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Non è il dolore ma l’Amore a renderci migliori

amareCi sono vite che, più di altre, sono sorprendentemente forgiate dalla Provvidenza. Uomini che hanno lottato caparbiamente per un obiettivo o per un’idea, si ritrovano inopinatamente scaraventati su un palcoscenico che, in precedenza, non avevano mai immaginato di calcare.

Ciononostante, sono felici più di prima, non perché siano inclini al fatalismo o alla rassegnazione ma perché hanno visto la grande mano di un Padre, congiungersi alla loro mano, per accompagnarli lungo i sentieri del loro destino, della vera realizzazione del proprio sé.

In occasione della festa di San Giuseppe, ZENIT ha incontrato un giovane padre di famiglia, un uomo comune che ha attraversato vicende eccezionali. Nelle burrasche della sua vita, Andrea Torquato Giovanoli ha vacillato e beccheggiato ma non è mai naufragato.

Nel suo libro autobiografico Nella carne, col sangue (Gribaudi, 2013), Andrea, 41 anni, milanese, ha raccontato cosa significhi perdere tre figli nei primi giorni di vita o nel grembo materno, per di più tutti e tre per patologie diverse e non ereditarie. Lo ha fatto senza alcuna retorica o sentimentalismo gratuito, senza sentirsi una persona speciale che deve insegnare qualcosa agli altri per quello che ha patito. Il dolore non ha cancellato il suo temperamento gioioso e la sua disarmante e giocosa ironia: chi conosce il suo dramma, non può che apprezzare ancora di più questo suo lato caratteriale.

Autore di quattro libri, gli ultimi due dei quali dedicati al tema della paternità, e firma ricorrente sul blog di Costanza Miriano, Giovanoli è da 14 anni sposato con Emanuela, la donna che lo ha riportato alla fede cattolica dopo una dozzina d’anni di lontananza dalla Chiesa: un’unione lunga e felice ma, non per questo – specie agli inizi – sempre facile. Insieme hanno avuto sei figli, nati tra il 2002 e il 2013, di cui tre in Cielo.

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Com’è stata la tua gioventù e com’era la tua vita prima della tua conversione?

La mia gioventù è trascorsa normalmente, almeno per uno che, come la gran parte dei giovani, dopo la Cresima si è subito staccato da Cristo e dalla Chiesa: preservato da grossi drammi, ci ho pensato da solo rendermela problematica passando una dozzina d’anni nell’inutile ricerca di una risposta di senso alle mie domande esistenziali in ogni sorta di filosofia, religione ed ideologia che naturalmente non avesse nulla a che fare con la Bibbia o il Vangelo.

Cos’è che poi ti ha cambiato?

La domanda giusta è “Chi” mi ha cambiato, e la risposta naturalmente è Cristo. Un Gesù ritrovato frequentando per amore una ragazza che, al contrario di me, nella Chiesa ci è rimasta e ci è cresciuta (ragazza che, per la cronaca, è diventata poi mia moglie).

Hai perso tre figli: è proprio vero che il dolore può renderci migliori?

No. Non è il dolore a renderci migliori (altrimenti i masochisti sarebbero tutti santi). L’Amore ci rende migliori, ma spesso, purtroppo, poiché siamo uomini di poca fede, tutti impastati di superbia, serve il dolore per darci la sveglia e farci capire che non siamo padroni di nulla, ma tutto ci è dato per Grazia. Grazia di un Dio che vuole solo che noi ci lasciamo amare da Lui, corrispondendo con fiducia al Suo amore.

C’è stato un momento, nei tuoi drammi familiari, in cui ti sei detto: “basta, non ce la faccio più…”?

Ogni singola volta. Perché in ogni momento in cui ti ritrovi nel Getsémani della vita la tentazione è la medesima di Gesù: quella di far passare via da sé il calice amaro. Poi, però, fai memoria storica delle croci precedenti, di come accogliendole e passandoci attraverso, tutte immancabilmente alla fine ti abbiano condotto ad una nuova risurrezione, e allora rinnovi il tuo abbandono fiducioso a quell’Amore che hai sperimentato essere davvero provvidente e ed ecco che ti viene data la forza per dire, con il Cristo sofferente: “Padre non sia fatta la mia, ma la Tua volontà” (Cfr. Luca 22,42).

Possiamo dire che il calvario che hai passato sia stato per te una seconda conversione?

Lo è stato, ogni volta. Ogni croce accolta ti rinnova, poiché ti svuota di te stesso per riempirti di Dio: è come quel Sapiente Artigiano che modella, anche rudemente, il Suo attrezzo, cosicché diventi uno strumento migliore, capace di compiere le Sue buone opere con più docilità e maggiore efficienza.

Nel tuo ultimo libro in particolare, Nel nome del padre, racconti l’aspetto più gioioso della paternità, le piccole grandi scoperte quotidiane con i tuoi figli, il crescere insieme a loro… Che tipo di padre sei diventato?

In realtà la mia paternità è ancora tutta in divenire, ma posso dire di aver scoperto una cosa, che ha dato un senso proprio e maggior pienezza al mio essere uomo e padre: comprendere che la paternità corrisponde a quella vocazione adamitica che davvero realizza l’uomo. Così come al progenitore Adamo venne data dal Creatore la responsabilità sulle Sue creature perché desse loro il “nome”, medesimamente all’uomo che accoglie la sua prole, viene data la responsabilità su di essa perché l’aiuti a compiere il proprio “destino” di figli di Dio. Poiché la responsabilità vera di un genitore verso i propri figli non è solo di metterli al mondo, ma soprattutto di farli ammettere al Cielo.

Si dice che oggi la figura del padre sia in crisi, che sia un “mestiere” ingrato, il più difficile del mondo… Allora, alla luce di questa crisi odierna, cos’è che distingue un buon padre?

La figura del padre oggigiorno è in crisi poiché l’uomo, davanti alle false pretese di controllo della deriva femminista, per egoismo e pigrizia si è ritirato, abdicando al suo ruolo: è la riproposizione, in chiave moderna, della medesima caduta dei progenitori. Credo che soltanto riscoprendo la sua vocazione ad essere padre, ad immagine dell’originale ed unico Padre Buono, il maschio possa recuperare la propria dimensione di uomo: vivendo da un lato la paternità come veicolo privilegiato per la sua realizzazione personale e dall’altro come opportunità vera di comprendere la gioia della propria originaria figliolanza a quel Dio che è Amore.

Riflessioni sul peccato originale (Bruto Maria Bruti)

MELA PECCATOIn ogni essere umano è presente un conflitto fra la tendenza al piacere disordinato e la tendenza alla giustizia. Esiste un’esperienza fondamentale che facciamo tutti: in certi casi vediamo con certezza che dovremmo fare una certa cosa che riconosciamo essere buona per noi e tralasciare un’altra che riconosciamo essere cattiva ma dalla quale possiamo ricavare un piacere momentaneo e disordinato.

In questa situazione la scelta giusta e conveniente implica uno sforzo perché dobbiamo superare la nostra repulsione di fronte a qualcosa che sul momento non ci piace e ci costa fatica.

Questa situazione di conflitto ci fa soffrire e da essa nasce lo sforzo necessario e quotidiano per mettere ordine fra le componenti della personalità.

La necessità che gli uomini hanno di mettere ordine dentro se stessi, lo sforzo quotidiano che devono fare per comandare se stessi testimoniano l’esistenza di una situazione di disordine che è presente all’interno di ogni essere umano, di una ferita che tutti abbiamo al nostro interno.

Una ferità è sempre una situazione di lacerazione, di disordine che si è prodotto fra gli elementi di un tessuto che era originariamente integro e quindi ordinato: l’esistenza di una ferita presuppone sempre l’esistenza di uno stato di ordine che c’era ed è stato perso.

Il conflitto fra la tendenza al piacere momentaneo e disordinato e la tendenza alla giustizia e quindi il conflitto fra le passioni e la volontà, tra la volontà e la ragione è un conflitto che è presente all’interno di ogni uomo ed è il risultato di una misteriosa ferita originale dell’umanità.

” Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi “. ( Catechismo della Chiesa Cattolica n. 4077)

Omero, che è uno dei primi autori pagani che ci sono pervenuti, presenta in tutte le sue opere il più vistoso dei conflitti che assillano l’uomo: la lotta fra la mente e il cuore, cioè fra la ragione e le passioni. Questo conflitto all’interno dell’uomo spinge gli eroi omerici all’instabilità psichica. Così, nel libro XXII dell’Odissea, Odisseo ” rimproverò il suo cuore con il ragionamento “.

L’episodio che meglio mostra questo conflitto che c’è nell’interno dell’ uomo e il tentativo di unificare le componenti psichiche in lotta, è quello delle sirene. Odisseo prevede con la mente la possibilità che il proprio impulso, passando accanto alle sirene, venga allettato dal loro canto in modo da disubbidire alla ragione e andare incontro alla morte accecato dalla passione. Odisseo previene il pericolo facendosi in anticipo legare dai marinai a cui ha accuratamente turato le orecchie con la cera affinché non siano sedotti dal loro canto.

In questo caso la passione viene ridotta all’obbedienza con la previsione e la coercizione. Ma il collegamento fra la mente e il cuore per funzionare stabilmente, e non solo momentaneamente con l’uso di quella che Omero chiama l’accortezza – pinytés -, è una sorta di talento, di dono che viene dall’alto e che solo alcuni personaggi come Achille possiedono in maniera eccezionale. Achille è un eroe che ha quel fortunato stato psichico di unione stabile fra la mente e il cuore che Omero indica con il termine di risolutezza – ménos -, per cui riesce ad agire senza essere messo in crisi dalle passioni come ad esempio la pigrizia o la paura. Ma l’uomo, con la sua sola volontà, non è in grado di procurarsi questa stabile padronanza al suo interno per cui ad Omero non resta che attribuire l’origine della risolutezza a qualche divinità.

L’uomo, da solo, non riesce a lottare durevolmente contro tutte le proprie passioni disordinate, non riesce, da solo, a superare le difficoltà più gravi, le illusioni, i condizionamenti, gli attaccamenti disordinati a cose o persone che determinano quella che, con linguaggio psicanalitico, viene denominata l’angoscia della separazione.

Il Concilio Vaticano II ricorda che l’uomo non può perseverare nello sforzo di combattere contro le proprie passioni disordinate senza compiere grandi sforzi e senza l’aiuto della grazia. (cfr Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del 7 dicembre 1965, n.25 ).

Secondo lo psicologo tedesco Albert Görres uno dei principali ostacoli al superamento del male sta nella mancanza di una motivazione che illumini e che incoraggi.

Quale motivazione può essere così forte, nella lotta contro il male, da poter superare le stesse forze umane, da poter superare l’angoscia della perdita che nasce da profondi condizionamenti nei confronti di cose, persone e idee a cui l’individuo si è fisicamente e psicologicamente attaccato?

Secondo lo psichiatra statunitense William Glasser uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è quello di sentirsi amato. Glasser dice che un uomo, abbandonato su un’isola deserta o in una cella solitaria di una prigione, un uomo privato del bene della salute e degli affetti dei suoi cari è destinato a perdere il contatto con la realtà e può anche diventare pazzo, a meno che non riesca a mantenere la convinzione che qualcuno ancora lo ama . Le persone che hanno fede, attraverso la preghiera – la vita di preghiera è la ricerca dell’unione con Dio nei pensieri e nelle azioni -, e il cattolico anche attraverso l’aiuto particolare dei sacramenti, sentono nella loro vita l’amore di Dio che li sostiene, li illumina e li incoraggia anche nelle difficoltà più gravi.

Certamente l’amore di Dio rappresenta la più grande forza in grado di motivare la persona affinché possa perseverare nella lotta contro il male. ( Bruto Maria Bruti )

Come fare la volonta’ di Dio? (Bruto Maria Bruti)

volonta di DioSIA FATTA LA TUA VOLONTA’

Con questa preghiera del Padre Nostro, – Sia fatta la tua volontà – dice San Tommaso D’Aquino, viene chiesto il dono della scienza affinché possiamo diventare saggi. Era quanto desiderava Davide: ” Insegnami la bontà, una condotta disciplinata e il discernimento” ( Sal 118, 66).

Mediante il dono della scienza, lo Spirito ci insegna a preferire la volontà di Dio alla nostra.

“” Ecco il dono della scienza. Diciamo: – Sia fatta la tua volontà- allo stesso modo in cui un malato, rivolgendosi al medico senza una precisa idea di quale sia il rimedio opportuno, semplicemente si rimette al parere dell’
esperto. Volersi imporre a quest’ultimo sarebbe una sciocchezza “”.

E Dio cosa vuole per noi? Vuole il nostro bene e il nostro bene, dice San Tommaso, consiste in tre cose, quelle appunto di cui, nel Padre Nostro, noi chiediamo il compimento ( la via eterna, l’osservanza dei comandamenti, l’
essere in armonia con se stessi )

1) LA VITA ETERNA.

” Chiunque tenda verso un qualsiasi fine, dispone anche i mezzi adatti a conseguirlo. E così Dio, creando l’uomo, non poteva avviarlo verso il nulla. – E’ possibile che tu, Signore, abbia creato l’umanità senza uno scopo? – ( Sal 88,48 ). Ma nostro fine specifico non potranno mai essere i piaceri sensibili, che anche gli animali appetiscono; bensì una vita felice che non abbia termine. Ecco che cosa vuole Dio, per l’uomo: che giunga a godere la vita eterna. Quando un essere raggiunge lo scopo al quale era destinato, diciamo che è riuscito a salvarsi; mentre all’opposto, di qualunque realtà che non arrivi a buon fine, dobbiamo concludere che sia andata in rovina; la consideriamo perduta. Avendoci Dio creati in ordine alla vita eterna, chiunque di noi che la raggiunga ha conseguito la salvezza. Ed è quanto il Padre desidera, sulla parola di Gesù:- Questa è la volontà del Padre mio che mi ha mandato: che, qualunque persona giunga a conoscere il Figlio e accetti di credere in Lui, abbia la vita eterna- ( Gv 6,40 ). Tale suo desiderio si è già realizzato negli angeli e nei santi, in cielo, i quali vedono Dio, lo conoscono e vi trovano la loro beatitudine.
Noi, chiedendo che sia fatta la sua volontà, desideriamo che essa ci trovi disponibili ad attuarla, come accade negli spiriti beati”.

2) L’OSSERVANZA DEI COMANDAMENTI.

” Chi si prefigge un fine, vuole anche i relativi mezzi. Simile al medico che, in ordine alla salute da riacquistare prescrive la dieta, le medicine e altre necessità del caso, Dio chiede che osserviamo i suoi precetti se ci sta a cuore la vita eterna ( Cf Mt 19,17 ) “. Dicendo – Sia fatta la tua volontà- e non- fai tu direttamente – oppure – noi faremo-, viene messa bene in luce la necessaria cooperazione tra grazia divina e sforzo umano. Per meritare la vita eterna sono necessarie due cose: grazia di Dio e buona volontà da parte dell’uomo. Dio non ci salva se non collaboriamo alla nostra salvezza.

3) L’ESSERE IN ARMONIA CON SE STESSI.

Dio vuole che l’uomo sia riconciliato con se stesso. Il peccato originale ha provocato la ribellione delle potenze inferiori dell’anima contro quelle superiori.
Dio vuole che l’uomo ricostruisca l’armonia perduta armonizzando le passioni con la volontà, la volontà con la ragione e la ragione con la verità.

Costruire la propria personalità richiede un “lavoro”, il lavoro di chi mette ordine dentro se stesso: è questa la via “stretta” lungo la quale dobbiamo incamminarci ( Cf Mt 7,13-14 )

Un “restauro” del genere non può trovare piena realizzazione durante questa vita terrena, dice San Tommaso D’Aquino, bensì con la resurrezione dei corpi dei santi, ma da questo “lavoro” fatto per integrare e coordinare gerarchicamente le varie componenti della personalità, tipico della via “stretta”, nasce e si sviluppa quella condizione che si chiama felicità, la quale raggiungerà la sua pienezza nel mondo che verrà.

La felicità ( che si realizzerà pienamente con la resurrezione dei santi) è una condizione che nasce da un processo che porta a vivere in armonia con tutte le componenti della propria personalità e con le leggi della realtà che l’uomo è in grado di conoscere con la ragione.

Lasciarsi andare alle proprie tendenze disordinate, invece, è una via “larga” ( cf Mt 7,13-14 ), cioè più facile, in quanto basta non lavorare su se stessi: infatti, il Signore dice che sono ” molti” coloro che camminano lungo la via “larga”.

Questa “larghezza”, questa facilità è, però, una pericolosa illusione. Non accettare la legittima sofferenza e la fatica che nascono dal mettere ordine dentro se stessi produce uno stato di dolore maggiore perché la vera felicità non nasce dall’ingannevole e illusorio tentativo di evitare le difficoltà che accompagnano, inevitabilmente, ogni processo di crescita e ogni dinamica realizzativa.

In realtà, non c’è persona che soffre di più di colui che non vuole assolutamente soffrire: ovviamente, qui si parla della sofferenza legittima che nasce dallo svolgere i propri doveri, dal lavorare su se stessi, dall’affrontare le difficoltà chela vita pone.

Gesù, se da un lato chiede a ciascuno di farsi carico dell’onere che l’adempimento del proprio compito esistenziale esige ( “” Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la suacroce e mi segua””- Mt 16,24 ), dall’altro fa presente la non gravosità della propria richiesta: “” IL MIO GIOGO INFATTI E’ DOLCE E IL MIO CARICO LEGGERO”” ( Mt, 11,30 )

NOTA SULLA STRADA STRETTA

Il “Maestro” dice che la via giusta non solo è “stretta” ma è anche abbandonata tanto che, in certe epoche, in certi paesi, essa rassomiglia a quelle vie antiche che sono state sostituite dalle strade moderne più veloci e più comode e allora il Signore ci invita a seguire la via giusta anche se”stretta” e ci invita a “trovarla” anche quando viene soppiantata e nascosta dalle ideologie e da quelle interpretazioni pseudo-scientifiche della realtà – condizionate da premesse e visioni filosofiche irrealistiche- che confondono il bene con la “facilità”del lasciarsi andare, le quali creano il”mito” dei sentimenti contrapposti alla ragione.

La costruzione della personalità, la crescita e il miglioramento, la soluzione dei problemi che la realtà pone costituiscono un “lavoro” che dura per tutta la vita. Questo “lavoro”, però, deve essere fatto senza “affanno”,un lavoro fatto per amore di Dio e con il cuore distaccato dalle cose: questa è l’essenza della povertà spirituale indicata da Gesù Cristo nel Vangelo, una povertà che è abbandono fiducioso in Dio.

Acquisire un atteggiamento di umiltà significa rendersi conto che liberi non si nasce, sapienti non si nasce, competenti non si nasce ma si diventa e mai in maniera perfetta, mai in maniera definitiva e occorre accettare la naturale sofferenza che ogni opera comporta.

Non accettare la legittima sofferenza che nasce da ogni opera ragionevole, rifiutare i sacrifici che la vita impone ad ognuno di sopportare produce uno stato di dolore maggiore: la fiducia in se stessi e la felicità nascono dal prendere su di sé, cioè dall’accettare attivamente il “giogo” della vita.

Gesù dice:
” SE UN TUO FRATELLO PECCA, RIMPROVERALO; MA SE SI PENTE,PERDONAGLI.
E SE PECCA SETTE VOLTE AL GIORNO CONTRO DI TE E SETTE VOLTE TI DICE: MI PENTO, TU GLI PERDONERAI “”.
( Lc 17,3-4 )
Questo significa che, sia verso gli altri, che verso se stessi bisogna avere un atteggiamento pacifico, non aggressivo. Bisogna lavorare su se stessi in pace, con atteggiamento compassionevole,accettando le sconfitte, ricominciando con pazienza e sempre con amore, amore verso se stessi e verso gli altri.

Non bisogna confondere la strada stretta di chi deve lavorare cristianamente su se stesso con il perfezionismo. La strada indicata da Gesù è un cammino paziente e pacifico. Il perfezionismo è la falsa strada che nasce dall’amor proprio, tipico dell’egocentrismo che nasce dalla superbia..

La strada indicata da Cristo è un cammino paziente, pacifico, amorevole. Il perfezionismo, invece, è un voler arrivare a fare ogni cosa nel miglior modo e in poco tempo.

Nella strada cristiana c’è la gioia di essere se stessi, nel perfezionismo c’è il rifiuto di se stessi ed il desiderio di essere un altro.

Nella strada cristiana c’è la serenità che conta sull’amore di Dio,che si abbandona continuamente all’amore di Dio e alla sua opera di trasformazione in noi, nel perfezionismo c’è la continua preoccupazione che nasce dal pensiero dei propri difetti. La persona che cammina sulla via indicata da Cristo non si scandalizza per i peccati propri e altrui, il perfezionista, al contrario, è sempre deluso o sorpreso per i peccati propri e degli altri.

Il perfezionista non conosce la pazienza che salva, non sa attendere, non sa accettare la crescita progressiva, non sa abbandonarsi nelle mani della provvidenza e si rattrista spesso ma la tristezza non nasce mai dall’amoredi Dio ma dall’amor proprio che agisce camuffandosi dietro le apparenze di una vita cristiana.

Un maestro di spiritualità come sant’Ignazio di Loyola ricorda che, nella via dello spirito, la tristezza, i tormenti di coscienza, i dubbi, lo scoraggiamento ed ogni atteggiamento che toglie la pace non provengono mai da Dio che è pace, gioia, certezza, serenità, ma provengono dall’amor proprio o dall’azione demoniaca. Il perfezionismo nasce dalla confusione che viene fatta fra il modello Ideale verso cui camminare con l’impeccabilità, cioè con il proprio io idealizzato. In questa vita, dopo il peccato originale, è possibile una continua crescita ma non più la perfezione che esisteva nel paradiso terrestre: la costruzione della personalità è un compito che dura tutta la vita e che si completerà sotanto con la resurrezione dei santi.

Gesù attende con pazienza il nostro lavoro di crescita. Egli è sempre pronto ad aiutarci e a perdonarci ma vuole che continuiamo a lavorare su noi stessi, a camminare lungo la via stretta. La grazia ci dona una forza che aiuta la volontà e una luce che illumina la mente, ma non si sostituisce agli sforziche dobbiamo fare, alla strada che dobbiamo percorrere.

TUTTAVIA, CIO’ CHE CONTA VERAMENTE, PER NOSTRO SIGNORE, E’ L’INTENZIONE E IL “LAVORO” CHE VIENE FATTO, NON I RISULTATI: DIO GUARDA IL CUORE .

( Bruto Maria Bruti )

Bibliografia:
San Tommaso D’Aquino, Opuscoli teologico-spirituali, trad. di Raimondo M. Sorgia, o.p., ed. paoline, Alba ( CN ) 1976

Puo’ la bellezza piu’ della morte

natura-981x540Si inizia sempre da qualche parte o dall’inizio o dalla fine. O da una sconfitta o da una vittoria. Spesso i cammini piu’ belli cominciano dalla privazione totale, dalla poverta’ assoluta, da una dimensione che fa più paura proprio perché è solitaria e angosciante secondo il metro medio della società contemporanea. Dobbiamo avere, dobbiamo mostrare, dobbiamo interfacciare la nostra splendida merce in prima pagina con i nostri avventori e quello schema fatto di antropocentrismo esasperato diventa il nostro metro di giudizio per tutto, per l’amore, per le menzogne che spesso diciamo a noi stessi e agli altri, per tutte le cose che abbiamo perso e non vogliamo ammetterlo, per quel desiderio di rivalsa sociale che travestiamo da generosità.

Ci ergiamo ad idoli, il nostro male non è il male assoluto del mondo ma la nostra volontà di ricchezza e controllo che mano mano ci svuota, ci rende isolati col mondo reale e ci porta in una condizione dove i simboli, la rappresentazione del nostro “io”, diventa misura di tutte le cose. Abbiamo molti strumenti per generare questo, i social, i messaggi, le riunioni di lavoro.

Mi domando spesso da quanto tempo non incontro una persona che mi prende per un braccio e mi dice “sono un povero, ho fallito, sto cambiando”. Visto che nessuno lo fa, spesso lo faccio io, perché essere figli di una generazione dove il relativismo etico e morale è la regola porta a questo, porta a diventare giudici ed arbitri delle proprie vite e di quelle altrui, porta ad essere schiavi del pensiero unico e della dittatura del compromesso: cedere un po’ per volta noi stessi per realizzare qualche bel compitino.

Così si muore o almeno così stavo morendo dilaniato dalla rabbia, dalla volontà di controllo, dalla malattia simbolica della mia anima e del mio spirito, corrotto da una tabella di marcia in cui non solo ero esclusa la mia parte migliore, ma soprattutto Dio, quell’entità che ero pronto a bestemmiare in ogni situazione, quello che ogni tanto passavo a trovare in Chiesa perché “io credo a modo mio e siccome sono più fico di tutti posso permettermelo”, quel Dio buono solo non per affidare le mie intenzioni ma i miei desideri quasi come se fosse il genio della lampada, quel Dio “che per fortuna che ora c’è Papa Francesco che è tanto simpatico”, quel Dio che mentre mio padre moriva a mio avviso ce l’aveva con me.

Si, perché ad un certo punto pensi di essere così importante, sei arrivato ad un livello di idolatria di te stesso tale che pensi che con Dio devi ingaggiare un conflitto a fuoco.

Quando mio padre morì ormai più di un anno fa non colsi la grazia di quella partenza, di quella chiamata, ci ho messo molto, rovinando parecchio a comprendere che era uno spartiacque, che non serviva proteggersi ma essere protetti, che non si smette mai di essere figli neanche quando si ha l’età per diventare padre. Pensavo che la malattia fulminante di mio padre fosse la peggiore del mondo, senza pensare agli esempi di Chiara Corbella Petrillo o di tanti altri che vivono la loro vocazione difficile dentro un reparto di ospedale.

Però che Dio è bellezza forse l’ho scoperto lì, all’inizio della mia povertà, che Dio sana e cura, accoglie e guarisce l’ho appreso là dentro in un reparto di oncologia di un Policlinico militare, ora rivedo davanti a me tantissimi passi del Vangelo. C’era Gianni, infermiere e buon samaritano, c’era Barabba nella stanza di mio padre, c’era un esercito di pie donne e i dottori che non hanno potuto far altro che accompagnarlo alla casa del Padre. Ed in mezzo c’ero io, smarrito, una pecora senza pastore che finge di essere pietra angolare. Non mi sono arreso alla mia povertà ha continuato a far finta che fosse ricchezza, fino a quando quel Dio a cui rimproveravo molte cose mi venne in soccorso e mi tolse ogni macigno dal cuore.

Oggi non sono ne migliore e ne peggiore di quando bestemmiavo, di quando trattenevo il mio lavoro con le unghie, di quando sparlavo del prossimo e di quanto deliberatamente anteponevo il relativismo alla rettitudine, ma le cose che ho compreso in questi lunghi mesi forse sono dieci volte di più di quanto non ne abbia comprese nell’arco dell’esistenza intera.

Quando comprendi che una morte è meno potente della bellezza della vita che continua, quando comprendi che una morte può essere vocazione, chiamata, amore, quando capisci che le tue povertà sono più belle delle tue presunte ricchezze e che il perdono che chiedi non è figlio della retorica ma del pentimento, allora lì sai che sbaglierai ancora, sbaglierai forte, ma non sei più da solo. Ho lasciato le ansie di una vita ipersociale nel burrone della tristezza, ho arso quello che pensavo di me irrinunciabile con la preghiera nella Porziuncola ad Assisi, perché Dio per parlare trova molti modi, molte intuizioni, molta bellezza. Con me ha rovesciato i tavoli, mi ha sbattuto in faccia tutto il suo amore, la sua accoglienza. Ero un uomo senza patria ma con molti idoli, ero un profugo, il mio barcone che sbatteva addosso alle coste di un Paese di cui non sapevo la lingua si è arenato e sono arrivato con fatica, quasi morto alla sua parola.

Non ho mai creduto alle conversioni light, credere è una conversione ad “U” nella vita, scompagina tutto, porta a vivere l’amore, la vita, il dolore con occhi nuovi.  E’ come se improvvisamente ti accorga di quanto è bello farsi fotografare invece che fotografarsi da soli, di quanto è bello guardare una foto fatta con amore invece che scrutare le nostre espressioni di plastica in un selfie. E’ bello essere amati, è bello essere guidati, è bello essere senza ansie inutili, guidati da qualcosa di più grande.

Dio c’è sempre stato nella mia vita, è innegabile, anche quando lo negavo, ma da mesi non esiste più solitudine che non può essere colmata, ferita che non può essere rimarginata, parola che non può essere riscaldata, bellezza che non possa essere vissuta ed ho compreso che la cosa più difficile per noi, giovani relativisti, selfisti, agnostici della domenica e cattolici del lunedì, è proprio affidarsi, rimettere, offrire, dare, concedere, non programmare. E’ passato un anno da quando ho salutato mio padre, ho commesso molti errori per non essere più figlio e negli errori ho capito che non si può essere padre senza essere figlio e che poi poco possiamo senza lo Spirito Santo. Per questo sbaglierò ancora, ma guardando dentro le nostre povertà e non nelle presunte ricchezze, perché quando pensi che la morte sia l’unica strada la resurrezione è dietro l’angolo.

Massimiliano Coccia

Io malato di Sla e la fede

amore Sla contro eutanasiaIntervista all’architetto lecchese Antonio Spreafico, affetto da Sclerosi laterale amiotrofica

«È ancora qui, Emilia. È la donna che amo e che mi ama. È il custode della mia vita. È il mio primo sorriso di ogni nuovo giorno. È la mia fabbrica di baci…». Le può dire solo con gli occhi, quelle parole. Ormai da due anni, infatti, Antonio è finito nel mirino della Sclerosi laterale amiotrofica: la famigerata Sla. Di parlare ha smesso da tempo e, da dopo l’estate, fatica persino a muovere le labbra. gli è rimasto lo sguardo, però: con gli occhi riesce a fissare un’apposita tastiera che, collegata a un sintetizzatore vocale, gli permette di comunicare brevi frasi. Ecco perché questa è diventata, di colpo, l’intervista che non avrei mai voluto fare: perché sto parlando con un amico (che, per inciso, ha progettato la casa dove vivo con altre quattro famiglie) e perché, per lui come per Emilia, rispondere è un calvario.

Antonio Spreafico è un architetto e designer di 61 anni. Abita a Lecco, dove è titolare di uno studio affermato, nel quale ha trasmesso la professione al figlio Michele. ha realizzato edifici pubblici (dal municipio di Calolziocorte al Tribunale di Lecco) e progetti a sfondo sociale, come la sede locale degli scout e, soprattutto, “La Casa sul pozzo”, un polo di aggregazione legato alla Comunità di via Gaggio onlus, animata da padre Angelo Cupini.

È proprio al carismatico sacerdote clarettiano che Antonio ha deciso di dedicare il suo libro “Luce”, scritto per mano del fratello Giorgio, giornalista. In quelle pagine (dalle quali abbiamo tratto tutte le frasi di Antonio), ripercorre la sua vita e, soprattutto, la straordinaria altalena di sentimenti – dalla paura più cupa a una serenità contagiosa – che ha caratterizzato gli ultimi due anni.

Tutto comincia con una caduta sulle scale del Tribunale di Lecco, nell’estate 2011. È un campanello d’allarme: solo qualche mese dopo, però, i medici spiegheranno che quell’improvviso cedimento delle gambe non è dovuto a stress, bensì alle prime avvisaglie della malattia.

L’impatto è terribile.«ho la sla, ecco cos’ho. Sono perduto, privo di speranze e futuro. ho la sla e non c’è cura per questa malattia», annota Antonio nel suo diario. Stefano Borgonovo – il giocatore del Milan recentemente scomparso – la chiamava “la stronza”. E, in effetti, la sla è una malattia beffarda quant’altre mai: consuma il corpo, mantenendo però fino all’ultimo la lucidità di chi colpisce; spegnendo le terminazioni nervose cerebrali e del midollo spinale, fa sì che chi ne viene colpito smetta di camminare, di muovere braccia, mani e tronco, di deglutire, di parlare e persino di respirare.

Immaginatevi come possa essere suonata quella diagnosi alle orecchie di Antonio: professionista affermato, impegnato nel volontariato, con l’hobby della pittura dell’Ottocento (per la quale s’è concesso il lusso di una piccola galleria d’arte), la passione per la fisarmonica e le camminate in montagna.

Aveva mille progetti per la pensione, Antonio. Invece… «La Sla cambiava tutto nella nostra vita, ma non avrebbe cambiato niente di ciò che contava davvero – spiega –. È questo che mi ha detto Emilia quando è riemersa dall’abisso della disperazione».

Accettando di convivere con una malattia così, Antonio ed Emilia, forse senza nemmeno rendersene conto, hanno dato inizio a una storia di coraggio e di fede, una storia eccezionale, sebbene condotta da persone assolutamente normali. La sofferenza inizialmente venata dalla disperazione presto è stata riscattata dalla certezza della compagnia di Dio. Misteriosa, certo. Ma reale e percepibile come tale. E questo – insieme all’affetto dei figli, dei parenti, al calore degli amici – ha cambiato tutto.

Emilia è serena nel raccontarlo, mentre ci accoglie nella casa di Olate, il quartiere lecchese dove gli Spreafico risiedono. È stanca, lo si vede. Eppure non trasmette – neppure per un momento – l’idea di una persona rassegnata. «Sia io che Antonio veniamo da due famiglie provate da lutti precoci e questo ci ha temprati fin da quando ci siamo conosciuti», racconta. Questa consuetudine alle asprezze della vita, insieme con una fede mai esibita e tuttavia solida, ha permesso a marito e moglie di affrontare il calvario più duro.

«Mi hanno diagnosticato la malattia – racconta Antonio – con un annuncio non troppo diverso da quello delle previsioni del tempo. Ho avuto prova della decantata efficienza della sanità lombarda, perché, una volta giunto nel posto giusto, erano bastati cinque giorni per arrivare alla diagnosi. Di quella macchina da guerra però non avevo visto e non vedevo il cuore. Com’era possibile che nessuno si preoccupasse dell’uomo che appena uscito dall’ospedale si sarebbe ritrovato con le spalle al muro?».

Le cose cambiano quando la famiglia Spreafico approda al NeMO (NeuroMuscolarOmnicenter) di Milano. Lì trovano medici che coniugano una competenza straordinaria con un’umanità fuori dal comune. Lì incontrano suor Engarda, presenza discreta e amorevole, cui Antonio dedicherà un commovente capitolo del suo libro. Lì vengono aiutati ad affrontare al meglio l’altalena di notizie e di emozioni contrastanti che vive ogni malato di Sla nell’apprendere dell’esito positivo di un nuovo tentativo, talvolta repentinamente smentito da notizie di segno opposto immediatamente dopo.

«Anche a noi è successo», ci dice Emilia. Accenna a ricerche avviate in Sardegna, a studi pionieristici negli Usa… Ma non ha rimpianti. Le basta – come fa Antonio – «godere di ogni nuovo giorno che il buon Dio ci regala». Le basta poter sollevare Giacomo, il nipotino di 13 mesi, all’altezza della guancia di Antonio per fargli sentire la sua carezza. Giacomo è nato il 9 ottobre 2012. «Chissà se riuscirò a vederlo», si crucciava Antonio nei mesi precedenti e invece «il buon Dio ha guardato giù»; il 20 aprile scorso Michele, l’altro figlio, s’è sposato con Lisa. «anche in questo caso ci è stata concessa una grazia», chiosa Emilia.

Per sua moglie, Antonio riserva espressioni di una tenerezza infinita: «Ho visto Emilia annullarsi per me e tante volte sul punto di non poterne più. L’ho guardata stravolta dalla fatica, consumata come una candela senza più cera alla fine di una giornata impossibile, eppure in grado di caricarsi di altra fatica e di farmi ancora luce durante la notte. L’ho avuta accanto durante interminabili ricoveri, costretta persino a insegnare agli infermieri – quando di Sla non sapevano nulla – ciò che aveva dovuto imparare. E ho ascoltato le sue silenziose preghiere mescolarsi alle mie».

Preghiere, invocazioni, talvolta rabbia, dubbi. Ma – insieme – un flusso di consolazioni fatte di lettere, telefonate, mail. Amici, pazienti conosciuti in ospedale, ma anche tanti sconosciuti. Emilia apre un’agenda e legge, commuovendosi: «Mi chiamo Diana, vi ho conosciuto attraverso “Luce”. Il libro mi ha lasciato l’impressione di un uomo sereno, non rassegnato. Di fronte a te mi sento molto piccola, il tuo modo di accettare la cosa che hai vissuto mi infonde molto rispetto nei tuoi confronti. Grazie di esistere».

Sì, grazie di esistere, Antonio. grazie di regalarci una testimonianza di fede cristallina senza bisogno di prediche o di dotte citazioni. Ti è bastato dedicarti a uno dei tuoi sport preferiti: l’enigmistica. Già, perché per “sciogliere” Sla in «Sarà lieto andarsene», oppure «Serve lottare ancora» ci vuole un bello spirito. O fede. Fate voi.

ZENIT