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Germania. Prostitute, inferno nei bordelli legali, sfruttatori in paradiso

BERLINO – La Germania, considerata oggi il più grande mercato della prostituzione dell’ Unione Europea, poco più di un decennio fa ha legalizzato quello che è comunemente detto ”il mestiere più antico del mondo”.

L’obiettivo della legge: difendere le prostitute dallo sfruttamento, dare loro tutela legale e “metterle in regola”, con i conseguenti diritti e doveri, tra cui il dovere di pagare le tasse.

Il risultato: bordelli legali e a tariffe forfettarie e tutto compreso, donne che lavorano in condizioni economiche sempre più svantaggiate, impiegate a ritmi estenuanti e costrette a ogni tipo di prestazione sessuale, traffico di esseri umani in aumento, grande affluenza di donne dall’estero, soprattutto dall’Est europeo, mentre, nonostante tutto, la prostituzione di strada è sempre presente.

Queste le conclusioni tratte dalla lunga inchiesta pubblicata dal settimanale tedesco Spiegel, un vero e proprio viaggio nella Germania a luci rosse.

“Il sesso con tutte le donne per il tempo che vuoi, tutte le volte che vuoi e come vuoi. Sesso in mille variazioni anche con più persone. Il prezzo: 70 euro di giorno e 100 euro di sera.

Quando, nel 2009, il bordello Pussy Club ha aperto vicino a Stoccarda, questa era la sua pubblicità. Secondo la polizia sono stati circa 1.700 i clienti che hanno approfittato dell’offerta nel fine settimana di apertura. Gli autobus sono arrivati da lontano e i giornali locali hanno riferito che in coda, fuori dal bordello, c’erano circa 700 uomini.

 

In seguito, i clienti avrebbero scritto in chat di un servizio presumibilmente insoddisfacente, lamentando che le donne, già dopo poche ore, non erano più “adatte a un uso prolungato”.

Il bordello King George di Berlino, passato alle tariffe forfettarie, considerato metodo utile per combattere la crisi, utilizza lo slogan “Geiz macht Geil” che, tradotto liberamente dal tedesco, suona come “Essere a buon mercato ti fa eccitato”. Per 99 euro, i clienti possono godere di sesso e bevande fino alla chiusura dello stabilimento. Il sesso anale, il sesso orale non protetto e baciare-con-lingua sono extra. Gli extra costano dai 10 ai 20 euro. Il King George offre un “gang-bang party” il lunedì, il mercoledì e il venerdì.

Le agenzie di viaggio organizzano bus turistici e offrono tour anche di otto giorni che hanno come meta i bordelli tedeschi, molti a prezzo forfettario.

Le escursioni sono “legali” e “sicure”, scrive un fornitore sulla sua homepage per rassicurare i potenziali clienti a cui vengono promesse fino a 100 “donne completamente nude” con indosso nient’altro che i tacchi. Alcuni clienti sono stati persino prelevati all’aeroporto e portati ai club in una Bmw Serie 5.

La legge sulla prostituzione è stata approvata nel 2001 dal Parlamento tedesco, il Bundestag, con i voti del Partito Socialdemocratico e dei Verdi, la coalizione di governo al potere al momento. L’intento era di migliorare le condizioni di lavoro delle prostitute: le donne avrebbero potuto ricorrere alla legge per difendere i loro salari e avrebbero potuto contribuire a programmi di assicurazione sanitaria, di disoccupazione e di pensionamento, in sostanza avrebbero pagato le tasse. Si voleva che la prostituzione diventasse una professione come quella di cassiere di banca o di assistente dentista, accettata invece che ostracizzata.

E’ l’immagine di una “prostituta emancipata”: libera di fare come vuole, coperta dal sistema di assicurazione sociale, facendo il lavoro che la diverte e in possesso di un conto presso la banca di risparmio locale.

A quanto riporta Spiegel, sembra però che la legge non abbia funzionato e che i propositi dei suoi promotori, che speravano che “le lavoratrici del sesso” sarebbero riuscite ad emergere dai margini della società e avere protezione giuridica, siano stati disattesi: negli ultimi anni le condizioni delle prostitute sembrano essere peggiorate, i protettori sarebbero potenti come sempre e il traffico di esseri umani ancora un flagello.

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

Lo Jugendamt, il nemico tedesco dei diritti dei minori

Jugendamt è un termine che a molti italiani suonerà nuovo. La sua espressione tipicamente teutonica, del resto, appare poco sui media. Eppure, accompagnato in patria dalla fama di baluardo della protezione sociale, questo ente di Stato tedesco svolge una funzione di difesa degli interessi della Germania presso le aule di Tribunale, a discapito di quelli dei genitori stranieri e dei minori. Marinella Colombo è una dei tanti italiani che lo hanno conosciuto sulla propria pelle. Lo Jugendamt, nel 2008, si è insinuato nella causa di separazione tra lei e suo marito, tedesco. Nonostante la donna avesse ottenuto l’affidamento, un giorno, a sua insaputa, i suoi due figli sono stati prelevati da scuola e riportati a Monaco di Baviera dal papà. Come se non bastasse, si è ritrovata un mandato di cattura internazionale per sottrazione di minori. Su questa vicenda personale ha scritto un libro dal titolo Non vi lascerò soli (ed. Rizzoli), simbolo di una battaglia che sta portando avanti per ottenere giustizia. Le sue istanze e quelle di tanti altri cittadini che vivono situazioni simili, sono state raccolte anche presso il Parlamento europeo, finora senza che ciò producesse alcun effetto.

È stata protagonista, suo malgrado, di una spiacevole vicenda con la legge tedesca. Vuol parlarcene e spiegare ai lettori cos’è lo Jugendamt?

Marinella Colombo: Jugendamt significa letteralmente “amministrazione per la gioventù”, lo Jugendamt è il genitore di Stato, il terzo genitore che prende parte, allo stesso titolo dei genitori (e non come consulente del giudice), a tutti i procedimenti nel quale sono coinvolti dei minori, come per esempio, ma non solo, le separazioni. La finalità delle azioni dello Jugendamt non è il “bene del bambino”, ma il bene che la comunità dei tedeschi trae nel trattenere ogni bambino nella propria giurisdizione. Ha anche funzioni di funzionario dell’anagrafe, redige il registro delle dichiarazioni di affido congiunto nei casi in cui la madre non sposata decida di concederlo al padre del bambino, ecc.. Il mio caso personale non è giuridico, ma politico. “Se la Germania vuole quei due ragazzini, diamoglieli!”, è stato dichiarato.

Quali iniziative finora sono state compiute nel Parlamento europeo per far luce su questo sistema e quali nuove iniziative intende adottare, se sarà eletta?

Marinella Colombo: Al Parlamento europeo, controllato come è dai tedeschi, non solo non sono state fatte iniziative per far luce su questo problema, ma si è cercato fortemente e a più riprese di boicottare ogni tentativo di informazione in merito, intrapreso da pochi eurodeputati impegnati come l’on. Cristiana Muscardini. Ad esempio, il convegno del 2012 al Parlamento europeo sullo Jugendamt ha visto l’ingerenza di Martin Schulz per limitarne la diffusione, mentre nell’aprile di quest’anno, la discussione delle Petizioni contro lo Jugendamt è stata arbitrariamente cancellata dall’ordine del giorno e reinserita all’ultimo momento solo a seguito delle nostre proteste espresse in una conferenza stampa internazionale. Questo sistema, inammissibile all’interno di Europa civile e rispettosa dei diritti, va pertanto fermato e abolito.

Un approfondimento da:
http://www.huffingtonpost.it/niccola-rinaldi/i-tremendi-abusi-dello-jugendamt-tedesco-sui-bambini-e-il-quieto-vivere-dei-nostri-governanti_b_5047912.html

lo Jugendamt ha le idee chiare: i figli restano in Germania, con la madre o il padre tedesco. L’altro genitore si accontenterà di una frequentazione limitata, a volte con l’obbligo di comunicare col figlio solo in tedesco. Questo anche in caso che il genitore tedesco abbia abbandonato il tetto coniugale, o sia responsabile di violenze domestiche, di alcolismo, d’indifferenza verso i figli. Il criterio della nazionalità primeggia su qualsiasi altra considerazione, con una minaccia latente anche per le coppie miste che non si separano ma che sono indotte a seguire i dettami dello Jugendamt. Al genitore separato e non tedesco resta soprattutto un onere: contribuire agli alimenti e all’educazione del figlio, anche se ha perso ogni ruolo nelle scelte della crescita. Chi non accetta queste regole è ulteriormente penalizzato, vedendosi negata anche una breve vacanza con i figli; e chi si sottrae per impossibilità o protesta al pagamento degli alimenti, o allontana il figlio dalla Germania, diventa vittima di un mandato arresto europeo emesso dal tribunale tedesco, pedissequamente applicato dagli altri paesi europei. Di fatto la Germania ha creato un meccanismo perfetto, approfittando da una parte degli automatismi dello spazio giudiziario europeo, e dall’altra della mancanza di norme europee nel diritto di famiglia – che rimane gelosamente sovranità degli Stati nazionali, con un costo della “non-Europa” altissimo in quanto a mancanza di diritti umani.

C’è un’eccezione: per i figli disabili l’affido è di norma al genitore non tedesco. Lo Stato germanico preferisce disfarsi di questi “soggetti deboli” e più costosi da assistere….

18 miti sulla prostituzione

1. “La prostituzione è il mestiere piu’ antico del mondo”

Proviamo a cambiare prospettiva: fare il “magnaccia” potrebbe essere considerato il mestiere piu’ antico del mondo. Il fatto che un fenomeno sia esistito per molto tempo non implica che esso non possa essere cambiato. Pensiamo, ad esempio, a fenomeni quali l’omicidio, la pena di morte o la schiavitù.

SCELTA?

2. “La prostituzione è un lavoro come un altro”
Non esiste altro “lavoro” con un tasso di mortalità così elevato (da 10 a 40 volte più alto della media). Tra il 60 e l’80% dei “lavoratori” nel mondo della prostituzione subisce regolarmente abusi fisici e sessuali. Se è un lavoro come un altro, come mai così poche donne dell’Europa occidentale colgono questa opportunità? Come mai le donne che si prostituiscono sono per la maggior parte immigrate? Si tratta forse di un “lavoro” rivolto essenzialmente alle donne straniere? Per favorire le pari opportunità, dovremmo forse fare campagne promozionali di questo tipo di “lavoro” per gli uomini? Vari sindacati in Europa non considerano la prostituzione un vero lavoro, in quanto essa è ritenuta incompatibile con i livelli di sicurezza e dignità, così come con il concetto di “progressione di carriera”, associati ad una professione vera e propria.

3. “La prostituzione porta un sacco di soldi”

A chi? secondo l’Interpol, un “protettore” guadagna 110.000 euro all’anno per ogni donna che esercita la prostituzione da lui controllata. Se la prostituzione è un “lavoro” così remunerativo, come mai la maggior parte di coloro che esercitano questa attività non possiede una macchina, un appartamento né riesce a risparmiare per il futuro? L’idea che la prostituzione paghi molto è semplicemente un mito. Dibattere sul potenziale retributivo di questo genere di attività è, inoltre, una strategia disonesta: indipendentemente dalla cifra, la prostituzione riguarda qualcuno che compra l’accesso al corpo e alla sessualità di un altro individuo. Gli esseri umani, però, non hanno e non devono avere prezzo.

4. “La prostituzione è una scelta”

“Se le donne avessero maggiore capacità di scelta economica, in questa società, non sceglierebbero di venire abusate attraverso la prostituzione” dice Fiona Broadfoot, sopravvissuta alla prostituzione del Regno Unito. Ogni scelta è sempre legata ad un contesto. Oggi in Europa l’uguaglianza di genere non è ancora realtà: basta guardare al divario retributivo tra uomini e donne (16%), alla diffusione della violenza contro le donne (1 donna su 5 è vittima di violenza coniugale), agli stereotipi sessisti, alla sottorappresentazione delle donne nel mondo del business, nelle università ed in politica (24% dei parlamentari nazionali è donna)… In un contesto in cui molte donne vivono discriminazioni, povertà e violenza, il consenso può essere comprato. Numerosi studi indicano che la povertà, la perdita della famiglia e di un tetto, la dipendenza da droghe ed una storia di abusi fisici e sessuali sono le componenti che rendono le giovani donne maggiormente a rischio di entrare nel mondo della prostituzione. Inoltre, la maggior parte delle donne che si prostituiscono comincia da molto giovane. Vorreste che vostra figlia o vostra sorella scegliesse questa attività?

18 miti_25. “La prostituzione rende le donne economicamente indipendenti, specialmente le immigrate”

In tempi di crisi economica, con alti livelli di disoccupazione ed atteggiamenti razzisti prosperanti, sarebbe molto facile dire che la prostituzione è una soluzione per le donne in generale e per quelle immigrate in particolare. Aiuterebbe addirittura a ridurre il tasso di disoccupazione! Tuttavia le vere questioni per le donne migranti sono: accesso al mercato del lavoro, riconoscimento dei titoli e diritti legati al ricongiungimento familiare. L’indipendenza economica non dovrebbe ottenersi facendosi del male e accettando gli abusi. Nel 21° secolo possiamo e dobbiamo fare di meglio.

 LIBERTÀ SESSUALE?

6. “La prostituzione riguarda la libertà sessuale, l’abolizionismo è anti-sesso”

Cerchiamo di essere più precisi: stiamo parlando della libertà sessuale di chi? La libertà sessuale consiste nel godere dei diritti e della salute sessuali, basati sull’eguaglianza e liberi da ogni forma di discriminazione, coercizione o violenza (definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità). La prostituzione non riguarda il sesso, bensì il potere: acquistare prestazioni sessuali significa negare la libertà sessuale dell’altra persona. Pagare per il sesso significa negare il diritto di un’altra persona al desiderio sessuale e costituisce un atto di profonda deprivazione dell’agentività sessuale di un altro essere umano. Gli abolizionisti sono pro-sesso: vogliono una genuina libertà sessuale ed una vera uguaglianza tra uomini e donne; ciò non si potrà mai raggiungere finché la sessualità sarà inserita nel contesto del mercato.

7. “La prostituzione è parte della storica lotta delle donne per il controllo del proprio corpo”

Negli anni Settanta, in Europa, le donne effettivamente lottarono per il riconoscimento dei loro diritti sessuali e riproduttivi, in particolare per il diritto all’aborto sicuro. Denunciavano le disuguaglianze strutturali tra uomini e donne e, con esse, ogni autorità che imponesse la propria visione sui diritti umani delle donne: la religione, la tradizione… e il mercato. La mercificazione della sessualità e dei corpi delle donne non può essere considerata parte di una lotta collettiva per i loro diritti: la prostituzione riguarda il diritto di comprare sesso che gli uomini si sono auto-attribuiti, non significa realizzare l’uguaglianza di genere.

8. “Alcune donne affermano di avere il diritto di prostituirsi”

Alcune persone accettano anche di lavorare per meno del salario minimo garantito; alcuni accettano addirittura di vendere un organo. In entrambi i casi, la nostra società ha deciso di proteggere i più vulnerabili e garantire una vita decente per tutti; in questi casi, la legge condanna quindi il datore di lavoro che paga il lavoratore meno del salario minimo o la persona che acquista l’organo. Allo stesso modo, la legge dovrebbe criminalizzare l’acquirente di sesso, non la persona che si prostituisce. Alcune persone possono dire che scelgono di prostituirsi; ma una società democratica non si costruisce sulla base di rivendicazioni individuali che non rispecchino la situazione della stragrande maggioranza. Sono in gioco il futuro che stiamo creando, la società in cui vogliamo vivere. Al giorno d’oggi dovremmo essere molto più preoccupati del diritto di uomini e donne di non entrare nel mondo della prostituzione.

9. “Solo ‘le lavoratrici ed i lavoratori del sesso’ dovrebbero parlare di prostituzione, perché sanno meglio di chiunque altro di cosa si tratti”

Dovrebbero forse solo le donne vittime di violenza domestica essere tenute a denunciare quella violenza? La violenza domestica è riconosciuta come una forma strutturale di violenza contro le donne, che ci riguarda tutti, donne e uomini, perché mette in gioco valori sociali. La prostituzione ci riguarda tutti: trasmette norme e rappresentazioni ai giovani, è banalizzata e persino resa glamour dai media e dall’industria della cultura. Inoltre, per ogni “lavoratrice del sesso” mediatizzata, ci sono molte sopravvissute della prostituzione che molto raramente riescono a parlare apertamente, anche a causa del trauma subito durante la loro esperienza. E ci sono milioni di persone ancora nel circolo della prostituzione che sono invisibili. È tempo di ascoltarle. ”

18 miti_3UTILITÀ SOCIALE?

10.“La prostituzione è utile per la società, specialmente per gli uomini soli e socialmente isolati.”

Gli acquirenti di prestazioni sessuali, in media, non corrispondono affatto a questo stereotipo: ricerche internazionali mostrano come essi siano per la maggior parte uomini sposati o con una relazione e che tendono ad avere più partners (al di fuori della prostituzione) rispetto al resto della popolazione maschile. Giustificando la prostituzione come un’istituzione sociale, si supporrebbe che alcune donne debbano essere sacrificate per i “bisogni” di questi uomini. Le donne che si prostituiscono sono prima di tutto donne: dovrebbero tutte godere degli stessi diritti e della dignità umana.

11. “La domanda non cesserà mai”

Questo assunto presuppone una visione ben triste degli uomini…: secondo tale presupposto, gli uomini sarebbero guidati dai loro cosiddetti “bisogni sessuali irreprimibili”, non dal loro cervello. È davvero sorprendente, visto che la maggioranza degli uomini non è solita comprare sesso. La domanda di prostituzione è legittimata da una certa visione della mascolinità, collegata alla virilità e alla forza, tutti stereotipi sugli uomini trasmessi dalle nostre società diseguali. Essa si può ridurre con l’educazione, la prevenzione e la legislazione. È semplice. Il fatalismo è usato dalle persone che non vogliono cambiare la società.

12. “Abolire la prostituzione porterebbe ad avere più stupri”

In realtà è il contrario: vari studi hanno mostrato che gli uomini comprano sesso semplicemente perché è possibile farlo. La normalizzazione della prostituzione, invece, promuove atti di violenza nei confronti delle donne, convogliando il messaggio sociale secondo cui le donne sarebbero delle merci. Il Nevada, dove lo sfruttamento della prostituzione è stato depenalizzato, ha il più alto tasso di stupri di tutti gli Stati Uniti. In uno studio su un campione di uomini, il 54% di coloro che frequentano prostitute ha riconosciuto di aver avuto comportamenti sessuali aggressivi nei confronti della propria partner.

13. “Legalizzare la prostituzione è il modo migliore per garantire il godimento di diritti basilari per le persone che esercitano questa attività”

Prostituirsi è legale dappertutto in Europa (tranne in Croazia). Il tema dell’accesso ai diritti non è legato allo status legale della prostituzione, quanto allo status migratorio di ogni persona: se si soggiorna legalmente sul suolo di un paese, si può accedere a servizi di base, tra cui il test dell’HIV e servizi sanitari. Se si è privi dei documenti necessari, si rischia di non avere accesso a questi diritti nemmeno in paesi che legalizzano o depenalizzano la prostituzione; ciò non ha niente a che vedere col fatto di essere o meno nel mondo della prostituzione. In Germania solo 44 persone si sono registrate come “professioniste del sesso”, contro una stima di 400.000 persone nel circolo della prostituzione. Legalizzare la prostituzione (o depenalizzare il lavoro del sesso e quindi lo sfruttamento della prostituzione) non cambia la stigmatizzazione sociale delle persone che esercitano questa attività.

UTOPIA?

18 miti_414. “Dobbiamo combattere la tratta di esseri umani, ma la prostituzione non c’entra niente”

Queste affermazioni contraddicono la realtà: se la prostituzione non ha niente a che fare con la tratta di esseri umani a scopo sessuale, per cosa sono trafficate le donne? Secondo i dati dell’UE, il 62% della tratta di esseri umani nell’Unione Europea è a scopo di sfruttamento sessuale. La tratta è alimentata dal profitto ed ha un legame diretto con i mercati della prostituzione, dove la domanda alimenta l’offerta. Si stima che i profitti derivanti dalla tratta a scopo di sfruttamento sessuale ammontino a 27,8 miliardi di dollari. Questi soldi provengono dai clienti, come in ogni altro settore del business. Ecco perché la prostituzione e la tratta di esseri umani sono intrinsecamente connesse.

15. “Col modello svedese le persone che esercitano la prostituzione sono più esposte a violenze, perché la prostituzione entra nella clandestinità”

Se i clienti possono trovare le prostitute, anche i servizi sociali ci riescono! Criminalizzando i clienti, il modello svedese cambia la relazione tra donne e clienti: i criminali sono i clienti. Molte donne che hanno esercitato la prostituzione in Germania, prima di arrivare in Svezia, raccontano all’Unità Prostituzione della Polizia di Stoccolma che c’è molta più violenza nelle “case chiuse” rese legali, perché gli acquirenti di sesso possono fare tutto ciò che vogliono. Gli assistenti sociali in Svezia osservano come le persone esercitanti la prostituzione si sentano più libere di rivolgersi a loro per ricevere assistenza. Al contrario, in paesi dove le “case chiuse” sono legali (come in Australia o in Germania), i servizi sociali e la polizia dicono di riuscire con più difficoltà ad avvicinare le donne che si prostituiscono. Legalizzare la prostituzione non cambierà la realtà: la prostituzione è una forma di violenza. Il 68% delle donne che esercitano questa attività soffre dei sintomi del disturbo post-traumatico da stress, come le vittime di tortura o i veterani di guerra.

16. “Non dovremmo criminalizzare i clienti, perché essi possono salvare le donne o identificare le vittime di tratta”

Il mito incarnato da Richard Gere in “Pretty woman” è ben lontano dal rappresentare la realtà. Un cliente di sesso che “salva” una donna o denuncia un caso di tratta resta pur sempre un cliente di sesso; l’esistenza di “clienti gentili” non riduce la domanda, contribuisce solo a corroborare una visione romantica della prostituzione che non ha nulla a che vedere con la realtà. Inoltre, questo genere di clienti rappresenta solo una piccola minoranza. I siti web di acquirenti sono illuminanti a riguardo. Ecco alcuni commenti: “Pompino decente, ma con un comportamento sgradevole e senza alcuno sforzo di sembrare interessata o almeno far finta di godere”; “è stato come fottere un attraente sacco di patate” (The invisible men Tumblr).

17. “Gli abolizionisti vogliono proibire la prostituzione”

C’è una grande differenza tra l’approccio proibizionista, che criminalizza tutti gli attori del sistema prostituzionale (comprese le persone che si prostituiscono), e l’approccio abolizionista, il quale mira solo ai clienti, ai “protettori” e ai trafficanti, cioè coloro che hanno capacità di scelta. Optare per la criminalizzazione di tutti non affronta la cause profonde né la natura di genere della prostituzione. Il modello abolizionista dà risalto alla violenza di tipo economico, psicologico e fisico connaturata nella prostituzione; esso vuole quindi proteggere le persone colpite e criminalizzare i colpevoli, cioè i clienti. L’abolizionismo vuole proporre alternative concrete alle persone che si trovano nella prostituzione e cambiare la mentalità che ne sta alla base.

18. “L’abolizione della prostituzione è un’utopia”

Abolire la prostituzione non significa debellarla. Gli stupri, gli omicidi e la pedofilia sono proibiti, tuttavia esistono ancora. Ciò che è importante è la norma sociale che la legislazione trasmette: essa dovrebbe inserire tra i diritti umani il principio per il quale il corpo umano e la sessualità non sono in vendita. Essa dovrebbe creare le condizioni per la realizzazione di una società più giusta.

Dalle rivelazioni alla Emmerick: la deposizione del corpo di Gesu’

anna_katharina_emmerick-580x333Il venerdi’ santo 30 marzo 1820, mentre suor Anna Katbarina Emmerick contemplava la deposizione di Gesù dalla croce, svenne improvvisamente, al punto di sembrare morta. Quando si riebbe, nonostante le sue sofferenze non fossero cessate, così proferì.- «Mentre contemplavo il corpo di Gesù steso sulle ginocchia della Madre dissi a me stessa: Guarda come è forte María, non ha nemmeno un istante di debolezza!» (Clemens Brentano).

di Anna Katharina Emmerick (nella trascrizione di Clemens Brentano)
1 Vidi la Vergine seduta al suolo sopra una coperta, col dorso appoggiato su alcuni mantelli arrotolati. Aveva, il ginocchio destro un poco rialzato, sul quale riposava il santo capo di Gesù, il cui corpo era steso sul sudario. La santa Madre teneva per l’ultima volta tra le braccia le sacre spoglie del Figlio amatissimo, al quale, durante il lungo martirio, non aveva potuto dare alcuna testimonianza d’amore. Ella baciava e adorava quel corpo orribilmente sfigurato e insanguinato, contemplandone le profonde piaghe e i terribili patimenti, mentre Maria Maddalena abbandonava delicatamente il volto sui suoi sacratissimi piedi.
Nel contempo gli uomini si erano ritirati in un piccolo avvallamento a sud-ovest del Calvario per preparare gli oggetti necessari all’imbalsamazione. Cassio e i soldati convertiti erano rimasti a rispettosa distanza in attesa di prestare aiuto. Giovanni si prodigava tra il gruppo degli uomini e quello delle donne, le quali porgevano a questi primi i vasi, le spugne, i lini, gli unguenti, gli aromi e tutto quanto serviva. Fra le donne vidi Maria di Cleofa, Salomè e Veronica. Maria Maddalena stava sempre accanto a Gesù. Maria Heli, seduta, contemplava tutta la scena. Accanto al gruppo delle discepole vidi degli otri e un vaso pieno d’acqua collocato sopra un fuoco a carbone.
Nel suo indicibile dolore la santa Vergine conservava una magnifica prontezza d’animo. Ella non poteva lasciare il corpo di suo Figlio in quell’orribile stato, perciò incominciò a cancellare le tracce degli oltraggi che aveva sofferti. Con estrema delicatezza gli tolse la corona di spine, aprendola dal lato posteriore, quindi posò la corona vicino ai chiodi.
Servendosi di una specie di tenaglia rotonda, tolse le spine che erano rimaste nel capo del Signore e le mostrò mestamente alle pie donne e ai discepoli. Anche queste vennero raccolte vicino ai chiodi e alla corona; alcune furono conservate a parte. Vidi la Vergine lavare il capo e il volto insanguinato del Signore, passando la spugna bagnata sui suoi capelli per toglieme il sangue raggrumato. Via via che ella detergeva il santo corpo del Figlio, contemplandone le numerose piaghe, aumentavano la compassione e la tenerezza per le immani sofferenze che egli aveva subito. La santa Vergine gli lavò le piaghe del capo, il sangue che riempiva gli occhi, le narici e le Orecchie, con una spugna e un piccolo lino steso sulle dita della mano destra. Allo stesso modo gli puri la bocca semiaperta, la lingua, i denti e le labbra.
Poi la santa Madre suddivise la capigliatura di suo Figlio in tre parti, una per ogni tempia e l’altra dietro il capo. Quando ebbe sgrovigliati i capelli davanti e li ebbe resi lucidi e lisci, li fece passare dietro le orecchie. Una volta ripulito il capo, dopo aver baciato il Figlio sulle guance, passò infine a ripulire il collo, le spalle, il petto, il dorso, le braccia e le sue tenere mani piagate.
La Madonna addolorata lavò e ripulì, ad una ad una, tutte le numerose e orribili piaghe. Allora solamente le fu possibile vedere in tutti i minimi particolari gli spaventosi martiri subiti dal Figlio. Le ossa del petto e le giunture delle membra erano tutte slogate e non si potevano piegare. La spalla conservava la spaventosa ferita della croce e la parte superiore del santissimo corpo era coperta dalle lividure e dalle ferite dello staffile.
Al lato sinistro del petto si trovava una piccola piaga, da cui era uscita la punta della lancia di Cassio; al lato destro si apriva la larga ferita dov’era entrata la lancia che aveva attraversato il cuore da parte a parte.
Maria Maddalena, in ginocchio, aiutava la santa Madre, senza lasciare i piedi del Signore. Li bagnava per l’ultima volta con le sue lacrime, li asciugava con la sua capigliatura e vi appoggiava il suo pallido volto, con il quale, per rispetto, non osava toccare quello di Gesù.
Il santissimo corpo, che aveva assunto un colore bianco bluastro, perché dissanguato al suo interno, riposava sulle ginocchia di Maria, la quale, lavati il capo, il petto e i piedi del Figlio, li copri con un velo e iniziò a passare il balsamo su tutte le sante piaghe. La pie donne, in ginocchio, davanti a lei, le passavano di volta in volta una scatola, dove ella prendeva gli unguenti e i preziosi balsami con cui ungeva le ferite del Figlio.
Maria santissima gli unse anche i capelli, poi prese nella sua mano sinistra entrambe le mani di Gesù e le baciò con profondo rispetto, alla fine riempi con un unguento i larghi buchi prodotti dai chiodi, e lo stesso fece con la profonda piaga del costato.
L’acqua che era servita a lavare le ferite non veniva gettata, ma era raccolta solertemente in otri di cuoio in cui venivano spremute anche le spugne. Vidi Cassio e i soldati attingere acqua alla fontana di Gihon.
Quando la santa Vergine ebbe imbalsamato tutte le ferite, avvolse il sacro capo nei lini, ma senza coprire ancora il santo volto. Ella chiuse gli occhi semiaperti del Signore, lasciando riposare sopra la sua mano; poi gli chiuse anche la bocca, baciò il santo corpo e accostò il suo viso a quello del Figlio. Fu interrotta da Giovanni, che la pregò di separarsi dal corpo del Figlio perché il sabato era vicino e lo si doveva seppellire. Obbediente, ella abbracciò per l’ultima volta le sante spoglie e se ne distaccò con profonda commozione. Dopo averle tolte dal grembo materno, gli uomini portarono le sante spoglie nell’avvallamento del Golgota dove avevano preparato tutto il necessario per l’imbalsamazione. Lasciata di nuovo ai suoi dolori, Maria santissima, con il capo coperto, cadde svenuta tra le pie donne. Maria Maddalena, come se fosse stata derubata del suo amato Sposo, fece qualche passo avanti tenendo le braccia protese verso il corpo del Signore, poi ritornò vicino alla Vergine. Il corpo del Salvatore venne adagiato su un lino lavorato a maglia [ … I. LJ

ANNA KATHARINA EIMERICK nacque nel 1774 a Flamske, presso Münster, in Germania, e fin da giovane manifestò una particolare devozione alla passione del Signore. Entrata nel 1802 fra le agostiniane di Agnetenberg, subì non pochi contrasti a motivo degli speciali doni soprannaturali di cui era favorita. Quando, nel 1811, le leggi napoleoniche soppressero il convento, venne accolta in una casa privata a Dülmen. Nel 1812 ricevette le stimmate ai piedi e alle mani. Costretta sempre a letto dalle malattie e da una debolezza continua, conobbe nel 1818 Clemens Brentano (grande scrittore e poeta tedesco) che prese a registrare le visioni-contemplazioni della passione del Signore, di cui la Emmerick, in mezzo a gravi sofferenze, fu a lungo favorita. Tra l’altro, rese noti alcuni particolari geografici e storici non raggiungibili dalla scienza, come ad es. la presunta casa di Maria a Efeso, che fu ritrovata dagli archeologi grazie alle notizie fornite da lei. Morì il 9 febbraio 1824.

Chiese senza svastica. Profeti inascoltati nella stagione di Weimar

Mit_brennender_SorgeGiunto al potere, Hitler firmò un Concordato con la Santa Sede Ma neppure questo gli impedì di bandire le associazioni cristiane
Dal pulpito cardinali, vescovi e sacerdoti invitarono i fedeli a non rispettare la legislazione contro gli ebrei

Di Angelo Paoluzi

Un giorno nefasto, quel 26 agosto del 1921 in cui venne «giustiziato» da due sottufficiali del disciolto esercito imperiale il leader cattolico Mathias Erzberger. È l’esempio dei metodi con cui l’estrema destra tedesca regolava i conti, a colpi d’arma da fuoco, con tutti i suoi avversari, non soltanto con quelli della sinistra, come aveva fatto nel 1919 con l’esecuzione sommaria dei comunisti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.
Nel 1922 seguirà l’assassinio del ministro degli esteri Walter Rathenau e nel corso degli anni la pratica della violenza si affermerà in maniera sempre più massiccia. Con l’irruzione del Partito nazionalsocialista la barbarie politica farà un salto di qualità: si pensi soltanto ai mille assassinii (con responsabilità non meno pesanti dell’estrema sinistra
spartachista) perpetrati durante la campagna elettorale che, nel 1933, fece conquistare a Hitler e ai suoi alleati la maggioranza assoluta in Parlamento.
Il cattolico Josef Wirth, ex cancelliere centrista, aveva lanciato al Reichstag l’allarme :«Il nemico è a destra!», dopo l’uccisione di Rathenau; ma la repubblica di Weimar correva ormai verso il tragico epilogo. La Germania era travolta da una crisi mondiale e da contraddizioni interne cui i dirigenti democratici non sapevano adeguatamente rispondere.
Un cattolico, Franz von Papen, apre la strada a Hitler che nel gennaio 1933 forma il governo, si fa concedere, anche dai centristi, i pieni poteri, e comincia a fare tabula rasa di quanto non coincida con la Weltanschauung nazionalsocialista.
Il «cattolicesimo politico» non è risparmiato. Il 24 giugno vengono dichiarati fuori legge i sindacati cristiani, il 26 sono arrestati i capi del Partito popolare bavarese, che il 4 luglio si scioglie; il 5 la stessa sorte tocca al Zentrum. Naturalmente sono soppressi i giornali, si costringono all’esilio alcuni esponenti (fra i più importanti Heinrich Bruening, Josef Wirth, il prelato Ludwig Kass) o si riducono al silenzio (i più noti sono Konrad Aden auer, Jakob Kaiser, Andreas Hermes, Walter Dirks), non pochi finiscono nei campi di concentramento (Josef Joos, Eugen Kogon, insieme con centinaia di altri).
Dopo i sindacati e i partiti, è la volta di tutte le associazioni, studentesche, giovanili, professionali, universitarie, culturali, artigiane, agricole, che gravitavano attorno al mondo cattolico.
Si ricorre a giudizi civili e penali: la gloriosa associazione culturale Volksverein, dopo fallite accuse di bancarotta, è dichiarata per decreto «ostile allo stato» ed espropriata; si imbastiscono processi contro sacerdoti, accusati delle peggiori nefandezze sessuali e finanziarie (specialmente se avversi al nazismo). Hitler, appena arrivato al potere, aveva firmato un Concordato con la Santa Sede per ricavarne prestigio internazionale ma era ben deciso a non rispettarlo, come si deduce, oltre che da comportamenti concreti, anche da documenti resi pubblici dopo la fine della guerra.
Più sanguinose «purghe» non si fanno attendere. Nella «notte dei lunghi coltelli», il 30 giugno 1934, accanto allo scomodo alleato di Hitler Ernst Roehm e all’esponente più autorevole del «Partito militare», Kurt von Schleicher, anche i cattolici pagano il loro tributo di sangue. Uccisi Erich Klausener, presidente dell’Azione cattolica, Adalbert Probst, esponente della Gioventù cattolica, Herbert von Bose, segretario di von Papen, Fritz Gerlich, direttore di Der gerade Weg, un periodico sino all’ultimo avverso al nazismo, i dirigenti Fritz Beck e Otto Schmidt.
Molti si adeguarono. Molti, certamente, tacquero. Ma molti parlarono, in modi diversi, con differenti testimonianze. La Bekennende Kirche (la Chiesa confessante), l’ala dei protestanti che contestavano il nazismo, espresse nel 1934 un coraggioso documento, «La confessione di Barmen», nel quale si criticavano punto per punto le concezioni pagane del regime. Con il tempo, parecchi di coloro che lo avevano sottoscritto subiranno persecuzioni: deportati nei Lager, come il pastore Martin Niemoeller, o assassinati, come Dietrich Bonhoeffer e Paul Schneider, altri ancora esuli.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, essa, come tutte le componenti della società tedesca, non è esente da responsabilità. Tuttavia è possibile rammentare comportamenti di strenua difesa di valori. A cominciare dalla gerarchia, dal rifiuto di molti cardinali, vescovi e preti di farsi complici della persecuzione degli ebrei: le leggi emanate contro di loro dovevano essere disattese, scrisse il cardinale di Breslavia Adolf Bertram, quelli di Berlino, Konrad Preysing, e di Monaco di Baviera, Michael Faulhaber, tennero una serie di prediche sul «popolo dell’alleanza», il vescovo di Magonza, August-Clemens von Galen, contestò dal pulpito le tesi ideologiche del nazismo, al punto che si minacciò di arrestarlo.
Ma l’ira del regime nei confronti della Chiesa raggiunse il culmine in occasione della pubblicazione, nella domenica delle Palme del 1937, dell’enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge («Con bruciante preoccupazione»), che contestava il neopaganesimo razzista e il culto «del suolo e del sangue». Fu redatta direttamente in tedesco, con la consulenza dell’allora segretario di Stato, cardinale Eugenio Pacelli, a lungo nunzio apostolico in Germania e che aveva recepito le osservazioni dei vescovi. Il documento fu inviato con molta cautela a tutti i preti tedeschi e colse di sorpresa le autorità naziste, che soltanto in alcuni casi riuscirono a impedirne la lettura dai pulpiti e che ricorsero a successivi arresti di sacerdoti e di laici, a chiusure di tipografie diocesane colpevoli di aver stampato l’enciclica.

Avvenire

Uniti nella fede, liberi in tutto il resto

crossGià dal 1981 il teologo Joseph Ratzinger occupa il vertice nella Congregazione della Fede in Vaticano e, pertanto, ha preso parte in posizione decisiva a tutte le crisi e le sfide sorte nella chiesa cattolica e in tutta la cristianità nei due ultimi decenni trascorsi. È ovvio che in questo egli abbia seguito con particolare attenzione le vicende del suo Paese. Ratzingen è stato docente di dogmatica in Bonn, Münster, Tubinga, Regensburg e per quasi cinque anni arcivescovo di Monaco. “Die Tagespost” ha chiesto al cardinale un giudizio sulla situazione della Chiesa in Germania.

Nonostante la preparazione dell’incontro singolare dei cardinali, che si terrà a Roma in occasione del giubileo del Pontefice, a metà ottobre, e che Ratzinger ha il compito di preparare come decano del collegio cardinalizio, il prefetto ha dedicato lungo tempo a questa intervista. Il cardinale di Curia è tutt’altro che un “principe” della Chiesa. Il ruolo di “inquisitore” è ben lontano da lui. Nato nel 1927 a Marktl, sull’Inn, Ratzinger conduce la conversazione modestamente e con humor, ma è sempre preciso nelle sue risposte (quasi sempre pronte alla stampa). Il giornalista Guido Horst gli pone le domande.

Domanda: Fra i cattolici consapevoli delle loro tradizioni rientra spesso nelle buone maniere parlare di una crisi di fede nella Chiesa. Ma non è stato già sempre così, che, cioè, il cristiano medio nutrisse qualche dubbio, che non comprendesse bene molte cose di fede, che portasse con se anche qualcosa di superstizioso? Se dunque oggi esiste una crisi di fede: qual è il carattere particolare di questa crisi?

Ratzinger: Vorrei in primo luogo darle ragione. La fede del singolo credente aveva sempre avuto le sue difficoltà e i suoi problemi, i suoi limiti e le sue dimensioni. Su questo non possiamo giudicare. Ma nella, per così dire, situazione spirituale di base è avvenuto qualcosa di diverso. Fino all’Illuminismo, e anche oltre, era certo tutto questo: il mondo verso Dio era trasparente, era in qualche modo evidente che dietro a questo mondo sta un’intelligenza superiore, che il mondo stesso con tutto ciò che contiene – il creato con la sua ricchezza, ragionevolezza e bellezza – rispecchi uno Spirito creatore. E da tutti questi spiragli scaturiva l’evidenza di fondo che Dio stesso parla a noi nella Bibbia, che in essa Egli ci ha rivelato il suo volto, che Dio ci viene incontro in Cristo.

Mentre allora vi era, per così dire, un presupposto comune per aderire in qualche modo alla fede – con tutti i limiti e debolezze umane – e occorreva realmente una consapevole ribellione per dichiararsi contrario, dopo l’Illuminismo è da allora tutto cambiato: oggi l’immagine del mondo è esattamente capovolto. Tutto, così sembra, viene spiegato materialmente; l’ipotesi di Dio, come disse già Laplace, non è più necessaria; tutto viene spiegato tramite fattori materiali. L’Evoluzione è diventata, diciamo, la nuova divinità. Non vi è alcuna transizione in cui si debba ricorrere a un essere creatore – al contrario: l’introduzione di questo si rivela ostile a ogni certezza scientifica ed è pertanto qualcosa di insostenibile. Parimenti ci è stata strappata di mano la Bibbia come un prodotto, la cui origine può essere spiegata con metodi storici, che in ogni passo riflette situazioni storiche e che non ci dice proprio ciò che noi si credeva di poter trarre da essa, ma che dev’essere stato tutt’altra cosa. In una tale situazione generale, dove la nuova autorità – che viene ritenuta “scienza” – interviene e dice l’ultima parola e dove poi persino la cosiddetta divulgazione scientifica si dichiara da se stessa “scienza”, è molto più difficile conservare il concetto di Dio e soprattutto aderire al Dio biblico, al Dio in Gesù Cristo, accettare Lui e vedere nella Chiesa la viva comunità di fede.

Vorrei dire, pertanto, che vi è un altro punto, partendo dalla obiettiva situazione di consapevolezza, in cui la fede esige un impegno molto più grande e anche il coraggio di resistere alle certezze solo apparenti. La scalata fino a Dio è diventata molto più difficile.

Nei primi tempi la chiesa ha sopportato anche le espressioni più deboli di fede: come una patria spirituale, come luogo di appartenenza, come istituzione che propone regole e precetti, ma che accompagna anche attraverso la vita. Sembra che oggi non sia più così. Vi è non soltanto una crisi di fede, ma anche una crisi della Chiesa come patria spirituale?

La crisi della Chiesa è l’aspetto più concreto di questa crisi di coscienza e di fede. La Chiesa non appare più come la comunità vivente, che deriva da Cristo stesso e si rende garante della Sua parola, che ci offre anche con ciò una dimora spirituale e la certezza della verità della nostra fede. Oggi però essa appare come una comunità fra tante altre: vi sono molte chiese, direbbe ognuno, e sarebbe umanamente sconveniente ritenere la propria come la migliore. Già una forma di umana cortesia spinge a relativizzare la propria, come si deve anche per le altre. Si tratterebbe pertanto di casuali aggregati sociali, peraltro inevitabili, ma che non ci garantiscono più: “Qui tu sei veramente a casa”. Questa disgregazione della coscienza ecclesiale, che naturalmente dipende ancora da tutte le imposizioni dell’odierna situazione spirituale e ne rappresenta la concreta applicazione, è sicuramente una delle cause principali per cui la Parola di Dio non giunge più a noi con autorità, ma tutt’al più diciamo: C’è qualcosa di bello in essa, ma devo cercarvi da solo ciò che ritengo giusto. Un indice per valutare il legame alla rispettiva comunità di fede o chiesa è stato per noi in Germania il primo Ökumenische Kirchentag a Berlino (28 maggio – 1 giugno 2003).

In questa occasione i responsabili, sia da parte cattolica che evangelica, si sono comportati in modo tale che la cosiddetta “unità” risulta ancora ben lontana e non può certo trovare espressione in una celebrazione comunitaria dell’Eucaristica o della Santa Cena. Si è avuto invece l’impressione che la gran parte dei visitatori non abbia alcuna conoscenza di questa separazione.

La chiesa cattolica si sta forse trasformando in una religione di unità cristiana?

Il pericolo è molto serio. Si deve anzitutto riconoscere che le autorità sia di parte cattolica che evangelica hanno escluso celebrazioni eucaristiche e cene in comune. Da parte protestante questo significava rispetto verso il parner ecumenico. Subito poi si disse: Di per sé la cosa andrebbe, ma noi rispettiamo il fatto che i cattolici abbiano i loro diversi ordinamenti giuridici. Al tempo stesso si diede a intendere che tali ordinamenti potevano effettivamente venir superati e, stando ai fatti, sono già superati. Ma anche fra i cattolici la coscienza ecclesiale risulta relativizzata. Essi non possono neppure lontanamente ritenere che la chiesa cattolica sia per loro la garanzia della verità. E prima di tutto si è reso sfocato da entrambe le parti la visione del sacramento. Solo appena trent’anni fa (Leuenburger Konkordie, 1973) i protestanti hanno raggiunto con fatica un’unità di comunione, laddove i luterani, nella seconda parte dell’incontro, dovettero abbandonare la loro fede nella presenza reale eucaristica. Questo è già un fatto significativamente grave che si ritiri nella soggettività quanto si riteneva prima fondante, e con ciò venga relativizzata sia la propria fede nel sacramento che la sua forma esteriore. Si rende qui necessario, sia da parte cattolica che protestante, una considerazione di fondo su ciò che è il sacramento, come venga giustamente celebrato, quali siano le condizioni e come l’unità debba essere una vera unità e non una “riduzione”, che finisce col degradare lo stesso sacramento. Sull’altro versante si vanno organizzando i cattolici che, come essi stessi dicono, “sono fedeli al Papa e al Magistero” e mantengono viva la loro fede cattolica. La divisione che ne deriva penetra profondamente nella comunità ed è anche causa sovente che dei fedeli cambino parrocchia o abbandonano del tutto la chiesa.

Vede Lei un’uscita da questo distacco oppure una nuova possibile ripresa, che possa ricondurre insieme i vari “Lager”, o accampamenti, nell’ambito della Chiesa nei paesi di lingua tedesca?

Vorrei dire che tale distacco interno nella Chiesa è uno dei più urgenti problemi del nostro tempo e che non siamo giunti ancora ad averlo seriamente sotto controllo. Noi ci occupiamo di ecumenismo e intanto dimentichiamo che la Chiesa nel suo interno si è spaccata e che tale spaccatura penetra fin dentro le famiglie e le comunità. Vorrei anzitutto raccontare un piccolo episodio. Il cardinale Joseph Bernardin, l’arcivescovo di Chicago, poco prima della sua morte – già segnato dalla malattia – sperimentò fortemente la medesima situazione in America e allora stese un progetto common ground. Ossia, con incontri e dialoghi il più estesi possibile, volle tentare di scoprire come si potesse in tali spaccature ritrovare una base comune. Egli poi morì, ma aveva già incaricato un vescovo di condurre avanti le trattative. Ben presto però tutto s’insabbiò poiché si rese evidente che: C’è il common ground. Il common ground è la professione di fede della Chiesa. Ciò che noi vi aggiungiamo è fatto da noi stessi e conseguentemente non può legarci insieme. Ciò che va al di là della comune professione ecclesiale appartiene allo spazio della libertà, che poi dobbiamo imparare a prendere in modo differenziato. L’autentico fondamento comune, l’unico che può veramente reggere, poiché non è stato inventato da noi stessi, né da un comitato, né da nessun altro, ma proviene dalla sorgente, è la fede stessa della Chiesa. Prima di tutto noi dobbiamo imparare di nuovo questo: esiste una fede della Chiesa che non è una fissazione autoritaria, bensì l’eredità lasciata da Gesù Cristo alla sua Chiesa. Se occasionalmente vien detto – come ad esempio nell’ultima enciclica sull’Eucaristia – che la fede non dovrebbe essere resa uniforme in modo autoritario, è naturale che ciò appaia come eccellente. Ma io mi domando: Qual è poi l’alternativa? Ognuno può decidere le cose da se stesso? Allora non vi è più alcuna comunità di fede. La comunità consiste nel fatto che noi abbiamo una fede comune e solo la fede può fondare una comunità. Io credo che dobbiamo di nuovo metterci a imparare che vi è un common ground e che questo ci dà al tempo stesso la libertà e la garanzia della pluralità.

Lei ha accennato alla comprensione del Sacramento.Ora però, una delle principali preoccupazioni si riferisce alla liturgia dei cattolici legati in modo particolare a Roma. Spesso allora si parla della Sua espressione “riforma delle riforme”, ossia la “riforma” della riforma liturgica dopo il Concilio. Che cosa possiamo aspettarci o sperare nei prossimi anni? Verranno rimossi gli altari rivolti al popolo?

In nessun caso bisognerebbe ricominciare a introdurre cambiamenti esteriori non ancora preparati interiormente. La liturgia si è creata dei problemi perché si sono cambiate troppo presto delle esteriorità, senza prepararle ed elaborarle dall’interno. Allora sorse l’idea che la liturgia sia propriamente la manifestazione della comunità. Ciò fu sottolineato fortemente: La comunità come soggetto della liturgia. Ciò significava, pertanto, che la comunità decide come debba celebrare se stessa. Si formarono quindi settori che misero in pratica tutto ciò. Altri non vi parteciparono e questo non piacque ai primi. Noi ci troveremo d’accordo sulla liturgia solo quando smetteremo di considerare questa come l’elemento formante della comunità e di pensare di dover soprattutto “impegnare” noi stessi e di rappresentarci in essa. Dobbiamo di nuovo imparare a vedere che essa ci introduce nel corpo della Chiesa di tutti i tempi, nella quale il Signore offre a noi se stesso. Una liturgia senza fede non esiste. Quando si cerca di renderla interessante – Dio sa con quali idee – ma non si presuppone in ciò la fede, e quando viene ristretta soltanto alla comunità e non viene vista, invece, come incontro col Signore nella grande comunità della Chiesa universale, la liturgia cade in rovina.

Pertanto non si capisce perché si debba procedere in questo. Sono necessarie, invece, delle correzioni interiori, prima di porre mano a cose esteriori. Se ora si ricomincia a inventare nell’esteriore, io non mi riprometto nulla di buono. Dobbiamo arrivare ad una nuova educazione liturgica, in cui si divenga consapevoli che la liturgia appartiene a tutta la Chiesa, che in essa la comunità si unisce con la Chiesa universale, con Cielo e Terra, e che ciò inoltre rappresenta la garanzia che il Signore viene e succede qualcosa, quale certamente in nessun luogo, in nessun intrattenimento e spettacolo può succedere. Solo quando noi tendiamo di nuovo lo sguardo su queste cose più grandi allora può sorgere una vera unità interiore e ci si può anche interrogare sulle migliori forme dei riti esteriori. Ma prima deve crescere una comprensione interiore della liturgia, che ci unisce gli uni con gli altri. Nella liturgia non dobbiamo di volta in volta rappresentare le nostre invenzioni; non introdurvi ciò che abbiamo inventato, bensì ciò che ci viene rivelato.

Un’altra preoccupazione di molti fedeli cattolici si esprime in un latente disagio nei confronti dei responsabili nella Chiesa: molti vescovi sarebbero da troppo tempo inerti spettatori di abusi, di errati comportamenti disciplinari oppure dell’estendersi di pericolose dottrine teologiche. Il cosiddetto “caso Hasenhüttl” ha messo abbastanza in chiaro il fatto che per molti anni un teologo e sacerdote abbia agito indisturbato, sostenendo teorie apertamente molto preoccupanti. Nei piani alti della Chiesa tedesca da gran tempo forse si era troppo indulgenti?

Non si aspetterà che io ora emetta un giudizio sui vescovi tedeschi del passato né su quelli attuali. Per cinque anni sono stato anch’io uno di loro. Pertanto vorrei rimandare questo giudizio ai prossimi tempi, che potranno giudicare in modo più calmo e obiettivo. Forse è meglio considerare piuttosto in generale: che cosa c’è di falso, che cosa c’è di insufficiente. Credo che una grande preoccupazione dei vescovi – e io lo posso confermare per esperienza personale – sia stata quella di mantenere uniti i fedeli nella gran confusione dei tempi, non creare quindi insicurezze, che in pubbliche discussioni mettono in contrasto i fedeli e turbano la pace nella Chiesa. Bisognava pertanto chiedersi sempre in senso relativo: l’abuso, il comportamento scorretto, l’insegnamento deviante è così grave che io debba espormi al chiasso della pubblica opinione come anche a tutte le insicurezze che ne potrebbero insorgere, oppure debbo tentare di risolvere il caso il più possibile con calma o anche tollerare ciò che in sé è inaccettabile, onde evitare più gravi lacerazioni? La decisione da prendere era comunque sempre difficile. Vorrei però dire che la nostra tendenza – anch’io pensavo così – era orientata a dare valore prioritario al rimanere uniti, all’evitare le pubbliche conflittualità e le ferite laceranti che ne derivano. In relazione a questo si è sottovalutato l’effetto di altre cose. Si è presto detto: Quel libro lo leggono forse duemila persone – che significa questo di fronte a tutta la comunità dei fedeli, la maggior parte dei quali non ne capisce niente, e ora, solo accentuandone l’attenzione verrebbero inflitte delle ferite che colpirebbero tutti. Allora si è taciuto. Così però si è sottovalutato il fatto che ogni velenosità tollerata lascia del veleno dietro di sé, continua la sua azione nefasta e, alla fine, porta con sé un grave pericolo per la fede della Chiesa, perché subentra la convinzione: nella Chiesa si può dire questo e quello, tutto trova posto in essa. Allora la fede perde la sua concretezza e la sua evidenza.

Certo è stato sottovalutato nella sua gravità l’impegno di mantenere limpida la fede e, come tale, di presentarla quale il massimo dei beni; questo non soltanto in Germania, ma dovunque abbia avuto luogo questo dibattito sul corretto comportamento dei pastori. Si tratta dell’effetto a lungo termine di tali iniezioni di veleno. Ne è derivata l’impressione che la fede non fosse così importante, per quanto poco se ne sapesse di preciso. Non voglio incolpare nessuno dei singoli, ma, in una specie di esame di coscienza, dovremmo intenderci nuovamente sulla priorità della fede e renderci consapevoli degli effetti a lungo termine di tali errori. Dobbiamo imparare a vedere più chiaramente che la quiete pura e semplice non è il primo dovere cristiano e che la fede può diventare debole e falsa, se non ha più alcun contenuto. Sicuramente vi è della responsabilità nell’episcopato di una chiesa locale, anche di quella tedesca. Qui però c’è anche il Vaticano, che nomina i vescovi, e precisamente propone tre candidati, uno dei quali viene scelto dal capitolo locale. Può essere che a Roma, negli ultimi due, tre decenni, abbiano preferito nominare dei vescovi concilianti e capaci di dialogo, che potessero entrare come mediatori e moderatori? Laddove invece sono stati meno i candidati scelti per la loro adesione alla fede senza compromessi, per il loro coraggio di testimonianza e le loro convinzioni chiaramente espresse? La nomina di Roma non cade direttamente dal cielo, ma risulta da un sondaggio condotto nel popolo di Dio, fra i vescovi e sacerdoti, per vedere quali figure emergano nella comunità di fede, alle quali si possa dare fiducia e che siano in grado di svolgere una funzione di guida. Pertanto, la partecipazione della chiesa locale alla scelta dei vescovi è molto più forte di quanto generalmente si immagini. Roma poi non ha nessun interesse a imporre quasi d’autorità chicchessia al popolo di Dio, ma dev’essere qualcuno che dopo venga accettato dallo stesso popolo e lo riconosca come pastore e guida.

Posso ammettere che nel problema dell’accettazione, che è già un importante problema, si sia scelto come criterio anzitutto la capacità di consenso e, di conseguenza, non si sia sufficientemente calcolata la capacità di dirigere e di discutere, il coraggio di affrontare resistenze e contestazioni. Direi che ogni generazione ha il suo tipo di vescovo. Immediatamente dopo il Concilio, furono cercati proprio i vescovi che volevano e potevano introdurre i cambiamenti ora conclusi. Ciò in parte – come ora possiamo dire – è avvenuto anche troppo in fretta, ma chi può incolpare quelli di allora. Poi, a causa di questi rapidi cambiamenti, si giunse in molte comunità a quella rottura, di cui abbiamo appunto parlato. Così si dovette, alla fine, cercare dei riconciliatori. E non a caso venne allora con insistenza in primo piano l’espressione “il vescovo è pontifex” – il vescovo è uno che costruisce ponti, che riunisce insieme. Per quanto riguarda i problemi che ne sono derivati, oggi dobbiamo ancor più fortemente ricordare che il pontifex non deve costruire ponti solo per riunire i singoli fedeli, ma per condurre a Dio e alla grande comunità della Chiesa. Dovremmo anche nuovamente ricordare che il termine pontifex è derivato dal mondo pagano – poi fu certamente adattato al mondo cristiano – ma che la Bibbia ci propone più intensamente la figura del pastore. Secondo la tradizione biblica il pastore precede il gregge. Egli indica la via da seguire, stabilisce anche dei criteri ed è pronto a opporsi a forze contrarie. Direi pertanto che il coraggio di sostenere contestazioni, il coraggio di intervenire contro la political correctness polirispetto alla fede deve essere oggi un criterio decisivo per il vescovo. Ma rimane sempre ovvio però che egli deve anche aiutare il suo gregge a riconoscersi nell’unità e ad accordarsi comunitariamente con lui. Sicuramente anche la teologia è importante per una chiesa locale. Come vorrebbe caratterizzare il rapporto fra la teologia cattolica insegnata nelle “Hochschulen” in Germania e il magistero cattolico odierno, dopo quasi quindici anni dalla cosiddetta “Kölner Erklärung” del 6 gennaio 1989, ossia la dichiarazione dei docenti cattolici di teologia contro il magistero romano? È migliorato, è rimasto uguale oppure si è diventati ancora più sordi gli uni verso gli altri?

È molto difficile giudicare. Vi sono molti insegnanti di teologia eccellenti, altrimenti gli episcopati non potrebbero certo rigenerarsi tramite le università. Non c’è dubbio. D’altra parte vi sono anche considerevoli problemi. È il caso speciale della teologia tedesca, che si trova ancora insediata nelle università statali. Ciò porta dei vantaggi significativi, perché così la teologia risulta un fatto pubblico, perché essa viene energicamente sottoposta al criterio della scientificità e della razionalità e, pertanto, può e deve sostenere forti provocazioni. Io direi però subito che la “statalità” della teologia non dovrebbe identificarsi col suo essere un fatto pubblico. Essa può appena vivere ghettizzata in una università statale o essere di gran dominio pubblico in una istituzione ecclesiale. Certo, non dovremmo trascurare con leggerezza i vantaggi che ci offre tale situazione, ma neanche ignorarne i pericoli. Io vedo in essa un doppio pericolo: il primo è una “accademizzazione” unilaterale della teologia, nel senso che essa, a motivo del suo trovarsi fra le altre facoltà, voglia essere semplicemente una scienza come le altre, si ritiri completamente nell’azione accademica, puramente intellettuale, ed elevi a supremo criterio la sua coerenza intrinseca e il suo accordo scientifico con le altre discipline. Se avviene questo, allora la teologia corre il pericolo di perdere le sue radici interiori, ossia la vita spirituale, il dialogo con Dio, la fede che essa porta e che soprattutto le apre gli occhi sulla realtà, e di diventare una disciplina accademica senza frutti spirituali. Per prima cosa, dunque, tutte le attenzioni per garantire la scientificità della teologia – che io ritengo importanti – non devono condurla a perdere il suo particolare status, la sua base spirituale. L’altro pericolo poi è che forse si voglia con troppa insistenza mettersi sotto la protezione dello stato, si voglia, per così dire, essere più statali che ecclesiali e, al tempo stesso, si guardi alla statalità come a una garanzia di libertà. Così però il confronto con lo stato e con le sue limitazioni non viene più visto in maniera corretta. Anche qui bisogna che ci sia un ben equilibrato rapporto: non si consideri la teologia soltanto come una istituzione statale, ma soprattutto come un organo vivente della Chiesa, in cui è essenziale il riflettere sulle ragioni della fede – ma che rimane appunto vivente solo se trova spazio in questo organismo della fede.

Lei diceva poc’anzi: la teologia è “ancora” insediata nelle università statali. Se la Chiesa continua a ridursi nella nostra società secolarizzata, Lei crede che da qualche parte si arrivi a istituire in proprio delle scuole superiori di teologia? Oppure vorrebbe dire che in Germania andremo avanti così con le facoltà teologiche nelle “Hoch-schulen” statali?

Non voglio essere profeta, ma noi stiamo vedendo come procede la scristianizzazione della nostra società, come la percentuale dei non-battezzati diventi sempre più grande, e si pone perciò la domanda se la complessiva situazione sociale, come anche il concetto-base di scientificità, ancora basta a garantire un ragionevole spazio di respiro nell’uni-versità statale. Direi che non abbiamo bisogno di anticipare i tempi, ma escludere questa possibilità sarebbe anche una forma di cecità mentale. Non fa meraviglia che oggi nella teologia di lingua tedesca manchino dei “grandi nomi”? Si è appiattivo il livello della ricerca e dell’insegnamento teologico, oppure questa disciplina non viene più percepita dal pubblico come un tempo? Io conosco un gran numero di giovani teologi che portano avanti dei lavori veramente positivi e godono di un buon prestigio. Ci vuole però del tempo perché un’opera diventi così nota che anche la figura dell’autore risulti al pubblico nella sua giusta dimensione. Siamo vissuto troppo a lungo all’ombra dei grandi nomi, tanto che gli altri non sono riusciti a imprimersi nella nostra mente. Balthasar, Guardini, Rahner sono naturalmente figure eccezionali, quali pochi è dato d’incontrare in un secolo. Però sono contento che nella nuova generazione vi sia un bel numero di studiosi, dai quali possiamo aspettarci del buono. Ancora sulle condizioni della fede: La moderna esegesi biblica ha sicuramente contribuito molto a rassicurare i fedeli nei paesi germanofoni. Molti commentatori interpretano la fede delle prime comunità ma non riguardano più il Gesù storico e le sue azioni. È frutto questo di una solida conoscenza scientifica della Bibbia? Ad esempio, i Vangeli del Nuovo Testamento li abbiamo intesi per secoli alla lettera? Oppure risulta che dobbiamo ricadere sul Gesù storico? In ogni caso. Il problema dell’esegesi storico-critica è naturalmente gigantesca. Già da più di cento anni scuote la Chiesa, e non solo quella cattolica. Anche per la chiesa protestante è un grosso problema. È già molto significativo che nel protestantesimo si siano formate le comunità fondamentaliste, che contrastano tali tendenze al dissolvimento e abbiano voluto recuperare integralmente la fede attraverso il rifiuto del metodo storico-critico. Il fatto che crescano le comunità fondamentaliste, che abbiano successo mondiale, mentre le mainstream-churches versino in crisi di sopravvivenza, tutto questo ci mostra le dimensioni del problema. Sotto molti aspetti noi cattolici stiamo meglio. Per i protestanti, che non vollero accettare la corrente esegetica, è rimasto effettivamente solo il ritirarsi sulla la canonizzazione della testualità biblica e dichiararla intoccabile. La chiesa cattolica ha, per così dire, uno spazio più ampio, nel senso che è la stessa Chiesa vivente lo spazio di fede, spazio che pone dei limiti, che però, d’altra parte, permette un’ampia possibilità di variazioni. Una semplice condanna globale dell’esegesi storico-critica sarebbe un errore. Da essa abbiamo imparato incredibilmente molte cose. La Bibbia risulta più viva, se si tien conto dell’esegesi con tutti i suoi risultati: la formazione della Bibbia, il suo procedere, la sua interna unità nello sviluppo, eccetera. Dunque: Da una parte la moderna esegesi ci ha dato molto, ma essa diventa distruttiva se ci si sottomette semplicemente a tutte le sue ipotesi e si eleva ad unico criterio la sua presunta scientificità. Si è rivelata poi particolarmente devastante quando, senza adeguata assimilazione, si è voluto accogliere nella catechesi la corrente ipotesi dominante come l’ultima voce della scienza biblica. È stato il grave errore di questi ultimi quindici anni l’aver identificato ogni volta come “scienza” l’ultima esegesi presentata con grande pubblicità e l’aver guardato a tale scienza come a un’autorità assoluta, che sola poteva valere, mentre alla Chiesa non veniva attribuita più alcuna autorità. Di conseguenza la catechesi e la predicazione del Vangelo sono andate frammentandosi. O si son portate avanti ancora le forme tradizionali ma con scarsa convinzione, sicché ognuno poteva infine ritenere che si nutrissero dei dubbi in proposito, oppure si sono subito spacciati degli apparenti risultati come sicuri dati scientifici. In realtà invece la storia dell’esegesi è al tempo stesso un cimitero di ipotesi, che rappresentano più il corrispondente spirito del tempo che la vera voce della Bibbia. Chi vi costruisce troppo in fretta, avventatamente, e ritiene questo pura scienza, finisce in grande naufragio, in cui trova forse qualche tavola di salvataggio – ma può anche andare presto a fondo. Dobbiamo arrivare a un quadro ben preciso – questo è un combattimento ora di nuovo in pieno corso: l’esegesi storico-critica è il sostegno dell’interpretazione biblica, che ci permette conoscenze essenziali e, come tale, va rispettata, ma anche deve essere criticata. Poiché proprio i giovani esegeti odierni mostrano quanta incredibile filosofia si nasconda nella loro esegesi. Ciò che sembra rispecchiare fatti concreti e passa per voce della scienza è in realtà espressione di un determinato concetto del mondo, secondo il quale, ad esempio, non può esserci resurrezione dalla morte oppure Gesù non può avere parlato in tale e tale modo, oppure altre cose. Oggigiorno, proprio fra i giovani esegeti vi è la tendenza a relativizzare l’esegesi storica, la quale mantiene il suo significato ma, da parte sua reca in sé dei presupposti filosofici che devono venire criticati. Perciò questo modo di interpretare il senso della Bibbia deve essere integrato mediante altre forme, anzitutto attraverso la continuità dei grandi credenti, che per una via completamente diversa sono giunti fino al vero nucleo interiore della Bibbia, mentre la scienza apparentemente illuminatrice, che ricerca solo fatti concreti, è rimasta molto in superficie e non si è spinta fino alla base interna, sulla quale l’intera Bibbia si muove e si raccoglie. Noi dobbiamo di nuovo riconoscere che la fede dei credenti è un modo autentico di vedere e di conoscere e giunge così a una maggiore concordanza. Due cose sono importanti: rimanere scettici nei confronti di tutto cio che si propone come “scienza” e soprattutto prestare fiducia alla fede della Chiesa, che rimane l’effettiva costante, e che ci mostra l’autentico Gesù. Il Gesù che ci offrono i Vangeli è sempre il vero Gesù. Tutte le altre sono costruzioni frammentarie, in cui si rispecchia più lo spirito del tempo che non le origini. Tutto ciò è stato analizzato anche da studi esegetici: Quanto spesso le diverse figure di Gesù non sono un dato di scienza, ma piuttosto ciò che un certo individuo o un certo tempo ha ritenuto come risultato scientifico. Lei ha parlato di giovani esegeti, di teologi che offrono motivo di speranza. Ora il Papa, con la sua Lettera Apostolica dopo l’Anno Santo 2000 “Novo millennio ineunte”, ha presentato una specie di programma riguardo al risveglio della fede con l’inizio del terzo millennio. Come cristiani di lingua tedesca consapevoli del problema siamo noi spesso piuttosto ciechi di fronte a quanto di bello e positivo vi è nella Chiesa, oppure troppo critici verso quanto c’è di nuovo o di cui non si ha conoscenza. Dove vede Lei questi luoghi di ripresa nella chiesa mondiale, dove risulta già visibile questo risveglio della fede, dove possiamo guardare? Anzitutto vi è una grande differenza fra l’emisfero nord del mondo e quello sud. Certamente non è ideale la situazione della Chiesa nel sud – Africa, Sudamerica, Asia… Vi è tutta una serie di difficoltà e anche gravi problemi, tuttavia s’incontra una primitiva gioia di credere e una vivacità della Chiesa, che va crescendo, invece di diminuire. In essa si distingue bene l’autentico difensore dell’uomo e la presenza di un’istanza dall’alto, del Signore appunto, il solo che, in qualche modo, può difendere dai poteri e dalle violenze che infuriano nella politica. A questo riguardo, dobbiamo per prima cosa tener presente l’accennata divisione del pianeta. Ma anche nella metà occidentale del mondo vi sono risvegli incoraggianti, e precisamente sia nelle chiese locali che nei movimenti spirituali. Non voglio accennare ai singoli movimenti: nelle chiese locali si riscontra in parte una grande riscoperta dell’Eucaristia, dell’adorazione eucaristica, del Sacramento, soprattutto dell’amore verso la madre chiesa, verso la lettura delle sacre scritture, verso una vita secondo il Vangelo, anche nuove vocazioni religiose, e così via. Poi ci sono i movimenti che hanno i loro problemi. Ma rappresentano sempre un risveglio spirituale, in cui la gioia di credere emerge sotto diverse colorazioni e intanto devono imparare a incontrarsi e completarsi a vicenda. Vi è molto di vivamente positivo nella fede cristiana. La consapevolezza che quanto ci hanno portato i movimenti del ’68, il postmoderno e l’Illuminismo non è sufficiente per vivere la troviamo proprio nella giovane generazione; molti, con gioia semplice e sincera, ritornano di nuovo al cuore della fede e alla Chiesa vivente.

Un parere personale: In un prevedibile futuro cattolici e luterani si troveranno insieme all’altare?

Umanamente parlando, direi di no. Un primo motivo è anzitutto la divisione interna delle stesse comunità evangeliche. Pensiamo solo al luteranesimo tedesco, dove s’incontrano persone con una fede profonda, di formazione ecclesiale, ma anche un’ala liberale che, in ultima analisi, considera la fede come una scelta individuale e fa quindi scomparire quasi completamente la comunità ecclesiale. Ma, anche prescindendo da queste spaccature in ambiente evangelico, sono ancora persistenti delle diversità fondamentali fra le comunità sorte dalla Riforma del sedicesimo secolo e la chiesa cattolica. Se penso anche solo al foglio ufficiale della chiesa evangelica in Germania, vi trovo due cose che indicano veramente una profonda lacerazione. In un punto vien detto che fondamentalmente ogni cristiano battezzato può presiedere l’Eucaristia. Oltre il Battesimo, pertanto non esiste nella chiesa evangelica alcun’altra struttura sacramentale. Ciò significa che nell’ufficio episcopale e sacerdotale viene rifiutata la successione derivante dagli Apostoli, che però già nel Vangelo risulta costitutiva per la formazione della Chiesa. In tale contesto viene coinvolta anche la formazione del canone neotestamentario – i “testi” del nuovo Testamento. Il canone non si è certo formato da solo. Ha dovuto essere riconosciuto. Per questo però era necessaria un’autorità legittimata a decidere. Questa autorità poté essere solo quella apostolica, che era presente nel magistero della successione. Canone, scrittura e successione apostolica, come magistero episcopale, sono inscindibili. Il secondo punto del foglio, che mi ha meravigliato, è questo: Vengono indicate le parti essenziali nella celebrazione della Santa Cena. Ma non vi è traccia dell’Eucaristia, dell’anaphora, o preghiera di consacrazione, che non fu inventata dalla Chiesa ma deriva direttamente dalla preghiera di Gesù – la grande preghiera di benedizione della tradizione giudaica – e, insieme all’offerta del pane e del vino, rappresenta la fondamentale offerta del Signore. Grazie a questa offerta noi preghiamo nella preghiera e con la preghiera di Gesù, che si compie sulla croce, il sacrificio di Cristo è reso attuale e l’Eucaristia è ben più di una semplice cena. Per questo la visione cattolica sulla Chiesa e l’Eucaristia è chiaramente molto lontana da tutto ciò che vien detto nel depliant dell’EKD (Evangelischen Kirche in Deutschland). Dietro poi vi è il problema centrale della “sola scriptura”. Jüngel, docente a Tubinga, lo riassume nella formula: Lo stesso canone è la successione apostolica. Ma da dove lo conosciamo? Chi ce lo spiega? Ognuno per conto suo? Oppure gli esperti? Allora la nostra fede poggia solo su ipotesi che non valgono né per la vita né per la morte. Se la Chiesa non ha nessuna voce, se essa non può dire nulla con autorità sulle ultime interrogazioni della fede, allora non esiste nessuna fede comunitaria. Allora si potrebbe cancellare la parola “Chiesa”, perché una chiesa che non ci garantisce una fede comune non è nessuna chiesa. Pertanto la questione di fondo sulla Chiesa e sulla Scrittura è ancora presente e non ha ricevuto risposta. Tutto ciò non esclude tuttavia che i veri credenti si possano incontrare in un profondo avvicinamento, come io stesso con compiacenza mi sento riferire. Fra poco Roma celebrerà il 25.mo giubileo del Papa. Tutti i cardinali del mondo s’incontreranno insieme: Solo per i festeggiamenti, oppure in questa circostanza si vuole anche dare un segno per tutta la Chiesa? Una festa è in sé qualcosa di bello e d’importante. La festa fa parte dell’esistenza umana. Pertanto questa festa si giustifica da sé ed è anche, al tempo stesso, un segno. Vi sono due momenti principali: la Messa solenne con cui il Papa celebra, il 16 Ottobre, il giorno anniversario della sua elezione, concludendo con un “Te Deum” di ringraziamento, e la beatificazione di Madre Teresa il 19 Ottobre. Essa è una delle figure luminose della fede, in cui veramente si rivela che cosa sia la Chiesa e che cosa essa può dare a noi. Nel frattempo sono programmate sei conferenze di cardinali sui temi principali del pontificato. Inoltre scambi di idee e colloqui, come anche un concerto organizzato dalla Mitteldeutsche Rundfunk, che farà eseguire la Nona Sinfonia di Beethoven. Infine, senza apparire moraleggianti e senza voler fare cose grandi, vorremmo sottolineare la gioia della festa. Ma quando gli uomini vedranno che la Chiesa ci riunisce insieme, che ci regala una festa e che il Papa, al di là di ogni confine, ci fa dono di una unità, che garantisce l’unità della Chiesa, allora questa festa ci avrà dato anche un segno.

Lei è anche decano del collegio cardinalizio. Nondimeno, ha la speranza di potersi dedicare a un lavoro personale? Se ne avesse tempo, quale stringente questione teologica vorrebbe affrontare per prima, quale titolo potrebbe avere la corrispondente pubblicazione?

Anzitutto: Devo imparare sempre di più ad affidarmi al Signore, sia che abbia tempo oppure no, perché con gli anni non si torna più indietro. Ma da qualche parte, nelle ore libere, che ci sono, anche se raramente, tento di portare avanti qualcosa, a poco a poco. Nel mese di Agosto ho cominciato a scrivere un libro su Gesù. Ne avrò sicuramente per due, tre anni, da come sembrano andare le cose. Vorrei con ciò dimostrare come dalla Bibbia ci venga incontro una figura vivente e in sé armoniosa e come il Gesù della Bibbia sia anche un Gesù sempre presente in mezzo a noi

fonte: <http://www.kath.net/detail.php?id=6114>;

 

Dall’eugenetica allo sterminio nazista

aktiont4Papa Francesco parla spesso della discriminazione e dei crimini commessi in nome della cultura dello scarto. Sulla scia della ricorrenza della Giornata della Memoria, e’ molto interessante mostrare un aspetto meno noto ma non per questo meno terribile dello sterminio nazista, ovvero il programma di uccisione dei disabili e dei malati mentali.La parte concettuale della teoria discriminatoria e razziale che si realizzo’ con il regime nazista, fu in gran parte sviluppata da Francis Galton, cugino di Charles Darwin.

Partendo dal darwinismo sociale Galton, diede fondamento alle teorie ed alle politiche di miglioramento della razza su basi eugenetiche.La mostra si sofferma sulle politiche di sterilizzazione coatta praticate in Germania dal 1933 e sulla realizzazione del progetto Lebensborn,Sotto la guida di Heinrich Luitpold Himmler, comandante della polizia dal 1936 e delle forze di sicurezza del regìme nazista (SS), il progetto Lebensborn (Sorgente di Vita) prevedeva la salvaguardia e continuazione della razza ariana.Vennero istituite delle cliniche dove giovani donne scelte per le loro caratteristiche genetiche si accoppiavano con soldati che partivano per il fronte.I bambini che nascevano venivano selezionati secondo rigidi criteri eugenetici.

Quelli che presentavano caratteristiche non confacenti con la razza ariana venivano soppressi.Gli altri diventavano proprietà del regime nazista per il miglioramento della razza. Con il progetto Lebensborn Himmler pensava di organizzare un vero e proprio Ordine delle SS in stile medievale, consacrato alla tutela della purezza razziale.Il progetto ebbe inizio il 10 dicembre 1935 con la Lebensborn e.V. che venne fondata a Berlino e amministrata dall'”Ufficio centrale della razza e del Popolamento”.Il 1 gennaio del 1938 la società divenne Amt L (Ufficio L, dove “L” sta per Lebensborn) e passò sotto il controllo diretto dello Stato maggiore delle SS, cioè dello stesso Himmler.

La direzione fu trasferita da Berlino a Monaco, nell’ ex sede del Centro comunitario ebraico e nella casa requisita dalle SS a Thomas Mann.Nel 1948 dopo la fine della Seconda Guerra mondiale al Processo di Norimberga i membri dell’Ufficio centrale della Razza e del Popolamento e del Progetto Lebensborn vennero processati e condannati per crimini contro l’umanità.In Germania si scatenò un grande dibattito sull’opportunità di lasciare in vita o sopprimere i bambini nati con malformazioni, disabilità o caratteri genetici non perfetti.Il regime produsse cortometraggi, manifesti, opuscoli che evidenziavano il costo del mantenimento di soggetti bollati come non produttivi.

Fu così che nel 1939 prese avvio il programma di eutanasia infantile. Nello stesso anno si promosse il programma Aktion T4 per l’”eutanasia” degli adulti, ed in particolare anziani affetti da demenza senile, schizofrenia, alcolismo, paralisi, ed altri disabilità fisiche.Tra le opposizioni si levò forte la voce dell’arcivescovo di Munster, August von Galen, che condannò con forza questi omicidi di massa. Nel 1941 Hitler ordinò la fine dell’operazione Aktion T4 per gli adulti, mentre mantenne quella per bambini.Obbiettivo della mostra è quello di proporre alle giovani generazioni pagine di storia spesso poco conosciute en spiegare dove possa giungere un’ideologia con finalità eugenetiche.

Questi temi sono di grande attualità perché di eutanasia e di come il mondo moderno pensa di risolvere il problema dei malati gravi, siano essi anziani o giovani, è oggetto di dibattito e proposte legislative in Europa, negli Stati Uniti e in Canada.