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Un bambino ha diritto a conoscere il padre e non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità. (leggi articolo sui figli della provetta)

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo almeno nella sua fase embrionale come se fosse una cosa, e, come tale, un’ entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’ arretramento della nostra democrazia che sancisce l’ eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, l’ esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’ educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’ evidenza, lo si faccia pure, ma poichè i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini – che si batterà per difendere questo principio di civiltà.
(leggi cosa ne pensano i pediatri)

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’ altra coppia?

Nel caso dell’ adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’ interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’ avvocato inglese Kevin Skinner, la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero. E’ d’ accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore pentito può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.
(Pietro Vernizzi sul Sussidiario.net)

Non volevo quel figlio ma cambiai idea…

fetoDall’apparenza fragile, remissiva nella parola, flebile nel tono di voce, Cristina era invece una donna forte e risoluta. Sapeva che, come una scatola chiusa, la vita ti puo’ presentare sorprese impreviste e spesso dolorose e senza farsi troppe domande aveva sempre risposto alle avversità con coraggio e pazienza. Un’infanzia difficile, con un padre burbero e una madre severa, incontrò suo marito all’età di diciassette anni e fu subito amore; si sposarono e qualche mese dopo era già incinta della sua prima figlia Elena.

Una bellissima gravidanza, forse un po’ faticosa, ma tutto si risolse per il meglio ed Elena nacque forte e sana. Tuttavia sebbene Cristina amasse quella bambina con tutto il cuore, custodiva dentro di sé un desiderio, avere un figlio maschio. Fu per questa ragione che dopo circa un anno dalla nascita di Elena, Cristina e suo marito provarono ad avere un altro figlio e subito lei rimase nuovamente incinta. Questa volta era un bambino, la notizia venne accolta con gioia non solo dal ristretto nucleo familiare ma anche dall’intera famiglia di nonni, zii e cugine. Da anni infatti tutte le gravidanze di quella famiglia erano caratterizzate da deliziose femminucce, ormai tutti attendevano l’erede, unico maschio tra circa sette donne.

Avrebbe portato il nome e cognome del nonno, avrebbe sostituito il padre nella piccola azienda agricola a conduzione familiare, insomma questo piccolino non era ancora venuto al mondo che già tutti avevano disegnato per lui un futuro radioso. Alla terza ecografia però il medico segnalò una dimensione cranica non proprio conforme alla norma, ne informò i genitori, lo segnalò nelle referto, ma Cristina non sembrava aver capito la natura del problema. In fin dei conti lei era una donna semplice, di quelle che prendono la vita così come viene, facendo spallucce di fronte ai problemi con innata predisposizione all’accettazione delle eventi dolorosi, ma certo non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare un giorno una dramma con quello che l’attendeva.

La diagnosi fu chiara: il bambino era idrocefalo. Percepirà gli impulsi, ma non sarà mai normale, non avrà una vita autonoma, non potrà camminare, ne parlare, giocare, studiare oppure lavorare. Cristina indietreggiò stravolta, mentre suo marito fissò il dottore incredulo; venne sottoposta loro la possibilità di abortire e i due inconsolabili genitori la presero in esame. Le giornate diventarono improvvisamente cupe per loro anche quando il sole splendeva alto, i pensieri erano ingarbugliati, impulsi di vario genere attraversavano le loro menti spingendoli come una barca in balia del vento ora in una direzione e dopo pochi istante in quella opposta.

Improvvisamente Cristina ebbe come un lampo che squarcia il suo orizzonte, permettendole di vedere come in uno specchio, come sarebbe diventata la loro vita; lei non avrebbe avuto pace, suo marito nemmeno di fronte ad uno spettacolo di quelle dimensioni, ed Elena? Anche la sua vita sarebbe stata rovinata, perché in fin dei conti i genitori non vivono per sempre e quando loro non ci sarebbero stati più, lei avrebbe dovuto prendersi cura del fratello e quel bambino suo malgrado, sarebbe stato un flagello anche per lei. L’aborto era la soluzione ideale, ormai lei se ne era convinta, ma suo marito restava chiuso in un riserbo impressionante; sapeva a che cosa andavano incontro, era consapevole del fatto che le remore di sua moglie erano tutto vere, ma non riusciva a pensare alla loro vita dopo aver tranciato il cordone ombelicale di quel bambino.

Di fronte alle opposizioni di suo marito, Cristina si intestardì, non voleva quel figlio, era decisa a non farlo nascere. Sperava in un aborto spontaneo, ma non arriva e il giorno dell’intervento, lei si alza da sola senza suo marito e raggiunse l’ospedale dove avrebbe dovuto eseguire l’interruzione di gravidanza.  Pochi istanti e un’infermiera annunciò che disgraziatamente il medico aveva avuto un incidente e che gli interventi erano sospesi. Fu un segno, quel bambino doveva nascere e Cristina tornò a casa rassegnata e in fondo serena. Maurizio, si chiamerà così il nascituro, sarà un bimbo bellissimo, con due profondi occhi azzurri e capelli nerissimi.

Dal giorno in cui è nato, il tempo è sembrato volare via scandito da un ritmo frenetico ed estenuante; Maurizio cresceva, ma restava sempre un lattante, aveva bisogno d’essere cambiato, lavato, sfamato e lentamente sbarbato, più diventava uomo, più la sua condizione era lampante e disperata. Dormiva nella camera attigua a quella dei suoi genitori, di giorno Cristina lo spostava in cucina, dove avevano un divanetto, un piccolo sofà verde proprio accanto al camino, a lui piaceva stare lì, la sensazione del calore di un fuoco scoppiettante sulla pelle, lo rilassava. Maurizio trascorreva su quel divano gran parte del giorno, improvvisamente urlava rispondendo ad un impulso che non riusciva a controllare, poi roteava gli occhi, la testa come stesse cercando qualcosa e quando posava distrattamente lo sguardo su sua madre, sembrava quasi sorriderle.

I medici dicevano che era un riflesso involontario, ridere o piangere per lui era la stessa cosa, ma Cristina era certa che sua figlio la riconoscesse nel crepitio del suo cuore, laddove i sentimenti bruciano come fa la legna nel fuoco, laddove la presenza o l’assenza di una madre è inconfutabile. Al mattino, dopo che Elena e suo padre erano usciti, Cristina iniziava le sue faccende domestiche, si muoveva per casa spolverando, spazzando, cucinando e intanto parlava con lui, gli raccontava tutto ciò che c’era da raccontare, gli parlava come se lui potesse intenderla, come se potesse risponderle e quando faceva un verso, lei apprezzava il suono delle sua voce.

Un giorno mentre era impegnata a rifare il letto di primo mattino, le sembrò di sentire un respiro accanto a lei, fu come il fruscio di una foglia che si posa lentamente in terra, talmente sottile da poter essere udito nel più completo silenzio. Lasciò cadere le lenzuola, corse in cucina e lo trovò addormentato sul sofà: le servirono solo pochi istanti per capire che quello che aveva percepito era stato il rumore dell’ultimo respiro di suo figlio. Era così che doveva andare, glielo dicevano tutti, che avrebbe dovuto aspettarselo e in fin dei conti che vita era mai quella? Maurizio era come un angelo dalle ali impiastricciate di petrolio, ora era finalmente libero, libero di poter volare, e questo Cristina lo sapeva, ma non le bastava. Lei, che aveva sperato di non vederlo nascere, ora non riusciva ad accettare la sua dipartita: quel figlio le sarebbe mancato da morire.

Le aveva insegnato molto, la sua presenza era un conforto per i suoi giorni. Tutti in famiglia avevano imparato a voler bene quel figlio e quel fratello speciale, che se ne era andato così in silenzio. Cristina ricordò per un attimo il freddo di quella sala d’aspetto dove attendeva di sottoporsi all’intervento per l’IVG di Maurizio, come era diverso dal silenzio che ora aveva lasciato suo figlio. Un silenzio carico d’amore, una presenza che in quella casa sarebbe stata sempre ricordata. E il fuoco nel camino continuava a scoppiettare. Sì la vita di quel figlio aveva avuto un senso per lei.

di Ida Giangrande

La vita umana e’ fin dal concepimento?

“Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”
(Papa Francesco in Misericordia et
misera)

Durante la campagna elettorale USA del 2016 vi fu alla CNN un intenso scambio tra Marco Rubio, senatore della Florida e Chris Cuomo, governatore dello Stato di New York.

Nel programma il confronto ha toccato lo scandalo della Planned Parenthood (PP) (il colosso degli aborti accusato di lucrare sulla vendita di organi e tessuti provenienti dai bambini abortiti) che tiene banco sui media americani e che ha condotto 13 Stati ad indagare la PP e 3 Stati a decidere di tagliare i finanziamenti pubblici all’organizzazione. Quando Marco Rubio ha difeso la dignità dell’embrione dicendo “La scienza ha deciso che è una vita umana”, Cuomo ha ribattuto: “Non dal concepimento!”. “Assolutamente sì. Cos’altro può essere? Non può trasformarsi in un animale, non può diventare un asino, l’unica cosa che può diventare è un essere umano. È un essere umano, non può essere nient’altro”, è stata la replica di Rubio.

Attraverso la rivista Forbes [1] Arthur Caplan, capo del dipartimento di etica medica al Centro Medico Langone dell’Università di New York, ha criticato l’affermazione di Rubio. Secondo Caplan la scienza non ha stabilito quando inizia la vita umana e per dimostrarlo ha presentato ben 11 argomenti:

1. Se davvero la vita iniziasse al momento del concepimento si dovrebbero cessare la fecondazione in vitro, la ricerca sulle staminali (embrionali n.d.r.), la contraccezione d’emergenza.

2. Uccidere una donna incinta dovrebbe condurre all’accusa di duplice omicidio

3. Una donna non potrebbe vedere utilizzato il suo testamento biologico quando è incinta

4. La scienza non offre una linea certa di che cosa sia il concepimento: quando uno spermatozoo raggiunge un ovulo, quando penetra l’involucro della cellula uovo, quando comincia la ricombinazione genetica, quando si forma un nuovo genoma, oppure quando esso comincia a funzionare?

5. Oltre il 70% degli embrioni muoiono prima della fase di impianto nell’utero materno, quindi la maggior parte dei concepimenti non porta ad alcun essere umano, il concepimento nella maggioranza dei casi conduce a niente.

6. L’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha affermato nel 1981 che l’esistenza di una vita umana al momento del concepimento è una questione a cui la scienza non può dare risposte.

7. I fatti indicano che il punto di partenza è dopo il concepimento.

8. Il concepimento crea più di una vita, i gemelli, due, tre, ma poi una delle vite è riassorbita nel corpo di un’altra.

9. Al momento del concepimento non è chiaro quante vite ci sono, lo si capisce solo più tardi.

10. Anche dopo l’annidamento una parte delle gravidanze vengono interrotte spontaneamente.

11. Il concepimento è sí l’inizio, ma è l’inizio solo del possibile, non dell’attuale.

Nel suo articolo Caplan non dice in realtà niente di nuovo. Si tratta di argomentazioni ormai molto comuni tra in sostenitori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Vediamo di dare una risposta quanto più sintetica per ciascuna di esse.

1. Argomento che sembra irrilevante. Una descrizione non riceve o meno validità dalle implicazioni sociali, ma solo dalla corrispondenza con la realtà. Se dovesse prevalere l’utilitarismo, allora uno schiavista avrebbe potuto affermare che i neri non sono esseri umani perché altrimenti la schiavitù sarebbe stata abolita con grande danno per l’economia.

2. Vale come il punto numero 1. Anche a livello psicologico l’affermazione si dimostra controintuitiva. Supponete che vostra moglie aspetti un figlio da voi e un rapinatore le spari. Cade in coma, i medici vi dicono che è cerebralmente morta, ma che c’è la possibilità che riescano a fare nascere il bambino, mantenendo artificialmente le funzioni vitali. Dopo un mese i medici vi comunicano che purtroppo anche il bambino non ce l’ha fatta. Quante perdite, quanti dolori distinti avete provato?

3. Stesse considerazioni del punto 1. In più il testamento biologico è un pessimo strumento per la tutela dell’autonomia dello stesso paziente che lo ha redatto, figuriamoci per la tutela di un altro essere umano.

4. Sebbene dietro pressione dell’industria contraccettiva l’Associazione dei Ginecologi Americani (e dietro essa le altre associazioni e istituzioni mediche) abbiano spostato il significato del termine concepimento al momento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno, tuttavia nel linguaggio corrente usato sia dai pazienti che dai ginecologi con esso s’intende la fecondazione (fertilization), termine che scientificamente (come attestato nel nomenclatore dell’Associazione dei Ginecologi Americani) indica la fusione delle membrane dello spermatozoo e dell’ovocita. Nel monumentale manuale di embriologia di Scott Gilbert si legge: “La fecondazione è il processo in cui due cellule sessuali (gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con potenzialità genetiche derivanti da entrambi i genitori”. In quanto processo, la fecondazione inizia con la fusione delle membrane dei gameti (singamia) e termina con la fusione del materiale genetico paterno e materno (cariogamia), ma l’inizio è uno, la singamia, il processo che segna il passaggio da due cellule ad un organismo: un’unità ontologica, non un assemblato di parti, con un corredo genetico unico (la probabilità che i soliti genitori daino alla luce due figli identici in due atti sessuali distinti è meno di una su settantamila miliardi) ed intrinseco orientamento e determinazione allo sviluppo.

5. Se il criterio della mortalità fosse determinante, allora vorrebbe dire che nei tempi e nei luoghi dove la mortalità neonatale e infantile sono elevate i bambini non sono esseri umani. Supponete che una donna incinta al sesto mese sia imbarcata su un volo verso Kinshasa: fintanto che è sui cieli italiani, dove la tecnologia neonatologia è sviluppata, ella porta in sé un essere umano, ma, secondo quanto affermato da Caplan, quando sorvola le coste dell’Africa, dove la probabilità di sopravvivenza di un tale prematuro sono pari a zero, allora in sé non ha più un essere umano? L’argomento implica che nel braccio della morte non vivano esseri umani e pertanto si potrebbe utilizzarli per ricerche scientifiche, o come fonte di organi.

6. Il concetto è stato riportato in modo scorretto. Nel documento citato l’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha dichiarato: “la proposta S158(proposta di legge del Senato N. 158 n.d.r.) che il termine “persona” debba includere “ogni vita umana” non ha basi nella nostra comprensione scientifica. Definire il momento in cui l’embrione in via di sviluppo diventa una “persona” deve rimanere una questione di valori morali e religiosi”.[3] Dal momento che il concetto di persona è di natura filosofica, correttamente l’Accademia delle Scienze si è dichiarata incompetente. Mischiare il concetto biologico di “vita umana” con quello filosofico di “persona” è molto pericoloso. La stessa Chiesa, riconoscendo la natura filosofica del concetto di persona, non ha mai impegnato la propria autorità nel definire l’embrione “persona”, ritenendo sufficiente fornire l’insegnamento che l’embrione vada trattato dall’inizio come persona e rimandando ai negazionisti l’onore della prova: “come un individuo umano non sarebbe una persona umana?” (EV, 60).

7. L’argomentazione appare Apodittica, imprecisa ed elusiva: quali fatti? “Dopo”? Quando? Alla nascita? Allo sviluppo dell’autocoscienza? Quale livello di autocoscienza? Al raggiungimento dell’autonomia? Quale livello di autonomia? Quale limite indica il professor Caplan oltre il quale si ha un essere umano?

8.  Il processo della possibile gemellazione non nega che un embrione sia un essere umano. Piuttosto esso è solitamente proposto per negare lo status di persona all’embrione alla luce della definizione classica di Boezio. È comunque un argomento inefficace anche in questo senso: la gemellazione consiste in una riproduzione non sessuata (filiazione) del primo essere umano (embrione) con formazione di un secondo essere umano (peraltro non identico all’embrione parentale), mentre il citato processo eventuale di “riassorbimento” dà luogo al fenomeno del chimerismo, del tutto inconsistente per negare lo status umano del concepito, a meno di sostenere che i soggetti trapiantati con organi da vivente o da cadavere non siano forse esseri umani. Le migliaia di persone che vivono con un cuore, rene, il midollo trapiantati, che assumono farmaci anti-rigetto e sono monitorati per il chimerismo post-trapianto sono non esseri umani? E che cosa sono?

9. Così formulato sembra ininfluente. Prima di ogni censimento non si sa quanti esseri umani sono presenti in un territorio, ma questo non rende quelli che sono presenti esseri non umani. Bombardare un’area non rende quanti periscono degli esseri non umani per il fatto d’ignorare il numero di quanti ci vivono.

10. Vale come il punto 5. Con l’aggiunta che, proprio perché fattibile i medici operano sui fattori che possono determinare la morte del concepito cercando di evitarla e nessuno, nemmeno il professor Caplan credo direbbe che nel fare questo i medici si comportano da veterinari.

11. È un’affermazione corretta solo se si dà per essere umano la definizione di un essere con caratteristiche diverse dall’embrione, ad esempio se si definisce come essere umano un adulto autocoscienze ed autonomo. Ma questo è proprio ciò che il professor Caplan non ha provato nel suo intervento.

Caplan nel suo articolo non ha esaurito gli argomenti pro-aborto, altri ne esistono in letteratura [4-6] a cui si oppongono solide ragioni [7-9]. Non si può non rimanere sorpresi che il sistema accademico americano produca un pensiero bioetico così superficiale e poco accurato. Sembra quindi che Rubio abbia ragione nel sostenere che l’embrione è da considerare a tutti gli effetti una vita umana.

Renzo Puccetti  (www.zenit.org)

*

NOTE

1. Arthur Caplan. Marco Rubio And The GOP’s Dangerous Misconception On When Life Begins. Forbes Magazine. 10-8-2015.http://www.forbes.com/sites/arthurcaplan/2015/08/10/marco-rubio-and-the-gops-dangerous-misconception-on-when-life-begins/

2. Scott F. Gilbert. Developmental biology 7th ed. Sunderland MA: Sinnauer Associates 2003. p. 183.

3. William W. Lowrance. The relation of science and technology to human values. In: Craig Hanks. Technology and values: essential readings. 2010 Blackwell Publishing Ltd. pp. 41-42.

4.  David Boonin. A defence of abortion. Cambridge University Press. Cambridge (UK) 2003.

5. Ronald Dworkin. Life’s dominion. An argument about abortion, euthanasia and individual freedom. Random House, New York, 1994.

6. Daniel Callahan. Abortion: law, choice and morality. Mc-Millan Company, New York, 1970.

7. Francis Beckwith. Defending life: A moral and legal case against abortion choice.Cambridge University Press, New York, 2007.

8. Robert P. George and Christopher Tollefsen. Embryo. A Defense of Human Life.Doubleday, 2008.

9. Peter Kreeft. Three Approaches to Abortion: A Thoughtful and Compassionate Guide to Today’s Most Controversial Issue. Ignatius Press, 2002.

La vita vince sempre

miracoli vitaLa mia quarta gravidanza (e quinto figlio, essendo stata una delle precedenti gravidanze gemellare) è arrivata “dal cielo”. Il test positivo è stato “un colpo”, ma io ho pensato subito che, se ci era stato mandato un figlio, voleva dire che ce la potevamo fare. La preoccupazione più grande era che tutto andasse per il meglio.

A 5 settimane di gravidanza però sono iniziati i problemi. Ho avuto un’emorragia improvvisa e mi sono vista il mondo crollare addosso. Il mio medico, dopo avermi fatto un’ecografia, da cui si vedeva solo un residuo di sangue in utero, mi disse che era troppo presto per poter dire qualcosa, che bisognava attendere almeno altre due settimane per vedere come si evolveva il tutto e che comunque io non avrei potuto fare niente: solo la natura avrebbe deciso.

Le due settimane seguenti sono state interminabili, le emorragie si sono ripresentate ed io ho provato una sensazione bruttissima ed inspiegabile di “svuotamento”. Piangevo senza riuscire a fermare le lacrime: era più forte di me.

Ma non avevo realizzato assolutamente quello che mi stava accadendo. Alla settima settimana di gravidanza il ginecologo mi rifà l’ecografia transvaginale. Non avevo il coraggio di guardare il monitor e così fissavo il medico in viso. Quando ho visto la sua espressione triste mi sono sentita morire! Nel monitor si vedeva un grande ematoma e basta!

Il ginecologo però vuole approfondire. Mi esegue l’ecografia esternamente e si accorge che sopra l’ematoma c’è un’altra camera gestazionale ed il cuoricino pulsa forte. Mi sono scese le lacrime all’istante.

L’emozione è stata ancora più grande quando il medico mi ha detto che la spiegazione di tutto era che anche questa gravidanza (come l’altra mia precedente) era partita come gemellare.

Nelle settimane successive ho continuato ad avere perdite. Mi era stato detto che erano normali, visto l’ematoma, ma io non le ho mai accettate con serenità. Ero felicissima che la gravidanza ci fosse, la pancia cominciava anche a farsi vedere… Ma io non la “sentivo”.

Anche il giorno di Natale, quando avrei dovuto essere al settimo cielo avendo “Gesù bambino” in grembo, mi sentivo nervosa, irritata… e non riuscivo a spiegarmi come mai.

A 12 settimane ho avuto improvvisamente un’altra emorragia che non dava cenno a fermarsi.

Mi sono recata all’ospedale e sono rimasta bloccata lì a letto per sei giorni. Il bimbo stava bene, ma l’emorragia aveva dato origine ad un ematoma di 7 cm. Quindi si temeva un’infezione.

Quel ricovero che, sono convinta, non è venuto a caso, mi è stato molto chiarificatore.

Durante la mia permanenza in ospedale passa a farmi visita una mia carissima amica ostetrica che avverte subito il mio stato di tensione interna. Mi dice chiaramente che così non sarei potuta arrivare a temine e mi consiglia di sottopormi ad un massaggio che faceva una sua collega, in quanto ciò mi avrebbe aiutato a riequilibrarmi un po’…

La sera seguente mi sono fatta fare quel massaggio. L’ostetrica si mise all’opera. Iniziò dalla mia testa ed io scoppiai in un pianto incontrollabile e liberatorio.

Alla fine del massaggio non percepivo più il contatto con il letto, mi sembrava di essere in un’altra dimensione, in uno stato di abbandono e di benessere.

Con l’aiuto di questa cara ostetrica ho avuto l’illuminazione: ho capito in quel momento che tutte le mie tensioni, tutte le mie paure, paure di “perdere”…, erano legate a quel coagulo di sangue che avevo in grembo, in quanto lo associavo ad un essere vivente.

Ebbi così la capacità di discernere il coagulo dall’essenza di vita e mi fu chiaro che quell’essere vivente non c’era più dentro di me, ma se ne era andato a 5 settimane, quando avevo avuto le prime emorragie, quei pianti violenti e quel senso di “svuotamento” che non mi era ben chiaro.

Ho metabolizzato solo allora di aver subìto un aborto. Fino a quel momento avevo una forte confusione inconscia tra vita e morte dentro di me. Ho deciso quindi di “lasciare andare” quella vita. Le diedi un nome: Mattia ed immaginandomi due ali che si innalzavano in cielo, la lasciai andare.

Quella sera stessa la mia gravidanza cambiò: sentii in utero come se ci fosse più spazio per quella creatura che stava crescendo dentro di me, come se io inconsciamente l’avessi prima tenuta premuta per far spazio a quell’ematoma che pensavo ricco di essenza di vita.

Il resto della gravidanza fu fisicamente impegnativo, ma psicologicamente molto più sereno. Ora tra le mie braccia ho Anna, che ha già otto mesi ed è sana, vispa e serena: un angioletto. Spesso mi “incanto” a guardarla.

Ho sentito un bisogno forte di condividere questa esperienza perché, avendola vissuta, posso affermare che non è assolutamente vero che un aborto si sceglie o si subisce e poi tutto finisce lì…

NO! Un aborto ti penetra, ti colpisce l’inconscio, che tu lo voglia o no, e ti crea “un buco”, una ferita che può anche cicatrizzare se la metabolizzi, ma certo è che quella cicatrice ti resta per tutta la vita!

Una mamma di cinque figli

[Testimonianza raccolta da Anna Fusina]

Fonte: www.vitanascente.blogspot.it

 

Quando il paziente non è ancora nato

È notizia di questi giorni che all’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo sia stato effettuato un intervento al cuore ad un paziente particolare. Già è un fatto speciale che ormai si possa salvare una vita con interventi che fino a pochi anni fa erano impensabili, ma questo evento ha qualcosa di particolare, perché il paziente è un piccolo feto. Si trattava di un feto di 33 settimane dal concepimento, cui è stato applicato un presidio medico detto stent, proprio come si fa ad un adulto, con la sola differenza che in questo caso per farlo si è passati per una via non ordinaria: il pancione della mamma.

E’ un evento che commuove e che genera per forza stupore: se per la cultura dominante il feto non è da considerarsi “persona”: come si può considerare addirittura un “paziente”?

Ma per la medicina lo è, e questo è solo uno dei tanti interventi chirurgici di questo genere in Italia e in vari Paesi, che riescono a curare delle anomalie al cuore, ai reni, all’intestino, al sistema nervoso prima ancora che il bambino nasca; anzi, evitando che nasca prematuramente e facendolo restare un “feto” ancora per alcune settimane.

La rivista Pediatric Surgery International del maggio 2013 dà un quadro comprensivo delle possibilità in atto in questo campo e non ci si stupisce se su Seminars in Pediatric Surgery ci si preoccupa di come non far provare dolore a questo paziente ancora non nato ma che viene operato: “La chirurgia fetale spinge i limiti della conoscenza e della terapia oltre i convenzionali paradigmi trattando il feto come un paziente. Due pazienti devono essere anestetizzati nell’interesse di uno, e c’è poco margine per l’errore”, riportano gli autori dell’articolo, medici al Children’s Hospital di Philadelphia.

Sono appuntamenti importanti per il mondo ostetrico i congressi internazionali dal titolo “The fetus as a patient” (“Il feto come paziente”), così come è significativo che il sottotitolo di una delle maggiori riviste mondiali di pediatria, “Early Human Development”, sia: “Rivista che tratta la continuità tra la vita fetale e neonatale”.

Dunque per la comunità scientifica è chiaro che il feto è un paziente. Il fatto che per tutti gli altri continui ad essere trattato come un essere senza diritti, di cui qualcuno ancora discute sulla reale umanità o sul possesso di diritti, è imbarazzante.

Si sente una forzatura nella divisione artificiosa tra “feto” e “bambino” segnata dal momento convenzionale della nascita, senza che per la fisiologia e l’anatomia del soggetto la nascita in realtà abbia un significato rilevante.

Anche perché ormai ben si sa che prima di nascere il feto è in grado di ascoltare le voci (potrà dopo nato già riconoscere quella della sua mamma) e di assaporare i gusti delle cose che la mamma mangia e che attraverso il suo sangue gli arrivano alla piccola bocca, tanto che oggi sappiamo che i gusti alimentari iniziano a formarsi prima della nascita.

E il feto può sentire il dolore nella seconda metà della gravidanza, come ho recentemente illustrato riassumendo tutti i dati della letteratura scientifica sul Journal of Fetal Maternal and Neonatal Medicine.

Questo dato è stato oggetto di discussione per anni, ma anche in questo campo tanti progressi sono avvenuti, basti pensare che fino a 30 anni fa ancora in campo medico c’era chi dubitava che il bambino neonato provasse dolore; e il feto altri non è che un bambino non ancora nato (o che talora nasce prima di arrivare al termine della gravidanza). E’ una piccola umanità teneramente nascosta ma presente.

Lo sviluppo della chirurgia fetale è allora un campo controverso per il pubblico che non si aspetta che la medicina tratti da paziente un feto; ma non lo è per i medici stessi. Perché la scienza ha proprio il compito di sondare ciò che è apparentemente insondabile, cioè di essere aderente alla realtà anche quando quella realtà è così piccola (vedi il caso dell’embrione umano) o nascosta (vedi il caso del feto) da sembrare marginale o “scartabile”.

Ma una volta scoperta la realtà che altri – per pregiudizi sociali o perché mancano i mezzi tecnici – non vedono, non si può e non si deve far altro che seguire la ragione e curare il paziente, indipendentemente da apparenza e pregiudizi.

Carlo Bellieni

da www.zenit.org

Coppia, famiglia e matrimonio, tre cose (istituti giuridici) diverse

Alla base della decisione dell’Assemblea Nazionale francese che prevede il matrimonio e il diritto all’adozione per le coppie omosessuali grazie all’eliminazione della differenza tra i sessi come condizione fondamentale per il vincolo matrimoniale — “il matrimonio per tutti” — c’è un grave e distorto uso ideologico del diritto a non essere discriminati.
Una distorsione ideologica che fa torto al buon uso della ragione e proprio per questo lede, nel matrimonio, fondamentali istituti etici della società.

 

La presunta discriminazione da rimuovere consisterebbe nel fatto che le coppie eterosessuali e le coppie gay non siano discriminabili, in base all’orientamento sessuale, nei loro diritti per accedere all’istituto familiare del matrimonio, perché questo sarebbe diritto di ogni persona. Questo assunto si regge — in diritto e in fatto — su un uso ideologico e improprio dell’analogia tra coppia, famiglia e matrimonio. Coppia, famiglia e matrimonio sono realtà, e istituti giuridici, affatto diversi. E non può esserci, senza grave pregiudizio, una pura e semplice transitività analogica dall’uno all’altro istituto di requisiti di diritto; un passaggio puramente analogico dall’uno all’altro dei diritti che a questi istituti sono propri, o vi si vogliono riconoscere.

 

La spuria “rifondazione” della famiglia sul matrimonio risolto in puro legame affettivo toglie alla famiglia proprio la funzione che le è stata riconosciuta da sempre: il suo essere naturale presidio sociale del legame riproduttivo eterosessuale. Laddove l’associazione familiare, nella sua radice di coppia eterosessuale, “nasce” essa stessa dalle “nozze”, dalla possibilità di far nascere, dal naturale orientamento procreativo del legame. L’essere famiglia, o il “fare famiglia”, non può quindi fare aggio sugli orientamenti sessuali della coppia. Non si può dedurre dal loro “fare famiglia”, l’equivalenza degli orientamenti sessuali della coppia ai fini del matrimonio. Facciano famiglia o no, resta tutta in piedi la differenza tra le coppie gay e le coppie eterosessuali; e la pregnanza di questa differenza, anche per rispetto al dato esistenziale che comporta.

 

Alla base della decisione dell’Assemblea Nazionale francese non c’è alcuna discriminazione da sanare, ma solo purtroppo una pressione ideologica sempre più forte, che mina da tempo sul piano culturale le basi etiche e giuridiche della società europea, e istituti etici, prima ancora che giuridici, fondativi e strutturanti un’ordinata convivenza sociale. Istituti etici e giuridici certo da aggiornare ai tempi, e il riconoscimento dovuto alle unioni civili va in questo senso; ma non sovvertibili nelle loro strutture di fondo, che il diritto riconosce da sempre.

 

Eugenio Mazzarella, Università Federico II di Napoli, Deputato del Partito Democratico

EllaOne: contraccezione o aborto?

feto bellissimoPartiamo da un presupposto: il meccanismo d’azione di ellaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, non è esclusivamente di tipo antiovulatorio. Le donne che assumono ellaOne nel periodo fertile del ciclo mestruale per la maggior parte ovulano e possono concepire, ma, essendo il loro endometrio irrimediabilmente compromesso a causa dell’azione della pillola, non si verificherà l’annidamento dell’embrione nell’utero materno e verrà così provocata la morte del concepito.

Il possibile effetto antinidatorio è incompatibile con la legislazione italiana. La legge di riferimento, quando si parla di contraccezione, è la L. 405/75, istitutiva dei Consultori familiari. Nel suo primo articolo essa definisce la procreazione responsabile e finalizza quest’ultima alla tutela della salute della donna e del “prodotto del concepimento”, escludendo così i metodi con meccanismo d’azione post-concezionale.

Anche la recente sentenza della Corte Europea di Giustizia del 18 ottobre 2011 ha riconosciuto nella fecondazione l’inizio della vita e nel concepito un soggetto che deve essere tutelato. La Direttiva europea 2001/83/CE, relativa ai medicinali per uso umano, all’art. 4 prevede che le procedure di approvazione comunitaria non impediscono ai singoli Stati della UE di vietare farmaci contraccettivi o abortivi incompatibili con le rispettive legislazioni nazionali.

Inoltre la Direttiva europea 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, recepita dal nostro Codice del Consumo nel 2007, prevede che l’informazione all’utenza sia corretta e in nessun modo ingannevole. Essa non deve infatti contenere informazioni false, ma neppure ingannare il consumatore medio nella sua presentazione complessiva (anche se l’informazione sia di fatto corretta) riguardo all’esistenza o alla natura del prodotto, cioè alle sue caratteristiche principali, fra cui la sua composizione, l’idoneità allo scopo ed i risultati che si possono attendere dal suo uso.

Nel foglietto illustrativo di ellaOne si dice che si ritiene che la pillola “agisca bloccando l’ovulazione”, ma se ne omette il possibile effetto antinidatorio, e dunque abortivo.

La presentazione di questo farmaco come “contraccettivo”, termine correntemente usato per indicare la prevenzione del concepimento (inteso come fecondazione) è ingannevole: potrebbe indurre infatti ad utilizzarlo persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio.

La relazione tecnico-scientifica “Ulipristal acetato (CDB 2914) – Meccanismo d’azione: aspetti scientifici, deontologici ed etici” della Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo del 16 aprile 2010 riporta a questo proposito il risultato di alcuni studi:

“In uno studio condotto su 618 donne negli Stati Uniti di età inferiore a 50 anni l’11,8% del campione riteneva che la contraccezione d’emergenza agisse prima del concepimento, il 56,6% tra il concepimento e l’impianto nell’utero ed il 18,1% dopo l’impianto. Il 48% dello stesso campione considerava la fecondazione come l’inizio della vita umana, contro il 19% che individuava tale inizio con l’impianto dell’embrione o fasi successive. (…) In un altro studio, condotto su 581 donne di età media poco superiore ai 30 anni, è risultato che il 39,4% non avrebbe assunto un metodo contraccettivo che avesse esercitato la propria azione dopo la fecondazione. Il 46,3% ha individuato l’inizio della vita umana con la fecondazione contro il 35,7 che ha indicato l’impianto o fasi successive. (…)

La collocazione dell’inizio della vita umana e la religiosità sono fortissimi predittori dell’attitudine delle donne ad utilizzare o rifiutare i contraccettivi in base al meccanismo d’azione (non quindi sulla base della semplice indicazione contraccettiva). Il più recente studio in questo senso, condotto su 178 donne di 18-50 anni che frequentavano due centri universitari di medicina generale, ha confermato i precedenti risultati indicando che il 30% delle donne ritiene che la vita inizi al momento della fecondazione, il 47% indica la fecondazione come momento di inizio della gravidanza, il 20% darebbe il consenso all’utilizzo della contraccezione d’emergenza solamente se essa agisse prima della fecondazione, il 34% la utilizzerebbe solamente se il proprio medico la informasse assicurando che essa non provoca alcun aborto.”

Il fatto che nel foglietto illustrativo di ellaOne manchi un riferimento diretto al possibile impedimento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno rende l’informazione alle possibili utenti difettosa ed inesatta sia dal punto di vista tecnico-farmacologico che sotto il profilo del consenso informato.

Detta lacuna nell’informazione all’utenza, secondo la Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo, “può costituire un importante ostacolo all’esercizio dell’autonomia decisionale della donna e alla sua capacità di assumere decisioni non in contrasto con le proprie convinzioni etiche da cui potrebbero derivare potenziali rischi per la propria salute psichica. (…) un consenso dato senza adeguata e completa informazione sarebbe da ritenersi “non valido”, condizione a cui sarebbero riconducibili possibili problematiche sia in ambito penalistico che civilistico nei confronti del medico (e della struttura) che ha prescritto il farmaco.”

Un’altra questione di particolare rilevanza riguarda la disposizione dell’art. 3 della Determinazione Aifa dell’8 novembre 2011, che subordina la prescrizione del farmaco alla presentazione di un test di gravidanza ad esito negativo basato sul dosaggio dell’HCG beta, al fine di escludere una gravidanza in atto.

L’ hCG (Human chorionic gonadotropin) o gonadotropina corionica è un ormone prodotto dall’embrione, subito dopo il suo impianto nell’utero.

Il test di rilevamento dell’ormone beta hCG nel sangue o nelle urine, che si dovrebbe esibire al momento della richiesta di prescrizione del farmaco, può dare esito positivo di una eventuale gravidanza solo 7-8 giorni circa dopo la fecondazione, quando l’embrione si è già annidato nell’utero; pertanto, se c’è stata la fecondazione ma l’embrione non si è ancora annidato, il test darà come esito un falso negativo, anche se l’embrione sta viaggiando verso l’utero e, quindi, la gravidanza esiste.

Il concepito rimane dunque “invisibile” al test per circa 7-8 giorni, un intervallo di tempo nel quale il livello di beta HCG non si positivizza. Quindi i test attualmente in uso non servono a escludere un’azione abortiva della pillola, perché non segnalano la presenza dell’embrione se esso non è ancora annidato in utero.

Esiste un test più sensibile che potrebbe segnalare la presenza dell’embrione poco dopo la fecondazione. Entro due giorni da quest’ultima è possibile infatti rilevare nel circolo materno il Fattore Precoce di Gravidanza: l’EPF (Early Pregnancy Factor) che appunto è presente quando inizia una gravidanza.

L’EPF è una sostanza immunosoppressiva, prodotta dall’ovaio prima dell’impianto dell’embrione in utero, che appare circa 48 ore dopo la fecondazione ed è la risposta ormonale della madre ai segnali endocrini che l’embrione appena formato invia, segnalando la sua presenza.

L’impiego del test del dosaggio dell’EPF nel sangue non è però a tutt’oggi standardizzato e non costituisce per il momento un esame di routine a causa del dispendio economico e di tempo che comporta.

Riguardo alla disposizione dell’esecuzione del test di gravidanza preliminare, occorre inoltre rilevare che le donne che volessero farsi prescrivere ellaOne potrebbero anche presentare il test di gravidanza sulle urine eseguito da loro stesse o da altre donne in un periodo di assenza di rapporti sessuali o di rapporti sessuali verificatisi nel periodo infecondo nel ciclo. Il test risulterebbe così negativo e la pillola potrebbe così essere messa da parte, come “scorta” per le “esigenze future”.

Un altro aspetto importante da rilevare riguardo all’informazione data sulla “contraccezione d’emergenza” (in cui è inclusa anche ellaOne), è l’affermazione che la sua diffusione costituisca il presupposto fondamentale per un minore ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Numerosi articoli documentano invece come il ricorso alla “contraccezione d’emergenza” (CE) non riduca l’abortività volontaria, che, anzi, in diversi casi, aumenta. Infine, si deve rilevare come la disinformazione di molte donne riguardo alla fisiologia della riproduzione, soprattutto delle adolescenti, maggiori consumatrici di contraccettivi di emergenza, porti spesso ad un uso fuori luogo e magari ripetuto della contraccezione d’emergenza.

Nel testo “Sessualità e riproduzione: tutto sotto controllo?” vengono riportati i risultati di uno studio (Bonarini 2004) su mille donne seguite dai Consultori della città di Padova (100 pazienti per ognuno dei 10 consultori dell’area urbana).A queste donne è stato chiesto di indicare la durata del proprio ciclo mestruale, di identificare su di un grafico il periodo fertile del proprio ciclo, di indicare il giorno della propria ovulazione e il giorno presunto dell’ovulazione in un ciclo che durasse solo 22 giorni.

Sono risultate informate il 21,4% delle ragazze di età inferiore a 20 anni, il 28,9% delle donne di età compresa tra 20 e 29 anni, il 29,1% delle donne comprese tra 30 e 39 anni ed il 36% delle donne di 40 anni ed oltre.

La carenza d’informazione costituisce un grave problema etico, perché chi non conosce non è in grado di scegliere consapevolmente e liberamente. Se la donna non ha elementi corretti per scegliere personalmente, le sue scelte saranno effettuate da altri, poiché non fondate su una vera conoscenza ma su informazioni veicolate spesso da “fonti interessate”.

E’ indubitabilmente indispensabile una conoscenza non superficiale del meccanismo di azione di ellaOne sia da parte del medico che prescrive questo prodotto, sia da parte della donna che pensa di assumerlo, al fine che quest’ultima esprima un consenso libero, veramente informato e valido.

* Fonte: Vitanascente.blogspot.it/ Anna Fusina

I suoi primi nove mesi

Sempre più studi danno risalto alle esperienze del nascituro. Che sente, si emoziona. E dialoga con mamma e papà.

Chissà per quanto tempo le mamme hanno tenuto per sé questo segreto: che il bambino che stava crescendo dentro di loro, avesse già una personalità, uno stile proprio, e che con loro condividesse sensazioni, sogni, insomma che in molti modi già comunicasse. Probabilmente per tutto il tempo in cui la scienza (al maschile) proclamava che il bambino alla nascita era “tabula rasa”, un terreno vergine su cui solo a poco a poco l’ambiente avrebbe potuto finalmente agire, le mamme saranno state zitte, coltivando le proprie sensazioni.
Ma oggi anche la “scienza ufficiale” dà loro ragione: “Ormai dalla metà degli anni Ottanta  sappiamo con sicurezza che il bambino prima della nascita avverte sensazioni e sperimenta situazioni che gli servono sia per il suo sviluppo sia come una sorta di preparazione alla vita post-natale”, spiega il dottor Carlo Bellieni, neonatologo presso l’Unità operativa di Terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Siena, coordinatore di uno studio dell’Università di Siena sulla memoria pre-natale. <<Infatti, non solo nel bambino si attiva molto presto la capacità di rispondere agli stimoli, ma questo sistema è anche, per così dire, “ridondante”, il che rende alcune sue percezioni sensoriali particolarmente acute”.
Ma che cosa, esattamente, è in grado di percepire il feto? <<Non dobbiamo immaginare l’ambiente uterino come una cassaforte, ma semmai come una specie di “filtro”. Alcuni stimoli, per esempio, i rumori ambientali, vi giungono attutiti altri come il battito del cuore, i “rumori” intestinali materni, sono invece percepiti con particolare intensità.>>.

I primi sensi ad attivarsi, nei primissimi stadi dello sviluppo, sono l’ olfatto e il gusto: “Alla base della testa del feto si trova una struttura primitiva che serve proprio a sentire gli odori e i sapori nell’acqua”, afferma il neonatologo. “Il liquido amniotico ha un odore e un gusto molto simili a quelli del latte materno: il fatto che il feto possa “assaporarli” durante i nove mesi, fa sì che possa riconoscerli più avanti, una volta che la mamma lo attaccherà al seno”.

Un gusto deciso
A dimostrazione della potenza del gusto e dell’olfatto prenatali, esiste un interessante studio francese, condotto a Marsiglia negli anni Ottanta: “In quella zona si mangia tradizionalmente una salsa particolarmente speziata, a base di aglio (l’aiolì)”, spiega il dottor Bellieni. “I ricercatori provarono a osservare la reazione a tale gusto di un gruppo di neonati “del luogo” – le cui madri avevano fatto uso abitualmente di questa salsa anche durante la gravidanza – mettendone una piccola dose sul capezzolo prima della poppata: avendolo già sperimentato, i bambini davano segno di riconoscere e di gradire questo forte sapore, “gettandosi” sul seno e succhiando senza problemi. Lo stesso esperimento, condotto nella zona di Parigi, in cui questa salsa non è conosciuta, sortiva invece l’effetto opposto: i neonati parigini, infatti, dimostravano di non apprezzare quella che per loro era una novità, e volgevano la testa dall’ altra parte rifiutando il seno infastiditi”.

Riflessi pronti
Questo organo primordiale, detto vomero-nasale, si atrofizzerà dopo la nascita, anche se non scomparirà mai del tutto. Anzi, in un certo senso, si può dire che resterà, a livello inconsapevole, a  “gestire” la nostra vita affettiva: “E’ proprio ad esso che si deve, nella vita adulta, la percezione dei cosiddetti “ferormoni””, sottolinea Bellieni, “sostanze volatili deputate alla trasmissione di messaggi sessuali e affettivi, che fanno sì che siamo attratti più verso una persona piuttosto che un’altra.”. Anche le sensazioni tattili si attivano molto presto: “Già dall’ottava settimana di gravidanza sono presenti attorno alla bocca dei ricettori che a poco a poco vanno diffondendosi alle palme delle mani, alle piante dei piedi e, gradualmente, al resto del corpo”, osserva il dottor Bellieni. “Questo significa non solo che il bambino è sensibile alle carezze della mamma già prima di nascere (lo si “sperimenta” soprattutto verso il termine della gravidanza, quando il  feto risponde a massaggi e stimolazioni tattili sul pancione), ma anche che nel corso dei nove mesi già “impara” a conoscere il proprio corpo”. A partire all’incirca dalla quindicesima settimana il feto comincia a compiere movimenti sempre più complessi: si succhia il dito, si tocca la testina, afferra il cordone ombelicale, scalcia: “In pratica”, osserva l’esperto, “mentre cresce, il feto sviluppa già quei riflessi istintivi vitali che gli resteranno durante le prime settimane di vita extrauterina, per poi gradatamente scomparire: il riflesso di suzione e deglutizione, il riflesso di prensione (per cui si aggrappa automaticamente a ciò che si appoggia sul palmo della sua mano), il riflesso di Moro (per cui slancia in fuori gambe e braccia quando viene cambiato di posizione o se è spaventato), e così via”. Nel frattempo, fa prove di respirazione (inspira ed espira liquido amniotico), di fonazione (anche se non emette alcun suono, fa vibrare le corde vocali), sperimenta l’apparato digerente ed escretore (ingoia liquido amniotico e lo elimina attraverso la vescica).
Anche il sistema dell’equilibrio viene in qualche modo influenzato dalle esperienze di vita pre-natale: <<Lo studio, da noi intrapreso qualche anno fa e tuttora in via di sperimentazione, ha preso in esame un folto gruppo di neonati figli di ballerine professioniste di vari centri italiani>>, spiega il neonatologo. <<Ne è emerso che la stragrande maggioranza di questi bambini, per addormentarsi manifestava l’esigenza di essere cullata vigorosamente: segno che nella loro “memoria” era rimasto impresso il movimento, abbastanza accentuato, degli allenamenti che le loro mamme avevano effettuato durante la gravidanza.>>.

Abitudini comode Studi ed esperimenti ancora più suggestivi sono quelli che riguardano l’udito: <<A circa 20 settimane il feto è in grado di rispondere agli stimoli sonori che gli arrivano dall’esterno>>, commenta l’esperto. <<In particolare, la voce della mamma, amplificata dalla cassa toracica, gli giunge con un’intensità circa 5 o 6 volte superiore rispetto a quella di un’ altra persona che parla lì vicino. Tant’è vero che, alla nascita, il piccolo è perfettamente in grado di riconoscerla (lo si capisce dal modo particolare di succhiare il ciuccio che ha quando la ascolta) e di distinguerla dalle altre>>. E non è tutto. Nell’88, fu pubblicato dalla rivista “Lancet” un articolo dal titolo piuttosto curioso: “Abitudine del feto alle telenovelas”. Uno studio condotto su un gruppo di neonati le cui madri, durante la gravidanza, erano solite guardare quotidianamente una certa telenovela in televisione, aveva dimostrato che i piccoli ne riconoscevano la sigla al punto che se erano agitati, ascoltandola si calmavano.  . ma anche rischi Addirittura, in Giappone, i bambini nati vicino all’ aeroporto di Osaka, sembrano non risentire particolarmente del sibilo degli aerei che passano a bassa quota: evidentemente, quel rumore, percepito come forte ronzio già quando erano dentro al pancione, è diventato per loro familiare.. Purtroppo c’è anche un risvolto negativo: <<Studi condotti in fabbriche hanno dimostrato che i bambini nati da donne che lavorano in ambienti particolarmente rumorosi presentano un elevatissimo rischio di danni acustici>>, commenta Bellieni. <<Questo rischio aumenta se il rumore è di bassa frequenza: i suoni gravi, infatti, sono meglio veicolati dall’acqua (e quindi dal liquido amniotico) rispetto alle tonalità acute. Di conseguenza vengono percepiti dal feto con particolare intensità>>.

Il primo dialogo
Dei cinque sensi, la vista è quello che finora è stato preso meno in considerazione dagli studi sulla memoria pre-natale, forse perché, dentro il pancione, non c’è molto da vedere.. <<Ciò non toglie che il piccolo, pigiandosi casualmente l’occhietto con la mano, possa avvertire stimoli luminosi come succede a noi quando compiamo lo stesso gesto>>, sottolinea il dottor Bellieni. <<E probabilmente, proprio alla fine della gravidanza, quando le pareti dell’utero si assottigliano, filtra anche un po ‘ di luce.>>.

Ma tutto questo può avere anche un risvolto pratico? <<Sicuramente>>, risponde il dottor Bellieni. <<Non si dice  di arrivare a certi eccessi, indubbiamente negativi, come quelli di alcuni centri giapponesi o americani che sfruttano queste ricerche tentando di condizionare il bambino ancora prima che nasca (per esempio, abituandolo a calmarsi con determinati suoni).. Ma una moderata stimolazione, fatta consapevolmente dalla mamma, può essere di sicuro beneficio al piccolo. Per esempio, a Siena, già da qualche anno teniamo dei corsi in cui si insegna alle donne in attesa a entrare in contatto con il loro bambino attraverso la danza, il canto, il massaggio del pancione Le mamme prima hanno provato timidamente, ma oggi sono sempre più coinvolte e convinte, perché il sistema funziona.” E’ bello pensare che il feto, in qualche modo, è già un membro della famiglia: ne conosce le voci, le abitudini alimentari, lo stile di vita.. E ancora prima, è già una forma di compagnia per la mamma!.

Gravidanza – Come diventa il bebe’

  • Primo mese. Dopo il concepimento la singola cellula si divide in due, queste due si dividono di nuovo e così via. Entro la quarta settimana, questa massa cellulare è già ben attaccata alla parete uterina e cresce rapidamente: il piccolo embrione comincia a svilupparsi.
  • Secondo mese. Inizialmente simile a un girino, l’embrione si trasforma assomigliando prima a una specie di pesce, poi ad un mammifero molto primitivo e infine a un minuscolo essere umano. Appaiono in questo periodo occhi, orecchie, bocca e arti. Il cuore batte.
  • Terzo mese. Alla fine del terzo mese, il profilo del feto è quello di un bambino con una grande fronte, un naso minuscolo e un mento ben definito. I riflessi di deglutizione e respirazione sono già presenti. Il piccolo sa inoltre muovere le labbra e corrugare la fronte. Con la 14a settimana finisce il periodo embrionale e comincia quello fetale.
  • Quarto mese. Il feto è in grado di compiere movimenti più complessi: può afferrare il cordone ombelicale, succhiarsi le dita e atteggiare il viso in diverse espressioni. Il riflesso respiratorio è ormai stabilito: inspira ed espira il liquido amniotico. Nel frattempo, sperimenta  le funzioni dell’apparato digerente ed escretore: ingoia liquido amniotico e lo elimina attraverso la vescica.
  • Quinto mese. L’udito è acuto, mentre le palpebre sono ancora chiuse. In un momento qualsiasi tra la 19a e la 22a settimana, in genere, si avvertono in modo distinto i movimenti.
  • Sesto mese. Cominciano a maturare le cellule cerebrali implicate nel pensiero cosciente. Si stabiliscono precisi momenti di veglia e di sonno.
  • Settimo mese. Le palpebre si aprono e spuntano le ciglia. I ritmi di movimento, respirazione e deglutizione sono regolari ed è ben sviluppato anche l’orientamento.
  • Ottavo mese. I polmoni cominciano a prepararsi per l’avvio alla respirazione. In genere, i bambini si mettono a testa in giù proprio in questo periodo.
  • Nono mese. Ora il bambino è più grande e capriole e movimenti sono più rari. I movimenti oculari sono ben coordinati e la vista migliora. Il bambino si abitua al massaggio dell’utero che si contrae.     

La grande storia di Gregorio il Piccolo

piedini1Non possiamo raccontare la storia di Gregorio senza parlare della nostra storia di sposi e di genitori. Ci chiamiamo Jacopo Coghe e Giuditta Tacconi, ci siamo sposati il 28 Dicembre 2008, festa della Sacra Famiglia. Veniamo da due famiglie cattoliche che ci hanno trasmesso la Fede e il giorno del nostro matrimonio sapevamo che Dio Padre ci avrebbe rivelato meraviglie, ma non avremmo mai potuto immaginare di vedere i Cieli aperti sopra di noi.

La nostra storia di genitori comincia in maniera travagliata quando, dopo circa due anni di matrimonio, sembravano non arrivare figli. Iniziammo allora alcune ricerche per capire la causa di questa infertilità. Gli esiti degli esami non furono buoni e scegliemmo di affidarci completamente a Dio, unico e vero Signore della Vita. Con il tempo poi abbiamo capito che Lui voleva guarire prima l’infertilità dei nostri cuori e lo ringraziamo per quel provvidenziale “tempo di attesa”. Vista la situazione ci recammo a Norcia, al santuario della casa natale dei santi Benedetto e Scolastica dove, come la madre del profeta Samuele, chiedemmo a Dio la Grazia di donarci un figlio promettendo di consacrare a Lui la sua vita. Pochi giorni dopo questo pellegrinaggio ci sottoponemmo ad un’altra visita all’ambulatorio ISI-Ginecologia disfunzionale per la sterilità di coppia del Policlinico Gemelli e qui ci venne dato esito negativo sulla possibilità di generare senza l’aiuto di trattamenti medici. Era il 4 ottobre del 2010 e nel grembo di Giuditta era già vivo il nostro primo figlio, Benedetto, ma noi ancora non lo sapevamo.

Il grande dono che Dio ci stava facendo cominciò immediatamente a portare frutti perché rafforzò la nostra Fede e ci permise di ribaltare completamente il nostro approccio nei confronti della vita. Nel corso di questa prima gravidanza ripensammo completamente le nostre priorità e adeguammo i nostri progetti all’accoglienza di una nuova Vita. Prendemmo quindi con gioia la decisione che Giuditta non avrebbe più lavorato per dedicarsi completamente alla famiglia e ai figli. Non volevamo rinunciare nemmeno in parte all’impegno e alla gioia di crescere personalmente i nostri figli.

Il 9 Giugno 2011 nacque finalmente Benedetto, dopo un lungo travaglio e varie complicazioni durante il parto. Il suo arrivo fu per tutta la famiglia una gioia indescrivibile e accrebbe ancora di più in noi il desiderio di moltiplicare questa Grazia. Così dopo 10 mesi dalla sua nascita scoprimmo di aspettare la nostra secondogenita, Brigida, nata anche lei di parto cesareo e viva miracolosamente nonostante un nodo vero quasi del tutto stretto al cordone ombelicale: era il 4 gennaio del 2013. L’arrivo di questa nuova creatura nella nostra famiglia ci insegnò che ogni figlio che viene al mondo non ci toglie nulla, anzi dona, moltiplica e aumenta tutto: l’amore, la Provvidenza, le energie e le gioie di ogni membro della famiglia. Ci siamo resi conto di quanto ogni giorno passato con i nostri figli sia un dono non scontato, mentre intorno a noi l’accanimento contro la vita e l’odio per la famiglia aumenta ogni giorno.

L’esperienza di crescere i nostri figli in questa società, sempre più disorientata, assoggettata ad un relativismo assoluto e senza alcun principio di riferimento né morale né naturale, ci convinse ad impegnarci attivamente in difesa della famiglia naturale, del diritto all’educazione, contro la teoria del gender e i matrimoni e le adozioni a coppie omosessuali. Questa nuova sfida ci interpellava profondamente circa la nostra vocazione al matrimonio e alla genitorialità, personalmente e in unione a tutti coloro che ogni giorno con estrema fatica lottano per proteggere il germe di ogni società: la famiglia. Per tali ragioni abbiamo dato vita all’associazione La Manif Italia. Ci rendemmo presto conto di quanto potere i mass media e le istituzioni educative avessero sulla formazione delle coscienze dei nostri figli e di come fosse nostra assoluta responsabilità custodire e proteggere l’innocenza dei bambini. Bisognava indicare loro, con segnali chiari e inequivocabili, la differenza tra il bene e il male, per consegnare al futuro uomini e donne sicuri di sé e capaci di costruire una società sana.

In questi mesi d’intenso lavoro e proficuo sacrificio Dio Padre ci chiamò nuovamente all’appello per portare avanti la Sua opera con noi: l’8 ottobre del 2013 scoprimmo quindi di aspettare il nostro terzo figlio, Agostino. Stavolta però il nostro compito terreno come genitori di questa creatura terminò presto, il 28 novembre 2013 infatti, a sole 8 settimane di gestazione, Agostino fu richiamato in Cielo. La separazione da lui fu una grande sofferenza, ma la certezza del valore inestimabile della Vita umana già dal grembo materno, a prescindere dalla sua durata, è stata per noi di enorme consolazione.

Il Signore ci stava preparando. Dopo solo un mese, infatti, Giuditta scoprì di essere nuovamente incinta: era il nostro quarto figlio.

La gravidanza di Gregorio iniziò serenamente, senza apparenti problemi, i fratellini erano entusiasti e noi genitori felici sopra ogni dire. Intorno alla 12ma settimana di gravidanza però Giuditta cominciò ad accusare qualche dolore e le fu consigliato riposo assoluto. Nonostante le cure però i dolori non accennavano a diminuire, perciò ci recammo all’ospedale di Terni, sua città Natale, per una visita di controllo: era il 3 aprile del 2014. I medici capirono subito che c’erano seri problemi, infatti il liquido amniotico era praticamente assente ed era impossibile fare una valutazione sullo stato di salute del bambino. Fu ipotizzata una rottura del sacco e Giuditta fu ricoverata e costretta all’immobilità assoluta per evitare la perdita di quel pochissimo liquido presente. I medici ci dissero che il bambino sarebbe morto entro poche ore e con estrema naturalezza ci consigliarono di abortire subito. In quel momento Giuditta era sola di fronte al medico il quale, senza nemmeno aver valutato lo stato di salute del bambino, la invitò a “liberarsi” di quel problema, come se fosse semplicemente un dente cariato… Ci rifiutammo di buttare via il nostro bambino e ci affidammo con tutte le forze a santa Gianna Beretta Molla perché con la sua materna intercessione ci sostenesse e con il suo eroico esempio ci guidasse. I giorni passavano e sotto gli occhi stupiti dei medici la gravidanza proseguiva: senza liquido e senza poter valutare il piccolo. Grazie all’esperienza e al sostegno del professor Giuseppe Noia, riuscimmo a trasferirci al Policlinico Gemelli dove effettuammo un’amnio infusione per dare un po’ di respiro al bambino e tentare di valutare il suo stato di salute. L’esame fu piuttosto invasivo, ma la speranza di poter salvare quella creatura, che all’epoca pensavamo fosse una bimba, ci diede il coraggio e la forza fisica di affrontare tante prove, diversi mesi di ospedale, attese e silenzi infiniti, la lontananza dai bambini e soprattutto l’attacco costante e deciso del Nemico che attraverso l’insistenza di tante persone ha tentato di convincerci che la vita di questo bambino non avesse senso, che è meglio uccidere che accogliere un figlio che di certo morirà e che eliminare nel grembo della madre una creatura innocente sia una “terapia” indolore per liberarsi di una seccatura.

Dopo circa due mesi da quando Giuditta fu ricoverata arrivò la diagnosi: agenesia renale bilaterale, ovvero l’assenza di entrambi i reni e l’impossibilità per il bambino di produrre liquido amniotico che, tra le sue tante funzioni, ha anche il compito di permettere lo svilupparsi dei polmoni e quindi rendere possibile al bambino il respirare autonomamente una volta fuori dall’utero materno. Fummo informati del fatto che, se fosse riuscito ad arrivare al termine della gravidanza, il nostro bambino sarebbe di certo morto subito, e che ogni altro intervento sarebbe stato un inutile e dannoso accanimento terapeutico. In quel momento parve che il Cielo si chiudesse sopra di noi. Il dolore, l’incapacità di comprendere, l’angoscia per un figlio sofferente e la paura per un altro parto che si prospettava ancora più difficile sembrò per un attimo soffocarci. Era giunto il momento della prova, quella prova che per ogni persona, prima o poi, in un modo o nell’altro arriva sempre. Si trattava del momento in cui un cristiano è chiamato a dare ragione della sua Fede e in cui solo la Grazia può sostenerti. Tante persone ci dicevano che eravamo coraggiosi o bravi ad aver scelto di “tenere” questo bambino nonostante tutto, tante altre invece ci reputavano folli, egoisti e incoscienti, ma la verità è che non siamo stati nulla di tutto questo, abbiamo agito semplicemente come agirebbero un papà e una mamma, cioè abbiamo accolto e protetto nostro figlio come un dono prezioso, evidentemente sostenuti dal conforto e dalla fede delle nostre famiglie d’origine e soprattutto dalla preghiera personale, di coppia e di migliaia di persone in tutto il mondo che hanno condiviso con noi questa prova. Nonostante ogni previsione il bambino cresceva e si muoveva, ogni volta che Giuditta era triste e angosciata lui non mancava di farsi sentire, come a voler dire: “Mamma, io ci sono, sono vivo, sono dentro di te e ti amo!”. La consolazione che derivava da ogni piccolo movimento o calcetto di nostro figlio è stata un’esperienza indescrivibile. La forza della Vita che prepotentemente si faceva avanti e ci chiamava ad accoglierla ed amarla fu un motore potentissimo che ci permise di scavalcare montagne altissime e guarire ferite del cuore che pensavamo non si sarebbero mai rimarginate.

Questa creatura ha donato nella sua fragile vita e senza far udire la sua voce più speranza e conforto di quanto noi avessimo mai potuto fare con tutte le nostre forze. Fummo chiamati al difficile compito di dare un senso alla vita di questo bambino anche per i suoi fratellini, che lo attendevano con ansia per abbracciarlo e ai quali abbiamo spiegato che solo per un momento ci saremmo allontanati da lui, perché ci aspettava in Cielo e che lo offrivamo con gioia a Dio per amore di Gesù.

Arrivò quindi il 26 agosto 2014, giorno stabilito per il cesareo, giorno che resterà indelebile nei nostri cuori come la nascita al mondo e al Cielo del nostro piccolo Santo. Il personale del Policlinico Gemelli, allertato dal professor Noia, si presentò aperto e disponibilissimo, ci fu permesso di far entrare il Diacono, fratello di Giuditta, per battezzare il piccolo appena fosse nato. Fu consentito a Jacopo di assistere dal corridoio per poter salutare il suo figliolo; e fu permesso ai meravigliosi operatori della Quercia Millenaria Sabrina e Carlo Palazzi, di poter tenere la mano di Giuditta nella sala operatoria durante tutto l’intervento. Alle 10 e 40 un pianto pieno di vita ruppe il nostro silenzio e la nostra angoscia: “È un maschio!” esclamò l’ostetrica. Era nostro figlio, era Gregorio ed era vivo! Fu subito preso dalla neonatologa che lo visitò e ne appurò l’inaspettata vitalità, fu immediatamente battezzato con grande consolazione e gioia di noi genitori, poi fu posto tra le braccia del suo papà che con amore e tremore lo contemplò come un mistero infinitamente più grande di noi. Poi rientrato in sala parto fu il momento della mamma che poté baciarlo, tenerlo con lei e cantargli una ninna nanna, come aveva fatto per gli altri suoi figli. Fu anche inaspettatamente consentito ai fratellini, ai nonni e agli zii di conoscerlo e salutarlo. Contrariamente ad ogni aspettativa la nostra vita con lui durò ben 40 minuti, fu un concentrato di amore per lui e di gratitudine a Dio che ce lo aveva donato e concesso per questo breve ma intenso tempo. Lo pregammo di intercedere per noi e per i suoi fratelli e senza che ce ne accorgessimo, dalle braccia del suo papà terreno passò a quelle del Padre Celeste. Questa fu la vita del nostro Gregorio. La vita che Dio aveva previsto per lui e che noi genitori gli abbiamo semplicemente lasciato vivere, una vita che ha riempito il cuore di tante persone e che con nostro grande stupore continua a fare. Gregorio è passato per questa terra e ci ha mostrato con la sua santità la via del Cielo; è passato nelle nostre vite con la forza di un guerriero mostrandoci che le vie del Signore superano infinitamente le nostre e i suoi piani sono piani di Amore. Gregorio è stato festeggiato dalla Chiesa come un Santo, le campane hanno suonato a festa per lui, la santa Messa che abbiamo celebrato per lui è stata quella degli Angeli, nella cui compagnia ora si trova per lodare Dio. Il nostro cuore è stato consolato ed è in Pace, nonostante la mancanza fisica che inevitabilmente soffriamo. Questo non sarebbe stato possibile se quel 3 Aprile del 2014 avessimo deciso che la vita di Gregorio non era abbastanza importante per proseguire, se Giuditta avesse deciso che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno su questa terra e che il grembo di sua madre invece di essere la culla che lo accoglieva e lo nutriva sarebbe diventato la sua tomba. La vita di Gregorio è un lume che non possiamo tenere sotto il moggio, è per questo che abbiamo deciso di condividere la storia del nostro piccolo santo Gregorio con quanti vorranno.

Caro amore di Papà e Mamma ricordati di tutti noi, portaci in Cielo con te, al cospetto di Dio!

da: http://www.cuoreimmacolato.com

Gravidanza – Cosa sente il bimbo nella pancia della mamma?

feto sorriso panciaLe donne in gravidanza comunicano con il bambino che portano in grembo fin dai primi mesi. Diverse ricerche scientifiche, per esempio, hanno registrato gli effetti positivi della voce della mamma sullo sviluppo del feto.

Sul sito NostroFiglio.it, c’è un post molto interessante che spiega come il primo senso che si sviluppa nel bambino è il tatto. Il piccolo può sentire il calore del liquido amniotico, percepisce il ritmo degli organi interni della mamma e ondeggia con il battito del suo cuore.

L’apparato uditivo inizia a svilupparsi intorno all’ottava settimana, dalla sedicesima settimana in poi il bambino reagisce agli stimoli sonori, rispondendo con l’attività motoria o minime alterazioni del battito cardiaco.

Renè Van De Car fondatore dell’Università Prenatale in California ha dimostrato, attraverso l’ausilio di strumentazioni medico-scientifiche, che il bimbo dà risposte motorie coerenti e personalizzate agli stimoli offerti dalla madre, dal padre e dall’ambiente esterno.

Le maggiori reazioni sono in risposta alle voci umane. Tra le ventiquattro e le ventotto settimane di gestazione l’udito è completo. Gli studi dimostrano che il bambino nella pancia della mamma non solo è in grado di riconoscere i suoni, ma anche di ricordarli.

Uno studio, pubblicato sulla rivista “Infant Behavior and Development”,ha confermato che il bambino è in grado di riconoscere le parole di una cantilena e riuscire a ricordarla a distanza di settimane.

E’ stato attestato che il bambino si rilassa quando la mamma parla.

Manfred Hansmann, direttore della clinica ginecologica universitaria di Bonn e antesignano nel campo delle ecografie sulle donne in stato interessante, ha registrato, negli anni, il legame profondo che si crea tra la mamma e il nascituro.

“Dopo l’ecografia – spiega il dottor Hansmann – chiedo alle donne di rimanere distese ancora un po’ e di parlare a voce alta con il loro bambino, se dopo poco guardo ancora una volta sul monitor, la maggior parte dei bimbi nuotano molto rilassati nell’utero, la frequenza delle pulsazioni dei piccoli diminuiscono e a volte riesco addirittura a riconoscere la rilassatezza nelle linee del loro viso”.

Anche i ricercatori tedeschi che studiano la vita prima della nascita sostengono che mamma e bambino sono legati profondamente. “Il nascituro percepisce lo stato d’animo della mamma, sente i suoi pensieri”, afferma Thomas Reinert, specialista di medicina psicoterapeutica, che esamina da anni la vita prenatale.

Reinert sottolinea che: “Le sensazioni delle future mamme plasmano il bimbo. Se nel pancione la creatura sente solo un rifiuto, poi sarà difficile che si piaccia”. E’ provato, anche, che i nascituri soffrono insieme alla mamma. Le ricerche di Reinert hanno registrato però che il bambino nel pancione vive molto al presente. Infatti, anche se è coinvolto nella tristezza della mamma, torna presto sereno. Questo perché “il bambino in pancia è in un paradiso, – conclude Reinert – Sente che c’è qualcosa di cui essere felici e che è in cammino con la mamma per raggiungere quello stato di felicità”.

di Sara Alessandrini

 

E voi coccolatelo (il bimbo in pancia)

All’ospedale di Siena si tiene un corso per future mamme dalla 13a alla 25a settimana dal titolo “Parole e musica nel percorso nascita”, il cui scopo è quello di creare un legame precoce tra bambino, mamma e papà. Ma tutti i genitori, anche per conto loro, possono cimentarsi in questa esperienza così bella.
Ecco che cosa suggerisce Manuela Zuccarino, una delle ostetriche che lo coordinano:

Cantategli una ninna nanna.
La musica è un ottimo strumento di comunicazione per trasmettere al bambino sensazioni ed emozioni. “Nel nostro corso, le mamme si prendono a braccetto, ognuna con le mani sul proprio pancione, e cantano tutte insieme, dondolandosi. Lo si può fare anche “a  due”, coinvolgendo il futuro papà. Magari con una vecchia ninna nanna che ricorda la propria infanzia>>. ·

Parlategli.
<<La voce della mamma arriva al bambino amplificata, ma anche quella del papà, più grave e pacata, viene percepita molto bene. Tant’ è vero che i piccoli appena nati dimostrano di riconoscerla.>>. Meglio ancora se quando gli si parla lo si chiama per nome: servirà anche ai genitori a sentire il piccolo già “persona”, e a creare un legame più profondo. ·

Accarezzatelo.
<<E’ vero che c’è di mezzo la cute, l’utero, il liquido amniotico. ma le carezze gli giungono comunque: soprattutto, gli arrivano le emozioni che queste carezze portano con sé. ·

Cercate di rilassarvi e di “visualizzarlo”.
E’ un ottimo modo per entrare in comunicazione, che serve ad allontanare l’ansia e a innescare pensieri positivi che sono di grande aiuto anche alla mamma.

La salute inizia nel pancione.
Aiutate il piccolo a partire con il piede giusto, regalandogli salute già nei nove mesi. Ecco come. ·

Non mettetevi a dieta proprio adesso.
Una sottoalimentazione del feto nel primo trimestre di vita aumenta il rischio di obesità nell’età adulta, forse perché il centro di controllo dell’appetito del cervello viene programmato per assimilare al massimo gli alimenti. Un’equilibrata alimentazione materna durante l’attesa non solo favorisce il benessere e la crescita del piccolo dentro il pancione e nei primi mesi di vita, ma lo salvaguarda anche, più avanti, dal rischio di contrarre molteplici disturbi dell’età adulta, quali malattie del cuore e della circolazione, pressione alta, diabete. ·

Date il via libera alle vitamine
Vere e proprie “sostanze della vita”: queste piccole molecole sono essenziali per l’organismo (per il sangue, i tessuti e tutte le cellule) e, cooperano a garantire il corretto funzionamento del metabolismo (cioè tutti i complessi processi chimici che si svolgono all’interno delle cellule). Per assicurarne il giusto apporto conviene consumare tanta frutta e verdura fresca, in tutta la sua gamma di colori.

Bevete molto.
Il corpo di ogni essere umano è composto per il 75% di acqua; quello di un neonato arriva addirittura all’80-90%. Almeno 8 bicchieri di acqua minerale naturale al giorno assicurano al feto un corretto passaggio di elementi nutritivi e di ossigeno.

Eliminate il fumo.
Il fatto che la mamma fumi fa sì che al piccolo arrivi meno ossigeno. Questo incide negativamente sulla sua vitalità e sulla sua crescita. Diversi studi hanno evidenziato che i figli di madri fumatrici pesano meno (il che li espone, nell’età adulta, a un maggior rischio di disturbi cardiocircolatori e del metabolismo) e che l’incidenza di parti prematuri è maggiore.

Il feto sogna?
<<Ovviamente non lo sappiamo con certezza, ma ve ne sono tutti i presupposti>>, osserva il dottor Bellieni. <<Sappiamo infatti che, dalle 30 settimane, presenta una chiara differenziazione tra Veglia, Sonno Quieto e Sonno Attivo, e quest’ultimo ha tutte le caratteristiche del sonno REM dell’adulto, la fase in cui si sogna>>. Ma cosa sognerebbe? <<Evidentemente non immagini: più probabilmente, rielaborazioni delle sensazioni – tattili, gustative, acustiche – che prova in utero>>.

Così piccolo e già così poliglotta.
Ma che cosa “arriva” effettivamente al feto, di una novella letta ad alta voce dalla mamma? Alcuni ricercatori hanno inserito in utero microscopici registratori, dopo la rottura delle acque. Si è verificato che le parole lette dalla mamma, in realtà non si distinguono bene. A essere percepiti meglio sono l’intonazione e il suono delle vocali, che poi sono anche gli elementi tipici di ogni lingua. Altri esperimenti hanno dimostrato infatti che il bambino, alla nascita, reagisce in maniera diversa se sente una persona che parla nella sua lingua-madre (cioè parlata dalla mamma quando lui era nel pancione) o in una lingua straniera; ovviamente, devono trattarsi di due lingue completamente diverse, per esempio, giapponese e tedesco.

Prematuro: definizione in 3 punti

nato-prematuroRealismo
La gravidanza dura di norma circa 40 settimane. Si può nascere prima delle 38, e in questo caso il bambino viene chiamato “prematuro”. Se poi nasce prima delle 28 settimane si chiama “grande prematuro”. Più bassa è l’età gestazionale (cioè il tempo passato tra il concepimento e la nascita), maggiore è il rischio di morte e handicap. Negli ultimi anni il progresso medico ha potuto migliorare le condizioni generali di questi bambini dal punto di vista dell’assistenza generale (diritto al benessere) e della sopravvivenza (diritto alle cure). Si discute ora sull’opportunità di assistere attivamente i bambini estremamente prematuri, quelli dalle 25 settimane in giù, visto l’alto rischio di morte e di handicap. Esiste un limite sotto cui le manovre assistenziali non hanno efficacia. Oggi questo limite si fissa sotto le 22 settimane di gestazione, epoca sotto cui anche per l’Organizzazione Mondiale della Sanità si parla di nascita non vitale (“viability”).
La ragione
Nel caso dei prematuri siamo di fronte a dei feti, usciti precocemente dall’utero forse questo spiazza alcuni, dato che ci troviamo di fronte al paradosso di trattare come cittadini dei feti che per molte legislazioni, se fossero ancora dentro l’utero (e fisiologicamente dovevano rimanerci per altre settimane ancora) erano da considerare non-persone. Deve essere chiaro che la differenza tra feto e bambino è una differenza di parole ma non di sostanza: il primo è ancora dentro il pancione, il secondo è fuori; ma le strutture anatomiche sono esattamente le stesse, se hanno lo stesso livello di sviluppo. Insomma, alla nascita non cambia nulla di sostanziale: entra l’aria nei polmoni, si chiudono dei circuiti intorno al cuore, e basta. Il cuore batteva prima di nascere e prima di nascere il bambino si succhiava il pollice. Addirittura può accadere che per subire interventi chirurgici salva-vita, il feto venga estratto dall’utero senza recidere la sua fonte di ossigeno (il cordone ombelicale) e poi dopo l’intervento venga reinserito nell’utero, avendo così il paradosso di una doppia estrazione dall’utero, e quindi di una doppia nascita; tra le due nascite (quella dell’intervento chirurgico e quella definitiva con taglio del cordone), il feto che nascendo diventava «bambino», ridiventa feto e poi infine di nuovo bambino. Ben si capisce quanto sia allora surrettizia la differenza tra prematuro e feto..
Si deve sempre intervenire attivamente? L’idea che si possa fare – per decidere se aiutarli attivamente a vivere oppure no – una delimitazione basata sulle settimane dichiarate passate dal concepimento è contestato ormai da molti, sia per gli errori di datazione della gravidanza, sia per la variabilità della prognosi tra bambini della stessa età gestazionale. Certamente sotto una certa soglia di settimane dal concepimento non è ragionevole intervenire, ma questo deve essere ben documentato e continuamente aggiornato secondo i progressi della medicina.
Il sentimento
Il mistero della fragilità impone di conoscerla meglio, e addirittura conoscere il bambino prematuro è conoscere quel livello della fragilità umana che è la vita prenatale, la vita del feto. Il neonato prematuro è un nostro paziente, come il feto. Può sembrare più “comodo” una sua “fetalizzazione”, cioè togliergli quella serie di diritti che vengono tolti al feto umano, ma è giusto che il feto abbia meno diritti di un adulto?
Carlo Bellieni

Aborto. Una lettera al fratellino mai nato

feto piccoloE’ possibile che ci manchi  qualcuno che non abbiamo mai conosciuto? I fratelli sono persone con cui si condivide – in maniera più o meno forzata e più o meno pacifica – una parte dell’esistenza, o sono tasselli importanti della propria vita? E l’aborto è un gesto ‘semplice e indolore’, che non lascia alcuna conseguenza sulle persone coinvolte (oltre che la madre, il padre, i fratelli, i nonni, gli operatori sanitari…)?

Sono queste domande importanti e dalla risposta non scontata

Le persone – tutte le persone, anche le più introverse e solitarie – vivono di relazioni: con se stessi, con gli altri e, per chi crede, con l’Altro. Siamo esseri relazionali. E questo fin dal momento del concepimento e per tutta la gravidanza, il che spiega bene come l’aborto sia un dramma che non può lasciare indifferenti: negare la nascita a una persona, chiudere a priori – e in maniera drammatica – la relazione con l’altro, non può mai essere indolore.

In una lettera inviata al portale National Right to Life (ripresa da LifeSiteNews), la sorella di un bambino mai nato illustra in modo commovente il sentimento di rimorso e di rimpianto da lei provato verso il fratellino vittima di aborto.

“Nessuno le ha detto che eri qualcosa in più di un grumo di cellule, ti chiedo scusa per la loro ignoranza”, scrive la ragazza, che immagina la vita del fratello maggiore. Lo immagina sposato, con i suoi figli e i suoi nipoti. “Ti chiedo scusa se hanno dato meno valore alla tua vita rispetto a quella degli altri”.

“Avrei voluto che fossi venuto alla mia laurea, avrei voluto venire alla tua, avrei voluto che fossimo amici, vorrei poterti chiamare al telefono proprio adesso. Avrei voluto condividere con te le gioie e i dolori. Avrei voluto che ti avessero dato una possibilità. Ti chiedo scusa per l’egoismo, è stato così ingiusto per te”, continua la lettera.

Questa lettera mette in evidenza come non siano solo i genitori a soffrire le conseguenze del post-aborto (che determina una vera e propria sindrome che va curata). Abbiamo più volte parlato del trauma post-abortivo maschile. Sia nel caso di aborto naturale, sia nel caso di aborto volontario: anche nell’uomo si manifestano malessere psicologico e angoscia, assieme ai rimpianti e ai risentimenti per una vita alla quale non è stata data la possibilità di crescere e svilupparsi. Proprio come per le donne.

La lettera scritta a National Right to Life fa capire che l’aborto può pesare anche sui fratelli e le sorelle futuri. Sono molti, infatti, gli interrogativi che sorgono: perché io sì e lui no? Perché a me è stato concesso di nascere e a lui no? Perché ho più diritto di lui/lei ad esistere?

Domande alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, non si riesce a dare risposte convincenti. Perché, in realtà, la risposta è solo una. Tutti gli esseri umani hanno lo stesso diritto di vivere. In fondo, quando veniamo concepiti, siamo tutti ‘grumi di cellule’. Ma solo ad alcuni di questi ‘grumi’ si dà la possibilità di diventare grandi.

di: Anastasia Filippi

Una mamma a Bangkok

angela bertelliPer il buddhismo theravada le circostanze che vivi sono castigo o premio per quello che hai fatto in una vita precedente. Vale tra i grattacieli di Bangkok, figurarsi nelle sue baraccopoli fangose o tra chi è malato. «La povertà e la sofferenza sono karma negativo», spiega suor Maria Angela Bertelli, missionaria saveriana: «E il karma è una colpa da compensare con altre vite». Legge spietata. Soprattutto per i bambini in queste foto, che vivono nella sua casa d’accoglienza. Piccoli nati storti, attorcigliati, senza parola, senza gesti. Quante volte dovrebbero nascere, per salvarsi?

Bastano le immagini dalla Casa degli Angeli per capire che questa legge è stata capovolta, e non sui libri o con una teoria opposta, ma in un rapporto. Suor Maria Angela tra pochi mesi farà rientro in Italia, dopo quindici anni di missione in Thailandia. Anni di «grattuggiamento e grazia», dice con dolcezza. Ha sofferto tanto, ha ricevuto tutto. Innanzitutto da questi bimbi con i nomi che sono sillabe e suoni: Tum, Tam, Ep, Po-Po, Muk, Wan. La Casa è un centro di riabilitazione, ma soprattutto una famiglia, nata nel 2008 a Nonthaburi, venti chilometri a nord di Bangkok. Un seme impensabile in un Paese dove non esistono opere per bambini così, se non orfanotrofi. Oggi i piccoli ospiti sono quindici e il lavoro quotidiano va dalla fisioterapia alla cucina. Ma lo scopo di questo luogo è «uno solo», dice la missionaria: «Essere l’occasione perché la presenza del Signore s’incarni ancora».

Le madri che vivono o lavorano qui sono arrivate, per lo più giovanissime, piene di paura e vergogna, con addosso la “maledizione” dei loro piccoli spastici o ritardati, e l’incapacità di amarli. «Vivevano un’accettazione fatalista, sottomessa. E tanta solitudine», dice suor Maria Angela. Nessuna di loro sapeva cosa fosse il cristianesimo, ma tutte avevano il seep ciai, «il cuore che brucia di dolore», e mariti violenti, alcolizzati, o solo molto assenti. Ma, oggi, chi entra in questa Casa chiede: «Chi è la mamma di chi?». Perché tutte si occupano di tutti. «Con un amore, una dedizione, che io non avrei neanche potuto immaginare». Si piegano su ogni dettaglio ed è la loro preghiera più bella. «L’amore non è sentimento», dice suor Maria Angela: «L’amore è servizio concreto, fino a sporcarsi le mani e caricarsi pesi».

La parola gratuità non esiste in lingua thai. Bisogna formulare una frase: «Lo faccio solo perché ti voglio bene, non voglio niente in cambio». Oppure bisogna vedere un gesto, milioni di gesti quotidiani fatti per nulla, per amore. «La cultura di qui rende naturale il sospetto. Ti chiedono: perché mi curi?», continua suor Maria Angela. La Casa degli Angeli nasce attraverso la sua missione, iniziata ben prima dell’arrivo in Thailandia. Da ragazza, minuta e forte com’è ancora oggi, ha lasciato Carpi, il pianoforte e il caseificio del padre, dopo aver provato in ogni modo a rendere utile la sua esistenza. Dopo il diploma di Ragioneria ha deciso di diventare infermiera, lavorava con gli anziani, con i disabili, in parrocchia… «Niente mi bastava». Finché un giorno un’amica non le ha detto: «Ma tu vuoi dare del tempo a Gesù o vuoi darti a Gesù?». Nell’incontro con le Missionarie di Maria – Saveriane ha desiderato non stabilire più i suoi passi. «Un Altro avrebbe deciso per me: come, dove e quando».

Così arrivano New York e il lavoro nei Centri di aiuto alla vita, tra le madri che vogliono abortire e i ragazzi di Harlem. Poi, nel 1993, la Sierra Leone. Per due anni insegna fisioterapia e lavora in un centro per bambini poliomielitici. Fino al rapimento: 56 giorni nelle mani dei ribelli del Fronte unito rivoluzionario, facendo la fame, prendendo la malaria, insieme ad altre consorelle e centinaia di ostaggi. E lei, sicura: «Non c’era posto migliore per fare le missionarie». Ancora piange quando racconta cos’ha subìto, ma non ha dubbi: «Ho visto i segni della misericordia. Il Signore era lì con noi». Le donne dei capi che portavano il cibo di nascosto, il ribelle più giovane che piano piano cambiava atteggiamento. E quel volto del Gesù di Velázquez, lo stesso venerato dal loro ordine, su un santino datole da uno dei rapitori. «L’amore trova dei sentieri nascosti per rimanere vero, vivo».

Suor Maria Angela arriva in Thailandia il 6 novembre 2000, a 41 anni, per raccogliere la sfida di Giovanni Paolo II sull’evangelizzazione dell’Asia nel Terzo Millennio. Inizia al Nord, nella provincia di Lampang, accudendo i malati. Dopo due anni e mezzo, chiede di essere mandata a pregare e lavorare nella baraccopoli di Wat Chong Long, periferia di Bangkok. Il suo sostegno è la parrocchia Nostra Signora della Misericordia, dove lavora anche padre Adriano Pelosin, missionario del Pime, con cui inizia ad andare a visitare le persone negli slum, in motoretta, prendendosi cura dei malati terminali di Aids e dei disabili, soprattutto bambini. Da questo servizio quotidiano è nata, senza averla progettata, la Casa degli Angeli.

Lin è una delle mamme. Lascia tutti ammutoliti quando parla, perché è raro lo faccia e per quel che dice: «Qui Dio, Dio stesso, mi ha ospitata. Ha fatto per me tutto quello che c’è nel Vangelo». È arrivata con i suoi pochi fagotti in sacchetti di plastica e con il piccolo Phum, dopo che le era morta la primogenita, malata di cuore, e il rapporto con il marito si era rotto. Una mattina, affacciata ad una finestra, pensava di lasciare Phum in un istituto e farla finita. Ma, tra i tetti, vede una croce. E le viene in mente la catenina vista al collo di quella sister incontrata in ospedale… Qui non si sa neanche cosa sia davvero una sister. È considerata più o meno la manovalanza per assistere i malati. Oggi Lin dice a suor Maria Angela: «Sai, mae (mamma), ho capito di non aver mai saputo cos’è l’amore. Anche quando ero a letto con mio marito, eravamo due corpi vicini. Qui ho incontrato l’amore vero».

Quello che si vede e si tocca alla Casa è un’opera di misericordia – «carità spiccia», dice la missionaria umilmente – e la misericordia «è la chiave che apre tutte le porte», continua lei: «Anche di chi non crede». All’inizio, durante i momenti di preghiera, le mamme parlavano, interrompevano, ridacchiavano. Ma quante volte hanno voluto che suor Maria Angela rileggesse il racconto della Creazione, perché per loro era incredibile che Dio, una mano, una mente, un cuore, preparasse tutto come una madre per il bimbo che nasce. «Sister, la leggi ancora?», le chiedevano: «Non sapevamo ci fosse tanto amore dietro a tutte le cose che ci sono». Per loro era puro caso. Nel tempo, alcune di loro hanno chiesto il Battesimo, per se stesse e per i figli.

Trovare l’amore di Dio, qui dove Dio non ha parte nel vivere e nel pensare. “Dio” è una parola tabù, come anche l'”io”. «Nel libro di Rahula Walpola sugli insegnamenti del Buddha», racconta suor Maria Angela, «Dio è un’invenzione dell’uomo. Sono un’invenzione anche il self, l’io, e l’immortalità dell’anima. Tu sei un conglomerato di elementi: adesso sei e domani non sei più. E ciascuno è rifugio a se stesso». Buddha parlava 500 anni prima di Cristo, eppure sono tantissimi i legami con il nichilismo moderno: «La via di salvezza è distaccarsi dal tutto, anche dai desideri, persino quelli buoni, e dall’amore, per essere in uno spazio di pace e nulla».
Non è una teoria, l’assenza dell’io. È una pratica. La vita diventa una roulette russa. Allora tutti i gesti che tessono la giornata di questa Casa sono apparentemente in perdita. Qual è il guadagno? «Dio stesso, che si fa incontrare, conoscere, portare in braccio e amare nei più piccoli. L’incontro con Gesù a tu per tu», risponde suor Maria Angela: «Per me». Come in uno dei momenti più bui che ha attraversato, in cui è stato Nit, un bambino della baraccopoli, a ridarle vita. «Era dura con lui, me ne combinava di tutti i colori. Poi ogni tanto si fermava e mi chiedeva: “Sister, mi vuoi bene?”. Era Cristo che bussava e me lo chiedeva». La rendeva cosciente e tutto in lei si calmava.

La prima ospite della Casa è stata Lek, con i due figli. Suor Maria Angela l’ha incontrata in una delle sue visite al Children’s Hospital. Entra in una stanza e la trova rannicchiata su due sedie, accanto a Tam, di due anni e mezzo, in coma. Lek è stata abbandonata dal marito, senza avere di che vivere e con un’altra bambina, Toon, nata prematura, che non sa come accudire. Quel giorno, tornando a casa in motorino, suor Maria Angela continua a pensare a quella donna piena di croci. Ma non osa chiedere a Dio: Perché? «Non oso mai chiederlo», dice: «Perché è un mistero. Una spiegazione non riempirebbe mai. La risposta si rivela vivendo con loro: stando dentro a tutto, nasce la risposta. Bisogna “sposare” le persone. Fare famiglia con loro». Da quel primo incontro con Lek, ha chiesto a Dio solo una cosa: «Di poter essere Suo strumento perché Lui continuasse a starle vicino».

In mezzo a mille traversie, Lek lascia lo slum per andare a vivere vicino alla parrocchia Nostra Signora della Misericordia. Passa il tempo e si ammala anche lei, sembra pesare meno del piccolo Tam, ma lo solleva, instancabile, con il corpo segnato dal lavoro: piantare pali nelle zone paludose, immersa fino al collo nell’acqua fangosa. Inizia ad andare a catechismo, anche se – dice – non capisce nulla. Un giorno, dopo una lezione, si avvicina a suor Maria Angela: «Quello che Dio ha chiesto ad Abramo è quello che chiede a me». Inizia a leggere la Bibbia ogni sera e a fare tantissime domande. Ogni volta che il marito ritorna a casa, la picchia. Un giorno Lek corre da suor Maria Angela: «Promettimi che non ti arrabbi», le chiede: «Mi avevi detto di non aprirgli più, lo so. Ma l’altra sera, quando ha bussato, ho pensato a quel che ci insegna Gesù, amare i nemici. E mi sono chiesta quanto davvero io mi fido del Signore, anche quando ho paura. Così ho aperto. Questa volta è stato con noi un poco e se n’è andato senza farci del male». Lungo un calvario di cadute e rinascite che sanno di mahassachan, di miracolo, oggi Lek è battezzata col nome di Maria ed è aiuto-catechista. Va sempre a lezione portando quel figlio con paralisi cerebrale e ancora tanto bisognoso di cure. Lo porta perché è parte della sua testimonianza, della sua vita toccata da Dio: «Se non avessi Tam così com’è, non avrei mai incontrato il Signore». Suor Maria Angela non è preoccupata di quando tornerà in Italia. Perché la Casa è nelle mani di queste donne che sono state come «cirenei di un Cristo non ancora riconosciuto», per poi dire, come una di loro: «Questo Dio Padre, Phrà Bida, che tu mi hai fatto conoscere mi è vicino anche quando piango nel silenzio. Anche quando sono sola. Sempre».

Dice il Salmo 112: «Dalle immondizie rialza il povero per farlo sedere tra i principi del Suo popolo». «Noi non abbiamo ancora capito il messaggio di salvezza che portano gli ultimi», aggiunge lei: «La domanda sul “perché” davanti alle prove della vita è sempre la stessa, da prima di Cristo. Ma prima non c’era la Rivelazione. Un fatto concreto, a cui ti agganci e ti trascina con sé». Questione di metodo, secondo lei: «Le cose di Dio non si capiscono. Noi vogliamo capire e poi accettare. Invece Dio ci chiede: “Credimi, servi queste persone e mi scoprirai in loro”». È l’esperienza che guida. «In questi anni, mi sono scoperta più fangosa, peccatrice, handicappata e ingabbiata di loro. E nulla è paragonabile al vedere come Dio, con il suo metodo che sempre ci scandalizza, ci cambia il cuore. La presenza che fa nuove tutte le cose c’è. C’è. Mio Dio, come c’è!»
di Alessandra Stoppa – Tracce

Aborto e depressione

aborto depressioneLa donna in stato di gravidanza attraversa diverse fasi psicologiche nel suo rapporto con il bimbo che porta in grembo – un fattore spesso trascurato nell’ambito del dibattito sull’aborto.
Così si esprime Theresa Burke, fondatrice di Rachel’s Vineyard Ministries, un’attività di ritiri di fine settimana specifici per le problematiche conseguenti all’aborto.
In questa intervista -divisa in due parti-, Burke spiega il rapporto tra la donna e il nascituro, e il nesso tra l’aborto e la depressione.
La seconda parte dell’intervista è pubblicata di seguito nell’odierno servizio di “Analisi internazionale”.
Quali sono le caratteristiche del rapporto psicologico tra la donna e il bimbo che porta in grembo?
Burke: La gravidanza non è una malattia o una qualche forma patologica. È un evento naturale che si protrae da milioni di anni.
Il corpo della donna è naturalmente programmato per nutrire e sostenere la vita. Il rapporto psicologico tra la madre e il nascituro si basa sui diversi elementi fisici e ormonali, ma anche sul sostegno che la donna riceve dal sistema sociale e culturale in cui è inserita.
Per la maggior parte delle donne il primo trimestre può essere un momento di aspettativa e di fervore, oppure di rabbia e timore per una gravidanza indesiderata.
Piuttosto comuni sono anche i sentimenti contrastanti: la madre è piena di meraviglia di fronte al mistero del suo corpo che è in grado di produrre vita; e al contempo può anche sentirsi sopraffatta dalle responsabilità derivanti dall’esigenza di farsi carico di un altro essere umano.
Al progredire della gravidanza, la madre può sperimentare sentimenti sia positivi, sia negativi, in relazione ai cambiamenti che intervengono nel suo corpo. Nel terzo trimestre possono sopraggiungere ansie per il parto, pensieri per la salute del bambino, preoccupazioni su come il partner si adeguerà alla presenza di un nuovo componente della famiglia, e angustie sulle nuove esigenze economiche.
Allo stesso tempo, la donna è elettrizzata e piena di speranze per l’imminente nascita del suo bambino e per l’inizio di una fase completamente nuova della sua vita.
Quando arriva il momento del parto e può prendere il suo bambino tra le braccia, il mistero, la meraviglia e l’entusiasmo culminano in un potente legame in cui la madre accoglie con gioia l’arrivo di una preziosa nuova vita in questo mondo.
Si può dire che la donna ha bisogno di tutti e nove i mesi di gravidanza per poter intraprendere quel processo emotivo e psicologico che accompagna la maternità. Sia la madre, che il figlio, attraversano una trasformazione rapida e molto intensa.
Che ruolo svolgono altri fattori, quali la pressione proveniente dalle famiglie, dal partner e dai problemi economici, nella decisione della donna di ricorrere all’aborto?
Burke: Se andiamo oltre la retorica della libertà di scelta, dobbiamo in tutta onestà chiederci: “di chi è veramente la scelta?”.
Da alcune ricerche recenti, risulta che nel 95% dei casi, il partner svolge un ruolo centrale nella decisione di abortire.
Altri studi come il rapporto del luglio 2005 pubblicato dal Post Abortion Review dell’Elliot Institute, rivelano che l’80% delle donne darebbe alla luce il bambino qualora ricevesse un adeguato sostegno.
Un ex agente di sicurezza di una clinica abortista ha testimoniato nel Massachusetts che le donne vengono regolarmente minacciate e costrette dai propri uomini ad andare in clinica.
Troppo spesso l’aborto è la scelta di qualcun altro e troppo spesso sentiamo donne che dicono di non aver avuto altra scelta se non quella dell’aborto.
I dati ci dicono che l’omicidio è la prima causa di morte delle donne incinte. Gli uomini che sono stati condannati per aver ucciso la propria partner in stato di gravidanza, adducono come principale motivazione la volontà di non pagare per sostenere il bambino.
Queste terribili statistiche nazionali indicano chiaramente che esiste un alto livello di coercizione che induce le donne ad abortire loro malgrado.
Senza il continuo sostegno del padre del bambino o della propria famiglia, molte madri temono di non avere sufficienti risorse da dedicare al figlio. Considerati i tassi di povertà tra i genitori single e i problemi che gravano su di loro, questo rappresenta un problema reale.
Troppo spesso, dietro le donne che abortiscono scopriamo una serie di persone che sono molto coinvolte nella “sua scelta” e che spesso esercitano pressioni persuasive e manipolative.
Si può trattare dei genitori che fanno pressione minacciando di privarla del loro affetto o persino di diseredarla se decidesse di non abortire; dei medici e psicologi che usano la loro autorevolezza per far apparire l’aborto una scelta razionale, matura e l’unica scelta sensata considerate le circostanze.
Questo avviene soprattutto quando vi è una minima avvisaglia di qualche problema di salute del nascituro. In questi casi la pressione ad abortire diventa molto forte.
Nei casi di gravi difformità del feto, il 95% delle donne che si avvalgono dell’assistenza perinatale scelgono questo tipo di soluzione considerandola la più umana e emotivamente sopportabile, poiché evita il trauma dell’aborto tardivo che è un’esperienza orribile sia per la madre che per il bambino.
Cosa avviene al rapporto psicologico quando una donna abortisce? Esiste qualche differenza rispetto all’aborto spontaneo?
Burke: Quando una madre viene bruscamente e violentemente staccata dal figlio si verifica un trauma. La sua è un’esperienze di morte innaturale.
In molti casi, lei ha violato la propria etica morale e i propri istinti naturali. La sua immagine di “madre” che nutre, protegge e sostiene la vita subisce un colpo devastante.
Personalmente ho conosciuto migliaia di donne la cui vita è stata distrutta dal trauma dell’aborto, un evento che hanno vissuto come un qualcosa di brutale e ignobile. Interviene poi un sentimento di dolore, di tristezza, di angoscia, di colpa, di vergogna e di rabbia.
Molte imparano a rendersi insensibili attraverso l’alcol e la droga, o pensano di dominare il trauma riaffrontando e ripetendo l’esperienza. Alcune ricorrono alla promiscuità e ripetono l’aborto, entrando in un vortice traumatico di abbandono e di rigetto.
Altre, per soffocare i sentimenti, cadono in fenomeni di disordine alimentare, di attacchi di panico, depressione, ansia e pensieri suicidi. Alcune hanno subito danni permanenti fisici e riproduttivi per cui non possono più avere figli.
L’aborto è un’esperienza di morte. È il tramonto del potenziale umano, del rapporto umano, della responsabilità, del senso materno, della relazione con l’altro e dell’innocenza. Una perdita di questo tipo raramente viene vissuta senza conflitto e contrasto interiore.
È un’illusione pensare di poterla superare senza danni collaterali. Nel mio libro “Forbidden Grief: The Unspoken Pain of Abortion”, insieme a David C. Reardon, pongo il lettore di fronte alla profondità dell’esperienza umana, un luogo in cui il dibattito sull’aborto spesso penetra.
Dopo tutte le polemiche, le manifestazioni, le politiche per la libertà e i diritti, rimangono gli aspetti emotivi dell’aborto che sfidano le parole.
L’agonia psicologica e spirituale conseguente all’aborto viene soffocata dalla società, ignorata dai mezzi di comunicazione, rifiutata dagli psicologi e disprezzata dai movimenti femminili.
Il trauma post-aborto è una malattia grave e devastante che non dispone di portavoci celebri, che non è oggetto di film, né di programmi televisivi o talk show.
L’aborto tocca tre questioni centrali dell’identità di una donna: la sua sessualità, la sua moralità e la sua maternità. Esso comporta anche la perdita di un figlio, o almeno la perdita dell’opportunità di avere un figlio. In entrambi i casi questa perdita deve essere affrontata, elaborata e compianta.
Anche in un aborto spontaneo la madre soffre per la perdita del figlio. La differenza sta però nel diverso grado di vergogna e di senso di colpa rispetto alle donne che hanno abortito. Queste ultime, infatti, hanno abortito in seguito ad una scelta volontaria e consapevole di porre termine alla vita che portavano in grembo, mentre l’aborto spontaneo avviene per cause naturali.
Con l’aborto volontario, la perdita è un segreto. Non vi è alcun sostegno o consolazione che provenga dagli amici o dalla famiglia.
Peraltro è importante considerare che dopo un aborto volontario aumentano le probabilità di incorrere in successivi aborti spontanei. E quando avviene una perdita spontanea di un figlio, concepito dopo un precedente aborto, la donna spesso sviluppa complessi fenomeni di dolore e di depressione, perché è indotta a pensare che si tratti di una sorta di “punizione divina”.
da: gesuemaria.it

Cura e accompagnamento del neonato fragile e dei genitori (parte 2)

neonatoLa prima parte qui

Questi bisogni primari, che ho elencato, sono tipici di ogni neonato, ma ci sono necessità mediche particolari, per ogni paziente, a seconda della diagnosi e delle condizioni cliniche. È qui che il medico e l’infermiera hanno un ruolo insostituibile, perché possono sviluppare un piano di cura personalizzato. La discussione al letto del paziente su cosa sia il comfort per quel neonato specifico, è fondamentale, non si può dare per scontato, e la domanda sullo stato di benessere deve essere esplicita. Dobbiamo dunque evitare criteri precostituiti dove l’alternativa è tra ‘non fare nulla’ e un ‘trattamento attivo e aggressivo’.
Un punto molto importante da tenere ben presente è che, anche se i neonati trattati con la comfort care hanno in genere una vita molto breve, la lunghezza della loro vita non può essere prevista con certezza e la nostra responsabilità di medici è di servire la loro vita, corta o lunga che sia. È anche fondamentale ottenere sempre una valutazione diagnostica dopo la nascita.
Direi che comunque, il punto più interessante che ho imparato, nel prendermi cura di questi pazientini, è che il nostro lavoro di medici, sia che facciamo comfort care o cure intensive, è proprio seguire il paziente nel mistero della sua vita.
Quando incontro uno dei miei pazienti, non so come andrà a finire. Solo l’attenta e affettuosa osservazione di ogni paziente, senza dare nulla per scontato, ci porta ogni volta a riconoscere che strada prendere. Non è il medico che impone una strada, ma è piuttosto il paziente che ci guida.
Certamente il comfort care è un trattamento medico e infermieristico, ma si avvale anche dell’aiuto di altri servizi. I componenti del team di comfort care, oltre al neonatologo e all’infermiera, sono l’assistente sociale, il cappellano e il personale di Child Life.
L’infermiera si dedica al counceling prenatale, e nella gestione dei casi dopo la nascita. Inoltre insegna alle infermiere le tecniche infermieristiche del comfort care.
La figura dell’assistente sociale è fondamentale nel supporto dei genitori. Valuta i bisogni concreti della famiglia e aiuta i genitori, dopo il decesso del bimbo, a comporre la ‘memory box’ cioè una scatoletta dove vengono riposti alcuni oggetti-ricordo del bimbo, un calco con l’impronta del piedino o della manina, una foto, una ciocca di capelli, ecc.
Un’altra figura molto importante è il cappellano. Questa è una figura tutta americana. Ovviamente in America ci sono persone di molte religioni, per cui questa figura è un laico che fa da tramite con il rappresentante della religione della famiglia.
Poi c’è il personale della ‘child life’. Compito di questa associazione è intrattenere i fratellini mentre i genitori sono al capezzale del bimbo terminale. Ma il loro scopo va ben al di là dell’intenzione di far giocare i fratellini, perchè da queste attività emerge il modo con cui questi bambini vivono il dramma che inevitabilmente sentono e vedono accadere nella loro famiglia.
Ci sono poi gruppi di volontari che aiutano in vari modi queste famiglie. Un servizio tra i molti che vorrei citare è la Fondazione “Now I Lay Me Down to Sleep”, un’associazione di fotografi professionisti che vengono gratuitamente a fare fotografie di alta qualità per supportare i genitori che soffrono la perdita di un bimbo. La qualità delle loro foto è anche importante perché molti di questi bimbi sono affetti da gravi anomalie fisiche. La bravura di questi fotografi sta nel cogliere ciò che c’è di bello nel bimbo che fotografano.
Comunque, alla fine, attraverso tutti questi gesti e attenzioni molto semplici, il vero scopo di tutte queste figure, è di stare con la famiglia e il suo dramma. E questo non è poco, è anzi il punto chiave, perché una persona che soffre ha sempre bisogno di un’altra persona accanto.
Una cosa che ho imparato in 30 anni di professione medica è che la realtà è più grande di quello che noi riusciamo ad immaginare o a pronosticare, per cui bisogna porre estrema attenzione ai segni clinici attraverso cui il paziente ci parla. Ci è solo richiesta una posizione di estrema attenzione professionale e di affetto per il paziente.
La ragione del comfort care risiede dunque nel fatto che, anche quando sappiamo che il paziente non potrà guarire, il trattamento medico può certamente migliorare la qualità della pur breve esistenza di questi neonati. Questo non può essere sottovalutato, perché ogni paziente, anche se incurabile, è portatore di un valore incondizionato.
E il suo valore viene dal fatto che c’è qualcuno che l’ha voluto, l’ha chiamato alla vita.
Elvira Parravicini
Neonatologa e Assistente di Clinica Pediatrica
Columbia University New York

Le sfide del generare la Vita

morte-o-vitaSosteneva Erik Erikson: il generare si esprime primariamente nel desiderio di procreare e di prendersi cura dei propri nati, per trasmettere loro il proprio patrimonio genetico e valoriale. Oggi la questione non sembra più porsi in questi termini: il bisogno di cose essenziali, come la famiglia ed i figli, viene spesso sostituito dalla necessità di possedere beni effimeri e luccicanti, in una ricerca di libertà aperta a tutti, senza esclusioni, purché sia orientata alla pratica consumistica. Vedi, ad esempio, i numerosi metodi contraccettivi proposti dall’industria farmaceutica per il controllo delle nascite, che hanno come effetto quello di alimentare la deresponsabilità verso se stessi, il proprio corpo e la funzione generativa.

Accanto al desiderio di un figlio, da tempo si sta facendo sempre più spazio nella società una cultura di scarso interesse e di diffidenza verso la vita. Si partorisce sempre più tardi, in media attorno ai 32 anni ed il 10% dei bambini viene alla luce da madri che hanno superato la quarantina. In alcuni casi la gravidanza non solo non viene desiderata, ma viene rifiutata o abortita: più che come opportunità il bambino o bambina vengono considerati in prospettiva negativa, un ostacolo per gli studi o la carriera, un peso insuperabile a causa della presenza di altri figli e persone a carico. A partire dagli anni ‘90, in un’epoca del pieno sviluppo economico e sociale, ha preso piede nei paesi anglosassoni il movimento “Child-free”, formato da coppie consapevoli e determinate a non avere niente a che fare con i figli, in quanto ritenuti un inutile fardello, capace di minare la qualità dell’esistenza.

Dice Corinne Maier: I bambini sembrano fatti apposta per impedirvi di godere delle gioie della vita. Si ammalerà quando avete deciso di uscire a divertirvi e vi romperà le uova il giorno del compleanno , quando sapevate di festeggiare con gli amici. E poi si domanda: Perché ammazzarsi di fatica per un futuro incerto? Ciò ci aiuta a comprendere che, come disse Papa Benedetto XVI: la vecchiezza del mondo e il vuoto delle culle derivano da ‘un deficit di amore’. Il figlio viene sempre più considerato un diritto, più che essere vissuto come un dono. Un diritto da realizzare ad ogni costo, con qualsiasi metodo (lecito o illecito), in Italia o all’estero: fecondazione eterologa, utero in affitto o altro. Questo anche grazie ai mezzi messi a disposizione dalla medicina moderna, come la PMA (procreazione medicalmente assistita).

Si conosce ancora poco sulle implicazioni dell’esperienza del concepimento nell’individuo, anche se non è difficile ipotizzare che questo evento abbia conseguenze importati sull’organizzazione della struttura genomica e sul progetto di vita. Oggi la persona viene sempre più considerata, specialmente all’inizio e alla fine della vita, come oggetto e non come soggetto di esperienza. Inoltre, durante la gravidanza, la paura della perdita e della conseguente sofferenza che questa procura, favorisce nei genitori un atteggiamento distaccato verso il nascituro, quasi come non esistesse. Distacco che può prolungarsi nel corso di tutta la gravidanza e purtroppo anche oltre. Sono ancora molto pochi i genitori che riescono a comprendere il valore della gestazione nella vita dell’uomo, e la nostra società non fa molto affinché questo cambi, anche perché sta vivendo un profondo periodo di decadenza.

La gestazione è da considerarsi a ragione la più importante della vita: in essa vengono poste le basi psichiche e fisiche per la formazione dell’essere umano condizionando a cascata l’andamento di tutte le fasi successive della vita, come insegna la moderna epigenetica. La scarsa consapevolezza che i genitori ancora hanno verso questo delicato momento accresce in loro la difficoltà ad entrare da subito in contatto con il figlio: così il piccolo viene spesso vissuto più come un estraneo che come una parte importante di sé. Inutile dire che questo comporta profonde ripercussioni nella relazione e nella comunicazione, e ciò rende più difficoltoso sia il parto che l’allattamento. Questo insieme di considerazioni aiuta a comprendere quanto sia stretto il legame tra il generare e l’educare e tra l’atto generativo e la relazione educativa. In generale, il parto viene visto da molti come un inutile dolore da evitare, e non come momento fondamentale d’incontro nella triade tra madre, padre e figlio. Tale visione impedisce ai genitori di diventare pienamente consapevoli delle loro risorse, ma anche delle loro capacità e potenzialità, necessarie per costruire con il figlio, fin dall’inizio, una relazione fondata su intesa e collaborazione.

Da tempo la ricerca scientifica ha dimostrato che il bambino non ancora nato è un essere attivo, competente e dotato di una propria capacità di relazione e di una propria intenzionalità. Spesso si osservano problemi di attaccamento genitore/figlio (sia prima che dopo la nascita) rilevabili attraverso l’auto-somministrazione di semplici questionari, per evitare che le possibili conseguenze negative perdurino per l’intera esistenza. Molte patologie, disturbi psichici e comportamenti devianti, si possono comprendere facilmente se si prende in considerazione nell’individuo anche questa parte della vita, oggi inopportunamente oscurata. Sul piano della relazione educativa ci si dimentica che il senso profondo dell’educazione, dell’educere, del tirar fuori, può emergere solo se viene considerata l’essenza vitale che alberga nell’animo del bambino e nella profondità di ogni essere umano, nel centro della sua coscienza, nel vuoto del silenzio, lontano da ogni richiamo della materia: questa è la vera essenza, l’unica capace di aprire gli spazi al futuro, dare il senso della prospettiva e il richiamo della gioia per il domani.

Nei fatti il bambino è considerato ancora un vaso vuoto da riempire e non un mondo misterioso da scoprire, conoscere e sviluppare. Egli avrebbe bisogno, da subito, di relazioni importanti e significative fondate non sul controllo esteriore, ma sull’intesa e comprensione interiore. Questo al posto di un mondo preconfezionato dentro programmi più o meno appiattiti e comunque distanti dalla sua persona, dal suo progetto di vita e dalla mission, il motivo per il quale sta vivendo ora, in questo mondo. A questo si somma il fatto che oggi il bambino si trova a vivere all’interno di nuclei familiari molto ristretti, con uno o due figli, in un mondo di adulti spesso molto lontano dal proprio, e questo rischia di mettere in discussione la qualità della sua esistenza. Affinché ciò non avvenga è necessario recuperare il valore del rispetto, dell’accettazione e della valorizzazione della persona umana, fin dal concepimento, essendo questi i fondamenti di ogni vera forma di educazione.

Il bambino, anche grazie alla sua grande capacità di adattamento, impara a vivere soprattutto nel mondo degli adulti che ha di fronte e che percepisce come un modello ideale di riferimento. Solo se si permette a sé stessi e all’altro di vivere la relazione nella coerenza e di cogliere il senso dell’autenticità dell’esperienza, si ha la possibilità di superare ogni barriera e di realizzare l’incontro, facendo evaporare ogni forma di isolamento e di distacco, per riconoscerci protagonisti di un comune destino. Come si afferma nel documento della CEI, in occasione della giornata per la vita: La società tutta è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere, ma anche quale tipo di famiglia intende favorire, quale ruolo intende assegnare al padre e alla madre e quale educazione intende sostenere nei confronti delle nuove generazioni. Questo con la consapevolezza di avere di fronte una società poco recettiva, se non addirittura sorda e insensibile.

A tal proposito afferma Thomas Verny: Come dimostra la ricerca storica e incrociata, il modo in cui la società risponde alle esigenze umane ed educative ha ben poco a che fare con l’istinto materno, con gli ormoni o con l’assoluta e oggettiva verità di ciò che sia meglio per i figli o per il loro sviluppo. In ogni caso non dobbiamo mai dimenticare che il bambino rappresenta la vera religione, che è in sostanza preghiera vivente, fonte di grazia: un miracolo perenne dell’alleanza tra il cielo e la terra, il quale continuamente ci ripete con il linguaggio della natura che, come dice il poeta Tagore: Dio non si è ancora stancato degli uomini.

*Gino Soldera è presidente dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale (Anpep) e Presidente del Movimento per la Vita “Dario Casadei” di Conegliano in provincia di Treviso.