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Maternita’ surrogata altruista? Non esiste

La battaglia per bandire dal mondo l’utero in affitto è prima di tutto una questione da femmine. Anzi, da femministe: lo ripete Kajsa Ekis Ekman, giornalista svedese che un mese fa è arrivata fino al palco della Conferenza di Parigi contro l’utero in affitto per spiegare da dove deve venire il contrasto alla maternità surrogata, novello sfruttamento da parte degli uomini ricchi del corpo delle donne. Marxista per sua stessa definizione («l’opposizione deriva dalla mia analisi sulla maternità surrogata come un fenomeno capitalistico che aliena l’essere umano dalla sua stessa progenie»), 35 anni e femminista, Kajsa fa parte della «Sverigeskvinnolobb», la lobby delle donne svedesi, storicamente a sinistra. Settimana scorsa, sul quotidiano britannico Guardian altrettanto storicamente a sinistra, ha raccontato i risultati dell’indagine governativa alla base del divieto svedese all’utero in affitto. Un Paese in cui questa disputa non è considerata confessionale e discriminatoria dell’altrui incompreso amore ma laicissima e dalla parte di donne e bambini.

Perché questa sarebbe una battaglia femminista?
La maternità surrogata mercifica la donna, utilizzandola come se fosse soltanto un utero senza diritti o sentimenti. Significa togliere tutti i diritti a una madre e non può essere nell’interesse della donna. La patriarchìa da sempre equivale a mettere i diritti dei padri al di sopra di quelli delle madri, e per questo la maternità surrogata è da considerarsi un fenomeno profondamente patriarcale. E il femminismo, oggi come ieri, riguarda sempre la stessa cosa: consentire alle donne di esistere al pieno del proprio potenziale.

Cosa significa essere una femminista oggi, quando la guerra per i “diritti”, e i “diritti civili”, si è allargata fino a considerare un diritto avere un bambino a ogni costo?
Avere un figlio non è un diritto umano. Non esiste alcuna convenzione che sancisca il diritto a usare il corpo di una donna per i propri scopi. Chiunque desideri avere un figlio può farlo, ma la maternità surrogata è diversa da qualsiasi altra pratica: significa creare bambini senza madri. Il movimento femminista sta crescendo: quando nel 2006 ho iniziato a scrivere un libro sull’utero in affitto non conoscevo nessuno in Europa che vi si opponesse. Ora le femministe si sono unite su questo fronte e il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati di bandire la maternità surrogata in due risoluzioni, nel 2011 e nel 2016.

Nel suo libro «Being and Being Bought: Prostitution, Surrogacy and the Split Self» («Essere ed essere comprate: prostituzione, maternità surrogata e il sé spaccato») affrontava concetti forti per il pensiero occidentale: che esista un parallelo fra la prostituzione e l’utero in affitto e che ci sia un concetto patriarcale dietro l’uso del corpo nella maternità surrogata. Ce li spiega?
La maternità surrogata è prostituzione riproduttiva. La differenza è che in vendita c’è l’apparato riproduttivo e non quello genitale. Ma il concetto è sempre che il corpo di una donna sia in vendita. È evidente nel dibattito sull’utero in affitto che gli uomini pensano di avere una sorta di diritto di utilizzo del corpo delle donne. Gli uomini, sia etero sia gay, dicono: se non possiamo avere figli, abbiamo bisogno che la società ci fornisca una donna da usare! Che cosa li ha fatti pensare che una donna esista a loro uso e consumo? Alcuni preferiscono persino che sia “altruistica”, ovvero non vogliono nemmeno pagare! Questo dimostra una mancanza di comprensione di cosa sia la gravidanza: nove mesi di vita, senza parlare dei rischi e del legame psicologico che si crea fra una mamma e il bambino. Alcuni uomini forse pensano che sia come donare il seme… L’idea alla base della maternità surrogata “altruistica” è che la gravidanza non valga nulla e che una donna debba disfarsene gratuitamente, per gentilezza. Nove mesi, poi il dolore, e lei dovrebbe solo essere felice di aiutare gli altri, perché questo è ciò per cui sarebbero fatte le donne.

Lei parla anche di classismo…
Sì, è ovvio che le donne che diventano surrogate non appartengano alle classi abbienti. Dove questa industria prospera, in India, Thailandia, Ucraina, Nepal, spesso sono donne analfabeti che vivono in campagna e hanno poche possibilità di scelta nella vita. Sono usate come animali da riproduzione, sottoposte a trattamenti ormonali e nella maggior parte dei casi subiscono l’impianto di cinque embrioni per massimizzare il tasso di successo. Quelli indesiderati sono eliminati senza nemmeno chiedere alla donna, che non vede mai il bambino dopo averlo dato alla luce, spesso non sa nemmeno in che Paese andrà a finire. Ovviamente nessuna donna ricca accetterebbe di essere trattata in questo modo.

Nel suo articolo sul «Guardian» ha scritto dell’«immagine carina ed Elton Johneggiante» dell’utero in affitto. In Italia questo è diventato particolarmente vistoso negli ultimi mesi, e ancor più negli ultimi giorni, con la notizia dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola che ha pagato per un figlio nato da utero in affitto all’estero. Quale peso reale ha l’immagine patinata nel dibattito e nell’immaginario comune sulla maternità surrogata?
La verità è che i media hanno dipinto la maternità surrogata come una cosa sfiziosa per ricchi e famosi. Se sei una diva di Hollywood e non vuoi rovinarti il corpo, usa una surrogata! Idem se sei un maschio gay e non vuoi spartirti tuo figlio con sua madre. E ci bombardano con le foto di Ricky Martin, Elton John, Sarah Jessica Parker o Nicole Kidman, che sono felici “grazie a una surrogata”. Questo mi fa infuriare: perché non sentiamo mai chi sono le madri di quei bambini? Perché questo è ciò che è chi dà la vita: una madre.
Avvenire – Valentina Fizzotti

Femministe e gay. Le laiche contro la surrogata

E’ nata a Milano, la rete Rua, Resistenza all’utero in affitto. Al di là del nome piuttosto bellicoso, si tratta della «prima iniziativa laica in Italia contro il mercato della gravidanza»; un appuntamento a lungo preparato, che raccoglie esponenti femministe (meglio, movimento delle donne…) di primo piano: la sociologa Daniela Danna, la giornalista e saggista Marina Terragni, la costituzionalista Silvia Niccolai, e, unico uomo, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso. L’obiettivo è elaborare proposte per mettere al bando la “gravidanza per altri” (Gpa, o utero in affitto, o maternità surrogata), giudicata come «mercificazione di chi nasce e riduzione della madre a cosa». Ma quali proposte potranno uscire dal confronto di questa sera? Daniela Danna pensa che la questione sia «innanzitutto culturale, perché non c’è chiarezza sul fatto che la Gpa è un istituto giuridico che permette che una donna che partorisce non venga considerata madre della sua prole, addirittura prima della nascita». Le donne – è il ragionamento di Danna – possono avere due tipi di gravidanze, laddove la Gpa è permessa: per sé o per altri. «Ma la gravidanza rimane la stessa, e non è umano voler impegnare una donna a separarsi dalla sua prole ancora prima di rimanere incin
ta». Conclusione: «Dal momento che la Gpa è una costruzione giuridica, io sono per il suo smantellamento negli Stati in cui esiste». Posizioni che non piacciono affatto a buona parte del mondo omosessuale maschile, perché, come si intuisce, la maternità conto terzi è l’unico modo per esaudire il desiderio di una coppia di uomini di avere figli. Ma i toni, dopo la recente sentenza di Trento che ha creato di fatto la prima famiglia in Italia formata da due padri e due figli (nati in Canada da utero in affitto), si sono accesi. Daniela Danna il 2 marzo ha postato sul suo sito (www.danieladanna.it) una lettera aperta ai «cari compagni gay», invitandoli a «non festeggiare la cancellazione della madre». La madre surrogata che ha consentito alla coppia gay di tornare in Italia con due gemelli è stata «cancellata» e trasformata in una semplice «operaia della gravidanza» con il consenso dello Stato. «Questo non lo possiamo, non lo dobbiamo festeggiare». Alla lettera aperta seguiva una quarantina di firme (tutte donne, tranne una). Alcuni «cari compagni gay» non hanno gradito. Il sito www.prideonline.it ha risposto con un articolo che ci conclude così: «Care femministe resistenti all’utero in affitto, e se la gestazione per altri fosse espressione di una libertà di autodeterminazione riproduttiva della donna?». Insomma, la Gpa sarebbe sempre una libera scelta, anche quando è lautamente pagata. Ma bisognerebbe chiedersi di che libera scelta si parla, quando a prestare l’utero sono donne alla fame, come capita nell’Asia meridionale. È intervenuto anche www.gay.it, altro sito della galassia omosessuale, che ha accusato Danna e le altre di voler creare conflitto tra coppie gay maschili e coppie lesbiche «per dividere il movimento Lgbti e mandarlo alla deriva». E poi, dopo una serie di argomentazioni sulla sussistenza di rapporti genitoriali tra un bambino e due uomini privi di legami biologici, sferra il colpo finale. Eccolo. In realtà, le «sedicenti femministe» di Rua sarebbero «profondamente cattoliche fondamentaliste» e vedrebbero «la donna come completa solo se diviene madre». Salti logici incredibili – perché l’oggetto del contendere non è il diventare madre oppure no, ma il diventare madre di un figlio che non è davvero un proprio figlio, perché acquistato da altri – che fanno dire come sia difficile confrontarsi su questi temi. Difficile, eppure essenziale.

Utero in affitto e’; schiavismo? Ecco cosa ne pensa chi ci e’ passato…

utero-in-affittoMentre in Italia il martello dei giudici batte sui destini di bambini a cui viene così negato il diritto ad avere una mamma e un papà, nel Paese il dibattito sull’utero in affitto si fa appassionante. Il fronte di quanti giudicano questa pratica disumana, frutto della mercificazione del corpo femminile, si amplia significativamente di un consistente gruppo.

È quello delle femministe di “Se Non Ora Quando – Libere”, le quali, lanciando una petizione contro l’utero in affitto, hanno scatenato una discussione seria e approfondita, finalmente svincolata da posizioni precostituite. Il loro desiderio di rompere “un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino” si sta dunque avverando. La più efficace picconata su questo silenzio miserabile, tuttavia, giunge non da pur autorevoli intellettuali, bensì da chi la pratica della fecondazione eterologa l’ha vissuta in prima persona. E ne porta ancora sulla propria pelle la ferita.

Come Tanya Prashad, una donna americana che, spinta dal “desiderio di aiutare un’altra coppia”, ha deciso di “affittare” il proprio utero a chi non potesse avere un figlio. Così, come racconta lei stessa in un’intervista apparsa su AbcNews oltre un anno fa, aveva rinunciato ai diritti parentali nei confronti della figlia che sarebbe nata dall’unione del suo ovulo con il seme di un uomo, che voleva diventare genitore insieme al suo compagno omosessuale.

Tanya ha resistito per nove mesi all’idea di diventare madre per poi separarsi alla nascita dalla propria piccola, fin quando non è arrivato appunto il momento del parto. “Quando vidi la bambina lì fra le mie braccia, quei pezzi di carta che avevamo firmato è come se fossero scomparsi”, spiega la donna. Che ha dunque deciso di tenere la piccola con sé. “Finimmo in tribunale – racconta -. E alla fine accettammo la decisione di una custodia congiunta”.

Ammette, la donna americana, che quando aveva scelto di “affittare” il proprio utero non si era posta il problema delle possibili ripercussioni che avrebbe affrontato la bambina a causa del desiderio di due omosessuali. Ora però, quelle ripercussioni sono sotto i suoi occhi: “Ha molte insicurezze. Ha bisogno di molte rassicurazioni, molte di più. Tutti i bambini ne hanno bisogno, ma si sa, lei ha bisogno ancora di più di trovare una strada”.

Il sentimento che angoscia Tanya è ora di rimorso per quello che ha fatto, giacché si sente “come una che ha venduto sua figlia”. Sentimento che trova riscontro nelle parole di Jessica Kern, giovane nata più di 30 anni fa tramite utero in affitto. Anche lei intervistata da AbcNews, si confida: “Per qualche ragione, intuitivamente dentro di me, avevo un senso di cosa fosse la famiglia e di come dovesse farci sentire, ma non l’avevo mai sperimentato”, ha spiegato la trentenne. Quando ha scoperto di essere nata da madre “surrogata”, che l’ha poi venduta per 10mila dollari, la Kern ha dichiarato di essere rimasta “devastata”. Dice con amarezza di non vivere bene il fatto di “essere nata grazie a un assegno”.

Quella stessa amarezza non sembra trasparire dalle parole di Anna e Laura, due donne italiane che insieme ai rispettivi mariti hanno scelto la maternità surrogata andando all’estero, precisamente in India. In un’intervista a Repubblica concessa in questi giorni in cui il dibattito sul tema si è acceso in Italia, ritengono candidamente di aver fatto “uno scambio”: le donne indiane hanno permesso loro di diventare madri; e loro, pagandole, hanno dato a queste donne indigenti “la possibilità di rendere migliore il futuro dei loro figli”.

Tutto moralmente accettabile allora? Non proprio. Pungolate dall’intervistatrice circa il fatto che questa pratica innesca un meccanismo di sfruttamento dei ricchi sui poveri, le due donne rispondono: “Quello purtroppo c’è in tutto il mondo. Qui almeno c’era un rapporto tra adulti consapevoli”. Un’ammissione che dovrebbe far riflettere la società civile e il Parlamento. Ma anche coloro che frequentano le Aule di Tribunale.
Federico Cenci

Le nuove poverta’ e le periferie dell’esistenza

Un tempo erano i lebbrosi, le vedove, gli orfani, gli storpi, i ciechi, i carcerati, gli ignudi, gli schiavi.
Povertà ben riconoscibili, visibili e comprensibili.
E la Chiesa da sempre era ed è in prima linea su queste problematiche, basta pensare ai lebbrosari, agli orfanotrofi, alle residenze per disabili e malati. Nei tempi più recenti si aggiunsero l’attenzione alle vittime della tratta e della prostituzione, ai tossicodipendenti e agli alcolisti, ai malati di Aids, ai rifugiati e perseguitati politici. Povertà un po’ meno visibili, conosciute ma non troppo, dalla gente comune.
Oggi nell’era moderna, o post moderna come direbbero alcuni intellettuali, si aggiungono nuove categorie di persone cui dare la nostra attenzione,  coinvolte in situazioni che si diffondono nella società occidentale con un supporto strategico di alcune elitè integraliste e radicali e con campagne mediatiche supportate dalla massoneria.

Parliamo di giovani obbligati a matrimoni combinati, forzati ad indossare il velo o assumere stili di vita indesiderati, apostati della fede convertiti al cristianesimo (a rischio della propria vita), giovani donne vittime di mutilazioni genitali o forzate a gravidanze per altri con l’utero in affitto.
Figli di fecondazioni non naturali con conseguenti traumi e l’assenza di genitori biologici certi,  ex gay, ex lesbiche, ex trans, discriminati proprio in quanto ex ed apostati dell’ideologia gender.
Giovani che escono da sette e gruppi pseudo religiosi/politici con difficoltà di reinserimento.
Giovani che cadono preda di nuove droghe ritenute meno pesanti ma che comportano problemi neurologici e psicologici gravissimi.
Giovani e adulti che cadono preda di nuovi tipi di dipendenza da internet, gioco, sesso e alimentazione…
Tutto questo richiede nuove forme di accoglienza, nuove forme di apostolato, nuove forme per amare e servire, nuove iniziative di servizio e tanti volontari e “servitori” del bene.
Noi ci siamo, chi vuol aiutarci in qualsiasi parte d’Italia ci contatti…
tel/whats 3404817498  info@amicidilazzaro.it

Ecco come la StepChild Adoption favorisce l’utero in affitto

Esistono tre situazioni possibili in cui con una coppia omosessuale vivono dei minori:

1) Alcuni omosessuali hanno figli da relazioni eterosessuali precedenti.
I loro figli hanno quindi una mamma o un padre in vita.
In questo caso la stepchild adoption non ha senso perché esiste l’altro genitore.

2) Altri omosessuali hanno figli da relazioni eterosessuali precedenti ma l’altro genitore è deceduto, in tal caso rimarrebbe solo un genitore biologico in vita. Nel caso questo venisse a mancare il tribunale dei minori decide di affidarlo o darlo in adozione alle persone più vicine e di cui il minore ha più fiducia e relazione.
In tal caso la giurisprudenza da priorità al convivente more uxorio anche se omosessuale.

3) Il caso più diffuso e’ quello di un figlio concepito all’estero, tramite utero in affitto o fecondazione eterologa (con donatore esterno).
Sono questi casi che necessitano della stepchild: a questi bambini e’ stato negato un genitore per scelta consapevole, non sono bimbi adottati perché hanno perso un genitore per cause gravi, ma bimbi a cui sono state complicate le origini e negato il rapporto padre e madre, spesso a seguito di un contratto con un donatore/donatrice/portatrice/surrogata/uteroinaffitto.
Ecco perché la stepchild e’ fondamentalmente una sanatoria permanente per l’utero in affitto (vietato in Italia dalla legge 40) e la fecondazione eterologa.
Moralmente ed eticamente inaccettabili.

I paradossi della StepChild Adoption

pregnancyDietro la designazione inglese di stepchild adoption, probabilmente adottata per impressionare il pubblico (se e’ anglosassone sarà sicuramente avanzata e progredita, pensera’ qualcuno), si nasconde una violenza indicibile, un ulteriore passo verso il compimento di una rivoluzione nichilista senza precedenti nella storia dell’umanità.
Non si tratta solo di una prassi che comporta una sequela impressionante di paradossi e di controsensi. L‘adozione del figliastro da parte del compagno (o della compagna) del genitore biologico,in una coppia dello stesso sesso, determina un accadimento epocale, gravido di conseguenze terribili, dalle quali sarà difficile se non impossibile tornare indietro.

Dietro quella che a prima vista sembrerebbe una ragionevole soluzione a tutela dei diritti del bambino si nasconde invece un dramma senza ritorno, che suona inevitabilmente così: per il bambino, per nessun bambino, nessun diritto sarà d’ora in poi garantito. Dopo una violenza di questo tipo, qualsiasi altra violenza sarà presto o tardi accettabile, quindi, prima o poi, accettata (Overton docet).

“Per garantire il diritto del bambino“. Questa è la prima assurdità. È del tutto schizofrenico che prima si neghi la generazione naturale dell’essere umano per sostituirla con la tecnica, quindi con la produzione(sottolineo: dalla generazione alla fabbricazione) in laboratorio (magari con tanto di teatrale frullato di sperma, tanto di moda a quanto sembra, per le coppie omosessuali più facoltose che ricorrono all’utero in affitto), per poi rendere il nascituro già orfano di uno dei due genitori, ancor prima della nascita, con un atto di violenza indicibile, per poi infine invocarne l’adozione. Crono-logicamente, il bambino è stato prima volontariamente posto in una condizione oggettivamente discriminante, poi si pretenderebbe si “risolvere” il problema (ovvero: riparare al danno fatto con lucida determinazione) con una soluzione che in realtà discrimina il bambino una seconda volta.

E in modo definitivo.

La sequenza cronologica ha dell’incredibile: il bambino è oggetto di un abbandono pianificato, e anzi viene concepito allo scopo di essere abbandonato. Quindi, una volta abbandonato, si reclama a gran voce una soluzione per il stato di oggettivo difetto rispetto agli altri bambini.

E non è irrilevante notare, a questo proposito, che una recente indagine (del 2015: The Unexpected Harm of Same-Sex Marriage: A Critical Appraisal, Replication and Re-Analysis of Wainright and Patterson’s Studies of Adolescents with Same-Sex Parents), dopo aver evidenziato come adolescenti cresciuti con genitori dello stesso sesso sperimentano maggiore ansia e minore autonomia rispetto a quelli cresciuti con genitori di sesso opposto anche se risultano raggiungere migliori risultati scolastici (probabilmente per iper-compensazione* rispetto allo status oggettivamente discriminante in cui si vengono a trovare, per colpa degli adulti, rispetto agli altri coetanei), fa emergere un dato sorprendente: dalla comparazione effettuata all’interno del gruppo dei ragazzi cresciuti in famiglie omosessuali, risulta che quelli con genitori “sposati” mostrano sintomi depressivi, crisi di panico e pianto in misura ben maggiore di quelli semplicemente conviventi. Le ragioni di questa disparità sarebbero da rintracciare nel fatto che il matrimonio dei partner dello stesso sesso leva ogni speranza ai bambini di trovare o ritrovare il genitore mancante.

Dopo aver messo tutti, non solo i bambini, ma l’intera società di fronte al fatto compiuto, questi adulti tanto ricolmi d’amore per i bambini pretendono infine che siano altri, tutti gli altri, cioè noi, a rispondere alla domanda “e adesso che si fa?“

Volete la mia risposta?

Niente.

Si fanno le stesse cose che si fanno per qualsiasi altro bambino orfano di padre o di madre.

Per almeno un paio di buoni motivi.

1) il bambino è stato reso orfano di un genitore, è stato deprivato per sempre della mamma o del papà. Se dovesse venire a mancare anche quello restante, il suo diritto, la sua tutela, il suo bene, consiste nell’avere, come tutti, un padre e una madre. E non vale l’argomento-ricatto dell’affetto(“… e come la mettiamo con il compagno del padre o la compagna della madre? Il bambino si sarà affezionato all’altra “mamma” o all’altro “papà”, come si fa a separarli?”), perché nessuno vuole impedire che il bambino mantenga rapporti affettivi con figure positive per lui di riferimento. Solo che, daccapo, il suo diritto non si esaurisce qui, solamente nel mantenere un rapporto con una figura di riferimento, ed anzi si fa ancora più vivo il diritto-bisogno primario: avere un padre e una madre, una famiglia vera.

Per quanto ne so, il nostro paese è ricco di famiglie generose che accolgono i bambini in affido ed altrettante che si rendono disponibili per l’adozione, pronte ad amare incondizionatamente un bambino rimasto orfano, con dedizione assoluta. Tanto più se si tratta di una creatura già così duramente e crudelmente ferita, al solo scopo di accontentare l’egoismo degli adulti. Uniche, le coppie genitoriali naturali composte di maschio e femmina, quindi con le figure di padre e madre, che possono a buon diritto supplire il padre e la madre originari che il bambino ha perduto.

2) Non si può passare, senza indiscutibili motivi, da un dato di fatto a una pretesa di diritto. Non è lecito per nessuno, nemmeno per le coppie omosessuali, per le quali ci si avvia a stabilire leggi speciali in deroga non solo al buon senso, alla logica, ma anche ai diritti più elementari dei bambini. Non è infatti scontato che sia lecito trapiantare bambini in coppie dello stesso sesso dopo averli volontariamente resi orfani di padre o di madre e non è che siccome “tanto ormai ci sono” che automaticamente questa situazione abnorme diventa accettabile, giustificabile, o legalmente stabilita.

Infatti:

3) Il bambino adottabile (come tutti i bambini ma soprattutto quelli che non sono rimasti orfani per una disgrazia bensì per volontà degli adulti) ha subito un danno gravissimo. Il bambino adottato ha, più degli altri, bisogno di un padre e una madre, ha bisogno di vedersi ricostruita una plausibile catena della filiazione. Questo stato di perdita, questa mancanza originaria, è vissuta dal bambino come una ferita molto profonda, accentuata dalla percezione della diversità oggettiva della propria condizione rispetto a quella della maggior parte dei coetanei. Peggio: a metterlo in questa oggettiva condizione di discriminazione sono stati gli adulti che ne hanno “cura” (ma che cura può esserci in una relazione che prende avvio con una deprivazione volontaria della mamma o del papà?). Dico adulti che ne hanno “cura” in quanto non so come altro chiamarli, visto che “genitori” certamente non sono: nessuno è stato generato da genitori dello stesso sesso.

Inoltre il bambino orfano cerca i suoi punti di riferimento in un padre e una madre – come qualsiasi altro bambino – e aspira a ritrovare ciò che ha perduto. Sia che abbia uno solo dei due genitori, sia che li abbia perduti entrambi. Nel più profondo di se stesso, visceralmente, egli desidera riavvicinarsi alla cellula base che gli ha donato la vita: un padre e una madre. Che se ne fa di due (o tre, perché no, a questo punto?) uomini? Gli mancherà sempre la madre. Che se ne fa di due o più donne? Gli mancherà sempre il padre. Il bambino adottabile deve di fatto subire il doppio trauma simultaneo della perdita e della doppia identità familiare. In questo caso sarebbe triplo, perché una coppia same-sex non può evidentemente ripristinare la catena della filiazione crudelmente recisa. Più di un altro, il bambino ha bisogno di recuperare una filiazione biologica evidente. Poiché, più di un altro, non crede più (e come potrebbe?) di discendere dal frutto di un amore. Qualcosa è andato storto e non può riconoscersi in una storia che lo identifichi: non ha gli occhi di nessuno e non si riconosce in nessuno della sua famiglia. È inoltre frequente che il bambino adottato rigetti uno dei due sessi. E’ dunque fondamentale che possa identificarsi con due genitori reali, quindi di sesso differente: a sua madre, poiché ha bisogno di riconciliarsi con la donna; a suo padre per conoscere la presenza di un uomo senza cui sua madre non avrebbe potuto avere bambini.

Per questi fatti, evidenti, l’adozione da parte di una coppia omosessuale aggrava di fatto il trauma del bambino abbandonato, anziché attenuarlo, in quanto la catena della filiazione viene doppiamente spezzata: nella realtà dei fatti dal suo abbandono, nella sfera simbolica dal fatto dell’omosessualità dei suoi genitori adottivi.

A un bambino già profondamente ferito dal suo passato, si ha il diritto di imporre di adattarsi alla situazione affettiva dei suoi genitori, differente sia da quella della maggioranza degli altri bambini sia da quella che egli aspira a ritrovare?
Incombe forse sul bambino adottato il dovere di adattarsi alle scelte di vita affettiva dei suoi genitori?

L’adozione è destinata a riparare una situazione di difficoltà per il bambino, non a fissarla per sempre. È dunque indispensabile discernere bene la richiesta di ogni coppia che faccia domanda di adozione: il bambino è adottato per se stesso o per soddisfare un bisogno di coppia? La coppia vuole rimediare alla situazione di difficoltà del bambino o desidera rimediare alla sua situazione dolorosa di non poter avere figli?

Beninteso, una coppia non adotta un bambino se non ne sente il bisogno. Però, bisogna vigilare affinché l’interesse del bambino sia prioritario, come si desume dal nostro diritto di famiglia: ogni bambino ha diritto a una famiglia, in primo luogo alla sua, e – in mancanza della sua – quella che ha la vocazione a diventare la sua per adozione, se tale è il suo interesse. Con un padre e una madre che possano ripristinare la catena della filiazione. Come stabilito a chiare lettere dalla Convenzione internazionale dei dritti del fanciullo (cfr. articolo n. 7). Ecco perché è necessario ricordare che desiderare un bambino non è sufficiente per adottarlo, e che le soluzioni compassionevoli e apparentemente semplici non sono sempre delle buone soluzioni: è possibile causare molte ferite in nome del bene.

Bisogna chiedersi: del bene di chi?

Dobbiamo ricordarlo per l’ennesima volta: il fine dell’adozione è dare un padre e una madre al bambino che li ha perduti, ripristinando la catena della filiazione prematuramente e dolorosamente recisa. E non invece dare bambini ad adulti dello stesso che li pretendono, magari al solo scopo di scimmiottare una impossibile normalità o perché si sentono soli. Per quello esistono i cani da compagnia, si vanno a comprare.

Con gli esseri umani ci si comporta in un altro modo.

A meno che non si voglia tradire per primi la propria umanità e porsi con le propria scelte in una condizione di crudeltà bestiale, dalla quale risulta difficile richiedere qualsiasi diritto, anche quelli effettivamente dovuti.

di Alessandro Benigni

Luce accesa sulle indiane schiave

surrogata indiaLa maternità surrogata, che ha in India una roccaforte sia per la presenza di una abbondante richiesta locale sia per la relativa facilità e economicità della pratica a favore di stranieri, mostra nel grande Paese asiatico anche i suoi lati più oscuri. Il “consiglio” dato lo scorso ottobre dalla Corte Suprema agli indiani a non prestarsi a un uso di donne, strutture e personale per favorire la ricerca di prole da parte di coppie straniere resta lettera morta e il Parlamento di Nuova Delhi continua a puntare più sulla “moralizzazione” della pratica che sulla repressione di una catena di interessi e connivenze che favorisce e alimenta una “industria” da 900 milioni di euro l’anno.

Una catena di abusi che sono la faccia più oscura della surrogata, più profondi quanto maggiori sono l’arretratezza e la povertà di un Paese di 1,3 miliardi di individui in cui una donna che si presti a ospitare un figlio altrui nel suo grembo può guadagnare in nove mesi quanto in sei anni di duro lavoro. A questa condizione, non nuova ma che l’autrice ha voluto ridefinire attraverso la visita diretta a quattro cliniche specializzate nel Gujarat, il giornale progressista inglese The Guardian ha dedicato un servizio firmato da Julie Bindel, giornalista, scrittrice e femminista impegnata, apertamente contraria alla pratica della surrogata.

Quello che emerge dal reportage conferma le peggiori ipotesi riguardo a una pratica che nei fatti è ben lontana dall’asetticità e dalle tutele che la propaganda di cliniche e procacciatori vorrebbero mostrare e anche dall’immagine che sovente – per necessità o paura – emerge dalle donne che si prestano a cedere il loro utero per una gravidanza surrogata. Donne che guadagnano una frazione di quanto la pratica costa ai “committenti”: 5mila euro, contro i 20mila e più versati complessivamente. Tuttavia, mentre buona parte delle madri surrogate provengono da classi povere, sovente da aree rurali anche se – come emerge nei grandi centri urbani – già impiegate come domestiche o baby sitter, le venditrici dei propri ovuli da fecondare sono donne di medio e alto livello sociale, ottima educazione e attentamente selezionate sul piano medico.

La Bindel ha raccolto testimonianze che indicano come gli embrioni siano impiantati su due o più madri surrogate e che, nel caso si avviino gravidanze multiple, l’aborto risolve imbarazzanti casi di abbondanza. Alle future partorienti sono dedicate strutture residenziali in cui vengono ospitate durante la gravidanza, pressoché isolate dall’esterno. Questo crea problemi, in particolare per coloro che arrivano da aree lontane del Paese e devono restare separate dal marito o dalla famiglia d’origine per lunghi periodi. Per questo a chi resta sono offerti incentivi mentre vengono negati i soldi per il ritorno a chi decide di rinunciare. Nell’impossibilità di scegliere sesso del nascituro e sue caratteristiche somatiche, dato l’anonimato delle donatrici di ovuli, è possibile scegliere la madre surrogata da catalogo e incontrarla per verificarne la compatibilità con le aspettative
Stefano Vecchia

 

 

Maternita’ surrogata

La sempre più diffusa pratica dell’uso di madri surrogate a beneficio di coppie sterili o omosessuali sta destando l’attenzione dell’opinione pubblica. La richiesta di surrogazione e’ in aumento, come dimostrano alcuni dati israeliani. L’Alta Corte d’Israele ha recentemente ascoltato un caso in cui è coinvolta una coppia omosessuale: ne è emerso che negli ultimi otto anni in Israele si sono verificati 314 casi di surrogazione all’estero, di cui il 70% hanno avuto luogo negli ultimi due anni (cfr. Haaretz, 3 febbraio). L’Alta Corte ha chiesto al governo di prendere in considerazione lo snellimento di alcune procedure cui gli israeliani devono sottostare per adottare bambini da madri surrogate. Se ciò sarà fatto, in futuro aumenteranno verosimilmente i casi di surrogazione.

La preoccupazione per lo sfruttamento di donne dei paesi più poveri, da parte di coppie occidentali, ha portato il governo indiano ad introdurre delle restrizioni. Secondo quanto riferito dalla radio australiana ABC lo scorso 15 gennaio, da ora in avanti soltanto le coppie sposate da almeno due anni e provenienti da paesi dove la surrogazione è legale, potranno ottenere servizi da madri surrogate. Secondo il rapporto, prima delle nuove restrizioni, in India sono nati circa 200 bambini per coppie australiane, ma il numero è ora destinato a calare drasticamente. Il caso contro l’uso di madri surrogate è stato citato in un dossier pubblicato dall’Ireland’s Iona Institute, dal titolo The Ethical Case Against Surrogate Motherhood: What We Can Learn from the Law of Other European Countries (Il caso etico contro la maternità surrogata: cosa possiamo imparare dalle leggi di altri paesi europei). Il dossier riporta commenti fatti lo scorso anno dal Ministro della Giustizia irlandese, Alan Shatter, che ha annunciato il piano del governo per regolarizzare la surrogazione. Un oggetto “La surrogazione compromette la dignità del bambino, rendendolo l’oggetto di un contratto, una merce”, si legge nel dossier. “Essa compromette ulteriormente la dignità della madre, anche se la sua partecipazione è volontaria, trattandola come un mero ‘utero in affitto’”, aggiunge il documento.

La surrogazione crea una situazione dove fino a cinque persone possono, in un certo senso, rivendicare un figlio: la coppia adottante, i genitori genetici e la madre surrogata. È virtualmente incontestato – prosegue il dossier – che i figli crescono meglio quando vivono con i loro genitori biologici. Ciò detto, è legittimo per i governi avere leggi che supportino questo tipo di famiglie. La mercificazione dei bambini nella surrogazione è stata messa in luce dal dossier, quando viene riportato che, a causa degli alti costi, le coppie coinvolte tendono a pensare di meritare figli di bell’aspetto e che avranno successo nella vita. La realtà dei fatti mostra che c’è un’alta domanda di donne donatrici di ovuli che siano di bella presenza e abbiano un alto quoziente di intelligenza.

I donatori potenziali devono rispondere a domande dettagliate riguardo ai loro attributi fisici, al loro background familiare e ai loro titoli di studio. Molte cliniche usano anche la diagnosi pre-impianto per monitorare eventuali difetti genetici e anche per selezionare il sesso del nascituro. Il dossier, inoltre, menziona le difficoltà delle madri surrogate. Sebbene esse siano coscienti della natura commerciale della loro gravidanza, molte di loro trovano difficile prendere emotivamente le distanze dal bambino che portano in grembo.

Sono disponibili pochi dati riguardo agli effetti a lungo termine delle maternità surrogate – che lo Iona Institute annota – ma è ragionevole aspettarsi delle conseguenze psicologiche. Inoltre, un volta che i bambini scoprono di non essere i naturali discendenti dei loro genitori legali, allora, così come per gli adottati, possono insorgere problemi. Nel caso dei figli surrogati, la situazione è ancora peggiore, dal momento in cui sono stati abbandonati dalla madre non per circostanze avverse ma per motivi commerciali. Traffici Il dossier argomenta anche che in certi casi, la maternità surrogata può essere simile al traffico di esseri umani.

Vengono citati casi di alcuni paesi asiatici dove la surrogazione illegale può arrivare all’aberrazione del sequestro della donna, che viene così forzatamente ingravidata con embrioni creati artificialmente per altre donne. In India molte delle donne che si prestano come madri surrogate provengono da ambienti rurali poveri e sono soggette allo sfruttamento. I soldi guadagnati da tali donne attraverso la surrogazione sono certamente da loro ben accetti ma, osserva lo Iona Institute, “la povertà non permette alcuna scelta veramente libera”. “I corpi delle donne diventano merci con cui altri possono acquistare ciò che desiderano possedere, a partire dall’attenzione e dalle cure e l’assistenza sanitaria è diretta al bambino mentre la madre surrogata è abbandonata a se stessa”, commenta il dossier. La surrogazione riduce sia la madre che il bambino a merci e ciò è una violazione dell’umana dignità che deve essere bandita da tutti i governi, aggiunge lo Iona Institute. L’adozione è sostanzialmente diversa dalla surrogazione, argomenta il dossier. Nell’adozione, la madre naturale compie una decisione basata su ciò che è il meglio per il bambino. Per contrasto, nella surrogazione la decisione è presa dai genitori adottivi, sulla base di ciò che è meglio per loro. “Perciò è intrinsecamente centrata sull’adulto, mentre l’adozione non lo è”, aggiunge il dossier. Il trend crescente verso la legalizzazione dei matrimoni omosessuali porterà inevitabilmente a una maggiore domanda di bambini surrogati, con tutte le conseguenze negative individuate dallo Iona Institute.

Testo integrale del dossier: www.ionainstitute.ie/assets/files/Surrogacy%20final%20PDF.pdf Di John Flynn – Zenit

 

Noi mamme surrogate sfruttate e senza diritti

cirinna tu nasciE’ successo nove anni fa, avevo dei problemi economici, ho deciso di registrarmi on line ad un sito per madri surrogate. Tra le varie coppie ne ho scelta una gay, che ho incontrato. Mi sono piaciuti, ho firmato il contratto e ho fatto la surrogazione, il compenso è stato di 8mila dollari. La gravidanza è andata bene, erano carini, eravamo d’accordo che avrei mantenuto un rapporto con la bambina, ma dopo il parto hanno cambiato atteggiamento. Non mi hanno più permesso di vederla, non ho più notizie di lei. Da quando ho testimoniato al Senato americano contro la maternità surrogata mi hanno impedito di vederla».
A raccontare una storia di utero in affitto finita male, in una sala di Palazzo Madama, è Elisa Anna Gomez, una donna americana diventata una sorta di testimonial contro la pratica della surrogacy, cui hanno fatto ricorso anche il leader di Sel Nichi Vendola e il suo compagno per far nascere un bambino in una clinica californiana, spaccando in due l’opinione pubblica e creando fratture anche a sinistra. La storia di Anna Gomez è contestata dagli ambienti Lgbt che ne mettono in dubbio la veridicità, per il motivo che della sua vicenda non avrebbero parlato i media americani.

L’Associazione ProVita che ha organizzato l’incontro al Senato risponde che negli Usa, dove la pratica è legale in otto Stati, i casi del genere fanno meno notizia proprio perché sono frequenti (un documentario che ProVita sta doppiando in Italiano, Breeders, a Subclass of Women, ne racconta parecchi).
Elisa Gomez è testimone diretta della difficoltà a cui può andare incontro la madre surrogata quando deve lasciare il bambino appena partorito e consegnarlo ai «genitori committenti», come vengono definite nei «contratti di gestazione» le coppie che si rivolgono alle cliniche specializzate nella surrogacy. «Ho avuto la mia bambina e subito mi sono sentita legata a lei – racconta – Lei era mia figlia e io sapevo che non potevo lasciarla andare. Ero esausta e confusa.

Mi sentivo come se la mia bambina fosse morta. La coppia ha improvvisamente tagliato le comunicazioni e ha lasciato lo Stato senza darmi alcuna informazione. Nessuno dei due era sul certificato di nascita, è come se me l’avessero rapita. Ho contattato le autorità, ma sono stata trattata come se mia figlia non fosse mia».
Dopo una causa legale per il riconoscimento della figlia e il parziale risultato di poterla vedere per quattro ore al mese, la donna racconta di non vedere più la figlia da due anni e mezzo. Nel frattempo la Gomez ha intrapreso un’azione di denuncia per informare le donne sulla pratica dell’utero in affitto. «Voglio che si sappia – spiega – che moltissime madri surrogate sono nella mia stessa situazione, vengono minacciate, costrette al silenzio, cadono in una depressione profonda. Il mondo dell’utero in affitto non ha niente a che fare con la generosità, tutto ruota intorno ai bisogni degli adulti, non ai bambini».

Se le chiedono cosa direbbe ad una donna favorevole a prestare il suo utero, lei risponde. «Le direi di non usare il suo corpo come mezzo, i bambini non possono essere comprati e venduti, non possiamo togliere i loro diritti prima che nascano. E poi le direi: la schiavitù in America è stata abolita».

 

Ora basta, è il trionfo del narcisismo genetico

cheslerPhyllis Chesler non si è mai preoccupata di apparire politicamente corretta: di certo non quando ci sono in gioco i diritti di donne e bambini. La maternità surrogata è un’industria, dice la storica femminista americana, docente di psicologia alla City University of New York e autrice di un libro-spartiacque sulla maternità conto terzi; ed è il «trionfo del narcisismo genetico» di chi non può o non vuole avere figli ma esige di trasmettere a tutti i costi la propria eredità genetica. Per questo – insiste – bisogna fermarla.

Professoressa Chesler, come fermare un’industria miliardaria, e in crescita? Nessuno può farcela da solo. Bisogna lavorare insieme. Difendo il diritto di abortire, ma collaboro con gruppi pro-vita per mettere fuori legge quell’autentico commercio di bambini che è la maternità surrogata. Lo scorso maggio ho partecipato a lanciare la campagna «Stop surrogacy now», che unisce organizzazioni su fronti opposti su fronti infuocati come l’aborto, ma anche gruppi religiosi e atei, la destra e la sinistra.

Cosa ha permesso questa alleanza? La maternità surrogata vìola così tanti princìpi- base della convivenza umana da oltrepassare le barriere. Mercifica i corpi delle donne, riduce i bambini a oggetti da ordinare da parte di chi se li può permettere, etero o omosessuali, calpesta i diritti delle donne e dei bambini, li espone a enormi rischi per la loro salute. Ma non basta: recide il legame primordiale fra madre e figlio, apre la porta alla sperimentazione eugenetica e porta al traffico di donne.

Come è nato il movimento “Stop surrogacy now»? Alla Harvard Law School nel 2011, durante la proiezione del documentario Eggsploitation che mette in luce lo sfruttamento di giovani donne da parte dell’industria della fertilità in cerca di ovuli. Durante il dibattito alcuni membri dell’industira della fertilità accusarono la regista, Jennifer Lahl, di negare i diritti delle donne. Allora mi alzai spiegando che sono una delle fondatrici di «Now», la principale organizzazione femminista negli Usa, e di essere invece d’accordo con lei. Altre persone hanno manifestato il loro supporto. Abbiamo capito che solo un’alleanza trasversale poteva reggere la pressione delle cliniche della fertilità.

Da dove viene questa sua passione contro la maternità surrogata? Nasce nel 1987, quando seguii la prima causa legale di una madre surrogata, il famoso caso «Baby M»: una giovane squattrinata che non aveva finito le superiori contro una coppia di abbienti scienziati. Organizzai dimostrazioni, scrissi lettere ai giudici. E mi accorsi che le mie obiezioni coincidevano con quelle avanzate dalla Conferenza episcopale del New Jersey. La Corte suprema dello Stato dichiarò che la maternità in affitto era illegale, ma questo non ha poi impedito a 8 Stati di legalizzarla e ad altri 23 di permetterla in molti casi. Oggi coppie sterili, single, gay, vip che non vogliono il disagio di una gravidanza noleggiano una donna per la loro riproduzione. Questo, oltretutto, scoraggia l’adozione e condanna migliaia di bambini a crescere in pessime istituzioni.

Cosa chiede oggi il movimento «Stop surrogacy now»? Vogliamo vietare la maternità surrogata in ogni Stato, ogni provincia, ogni Paese del mondo. Per farlo vogliamo che l’Onu dichiari l’affitto di uteri una violazione dei diritti umani e lo metta al bando. Il percorso è lungo, ma la consapevolezza sta crescendo. Comincia a emergere il danno che la maternità surrogata infligge ai figli precedenti della madre surrogata, che per essere assoldata deve dimostrare di avere portato a termine una gravidanza. Vedere la madre cedere il nuovo nato in cambio di denaro crea traumi profondi.

Il 2 febbraio a Parigi si è tenuta una conferenza sull’abolizione della maternità surrogata… È un passo importante, perché la schiavizzazione di donne come macchine da riproduzione si sta espandendo a causa della continua erosione della classe media in America e in Europa, dei debiti di molte famiglie e della potenza dell’industria della fertilità che ora si presenta come alleata delle lobby gay. Gli Usa sono il secondo fornitore di uteri in affitto al mondo, dopo l’India…

di Elena Molinari

Il fenomeno della maternita’ surrogata

pregnancy-23889_1280La questione delle madri surrogate è tornata alla ribalta recentemente con la notizia che Nicole Kidman e Keith Urban hanno avuto una bambina, nata il 28 dicembre, da un utero in affitto.
Poco tempo prima, il giorno di Natale del 2010, Elton John e David Furnish sono diventati padri di un bambino. Come osservato da ABC News il 4 gennaio, i loro nomi si aggiungono a una lista ormai lunga di personaggi famosi che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata per avere figli. In questa lista figurano coppie come Sarah Jessica Parker e Matthew Broderick, l’attore Neil Patrick Harris e David Burtka, nonché la stella del calcio Cristiano Ronaldo. Il caso di Nicole Kidman e Keith Urban ha attirato l’attenzione dei commentatori per via di una dichiarazione della coppia in cui si ringraziava la “gestatrice” (“gestational carrier”). Melinda Tankard Reist, scrivendo sul quotidiano The Australian, ha criticato questa terminologia che esprime una mercificazione del corpo femminile e una commercializzazione della procreazione. In questo articolo del 19 gennaio, sostiene che tale linguaggio impersonale priva di umanità la donna che ha portato in grembo la bambina e nega l’intenso legame tra la madre e il figlio che si sviluppa durante la gravidanza.
Anche Miranda Devine, scrivendo sul Daily Telegraph di Sydney del 19 gennaio, ha espresso forti critiche sulla terminologia usata: “Anche se è stata pagata, come lo è la maggior parte delle madri surrogate negli Stati Uniti, ciò che ha fatto è un atto di enorme generosità personale e non dovrebbe essere denigrata usando parole ambigue che tendono a disumanizzare il rapporto umano più intimo”.
Accessorio
Devine ha spiegato di non condividere l’attuale mania dei figli surrogati, che vengono considerati come una sorta di accessorio di moda o, nel caso delle coppie omosessuali, come una dichiarazione politica. Michelle Higgins, in un commento pubblicato il 21 gennaio sul Sydney Morning Herald, ha simpatizzato con il dolore della donna sterile, ma si è espressa contro l’uso di termini come allevatrice o gestatrice. Le parole che scegliamo per descrivere la surrogazione hanno in effetti un’importanza – ha sostenuto – e un impatto sugli interessati. Dall’Inghilterra, in un articolo pubblicato il 21 gennaio sul quotidiano Guardian, Yvonne Roberts ha sostenuto che la maternità non è solo un’altro ramo dell’industria dei beni di consumo. Dare gli uteri in affitto è semplicemente disumano, ha affermato. Si potrebbe dire che una donna dovrebbe poter scegliere volontariamente di fare la madre surrogata, ma per questo dovremmo vivere in una società in cui non vi fossero grandi differenze di autorità e di reddito, ha osservato. Esistono “alcuni angoli dell’anima in cui anche chi ha portafogli senza fondo non si dovrebbe inoltrare”, ha aggiunto la Roberts. Altri commentatori si sono invece espressi a favore della surrogazione. Letitia Rowlands, nell’edizione del 22 gennaio del Daily Telegraph, ha sostenuto che ciò rappresenta un lieto fine per le coppie che diversamente non potrebbero avere figli. In Australia, le madri surrogate possono ricevere pagamenti solo per le loro spese mediche, ma la Rowlands si è espressa a favore di una commercializzazione della surrogazione per consentire alla coppie che vogliono disperatamente avere figli di poter avere maggiori opportunità. Altri due articoli di commento, pubblicati il giorno dopo sull’edizione della domenica del Daily Telegraph, si sono espressi a favore di questa pratica medica. Claire Harvey l’ha definita “uno straordinario dono d’amore”. Le madri surrogate si offrono per condividere il dono della loro buona salute e fertilità, a beneficio di chi è meno fortunato, ha detto. “È un dono volontario di compassione, pazienza e amore, da parte di una donna ad un’altra”. Tracey Spicer ha raccontato le proprie difficoltà a concepire e ha detto che esistono migliaia di donne che soffrono di infertilità, ma ha riconosciuto l’esistenza di vere ingiustizie, come quando donne di Paesi come l’India vengono prese in affitto per dare alla luce figli per coppie occidentali. Il riferimento della Spicer all’India tocca un punto sensibile nella questione delle madri surrogate. Lo scorso 10 dicembre, il Wall Street Journal ha pubblicato un lungo articolo sulla nuova industria dei bambini prodotti da donne provenienti da Paesi a basso reddito.
PlanetHospital, per esempio, usa donne di Paesi come Bulgaria perché facciano figli in Grecia dove l’assenza di leggi restrittive consente di operare più facilmente. Oppure si ricorre a ciò che viene definito come il “fagotto indiano” (“India bundle”) – un pacchetto che comprende gli ovuli donati e l’impianto embrionale in molteplici madri in India. Dando qualcosa in più, PlanetHospital offre la fecondazione con sperma di diversa provenienza o la possibilità di scegliere il sesso del figlio. Dal 2007 ad oggi, l’organizzazione ha consentito la nascita di 459 figli.
Diritti e remunerazione
Il crescente ricorso alla surrogazione ha tuttavia innescato una serie di cause giudiziarie. In Inghilterra, dove non sarebbe consentito il pagamento della surrogazione al di là di quanto necessario a coprire le spese mediche, un giudice ha recentemente rimesso in discussione l’interpretazione della legge. In una decisione dell’Alta corte, il giudice Hedley ha detto che la legge sul pagamento della surrogazione non è chiara e ha consentito ad una coppia britannica di mantenere il bambino nonostante avesse dato alla madre surrogata americana più di quanto la legge definisce come “spese ragionevoli”, secondo il Telegraph di Londra dell’8 dicembre. Il giudice ha interpretato la legge nel senso di applicarla solo ai “casi più chiari” di surrogazione a scopo di lucro. Frattanto, negli Stati Uniti, la Corte suprema del Connecticut ha deciso che è possibile riconoscere la paternità del partner non genetico di un figlio nato da madre surrogata, secondo quanto riferito da ABC News il 20 gennaio. Anthony e Shawn Raftopol si sono sposati civilmente nel 2008 e i loro gemelli sono nati grazie a ovuli donati e a una madre surrogata. Vivono in Olanda ed erano preoccupati che Shawn, che non è il padre biologico, quando viaggia con i bambini, possa essere accusato di traffico internazionale di esseri umani.
La Corte ha superato le obiezioni poste dalle autorità del Connecticut, dichiarando che non era necessario svolgere le procedure dell’adozione e che Shawn poteva essere iscritto nei certificati di nascita.
Poco tempo dopo, il tribunale familiare di Melbourne, in Australia, ha emesso un verdetto simile, secondo quanto riferito dal quotidiano Herald Sun del 22 gennaio.
Una coppia omosessuale che ha pagato una madre indiana per dare alla luce due gemelle ha richiesto il pieno riconoscimento legale per il padre non genetico. “In punta di diritto, la parola ‘genitore’ evoca un qualche legame biologico, ma … la biologia non è fondamentale; si riconduce tutto alla responsabilità genitoriale”, ha decretato il giudice Paul Cronin. Talvolta le madri surrogate non vogliono consegnare i bambini che hanno fatto nascere, con conseguenti controversie legali. Una che è stata risolta di recente in favore della madre di nascita è il caso di un’anonima madre surrogata in Gran Bretagna a cui è stato permesso di tenersi il bambino. Il giudice Baker ha spiegato la sua decisione sostenendo che era nel miglior interesse del bambino, secondo quanto riferito dal quotidiano Telegraph del 23 gennaio.

Illecito
Nel documento del 2008, “Dignitas personae” su alcune questioni di bioetica, la Congregazione per la dottrina della fede riafferma l’opposizione della Chiesa all’uso delle madri surrogate.
Esso riafferma ciò che la “Donum Vitae” aveva dichiarato 20 anni prima. In quel documento la Chiesa spiega che ogni tecnica procreativa che coinvolge persone diverse da quelle della coppia sposata è inaccettabile in quanto è “contraria, infatti, all’unità del matrimonio e alla dignità della procreazione della persona umana”.
Afferma inoltre che essa lede “il diritto di ogni persona di essere concepita e di nascere nel matrimonio e dal matrimonio”. La natura del legame tra marito e moglie significa che essi hanno il “diritto esclusivo a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro”, aggiunge. Non si tratta di negare la sofferenza delle coppie che non possono avere figli, ma se la surrogazione può risolvere un problema, di sicuro ne crea anche molti altri.

John Flynn

La triste strada della surrogazione

childrenLa “maternità surrogata” viene spesso descritta in termini positivi. La surrogazione (come viene anche chiamata) sarebbe un atto di altruismo, in cui una donna porta a termine una gravidanza per un’altra donna che non può concepire. Vista in questa luce, si tende a dimenticare che si tratta di una tecnica la quale pone molti interrogativi etici e che spesso finisce in situazioni sconcertanti. Per questo motivo, Paesi come Italia e Francia vietano il ricorso alle “madri portatrici”.

Che il rischio di derive sia reale lo dimostra una notizia proveniente dal Canada, dove la pratica della surrogazione è autorizzata e regolamentata dalla Assisted Human Reproduction Act (AHRA) del 2004. A far aggrottare più di un sopracciglio è la vicenda di una giovane donna di Bathurst, nella provincia del Nuovo Brunswick, che incinta di due gemellini ha visto saltare alla ventisettesima settimana della sua gravidanza il “contratto” che aveva stipulato con un coppia inglese.

La giovane donna, Cathleen Hachey, che ha solo vent’anni ed è già madre di due piccoli bambini, aveva conosciuto la coppia, che vive nella contea del Hertfordshire, attraverso il sito Surrogate Mothers Online e con la quale aveva creato un rapporto di amicizia. Dopo alcuni mesi di contatti quotidiani, la coppia decide nel novembre scorso di passare al dunque e di recarsi in Canada. I tre raggiungono un accordo – la Hachey riceve un compenso di 200 dollari canadesi al mese per le sue spese – e decidono per una “surrogazione tradizionale”, cioè la Hachey viene inseminata con il seme dell’uomo della coppia inglese (del resto non in una clinica ma a casa, con strumenti casalinghi, cioè una siringa). Questo implica che il nascituro (si trattava poi di due gemelli dizigoti, un maschietto ed una femminuccia) è stato concepito con gli ovuli della madre surrogata e che la Hachey è quindi anche la madre biologica.

Nella surrogazione “gestazionale”, invece, vengono trasferiti nell’utero della madre portatrice uno o più embrioni concepiti in vitro (usando i gameti della coppia richiedente e/o di donatori), facendo sì che la madre portatrice sia solo il “vettore gestazionale” (traduzione dell’espressione inglese “gestational carrier”). Anche se ha un costo molto superiore alla surrogazione “tradizionale”, quella “gestazionale” viene preferita dagli esperti proprio per il fatto che il bambino non ha alcun legame biologico con la madre portatrice.

Arrivata alla 27.ma settimana della gravidanza, la surrogazione della Hachey conosce una brusca svolta quando ricoverata in ospedale riceve un SMS da parte della donna della coppia richiedente, dicendo che rinunciava ai bambini perché si era separata nel frattempo e da solo non ce l’avrebbe fatta a crescere i piccoli. Sempre tramite SMS, la Hachey si è messa poi in contatto con il padre dei bambini, ma invano. Con l’aiuto di un amico, la giovane donna riesce a trovare solo poche settimane prima del parto una coppia disposta ad adottare i due bambini. “E’ stata dura”, ha raccontato (Parentcentral.ca, 9 settembre). “Se fossi stata in una migliore posizione economica, li avrei tenuti”.

Infatti, la Hachey è single e durante la sua gravidanza il suo fidanzato l’aveva lasciata temporaneamente perché non se la sentiva di crescere quattro bambini con uno stipendio. Nonostante la sua disavventura, la Hachey ci vuole riprovare. “Mi piace essere incinta, mi piace partorire. Mi è piaciuto tutto”, ha dichiarato (CBC News, 13 settembre). Ma non si farà più sorprendere. “Avrò il mio avvocato. Avrò un sacco di clausole nel contratto che mi tutelino”, ha promesso (Parentcentral.ca, 9 settembre).

Non è la prima volta che problemi relazionali all’interno della coppia richiedente compromettono una surrogazione in Canada. Sally Rhoads, di SurrogacyInCanada.ca, conosce almeno tre casi di madri portatrici che stanno crescendo i bambini dopo l’abbandono del progetto da parte dei richiedenti perché divorziati nel frattempo (The National Post, 6 ottobre 2010). Ma anche la Hachey non ha rispettato le regole. La legge del 2004 (in parte cassata dalla Corte Suprema del Canada nel dicembre scorso) stabilisce infatti che la candidata madre surrogata deve avere almeno 21 anni.

La vicenda dimostra quanto è facile aggirare le normative. Secondo il National Post (16 settembre), l’agenzia federale per il controllo sulla procreazione assistita – Assisted Human Reproduction Canada (AHRC) – ha esaminato finora più di venti presunte violazioni della legge, di cui la maggioranza per il pagamento di un compenso alla madre surrogata e la compravendita di gameti. La legge vieta infatti la commercializzazione della riproduzione umana e permette solo il rimborso di eventuali spese sostenute dalla gestante. A preoccupare gli esperti, come Diane Allen, del gruppo di sostegno Infertility Network, è l’esistenza di “un mercato nero e grigio” in Canada. “La surrogazione (…) a parte pochi casi eccezionali di altruismo, è un commercio”, ha detto al National Post. “Alla fine, c’è uno scambio di denaro per un bambino. La società si oppone alla vendita di bambini attraverso adozioni straniere e al traffico delle donne e alla tratta degli schiavi, ma poiché ci sono dei medici coinvolti, è stato legalizzato”, osserva. “Qui stiamo parlando di vite umane e vengono trattate come un processo produttivo”, ha continuato.

Altri specialisti, fra cui Sherry Levitan, esperta legale nel campo della surrogazione, puntano il dito contro le coppie infertili e le madri surrogate che (come nel caso della Hachey) scelgono la “strada indipendente”, cioè quella del “do it yourself” o “fai-da-te”. “Ci sono quasi sempre dei problemi quando la gente va per conto proprio”, ha detto la Levitan (CBC News, 13 settembre). Non sanno – sostiene – quali sono le domande da fare e quali sono i meccanismi di protezione da mettere in atto.

Un’altra caratteristica della surrogazione è che spesso finisce davanti a qualche tribunale, costringendo i giudici a pronunciare sentenze di grande impatto. Sintomatico è un verdetto emesso poche settimane fa in Canada da Jacelyn Ann Ryan-Froslie, giudice della Court of Queen’s Bench della provincia del Saskatchewan. Nella sua sentenza, la Ryan-Froslie ha permesso ad una coppia gay di cancellare il nome della madre surrogata (che era d’altronde d’accordo) sul certificato di nascita della bambina che la donna aveva partorito nell’agosto del 2009, e concepito dal seme di uno dei due e da un ovulo donato. Trattandosi di una “surrogazione gestazionale”, la portatrice non è legalmente la “madre” della piccola.

Anche se non si sa ancora come sarà il nuovo certificato di nascita, secondo il Toronto Sun (13 settembre) tutto indica che il compagno del padre biologico risulterà come l’altro parente, anche se lui (come la madre surrogata dunque) non ha alcun legame biologico con la bambina.

La surrogazione svuota dunque la maternità. Mentre prima si distingueva ancora tra “madre adottiva” e “madre biologica” – come osserva il National Post (13 settembre) -, oggi la surrogazione spacca quest’ultima categoria in “donatrice di ovuli” e “vettore gestazionale”. Inoltre si tende ad ignorare il legame che si instaura tra una madre “gestazionale” e il bambino durante la gravidanza. Separarsi dal piccolo dopo il parto può essere molto doloroso anche per un “gestational carrier”, come dimostra l’esempio di una donna scozzese, Louise Murray, 29 anni, che per il dolore della separazione dal piccolo è finita in terapia farmacologica antidepressiva. “Piango ancora per il mio bambino”, ha raccontato la donna, che è lesbica, al Daily Record (11 settembre).

Circa un mese prima che nascesse il bambino, Louise ha persino pensato di non consegnarlo alla coppia richiedente (un contratto di surrogazione non è legalmente vincolante nel Regno Unito). “L’ho fatto solo perché avevo detto loro che l’avrei fatto, e ho mantenuto la mia parola. Ero moralmente costretta”, ha spiegato. Proprio il “bonding” (la parola inglese per la costruzione di un legame empatico ed affettivo tra madre e figlio) è negli USA al centro di una causa legale intentata contro il proprio datore di lavoro da una donna di New York, Kara Krill, che ha “avuto” dei gemellini tramite una surrogazione.

La ditta – la Cubist Pharmaceuticals, con sede nel Massachusetts – aveva concesso dopo la nascita solo cinque giorni di congedo di maternità retribuito (come nei casi di un’adozione) alla Krill, invece delle 13 settimane chieste dalla donna. Secondo l’azienda, i cinque giorni erano sufficienti, dato che la donna non ha dovuto riprendersi dal parto. Secondo la Krill, che soffre di una patologia uterina, il lungo periodo serve proprio per instaurare un legame con i piccolini.

“Lo scopo di un congedo di maternità non è solo quello di permettere alla madre di riprendersi dal parto, ma anche di permetterle di stabilire un legame con il bambino”, ricorda Gaia Bernstein, professore di Diritto presso la Seton Hall University School of Law, nel New Jersey (ABC News, 2 settembre). “Questo è ancora più importante per una madre che non ha costruito un legame attraverso la gravidanza”, sostiene. di Paul De Maeyer