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L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano

Il Mare e la Bibbia (Gianfranco Ravasi)

mare bibbiaPiù di 1500 versetti dell’Antico Testamento sono “bagnati” dalle acque e per 397 volte è jam, il “mare”, a dilagare. Tuttavia sbaglierebbe chi volesse mettersi davanti alle pagine sacre marine con quell’atteggiamento di serena contemplazione, di requie, di pace che forse alcuni nostri lettori stanno sperimentando lungo una spiaggia mentre scorrono queste righe. E’ questo un equivoco in cui sono caduti molti esegeti che hanno ricondotto il tema del mare al bacino semantico più vasto delle “acque”, in ebraico majim (582 volte nell’Antico Testamento). Emblematico è, ad esempio, lo sterminato Grande Lessico del Nuovo Testamento che nella sua quindicina di volumi non trova spazio per la voce thálassa, “mare”, e si accontenta di hydor, “acqua”.

Al massimo ci s’interessa del mar Rosso o mar delle Canne, del mar Morto, del mare di Galilea (il lago di Tiberiade), del “Mare” per eccellenza che è il Mediterraneo (nella Bibbia la locuzione “verso il mare” sta per “occidente”), del “mare di bronzo”, il grande bacino di acqua lustrale del tempio di Salomone (80.000 litri di capacità).
E se è robusta la bibliografia sull’acqua biblica, segno vitale e catartico, per il mare dobbiamo in pratica ancor oggi far riferimento solo al saggio di Otto Kaiser, intitolato Die mythische Bedeutung des Meeres in Ägypten, Ugarit und Israel, pubblicato a Berlino nel 1959 e riedito nel 1962. Sì perché il mare per l’antico Vicino Oriente è stato prima di tutto e sopra tutto un grandioso simbolo negativo, una categoria espressa con un vocabolo che a Ugarit, celebre città cananea della Siria, era il nome stesso di una divinità, Jamn appunto, che attentava allo splendore del cosmo e duellava col dio della creazione Baal. In questa linea si collocano i sinonimi come tehom, l’abisso acquatico primordiale da cui era sbocciata la terra, o le “molte acque”, majim rabbim che trascinavano con sé diluvio e morte.
Difficile è, perciò, per l’uomo biblico sostare davanti al mare su un litorale e cantare, come fa Luzi, “il mare fermo sotto il volo dei gabbiani sfrangiato appena tra gli scogli dell’isola, dove una terra nuda si fa ombra con le sue gobbe”.
Un’eccezione c’è ed è nello stupendo “cantico delle creature” del Salmo 104, da alcuni raccordato all’Inno ad Aton del faraone “monoteista” solare Akhnaton. In un bozzetto di straordinaria intensità pittorica anche i famosi mostri marini come Leviatan (o Rahab o Behemot o Tannin), simboli del caos e del nulla, partecipano a una festa di vita e di pace: “Ecco il mare ampio e spazioso, là brulicano innumerevoli animali piccoli e grandi; là passano le navi e il Leviatan che hai plasmato per tuo divertimento” (versetti 25-26).
In questo spirito nel corale cosmico del Salmo 148, intonato da 22 creature tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico anche il mare è invitato a intonare il suo halleluia: “Lodate il Signore mostri marini e voi tutti abissi!” (versetto 7). Ma questa è una piacevole eccezione. Nella Bibbia il mare incombe arcigno, come nel tempestoso canto V dell’Odissea, allorché “si sciolsero a Odisseo le ginocchia e il cuore” o come nella turbinosa scena del I canto dell’Eneide (versi 81-123) o come in tanti altri passi “procellosi” della letteratura classica.
Tutto era cominciato con la creazione allorché “Dio Disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgono in un solo luogo e appaia l’asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare” (Genesi 1,9-10). La bellezza del mondo (“Dio vide che era cosa buona e bella”) riposa su questo equilibrio instabile, frutto dell’atto creativo, tra la terraferma e il mare che è visto come un’esplosione in superficie del grande abisso sotterraneo, il tehom appunto (la divinità Tiamat negativa mesopotamica), che è il sottofondo “infernale” della mappa cosmologica biblica.

Il Creatore ha steso una frontiera tra i due esseri in tensione, mare e terra: è la battigia del litorale. Lo dice in modo superbo Dio stesso nel libro di Giobbe, comparando il mare a un bimbo turbolento stretto nelle fasce delle nubi e a un prigioniero inchiavardato in un carcere di massima sicurezza: “Chi serrò tra due battenti il mare quando erompeva a fiotti dal suo grembo materno, quando gli davo per manto le nubi e per fasce la foschia, quando spezzavo il suo slancio imponendogli confini, spranghe e battenti, e gli dicevo: Fin qui tu verrai e non oltre, qui si abbasserà l’arroganza delle tue onde?” (38,8-11).
Un’idea, questa, ripetuta nel canto autocelebrativo che la Sapienza divina creatrice proclama nel capitolo 8 del libro dei Proverbi: “Quando stabiliva al mare i suoi confini sicché le sue acque non oltrepassassero la spiaggia io ero con lui (il Creatore)”, (versetti 29-30). Dante nel Convivio parafraserà il testo: “Quando (Dio) circuiva lo suo termine al mare e poneva legge a l’acque che non passassero li suoi confini con lui io era” (III, 15,16). Stare, perciò, sul bagnasciuga vuol dire per l’antico ebreo vivere un’esperienza simile a quella di chi s’affaccia su un cratere vulcanico, colto quasi da vertigine.

Esperienza ben diversa da chi ora sta ammirando il giuoco delle onde, come aveva fatto Montale in un suo bel distico: “Una carezza disfiora la linea del mare e la scompiglia”.
Il diluvio nel libro della Genesi è, allora, visto come lo scardinamento di quell’equilibrio cosmico perché alle acque celesti si incrociano quelle del mare, lasciato libero da Dio di impazzare sulla terra: “e ruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono” (7,11).
E’ per questo che il mare viene iscritto nella panoplia con cui il Dio giudice condanna l’umanità peccatrice: “E’ lui che comanda alle acque del mare, dichiara il profeta Amos (5,8) e le spande sulla terra”.

Gli fa eco Geremia: “Il Signore degli eserciti solleva il mare e ne fa mugghiare le onde” (31,35). In versetti e versetti della Bibbia la potenza divina si dispiega in tutta la sua infinità proprio dominando il mare e tenendo saldo l’organico della creazione, con la terra come una piattaforma sospesa su colonne sopra l’abisso caotico marino. E’ per questo che nell’esodo d’Israele dall’Egitto Dio prima impone al mare di bloccarsi come muraglia, obbedendo al suo potente imperativo (Esodo 14,22), e poi scatenandolo come arma del suo giudizio sugli oppressori egiziani: “Al soffio della tua ira si accumularono le acque, si alzarono le onde come un argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare. soffiasti col tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono come piombo in acque profonde” (Esodo 15,8.10). Suggestiva è la rielaborazione poetica dell’evento offerta dal Salmo 114: “Il mare vide e si ritrasse indietro.. Che hai tu, mare, per fuggire?” (versetti 3,5).
Esemplare è, al riguardo, la scena evangelica della tempesta sedata ove Cristo, identificato ormai col Signore Creatore, attacca il mare come se fosse un essere diabolico, riprendendo una classica concezione mitica, e lo sottopone a un esorcismo: “Sgridò il vento e disse al mare: Taci, calmati!
Furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Marco 4,39. 41).
Se noi, dunque, ci tuffiamo in mare come in una specie di grembo sereno, l’uomo biblico vi penetra con terrore sentendolo quasi come il sudario della morte. Dio solo può strapparlo da quelle fauci, come canta Davide nel Salmo 18: “Stese la mano dall’alto, mi afferrò, mi sollevò dalle grandi acque mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene” (versetti 17 e 20). Dio solo può “con una minaccia prosciugare il mare: i suoi pesci, per mancanza d’acqua, restano all’asciutto, muoiono di sete” (Isaia 50,2).

A questa ripulsa nei confronti del mare contribui, certo, anche la configurazione della costa palestinese piuttosto rettilinea: solo Salomone organizzò una flotta di bandiera, usando tecnici fenici, la cui competenza era celebre in tutto il Mediterraneo. Israele fu, infatti un popolo di santi, di eroi, di poeti ma non di navigatori. Se ne ricordano di famosi solo tre e tutti sfortunati. C’è innanzitutto Giona il profeta renitente alla sua missione, che si imbarca su una nave fenicia diretta a Tarshish (forse Gibilterra o la Sardegna) per sfuggire all’ordine divino che lo invia all’antipodo, cioè a Ninive, e che incappa in un terribile fortunale. Il delizioso racconto una specie di favola morale di taglio universalistico comprende, come è noto, anche il ricorso ai mostri oceanici mitici, l’enorme pesce che inghiotte il misero per tre notti e tre giorni. Dal ventre del mostro Giona riesce anche a cantare un salmo “marino”: “Mi ai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, tutti flutti e le onde sono passate sopra di me. Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo” (2,4.6.).
Sarà l’Onnipotente a comandare al cetaceo di vomitare Giona su una spiaggia. Su una spiaggia, quella di Malta, andrà ad approdare coi suoi compagni di avventura anche Paolo, al termine di un uragano scatenatosi sul Mediterraneo mentre veniva trasferito a Roma per il processo d’appello. Chi ama racconti di mare alla Conrad dovrebbe leggere il capitolo 27 degli Atti degli Apostoli con la sua pittoresca descrizione della vicenda vissuta da Paolo su una nave oneraria romana. Lo stesso Apostolo confesserà di “aver fatto naufragio tre volte e di aver trascorso un giorno e una notte in balia delle onde” (2Corinzi 11,25). Ma è con un terzo navigatore, questa volta anonimo, che vogliamo concludere il nostro breve viaggio sui flutti marini della Bibbia. Nel Salmo 107 entrano in scena quattro personaggi che nel tempio di Gerusalemme stanno sciogliendo i loro voti. C’è un carovaniere che aveva smarrito la pista nel deserto e l’aveva ritrovata, c’è un carcerato liberato, c’è un malato grave guarito.

Alla fine si alza a pronunciare il suo ex-voto un marinaio e il suo è il racconto più emozionante. Il Siracide, sapiente biblico del II secolo a.C., riconosceva che “i naviganti parlano dei pericoli del mare e a sentirli coi nostri orecchi restiamo stupiti” (43,24). Ascoltiamo anche noi il marinaio devoto.
“Coloro che solcavano il mare sulle navi facendo commerci sulle acque immense, videro le opere del Signore e i suoi prodigi nelle profondità marine. Egli parlò e fece levare un vento tempestoso che sollevò le onde.
Salivano al cielo, scendevano negli abissi, il respiro veniva meno per il pericolo. Ballavano e barcollavano come ubriachi, tutta la loro perizia era svanita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li estrasse da quell’angustia. Ridusse la tempesta alla calma, s’acquetarono le onde del mare.

Giorino per la bonaccia ed egli li guidò al porto sospirato” (versetti 23-30). Théophile Briant nella sua antologia Les plus beaux textes sur la Mer, pubblicato a Parigi nel 1951, ha inserito questa strofa accanto ai classici delle tempeste marine, dai citati Omero e Virgilio, ad Alceo e Ovidio. Potremmo pensare anche all’Ulisse dantesco: “Un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’Altrui piacque, infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso” (Inferno XXVI, 137-142).
Ma per la Bibbia, come si è ripetuto, non c’è solo il terrore primordiale dell’uomo di fronte alle energie scatenate della natura. Non c’è solo l’esperienza fisica dello stordimento e del mal di mare, usata tra l’altro dal libro di Proverbi per dipingere ironicamente l’ondeggiare dell’ubriaco:
“Sarai come chi giace in mezzo al mare, come chi siede sull’albero maestro” (23,24). C’è, invece, l’emozione tutta metafisica dell’incontro col nulla; c’è la sensazione raggelante dell’abbraccio con gli inferi e con la morte.
E’ per questo che nella nuova e perfetta creazione escatologica il mare scomparirà: “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, annota Giovanni nell’Apocalisse perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più”. (21,1)