Archivi tag: genitori

Due scout beatificati

quattrocchiLuigi e Maria Beltrame Quattrocchi sono stati proclamati beati da Papa Giovanni Paolo II. Nella storia della Chiesa sono la prima coppia innalzata all’onore degli altari per le sue virtù coniugali e familiari.
Anche l’Agesci partecipa a quest’evento del tutto eccezionale ed ha motivo di essere onorata perché si tratta dei primi beati scout: Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, ed in modo specialissimo Luigi, furono assai legati allo Scautismo fin dagli inizi. Negli anni in cui l’ASCI muoveva i primi passi in Italia, i coniugi Beltrame Quattrocchi vollero collaborare agli sviluppi educativi del metodo scout e si impegnarono molto anche per diffonderlo e farlo crescere. Se a Luigi va riconosciuto un impegno attivo nel servizio scout, non meno rilevante fu quello “indiretto” della moglie Maria che si interessò agli sviluppi educativi del metodo scout, prendendo parte a incontri, conferenze, corsi, riunioni di famiglia, scrivendo articoli e facendo conoscere la nuova associazione. Sicuramente l’impegno educativo è stato assunto da entrambi i Beltrame Quattrocchi con grande responsabilità e soprattutto in maniera molto condivisa.
Oggi l’Agesci esprime la propria riconoscenza a Luigi e Maria per la loro esemplare testimonianza che è proseguita in modo fruttuoso attraverso il servizio di assistente ecclesiastico reso all’associazione dal figlio, don Tarcisio, noto come “don Tar – Aquila Azzurra”. In Agesci lo conoscono tutti perché per anni è stato assistente di “Scout Avventura” e soprattutto perché è l’autore del testo della canzone: Al cader della giornata. A novantacinque anni, continua il servizio scout ed è il più anziano assistente ecclesiastico e Foulard Bianco in Agesci.
Vedere uno dei propri capi elevato all’onore degli altari costituisce sicuramente un motivo di decoro e di testimonianza per tutta l’Agesci.
Maria e Luigi non hanno fatto nulla di eclatante nella loro vita, se non dedicarla completamente e totalmente al loro amore coniugale e alla loro missione di geni tori e di educatori, nutrendosi della Parola di Dio e dell’Eucarestia e traendo dal Signore la forza per affrontare in santità il quotidiano.
Le “virtù eroiche” di questi sposi e genitori si sono più volte esplicitamente manifestate nei fatti della loro vita: la difficile decisione di “lasciar fare” a Dio quando tutti consigliavano di interrompere la gravidanza a rischio che portò alla nascita della quarta figlia; la serena accettazione della scelta vocazionale dei primi tre figli; la sofferenza per la loro lontananza anche durante il conflitto mondiale.
Ma la sintesi estrema del comune spirito di questo fulgido esempio di vita matrimoniale sta nelle parole stessa di Maria: “vita terrena vissuta nel perenne pensiero, ispirato da Dio stesso, di rendere felice la persona amata” La bellezza del canto degli uccelli, di un fiore, di un tramonto, di una vetta” tutto sentito insieme, con un solo palpito, una sola vibrazione di godimento e di gioia”.
Il servizio scout di Luigi Beltrame Quattrocchi
Il servizio scout iniziò per l’avvocato Luigi in coincidenza con l’iscrizione al Riparto Roma V, appena fondato dal padre Giuseppe Gianfranceschi s.j., dei due figli maschi, Filippo e Cesare. Entrò a far parte del Consiglio Direttivo 3; ne divenne il primo Presidente e rappresentante all’Assemblea Generale del 1918, che lo nominò membro del Commi ssariato Centrale ASCI (Associazione Scautistica Cattolica Italiana), con successivi rinnovi annuali e con l’incarico specifico della “propaganda in pro”: oggi potremmo dire, “Responsabile Nazionale alla Stampa e alle Pubbliche Relazioni”.
Luigi frequentava con assiduità le riunioni settimanali del Commissariato Centrale ASCI, a fianco del primo Presidente italiano, il Conte Mario di Carpegna, dell’illustre scienziato gesuita padre Gianfranceschi (che poi, volò con Umberto Nobile sul Polo Nord), Mari o Cingolani, Mario Mazza, Cesare Ossicini, Paolo Cassinis, Salvatore Salvatori, Salvatore Parisi. Nelle discussioni e nelle decisioni portò il suo contributo con l’equilibrio, l’acume e la modestia che lo caratterizzavano, nonché la sua esperienza e testimonianza di fede assai apprezzate. Le riunioni si tenevano a Roma nel celebre punto di riferimento dei movimenti cattolici nazionali al numero 70 di via della Scrofa 5 , dove aveva occasione di incontrarsi e tessere rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del laicato cattolico maschile del tempo, in particolare con “papà” Paolo Pericoli, allora Presidente nazionale della Gioventù Cattolica – che era della sua stessa parrocchia di San Vitale -, col conte Pietromarchi, col marchese senatore Filippo Crispolti, con l’onorevole Filippo Meda, con Egilberto Martire, oltreché con l’assistente, monsignor Pini. Spesso si faceva accompagnare da Filippo o da Cesarino, i quali attendevano in anticamera il termine delle lunghe sedute, felici di poter poi tornare a casa a piedi con il papà, impegnando il tempo in interessanti e cordiali chiacchierate con lui. Durante le riunioni di Commissariato Centrale ASCI, Filippo, che aveva la specialità di ciclista, veniva spesso incaricato di recapitare in bicicletta lettere ai dirigenti associativi residenti nel centro di Roma.
Nel 1919 Luigi Beltrame, colpito dalla situazione di abbandono dei ragazzi di strada del rione popolare della Suburra, un settore spiritualmente e moralmente depresso e abbandonato del medesimo quartiere Esquilino, insieme con un collega dell’Avvocatura erariale, il professore avvocato Gaetano Pulvirenti, amico carissimo e di pari sensibilità religiosa, fondò e diresse nei locali attigui alla basilica di Santa Pudenziana in via Urbana, un oratorio festivo che in breve si popolò di ragazzi da evangelizzare. In seguito, Luigi decise di fondare tra quei ragazzi un nuovo reparto di scouts, convinto che il metodo scout potesse essere un valido strumento per attirare alla Chiesa tanti ragazzi, sbandati e a rischio. L’idea trovò l’adesione plebiscitaria di quei ragazzi, ai quali nessuno prima d’allora si era interessato. Così nel 1919 nacque il Riparto Roma XX 7 , che Luigi diresse fino al 1923, inizialmente con sede a Santa Pudenziana, e poi nella parrocchia di San Vitale, in via Nazionale, n.194.
Luigi desiderò che i due figli, Filippo e Cesare, lasciassero l’ambiente d’élite del Roma V per quello della nuova fondazione. E loro, orgogliosi di affiancare il babbo, diventarono con lui, le colonne portanti del nuovo Riparto, fino a quando il Signore non li chiamò entrambi nella più alta missione sacerdotale. Il trasferimento al nuovo gruppo rappresentò per i due fratelli un sacrificio non piccolo, ma lo fecero volentieri. Il 12 dicembre 1921 Luigi fu nominato Consigliere Generale, incarico che mantenne ininterrottamente fino al 1927, quando l’ASCI fu soppressa dal Fascismo.
Una donna nell’Asci
La signora Maria Beltrame Quattrocchi, madre sensibilissima e straordinaria educatrice alla fede, autrice di molti libri di spiritualità e di pedagogia, fu membro attivo del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana e membro effetti vo del Segretariato Centrale di Studio prodigandosi per la diffusione della fede. Con sensibilità tipicamente materna si impegnò attivamente dal punto di vista educativo, affrontando alcune problematiche pedagogiche anche in testi scritti personalmente e indirizzati alle madri.
Per conoscere maggiormente la proposta educativa scout, nel 1918 Maria Beltrame Quattrocchi volle partecipare ad un “corso per corrispondenza” sui valori dello Scautismo, finalizzato ad una sua maggiore diffusione in Italia. Ottenne il relativo diploma di idoneità – con un encomio personale per aver conseguito punti non inferiori agli otto decimi 9 – firmato il 24 giugno 1919 dal conte Mario di Carpegna, fondatore dello Scautismo cattolico e primo Presidente dell’ASCI.
A conclusione di tale corso, diciassette furono i partecipanti idonei, dei quali quattro ricevettero l’encomio. È significativo constatare che Maria Beltrame Quattrocchi si distinse in un gruppo costituito sostanzialmente da uomini; infatti, insieme a lei frequentò il corso una sola altra donna. È indubbiamente strano incontrare queste due presenze femminili in un contesto associativo, quale quello della “prima” ASCI, del tutto maschile.
L’interesse espresso da Maria dovette essere assai grande sul piano pedagogico, per spingerla a muoversi in tale ambito in un clima socio culturale che non offriva spazi alla donna al di fuori dell’ambito familiare.
Inoltre, Maria cercava di stabilire una continuità educativa tra la famiglia e la proposta scout. Si interessava a tal punto dello Scautismo che seppe stabilire rapporti di amicizia con i capi scout a cui affidava i figli. Apriva la casa ai coetanei di Filippo e Cesare, gli altri esploratori che presso la sua abitazione, si incontravano e se necessario, svolgevano le riunioni scout. Tra gli educatori scout, amico di famiglia era Giulio Cenci, che rimasto orfano, si rivolgeva a Maria per molte questioni, tanto che trovò in lei una nuova mamma.
Infine, dal ricordo di don Tar, ci risulta che si scandalizzasse che qualche capo fumasse una sigaretta, perché diceva: “non è scout, non è stile”. Senz’altro, fin da subito Maria percepì la profonda spiritualità ascetica dello Scautismo.
Due genitori fiduciosi nei confronti del metodo scout
Con il marito, Maria avvertì la necessità di integrare l’educazione che poteva proporre ai figli nell’ambito familiare, aprendoli ad esperienze che oggi definiamo, di tipo “extrascolastico”. Con quest’intenzionalità iscrisse tra i lupetti i due figli maschi che frequentavano l’istituto “Massimo” dei padri gesuiti: nel 1916 Filippo (successivamente don Tarcisio) e nell’anno successivo l’altro figlio, Cesare.
La scelta di affidarli al gruppo scout compiuta dai genitori Beltrame Quattrocchi, è illustrata, attraverso le brevi ma efficaci parole scritte da Maria, quando ricordando la figura del marito scomparso, e descrivendo il comune impegno educativo nei confronti dei propri figli, sostiene: “Lo scoutismo […] ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita… . Così sintetizza la scelta di inserirli nella nascente associazione, l’ASCI: “I bambini – diventati fanciulli – esploratori… .
L’efficacia di questa precisa scelta educativa è testimoniata da quanto il figlio, don Tarcisio, afferma al riguardo: “un momento importante della nostra formazione fu certamente l’inserimento mio e di mio fratello nello scoutismo cattolico (Asci) […].
Questa attiva partecipazione alla vita extrascolastica e all’impiego del nostro tempo libero consentì ai nostri genitori di inserirsi e di seguirci nel modo più naturale ed efficace nel nostro piccolo (ma non tanto) mondo extrafamiliare e di partecipare ai nostri interessi, senza apparire in alcun modo apprensivi o ossessivi. Ciò costituì un elemento assai importante, direi fondamentale, della nostra formazione, poiché si trattò di un inserimento spontaneo, intelligente, partecipativo nei nostri interessi, inteso a guidarli e indirizzarli costantemente verso un ideale superiore che li valorizzava anche ai nostri occhi….
E lo Scautismo proposto con tale forza ai figli si incise così profondamente, che ancora oggi – alla veneranda età di 95 anni – don Tarcisio non ha ancora posato il suo fazzolettone, e la sua casa di Via A. De Pretis, n. 86 è riferimento continuo per molti scout romani e non solo.
Va precisato che la scelta dei coniugi Beltrame Quattrocchi di inserire i propri figli nel gruppo scout certamente non fu casuale, quanto piuttosto ben motivata e continuamente sostenuta. Ed assume ancor più importanza se contestualizzata nel momento storico che stavano vivendo.
Va rilevato, infatti, che l’esperienza scout avviata nel 1907, si andava progressivamente diffondendo a livello mondiale, e nel secondo decennio del Novecento, lo Scautismo si stava affacciando nel mondo cattolico italiano, senza trovarvi un terreno favorevole. Infatti, a partire dal 1913 la rivista dei Gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, più volte affrontò la questione del metodo scout, prendendo le distanze da esso. Altri articoli pubblicati sulla stampa cattolica del tempo talora rilevarono una serie di ambiguità sul piano educativo, sollevando una serie di interrogativi sulla sua efficacia. Invitando alla prudenza rispetto ai possibili pericoli, si arrivò a toni piuttosto polemici che finirono per sviluppare un atteggiamento di prevenzione e per frenare sostanzialmente la diffusione delle prime esperienze di Scautismo in Italia, considerato carente soprattutto dal punto di vista dell’educazione religiosa.
Eppure, Maria e Luigi, molto attenti all’educazione dei figli e scrupolosi com’erano, non si lasciarono influenzare da questi pregiudizi. Per verificare se erano corrette le accuse di naturalismo rivolte allo Scautismo, Maria “fece subito arrivare dall’Inghilterra il libro del fondatore dello Scautismo, sir Robert Baden-Powell, per assicurarsi che non presentasse problemi dal punto di vista religioso, data l’origine anglicana… . Conoscitori dell’inglese, lei e il marito poterono leggere direttamente in lingua originale, conoscendo così più da vicino la proposta scout. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi si fidarono del gesuita padre Giuseppe Gianfranceschi, nominato – come segno dell’approvazione pontificia dell’associazione appena costituita – Vice Commissario Ecclesiale dell’ASCI dal Segretario di Stato. Personalmente, poi, questo padre gesuita fu “immediatamente conquistato dallo scautismo, che difese con energia e coraggio contro critiche interne e esterne al mondo cattolico”.
Pertanto, alla luce di questo clima sostanzialmente contrario allo Scautismo, si comprende quale fosse la fiducia nei confronti di tale metodo educativo espressa dai coniugi Beltrame Quattrocchi nel momento in cui avviarono i due figli al percorso formativo scout.
Intuirono l’importanza pedagogica, convincendosi della bontà dei suoi principi educativi e vi aderirono subito con appassionato entusiasmo. Presero contatto con l’Associazione Scautistica Cattolica Italiana (ASCI), costituitasi in quegli stessi mesi, si interessarono in modo attivo per conoscere il movimento scout e parteciparono insieme alle prime riunioni programmatiche e divulgative, impegnandosi per diffonderlo a Roma.
La profonda sintonia e la reciproca intesa anche in questioni educative può costituire una testimonianza esemplare di coeducazione vissuta nella quotidianità ed intuita con largo anticipo rispetto ai nostri giorni.
Paola Dal Toso
Incaricata nazionale al Centro Documentazione Agesci

Tredicimila errori finora – Costanza Miriano

baby-84626_1280Mi hanno chiesto qua e là – non schiere di gente, per carità, ma qualcuno sì – di scrivere, dopo quello per le mogli e quello finto per i mariti (è sempre per le mogli), un libro sull’educazione dei figli. Non so cosa nella mia condotta possa avere indotto in qualcuno lo strampalato pensiero che io sia una educatrice decente. Io da parte mia, pur mettendocela tutta, prima di sbilanciarmi aspetterei una venticinquina d’anni (ammesso che sopravviva allo stress di tutti i colloqui con i professori che ancora mi separano dal camposanto).

Se calcoliamo, ottimisticamente, che io e mio marito abbiamo sbagliato una sola volta al giorno con ciascuno dei figli, siamo già attestati ben oltre i tredicimila errori educativi. Le madri e i padri, anche quando ce la mettono tutta, sbagliano. Le madri e i padri non sono perfetti, e questa è una buona notizia, perché ci libera dall’ansia di prestazione. Ma la notizia ancora più bella è che noi non siamo i principali attori del processo educativo: il vero Padre è in cielo, ed è Lui che fa il lavoro vero, quello della storia della salvezza dei nostri figli, lavoro che essendo una storia non dura solo un attimo (sennò si chiamerebbe fotografia della salvezza).

L’altra buona notizia è che per essere buoni genitori non serve avere appreso una buona tecnica, ma è necessario essere buone persone, e per essere buone persone (e felici) è necessario essere buoni cristiani. È sempre sul lavoro su noi stessi, dunque, che si fonda quello educativo. I bambini sono, come li chiama Edith Stein, “adorabili tiranni”: tendono cioè a ottenere il massimo del piacere col minimo sforzo. D’altra parte la loro anima è anche “naturaliter christiana”: hanno scritto nel profondo il senso del bene e del male. C’è insomma in loro, proprio come in noi grandi, il dualismo di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani, nel famoso passo: “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.

La nostra vita, quella dell’uomo, è dunque un allenamento – portare a termine la corsa, combattere la buona battaglia – un lavorare su noi stessi per far morire la parte umana, e far fortificare la vita di Dio in noi, che è il senso del Battesimo, la possibilità di diventare figli di Dio. Noi possiamo fornire ai figli i rudimenti di questo lavoro che però poi anche loro devono fare da soli, proprio come noi. Allenare i loro muscoli, rafforzarli. E quindi mettere delle regole, avere il coraggio di non risparmiare loro tutte le sofferenze e le frustrazioni. La cosa fondamentale, infine, il cuore del lavoro educativo è introdurre i nostri figli al senso del sacro, mostrare loro che c’è qualcosa di davvero sacro, e che in quest’arca misteriosa si può entrare, in punta di piedi ma si può davvero, da quando Gesù è venuto. Il punto di Archimede della storia è lui, l’unica via verso la presenza santa e inaccessibile di Dio. Per questo è importante parlare di lui ai bambini con serietà, non dipingendolo come un bambinello biondo, melenso, ridicolo, poco più di un pupazzetto. E poi cercare di favorire incontri con persone significative, con qualcuno che porti anche a loro come è stato per noi l’annuncio della fede.

A un certo punto poi bisogna assumersi il rischio educativo, avere il coraggio di lasciarli sperimentare, di stare in panchina senza entrare in campo anche quando si vede chiaramente che i figli stanno sbagliando, col cuore sanguinante in mano, quando non c’è altro da fare che aspettare e pregare. Qui la mia saggezza si ferma, perché a questa fase non ci sono arrivata, e davvero qui la mia è solo teoria, solo nobili parole (lo so già che pedinerò i figli appostandomi agli angoli con impermeabile e baffi finti). Volevo però citare il passo del Vangelo di Luca, in cui tornando da Gerusalemme Maria e Giuseppe perdono Gesù, perché lo credono insieme al resto della carovana, al sicuro. Anche i nostri figli a un certo punto possono perdersi, quando noi li crediamo al sicuro con il resto della carovana, cioè con i coetanei. Volevo citarlo, dicevo, ma non l’ho fatto perché prima di me di questo aveva parlato con la massima competenza uno straordinario sacerdote, don Ugo Borghello, che da una vita fa il direttore spirituale proprio di ragazzi adolescenti, e che nonostante i suoi settantasei anni è sicuramente parecchio più giovane di me. Sarà la vicinanza con i ragazzi. Su di lui un altro post.

Infine ha tirato le conclusioni Emilio Fatovic, rettore del Convitto nazionale, che ha parlato del suo ruolo con grande energia, saggezza, trasporto. È un uomo che ha fatto del lavoro educativo tutta la sua vita (da maestro elementare, a professore delle medie, poi del liceo, poi vicerettore, infine il ruolo più alto) e che continua con passione a insegnare ai suoi ragazzi a essere curiosi, a sognare, e a perseverare nel sogno. Quando era bambino, orfano, allievo a sua volta del convitto, sognava di diventare rettore, forse perché il suo era stato per lui come un padre. Ha perseverato, lavorato, e ha realizzato il sogno. Mi ha fatto venire voglia di tornare a scuola. Stesso effetto anche a Pippo Corigliano. Ma, come ha detto lui, bisogna prima vedere se superiamo il test di accesso.

fonte:  http://www.costanzamiriano.com

 

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

Papa’, assicurami che valeva la pena venire al mondo

L-educazione-dei-figliai miei genitori, Dario e Clementina  che mi hanno dato la vita, e con essa il sentimento  della sua grandezza e positivita’  a Clementina Mazzoleni, mia professoressa di italiano  cui devo la passione  per la letteratura e per l’insegnamento a don Luigi Giussani,  che a quel sentimento e a quella passione  ha dato la stabilita’ e la certezza della fede”.

Basterebbe la dedica del mio ultimo libro per il segreto dell’educazione: una serie di incontri con dei maestri che testimoniano la positività della vita.
Comincio da una constatazione elementare: quando veniamo al mondo, quando nasciamo o meglio quando un uomo impatta nella realtà, che cosa succede?
Succede che Dio procura a questo bambino due cose: la realtà che ha intorno e sé stesso.
La realtà questo bambino ha diritto di incontrarla in tutte le sue manifestazioni, tanto che gli esperti dicono che fin dal momento del concepimento, anche prima della nascita, il feto comincia a costruire questo rapporto con la realtà circostante.
Più complessa è la definizione di sé stesso, perché nell’uomo il sé stesso coincide con la corrispondenza dell’essere con il Creatore. Questa corrispondenza si percepisce attraverso il desiderio di bene, il desiderio di significato, esigenza di verità.

Con questa premessa educazione diventa accompagnare il bambino, mano a mano che diventa grande, a sentire soddisfatto questo desiderio, a rendersene cosciente e a verificarlo tutti i giorni nella vita.
In questo percorso, che avviene per gradi, dobbiamo tener presente alcuni punti di riferimento: primo punto è la lealtà con la tradizione intesa come sorgente della capacità di certezza. L’unica possibilità di certezza per un figlio o per un alunno per crescere consapevole è quella di potersi paragonare lealmente con un adulto che sa dove va, sa che cosa vuole, sa che cosa è per sé la felicità, un adulto che testimonia un bene possibile. I genitori devono essere una proposta vivente di fronte ai propri figli.

Secondo punto, che per certi ambienti può sembrare anacronistico, è l’autorità, cioè l’essenzialità di una proposta che diventa l’esistenzialità di una proposta. Secondo Don Giuissani “la funzione educatrice di una vera autorità si configura come funzione di coerenza ovvero una continuità di richiamo all’impegno verso i valori essenziali e all’impegno della coscienza con essi, cioè un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà”.

La funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica, in altre parole la certezza dei nostri ragazzi, la solidità della loro personalità cresce e si struttura attorno a una sicurezza che gli testimonia l’adulto. In questo senso la paura di sbagliare (sentimento sempre più comune) è pericolosa e forse si potrebbe dire che il grande segreto dell’educazione è proprio questo: non aver paura di sbagliare.

Qui entra in gioco il terzo punto o meglio la parola che sintetizza tutto il processo educativo: Misericordia. L’educazione è una grande misericordia, è un grande continuo perdono, è un continuo abbraccio all’altro prima ancora che cambi. Misericordia vuol dire che io ti amo prima che tu cambi, prima che tu diventi come io vorrei, prima che tu diventi buono e obbediente, prima che tu diventi migliore; prima di tutto io, adulto, affermo il tuo valore qualunque sia l’esito o l’attesa. Affermare il valore prima di ogni pretesa.

In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli, ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo nella storia dell’umanità esattamente con lo stesso cuore, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati da un insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici (come noi).

Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
La risposta me la sono data un pomeriggio mentre stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano di 5 anni.
Correggevo i temi come fanno tutti gli insegnanti di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che mio figlio si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre a lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che quello sguardo, quegli occhi di bambino, contenessero una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

Questa è la domanda dell’educazione che tutti dovremmo portare sempre dentro “quale speranza ti sostiene?” L’educazione comincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di una risposta prima di tutto per sé stesso.

L’uomo vale per quello che si vede nel suo agire, è nell’azione che si dimostra il proprio interesse, allora si diventa testimoni nel quotidiano, nell’uso del tempo, dei soldi, della casa, delle energie nella gestione dei rapporti … perché un figlio ti guarda sempre e si può rispondere solo con la vita.
di Franco Nembrini  per La Croce

Cosa pensano i figli adottivi dei loro genitori biologici?

L’abbandono minorile costituisce una delle più gravi emergenze umanitarie dei nostri tempi. Alcune statistiche riportano che ogni 15 secondi un bambino nel mondo viene rifiutato. Per molti di questi bimbi abbandonati l’adozione ha costuito, costituisce e costituirà una àncora di salvezza. Ogni vita umana ha un valore unico ed irripetibile, per questo salvare un bambino significa salvare il mondo intero.

La Beata Madre Teresa di Calcutta affermava: “Quando adoro Gesù nell’Eucarestia vedo il volto dei poveri, e quando vedo i poveri riconosco il volto di Cristo”. La spiritualità dell’adozione è un elemento essenziale per i genitori adottivi, perchè essi sono chiamati ad accompagnare la sofferenza dell’abbandono vissuto dai loro figli.

Se durante l’infanzia il dolore dell’abbandono viene acquetato dalla gioia e dall’entusiasmo della vita, l’adolescenza è il tempo della maturazione nel quale la costruzione del futuro inizia a fare i conti con l’esperienza del passato. Per i bambini adottivi il passato è stato contrassegnato dal rifiuto, dall’incuria e dell’abbandono. La domanda che risuona nel cuore e nell’animo di ogni figlio adottivo è sempre la stessa: “Perchè i miei genitori biologici mi hanno abbandonato?”.

Qesta domanda non è di facile risposta. Ha lo stesso grado di difficoltà di altre domande esistenziali: “Perchè sono nato? Quale è il senso della vita? Perchè esiste la morte?”. Tali questioni sono racchiuse dentro un’unica domanda: “Perché sono stato abbandonato?”.

Prima di giungere alla risposta di questa domanda è necessario un lungo cammino interiore, perchè questa domanda è la compagna di vita dei figli adottivi, dal momento in cui hanno vissuto il distacco dai loro genitori biologici.

“Perchè sono nato in una famiglia ed ora devo vivere in un’altra famiglia? Perchè la mia famiglia biologica non mi ha saputo dare quello che ho ricevuto dalla mia famiglia adottiva?”. Domande che sono come sentinelle nella vita dei figli adottivi, che sempre vegliano sulla loro vita ricordando l’inquietudine della storia passata.

Questi vitali interrogativi sono infatti come la cenere della brace che sembra spegnersi, ma rimane fioca e nascosta per un lungo tempo, sempre pronta ad alimentarsi attraverso il contatto con una piccola scintilla. Ed in questa situazione la scintilla può essere un avvenimento, una parola, o un semplice ricordo. Quello che sul momento viene percepito come dolore, nel tempo si trasforma in grazia. Quando la fiamma del ricordo illumina la vita passata, riaccende il desiderio e il tentativo della riappacificazione con la propria storia.

Un figlio adottivo, riconciliato con la sua storia, potrà affrontare seranamente il matrimonio, potrà diventare un genitore capace di educare santamente i propri figli, perchè avrà ricucito quello strappo esistenziale con la sua vita passata. Quando invece di un rinnovamento totale interiore vengono utilizzati rattoppi parziali, allora tutta il vestito di quella vita rischia di lacerarsi lasciandola spogliata di opere buone.

Quindi il primo elemento fondamentale per i figli adottivi è non avere paura nel porsi la dolorosa domanda: “Perchè sono stato abbandonato?”. Il secondo elemento decisivo è quella di darsi una risposta adeguata che acquieti il proprio animo. La morte naturale dei genitori biologici è la risposta più semplice da accettare. Ma molto spesso l’adozione avviene per abbandono o per grave incuranza dei genitori verso i figli.

In questo caso, i genitori biologici sono vivi e per un figlio non è semplice giustificare la loro condotta. Quale figlio non proverebbe profondi rancori o pesanti giudizi verso i suoi genitori che lo hanno abbandonato? Qui entra in campo il ruolo fondamentale del genitore adottivo che, da un lato è chiamato ad ascoltare in silenzio i pesanti giudizi verso i genitori biologici, ma dall’altro ha il dovere di giustificare la scelta dei genitori biologici, richiamando il grande dono della vita che gli hanno dato, malgrado le loro difficoltà economiche, esistenziali e familiari.

Ci potrebbero essere tante altre motivazioni da dare ai figli adottivi, ognuno in base alla propria storia personale, ma la risposta più adeguata è quella di ricordargli il grido di dolore fatto da Gesù sulla croce: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? (Mt 27, 46). Queste parole di Gesù, presenti sulle labbra del cuore di un figlio adottivo, rappresentano un segno di speranza, perchè quel grido assordante è stata una richiesta di aiuto ascoltata dal Padre, che ha resuscitato il suo Figlio, salvando non solo la sua vita ma anche quella del mondo intero.

Le piaghe sanguinanti dalla croce dell’abbandono troveranno una risanamento profondo solo quando entreranno a contatto con le piaghe di Gesù. Questo potrà avvenire attraverso una riconciliazione cercata, sperata e voluta dai figli adottivi con i loro genitori biologici, concretizzata attraverso un incontro e un riallaccio della relazione. E se questo non fosse possibile per la morte di un genitore biologico, è sempre possibile una riappacificazione interiore piangendo davanti alla tomba del proprio defunto.

Al contrario, rimandare questo incontro personale significa lasciare aperta una ferita che con il tempo si potrà anche cicattrizzare, ma vi è il serio rischio di riaprirsi con grande facilità, provocando dolori sempre più pesanti per se stessi e per le persone che gli vivono intorno.

Un decalogo per il papa’

1- Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull’amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori “per dovere”. E l’educazione è sempre un “gioco di squadra”. Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un’intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in “cambio”, il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po’ di spazio per sé.

2- Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”. Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l’assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l’aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E’ anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.

3 – Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà. In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa, alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo “coscienza” ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.

4 – Un padre dà sicurezza. Il papà è il custode. Tutti in famiglia si aspettano protezione dal papà. Un papà protegge anche imponendo delle regole e dei limiti di spazio e di tempo, dicendo ogni tanto “no”, che è il modo migliore per comunicare: “ho cura di te”.

5 – Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l’ascolto, l’accettazione. Ha la vera tenerezza di chi dice: “Qualunque cosa capiti, sono qui per te!”. Di qui nasce nei figli quell’atteggiamento vitale che è la fiducia in se stessi. Un papà è sempre pronto ad aiutare i figli, a compensare i punti deboli.

6 – Un padre ricorda e racconta. Paternità è essere l’isola accogliente per i “naufraghi della giornata”. E’ fare di qualche momento particolare, la cena per esempio, un punto d’incontro per la famiglia, dove si possa conversare in un clima sereno. Un buon papà sa creare la magia dei ricordi, attraverso i piccoli rituali dell’affetto. Nel passato il padre era il portatore dei “valori”, e per trasmettere i valori ai figli bastava imporli. Ora bisogna dimostrarli. E la vita moderna ci impedisce di farlo. Come si fa a dimostrare qualcosa ai figli, quando non si ha neppure il tempo di parlare con loro, di stare insieme tranquillamente, di scambiare idee, progetti, opinioni, di palesare speranze, gioie o delusioni?

7 – Un padre insegna a risolvere i problemi. Un papà è il miglior passaporto per il mondo ” di fuori”. Il punto sul quale influisce fortemente il padre è la capacità di dominio della realtà, l’attitudine ad affrontare e controllare il mondo in cui si vive. Elemento anche questo che contribuisce non poco alla strutturazione della personalità del figlio. Il papà è la persona che fornisce ai figli la mappa della vita.

8 – Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio. Un giovane rinchiuso in un carcere minorile confida: “Mio padre con me è sempre stato freddo di amore e di comprensione. Quand’ero piccolo mi voleva un gran bene; ci fu un giorno che commisi uno sbaglio; da allora non ebbe più il coraggio di avvicinarmi e di baciarmi come faceva prima. L’amore che nutriva per me scomparve: ero sui tredici anni… Mi ha tolto l’affetto proprio quando ne avevo estremamente bisogno. Non avevo uno a cui confidare le mie pene. La colpa è anche sua se sono finito così in basso. Se fossi stato al suo posto, mi sarei comportato diversamente. Non avrei abbandonato mio figlio nel momento più delicato della sua vita. Lo avrei incoraggiato a ritornare sulla retta via con la comprensione di un vero padre. A me è mancato tutto questo”.

9 – Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano. Ogni figlio ha il diritto di avere il suo papà. Essere trascurati o abbandonati dal proprio padre è una ferita che non si rimargina mai.

10 – Un padre è immagine di Dio. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale. Tutte le ricerche psicologiche dicono che i bambini si fanno l’immagine di Dio sul modello del loro papà. La preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre Nostro. Una mamma che prega con i propri figli è una cosa bella, ma quasi normale. Un papà che prega con i propri figli lascerà in loro un’impronta indelebile.

Perchè “madre” e “padre” sono guide indispensabili

Lavoro da trent’anni in un servizio di Neuropsichiatria infantile e ho avuto spesso l’occasione di collaborare con gli operatori che si occupano di affidi e adozioni. Posso perciò affermare con tranquillità che quanti seguono a diverso titolo la situazione di minori con famiglie problematiche hanno a cuore in primo luogo il benessere dei bambini, indipendentemente dalle loro opinioni personali.

Sono certa che, anche in questo caso (l’affido di una bambina a due uomini), la decisione degli operatori sia stata presa dopo aver vagliato i fatti con cura e attenzione. Perché allora, con altrettanta serenità e sicurezza, mi sento di affermare che si tratta di una scelta sbagliata? Perché sono fermamente convinta che venire affidati a una coppia omosessuale, anche stabile, anche affettivamente accogliente, non possa rappresentare il vero bene per un bambino? Non è facile rispondere in poche righe a un quesito così delicato, ma credo sia indispensabile provarci, al di là di ogni polemica, con un pensiero davvero rivolto esclusivamente ai nostri figli e a ciò che li aiuta a crescere. Tutto parte da una domanda cruciale: esiste o no la differenza sessuale? E questa differenza (di natura? di cultura?) se esiste ha un valore, o è semplicemente un elemento marginale nella vita delle persone? Perché se tale differenza non esiste o è marginale, crescere con figure genitoriali dello stesso sesso o di sesso diverso è in fondo una cosa ininfluente; se viceversa la differenza esiste, e soprattutto ha un valore, l’adulto che si assume un compito educativo è tenuto a domandarsi come accompagnare e far maturare questa differenza nel miglior modo possibile, perché porti i suoi frutti.

Come medico, attento al radicamento primario della nostra identità nel corpo, non posso che ricordare per prima cosa un dato semplice e incontrovertibile: la creatura umana può nascere solo come maschio o come femmina, e tutto il nostro corpo, in ogni singola cellula, fosse anche la più piccola, porta in sé questo decisivo marchio genetico (cromosoma XX per la femmina, XY per il maschio) che continuerà a rimanere inalterato per tutta la vita, indipendentemente dalle scelte sessuali e affettive che ciascuno vorrà compiere successivamente. Per questo motivo la differenza sessuale non può essere considerata una semplice qualità tra le tante, ma è piuttosto un dato costitutivo ineliminabile per l’essere umano, che come tale non può venire ignorato, ma chiede di essere tenuto in attenta considerazione quando si tratta di riflettere sulla costruzione dell’identità personale. Il maschile e il femminile sono due modi di stare nel mondo, due identità di pari valore, entrambe intere e nello stesso tempo incomplete, perché mancanti ciascuna di qualcosa (il maschile/il femminile) che solo l’altro possiede e può dare: questo si traduce nell’evidenza che da soli siamo incapaci di generare, perché solo l’incontro del maschile con il femminile genera nuova vita, fosse anche un incontro in provetta tra ovulo e spermatozoo.

A livello culturale, questo dato biologico ha generato due codici simbolici fondamentali, a loro volta profondamente differenti e irriducibili uno all’altro: il codice del padre e il codice della madre. Non si tratta di semplici funzioni, ma di figure identitarie: paternità e maternità sono il compimento maturo dell’identità sessuale maschile e femminile, e implicano la consapevolezza sempre più profonda della differenza, della specificità, ma anche del limite e della complementarietà. È molto importante capire che parlare di padre e di madre non è equivalente a parlare di mamma o papà. Mamma e papà sono parole legate a un compito, a un ruolo, a una funzione, e in questo senso è certamente possibile dire che anche in una coppia omosessuale potrebbero essere svolte bene le funzioni affettive e di cura di una mamma e di un papà. Madre e padre invece sono parole di identità, e quindi non vicariabili: nessun uomo, anche se capace di svolgere una funzione affettiva, potrà mai essere o diventare una madre, come nessuna donna potrà essere padre, indipendentemente dalle capacità e dalle intenzioni, mentre i figli hanno proprio bisogno di un padre e di una madre, figure di identità, per costruire la propria identità sessuata. Il cerchio allora si chiude: se il maschile e il femminile costituiscono due modelli identitari che esistono e che hanno un valore, un padre e una madre sono le guide indispensabili perché ogni bambino maturi pienamente la propria identità. Pur nell’inevitabile imperfezione di molti padri e madri, questo rimane comunque il maggior bene per il cucciolo d’uomo.

Mariolina Ceriotti Migliarese

Il brutto di sentirsi comprati e non accolti

alana-intro-stillDolce e Gabbana? Avevano ragione loro. I bambini devono nascere da un padre e una madre e non in laboratorio, perche’ «la vita ha un corso naturale e ci sono cose che non dovrebbero essere cambiate». È ciò che pensa Alana Newman, 28 anni, «nata con lo sperma di uno sconosciuto per fare piacere a mia mamma» e «usata come una sorta di strumento per risolvere le sue mancanze».

UN VUOTO INCOLMABILE
Hattie Hart, 16enne, ha scoperto due anni fa di essere stata concepita con lo sperma di un donatore anonimo. Insieme a Newman, ha scritto sul Federalist un articolo contro il «bullismo» di Elthon John, ai danni di Dolce e Gabbana, e «la moltitudine di genitori che difendevano i loro “bei bambini” fatti artificialmente», bambini che «non hanno voce per protestare». Hart pensava che «l’uomo con cui sono cresciuta fosse mio padre, ma non avevo un buon rapporto con lui. Poi, quando ha divorziato da mia mamma, mi ha detto la verità. Inizialmente provai un sospiro di sollievo per il fatto che non fosse mio padre: era distaccato e non mi ha mai trattata come i suoi figli naturali. Ma dall’altra parte, scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile», spiega a tempi.it.
Newman ricorda di quando al college lesse Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley, che già nel 1939 anticipava lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione a fini eugenetici e di controllo delle nascite. Nonostante «l’ambiente liberal, la mia classe era contraria a un mondo così. Allora rivelai la mia storia». Alla notizia i compagni rimasero in silenzio, finché un ragazzo esclamò: «Beh, pare un essere umano perfetto, forse non dovremmo essere così isterici!». Io, continua Newman, «sono sì un essere umano, come lo è il figlio di uno stupro, ma questo non significa che stuprare sia giusto». E poi «la mia psiche non è così normale. E qui non si tratta di qualcosa che i medici possono aggiustare. È un problema spirituale».
Hart, da quando ha scoperto come è nata, ha cominciato «a leggere e incontrare persone come me. Quelli come noi hanno tutti problemi di fiducia, abbandono, rifiuto con cui devono convivere tutta la vita». Le due ragazze citano a tempi.it lo studio intitolato My daddy’s name is donor (Mio papà si chiama donatore), da cui emerge che chi è privato di una delle due figure, materna o paterna, corre gli stessi rischi di coloro che sono cresciuti da persone drogate o alcolizzate: «È così, è la pura verità, che piaccia o no».

UN AMORE DIVERSO
Oggi però Newman è felicemente sposata con due figli. «È vero, sono stata fortunata. Prima di tutto perché ho letto tantissimo, senza stancarmi, per anni, e ho capito come mai stavo così male, scoprendo che anche gli altri figli dell’eterologa soffrono. Ma soprattutto ho avuto la fortuna di incontrare alcuni cattolici che mi hanno amata in un modo che non conoscevo. A casa mia si amava per sentirci bene, mentre per queste persone l’amore era un’altra cosa: si sacrificavano e si privavano di qualcosa di loro per rendere felice me. L’opposto di come ero sempre stata trattata. Questo amore mi ha cambiata, ma il mio passato resta».
Per Hart «una delle più grandi tragedie è la perdita dell’appartenenza. La fecondazione eterologa è devastante, dovrebbe essere vietata. Per questo ringrazio Dolce e Gabbana: mi sono sentita difesa da due persone coraggiose, che hanno parlato a nostro favore in una società in cui tutti hanno paura di farlo. Una società che onora solo le coppie e i singoli che vogliono bambini e mai i figli e i genitori biologici». Nell’ambiente in cui Hart è cresciuta «dire che un bambino ha il diritto di crescere con sua madre e suo padre non è permesso. Per fortuna mia mamma ha capito la gravità delle conseguenze del suo gesto e ora mi sostiene. Ma non è facile comunque». Che cosa aiuta Hart ad andare avanti? «Io spero. Ora so che con la terapia posso aiutarmi, anche se chi è passato di qui dice che un vuoto ci sarà sempre. Ma soprattutto sono felice di aver incontrato Alana che mi vuole bene davvero, è il mio mentore, una sorella che mi ha capito ed è strano in una società che mi fa sentire in colpa per i miei sentimenti». Invece «dire la verità, parlare di quello che mi è successo e sapere che può servire è terapeutico, mi fa sentire bene. Si capisce, no?».

Tempi

Omosessuale e fedele alla Chiesa: e’ possibile? (seconda parte)

PHILIPPE-ARINOPhilippe Ariño, è un giovane scrittore e blogger francese, omosessuale cattolico, fedele alla Chiesa e ai suoi insegnamenti morali al 100%.
QUI TROVI LA PRIMA PARTE

Pensi che si possa guarire dall’omosessualità’, non intesa come malattia, ma come ferita?

Ariño: Sì. Dio può guarire tutte le nostre ferite, comprese quelle psico-sessuali. Tuttavia, io non mi focalizzo su una sola forma di guarigione dall’omosessualita’ (non e’ una mallattia ma una ferita). Non dimentichiamo che è Dio che sceglie i modi, non noi! Non dimentichiamo neanche che ci sono diversi gradi di profondità della ferita omosessuale, e che in certe persone l’omosessualità non è così profondamente radicata, mentre in altre essa è talmente profonda (senza tuttavia essere fondamentale) che cercando di eliminare la zizzania, si rischia di portare via anche il seme buono. È importante credere alle guarigioni spettacolari di Gesù (e conosco delle persone che sono riuscite a superare la loro paura e la loro ferita omosessuale), senza tralasciare le guarigioni progressive e meno spettacolari. Per esempio, ci sono dei malati di cancro che vanno a Lourdes e che tornano da questo luogo con la stessa malattia. Hanno pregato male o hanno fatto male la loro richiesta? No. Esse sono guarite diversamente. Per mezzo del senso che il sostegno di Gesù dà ai loro dolori. Dio permette a volte che il male attecchisca per meglio manifestarvi la sua presenza trascendente.

Alcune persone – specialmente tra i fondamentalisti religiosi cristiani e protestanti in particolare, sono fanatici degli «ex-gay» e delle «terapie riparative» per quanto riguarda l’omosessualità. In pratica, queste sono nel diniego totale delle persone omosessuali, della loro libertà, del loro percorso e della realtà del desiderio omosessuale. Secondo loro, poiché si tratta di un problema “orribile”, che non dovrebbe esistere, finisce per non esistere affatto! A tal proposito, ho sentito, a delle conferenze contro il gender ed il “matrimonio per tutti”, un incoraggiamento chiaro a non trattare la questione dell’omosessualità. È molto preoccupante, questa fuga in avanti verso un manicheismo spirituale o un freddo scientismo.

La Chiesa ci chiama davvero a mettere la Carità e la Persona davanti alla Verità, anche se la Verità è necessaria alla consistenza della Carità. Dobbiamo guardare in faccia l’omosessualità, prima di sapere cosa farne. Riguardo a questo desiderio reale, un certo numero di cattolici ha la tendenza a focalizzarsi sulla guarigione prima ancora di guardare cosa c’è da guarire, prima ancora di considerare la persona omosessuale e di vedere che alcuni di noi resteranno omosessuali tutta la vita.

Accade che essi vengano talvolta defraudati della loro omosessualità dai tanti cattolici che si focalizzano sulla guarigione, facendo molti danni. Il peggio è che sono sinceri, dal momento che ci vittimizzano, piangono per noi, drammatizzano la nostra situazione e alla fine ci colpevolizzano ancora di più. Se si sente ancora un desiderio omosessuale dopo essersi sposati, dopo aver domandato senza sosta la guarigione a Gesù, dopo una psicoterapia o una agape-terapia, bisogna essere sospettati per tanta “viltà”? Per una così grande mancanza di fede e d’impermeabilità al dono della grazia? Non bisogna mai smettere di credere nella guarigione di Gesù. Non bisogna smettere di chiederla, ma le forme di questa guarigione non ci appartengono, anche se noi concorriamo a questa guarigione e Gesù non ci libererà senza il nostro consenso e senza la nostra libertà.

Cerco di far capire – specialmente a certi spiriti talmente pii che mettono la Verità al di sopra della Carità e della realtà – che non è perché io li metto in guardia contro l’eterosessualità (che è una parodia della differenza dei sessi, parodia che la Chiesa d’altronde non ha mai difeso), e neanche perché io tratto con prudenza il concetto di “guarigione dell’omosessualità”, neppure perché parlo apertamente di omosessualità, che pertanto io giustifichi l’omosessualità o mi riduca ad essa o ancora dubiti dell’efficacia delle “terapie riparative”, in alcuni casi. Tutto ciò che desidero è la dolcezza ed il rispetto per le persone, nell’esigenza della Verità proposta da Gesù. Lui non ci accoglie “a partire dal momento in cui non saremo più omosessuali” o “perché non saremmo veramente omosessuali” né “per cambiarci”. Lui vuole convertirci. Non cambiarci. E prende sul serio ciò che noi sentiamo. Lui opera con ciò che noi siamo e a partire da lì, si adatta e dice: “Vediamo cosa si può fare!”.

Infine, quali consigli daresti ai Paesi europei che si preparano a ricevere lo tsunami del «matrimonio per tutti» e del gender?

Ariño: Consiglio loro di utilizzare lo stesso linguaggio dei promotori di queste leggi inumane che destrutturano l’identità sessuata, il matrimonio e la famiglia, piuttosto che partire da ciò che si sa già (che può essere giusto forse sulla carta o in teoria, ma che non dirà nulla al ragionamento emotivo e sentimentalista dell’opinione pubblica e dei nostri governanti). Per ora, ed il caso francese nel 2013 lo ha dimostrato ancora una volta, abbiamo avuto troppa paura di parlare di omosessualità e di omofobia, ci siamo rifugiati dietro il bambino, la famiglia, tanto che la legge del “matrimonio per tutti” è passata dividendosi ipocritamente in due. I nostri politici hanno avuto il coraggio di dire che se ciò che ci creava problemi era soltanto il bambino, essi avrebbero fatto passare la legge di “apertura” del matrimonio “in nome dell’amore e dell’uguaglianza” e sarebbero stati pronti a discutere delle conseguenze sulla filiazione successivamente! La questione, per gli oppositori al gender e al “matrimonio gay”, consiste nell’aiutare le persone omosessuali a parlare pubblicamente e così dimostrare che la loro omosessualità è strumentalizzata per far passare una legge che, concretamente, dà come minimo 3 genitori ad un bambino, e che costituisce un cambiamento di civilizzazione enorme: è la condizione dell’alterità dei sessi nel matrimonio che viene soppressa! Nel corso dei dibattiti sul “matrimonio per tutti” bisognerà soprattutto difendere la differenza dei sessi amanti (non la differenza dei sessi in sé) e denunciare l’eterosessualità, che è il principale fondamento ideologico sul quale riposano il gender, il “matrimonio per tutti” e tutte le ideologie pro-gay (oltre alla credenza nell’“omofobia”). Soltanto demistificando l’omosessualità si mostra la grandezza delle coppie uomo-donna amanti e si smonta l’idealizzazione/banalizzazione sociale dell’omosessualità!

QUI TROVI LA PRIMA PARTE.

Dialogo con i genitori: mission impossible?

dialogoSto chattando con Debora per una cosa scolastica quando all’improvviso mi scrive: “Ah.. Una cosa, prof! E’ da un po’ di tempo che volevo farle questa domanda: Perché noi ragazzi non riusciamo a confidare i segreti, o anche parlare dei problemi che abbiamo, ai nostri genitori?!”

Cara Debora, hai presente il gioco della fune?

Ecco: ora immagina questo gioco fatto in famiglia. Da una parte i genitori e dall’altra i figli. Lo vedi quel figlio che sta chiedendo una cosa a suo padre? E la vedi quella madre che sta parlando con la figlia? Come stanno dialogando? Un po’ a fatica, eh! Ognuno parla sotto sforzo. Le facce sono rosse per la tensione e, pur scherzando sul gioco, nessuno vuol mollare. Ognuno punta alla sua vittoria.

I genitori vogliono vincere perché devono dimostrare che contano (educativamente parlando) e perché intravedono un burrone alle spalle dei loro figli. Se mollano quelli cadono!

I figli desiderano la vittoria perché vogliono indipendenza e pensano che l’unico modo sia allontanarsi (ma proprio anche fisicamente) dai genitori. Se mollano, quelli li comanderanno per sempre.

Come andrà a finire il gioco? Ci sono tre possibili finali.

Finale 1. La corda si spezza ed allora sono cavoli! Spesso, per riavvicinarsi, genitori e figli ci mettono anche anni.

Finale 2. Si smette di giocare a corda e si parla serenamente. Ora io non dubito che in qualche famiglia questo lieto finale fiabesco avvenga. Per carità. Però l’esperienza mi dice che è una cosa rarissima.

Finale 3. Si gioca per un periodo che, in genere, corrisponde all’adolescenza. Poi arriva qualcosa che dice: “Ehi! Vogliamo riposarci? Così parliamo meglio”. Con gli anni, infatti, diventa chiaro che non si può continuare a parlare per sempre col fiatone e col braccio teso.

In realtà, nessuno vorrebbe iniziare a giocare al tiro alla fune. Però succede. E’ la vita. Sono gli ormoni. E’ la crescita. Il bambino dolce e timido che quando è in giro cerca la mano della mamma, si trasforma in un ragazzino incomprensibile e lunatico che cerca solo la “mano” degli amici. La bambina affettuosa e coccolona inizia a criticare tutto quel che riguarda il mondo degli adulti (la chiamano “autoaffermazione oppositiva”).

I figli tirano la fune per ottenere nuovi diritti e più indipendenza ed i genitori tirano dall’altra parte per poter avere un controllo educativo sui figli. Quanto tirare questa corda? E’ lì che iniziano tutte le difficoltà a cui ti riferisci.

C’è il genitore che strattona forte sempre dalla parte sua, obbligando il figlio ad essere solo ubbidiente. Quel ragazzo non imparerà mai a giocare puntando sulle sue forze. Frasi come ‘No, perché no e basta!’; ‘Qui comando io!’; ‘Non se ne parla proprio!’ alimentano rabbia ed ostilità. Padri e madri invadenti ci sono e ci saranno sempre. A quel punto ai figli non resta che scegliere: o fare solo ciò che rende tranquilli i genitori o ribellarsi. Entrambe le scelte hanno un costo emotivo ed affettivo enorme, purtroppo.

C’è il genitore che molla (subito) la fune. Non ci vuole un genio della pedagogia per capire che anche questo non va bene. Lasciare il figlio a giocare da solo non è una grande furbata educativa. Il figlio vincerà sicuramente la gara, ma senza la soddisfazione del senso della conquista. E poi il risultato è un mucchio di adolescenti che non sanno gestire tutta quella valanga di libertà che gli è stata gettata addosso. E sono loro stessi (al posto dei genitori) a capire questa nefasta conseguenza. Anzi: arrivano addirittura a chiedere (loro!) ai genitori delle regole. Ma molti genitori non comprendono questa richiesta che (spesso) è nascosta dietro atteggiamenti altamente provocatori.

Ed infine c’è il genitore che azzecca la modalità del tiro, calibrando la forza con cui la tira, a seconda della situazione e delle sfide educative che, man mano, si presentano. “E te pare facile!” direbbe la sora Lella.

E’ un approccio faticoso per l’adulto perché è necessario ascoltare, capire ed autocontrollarsi (e gli adolescenti fanno del tutto per rendere difficile questo approccio)

“Ascoltare” significa “sentire” quando tuo figlio sta per mollare la presa ed ha bisogno di essere sostenuto (quanti genitori vengono ai colloqui disperati perché non sanno più come incoraggiare i figli verso lo studio!).

“Capire” significa “negoziare” le nuove libertà che il figlio chiede, senza cedere subito a tutte le richieste o irrigidirsi con i “no” asfissianti di genitori protettivi, ansiosi o autoritari.

“Autocontrollarsi” significa lasciare sempre spazio al parlare, discutere, negoziare… senza arrivare a perdere le staffe. Per esempio, quando uno dei miei figli, a quattordici anni, tornò a casa con il piercing al sopracciglio, me lo fece vedere quando c’era anche il suo fratellino più piccolo. Così era sicuro che non l’avrei ucciso la sera stessa; c’era un testimone! I figli sanno che l’autocontrollo degli adulti ha un limite.

Capisci quindi che non è semplice parlare con i genitori dei vostri segreti e/o problemi. Perché non è facile né essere figli, né essere genitori.

Mettici pure un’altra caratteristica: il senso del pudore. Quando si è piccoli con i genitori si condivide tutto, senza remore. Quando si cresce, invece, anche il chiudersi in camera per sentire musica o inchiavarsi in bagno durante la doccia, delineano un nuovo stile nel rapporto con papà e mamma; alcune cose rientrano nello spazio privato. Un’amicizia in crisi, un’insicurezza personale che cresce o un innamoramento che nasce sono tutti sentimenti che fanno parte della sfera intima e condividere l’intimità con i genitori non è più un gesto normale, ma frutto di un cammino familiare.

 

Praticamente dialogare in famiglia è come superare un percorso ad ostacoli; quasi niente è spontaneo e quasi tutto è frutto di buona volontà.

Ti lascio con un consiglio: spendi bene i tuoi soldi ed acquista questo libro: Da padre a figlia. La lettera che ogni padre vorrebbe scrivere, le parole che ogni figlia dovrebbe leggere, San Paolo Edizioni. E’ di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta bravissimo.

Leggilo e poi mettilo nel comodino dei tuoi genitori: scommetto che ne nasceranno cose belle!

Anche un bel libro può essere utile per capirsi ed avere chiari alcuni principi fondamentali:

 

  • Anche se un figlio sembra indifferente, per lui conta molto ciò che dicono o fanno mamma e papà.
  • A un figlio adolescente serve un genitore che continui a essere padre e madre, non un amico.
  • Di fronte ai cambiamenti del figlio, l’adulto deve cambiare il suo modo di porsi, di fare il genitore.
  • Considerate i cambiamenti di vostro figlio come segnali di conquista della sua autonomia.
  • Accogliete le nuove richieste di vostro figlio senza bollarle come pretesti per allontanarsi da voi: anche attraverso nuove esperienze, l’adolescente trova il suo posto nel mondo.
  • Quando vostro figlio raggiunge un buon risultato, ditelo in modo chiaro con frasi tipo : ‘Sono orgoglioso di te!’.
  • Se siete esasperati, non buttatevi in liti furibonde, lasciate passare la notte e comunicate a vostro figlio cosa avete deciso (eventuali sanzioni, castighi) il giorno dopo.
  • Non date mai permessi che vi sembrano eccessivi per vostro figlio: la libertà non va data in blocco ma va fatta conquistare attraverso passaggi graduali.
  • Evitate di fare ricatti morali continui (‘Così mi farai venire un infarto!‘), o di essere autoritari, giocando sempre a braccio di ferro per ogni cosa. Questo modo di comportarsi trasforma la crescita in una lotta senza frontiere e mina la stima dell’adolescente.

 

Ed ora una curiosità: avresti mai detto che nella Bibbia ci sono le stesse “dritte” che si trovano nei moderni libri di pedagogia?  E’ la bellezza della Bibbia: un libro antico come la saggezza umana che si incontra con la volontà di Dio! E Dio sulla famiglia ha le idee chiare: l’ha voluta Lui!

 

“Figli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, perché ciò è giusto … e voi, padri, non irritate i vostri figli, ma allevateli nella disciplina e nell’istruzione del Signore”(Efesini 6:1,4).

 

“Il ragazzo lasciato a sé stesso, fa vergogna a sua madre”(Proverbi29:15).

 

“È meglio un tozzo di pane secco con la pace, che una casa piena di carni con la discordia”(Proverbi 17:1).

 

“Figli, ubbidite ai vostri genitori in ogni cosa, poiché questo è gradito al Signore. Padri, non irritate i vostri figli, affinché non si scoraggino”(Colossesi 3:20-21).

 

“Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”(2 Timoteo 3:14-17).

da: http://www.intemirifugio.it

Diritto al figlio o diritto del bambino ad avere una famiglia?

famiglia_54_846Il desiderio di un figlio da parte di una famiglia è del tutto naturale ed umanamente comprensibile. La famiglia è fondamentalmente orientata alla generazione, anzi, si può dire che l’aspirazione alla genitura è insita nella persona, è “scritta nel DNA” di ognuno. Attualmente però si assiste sempre più spesso alla rivendicazione del diritto ad avere un bambino, magari con qualunque mezzo, più o meno eticamente lecito.
“Così, talvolta, concentrata sulla presunta onnipotenza degli aspiranti genitori, – come ha affermato Gianmario Fogliazza dell’Ai.Bi. (Associazione Amici dei Bambini) – la procreazione biologica si trova a ridurre il figlio nel cosiddetto prodotto del concepimento; non importa quando e come conseguito o raggiunto, interessa ottenere quanto desiderato, comunque ed in ogni caso. La procreazione viene così ad essere vissuta anche secondo logiche di riproduzione, dove il figlio ridotto a prodotto, è con sincero sentimento desiderato, ma con assoluta determinazione preteso: presunzione assicurata dalle biotecnologie e tutelata da un’arrendevole e mediocre prassi giuridica in grado di considerare la “esigibilità della prestazione”, ma non l’esito della stessa.”[1]
Secondo il filosofo Adriano Pessina “la tecnologia ci sta abituando all’idea che non esistano limiti ai nostri desideri e progetti ma soltanto ostacoli (qualcosa che si può superare). Ma nella vita morale esistono invece anche ostacoli (qualcosa che si può tecnicamente superare) che debbono essere assunti come ‘limiti’, cioè come confini che non debbono essere superati perché sarebbe male il farlo.”[2] Accade però purtroppo in vari casi che “il desiderio è trasformato in diritto, il figlio è preteso prima che accolto, la genitorialità vissuta secondo logiche di possesso, non secondo prassi di incondizionata dedizione.”[3]
Esiste veramente il diritto ad avere un bambino? Le conseguenze di questa rivendicazione si ripercuotono sulla relazione genitore-figlio e sono senz’altro negative. Quando si parla di diritto infatti si mette al di sopra di tutto l’adulto e la sua esigenza di soddisfare un bisogno di autorealizzazione individuale, la sua voglia di affermazione individualistica ed egoistica a scapito delle reali esigenze di cui è portatore il bambino, che viene in tal modo strumentalizzato a piacimento dell’adulto. Focalizzandosi sul bisogno dell’adulto, inevitabilmente le esigenze del bambino passano in secondo piano: il rapporto diventa in tal modo del tutto sbilanciato.[4]
Non esiste più il diritto del bambino ad avere una famiglia, a sviluppare la sua vita nelle condizioni migliori: emerge solo il diritto dell’adulto a “possedere” il figlio. Tale atteggiamento è stato definito da Giovanni Paolo II “utilitaristico”, poiché frutto della “civiltà del prodotto e del godimento, una civiltà delle ‘cose’ e non delle ‘persone’, una civiltà in cui le persone si usano come si usano le cose.”[5]
Il figlio è invece innanzitutto “un ‘io’ che emerge dentro una relazione d’amore che sa farsi costitutivamente luogo di accoglienza e di custodia. Maternità e paternità responsabile sono termini che indicano innanzitutto la maturità morale di un atteggiamento capace di farsi carico di un’altra esistenza e non semplicemente la tecnica programmatrice di chi produce secondo i propri tempi ed i propri progetti l’esistenza altrui”.[6]
La genitorialità viene ad essere esclusa nel caso in cui l’adulto, il più “forte” del rapporto, decida in modo unilaterale. Quando si pensa e si vuole il figlio come affermazione delle proprie facoltà o come prova della propria riuscita nella vita o nella relazione di coppia, molto spesso si mietono delle delusioni: il bambino non riuscirà certamente a colmare le ‘lacune’ dei genitori. Egli non può costituire il loro “completamento”. Non possono gravare ipoteche o ‘aspettative’ sul suo arrivo in famiglia, come ad esempio la futura restituzione di affetto o la risoluzione di un matrimonio in crisi.
Il figlio, invece, secondo il pedagogista Ferdinando Montuschi, è la solidificazione, l’intensificazione di una relazione di coppia, che arriva a trasformarsi in dono: “La vita di coppia può essere considerata la scuola attraverso la quale due esseri umani, legati da una relazione totalizzante, impegnativa e coinvolgente su tutti i piani del rapporto, impara a diventare accogliente verso un terzo. (…) L’accoglienza reciproca di due adulti innamorati è impegnativa ma sempre meno rischiosa rispetto all’accoglienza di un bambino: almeno nelle situazioni ‘normali’ l’adulto si può difendere, può verbalizzare il proprio disagio, può organizzarsi per sottrarsi a relazioni troppo irrispettose: il bambino no, la sua vita e il suo benessere, il suo sviluppo e il suo futuro dipendono totalmente dalla coppia.”[7]
Il figlio deve essere accolto come un dono, abbracciato nella sua unicità ed originalità, amato per ciò che è, anzi, perché è. Solo così sentirà veramente di appartenere ad una famiglia, di trovarsi in un luogo sicuro, protetto. Solamente in tal modo svilupperà la sua fiducia nei confronti della vita e riconoscerà il padre e la madre come genitori autentici, pieni di significato, sentendosi accettato e valorizzato come membro attivo della famiglia.
Anna Fusina
Fonte: vitanascente.blogspot.it
[1] G. FOGLIAZZA, Il figlio preteso, in “Il Foglio” – AIBI n. 58/59 (2000), pp. 6-7
[2] A. PESSINA, Procreare in famiglia nel contesto della cultura tecnologica: desideri e valori morali, in “La Famiglia”n. 211 (2002) p. 25
[3] G. FOGLIAZZA, cit., p. 7
[4] S. BONINO, Un figlio per forza in “Psicologia contemporanea” n. 254 (1999) p. 12
[5] GIOVANNI PAOLO II, Gratissimam Sane – Lettera alle famiglie (2/2/1994) in “Enchiridion della famiglia”, (cur. Pontificio Consiglio per la famiglia, EDB, Bologna 2000, pp. 313-314
[6] A. PESSINA, cit., p. 24
[7] M.T. PEDROCCO BIANCARDI, Il figlio desiderato, il figlio rifiutato in “La Famiglia” n. 180 (1996), p. 29

Come si fa a parlare ai giovani?

parlare“Come si fa a parlare ai giovani?” – ho chiesto a don Vincent Nagle, californiano di san Francisco che vive a Milano dove e’ diventato sacerdote della Fraternita’ San Carlo dopo l’incontro con don Giussani. Mi aspettavo che mi facesse un bel discorso sulla pastorale, sul linguaggio, al limite sulla credibilità personale. E invece: “Una volta parlavo a un gruppo di studenti, in Sicilia, e nessuno mi ascoltava. Allora ho detto: il problema dell’educazione è che voi, ragazzi dovete morire. E i ragazzi hanno cominciato istantaneamente a prestarmi attenzione – ha risposto sorridendo. Secco, senza fronzoli o trovate retoriche. “E se dovete morire – ho chiesto a quei ragazzi – chi ve lo fa fare di faticare così tanto?”

“Il vostro cuore desidera un’avventura, vuole qualcosa di grande. Ma che cos’è un’avventura? E’ la medesima cosa di un incubo, solo che voi vivete di una speranza certa: voi sapete che la cosa può finire bene. Non siete voi a vincere. È lui che vince, ma voi potete stare con Lui nella battaglia. E di fronte a qualcuno che soffre l’unica proposta seria che possiate fargli è quella di mescolare il suo sangue a quello di Cristo”.

Insomma: morte, battaglia, martirio, ma con il nostro sangue unito a quello di Gesù. Non è che proponga un linguaggio esattamente da pastorale giovanile don Vincent Nagle. Eppure c’era così tanta gente che mi parlava bene di lui, che a un certo punto ho dovuto trovare il modo di conoscerlo. E avevano ragione: questo sacerdote profuma di Cristo. Oggi fa il cappellano in un ospedale, dove ogni giorno incontra i malati terminali, e veramente di fronte al dolore, alla malattia e alla morte c’è solo una cosa che possa consolare. Portare Cristo, perché Lui ha vinto la morte, e tutto il nostro essere, in ogni sua cellula, si ribella alla morte, alla possibilità di finire nel nulla. È per questo che nel nostro orizzonte culturale privo di Dio si cerca di oscurare la morte, perché l’idea senza di Lui è spaventosissima.

Quando il mio direttore mi ha chiesto di raccontare un gruppo di giovani che si stanno preparando alla GMG di Cracovia mi sono subito venuti in mente “i ragazzi di Benedetta” (cioè quelli che pregano insieme, con la mia amica Benedetta Frigerio), in particolare Quellocongliocchi, cioè Paolo, un ragazzo con degli occhi così vivi e belli e profondi che ti si stampano nel cuore (a scanso di equivoci: potrebbe essere mio figlio, ed è esattamente con occhi di madre che mi sono appassionata a lui). Era tempo che cercavo una scusa per intervistarli, e raccontarli per il programma che faccio per RAI1 è stato bellissimo (l’intervista andrà in onda sabato 30 alle 11). Se devo parlare di GMG, beh, loro sono i giovani più giovani che conosco, se la gioventù è quello stato in cui il cuore vuole consegnarsi tutto e vuole qualcosa di grande e totale, e non è disposto a lasciare nulla, se non per un di più.

Poi, quando ero a Milano per incontrarli, ho ricollegato (sono lenta di riflessi): don Vincent è il loro prete, e ho deciso che dovevo conoscerlo meglio. Sulle frontiere dell’umano, un prete tra i malati, è il libro che ha scritto per Rubbettino. Non mi capitava da tempo di non riuscire a smettere di leggere un libro, e invece con questo è così. Il fatto è che è un libro che sa di verità. Non che altri mentano, ma questo va all’essenziale, tagliando corto, andando all’essenziale (sarà perché l’autore è americano?). In cosa si compie la domanda che è dentro ogni uomo; come possiamo rispondere a un uomo che muore; come possiamo rispondere alla nostra stessa sofferenza, che senso ha, chi ci fa veramente compagnia mentre la viviamo e siamo soli al mondo, perché nella solitudine non ci raggiunge nessuno; perché rimanere nella fatica quando possiamo scappare; come rimanerci non con rassegnazione, ma entrandoci regalmente; cosa può fare la grazia di Dio nella nostra vita.

Non ci sono parole consolatorie. “Hai ragione a tremare – scrive don Vincent – hai ragione a tremare davanti a questa vastità che non puoi in alcun modo controllare. Ti ha svelato la tua nullità e fai bene ad averne paura. Ma il Padre vostro che è nei cieli non si è fermato a questo. Quando le vostre ginocchia tremano e vi cedono le gambe, Egli ha già steso la sua mano. Da questo vortice caotico e tempestoso Egli ha proteso la sua mano di carne e di sangue”.

Di questo parla il suo libro, di questo vogliamo sentir parlare noi quando siamo di fronte al nostro dolore: non di una teoria, ma di qualcuno che in quel punto, in quel momento, ci tende la sua mani, disposto a stare con noi nella fatica. Compagnia, carne, sangue. Niente teorie. Robe molto concrete.

di Costanza Miriano

I paradossi della StepChild Adoption

pregnancyDietro la designazione inglese di stepchild adoption, probabilmente adottata per impressionare il pubblico (se e’ anglosassone sarà sicuramente avanzata e progredita, pensera’ qualcuno), si nasconde una violenza indicibile, un ulteriore passo verso il compimento di una rivoluzione nichilista senza precedenti nella storia dell’umanità.
Non si tratta solo di una prassi che comporta una sequela impressionante di paradossi e di controsensi. L‘adozione del figliastro da parte del compagno (o della compagna) del genitore biologico,in una coppia dello stesso sesso, determina un accadimento epocale, gravido di conseguenze terribili, dalle quali sarà difficile se non impossibile tornare indietro.

Dietro quella che a prima vista sembrerebbe una ragionevole soluzione a tutela dei diritti del bambino si nasconde invece un dramma senza ritorno, che suona inevitabilmente così: per il bambino, per nessun bambino, nessun diritto sarà d’ora in poi garantito. Dopo una violenza di questo tipo, qualsiasi altra violenza sarà presto o tardi accettabile, quindi, prima o poi, accettata (Overton docet).

“Per garantire il diritto del bambino“. Questa è la prima assurdità. È del tutto schizofrenico che prima si neghi la generazione naturale dell’essere umano per sostituirla con la tecnica, quindi con la produzione(sottolineo: dalla generazione alla fabbricazione) in laboratorio (magari con tanto di teatrale frullato di sperma, tanto di moda a quanto sembra, per le coppie omosessuali più facoltose che ricorrono all’utero in affitto), per poi rendere il nascituro già orfano di uno dei due genitori, ancor prima della nascita, con un atto di violenza indicibile, per poi infine invocarne l’adozione. Crono-logicamente, il bambino è stato prima volontariamente posto in una condizione oggettivamente discriminante, poi si pretenderebbe si “risolvere” il problema (ovvero: riparare al danno fatto con lucida determinazione) con una soluzione che in realtà discrimina il bambino una seconda volta.

E in modo definitivo.

La sequenza cronologica ha dell’incredibile: il bambino è oggetto di un abbandono pianificato, e anzi viene concepito allo scopo di essere abbandonato. Quindi, una volta abbandonato, si reclama a gran voce una soluzione per il stato di oggettivo difetto rispetto agli altri bambini.

E non è irrilevante notare, a questo proposito, che una recente indagine (del 2015: The Unexpected Harm of Same-Sex Marriage: A Critical Appraisal, Replication and Re-Analysis of Wainright and Patterson’s Studies of Adolescents with Same-Sex Parents), dopo aver evidenziato come adolescenti cresciuti con genitori dello stesso sesso sperimentano maggiore ansia e minore autonomia rispetto a quelli cresciuti con genitori di sesso opposto anche se risultano raggiungere migliori risultati scolastici (probabilmente per iper-compensazione* rispetto allo status oggettivamente discriminante in cui si vengono a trovare, per colpa degli adulti, rispetto agli altri coetanei), fa emergere un dato sorprendente: dalla comparazione effettuata all’interno del gruppo dei ragazzi cresciuti in famiglie omosessuali, risulta che quelli con genitori “sposati” mostrano sintomi depressivi, crisi di panico e pianto in misura ben maggiore di quelli semplicemente conviventi. Le ragioni di questa disparità sarebbero da rintracciare nel fatto che il matrimonio dei partner dello stesso sesso leva ogni speranza ai bambini di trovare o ritrovare il genitore mancante.

Dopo aver messo tutti, non solo i bambini, ma l’intera società di fronte al fatto compiuto, questi adulti tanto ricolmi d’amore per i bambini pretendono infine che siano altri, tutti gli altri, cioè noi, a rispondere alla domanda “e adesso che si fa?“

Volete la mia risposta?

Niente.

Si fanno le stesse cose che si fanno per qualsiasi altro bambino orfano di padre o di madre.

Per almeno un paio di buoni motivi.

1) il bambino è stato reso orfano di un genitore, è stato deprivato per sempre della mamma o del papà. Se dovesse venire a mancare anche quello restante, il suo diritto, la sua tutela, il suo bene, consiste nell’avere, come tutti, un padre e una madre. E non vale l’argomento-ricatto dell’affetto(“… e come la mettiamo con il compagno del padre o la compagna della madre? Il bambino si sarà affezionato all’altra “mamma” o all’altro “papà”, come si fa a separarli?”), perché nessuno vuole impedire che il bambino mantenga rapporti affettivi con figure positive per lui di riferimento. Solo che, daccapo, il suo diritto non si esaurisce qui, solamente nel mantenere un rapporto con una figura di riferimento, ed anzi si fa ancora più vivo il diritto-bisogno primario: avere un padre e una madre, una famiglia vera.

Per quanto ne so, il nostro paese è ricco di famiglie generose che accolgono i bambini in affido ed altrettante che si rendono disponibili per l’adozione, pronte ad amare incondizionatamente un bambino rimasto orfano, con dedizione assoluta. Tanto più se si tratta di una creatura già così duramente e crudelmente ferita, al solo scopo di accontentare l’egoismo degli adulti. Uniche, le coppie genitoriali naturali composte di maschio e femmina, quindi con le figure di padre e madre, che possono a buon diritto supplire il padre e la madre originari che il bambino ha perduto.

2) Non si può passare, senza indiscutibili motivi, da un dato di fatto a una pretesa di diritto. Non è lecito per nessuno, nemmeno per le coppie omosessuali, per le quali ci si avvia a stabilire leggi speciali in deroga non solo al buon senso, alla logica, ma anche ai diritti più elementari dei bambini. Non è infatti scontato che sia lecito trapiantare bambini in coppie dello stesso sesso dopo averli volontariamente resi orfani di padre o di madre e non è che siccome “tanto ormai ci sono” che automaticamente questa situazione abnorme diventa accettabile, giustificabile, o legalmente stabilita.

Infatti:

3) Il bambino adottabile (come tutti i bambini ma soprattutto quelli che non sono rimasti orfani per una disgrazia bensì per volontà degli adulti) ha subito un danno gravissimo. Il bambino adottato ha, più degli altri, bisogno di un padre e una madre, ha bisogno di vedersi ricostruita una plausibile catena della filiazione. Questo stato di perdita, questa mancanza originaria, è vissuta dal bambino come una ferita molto profonda, accentuata dalla percezione della diversità oggettiva della propria condizione rispetto a quella della maggior parte dei coetanei. Peggio: a metterlo in questa oggettiva condizione di discriminazione sono stati gli adulti che ne hanno “cura” (ma che cura può esserci in una relazione che prende avvio con una deprivazione volontaria della mamma o del papà?). Dico adulti che ne hanno “cura” in quanto non so come altro chiamarli, visto che “genitori” certamente non sono: nessuno è stato generato da genitori dello stesso sesso.

Inoltre il bambino orfano cerca i suoi punti di riferimento in un padre e una madre – come qualsiasi altro bambino – e aspira a ritrovare ciò che ha perduto. Sia che abbia uno solo dei due genitori, sia che li abbia perduti entrambi. Nel più profondo di se stesso, visceralmente, egli desidera riavvicinarsi alla cellula base che gli ha donato la vita: un padre e una madre. Che se ne fa di due (o tre, perché no, a questo punto?) uomini? Gli mancherà sempre la madre. Che se ne fa di due o più donne? Gli mancherà sempre il padre. Il bambino adottabile deve di fatto subire il doppio trauma simultaneo della perdita e della doppia identità familiare. In questo caso sarebbe triplo, perché una coppia same-sex non può evidentemente ripristinare la catena della filiazione crudelmente recisa. Più di un altro, il bambino ha bisogno di recuperare una filiazione biologica evidente. Poiché, più di un altro, non crede più (e come potrebbe?) di discendere dal frutto di un amore. Qualcosa è andato storto e non può riconoscersi in una storia che lo identifichi: non ha gli occhi di nessuno e non si riconosce in nessuno della sua famiglia. È inoltre frequente che il bambino adottato rigetti uno dei due sessi. E’ dunque fondamentale che possa identificarsi con due genitori reali, quindi di sesso differente: a sua madre, poiché ha bisogno di riconciliarsi con la donna; a suo padre per conoscere la presenza di un uomo senza cui sua madre non avrebbe potuto avere bambini.

Per questi fatti, evidenti, l’adozione da parte di una coppia omosessuale aggrava di fatto il trauma del bambino abbandonato, anziché attenuarlo, in quanto la catena della filiazione viene doppiamente spezzata: nella realtà dei fatti dal suo abbandono, nella sfera simbolica dal fatto dell’omosessualità dei suoi genitori adottivi.

A un bambino già profondamente ferito dal suo passato, si ha il diritto di imporre di adattarsi alla situazione affettiva dei suoi genitori, differente sia da quella della maggioranza degli altri bambini sia da quella che egli aspira a ritrovare?
Incombe forse sul bambino adottato il dovere di adattarsi alle scelte di vita affettiva dei suoi genitori?

L’adozione è destinata a riparare una situazione di difficoltà per il bambino, non a fissarla per sempre. È dunque indispensabile discernere bene la richiesta di ogni coppia che faccia domanda di adozione: il bambino è adottato per se stesso o per soddisfare un bisogno di coppia? La coppia vuole rimediare alla situazione di difficoltà del bambino o desidera rimediare alla sua situazione dolorosa di non poter avere figli?

Beninteso, una coppia non adotta un bambino se non ne sente il bisogno. Però, bisogna vigilare affinché l’interesse del bambino sia prioritario, come si desume dal nostro diritto di famiglia: ogni bambino ha diritto a una famiglia, in primo luogo alla sua, e – in mancanza della sua – quella che ha la vocazione a diventare la sua per adozione, se tale è il suo interesse. Con un padre e una madre che possano ripristinare la catena della filiazione. Come stabilito a chiare lettere dalla Convenzione internazionale dei dritti del fanciullo (cfr. articolo n. 7). Ecco perché è necessario ricordare che desiderare un bambino non è sufficiente per adottarlo, e che le soluzioni compassionevoli e apparentemente semplici non sono sempre delle buone soluzioni: è possibile causare molte ferite in nome del bene.

Bisogna chiedersi: del bene di chi?

Dobbiamo ricordarlo per l’ennesima volta: il fine dell’adozione è dare un padre e una madre al bambino che li ha perduti, ripristinando la catena della filiazione prematuramente e dolorosamente recisa. E non invece dare bambini ad adulti dello stesso che li pretendono, magari al solo scopo di scimmiottare una impossibile normalità o perché si sentono soli. Per quello esistono i cani da compagnia, si vanno a comprare.

Con gli esseri umani ci si comporta in un altro modo.

A meno che non si voglia tradire per primi la propria umanità e porsi con le propria scelte in una condizione di crudeltà bestiale, dalla quale risulta difficile richiedere qualsiasi diritto, anche quelli effettivamente dovuti.

di Alessandro Benigni

Indicatori di trascuratezza dei bambini

trascuratezzaIl tema trattato riguarda gli indicatori che possono farci capire se un bambino si trova in condizioni di trascuratezza. Premessa importante: sono degli indicatori, dei segnali di allarme che vanno “letti” ma che da soli non danno la certezza assoluta di essere di fronte a un problema di maltrattamento.  La capacità di recupero su un bambino trascurato dipende dalla rapidità dell’intervento, quindi anche da quanto siamo “veloci” nel leggere questi indicatori.

Passando agli indicatori:

  • Bimbo sporco e/o malnutrito Sicuramente è la prima cosa che salta all’occhio, e capita anche nelle famiglie “che stanno bene”, “benestanti”; in questi casi è più difficile riuscire a scoprire se c’è una trascuratezza perché queste famiglie sanno come difendersi dai servizi sociali, come nascondere le cose.
  • Carenze mediche Queste portano spesso a malattie croniche, e al ritardo nello sviluppo del linguaggio e nel pensiero simbolico, cioè nella capacità da parte del bambino di distinguere tra ciò che è fantasia e ciò che è reale.
  • Tendenza all’isolamento Il  bimbo che è trascurato dai/dal genitori/e tende ad isolarsi perché “non sa come chiedere”. Oscilla tra isolamento e richiesta estrema di attenzioni (mettendo in atto comportamenti che sono spesso percepiti dagli adulti come fastidiosi, “logorroici”). Ciò è dovuto alla mancanza di una figura adulta che rassicura, che dà gli strumenti per affrontare la vita, che di fronte ad un problema non ne nega l’esistenza, ma dice al bambino che si può affrontare e superare.
  • Modalità genitoriale condivisa o segno di trascuratezza/maltrattamento? A volte è difficile dire, perché legato al modello culturale di riferimento della famiglia di origine e, più in generale, all’etica personale di ciascuno di noi.
  • I bambini non si comportano allo stesso modo in tutti i contesti Il bambino, che non è stupido, capisce la differenza tra l’educatrice, l’assistente sociale, lo psicologo e il volontario, per cui modifica in parte il suo comportamento e quindi alcuni indicatori possono venire fuori in certi contesti (per esempio uscita con i volontari) e non in altri (a scuola, in seduta di psico-terapia).

Cosa fa un bambino trascurato? Qual è la sua modalità di reazione?

Non trovando nessuno (genitori) che risponde alle mie richieste, pongo in atto comportamenti distruttivi o auto-lesionisti per attirare attenzione su di me, perché è meglio essere “guardati male” che “non essere guardati proprio”. Il comportamento auto-lesionista è anche dovuto alla percezione di sé come “cattivo”, e quindi da punire, perché se nessuno mi guarda è colpa mia.

C’è però un altro aspetto: se mamma e papà non mi guardano, non si curano di me allora, spinto dal bisogno, comincio a cercare a 360 gradi verso “altri” adulti quell’attenzione che mi manca. Il problema è che è una ricerca “indiscriminata” che non sa distinguere tra adulto buono e no, anche perché nessuno mi ha dato gli strumenti per questa distinzione. Mamma e papà non mi hanno insegnato a diffidare degli estranei.

Indicazioni terapeutiche:

  • Sguardo benevolo dell’adulto Questi bimbi hanno bisogno di sentire su di se uno “sguardo benevolo”. Indicazione pratiche per i volontari:
  • È un bene o un male che si crei un legame tra noi e qualcuno di loro? Il legame non fa del male al bambino se è definito con chiarezza: siamo “amici” quindi questo cosa vuol dire per noi? Siamo noi che abbiamo paura Sicuramente questo legame non può fargli più male di quello che ha già dovuto subire, importante che si sappia che l’amicizia dei volontari con bambini in difficoltà abbia regole chiare e massima trasparenza, rispettando ruoli e compiti diversi.

 I volontari non sono assistenti sociali o psicologi o medici o genitori. Ad ognuno compiti diversi.

Gli studi “no-difference” sono sempre basati su campioni ridotti e non casuali

sondaggiA partire dagli anni ’70, sempre più studi empirici hanno iniziato ad equiparare le relazioni omosessuali ed eterosessuali, cosi’ come i genitori etero e e gay, sostenendo la cosiddetta tesi “no-difference”, secondo la quale i due modelli di famiglia non presentano alcuna differenza, per quanto riguarda in particolare la crescita dei figli.

Tuttavia, quasi tutte queste ricerche hanno risultati basati su campioni ridotti e non casuali. Spesso infatti gli autori intervistano persone scelte accuratamente e che sono a conoscenza dell’obiettivo dell’intervista.

Non hanno fatto eccezione tre studi condotti dai ricercatori Wainright, Russell e Patterson. Il primo, pubblicato nel 2004, analizza il legame tra il benessere psicosociale, il rendimento scolastico e le relazioni sentimentali e i due tipi di famiglia. Nel 2006 Wainright e Patterson analizzano in un altro report le percentuali di delinquenza, vittimizzazione e abuso di sostanze tra i figli di genitori etero e gay, e infine nel 2008 i rapporti tra pari. I tre studi sono stati riassunti da Patterson in una pubblicazione del 2009.

La conclusione rimane la stessa: gli adolescenti che vivono con genitori omosessuali non presentano alcuna differenza rispetto ai coetanei cresciuti in un nucleo composto da genitori di sesso opposto. Gli autori sono consapevoli che i risultati rappresentano un contributo importante agli studi precedenti, i quali per la maggior parte sono meno rappresentativi e incompleti.

Le ricerche seguenti non sono tuttavia riuscite a confermare le conclusioni di Wainright e Patterson. Al contrario, il noto sociologo Mark Regnerus, analizzando un campione di ben 2988 adulti nel 2012, ha constatato una netta differenza tra i figli di genitori omo e i coetanei cresciuti con un padre e una madre. Uno dei maggiori punti di forza del lavoro di Regnerus è il fatto che non siano stati intervistati i genitori, ma i figli in età ormai adulta, i quali ovviamente non conoscevano lo scopo dell’indagine. Grazie al campione ampio e alla rappresentatività, lo studio di Regnerus è diventato uno dei cavalli di battaglia del mondo pro-family.

In una revisione pubblicata lo scorso agosto, Paul Sullins (professore di sociologia presso la Catholic University of America) ha revisionato gli studi di Russell, Wainright e Patterson, dividendo il lavoro in tre fasi. All’inizio sono stati valutati gli elementi dello studio del 2004, nel quale si tentava di identificare eventuali differenze tra gli adolescenti cresciuti con genitori gay e l’altro gruppo. Il campione comprendeva però un gran numero di casi con genitori eterosessuali ed escludeva le coppie di uomini omosessuali. Dopo aver corretto questo errore, Sullins ha replicato l’analisi, per quanto possibile, con lo scopo di esaminare eventuali cambiamenti nelle conclusioni. Nella terza fase, è stato impiegato il campione rettificato per esaminare gli effetti del matrimonio gay sui figli.

Riassumendo, in 27 dei 44 casi gli autori hanno sbagliato ad identificare i genitori etero; è stato inoltre impiegato un campione di paragone piuttosto ridotto.

Diversamente dalle valutazioni avanzate nelle ricerche e dall’ideologia no-difference, i problemi constatati tra i figli di genitori dello stesso sesso non sembrano affatto attribuibili alle relazioni eterosessuali precedenti o ai pregiudizi nei confronti delle coppie gay. I problemi tra i figli di genitori gay sono stati rilevati in nuclei stabili, indipendentemente dal calore e dall’amore da parte degli adulti.

Rianalizzando le ricerche di Patterson e Wainright, è evidente che le differenze esistono eccome. Come già spiegato, hanno utilizzato campioni troppo ridotti e non casuali. Tuttavia, questi lavori poco attendibili vengono presentati da gran parte della comunità scientifica americana come prove inconfutabili del benessere dei figli di genitori gay. Negando l’evidenza, l’American Psychological Association continua a sostenere che “finora nessuno studio ha dimostrato che le persone cresciute con genitori gay o lesbiche presentino svantaggi rispetto all’altro gruppo”.

L’analisi di Sullins fa sorgere seri dubbi su queste affermazioni.

 

 

Se mancano i papa’, chi dara’ ai bambini quel senso di sicurezza ….

festa-del-papaFra le tante idee circolate in questi ultimi tempi sulle unioni civili, e la possibilita’ di avere figli per le coppie omosessuali, c’e’ quella che i bambini delle coppie omogenitoriali starebbero meglio con “due” mamme (che con “due” papà). I bambini in queste “coppie” hanno un vissuto alquanto problematico già dall’inizio: concepiti in provetta con seme o ovulo estraneo alla coppia, impiantati in utero (in affitto per i due uomini) con il rischio altissimo di morire, strappati alla madre gestante e dati a due uomini o senza sapere chi è il padre nel caso di due donne e, non ultimo, sballottati fra loro in caso di divorzio.

In materia, un tribunale inglese dovrebbe fare scuola perché ha emesso una sentenza su due bambine avute da un donatore di sperma omosessuale, cresciute poi con la madre biologica e la compagna. Le bambine hanno vissuto tra le due donne e il padre biologico unito al suo compagno, fino a quando i rapporti tra i quattro adulti si sono rotti. Ovviamente ognuna delle coppie voleva le bambine per sé. Il giudice le ha affidate alle due donne sostenendo però che i due uomini debbano avere una relazione seppur minima con le bambine «perché è necessario per ogni bambino avere durante la crescita rapporti anche con figure maschili e non soltanto femminili. C’è un vuoto esistenziale nelle bambine», si legge nella sentenza, «che è dovuta alla mancanza di una relazione significativa con figure maschili». Il tribunale inglese ammette che l’assenza della figura paterna nella crescita di un bambino (e lo stesso vale per l’assenza materna), compresi i casi di divorzio dei genitori, è causa di grosse difficoltà di crescita.

Il prof. W. Bradford Wilcox, docente di Sociologia presso l’Università della Virginia, ha rilevato che questi bambini hanno «quasi il doppio delle probabilità di finire delinquenti rispetto ai ragazzi che hanno buoni rapporti con il padre». Il sociologo David Popenoe, della Rutgers University, ha osservato che «i padri sono importanti per i loro figli come modelli di ruolo. Essi contribuiscono a mantenere l’autorità e la disciplina. E sono importanti per aiutare i loro figli a sviluppare sia l’autocontrollo che sentimenti di empatia verso gli altri». La psicologa americana Trayce Hansen dice che: «Uomini e donne portano la diversità nella genitorialità, ciascuno dà un contributo prezioso per la crescita dei figli che non può essere replicato dagli altri: madri e padri semplicemente non sono intercambiabili, due donne possono essere entrambe buone madri, ma non possono essere un buon padre.

L’amore materno e quello paterno, anche se ugualmente importanti, sono qualitativamente diversi: ciascuna di queste forme di amore senza l’altra può essere problematica, perché ciò di cui un bambino ha bisogno è l’equilibrio complementare che i due tipi di amore dei genitori forniscono». Parole.….sante diremmo noi, ma inascoltate o addirittura accusate di essere al limite dell’omofobia. Daniel Paquette, docente di Psicologia presso l’Università di Montreal, ha rilevato che «i padri svolgono un ruolo particolarmente importante nello sviluppo di apertura dei bambini per il mondo. Tendono ad incoraggiare i bambini a correre dei rischi, mentre allo stesso tempo garantiscono la loro sicurezza, permettendo così ai bambini a imparare ad essere più coraggiosi in situazioni non familiari, nonché di stare in piedi da soli. I padri svolgono un ruolo importante nel proteggere i loro figli dalle minacce dell’ambiente». Ricordiamo che il Canada è stata una delle prime Nazioni ad introdurre le nozze gay con utero in affitto, e per questo gli studi sono numerosi sull’argomento.

Inoltre l’assenza paterna è citata da più studiosi come il fattore di rischio più grande per la gravidanza in età adolescenziale delle ragazze (Rob Palkovitz).

Il prof. Wilcox ha messo a disposizione dei grafici riassuntivi che riportano i tassi di gravidanza adolescenziale nelle ragazze che hanno rapporti di alta qualità con i loro padri, rapporti di media qualità, rapporti di bassa qualità o che vivono con una madre single. Quelle ragazze che hanno rapporti di alta qualità col padre hanno meno gravidanze in adolescenza di quelle con bassa qualità o che vivono con una madre single. Anche i tassi di depressione hanno una relazione con la presenza del padre per ragazzi (maschi). Chi ha un alto rapporto di qualità col padre ha meno probabilità di cadere in depressione di quelli che hanno un basso rapporto di qualità o che vivono con una madre single.

Il dott. Alberto Villani, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria ha recentemente detto che: « È chiaro che nella formazione, nella crescita di un bambino, il ruolo materno e il ruolo paterno sono fondamentali. Noi dobbiamo prevedere per il bambino quella che è la sua situazione ottimale …. ». I politici dovrebbero tener conto di questi studi ed esperienze. Le leggi vietano tante pretese dei cittadini (dal divieto di fumo nei locali pubblici al divieto dei cellulari in auto… solo per fare qualche esempio) e quindi non suonerebbe strano se la legge vietasse l’adozione o la “compra-vendita” di un bambino al di fuori della famiglia naturale.

di Gabriele Soliani

Cresciuto da due lesbiche, dice no al matrimonio omosessuale

G TUTTI BAMBINIOltreoceano il dibattito sulle adozioni e sui matrimoni omosessuali torna ad appassionare l’opinione pubblica. Il motivo sono le recenti sentenze di alcuni giudici federali che hanno annullato, in nome dei diritti degli omosessuali, referendum popolari avvenuti negli Stati dello Utah e dell’Oklahoma in cui gli elettori si erano pronunciati a grande maggioranza affinché l’unico matrimonio riconosciuto fosse quello tra un uomo e una donna.

I governatori di questi due Stati, che si trovano ora l’ingiunzione a celebrare nozze omosessuali, hanno così deciso di fare appello. Il ricorso è accompagnato dal sostegno di gran parte dei cittadini, che si sentono defraudati del loro diritto d’espressione mediante democrazia diretta. Una massiccia manifestazione contro la sentenza si è recentemente tenuta a Salt Lake City, capitale dello Utah, all’interno di una sala del Parlamento federale. I tanti partecipanti hanno ascoltato gli interventi di una serie di relatori presenti a vario titolo. Tra questi, il più applaudito è stato quello di Robert Oscar Lopez, simbolo della battaglia a favore del matrimonio tradizionale, inviso alle lobby omosessuali per via di una storia personale che lo rende testimone credibile dell’opposizione a modelli di famiglia stravaganti.

Egli, infatti, dopo la separazione dei genitori, è cresciuto con la madre e con il suo nuovo partner, di sesso femminile. “Ho da rivolgere un appello alla comunità gay – ha detto nel corso dell’incontro a Salt Lake City -. Per favore, fermate ciò che state facendo. Spero che vi accorgerete che non si possono privare i bambini di una mamma e di un papà. Che diciate di no al matrimonio gay”. Il volto di Robert Oscar Lopez è diventato popolare negli Stati Uniti un anno fa, quando egli è uscito allo scoperto raccontando la sua testimonianza al Parlamento del Minnesota, che stava legiferando sul matrimonio omosessuale. “Abbiamo sentito tante campane, ma mai quelle dei diretti interessati cui non viene data voce”. Con queste parole ha introdotto un discorso destinato ad emozionare l’opinione pubblica americana.

“Mi mancava un genitore”, ha detto riavvolgendo il nastro della sua memoria sino ai tempi dell’infanzia. “I bambini sentono profondamente la mancanza di un padre e di una madre – ha riflettuto – e provano inoltre una grande frustrazione, perché non sono in grado di fermare chi decide di privarli del padre o della madre”. La frustrazione di cui parla, Robert Lopez l’ha vissuta sin dai due anni, da quando la madre si stabilì a vivere in un camper con la sua compagna. Ma sono in molti, negli Stati Uniti, ad aver vissuto sensazioni simili, senza tuttavia volersi esporre. “Nel corso dell’ultimo anno – ha spiegato il professore della California – sono stato di frequente in contatto con adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso”. La loro riservatezza è comprensibile.

“Sono terrorizzati dall’idea di parlare pubblicamente dei loro sentimenti – ha raccontato Lopez – si sentono scollegati dagli aspetti legati al sesso delle persone intorno a loro, e con una certa frequenza provano rabbia verso i loro ‘genitori’ per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori”. Dopo un comprensibile travaglio interiore, Robert Oscar Lopez ha invece deciso di parlare. E di manifestare senza indugio la sua contrarietà al matrimonio omosessuale. “Incoraggiare le coppie dello stesso sesso a pensare che la loro unione non sia distinguibile dal matrimonio – il suo sfogo – è come affermare una menzogna, e tutto ciò che si fonda sulla menzogna ci si ritorcerà contro”.

Il professore non ha peli sulla lingua quando parla della comunità omosessuale nella quale ha vissuto quarant’anni. “Ho visto come questa realtà produca odio e recriminazione viziosa”, ha detto. Il lato affettivo, ha osservato Lopez, sopravanza qualunque altro aspetto, viepiù quello meramente economico, poiché “avere una mamma e un papà è un valore prezioso in sé, non qualcosa che può essere ignorato, anche se una coppia gay ha un sacco di soldi, anche se può iscrivere un ragazzino alle migliori scuole”. Parlando dei metodi di procreazione artificiale connessi al desiderio degli omosessuali, ha poi aggiunto che sarebbe “inquietante e classista la posizione dei gay che pensano di poter amare senza riserve i loro figli dopo aver trattato la madre surrogata come un incubatore, o delle lesbiche che credono di amare i propri figli incondizionatamente dopo aver trattato il loro padre-donatore di sperma come un tubetto di dentifricio “. La voce di quest’adulto, originario del problematico quartiere newyorkese del Bronx, vuole parlare “per conto di coloro che sono stati messi da parte dalla cosiddetta ‘ricerca sociale’ sulla genitorialità omosessuale”. Quella “ricerca sociale” che ha sacrificato i diritti dei bambini sull’altare dei desideri di una minoranza.

Di Federico Cenci – Zenit

 

Cura e accompagnamento del neonato fragile e dei genitori (parte 1)

neonato fragileCertamente il goal primario di noi neonatologi è la guarigione dei nostri pazienti tramite la rianimazione e la cura intensiva con l’uso di terapie mediche e chirurgiche. La nostra terapia intensiva neonatale è sorta per questo motivo. Il nostro goal e la nostra speranza è dunque di salvare la vita di tutti i neonati che curiamo e molte volte ci riusciamo.
A volte, però ci troviamo di fronte a piccoli pazienti che, purtroppo, non possono trarre beneficio dalla terapia intensiva, in quanto sono affetti da patologie cosidette life-limiting o sono in condizioni terminali, magari dopo settimane e settimane di terapia intensiva.
Quando, in tutti questi casi, l’impossibilità della sopravvivenza diventa palese, si profila un grosso rischio, che è quello dell’abbandono del paziente e della sua famiglia. Questi bimbi, dunque, che avranno una vita molto breve, richiedono un trattamento medico e infermieristico specifico, alternativo, appropriato per la loro condizione. (1)
La nostra proposta è una cura medica innovativa e personalizzata, che definisco comfort care e che avviene nell’esperienza dell’hospice neonatale. Questa attività non è partita da un idea o da un progetto, ma in qualche modo mi è stata proposta dalla realtà stessa. Lavorando come neonatologa alla Columbia University, e facendo parte del team di diagnosi prenatale, mi sono trovata di fronte ad alcune mamme che aspettavano bimbi affetti da queste terribili malattie e non ho potuto sottrarmi al desiderio di aiutare anche loro. Dal 2006 ad oggi ho seguito una cinquantina di bimbi che sono stati diagnosticati con patologie incompatibili con la vita o in condizioni terminali nel mio ospedale. E, prendendomi cura di loro, ho sviluppato una metodologia e dei punti fondamentali che definiscono il comfort care, proprio seguendo questo punto. (2)
I candidati per il comfort care sono neonati affetti da condizioni life-limiting. Alcune di queste condizioni mediche non sono compatibili con la vita al di là di pochi minuti o qualche ora anche con rianimazione e ventilazione meccanica. Esempi sono la agenesia renale bilaterale, idrope fetale grave, limb-body wall complex. Poi ci sono altre condizioni dove l’onere delle cure intensive eccede i benefici in termini di lunghezza della vita. Esempi sono la trisomia 13 o 18, specie se complicate con altre anomalie cardiache, renali, gastro-intestinali, e cerebrali. Altri candidati per il comfort care sono quei neonatini che, dopo essere stati trattati con terapia intensiva, magari per lungo tempo, entrano nello stato terminale.
Di fronte a questi neonati, che pur restano nostri pazienti, ci siamo fatti questa domanda: come trattiamo questi bimbi, che non possono essere curati con la terapia intensiva tradizionale? Come li possiamo aiutare? Esiste un trattamento medico che si prenda cura dei loro problemi medici speciali?
Se un neonatino vive anche per 7 minuti, in quei 7 minuti noi vogliamo dedicare la nostra attenzione, energia, esperienza e capacità professionali per rendere la sua vita più comfortable — confortevole.
Quei 7 minuti sono tutta la sua vita, per cui sono preziosissimi e noi abbiamo la responsabilità di aiutare questo bimbo ad essere il più possibile in comfort. Il comfort care nasce così, dalla necessita di assicurare un trattamento medico adeguato a pazienti con una vita brevissima.
Ma in cosa consiste precisamente il comfort care?
Questa espressione è molto usata in campo medico, con significati talvolta molto differenti. È veramente triste il riscontro che il comfort care può’ essere ridotto a qualcosa come: sii gentile col paziente e la sua famiglia, ma non c’è un piano di cura perché non c’è più niente da fare. Questo non è comfort care. Non è proprio vero che non c’è più nulla da fare, anzi, c’è sempre molto che possiamo fare per loro.
Con questi pazienti dobbiamo cambiare le regole di reparto, essere creativi, e usare tutte le nostre conoscenze mediche e la nostra esperienza professionale per aiutarli ad essere in una situazione di comfort. Il comfort care è dunque un trattamento medico e infermieristico per neonati affetti da condizioni life-limiting, o in condizioni terminali 13 incentrato sul raggiungimento del comfort del paziente. (3,4)
I capisaldi del comfort care consistono nella soddisfazione di alcuni bisogni primari. Il neonato ha bisogno di essere accolto, di essere tenuto al caldo, di non soffrire la fame o la sete e di non soffrire dolore.
Sono bisogni semplici, ma richiedono tutta la nostra capacità ed esperienza medica per rispondervi in modo adeguato. Infatti il tipo di terapia che proponiamo per aiutare il bimbo ed i suoi genitori a ‘sentirsi bene’ vengono da osservazioni evidencebased sulla cura del dolore nei neonati. (5-7)
Per questo motivo abbiamo anche allestito una camera privata per il comfort care nella nostra terapia intensiva, per permettere una certa privacy alla famiglia col bimbo che sta morendo. Può succedere talvolta che la famiglia non sia disponibile a tenere in braccio il bimbo in condizioni terminali, per varie ragioni. In questi casi sarà il personale medico, infermieristico o i volontari a cullare il bimbo nella sua breve vita. (8)
Un altro bisogno primario del neonato è la necessità di essere tenuto al caldo. È sempre necessaria una valutazione attenta della capacità del neonato di mantenere la temperatura corporea, sia che sia tenuto in braccio dai genitori o dal personale, oppure in una culla aperta o in incubatrice. La kangaroo care viene anche usata molto spesso, specialmente per bimbi molto piccoli. (9)
Quando prevediamo che un neonato, affetto da una condizione life-limiting, supererà le 12-24 ore di vita, dobbiamo anche preoccuparci della sua idratazione e nutrizione. Ancora, valutando caso per caso, il bambino potrà essere allattato al seno o col biberon, o, in caso di suzione non valida, con un contagocce, una siringa o attraverso un sottile sondino nasogastrico. (10)
In casi eccezionali, sempre con lo scopo di favorire il conforto del paziente, è possibile utilizzare temporaneamente l’alimentazione intravenosa.
Potrebbe anche essere necessario il posizionamento chirurgico di una gastrostomia, ma in ogni caso ogni intervento deve essere giudicato in base al conforto del paziente.
Infine il dolore deve essere attentamente valutato in ogni paziente e può essere sempre trattato adeguatamente.

La seconda parte qui

NOTE

  1. Bhatia J. Palliative care in the fetus and newborn. J Perinatol (2006) 26:S24–S26
  2. Parravicini E. Is ‘comfort’ care a ‘medical’ care? Observations on a neonatal population. J Med Per (2012) 10:41-45
  3. Breeze ACG, Lees CC, Kumar A, MissfelderLobos HH, Murdoch EM. Palliative care for prenatally diagnosed lethal fetal abnormality. Arch Dis Child Fetal Neonatal (2007) Ed 92:F56–F58
  4. D’Almeida MD, Hume RF Jr, Lathrop A, Njoku A, Calhoun BC. Perinatal hospice: family-centered care of the fetus with a lethal condition. J Am Phys Surg (2006) 11(2):52–55
  5. Carter BS, Jones PM, Evidence-based comfort care for neonates towards the end of life, Seminars in Fetal & Neonatal Medicine (2012), http://dx.doi.org/10.1016/j.siny.2012.10.012
  6. Anand KJ, Hall RW. Love, pain, and intensive care. Pediatrics (2008);121:825–827
  7. Bellieni CV, Tei M, Coccina F, Giuseppe Buonocore G. Sensorial saturation for infants’ pain. The Journal of Maternal-Fetal and Neonatal Medicine (2012); 25(S(1)): 79–81
  8. Whitfield JM, Siegel RE, Glicken AD, Harmon RJ, Powers LK, Goldson EJ. The application of hospice concepts to neonatal care. Am J Dis Child (1982) 136:421–424
  9. Kymre IG and Bondas T. Skin-to-skin care for dying preterm newborns and their parents – a phenomenological study from the perspective of NICU nurses. Scand J Caring Sci (2012) doi: 10.1111/j.1471-6712.2012.01076.x
  10. Carter BS, Bhatia J. Comfort/Palliative Care Guidelines for Neonatal Practice: Development and Implementation in an Academic Medical Center. Journal of Perinatol (2001); 21:279 – 283.

 

La “Quercia millenaria” che genera vita

vita bimbo«Mi spiace ma in questi casi non c’e’ niente da fare, se non interrompere la gravidanza». Questa frase viene pronunciata molto frequentemente quando si e’ di fronte ad una diagnosi infausta durante la gestazione, fino al caso estremo del “feto terminale”, cioè incompatibile con la vita. Eppure non è mai vero che non ci sia “nulla da fare”. Piuttosto c’è sempre molto da fare, dal punto di visto dell’assistenza medica, umana e spirituale. È quanto emerge dal lavoro serio svolto qui in Italia dall’associazione “La Quercia Millenaria ONLUS”, che diffonde la metodica di Caring Perinatale.

ZENIT ne ha parlato con la fondatrice e presidente dell’associazione, Sabrina Pietrangeli Paluzzi.

Cosa racchiude una metodica di Caring Perinatale?

Sabrina Pietrangeli: La metodica racchiude tutta una serie di servizi, che non sono soltanto “tecnici e pratici”, ma conditi di un grande desiderio di aiutare i genitori a spezzare il dolore in tante parti, per portarne un pezzetto ciascuno. Si parte dall’affiancamento, subito dopo la diagnosi infausta, a famiglie che hanno già vissuto quel particolare e doloroso momento, alla programmazione di future ecografie, sempre da farsi con un operatore vicino per contenere l’ansia e sostenere i genitori. E poi l’accoglienza residenziale ove necessario, a titolo gratuito, fino a programmare un vero e proprio “piano nascita” per i bambini sicuramente terminali, dove i genitori possono esprimere tutti i loro desideri sulla gestione del travaglio, del parto, dei momenti da passare accanto al piccolo, fino al momento della morte e ai gesti di amore da fare anche dopo: vestirlo, tumularlo, conservare dei ricordi concreti come le foto, le impronte delle manine, una ciocca di capelli, o altro.

Si tratta dunque di qualcosa paragonabile al servizio che svolge un hospice per i malati terminali, ma qui il morente è un “nascente”: con poche ore di vita davanti… a molti sembrerà una vita senza senso.

Sabrina Pietrangeli: Il senso lo vedono i genitori che fanno una scelta di accoglienza, perché sono nutriti e sostenuti durante l’attesa e persino dopo la morte stessa del piccolo, grazie all’amore che realmente scorre tra la coppia e il bambino, che risponde agli stimoli e “partecipa” con tutta la sua famiglia ai suoi istanti di vita, sia intrauterina che terrena. I frutti si vedono nel tempo, e tutte le famiglie ne hanno raccontati molti. Dal nostro punto di vista, e con l’esperienza maturata, non potremmo mai dire che sono “vite senza senso”.

Dalle storie che avete raccolto nei vostri libri e sul vostro sito, si evince che non sempre la diagnosi infausta si traduce in realtà.

Sabrina Pietrangeli: Sono le storie più belle, quelle in cui un bambino riesce a sorprendere la scienza, anche quando è una scienza ben fatta. Sono episodi non prevedibili, ma non per questo trascurabili, anzi… Bisogna sempre dare una possibilità alla vita, perché la vita sa ancora sorprendere.

La “Quercia” ha rami in molte strutture ospedaliere in tutta Italia, ma sicuramente le radici per così dire qui a Roma: dopo anni di lavoro in collaborazione con gli specialisti del Policlinico Gemelli, cosa rappresenta questo convegno per voi?

Sabrina Pietrangeli: Rappresenta il coronamento di sette anni di lavoro in cui davvero persone concrete hanno perso la propria vita e messo nel progetto tutte le loro capacità e le abilità personali, nonché una enorme quantità di tempo, sacrificando spesso anche i propri interessi familiari.

Sono stati anni in cui è maturata la consapevolezza di quale buco istituzionale e assistenziale andavamo a coprire, e si sono messe in opera tutte le energie per rappresentare l’eccellenza nel campo. Eccellenza che si sposa con quella del Policlinico Gemelli, lì dove la Quercia Millenaria ha preso vita grazie alla nostra storia familiare con il nostro terzo figlio, “ex feto terminale”!

La vostra linfa però sembra scorrere dall’alto verso il basso, da quella che chiamate “la quercia celeste”…

Sabrina Pietrangeli: I “figli della Quercia” che sono in cielo sono per noi grande motivo di stupore e riflessione, perché li sentiamo vivi più che mai. Siamo sicuri che da lassù si diano un gran da fare per garantire benedizioni non solo alle loro famiglie, ma a tutti coloro che collaborano per far sì che quelle piccole vite, “le pietre scartate dai costruttori”, non vengano più uccise ma accolte con l’amore dovuto!

da: zenit

Rifiutarono l’aborto e sono nata io

coniugi-beatificati«Onora il padre e la madre». Non c’è comandamento che i fratelli Beltrame Quattrocchi conoscano meglio. L’affetto, la riconoscenza e il rispetto che ogni genitore dovrebbe meritarsi, sono stati da loro elargiti in dosi massicce. E oggi, che papà Luigi e mamma Maria sono ufficialmente incamminati verso la gloria degli altari, i loro tre figli ancora viventi (don Tarcisio, padre Paolino ed Enrichetta) avvertono il peso di una responsabilità che pochissimi prima di loro hanno sperimentato: assistere alla beatificazione dei propri genitori. «Provo solo vergogna di fronte a loro», osserva padre Paolino, 92 anni. «Davanti al loro esempio straordinario di fedeltà al Vangelo avverto tutta la mia inadeguatezza. Ho nel cuore un intreccio di emozioni e di sensazioni così profonde che non provo neppure a manifestare». Colpiti, emozionati, felicissimi anche monsignor Tarcisio, 95 anni, e la sorella Enrichetta, 87 anni: «Avvertiamo un profondissimo senso di riconoscenza verso il Signore e, di conseguenza, la grave responsabilità per corrispondere adeguatamente a un dono così grande della sua Grazia. I nostri genitori ci hanno lasciato un’eredità spirituale preziosa ma, sotto un certo aspetto, pesante. A chi molto ha ricevuto, molto sarà richiesto».
In questo senso va compresa anche la vocazione che, secondo varie modalità, ha portato tutti i fratelli Beltrame Quattrocchi verso la vita religiosa: sacerdoti don Tarcisio e padre Paolino, suora benedettina di clausura la terzogenita, madre Maria Cecilia (al secolo Stefania) morta nel 1993. E consacrata, seppure in forma privata, anche Enrichetta. Sembrerebbe una contraddizione il fatto che i quattro figli di una coppia avviata alla beatificazione per le virtù manifestate nel matrimonio, abbiano invece scelto di diventare preti e suore. «No, la mia consacrazione sacerdotale – osserva don Tarcisio – mi ha dato la possibilità di valorizzare la memoria e gli esempi dei miei genitori assai più di quanto avrei potuto fare se avessi abbracciato anch’io lo stato matrimoniale». Anche padre Paolino non coglie nella propria scelta di vita e in quella dei fratelli nessun elemento di sorpresa o di incoerenza: «Tutto fa meraviglia nelle opere di Dio. Il mistero della vocazione non può sfuggire a questo sentimento di stupore. Dio ci ha chiamati alla vita consacrata. Qualsiasi altra risposta da parte nostra non sarebbe stata adeguata al disegno che il Padre aveva per noi. D’altro canto – osserva ancora padre Paolino – a dimostrazione che la vita religiosa fosse proprio la nostra strada, c’era l’incoraggiamento generoso dei nostri genitori».
Prima di rispondere alla chiamata di Dio, i fratelli Beltrame Quattrocchi hanno potuto comunque sperimentare sufficientemente a lungo la quotidianità di una famiglia intessuta di piccoli problemi ordinari, di concretezza, ma soprattutto di affetti. Una dimensione di normalità in cui però, ricordano i tre fratelli, non veniva mai meno il senso del soprannaturale. «L’aspetto caratterizzante della nostra vita familiare – ricorda monsignor Tarcisio – era il clima di normalità che i nostri genitori avevano suscitato nell’abituale ricerca dei valori trascendenti. Era un atteggiamento sollecitato con la massima semplicità». Padre Paolino sottolinea però che questa attenzione ai principi di fondo non intaccava il clima di serenità. «Ho un ricordo rumorosamente lieto della nostra casa. L’atmosfera era gioiosa, priva di bigottismo o di musoneria». Enrichetta, a sua volta, mette in luce l’intenso rapporto di affetto e di comprensione esistente tra i genitori. «E’ ovvio pensare che possano essersi verificate talvolta delle divergenze di opinione o di apprezzamento, ma noi figli non abbiano mai avuto modo di constatarle. Gli eventuali problemi li risolvevano tra di loro, con il dialogo, in modo che una volta concordata la soluzione, il clima rimanesse sempre sereno e armonioso».
Enrichetta è la “protagonista involontaria” di uno degli episodi forse più forti ed esemplari della vita di Luigi e di Maria Beltrame Quattrocchi. La gravidanza che poi portò alla sua nascita fu infatti contrassegnata da sintomi così preoccupanti da mettere a repentaglio la vita della mamma. Tanto che un noto ginecologo romano consigliò senza mezzi termini l’interruzione di gravidanza «se – come disse – si vuole tentare di salvare almeno la madre». Ipotesi che Luigi e Maria, senza un attimo di incertezza, rifiutarono decisamente. «A quel tempo – fa notare Enrichetta – le possibilità di sopravvivenza con una patologia di “placenta previa totale”, cioè quella riscontrata a nostra madre, erano del 5 per cento. Fu un vero eroismo cristiano il loro. Lei rischiava seriamente la morte. Lui di rimanere vedovo con tre figli dai 3 agli 8 anni». Sul clima di quei mesi in casa Beltrame Quattrocchi ha scritto pagine stupende, nel suo memoriale inedito, suor Maria Cecilia: «Ricordo una mattina nella chiesa romana del Nome di Maria, papà con noi tre (Cecilia, Tarcisio e Paolino) fuori dal confessionale. Rimase a lungo a parlare con il sacerdote. Forse riferiva qualcosa sulle condizioni della madre. A un tratto appoggio la mano allo stipite e sulla mano la fronte….piangeva. Noi zitti, tristi, spaventati, pregavamo da bambini…Il Signore sorrideva al nostro muto dolore».
Luciano Moia