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C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Mai piu’ morte, fino alla morte

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In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

Non volevo quel figlio ma cambiai idea…

fetoDall’apparenza fragile, remissiva nella parola, flebile nel tono di voce, Cristina era invece una donna forte e risoluta. Sapeva che, come una scatola chiusa, la vita ti puo’ presentare sorprese impreviste e spesso dolorose e senza farsi troppe domande aveva sempre risposto alle avversità con coraggio e pazienza. Un’infanzia difficile, con un padre burbero e una madre severa, incontrò suo marito all’età di diciassette anni e fu subito amore; si sposarono e qualche mese dopo era già incinta della sua prima figlia Elena.

Una bellissima gravidanza, forse un po’ faticosa, ma tutto si risolse per il meglio ed Elena nacque forte e sana. Tuttavia sebbene Cristina amasse quella bambina con tutto il cuore, custodiva dentro di sé un desiderio, avere un figlio maschio. Fu per questa ragione che dopo circa un anno dalla nascita di Elena, Cristina e suo marito provarono ad avere un altro figlio e subito lei rimase nuovamente incinta. Questa volta era un bambino, la notizia venne accolta con gioia non solo dal ristretto nucleo familiare ma anche dall’intera famiglia di nonni, zii e cugine. Da anni infatti tutte le gravidanze di quella famiglia erano caratterizzate da deliziose femminucce, ormai tutti attendevano l’erede, unico maschio tra circa sette donne.

Avrebbe portato il nome e cognome del nonno, avrebbe sostituito il padre nella piccola azienda agricola a conduzione familiare, insomma questo piccolino non era ancora venuto al mondo che già tutti avevano disegnato per lui un futuro radioso. Alla terza ecografia però il medico segnalò una dimensione cranica non proprio conforme alla norma, ne informò i genitori, lo segnalò nelle referto, ma Cristina non sembrava aver capito la natura del problema. In fin dei conti lei era una donna semplice, di quelle che prendono la vita così come viene, facendo spallucce di fronte ai problemi con innata predisposizione all’accettazione delle eventi dolorosi, ma certo non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare un giorno una dramma con quello che l’attendeva.

La diagnosi fu chiara: il bambino era idrocefalo. Percepirà gli impulsi, ma non sarà mai normale, non avrà una vita autonoma, non potrà camminare, ne parlare, giocare, studiare oppure lavorare. Cristina indietreggiò stravolta, mentre suo marito fissò il dottore incredulo; venne sottoposta loro la possibilità di abortire e i due inconsolabili genitori la presero in esame. Le giornate diventarono improvvisamente cupe per loro anche quando il sole splendeva alto, i pensieri erano ingarbugliati, impulsi di vario genere attraversavano le loro menti spingendoli come una barca in balia del vento ora in una direzione e dopo pochi istante in quella opposta.

Improvvisamente Cristina ebbe come un lampo che squarcia il suo orizzonte, permettendole di vedere come in uno specchio, come sarebbe diventata la loro vita; lei non avrebbe avuto pace, suo marito nemmeno di fronte ad uno spettacolo di quelle dimensioni, ed Elena? Anche la sua vita sarebbe stata rovinata, perché in fin dei conti i genitori non vivono per sempre e quando loro non ci sarebbero stati più, lei avrebbe dovuto prendersi cura del fratello e quel bambino suo malgrado, sarebbe stato un flagello anche per lei. L’aborto era la soluzione ideale, ormai lei se ne era convinta, ma suo marito restava chiuso in un riserbo impressionante; sapeva a che cosa andavano incontro, era consapevole del fatto che le remore di sua moglie erano tutto vere, ma non riusciva a pensare alla loro vita dopo aver tranciato il cordone ombelicale di quel bambino.

Di fronte alle opposizioni di suo marito, Cristina si intestardì, non voleva quel figlio, era decisa a non farlo nascere. Sperava in un aborto spontaneo, ma non arriva e il giorno dell’intervento, lei si alza da sola senza suo marito e raggiunse l’ospedale dove avrebbe dovuto eseguire l’interruzione di gravidanza.  Pochi istanti e un’infermiera annunciò che disgraziatamente il medico aveva avuto un incidente e che gli interventi erano sospesi. Fu un segno, quel bambino doveva nascere e Cristina tornò a casa rassegnata e in fondo serena. Maurizio, si chiamerà così il nascituro, sarà un bimbo bellissimo, con due profondi occhi azzurri e capelli nerissimi.

Dal giorno in cui è nato, il tempo è sembrato volare via scandito da un ritmo frenetico ed estenuante; Maurizio cresceva, ma restava sempre un lattante, aveva bisogno d’essere cambiato, lavato, sfamato e lentamente sbarbato, più diventava uomo, più la sua condizione era lampante e disperata. Dormiva nella camera attigua a quella dei suoi genitori, di giorno Cristina lo spostava in cucina, dove avevano un divanetto, un piccolo sofà verde proprio accanto al camino, a lui piaceva stare lì, la sensazione del calore di un fuoco scoppiettante sulla pelle, lo rilassava. Maurizio trascorreva su quel divano gran parte del giorno, improvvisamente urlava rispondendo ad un impulso che non riusciva a controllare, poi roteava gli occhi, la testa come stesse cercando qualcosa e quando posava distrattamente lo sguardo su sua madre, sembrava quasi sorriderle.

I medici dicevano che era un riflesso involontario, ridere o piangere per lui era la stessa cosa, ma Cristina era certa che sua figlio la riconoscesse nel crepitio del suo cuore, laddove i sentimenti bruciano come fa la legna nel fuoco, laddove la presenza o l’assenza di una madre è inconfutabile. Al mattino, dopo che Elena e suo padre erano usciti, Cristina iniziava le sue faccende domestiche, si muoveva per casa spolverando, spazzando, cucinando e intanto parlava con lui, gli raccontava tutto ciò che c’era da raccontare, gli parlava come se lui potesse intenderla, come se potesse risponderle e quando faceva un verso, lei apprezzava il suono delle sua voce.

Un giorno mentre era impegnata a rifare il letto di primo mattino, le sembrò di sentire un respiro accanto a lei, fu come il fruscio di una foglia che si posa lentamente in terra, talmente sottile da poter essere udito nel più completo silenzio. Lasciò cadere le lenzuola, corse in cucina e lo trovò addormentato sul sofà: le servirono solo pochi istanti per capire che quello che aveva percepito era stato il rumore dell’ultimo respiro di suo figlio. Era così che doveva andare, glielo dicevano tutti, che avrebbe dovuto aspettarselo e in fin dei conti che vita era mai quella? Maurizio era come un angelo dalle ali impiastricciate di petrolio, ora era finalmente libero, libero di poter volare, e questo Cristina lo sapeva, ma non le bastava. Lei, che aveva sperato di non vederlo nascere, ora non riusciva ad accettare la sua dipartita: quel figlio le sarebbe mancato da morire.

Le aveva insegnato molto, la sua presenza era un conforto per i suoi giorni. Tutti in famiglia avevano imparato a voler bene quel figlio e quel fratello speciale, che se ne era andato così in silenzio. Cristina ricordò per un attimo il freddo di quella sala d’aspetto dove attendeva di sottoporsi all’intervento per l’IVG di Maurizio, come era diverso dal silenzio che ora aveva lasciato suo figlio. Un silenzio carico d’amore, una presenza che in quella casa sarebbe stata sempre ricordata. E il fuoco nel camino continuava a scoppiettare. Sì la vita di quel figlio aveva avuto un senso per lei.

di Ida Giangrande

La vita umana e’ fin dal concepimento?

“Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”
(Papa Francesco in Misericordia et
misera)

Durante la campagna elettorale USA del 2016 vi fu alla CNN un intenso scambio tra Marco Rubio, senatore della Florida e Chris Cuomo, governatore dello Stato di New York.

Nel programma il confronto ha toccato lo scandalo della Planned Parenthood (PP) (il colosso degli aborti accusato di lucrare sulla vendita di organi e tessuti provenienti dai bambini abortiti) che tiene banco sui media americani e che ha condotto 13 Stati ad indagare la PP e 3 Stati a decidere di tagliare i finanziamenti pubblici all’organizzazione. Quando Marco Rubio ha difeso la dignità dell’embrione dicendo “La scienza ha deciso che è una vita umana”, Cuomo ha ribattuto: “Non dal concepimento!”. “Assolutamente sì. Cos’altro può essere? Non può trasformarsi in un animale, non può diventare un asino, l’unica cosa che può diventare è un essere umano. È un essere umano, non può essere nient’altro”, è stata la replica di Rubio.

Attraverso la rivista Forbes [1] Arthur Caplan, capo del dipartimento di etica medica al Centro Medico Langone dell’Università di New York, ha criticato l’affermazione di Rubio. Secondo Caplan la scienza non ha stabilito quando inizia la vita umana e per dimostrarlo ha presentato ben 11 argomenti:

1. Se davvero la vita iniziasse al momento del concepimento si dovrebbero cessare la fecondazione in vitro, la ricerca sulle staminali (embrionali n.d.r.), la contraccezione d’emergenza.

2. Uccidere una donna incinta dovrebbe condurre all’accusa di duplice omicidio

3. Una donna non potrebbe vedere utilizzato il suo testamento biologico quando è incinta

4. La scienza non offre una linea certa di che cosa sia il concepimento: quando uno spermatozoo raggiunge un ovulo, quando penetra l’involucro della cellula uovo, quando comincia la ricombinazione genetica, quando si forma un nuovo genoma, oppure quando esso comincia a funzionare?

5. Oltre il 70% degli embrioni muoiono prima della fase di impianto nell’utero materno, quindi la maggior parte dei concepimenti non porta ad alcun essere umano, il concepimento nella maggioranza dei casi conduce a niente.

6. L’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha affermato nel 1981 che l’esistenza di una vita umana al momento del concepimento è una questione a cui la scienza non può dare risposte.

7. I fatti indicano che il punto di partenza è dopo il concepimento.

8. Il concepimento crea più di una vita, i gemelli, due, tre, ma poi una delle vite è riassorbita nel corpo di un’altra.

9. Al momento del concepimento non è chiaro quante vite ci sono, lo si capisce solo più tardi.

10. Anche dopo l’annidamento una parte delle gravidanze vengono interrotte spontaneamente.

11. Il concepimento è sí l’inizio, ma è l’inizio solo del possibile, non dell’attuale.

Nel suo articolo Caplan non dice in realtà niente di nuovo. Si tratta di argomentazioni ormai molto comuni tra in sostenitori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Vediamo di dare una risposta quanto più sintetica per ciascuna di esse.

1. Argomento che sembra irrilevante. Una descrizione non riceve o meno validità dalle implicazioni sociali, ma solo dalla corrispondenza con la realtà. Se dovesse prevalere l’utilitarismo, allora uno schiavista avrebbe potuto affermare che i neri non sono esseri umani perché altrimenti la schiavitù sarebbe stata abolita con grande danno per l’economia.

2. Vale come il punto numero 1. Anche a livello psicologico l’affermazione si dimostra controintuitiva. Supponete che vostra moglie aspetti un figlio da voi e un rapinatore le spari. Cade in coma, i medici vi dicono che è cerebralmente morta, ma che c’è la possibilità che riescano a fare nascere il bambino, mantenendo artificialmente le funzioni vitali. Dopo un mese i medici vi comunicano che purtroppo anche il bambino non ce l’ha fatta. Quante perdite, quanti dolori distinti avete provato?

3. Stesse considerazioni del punto 1. In più il testamento biologico è un pessimo strumento per la tutela dell’autonomia dello stesso paziente che lo ha redatto, figuriamoci per la tutela di un altro essere umano.

4. Sebbene dietro pressione dell’industria contraccettiva l’Associazione dei Ginecologi Americani (e dietro essa le altre associazioni e istituzioni mediche) abbiano spostato il significato del termine concepimento al momento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno, tuttavia nel linguaggio corrente usato sia dai pazienti che dai ginecologi con esso s’intende la fecondazione (fertilization), termine che scientificamente (come attestato nel nomenclatore dell’Associazione dei Ginecologi Americani) indica la fusione delle membrane dello spermatozoo e dell’ovocita. Nel monumentale manuale di embriologia di Scott Gilbert si legge: “La fecondazione è il processo in cui due cellule sessuali (gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con potenzialità genetiche derivanti da entrambi i genitori”. In quanto processo, la fecondazione inizia con la fusione delle membrane dei gameti (singamia) e termina con la fusione del materiale genetico paterno e materno (cariogamia), ma l’inizio è uno, la singamia, il processo che segna il passaggio da due cellule ad un organismo: un’unità ontologica, non un assemblato di parti, con un corredo genetico unico (la probabilità che i soliti genitori daino alla luce due figli identici in due atti sessuali distinti è meno di una su settantamila miliardi) ed intrinseco orientamento e determinazione allo sviluppo.

5. Se il criterio della mortalità fosse determinante, allora vorrebbe dire che nei tempi e nei luoghi dove la mortalità neonatale e infantile sono elevate i bambini non sono esseri umani. Supponete che una donna incinta al sesto mese sia imbarcata su un volo verso Kinshasa: fintanto che è sui cieli italiani, dove la tecnologia neonatologia è sviluppata, ella porta in sé un essere umano, ma, secondo quanto affermato da Caplan, quando sorvola le coste dell’Africa, dove la probabilità di sopravvivenza di un tale prematuro sono pari a zero, allora in sé non ha più un essere umano? L’argomento implica che nel braccio della morte non vivano esseri umani e pertanto si potrebbe utilizzarli per ricerche scientifiche, o come fonte di organi.

6. Il concetto è stato riportato in modo scorretto. Nel documento citato l’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha dichiarato: “la proposta S158(proposta di legge del Senato N. 158 n.d.r.) che il termine “persona” debba includere “ogni vita umana” non ha basi nella nostra comprensione scientifica. Definire il momento in cui l’embrione in via di sviluppo diventa una “persona” deve rimanere una questione di valori morali e religiosi”.[3] Dal momento che il concetto di persona è di natura filosofica, correttamente l’Accademia delle Scienze si è dichiarata incompetente. Mischiare il concetto biologico di “vita umana” con quello filosofico di “persona” è molto pericoloso. La stessa Chiesa, riconoscendo la natura filosofica del concetto di persona, non ha mai impegnato la propria autorità nel definire l’embrione “persona”, ritenendo sufficiente fornire l’insegnamento che l’embrione vada trattato dall’inizio come persona e rimandando ai negazionisti l’onore della prova: “come un individuo umano non sarebbe una persona umana?” (EV, 60).

7. L’argomentazione appare Apodittica, imprecisa ed elusiva: quali fatti? “Dopo”? Quando? Alla nascita? Allo sviluppo dell’autocoscienza? Quale livello di autocoscienza? Al raggiungimento dell’autonomia? Quale livello di autonomia? Quale limite indica il professor Caplan oltre il quale si ha un essere umano?

8.  Il processo della possibile gemellazione non nega che un embrione sia un essere umano. Piuttosto esso è solitamente proposto per negare lo status di persona all’embrione alla luce della definizione classica di Boezio. È comunque un argomento inefficace anche in questo senso: la gemellazione consiste in una riproduzione non sessuata (filiazione) del primo essere umano (embrione) con formazione di un secondo essere umano (peraltro non identico all’embrione parentale), mentre il citato processo eventuale di “riassorbimento” dà luogo al fenomeno del chimerismo, del tutto inconsistente per negare lo status umano del concepito, a meno di sostenere che i soggetti trapiantati con organi da vivente o da cadavere non siano forse esseri umani. Le migliaia di persone che vivono con un cuore, rene, il midollo trapiantati, che assumono farmaci anti-rigetto e sono monitorati per il chimerismo post-trapianto sono non esseri umani? E che cosa sono?

9. Così formulato sembra ininfluente. Prima di ogni censimento non si sa quanti esseri umani sono presenti in un territorio, ma questo non rende quelli che sono presenti esseri non umani. Bombardare un’area non rende quanti periscono degli esseri non umani per il fatto d’ignorare il numero di quanti ci vivono.

10. Vale come il punto 5. Con l’aggiunta che, proprio perché fattibile i medici operano sui fattori che possono determinare la morte del concepito cercando di evitarla e nessuno, nemmeno il professor Caplan credo direbbe che nel fare questo i medici si comportano da veterinari.

11. È un’affermazione corretta solo se si dà per essere umano la definizione di un essere con caratteristiche diverse dall’embrione, ad esempio se si definisce come essere umano un adulto autocoscienze ed autonomo. Ma questo è proprio ciò che il professor Caplan non ha provato nel suo intervento.

Caplan nel suo articolo non ha esaurito gli argomenti pro-aborto, altri ne esistono in letteratura [4-6] a cui si oppongono solide ragioni [7-9]. Non si può non rimanere sorpresi che il sistema accademico americano produca un pensiero bioetico così superficiale e poco accurato. Sembra quindi che Rubio abbia ragione nel sostenere che l’embrione è da considerare a tutti gli effetti una vita umana.

Renzo Puccetti  (www.zenit.org)

*

NOTE

1. Arthur Caplan. Marco Rubio And The GOP’s Dangerous Misconception On When Life Begins. Forbes Magazine. 10-8-2015.http://www.forbes.com/sites/arthurcaplan/2015/08/10/marco-rubio-and-the-gops-dangerous-misconception-on-when-life-begins/

2. Scott F. Gilbert. Developmental biology 7th ed. Sunderland MA: Sinnauer Associates 2003. p. 183.

3. William W. Lowrance. The relation of science and technology to human values. In: Craig Hanks. Technology and values: essential readings. 2010 Blackwell Publishing Ltd. pp. 41-42.

4.  David Boonin. A defence of abortion. Cambridge University Press. Cambridge (UK) 2003.

5. Ronald Dworkin. Life’s dominion. An argument about abortion, euthanasia and individual freedom. Random House, New York, 1994.

6. Daniel Callahan. Abortion: law, choice and morality. Mc-Millan Company, New York, 1970.

7. Francis Beckwith. Defending life: A moral and legal case against abortion choice.Cambridge University Press, New York, 2007.

8. Robert P. George and Christopher Tollefsen. Embryo. A Defense of Human Life.Doubleday, 2008.

9. Peter Kreeft. Three Approaches to Abortion: A Thoughtful and Compassionate Guide to Today’s Most Controversial Issue. Ignatius Press, 2002.

La vita vince sempre

miracoli vitaLa mia quarta gravidanza (e quinto figlio, essendo stata una delle precedenti gravidanze gemellare) è arrivata “dal cielo”. Il test positivo è stato “un colpo”, ma io ho pensato subito che, se ci era stato mandato un figlio, voleva dire che ce la potevamo fare. La preoccupazione più grande era che tutto andasse per il meglio.

A 5 settimane di gravidanza però sono iniziati i problemi. Ho avuto un’emorragia improvvisa e mi sono vista il mondo crollare addosso. Il mio medico, dopo avermi fatto un’ecografia, da cui si vedeva solo un residuo di sangue in utero, mi disse che era troppo presto per poter dire qualcosa, che bisognava attendere almeno altre due settimane per vedere come si evolveva il tutto e che comunque io non avrei potuto fare niente: solo la natura avrebbe deciso.

Le due settimane seguenti sono state interminabili, le emorragie si sono ripresentate ed io ho provato una sensazione bruttissima ed inspiegabile di “svuotamento”. Piangevo senza riuscire a fermare le lacrime: era più forte di me.

Ma non avevo realizzato assolutamente quello che mi stava accadendo. Alla settima settimana di gravidanza il ginecologo mi rifà l’ecografia transvaginale. Non avevo il coraggio di guardare il monitor e così fissavo il medico in viso. Quando ho visto la sua espressione triste mi sono sentita morire! Nel monitor si vedeva un grande ematoma e basta!

Il ginecologo però vuole approfondire. Mi esegue l’ecografia esternamente e si accorge che sopra l’ematoma c’è un’altra camera gestazionale ed il cuoricino pulsa forte. Mi sono scese le lacrime all’istante.

L’emozione è stata ancora più grande quando il medico mi ha detto che la spiegazione di tutto era che anche questa gravidanza (come l’altra mia precedente) era partita come gemellare.

Nelle settimane successive ho continuato ad avere perdite. Mi era stato detto che erano normali, visto l’ematoma, ma io non le ho mai accettate con serenità. Ero felicissima che la gravidanza ci fosse, la pancia cominciava anche a farsi vedere… Ma io non la “sentivo”.

Anche il giorno di Natale, quando avrei dovuto essere al settimo cielo avendo “Gesù bambino” in grembo, mi sentivo nervosa, irritata… e non riuscivo a spiegarmi come mai.

A 12 settimane ho avuto improvvisamente un’altra emorragia che non dava cenno a fermarsi.

Mi sono recata all’ospedale e sono rimasta bloccata lì a letto per sei giorni. Il bimbo stava bene, ma l’emorragia aveva dato origine ad un ematoma di 7 cm. Quindi si temeva un’infezione.

Quel ricovero che, sono convinta, non è venuto a caso, mi è stato molto chiarificatore.

Durante la mia permanenza in ospedale passa a farmi visita una mia carissima amica ostetrica che avverte subito il mio stato di tensione interna. Mi dice chiaramente che così non sarei potuta arrivare a temine e mi consiglia di sottopormi ad un massaggio che faceva una sua collega, in quanto ciò mi avrebbe aiutato a riequilibrarmi un po’…

La sera seguente mi sono fatta fare quel massaggio. L’ostetrica si mise all’opera. Iniziò dalla mia testa ed io scoppiai in un pianto incontrollabile e liberatorio.

Alla fine del massaggio non percepivo più il contatto con il letto, mi sembrava di essere in un’altra dimensione, in uno stato di abbandono e di benessere.

Con l’aiuto di questa cara ostetrica ho avuto l’illuminazione: ho capito in quel momento che tutte le mie tensioni, tutte le mie paure, paure di “perdere”…, erano legate a quel coagulo di sangue che avevo in grembo, in quanto lo associavo ad un essere vivente.

Ebbi così la capacità di discernere il coagulo dall’essenza di vita e mi fu chiaro che quell’essere vivente non c’era più dentro di me, ma se ne era andato a 5 settimane, quando avevo avuto le prime emorragie, quei pianti violenti e quel senso di “svuotamento” che non mi era ben chiaro.

Ho metabolizzato solo allora di aver subìto un aborto. Fino a quel momento avevo una forte confusione inconscia tra vita e morte dentro di me. Ho deciso quindi di “lasciare andare” quella vita. Le diedi un nome: Mattia ed immaginandomi due ali che si innalzavano in cielo, la lasciai andare.

Quella sera stessa la mia gravidanza cambiò: sentii in utero come se ci fosse più spazio per quella creatura che stava crescendo dentro di me, come se io inconsciamente l’avessi prima tenuta premuta per far spazio a quell’ematoma che pensavo ricco di essenza di vita.

Il resto della gravidanza fu fisicamente impegnativo, ma psicologicamente molto più sereno. Ora tra le mie braccia ho Anna, che ha già otto mesi ed è sana, vispa e serena: un angioletto. Spesso mi “incanto” a guardarla.

Ho sentito un bisogno forte di condividere questa esperienza perché, avendola vissuta, posso affermare che non è assolutamente vero che un aborto si sceglie o si subisce e poi tutto finisce lì…

NO! Un aborto ti penetra, ti colpisce l’inconscio, che tu lo voglia o no, e ti crea “un buco”, una ferita che può anche cicatrizzare se la metabolizzi, ma certo è che quella cicatrice ti resta per tutta la vita!

Una mamma di cinque figli

[Testimonianza raccolta da Anna Fusina]

Fonte: www.vitanascente.blogspot.it

 

Quando il paziente non è ancora nato

È notizia di questi giorni che all’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo sia stato effettuato un intervento al cuore ad un paziente particolare. Già è un fatto speciale che ormai si possa salvare una vita con interventi che fino a pochi anni fa erano impensabili, ma questo evento ha qualcosa di particolare, perché il paziente è un piccolo feto. Si trattava di un feto di 33 settimane dal concepimento, cui è stato applicato un presidio medico detto stent, proprio come si fa ad un adulto, con la sola differenza che in questo caso per farlo si è passati per una via non ordinaria: il pancione della mamma.

E’ un evento che commuove e che genera per forza stupore: se per la cultura dominante il feto non è da considerarsi “persona”: come si può considerare addirittura un “paziente”?

Ma per la medicina lo è, e questo è solo uno dei tanti interventi chirurgici di questo genere in Italia e in vari Paesi, che riescono a curare delle anomalie al cuore, ai reni, all’intestino, al sistema nervoso prima ancora che il bambino nasca; anzi, evitando che nasca prematuramente e facendolo restare un “feto” ancora per alcune settimane.

La rivista Pediatric Surgery International del maggio 2013 dà un quadro comprensivo delle possibilità in atto in questo campo e non ci si stupisce se su Seminars in Pediatric Surgery ci si preoccupa di come non far provare dolore a questo paziente ancora non nato ma che viene operato: “La chirurgia fetale spinge i limiti della conoscenza e della terapia oltre i convenzionali paradigmi trattando il feto come un paziente. Due pazienti devono essere anestetizzati nell’interesse di uno, e c’è poco margine per l’errore”, riportano gli autori dell’articolo, medici al Children’s Hospital di Philadelphia.

Sono appuntamenti importanti per il mondo ostetrico i congressi internazionali dal titolo “The fetus as a patient” (“Il feto come paziente”), così come è significativo che il sottotitolo di una delle maggiori riviste mondiali di pediatria, “Early Human Development”, sia: “Rivista che tratta la continuità tra la vita fetale e neonatale”.

Dunque per la comunità scientifica è chiaro che il feto è un paziente. Il fatto che per tutti gli altri continui ad essere trattato come un essere senza diritti, di cui qualcuno ancora discute sulla reale umanità o sul possesso di diritti, è imbarazzante.

Si sente una forzatura nella divisione artificiosa tra “feto” e “bambino” segnata dal momento convenzionale della nascita, senza che per la fisiologia e l’anatomia del soggetto la nascita in realtà abbia un significato rilevante.

Anche perché ormai ben si sa che prima di nascere il feto è in grado di ascoltare le voci (potrà dopo nato già riconoscere quella della sua mamma) e di assaporare i gusti delle cose che la mamma mangia e che attraverso il suo sangue gli arrivano alla piccola bocca, tanto che oggi sappiamo che i gusti alimentari iniziano a formarsi prima della nascita.

E il feto può sentire il dolore nella seconda metà della gravidanza, come ho recentemente illustrato riassumendo tutti i dati della letteratura scientifica sul Journal of Fetal Maternal and Neonatal Medicine.

Questo dato è stato oggetto di discussione per anni, ma anche in questo campo tanti progressi sono avvenuti, basti pensare che fino a 30 anni fa ancora in campo medico c’era chi dubitava che il bambino neonato provasse dolore; e il feto altri non è che un bambino non ancora nato (o che talora nasce prima di arrivare al termine della gravidanza). E’ una piccola umanità teneramente nascosta ma presente.

Lo sviluppo della chirurgia fetale è allora un campo controverso per il pubblico che non si aspetta che la medicina tratti da paziente un feto; ma non lo è per i medici stessi. Perché la scienza ha proprio il compito di sondare ciò che è apparentemente insondabile, cioè di essere aderente alla realtà anche quando quella realtà è così piccola (vedi il caso dell’embrione umano) o nascosta (vedi il caso del feto) da sembrare marginale o “scartabile”.

Ma una volta scoperta la realtà che altri – per pregiudizi sociali o perché mancano i mezzi tecnici – non vedono, non si può e non si deve far altro che seguire la ragione e curare il paziente, indipendentemente da apparenza e pregiudizi.

Carlo Bellieni

da www.zenit.org

Coppia, famiglia e matrimonio, tre cose (istituti giuridici) diverse

Alla base della decisione dell’Assemblea Nazionale francese che prevede il matrimonio e il diritto all’adozione per le coppie omosessuali grazie all’eliminazione della differenza tra i sessi come condizione fondamentale per il vincolo matrimoniale — “il matrimonio per tutti” — c’è un grave e distorto uso ideologico del diritto a non essere discriminati.
Una distorsione ideologica che fa torto al buon uso della ragione e proprio per questo lede, nel matrimonio, fondamentali istituti etici della società.

 

La presunta discriminazione da rimuovere consisterebbe nel fatto che le coppie eterosessuali e le coppie gay non siano discriminabili, in base all’orientamento sessuale, nei loro diritti per accedere all’istituto familiare del matrimonio, perché questo sarebbe diritto di ogni persona. Questo assunto si regge — in diritto e in fatto — su un uso ideologico e improprio dell’analogia tra coppia, famiglia e matrimonio. Coppia, famiglia e matrimonio sono realtà, e istituti giuridici, affatto diversi. E non può esserci, senza grave pregiudizio, una pura e semplice transitività analogica dall’uno all’altro istituto di requisiti di diritto; un passaggio puramente analogico dall’uno all’altro dei diritti che a questi istituti sono propri, o vi si vogliono riconoscere.

 

La spuria “rifondazione” della famiglia sul matrimonio risolto in puro legame affettivo toglie alla famiglia proprio la funzione che le è stata riconosciuta da sempre: il suo essere naturale presidio sociale del legame riproduttivo eterosessuale. Laddove l’associazione familiare, nella sua radice di coppia eterosessuale, “nasce” essa stessa dalle “nozze”, dalla possibilità di far nascere, dal naturale orientamento procreativo del legame. L’essere famiglia, o il “fare famiglia”, non può quindi fare aggio sugli orientamenti sessuali della coppia. Non si può dedurre dal loro “fare famiglia”, l’equivalenza degli orientamenti sessuali della coppia ai fini del matrimonio. Facciano famiglia o no, resta tutta in piedi la differenza tra le coppie gay e le coppie eterosessuali; e la pregnanza di questa differenza, anche per rispetto al dato esistenziale che comporta.

 

Alla base della decisione dell’Assemblea Nazionale francese non c’è alcuna discriminazione da sanare, ma solo purtroppo una pressione ideologica sempre più forte, che mina da tempo sul piano culturale le basi etiche e giuridiche della società europea, e istituti etici, prima ancora che giuridici, fondativi e strutturanti un’ordinata convivenza sociale. Istituti etici e giuridici certo da aggiornare ai tempi, e il riconoscimento dovuto alle unioni civili va in questo senso; ma non sovvertibili nelle loro strutture di fondo, che il diritto riconosce da sempre.

 

Eugenio Mazzarella, Università Federico II di Napoli, Deputato del Partito Democratico

EllaOne: contraccezione o aborto?

feto bellissimoPartiamo da un presupposto: il meccanismo d’azione di ellaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, non è esclusivamente di tipo antiovulatorio. Le donne che assumono ellaOne nel periodo fertile del ciclo mestruale per la maggior parte ovulano e possono concepire, ma, essendo il loro endometrio irrimediabilmente compromesso a causa dell’azione della pillola, non si verificherà l’annidamento dell’embrione nell’utero materno e verrà così provocata la morte del concepito.

Il possibile effetto antinidatorio è incompatibile con la legislazione italiana. La legge di riferimento, quando si parla di contraccezione, è la L. 405/75, istitutiva dei Consultori familiari. Nel suo primo articolo essa definisce la procreazione responsabile e finalizza quest’ultima alla tutela della salute della donna e del “prodotto del concepimento”, escludendo così i metodi con meccanismo d’azione post-concezionale.

Anche la recente sentenza della Corte Europea di Giustizia del 18 ottobre 2011 ha riconosciuto nella fecondazione l’inizio della vita e nel concepito un soggetto che deve essere tutelato. La Direttiva europea 2001/83/CE, relativa ai medicinali per uso umano, all’art. 4 prevede che le procedure di approvazione comunitaria non impediscono ai singoli Stati della UE di vietare farmaci contraccettivi o abortivi incompatibili con le rispettive legislazioni nazionali.

Inoltre la Direttiva europea 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, recepita dal nostro Codice del Consumo nel 2007, prevede che l’informazione all’utenza sia corretta e in nessun modo ingannevole. Essa non deve infatti contenere informazioni false, ma neppure ingannare il consumatore medio nella sua presentazione complessiva (anche se l’informazione sia di fatto corretta) riguardo all’esistenza o alla natura del prodotto, cioè alle sue caratteristiche principali, fra cui la sua composizione, l’idoneità allo scopo ed i risultati che si possono attendere dal suo uso.

Nel foglietto illustrativo di ellaOne si dice che si ritiene che la pillola “agisca bloccando l’ovulazione”, ma se ne omette il possibile effetto antinidatorio, e dunque abortivo.

La presentazione di questo farmaco come “contraccettivo”, termine correntemente usato per indicare la prevenzione del concepimento (inteso come fecondazione) è ingannevole: potrebbe indurre infatti ad utilizzarlo persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio.

La relazione tecnico-scientifica “Ulipristal acetato (CDB 2914) – Meccanismo d’azione: aspetti scientifici, deontologici ed etici” della Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo del 16 aprile 2010 riporta a questo proposito il risultato di alcuni studi:

“In uno studio condotto su 618 donne negli Stati Uniti di età inferiore a 50 anni l’11,8% del campione riteneva che la contraccezione d’emergenza agisse prima del concepimento, il 56,6% tra il concepimento e l’impianto nell’utero ed il 18,1% dopo l’impianto. Il 48% dello stesso campione considerava la fecondazione come l’inizio della vita umana, contro il 19% che individuava tale inizio con l’impianto dell’embrione o fasi successive. (…) In un altro studio, condotto su 581 donne di età media poco superiore ai 30 anni, è risultato che il 39,4% non avrebbe assunto un metodo contraccettivo che avesse esercitato la propria azione dopo la fecondazione. Il 46,3% ha individuato l’inizio della vita umana con la fecondazione contro il 35,7 che ha indicato l’impianto o fasi successive. (…)

La collocazione dell’inizio della vita umana e la religiosità sono fortissimi predittori dell’attitudine delle donne ad utilizzare o rifiutare i contraccettivi in base al meccanismo d’azione (non quindi sulla base della semplice indicazione contraccettiva). Il più recente studio in questo senso, condotto su 178 donne di 18-50 anni che frequentavano due centri universitari di medicina generale, ha confermato i precedenti risultati indicando che il 30% delle donne ritiene che la vita inizi al momento della fecondazione, il 47% indica la fecondazione come momento di inizio della gravidanza, il 20% darebbe il consenso all’utilizzo della contraccezione d’emergenza solamente se essa agisse prima della fecondazione, il 34% la utilizzerebbe solamente se il proprio medico la informasse assicurando che essa non provoca alcun aborto.”

Il fatto che nel foglietto illustrativo di ellaOne manchi un riferimento diretto al possibile impedimento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno rende l’informazione alle possibili utenti difettosa ed inesatta sia dal punto di vista tecnico-farmacologico che sotto il profilo del consenso informato.

Detta lacuna nell’informazione all’utenza, secondo la Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo, “può costituire un importante ostacolo all’esercizio dell’autonomia decisionale della donna e alla sua capacità di assumere decisioni non in contrasto con le proprie convinzioni etiche da cui potrebbero derivare potenziali rischi per la propria salute psichica. (…) un consenso dato senza adeguata e completa informazione sarebbe da ritenersi “non valido”, condizione a cui sarebbero riconducibili possibili problematiche sia in ambito penalistico che civilistico nei confronti del medico (e della struttura) che ha prescritto il farmaco.”

Un’altra questione di particolare rilevanza riguarda la disposizione dell’art. 3 della Determinazione Aifa dell’8 novembre 2011, che subordina la prescrizione del farmaco alla presentazione di un test di gravidanza ad esito negativo basato sul dosaggio dell’HCG beta, al fine di escludere una gravidanza in atto.

L’ hCG (Human chorionic gonadotropin) o gonadotropina corionica è un ormone prodotto dall’embrione, subito dopo il suo impianto nell’utero.

Il test di rilevamento dell’ormone beta hCG nel sangue o nelle urine, che si dovrebbe esibire al momento della richiesta di prescrizione del farmaco, può dare esito positivo di una eventuale gravidanza solo 7-8 giorni circa dopo la fecondazione, quando l’embrione si è già annidato nell’utero; pertanto, se c’è stata la fecondazione ma l’embrione non si è ancora annidato, il test darà come esito un falso negativo, anche se l’embrione sta viaggiando verso l’utero e, quindi, la gravidanza esiste.

Il concepito rimane dunque “invisibile” al test per circa 7-8 giorni, un intervallo di tempo nel quale il livello di beta HCG non si positivizza. Quindi i test attualmente in uso non servono a escludere un’azione abortiva della pillola, perché non segnalano la presenza dell’embrione se esso non è ancora annidato in utero.

Esiste un test più sensibile che potrebbe segnalare la presenza dell’embrione poco dopo la fecondazione. Entro due giorni da quest’ultima è possibile infatti rilevare nel circolo materno il Fattore Precoce di Gravidanza: l’EPF (Early Pregnancy Factor) che appunto è presente quando inizia una gravidanza.

L’EPF è una sostanza immunosoppressiva, prodotta dall’ovaio prima dell’impianto dell’embrione in utero, che appare circa 48 ore dopo la fecondazione ed è la risposta ormonale della madre ai segnali endocrini che l’embrione appena formato invia, segnalando la sua presenza.

L’impiego del test del dosaggio dell’EPF nel sangue non è però a tutt’oggi standardizzato e non costituisce per il momento un esame di routine a causa del dispendio economico e di tempo che comporta.

Riguardo alla disposizione dell’esecuzione del test di gravidanza preliminare, occorre inoltre rilevare che le donne che volessero farsi prescrivere ellaOne potrebbero anche presentare il test di gravidanza sulle urine eseguito da loro stesse o da altre donne in un periodo di assenza di rapporti sessuali o di rapporti sessuali verificatisi nel periodo infecondo nel ciclo. Il test risulterebbe così negativo e la pillola potrebbe così essere messa da parte, come “scorta” per le “esigenze future”.

Un altro aspetto importante da rilevare riguardo all’informazione data sulla “contraccezione d’emergenza” (in cui è inclusa anche ellaOne), è l’affermazione che la sua diffusione costituisca il presupposto fondamentale per un minore ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Numerosi articoli documentano invece come il ricorso alla “contraccezione d’emergenza” (CE) non riduca l’abortività volontaria, che, anzi, in diversi casi, aumenta. Infine, si deve rilevare come la disinformazione di molte donne riguardo alla fisiologia della riproduzione, soprattutto delle adolescenti, maggiori consumatrici di contraccettivi di emergenza, porti spesso ad un uso fuori luogo e magari ripetuto della contraccezione d’emergenza.

Nel testo “Sessualità e riproduzione: tutto sotto controllo?” vengono riportati i risultati di uno studio (Bonarini 2004) su mille donne seguite dai Consultori della città di Padova (100 pazienti per ognuno dei 10 consultori dell’area urbana).A queste donne è stato chiesto di indicare la durata del proprio ciclo mestruale, di identificare su di un grafico il periodo fertile del proprio ciclo, di indicare il giorno della propria ovulazione e il giorno presunto dell’ovulazione in un ciclo che durasse solo 22 giorni.

Sono risultate informate il 21,4% delle ragazze di età inferiore a 20 anni, il 28,9% delle donne di età compresa tra 20 e 29 anni, il 29,1% delle donne comprese tra 30 e 39 anni ed il 36% delle donne di 40 anni ed oltre.

La carenza d’informazione costituisce un grave problema etico, perché chi non conosce non è in grado di scegliere consapevolmente e liberamente. Se la donna non ha elementi corretti per scegliere personalmente, le sue scelte saranno effettuate da altri, poiché non fondate su una vera conoscenza ma su informazioni veicolate spesso da “fonti interessate”.

E’ indubitabilmente indispensabile una conoscenza non superficiale del meccanismo di azione di ellaOne sia da parte del medico che prescrive questo prodotto, sia da parte della donna che pensa di assumerlo, al fine che quest’ultima esprima un consenso libero, veramente informato e valido.

* Fonte: Vitanascente.blogspot.it/ Anna Fusina

I suoi primi nove mesi

Sempre più studi danno risalto alle esperienze del nascituro. Che sente, si emoziona. E dialoga con mamma e papà.

Chissà per quanto tempo le mamme hanno tenuto per sé questo segreto: che il bambino che stava crescendo dentro di loro, avesse già una personalità, uno stile proprio, e che con loro condividesse sensazioni, sogni, insomma che in molti modi già comunicasse. Probabilmente per tutto il tempo in cui la scienza (al maschile) proclamava che il bambino alla nascita era “tabula rasa”, un terreno vergine su cui solo a poco a poco l’ambiente avrebbe potuto finalmente agire, le mamme saranno state zitte, coltivando le proprie sensazioni.
Ma oggi anche la “scienza ufficiale” dà loro ragione: “Ormai dalla metà degli anni Ottanta  sappiamo con sicurezza che il bambino prima della nascita avverte sensazioni e sperimenta situazioni che gli servono sia per il suo sviluppo sia come una sorta di preparazione alla vita post-natale”, spiega il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso l’Unità operativa di Terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Siena, coordinatore di uno studio dell’Università di Siena sulla memoria pre-natale. <<Infatti, non solo nel bambino si attiva molto presto la capacità di rispondere agli stimoli, ma questo sistema è anche, per così dire, “ridondante”, il che rende alcune sue percezioni sensoriali particolarmente acute”.
Ma che cosa, esattamente, è in grado di percepire il feto? <<Non dobbiamo immaginare l’ambiente uterino come una cassaforte, ma semmai come una specie di “filtro”. Alcuni stimoli, per esempio, i rumori ambientali, vi giungono attutiti altri come il battito del cuore, i “rumori” intestinali materni, sono invece percepiti con particolare intensità.>>.

I primi sensi ad attivarsi, nei primissimi stadi dello sviluppo, sono l’ olfatto e il gusto: “Alla base della testa del feto si trova una struttura primitiva che serve proprio a sentire gli odori e i sapori nell’acqua”, afferma il neonatologo. “Il liquido amniotico ha un odore e un gusto molto simili a quelli del latte materno: il fatto che il feto possa “assaporarli” durante i nove mesi, fa sì che possa riconoscerli più avanti, una volta che la mamma lo attaccherà al seno”.

Un gusto deciso
A dimostrazione della potenza del gusto e dell’olfatto prenatali, esiste un interessante studio francese, condotto a Marsiglia negli anni Ottanta: “In quella zona si mangia tradizionalmente una salsa particolarmente speziata, a base di aglio (l’aiolì)”, spiega il dottor Bellieni. “I ricercatori provarono a osservare la reazione a tale gusto di un gruppo di neonati “del luogo” – le cui madri avevano fatto uso abitualmente di questa salsa anche durante la gravidanza – mettendone una piccola dose sul capezzolo prima della poppata: avendolo già sperimentato, i bambini davano segno di riconoscere e di gradire questo forte sapore, “gettandosi” sul seno e succhiando senza problemi. Lo stesso esperimento, condotto nella zona di Parigi, in cui questa salsa non è conosciuta, sortiva invece l’effetto opposto: i neonati parigini, infatti, dimostravano di non apprezzare quella che per loro era una novità, e volgevano la testa dall’ altra parte rifiutando il seno infastiditi”.

Riflessi pronti
Questo organo primordiale, detto vomero-nasale, si atrofizzerà dopo la nascita, anche se non scomparirà mai del tutto. Anzi, in un certo senso, si può dire che resterà, a livello inconsapevole, a  “gestire” la nostra vita affettiva: “E’ proprio ad esso che si deve, nella vita adulta, la percezione dei cosiddetti “ferormoni””, sottolinea Bellieni, “sostanze volatili deputate alla trasmissione di messaggi sessuali e affettivi, che fanno sì che siamo attratti più verso una persona piuttosto che un’altra.”. Anche le sensazioni tattili si attivano molto presto: “Già dall’ottava settimana di gravidanza sono presenti attorno alla bocca dei ricettori che a poco a poco vanno diffondendosi alle palme delle mani, alle piante dei piedi e, gradualmente, al resto del corpo”, osserva il dottor Bellieni. “Questo significa non solo che il bambino è sensibile alle carezze della mamma già prima di nascere (lo si “sperimenta” soprattutto verso il termine della gravidanza, quando il  feto risponde a massaggi e stimolazioni tattili sul pancione), ma anche che nel corso dei nove mesi già “impara” a conoscere il proprio corpo”. A partire all’incirca dalla quindicesima settimana il feto comincia a compiere movimenti sempre più complessi: si succhia il dito, si tocca la testina, afferra il cordone ombelicale, scalcia: “In pratica”, osserva l’esperto, “mentre cresce, il feto sviluppa già quei riflessi istintivi vitali che gli resteranno durante le prime settimane di vita extrauterina, per poi gradatamente scomparire: il riflesso di suzione e deglutizione, il riflesso di prensione (per cui si aggrappa automaticamente a ciò che si appoggia sul palmo della sua mano), il riflesso di Moro (per cui slancia in fuori gambe e braccia quando viene cambiato di posizione o se è spaventato), e così via”. Nel frattempo, fa prove di respirazione (inspira ed espira liquido amniotico), di fonazione (anche se non emette alcun suono, fa vibrare le corde vocali), sperimenta l’apparato digerente ed escretore (ingoia liquido amniotico e lo elimina attraverso la vescica).
Anche il sistema dell’equilibrio viene in qualche modo influenzato dalle esperienze di vita pre-natale: <<Lo studio, da noi intrapreso qualche anno fa e tuttora in via di sperimentazione, ha preso in esame un folto gruppo di neonati figli di ballerine professioniste di vari centri italiani>>, spiega il neonatologo. <<Ne è emerso che la stragrande maggioranza di questi bambini, per addormentarsi manifestava l’esigenza di essere cullata vigorosamente: segno che nella loro “memoria” era rimasto impresso il movimento, abbastanza accentuato, degli allenamenti che le loro mamme avevano effettuato durante la gravidanza.>>.

Abitudini comode Studi ed esperimenti ancora più suggestivi sono quelli che riguardano l’udito: <<A circa 20 settimane il feto è in grado di rispondere agli stimoli sonori che gli arrivano dall’esterno>>, commenta l’esperto. <<In particolare, la voce della mamma, amplificata dalla cassa toracica, gli giunge con un’intensità circa 5 o 6 volte superiore rispetto a quella di un’ altra persona che parla lì vicino. Tant’è vero che, alla nascita, il piccolo è perfettamente in grado di riconoscerla (lo si capisce dal modo particolare di succhiare il ciuccio che ha quando la ascolta) e di distinguerla dalle altre>>. E non è tutto. Nell’88, fu pubblicato dalla rivista “Lancet” un articolo dal titolo piuttosto curioso: “Abitudine del feto alle telenovelas”. Uno studio condotto su un gruppo di neonati le cui madri, durante la gravidanza, erano solite guardare quotidianamente una certa telenovela in televisione, aveva dimostrato che i piccoli ne riconoscevano la sigla al punto che se erano agitati, ascoltandola si calmavano.  . ma anche rischi Addirittura, in Giappone, i bambini nati vicino all’ aeroporto di Osaka, sembrano non risentire particolarmente del sibilo degli aerei che passano a bassa quota: evidentemente, quel rumore, percepito come forte ronzio già quando erano dentro al pancione, è diventato per loro familiare.. Purtroppo c’è anche un risvolto negativo: <<Studi condotti in fabbriche hanno dimostrato che i bambini nati da donne che lavorano in ambienti particolarmente rumorosi presentano un elevatissimo rischio di danni acustici>>, commenta Bellieni. <<Questo rischio aumenta se il rumore è di bassa frequenza: i suoni gravi, infatti, sono meglio veicolati dall’acqua (e quindi dal liquido amniotico) rispetto alle tonalità acute. Di conseguenza vengono percepiti dal feto con particolare intensità>>.

Il primo dialogo
Dei cinque sensi, la vista è quello che finora è stato preso meno in considerazione dagli studi sulla memoria pre-natale, forse perché, dentro il pancione, non c’è molto da vedere.. <<Ciò non toglie che il piccolo, pigiandosi casualmente l’occhietto con la mano, possa avvertire stimoli luminosi come succede a noi quando compiamo lo stesso gesto>>, sottolinea il dottor Bellieni. <<E probabilmente, proprio alla fine della gravidanza, quando le pareti dell’utero si assottigliano, filtra anche un po ‘ di luce.>>.

Ma tutto questo può avere anche un risvolto pratico? <<Sicuramente>>, risponde il dottor Bellieni. <<Non si dice  di arrivare a certi eccessi, indubbiamente negativi, come quelli di alcuni centri giapponesi o americani che sfruttano queste ricerche tentando di condizionare il bambino ancora prima che nasca (per esempio, abituandolo a calmarsi con determinati suoni).. Ma una moderata stimolazione, fatta consapevolmente dalla mamma, può essere di sicuro beneficio al piccolo. Per esempio, a Siena, già da qualche anno teniamo dei corsi in cui si insegna alle donne in attesa a entrare in contatto con il loro bambino attraverso la danza, il canto, il massaggio del pancione Le mamme prima hanno provato timidamente, ma oggi sono sempre più coinvolte e convinte, perché il sistema funziona.” E’ bello pensare che il feto, in qualche modo, è già un membro della famiglia: ne conosce le voci, le abitudini alimentari, lo stile di vita.. E ancora prima, è già una forma di compagnia per la mamma!.

Gravidanza – Come diventa il bebe’

  • Primo mese. Dopo il concepimento la singola cellula si divide in due, queste due si dividono di nuovo e così via. Entro la quarta settimana, questa massa cellulare è già ben attaccata alla parete uterina e cresce rapidamente: il piccolo embrione comincia a svilupparsi.
  • Secondo mese. Inizialmente simile a un girino, l’embrione si trasforma assomigliando prima a una specie di pesce, poi ad un mammifero molto primitivo e infine a un minuscolo essere umano. Appaiono in questo periodo occhi, orecchie, bocca e arti. Il cuore batte.
  • Terzo mese. Alla fine del terzo mese, il profilo del feto è quello di un bambino con una grande fronte, un naso minuscolo e un mento ben definito. I riflessi di deglutizione e respirazione sono già presenti. Il piccolo sa inoltre muovere le labbra e corrugare la fronte. Con la 14a settimana finisce il periodo embrionale e comincia quello fetale.
  • Quarto mese. Il feto è in grado di compiere movimenti più complessi: può afferrare il cordone ombelicale, succhiarsi le dita e atteggiare il viso in diverse espressioni. Il riflesso respiratorio è ormai stabilito: inspira ed espira il liquido amniotico. Nel frattempo, sperimenta  le funzioni dell’apparato digerente ed escretore: ingoia liquido amniotico e lo elimina attraverso la vescica.
  • Quinto mese. L’udito è acuto, mentre le palpebre sono ancora chiuse. In un momento qualsiasi tra la 19a e la 22a settimana, in genere, si avvertono in modo distinto i movimenti.
  • Sesto mese. Cominciano a maturare le cellule cerebrali implicate nel pensiero cosciente. Si stabiliscono precisi momenti di veglia e di sonno.
  • Settimo mese. Le palpebre si aprono e spuntano le ciglia. I ritmi di movimento, respirazione e deglutizione sono regolari ed è ben sviluppato anche l’orientamento.
  • Ottavo mese. I polmoni cominciano a prepararsi per l’avvio alla respirazione. In genere, i bambini si mettono a testa in giù proprio in questo periodo.
  • Nono mese. Ora il bambino è più grande e capriole e movimenti sono più rari. I movimenti oculari sono ben coordinati e la vista migliora. Il bambino si abitua al massaggio dell’utero che si contrae.     

La grande storia di Gregorio il Piccolo

piedini1Non possiamo raccontare la storia di Gregorio senza parlare della nostra storia di sposi e di genitori. Ci chiamiamo Jacopo Coghe e Giuditta Tacconi, ci siamo sposati il 28 Dicembre 2008, festa della Sacra Famiglia. Veniamo da due famiglie cattoliche che ci hanno trasmesso la Fede e il giorno del nostro matrimonio sapevamo che Dio Padre ci avrebbe rivelato meraviglie, ma non avremmo mai potuto immaginare di vedere i Cieli aperti sopra di noi.

La nostra storia di genitori comincia in maniera travagliata quando, dopo circa due anni di matrimonio, sembravano non arrivare figli. Iniziammo allora alcune ricerche per capire la causa di questa infertilità. Gli esiti degli esami non furono buoni e scegliemmo di affidarci completamente a Dio, unico e vero Signore della Vita. Con il tempo poi abbiamo capito che Lui voleva guarire prima l’infertilità dei nostri cuori e lo ringraziamo per quel provvidenziale “tempo di attesa”. Vista la situazione ci recammo a Norcia, al santuario della casa natale dei santi Benedetto e Scolastica dove, come la madre del profeta Samuele, chiedemmo a Dio la Grazia di donarci un figlio promettendo di consacrare a Lui la sua vita. Pochi giorni dopo questo pellegrinaggio ci sottoponemmo ad un’altra visita all’ambulatorio ISI-Ginecologia disfunzionale per la sterilità di coppia del Policlinico Gemelli e qui ci venne dato esito negativo sulla possibilità di generare senza l’aiuto di trattamenti medici. Era il 4 ottobre del 2010 e nel grembo di Giuditta era già vivo il nostro primo figlio, Benedetto, ma noi ancora non lo sapevamo.

Il grande dono che Dio ci stava facendo cominciò immediatamente a portare frutti perché rafforzò la nostra Fede e ci permise di ribaltare completamente il nostro approccio nei confronti della vita. Nel corso di questa prima gravidanza ripensammo completamente le nostre priorità e adeguammo i nostri progetti all’accoglienza di una nuova Vita. Prendemmo quindi con gioia la decisione che Giuditta non avrebbe più lavorato per dedicarsi completamente alla famiglia e ai figli. Non volevamo rinunciare nemmeno in parte all’impegno e alla gioia di crescere personalmente i nostri figli.

Il 9 Giugno 2011 nacque finalmente Benedetto, dopo un lungo travaglio e varie complicazioni durante il parto. Il suo arrivo fu per tutta la famiglia una gioia indescrivibile e accrebbe ancora di più in noi il desiderio di moltiplicare questa Grazia. Così dopo 10 mesi dalla sua nascita scoprimmo di aspettare la nostra secondogenita, Brigida, nata anche lei di parto cesareo e viva miracolosamente nonostante un nodo vero quasi del tutto stretto al cordone ombelicale: era il 4 gennaio del 2013. L’arrivo di questa nuova creatura nella nostra famiglia ci insegnò che ogni figlio che viene al mondo non ci toglie nulla, anzi dona, moltiplica e aumenta tutto: l’amore, la Provvidenza, le energie e le gioie di ogni membro della famiglia. Ci siamo resi conto di quanto ogni giorno passato con i nostri figli sia un dono non scontato, mentre intorno a noi l’accanimento contro la vita e l’odio per la famiglia aumenta ogni giorno.

L’esperienza di crescere i nostri figli in questa società, sempre più disorientata, assoggettata ad un relativismo assoluto e senza alcun principio di riferimento né morale né naturale, ci convinse ad impegnarci attivamente in difesa della famiglia naturale, del diritto all’educazione, contro la teoria del gender e i matrimoni e le adozioni a coppie omosessuali. Questa nuova sfida ci interpellava profondamente circa la nostra vocazione al matrimonio e alla genitorialità, personalmente e in unione a tutti coloro che ogni giorno con estrema fatica lottano per proteggere il germe di ogni società: la famiglia. Per tali ragioni abbiamo dato vita all’associazione La Manif Italia. Ci rendemmo presto conto di quanto potere i mass media e le istituzioni educative avessero sulla formazione delle coscienze dei nostri figli e di come fosse nostra assoluta responsabilità custodire e proteggere l’innocenza dei bambini. Bisognava indicare loro, con segnali chiari e inequivocabili, la differenza tra il bene e il male, per consegnare al futuro uomini e donne sicuri di sé e capaci di costruire una società sana.

In questi mesi d’intenso lavoro e proficuo sacrificio Dio Padre ci chiamò nuovamente all’appello per portare avanti la Sua opera con noi: l’8 ottobre del 2013 scoprimmo quindi di aspettare il nostro terzo figlio, Agostino. Stavolta però il nostro compito terreno come genitori di questa creatura terminò presto, il 28 novembre 2013 infatti, a sole 8 settimane di gestazione, Agostino fu richiamato in Cielo. La separazione da lui fu una grande sofferenza, ma la certezza del valore inestimabile della Vita umana già dal grembo materno, a prescindere dalla sua durata, è stata per noi di enorme consolazione.

Il Signore ci stava preparando. Dopo solo un mese, infatti, Giuditta scoprì di essere nuovamente incinta: era il nostro quarto figlio.

La gravidanza di Gregorio iniziò serenamente, senza apparenti problemi, i fratellini erano entusiasti e noi genitori felici sopra ogni dire. Intorno alla 12ma settimana di gravidanza però Giuditta cominciò ad accusare qualche dolore e le fu consigliato riposo assoluto. Nonostante le cure però i dolori non accennavano a diminuire, perciò ci recammo all’ospedale di Terni, sua città Natale, per una visita di controllo: era il 3 aprile del 2014. I medici capirono subito che c’erano seri problemi, infatti il liquido amniotico era praticamente assente ed era impossibile fare una valutazione sullo stato di salute del bambino. Fu ipotizzata una rottura del sacco e Giuditta fu ricoverata e costretta all’immobilità assoluta per evitare la perdita di quel pochissimo liquido presente. I medici ci dissero che il bambino sarebbe morto entro poche ore e con estrema naturalezza ci consigliarono di abortire subito. In quel momento Giuditta era sola di fronte al medico il quale, senza nemmeno aver valutato lo stato di salute del bambino, la invitò a “liberarsi” di quel problema, come se fosse semplicemente un dente cariato… Ci rifiutammo di buttare via il nostro bambino e ci affidammo con tutte le forze a santa Gianna Beretta Molla perché con la sua materna intercessione ci sostenesse e con il suo eroico esempio ci guidasse. I giorni passavano e sotto gli occhi stupiti dei medici la gravidanza proseguiva: senza liquido e senza poter valutare il piccolo. Grazie all’esperienza e al sostegno del professor Giuseppe Noia, riuscimmo a trasferirci al Policlinico Gemelli dove effettuammo un’amnio infusione per dare un po’ di respiro al bambino e tentare di valutare il suo stato di salute. L’esame fu piuttosto invasivo, ma la speranza di poter salvare quella creatura, che all’epoca pensavamo fosse una bimba, ci diede il coraggio e la forza fisica di affrontare tante prove, diversi mesi di ospedale, attese e silenzi infiniti, la lontananza dai bambini e soprattutto l’attacco costante e deciso del Nemico che attraverso l’insistenza di tante persone ha tentato di convincerci che la vita di questo bambino non avesse senso, che è meglio uccidere che accogliere un figlio che di certo morirà e che eliminare nel grembo della madre una creatura innocente sia una “terapia” indolore per liberarsi di una seccatura.

Dopo circa due mesi da quando Giuditta fu ricoverata arrivò la diagnosi: agenesia renale bilaterale, ovvero l’assenza di entrambi i reni e l’impossibilità per il bambino di produrre liquido amniotico che, tra le sue tante funzioni, ha anche il compito di permettere lo svilupparsi dei polmoni e quindi rendere possibile al bambino il respirare autonomamente una volta fuori dall’utero materno. Fummo informati del fatto che, se fosse riuscito ad arrivare al termine della gravidanza, il nostro bambino sarebbe di certo morto subito, e che ogni altro intervento sarebbe stato un inutile e dannoso accanimento terapeutico. In quel momento parve che il Cielo si chiudesse sopra di noi. Il dolore, l’incapacità di comprendere, l’angoscia per un figlio sofferente e la paura per un altro parto che si prospettava ancora più difficile sembrò per un attimo soffocarci. Era giunto il momento della prova, quella prova che per ogni persona, prima o poi, in un modo o nell’altro arriva sempre. Si trattava del momento in cui un cristiano è chiamato a dare ragione della sua Fede e in cui solo la Grazia può sostenerti. Tante persone ci dicevano che eravamo coraggiosi o bravi ad aver scelto di “tenere” questo bambino nonostante tutto, tante altre invece ci reputavano folli, egoisti e incoscienti, ma la verità è che non siamo stati nulla di tutto questo, abbiamo agito semplicemente come agirebbero un papà e una mamma, cioè abbiamo accolto e protetto nostro figlio come un dono prezioso, evidentemente sostenuti dal conforto e dalla fede delle nostre famiglie d’origine e soprattutto dalla preghiera personale, di coppia e di migliaia di persone in tutto il mondo che hanno condiviso con noi questa prova. Nonostante ogni previsione il bambino cresceva e si muoveva, ogni volta che Giuditta era triste e angosciata lui non mancava di farsi sentire, come a voler dire: “Mamma, io ci sono, sono vivo, sono dentro di te e ti amo!”. La consolazione che derivava da ogni piccolo movimento o calcetto di nostro figlio è stata un’esperienza indescrivibile. La forza della Vita che prepotentemente si faceva avanti e ci chiamava ad accoglierla ed amarla fu un motore potentissimo che ci permise di scavalcare montagne altissime e guarire ferite del cuore che pensavamo non si sarebbero mai rimarginate.

Questa creatura ha donato nella sua fragile vita e senza far udire la sua voce più speranza e conforto di quanto noi avessimo mai potuto fare con tutte le nostre forze. Fummo chiamati al difficile compito di dare un senso alla vita di questo bambino anche per i suoi fratellini, che lo attendevano con ansia per abbracciarlo e ai quali abbiamo spiegato che solo per un momento ci saremmo allontanati da lui, perché ci aspettava in Cielo e che lo offrivamo con gioia a Dio per amore di Gesù.

Arrivò quindi il 26 agosto 2014, giorno stabilito per il cesareo, giorno che resterà indelebile nei nostri cuori come la nascita al mondo e al Cielo del nostro piccolo Santo. Il personale del Policlinico Gemelli, allertato dal professor Noia, si presentò aperto e disponibilissimo, ci fu permesso di far entrare il Diacono, fratello di Giuditta, per battezzare il piccolo appena fosse nato. Fu consentito a Jacopo di assistere dal corridoio per poter salutare il suo figliolo; e fu permesso ai meravigliosi operatori della Quercia Millenaria Sabrina e Carlo Palazzi, di poter tenere la mano di Giuditta nella sala operatoria durante tutto l’intervento. Alle 10 e 40 un pianto pieno di vita ruppe il nostro silenzio e la nostra angoscia: “È un maschio!” esclamò l’ostetrica. Era nostro figlio, era Gregorio ed era vivo! Fu subito preso dalla neonatologa che lo visitò e ne appurò l’inaspettata vitalità, fu immediatamente battezzato con grande consolazione e gioia di noi genitori, poi fu posto tra le braccia del suo papà che con amore e tremore lo contemplò come un mistero infinitamente più grande di noi. Poi rientrato in sala parto fu il momento della mamma che poté baciarlo, tenerlo con lei e cantargli una ninna nanna, come aveva fatto per gli altri suoi figli. Fu anche inaspettatamente consentito ai fratellini, ai nonni e agli zii di conoscerlo e salutarlo. Contrariamente ad ogni aspettativa la nostra vita con lui durò ben 40 minuti, fu un concentrato di amore per lui e di gratitudine a Dio che ce lo aveva donato e concesso per questo breve ma intenso tempo. Lo pregammo di intercedere per noi e per i suoi fratelli e senza che ce ne accorgessimo, dalle braccia del suo papà terreno passò a quelle del Padre Celeste. Questa fu la vita del nostro Gregorio. La vita che Dio aveva previsto per lui e che noi genitori gli abbiamo semplicemente lasciato vivere, una vita che ha riempito il cuore di tante persone e che con nostro grande stupore continua a fare. Gregorio è passato per questa terra e ci ha mostrato con la sua santità la via del Cielo; è passato nelle nostre vite con la forza di un guerriero mostrandoci che le vie del Signore superano infinitamente le nostre e i suoi piani sono piani di Amore. Gregorio è stato festeggiato dalla Chiesa come un Santo, le campane hanno suonato a festa per lui, la santa Messa che abbiamo celebrato per lui è stata quella degli Angeli, nella cui compagnia ora si trova per lodare Dio. Il nostro cuore è stato consolato ed è in Pace, nonostante la mancanza fisica che inevitabilmente soffriamo. Questo non sarebbe stato possibile se quel 3 Aprile del 2014 avessimo deciso che la vita di Gregorio non era abbastanza importante per proseguire, se Giuditta avesse deciso che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno su questa terra e che il grembo di sua madre invece di essere la culla che lo accoglieva e lo nutriva sarebbe diventato la sua tomba. La vita di Gregorio è un lume che non possiamo tenere sotto il moggio, è per questo che abbiamo deciso di condividere la storia del nostro piccolo santo Gregorio con quanti vorranno.

Caro amore di Papà e Mamma ricordati di tutti noi, portaci in Cielo con te, al cospetto di Dio!

da: http://www.cuoreimmacolato.com

Gravidanza – Cosa sente il bimbo nella pancia della mamma?

feto sorriso panciaLe donne in gravidanza comunicano con il bambino che portano in grembo fin dai primi mesi. Diverse ricerche scientifiche, per esempio, hanno registrato gli effetti positivi della voce della mamma sullo sviluppo del feto.

Sul sito NostroFiglio.it, c’è un post molto interessante che spiega come il primo senso che si sviluppa nel bambino è il tatto. Il piccolo può sentire il calore del liquido amniotico, percepisce il ritmo degli organi interni della mamma e ondeggia con il battito del suo cuore.

L’apparato uditivo inizia a svilupparsi intorno all’ottava settimana, dalla sedicesima settimana in poi il bambino reagisce agli stimoli sonori, rispondendo con l’attività motoria o minime alterazioni del battito cardiaco.

Renè Van De Car fondatore dell’Università Prenatale in California ha dimostrato, attraverso l’ausilio di strumentazioni medico-scientifiche, che il bimbo dà risposte motorie coerenti e personalizzate agli stimoli offerti dalla madre, dal padre e dall’ambiente esterno.

Le maggiori reazioni sono in risposta alle voci umane. Tra le ventiquattro e le ventotto settimane di gestazione l’udito è completo. Gli studi dimostrano che il bambino nella pancia della mamma non solo è in grado di riconoscere i suoni, ma anche di ricordarli.

Uno studio, pubblicato sulla rivista “Infant Behavior and Development”,ha confermato che il bambino è in grado di riconoscere le parole di una cantilena e riuscire a ricordarla a distanza di settimane.

E’ stato attestato che il bambino si rilassa quando la mamma parla.

Manfred Hansmann, direttore della clinica ginecologica universitaria di Bonn e antesignano nel campo delle ecografie sulle donne in stato interessante, ha registrato, negli anni, il legame profondo che si crea tra la mamma e il nascituro.

“Dopo l’ecografia – spiega il dottor Hansmann – chiedo alle donne di rimanere distese ancora un po’ e di parlare a voce alta con il loro bambino, se dopo poco guardo ancora una volta sul monitor, la maggior parte dei bimbi nuotano molto rilassati nell’utero, la frequenza delle pulsazioni dei piccoli diminuiscono e a volte riesco addirittura a riconoscere la rilassatezza nelle linee del loro viso”.

Anche i ricercatori tedeschi che studiano la vita prima della nascita sostengono che mamma e bambino sono legati profondamente. “Il nascituro percepisce lo stato d’animo della mamma, sente i suoi pensieri”, afferma Thomas Reinert, specialista di medicina psicoterapeutica, che esamina da anni la vita prenatale.

Reinert sottolinea che: “Le sensazioni delle future mamme plasmano il bimbo. Se nel pancione la creatura sente solo un rifiuto, poi sarà difficile che si piaccia”. E’ provato, anche, che i nascituri soffrono insieme alla mamma. Le ricerche di Reinert hanno registrato però che il bambino nel pancione vive molto al presente. Infatti, anche se è coinvolto nella tristezza della mamma, torna presto sereno. Questo perché “il bambino in pancia è in un paradiso, – conclude Reinert – Sente che c’è qualcosa di cui essere felici e che è in cammino con la mamma per raggiungere quello stato di felicità”.

di Sara Alessandrini

 

E voi coccolatelo (il bimbo in pancia)

All’ospedale di Siena si tiene un corso per future mamme dalla 13a alla 25a settimana dal titolo “Parole e musica nel percorso nascita”, il cui scopo è quello di creare un legame precoce tra bambino, mamma e papà. Ma tutti i genitori, anche per conto loro, possono cimentarsi in questa esperienza così bella.
Ecco che cosa suggerisce Manuela Zuccarino, una delle ostetriche che lo coordinano:

Cantategli una ninna nanna.
La musica è un ottimo strumento di comunicazione per trasmettere al bambino sensazioni ed emozioni. “Nel nostro corso, le mamme si prendono a braccetto, ognuna con le mani sul proprio pancione, e cantano tutte insieme, dondolandosi. Lo si può fare anche “a  due”, coinvolgendo il futuro papà. Magari con una vecchia ninna nanna che ricorda la propria infanzia>>. ·

Parlategli.
<<La voce della mamma arriva al bambino amplificata, ma anche quella del papà, più grave e pacata, viene percepita molto bene. Tant’ è vero che i piccoli appena nati dimostrano di riconoscerla.>>. Meglio ancora se quando gli si parla lo si chiama per nome: servirà anche ai genitori a sentire il piccolo già “persona”, e a creare un legame più profondo. ·

Accarezzatelo.
<<E’ vero che c’è di mezzo la cute, l’utero, il liquido amniotico. ma le carezze gli giungono comunque: soprattutto, gli arrivano le emozioni che queste carezze portano con sé. ·

Cercate di rilassarvi e di “visualizzarlo”.
E’ un ottimo modo per entrare in comunicazione, che serve ad allontanare l’ansia e a innescare pensieri positivi che sono di grande aiuto anche alla mamma.

La salute inizia nel pancione.
Aiutate il piccolo a partire con il piede giusto, regalandogli salute già nei nove mesi. Ecco come. ·

Non mettetevi a dieta proprio adesso.
Una sottoalimentazione del feto nel primo trimestre di vita aumenta il rischio di obesità nell’età adulta, forse perché il centro di controllo dell’appetito del cervello viene programmato per assimilare al massimo gli alimenti. Un’equilibrata alimentazione materna durante l’attesa non solo favorisce il benessere e la crescita del piccolo dentro il pancione e nei primi mesi di vita, ma lo salvaguarda anche, più avanti, dal rischio di contrarre molteplici disturbi dell’età adulta, quali malattie del cuore e della circolazione, pressione alta, diabete. ·

Date il via libera alle vitamine
Vere e proprie “sostanze della vita”: queste piccole molecole sono essenziali per l’organismo (per il sangue, i tessuti e tutte le cellule) e, cooperano a garantire il corretto funzionamento del metabolismo (cioè tutti i complessi processi chimici che si svolgono all’interno delle cellule). Per assicurarne il giusto apporto conviene consumare tanta frutta e verdura fresca, in tutta la sua gamma di colori.

Bevete molto.
Il corpo di ogni essere umano è composto per il 75% di acqua; quello di un neonato arriva addirittura all’80-90%. Almeno 8 bicchieri di acqua minerale naturale al giorno assicurano al feto un corretto passaggio di elementi nutritivi e di ossigeno.

Eliminate il fumo.
Il fatto che la mamma fumi fa sì che al piccolo arrivi meno ossigeno. Questo incide negativamente sulla sua vitalità e sulla sua crescita. Diversi studi hanno evidenziato che i figli di madri fumatrici pesano meno (il che li espone, nell’età adulta, a un maggior rischio di disturbi cardiocircolatori e del metabolismo) e che l’incidenza di parti prematuri è maggiore.

Il feto sogna?
<<Ovviamente non lo sappiamo con certezza, ma ve ne sono tutti i presupposti>>, osserva il dottor Bellieni. <<Sappiamo infatti che, dalle 30 settimane, presenta una chiara differenziazione tra Veglia, Sonno Quieto e Sonno Attivo, e quest’ultimo ha tutte le caratteristiche del sonno REM dell’adulto, la fase in cui si sogna>>. Ma cosa sognerebbe? <<Evidentemente non immagini: più probabilmente, rielaborazioni delle sensazioni – tattili, gustative, acustiche – che prova in utero>>.

Così piccolo e già così poliglotta.
Ma che cosa “arriva” effettivamente al feto, di una novella letta ad alta voce dalla mamma? Alcuni ricercatori hanno inserito in utero microscopici registratori, dopo la rottura delle acque. Si è verificato che le parole lette dalla mamma, in realtà non si distinguono bene. A essere percepiti meglio sono l’intonazione e il suono delle vocali, che poi sono anche gli elementi tipici di ogni lingua. Altri esperimenti hanno dimostrato infatti che il bambino, alla nascita, reagisce in maniera diversa se sente una persona che parla nella sua lingua-madre (cioè parlata dalla mamma quando lui era nel pancione) o in una lingua straniera; ovviamente, devono trattarsi di due lingue completamente diverse, per esempio, giapponese e tedesco.

Prematuro: definizione in 3 punti

nato-prematuroRealismo
La gravidanza dura di norma circa 40 settimane. Si può nascere prima delle 38, e in questo caso il bambino viene chiamato “prematuro”. Se poi nasce prima delle 28 settimane si chiama “grande prematuro”. Più bassa è l’età gestazionale (cioè il tempo passato tra il concepimento e la nascita), maggiore è il rischio di morte e handicap. Negli ultimi anni il progresso medico ha potuto migliorare le condizioni generali di questi bambini dal punto di vista dell’assistenza generale (diritto al benessere) e della sopravvivenza (diritto alle cure). Si discute ora sull’opportunità di assistere attivamente i bambini estremamente prematuri, quelli dalle 25 settimane in giù, visto l’alto rischio di morte e di handicap. Esiste un limite sotto cui le manovre assistenziali non hanno efficacia. Oggi questo limite si fissa sotto le 22 settimane di gestazione, epoca sotto cui anche per l’Organizzazione Mondiale della Sanità si parla di nascita non vitale (“viability”).
La ragione
Nel caso dei prematuri siamo di fronte a dei feti, usciti precocemente dall’utero forse questo spiazza alcuni, dato che ci troviamo di fronte al paradosso di trattare come cittadini dei feti che per molte legislazioni, se fossero ancora dentro l’utero (e fisiologicamente dovevano rimanerci per altre settimane ancora) erano da considerare non-persone. Deve essere chiaro che la differenza tra feto e bambino è una differenza di parole ma non di sostanza: il primo è ancora dentro il pancione, il secondo è fuori; ma le strutture anatomiche sono esattamente le stesse, se hanno lo stesso livello di sviluppo. Insomma, alla nascita non cambia nulla di sostanziale: entra l’aria nei polmoni, si chiudono dei circuiti intorno al cuore, e basta. Il cuore batteva prima di nascere e prima di nascere il bambino si succhiava il pollice. Addirittura può accadere che per subire interventi chirurgici salva-vita, il feto venga estratto dall’utero senza recidere la sua fonte di ossigeno (il cordone ombelicale) e poi dopo l’intervento venga reinserito nell’utero, avendo così il paradosso di una doppia estrazione dall’utero, e quindi di una doppia nascita; tra le due nascite (quella dell’intervento chirurgico e quella definitiva con taglio del cordone), il feto che nascendo diventava «bambino», ridiventa feto e poi infine di nuovo bambino. Ben si capisce quanto sia allora surrettizia la differenza tra prematuro e feto..
Si deve sempre intervenire attivamente? L’idea che si possa fare – per decidere se aiutarli attivamente a vivere oppure no – una delimitazione basata sulle settimane dichiarate passate dal concepimento è contestato ormai da molti, sia per gli errori di datazione della gravidanza, sia per la variabilità della prognosi tra bambini della stessa età gestazionale. Certamente sotto una certa soglia di settimane dal concepimento non è ragionevole intervenire, ma questo deve essere ben documentato e continuamente aggiornato secondo i progressi della medicina.
Il sentimento
Il mistero della fragilità impone di conoscerla meglio, e addirittura conoscere il bambino prematuro è conoscere quel livello della fragilità umana che è la vita prenatale, la vita del feto. Il neonato prematuro è un nostro paziente, come il feto. Può sembrare più “comodo” una sua “fetalizzazione”, cioè togliergli quella serie di diritti che vengono tolti al feto umano, ma è giusto che il feto abbia meno diritti di un adulto?
Carlo Bellieni

Aborto. Una lettera al fratellino mai nato

feto piccoloE’ possibile che ci manchi  qualcuno che non abbiamo mai conosciuto? I fratelli sono persone con cui si condivide – in maniera più o meno forzata e più o meno pacifica – una parte dell’esistenza, o sono tasselli importanti della propria vita? E l’aborto è un gesto ‘semplice e indolore’, che non lascia alcuna conseguenza sulle persone coinvolte (oltre che la madre, il padre, i fratelli, i nonni, gli operatori sanitari…)?

Sono queste domande importanti e dalla risposta non scontata

Le persone – tutte le persone, anche le più introverse e solitarie – vivono di relazioni: con se stessi, con gli altri e, per chi crede, con l’Altro. Siamo esseri relazionali. E questo fin dal momento del concepimento e per tutta la gravidanza, il che spiega bene come l’aborto sia un dramma che non può lasciare indifferenti: negare la nascita a una persona, chiudere a priori – e in maniera drammatica – la relazione con l’altro, non può mai essere indolore.

In una lettera inviata al portale National Right to Life (ripresa da LifeSiteNews), la sorella di un bambino mai nato illustra in modo commovente il sentimento di rimorso e di rimpianto da lei provato verso il fratellino vittima di aborto.

“Nessuno le ha detto che eri qualcosa in più di un grumo di cellule, ti chiedo scusa per la loro ignoranza”, scrive la ragazza, che immagina la vita del fratello maggiore. Lo immagina sposato, con i suoi figli e i suoi nipoti. “Ti chiedo scusa se hanno dato meno valore alla tua vita rispetto a quella degli altri”.

“Avrei voluto che fossi venuto alla mia laurea, avrei voluto venire alla tua, avrei voluto che fossimo amici, vorrei poterti chiamare al telefono proprio adesso. Avrei voluto condividere con te le gioie e i dolori. Avrei voluto che ti avessero dato una possibilità. Ti chiedo scusa per l’egoismo, è stato così ingiusto per te”, continua la lettera.

Questa lettera mette in evidenza come non siano solo i genitori a soffrire le conseguenze del post-aborto (che determina una vera e propria sindrome che va curata). Abbiamo più volte parlato del trauma post-abortivo maschile. Sia nel caso di aborto naturale, sia nel caso di aborto volontario: anche nell’uomo si manifestano malessere psicologico e angoscia, assieme ai rimpianti e ai risentimenti per una vita alla quale non è stata data la possibilità di crescere e svilupparsi. Proprio come per le donne.

La lettera scritta a National Right to Life fa capire che l’aborto può pesare anche sui fratelli e le sorelle futuri. Sono molti, infatti, gli interrogativi che sorgono: perché io sì e lui no? Perché a me è stato concesso di nascere e a lui no? Perché ho più diritto di lui/lei ad esistere?

Domande alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, non si riesce a dare risposte convincenti. Perché, in realtà, la risposta è solo una. Tutti gli esseri umani hanno lo stesso diritto di vivere. In fondo, quando veniamo concepiti, siamo tutti ‘grumi di cellule’. Ma solo ad alcuni di questi ‘grumi’ si dà la possibilità di diventare grandi.

di: Anastasia Filippi