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Non e’ questione di pillole. Piu’ amore e conoscenza del proprio corpo

Il traguardo ultimo del mondo è la bellezza,  il punto d’orientazione dello spirito è la bellezza; ciò che provoca all’azione e la soddisfa è sempre questa misteriosa e indefinibile bellezza. Ciò che muove a cantare, ciò che ispira ogni poesia e ogni musica, e ogni impresa, è la bellezza. 

[David Maria Turoldo] 

La scelta dell’argomento di discussione è caduta su un tema caldo e centrale: “Amore & Vita. Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità”. Destinatari privilegiati dell’iniziativa: i giovani.

Una visione della sessualità e dell’affettività – quella odierna – che spesso ha mortificato il significato relazionale e complementare della dualità uomo-donna, per indulgere all’individualismo, in cui il consumismo sessuale è diventato il modo ordinario di vivere. Sul piano educativo riteniamo sia infatti necessario riuscire a proporre una visione della sessualità che metta al centro il valore della relazione uomo-donna,della reciprocità e della complementarietà, il rispetto del corpo e il valore della vita umana fin dal concepimento.

L’ambito dei lavori del Gruppo , intitolato “Non è questione di pillole. Più amore e conoscenza del proprio corpo”, ha cercato – non senza difficoltà e con pluralità di vedute – di focalizzare l’attenzione sui cosiddetti “metodi naturali di regolazione della fertilità”, per promuovere, nel contempo, una visione della sessualità centrata sulla relazionalità e contestualmente sulla responsabilità condivisa della paternità e della maternità che non mortifichi la relazione di coppia né la dignità del corpo, soprattutto quello femminile, e sia contemporaneamente in grado di educare all’Amore e di aiutare nelle scelte legate alla procreazione.

L’antropologia di riferimento

Prima di addentrarci nell’approfondimento delle dinamiche di coppia che possono trarre beneficio e giovamento dalla conoscenza della fertilità, è utile ripercorrere brevemente i fondamenti antropologici che sostengono una scelta quale quella relativa all’uso dei metodi naturali di regolazione della fertilità. Fondamenti antropologici ai quali riteniamo di aderire, convinti che il porre al centro la persona in relazione costituisca un valore-cardine sul quale costruire il futuro. Per fare ciò è utile una premessa che inquadri la problematica della sessualità umana nel contesto culturale attuale. Il secolo che ha concluso il secondo millennio ha visto infatti il progressivo modificarsi della concezione relativa alla sessualità umana – una vera e propria “rivoluzione” – in cui la concezione positivista (riduzionismo biologico) e quella funzionalista (“produttività” anche generativa) hanno sostituito il legame sessualità-coniugalità-famiglia: il rifiuto di tale nesso “rompe il legame tra l’amore e la vita all’interno della famiglia e rende del tutto accidentale il fatto della procreazione”. Il legame sessualità-coniugalità-famiglia, che abbiamo appena richiamato, si pone a fondamento della antropologia alla quale invece vogliamo qui riferirci. È l’antropologia personalista che si fonda su valori precisi, ben definiti, che vedono al centro la persona (e non solo la vita), l’uomo e la donna (e non solo la generazione). È – questa – l’antropologia che personalmente abbiamo appreso attraverso la tradizione del Magistero della Chiesa, e di cui i recenti Pontefici (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ci hanno lasciato pagine insuperate che continuano a nutrire il nostro impegno per la vita, per la dignità della persona, per la conoscenza dell’Amore. Tale antropologia ha il suo fondamento nel rapporto sesso-persona, che ricalca quello di corpo-persona. “L’essere sessuati è, dunque, per l’uomo e per la donna un dato originario, poiché l’esperienza personale non può non passare fin dalla sua origine – cioè la fecondazione – attraverso la mascolinità o la femminilità. L’essere sessuati assume, inoltre, nell’uomo e nella donna una peculiare in quanto si è maschio o femmina in una dimensione e ad un livello diversi che negli animali: la femminilità e la mascolinità della persona, proprio perché espressa nel e dal corpo, porta la densità e la vitalità di tutto l’essere, dello spirito anzitutto, ed è riflesso nella immagine di Dio. […] La sessualità umana non è, quindi, riconducibile ad una cosa o ad un oggetto, ma è conformazione strutturale della persona, una sua struttura significativa prima ancora che una sua funzione”. In quanto componente fondamentale della persona, tuttavia, la sessualità condiziona anche il modo in cui ci si manifesta e relaziona con gli altri: “se la persona è un ‘io’ aperto al ‘tu’, è un ‘essere in relazione’, la sessualità possiede un’essenziale dimensione relazionale. È il segno e il luogo dell’apertura, dell’incontro, del dialogo, della comunicazione e dell’unità tra delle persone tra di loro”.  Come appare lontana e distante questa visione della sessualità rispetto alla visione dominante nel mondo contemporaneo! Siamo consapevoli che il messaggio di una sessualità armonica, che si fonda sulla relazione e sulla reciprocità personale, non collima con il pensiero del mondo nel quale viviamo. Ed allora il rischio che si corre, in ambito educativo e formativo, è quello di proporre una sorta di “etica minima”, di risposte e proposte preconfezionate e tarate su una sorta di standard minimo, quando non addirittura su ciò che pensiamo che i giovani e le coppie vogliano sentirsi dire. Crediamo invece che, proprio per l’adesione a quell’antropologia che pone al centro la persona, e la persona in relazione, sia nostro compito promuovere rilanciare quella “legge della gradualità” che Giovanni Paolo II ci ha tante volte ricordato, dove il messaggio deve essere chiaro e altrettanto chiaro deve essere il percorso che porta alla meta, anche se saranno presenti ostacoli, difficoltà, e necessità di “attrezzarsi” lungo il cammino. La montagna è lassù, con la sua vetta che si erge nel cielo, ed il cammino che porta in cima è lungo, tortuoso, tutt’altro che facile: ma un passo dopo l’altro, con pazienza e costanza, si può arrivare alla meta.

I metodi naturali di regolazione della fertilità

I metodi naturali di regolazione della fertilità, con particolare riferimento al Metodo dell’Ovulazione proposto dai coniugi Billings a partire dagli anni ’60, riteniamo possano essere una via privilegiata per ogni ragazza, per ogni giovane donna e per ogni coppia per “ri-appropriarsi” della conoscenza del proprio corpo, nella convinzione che solo la conoscenza costituisce l’autentico fondamento delle scelte. “Questi metodi possono costituire anche per adolescenti e giovani un’opportunità di conoscere il proprio corpo, i complessi meccanismi che rendono possibile la fertilità e la generazione della vita umana. Ciò assume particolare rilevanza nel processo di maturazione e di strutturazione della personalità, contribuendo ad uno sviluppo armonico dell’identità sessuale e dell’acquisizione di un atteggiamento di responsabilità nei confronti della procreazione”1. E ancora: “La consapevolezza della fertilità ed infertilità della donna ha una particolare rilevanza socio-sanitaria, soprattutto al giorno d’oggi, in cui la medicina si trova sempre più sollecitata ad affrontare le problematiche connesse alla compromissione della capacità procreativa e a cercare soluzioni adeguate al problema. Svariati fattori di tipo sociale, ambientale, comportamentale e biologico contribuiscono, in varia misura, a determinare il preoccupante fenomeno del declino della fertilità. Da ciò emerge la necessità di interventi rivolti alla prevenzione e alla tutela della fertilità stessa, nonché alla ricerca di opzioni alternative alla sua manipolazione, sia per le coppie che desiderano evitare la gravidanza, sia per quelle che la ricercano”.

Siamo consci che questi metodi non sempre vengono presentati in maniera “appetibile” ed immediatamente fruibile, ed invece la loro proposta richiede competenza, disponibilità al confronto, atteggiamento di accoglienza, per consentire a coloro che vi si avvicinano una paziente costruzione della conoscenza e della consapevolezza. Non solo. Spesso, troppo spesso, la proposta dei metodi naturali è stata identificata come una proposta “cattolica”: e ciò indubbiamente non ha contribuito alla sua agevole divulgazione. In realtà “È bene puntualizzare che i metodi naturali non sono un dono semplicemente per i credenti, e anche se forse solo la Chiesa ha investito molto in questa direzione e promosso e sollecitato la ricerca scientifica sui metodi naturali, è senz’altro vero che essi non sono un prodotto della Chiesa, né una sua invenzione. I metodi naturali, infatti, poggiano originariamente e originalmente sulla struttura stessa dell’essere umano, sulla sua differenza di maschile e femminile, e sulla dinamica naturalmente inscritta nell’unica verità della sessualità coniugale possibile, quella tra uomo e donna, in ogni suo atto. In questo senso Humanae Vitae non fa che riconoscere quello che da sempre appartiene all’essere umano, ad ogni essere umano e alla coppia, il che significa che la proposta dei metodi naturali è per tutti e a disposizione di tutti, in altre parole e con un linguaggio moderno è laica e aconfessionale. In tale direzione il rifiuto della contraccezione non è banalmente un divieto incomprensibile e disumano, ma la logica conseguenza del grande ‘sì’ detto alla pienezza e bellezza dell’amore. Il metodo naturale altro non è che l’apprendimento dell’alfabeto in cui è scritta la fisiologia della sessualità umana”. Tale conoscenza da sempre si estrinseca attraverso una figura-chiave, centrale nell’apprendimento dei metodi naturali, l’insegnante. È una figura altamente professionalizzata, che unisce alla conoscenza degli aspetti scientifici del metodo che propone, anche quella relativa agli aspetti antropologici, sessuologici, pedagogici e didattici; è una persona che svolge questa attività con spirito di servizio, in grado di instaurare una relazione proficua con la donna e la coppia, di suscitare e potenziare le motivazioni all’uso dei metodi naturali, di osservare il segreto circa il contenuto delle comunicazioni e delle confidenze raccolte durante l’insegnamento. L’insegnante segue la coppia come una compagna di viaggio, in tutte le situazioni clinicamente rilevanti della vita fertile della donna. Nel caso del metodo Billings, poi, la figura dell’insegnante è sempre una figura femminile, nella consapevolezza della necessità di poter insegnare qualcosa di cui si fa contemporaneamente esperienza diretta.La costruzione della conoscenza e della consapevolezza fa parte di quel processo di educazione nel quale – come adulti – ci sentiamo fortemente impegnati, ora più che mai.

“Educare significa agire sulla persona che accoglie, sulla sua libertà e responsabilità, sulla sua intelligenza e volontà […] in una parola, sull’atteggiamento, sul ‘prima’. È necessaria una ‘pedagogia’ che non solo porti a riconoscere i valori, ma che incida sui comportamenti: ‘l’opera educativa, che aiuta l’uomo ad essere sempre più uomo, lo introduce sempre più profondamente nella verità, lo indirizza verso un crescente rispetto della vita, lo forma alle giuste relazioni tra le persone’. […] In questa prospettiva, l’elemento pedagogico da riscoprire, in varie fasi della vita, è lo speciale legame persona-fecondità. […] Il processo educativo che porta alla comprensione del legame persona-fecondità è aiutato, in questa fase, dalla scoperta del corpo. Esso, in quanto sessuato, incarna in sé il processo che porta all’origine della Vita, tanto importante da essere considerato come l’elemento che definisce, quantomeno sul piano biologico, la sopraggiunta maturità sessuale. Tutto, nella fisiologia del cosiddetto apparato riproduttivo, porta i segni di quel disegno di fecondità che è strettamente incarnato nella persona. Si tratta di accogliere il legame sessualità-fecondità; e il punto di partenza è la conoscenza di sé e il rispetto del corpo e della sessualità come ‘luogo’ nel quale il valore della vita è intimamente legato al valore dell’amore; sono queste quelle ‘radici’ dalle quali il rispetto per la vita germoglia”.

Metodi naturali e relazione di coppia

Qualcuno ritiene che la proposta dei metodi naturali di regolazione della fertilità, poiché prevede una “regolarità” della vita di coppia, sia oggi una proposta anacronistica, fuori dal tempo, e addirittura irresponsabile. Infatti, secondo costoro, si dovrebbe suggerire una modalità di approccio alla vita sessuale che possa ridurre al minimo il rischio del concepimento – se non addirittura evitarlo – partendo dal presupposto che la promiscuità sessuale e l’esercizio della sessualità genitale fanno ormai parte di un costume diffuso e dominante. Di modo che la possibilità di vivere una fruttuosa vita di coppia sarebbe improponibile nel contesto culturale e sociale odierno. Certo, nessuno pensa che tale situazione possa essere agevolmente raggiunta: e chi vive la vita di coppia lo sa molto bene quanto sia impegnativo! Ma che non sia possibile presentarla come meta e traguardo cui tendere, ci sembra veramente un deprezzamento della fatica di tanti che camminano in tale direzione, e contemporaneamente della bellezza dell’Amore vissuto come relazione intensa e profonda. Il secolo che ha concluso il Secondo millennio è stato caratterizzato da una deriva sociale e culturale in cui sono emerse e, per così dire, sono state “normalizzate” alcune realtà che dovremmo invece definire inquietanti: pensiamo alla piaga dell’aborto, alle tecnologie sempre più esasperate applicate alla riproduzione umana, all’indifferentismo sessuale, del quale proprio in questo inizio di Terzo millennio scopriamo le esasperazioni più estremizzate. Non è questa la sede per analizzare compiutamente le cause di tale deriva socio-culturale, ma certo esse si incrociano con il processo di secolarizzazione che ha attraversato impetuoso il Novecento appena concluso, il cui retaggio di ideologie – non ultima l’ideologia del gender – ci siamo portati nel nuovo millennio. Qui ci basta rilevare come almeno una parte della responsabilità della presenza di realtà così inquietanti nel nostro tempo è legata proprio ad una visione del corpo e della sessualità che ne esalta gli aspetti edonistici senza prendere in considerazione alcuna idea di progettualità condivisa né alcuna prospettiva di responsabilità.

Nell’ambito della vita di coppia, la proposta dei metodi naturali consente alla coppia, agli sposi, di far crescere il dialogo e la comunicazione reciproca, di vivere l’intimità con naturalezza e spontaneità, di rispettare reciprocamente le differenze e di esaltare la complementarietà, di condividere la forza ed il dono della sessualità. La donna, poi, acquista maggior fiducia in se stessa, rafforza la stima di sé e nei confronti del coniuge che la rispetta nei suoi tempi e nella sua ciclicità. L’uomo, infine, condivide in maniera totale la responsabilità di un concepimento scelto in maniera “coniugale”, o la scelta di rinviare l’occasione della trasmissione della vita. Va ricordato, inoltre, che la scelta dei metodi naturali ha una duplice applicabilità: nella ricerca della gravidanza o nella possibilità di rinviarla. Tali metodi infatti, “proprio attraverso il rigore scientifico di primissimo livello che oggi hanno potuto raggiungere, se da una parte permettono il rinvio e la distanziazione delle gravidanze, favoriscono altresì la ricerca della gravidanza, mostrando ancora una volta – insieme alla loro altissima efficacia tecnico-scientifica– di essere a disposizione della dilatazione della generosità delle coppie, e concretamente di un amore che è aperto all’accoglienza del figlio, quale frutto dell’amore”. I metodi naturali possono essere proposti dunque non solo alle coppie ma anche alle singole donne, alle giovani e alle ragazze, che nell’approfondimento della conoscenza della propria corporeità conquistano uno spazio di dignità e di emancipazione incommensurabile. Oggi lo sviluppo puberale ed adolescenziale è quanto mai complesso e problematico, spesso per mancanza di modelli affettivi di riferimento credibili e le ragazze manifestano i disagi psicologici e relazionali con somatizzazioni organiche. Inoltre il difficile raggiungimento dello sviluppo ormonale del ciclo ovarico permette di evidenziare patologie ovariche disfuzionali legate alla crescita. In tutte queste situazioni la conoscenza della propria fertilità, segnatamente attraverso il Metodo dell’Ovulazione Billings, permette alla ragazza e alla giovane donna la acquisizione di elementi utili da un punto di vista diagnostico e terapeutico, e contemporaneamente contribuisce a rasserenarla circa l’evoluzione di ciò che viene percepito come disturbo e/o alterazione. Per questi motivi riteniamo che la proposta che abbiamo qui sopra sintetizzata possa essere di grande aiuto alle donne e alle coppie, nella certezza che solo attraverso la conoscenza di sé e dell’altro potrà finalmente ritenersi compiuto il processo di maturazione e di “liberazione” dell’universo femminile, inseguito fino ad oggi come miraggio individualistico ed invece vero e proprio strumento di emancipazione sociale ed umana. I giovani e gli educatori che abbiamo incontrato durante il Convegno cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo nostro contributo, nell’ambito dei lavori del Gruppo, hanno manifestato sincero interesse per la proposta che abbiamo formulato e, pur dovendosi distinguere le diverse posizioni e le diverse opinioni sulla questione, hanno chiesto di poter approfondire ulteriormente le informazioni e le proposte che abbiamo presentato, comprendendo il valore delle prospettiva educativa che c’è dietro la conoscenza dei metodi naturali di regolazione della fertilità. Siamo consapevoli che la prospettiva che qui abbiamo voluto riproporre non sia sempre condivisa, anzi i venti contrari soffiano con insistenza e con tenacia, e ci faranno faticare non poco: ma ci sentiamo anche confortati dall’invito – contenuto in una poesia-meditazione di San Giovanni Paolo II – che sentiamo davvero nostro: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”.

di Emanuela Lulli* e Paolo Marchionni **

*Ginecologo, Medico di Medicina Generale, Pesaro; consigliere, segretario nazionale Associazione Scienza & Vita.
** Dirigente medico legale, ASUR Marche, Area Vasta n. 1 – Pesaro; consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita.

Giovani in servizio 2018

Gli Amici di Lazzaro

lanciano la proposta
” GIOVANI IN SERVIZIO 2018″, per le nuove attivita’ del 2017-2018 a Torino.

L’associazione cerca circa 65 giovani dai 16 ai 30 anni per

— doposcuola medie (6)
— doposcuola elementari (2)
— corsi di italiano a ragazze straniere (4)
— ascolto e aiuto a ex vittime di tratta (2)
— nuova unita’ di strada serale per le vittime di tratta (si tratterà di una modalità innovativa di educativa) (6)
— animazione, gioco e preghiera con ragazzini stranieri disagiati (6)
— animatori e cantori per il coro gopel/rock multietnico “Fire” (6)
— animatori per incontri in scuole e parrocchie su tratta e bioetica (6)
— volontarie per serate di accoglienza e svago con ragazze accolte dall’associazione (6)
— serate di preghiera, ascolto e amicizia con i senzacasa (8)
— progetto sostegno ai cristiani perseguitati in Torino (ex musulmani, o cristiani che vivono in centri per rifugiati a prevalenza musulmana) (4)
— progetto contro i matrimoni combinati e forzati (4)
— progetto di educativa contro sexting/utero in affitto/pornografia (4)

possiamo inserire anche qualche adulto in alcune di queste iniziative ma solo se 3/4 dei volontari sono sotto i 35 anni per mantenere la prevalenza giovanile dell’associazione

per informazioni:  info@amicidilazzaro.it   tel e whatsapp 3404817498

 

Servizio Civile con gli Amici di Lazzaro “Nuove strade per vivere”

Sono aperte le selezioni per il Servizio Civile da svolgere con gli Amici di Lazzaro.
Il progetto si chiama
“Nuove strade per vivere 2017” per il quale si cercano 4 volontari

Sede progetto: Associazione Amici di Lazzaro che da anni si occupa di persone che vivono situazioni di sofferenza ed emarginazione (donne e minori stranieri, anziani soli, rifugiati politici, indigenti, ecc.) con iniziative gratuite autofinanziate che coinvolgono varie decine di volontari divisi su diversi gruppi di servizio.

Il servizio sarà su tre ambiti:

1) Attivazione di nuovi servizi di prevenzione
antitratta e sostegno per donne in difficolt
2) Sostegno a interi nuclei famiglie e giovanissimi
3) Sensibilizzazione su povertà, disoccupazione e formazione

QUI IL LINK PER PRESENTARE LA DOMANDA

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Requisiti e condizioni di ammissione: (tratto dal bando ministeriale)

Ad eccezione degli appartenenti ai corpi militari e alle forze di polizia, possono partecipare alla selezione i giovani, senza distinzione di sesso che, alla data di presentazione della domanda, abbiano compiuto il diciottesimo e non superato il ventottesimo anno di età, in possesso dei seguenti requisiti:

– essere cittadini italiani;

– essere cittadini degli altri Paesi dell’Unione europea;

– essere cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia;

– non aver riportato condanna anche non definitiva alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo ovvero ad una pena della reclusione anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti, ovvero per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici o di criminalità organizzata.

I requisiti di partecipazione devono essere posseduti alla data di presentazione della domanda e, ad eccezione del limite di età, mantenuti sino al termine del servizio.

Non possono presentare domanda i giovani che:

 a) abbiano già prestato servizio civile nazionale, oppure abbiano interrotto il servizio prima della scadenza prevista, o che alla data di pubblicazione del presente bando siano impegnati nella realizzazione di progetti di servizio civile nazionale sensi della legge n. 64 del 2001, ovvero per l’attuazione del Programma europeo Garanzia Giovani;

  1. b) abbiano in corso con l’ente che realizza il progetto rapporti di lavoro o di collaborazione retribuita a qualunque titolo, ovvero che abbiano avuto tali rapporti nell’anno precedente di durata superiore a tre mesi.

 Non costituisce causa ostativa alla presentazione della domanda di servizio civile nazionale l’aver già svolto il servizio civile nell’ambito del programma europeo “Garanzia Giovani” e nell’ambito del progetto sperimentale europeo IVO4ALL o aver interrotto il servizio civile nazionale a conclusione di un procedimento sanzionatorio a carico dell’ente originato da segnalazione dei volontari.

 Procedure selettive

 Il candidato deve presentarsi al colloquio per le selezioni secondo le date previste dal relativo calendario pubblicato sulla Home Page del sito www.volontariato.torino.it. La pubblicazione del calendario ha valore di notifica della convocazione e il candidato che, pur avendo inoltrato la domanda, non si presenta al colloquio nei giorni stabiliti senza giustificato motivo, è escluso dalla selezione per non aver completato la relativa procedura.

 Presentazione delle domande 

 La domanda di partecipazione, indirizzata direttamente a Vol.To, deve pervenire presso la sede di Via Giolitti, 21 – Torino entro e non oltre le ore 14.00 del 26 giugno 2017 secondo le seguenti modalità:

1) con Posta Elettronica Certificata (PEC) – indirizzata a volontariato.torino@pcert.it – di cui è titolare l’interessato, avendo cura di allegare tutta la documentazione richiesta in formato pdf;

2) a mezzo “raccomandata A/R”;

3) consegnate a mano.

La domanda, firmata dal richiedente, deve essere:

– redatta secondo il modello riportato nell’Allegato 2 al presente bando, attenendosi scrupolosamente alle istruzioni riportate in calce al modello stesso e avendo cura di indicare la sede per la quale si intende concorrere;

– accompagnata da fotocopia di valido documento di identità personale;

– corredata dalla scheda di cui all’Allegato 3 contenente i dati relativi ai titoli.

 Per informazioni : serviziocivile@volontariato.torino.it – numero verde 800.590003

QUI IL LINK PER PRESENTARE LA DOMANDA

Ci alzeremo (Giovanni Paolo II)

giovanni paolo alzeremoCi alzeremo in piedi ogni volta che
la vita umana viene minacciata…
Ci alzeremo ogni volta che la sacralita’ della vita
viene attaccata prima della nascita.
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorita’
di distruggere la vita non nata…
Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso
o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione
e grideremo che ogni bambino
è un dono unico e irripetibile di Dio…
Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio
viene abbandonata all’egoismo umano…
e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale…
Ci alzeremo quando il valore della famiglia
è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche…
e riaffermeremo che la famiglia è necessaria
non solo per il bene dell’individuo
ma anche per quello della società…
Ci alzeremo quando la libert
viene usata per dominare i deboli,
per dissipare le risorse naturali e l’energia
e per negare i bisogni fondamentali alle persone
e reclameremo giustizia…
Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti
vengono abbandonati in solitudine
e proclameremo che essi sono degni di amore,
di cura e di rispetto.

Giovanni Paolo II

Mio papà non mi chiedeva di diventare qualcosa d’altro ma di essere me stesso

“Un giorno uno dei miei figli prende a insultarmi e dice: ‘vai a insegnare per l’Italia letteratura a tutti e a me non hai mai spiegato niente. Lunedì ho l’interrogazione su Dante’. Allora gli ho detto ‘Va bene, domani sera rimango a casa e studiamo insieme’. Quella sera c’era lui, il fratello e due vicini di casa. Sono rimasti così colpiti che questo mio figlio mi dice: ‘Papà, perché non andiamo avanti domenica prossima?’. Insomma, di domenica in domenica ci trovavamo a leggere Dante, ma il gruppo aumentava sempre. Avevamo cambiato più case alla ricerca di taverne sempre più capienti, alla fine siamo finiti in una scuola. Ad aprile dell’anno dopo li ho contati e erano duecentottanta quattro ragazzi che, invece di ‘farsi le canne’, per un passaparola, senza nessun avviso in parrocchia o a scuola, si ritrovavano a leggere Dante; chi portava la fidanzata, chi i compagni di classe o gli amici dell’oratorio… Quella volta ricordo che pensai: ‘il primo che parla male dei giovani di oggi deve prima passare sul mio corpo’. Questi giovani non vedono l’ora di poter vivere per qualcosa di grande.

Ho cominciato ad essere chiamato in alcune città e mi sono ritrovato duemila tremila giovani. Dante era proprio quello che la scuola italiana, per cinquant’anni, aveva rinnegato e sepolto dichiarandolo incomprensibile, non adeguato ai tempi. Il problema invece era che Dante è un cristiano di una forza, una limpidezza, una capacità di sfida, che lo può capire solo chi questa sfida la raccoglie. Noi, davanti alla vita, ce l’abbiamo quella forza lì, di quell’uomo che racconta di sé stesso la selva oscura, il bisogno, il miserere, andar dietro a un maestro, andare a conoscere tutto il proprio male, trovare un percorso per cui questo male possa essere perdonato e avere perciò accesso a una vita che è un pezzo di paradiso su questa terra?”.

Così Franco Nembrini, professore, educatore e dantista, racconta il suo lavoro con i ragazzi. Preside della scuola bergamasca “Le tracce”, tiene incontri in tutto il mondo sul rischio educativo e su Dante e sarà a Roma dal 14 al 18 gennaio 2015. Gli appuntamenti si svolgeranno nelle parrocchie di San Bernardo di Chiaravalle, Santa Maria Regina Mundi, Gran Madre di Dio e San Timoteo.Per l’occasione il prof. Nembrini è stato intervistato da ZENIT sulla questione dell’emergenza educativa.

***

Qual è la percezione che i ragazzi hanno di sé stessi e della realtà?

Mi sembra che questa sia una generazione di ragazzi che non si piacciono e non in senso estetico e superficiale: c’è un oscuro sentimento di colpa, che si può esprimere nella domanda: “ma cosa ho fatto di così grave da non poter essere amato, accolto e perdonato?”. Mentre la generazione precedente sosteneva che il mondo andava cambiato e riversava tutta la sua rabbia e violenza all’esterno, questi ragazzi esercitano invece una qualche forma di violenza contro se stessi. Senza andare a valutare la percentuale dei suicidi, il tipo di patologie come l’anoressia, la bulimia, gli emo che si tagliano, gli attacchi di panico, fa pensare che questi ragazzi non si stimano, si puniscono per qualcosa, e gli psichiatri confermano che c’è questo fenomeno da affrontare.

L’educazione è sinonimo di misericordia? In che senso?

L’educazione mi sembra l’azione perfettamente coincidente con quello che è il cristianesimo: che cosa ha fatto con noi Dio quando ha visto la povertà e l’infelicità dell’uomo? Ci ha amati; amati vuol dire che ha dato la vita per noi prima, prima che diventassimo buoni.

Amare è affermare il valore dell’altro prima di ogni volontà di cambiamento pur giustificata, indipendentemente dalla sua performance. Spesso noi è come se nei fatti comunicassimo un messaggio molto diverso, cioè ‘potrei volerti bene se tu cambiassi’, mentre l’educatore dovrebbe essere quello che sa dire ‘io darei la vita per te prima che cambi, prima che diventi migliore’.

Una volta uno dei miei figli, cresta da ultimo dei Mohicani, aveva chiuso con me e mia moglie da un anno e mezzo. Non sapendo più cosa fare, gli ho detto. “Guarda, io devo andare a Roma, se vuoi ti do cinque giorni di assenza da scuola. Scegliti cinque amici; voi andate in giro e poi ci ritroviamo la sera”. Era l’unica cosa che potevo fare ancora per dirgli: “ci sono”. Siamo stati insieme per cinque giorni e lui ha continuato a non parlarmi. L’ultima sera, passeggiando sul Lungotevere, mi dice: “Papà, posso chiederti una cosa?”. “Certo, dimmi”. Silenzio per un minuto. “Nella vita si può ricominciare?”. Avevo gli occhi gonfi di commozione, era il problema che tutti abbiamo: nella vita si può ricominciare? E hai bisogno di qualcuno che ti dica: “certo, sempre, sempre!”.

Come le è stato trasmesso questo amore gratuito all’interno della sua famiglia?

L’esperienza che ho fatto io è molto semplice: due genitori che dovevano lavorare tutto il giorno e avevano dieci figli; erano molto asciutti e nelle parole e nei gesti, ma ci guardavano in un modo che ti faceva capire che avrebbero dato la vita per te.

Nella sua esperienza con i figli come ha ripreso tutto questo?

Con i miei figli ho cercato di imitare questa chiarezza che avevo visto vivere dai miei genitori: ringrazio mio padre per essersi occupato più della sua santità che della mia, era come se con la coda nell’occhio mi dicesse ‘Franco, io vado, io corro nella vita, vedi un po’ tu… Paragona, quello di cui ti dò testimonianza con quello che vedi tu…”. Mi viene da dire che era un uomo che avrebbe potuto avere scritto in fronte: “corro nella corsa per afferrarlo, io che sono stato afferrato da Cristo”; e ti guardava così, con questa cosa che gli brillava negli occhi, e tu non ti sentivi trascinato con l’ansia di dover diventare qualcosa d’altro: mio papà non mi chiedeva di diventare qualcosa d’altro, mi chiedeva di essere me stesso, di lavorare su di me per accedere a quella letizia che gli vedevo vivere.

Spesso si mira a cambiare il ragazzo, mentre lei dice che il primo problema non è convertirli e farli diventare cristiani: in che senso?

Questa cosa io l’ho imparata da don Giussani: “l’educazione è introduzione alla realtà”. Che un prete non dica che l’educazione ha per scopo far diventare cristiani i ragazzi, è impressionante. Poi uno si chiedeva il perché, e il perché era questo: don Giussani era così sicuro della bontà della realtà fatta da Dio e della bontà del cuore dell’uomo fatto da Dio, che era come se dicesse: “compito degli educatori è semplicemente quello di far parlare la libertà dei ragazzi, la ragione che Dio ha dato loro, e le cose che accadono, proprio le cose, la realtà”. Se questo dialogo è ben impostato, è inevitabile che emerga in loro il senso religioso, perciò la domanda su Dio e il percorso verso la fede.
Franco Nembrini

I gulag dimenticati (Joseph Ratzinger)

muro comunismoA ben guardare, due anni sembrano aver segnato gli ultimi decenni del secolo appena trascorso: il 1968 e il 1989. Il 1968 è legato all’emergere di una nuova generazione, che non solo giudicò inadeguata, piena di ingiustizia, piena di egoismo e di brama di possesso, l’opera di ricostruzione del dopoguerra, ma che guardò all’intero svolgimento della storia, a partire dall’epoca del trionfo del cristianesimo, come a un errore e a un insuccesso. Desiderosi di migliorare la storia, di creare un mondo di libertà, di uguaglianza e di giustizia, questi giovani si convinsero di aver trovato la strada migliore nella grande corrente del pensiero marxista.
L’anno 1989 segnò il sorprendente crollo dei regimi socialisti in Europa, che lasciarono dietro di sè un triste strascico di terre distrutte e di anime distrutte. E, tuttavia chi pensava che l’ora del messaggio cristiano sarebbe nuovamente scoccata si è illuso: sebbene il numero dei cristiani credenti nel mondo non sia modesto, in questo momento storico il cristianesimo non è riuscito a porsi distintamente come un’alternativa epocale. La «dottrina di salvezza» marxista, in sostanza, era nata, nelle sue numerose versioni variamente strumentate, come unica visione del mondo scientifica corredata di motivazione etica e adatta ad accompagnare l’umanità nel futuro. Di qui il suo difficile congedo, anche dopo il trauma del 1989.
Basti pensare a quanto contenuta è stata la discussione sugli orrori dei gulag comunisti, a quanto inascoltata è rimasta la voce di Solzenicyn: di tutto questo non si parla. A imporre il silenzio è una sorta di pudore.
Persino al sanguinario regime di Pol Pot si accenna soltanto occasionalmente, en passant. Ma è rimasto il disinganno, accanto a una profonda confusione. Nessuno oggi crede più alle grandi promesse morali. E proprio in questi termini era stato inteso, il marxismo: una corrente che auspicava giustizia per tutti, l’avvento della pace, l’abolizione degli ingiustificati rappo rti di predominio dell’uomo sull’uomo e via dicendo.
Per questi nobili scopi si pensò di dover rinunciare ai principi etici e di poter utilizzare il terrore come strumento del bene. Da quando, anche solo per un momento, sono affiorate in superficie, visibili a tutti, le rovine dell’umanità prodotte da quest’idea, la gente preferisce rifugiarsi nella pragmatica o professare pubblicamente il dispregio per l’etica.
Un tragico esempio è quello della Colombia, dove all’insegna del marxismo è stata intrapresa in passato una lotta per la liberazione dei piccoli agricoltori, soffocati dai grandi capitalisti. Al suo posto oggi è rimasta una repubblica di ribelli sottratti al potere statale, che vive apertamente del traffico illecito di droga e non cerca per questo giustificazioni morali, soprattutto perché, soddisfacendo la domanda dei paesi ricchi, riesce a sfamare un popolo che altrimenti faticherebbe a trovare un suo posto nell’ordine economico mondiale. In situazioni confuse come questa non è forse compito del cristianesimo tentare sul serio di ritrovare la propria voce per «introdurre» il nuovo millennio al suo messaggio, per proporlo come segnavia, comprensibile e universale del futuro? (…) Dov’è stata, in tutti questi anni, la voce della fede cristiana? Il 1967, anno della nascita di quest’opera, ribolliva ancora dei fermenti del primo periodo post-conciliare. Il concilio Vaticano II si era proposto di rinnovare il ruolo del cristianesimo come motore della storia. Nel XIX secolo, infatti, si era diffusa l’opinione che la religione appartenesse alla sfera soggettiva e privata, e che a questi ambiti dovesse limitare la propria influenza.

Proprio perché relegata alla sfera soggettiva, la religione non poteva porsi come forza determinante per il grande corso della storia e per le decisioni da assumere in essa. Terminati i lavori del concilio, quindi, doveva essere di nuovo chiaro che la fede dei cristiani abbraccia l’intera esistenza, è un punto cardine della storia e del tempo e non è destinata a limitare la propria sfera di influenza alla sola soggettività.
Il cristianesimo tentò – perlomeno nell’ottica della chiesa cattolica – di uscire dal ghetto in cui si trovava recluso dal XIX secolo e di tornare a coinvolgersi pienamente nel mondo. Parlare in questa sede dei dissidi e dei contrasti interni alla chiesa derivanti dall’interpretazione e dall’adozione del concilio sarebbe superfluo. Nella determinazione del ruolo del cristianesimo nella storia ha influito soprattutto l’idea di un nuovo rapporto tra chiesa e mondo. Se negli anni Trenta Romano Guardini aveva coniato (giustamente) l’espressione «distinzione di ciò che è cristiano» (Unterscheidung des Christlichen), oggi tale distinzione sembrerebbe aver perso la sua importanza in favore, piuttosto, del superamento delle distinzioni, dell’avvicinarsi al mondo, del coinvolgersi nel mondo.

Quanto rapidamente queste idee potessero uscire dalla cerchia dei discorsi ecclesiastici accademici e acquisire un taglio più pratico cominciò a essere evidente già nel 1968, all’epoca delle barricate parigine, quando si celebrava un’eucaristia della rivoluzione e, con essa, si sperimentava un nuovo connubio tra chiesa e mondo all’insegna della rivoluzione, in attesa di tempi migliori. La partecipazione in prima linea di comunità studentesche cattoliche ed evangeliche ai movimenti rivoluzionari nelle università europee ed extraeuropee non fece che confermare tale tendenza. (…) Sembrava, a quell’epoca, che l’unica strada percorribile fosse il marxismo.
Sembrava che Marx avesse assunto il ruolo che nel XIII secolo aveva ricoperto il pensiero aristotelico, una filosofia precristiana (ossia
«pagana») da battezzare per riavvicinare l’una all’altra fede e ragione e per porle in un rapporto corretto. (…) Chi si aspettava che il cristianesimo si sarebbe trasformato in un movimento di massa ha capito di essersi sbagliato: non sono i movimenti di massa e racchiudere in sè promesse per il futuro. Il futuro nasce quando delle persone si incontrano su convinzioni comuni, capaci di dar forma all’esistenza. E il futuro cresce positivo se queste convinzioni scaturiscono dalla verità e alla verità conducono.
Di Joseph Ratzinger –

Chi non ha più nulla da imparare e’ bene che cambi mestiere

Intervista a Franco Nembrini, da anni impegnato a promuovere, in Italia e all’estero, incontri pubblici che spaziano da Dante alle questioni educative:

“C’è una bella differenza tra accontentarsi e essere contenti: essere contenti è proprio il contrario di accontentarsi; essere contenti è godere tanto di ciò che si ha davanti da desiderare di goderne ancora, in modo più profondo… è un desiderio che si accresce”. Così Franco Nembrini, professore di italiano e preside del Centro scolastico bergamasco La Traccia, ragiona sui versi dell’ultimo canto della Divina Commedia, prima che Dante si incontri a tu per tu con Dio: “E io ch’al fine di tutt’i disii appropinquava, sì com’io dovea, l’ardor del desiderio in me finii”.Da anni Franco Nembrini è impegnato nel portare avanti centinaia di incontri pubblici, in Italia e all’estero, dal Brasile alla Russia, su argomenti che spaziano da Dante alle questioni educative. ZENIT lo ha intervistato.

***

Dall’ultimo libro di conversazioni sul rischio educativo, che ha intitolato Di padre in figlio, alle letture della Divina Commedia tenutesi a Roma nella parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle, qual è il ruolo di Dante nella sua strategia educativa?

Nembrini: Non ho grandi strategie educative, semplicemente ritengo che l’educazione, ora come tempo fa, possa avvenire solo se l’adulto ha il coraggio di fare ai ragazzi una proposta molto alta, e questo vale sia per i genitori con i propri figli sia per gli insegnanti. Dopodiché per me raccontare di Dante è importante, continua ad essere un grande maestro con cui interloquire, da cui imparare: dico semplicemente ai ragazzi ‘Dante ha una proposta da fare a me, io per primo la sto verificando, se volete la verifichiamo insieme; la sua proposta può essere anche per voi’. Questo avviene per Dante in modo clamoroso proprio per la bellezza della sua poesia e la completezza del discorso che fa, ma può ovviamente avvenire con qualsiasi autore e con qualsiasi disciplina e a maggior ragione, come nel caso dei genitori, anche non insegnando nessuna disciplina in particolare.

Dante è stato fondamentale anche nel decidere quella che sarebbe stata la sua vocazione nella scuola…

Nembrini: Certamente sì, il ruolo che ha avuto quell’episodio che spesso racconto, per cui in prima media scopro che Dante parla di me perché una sua terzina fotografa la situazione che sto vivendo in quel momento, è stata per me una scoperta importante. La scoperta che Dante parlava di me e lo scoprire che ero al centro dell’opera letteraria, perché il poeta e l’artista hanno proprio questa caratteristica: toccano corde della propria vita che sono le stesse corde per cui vibri tu, per cui quando leggi una poesia o un’opera d’arte non puoi non sentirti chiamato in causa. Per me questo ha voluto dire la scoperta dell’interesse per la letteratura, e quindi ha poi dato un contenuto a quella vocazione che ho maturato prestissimo, la vocazione all’insegnamento: all’esame di terza media giurai alla mia professoressa di italiano che sarei diventato un insegnante di italiano, ma per la bellezza e la passione che lei mi aveva comunicato in quei tre anni.

Recentemente il Papa incontrando le scuole ha detto agli insegnanti di imparare ad imparare perché i ragazzi si sentono attratti da un pensiero incompiuto; inoltre ha sottolineato per ben due volte la parola ‘apertura alla realtà’.

Nembrini: Quando ho sentito il Papa mi sono sentito a casa: il Papa ha utilizzato proprio l’espressione che era tanto cara a don Giussani, ‘introdursi alla realtà secondo tutte le sue dimensioni’. Lo ha detto più volte lanciando quello stupendo strale agli adulti, per cui non abbiamo diritto ad avere paura della realtà. Gli adulti fanno fatica a educare perché hanno paura della realtà. L’adulto coraggioso che sta dritto anche davanti alle avversità è testimone di una positività che è ciò di cui i ragazzi hanno bisogno. Inoltre io dico sempre ai miei insegnanti ‘un insegnante che non ha più nulla da imparare non ha più nulla da insegnare ed è bene che cambi mestiere’: mi sembra che il Papa sia andato proprio in questa direzione: un pensiero incompiuto è un pensiero capace di imparare cose nuove. E’ di questa scoperta che i ragazzi si innamorano.

Parlando della scuola con il rischio di un’educazione che possa corrompere se non è allineata alla realtà: come affronta i temi legati alle relazioni affettive?

Nembrini: Se si legge a dei ragazzi di quindici o diciotto anni la proposta che Dante fa dell’amore tra l’uomo e la donna raccontando di sé e di Beatrice e della strada da lui percorsa per comprendere l’affettività, l’amore e la vocazione… perché questi ragazzi si entusiasmano a questa proposta? Perché è fedele al dato di realtà, perché lì c’è qualcosa di vero, che i ragazzi sentono vero nonostante tutta la confusione imperante nei media, nei dibattiti televisivi e nelle pratiche quotidiane che si vedono proporre. Oggi come cinquecento anni fa una proposta così infiamma ancora il cuore di un quindicenne, il quale poi dovrà fare il suo percorso, la sua verifica; dovrà anche scontrarsi con certe nuove teorie e sensibilità, ma avrà tutti gli strumenti per farlo. In questo mi sembra che debba consistere l’educazione, non tanto convincere i ragazzi di qualche cosa, ma proporre una verifica così seria, così razionale e così stringente da permettere loro di fare il percorso di conoscenza della verità.

L’idea comune è che credere equivalga ad una privazione, ad una mortificazione dei sensi. Occorre privarsi di qualcosa per accedere alla felicità?

Nembrini: Mi sembra che già il Vangelo sia chiaro almeno in termini di promessa: il centuplo quaggiù. Coloro che si privano sono altri: il cristiano nel momento in cui attinge alle fonti della verità, e cioè ad una conoscenza più profonda, più sicura, più lieta del valore delle cose, guadagna tutto, perché sembra che la fede sia esattamente l’esperienza di una non-perdita, un’esperienza che tutto salva e fa guadagnare. San Paolo lo diceva con parole assolutamente radicali: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo e di Dio”. Nella fede tutto è nostro perché uno guadagna sé stesso: certo che se il problema è guadagnare, c’è un aspetto di sacrificio, ma ‘chi lascia suo padre e sua madre per seguire me avrà cento volte in padri, madri, fratelli, sorelle’: questa dinamica cristiana è una dinamica di una suprema convenienza nella vita, che ha come legge, come dinamismo il sacrificio, ma proprio per un guadagno. Su questo sono assolutamente lieto e sicuro, l’ho visto vivere e l’abbiamo visto vivere in duemila anni di cristianesimo da tanti. Io stesso nel mio piccolo dico ‘non rinuncerei mai alla fede perché nella fede ho guadagnato’.

I ragazzi spesso dicono ‘non mi va’, come se per il fatto che una cosa non va non sia giusto farla…

Nembrini: Se si dà corda quest’inclinazione, che pure è comprensibile, si ottengono degli ‘sdraiati’, cioè dei ragazzi che non si riescono più a spostare dal divano, perché di per sé, dal punto di vista naturale, non va nulla che richieda un minimo di sacrificio. La realtà invece è che, quando si chiede ai ragazzi una fatica, se la si motiva, sono loro che la richiedono, perché ne ricavano una soddisfazione altrimenti impossibile. Bisogna avere l’intelligenza di cogliere gli strumenti, le occasioni per proporre questa fatica ed aiutarli a vivere. Dopodiché, quando ne fanno esperienza anche solo una volta, il mi va o non mi va cade da solo.

E se gli insegnanti si lamentano del fatto che alcuni ragazzi non sono motivati o sono privi di gusto?

Nembrini: Non hanno il coraggio di farsi la domanda giusta: i ragazzi non hanno interessi perché non li interessiamo, sono distratti perché non li attraiamo. Il problema è tutto nella testimonianza e nella proposta dell’adulto.

Di Maria Gabriella Filippi       www.zenit.org

Bere per anestetizzare la ricerca di senso

alcoolLa gente beve sempre più alcolici e comincia a farlo in età sempre più precoce.
A dirlo i dati di rapporto pubblicato nel Regno Unito, che rivelano che sul territorio nazionale vi sono 1.2 milioni di ricoveri ospedalieri all’anno a causa dell’alcol; che le patologie al fegato sono più che raddoppiate negli under 30 nel corso degli ultimi 20 anni (+ 112%); che l’alcol è la seconda causa di morte più prevedibile dopo le sigarette; che esistono circa sessanta problemi di salute correlati all’alcol: dalla pressione alta agli infarti, alla perdita di memoria; infine, che correlati all’alcol vi sono danni sociali che vanno dall’aumento della criminalità e del disordine sociale alla violenza domestica (per esempio, i dati attestano che il 74% dei casi di minori maltrattati nel Paese sono collegati all’abuso d’alcol).

Alla luce di questo, un gruppo parlamentare trasversale ha proposto di etichettare bottiglie di vino, birra e superalcolici con le avvertenze sui pericoli per la salute, come già avviene per i pacchetti di sigarette.
Eppure, a ben vedere, questo modo di procedere non è altro che un palliativo che cerca di annullare il problema senza andarne alla radice. Infatti, la domanda che dovrebbe imporsi di fronte alla constatazione che sempre più adulti e tantissimi giovanissimi fanno un uso eccessivo di alcolici dovrebbe essere: come mai la gente beve?
Per molti anni abbiamo sentito ripetere che viviamo nella società del benessere. Accanto a questo, la scienza e la tecnologia progrediscono sempre più, illudendo l’uomo di essere onnipotente, di essere lui il depositario della vita e della morte.
Insomma, all’apparenza gli uomini di oggi hanno tutto. Eppure i vari tipi di dipendenze (da alcol, sostanze, sesso e quant’altro) e i tanti problemi di natura psicologica (depressione, ansie, bullismo, anoressia e bulimia) sempre più presenti nella nostra società rivelano che vi è un problema di fondo. Si è privilegiato l’avere rispetto all’essere e, così facendo, è andata sempre più scemando la consapevolezza circa il senso vero della vita: perché esistiamo? Chi ci ha creati? Quale scopo ha la nostra vita? Cosa succede dopo la morte? Sono queste domande fondamentali, ma con cui in pochi oggi fanno i conti, perché incutono timore e implicano una visione integrale dell’essere umano, che vada ben al di là dell’apparenza.

I cristiani trovano risposta a tutti questi interrogativi in una parola di tre lettere: Dio. Dio che ha creato il cielo e la terra e ha creato l’uomo a sua immagine. Ogni singola persona è stata voluta da Dio: “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno” (Salmo 139). Tutte le persone sono al mondo per realizzare la propria vocazione, per diventare santi, ognuno secondo un percorso specifico. I Santi – affermava papa Francesco nell’Angelus del primo novembre 2013 – sono uomini e donne che “hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri”. Una gioia nata dalla consapevolezza di essere amati da Dio così come si è, con le proprie debolezze e le proprie virtù.
Ecco quindi che Dio aiuta gli uomini a dare un senso alla vita, a capire il proprio ruolo nel mondo e a vivere con maggiore serenità. È in definitiva Lui quello che tante persone cercano nell’alcol, nelle sostanze e in palliativi di vario tipo… perché solamente Dio può dare agli uomini la gioia piena.

In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla. 
In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena”. (Gv 16, 20-24)

17 anni, rifiuta le cure per salvare il figlio nel grembo

Ho fatto quello che dovevo fare, il mio bimbo è salvo”

Aveva 16 anni quando le fu diagnosticato un tumore al cervello e alla colonna spinale, con poche possibilità di vivere, le restavano al massimo ancora due anni di vita.    Dopo poche settimane scoprì di essere incinta, e i medici le misero subito di fronte la tremenda alternativa: abortire o rinunciare alle cure e morire.  La ragazza non ha esitato a salvare la figlia e ha lasciato che la malattia facesse il suo corso pur di permettere alla sua piccola di vivere.

E’ una scelta eroica, che la assimila ad una mamma Santa canonizzata da Giovanni Paolo: Gianna Beretta Molla che rinunciò alle cure per dare alla vita la figlia.    La giovanissima Jenni Lake ha lasciato alcuni video a sua figlia per testimoniare la sua scelta.  A due settimane da parto è deceduta, senza rimpianti.  Le sue parole sono state chiarissime: “Ho fatto quello che dovevo fare, il mio bimbo è salvo”.  Non è scontato che una ragazza di 17 anni faccia la scelta più difficile, quella più impegnativa.  Per noi è un esempio, un invito a fare quello che va fatto, stare dalla parte della vita, dei piccoli, anche quando è dura, quando la strada è dolorosa.

Ora il piccolo Chad è accudito dai nonni che hanno rispettato e accompagnato con amore questa giovane che ha donato nel vero senso della parola la vita alla propria figlia.  Una storia dolorosa, ma piena di vita.

Non sottovalutare la pericolosita’ dell’hashish/marijuana

Dopo che il 12 febbraio la Corte costituzionale ha accolto il ricorso di una persona trovata in possesso di 3,8 chili di hashish e ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcuni articoli della legge Fini- Giovanardi, molti politici e organi d’informazione hanno inneggiato alla sua “abolizione” e in particolare alla presunta sconfessione dell’equiparazione tra droghe leggere e pesanti. Di fatto, la dichiarazione di incostituzionalità ha riguardato solo la procedura di conversione del decreto-legge e non è entrata nel merito del contenuto della legge stessa.

In questa occasione sono state avanzate richieste di una politica più liberale nei confronti delle droghe.Anche in altri paesi vi sono lobby che si impegnano per la depenalizzazione se non per la legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti o per lo meno di quelle contenenti cannabinoidi, le sostanze attive presenti nell’hascisc e nella marijuana. Di fronte alle proposte di legalizzazione della marijuana negli USA, la più importante società americana di medicina delle dipendenze, l’ASAM – American Society of Addiction Medicine, ha elaborato nel 2012 un “Libro bianco” per controbattere le tesi a favore della droga e per mettere in guardia politici e opinione pubblica dai pericoli della sua legalizzazione.

L’ASAM sostiene che il consumo di marijuana non è innocuo, che è nocivo alla salute e può provocare dipendenza e disturbi psichici anche gravi, come le psicosi, e un peggioramento dei loro sintomi, influenzandone negativamente il decorso. L’effetto nocivo sul sistema nervoso centrale è tanto più accentuato quanto più precoce è l’inizio del consumo, per questo l’Accademia americana di pediatria sostiene che «basandosi sull’esperienza con alcool e tabacco la legalizzazione della marijuana avrebbe un effetto negativo sulla gioventù». L’effetto della marijuana diminuisce la capacità di eseguire correttamente prestazioni complesse, come la guida di un veicolo a motore, ed effettivamente incidenti, feriti e morti sulla strada dovuti alla marijuana costituiscono attualmente uno dei maggiori rischi per la sicurezza stradale negli Stati Uniti. Un argomento invocato a favore della legalizzazione è l’effetto positivo su sintomi di alcune malattie, per esempio su dolori e spasmi muscolari della sclerosi multipla.

L’ASAM ritiene opportuno studiare il profilo di azione dei componenti attivi della marijuana (sono molte decine) e, individuati quelli più efficaci e con meno effetti collaterali, preparare medicinali standardizzati, che, dopo la registrazione come avviene per tutte le altre medicine, vengano venduti in farmacia su prescrizione medica. Analogamente a quanto avvenuto con l’effetto analgesico dell’oppio: partendo dalla struttura della morfina l’industria farmaceutica ha sviluppato analgetici anche cento volte più potenti e molto più maneggevoli nella terapia.

Questo è anche il parere del Comitato permanente del Senato degli USA sul controllo internazionale delle droghe: «Noi crediamo che la migliore via sia quella di concentrare le risorse per lo sviluppo di medicine alternative in un processo regolato dalla Federal Drug Administration – cioè l’organo di controllo sulla registrazione dei medicinali – piuttosto che legalizzare la marijuana». L’ASAM riconosce che attualmente i danni provocati da alcool e tabacco possono essere superiori a quelli provocati dalla marijuana, ma ricorda al proposito il parere del College on Problems on Drugs and Dependance: «I costi per la salute delle droghe illegali possono ben raggiungere o superare quelli di alcool e tabacco se viene modificato il loro stato legale e il loro uso aumenta bruscamente».

Secondo il “Libro bianco” tale aumento sarebbe inevitabile poiché il consumo di una sostanza correla con la percezione della sua pericolosità e con la facilità con cui può essere acquistata. Il “Libro bianco” mette anche in dubbio la tesi che la legalizzazione eliminerebbe il traffico illegale e quindi il coinvolgimento della criminalità organizzata. I progetti di legalizzazione prevedono una tassazione della marijuana analoga a quella dell’alcool e del tabacco, ma il corrispondente aumento del prezzo al consumo continuerebbe a rendere attraente il traffico per la criminalità organizzata, eventualmente interessata in modo particolare a quei consumatori, come i minori, esclusi dall’acquisto legale.I rischi di tutte le complicazioni sarebbero poi aggravati dal fatto che nel corso del tempo sono state selezionate specie di piante con una percentuale di componenti attivi più elevata. E dal gennaio del 2013 in Olanda marijuana con un contenuto elevato del componente attivo THC- tetraidrocannabinolo viene considerata come una droga pesante. Il “Libro bianco” arriva quindi a queste conclusioni:

L’uso della marijuana non è né sicuro né innocuo. La marijuana contiene cannabinoidi psicoattivi che producono in alcuni consumatori una sensazione di piacere, in altri un senso di disagio e in altri consumatori perfino idee di persecuzione. I cannabinoidi interagiscono con circuiti cerebrali con modalità simili agli oppiacei, alla cocaina e ad altre droghe che danno dipendenza.

Disturbi provocati dal consumo di marijuana sono un problema di salute serio e diffuso.- L‘uso di marijuana è associato a effetti collaterali per la salute, come il danno di organi e tessuti specifici e deterioramento del comportamento e delle funzioni neurologiche. In particolare può peggiorare la capacità di assolvere compiti complessi, come la guida di un veicolo a motore.

Incidenti, decessi e feriti dovuti alla marijuana costituiscono attualmente uno dei maggiori rischi per la sicurezza stradale negli Stati Uniti.

La legalizzazione della marijuana porterebbe probabilmente l’opinione pubblica in generale, e i giovani in particolare, a considerare la marijuana meno dannosa di quanto non lo sia. Una diminuzione della “percezione dei pericoli” associati all’uso della marijuana causerebbe una crescita della percentuale dei consumatori e un aumento dei disturbi dovuti al suo uso, compresa la dipendenza.

L’uso di marijuana è associato a un incremento dell’incidenza di psicosi e al peggioramento dei sintomi. Facilitare la disponibilità e l’accesso alla marijuana molto potente provocherebbe un amento della percentuale dei consumatori e potrebbe causare un aumento della percentuale di disturbi psicotici.- Un aumento dell’incidenza e della gravità di disturbi collegati al consumo di marijuana, compresa la dipendenza, aumenterebbe la domanda di servizi di cura. Già ora, nella nostra nazione i servizi di cura delle dipendenze non sono adeguati per affrontare le richieste correnti di terapia.

Entrate previste provenienti dalla tassa sulla marijuana legale sarebbero molto minori dei costi provocati dal maggior consumo di marijuana e probabilmente non sarebbero destinate a queste necessità, così come le entrate delle tasse su tabacco e alcool non sono destinate ai costi sanitari provocati dal loro consumo.

(A cura del dott. Ermanno Pavesi, Segretario generale della FIAMC – Federazione Internazionale della Associazioni dei Medici Cattolici)

*Fonte: http://www.asam.org/

http://www.fiamc.org/bioethics/marijuanamarihuana/

Uno spinello che male vuoi che faccia…

Ormai da qualche anno sono chiamata in alcune scuole a tenere delle lezioni ai ragazzi delle medie inferiori di “prevenzione” alla tossicodipendenza e alle malattie sessualmente trasmissibili.
Ogni anno che passa, la prima cosa che noto con crescendo sempre maggiore è di come ragazzi di 13-14 anni siano sempre più informati, meglio disinformati, sul mondo delle droghe; sempre più ne parlano con disinvoltura e sempre più hanno già fatto conoscenza, fortunatamente molto spesso indirettamente, di cosa siano le droghe.
L’argomento su cui ci si sofferma di più è l’utilizzo, le conseguenze, gli effetti collaterali dello spinello, perché molti di loro già ne hanno fatto uso (anche se non lo dicono) o perché in casa amici o genitori ne fanno uso costante… E allora l’interesse cresce.
Uno studio promosso dal Consiglio d’Europa qualche mese fa diceva che il 43% degli studenti italiani, comprese le scuole medie superiori, aveva fato uso almeno una volta di marijuana o di hascisc.
Questo dato deve far riflettere sul perché i ragazzi fumano “canne” e quali danni produce questa sostanza che di leggero non ha proprio niente…
In età preadolescenziale i ragazzi hanno già a disposizione soldi da spendere a proprio piacimento. Accanto ai cellulari, ai vestiti firmati, all’alcool, questi soldi vengono spesi anche per gli spinelli. La marijuana attira perché è un modo di trasgredire, di mettersi contro qualcuno, di sballare, di infrangere il codice sociale e familiare. Per alcuni ragazzi iniziare a fumare le “canne” significa staccarsi da un mondo programmato dagli adulti, e così immaginare di essere diversi, capaci di infrangere alcune regole ritenute inutili e limitative. Ma l’esperienza dello spinello non è quasi mai limitata a se stessa.
Chi ha esperienza di lavoro tra i tossicodipendenti dice che quasi il 100% di coloro che hanno fatto uso di eroina e cocaina, hanno iniziato usando e abusando di marijuana o hascisc. Molti incominciano per gioco o curiosità con gli spinelli e sono diventati dipendenti da tutte le altre sostanze stupefacenti, perché la dipendenza psichica da una droga, apre all’altra.
Inoltre è giusto informare i giovani e i genitori che il principio attivo Thc.(cannabinolo), presente in queste sostanze attualmente in commercio e falsamente dette “leggere”, è ormai passato dal 5% al 15%. Ciò significa che le sostanze cannabiche in circolazione, risultano davvero pericolose alla salute fisica e psichica.
Gli spinelli producono momentanee sensazioni di benessere psico-fisico, ma riducono la capacità di concentrarsi, di apprendere e di ricordare, così da compromettere sensibilmente la maturità e il rendimento scolastico; illudono i contatti relazionali che sembrano immediati e facili sotto l’effetto della sostanza, ma che poi vengono meno favorendo uno stato di depressione reattiva; determinano l’incapacità di controllare e di regolare gli impulsi con il pericolo di rendersi responsabili di gesti violenti.
Sono stati segnalati casi in cui si sono scatenati episodi allucinogeni e stati psicotici irreversibili. Sono ormai parecchi i casi di giovanissimi che presentano disturbi psichiatrici per aver usato e poi abusato di “spinelli”.
Di fronte a tutte le droghe occorre essere intolleranti, bisogna finirla con il dire che bisogna distinguere tra droga e droga; è necessario rendere chiaro a tutti, senza confusione e pressappochismo, che qualsiasi tipo di droga fa male.
A volte papà e mamme passano ai loro figli gli “spinelli” e li fumano insieme; oppure insegnanti sostengono che una “canna” disinibisce e apre le “piste cerebrali”: non si rendono conto del male che fanno…
E’ necessario che sia sempre più evidente nel mondo la possibilità di vivere il quotidiano affrontando le difficoltà, i problemi, le gioie con speranza.
Ma questa Speranza l’uomo da solo non riesce a darsela.
Visto che si sta parlando di droga, vorrei ricordare come qualcuno un po’ di tempo fa ha affermato e come molti ancora oggi credono, che la religione è l’oppio dei popoli. L’oppio dei popoli è ben altro, è la non conoscenza della realtà, è il far vedere al popolo una parte sola della realtà e quella che si vuole (ma di questo magari parleremo un’altra volta…).
Chi vive “la religione” quotidianamente, o almeno ci prova, (la mia esperienza è di quella cattolica), sa che questa permette di far vivere ogni condizioni della vita, dalla più gioiosa alla più dolorosa dandole un senso, una direzione, sapendo che non è inutile, ma “serve” a chi è il creatore e conduce la storia di ognuno per mano. La vita va affrontata giorno per giorno, i problemi non vanno dimenticati, non c’è niente al mondo che li cancella; ma c’è qualcosa, meglio Qualcuno che permette di affrontarli, di dar loro il giusto peso; il giusto senso, la giusta fatica… allora rifugiarsi nell’oblio momentaneo e fittizio serve solo a raddoppiare la fatica e a non far godere il bello che la vita è in ogni condizione…
Allora, cari adulti, forza e coraggio: che questo positivo dell’essere adulti; che questa bellezza di un vita vissuta e affrontata quotidianamente senza risparmio possa essere vista dai nostri ragazzi, che chiedono solo di essere “educati” al vero, al buono e al bello… perché per questo è fatto l’animo nostro…
Annamaria Brambilla

da: http://www.culturacattolica.it

Droga: una definizione in tre punti

droga1Secondo il Glossario di Bioetica, la droga è un attacco all’integrità del corpo. E’ un evento da contrastare e prevenire, e da non sottovalutare mai

Droga: Sostanza non nutritiva usata per aumentare momentaneamente le capacità mentali o per estraniarsi dalla realtà. Esistono vari tipi di droga, ognuno dei quali ha rischi per la salute non solo legati alla perdita di contatto con la realtà.

Realismo

Il termine viene dall’olandese «droog» che significa «secco», aggettivo usato per indicare appunto la pianta seccata da cui si estraggono i farmaci. Le droghe da «ricreazione» sono sostanze che vengono assunte per avere delle sensazioni euforizzanti  o per estraniarsi dall’ambiente. Molte droghe danno effetti collaterali gravi e spesso dipendenza da cui è difficile uscire. La caratteristica delle droghe da “ricreazione” è che non costituiscono nutrimento né hanno un’attività curativa. Alcuni loro derivati possono essere utilizzati come antidolorifici, ma esistono pareri difformi come ad esempio quello dell’American Accademy of Pediatrics (vedi riferimenti). Anche tabacco e alcol possono essere pericolose e per questo i cittadini vanno messi in guardia anche da queste sostanze; ma il tabacco non ha una proprietà di estraniare dall’ambiente così come non l’ha l’alcol a dosi moderate (l’alcol a dosi moderate può essere considerato un alimento); sono dunque alcol e tabacco differenti dalle droghe d’abuso, ma nondimeno sono rischi da conoscere.

La ragione

A chi interessa parlare solo di liberalizzazione o penalizzazione? Questo è il binomio – angusto in verità -che interessa la politica; questa si divide disputando se penalizzare vietando coltivazione, produzione e/o consumo delle droghe o se liberalizzare e forse così togliendo lo spaccio dalle mani della malavita. In realtà questo dibattito nega un terzo livello della discussione – i due suddetti aspetti in definitiva sono due facce della stessa medaglia -: la domanda del perché la persona si droga, perché è un fenomeno generalizzato. Questa domanda porterebbe ad intervenire ad un livello più profondo e dunque più efficace: la coscienza dell’insoddisfazione e della solitudine giovanile, che però non si vuole affrontare: molto più facile limitarsi a liberalizzare o solo a far intervenire la polizia. Ma il vuoto di senso dei giovani e dei padri dei giovani (quelli che hanno fatto il ’68 comunista e ora sono la ricca borghesia) non lo affronta nessuno, la gente resta sola con tre soli ideali: autonomia, successo e perfezione fisica. La droga non si può combattere se non si riconosce e combatte questo vuoto.

Perché la droga è un pericolo?
In primo luogo per il rischio di malattie psichiatriche e problemi sessuali maggiori della media, tanto che la legalizzazione stessa è sconsigliata dai pediatri americani. La marijuana, pur definita droga leggera, porta ad un rallentamento dei riflessi, oltremodo pericoloso per chi svolge certe attività di precisione o per chi guida; e il rallentamento dei riflessi non si risolve “aspettando che passi l’effetto”, perché dura diversi giorni dopo l’assunzione. In Francia si contano oltre 200 morti all’anno per incidenti dovuti alla cannabis. Attenzione maggiore per la salute, dunque, deve essere richiesta, evitando sciocche banalizzazioni di queste sostanze; ma anche se non “facesse male alla salute”, come pensare che il giovane consideri normale qualcosa che lo isola dal mondo proprio nell’età in cui dovrebbe conoscere e costruire e intraprendere?

Il sentimento

Non è vero che per parlare di droga bisogna averla usata; per parlare di droga bisogna aver vissuto o conosciuto il disagio sociale o personale e domandarsi cosa davvero vuole chi sta male “dentro”. Sembra talvolta invece di trovarci in una società che abbandona invece di una società che abbraccia: come può essere credibile parlare di lotta alla droga in questo clima culturale?

Di Carlo Bellieni  – Zenit

per aiutare una famiglia o una persona con problemi di droga:
www.comunitacenacolo.it

La storia dell’abitino di Domenico Savio

34-Abitino-S-Domenico-Savio-2Oltre che per i prodigi eclatanti che lo hanno innalzato alla gloria degli altari, San Domenico Savio è venerato da decenni dalle gestanti di tutto il mondo per le grazie ottenute con il cosiddetto “abitino”. Specie nel caso di parto difficile, si mette al collo della mamma in attesa un’immagine del Santo, racchiuse in una piccola confezione di seta appesa ad un nastro pure di seta, immagine già benedetta ed impreziosita da una reliquia. Questo è l’abitino, fatto di vari colori (rosa, azzurro e bianco) che, sovente, a parte felicemente concluso, viene portato dalle mamme nella basilica torinese di Maria Ausiliatrice, presso la tomba di Domenico, divenuto per questo anche il “Santo delle culle”. Questa usanza gentile nasce da un avvenimento straordinario, riferito sotto giuramento ai giudici ecclesiastici da Teresa Savio, sorella del Santo. Occasione per la devozione dell’abitino, dunque, fu la nascita di una sorellina di Domenico, avvenuta sei mesi prima della sua morte. Nella circostanza, ispirato dalla Vergine di cui era devotissimo, il Santo partì da Torino per far visita alla madre, in grave travaglio e pericolo a causa del parto imminente e le mise al collo di nascosto un nastro rosa cui era attaccato un pezzo di seta piegato in due, con il volto di Maria, cucito come un “abitino”.

Le difficoltà e i problemi della mamma svanirono d’incanto e la sorellina venne felicemente alla luce. L’evento prodigioso operato da Domenico per intercessione della Madonna rivela così un’altra missione, tenera e sublime, affidata da Dio al Santo, iniziata con sua madre e, che per suo espresso volere, continua nel tempo con gli “abitini” indossati dalle partorienti. Purtroppo, il primo prezioso “abitino” del Santo è andato perduto, ma il patrocinio di Domenico per le mamme e per le culle risplende anche oggi. E il “Bollettino Salesiano” segnala mensilmente le grazie più belle ottenute dalle mamme e dai bimbi per intercessione del piccolo grande patrono, evidentemente molto caro al cuore dell’Onnipotente. C’è da aggiungere che gli “abitini” sono a disposizione di chiunque ne faccia richiesta presso le parrocchie e le comunità salesiane, confezionate a cura della Direzione Generale delle Opere di Don Bosco.

E’ ovvio che l’iniziativa è certo un mezzo privilegiato per diffondere la devozione per Domenico Savio ed ottenere, per suo tramite, i favori celesti, ma – come è stato giustamente evidenziato dalla Congregazione Salesiana – la pratica da sola non basta. Perché, lo sappiamo bene, il Signore dell’imprevedibile concede le sue grazie ai cuori che lo implorano con fede e speranza, attraverso la preghiera che sgorga dalla carità e da una vita secondo il Vangelo. Questo non dobbiamo scordarlo mai!

Perche’ ho lasciato il Wall Street Journal per il Bronx

Jose HealeyJose Healey, messicano, ha rinunciato a Manhattan e alla sua promettente carriera nel prestigioso quotidiano Wall Street Jornal per un’altra vita nel quartiere newyorkese del Bronx.

La sua vita ha subìto una svolta. E non solo la sua. Il Crotona Centre riscatta bambini di strada e propone loro una vita diversa. Ecco come ci riesce.

Perché ha lasciato il WSJ e se ne è andato nel Bronx?

La verità è che ho sempre avuto un grande desiderio di aiutare i giovani, perché sono il futuro della società.

Ad essere sincero, il mio sogno, da giornalista e aspirante al giornalismo, è sempre stato quello di lavorare al Wall Street Journal. Ci sono riuscito. Quasi non ci credevo. È un quotidiano molto buono, ed è difficile entrarvi.

Ma mi interessava avere un impatto più diretto sui giovani. È ovvio che il giornalismo ha un impatto sociale impressionante, ma si è presentata questa opportunità di avere un impatto più diretto sui giovani e di poter formare i bambini in una zona, il Bronx, in cui hanno molti svantaggi.

Le piacerebbe che qualcuno dei ragazzi del Bronx lavorasse al Wall Street Journal?

Ne sarei felicissimo. E il bello di questo tipo di lavoro è anche questo. A volte potrei pensare di aver perso l’opportunità di essere un grande giornalista, un reporter o un corrispondente, ma nel corso degli anni si possono formare molti giornalisti, e con il favore di Dio e con lo sforzo che mettiamo possono arrivare lontano, anche ai migliori quotidiani degli Stati Uniti e del mondo.

Non si può essere una brava persona in un quotidiano?

La mia decisione non è stata tanto un modo per ripulirmi la coscienza o dire “Senti, sono nel mondo del giornalismo che è brutto, o ha tanti vizi, e ora ho bisogno di fare qualcosa per la comunità”. No.

Il giornalismo è anche un veicolo per il bene, per influire positivamente sulla società. Lavorare nel Bronx con i bambini è una cosa che mi ha sempre affascinato.

Quello che succede qui nel Bronx è che entrambi i genitori lavorano, a volte il padre non è presente o è stato deportato o ha dovuto andare via. Molti provengono dalla Repubblica Dominicana.

La storia delle bande di strada è un mito dei film?

C’è la cattiva influenza delle bande, chiamate gang, o gente che vende droga e si vede mentre cammina nella zona, allo scoperto, non è nascosta.

C’è un’altra opzione. Possiamo insegnare ai bambini che possono avere una vita molto più felice seguendo il buon cammino delle virtù e dei valori, il cammino del bene.

Non ci chiudiamo ad alcuna religione, accettiamo bambini di qualsiasi credo, non ci limitiamo solo ai cattolici.

Pregare a Manhattan è lo stesso che farlo nel Bronx?

Dio è lo stesso, e prego nello stesso modo a Manhattan e nel Bronx. Forse nel Bronx prego di più, perché mi rendo conto che ho bisogno di stare più vicino a Dio per aiutare la gente che sto assistendo. Anche a Manhattan assisto persone, ma qui ci sono cose più difficili.

Il papa delle periferie la attira?

Questo è un papa che ha enfatizzato molto il fatto di andare ad aiutare la gente povera, di andare verso la gente, verso le periferie, e poi, al di sopra di tutto questo, c’è l’Anno della Misericordia. Per me è quasi come una conferma della mia decisione, del fatto che mi trovo nel posto giusto. Mi piace moltissimo questa idea, e sento che in qualche modo mi sento più motivato a stare qui, sostenuto dal papa e sapendo che sta pregando per noi.

Cos’è la misericordia in un contesto come il Bronx?

Quando penso alla misericordia mi piace pensare alla bontà di Dio. Per quanto possiamo essere miserabili, piccoli, limitati, con difetti, abbiamo un padre che ci ama più di tutte le madri del mondo.

Per me la misericordia è pensare che Dio è lì per aiutarmi e per fare ciò che Egli vuole, e ogni volta che cerco di fare il meglio, in questo caso per aiutare gli altri e vivere una vita cristiana, Dio, mio padre, è lì, ad appoggiarmi in tutto.

da: http://it.aleteia.org

Cause che portano al fenomeno droga (Bruto Maria Bruti)

papa_francesco_no_drogaSi possono riassumere varie cause che sono all’origine del problema.

1) Crisi della famiglia.

Tutte le ricerche concordano sul fatto che la situazione familiare dei giovani tossicodipendenti è perturbata nella maggioranza dei casi.
Il 65% dei giovani drogati presenta una deprivazione parentale: assenza di uno dei genitori per morte o per separazione.
Per vari motivi, dovuti alle condizioni culturali e lavorative della vita moderna, i genitori sono scarsamente a contatto con i figli: si tratta di un’assenza fisica ed educativa che, di fatto, ha trasformato il focolare domestico in un luogo-dormitorio. Nelle grandi città la figura della madre è quasi completamente scomparsa. Le ricerche di neuro-psichiatria infantile ( in particolare René Spitz ) e quelle di fisiologia del comportamento ed etologia umana ( in particolare Irenaus Eibl-Eibesfeldt ) hanno dimostrato che il neonato ha bisogno di identificarsi con una figura materna stabile fino al 3° anno di età: si tratta di una predisposizione genetica che necessita, per lo sviluppo di una personalità normale, di un legame individualizzato che non può essere realizzato dalle assistenti degli asili nido o dei brefotrofi. Infatti le assistenti di questi istituti sono nell’impossibilità di poter instaurare un legame individuale con i singoli neonati e, inoltre, la loro figura non è stabile perché le assistenti ruotano in base ai turni.
Poiché la madre di oggi non può dedicare tutto il suo tempo al piccolo, si manifestano quasi inevitabilmente, in misura più o meno accentuata, quei fenomeni che René Spitz raccoglie nella cosiddetta – sindrome di ospedalizzazione -. Il sintomo più grave è costituito da una marcata e talvolta irreversibile difficoltà a stabilire contatti umani.
L’educazione familiare può essere sbagliata e può anche formare in modo deviato un individuo ma le ricerche scientifiche più recenti dimostrano che ogni istituto alternativo alla famiglia è di per sé nocivo alla formazione della personalità.
Senza legami familiari e personalizzati l’individuo perde la capacità di nutrire amore per la società. Solo l’uomo che ha avuto una famiglia è capace di vedere se stesso come un valore e di vedere dei fratelli negli altri uomini.
Una statistica sulla diffusione della droga rivela che la maggior parte dei giovani tossico-dipendenti appartiene alle categorie superiori ( 25,6% ) mentre il minor numero dei giovani tossico-dipendenti si riscontra tra gli appartenenti alle famiglie contadine ( 1,5% ).
Konrad Lorenz ( lo scienziato del comportamento animale ) nota che, nel mondo moderno, fatta eccezione per gli ambienti dei contadini e degli artigiani, mancano tutti quegli elementi che caratterizzano l’esistenza stessa della famiglia e cioè una certa unione, un certo focolare, una divisione gerarchica dei compiti e dei ruoli fra marito e moglie. (11)

2) Problemi affettivi

La gran parte dei tossico dipendenti è costituita da individui che hanno molto bisogno di affetto ma non riescono a soddisfare questa necessità in modo normale.

3) Mancanza di autostima

Molti tossicodipendenti hanno un forte comlpesso di inferiorità, conducono una vita solitaria, non traggono soddisfazione né dalle relazioni sociali né dalle relazioni sentimentali e solo con la droga riescono ad aumentare la loro autovalutazione fino ad un livello tollerabile.

4) Erotismo e pornografia

Quando il sesso viene separato dall’amore e dalla tenerezza esso produce insoddisfazione ed ossessione: si ha un innalzamento della soglia del desiderio sessuale che richiede un continuo aumento dello stimolo per ottenere il medesimo effetto. Il consumismo sessuale, la cultura dell’erotismo e della pornografia favoriscono lo sviluppo di personalità dipendenti che non riescono a trovare un appagamento psico-fisico nella vita reale.

5) Il fenomeno delle emigrazioni

Le migrazioni dalle campagne verso le città e le migrazioni di popoli, con tutte le loro implicazioni ( disadattamento, perdita dell’identità, criminalità, disoccupazione ), contribuiscono alla crescita del fenomeno della droga.

6) Divertimenti di massa di tipo passivo

Sport in chiave di spettacolo, televisione, cinema, realtà virtuale distolgono l’individuo dall’esercizio sportivo, dalla lettura, dal godimento che il corpo e la mente traggono dal libero movimento all’aria aperta. La diminuzione della lettura ( che comporta un continuo dialogo con se stessi ), l’esposizione troppo prolungata ai programmi televisivi e alla realtà virtuale producono una modificazione della personalità consistente in : A) riduzione della capacità di attenzione B) riduzione della capacità di concentrazione C) riduzione della capacità di ragionare D) riduzione della capacità di collegare il presente con il passato e con il futuro con formazione di un interesse che si indirizza solo alle soluzioni immediate.
Questa situazione porta alla ipertrofia degli istinti, alla anestesia della coscienza, alla riduzione della logica e della volontà e predispone alla fuga nella tossicodipendenza.

7)  Materialismo pratico

Nel medioevo- cristianità romano germanica – è stata assente la tentazione della droga mentre essa è tipica del mondo moderno.
La droga sembra prendere il posto della ricerca religiosa che nasce dalla naturale tendenza dell’uomo verso l’assoluto.
Lo scrittore Aldous Huxley, che aveva contribuito a diffondere la cultura della droga negli USA, aveva colto questo aspetto della droga come surrogato spirituale. Egli scriveva che quando gli uomini mancano di trascendere se stessi con la religione essi sono indotti a ricorrere alle droghe.
Se per Marx, scrive Huxley, la religione è l’oppio del popolo, nel mondo nuovo, nel mondo dell’ateismo pratico sarà il contrario e cioè l’oppio sarà la necessaria religione del popolo.
Come la religione, la droga avrà il potere di consolare, di ripagare, evocherà visioni di un mondo diverso, migliore, offrirà la speranza

Possiamo provare a riassumere schematicamente quell’atteggiamento religioso tipico dell’essere umano di cui la droga sta diventando il surrogato

A) aspirazione all’infinito

B) ricerca dell’unione con Dio attraverso la preghiera

C) speranza di un mondo migliore

D) umile e paziente rassegnazione di fronte al dolore quando non può essere evitato

E) potere consolatorio che nasce dal dare un senso alla sofferenza.
Ogni sofferenza,, che deve essere combattuta per quanto è possibile, viene tuttavia vista dall’uomo religioso come una prova permessa da Dio e come una possibilità di realizzarsi ad un livello più alto. L’uomo religioso riconosce di essere radicalmente bisognoso di salvezza, si accetta come creatura povera e limitata, si affida totalmente a Dio, imita Cristo e lo sente personalmente vicino: abbracciando la croce sa di abbracciare il crocefisso, unito a Lui diventa segno della sua presenza e strumento di salvezza per gli altri.
“-Ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo”-(Giovanni Paolo II).

F) Amore preferenziale verso Dio, che viene coltivato e nutrito attraverso la pratica dei sacramenti, e che è l’unico amore in grado di riempire il cuore dell’uomo.

G) Capacità di vivere nel mondo ma nello stesso tempo distacco dal mondo che rimane un luogo di esilio e una valle di lacrime.

H) Capacità di agire per amore di Dio collaborando ai misteriosi disegni della Provvidenza. Questa azione è particolarmente libera perché evita di essere preoccupata per i risultati in quanto questi vengono affidati e lasciati alla volontà di Dio.

I) Affidamento a Dio di ogni giustizia definitiva di fronte a tutte quelle ingiustizie umane che restano impunite e senza una soluzione definitiva. (12)

Bibliografia:

10) Enrico Malizia op cit pag 20-24, 50-55, 62-63, 80-84; G. Campailla, op cit, pag 100-108; Umberto Galimberti, Il tormento e l’ecstasy, La Repubblica 5 dicembre 1995, pag 35.

11) J. De Ajuriaguerra, Manuale di psichiatria del bambino, Masson, Milano 1987 pag 48-60, 527-537;cfr Giuseppe Campailla, op. cit., pag 97-98 ;
Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Adelphi, Milano 1974, pag 73, 101-108;
Irenaus Eibl-Eibesfeldt, Amore e odio, Adelphi, Milano 1996, pag 257-258, 261-264, 280-283;
E. Borgognoni Castiglioni, op cit, pag 11.

12) Corrispondenza Romana, Roma 26 Agosto 1995 n.450;
Italo Vaccarini, Alcuni indicatori di crisi nella società occidentale, Sociologia della cultura, in Aggiornamenti sociali 6/1995, pag 471-472 ;
E Borgognoni Castiglioni, op cit, pag 5, 9-12;
Donata Francescato, Quando l’amore finisce, Il Mulino, Bologna 1992, pag 20-27;
Joseph Ratzinger, Svolta per l’Europa, Paoline, Milano 1992, pag 14-16;
Aldous Huxley, Le porte della percezione, Paradiso e inferno, Mondadori, Milano 1993 pag 76; Il Mondo nuovo-Ritorno al mondo nuovo, Mondadori, Milano 1991, pag 296;
CEI, La verità vi farà liberi, Libreria Vaticana 1995, n.1020, 1021;
Giovanni Paolo II, Salvifici doloris n19.

Ascolta questi cuori generosi (Giovanni Paolo II)

1978-Giovanni-Paolo-II-nella-sua-prima-apparizione-ufficiale-a-Castel-Gandolfo_h_partbO Signore Gesù Cristo,
ascolta questi giovani cuori generosi!
Continua a insegnare
a questi giovani
la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini!
Rendili gioiosi testimoni della tua verit
e apostoli convinti del tuo Regno!
Sii con loro sempre,
in particolare quando seguire te e il Vangelo
diviene difficile e arduo!
Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!
O Signore Gesù,
hai fatto di questi giovani degli amici tuoi:
tienili per sempre vicino a te!

(Pellegrinaggio in Terra Santa, 24 marzo 2000)

(Giovanni Paolo II)

Giovanni Paolo II e la felicita’

JOHNPAULii YOUNGFelicità. Sì, che si possa vivere perfino l’agonia non solo con pace, ma addirittura con letizia, come Karol Wojtyla, è – letteralmente – una cosa dell’altro mondo dentro questo mondo. “Morte dov’è la tua vittoria?”, gridava san Paolo, trionfante dopo la resurrezione di Gesù. Fra quelle colonne e quegli affreschi della Santa Sede dove il papa poeta, il papa che fu minatore, filosofo, il papa profeta e martire della libertà e della dignità umana sta entrando nella vita vera, lì a trionfare è Gesù Cristo, Colui che disse “Io sono la vita”.

La vittoria della morte è altrove, nel resto del mondo, dove essa ancora terrorizza. A una loffia e crudele società laica che è così terrorizzata dalla malattia e dalla morte da pretendere di eliminare tutte le povere Terri Schiavo, non riuscendo più a carezzare un volto sofferente, non sapendo più stringere una mano, non volendo pregare insieme e gustare ogni istante della vita, questo gigante del nostro tempo, Karol Wojtyla, spalanca un orizzonte immenso e ancora una volta grida: “Non abbiate paura!”.

Neanche dell’agonia e di sorella morte, piccolo dolorosa ostetrica che fa nascere alla vita vera. Le ultime parole che il nostro amatissimo papa, il papa della nostra giovinezza ci consegna sono comunque queste: “non abbiate paura!”. Ce ne sono anche altre che forse ha consegnato nelle settimane scorse alle suore polacche che gli sono state vicino o forse ha sussurrato e che comunque esprimono la serena determinazione delle sue ultime ore: “Sono lieto, siatelo anche voi. Preghiamo insieme con letizia. Alla Vergine Maria affidiamo tutto lietamente”.

In due righe quattro volte la parola letizia. Possibile che nel diluvio di chiacchiere dei commentatori nessuno si lasci stupire? Quella di queste ore non è la cronaca di un’agonia, ma un’esplosione di vita, una gloriosa festa di nozze. Uno spettacolo stupefacente per gli angeli e gli uomini. Come è uno spettacolo tutta la Chiesa di Dio ai quattro angoli del pianeta che abbraccia e accompagna il suo grande papa alla vita vera. Non a caso la Chiesa chiama il giorno della morte “dies natalis”, il giorno della nascita.

La morte di un santo, cioè di un cristiano è questo trionfo. Pur nei “dolori del parto”, pur nelle lacrime degli amici per il momentaneo distacco, è una preparazione piena di fervore ed emozione come l’attesa dello sposo per la sposa: “come un giovane sposa una vergine”, dice la Scrittura.

Quante volte, nei suoi viaggi, il volto forte e bello del nostro papa è stato colto dalle telecamere come fosse distratto davanti a milioni di persone. Guardava i popoli che accorrevano da lui, ma sembrava come scrutare l’orizzonte. Non era distratto in pensieri suoi, ma era evidentemente assorto su un volto, su un nome, attraverso il quale guardava tutte le folle a lui affidate: il volto e il nome della bella ragazza di Nazaret a cui lui si era consacrato e a cui affidava tutta quella povera gente, tutti i loro desideri, il loro dolore, le loro vite (così come al suo abbraccio si è affidato nelle ultime ore).

“Così sempre distratto d’attesa,/ come se tutto t’annunciasse un’amata”, dice un verso di Rilke. E sembra descrivere com’è il volto di un cristiano, di un santo. Il volto di Karol Wojtyla. Totus tuus, aveva promesso alla dolce ragazza di Nazaret fin da giovane, fin dai tempi in cui faceva il minatore, studiando di notte per il seminario clandestino che frequentava, aiutato dagli amici operai. Era un impegno di amore fedele. Ed è stato “totus tuus” fino alla fine. Ogni giorno della sua vita ha rinnovato la sua dichiarazione d’amore all’eternamente giovane regina: Maria (la cui iniziale aveva voluto nel suo stemma di principe della Chiesa e disarmato cavaliere del Gran Re).

Venti giorni fa, quando una operazione lo aveva amputato della voce, risvegliandosi, ormai vecchio e spossato alla fine della sua battaglia, aveva scritto su un foglietto: “ma che mi hanno fatto?”. Lo avevano privato della voce. “Comunque” aveva aggiunto “io sono sempre totus tuus”. Che bellezza saper amare così: sotto tutti i colpi della malattia, sotto tutte le ferite, sotto tutte le peggiori sofferenze fisiche (anche quelle dell’attentato quasi mortale), da indomito combattente ha fatto sentire il suo grido di vittoria: “totus tuus”. Dicono i sei ragazzi veggenti di Medjugorje che un giorno la Madonna davanti a loro ha baciato teneramente la foto che ritraeva Karol Wojtyla (l’immagine era su un muro di quella stanzetta) e ha detto che era stata lei stessa ad averlo scelto per la Chiesa e per il mondo.

In questo mese di agonia nessuno statista ha avuto accesso alle stanze della sua sofferenza. Unica eccezione per quelli veramente grandi e importanti: i bambini. Quando don Stanislao al Gemelli andò a salutare i fanciulli del reparto ospedaliero vicino al papa e uno di loro gli disse: “busso a quella porta, ma nessuno apre”, immediatamente il fidato segretario del Papa, conoscendolo da tanti anni, sentì che il cuore del vecchio pontefice si sarebbe letteralmente liquefatto di fronte a quel visino e a quelle parole.
Proprio come Gesù che non resisteva ai bambini e alle madri (ma anche ai padri e ai peccatori, pubblicani o prostitute, e ai ladroni pentiti: non resisteva a nessuno. aveva compassione di tutti). Insomma, ai bambini malati del Gemelli fu dato di arrivare dal papa morente. Che li carezzò e li benedisse sorridendo. E quando fu dimesso, per loro ci furono parole particolari: “lo sapevamo che non ci avrebbe dimenticato”, commentarono quei piccoli re, certi della loro potenza nel Regno dei Cieli dove si entra tutti bambini.

E poi questi ultimi giorni. Le immagini della via crucis al Colosseo e di sfondo il papa, solo nella sua cappella, di spalle, che tiene con le due mani un crocifisso, con il volto di Gesù a pochi centimetri dal suo, quasi aggrappandosi a Lui, il Potente che si è fatto umiliare sulla croce, il trono del dolore. E poi queste ultime ore. Venerdì ha voluto meditare le stazioni della via crucis – come ha fatto tutti i venerdì della sua vita – e recitare le lodi e poi la messa. Un glorioso inno alla vita (che tiene dentro anche sorella morte), alla bellezza (che tiene dentro anche le lacrime del dolore). E poi ha salutato uno per uno i suoi. Dicono i tiggì che “i suoi collaboratori sono andati a salutarlo uno ad uno”. Ma questa è una frase burocratica. In realtà i cardinali sono i suoi amici. I principi, i cavalieri della sua Camelot, che lui ha guidato con sapienza, forza e amore, in nome del Re da tutti amato.

Chi abbia visto una sola volta con quanta stima, tenerezza, venerazione, amore virile il cardinale Ratinzger o il cardinal Ruini parlano di Giovanni Paolo II può forse intuire cos’è l’amicizia cristiana, l’amicizia fra questi uomini grandi a cui è stato dato da Cristo, in un momento della storia, di guidare la sua barca nella tempesta. Cosa si saranno detti, a tu per tu, in quei pochi istanti di saluto con il Papa? Si può solo immaginare la bellezza di una simile amicizia che la morte non spezza affatto, ma separa solo per un attimo. E’ un’amicizia in cui non si ha vergogna o pudore a parlare della morte, ma anzi ci si aiuta, ci si prepara, ci si sostiene: per il grande incontro atteso tutta la vita.

Francesco Saverio, l’intrepido avventuriero che era arrivato fino in Cina per annunciare Cristo, portava sopra sul cuore una lettera con la firma di tutti i suoi amici, i primi sette compagni raccolti all’università di Parigi attorno a Ignazio di Loyola che avevano fondato “La Compagnia di Gesù”.
Anche Karol Wojtyla ha vissuto lo struggimento di chi vuol far conoscere al mondo intero la bellezza dell’amicizia di Cristo. La sola cosa per cui vale la pena vivere.

La vita dura solo lo spazio di un mattino, tutto passa, tutto si perde, si consuma, sparisce: resta solo Dio e la sua casa e la festa che ha preparato nella patria da cui veniamo e a cui torniamo. Loro, i santi, lo sanno:
perciò sono lieti, perfino nella malattia, come noi non sappiamo esserlo nemmeno nella salute. Il passaggio fa un po’ male, ma per quella porta stretta inizia la felicità.

E’ la grande sfida cristiana al mondo: la felicità. Per cos’altro ci affanniamo ogni giorno se non per questo? Ma finché regna la morte ogni gioia è un’illusione crudele. A questa nostra inquietudine, a questa insoddisfazione ha parlato Giovanni Paolo II fin dal primo giorno: “aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”, “solo Lui sa cosa c’è dentro l’uomo”. E poi gridò: “so-lo Lui lo sa!!!”. E’ l’annuncio che il Papa ha ripetuto a tutte le latitudini del pianeta soprattutto ai giovani. E’ specialmente l’annuncio che ha fatto alla mia generazione, che ha avuto l’immensa fortuna di avere un così grande padre e testimone, insieme a tanti altri uomini e donne straordinarie, uomini e donne di Dio, da Madre Teresa a don Giussani. Di fronte a quella loro umanità eccezionale tutti gli aridi discorsi di intellettuali e cattivi maestri sembrano pula al vento. Pensare ai volti di Karol Wojtyla e degli altri uomini e donne di Dio che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e seguire fa scoppiare il cuore di gratitudine. Come si fa a non essere sedotti da quegli uomini, così veri, liberi, così infinitamente più umani di tutti, più affascinanti, più vivi e più lieti.
Così buoni con noi da amare il nostro destino più di quanto sappiamo fare noi stessi.

Quel venerdì pomeriggio quando al Papa hanno detto che piazza San Pietro era strapiena di giovani in preghiera, a migliaia, il Papa è riuscito a sussurrare queste parole per loro: “Vi ho cercato, adesso siete venuti da me e per questo vi ringrazio”.

Ci ha cercato uno ad uno. E ci ha aspettato.

Il Giornale – Antonio Socci

Domenico, il ragazzo santo

sandomenico film«Presto, venga con me»  Dicembre 1856. L’aria è fredda perché è già scesa la notte. Don Bosco, nel suo ufficio, sta rispondendo alle lettere arrivate in giornata, di benefattori, di gente che chiede preghiere, di ragazzi che sono stati suoi amici all’Oratorio e vogliono continuare a parlare con lui. Qualcuno bussa alla porta. – Avanti, chi è? – Sono io – dice Domenico Savio entrando rapido. Ha il volto serio e pensieroso –. Presto, venga con me. C’è una cosa importante da fare. Faccia presto, Don Bosco, faccia presto. Don Bosco esita. Ma guardando Domenico vede che il suo volto, di solito così sereno, è molto serio. Anche le sue parole sono decise come un comando.

Don Bosco («avendo già provato altre volte l’importanza di questi inviti», scrive) si alza, prende il cappello e lo segue.  Domenico scende velocemente le scale. Scrive Don Bosco: «Lo seguo. Esce di casa, passa per una via, poi un’altra, ed un’altra ancora, non si arresta né fa parola; prende infine un’altra via, io l’accompagno di porta in porta, finché si ferma. Sale una scala, raggiunge il terzo piano e suona una forte scampanellata.  – È qua che deve entrare – mi dice. E subito se ne va».  La porta si apre. Si affaccia una donna scarmigliata. Vede Don Bosco e alza le braccia al cielo: – È il Signore che la manda. Presto, presto, altrimenti non fa più in tempo. Mio marito ha avuto la disgrazia tanti anni fa di abbandonare la fede e di iscriversi a una setta anti-cristiana. Adesso sta morendo, e chiede per pietà di potersi confessare, perché ha paura di presentarsi al tribunale di Dio. Don Bosco si reca al letto dell’ammalato, e trova un pover’uomo spaventato e sull’orlo della disperazione. Lo confessa. Gli dà l’assoluzione a nome di Dio. Poche ore dopo quell’uomo muore.

Il giorno dopo, Don Bosco è impressionato da ciò che è accaduto. Come ha potuto sapere quel ragazzo di 14 anni di quel malato e della sua urgenza di mettersi in pace con Dio? Avvicina Domenico in un momento in cui nessuno li ascolta.  – Ieri sera, quando sei venuto a chiamarmi, chi ti aveva parlato di quella povera persona? Allora succede una cosa che Don Bosco non si aspettava. Domenico lo guarda con aria mesta e si mette a piangere. «Non ho più osato fargli altre domande» scrive. Don Bosco capisce che nel suo Oratorio c’è un ragazzo a cui Dio parla.

La stufa di Don Cugliero
L’incontro di Don Bosco con Domenico Savio era stato provocato (oltre che dal Signore) da una grossa stufa: una di quelle stufe di campagna che ingoiano legna e in cambio diffondono un calore onesto e buono. Don Giuseppe Cugliero era l’insegnante della scuola elementare di Mondonio. Domenico, da Morialdo, era arrivato in quel paese con la sua famiglia nel febbraio 1853, e si era subito iscritto alla scuola per finire le elementari.  All’inizio dell’inverno 1853-1854, Don Cugliero aveva detto ai suoi trenta scolaretti: – Venire a scuola al freddo è impossibile. Quindi d’ora innanzi ogni mattina, porterete un pezzo di legno. Li metteremo nella stufa, e così staremo al caldo fino a mezzogiorno. Una mattina del febbraio 1854 nevicava forte. Due alunni arrivarono senza il pezzo di legno. Don Cugliero non c’era ancora, e uno osò dire: – E voi, perché non avete portato la legna?  Quei due ridacchiarono, parlottarono tra loro, e uscirono. Pigiarono della neve fino a farne due grosse pallottole, poi rientrarono portandole sulle braccia. Dissero: – Ecco la nostra legna! Aprirono il coperchio della stufa e buttarono dentro la neve e se la ridevano, mentre quasi tutti gli altri guardavano in silenzio. La stufa fumò, lasciò filtrare un po’ d’acqua e si spense. Quando arrivò, Don Cugliero domandò inviperito: – Chi è stato? Nessuno fiatò, perché i due colpevoli avrebbero picchiato chi parlava. Alla ripetizione della domanda, si alzarono proprio quei due e dissero: – È stato Domenico. Domenico, si alzò stupito. Si guardò intorno come per dire: «Ditegli che non è vero». Ma nessuno alzò gli occhi dai libri. Tanti piccoli vigliacchi.

Don Cugliero disse stupito a Domenico: – Proprio tu! Non me lo sarei mai aspettato. E adesso prendi il libro e vieni a inginocchiarti in mezzo alla classe, vicino alla stufa. Sentirai come si sta bene accanto a una stufa spenta!  Domenico s’inginocchiò dove diceva il maestro e la lezione fu chiusa prima del solito, perché faceva troppo freddo nella scuola. Uscendo dalla scuola, però, qualcuno fu preso dal rimorso, e sussurrò a Don Cugliero: – Guardi che non è stato Domenico. Sono stati quei due là. Don Cugliero cadde dalle nuvole. Richiamò a gran voce Domenico, che era appena partito con i suoi libri. – Ma perché sei stato zitto? Così ho compiuto un’ingiustizia davanti a tutta la classe. Bastava che mi dicessi: «Non sono stato io!». Domenico rispose tranquillo: – Anche il Signore è stato calunniato ingiustamente. E non si è mica ribellato. Don Cugliero rimase così colpito da quelle parole, che pensò tra sé: «Questo è un ragazzo buono sul serio. Gli farò un grosso regalo».  Alcuni mesi dopo prese la carrozza, e si recò a Torino, dove abitava il suo compagno di seminario Don Giovanni Bosco. Lo trovò in un cortile affollato da centinaia di ragazzi.  – Tu di ragazzi ne hai davvero più di me – sorrise Don Cugliero guardando quella splendida baraonda –. Ma io ne ho uno che vale tutti i tuoi messi in fila. E sono venuto per regalarlo al tuo Oratorio. Si chiama Domenico Savio, e noi lo chiamiamo «Minot». Se sai tirarlo su come si deve, ne verrà fuori un sacerdote di prim’ordine! – Anche tra questi che vedi correre e giocare come diavoletti scatenati, ci sono dei veri angeli, sai? Comunque, per me va bene. Io verrò ai Becchi per la festa del Rosario. Fammi incontrare questo tuo piccolo campione con suo padre.

Il figlio della sarta
2 ottobre 1854. Nel cortile, davanti alla sua casetta dei Becchi, Don Bosco vide arrivare Minot con suo papà. Quell’incontro (uno dei più importanti della sua vita) Don Bosco lo narrò come se l’avesse filmato con una cinepresa. «Era… di buon mattino, allorché vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicina per parlarmi. Il volto era ridente, l’aria rispettosa. Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore». Al termine dell’incontro, Don Bosco, sapendo che la mamma di Domenico era sarta, disse: Mi pare che in te ci sia della buona stoffa. – A che può servire questa stoffa? – A fare un bell’abito da regalare al Signore. – Dunque io sono la stoffa, ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un bell’abito per il Signore.

5 parole misteriose
Domenico e suo padre arrivarono a Torino il 29 ottobre 1854. Scesero all’Oratorio attraversando il quartiere di Borgo Dora. Entrarono in un cortile dove giocavano molti ragazzi, e salirono all’ufficio di Don Bosco. Domenico notò subito un grosso cartello alla parete, con cinque parole misteriose: Da mihi animas, coetera tolle.  Quando suo padre ripartì, superata la prima esitazione, Domenico domandò a Don Bosco cosa significassero quelle parole. E Don Bosco, sorridendo, lo aiutò a fare la sua prima traduzione dal latino: «Dammi le anime e prenditi tutto il resto». Era la parola d’ordine che Don Bosco aveva preso diventando sacerdote. «Quand’ebbe capito, Domenico – è Don Bosco che lo racconta – si fece per un istante pensieroso. Poi disse: “Ho compreso. Qui non si cerca denaro. Qui si cercano anime per il Signore. Spero che anche la mia anima sarà del Signore”».

Un biglietto per la Madonna
Alla domenica e nel pomeriggio dei giorni feriali, i prati dell’Oratorio erano invasi da centinaia di ragazzi di ogni genere: venivano a giocare, a imparare qualcosa, a stare con Don Bosco, pronti a divorare la pagnotta della merenda e magari a scappare quando era l’ora di andare in chiesa. Tra quei ragazzi, sovente sporchi e maleducati, Domenico fu subito un amico. Ricordava Giovanni Bonetti: «Faceva il catechismo ai più piccoli nella chiesa dell’Oratorio, e tutti lo ascoltavano volentieri». 8 dicembre 1854, una giornata di grande entusiasmo: il Papa proclama il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.  Domenico, nel pomeriggio di quel giorno, andò in chiesa, si inginocchiò all’altare della Madonna e si consacrò a Lei con queste parole che aveva scritto sopra un biglietto: «Maria, vi dono il mio cuore, fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei; ma per pietà fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato».

La ricetta della santità
Il 24 giugno all’Oratorio si faceva festa: era l’onomastico di Don Bosco. Ognuno cercava di manifestargli il suo affetto, e Don Bosco ricambiava con cuore grande. La sera del 23 giugno 1855 disse ai suoi ragazzi: «Domani volete farmi la festa, e io vi ringrazio. Da parte mia, voglio farvi il regalo che più desiderate. Perciò ognuno prenda un biglietto e vi scriva sopra il regalo che desidera. Non sono ricco, ma se non mi chiederete il Palazzo Reale, farò di tutto per accontentarvi». Quando lesse i biglietti, trovò domande serie e bizzarre. Chi gli chiedeva «cento chili di torrone per averne per tutto l’anno», chi un cucciolo «al posto di quello che ho lasciato a casa». Giovanni Roda, un amico di Domenico, gli chiese «una tromba come quella dei bersaglieri, perché voglio entrare nella banda musicale». Sul biglietto di Domenico trovò 5 parole: «Mi aiuti a farmi santo». Don Bosco chiamò Domenico e gli disse: «Quando tua mamma fa una torta, usa una ricetta che indica i vari ingredienti da mescolare: lo zucchero, la farina, le uova, il lievito… Anche per farsi santi ci vuole una ricetta, e io te la voglio regalare. È formata da tre ingredienti che bisogna mescolare insieme. Primo: allegria. Ciò che ti turba e ti toglie la pace non piace al Signore. Caccialo via. Secondo: i tuoi doveri di studio e di preghiera. Attenzione a scuola, impegno nello studio, pregare volentieri quando sei invitato a farlo. Terzo: far del bene agli altri. Aiuta i tuoi compagni quando ne hanno bisogno, anche se ti costa un po’ di disturbo e di fatica. La ricetta della santità è tutta qui». Domenico ci pensò su. I primi due «ingredienti», gli pareva di averli. Nel far del bene agli altri, invece, qualcosa di più poteva fare, pensare, inventare. E da quel giorno ci provò.

«Conti su di me»
Le classi, in quel tempo, non erano composte da 25 scolari, ma da 70. Era facile, per i più timidi, smarrirsi, non riuscire a seguire la lezione. Il professore ripeteva, ma non poteva ripetere dieci volte mentre gli altri si agitavano, sbuffavano. Finiva per dire: «Voi due dopo studierete con Domenico». Domenico gli aveva detto: «Se posso aiutare qualcuno, conti su di me». Poco per volta Domenico si accorse che per fare del bene, bisogna anche impedire il male, e che questo era meno simpatico e più pericoloso. Ma ci provò lo stesso. Un ragazzo aveva portato all’Oratorio un giornale con figure poco pulite, che non avrebbe guardato alla presenza di sua madre. Gli si radunarono intorno tre o quattro. Guardavano, ridacchiavano. Domenico si avvicinò anche lui, vide il giornale e divenne triste. Lo prese di scatto dalle mani del proprietario e lo strappò. Il ragazzo si mise a protestare, ma protestò anche Domenico, a voce più alta: «Ma bravo! Don Bosco ti tiene in casa sua, e tu gli porti in casa questa roba! I giornali che offendono il Signore non devono entrare qui dentro».

Le litanie del carrettiere
Nel maggio del 1855 Torino formicolava di eccitazione. Cavour aveva deciso che il Piemonte mandasse un «corpo di spedizione militare» contro la Russia, a fianco di Francesi e Inglesi. Si radunavano in Piazza Castello e sfilavano per via Dora Grossa i battaglioni in partenza per la Crimea. Anche i ragazzi dell’Oratorio andarono a vedere la sfilata. Domenico vide passare di corsa i bersaglieri con le piume al vento, tra il grandinare degli applausi. Vide rotolare sul selciato i cannoni affiancati dagli artiglieri in uniforme campale. Ma vide anche altro. Il traffico da via Dora Grossa era stato deviato nelle strette vie laterali.   Un cavallo che tirava un carro con cestoni di mele, era scivolato sulle pietre, e cadendo aveva rovesciato il carro. Le mele rosse e gialle rotolavano tra i piedi dei passanti. Il carrettiere, imbestialito, percuoteva il cavallo con il manico della frusta, e bestemmiava. Il cavallo si tirò su, le ceste di mele furono rimesse in ordine, ma il carrettiere continuava la sua litania di bestemmie. Allora Domenico gli andò vicino: «Scusi, mi potrebbe dire dov’è l’Oratorio di Don Bosco?». Davanti a quella faccetta pulita, l’omone smise di bestemmiare, e rispose: «Non conosco nessun Oratorio». A Domenico il cuore batteva forte mentre disse: «Allora, potreste farmi un altro favore?». «Sicuro. Vuoi due mele?». «No. Vorrei che quando siete arrabbiato non diceste bestemmie». L’omone lo guardò sorpreso, poi scoppiò a ridere: «Bravo! Hai ragione. Quando mi arrabbio sono più bestia del mio cavallo. Devo mordermi la lingua».

Venti passi e le pietre
Un giorno due compagni di scuola di Domenico si scambiarono titoli pesanti, si pestarono. Poi uno gridò: «Ti sfido a duello!». In quel tempo, il duello era una triste abitudine tra i militari. Una grave offesa veniva «lavata» con la sciabola, o con la pistola a venti passi. I ragazzi, affascinati come sempre dalla violenza, li imitavano con il «duello delle pietre». Anche quella volta fu così. In un prato vicino alla scuola, due amici misurarono venti passi, tracciarono due cerchi, collocarono 5 pietre in ognuno dei cerchi. I duellanti – si prepararono al lancio. Domenico passava di lì per tornare all’Oratorio, vide una piccola folla di spettatori e capì. Si trattava di una faccenda pericolosa: una pietra ben mirata poteva spaccare una testa. L’ Oratorio era lontano.   Non sapeva cosa fare. Quei due erano suoi amici, ma come farli smettere quella sfida stupida e pericolosa? Entrò nello spazio lasciato libero per i duellanti, si tolse dal collo il piccolo Crocifisso che portava sempre, si avvicinò ai due sfidanti. «Guardate il Crocifisso! – ordinò con fermezza –. E adesso ripetete queste parole: “Gesù è morto perdonando i suoi crocifissori. Io invece non voglio perdonare, voglio fare una tremenda vendetta!”». Erano due bravi ragazzi, e rimasero senza fiato. Allora Domenico con voce triste continuò: «Perché volete farvi del male? Perché volete dare un dispiacere al Signore e alle vostre famiglie? Gesù ha perdonato chi lo uccideva, e voi non siete capaci di perdonarvi un insulto, uno schiaffo dato in un momento di rabbia». Il duello non si fece. Al «processo di beatificazione», cinque testimoni hanno giurato di aver assistito a quella scena drammatica.

Il capolavoro di Domenico
All’inizio del 1856 i ragazzi che vivevano giorno e notte all’Oratorio erano 153: 63 studenti e 90 giovani lavoratori. Nella primavera di quell’anno, Domenico ebbe un’idea. Perché non unirsi, tutti i giovani più volenterosi, in una «società segreta» per diventare un gruppo compatto di piccoli apostoli nella massa degli altri? Ne parlò con alcuni. L’idea piacque. Si decise di chiamare la società «Compagnia dell’Immacolata». Don Bosco l’approvò. Nella prima «adunanza» si decise chi invitare a iscriversi: pochi, fidati, capaci di tenere il segreto. I soci si impegnavano a diventare migliori con l’aiuto della Madonna e di Gesù; ad aiutare Don Bosco diventando con prudenza e delicatezza dei piccoli apostoli tra i compagni; a diffondere la gioia e la serenità attorno a sé.  La Compagnia fu inaugurata l’8 giugno 1856, davanti all’altare della Madonna nella chiesa di San Francesco. Don Bosco ricorda che l’entrata in azione della Compagnia migliorò decisamente la vita dell’Oratorio. La sua attività principale fu quella di «curare i clienti».

I ragazzi indisciplinati, dallo schiaffo e dall’insulto facile, venivano assegnati ai singoli soci perché funzionassero nei loro riguardi come «angeli custodi». Una seconda categoria di «clienti» che la Compagnia adottò furono i nuovi arrivati. Venivano aiutati a trascorrere in allegria i primi giorni, quando non conoscevano nessuno, non sapevano giocare, parlavano solo il dialetto del loro paese, e avevano tanta nostalgia. Con la «Compagnia dell’Immacolata», Domenico aveva realizzato il suo capolavoro. Gli rimanevano da vivere soltanto 9 mesi, ma la sua «Compagnia» sarebbe durata più di cent’anni. In tutte le opere fondate dai Salesiani sarebbe diventata un manipolo di ragazzi impegnati e di vocazioni salesiane. Dio premiò Domenico anche con delle grazie speciali.   Un giorno tutti notarono la sua assenza a scuola e all’ora del pranzo. Anche Don Bosco si mise a cercarlo. Entrato in chiesa, lo trovò davanti al tabernacolo, in estasi. Una mano appoggiata al leggìo, l’altra sul petto, gli occhi rivolti al tabernacolo. Don Bosco lo chiamò, lo scosse e, finalmente, Domenico lo guardò e gli chiese: – È già finita la Messa? – Guarda che sono le due del pomeriggio! Quell’attimo, per Domenico era durato sette ore!

«Cosa posso fare per il Signore?»
La salute di Domenico deteriorò rapidamente. Domenico riprese l’anno scolastico regolare nell’ottobre 1856. Ma presto comparve una febbre ostinata, e uno sfinimento di forze che gli faceva passare frequenti giornate nel lettuccio dell’infermeria.  Nel febbraio del 1857 la tosse cominciò a tormentare Domenico, e Don Bosco decise di mandarlo dai suoi. Domenico lo fissò con quegli occhi grandi e scosse la testa: – Io me ne vado e non tornerò più. Don Bosco, è l’ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso fare per il Signore? – Offrigli le tue sofferenze. – E cos’altro ancora? – Offrigli anche la tua vita. Il tono di Don Bosco si era fatto grave: sapeva che quell’offerta sarebbe stata accettata. Il saluto più accorato, Domenico lo diede agli amici della «Compagnia». Poi arrivò papà, e insieme si avviarono verso Porta Palazzo, dove partiva la carrozza per Mondonio. All’angolo della via agitò ancora la mano a salutare il suo Oratorio, gli amici. Don Bosco rimase a guardare, con un dolore profondo, quel ragazzo che partiva. Era stato il suo alunno migliore, il santino che la Madonna aveva regalato all’Oratorio per tre anni.  Il sangue dieci volte  A Mondonio, il medico diagnosticò «infiammazione polmonare» (= polmonite). Ricorse al rimedio allora universale: levare sangue dalle vene. Per dieci volte, da quel corpo fragile, la lancetta del chirurgo fece sgorgare sangue. Domenico fu letteralmente dissanguato. Si spense quasi all’improvviso il 9 marzo 1857. Don Bosco scrive che morì dicendo: «Che bella cosa io vedo». La signora Anastasia Molino, vicina di casa dei Savio, afferma: «Ho veduto sovente il giovanetto durante la sua ultima malattia. Negli ultimi giorni, aggravandosi il male e vedendo sua madre afflitta, egli le faceva coraggio dicendole: “Mamma, non piangere, io vado in Paradiso”. Diceva ancora di vedere la Madonna e i Santi. Io fui presente agli ultimi momenti, e ricordo che mentre un buon vecchio gli raccomandava l’anima, egli lo fissava e accompagnava col cuore le sue preghiere. Erano pure presenti suo padre e sua madre. Spirò placidamente». Don Bosco scrisse e ristampò tante volte la vita di Domenico, e ogni volta che rileggeva quelle pagine non riusciva a frenare le lacrime. Papa Pio XII lo dichiarò «Santo» il 12 giugno 1954. Il primo santo di 15 anni.  Teresio Bosco SDB

 

San Domenico Savio: il piccolo gigante dello Spirito

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Riva di Chieri, Torino, 2 aprile 1842 – Mondonio, Asti, 9 marzo 1857. Ancora bambino decise quale sarebbe stato il suo progetto di vita: vivere da vero cristiano. Tale desiderio venne accentuato dall’ascolto di una predica di don Bosco, dopo la quale decise di divenire santo. Da questo momento, infatti la sua esistenza fu piena d’amore e carità verso il prossimo, cercando in occasione di dare l’esempio. Nel 1856 fondò la Compagnia dell’Immacolata e poco più tardi morì, lasciando un valido e bel ricordo della sua persona ai giovani cristiani.

Domenico nasce nel paese di Riva di Chieri il 2 aprile del 1842. Il Papà si chiamava Carlo, di mestiere faceva il fabbro, la mamma Brigida. Domenico, in famiglia veniva chiamato Minot, aveva due anni quando la famiglia decise di trasferirsi andando ad abitare a Murialdo.  La buona condotta di Domenico, la sua conoscenza del catechismo fecero in modo che venisse ammesso alla Prima Comunione all’età di sette anni. Per quei tempi era qualcosa di straordinario se si considera che l’età richiesta per questo sacramento era di 11 – 12 anni. L’8 aprile domenica di Pasqua per la prima volta ricevette Gesù Eucaristia. Alla sera di quello stesse giorno scrisse i famosi propositi. “Ricordi fatti da me Savio Domenico l’anno 1849 quando ho fatto la Prima Comunione essendo di 7 anni. 1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza. 2° Voglio santificare i giorni festivi. 3° I miei amici saranno Gesù e Maria. 4° La morte ma non peccati”.

Domenico cammina con la storia
Domenico Savio nasce in Piemonte, il re è Carlo Alberto. E’ il 1846 quando è eletto papa Pio IX, è scoperta la nitroglicerina ed il pianeta Nettuno. La prima partita ufficiale di baseball è giocata a New York nel 1847, nello stesso anno il poeta e patriota genovese Goffredo Mameli scrive Fratelli d’Italia. Nel 1848 il re Carlo Alberto promulga la costituzione per lo Stato del Piemonte, Milano insorge contro gli austriaci nelle celebri “5 giornate” è l’inizio della Prima guerra d’indipendenza italiana. Nel 1849, quando Domenico faceva la Prima Comunione la guerra infuria, Venezia si ribella al potere austriaco, Roma insorge contro il potere temporale del Papa e viene proclamata la repubblica, ma nel giro di qualche mese tutto torna come prima. Carlo Alberto sconfitto a Novara abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele, ha termine la I guerra d’indipendenza italiana.

Scolaro a Castelnuovo
Nel 1852, Domenico frequenta la scuola di Castelnuovo, dove maestro è don Allora. Per poter andare a scuola Domenico deve percorrere a piedi, tra andata e ritorno, circa 8 chilometri al giorno. Spesso il vento o il gelo non rendevano facile il viaggio, né tanto meno il sole ed il caldo. Nella stagione calda, altri ragazzi erano soliti fare il bagno nel fiume o negli stagni che si trovavano lungo il tragitto. Un giorno due compagni invitarono Domenico a fare il bagno, per trovare un po’ di refrigerio al caldo. Domenico accettò. Tornato a casa raccontò l’accaduto alla madre. La buona madre, spiegò i pericoli ai quali poteva andare incontro. Qualche giorno dopo gli fu rivolto nuovamente l’invito a prendere un po’ di fresco facendo il bagno, questa volta la risposta di Domenico fu diversa dalla volta precedente, in modo fermo e deciso rifiutò l’invito con una chiara motivazione, non voleva venire meno alla promessa fatta alla madre, ed in questo modo onorare la fiducia che i genitori riponevano in lui. Il suo comportamento a scuola era esemplare. Con i compagni studiosi e diligenti allacciava subito buoni rapporti di amicizia, con quelli insolenti e svogliati, che pensavano più ad altro che allo studio, manteneva dei rapporti cordiali senza approfondire il rapporto di amicizia.

Domenico e la sua famiglia si trasferisce a Mondonio, di conseguenza dovrà cambiare anche scuola, suo nuovo maestro sarà don Cugliero. La sua permanenza alla scuola di Mondonio è ricordata in particolare per l’episodio della stufa. Don Cugliero una mattina era in ritardo, approfittando di questo, alcuni compagni di classe misero della neve nella stufa a legna che riscaldava l’aula, una nube di fumo riempì quell’ambiente. Il maestro, giunto in classe, chiese chi fosse il colpevole, venne accusato Domenica, il quale però non si discolpò. Quando la verità venne a galla, don Cugliero chiese a Domenico il perché di quel gesto e lui così rispose: “Quel tale, essendo autore di altre monellerie sarebbe stato cacciato di scuola. Io invece speravo di essere perdonato, visto che era la mia prima mancanza. Del resto Gesù, non venne anche accusato ingiustamente?”.

E’ il 1850 quando il governo piemontese vara la Legge Siccardi contro i poteri della Chiesa. Nel 1852 quando la famiglia Savio trasloca a Mondonio, il conte Camillo Benso di Cavour diventa Primo Ministro del Regno del Piemonte. L’opera riformatrice di Cavour porterà nel piccolo stato sabaudo una ventata di modernizzazione. Negli Stati Uniti viene pubblicato il romanzo La capanna dello zio Tom, che denuncia le persecuzioni razziste a cui sono soggetti i neri.

Incontro con Don Bosco
Nel 1854, nel mese di ottobre, don Bosco con i suoi ragazzi si trovava presso la sua casa dei Becchi. Don Cugliero gli aveva parlato di un ragazzo desideroso di studiare e molto buono. Lunedì 2 ottobre di buon mattino, Domenico accompagnato dal papà si presenta a don Bosco. Don Bosco voleva conoscere questo ragazzo di cui don Cugliero diceva un gran bene, si misero un po’ a discutere su vari argomenti, al termine della chiacchierate Domenico chiese a don Bosco: “ebbene, cosa gliene pare?”. “Mi pare ci sia della buona stoffa” rispose don Bosco. Domenico riprese: ” A cosa può servire questa buona stoffa?”, la risposta del santo dei giovani fu a tema, si poteva fare un bell’abito per il Signore. Domenico riprese: “Io sono la stoffa, lei ne sia il sarto, mi prenda con lei e farà un bell’abito per il Signore”. Don Bosco volle provare le capacità di studio di Domenico, prese un libretto, le letture cattoliche, scelse una pagina e gli disse di studiarla, e quando si sarebbe sentito pronto di ripetergli il contenuto. Don Bosco intanto si trattenne a discutere col papà di Domenico, dopo circa 10 minuti il giovane tornò pronto per ripetere la sua lezione. Don Bosco non ebbe più alcun dubbio, ed accettò quel ragazzo con se a Valdocco.

La vita all’oratorio
Giunto all’oratorio, Domenico fece visita a don Bosco nel suo ufficio. Rimase colpito da una scritta che faceva mostra di se su una tabella appesa ad una parete: “Da mihi animas caetera tolle”. Don Bosco gli spiegò che era una frase latina ed era una sorta di preghiera che rappresentava il motto del suo operare: “Dammi le anime e tieniti tutto il resto”. Quella breve spiegazione fu subito recepita da Domenico: aveva capito che lì si faceva commercio di anime e non di soldi. Un giorno accadde qualcosa che all’inizio lo sconvolse, due suoi compagni di scuola litigarono a tal punto da sfidarsi a colpi di pietra. Quando i due contendenti si posero l’uno di fronte all’altro con le pietre in mano, pronti a scagliarsele, Domenico si pose in mezzo tenendo in mano bene in alto il crocefisso che portava al collo poi disse ai due: “Gesù Cristo innocente morì perdonando i suoi crocifissori, io peccatore voglio offenderlo e fare solenne vendetta”. Quella azione colse di sorpresa i due sfidanti, che volevano bene a Domenico, si pentirono di quanto stavano per fare e si riappacificarono.

Il gioco piaceva tanto a Domenico.
Era il primo nelle ricreazioni, anche se a volte per far fare i compiti a qualche compagno ne faceva a meno. Gioco preferito era “Cirimella”, i compagni facevano a gara per averlo in squadra. Domenico usava il gioco come strumento, era facile che nel bel mezzo della partita chiedesse al compagno: “Verrai con me sabato a confessarti?”. Il compagno, preso dalla foga diceva subito di si, poi Domenico faceva il resto, al sabato gli ricordava l’impegno al quale andavano assieme. Era quello che oggi potremmo definire un leader, un animatore. Quando riusciva a procurarsi qualche premio, magari vinto da lui, faceva delle piccole gare a quiz sul catechismo, interrogava quei ragazzi più discoli e poi provvedeva a premiarli e così a farseli amici. Una sera, durante le preghiere, fu colpito dal pensiero che don Bosco stava dando come impegno di vita, invitava tutti a farsi santi. Questo è quello che Dio vuole da ciascuno di noi, ed un gran premio è preparato per ognuno che riuscirà. L’idea di farsi santo gli tornava spesso in mente, cercava in tutti i modi di comprendere quale poteva essere la strada per arrivare a questa ambitissima meta per un cristiano. Iniziò col fare delle penitenze come ad esempio dormire ad inverno inoltrato senza coperte. Quando don Bosco lo venne a sapere lo richiamò. Non era quello il modo corretto, pensò lui a dargli la ricetta: 1° Esatto adempimento dei propri doveri; 2° far del bene agli altri e del male a nessuno; 3° sempre allegri. Don Bosco chiese a Domenico come stile di vita, per farsi santo, una moderata e costante allegria. Domenico prese alla lettera quella ricetta migliorandosi ogni giorno.

Il ragazzo che parlava con Dio
E’ questo un argomento che lascia le persone ammirate e piene di interrogativi ogni volta si citano alcuni fatti. Domenico entrava in intenso dialogo con Dio, a tal punto da dimenticare tutto il resto. Un giorno mancò per tutta la mattinata, lo cercarono da tutte le parti ma senza risultato. Avvisarono don Bosco, che forse intuì dove poteva essere. Lo trovò in chiesa dietro l’altare nei pressi del tabernacolo, se ne stava come assorto quasi in un altro mondo, Don Bosco lo chiamò, gli fece notare che l’ora del pranzo era già passata, Domenico era rimasto lì diverse ore senza rendersene conto. Successe anche che un giorno Domenico si presenta nell’ufficio di Don Bosco dicendogli: “Venga con me, c’è una bella opera da fare”. Don Bosco lo seguì quasi in silenzio, i due uscirono dall’oratorio, e giunsero ad una casa davanti alla porta della stessa, Domenico disse: “E’ qua che deve entrare” e quindi andò via. In quella casa c’era un moribondo che desiderava confessarsi dopo tanti anni, don Bosco riuscì a raccogliere la sua sincera confessione, a dargli il perdono di Dio Misericordioso, e l’uomo spirò in pace. Qualche giorno dopo questo fatto, don Bosco chiese a Domenico come facesse a sapere di quella persona, Domenico lo guardò con aria triste e scoppiò a piangere, don Bosco non gli chiese più nulla, aveva capito che quel ragazzo aveva uno speciale rapporto con Dio. In oratorio ognuno era amico di Domenico, a questi diceva una frase che è il riassunto della ricetta di don Bosco per diventare santi: “Noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri”.  In un’altra occasione Domenico chiese a don Bosco che voleva andare a casa, la mamma aveva bisogno di lui. Don Bosco gli chiese come sapesse di questa malattia, Domenico rispose che lo sapeva e basta, poi aggiunse: “La madonna vuol guarirla”. Don Bosco intuì che c’era in lui qualcosa di straordinario, di non umano, ed acconsentì. Domenico si recò a fare visita alla madre, giunto a casa, le vicine cercarono di non farlo entrare nella camera della madre, ma lui riuscì a farlo. La madre era meravigliata della sua presenza inaspettata, nel salutarla le appese al collo un nastro di color rosa a cui era appeso un pezzetto di seta cucito come un abitino. La mamma guarì il 12 settembre, in quello stesso giorno dava alla luce Caterina, sorellina di Domenico. A motivo di questo Domenico Savio è protettore delle partorienti.

La compagnia dell’Immacolata
Il Papa Pio IX, proclamava l’8 dicembre 1854 il dogma della Immacolata Concezione. Domenico voleva onorare la Madre di Gesù. Chiese aiuto a qualche compagno più grande, ed insieme a loro tracciò un regolamento per un gruppo speciale che in onore della madonna seguisse la via verso la santità.  Si impegnavano ad aiutare i propri compagni, ad osservare le regole dell’oratorio, e di occupare con saggezza il tempo. Loro impegno era, oltre la frequenza assidua dei sacramenti, lo scegliersi tra i ragazzi dell’oratorio, quelli più “difficili”, specialmente tra i nuovi arrivati, e quindi impegnarsi nel condurli al Bene. Diversi compagni dell’oratorio testimonieranno che era proprio di Domenico pronunciare frasi del tipo: “Vorrei conquistare a Dio tutti i miei compagni”. Stilarono il regolamento e l”8 giugno del 1856 lo proposero a don Bosco il quale lo approvò. Era nata la Compagnia dell’Immacolata.

Al termine della vita
Ma qualcosa non andava bene nella salute di Domenico. Spesso si sentiva fiacco, con poca forza, ed era costretto a restare a letto. Don Bosco chiese un consulto medico. Si pensò di farlo andare a casa, forse il respirare l’aria del paese natio gli avrebbe fatto bene.  Giunto a casa, sembrò che le cose andassero per il meglio, ma ben presto fu costretto a rimettersi a letto. Fu chiamato il medico, questi come rimedio gli praticò dei salassi (fuoriuscita del sangue dalle vene ottenuta con delle incisioni). La pratica dei salassi non era certo una cosa piacevole, il medico lo esortò ad avere pazienza, Domenico rispose: “Cosa vuole che sia un taglietto in confronto ai chiodi piantati nelle mani e nei piedi di Gesù”. La situazione si aggravò. Gli fu amministrata la comunione e ricevette l’olio dell’unzione. Chiese al padre di aiutarlo a recitare le preghiere del cristiano. Terminate le preghiere parve addormentarsi, ma poi si destò e con voce chiara e serena esclamò: “Oh! Che bella cosa io vedo”, e senza fare alcun movimento spirò. Era il 9 marzo del 1857, Domenico non aveva ancora compiuto 15 anni.

In questi ultimi due anni della vita terrena di Domenico Savio, la scena politica italiana è caratterizzata dallo sviluppo industriale dello stato dei Savoia. Il Primo Ministro Camillo di Cavour, da abile tessitore sta preparando il terreno che porterà alla nascita del regno d’Italia, proclamato da Vittorio Emanuele II nel 1861.

Oltre la morte
La notizia della morte di Domenico, fu comunicata a don Bosco dal papà del Savio. Un’ondata di tristezza si abbatté su Valdocco. Tanti compagni lo piansero. Il ricordo di Domenico era l’argomento di discussione tra i suoi compagni. Nel maggio del 1857, appena due mesi dopo la sua morte, durante le preghiere della sera, un giovane chiese a don Bosco: “Quale fu il mezzo usato da Domenico Savio per diventare così buono?”. Don Bosco ci pensò su un attimo, poi diede una risposta semplice e breve: “Ubbidienza e gran confidenza nel direttore spirituale”. Risposta semplice e breve ma non facile da vivere. Domenico aveva il suo direttore spirituale a cui apriva il suo cuore perché lo aiutasse a farsi santo. Era ubbidiente, sia ai genitori, come agli educatori, cosa non sempre facile da vivere. Il cammino verso la santità riconosciuta dalla Chiesa, è scandito da alcune tappe. Il 4 aprile del 1908, sì da inizio al processo di canonizzazione Il 9 luglio del 1933 è dichiarato Venerabile, l’anno dopo don Bosco è proclamato santo.  Il 5 marzo del 1950 la Chiesa lo proclama Beato. Il 1950 è anno di grazia per la famiglia salesiana, infatti, Madre Mazzarello è proclamata santa.  Il 12 giugno del 1954 è sabato, nella basilica di San Pietro in Roma, Pio XII dichiara Santo Domenico Savio. E’ il più giovane santo non martire della Chiesa Cattolica nei suoi 2000 anni di storia.

Quanto e’ triste vedere dei giovani tristi

giovani tristi Talita’ kum, fanciulla alzati!

Il brano evangelico di questa domenica e’ costituito da scene che si svolgono in rapida successione, in luoghi diversi. C’e’ anzitutto la scena sulle rive del lago. Gesu’ e’ attorniato da molta folla, quando un uomo si getta ai suoi piedi e gli rivolge una supplica: “La mia figlioletta e’ agli estremi; vieni a imporle le mani perche’ sia guarita e viva”. Gesu’ lascia a meta’ il suo discorso e si avvia con l’uomo verso casa.

La seconda scena è lungo la strada. Una donna che soffriva di emorragia si avvicina di nascosto a Gesù per toccargli il mantello, e si ritrova guarita. Mentre Gesù stava parlando con lei, dalla casa di Giairo vennero a dirgli: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”. Gesù che ha udito tutto, dice al capo della sinagoga: “Non temere, continua solo ad aver fede!”.

Ed eccoci alla scena cruciale, nella casa di Giairo. Grande trambusto, gente che piange e urla, come è comprensibile di fronte al decesso appena avvenuto di un adolescente. “Entrato, dice loro: Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. Quindi, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: Talità kum, che significa: “Fanciulla, alzati! ” Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Gesù raccomandò loro con insistenza che
nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

Il brano evangelico suggerisce un’osservazione. Si torna continuamente a discutere del grado di storicità e di attendibilità dei vangeli. Abbiamo assistito di recente al tentativo di mettere sullo stesso piano, come se avessero la stessa autorità, i quattro vangeli canonici e i vangeli apocrifi del II-III secolo.

Ma questo tentativo è semplicemente assurdo e tradisce anche una buona dose di cattiva fede. I vangeli apocrifi, soprattutto quelli di origine gnostica, furono scritti diverse generazioni dopo, da persone che avevano perso ogni contatto con i fatti e che, per di più, non si preoccupavano minimamente di fare della storia, ma solo di mettere sulle labbra di Cristo gli insegnamenti propri della loro scuola. I vangeli canonici, al contrario, furono scritti da testimoni oculari dei fatti o da persone che erano state in contatto con i testimoni oculari. Marco, di cui leggiamo quest’anno il vangelo, fu in stretto rapporto con l’apostolo Pietro di cui riferisce tanti episodi che lo ebbero protagonista.

Il brano di questa domenica ci offre un esempio di questo carattere storico dei vangeli. Il ritratto nitido di Giairio e la sua domanda angosciata di aiuto, l’episodio della donna incontrata lungo il percorso verso la sua casa, l’atteggiamento scettico dei messaggeri verso Gesú, la tenacia di Cristo, il quadro della gente che piange la fanciulla morta, il comando di Gesú riferito nella lingua originale aramaica, la sollecitudine commovente di Gesú di dare qualcosa da mangiare alla fanciulla risuscitata. Tutto fa pensare a un racconto che risale a un testimone oculare del fatto.

Ora una breve applicazione alla vita del vangelo di domani. Non c’è solo la morte del corpo, c’è anche la morte del cuore. La morte del cuore è quando si vive nell’angoscia, nello scoraggiamento o in una tristezza cronica. Le parole di Gesù: Talità kum, fanciulla, alzati! non sono dunque rivolte solo a ragazzi e ragazze morte, ma anche a ragazzi e ragazze viventi. Quanto è triste vedere dei giovani…tristi. E ce ne sono tantissimi intorno a noi. La tristezza, il pessimismo, la non-voglia di vivere sono sempre cose brutte, ma quando li si vede o li si sente esprimere da ragazzi ancora di più stringono il cuore.

In questo senso, Gesú continua a risuscitare anche oggi fanciulle e
fanciulli morti. Lo fa con la sua parola e anche inviando ad essi i suoi
discepoli che, in nome suo e con il suo stesso amore, ripetono ai giovani d’oggi quel suo grido: Talita kum: Ragazzo, alzati! Riprendi a vivere.

Raniero Cantalamessa

XIII Domenica del Tempo ordinario (B)
Sapienza 1, 13-15-2,23-25; 2 Corinzi 8,7.9. 13-15; Marco 5, 21-43