato di far passare la legge sfruttando la ‘distrazione’ dei politici e non sollevando troppo interesse da parte della società civile; questo tentativo però è sfumato e davanti alle sollevazioni popolari che ne sono conseguite la nuova linea guida è minimizzare, nella speranza che tutto torni sotto soglia e si possa continuare a lavorare nell’ombra”.

Scapellato spiega che con l’Associazione di Promozione Sociale Praxis, di cui è presidente, sono dieci anni che svolge corsi di educazione sessuale nelle scuole. Conosce quindi la realtà degli alunni e di qui nasce la sua convinzione che “questa educazione gender rischia di creare più confusione nei nostri figli di quella che già hanno”. Educazione gender che riverbera dagli “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dell’ufficio europeo dell’Oms. Scapellato ritiene che dietro alcuni condivisibili fini dichiarati su questo documento, come la lotta alle discriminazioni e agli atteggiamenti cosiddetti omofobici, si intravedano “altri fini non dichiarati e preoccupanti”.

Lo psicologo maceratese ricorda che il principio alla base è “che non solo il ruolo di genere, cioè cosa un bambino deve fare in quanto maschio e una bambina in quanto femmina, ma anche l’identità di genere, cioè il sentirsi maschio o femmina, e l’orientamento sessuale sono identificazioni esclusivamente dovute alla cultura dominante”. Di qui l’asserzione secondo cui – ricorda Scapellato – “ci si sente maschi non perché biologicamente maschi, ma perché è la cultura che ti spinge a identificarti come maschio; ci si sente eterosessuali perché la cultura dominante ha fatto passare l’eterosessualità come norma sociale, senza che ci sia un fattore naturale a influire”.

Ne derivano le “azioni educative gender”, che Scapellato elenca brevemente: “Insegnare ai bambini già a sei anni che possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali; fargli conoscere ed esplorare tali orientamenti; compiere una frattura tra l’affettività e la sessualità; quest’ultima, progressivamente dai 4 anni in poi, deve essere riconosciuta in tutte le sue parti (conoscenza dei genitali propri e dell’altro sesso, modalità di rapporti, gravidanze indesiderate, contraccettivi, aborti, fecondazione assistita, malattie sessuali, ecc.)”.

Azioni che Scapellato contesta, giacché “come tutta la psicologia dello sviluppo ha sempre sostenuto, l’identificazione sessuale e l’orientamento sessuale sono processi talmente complessi e intimi che investono il bambino in tutte le sue istanze coscienti e inconsce”. Quindi “presentargli la sessualità come mero appagamento di un impulso erotico contingente è riduttivo e crea senz’altro maggiore confusione nella sua mente, soprattutto quando è l’adulto che attribuisce al bambino i propri significati sessuali che egli evidentemente ancora non comprende”.

Scapellato rammenta che “l’evoluzione sessuale del bambino dipende dall’evoluzione della sua intera personalità e quindi non può avere gli stessi tempi tra un bambino e l’altro”. L’aver messo tappe troppo “precoci e uguali” per tutte le età è un rischio laddove vi siano sensibilità ancora non pronte. “Ritengo – prosegue lo psicologo – che per combattere le discriminazioni sia necessario far conoscere meglio e insegnare a rispettare la bellezza delle differenze, non annullarle del tutto: per combattere l’omofobia non occorre un mondo omosessuale, per combattere la violenza sulle donne non occorre creare un essere neutro”.

Alla luce di queste verità scientifiche e della nota di cui è primo firmatario, Scapellato auspica un nuovo intervento “chiarificatore” del presidente Pierucci. “Ma penso che non arriverà, a meno che non decida di tornare a posizioni super-partes come dovrebbe essere nella natura del suo incarico”, aggiunge.

Il problema, secondo Scapellato, riguarda non solo il mondo della psicologia. Sta avvenendo un più ampio “conflitto antropologico” tra una visione “interazionista” tra natura e cultura e una visione “culturalista” dove si nega l’esistenza, o comunque l’importanza, di una natura data. Questa seconda posizione trova oggi maggior consenso e lo testimonia anche la recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha giudicato non più necessaria l’operazione chirurgica dell’apparato riproduttivo per la rettifica del sesso anagrafico sui documenti dello stato civile. “È una prova – commenta Scapellato – di come questa visione, denominata anche ‘pensiero unico’, abbia preso piede fin nelle strutture profonde della nostra società, avallate da alcuni gruppi politici che ne traggono consenso e voti a discapito del ‘bene comune’”.
Federico Cenci – www.zenit.org

Quando il gender va all’assalto piace al marketing

gender blenderPochi giorni fa, aprendo il programma di posta elettronica, ho trovato l’invito a partecipare a una webinar, una conferenza trasmessa su una piattaforma on-line. Argomento proposto era l’impatto che l’ideologia gender avrà sul modo di rappresentare le persone nei media. Queste le euforiche parole di presentazione: «Stiamo assistendo ad un’incredibile evoluzione nell’identità di genere e ci stiamo allontanando rapidamente dai vari “o….o”. Che effetto avrà questo annebbiamento dei generi sulla pubblicità, sui media e sulla cultura quando entrerà nel mainstream?».

Nessun cenno, ovviamente, al conflitto che ciò sta generando all’interno delle società (non si deve disturbare il business). Pam Grossman, direttrice di Getty Images Visual Trends, nucleo di esperti che si occupa dell’analisi e dell’anticipazione delle tendenze future dei trend visivi, spiega nella conferenza cosa ci aspetta anche in termini, sostiene lei, di “opportunità”. Getty Images è una delle più grandi banche immagini del mondo, le cui fotografie appaiono su giornali, riviste e pubblicità e contribuiscono a modellare il modo di concepire la realtà. In particolare, il concetto centrale è quello di Genderblend cioè la “sfocatura dei generi” e, ancora, tradotto dalla neolingua, mescolanza di maschile e femminile o creazione di un linguaggio visivo androgino.

Secondo questa tesi tutto ciò può avere effetti positivi sulle campagna pubblicitarie: «scopri come il tuo branding visivo e le tue campagne possono trarre vantaggio dalla sfocatura della linea tra i generi».

Il Genderblending è, nell’ideologia del gender, la ribellione ai ruoli sessuali definiti e l’intrapresa consapevole di una strada di liberazione dal genere che porta al travestitismo e a tutte le forme di attivismo queer cui ci stanno catechizzando ossessivamente da qualche anno.

Qui si prospetta un passo ulteriore. Si spiega agli investitori e alle aziende come potranno lucrare dagli effetti di queste campagne e come si stiano preparando le grandi aziende che forniscono immagini e video e disegni pronti per le campagne pubblicitarie o per i corredi iconografici di libri e periodici. In occasione di tali conferenze si forniscono esempi chiari, lampanti: la foto di un maschietto vestito come una star androgina, con occhiali “glitter” e trucco femminile; un altro vestito da fatina o da angioletto (non si comprende), molte persone dal sesso indecifrabile ma ammiccanti, felici, nella loro nuova situazione androgina.

Insomma, gli arsenali visivi delle majors delle immagini si dotano di un’ulteriore potenza di fuoco per invadere ogni spazio dell’informazione visiva da riversare sui nostri figli negli anni.

Tutto questo è già in atto nella gran parte dei canali televisivi della fascia infantile, pieni di trasmissioni dove i bambini non sono più chiaramente maschi o femmine ma genderblender.

L’assalto alla ragione sembra ormai una campagna militare, purtroppo. Così scrivendo riporto anche le mie preoccupazioni di papà.

Mario Iannacone – Avvenire

Un decalogo per aiutare i genitori alle prese con il gender a scuola

Pubblichiamo dieci consigli per aiutare i genitori alle prese con i tentativi di introdurre la teoria del gender nelle scuole dei propri figli.

Consigli operativi concreti per contrastare l’introduzione dell’ideologia gender nell’insegnamento scolastico. Come agire e che cosa fare:

1. Ogni genitore deve vigilare con grande attenzione sui programmi di insegnamento adottati nella scuola del proprio figlio.

2. In particolare, va attentamente letto e studiato uno strumento denominato “Pof” (piano offerta formativa). In esso devono essere elencate chiaramente tutte le attività d’insegnamento che la scuola intende adottare (attenzione: in alcuni casi il Pof è annuale, in altri triennale!).

3. I genitori devono utilizzare lo strumento del “consenso informato”: devono, cioè, dichiarare per scritto se autorizzano, oppure no, la partecipazione del proprio figlio ad un determinato insegnamento. Il consenso va consegnato in segreteria e protocollato (obbligo di legge).

4. A questo punto, si deve avere ben chiaro che gli insegnamenti scolastici sono di due “tipi”:
• insegnamenti curriculari, cioè obbligatori (ad esempio: italiano; matematica, ecc..);
• insegnamenti extracurriculari, cioè facoltativi, dai quali è lecito ritirare il figlio.

5. Nel caso di insegnamenti curriculari (ad esempio, insegnamento delicato a scienze naturali, con nozioni sul corpo umano e sue funzioni, compresa la funzione riproduttiva), si raccomanda che i genitori vigilino con grande attenzione, intervenendo sul singolo insegnante e/o sul dirigente scolastico, qualora si scorgano impostazioni in contrasto con i propri valori morali e sociali di riferimento. Come sempre, più genitori si associano, maggiore è la forza di contrasto.

6. Ad oggi, l’insegnamento “gender” è possibile soprattutto nei programmi di educazione all’affettività e alla sessualità, oppure nei percorsi di “contrasto al bullismo e alla discriminazione di genere”. Sono insegnamenti extracurriculari ed à soprattutto a questi che si deve prestare speciale e massima attenzione.

7. Il consenso/dissenso deve essere formulato per ciascun singolo percorso/progetto/insegnamento (non deve essere generico), va depositato in segreteria e deve essere protocollato (obbligo di legge).

8. Il genitore ha il diritto di chiedere tutti i chiarimenti che vuole, coinvolgendo ogni istituzione scolastica, ad ogni livello: Consiglio di classe, Consiglio di istituto, Consiglio dei professori, dirigente scolastico/preside.

9. Si raccomanda di informare e coinvolgere le associazioni dei genitori: Age (segreteria.nazionale@age.it), Agesc (segreteria.nazionale@agesc.it).

10. L’articolo 30 della Costituzione italiana e l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sanciscono il diritto dei genitori all’educazione ed istruzione dei figli: ogni genitore ha grande potere decisionale e – cercando di aggregare altre famiglie – la possibilità d’intervento sugli organismi scolastici diventa tanto più forte e positiva, soprattutto se sostenuta da un’associazione genitori accreditata (Age, Agesc).

Un forte appello a tutti i genitori affinché si sentano protagonisti diretti, offrendosi come “rappresentanti di classe” ed entrando a far parte dei “Consigli di istituto”.

Massimo Gandolfini
Comitato “Difendiamo i nostri figli”

Uomo e donna, la verita’ è che siamo diversi

Perché stai cosi’?”. “Non è niente amore”. “Come niente? Hai un’espressione cosi’ triste”. “Non ti preoccupare tesoro, è solo stanchezza”. “Ok”. Tipico dialogo a tinte fosche, tra marito e moglie alla fine di una giornata stressante sul divano di casa. E quando lui risponde con un “ok” e continua a guardare la televisione, ecco che noi donne cadiamo nel pericoloso baratro nero del dubbio postprandiale: “Non si cura di me. Non mi domanda più niente. È distratto, pensa solo alla televisione”. E quando, dopo mezz’ora di silenzio, bombardate dai dubbi più atroci, esplodiamo, rosse di collera, in espressioni del tipo: “Ma non ti accorgi di quanto sto male?”. Ecco che lui scende dal Monte Olimpo con quell’aria da extraterrestre appena atterrato su un pianeta sconosciuto e ti dice: “Ma se te l’ho appena chiesto!”. E subito pensiamo: “Non mi ama abbastanza. Dopo tanti anni non riesce a comprendermi”. Niente di più falso. La verità è che parliamo due linguaggi diversi, con sfumature di mille colori, perché siamo diversi. Noi donne parliamo un linguaggio emotivo, allusivo, viscerale, mandiamo messaggi subliminali che spesso l’uomo non coglie abituato a dire chiaramente quello che pensa e a dare risposte concrete ai bisogni. Ma è proprio in questa diversità di comunicare, di pensare, di agire che è nascosto il mistero e la bellezza del versetto della Genesi: “Maschio e femmina li creò”. Quello che la cultura di oggi cerca di fare, soppiantando quella maschilista di ieri, è seminare l’idea che uomini e donne sono uguali e che liberamente si può scegliere se essere nella vita, l’uno o l’altro.

Educate dalle nostre mamme fin da bambine con la convinzione che la donna, per essere felice nel matrimonio, deve avere la sua indipendenza economica – io a dirla tutta la seconda parte della vita, se da lassù mi è concesso, vorrei trascorrerla felicemente a rigovernare il giardino di casa o a leggere poesie – siamo cresciute con l’idea che dobbiamo sempre dimostrare qualcosa. Essere brave nel lavoro come l’uomo, essere forti e non piangere davanti ad una scena romantica del film d’amore preferito, dimostrare che siamo in grado di gestire la casa, accudire tre figli, avere sempre un frigorifero pieno e contemporaneamente sembrare ogni mattina uscite da un salone di bellezza. Basta donne, il celeste non è il nostro colore. Tiriamo un bel respiro e fermiamoci a riflettere un attimo.

Non siamo chiamate a scimmiottare la figura dell’uomo forte, né a sembrare delle svenevoli geishe. Senza dubbio, dobbiamo imparare a controllare la nostra passione numero uno: lamentarci continuamente. Scrivere su di un foglio tutte le recriminazioni che vorremmo dirgli ed aspettare il momento giusto fino a renderci conto, rileggendole, di quanto erano inutili. Chiedere un abbraccio quando lo desideriamo senza mandare segnali di fumo con il display del cellulare. Per il resto, dobbiamo solo far venire fuori quei doni di cui il Padre ci ha ricolmate.

La capacità di accoglienza prima di tutto, recuperando quello sguardo compassionevole e leale verso l’uomo che amiamo, che lo fa sentire il guerriero capace di traghettare la barca della sua famiglia al là di ogni tempesta. Far venir fuori la dolcezza delle piccole cose, facendo il primo passo senza aspettare che l’altro decifri i nostri messaggi criptati. Sottomettersi, che non significa piegarsi ad un’autorità ma, nel senso paolino del termine, “stare sotto” alla casa della nostra famiglia per portare il peso, perché – si sa – le donne sono più fragili fisicamente ma più temprate nello spirito a custodire l’unità. E infine ringraziare, come faccio io adesso, le nostre mamme, non perché hanno scelto come la mia di non lavorare per accudire quattro figli, né di continuare dopo 42 anni di matrimonio a stirare ogni mattina la camicia di mio padre – perché altrimenti nell’armadio fa le pieghe – ma solo perché ha amato mio padre, perché si sono amati. È tutto ciò di cui avevo bisogno.
Giovanna Abbagnara su PuntoFamiglia

La finestra di Overton: Come rendere accettabile una idea inaccettabile

Perche’ e’ cambiata l’opinione pubblica su omosessualismo e matrimonio tra persone dello stesso sesso?

Per molti anni l’idea del matrimonio tra le persone dello stesso sesso non era considerata perchè la società non poteva accettare l’idea di matrimonio same-sex. I mass media però hanno influenzato in continuazione l’opinione pubblica, sostenendo le minoranze sessuali. I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono diventati prima accettabili, ma con deroghe, poi come accettabili e infine come neutrali. Ora sono recepiti come “accettabili, ma con deroghe”. Tra poco, probabilmente, diventeranno totalmente accettabili. Quali sono state le tecniche di persuasione adottate per far cambiare idea all’opinione pubblica?

La risposta c’è, ed è un’abile e quanto mai sottile forma di persuasione occulta, una sorta di ingegneria civile, messa in atto dalle menti del pensiero omosessualista. Queste tecniche si basano sulla “Finestra di Overton”.

La finestra di Overton è un modello di rappresentazione delle possibilità di cambiamenti nell’opinione pubblica, descrivendo come delle idee, totalmente respinte al loro apparire, possano essere poi accettate pienamente dalla società, per diventare infine legge. La cosa più inquietante è che queste idee nascono spesso da un piccolo gruppo e a vantaggio solo di pochi, con danni per tutti gli altri

Secondo Overton, qualsiasi idea, anche la più incredibile, per potersi sviluppare nella società ha una finestra di opportunità. In questa finestra l’idea può essere ampiamente discussa, e si può apertamente tentare di modificare la legge in suo favore. L’apparire di questa idea, in quel che potremmo chiamare la “finestra di Overton”, permette il passaggio dallo stadio di “impensabile” a quello di un pubblico dibattito, prima dalla sua adozione da parte della coscienza di massa e il suo inserimento nella legge.

Non si tratta di lavaggio del cervello puro e semplice, ma di tecniche più sottili, efficaci e coerenti, si tratta di portare il dibattito fino al cuore della società, per fare sì che il cittadino comune si appropri di una certa idea e la faccia sua. All’inizio è talvolta sufficiente che un personaggio pubblico o politico la promuova in modo caricaturale ed estremo, e che poi il resto della classe pubblica e politica smentisca con grande foga. Ecco, l’idea è nata, e la danza dei furbetti può cominciare. Il soggetto è lanciato, e si può discuterne per il bene di tutti e sgombrare il campo dagli equivoci!

Secondo questa teoria, una finestra è l’intervallo di idee che possono essere accettate dalla società in un determinato momento e che vengono apertamente manifestate dai politici senza che questi ultimi passino per estremisti. Le idee evolvono secondo i seguenti stadi:

  • inconcepibile (inaccettabile, vietato)
  • radicale (vietato, ma con delle riserve)
  • accettabile (l’opinione pubblica sta cambiando)
  • utile (ragionevole, razionale)
  • popolare (socialmente accettabile)
  • legalizzazione (nella politica dello Stato)

L’uso della finestra Overton è il fondamento della tecnologia di manipolazione della coscienza pubblica finalizzata all’accettazione da parte della società di idee che le erano precedentemente estranee e consente l’eliminazione dei tabù. L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo. Ciò comporta uno spostamento della stessa finestra, ed un dibattito polemico ben governato permette di raggiungere la fase ulteriore all’interno della finestra.

Dei gruppi di riflessione producono e diffondono opinioni all’esterno della Finestra Overton, per rendere la società più ricettiva verso l’idea in corso. Quando un gruppo di riflessione vuole imporre una idea considerata inaccettabile dall’opinione pubblica, utilizza la Finestra per tappe. Prendiamo ad esempio l’evoluzione del pensiero unico omosessualista: la teoria del gender. Lo spostamento della Finestra Overton in direzione di un cambiamento dell’atteggiamento verso le persone LGBT e le loro tesi può passare per i seguenti stadi:

Stadio 0 : in questo stadio il problema è inaccettabile, non è discusso nella stampa e non è ammesso dalla gente,

Stadio 1 : il tema evolve da “assolutamente inaccettabile” a “vietato ma con delle riserve”. Si afferma che non bisogna avere alcun tabù, il tema comincia ad essere discusso in piccole conferenze durante le quali degli stimati economisti, psicoanalisti e altri tecnici addentro al problema, fanno delle dichiarazioni di carattere “scientifico”. Il soggetto cessa di essere tabù e viene introdotto nello spazio mediatico. Risultato: il soggetto inaccettabile è messo in circolo, il tabù è desacralizzato, il problema non suscita più la medesima reazione, che comincia ad articolarsi in diversi gradi.

Stadio 2 : il tema del gender passa dallo stadio del radicale (vietato, ma con delle riserve) allo stadio di accettabile. Continuano ad essere citati economisti e sociologi e vengono create espressioni eleganti: non si parla più di emarginazione sociale propriamente detta ma, diciamo, di una realtà obiettiva nella quale sempre più persone LGBT hanno difficoltà a sopravvivere degnamente e che bisogna tentarle tutte pur di dare a tutti l’opportunità di vivere come pare a loro. L’obiettivo è di disconnettere il significato della parola dal suo contenuto nella coscienza sociale.  Nel frattempo, reportage televisivi cominciano a mostrare che le “innaturalità” della teoria del gender non sono mai state realmente dimostrate.

Stadio 3 : La Finestra Overton si sposta, trasferendo il tema dall’ambito dell’accettabile a quello del ragionevole/razionale, ciò che deriva dalla “necessità economica”. Si afferma che l’omosessualità è un fatto naturale. Non bisogna nascondere l’informazione che ognuno è libero di essere ciò che vuole e quando vuole..

Stadio 4 : da utile a popolare (socialmente accettabile). La discussione non verte solo sull’esempio di personaggi storici o mitici, ma anche ponendo l’accento sulla durezza dei tempi in cui gli omosessuali erano ghettizzati, malmenati ed emarginati. La teoria del gender comincia a essere ampiamente discussa nei programmi di informazione, nei dibattiti televisivi, nei film, nelle canzoni e nei clip. Per rendere il tema popolare, si cita spesso ad esempio un personaggio storico celebre che a suo tempo era stato costretto all’emarginazione, prima di diventare una persona importante.

Stadio 5 : da socialmente accettabile alla legalizzazione. Il soggetto è oramai lanciato, viene automaticamente riprodotto nei media e negli show-biz, e raccoglie consensi politici. Giunti a questa tappa, “l’umanizzazione” dei fautori della teoria del gender viene utilizzata per giustificarne la legalizzazione. Possiamo davvero noi giudicare ciò che è bene per ciascun individuo? Anche se tutto questo può sembrare a qualcuno “amorale”, è necessario, perché una società funzioni, che ognuno trovi il posto che più gli è congeniale.

Stadio 6 : da tema popolare, la teoria gender e tutte le rivendicazioni LGBT diventano legali. Si crea una base normativa, compaiono delle lobbies, vengono pubblicati degli studi che sostengono il tema della legalizzazione. Un nuovo dogma appare: “per una società più equa è necessario che le persone LGBT abbiano gli stessi diritti alla famiglia o alla procreazione degli eterosessuali”. La legge è approvata, il gender diventa luogo comune nelle scuole e nei giardini di infanzia e la nuova generazione non riesce a capacitarsi di come si sia potuto pensarla in modo diverso.

Molte altre idee contemporanee sembravano assolutamente inconcepibili solo qualche decina di anni fa e sono poi diventate accettabili per la legge e agli occhi della società: aborto, immigrazioni massive, droghe “leggere”, eutanasia, pedofilia, incesto, poliamore . Non credete che questa evoluzione abbia seguito lo scenario sopra descritto? Credete davvero che queste “riforme” si siano ispirate al bene comune o non piuttosto che siano state adottate nell’interesse di qualcuno?

da: http://www.cristianiperlanazione.it/

Perché il gender non serve contro bulli e femminicidi

Ma questa educazione di genere a chi serve? È davvero utile per combattere i cosiddetti stereotipi di genere? Serve realmente introdurre nelle scuola una “competenza di genere” per contrastare la discriminazione e l’omofobia? Se tra i programmi scolastici fosse stabilmente inserita l’educazione di genere, e magari anche il “linguaggio di genere”, potremmo meglio controllare fenomeni odiosi e inaccettabili come il bullismo, il sexting, la violenza sulle donne, o addirittura il femminicidio? La questione non è più eludibile dopo la bufera che ha travolto l’Unar (fondi pubblici per un progetto sociale destinati a un’associazione nei cui circoli si praticherebbe la prostituzione gay), ma anche dopo le polemiche che accompagnano stabilmente leggi come quella sull’educazione di genere, di cui la Commissione cultura della Camera ha proposto qualche giorno fa un testo unificato – considerato ambiguo e pericoloso dalle associazioni familiari – che servirà per arrivare alla discussione in Aula. Ma sotto osservazione c’è anche l’ormai famigerato comma 16 della legge sulla “Buona scuola” la cui formulazione ambigua, apparentemente favorevole alle teorie gender, ha convinto il ministero ad avviare la stesura di linee guida interpretative. Peccato che questi chiarimenti non siano mai arrivati, alimentando inevitabilmente disorientamento e sospetti.

Perché abbiamo ricordato il caso Unar? Perché l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali era stato investito, fin dal 2012 (governo Monti, Dipartimento per le pari opportunità sotto la gestione Fornero), del compito di dare concretezza alla “Strategia nazionale contro le discriminazioni”. Un complesso pacchetto di iniziative di cui il cui primo capitolo era proprio dedicato all’educazione e all’istruzione. La vicenda dei tristemente noti volumetti dell’Istituto Beck ispirati alle teorie del gender e diffusi nelle scuole, poi ritirati, poi ancora diffusi senza troppo clamore e infine dissolti nel nulla dell’insignificanza, faceva proprio parte di quel disegno. Un progetto secondo cui sarebbe risultato urgente diffondere nelle scuole una cultura di genere anche attraverso «iniziative volte ad offrire ad alunni e docenti, ai fini dell’elaborazione del processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere».

E poi, naturalmente, progetti secondo cui l’educazione di genere sarebbe risultata la terapia più efficace contro la discriminazione, il bullismo, la violenza di genere. Al di là dell’ambiguità della formulazione, che tradiva l’impostazione ideologica non a caso formulata grazie alla consulenza di 29 associazioni lgbt, nessuno si è mai interrogato sull’effettiva utilità del mezzo. Mettiamo da parte per un momento la difficoltà di definire in modo univoco l’espressione “educazione di genere”. Anche tra i pedagogisti le opinioni sono tanto diverse da apparire inconciliabili. Limitiamoci a due interpretazioni. Si tratta di un insieme di conoscenze che deve limitarsi a fornire informazioni per combattere modelli negativi e banalizzanti nella rappresentazione del maschile e del femminile in chiave antidiscriminatoria?

Oppure occorre scendere nel cuore delle relazioni interpersonali, addentrandosi nell’educazione all’affettività, ai sentimenti, alla sessualità, con un approccio che solo la malafede può presumere di mantenere su un piano informativo neutro, slegato dai valori e dal significato profondo della sessualità umana? In ogni caso la materia non può essere maneggiata senza quelle attenzioni e senza quella delicatezza richiesta da un approccio autenticamente educativo e, soprattutto, senza il coinvolgimento diretto e informato dei genitori. Attenzioni che nel testo unificato della legge in discussione alla Commissione cultura della Camera, vengono solo accennate, lasciando spazio al rischio che il ruolo della famiglia possa essere subordinato alla “professionalità” dei docenti.

Problemi reali, e anche drammatici, che lasciano però ancora irrisolta la questione centrale. Hanno senso gli sforzi per rimettere ordine nella marcia finora a senso unico dell’Unar, con una razionalizzazione dei programmi e una verifica dei finanziamenti? Ha senso affrontare un dibattito legislativo che s’annuncia lungo e difficile per definire l’educazione di genere e impedirne le derive facilmente immaginabili? E se poi questo approccio pedagogico non servisse per combattere discriminazioni e violenze? Se non fosse questa la strada giusta per opporsi al dilagare dei femminicidi? Il sospetto è stato avanzato dal Moige che proprio nel corso dell’audizione per la legge sull’educazione di genere, ha portato una serie di dati desunti dall’agenzia Onu ( United Nations Office on drug and crime). L’Italia ha un tasso di femminicidi dello 0,24 ogni centomila abitanti, cioè più basso di quello di Austria, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Svizzera, Finlandia, tutte nazioni considerate come modello avanzato di educazione di genere. Come mai in quei Paesi questo approccio pedagogico considerato d’avanguardia non ha funzionato? Le perplessità aumentano osservando che lo stesso flop educativo si riscontra per la battaglia contro il bullismo. Nei Paesi del Nord Europa – sempre quelli dove l’educazione di genere è affermata e certificata – i tassi della microcriminalità giovanile sono in media dieci volte superiori a quelli italiani. Anche su questo fronte quel tipo di approccio educativo si è rivelato un’arma spuntata. E nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti.

Che ci sia qualcosa che sfugge ai nostri ideologi delle gender theory è però evidente. Ìl caso Norvegia è noto, ma è utile ricordarlo. Il più avanzato centro di ricerca nazionale sul tema, il “Nordic gender institute”, si è visto sospendere i finanziamenti dal governo ormai tre anni fa, quando le statistiche locali hanno dimostrato che la battaglia per la parità di genere (comunque già molto radicata nei Paesi nordici) non aveva fatto un solo passo grazie all’educazione di genere. Torniamo ai femminicidi. Fermo restando che una sola donna uccisa per ragioni legate al genere risulta un fatto comunque inaccettabile, va anche detto che in Italia la media dei femminicidi appare costante da 15 anni. Ma che tipo di educazione di genere servirebbe per offrire soluzioni non velleitarie a questo problema? Forse, se vogliamo rispondere in modo non ideologico a questa ma anche ad altre emergenze, sarebbe necessario rivedere in fretta alcune convinzioni educative e convincerci che la pedagogia di genere, semmai riuscissimo a definirne i contorni in modo convincente per tutti, non può essere lo strumento decisivo per incidere sulla deriva di valori e sulla crisi relazionale che scombinano la nostra società. E non può esserlo soprattutto se questo impegno viene lasciato soltanto alla scuola, soprattutto sulla base di norme tanto contraddittorie, ignorando che quando si parla di differenza sessuale, di verità dei ruoli e dei modelli sessuali, di rispetto, di sentimenti, di affetti, si parla inevitabilmente di amore. E questo non si può fare secondo i commi di una legge e neppure secondo i modelli dell’Unar.

Ideologia gender: il “paradosso norvegese”

ideologiagender1I fautori dell’ideologia della parità di genere, qui in Italia, guardano ai Paesi scandinavi come a dei modelli da seguire. Non tutti sanno, però, che nella progressista Norvegia, ad esempio, l’ideologia gender ha sì conosciuto una fase storica di popolarità, ma oggi si sta sciogliendo come un blocco di ghiaccio nel mare di Barents all’approssimarsi della stagione estiva.

Lo dimostra un fatto su tutti. Nel 2011 il Consiglio dei ministri dei governi nordici ha deciso di sospendere i finanziamenti al Nordic Gender Institute, fervido centro di ricerche sull’uguaglianza di genere nonché bandiera dell’ideologia gender. La decisione è avvenuta a seguito di un dibattito che ha appassionato l’opinione pubblica scandinava per diversi mesi.

A suscitarlo è stata la trasmissione sulla tv nazionale norvegese di un documentario girato dal sociologo e attore Harald Eia, famoso in patria per essere il protagonista di un programma comico. Il documentario si chiama Hjernevask (lavaggio del cervello) e ha il pregio di indagare in modo meticoloso sull’eventuale presenza di fondamenti scientifici dell’ideologia gender, secondo cui donne e uomini sarebbero diversi solo dal punto di vista fisico, poiché le attitudini costituirebbero caratteri non innati bensì appresi da imposizioni culturali da eliminare.

Nella prima puntata Eia prende in esame quello che lui definisce il “paradosso norvegese”. La sua inchiesta parte dall’Università di Oslo, dove incontra Camilla Schreiner, autrice di una ricerca dalla quale emergono dati sorprendenti circa le scelte e gli interessi lavorativi dei due sessi. Dati che dimostrano che in Norvegia, dopo anni di politiche per la parità di genere, le differenze tra uomini e donne sono più marcate rispetto al passato. I cosiddetti “stereotipi” trovano conferma proprio nel Paese che guida la classifica mondiale in campo di rispetto dell’uguaglianza di genere: la dimostrazione è che il 90% degli infermieri sono donne e il 90% degli ingegneri sono uomini.

La conclusione cui giungono gli esperti è quindi che, laddove è concessa maggiore libertà d’espressione senza condizionamenti, le donne e gli uomini esprimono scelte differenti. Teoria corroborata anche da un altro fatto: in Paesi in cui l’uguaglianza di genere resta una chimera (Arabia Saudita, Pakistan, Malesia…), le donne prediligono attività professionali tecniche, giacché vengono viste come un mezzo di emancipazione o, semplicemente, come opportunità lavorative con più offerta.

Basterebbe questa ricerca per incrinare l’ideologia gender o quantomeno per innescare un dibattito. Il quale viene però rifiutato dai suoi sostenitori. Ne danno prova, nel documentario, Cathrine Egeland, filosofa che lavora all’Istituto di ricerca del lavoro, e Jørgen Lorentzen, del Centro di ricerca interdisciplinare sul genere dell’Università di Oslo. Quest’ultimo definisce “studi superati” le teorie secondo cui le differenze tra uomini e donne sono dovute, oltre che in parte ad aspetti culturali, anche e soprattutto a fattori biologici. E sorride sarcastico quando l’intervistatore gli fa presente dell’esistenza di qualificate ricerche sull’origine innata delle differenze sessuali.

Per andare al di là di quel ghigno superbo, Eia si mette in viaggio e decide di incontrare personalmente gli autori di quegli studi che Lorentzen ritiene esser “superati”. Attraversa così la Norvegia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti e visita alcune tra le più prestigiose università del mondo. È qui che dialoga con professori di psicologia, medicina e sociologia.

Il prof. Trond Diseth, dell’Oslo University Hospital, gli espone un suo studio, elaborato lavorando con bimbi che presentano malformazioni genitali, dal quale emerge che le scelte dei bambini riguardo i giocattoli riscontrano differenze tra maschi e femmine fin dall’età di nove mesi. Bambini ancora più piccoli sono quelli presi in esame dal prof. Simon Baron-Cohen, membro del Trinity College, il quale è giunto a dimostrare che esistono caratteristiche innate e differenti nei cervelli di neonati maschi e femmine e che queste differenze sono dovute anche alla quantità di testosterone prodotto.

Tutti gli esperti intervistati da Eia affermano che le differenze sessuali sono soprattutto di carattere biologico, ma essi non escludono affatto l’esistenza di influenze ambientali. Al contrario, i pasdaran della “gender theory” si arrogano di negare ogni incidenza biologica fondando le loro tesi soltanto sugli aspetti culturali e – come dicono loro stessi – sulla teoretica, ossia su un’attività priva di finalità pratiche.

Questo approccio integralista appare lampante nell’ultima parte del documentario. Eia torna dai sostenitori norvegesi del gender portando con sé i video girati con gli esperti che dimostrano la validità dell’origine biologica dell’identità sessuale. Messi di fronte alle prove scientifiche, essi sembrano brancolare nel buio.

Emblematica è la risposta che dà Cathrine Egeland, la quale giustifica il suo sostegno al gender con queste parole: “Credo che le scienze sociali dovrebbero sfidare un pensiero che si basa sul dire che le differenze sessuali sono biologiche”. Sfidare? Il ruolo delle scienze non dovrebbe, piuttosto, essere quello di giungere, attraverso una ricerca inclusiva di tutte le ipotesi, a una descrizione della realtà?

La risposta della filosofa norvegese dimostra due cose. In primo luogo l’inconsistenza scientifica del gender, e poi il tentativo dei suoi sostenitori di intraprendere una battaglia ideologica per rimodellare la società secondo le loro astrazioni. Di questo inganno se ne sono accorti persino lassù in Scandinavia, visto che hanno tagliato i fondi al Nordic Gender Institute. Quaggiù in Italia, invece, certe sirene sembrano ancora incantare.

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il video in lingua originale sottotitolato in italiano si può guardare qui.

L’altra faccia della teoria gender: “Nega ogni differenziazione e afferma il massimo arbitrio”

Spazio allora al Dottor Gilberto Gobbi, noto psicologo e psicoterapeuta veronese, le cui posizioni nei confronti della teoria gender sono decisamente scettiche. Un binario parallelo quello dei due specialisti, condivisibile per alcuni, per altri criticabile, ma pur sempre nel solco della scienza medica.

Dott. Gobbi, nel suo blog ha dichiarato che il gender è un’ideologia che “si è imposta con un nuovo linguaggio, nuove norme, così da invadere anche l’ambito educativo con la proposta/imposizione di nuovi contenuti, imponendosi con un successo impensabile in tutto il mondo, divenendo globalmente normativa, una imposizione dittatoriale”.

Vorrei fare una premessa. Si vuole a tutti i costi negare l’esistenza del Gender e si afferma che esistono solo “studi di genere”, in quanto vi è una serie di studi e ricerche sul genere e null’altro. E’ vero che vi sono questi studi, ma nel contesto vi è un filo conduttore, una stratificazione culturale e antropologica che unisce questi studi, per cui si può affermare che negli ultimi 50 anni è emersa l’ideologia del Gender con caratteristiche e connotazioni ben precise, che partendo dalla sessualità ha coinvolto il senso e il significato della procreazione, della famiglia, del matrimonio, della genitorialità, dell’utero in affitto, dell’affidamento e dell’adozione. Il Gender è la proposta di un nuova antropologia, cioè di una nuova concezione dell’uomo, che nega ogni differenziazione e afferma categoricamente il massimo arbitrio di ciascuno.

 

Nuova antropologia, la stessa che sostiene quando spiega che il gender “porta con sé una rivoluzione di valori e ideali e sta scardinando la cultura giudaico-cristiana, e impone una nuova visione antropologica dell’uomo”.

Uno dei principi fondamentali del gender è che “sesso” e “genere” non coincidono, perché biologicamente si può appartenere a un determinato sesso, ma scegliere un genere diverso a seconda della percezione di sé, che può essere modificato in qualsiasi momento. Il gender, infatti, sostiene che la persona è il risultato dei modelli e dei ruoli sociali, ignorando non solo il significato ontologico della persona, ma anche il modo e il percorso psicologico con cui elabora se stessa nel processo della propria identità.

 

Secondo lei la teoria gender, proposta nelle scuole, può entrare in conflitto con l’etica, quella che universalmente è riconosciuta come la morale? E tale teoria può creare o meno problemi nella sessualità del bambino?
La separazione del sesso biologico da quello psicologico (identità di genere) porta a concludere che il maschile e il femminile sono costruzioni puramente sociali. Sotto l’aspetto generale vi sarà la desessualizzazione della coppia (uomo/donna), per cui la maternità e la paternità non sono delle realtà in relazione con l’identità maschile e femminile, ma funzioni sociali. L’uomo è escluso dalla procreazione, che diviene proprietà della donna e, in una prospettiva già attuale, un’appropriazione e manipolazione della tecnica per soddisfare i “bisogni” dei singoli e delle diverse coppie ad avere a tutti i costi un bambino (figlio!). In sintesi, con il pensiero dominante dell’ideologia del Gender, che cosa viene insegnato al bambino e successivamente al ragazzo (secondo gli orientamenti dellOMS)? Questi aspetti. La sessualità è scissa dalla procreazione con la contraccezione e l’aborto; la coniugalità è dissociata dal matrimonio con la convivenza e con la costruzione di diverse “famiglie”, fondate sul “volersi bene” e il riconoscimento delle differenti “unioni civili”; la fecondità è dissociata dall’atto sessuale con la procreazione medicalmente assistita e la donazione dei gameti; la stessa gestazione è disgiunta dalla maternità con la maternità surrogata; vi è il riconoscimento del diritto per qualunque soggetto e coppia di adottare e di “farsi fare un figlio” (omogenitorialità).

 

In Fa’afafine si fa spesso riferimento a termini quali “Gender Fluid” e “Terzo sesso”, può offrirci una spiegazione?
Nello sconvolgimento della concezione della sessualità, si arrivato alla proposta molteplicità degli orientamenti sessuali sino alla teorizzazione della fluidità del sesso e all’affermazione che ciascuno, a seconda della situazione psicologica, può scegliere di volta in volta la propria identità sessuale. Di qui il Gender fluid. Come si comprende qualunque orientamento sessuale è una variante della sessualità, per cui tutto dipende dalla scelta che ognuno può e ritiene di fare.

 

Alex, il protagonista, è un ragazzo che nei giorni pari si sente uomo e nei giorni dispari donna, quando s’innamora vuole esserlo entrambi. C’è il pericolo, secondo un punto di vista medico, che un bimbo o una bimba di dieci anni, dopo aver assistito allo spettacolo, ne escano turbati?
La storia, così come viene presentata, incarna perfettamente quanto sopra affermato circa la fluidità dell’identità sessuale. Il bambino di fronte a tale impostazione ne esce turbato, anche se lo dimostra e si chiude in sé. Ciò che gli è stato trasmesso diviene oggetto di turbamento e di pensieri non sereni, diciamo così. Perché? Partiamo da un dato reale, che la psicologia in questi cent’anni ha analizzato, approfondito e diffuso in migliaia e migliaia di pagine: il bambino di qualunque età ha bisogno di sicurezze circa la propria identità sessuale e quindi della propria identità di genere. Sicurezze che l’ambiente educativo (genitori e istituzione scolastica e sociale), deve confermare e riconfermare. Non è compito dell’educatore de-strutturare psicologicamente il bambino, anzi aiutarlo a capirsi e ad accettarsi nella sua profonda identità per favorire la sua collocazione nella realtà sociale che è profondamente connotata dalle differenze, in primis dalle differenza sessuali. E’ la prima differenza con cui impatta nel venire al mondo. Se l’educatore non fa questo, fallisce nel suo scopo.

 

Può entrare più nel dettaglio?

Il bambino si confronta sulla differenza sessuale sin dalla primissima infanzia. Chi ha figli piccoli, provi a chiedere a un bambino tra i 2 anni e mezzo 3, “che cosa sei?”. Vi guarderà meravigliato e vi risponderà con forza che “lui è un maschio”. Cosi la bambina della stessa età vi dirà che “è una femmina”. La percezione psicocorporea della diversità maschile e femminile e di conseguenza della identità di genere è già chiaramente presente a questa età. Questo è un dato incontestabile. Chi lo nega sa di mentire. Per la quasi totalità dei soggetti, questa percezione identitaria diviene sempre più chiara con gli anni e si rafforza col tempo, pur potendo avere qualche possibile sbandamento nella preadolescenza/adolescenza. Tutto ciò, per la stragrande maggioranza delle persone, diviene strutturata fondamentale con la giovinezza, attraverso l’identificazione maschile o femminile. Programmi “educativi” o spettacoli come quello di Fa’afafine possono incidere sulla psiche del bambino, che si trova di fronte a una proposta destrutturante della sua identità. Teniamo presente che non ha ancora fatto il salto di qualità dal dato del piacere a quello della realtà; non ha ancora acquisito determinati aspetti delle sue pulsioni. Non si conosce nelle tensioni e si sta aprendo alla vita nelle sue varie e articolate sfaccettature. Va rispettato nel suo stadio di sviluppo. Un’iperstimolazione e l’anticipazione di determinati stimoli e contenuti può bloccare lo sviluppo psicoaffettivo. Pertanto, un’impostazione dell’educazione all’identità di genere che tenda a mette in discussione l’identità psicosessuale del soggetto, lo destruttura e lo orienta verso una sessualità fluida, che gli permette da grande di poter fare le scelte sessuali secondo ciò che prova e desidera. Di età in età, acquisisce che vi è il genere, la differenza di genere, che non ha radici biologiche e si articola in vari generi/orientamenti, tutti positivi, e che le relazioni sessuali tra persone possono essere multiple secondo il proprio sentire.

 

Come scaturisce il percorso che porta alla formazione dell’identità sessuale? E quando avviene la divergenza tra maschio e femmina?
Il percorso della costruzione della propria identità sessuale inizia con l’inizio della vita. L’essere umano viene concepito dall’incontro di due cellule, provenienti da due esseri, i genitori, profondamente diversi e caratterizzati ciascuno da contenuti genetici differenti (maschile XY, femminile XX). Questo è il primo dato di realtà incontestabile: per avere un essere umano occorre il contributo di un maschio e di una femmina, l’integrazione tra il maschile-paterno e il femminile-materno. Cioè, alla base della formazione della personalità, vi è la genetica, vi è il sesso biologico, che permane come fattore primario e determinante dello sviluppo della personalità, nelle sue varie fasi, con la costante interazione e interdipendenza con il fattore psicosociale. Riscontri scientifici fanno ipotizzare l’esistenza di una psicologia maschile e di una psicologia femminile, in quanto i soggetti sono influenzati precocemente da fattori ormonali del testosterone fin dal periodo della gestazione, in una fase di vita non ancora condizionata dall’impatto ambiente/relazionale. Questo comporta che non sia possibile rifarsi allo sviluppo del bambino senza distinguere tra quello maschile e quello femminile. L’identità del sesso biologico sta alla base della formazione dell’identità psicosessuata e anche dell’identità di genere. Come si è detto, già tra i 2 anni e mezzo e tre il bambino ha chiaro la sua identità sessuale. Il processo di costruzione della propria individualità è un percorso lungo e fatico, che attraversa fasi diverse e approda a sponde diverse a seconda del percorso. Il bambino cresce tra le figure della madre e del padre e di altre persone. E’ parte integrante di un contesto psicosociale del nucleo familiare, è a contatto e si confronta con le figure differenti, il maschile e il femminile, il padre e la madre. Acquisisce il proprio schema corporeo, elabora dentro di sé la propria immagine corporea e il sé corporeo sessuato. Raffronta il sé corporeo sessuato con l’immagine che elabora e gli viene presentata di sé dall’ambiente. Come si vede è un percorso che, attraverso l’identificazione, la differenziazione e la separazione, richiede sempre la relazione e il confronto con l’altro, con l’alterità. Il riconoscimento e la formazione della propria identità, compresa quella sessuale, avviene attraverso questi processi psicologici.

 

In ambito psicologico, esistono bambini che soffrono di disturbi d’identità di genere?
Di fronte alla stragrande maggioranza dei bambini, che vivono la propria identificazione tra il sesso biologico e quello psicologico, vi sono anche, pochi, che vivono la disforia di genere. Si caratterizzano per la tendenza a identificarsi con il sesso biologico opposto, in età precoce. L’inadeguatezza tra le due dimensioni provoca disagio, di cui occorre prendere atto, verificarne la consistenza, essere molto attenti, consultare persone competenti e verificare nel concreto, con delicatezza, persona per persona, ciò che è più conveniente. Come sempre si tratta di non generalizzare. La generalizzazione provoca molteplici danni in ogni settore, in particolare là dove ci si trova ad operare con il bambino in crescita con problematiche particolari.

 

Ci tolga una curiosità, Dr. Gobbi, lei ha dei figli grandi ed è nonno, accompagnerebbe i suoi nipoti a vedere lo spettacolo?
Ho tre figli grandi e con famiglia, che certamente non porteranno i loro figli a vedere lo spettacolo, non perché glielo suggerisce il padre, ma perché hanno il buon senso di sentirsi loro padri responsabili dell’educazione psicosessuale dei propri figli. Per confrontarsi con i figli non c’è bisogno di questi spettacoli, ma di un’apertura critico-costruttiva alla realtà. Poi non ho mai ritenuto che la scuola abbia il compito sostitutivo dei genitori. L’ambito dell’educazione è molto delicato e quando lo stato se ne appropria si aprono orizzonti totalitari già visti.
Marco Tirinnanzi – Lo Schermo

Transgender. I minori come testimonial dell’identità sessuale fluida

Ora che il discusso numero del ‘National Geographic’ con il gender in copertina si è fatto conoscere direttamente anche dai lettori italiani (‘Avvenire’ ne ha parlato ampiamente) bisogna riconoscere che il servizio centrale «Questioni di gender» è esemplare – è il caso di dire – nel suo genere: include argomentazioni, slogan, ma soprattutto strategie e obiettivi di chi mira a costruire quel Mondo Nuovo in cui la specie umana non è più caratterizzata dall’essere uomini e donne ma da individui la cui identità sessuale è uno ‘spettro’, cioè un continuo di possibilità, senza distinzioni nette l’una dall’altra. Ma, anche per un gioco di parole non voluto ma inevitabile, ‘spettro’ pure nel senso letterale: un fantasma, impalpabile e indefinito, oggetto di leggende e verità solo per ingenui creduloni. Come da tradizione, bellissime le foto a corredo della tesi della rivista, il cui obiettivo – già esplorato su queste pagine – è riassunto nella prima pagina del pezzo centrale: «Maschio o femmina? I ruoli tradizionali sono ormai considerati un limite, ma trovare una nuova identità di genere non è così semplice».

A essere in discussione, infatti, non è tanto il genere di appartenenza dei singoli protagonisti quanto l’idea stessa del ‘modello binario’: non esistono solamente maschile o femminile ma tante possibilità intermedie, indefinite. E poi, chi l’ha detto che si deve decidere per una soluzione conclusiva, qualunque essa sia? Il mondo è cambiato, non chiede più certezze. Ma «la biologia ha l’abitudine di manifestarsi, prima o poi», e allora se l’adolescenza fa il suo corso e il corpo cambia è sempre possibile – rassicura Robin Marantz Henig, che ha firmato l’articolo – bloccare la pubertà con i farmaci, per prendersi tutto il tempo per decidere cosa fare. E pazienza se «gli effetti a lungo termine sono ancora sconosciuti». Non mancano le argomentazioni classiche, come le isole dal nome esotico in cui tutto questo è già realtà, paradisi incontaminati in cui femminile e maschile non sono mai stati ben distinti, quasi a suggerire una natura primordiale di cui l’Occidente civilizzato ha perso la memoria. E c’è spazio anche per la domanda retorica dell’esperto, che scaccia ogni dubbio al genitore incerto sul da farsi: «Volete una bambina felice o un bambino morto?», riferito al figlio che si sente femmina. Come pure si confondono le acque mischiando percezioni personali con anomalie genetiche o disfunzioni ormonali, per cui il sesso attribuito alla nascita non corrisponde a quello del corpo sessuato durante lo sviluppo. «Intersex» è il nome per questa condizione. Il nostro Comitato nazionale per la bioetica ha affrontato l’argomento nel 2010, nel parere «I disturbi della differenziazione sessuale nei minori: aspetti bioetici», dove sono chiare le differenze sostanziali con le problematiche transgender.

Ma la vera novità del servizio apparso sulla rivista – e che sarà al centro di un documentario televisivo in onda questa sera sul canale che ne porta il nome – non sono tanto questi contenuti quanto piuttosto i protagonisti: tutti e solo minori. L’indeterminatezza dell’identità sessuale nel pezzo del ‘National Geographic’ riguarda bambini o adolescenti, mai adulti. Perché? A pensarci bene anche la ‘guerra dei gabinetti’ che tanto ha impegnato l’amministrazione Obama – quei provvedimenti che in diversi Stati americani hanno proibito o concesso l’uso dei bagni a seconda del genere percepito, e non di quello anagrafico – ha coinvolto soprattutto scuole secondarie, e quindi adolescenti. In un articolo del «New York Times» pubblicato nel maggio dell’anno scorso, nel quale si discuteva dell’incerta numerosità dei giovani transgender, si giustificava tanto interesse con la loro vulnerabilità: bullismo e alti tassi di suicidio, più che nella popolazione generale. Ma sono molte, purtroppo, le condizioni di fragilità con questi esiti, in gruppi ben più numerosi e con dati più certi e consolidati. Un motivo più stringente lo si può allora ipotizzare pensando all’obiettivo dichiarato degli attivisti transgender: il riconoscimento legale del genere percepito, e quindi la riassegnazione del sesso riconosciuto alla nascita, senza la necessità di un intervento chirurgico, visto spesso come una ‘sterilizzazione forzata’.

In altre parole: per gli attivisti transgender il corpo sessuato di per sé non è sufficiente a decidere l’identità sessuale di una persona ma è determinante la percezione di sé. L’apparato riproduttivo, l’aspetto fisico o i comportamenti, l’abbigliamento, non devono necessariamente essere riconducibili solo a uno dei due generi «rigidamente stabiliti», quello maschile o femminile: si possono avere genitali maschili, voce roca, e al tempo stesso capelli lunghi, lisci, portare minigonna e tacchi alti mostrando gambe perfettamente depilate, ed essere perfettamente a proprio agio con se stessi facendosi chiamare ‘Eva’ anche all’anagrafe. Se poi convivi con Elisabetta non è neppure importante stabilire se la relazione sia omo o eterosessuale. L’intervento chirurgico demolitivo e/o ricostruttivo dell’apparato sessuale ha un carattere di irreversibilità e definitività che fa a pugni con questa impostazione ‘fluida’: se ricostruisci gli organi genitali puoi farlo solo in chiave maschile o femminile, e non è pensabile tornare indietro successivamente. Ma per un adulto ‘in transizione’ la modifica anche chirurgica è il passo finale che ci si aspetta, e spesso, come ha stabilito anche la nostra Corte Costituzionale, è richiesta l’irreversibilità della transizione sessuale per poter poi procedere alle modifiche anagrafiche: continua quindi a valere come riferimento il modello binario maschio-femmina, non quello fluido.

Per un minore, però, è diverso. Non è necessario essere specialisti per intuire che un intervento chirurgico demolitivo e/o ricostruttivo dell’apparato riproduttivo di un bambino piccolo, o di un adolescente ancora in crescita, può avere conseguenze devastanti, vere e proprie mutilazioni permanenti che difficilmente possono trovare giustificazioni mediche, se non in gravi patologie ben definite. Già diverse autorità nel campo dei diritti umani, dall’Onu al Consiglio d’Europa, si sono pronunciate contro i trattamenti cosiddetti ‘gender-normalizing’, quando non necessari per la salute fisica del minore, e senza il suo consenso. E quindi in un ragazzino che si senta invece ragazzina, o viceversa, quell’intervento medico definitivo prevedibile in un adulto, obbligatorio per una modifica anche anagrafica, diventa impraticabile: l’unica forma proponibile per assecondare le percezioni del bambino è quella propriamente transgender, cioè la coesistenza di apparato riproduttivo – anche se non pienamente sviluppato – appartenente a un genere, solitamente quello attribuito alla nascita, e comportamento e abbigliamento riconducibili all’altro. Per l’anagrafe non si può aspettare la maggiore età: intanto si cambia il nome, per il ‘massimo interesse del minore’, e poi si vedrà.

La categoria di ‘bambini Lgbt’ compare già in documenti di istituzioni internazionali, come la «Strategia del Consiglio d’Europa per i diritti dei bambini (2016-2021)», anche se li si nomina solo in riferimento ai loro diritti. Insomma, far digerire all’opinione pubblica l’esistenza di bambini transgender significa non solo consolidare l’idea che il corpo sessuato è inincidente rispetto all’identità sessuale individuale ma che gli interventi che tendono a riportare queste situazioni al modello naturale maschio-femmina vanno evitati. È lo «spettro delle espressioni e delle identità di genere» il nuovo paradigma della specie umana, in luogo della millenaria differenza sessuale uomo-donna. Se si inizia con i più piccoli, tanto più continuerà a valere per gli adulti. Da non sottovalutare infine l’impatto delle immagini: un fascicolo interamente illustrato con foto di giovani e bambini suggerisce quel che sarà nelle generazioni future, il Mondo Nuovo che inizia a svelarsi. Il che, per usare un eufemismo, non ci tranquillizza affatto.
Assuntina Morresi – Avvenire

Femminile e maschile: dove sta la differenza

Ultimamente si parla molto di uomini e donne, di maschile e femminile, di stereotipi di genere più o meno influenzati dalla cultura e dalla società di riferimento, e via discorrendo… E spesso l’impressione è che la confusione riguardo a queste tematiche sia tanta, anche all’interno delle realtà ecclesiali. Per dissipare qualche dubbio e contribuire a fare chiarezza, La Nuova Bussola Quotidiana ha interpellato Marco Scicchitano, co-autore con Tonino Cantelmi di Educare al femminile e al maschile (Ed. Paoline).

Quali sono le differenze che intercorrono tra i binomi “maschio e femmina” e “maschile e femminile”?

Maschio e femmina sono una realtà biologica data e corrispondono alla naturale diversificazione sessuale della specie umana. Maschile e femminile descrivono invece la realtà psicologica e culturale che si viene a creare intorno alla realtà biologica, e a partire da essa. Un grave errore di alcune derive culturali moderne è non considerare l’ancoraggio che il dato culturale ha nel biologico.

È molto significativo che nel titolo del vostro libro si parli di educazione: quali sono i principali accorgimenti che genitori, educatori e insegnati dovrebbero avere ben presente nell’aiutare i bambini e i ragazzi a trovare la propria identità?

Un punto importante è che è sempre e comunque necessaria l’accoglienza della specificità originale di cui ogni persona umana è portatrice. Capire le sue peculiarità originali e le caratteristiche che gli sono proprie è il modo concreto in cui manifestiamo concretamente l’accoglienza: “ac-cogliendo” la ricchezza che possiede. Nel nostro lavoro abbiamo imparato a svincolarci dagli schemi preconfezionati e mantenere uno sguardo il più possibile “pulito” e scevro dai condizionamenti che derivano dalle posizioni ideologiche. In questo modo è risultato evidente che ci sono delle differenze irriducibili tra maschi e femmine, delle quali è importante tener conto in campo educativo. Il modo di reagire alla disciplina è molto differente, così come il modo di vivere la sessualità è molto diverso, soprattutto in età adolescenziale. Anche i tempi di sviluppo delle facoltà cognitive, così come quelli di elaborazione degli stati emotivi variano con significatività a seconda se si è maschi e femmine.

Uomini e donne sono profondamente diversi: la biologia, la neurologia e la psicologia lo attestano in maniera inconfutabile. Quali sono le principali peculiarità proprie dell’universo maschile e di quello femminile?

Un punto fondamentale da ricordare è che le variabilità individuali sono elevatissime all’interno di un insieme di persone, per cui non abbiamo nessun problema a riconoscere che ci possono essere maschi cui piace giocare con le case di bambole e femmine appassionate di calcio. La persona umana è sempre talmente ricca e profonda che deve essere riconosciuta anzitutto come individuo con risorse e caratteristiche proprie. Tuttavia, essendoci delle costanti riconoscibili e documentate che caratterizzano il maschile e il femminile, soprattutto nella fascia di età d’interesse per l’educazione, è utile stabilire quali esse siano e come possono essere valorizzate. Le donne hanno in dotazione un insieme di qualità biologiche che le fanno essere orientate alla relazionalità fin dalle prime ore di vita: capacità uditive e sensibilità a specifici pattern visivi, capacità di sintonizzazione empatica e capacità di espressione verbale. I maschi hanno invece delle caratteristiche biologiche che li fanno protendere per avere un atteggiamento esplorativo e di dominio nei confronti dell’ambiente spaziale e sociale. Il testosterone li spinge ad essere aggressivi e a ricevere gratificazione dal successo; le abilità visive, la muscolatura e la conformazione fisica li mettono in una situazione tale da trovare divertente e interessante il gioco fisico, il movimento, la competizione. Ovviamente tutte queste differenze variano molto a seconda dell’età e dello sviluppo personale.

La diversità – specialmente in campo educativo, ma non solo – è un valore troppo spesso sottovalutato, e anzi considerato quale elemento problematico. Com’è invece possibile valorizzare la ricchezza che nasce dalla differenza tra maschile e femminile?

Nel libro raccontiamo una storia, che trovo molto efficace. Un giorno una bambina, guardando i fratelli maschi avventurarsi con il padre nella foresta per imparare i primi rudimenti della caccia si era sentita offesa e, dopo aver seguito per un po’ il gruppetto, sconsolata, si era voltata ed era tornata verso casa a testa bassa. Lì aveva trovato il nonno, che come accadeva di frequente era seduto vicino alla porta di casa. Spesso lo si poteva trovare lì, quando non si occupava del suo orto. Le venne spontaneo avvicinarsi e accoccolata sulle sue gambe rimase lì, un po’ imbronciata. Il nonno, che aveva assistito alla scena, la prese per la mano. «Vieni», le disse, «andiamo a fare una passeggiata nell’orto. Ti va?». «Sì nonno, andiamo». Era bello camminare con il nonno, faceva sempre piccoli passi, uno dopo l’altro, proprio come la bimba. I due, piano piano, si incamminarono verso l’orto, entrarono nel piccolo recinto, e si infilarono nei filari. «Guarda lì nonno! Sono rossi rossi!». «È vero, di questa stagione hanno proprio un bel colore i pomodori, guarda come è diverso da quello delle melanzane, quel viola che si trasforma in bianco come una magia, vedi?». Il nonno le faceva notare la varietà di tutte le piante, alcune imponenti e alte, altre piccole, alcune con i frutti grandi e pesanti, altre rigogliose, altre con steli e fusti sottili. La bimba era estasiata. «Ora guarda piccola, ogni pianta è diversa da un’altra, e a ognuna io le do l’aiuto che ci vuole per farla crescere e dare frutti, e ogni aiuto è diverso, come ogni pianta è diversa». La bimba ascoltava, e il nonno proseguiva dicendo: «non posso trattarle tutte ugualmente, altrimenti non le aiuterei. Quanta acqua dare, quando darla, cosa potare o se mettere un sostegno al loro fusto, tutte queste cose io le decido conoscendole bene, nella loro diversità. E solo uno sguardo che vuole bene coglie le diversità. E le aiuta a crescere». La bambina allora alzò gli occhi, incontrandosi con lo sguardo dolce e sorridente del nonno, e sentì che gli voleva bene. La cosa importante è volere bene ai ragazzi. E conoscerli a fondo anche nelle loro peculiarità sessuate permette di guardare a loro in una maniera maggiormente aderente al loro essere.

Nel suo libro si parla di scuole omogenee. Quale valenza può avere questo approccio e qual è la motivazione sulla quale si basa? 

Il libro parla di educazione differenziata e le scuole omogenee sono un modo per realizzarlo. In ogni caso, una volta stabilito che ci sono differenze tra maschi e femmine e affermato che in un ambito educativo è utile riconoscerle e valorizzarle, questo è possibile sia in una scuola omogenea per sesso, sia in una eterogenea. Ora stiamo lavorando in collaborazione con delle scuole per favorire didattiche specifiche, perché va da sé che in alcuni ambiti didattici e in alcuni momenti dello sviluppo è utile avere una classe compatta: questo fatto ha dei benefici che mi sorprende non vengano considerati nel panorama culturale/educativo italiano. Nel mondo anglosassone è una realtà riconosciuta anche attraverso finanziamenti, tanto che in America esistono scuole pubbliche single-sex.

Nel concludere, una domanda più generale. Secondo la sua esperienza professionale, quanto ha influito e influisce la perdita del valore della mascolinità (ad esempio: il progressivo venir meno dell’autorevolezza e della capacità di assumersi delle responsabilità; la sindrome di Peter Pan…) e lo svilimento della femminilità (su tutto, la pseudo-negazione della maternità) sulla situazione di crisi che sta attraversando la nostra società?

Ha influito molto. I processi di cambiamento sociale avvenuti dagli anni Sessanta in poi, se da una parte hanno contribuito a rendere più equa la società civile, dall’altra ne hanno minato aspetti importantissimi. Come scriviamo nel libro, se vuoi ristrutturare una casa, non devi abbattere i muri portanti. La diversità uomo/donna è vista generalmente con sospetto, perché si pensa sia portatrice di disuguaglianze e oppressioni. Invece credo sia vero il contrario: riconoscere le peculiarità proprie darebbe “a ciascuno il suo” in modo veramente equo. Trovo poco efficace promuovere la condizione femminile attraverso le quote rosa e non con veri e sostanziali contributi di sostegno alla maternità. Gli studi scientifici attestano che la maggiore gratificazione nella vita di una donna non risiede nei successi professionali, ma trova la sua linfa nell’ambito familiare, nell’essere madre. Per gli uomini posso dire che la stigmatizzazione dell’aggressività e il continuo dipingerli come pericolosi agenti di violenza inibisce e frustra una caratteristica che hanno naturalmente e che non può evaporare così, attraverso le campagne mediatiche. Piuttosto sarebbe sensato fare una buona educazione preventiva: se non puoi trasformare un potenziale bullo in un bimbetto rose e fiori, fai di lui un cavaliere.

Giulia Tanel su La Nuova Bussola Quotidiana http://lanuovabq.it

Famiglia e scuola alleate contro l’ideologia ‘gender’

famiglia_genderLo aveva rilevato anche Papa Francesco invitando a «sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli». «A questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico’”». E ancora aveva detto che a volte non si capisce se «si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione»

C’è come un fiume carsico che scorre sotto la superficie su cui noi adulti inconsapevolmente camminiamo. Si chiama destrutturazione antropologica e sta estendendo i suoi affluenti nelle scuole sparse per tutto il territorio nazionale. Ha trovato nella crescente diffusione di iniziative di “educazione sessuale” la breccia attraverso cui introdursi, e nel condivisibile obiettivo di contrastare ogni forma di discriminazione il pretesto per i suoi reali obiettivi.

Tale scenario, seppure ancora poco conosciuto ai più, inizia a suggerire una risposta adeguata a gruppi di genitori non disposti ad abdicare al loro ruolo di principali educatori dei propri figli. È in questo senso che si innesta il documento stilato dal Forum delle associazioni familiari, Persona, sessualità, affettività: per una nuova alleanza educativa tra famiglia e scuola.

Nel documento si rileva anzitutto il fallimento delle iniziative di “educazione sessuale” fin qui messe in atto in Europa, testimoniato dal “paradosso” per cui all’aumento dell’informazione sul sesso nelle scuole corrisponde “un aumento delle gravidanze indesiderate, dei tassi di abortività tra le teen-ager, del ricorso alla cosiddetta ‘pillola del giorno dopo’ e della diffusione di malattie sessualmente trasmissibili”.

E queste statistiche non sono l’unico paradosso ad emergere dalla realtà in oggetto. “Proprio la cultura che voleva insegnarci a valorizzare il corpo e le sue pulsioni e ad intendere l’amore come mera emozione – osserva il Forum -, ci conduce paradossalmente alla negazione del corpo come luogo identitario della persona ed alla eliminazione della diversità sessuale e del  suo profondo significato antropologico”. Cultura, questa, infarcita di ideologia gender, la quale si regge sullo stravagante assunto per cui la differenza tra uomo e donna sarebbe frutto non di determinate caratteristiche biologiche, bensì di stereotipi imposti ai bambini.

Tale cultura è stata oggi fatta propria dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Unione europea, e recepita dal Governo italiano nel febbraio 2013 con la cosiddetta Strategia nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. In forza di ciò – sottolinea il Forum – solo nell’anno scolastico 2013-14, 29 associazioni Lgbt sono potute entrare nelle scuole italiane a parlare di gender, senza il minimo coinvolgimento delle associazioni dei genitori e “grazie a 10 milioni di euro stanziati dal Governo”.

Culmine dell’introduzione del gender nelle scuole italiane è stata la diffusione degli opuscoli dell’Unar, organismo del Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, commissionati all’Istituto Beck. Nell’ambito dello stesso progetto Educare alla diversità, si sono contati inoltre libri, strumenti didattici, giochi destinati ad alunni d’ogni età “tanto ambigui, quanto lesivi del fondamentale diritto dei genitori ad educare i propri figli, che la nostra Costituzione tutela chiaramente”, commenta il Forum.

Per riaffermare, dunque, i principi base di una società civile, il Forum sottolinea la necessità di mobilitazione da parte dei genitori. Mobilitazione fin qui già registrata, in Europa e anche in Italia. È grazie ad essa che “la diffusione dei volumetti Unuar è stata per il momento bloccata dal Ministero dell’Educazione”, osserva il Forum. “Ma le ‘lezioni di gender’ – prosegue – sono continuate e continueranno”.

Di qui l’incoraggiamento nei confronti delle associazioni di genitori a rinnovare la corresponsabilità educativa con la scuola. “È fondamentale che i genitori, meglio se in gruppo od in associazione – si legge nel documento del Forum -, facciano sentire la loro voce nel consigli d’istituto, nei consigli di classe, in merito alla diffusione dell’ideologia gender e alla sua proposta nelle classi, riprendendosi il diritto-dovere di educare i propri figli”.

L’appello è inoltre quello di effettuare un monitoraggio delle offerte educative delle scuole, prima di iscrivervi i propri figli. “Sarà quindi importante che i genitori studino attentamente i Pof (Piani di Offerta Formativa) ed i Pei (Progetti Educativi Individuali) offerti dalla scuola”. E si ricorda “in ogni caso che i genitori possono non autorizzare la partecipazione del proprio figlio in caso di mancata condivisione dell’iniziativa”.

Dal canto suo, il Forum promette di non tirarsi indietro, “ora che c’è da sostenere il primario compito educativo dei genitori italiani”. Si mette dunque a disposizione per favorire “l’incontro ed il confronto dei genitori interessati con esperienze in grado di sostenerne la capacità educativa, in particolare sui temi dell’affettività e della sessualità, costruendo reti fra le associazioni di genitori, quelle dei docenti e quelle dei dirigenti scolastici”. È così che si edifica “la presenza e l’azione di cittadinanza attiva nelle scuole, per la promozione di un dialogo rinnovato e responsabile”.
Federico Cenci su www.zenit.org

Il compito educativo e’ una missione chiave!

Nota dei Vescovi del Triveneto su alcune urgenti questioni

di carattere antropologico e educativo

Noi Vescovi del Triveneto siamo quotidianamente raggiunti – soprattutto nell’incontro con persone, famiglie, parrocchie e realtà associative – da notizie e questioni preoccupanti che riguardano la vita delle persone in tutti i suoi aspetti. Una vita che – ne siamo consapevoli – è dono di Dio ed è cosa preziosa, ma è minacciata e resa fragile da molte cause.

In occasione della 36ª Giornata per la Vita desideriamo ribadire, in comunione con la Chiesa italiana, la nostra preoccupazione per tante situazioni che contrastano la vita in tutte le sue fasi, dal concepimento alla nascita, dalla crescita alla piena maturità, dal declino fino alla morte naturale. Tale preoccupazione diventa per la Chiesa impegno a continuare, insieme a tutte le persone di buona volontà, a sostenere la vita umana in ogni momento e in ogni circostanza, ribadendone l’inviolabile dignità ed offrendo concreti aiuti a chi vive fragilità e sofferenze.

Il perdurare della crisi economica ci spinge ad essere vicini a chi ha perso il lavoro, alle famiglie che non arrivano a fine mese, ai giovani che non riescono a inserirsi nel mondo produttivo. Vogliamo continuare con le nostre Chiese – in particolare attraverso le Caritas -l’opera di ascolto, aiuto, sostegno alle situazioni di difficoltà e invitiamo tutti coloro che possono offrire occasioni concrete di lavoro a un di più di generosità e di inventiva.

Consapevoli del venir meno di molte tutele sociali, incoraggiamo e ci impegniamo a sostenere chi opera a favore dei molteplici disagi delle persone e delle famiglie. E ribadiamo in questa giornata l’appello a “generare futuro”, sostenendo concretamente quel desiderio dei giovani sposi di generare figli che spesso “resta mortificato per la carenza di adeguate politiche familiari, per la pressione fiscale e una cultura diffidente verso la vita”[1].

Esprimiamo vicinanza a chi soffre per le condizioni – spesso non rispettose della dignità umana – di carcerato, profugo o straniero e invitiamo chi ne ha la responsabilità ad assumere i necessari interventi legislativi e amministrativi, assicurando contemporaneamente  l’impegno della comunità cristiana verso queste sorelle e questi fratelli.

Senza trascurare tali aspetti di difesa e promozione della vita, sentiamo oggi in particolare il dovere di soffermarci più diffusamente su alcune questioni educative che riguardano aspetti fondamentali e delicatissimi dell’essere umano, con numerose e preoccupanti ricadute in ambito culturale, formativo, educativo e, quindi, politico della nostra società (triveneta, italiana, europea) e che toccano e coinvolgono in modo diretto la vita delle persone, delle famiglie e della scuola.  

Ci sentiamo così in sintonia con il decennio che la Chiesa italiana sta dedicando al tema dell’educazione e in piena consonanza con quanto papa Francesco ha di recente espresso con forza, mettendo in rilievo come la situazione attuale ponga dinanzi sfide sempre nuove e più difficili: “Il compito educativo è una missione chiave!”[2].

A questo riguardo, ci riferiamo al dibattito sugli “stereotipi di genere” e sul possibile inserimento dell’ideologia del gender nei programmi educativi e formativi delle scuole e nella formazione degli insegnanti, ad alcuni aspetti problematici presenti nell’affrontare in chiave legislativa la lotta all’omofobia, a taluni non solo discutibili ma fuorvianti orientamenti sull’educazione sessuale ai bambini anche in tenera età, alle richieste di accantonare gli stessi termini “padre” e “madre” in luogo di altri considerati meno “discriminanti” e, infine, al grave stravolgimento – potenziale e talora, purtroppo, già in atto – del valore e del concetto stesso di famiglia naturale fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Questa inedita situazione richiede a noi Vescovi, prima di tutto, e alle comunità ecclesiali di non venir meno ad un compito e ad una testimonianza di carità e verità che rappresentano il primo e concreto modo per servire e promuovere l’uomo e la vita buona nella nostra società. Ci sentiamo, in tal senso, sollecitati da Papa Francesco, il quale ci ha appena ricordato che “i Pastori, accogliendo gli apporti delle diverse scienze, hanno il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve limitarsi nell’ambito del privato…”[3].

Di fronte a quella che si configura come una vera “emergenza educativa”, noi Vescovi avvertiamo la responsabilità e il dovere di richiamare tutti alla delicatezza e all’importanza di una corretta formazione delle nuove generazioni – a partire da una visione dell’uomo che sia integrale e solidale – affinché possano orientarsi nella vita, discernere il bene dal male, acquisire criteri di giudizio e obiettivi forti attorno ai quali giocare al meglio la propria esistenza e perseguire la gioia e la felicità del compimento[4].

Riaffermiamo, come prima cosa, la dignità e il valore della persona umana e poi la tutela e il rispetto che si devono ad ogni persona, soprattutto se in situazioni di fragilità, nonché la necessità di continuare a combattere strenuamente ogni forma di discriminazione (di carattere religioso, etnico, sessuale) o, addirittura, di violenza.

Sottolineiamo, altresì, il grave pericolo che deriva, per la nostra civiltà, dal disattendere o stravolgere i fondamentali fatti e principi di natura che riguardano i beni della vita, della famiglia e dell’educazione, confondendo gli elementi obiettivi con quelli soggettivi e veicolati da discutibili concezioni ideologiche della persona che non conducono al vero bene né dei singoli né della società.

Riconosciamo la “ricchezza insostituibile della differenza”[5] – specialmente quella fondamentale, tra “maschile” e “femminile” – e la specificità assoluta della famiglia come “unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore (…), dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita”[6]; essa è, davvero, la “cellula fondamentale della società, luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri”[7].

Su tale linea indichiamo anche due testi che, essendo espressione di una sana laicità, possono ben alimentare un sereno e positivo dibattito pubblico su questi temi: l’art. 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e l’art. 29 della Costituzione repubblicana[8].

Siamo, infatti, consapevoli che la differenza dei sessi è elemento portante di ogni essere umano ed espressione chiara del suo essere in “relazione”; senza la comune salvaguardia delle “grandi differenze” vi è un grave e concreto rischio per la realizzazione di un autentico e pieno sviluppo della vita delle persone e della società[9].

Ribadiamo perciò – come espresso autorevolmente, anche di recente, dalla Santa Sede di fronte al Comitato ONU della Convenzione dei diritti del fanciullo – il rifiuto di un’ideologia del gender che neghi di fatto il fondamento oggettivo della differenza e complementarietà dei sessi, divenendo anche fonte di confusione sul piano giuridico[10].

Invitiamo quindi a non avere paura e a non nutrire ingiustificati pudori o ritrosie nel continuare ad utilizzare, anche nel contesto pubblico, le parole tra le più dolci e vere che ci sia mai dato di poter pronunciare: “padre”, “madre”, “marito”, “moglie”, “famiglia” fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Difendiamo e promuoviamo il carattere decisivo – oggi più che mai – della libertà di educazione dei figli che spetta, di diritto, al padre e alla madre aiutati, di volta in volta, da soggetti o istituzioni chiamati a coadiuvarli[11]. E rigettiamo ogni tentativo ideologico che porterebbe ad omologare tutto e tutti in una sorta di deviante e mortificante “pensiero unico”, sempre più spesso veicolato da iniziative delle pubbliche istituzioni.

Sosteniamo e incoraggiamo l’impegno e lo sforzo di quanti, a vari livelli e su più ambiti, affrontano ogni giorno, anche nel contesto pubblico e nella prospettiva di una vera e positiva “laicità”, tutte le più importanti questioni antropologiche ed educative del nostro tempo e che segnatamente riguardano: la difesa della vita, dal concepimento al suo naturale spegnersi, la famiglia, il matrimonio e la differenza sessuale, la libertà religiosa e di educazione.

La proposta cristiana punta al bene integrale dell’uomo e contribuisce in modo decisivo al bene comune e alla promessa di un buon futuro per tutti. E pur in un contesto di diffusa secolarizzazione, che insinua la tendenza a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo, come ricorda Papa Francesco “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni e della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini[12].

Al termine di questa Nota, proponiamo ancora un passo dell’Evangelii gaudium che spiega bene il senso della nostra riflessione e nel quale noi Vescovi ci ritroviamo in pieno perché tocca anche le delicate e importanti questioni antropologiche, culturali, formative ed educative qui menzionate e sottoposte sempre più all’attenzione e all’approfondimento di tutti, noi per primi: “Amiamo questo magnifico pianeta e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità (…). Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore… il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo”[13].

Condividendo con fiducia queste nostre riflessioni e indicazioni, in un momento grave per il bene delle persone e della società, assicuriamo la nostra preghiera.

 

2 febbraio 2014, Festa della Presentazione del Signore e 36ª Giornata nazionale per la Vita

I Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto

 


[1] Cfr. Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente della Cei per la 36ª Giornata nazionale per la Vita (2 febbraio 2014) sul tema “Generare futuro”.

[2] Il riferimento è all’incontro di Papa Francesco avvenuto il 29 novembre 2013 con i Superiori Generali degli Istituti maschili di vita religiosa, il cui resoconto è stata appena pubblicato su “La Civiltà Cattolica” (2014) | 3-17).

[3] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 182.

[4] Cfr. Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008.

[5] Cfr. Card. Angelo Bagnasco, Prolusione su “L’architettura della famiglia: logica e ricadute sociali” alla 47a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, Torino 13 settembre 2013.

[6]Papa Francesco, Lettera enciclica Lumen fidei, n. 52.

[7] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 66.

[8]L’art. 16 (terzo comma) della Dichiarazione recita: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”. E l’art. 29 (primo comma) della Costituzione italiana afferma: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

[9] Cfr. Card. Angelo Bagnasco, Prolusione su “L’architettura della famiglia: logica e ricadute sociali” alla 47a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, Torino 13 settembre 2013.

[10]Cfr. L’Osservatore Romano del 17 gennaio 2014 – v. articolo “Dignità da tutelare” sull’incontro a Ginevra della Delegazione della Santa Sede, guidata dall’Arcivescovo Silvano M. Tomasi, con il Comitato ONU della Convenzione dei diritti del fanciullo.

[11] Su libertà e diritto d’istruzione si esprime, tra l’altro, anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (all’articolo 14), proclamata una prima volta nel dicembre 2000 a Nizza e poi una seconda volta, con alcune modifiche, nel dicembre 2007 a Strasburgo.

[12] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 183.

[13] Ibidem, n. 183.

Valorizzare le differenze per realizzare una vera uguaglianza

cervello-uomodonna-politicafemminileIn un’epoca in cui le istituzioni vogliono imporre la teoria del gender alle scuole e alle famiglie, sta attecchendo nel mondo scientifico e della ricerca, un filone di studi che rivaluta fortemente l’educazione differenziata a maschile e al femminile.

Educare alla differenza non è affatto discriminatorio: al contrario aiuta bambini e ragazzi a vivere più pienamente la vita. ZENIT ha affrontato la tematica assieme a Marco Scicchitano, psicoterapeuta, psicodiagnosta, ricercatore clinico presso l’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale.

Dottor Scicchitano, lunedì prossimo lei parteciperà a un convegno del FAES sull’educazione sessualmente differenziata. Che argomenti porterà in tal senso?

Marco Scicchitano: Le scuole gestite dal FAES hanno tra le varie peculiarità quella di fare un’educazione sessualmente differenziata. Ciò che ho apprezzato molto, nel conoscerne più da vicino l’approccio è che questa scelta formativa si fondi su un principio generale retrostante: il rispetto e la conformazione dell’attività scolastica alle peculiarità degli educandi. Nel contesto scolastico, in cui la missione degli adulti formatori è proprio quella di valorizzare le specificità del bambino e formarlo rispettando le caratteristiche che lo contraddistinguono, un buon punto di partenza è proprio quello di tener conto del fatto che sia maschio o femmina. Volendo fornire un buon servizio educativo infatti bisogna tener presente le varie dimensioni della persona che intervengono nei processi di apprendimento, quali ad esempio gli interessi, gli stili cognitivi, gli aspetti motivazionali. In ognuno di questi ambiti è possibile individuare delle tipicità maschili e femminili che sarebbe utile e funzionale sfruttare a favore dei ragazzi.

Oggi l’educazione alla differenza è minacciata da strutture ideologiche molto potenti che rischiano di mettersi in conflitto con le famiglie. Ma in realtà le famiglie, in che misura sono consapevoli del rischio che si corre?

Marco Scicchitano: Non sono state messe in grado di rendersi conto di quanto sta succedendo nel panorama educativo italiano, proprio perché molte iniziative sono state prese, inspiegabilmente, all’oscuro di qualsiasi realtà associativa familiare e senza informare previamente i genitori e chiederne esplicitamente il consenso. Le informazioni ora cominciano a circolare grazie ad associazioni e realtà come la Manif Pour Tous e le  Sentinelle in Piedi che propongono iniziative di vario genere per destare l’interesse su quanto sta avvenendo, perché al di là di qualunque ideologia o visione del mondo, permanga la libertà di coscienza, di esprimere i propri valori di riferimento e di avere voce in capitolo sull’educazione dei propri figli.

Nel suo libro Educare al femminile e al maschile, scritto a quattro mani con il professor Tonino Cantelmi, lei sviluppa ampiamente la tematica. Quale approccio metodologico avete utilizzato?

Marco Scicchitano: Come spieghiamo nel libro, la cornice teorico-epistemologica che abbiamo scelto di adottare per la comprensione del maschile e del femminile è volutamente riduzionista, ma non riduttiva. Questo vuol dire che abbiamo scelto uno specifico livello di analisi per descrivere le differenze, ovvero l’approccio neurofisiologico e psicologico, senza tuttavia avere la pretesa di ridurre la complessità e l’essenza del tema alle caratteristiche individuabili mediante il livello di analisi prescelto. L’impostazione che abbiamo voluto dare al libro è esattamente fondata sull’evidenza scientifica. Ci sono una mole imponente di studi che attesta come molte delle importanti e affascinanti differenze tra uomini e donne che riscontriamo nella vita quotidiana abbiano radici nella struttura nel nostro cervello, nella diversa risposta a stimoli percettivi, o negli ormoni che attivano prevalentemente un certo tipo di emozioni o interessi. Per la stesura del libro con il professor Cantelmi, abbiamo fatto un duplice sforzo, che all’inizio si è concentrato soprattutto nella ricerca di un’ampia bibliografia, con lo scopo di raccogliere articoli e ricerche internazionali; poi dopo aver organizzato le informazioni in un testo organico e strutturato ci siamo sforzati di rendere il linguaggio snello e scorrevole, arricchendolo con esempi pratici, casi di cronaca giornalistica o di vita quotidiana. L’ottica di arricchire l’evidenza scientifica con l’esperienza dei singoli è poi alla base della scelta di inserire nel libro due importanti interviste, che concludono rispettivamente il capitolo riguardante le famiglia, l’intervista a Costanza Miriano, e il capitolo sull’educazione scolastica, l’intervista ad Andrea Monda. In tal modo il libro è fondato su solide basi argomentative, ma allo stesso modo leggero e agile nella lettura.

Abbiamo parlato finora di scuola e di famiglia, tuttavia le agenzie educative e formative sono molteplici: che contributo potrebbe arrivare, ad esempio, dai mezzi di comunicazione nell’educazione al maschile e al femminile? È tutto da cestinare o si può salvare qualcosa?

Marco Scicchitano: Molto, moltissimo ma è necessario che ci si scrolli di dosso l’inutile e vecchio atteggiamento politically correct che si scandalizza se una donna viene rappresentata come accogliente e servizievole in un contesto domestico, e non dice nulla se una giovane ventenne viene ripresa durante una trasmissione televisiva chiusa dentro una gabbia di plexiglass che non gli permette di stare in piedi, o viene incoraggiata a fare una doccia vestita, in modo che ne risaltino le trasparenze e la dimensione di oggetto sessuale. Molto utile è a questo proposti andare a vedere il bellissimo e profondo documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne. Anche le agenzie mediatiche sono a tutti gli effetti, enti educativi e crediamo corrano il rischio, più che mai nel nostro tempo, di essere travolte dal vortice della tecnoliquidità. Come descritto nell’omonimo libro del professor Cantelmi, ci troviamo ad assistere ad una rivoluzione, la rivoluzione digitale, che si iscrive all’interno di un definito quadro sociologico che Bauman ha descritto con l’incisiva immagine della liquidità. Queste due coordinate di teconologia e cultura di riferimento stanno mutando notevolmente il nostro modo di stare al mondo e di immaginare e costruire relazioni interpersonali. All’interno del mondo tecno-liquido infatti, vive l’individuo post-moderno immerso in un mare di relazioni, abilità e conoscenze in continua evoluzione, dalla validità temporanea, dall’approccio consumistico del take away o dell’usa e getta, che lo abituano, proprio come i liquidi, a mutare forma in base al contenitore che lo rende visibile e contiene, mentre lo rendono incapace di assumere impegni e forme d’identità credibili, stabili e solide. Questa mancanza di sostegni, appigli e struttura, provoca mancanza di solidità anche nelle capacità di educare degli adulti che in molti casi rinunciano, in altri delegano e a volte arrivano a non riconoscere come propria la condizione di “educatore” con la responsabilità e dignità che ne deriva. Oggi alcune importanti agenzie educative non si preoccupano tanto di veicolare visioni e idee del mondo basate su valori ma, piuttosto, si adeguano a mode passeggere o agli interessi temporanei che germinano nel panorama dell’iperconnessione.

Educare al maschile e al femminile equivale ad essere tradizionalisti e “passatisti”, oppure semplicemente realisti?

Marco Scicchitano: Noi crediamo che, ad oggi, parlare di educare al maschile e al femminile sia piuttosto un atteggiamento da pionieri. E non lo dico solo per provocazione.

Impostare, a seguito di importanti e recenti ricerche scientifiche che forniscono una salda base argomentativa (esistono ad oggi una serie di strumenti di studio e analisi del cervello che permettono di avere dati certi, laddove prima si poteva parlare solo di ipotesi), un approccio educativo che tenga conto sia nella prassi che nella progettazione, delle differenze e delle peculiarità maschili e femminili è totalmente innovativo.

Ora che le donne hanno finalmente vista riconosciuta e tutelata, in buona parte del mondo, la loro parità a livello sociale e civile è divenuto possibile affrontare l’argomento in modo più sereno e riflessivo e, noi speriamo, più costruttivo anche come base di una parità basata sulla valorizzazione delle peculiarità e sull’autentica tutela della dignità e ricchezza di entrambi. Accettiamo questa sfida perche ci sembra una grave lacuna all’interno del dibattito scientifico attuale, sperando di dare un nuovo e necessario impulso alla questione all’interno del panorama culturale italiano. In linea con molti studi internazionali, riteniamo che sia possibile riconoscere che esistono delle differenze e delle peculiarità maschili e femminili che possono interessare aspetti come la conformazione fisica, il tono muscolare, gli assetti neuroendocrini, le funzionalità cerebrali o caratteristiche psicologiche e sociali. Ovviamente con questo non intendiamo affermare che tutti i maschi e tutte le femmine rientreranno perfettamente in tutte le caratteristiche individuate come tipicamente maschili o femminili, perché queste sono caratteristiche con molte variazioni individuali ed alcune possono anche essere assenti nel singolo individuo. E soprattutto, prima c’è sempre la persona con la sua unicità, carattere e storia personale. Tuttavia la diade maschile femminile esiste e si basa su differenze biologiche insopprimibili che sono inscritte nei geni di ogni individuo maschio o femmina, che nel loro entrare in relazione, nel loro costante scontrarsi/incontrarsi, in qualsiasi contesto o insieme sociale, sono sempre stata fonte di arricchimento, creatività e sviluppo di nuove prospettive. Affermare e valorizzare la differenza sessuale è un obiettivo da porsi come comunità civile perché non che può che portare buoni. Steven Pinker, celebre psicologo e divulgatore scientifico nel libro con il quale ha vinto il premio Pulitzer, Tabula Rasa, si chiede come mai alcune frange del femminismo lottino strenuamente contro l’idea che uomini e donne siano differenti, che abbiano abilità differenti e quindi inclinazioni e propensioni specifiche. Forse, si chiede l’autore, dietro a questo accanimento contro la differenza tra maschi e femmine si nasconda il timore che «differente» corrisponda ad «ineguale» e quindi «ingiusto».

Probabilmente nel movimento di conquista dei diritti civili femminili è stata fatta una sovrapposizione concettuale tra “uguaglianza di diritti” e “uguaglianza delle caratteristiche” che ha portato a distorsioni notevoli ed ora controproducenti, arrivando a negare non solo il buon senso, ma anche i dati e le ricerche scientifiche. Pinker sostiene che il femminismo di genere, nella sua lotta contro l’ineguaglianza si sia messo in rotta di collisione con la scienza, perdendo di vista i criteri di una rigorosa e serena ricerca scientifica a favore di una fervente e ideologica battaglia, e noi siamo d’accordo con lui. Come abbiamo già detto non pensiamo che differente corrisponda ad ineguale, anzi. Cogliere le caratteristiche proprie di qualsiasi cosa permette di relazionarsi con essa a partire dalle sue peculiarità, ed è, quindi, arricchente. Sapere come è fatto un oggetto ci suggerisce come trasportarlo senza danneggiarlo e conoscere le caratteristiche di una pianta, ci aiuta a curarla bene, ad avere le giuste attenzioni e a farla crescere rigogliosa e sana. Forse è proprio partendo dalle differenze specifiche che si può realizzare una uguaglianza vera, che non sia omologazione che appiattisce, ma fioritura di talenti individuali.
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Scegli tu? I pericoli dell’ideologia gender

stralci da una interessante conferenza di Assuntima Morresi:
“L’obiettivo è cancellare la distinzione maschio e femmina” ha detto senza mezzi termini la professoressa ai molti partecipanti alla serata dal titolo “Scegli tu? I pericoli dell’ideologia gender”. “Tutti – ha proseguito – siamo figli di un uomo e di una donna. Quando andiamo a negare questo andiamo a negare l’umanità. E’ una questione antropologica”.

In un breve scritto della stessa Morresi distribuito ai partecipanti si è chiarito che: “La parola gender, che noi traduciamo con genere, è diventata simbolo della negazione di un dato naturale di fatto. La parola genere, che noi usiamo di solito come sinonimo di sesso (genere maschile e femminile) ad un certo punto è stata utilizzata in contrapposizione al dato sessuale. Si è cominciato a dire: una persona è maschio o femmina a seconda del corpo con cui è nato, però può percepirsi in maniera diversa. E questo percepirsi in maniera diversa viene riassunto sotto la parola gender. Questo è il cuore di questa teoria”.

Fin qui, la discussione potrebbe rientrare in una disputa tutt’al più accademica. Ma così non è perché nel dibattito politico, mediatico e cross mediale ( ad usare un altro termine molto in voga, che altro non sta a significare che il mondo di internet, delle televisioni e dei giornali), quotidianamente argomenti come omossessualità, eterosessualità, omofobia, trans, gender e quant’altro vengono riversati sui lettori, telespettatori e fruitori della rete, senza che questi abbiano la possibilità di avere una visione obiettiva della disputa.

Eppure sono temi capaci di dividere e creare contrapposizioni giacobine. E’ stato ricordato dalla Morresi che il primo ad avvertire il pericolo della scissione tra sessualità ed atto procreativo fu Papa Montini. Scrive la Morresi: “Io credo che la Chiesa sia sempre all’avanguardia: perché quando Paolo VI ha evidenziato la pericolosità della separazione tra procreazione e sessualità, pensava alla contraccezione e non a tutto questo, ma aveva capito che quando nella struttura umana si tocca quello che è l’atto fondante dell’atto generativo, alla fine tu distruggi l’uomo, distruggi l’umanità”.

Anche l’allora cardinale Joseph Ratzinger nell’omelia della “missa pro eligendo Pontifice” concelebrata dai cardinali elettori, il 18 aprile 2005, ad apertura del Conclave che lo avrebbe eletto Papa sostenne che: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e la da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Su questa scia, la prof. Morresi ha quindi affermato che “essere maschio e femmina è la polarità della specie umana. Leggere il Vangelo senza il riferimento a madre e padre è qualcosa che non si capisce più. Viene a cadere la novella cristiana. Diventa incomprensibile”.

Ci sono poi altre tematiche come la cosiddetta procreazione assistita che, nei suoi aspetti pratici, pone una serie di problemi nella coscienza stessa dei bambini nati con questa tecnica. Essi, infatti, ad un certo punto non sanno rispondere ed ottenere risposte alla classica domanda: “A chi sono figlio?”. Perché vi è una molteplicità di soggetti che concorrono all’evento: il donatore degli spermatozoi, la donatrice degli ovociti, l’incubatrice degli ovociti fecondati, il compagno o la compagna di colei che porta in grembo l’ovocita fecondato. E’ una situazione che spesso porta alla frustrazione, mentre sotto l’aspetto naturale è la negazione dell’essenza stessa della famiglia, ridotta a una delle possibilità della realtà.

“Questi orizzonti culturali nati con il gender, con il queer – conclude la prof. Morresi nel suo scritto – si sono concretizzati mediante queste tecniche di fecondazione artificiale. E’ stato possibile rendere neutrale la procreazione, spostandola dal sito naturale che è il corpo dell’uomo e della donna che diventano una carne sola, in laboratorio, dove è possibile fingere che si abbia un figlio da soli, in quattro, due maschi e due femmine. Così l’indifferenza sessuale, teorizzata da queste teorie, è diventata realtà”.

 

Gli errori della teoria gender secondo Benedetto XVI

485799_426524847360300_361046684_nPremettiamo che criticare la teoria gender, non vuol dire non rispettare chi ha comportamenti omosessuali, la critica è ad un modello filosofico, che nulla toglie al fatto che insultare o compiere violenze o cattiverie sugli omosessuali sia sbagliato e deprecabile.

Ecco come Benedetto XVI ha spiegato la teoria gender in un incontro con gli ambasciatori in Vaticano:

Sotto il lemma “gender”, viene presentata una nuova filosofia della sessualità.
Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi.
La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela.

Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo.
Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. (secondo il “gender”ndr) 
L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura.
Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria.
Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la liberta’ del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo.
FONTE:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2012/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20121221_auguri-curia_it.html

Identità liquida: se la sessualità perde i contorni

gendervarieta«In America almeno 203 campus consentono agli studenti transgender di ottenere una stanza del proprio genere elettivo (…) Quarantanove danno il permesso di cambiare il proprio nome e il proprio sesso nel curriculum universitario, 57 offrono una copertura finanziaria per la terapia ormonale». Ad affermarlo è il New York Times, su un articolo dello scorso gennaio intitolato “Generation LGBTQIA”. Una sigla che ai più risulterà sconosciuta. Molti di voi probabilmente avranno già sentito parlare di LGBT, acronimo che rappresenta l’universo di lesbiche, gay, bisessuali, transgender. Ma pochi, probabilmente, conoscono il significato delle altre tre lettere aggiunte a questa nuova fantomatica sigla: la Q sta per queer (travestiti), la I per intersex (persone con anatomia sia maschile che femminile) e la A per asexual (persona senza alcuna attrazione sessuale). C’è da chiedersi quante altre lettere verranno aggiunte in futuro, dato che la fantasia umana non ha limiti.
La Commissione australiana dei diritti umani, per esempio, ha recentemente definito ben ventitré generi sessuali diversi; ma ve li risparmiamo per non abusare della vostra pazienza.

Le rivendicazioni dei movimenti LGBT, i matrimoni o comunque il riconoscimenti delle unioni tra gli omosessuali, la moda unisex, l’abitudine di giocare sull’ambiguità sessuale da parte di molte star internazionali della musica, una certa tendenza crescente nel trattare questi temi da parte del cinema contemporaneo; sono tutte manifestazioni dirette di un fenomeno che agisce dietro le quinte, quasi di nascosto, il più delle volte in maniera poco esplicita: stiamo parlando dell’ideologia del gender. Affrontare questo argomento, oggi, non è per niente facile. Da un lato molti non sanno neanche di cosa si tratta, mentre le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Dall’altro, quei pochi che ne parlano vengono spesso sottoposti ad una vera e propria aggressione mediatica, quando non addirittura fisica, allo scopo di farli tacere. Eppure è necessario, soprattutto per chi si occupa di educazione, rendersi conto di come si sta lentamente verificando quella che qualcuno ha definito una vera e propria rivoluzione antropologica, uno stravolgimento che sta mettendo in discussione i valori su cui per secoli, anzi per millenni, si è fondata l’umanità. I primi destinatari di questa rivoluzione antropologica sono i giovani, i quali stanno crescendo in un clima morale che, se volessimo trovare un esempio grafico, potremmo identificare nella nebbia: una totale assenza di contorni, di punti di riferimento, di limiti chiari e individuabili. E la nebbia è ciò che meglio di qualsiasi altra idea rappresenta oggi l’ideologia del gender.

Il gender afferma che non esiste una natura umana perché l’essere umano sarebbe unicamente il risultato della cultura. Questa idea si radicalizza nella visione della sessualità umana: per il gender l’essere maschio o femmina non è determinato dal corpo sessuato con cui ognuno di noi è nato ma da una scelta personale, condizionata anche dalla cultura della società in cui si vive. “Donna non si nasce, lo si diventa“, sosteneva qualche tempo fa Simone De Beavoir nel suo libro “Il secondo sesso”. Uomo o donna non si nasce, insomma, ma lo si diventa per scelta, ripete oggi il gender. Michel Onfray, filosofo francese contemporaneo, afferma che sarebbe la propria volontà sessuale che costruisce l’io; è ciò che io voglio, agendo in un determinato modo che mi costituisce come uomo o come donna. Con buona pace della natura umana. Ma non finisce qui. La scelta della propria identità di genere, potrebbe anche essere non irreversibile. Sì, perché la nuova frontiera del gender si chiama “gender-queer” e rivendica sia la libertà di non identificarsi con alcun genere ma anche quella di identificarsi con più generi contemporaneamente o successivamente nel tempo: oggi maschio, domani femmina, poi bisex, poi di nuovo maschio…

Le implicazioni di un’ideologia come quella del gender sul piano sociale e, di conseguenza, su quello educativo sono molteplici. Tanto per cominciare, togliere importanza alla differenza sessuale nella coppia, nella famiglia, nell’educazione dei figli, nella procreazione, conduce inevitabilmente alla fine della paternità, della maternità, della filiazione: tutto diventa indifferenziato e viene posto allo stesso livello valoriale e funzionale. A livello giuridico i promotori del gender, che agiscono influenzando direttamente l’ONU – di riferimenti al gender sono pieni alcuni documenti delle Conferenze internazionali del Cairo nel 1994 e soprattutto di Pechino nel 1995 – hanno l’obiettivo di riscrivere le leggi sui diritti umani. Per fare ciò, la strategia più efficace è quella di agire sul linguaggio, per rendere le leggi funzionali alla promozione dell’agenda di genere, i cui punti principali sono la separazione del sesso biologico dal genere come ruolo socialmente costruito, l’ampliamento dei diritti umani ai cosiddetti diritti sessuali e riproduttivi (aborto e contraccezione), l’eliminazione del disturbo dell’identità di genere dall’elenco dei disturbi psicologici, il favorire il ricorso alla chirurgia per il cambiamento di sesso. Quanto questa strategia sia già diffusa è sotto gli occhi di tutti; in diversi Paesi sono stati modificati gli ordinamenti. In Spagna sono stati introdotti, per esempio, i termini di progenitore 1 e progenitore 2 al posto di padre e madre. Nel Quebec si parla invece di “fornitore di materiale genetico”. In Argentina, quando nel 2010 è stata approvata la legge sul matrimonio omosessuale, è stato usato il termine “contraenti” al posto di “marito e moglie”. Il gender ha anche una chiara strategia educativa, che ha l’obiettivo di arrivare a fare in modo che le idee vengano percepite come normali e digerite lentamente dalla gente comune. È evidente che l’obiettivo principale è quello di educare a questa ideologia, fin dall’infanzia, le giovani generazioni. Non a caso, anche nei programmi di educazione sessuale che si tengono nelle scuole, manca qualsiasi riferimento alla dimensione morale della sessualità umana: nessun riferimento alle virtù o ai valori spirituali, ma anche deresponsabilizzazione dei genitori. Il concetto di male morale si limita unicamente alla violenza sessuale di un individuo nei confronti di un altro. A questo punto ci chiediamo quale possa essere l’approccio educativo dei genitori e degli educatori in genere, nei confronti di un’ideologia che probabilmente rappresenta uno dei sintomi più evidenti della regressione antropologica che caratterizza il mondo contemporaneo occidentale.

Identità e genere: intervista al dott. Roberto Marchesini

genereAl Dott. Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, autore del libro “Come scegliere il proprio orientamento sessuale (o vivere felici)”, collaboratore del periodico “Il Timone”, l’Agenzia Fides ha rivolto alcune domande.

Nel Suo libro, trattando i temi dell’identità di genere, Lei sembra richiamarsi ad un’antropologia definità del “senso comune”. Può spiegare cosa intende?
Gli uomini condividono, senza bisogno di una particolare riflessione critica, una serie di credenze a proposito della realtà, del mondo e dell’uomo, e una serie di principi; la riflessione critica su questi argomenti, che sia essa di tipo scientifico o filosofico, ha il compito di giustificarli razionalmente. Questo insieme di certezze e principi prende il nome di “senso comune”, perchè è il frutto nell’uomo dell’evidenza dell’esistenza della realtà e dei legami che evidenziano l’esistenza di un ordine. Al senso comune si contrappongono tutte le filosofie “del dubbio” che, a partire da quella cartesiana, sospendono ogni assenso a tutto ciò che non è frutto di una riflessione critica, la quale assume così un ruolo fondante.
Una antropologia del “senso comune” è dunque una riflessione filosofica sull’uomo che si pone come obiettivo quello di dare un fondamento razionale alle certezze che si presentano con evidenza su questo argomento. Si tratta di avere, in sostanza, un atteggiamento di umiltà nei confronti della realtà, e della realtà umana in particolare; un atteggiamento contemplativo di fronte a come l’uomo “è”.
Certo, sarebbe più facile partire da una idea studiata “a tavolino”, bella, allettante su come l’uomo “dovrebbe essere”, ma la scienza ha il compito di spiegare come è e come funziona la realtà, non di dire come dovrebbe essere e funzionare, secondo i nostri desideri o progetti. In effetti, il tentativo di spiegare ciò che è intuitivo è forse la cosa più difficile; mi viene in mente Sant’Agostino, che nelle sue Confessioni scriveva: “Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più” (Libro XI). Ma l’atteggiamento del “senso comune” è, a mio parere, un ottimo fondamento antropologico per lo studio dell’uomo.
Rudolf Allers (1883-1963), ad esempio, ha fatto di questo concetto la base della sua psicologia: “Non serviam! è l’atteggiamento che sta alla radice della sofferenza del nevrotico. Ma lo sforzo per raggiungere qualcosa non solo al di là della propria possibilità personale, ma oltre le possibilità di ogni essere umano, implica una auto-contraddizione, perché ogni ambizione è condizionata dalle limitazioni della natura umana. Solo un individuo al quale la “onnipotenza” – “esse sicut dii” – è essenzialmente negata può aspirare a una cosa del genere. Il disgusto nei confronti della propria
natura umana e finita è un rifiuto di quella natura sulla quale ogni ambizione si deve fondare; e la nevrosi è la forma che questo atteggiamento paradossale assume. Da quando questo atteggiamento del non serviam è radicato nell’intimità più profonda della natura umana, la nevrosi stessa non è che una esagerazione delle caratteristiche della personalità umana comune a tutti noi” (The new psychologies).

Una parte della scienza e gli organismi internazionali, sembrano non tener conto dell’ordine naturale del mondo. Che cosa pensa in proposito?
In effetti, dai feed-back che ricevo soprattutto dall’ambiente scolastico, sembra che per le giovani generazioni l’orientamento sessuale sia considerato in modo sempre più mutevole e indeterminato, ma questo non significa affatto che la natura umana si possa trasformare da eterosessuale a bisessuale, come alcuni, ad esempio, sostengono. Ciò che definisce la naturalità di qualcosa non è la sua frequenza statistica, ma l’aderenza al proprio progetto. In termini aristotelici, infatti, la natura è il principio insito nelle cose, che guida il loro passaggio da potenza ad atto. Oltre a ciò, sulla base della mia esperienza clinica sono convinto che la natura abbia una sua forza, e che non si esprima solo quando ci sono ostacoli che ne impediscano il compimento; sono quindi ottimista sul fatto che la confusione sull’orientameno sessuale possa anche aumentare, ma mai divenire predominante.

C’è chi ritiene che la teoria del gender trasformi in modo definitivo la cultura occidentale. E’ d’accordo?
Decisamente. Innanzitutto si tratta, come dicevo prima, di un atteggiamento di ribellione nei confronti della realtà che – concordo con Allers – non può che aumentare la sofferenza e l’angoscia nell’uomo. Secondariamente, è una visione che muta radicalmente la natura dei legami relazionali (che, è bene ricordarlo, sono fondamentali nel processo di formazione dell’identità): la relazione, anche sessuale, non è più il compimento di un progetto, della natura umana a livello più profondo (come ha mostrato l’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla sessualità umana), ma diventa questione di scelta, anche ideologica, sdradicata dal livello biologico, persino variabile nel tempo. I cambiamenti culturali, soprattutto in ambiti così delicati, non vanno trascurati. Lo statistico Roberto Volpi ha dimostrato (“La fine della famiglia”, 2007) che il cambiamento culturale portato con la legge sul divorzio ha avuto come effetto una diminuzione drastica della natalità; una ricerca del 1988 (Guis e Cavanna, “Maternità negata”) ha dimostrato che il 32% delle donne non avrebbe abortito in assenza della legga 194; e non è senza fondamento l’idea che il passaggio, avvenuto negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, ad una visione del fondato sulla soddisfazione personale dei propri bisogni affettivi e sessuali abbia avuto come conseguenza una maggior fragilità del legame matrimoniale. Infine, come è nel destino di ogni ideologia, anche la teoria del gender si sta trasformando in una dittatura, che limita la libertà di pensiero e di espressione e discrimina chi non si adegua a questa visione dell’uomo.

La Dottrina Sociale della Chiesa riconosce come, alla base di ogni esperienza umana, ci sia quella di nascere sessuati. Può spiegare dal punto di vista scientifico quest’affermazione?
Sarebbe facile ricordare che, fin dal momento del concepimento, ogni persona è maschio se possiede la coppia cromosomica XY, femmina se possiede la coppia XX; non solo ogni persona è maschio o femmina dall’origine, ma nella sua totalità corporea, dato che ogni cellula del suo corpo possiede la coppia cromosomica che ha determinato il sesso. Tuttavia, l’identità sessuata non si esaurisce nella realtà corporea, ma comprende anche tutte quelle caratteristiche personali che afferiscono all’area relazionale, psicologica, emotiva, sociale e che gli ideologi del gender vorrebbero separate dal sesso biologico. Purtroppo abbiamo avuto la dimostrazione di come anche l’identità di genere sia frutto di un progetto armonicamente connesso al sesso biologico, e di come le teorie che definiscono l’identità di genere come un mero prodotto culturale siano assolutamente prive di fondamento. Mi riferisco alla triste storia di David Reimer, raccontata dal giornalista John Colapinto nel libro “As nature made him” (2001). David Reimer, in origine Bruce, fu evirato per errore durante una banale operazione di circoncisione a nemmeno due anni d’età. I genitori, disperati, si rivolsero al dottore John Money, celebre per la terapia di bambini con problemi di ermafroditismo, allievo di Kinsey e tra i primi a teorizzare che l’identità di genere non avrebbe nulla a che fare con il sesso biologico. Il dottor Money si trovò così servito su un piatto d’argento l’esperimento perfetto, ossia la possibilità di trasformare un bambino nato maschio in una bambina, attraverso una educazione mirata e interventi chirurgici ed ormonali per modificare il sesso biologico. Non solo: Bruce aveva un fratello gemello identico, Brian, che poteva così rappresentare il cosiddetto “campione di controllo”. Bruce venne così chiamato Brenda, subì una parziale operazione chirurgica e venne cresciuto come una bambina. Cominciò così per l’intera famiglia un terribile calvario fatto di depressione, bulimia, alcolismo, problemi scolastici e sociali che terminò soltanto quando il Bruce/Brenda – che nulla sapeva dell’incidente e della sua vera identità – si ribellò al dottor Money, decise di farsi ricostruire un rudimentale pene e sposò Mary, una giovane donna con tre figli avuti da tre uomini diversi. La storia non ha un lieto fine, perchè
David – questo il nuovo nome di Bruce/Brenda – devastato dal tragico esperimento del dottor Money, si è suicidato il 5 maggio del 2004, due anni dopo il fratello Brian. (D.Q.) (Agenzia Fides 20/12/2007; righe 99, parole 1.131)