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Lepanto: La Lega Santa contro i Turchi

Batalla_de_lepanto_antonio_brugadaI Turchi avevano vinto:

– nel 1389 nel Kossovo contro i serbi;
– nel 1396 a Nicopoli contro i crociati guidati dal re d’Ungheria;
– nel 1414 a Negroponte contro i veneziani;
– nel 1417 a Valona;
– nel 1418 a Girocastro;
– nel 1430 a Salonicco contro i veneziani;
– nel 1453 a Costantinopoli mettendo fine all’Impero Bizantino;
– nel 1462 a Lesbo contro i genovesi;
– nel 1463 contro i greci dell’Impero di Trebisonda;
– nel 1463 contro i bosniaci a Jace;
– nel 1480 a Otranto contro gli italiani;
– nel 1521 a Belgrado contro gli ungheresi;
– nel 1522 a Rodi contro i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme;
– nel 1527 a Mohacs contro gli ungheresi;
– nel 1571 a Cipro contro i veneziani.

Nel 1529 avevano assediato gli austriaci a Vienna.
Nella seconda metà del secolo XVI i Turchi dominavano la Grecia, l’Albania, la Serbia, la Bosnia, l’Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia.
La vittoria della Lega Santa a Lepanto fu un evento d’importanza simile alla battaglia di Poitiers. Nel 732 vennero fermati gli Arabi, nel 1571 vennero fermati i Turchi.
Ancora una volta la spada dell’Islam era stata spezzata dall’Occidente.

Località: Lepanto (Grecia)
Epoca degli avvenimenti: 1571 d.C.
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La Lega Santa

Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di

Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.

Le spese erano divise in sei parti: tre erano a carico della Spagna, due di Venezia e una del papa.

La Lega era stata fermamente voluta da Pio V, Michele Ghislieri, nato ad Alessandria nel 1504, povero pastore di pecore, frate domenicano, inquisitore. Divenuto papa nel 1566 riformò rigorosamente la Curia e la città di Roma. Combatté l’eresia protestante in tutta Europa.

Il comando militare della flotta venne affidato a Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II.

Suoi luogotenenti furono:
– Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia.
– Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana.

I preparativi si protrassero a lungo e la flotta si poté riunire a Messina solo il 24 agosto.

La flotta era costituita da:

– 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.

– 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.

– 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.

– 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.

– 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell’ordine pisano di Santo Stefano

– 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.

– 3 galee dei Cavalieri di Malta.

In totale 195 tra galee e galeazze.

Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:

– 20.000 soldati a spese della Spagna;

– 5.000 militari al soldo di Venezia;

– 2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;

– 3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.

Complessivamente circa 30.000 uomini.

Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.

Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d’Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.

La flotta cristiana salpò il 16 settembre dirigendosi verso Corfù. Le navi esploratrici confermarono che la flotta turca era nei pressi del golfo di Lepanto.

La flotta turca minaccia l’Italia

I Turchi fin da febbraio avevano allestito una flotta di 250 galee e
100 navi da rifornimento e supporto.

I costruttori delle galee erano abili carpentieri rinnegati, che il Sultano ricompensava molto bene. Molti dei capitani delle navi erano anch’essi greci o veneziani rinnegati. Gli

equipaggi non avevano grande esperienza. I rematori erano cristiani catturati e ridotti in schiavitù.

Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià.

Parte della flotta andò a sostenere l’assedio di Famagosta a Cipro.

Un’altra parte della flotta si diresse verso Creta. 3.000 contadini cretesi furono uccisi. Ma l’ammiraglio veneziano Marcantonio Querini riuscì a respingere l’attacco e i Turchi si dovettero allontanare.

Veleggiarono verso Zante (odierna Zakynthos) e Cefalonia (odierna Kefallenia), dove catturarono 7.000 cristiani e li misero a remare sulle loro galee.

Poi le galee turche si diressero verso l’Adriatico. I Turchi si impadronirono di Durazzo (odierna Durres), Valona (odierna Vlore), Dulcigno (odierna Ulcinj), Antivari (odierna Bar), Lesina (odierna isola di Hvar), attaccarono Curzola (odierna isola di Korcula).

Intanto le 80 galee del corsaro Uluj Alì attaccarono Zara e altre città della Dalmazia. Uluj Alì, chiamato anche Occhiali, era un pescatore calabrese rinnegato, divenuto dey di Algeri. Kara Hodja, un altro corsaro devastò il golfo di Venezia. Il rombo del cannone si udiva da piazza S. Marco. Anche Corfù, ad eccezione del castello, venne conquistata dai musulmani.

A giugno il sultano Selim II, detto “L’ubriacone”, ordinò che la flotta si fermasse a Lepanto (odierna Naupaktos; bizantina Epachthos) in una piccola baia tra il golfo di Corinto

e quello di Patrasso. Arrivarono i rinforzi da Negroponte (odierna isola Eubea): 2.000 spahis e 10.000 giannizzeri.

La flotta divenne una minaccia permanente. Da Lepanto la flotta turca avrebbe potuto attaccare la costa italiana in qualsiasi momento.

Prima della battaglia

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio. C’era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.

Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos) e dell’orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza.

Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l’assicurazione di poter lasciare l’isola di Cipro. Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini

nell’assedio, non mantenne la parola. I soldati veneziani furono imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche.

Venerdì 17 agosto Bragadin venne scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti. La pelle di Bragadin venne riempita di paglia. Il manichino fu innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macrabri trofei furono poi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.

Il comportamento dei musulmani accrebbe la voglia di combattere dei cristiani.

I soldati della Lega Santa sapevano che la battaglia era decisiva per la Cristianità. In caso di sconfitta le coste di Italia e Spagna sarebbero rimaste esposte agli attacchi dei musulmani. L’Islam era pronto a colpire il cuore dell’Occidente. Roma era in pericolo.

Lo schieramento della flotta cristiana

Domenica 7 ottobre Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata. Non più di 150 metri separavano le galee.

Venne costituita una formazione a croce.

Al centro si pose Giovanni d’Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real. A fianco si pose l’ammiraglia del comandante veneziano Sebastiano Venier, una cui nipote era stata ridotta in schiavitù nell’harem di Costantinopoli.
Sull’ammiraglia pontificia era Marcantonio Colonna. Sull’ammiraglia di Savoia il conte Provana di Leynì.

Sull’ammiraglia di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.

L’ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo, più esposto ai tentativi di aggiramento, si pose

Marcantonio Querini. Davanti alle galee veneziane furono inviate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo.

All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria. Erano presenti anche molti volontari tra cui l’italiano Alessandro Farnese, il francese Crillon, l’inglese Sir Thomas Stukeley, l’esiliato Giacomo IV, duca di Naxos. Due galeazze veneziane furono poste davanti al settore sinistro.

La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.

Lo schieramento dei Turchi

I Turchi si disposero a mezzaluna.

Vennero schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee.

I musulmani avevano 750 cannoni.

Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell’Egitto, con 56 galee.

Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro.

Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.

Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.

La battaglia

La flotta cristiana bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto. I musulmani, obbedendo all’ordine impartito dal sultano Selim II, accettarono la battaglia.

Con un rumore assordante iniziarono l’avvicinamento suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento era a loro favore.

La flotta cristiana era nel più assoluto silenzio.

Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni innalzò lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione secondo l’indulgenza concessa da Pio V per la crociata.

Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.

Giovanni d’Austria puntò diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna diede l’arrembaggio alla nave turca che divenne il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Giovanni venne ferito ad una gamba. Mehmet Alì Pascià venne ucciso da un colpo di archibugio. La Sultana si arrese. Alle due del pomeriggio Giovanni poté riprendere il controllo della flotta.

Muhammad Saulak era riuscito ad aggirare il fianco sinistro. Agostino Barbarigo fu attaccato da otto galee turche contemporaneamente.
Barbarigo, ferito ad un occhio da una freccia, dovette cedere il comando a Federico Nani. Sei galee veneziane furono affondate. Muhammad Saulak stava per prevalere. Ma improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini. I veneziani ripresero il sopravvento. Muhammad Saulak venne ucciso.

All’ala destra Uluj Alì e Gian Andrea Doria manovravano per trovarsi in posizione di vantaggio. Alessandro Farnese con i suoi 200 uomini conquistò una galea turca. Diego di Urbino, comandante della Marquesa, ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano.

Sia il Doria che Uluj Alì, prima della battaglia, avevano tentato di dissuadere i loro comandanti dal dare battaglia. Nessuno dei due voleva mettere a rischio le proprie navi.

Uluj Alì manovrò per aggirare l’ala destra dello schieramento. Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i Turchi, lasciando aperto un varco tra il centro e l’ala destra.

Giovanni ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Uluj Alì fu veloce a infilarsi nel varco improvvisamente apertosi con le sue galee corsare.

Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell’Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.

L’ammiraglio Santa Cruz intervenne con la retroguardia. Il capitano Ojeda, al comando della galea Guzmana, raggiunse la Capitana, l’abbordò e la riconquistò. Uluj Alì fu costretto ad abbandonare la preda. Con una quindicina di galee e di galeotte fuggì, si nascose nelle isole dei dintorni, si impadronì di una lenta galea veneziana, la Bua, e si diresse verso Costantinopoli.

Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. I pochi superstiti si ritirarono verso l’interno del golfo.

Le perdite dei Turchi

80 galee turche furono affondate. 117 furono catturate. 27 galeotte furono affondate e 13 catturate.

I Turchi persero 30.000 uomini tra morti e feriti. Altri 8.000 furono fatti prigionieri.

Vennero liberati 15.000 cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee.

Le perdite della Lega Santa

I cristiani persero 15 galee, ebbero 7.650 morti e 7.780 feriti.

S. Maria delle Vittorie sull’Islam

Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S.
Maria delle Vittorie sull’Islam.

Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.

Pio V venne proclamato santo da Clemente XI il 22 maggio del 1712.

Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (1 parte)

CappellaMartiriFinalmente, a 250 anni dalla beatificazione , è stato confermato il martirio di Antonio Primaldo e Compagni, avvenuto 500 anni fa sotto le scimitarre musulmane turche. I martiri di Otranto sono stati proclamati santi solo nel 2013.

La promulgazione del Decreto riguardante il martirio

Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione a promulgare dei Decreti tra i quali uno riguardante “il martirio dei beati Antonio Primaldo e Compagni Laici; uccisi in odio alla Fede il 13 agosto 1480 ad Otranto (Italia)”.

 

Il vicario generale della diocesi di Otranto, mons. Quintino Gianfreda ha spiegato: “L’atto di oggi è un formale riconoscimento del martirio degli Ottocento da parte della Santa Sede: solo il primo importante tassello del lungo percorso verso la canonizzazione. Il processo di proclamazione della santità avviene attraverso due momenti: la constatazione dell’avvenuto martirio e l’accertamento di un miracolo. Il Decreto di oggi riconosce formalmente che nelle vicende storiche del 1480, Antonio Primaldo e Compagni, vanno ritenuti a tutti gli effetti martiri per la fede“. Quindi, nel gergo ecclesiale, quello che è stato promulgato è il “decreto super martirio”.

In merito alla questione del martirio, sussiste la discussione sulla consistenza storica del dato: gli storici “laici” contestano che gli Otrantini del 1480 siano morti per una reale professione di fede, preferendo la tesi della “razzia”, e, cioè, che i Turchi, interessati a puntare verso Roma, cuore della cristianità, una volta vinta la guerra ad Otranto e saccheggiata la città, si siano liberati dei superstiti, decapitandoli, sì come infedeli, ma solo perché non musulmani. Anche se il dibattito storico quindi è ancora in corso, la cosiddetta “Positio”, ossia la raccolta di tutte le fonti storiche sull’avvenimento, sembra essere giunta ad una risposta definitiva.

Al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto dei martiri Antonio Primaldo e i suoi ottocento concittadini uccisi “in odio alla fede” dai Turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto.

Si tratta di un episodio unico nella storia della Chiesa. Mentre l’indifferenza e i contrasti tra i principi e i re cristiani favoriscono l’avanzata turca, un’intera città affronta il martirio per non rinnegare la fede. Qual è l’attualità della lezione di Otranto? Cioè, che cosa ha da dire oggi a noi, a cinquecento anni da quella testimonianza, la risposta eroica di una popolazione vissuta per secoli nutrendosi di civiltà e di cultura cristiane?

Il contesto storico

Otranto, posta su una baia incantevole di fronte a un mare limpido e azzurro, è la città più orientale d’Italia. Un passato antichissimo e ricco di storia, che è necessario conoscere, perché contribuisce anch’esso a chiarire i motivi che spinsero, più di cinque secoli fa, la popolazione idruntina alla eroica resistenza contro l’invasore musulmano turco. Se infatti, da un lato, questa è il risultato di secoli di fede vissuti da tutta la Cristianità durante il Medioevo, d’altro lato è frutto anche del patrimonio di solide radici profondamente cristiane, accumulato per oltre un millennio da Otranto, con peculiarità sue proprie.

Nel 1480 Otranto venne conquistata dai Turchi sotto il comando del pascià Gedik Ahmed, inviato dal sultano Maometto II, molto abile e crudele, per estendere il regno dell’Islam in Italia ed in Europa. Avvertito dei preparativi turchi, il re di Napoli cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto. Ma il 28 luglio 1480 l’armata ottomana giunse a Otranto e iniziò quella che poi sarà definita la Battaglia di Otranto. La gravità della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri per resistere all’attacco: alla fine però i Turchi riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura. Il pascià fece ai superstiti la proposta: “O rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce“. Ed uno di essi, l’anziano cimatore di panni Antonio Primaldo Pezzulla, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui“. Ottocento no! Furono tutti condannati a morte. Il primo ad essere decapitato sul Colle della Minerva fu proprio Antonio Primaldo. Durante quel massacro le cronache raccontano che un turco di nome Bersabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio impalato dai suoi stessi compagni d’arme.

Gli anni che seguono la metà del secolo XV, come già quelli immediatamente precedenti, non sono anni felici per la Cristianità, che appare dilaniata da lotte e rivalità intestine, da scontri tra fazioni, da incrinature all’interno della stessa Curia pontificia, in definitiva, da una crisi della civiltà cristiana, maturata per lunghi secoli che, prima ancora di essere politica, è di valori che si vanno spegnendo. La Cristianità non era soltanto l’appartenenza alla religione cristiana, né soltanto il territorio occupato dai battezzati, ma era la comunità, vivente, organicamente costituita, di tutti coloro che, dividendo le stesse certezze spirituali, vogliono che tutta la società umana si ordini secondo la loro fede. L’eroica resistenza opposta da Otranto ai turchi e dell’estrema testimonianza di fede offerta dagli otrantini nel martirio è un episodio che sembra tracciare storicamente i confini di quel lungo periodo correntemente definito Medioevo, quasi a indicare il termine iniziale e quello finale di un’epoca che “è stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana” (Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Piacenza 1977).

 

Nel 1450 viene celebrato a Roma l’Anno Santo: in contrapposizione ai disordini dell’assemblea di Basilea, all’orgoglio dei docenti universitari e all’avarizia dei politicanti, il popolo cristiano mostrò in occasione di quell’Anno Santo 1450 lo spettacolo di uno straordinario rinnovamento di fede e di pietà. Ma già prima si era sviluppata nella gente umile, in misura sempre maggiore, la pratica delle processioni e soprattutto del culto di Gesù Eucaristia. I pellegrinaggi si erano moltiplicati e i grandi santi che illuminano quegli anni sono, al tempo stesso, causa ed espressione di questa rinnovata religiosità popolare: san Vincenzo Ferreri e san Bernardino da Siena incantano le folle con la loro predicazione, i francescani e i domenicani percorrono senza sosta le strade d’Europa, santa Caterina da Siena scuote i principi e il Papa, san Francesco di Paola ammonisce l’Occidente a non abbandonare la difesa della fede, il beato Alain de la Roche predica e diffonde il santo Rosario, santa Giovanna d’Arco testimonia eroicamente lo spirito di un’epoca.

 

Ma il pericolo maggiore per l’Europa proviene da Oriente. Alla fine del secolo XIII dal mosaico degli emirati islamici era emersa, e si era imposta, la tribù turca degli Ottomani, raccolta da Osman (Otman), la quale, nei primi anni del secolo XIV, inizia quell’espansione nell’Asia Minore che la porterà in breve tempo a elevarsi al rango di temibile potenza. Nel 1451 sale sul trono il giovane sultano Maometto II, di soli ventun anni, esile e pallido, dal naso curvo e dalla barba nera, il cui principale assillo è la conquista di Bisanzio. L’impresa sarà portata a termine il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio condotto da un esercito di 260 mila musulmani contro poco più di 5 mila difensori cristiani asserragliati nella capitale dell’impero. Nell’assedio perde la vita combattendo sugli spalti l’ultimo imperatore d’Oriente, Costantino XI Dragoses.

In tutta la Cristianità, la caduta di Costantinopoli produsse un’immensa emozione. Sfuggito per miracolo alla catastrofe, il cardinale legato Isidoro tornò a Roma e raccontò i fatti orribili di cui era stato testimone. I suoi presagi circa l’avvenire del mondo cristiano erano neri: i Turchi, che niente più ormai poteva fermare, avrebbero continuato la loro avanzata verso l’Ovest: domani sarebbero comparsi in Italia. Le responsabilità dei principi e dei sovrani occidentali per la caduta di Costantinopoli erano notevoli. Già papa Urbano V (1362-70), di fronte al pericolo turco, quasi un secolo prima aveva chiamato la Cristianità alla crociata, ma inutilmente, e altrettanto vani furono gli appelli e le richieste di aiuto fatte dai vari imperatori di Bisanzio. Ad analogo risultato furono destinati, dopo la caduta di Costantinopoli, gli sforzi di papa Callisto III (1455-58), il quale vide la sua vocazione quasi esclusivamente nel salvare il mondo cristiano e la civiltà occidentale dall’inondazione dell’Islam, ma quel entusiasmo che una volta aveva armato tutto l’Occidente per la liberazione del Santo Sepolcro, sembrò spento negli stati d’Europa divisi da intestine discordie.

 

Papa Pio II, successore di Callisto III, convoca nel 1459 a Mantova un congresso al quale invita tutti gli Stati cristiani e nel discorso inaugurale delinea lucidamente le loro colpe di fronte all’avanzata turca, ma benché sia decisa la guerra, questa non segue, tra l’inerzia generale, per l’opposizione di Venezia e per l’indifferenza della Francia e della Germania. A tale indolenza per le sorti della Cristianità contribuisce, e non poco, il diffondersi del paganesimo rinascimentale, e, mentre il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, trasforma la chiesa gotica riminese di San Francesco in un tempio pagano, adornandolo con le statue degli dei dell’Olimpo e con simboli certamente poco cristiani, l’individualismo e l’egoismo sfrenati, risultati ovvii della diffusione del “pensiero moderno”, trasformano l’Italia in un terreno di scontro tra principi, duchi e fazioni. Ciò mentre i musulmani continuano a conquistare terre cristiane, occupando nel 1470 anche l’isola di Negroponte, che apparteneva a Venezia. Una nuova alleanza contro i Turchi, proposta da papa Paolo II (1464-71), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, i quali pensano a tutt’altro, intenti come sono ad approfittare della situazione critica in cui versa la Serenissima, per ingrandirsi a sue spese.

 

Nel 1471 viene eletto il cardinale Francesco della Rovere, che prende il nome di papa Sisto IV. Il suo pontificato, certamente uno dei più agitati della storia della Chiesa, fu segnato dall’omicidio del duca di Milano, Galeazzo Sforza e dai rapporti sempre più tesi con i Medici di Firenze, che culminano in un’alleanza in funzione antiromana stipulata nel 1474 tra Milano, Venezia e Firenze, e nella sanguinosa Congiura dei Pazzi: nel 1478 l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, il nipote di papa Sisto IV Girolamo Riario e altri congiurati attentano alla vita di Lorenzo de’ Medici, il quale però rimane soltanto ferito. Ma l’episodio, per il favore dimostrato dal pontefice, verso i congiurati, provoca una vera e propria guerra tra gli Stati italiani, guerra che vede schierate da un lato le forze papali, insieme a quelle di Ferrante d’Aragona, re di Napoli, dall’altro Firenze, aiutata da Milano, Venezia e dalla Francia.

 

Osserva Ludovico Pastor nella sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo (Desclée, Roma 1911), che “una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizione più favorevole per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della Cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale papa Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della Cristianità”.

LEGGI LA SECONDA PARTE

Musulmani convertiti al cristianesimo chiedono liberta’ religiosa

 indonesia chiesaL’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.

Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1)      che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2)      che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3)      che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.

 

L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.

Potevano convertirsi all’Islam e aver salva la vita, ma hanno scelto Gesu’

copti_libia2Il vescovo di Samalout, dove verra’ costruita una chiesa in onore dei 21 cristiani egiziani uccisi in Libia dall’Isis, racconta la loro storia

 

L’immagine dei 21 cristiani decapitati in Libia dai terroristi dell’Isis, nel febbraio scorso, e’ rimasta impressa nella memoria degli egiziani. Nessuno, in particolare i cristiani del Paese nord-africano, potra’

mai dimenticare quegli uomini in fila, vestiti con tute arancioni, inginocchiati davanti ai loro boia bardati di nero su una riva del mar Mediterraneo.

 

Questi uomini, già riconosciuti martiri dalla Chiesa ortodossa copta, sono molto venerati. Dopo il blocco a causa di alcuni cavilli burocratici, nei giorni scorsi è finalmente iniziata la costruzione di una chiesa che sarà dedicata a loro, nel villaggio di Al-Awar, zona da cui proveniva la maggior parte di quei 21 martiri.

“Siamo molto fieri dei nostri martiri. Sono stati obbligati a genuflettersi davanti ai loro assassini, ma erano loro i più forti”, spiega a Aide à l’Église en détresse (sezione francese di Aiuto alla Chiesa che Soffre) il vescovo di Samalout, mons. Bafnotios. Il quale spiega che “i più deboli erano gli assassini, nonostante le loro armi. Altrimenti, perché si sarebbero coperti il volto? Semplice, perché avevano paura. I nostri figli, invece, sono stati forti e hanno proclamato il nome del Signore fino all’ultimo respiro”.

 

Mons. Bafnotios ribadisce poi che da sempre la Chiesa sa che “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”. Infatti – aggiunge – “da Alessandria ad Assuan, in tutto l’Egitto, la fede dei cristiani si è rafforzata”. Il gesto di coraggio di quei 21 uomini non è passato inosservato nemmeno presso i fedeli all’Islam. “Tanti musulmani ci hanno detto di essersi sentiti fieri di loro. I nostri martiri hanno mostrato che noi egiziani siamo un popolo forte”.

 

Il Vescovo ricorda poi i giorni di attesa, tra il rapimento dei 21 cristiani e la loro esecuzione. “Abbiamo  pregato per 40 o 50 giorni – racconta -. Essi si sarebbero potuti convertire all’Islam, salvando così le proprie vite. Tuttavia hanno scelto Gesù Cristo e accettato la morte”.

 

Uno dei 21 martiri si chiamava Tawadros Youssef Tawadros. Aide à l’Église en détresse ha incontrato due sue figlie, le quali raccontano che l’uomo ha avuto “un sacco di problemi” in Libia “a causa del suo nome cristiano facilmente riconoscibile”. Gli è stato consigliato di cambiare nome, ma Tawadros ha resistito alle pressioni rendendo fiera la sua famiglia e la sua Chiesa. “Noi siamo fiere di nostro padre, non solo per noi, ma anche perché ha fatto onore a tutta la chiesa”, hanno detto le giovani. Resta però il dolore degli orfani, come spiega tra le lacrime un’altra bambina che ha perso il padre in Libia: “Mio papà è in Cielo, ma io sono triste. Perché il Cielo è così lontano”.

Da Zenit.org

Te Deum di Maura: Grazie per tutto quello che ho avuto

Eccoci alla fine di quest’anno che ha ormai le ore contate.

Che dire infondo non e’ stato un cattivo anno. Fra gioie dolori e preoccupazioni qualche cattiva notizia ma comunque nessun lutto ha colpito la mia famiglia. Certo se si guarda appena piu’in la’ del nostro orticello c’è la fame la disperazione la solitudine, la vecchia maledetta guerra che continua ad insanguinare questo povero  mondo in cui l’uomo ,sembra non imparare mai dagli errori precedenti, e la guerra Dio mio e’ il peggior errore che abbiamo fatto  e continuiamo a fare.

Quindi davvero TE DEUM perche’ essere nati da una parte o dall’altra del mondo e trovarsi quindi con la guerra sulla porta di casa e’ davvero solo un caso. Oggi piu’ che mai quando incontri un “povero” per strada ricordati che e’ solo un caso se al posto suo non ci sei tu.

Grazie per tutto quello che ho avuto in quest’anno perche’ e’ piu’ di quello che ho saputo dare. E sicuramente  e’ piu’ di quello che ho meritato.

Lascio la mia casa per la guerra. Non lascio la fede e la speranza.

Siamo una famiglia piccola, due belle figlie: Myriam e Joëlle. Vivevamo in una piccola casa del quartiere di Djabal el Saydeh, la “collina di Notre Dame”. Come molti dei nostri vicini, avevamo sempre sognato di avere questa piccola casa. Eravamo felici, la felicità di vivere in una casa.

Un giorno dell’estate del 2012, ci siamo accorti che della gente stava arrivando nel nostro quartiere. Avevano i volti stanchi. Sconosciuti nel nostro quartiere… Abbiamo subito capito: erano gli sfollati dai quartieri “caldi” della città, che cercavano rifugio. Hanno iniziato a dormire nel parco pubblico e poi, pian piano, si sono trasferiti nei locali delle scuole. C’erano molti bambini. Alcuni hanno trovato il coraggio di bussare alle nostre porte chiedendo una coperta, un pezzo di sapone, o qualcosa che li potesse aiutare a superare i primi giorni lontano da casa. I nostri vicini erano divisi. Alcuni li aiutavano, altri si rifiutavano con scuse diverse: un’altra cultura, un’altra religione… Ma per me e mio marito erano soltanto persone che avevano perso tutto.

Nel mio quartiere, un gruppo di volontari, i “maristi blu”, sono corsi in loro soccorso. Io mi sono unita a loro. Abbiamo cominciato a far giocare i bambini e poi a farli studiare. Un anno intero è passato così, vivendo con loro e condividendo le loro sofferenze e le loro speranze. Un giorno mi sono detta: «Verrà il giorno in cui anche io e la mia famiglia saremo obbligati a lasciare la casa a cui siamo così legati e abbandonare il quartiere dove sono nata».

Sfortunatamente quel giorno non ha tardato ad arrivare. Un giorno ci siamo svegliati con grida strane e sorprendenti. Ho avuto paura. Non riuscivo a capire se quel che sentivo era frutto della mia immaginazione. Ma era la realtà, la realtà che faceva paura, la realtà che uccide. Mia figlia maggiore è andata in panico, l’altra è si è ammutolita. Abbiamo sentito gli uomini armati rompere le vetrine, rubare le auto, minacciare la gente, spartirsi il bottino. «O Signore, che cosa sta succedendo? Vieni a salvarci dalla morte». Abbiamo passato tutta la giornata nella paura e nell’angoscia e quando è scesa la notte, paura e ansia sono aumentate. Nella nostra piccola casa avevamo una statuetta della Madonna, l’ho guardata e le ho detto: «Sono sicura che tu ci proteggerai. Non ne dubito. Nessuno oserà toccarci, perché tu sei con noi». Non so come, ma quella notte abbiamo dormito con molta pace.

All’alba tutta la gente era in strada. Morire o vivere insieme. Addio casa (mio marito, chiudendo a chiave la porta, si è fatto tre volte il segno della croce), addio quartiere, il mio quartiere, i miei vicini, la mia storia, il mio passato. Mi è tornata in mente la scena di Gesù che porta la croce e sua mamma che l’accompagna. Lei era là, lei ci ha aiutati a uscire da quell’inferno.
Il cammino? Un’eternità. Un tempo che non finiva più. Nel mio cuore balbettavo le parole del Salmo 26: «Il Signore è la mia luce e la mia salvezza, di chi avrò timore? Il Signore è la difesa della mia vita, di chi avrò terrore?». E mi sono ricordata anche quelle di San Paolo ai Romani: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?». Lungo il tragitto, gli sfollati che stavano nelle scuole ci supplicavano di aiutarli, ma io stessa, la mia famiglia, i miei vicini, tutti eravamo diventati come loro: sfollati. La strada saliva, la gente si disperdeva. Stavamo andando verso la vita o incontro alla morte?

Ci siamo avvicinati a un quartiere sicuro. C’erano degli amici che ci aspettavano. Poche parole: «Hamdellah al salameh». Grazie a Dio siete sani e salvi. È stato difficile riprendere, ricominciare, accettare di essere sopravvissuti. Una provvisorietà che dura. La realtà è stata dura da accettare. Il nostro quartiere è stato completamente distrutto. Nessuno ci sa dire che cosa ne è delle nostre case. Ma pian piano abbiamo sperimentato la presenza del Signore. Non ci vuole abbandonare. La solidarietà, le iniziative, i Maristi blu, ci sostengono. E la speranza sta rinascendo.

Questo Natale farò l’albero. Sarà il simbolo della vita. Anche se tutte le prospettive sembrano chiuse, nel nostro cuore, Maria ci indica un cammino di speranza. Noi ci risolleveremo per sostenere le tante vittime della guerra. Al di là di tutto, la vita rinasce.
Antonia, Aleppo (Siria)
www.tracce.it

Breve cronologia degli eventi bellici connessi all’espansionismo islamico

632 d. C. ……. Morte di Maometto (8 giugno).

632-34 ………. Conquista araba della Mesopotamia e della Palestina.

635 …………… Conquista araba di Damasco.

638 …………… Conquista araba di Gerusalemme.

642 …………… Conquista araba di Alessandria di Egitto.

647 …………… Conquista araba della Tripolitania.

649 …………… Inizio delle guerre sul mare e conquista di Cipro.

652 …………… Prima spedizione contro la Sicilia.

667 …………… Occupazione araba di Calcedonia (Anatolia).

669 …………… Attacco a Siracusa.

670 …………… Attacco ai berberi e conquista del Màghreb.

674-680 ……… Primo assedio arabo di Costantinopoli.

698 …………… Gli arabi prendono Cartagine ai bizantini.

700 …………… Assalto arabo a Pantelleria.

704 …………… L’emiro Musa proclama la “guerra santa” nel Mediterraneo occidentale; infesta il Tirreno e assale la Sicilia.

710 …………… Attacco arabo a Cagliari.

711 …………… Sbarco arabo nella Spagna meridionale. Inizia la conquista della penisola iberica.

715-717 ………  Secondo assedio arabo di Costantinopoli.

720 …………… Attacco alle coste della Sicilia.

727-731……….  Aggressioni alle coste della Sicilia.

738 …………… Liutprando sconfigge gli arabi ad Arles.

740 …………… Primo sbarco in Sicilia di un esercito saraceno.

753 …………… Ulteriore sbarco in Sicilia.

778 …………… Il giorno 8 settembre, Franchi e Longobardi sconfiggono gli arabi a Sabart, sui Pirenei.

806 …………… I mussulmani occupano Tyana, in Anatolia, e avanzano fino ad Ankara. Ademaro, conte franco di Genova, combatte i saraceni in Corsica.

812-813 ……… I saraceni attaccano Lampedusa, la Sicilia, Ischia, Reggio Calabria, la Sardegna, la Corsica e Nizza.

819 …………… Nuovo attacco alla Sicilia.

827 …………… Il 14 giugno, sbarco in Sicilia di un esercito, per la conquista dell’isola.

829 …………… I saraceni sbarcano a Civitavecchia.

830 …………… I saraceni invadono la campagna romana e saccheggiano le basiliche di San Paolo e di San Pietro.

831 …………… A settembre, Palermo si arrende agli arabi.

838 …………… Attacco saraceno a Marsiglia.

839 …………… Incursioni saracene in Calabria. Sbarco e conquista di Taranto.

840 …………… Scontro navale, davanti a Taranto, tra saraceni e veneziani, che non riescono a fermare l’attacco. Saccheggio di Cherso, del Delta del Po e di Ancona.

841 …………… Gli arabi si spingono nel Quarnaro e distruggono la flotta veneziana all’isola di Sansego.

842 …………… Il 10 agosto Bari viene conquistata. Vengono saccheggiate le coste della Puglia e della Campania.

843 ……………  L’emiro palermitano scaccia i bizantini da Messina.

844 …………… I normanni sbarcano in Spagna e occupano Siviglia.

846 ……………  Spedizioni saracene a Ponza e a Capo Miseno. Il 23 agosto, gli arabi sbarcano alla foce del Tevere, assediano Ostia, saccheggiano nuovamente le basiliche di San Pietro e di San Paolo e l’entroterra fino a Subiaco, assediando poi Roma. Ritiratisi, depredano Terracina, Fondi, e assediano Gaeta.

849 …………… I saraceni saccheggiano Luni e Capo Teulada, in Sardegna.

850 …………… Attacco arabo contro Arles.

852-853 ……… Assalto alle coste calabresi e campane.

856 …………… Incursioni arabe a Isernia, Canosa, Capua e Teano.

859 …………… Gli arabi prendono Enna.

867 ……………  Gli arabi saccheggiano il monastero di San Michele sul Gargano. I saraceni occupano alcune città dalmate e assediano Ragusa. La flotta veneziana, guidata dal doge Orso, li insegue e li sbaraglia davanti a Taranto.

868 …………… Re Ludovico libera Matera, Venosa e parte della Calabria.

869 …………… Bande di saraceni invadono la Camargue.

870 …………… Gli arabi occupano Malta e saccheggiano Ravenna.

879 …………… Gli arabi prendono Taormina.

879 …………… I saraceni saccheggiano Teano, Caserta e la campagna romana.

881 …………… Il Papa scomunica il Vescovo di Napoli per la sua alleanza con i saraceni.

885 …………… I saraceni saccheggiano Montecassino e la Terra di Lavoro.

890 …………… I mori di Spagna attaccano la costa provenzale e stabiliscono una base a Frassineto (La Garde-Freinet).

898 …………… Saccheggio saraceno della Badia di Farfa.

912 …………… Incursione saracena all’Abbazia di Novalesa.

913 …………… Attacco alla Calabria.

914 …………… Gli arabi stabiliscono basi a Trevi e a Sutri.

916 …………… Incursione saracena nella Moriana (Savoia).

922 …………… Incursione e saccheggio di Taranto.

924 …………… Presa di Sant’Agata di Calabria.

925 …………… Incursioni saracene in tutta la Calabria, fino in terra d’Otranto; assedio e massacro di Oria.

929 …………… Saccheggio delle coste calabresi.

930 …………… Paestum viene saccheggiata.

934 …………… Assalto alla costa ligure.

935 …………… Saccheggio di Genova.

936 …………… Fallito attacco saraceno ad Acqui, difesa dal conte Aleramo.

940 …………… Incursione saracena al passo del San Bernardo.

950 …………… L’emiro palermitano assale Reggio e Gerace e assedia Cassano Jonio.

952 …………… Gli arabi, alleati con Napoli, colonizzano la Calabria.

960 …………… San Bernardo da Mentone vince e insegue i saraceni in Val d’Aosta, fino a Vercelli.

965 …………… Gli arabi prendono Rametta, ultima roccaforte siciliana e in seguito sbarcano in Calabria.

969 …………… Saccheggi saraceni nell’Albesano.

977 …………… I saraceni prendono Reggio, Taranto, Otranto e Oria.

978 …………… I saraceni saccheggiano la Calabria.

981 …………… Ancora saccheggi in Calabria.

986 …………… I saraceni saccheggiano Gerace.

987 …………… I saraceni saccheggiano Cassano Jonio.

988 …………… Gli arabi prendono Cosenza e la terra di Bari.

991 …………… Presa di Taranto.

994 …………… Assedio e presa di Matera.

1002 ………….. Incursioni a Benevento e nelle campagne napoletane, assedio di Capua.

1003 ………….. Incursioni nell’entroterra di Taranto. Attacco a Lérins, in Provenza.

1009 ………….. Il califfo Al-Hakim tenta di distruggere il Santo Sepolcro.

1029 ………….. Saccheggio delle coste pugliesi.

1031 ………….. Saccheggio di Cassano Jonio.

1047 ………….. Incursione saracena a Lérins.

1071 ………….. Gli arabi vincono la battaglia di Manazkert e iniziano la conquista dell’Anatolia.

1074 ………….. Sbarco di saraceni tunisini a Nicotera, in Calabria.

1080 ………….. I saraceni, al servizio dei normanni, saccheggiano Roma.

1086 ………….. Gerusalemme cade in mano ai turchi.

1096 ………….. Inizio della Prima crociata, male organizzata e destinata a fallire. Nell’ottobre dello stesso anno verrà  bloccata presso il Bosforo.

1097 ………….. Prende l’avvio la seconda fase della crociata che condurrà alla conquista di Betlemme il 15 luglio 1099.

1122 ………….. Scorreria saracena a Patti e a Siracusa.

1127 ………….. Attacco a Catania e nuovo saccheggio di Siracusa.

1144 …………..  L’atabeg di Mossul Zengi, con un colpo di mano, s’impadronisce di Edessa assumendo nel mondo islamico
ruolo e fama di “difensore della fede”.

1145 ………….. Papa Eugenio III bandisce la seconda crociata. A causa dei contrasti interni si rivelerà inutile.

1187 ………….. Salah-ad-Din riconquista Gerusalemme.

1190 ………….. Papa Clemente III organizza la terza crociata. Riccardo Cuor di Leone sconfigge per due volte Salah-ad-Din ma, sempre a causa dei dissensi interni alla coalizione, non poté liberare Gerusalemme. Concluse però una tregua di tre anni, che prevedeva garanzie per i pellegrini (1192).

1195-1204 …… Si susseguono diversi tentativi pressoché inutili di organizzare una quarta crociata. Anche in questo caso mancherà la necessaria coesione e le lotte interne la renderanno pressoché inutile.

1213 ………….. Papa Innocenzo III tenta di bandire un’altra crociata che però non avrà luogo.

1217-21 ………. Quinta crociata. Nel 1219 le cronache riportano la visita di Francesco d’Assisi al campo crociato. Francesco predirà la sconfitta a causa delle faziosità e delle divisioni interne. La Chiesa non riconoscerà la quinta crociata.

1221 ………….. Fallisce la conquista de Il Cairo e anche la quinta crociata si risolve con un nulla di fatto.

1229 ………….. Federico II accordatosi con il sultano d’Egitto al-Kamil (Trattato di Giaffa) ottiene Gerusalemme, Betlemme, Nazaret e alcune località costiere fra San Giovanni d’Acri e Giaffa e tra Giaffa e Gerusalemme; e conclude anche una tregua decennale.

1244 ………….. I mussulmani riconquistano Gerusalemme.

1245 ………….. Papa Innocenzo IV bandisce la settima crociata.  Luigi IX, re di Francia,  la organizza con le sue sole forze ma non riesce a conquistare  Gerusalemme.  Ulteriori  tentativi  si concluderanno nel  1270  con pochi esiti. Dalla seconda metà del  sec. XIV,  la progressiva  avanzata  dei  turchi ottomani  verso il  cuore  dell’Europa ridiede una certa  attualità alla crociata,  intesa  però in senso  non di guerra santa per la  riaffermazione del cristianesimo in Oriente,  ma di guerra per la difesa dell’Occidente  stesso dall’islamismo sulla via di sempre più ampie conquiste. Le crociate fallirono quanto al loro scopo originario, cioè la liberazione dei Luoghi Santi dai mussulmani.  Restano tuttavia un  fenomeno storico di grande  rilevanza non solo religiosa,  ma politica, economico-sociale,  culturale.  Politicamente,  impegnarono  i  mussulmani  contenendone  e  ritardandone  l’avanzata in Europa, e ciò permise lo sviluppo degli Stati centro-occidentali.

1308 ………….. I turchi prendono Efeso e l’isola di Chio.

1326 ………….. I turchi conquistano Brussa.

1329 ………….. I turchi prendono Nicea (Urchan).

1330 ………….. I turchi sconfiggono i bulgari, a Velbuzhd.

1337 ………….. I turchi conquistano Nicomedia e si installano sul Mar di Marmara.

1356 ………….. I turchi prendono Gallipoli, sul Mar di Marmara.

1371 ………….. I turchi sconfiggono i serbi sulla Martz.

1382 ………….. I turchi occupano Sofia.

1386 ………….. I turchi occupano Nis, in Macedonia.

1423 ………….. I turchi prendono il Peloponneso e la Morea.

1425 ………….. Abbandono dell’isola di Montecristo a causa delle continue incursioni saracene.

1430 ………….. I turchi prendono Tessalonica, la Macedonia, l’Epiro e la città di Giannina.

1453 ………….. Maometto II prende Costantinopoli.

1455 ………….. I turchi prendono Focea, Tasso e Imbro, nell’Egeo.

1458 ………….. Maometto II conquista tutte le terre cristiane in Grecia, tranne le colonie veneziane. Dopo due anni di assedio, cade l’Acropoli di Atene.

1459 ………….. La Serbia diventa provincia ottomana.

1460 ………….. I turchi occupano tutto il Peloponneso.

1461 ………….. Cade anche Trebisonda, ultimo Stato bizantino. I turchi occupano la colonia genovese di Salmastro.

1462 ………….. Maometto II occupa la Valacchia. Prende Mitilene ai genovesi.

1465 ………….. Costantinopoli diventa la capitale dell’impero ottomano. La cattedrale di Santa Sofia viene trasformata in
moschea.

1470 ………….. I turchi occupano la veneziana Negroponte.

1471 ………….. Scorrerie ottomane in Carniola, in Istria, nel Monfalconese e nel Triestino.

1472 ………….. Scorrerie ottomane in Croazia.

1473 ………….. Scorrerie ottomane in Carniola e Carinzia.

1474 ………….. Scorrerie ottomane in Croazia e Slavonia.

1475 ………….. Incursioni turche in Stiria inferiore e Carniola. I turchi prendono Kaffa e tutta la Crimea ai Genovesi.

1476 ………….. Incursioni turche in Carniola, Stiria, e in Istria, fino a Gorizia e Trieste.

1477 ………….. Incursione in Friuli.

1478 ………….. Scorreria in Carniola, Istria e Dalmazia.

1480-81 ……… I turchi conquistano Otranto e ne massacrano la popolazione compiendo un’orribile strage.

1482 ………….. Incursione ottomana in Istria e Carniola.

1483 ………….. Incursione in Carniola. Annessione turca dell’Erzegovina.

1484 ………….. Conquista turca dei porti sulla Moldava.

1493 ………….. Scorrerie in Istria, Carniola e Carinzia.

1498-99 ……… Scorrerie ottomane in Carniola, Istria e Carinzia.

1499 ………….. Grande scorreria turca in Friuli, fino ai confini della Marca Trevigiana.

1511 …………..  I turchi conquistano la Moldavia.

1516 ………….. Saccheggio di Lavinio, sul litorale romano.

1521 ………….. Suleiman II prende Belgrado.

1522 ………….. I turchi prendono Rodi ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che si trasferiscono a Malta, assumendo il nome di “Cavalieri di Malta”.

1526 ………….. Suleiman II sconfigge gli ungheresi a Mohàcs.

1528 ………….. I turchi assoggettano il Montenegro.

1529 ………….. Suleiman II intraprende il primo assedio di Vienna. Occupa la Georgia e l’Armenia.

1531 ………….. Khaireddin saccheggia le coste dell’Andalusia.

1543 ………….. Suleiman II conquista gran parte dell’Ungheria.

1551 ………….. Dragut saccheggia Augusta, in Sicilia.

1554 ………….. Dragut saccheggia Vieste.

1555 ………….. Dragut assale Paola, in Calabria.

1556 ………….. Ivan IV conquista Astrachan.

1558 ………….. Dragut saccheggia Sorrento e Massa Lubrense.

1566 ………….. Una flotta turca entra in Adriatico e bombarda Ortona e Vasto. I turchi prendono Chio ai genovesi.

1571 ………….. Il 6 agosto, i turchi prendono Famagosta, ultimo caposaldo veneziano di Cipro. Il 7 ottobre, la flotta turca,
guidata da Selim II, è sconfitta, a Lepanto, da quella cristiana.

1575-600 …….. I pirati moreschi attaccano sistematicamente le coste della Catalogna, dell’Andalusia, della Linguadoca, della Provenza, della Sicilia e della Sardegna.

1582 ………….. Saccheggio di Villanova-Monteleone in Sardegna.

1587 ………….. Gli arabi attaccano Porto Vecchio, in Corsica.

1588 ………….. Hassan Aghà saccheggia il litorale laziale e Pratica di Mare.

1591 ………….. Il Pascià di Bosnia invade la Croazia austriaca.

1618-72 ……… Gli arabi attaccano sistematicamente le coste siciliane.

1623 ………….. Gli arabi saccheggiano Sperlonga.

1636 ………….. Gli arabi occupano Solanto.

1647 ………….. Gli arabi saccheggiano parte della Costa Azzurra.

1672 ………….. I turchi attaccano la Polonia e conquistano la fortezza di Kamenez. Con il Trattato di Bucracz ottengono la Podolia.

1680 ………….. I turchi saccheggiano Trani e Lecce.

1683 ………….. I turchi assediano Vienna dal 14 luglio. L’imperatore Leopoldo I si allea con Giovanni Sobieski, re di Polonia. Vienna è liberata dall’esercito austro-polacco del duca Carlo Leopoldo V di Lorena, con la battaglia di Kalhenberg, del 12 settembre.

1703 ………….. Ahmed III fa guerra a Pietro I e lo sconfigge sul Prut.

1708 ………….. Algeri riprende Orano agli spagnoli.

1714 ………….. I turchi saccheggiano la zona di Lecce.

1727 ………….. I mussulmani saccheggiano San Felice al Circeo.

1741 ………….. I Bey di Tunisi cacciano i genovesi dall’isola di Tabarca.

1754 ………….. Saccheggio arabo di Montalto di Castro.

1780 ………….. I mussulmani saccheggiano Castro, in Puglia.

1799 ………….. Dopo la partenza di Napoleone, i turchi riprendono l’Egitto.

1915-16 ……… Genocidio degli armeni da parte dei turchi.

1920-22 ……… I turchi respingono il Trattato di Sèvres e cacciano i greci dall’Anatolia.

1923 ………….. Con la Pace di Losanna, la Turchia si riprende la costa dell’Anatolia. È una vera pulizia etnica con la deportazione di intere popolazioni.

1928 ………….. Hassan al-Banna fonda l’Associazione dei “Fratelli mussulmani”.

1944 ………….. Fondazione della “Lega degli Stati arabi” (Lega Araba dal 1945).

1948 ………….. Proclamazione dello Stato di Israele.

1965 ………….. Inizio di forti migrazioni maghrebine e turche nell’Europa occidentale.

1968 ………….. Inizio del terrorismo di Al Fatah.

1974 ………….. I turchi occupano la parte settentrionale di Cipro. Massacri effettuati dai Palestinesi in Alta Galilea.

1975 ………….. Inizio dello sterminio dei cristiani maroniti del Libano.

1979 ………….. Rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini, in Iran. Per anni rimase esiliato e al sicuro in Francia.

1980 ………….. Aumento degli attentati islamici nel mondo. Primi disordini nei quartieri islamici in Europa.

1981 ………….. Un terrorista turco attenta alla vita di papa Giovanni Paolo II (13 maggio).

1990 ………….. Occupazione siriana del Libano. Il generale Michel Aoun si oppone tenacemente all’inglobamento del Libano nella “grande Siria”. La debole politica dell’occidente lo porterà a cedere.

1991 ………….. Inizio delle guerre nel Caucaso. Rivolte in Cecenia.

1991 ………….. Inizio degli sbarchi clandestini di massa in Italia.

1992 ………….. Formazione di uno stato islamico in Bosnia.

1993 ………….. Primo attentato al “World Trade Center” di New York.

1996 ………….. Numerosi attentati di Hamas, in Israele. Attentati anti-americani, in Arabia Saudita. I talebani prendono il potere in Afghanistan grazie all’appoggio politico-militare americano.

1998 ………….. Rivolta anti-serba nel Kosovo. La Serbia verrà successivamente attaccata dalla coalizione occidentale, soprattutto dietro pressione degli USA. Si delinea più che mai l’assenza di una vera politica europea.

2001 ………….. L’undici settembre il “World Trade Center” di New York viene completamente distrutto da una serie di attentati.

Il ringraziamento dei cristiani di Aleppo fuggiti in Libano.

Il ringraziamento dei cristiani di Aleppo fuggiti in Libano.
Dobbiamo continuare ad aiutarli!

“Vorrei estendere il mio sincero ringraziamento a voi per l’aiuto ai vostri fratelli di rifugiati siriani in Libano, in particolare a noi che viviamo lontani dalle nostre case e viviamo in effetti un momento difficile e doloroso, e chiedo a Dio di darvi aiuto e cosa volete tutto l’ anno, e felicità”
George (siriano in Libano)

5-10-20-50 euro per i rifugiati cristiani siriani in Libano..
 

Per sostenere i  progetti a favore dei cristiani perseguitati:

AMICI DI LAZZARO
IT 98 P 07601 01000 0000 27608157
(Bic / swift BPPIITRRXXX)

causale “Siria 2017”

un aiuto per i bambini ucraini

amici di lazzaro ucrainaOgni tanto vedendo in televisione le immagini provenienti dall’Ucraina ci si chiede come aiutare, soprattutto pensando ai bambini che vivono in situazioni così difficili.
Alla nostra preghiera mensile venuto a trovarci don Lucas Walawski, che è parroco in Ucraina  a Skole nella provincia di Lviv.
Nelle prossime settimane accoglierà bambini provenienti dal confine con la Russia, zona in piena guerra.
Si tratta di un un semplice campo estivo in cui darà loro modo di vivere qualche settimana lontani da spari, bombe e brutte notizie…
Il nostro amico Danilo andrà a dare una mano e sarebbe bello potergli dare qualche aiuto economico per dare a quei bambini una accoglienza ancora migliore.
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L’intervento di padre Pfeiffer per fermare la razzia degli ebrei nel ghetto di Roma

ebrei-pfeifferQuando il 16 ottobre del 1943 la brigata delle SS naziste, comandata da Theodor Dannecker specializzata negli arresti degli ebrei, fece razzia nel Ghetto di Roma, fu padre Pancrazio Pfeiffer a convincere il generale Rainer Stahel, a telefonare a Himmler per fermare la deportazione.

E’ quanto ha raccontato il 12 maggio, a Roma, padre Peter Gumpel S.J. durante il convegno per la commemorazione del 60° anniversario della morte di padre Pancrazio Pfeiffer, Superiore generale dei Salvatoriani.

In una intervista concessa a ZENIT, padre Gumpel ha precisato che “il Pontefice Pio XII, indignato per quanto stava accadendo, prima fece convocare con urgenza l’ambasciatore tedesco Ernst Von Weizsäcker per levare formale protesta contro l’arresto degli ebrei, e poi mobilitò i suoi emissari, monsignor Alois Hudal e padre Pancrazio Pfeiffer affinché intervenissero sugli ufficiali tedeschi per impedire la razzia”.

Pio XII diede una sua lettera di protesta ad Alois Hudal, rettore della Chiesa di S. Maria dell’Anima, che venne ufficialmente trasmessa a Berlino da Gerhard Gumpert, allora capo dei funzionari dell’ambasciata di Germania presso il governo dei neofascisti rimasti a Roma. Questa lettera non ebbe però nessun esito.

Ebbe successo invece l’intervento di padre Pancrazio Pfeiffer, il quale parlò con il generale Rainer Stahel, comandante militare di Roma, notoriamente contrario a quanto le SS e la Gestapo stavano facendo.

Padre Gumpel ha poi precisato che “Stahel inviò una dura protesta al capo delle SS Heinrich Himmler, esigendo che la persecuzione degli ebrei cessasse immediatamente. E spiegò questa sua richiesta con argomentazioni di tipo strettamente militari, ben sapendo che le argomentazioni umanitarie erano inutili”.

“Fece quindi presente ad Himmler che, essendo in buona parte responsabile dell’approvvigionamento delle divisioni tedesche impegnate in duri combattimenti a sud di Roma, aveva un compito reso già molto difficile dalla supremazia aerea degli Alleati e dai partigiani”, ha aggiunto.

“Se a questi fatti si fosse aggiunto un sollevamento della popolazione romana in seguito alla razzia degli ebrei, il rifornimento delle suddette divisioni sarebbe divenuto impossibile – ha raccontato lo storico gesuita –. Questo messaggio spaventò Himmler che ordinò la cessazione dell’operazione”.

L’esito del rastrellamento degli ebrei romani non fu considerato soddisfacente dai gerarchi nazisti. Nel suo complesso l’operazione fu giudicata come uno degli insuccessi più notevoli, tanto che alla fine della guerra Dieter Wisliceny, luogotenente di Eichmann, fu costretto ad affermare che : “Condizioni particolarmente speciali permisero agli ebrei di Roma di porsi tempestivamente in salvo”.

Stahel pagò di persona per questo intervento. Due settimane dopo fu deposto dal suo incarico a Roma e per punizione fu inviato in Russia da dove non tornerà mai più. La motivazione della sua rimozione fu che “era troppo mite con gli italiani” e “troppo amichevole con il Vaticano” .

Attraverso padre Pfeiffer, Pio XII intervenne ancora nel tentativo di salvare anche coloro che erano già stati presi dai nazisti.

La mattina del 17 ottobre il comandante delle SS Dannecker ordinò ai suoi uomini di radunarsi nel Collegio Militare Italiano, in via della Lungara, dove erano state ammassate le 1259 persone rastrellate il giorno prima.

Chiamò Arminio Wachsberger, un fiumano che fungeva da interprete, e gli fece tradurre un ordine inaspettato e inconsueto: “Coloro che non sono ebrei si mettano da una parte e dì loro che se trovo un ebreo che abbia osato dichiarare di non esserlo, appena la bugia sarà scoperta, quello sarà fucilato immediatamente; e dì anche che noi tedeschi non parliamo a vanvera!”.

Molta gente si fece avanti, dopo aver esaminato i documenti Dannecker ed i suoi assistenti liberarono 259 persone ai quali dissero che potevano ritornarsene tranquillamente a casa.

Nonostante le minacce, fra coloro che furono liberati poterono tuttavia intrufolarsi diversi ebrei. Tra questi sicuramente padre, madre e figlio della famiglia Dureghello, Angelo Dina, Enrico Mariani, Bianca e Piera Ravenna Levi.

Diversi indizi indicano nel padre Pancrazio Pfeiffer l’uomo che intervenne direttamente per conto della Santa Sede nel chiedere la liberazione delle persone di servizio nelle famiglie ebree, dei coniugi e figli di matrimoni misti.

Alla fine della Guerra, padre Pancrazio distrusse i verbali dei suoi incontri con Pio XII e con la Segreteria di Stato. Sono comunque scampati alla distruzione dei foglietti, su due dei quali è scritto “Emilio Segrè – Collegio Militare, la liberazione è chiesta da Mons. Traglia vice gerente di Roma” e su un altro foglietto: «Hauptsturmbannführer Dannecker, Collegio Militare».
ZI05051208

La Tregua di Natale

una storia vera sul Dio della pace
La notte di Natale 1914, nelle trincee del fronte occidentale (Francia e Belgio) ci fu una tregua. Si trattò di una eccezionale circostanza dettata dalla spontaneità di un sentimento di fratellanza universale, più forte persino del rombo dei cannoni

Una preziosa testimonianza di un soldato inglese che ebbe modo di assistere di persona a questo evento.

“Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! “Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare.
Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle.
E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi…» «Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango. E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi.” “Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni.
Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti. Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango.” “Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria.

Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo.” soldati che fraternizzano fuori dalle trincee “Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: ?Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia». «Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. Che cos’è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: ‘alberi di Natale!’. Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini.” “E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: ‘ stille nacht, heilige nacht…’. Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: ‘notte silente, notte santa’.

 

Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa. Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: ‘the first nowell (1) the angel did say…’. Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccato un’altra: ‘o tannenbaum, o tannenbaum…’. A cui noi abbiamo risposto: ‘o come all ye faithful…’. (2) E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: ‘adeste fideles…’». «Inglesi e tedeschi che s’intonano in coro attraverso la terra di nessuno!” “Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più. ‘Inglesi, uscite fuori!’, li abbiamo sentiti gridare, ‘voi non spara, noi non spara!’.
Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: ‘venite fuori voi!’.

 

 

Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto.” “Uno di loro ha detto: ‘Manda ufficiale per parlamentare’. Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato ‘non sparate!’. Poi s’è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca!” “Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi.
Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzate poche ore prima». «Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai. ‘Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra’, ha risposto. ‘Prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil.” “Forse ho servito alla tua tavola!’ ‘Forse!’, ho risposto ridendo. Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: ‘non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla’. Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io ho promesso. Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station.
Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturame di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa.” “Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta.
Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. ‘Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri’». «E’ chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i ‘barbari selvaggi’ di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – ‘Auld Lang Syne’. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.
E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito.” “Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo.” “Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?. Il tuo caro fratello Tom.””

Questa guerra che tutti temiamo (Lettera di Madre Teresa a Bush e Saddam)

madreteresa guerra«QUESTA GUERRA CHE TUTTI TEMIAMO.»

Nel 2001, in un clima di paura simile a quello che stiamo vivendo, Madre Teresa scrisse una lettera. Nessuno rispose. La lettera è rimasta purtroppo attuale, in un mondo che è percorso ora venti di guerra Ma siamo condannati alla speranza…

Cari presidente Bush e presidente Saddam Hussein, mi rivolgo a voi con le lacrime agli occhi e l’amore di Dio nel cuore per supplicarvi a nome dei poveri e di coloro che diventeranno tali se scoppierà la guerra a cui tutti guardiamo con paura e orrore. Vi supplico con tutto il cuore di prodigarvi per la pace di Dio e per la vostra riconciliazione. Tutti e due avete le vostre ragioni da far valere e il vostro popolo a cui badare, ma vi prego prima di prestare ascolto a Colui che venne al mondo per insegnarci la pace. Voi avete il potere e la forza di distruggere la presenza di Dio e la sua immagine. I suoi uomini, le sue donne, i suoi bambini. Vi prego, ascoltate la volontà di Dio.

Ci ha creati perché ci amassimo attraverso di Lui e non perché ci distruggessimo con l’odio. È probabile che a breve termine ci saranno vincitori e vinti in questa guerra a cui tutti guardiamo con timore, ma nulla può, né potrà mai, giustificare le sofferenze, il dolore e le perdite causate dalle vostre armi. Mi rivolgo a voi nel nome di Dio, quel Dio che tutti amiamo e che è uno solo, per supplicarvi di risparmiare gli innocenti, i nostri poveri e quelli che diventeranno tali a causa della guerra. Molti soffriranno in particolar modo perché privi di vie di scampo. Vi prego in ginocchio per loro. Soffriranno, e quando questo avverrà, sarà nostra la colpa per non avere fatto tutto ciò che era in nostro potere per proteggerli e amarli.

Vi supplico per coloro che resteranno orfani, vedovi e soli perché i loro genitori, i loro sposi, i loro fratelli e bambini saranno stati uccisi. Vi prego salvateli. Vi supplico per coloro che resteranno invalidi e sfigurati. Sono figli di Dio. Vi supplico per coloro che rimarranno senza casa, senza cibo e senza amore. Vi prego, pensate a loro come ai vostri figli. In ultimo, vi supplico per coloro a cui verrà tolto il dono più prezioso di Dio, la vita. Vi imploro di salvare i nostri fratelli e le nostre sorelle, che ci sono stati dati da Dio perché li amassimo e ne avessimo cura. Non è per distruggerli che ci sono stati dati. Vi imploro, vi imploro, fate che la vostra mente e la vostra volontà divengano la mente e la volontà del Signore. Voi avete il potere di portare nel mondo la guerra o di costruire la pace. Vi prego di scegliere la via della pace. Io, le mie sorelle e i nostri poveri preghiamo per voi. Il mondo intero prega perché apriate i vostri cuori all’amore di Dio. Potete vincere la guerra, ma quale ne sarebbe il costo in termini di vite umane, devastate, mutilate e annientate? Faccio appello a voi, al vostro amore, al vostro amore per Dio e per il prossimo. Nel nome di Dio e nel nome di coloro che renderete poveri, non distruggete la vita e la pace. Fate invece che l’amore e la pace trionfino e che i vostri nomi vengano ricordati per il bene che avrete fatto, per la gioia che avrete donato e l’amore che avrete condiviso. Pregate per me e per le mie sorelle perché possiamo servire e amare i poveri che appartengono a Dio e da Lui sono amati, così come noi e i nostri poveri preghiamo per voi. Preghiamo affinché amiate e proteggiate ciò che Dio vi ha affidato con tanta fiducia. Possa Dio benedirvi ora e sempre.
Madre Teresa, missionaria della carità.

Terrorismo islamico e martirio cristiano

cristiani-1_jpgForse non e’ questo il momento più felice per una riflessione pacata su cio’ che sembra avvicinare, a uno sguardo superficiale, gli uomini bomba islamici ai martiri cristiani. E tuttavia ci si sta abituando al fenomeno che si moltiplica di persone che si offrono come ordigni di guerra per far massacro di comandanti nemici o di innocenti, lasciandosi trucidare con loro, pur di recare panico in campo avverso mediante un terrorismo incontrollabile.

Cinquemila kamikaze sono pronti a dare la vita? E non è raro il caso di sentirli chiamare eroi e perfino martiri per la gloria della loro nazione, della loro etnia o altro.Basti qualche osservazione, in proposito, per controllare le idee e per cercare di capire una mentalità, se non una religione quale l’Islam. Si dica chiaro, come primo rilievo, che ci si trova di fronte a suicidi consapevoli e deliberati. Anzi a suicidi accolti, desiderati e attivamente affrontati. Il martirio come fenomeno cristiano, all’opposto, è qualcosa di subito: liberamente accolto ma non provocato o cercato. In nome di una fede che non è semplicemente una infilata di affermazioni dogmatiche, ma è la verità di un uomo-Dio che per primo si è lasciato mettere in croce per amore, ed è risorto.

Non a caso il martirio è visto dai credenti quelli che ne hanno ancora il ricordo – come una nascita a una vita nuova e un’incontro con Cristo Glorioso. Al punto che la Chiesa si rifiuta di considerare e di venerare come martiri coloro che il martirio se lo sono voluto. Il cupio dissolvi – il desiderio di morire – non è sentimento cristiano quando non si declina come aspirazione a essere con il Signore e non si attende la morte con pazienza. Alla fine, poi, l’uccidere o l’esporsi all’uccisione per il cristianesimo è sempre somaticidio, non annientamento. E si aggiunga pure che anche per i musulmani c’è l’attesa del paradiso con le hurì date in sovrappiù. Ma è altra cosa.Ancora. Il martire cristiano non si pone in atteggiamento aggressivo per sterminare che gli sta di fronte. Immola se stesso per coerenza e per la volontà di concludere l’esistenza nella beatitudine eterna, ma si rifiuta di fare il male allo stesso persecutore.

Di sovente per il persecutore addirittura egli prega perchè Dio lo perdoni dal momento che forse ignora ciò che fa. Non così i kamikaze dell’Islam – o di un certo Islam – i quali sono addestrati e si preparano a morire proprio per ammazzare. E per ammazzare poco o tanto a tradimento. senza l’onore pur discutibile di un duello o di una battaglia con due fronti contrapposti e precisati.Una terza osservazione tocca forse l’aspetto più odioso della questione. Almeno in certe frange musulmane – l’Islam non è una realtà unitaria e omogenea – i kamikaze motivano la propria scelta tragica a partire con una religione fatta coincidere con una cultura, un popolo, una potenza terrena. Trucidano e vanno in pezzi per una bomba che si portano addosso e fanno esplodere in nome di Dio. Orrendo.

Non nominare il nome di Dio invano vale anche per i suicidi-omicidi di guerra. Di cui non si può giudicare la coscienza, ma annotare l’oggettiva barbarie, sì. Non ci può mai essere guerra santa. Il cristianesimo l’ha imparato da tempo. E domanda di perdonare perfino ai nemici. Non di regalargli la vittoria.
+ Mons. Alessandro Maggiolini Vescovo di Como

I problemi dell’islam con i diritti umani e la liberta’

san-francesco-13Quello attuale rappresenta certamente uno dei periodi piu’ drammatici della storia degli ultimi anni, non soltanto a causa della grave crisi economica, spirituale e morale che e’ sotto gli occhi di tutti, ma anche della situazione delicata nei rapporti con l’Islam, acuita dai violenti attacchi terroristici attuati dai jihadisti, i quali stanno seminando terrore e sgomento in tutto il mondo e, di recente, anche in Europa.

Nell’analizzare questa problematica, desidero innanzitutto partire dal celebre discorso pronunciato da Papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel settembre 2006, che rappresenta certamente una pietra miliare del Magistero della Chiesa Cattolica non solo nel giusto rapporto tra fede e ragione, ma anche con la religione musulmana, esaminando accuratamente il pensiero del dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo. Riporto testualmente un passaggio molto significativo della lectio magistralis del Sommo Pontefice.

“Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli redicava”.

L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”

Com’è noto, queste eloquenti affermazioni di Papa Benedetto XIV suscitarono all’epoca grandi critiche sia nel mondo cattolico progressista che in quello musulmano. Tuttavia, a distanza di quasi dieci anni, sono di dirompente attualità, com’è stato anche confermato di recente su Asia News da Padre Samir Khalil Samir, gesuita arabo, docente di storia araba e di islamologia all’Università di Beirut.

“L’islam dovrebbe affrontare a fondo le tematiche della modernità: l’interpretazione di fondo del Corano, la non violenza, la libertà di coscienza, ma nessuno osa farlo. Una prima cosa che varrebbe la pena accettare da parte di tutti è il principio della non violenza. Tutti i musulmani affermano che “l’Islam è pace”, che non è violento, ecc… ma allora perché alle «scurrili» vignette di Charlie Hebdo si risponde «con la violenza? Perché a uno scritto non rispondere con uno scritto? Finché l’islam, invece di battersi contro gli altri – apostati, cristiani, occidente, atei – non farà un’autocritica e riconoscerà che il problema è al suo interno, non se ne verrà fuori e i Paesi islamici saranno sempre più caratterizzati dalla guerra fra di loro. Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate, fate l’autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del profeta. Anche nella Bibbia vi sono versetti che inneggiano alla guerra. Ma tutti noi comprendiamo che occorre reinterpretarle e non prenderle alla lettera».

In questo scenario caratterizzato da atti di inaudita violenza, ritornano purtroppo alla mente le parole profetiche pronunciate  dalla giornalista Oriana Fallaci, scomparsa nel 2006, all’indomani dell’attentato alle torri gemelle a New York, verificatosi l’11 settembre 2001.

“Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli”.

Parole molto forti, pronunciate da una giornalista intellettualmente onesta, la quale aveva focalizzato molto bene il nocciolo del problema, ossia la crisi morale e spirituale diffusasi in tutta l’Europa, avvolta da un relativismo e da un nichilismo molto profondi, di chiaro stampo massonico-mondialista, che hanno soppiantato i valori cristiani, che avevano consentito nei secoli passati la formazione dell’identità europea, com’è stato anche evidenziato di recente su Tempi da Camille Paglia, intellettuale di sinistra e femminista attiva, dichiaratamente atea.

“Sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata una atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche della grandi religioni? Siamo in un periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che valorizzava il martirio. L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi?»

A questa giusta domanda, che interroga tutte le nostre coscienze, desidero rispondere con le illuminanti parole pronunciate da Papa Benedetto XVI lo scorso 21 ottobre presso la Pontificia Università Urbaniana, in occasione della dedica della propria aula magna al Pontefice tedesco e dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo.

“Oggi in molti, in effetti, sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà; che “religione” sia il genere comune, che assume forme differenti a secondo delle differenti culture, ma esprime comunque una medesima realtà. La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi. Si presuppone che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli. Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino».

Parole che si ricollegano idealmente a quelle pronunciate dal grande San Francesco d’Assisi nella Legenda Maior di San Bonaventura al Soldano di Babilonia, racconto straordinario pubblicato sul Timone.

“Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15). Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida). E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42). Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango. Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani”.

Occorre pertanto riscoprire la nostra identità cattolica, partendo naturalmente dalla bellezza e dal fascino irresistibile della Parola di Dio e anche dal coraggio della testimonianza, come fece l’umile frate d’Assisi, con l’intento di portare al mondo intero la salvezza di Nostro Signore  Gesu’ Cristo, che è Via, Verità e Vita per ogni uomo.

 

da: http://www.ilgiudiziocattolico.com

L’ostinata felicità di Anna Frank

anna-franck170 anni fa, verso la meta’ del marzo 1945, non si conosce con precisione il giorno, moriva di tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen una ragazza ebrea di 16 anni, Anna Frank. Il giorno prima era morta, sempre di tifo, sua sorella Margot. Erano state contagiate da un’epidemia di questa malattia che aveva colpito i deportati di uno dei settori peggiori del campo.

“Erano estremamente deboli”, ha ricordato una compagna di prigionia, “avevano un aspetto tremendo. Litigavano a causa della malattia. Si trovavano nel posto peggiore della costruzione, sotto, vicino alla porta. Anna era davanti a me, avvolta in una coperta, e non aveva più lacrime. Raccontava che i parassiti che aveva negli abiti le provocavano brividi, per questo si era tolta gli indumenti. Ho messo insieme quello che potevo per darglielo, per farla rivestire. Neanche noi avevamo cibo, ma ho cercato di darle un po’ della nostra razione di pane”. Poche settimane dopo la morte delle due sorelle, gli inglesi hanno liberato il campo di Bergen-Belsen.

Anna Frank è una delle tantissime persone assassinate dall’odio nazista. È famosa soprattutto per il suo diario, scritto durante il lungo periodo trascorso nascosta in un alloggio segreto insieme ad altre sette persone. Lì è stato trovato il diario, consegnato dopo la guerra a suo padre, l’unico sopravvissuto della famiglia. È stato pubblicato ad Amsterdam nel 1947, e ha riscosso un successo enorme.

Nelle sue pagine appaiono due mondi sovrapposti, il primo dei quali è quello esterno, soggiogato da una furia malvagia. “Negli uomini – annota Anna – c’è un impulso distruttivo al massacro, all’omicidio, alla furia, e finché tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subito una metamorfosi prevarrà la guerra: tutto ciò che è stato ricostruito o coltivato sarà distrutto e nuovamente rovinato, e si dovrà ricominciare daccapo”.

L’altro mondo è quello interiore, quello di un’adolescente che resta tale malgrado ciò che accade intorno a lei, a volte derisa per la sua “strana e ingiustificata allegria” o per le sue crisi di identità. “Percepisco ogni cosa in modo diverso da come la esprimo, per questo dicono che sono pettegola, pedante, lettrice di romanzetti rosa, che muore dietro i ragazzi. L’Anna allegra ride di questo, risponde in modo insolente, indifferente si stringe nelle spalle, fa come se non le importasse nulla ma, ahimé, l’Anna tranquilla reagisce esattamente al contrario. Se devo essere sincera, devo confessare che tutto questo mi dispiace molto, che faccio grandi sforzi per essere diversa, ma mi trovo sempre a combattere con un nemico più forte di me”.

Questa ragazzina credeva nella felicità, anche se a quei tempi sembrava un’assurdità: “Vedo il mondo trasformarsi lentamente in un deserto, sento sempre più forte la vicinanza del fragore che ucciderà anche noi, partecipo al dolore di milioni di uomini. Quando guardo il cielo, però, penso che tutto questo cambierà e che tutto tornerà ad essere buono, che perfino questi giorni spietati finiranno e che il mondo conoscerà di nuovo l’ordine, il riposo e la pace. Chi è felice farà felici anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai vinto dalle avversità!”.

Anna desidera perdonare Hitler e i suoi complici criminali. Nell’ebraismo il perdono è essenziale per la sopravvivenza del mondo ed è inseparabilmente collegato alla giustizia. Il perdono è concepito come un processo, definito teshuvà, ovvero “recupero del giusto cammino”. Chi ha offeso deve prendere nota del fatto che l’azione che ha commesso è scorretta, deve confessarla in quanto tale a se stesso nel suo foro interno davanti a Dio, impegnandosi a non ripeterla più, per poi chiedere perdono a chi è stato offeso e riparare attivamente al male compiuto. A sua volta, l’offeso deve riconoscere il perdono richiesto, anche se può rifiutarlo fino a due volte, ma di fronte a una terza richiesta deve cedere. Se non viene perdonato, l’offensore non è più obbligato a scusarsi. In base a questa prospettiva, il perdono è personale, non può essere delegato ad altri: ciascuno può perdonare il male che ha subito a chi glielo ha procurato direttamente. Una persona individualmente non può perdonare il male procurato a una collettività.

Nel suo mondo adolescenziale, Anna Frank continua ad essere un appello contro la malvagità che si presenta ancora nella storia, ma il suo messaggio è anche un invito alla libertà interiore, a mantenere un ottimismo giovanile e ostinato, ad affrontare il mondo degli adulti con ferma decisione: “Anche se ho solo 14 anni, so perfettamente ciò che voglio, so chi ha ragione e chi non ce l’ha, ho la mia opinione, il mio modo di vedere le cose e i miei principi”.

da: www.aleteia.org

Guerra senza fine: breve storia delle conquiste musulmane parte III

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La fine dell’inizio

Nel Giorno dell’Ortodossia, il 13 Marzo 1071, l’imperatore bizantino Romano IV condusse uno dei più grandi eserciti che Bisanzio avesse messo in campo nei secoli fuori da Costantinopoli. L’obbiettivo di Romano era porre termine ai continui attacchi turchi che stavano lentamente logorando le difese delle roccaforti dell’impero bizantino ed uno dei più antichi e ricchi centri della vita cristiana: l’Anatolia. Sebbene noi oggi conosciamo questa regione con il nome di Turchia, nell’ 11° secolo l’Anatolia era un territorio completamente cristiano.Il triste destino della campagna di Romano determinò le sorti dell’Anatolia.

Fin dall’antichità, la posizione dell’Anatolia, crocevia fra Europa ed Asia, aveva reso tale regione una delle zone più ricche e urbanizzate del mondo mediterraneo. Era una regione diversificata, che comprendeva molte grandi comunità greche, oltre che armene, ebraiche e di popolazioni della Frigia e della Cappadocia. In questo miscuglio di popoli – che includeva Tarso, la città di S. Paolo – il cristianesimo si diffuse rapidamente.

I nomi di molte città di questa regione, per non parlare delle loro storie, sono particolarmente familiari a coloro che hanno dimestichezza con il libro dell’Apocalisse: Efeso, Smirne, Pergamo,Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea. Sembra che l’invito alla penitenza contenuto nelle visioni di S.
Giovanni si rivelò efficace all’inizio del secondo secolo, perché queste ed altre chiese sperimentarono un intenso e vibrante cristianesimo e realizzarono fruttuosi sforzi missionari. In Anatolia il passaggio dal paganesimo al cristianesimo fu più mite che in qualsiasi altro luogo del mondo romano. Le ricche e profonde radici cristiane della regione la raccomandarono a Costantino come luogo per stabilire Costantinopoli e rifondare l’impero romano ad oriente. Nel 10° e 11° secolo, l’Anatolia era abitata da 8 a 10 milioni di persone, incluse molte decine di migliaia di rifugiati – la maggior parte cristiani, ma anche alcuni musulmani – dal Dar al-Islam.

Per ironia della sorte, le popolazioni che conquistarono questa regione in nome dell’islam, i Turchi Seljuq, giunsero alla loro fede pacificamente, sebbene non avessero sperimentato l’elevata cultura millenaria che li separava dai popoli dell’Anatolia. La conversione delle nomadi e guerriere popolazioni turche nell’Asia centrale iniziò nell’ 8° e nel 9° secolo; iniziarono a migrare nel Medio Oriente nel 10° e 11° secolo. Furono queste popolazioni che annientarono il potere militare bizantino nel 1071 e in tal modo provocarono le crociate. Alla fine, guidate dagli Ottomani, le popolazioni turche completarono la conquista di Costantinopoli e crearono un impero e un califfato sulle rovine di Bisanzio che durò fino al 1924. I Seljuq e gli Ottomani portarono i vessilli dell’Islam all’interno della cristianità più di quanto avevano fatto altri precedentemente.

I Turchi, come i primi musulmani arabi, combinarono la devozione dei ferventi convertiti con la determinazione a muovere guerra per il Profeta e il profitto. Convertiti dai missionari Sunni, questi immigranti turchi furono sconvolti dal potere (e tentati dalla ricchezza) degli eterodossi Shia che dominavano su gran parte della vita politica del Medio Oriente all’epoca. Agli occhi dei membri delle tribù turche, fra le molte colpe della contemporanea società islamica c’era la sua relativamente grande tolleranza verso i cristiani e gli ebrei che vivevano fra i musulmani o venivano come pellegrini nei luoghi santi – oltre che una debole attuazione della jihad contro i Bizantini.

I Turchi cercarono di eliminare questa decadenza in tre modi:

1. Combattendo gli eterodossi Shia dentro il Dar al-Islam

2. Intensificando la persecuzione dei cristiani, specialmente dei pellegrini che venivano nei luoghi santi del Dar al-Islam

3. Lanciando una potente jihad contro Bisanzio

E’ una testimonianza della prodezza marziale dei Turchi – e dei costanti spargimenti di sangue ai quali sia i musulmani che i nemici cristiani di Bisanzio avevano assoggettato l’impero – il fatto che essi perseguirono e raggiunsero questi obbiettivi quasi simultaneamente.

Le discipline della vita nomade, con l’importanza attribuita all’equitazione e al tiro con l’arco, resero i Turchi imbattibili negli agguati e nella guerra. Gli attacchi dei Seljuq in Armenia, che cominciarono intorno al 1020, devastarono il paese e indussero alcuni principi e sacerdoti armeni a pensare che la fine del mondo fosse vicina. Tali attacchi erano particolarmente difficili da contrastare poiché erano costanti e mirati. Le guarnigioni turche spesso operavano indipendentemente. Anche i trattati che i Bizantini negoziavano con i principi turchi o il califfo non potevano frenare gli aggressori che si consideravano dei ghazis e che spesso avevano l’approvazione verbale dei loro superiori per realizzare i loro assalti.

Questi attacchi mirati rendevano schiavi ogni anno migliaia di prigionieri cristiani, danneggiavano il commercio e l’agricoltura lungo i confini e logoravano le difese armene e bizantine; ma il peggio doveva ancora venire.
Alp Arslan (“Il Leone Valoroso”), il principe turco che unificò i Seljuq nel
1063 e che infine avrebbe vinto la grande vittoria di Manzikert, attuò attacchi di una tale brutalità e ampiezza che i cronisti cristiani lo chiamavano il “bevitore di sangue” e lo consideravano come una delle forze dell’Anticristo.

S’impegnò molto per guadagnarsi questa reputazione. Matteo di Edessa, uno storico armeno, descrive il sacco di Ani, capitale dell’Armenia nel 1064, ad opera di Alp Arslan (che le cronache Seljuq descrivono come “una grande e prospera città con 500 chiese”):

L’esercito penetrò nella città, massacrò i suoi abitanti, la saccheggiò e l’incendiò lasciandola in rovine, facendo prigionieri tutti quelli che erano sfuggiti al massacro e ne prese possesso. Il numero dei morti era tale che i cadaveri bloccavano tutte le strade e non si poteva transitare senza passarci sopra. Il numero dei prigionieri era di almeno 30.000 anime. Io volevo entrare nella città per vedere con i miei occhi. Cercai di trovare una via senza dover camminare sopra i corpi. Ma era impossibile.

Gli Annali dei Turchi Siljuq, che descrivono tutta la serie di campagne che Arp Arslan condusse in Armenia quell’anno – inclusa la distruzione di numerose città e monasteri – corroborano la storia di Matteo. Con parole che non riflettono maggior dispiacere per i costi della jihad di quanto i cronisti delle crociate mostrarono nel descrivere la caduta di Gerusalemme, gli annali riportano:

Essi penetrarono nella città e uccisero così tanti abitanti da non potersi contare, cosicché molti musulmani non poterono entrare nella città a causa dei tanti morti. Fecero prigioniere tante persone quasi quante ne avevano ammazzate.

La bella notizia di queste conquiste percorse queste terre e i musulmani gioirono. Il racconto… fu letto ad alta voce a Baghdad nel Palazzo del Califfo e il califfo emanò un editto che elogiava e benediceva Arp Arslan.

Il sacco di Ani si rivelò la chiave d’ingresso per l’Anatolia. Negli anni successivi Arp Arslan e altri guerrieri Seljuq divennero più arditi nei loro assalti, saccheggiando importanti reliquie come quella di S. Basilio in Cappadocia ed espugnando nel 1070 Chonae, un sito famoso per la sua reliquia dell’arcangelo (che i Turchi prontamente trasformarono in una stalla).

E così, l’anno successivo, l’imperatore Romano condusse il suo esercito bizantino in battaglia. Ma non gli andò molto bene.

La battaglia di Manzikert fu una delle battaglie più decisive, sebbene sconosciuta, del Medioevo. Le forze di Arp Arslan annientarono l’esercito di Romano, prendendo l’imperatore stesso come prigioniero. Il panico che prese Bisanzio fu tanto quanto il giubilo nel Dar al-Islam, i cui eserciti avevano combattuto Bisanzio per secoli senza ottenere un tale successo. La sconfitta di Bisanzio fu resa più terribile dai tentativi dei rivali di Romano di conquistare il trono durante la sua cattività. La breve ma incisiva guerra civile che seguì – dopo il suo rilascio Romano cercò di riprendere il suo trono e di pagare il prezzo che aveva negoziato con Arp Arslan – assorbì ancora più truppe in battaglia a Costantinopoli. Come risultato, le difese bizantine ad oriente furono distrutte e l’impero si divise. I Turchi non ebbero problemi a finire il lavoro.

Le guerre che seguirono non furono una conquista tradizionale; i Turchi erano troppo pochi di numero per sottomettere completamente una regione di poco più piccola del Texas e contenente milioni di cristiani. Piuttosto, nel tempo, i continui agguati per tutta l’Anatolia consentirono loro di cacciare, ridurre in schiavitù o impoverire gli abitanti cristiani della regione. Nei successivi 300 anni la popolazione si ridusse di quasi la metà, contro una crescente migrazione musulmana verso la regione. Gran parte di questi territori fertili divennero terra di pastorizia per i nomadi Turchi, mentre molte città caddero in rovina. Così come la Spagna meridionale sarebbe stata devastata 500 anni dopo dall’espulsione della sua popolazione musulmana, l’Anatolia divenne una landa deserta sotto il governo dei suoi nuovi padroni stranieri e religiosamente intolleranti. Inoltre, la perdita dell’ Anatolia mutilò permanentemente Bisanzio. Le distrutte difese orientali della cristianità si rivelarono un facile obbiettivo da abbattere per i ghazis del Dar al-Islam nei secoli successivi Manzikert.

Una volta portato a termine il lavoro con la cristianità orientale, il passaggio verso ulteriori conquiste europee fu aperto.

I nostri nemici, i nostri maestri

E’ opinione comune sostenere che le crociate hanno lasciato il segno per secoli nell’immaginazione del mondo musulmano. Se i moderni islamisti e nazionalisti arabi hanno a volte additato le crociate come fonte delle opinioni anti-occidentali nel Medio Oriente, questo è semplicemente sbagliato. Bernard Lewis, uno dei più famosi studiosi occidentali dell’Islam, ha dimostrato che la cristianità occidentale rimase per secoli dopo le crociate un soggetto di relativo scarso interesse per i musulmani.
Nonostante le sofferte campagne dei crociati, l’ignoranza degli arabi, e poi dei Turchi, sugli aspetti più elementari della cultura e della geografia europea durante e dopo la battaglia poteva far arrossire un diplomato dei nostri giorni. Per secoli la cristianità occidentale rimase per i musulmani un’area di frontiera contro la quale essi continuarono a far guerra con successo fin quasi all’inizio dell’era moderna. Oltre questo, non costituiva un oggetto di grande interesse.

Dall’inizio la cristianità ha pagato un caro prezzo per non soccombere davanti alla jihad del Dar al-Islam. Le guerre che l’Islam mosse contro la cristianità – e i contrattacchi della cristianità – degenerarono in guerre sporche che spesso rafforzarono gli istinti peggiori in entrambe le fedi.
Per i cristiani queste lotte scoperchiarono un vaso di Pandora di mali: esse fornirono un rinnovato impeto all’antisemitismo popolare nel Medioevo e contribuirono a rafforzare la partecipazione cristiana al commercio di schiavi nel 15° e 16° secolo – una radicalizzazione che con orrore prefigura le discussioni correnti nel nostro paese sull’uso della tortura come mezzo legittimo per combattere la minaccia jihadista.

Tuttavia per l’Islam i frutti della vittoria spesso andarono a male.
L’intermittente ma maggiore tolleranza che caratterizzò le relazioni dell’Islam con altri “popoli del libro” nel Medio Oriente, nella Spagna musulmana e nei Balcani fu la tolleranza dei vincitori sicuri del loro trionfo. Anche in mezzo al trionfo, tuttavia, questa tolleranza si mescolava al disprezzo. Le pressioni della jihad che suscitarono le crociate occidentali portarono i musulmani ad abusare del loro potere sui cristiani e sugli ebrei soggetti al Dar al-Islam dando luogo a campagne di conversioni forzate, progrom e altre brutalità. Nell’era moderna, poiché la velocità dell’avanzata islamica rallentava e il corso degli eventi si volgeva a favore dell’occidente, anche la tradizione di tolleranza del Dar al-Islam collassò. La magnanimità della vittoria si dimostrò un ‘esperienza troppo limitata affinché i musulmani consolidassero la tolleranza come parte integrante della loro cultura religiosa.

Tuttavia, così come la storia naturale rivela l’amore che Dio ha anche verso gli insetti, la storia umana rivela il Suo compiacimento nei paradossi e nella dialettica. Nell’ undicesimo secolo il terrore della jihad fece nascere lo zelo per le crociate, che contribuì a ritardare l’ulteriore avanzata islamica verso occidente. Di fronte alle jihad ancora più vittoriose del 15° e 16° secolo, la cristianità divenne più aggressiva ed estesa di quanto non fosse mai stata. La cristianità riuscì a raccogliere potere e risorse colonizzando l’emisfero occidentale, aggirando lo status del Dar al-Islam come mediatore del commercio con l’Asia e spezzando infine il potere egemonico islamico in Eurasia. Tuttavia, quando la cristianità sperimentò i suoi più grandi trionfi nella scoperta e colonizzazione del nuovo mondo, i cristiani trasformarono anche le loro lotte militari per la sicurezza religiosa in lotte intestine durante la Riforma, minando involontariamente la cristianità e lasciando dietro di sè un’Europa occidentale secolarizzata.

Paradossalmente, quindi, i successi della jihad islamica hanno in definitiva rafforzato e accresciuto un Dar al-Harb più resistente che mai all’avanzata dell’Islam poiché liberò i cristiani d’occidente dall’onere di continuare le loro guerre di religione. Sebbene la jihad non sia meno terribile oggi di quanto lo sia stata per secoli, a differenza del passato, il suo attuale terrore contiene un’inquietudine e futilità di fondo per i suoi devoti.
Queste risiedono sia nell’incapacità dei sedicenti ghazis dei nostri giorni di usare qualsiasi cosa che non sia il terrore per raggiungere i loro obbiettivi oltre che nella sovversione da parte di un occidente secolarizzato della stretta unità sociale, politica e religiosa delle società musulmane.

Speriamo che il nichilismo e l’isolamento della militanza jihadista sia presagio della rinuncia da parte dei fedeli musulmani della violenza sacralizzata. Una tale svolta libererebbe coloro che invocano il nome dell’Unico Dio dallo stigma di brutalità religiosa che si sono guadagnati.

T. David Curp è professore di storia presso la Ohio University dove insegna storia contemporanea dell’Europa orientale e dei Balcani. Attualmente sta terminando un libro sulla pulizia etnica in Polonia nel dopoguerra.

Guerra senza fine: breve storia delle conquiste musulmane parte I

arabiGli ideali dei crociati in occidente furono una risposta alla minaccia ben più grande costituita dalla jihad. I cristiani furono spinti da timore e necessità in una disperata competizione con l’Islam che, per molti secoli, essi persero – con la consapevolezza di essere perdenti. L’estensione delle vittorie islamiche si può vedere nella pressoché totale scomparsa delle comunità cristiane un tempo fiorenti in Nord Africa, nel Medio Oriente e nell’Asia occidentale oltre che nelle profonde radici che l’Islam ha ancora nei Balcani – una regione il cui nome fu imposto dall’imperialismo turco nel tardo medioevo. L’islam è una religione straordinariamente vincente che per gran parte della sua esistenza ha ispirato i suoi aderenti a sintetizzare in modo creativo le esigenze, spesso in conflitto, della guerra, della politica imperiale e dello zelo missionario.

Proiettare la libertà di azione occidentale a ritroso nel tempo distorce seriamente la storia drammatica della perdurante debolezza occidentale che quasi distrusse la cristianità. Il fervore di gran parte delle attuali proteste islamiche radicali contro l’occidente non è alimentato principalmente da un risentito vittimismo; è fomentato da una memoria ancora più forte di come la vittoria finale islamica sulla cristianità rimase per così lungo tempo una reale possibilità. I trionfi musulmani nei primi secoli furono il crogiuolo che forgiò sia i timori della cristianità che la sicurezza islamica.

La crescita del Dar al-Islam
A differenza della cristianità che iniziò ai margini della vita politica e sociale nel mondo romano e rimase là per secoli, l’Islam raggiunse rapidamente un successo mondiale.

Nell’arco di un secolo dalla morte del profeta Maometto, i sui discepoli avevano invaso gran parte della metà meridionale del mondo mediterraneo. Gli eserciti musulmani avanzarono dalla penisola araba verso occidente fino alla Francia meridionale; arrivarono a nord dei distretti periferici di Costantinopoli, la più grande città della cristianità; e inoltre ad est verso le antiche civiltà della Persia, dell’India, fino agli estremi confini orientali della Cina. Nei primi secoli dell’Islam gli studiosi e i giuristi musulmani formularono la loro nozione di divisione politica e religiosa del mondo in Dar al-Islam, o la Casa della Pace, e Dar al-Harb, la Casa della Guerra. Sebbene le tregue tra stati islamici e non islamici fossero accettabili, il Corano insegnava che queste dovevano avere una durata limitata. In definitiva, nessuna pace permanente tra musulmani e infedeli era possibile finché tutti gli infedeli non fossero stati assoggettati alla regola musulmana e il Dar al-Islam non avesse incluso il mondo intero. Jihad, sia nella forma della “Jihad maggiore” (la lotta che tutti i musulmani devono combattere contro il peccato) che della “Jihad minore” (la lotta armata contro gli infedeli), serviva a portare interezza e unità ad un mondo diviso.

Le originarie conquiste islamiche furono terribili in potenza e rapidità. Esse aggredirono il mondo mediterraneo in un momento in cui lotte e guerre interne resero impossibile un fronte comune contro l’espansione arabo-musulmana. Furiose dispute dottrinali tra cristiani e un’estenuante guerra con i Persiani lasciarono l’unica grande potenza cristiana del mondo, Bisanzio, impreparata ad affrontare una jihad molto efficace. I vari piccoli principati cristiani e pagani in Nord Africa e Spagna – come gli indeboliti zoroastriani persiani – furono ancor meno capaci di contrastare gli eserciti musulmani. La debolezza cristiana e persiana e il successo dell’Islam nel portare ampie zone di territorio sotto il suo controllo produssero una serie di reazioni tra cristiani e musulmani. In occidente, particolarmente in Spagna, la presenza religiosa musulmana lasciò sorprendentemente poche tracce negli scarsi documenti cristiani del primo secolo dopo la conquista. Sembra che la maggioranza dei cristiani accettò con equanimità i suoi signori musulmani. Anzi, molti trovarono che la collaborazione con i governanti che erano uniti nel “mercato comune” del Dar al-Islam, che si stendeva dalla Spagna fino all’ Hindu Kush in India, era più conveniente della resistenza contro una nuova classe di governanti le cui richieste all’inizio non erano onerose e il cui potere militare era irresistibile.

I primi documenti spagnoli che si soffermano sulla presenza musulmana come una questione religiosa sono le opere di S. Eulogio, scritte oltre un secolo dopo la conquista, nel 850. Il suo Liber Apologeticus Martyrum, indirizzato ad altri cristiani in Spagna, difendeva la santità dei martiri cristiani (“I 40 martiri di Cordoba”) che erano stati da poco giustiziati per aver condannato pubblicamente l’Islam e il Profeta. Eulogio, che sarebbe lui stesso stato ucciso di lì a poco dalle autorità musulmane per aver difeso i martiri, rispose alle obiezioni cristiane che coloro che erano stati giustiziati dai musulmani non erano martiri poiché avevano “sofferto a causa di uomini che veneravano sia Dio che la legge.” Questo illustra quanto profondamente la maggioranza dei cristiani spagnoli era sottomessa al dominio islamico; essi definivano sia i musulmani che le loro relazioni con l’Islam in termini interamente islamici. La resistenza francese sconfisse una grande incursione araba a Tours nel 732 d.C., ma fu la miseria della Francia oltre ai suoi eserciti (e alle crescenti divisioni all’interno del Dar al-Islam) che difese i cristiani a nord dei Pirenei dall’inclusione nel mondo musulmano.

Per gran parte dei cristiani d’oriente, tuttavia, l’iniziale espansione e stabilizzazione dell’Islam fu un totale disastro – reso peggiore dalle continue aggressioni musulmane nel corso dell’ottavo secolo. All’inizio del settimo secolo i Bizantini serrarono le loro frontiere orientali ormai ampiamente ridotte attraverso una serie di drastiche riforme che trasformarono gran parte dell’impero in uno stato militarizzato. Sebbene i vicini musulmani mancassero di unità per lanciare attacchi, la costante pressione degli aggressori musulmani alla ricerca di schiavi e bottino – oltre la permanente minaccia dei pirati arabi nel Mediterraneo – costrinsero Bisanzio a rimanere continuamente sul piede di guerra. Bisanzio resistette a questo conflitto secolare e produsse una notevole fioritura culturale sia all’interno che all’estero. Missionari, artisti, insegnanti e soldati di Bisanzio diffusero la loro influenza politica, religiosa e culturale nei Balcani e nell’Ucraina meridionale. Tuttavia questa rinascita ebbe luogo sotto l’ombra di tre pesanti spade di Damocle.

Le prime due erano opera della stessa Bisanzio, ma forgiate dalla tensione di una guerra di sopravvivenza: le sue politiche interne dispotiche e le sue relazioni sofferte e a volte ostili con altri cristiani – sia con le più antiche chiese cristiane ad est e a ovest che con le popolazioni da poco cristianizzate a nord. Il loro credo nella missione dell’impero portò i Bizantini a considerare il loro stato come il centro politico della cristianità – ma produsse anche un’arroganza imperiale che minò l’abilità dell’impero a cooperare efficacemente con altri cristiani. Questi due fattori furono resi ancora più pericolosi dalla terza e più imprevedibile delle minacce: l’impegno permanente dei musulmani verso la jihad.

continua con la seconda parte (clicca qui)…

T. David Curp è professore di storia presso la Ohio University dove insegna storia contemporanea dell’Europa orientale e dei Balcani. Attualmente sta terminando un libro sulla pulizia etnica in Polonia nel dopoguerra.
Crisis – War Without End: A Brief History of the Muslim Conquests

 

 

Guerra senza fine: breve storia delle conquiste musulmane parte II

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La quiete prima della tempesta

Nel Dar al-Islam i Bizantini affrontarono un nemico che costantemente rinnovava il suo impegno alla jihad. Il mondo musulmano era rafforzato dai suoi contatti con le popolazioni dell’Asia e da una crescente disponibilità di schiavi in Asia e Africa più di quanto lo fosse Bisanzio dalle relazioni con i correligionari. L’originale espansione e l’ampia estensione del Dar al-Islam gli attribuirono la forza necessaria per ristabilirsi dal periodo di debolezza e divisione che seguirono la sua fondazione. Bisanzio, d’altro canto, non aveva alleati così sicuri.

Il decimo secolo è spesso considerato come un punto basso dell’espansione islamica e dell’entusiasmo jihadistico, oltre che un periodo della rinascita bizantina in cui l’impero si ristabilì dopo oltre un secolo di sconfitte e si dedicò ad una modesta riconquista di alcuni dei suoi territori. Tuttavia anche questo punto basso vide l’evolversi di un intero corpo di teologia jihadista e letteratura religiosa accompagnate al tempo stesso da atti di forza. I Ghazis, o santi guerrieri musulmani, lanciarono numerosi attacchi sul territorio bizantino nel corso di tutto il secolo e internazionalizzarono con successo la loro lotta anti-bizantina convincendo altre popolazioni ad unirsi agli sforzi “difensivi” per mantenere le prime conquiste musulmane e tenere Bisanzio bloccata dentro frontiere facilmente espugnabili.

Il secolo si aprì con uno spettacolare successo musulmano: il saccheggio arabo della seconda città di Bisanzio, Tessalonica, il 29 Luglio 903, che rese schiavi 30.000 cristiani. Nel 931 gli agguati dei distaccamenti musulmani arrivarono fino ad Ankuriya, l’attuale Ankara, ben all’interno del territorio bizantino, facendo prigionieri migliaia di cristiani. I ribat, edifici musulmani che erano in parte monasteri e in parte fortezze, fiorirono lungo tutto il confine della Siria del nord e dell’Anatolia meridionale funzionando come basi dalle quali i Ghazis, che provenivano dall’Asia centrale, si muovevano per unirsi agli attacchi contro i “politeisti” cristiani.

Gli scrittori musulmani usarono i contrattacchi bizantini per fomentare gli animi e cercarono di innescare una rinascita religiosa e un maggiore impegno musulmano verso la jihad. Il grande predicatore jihadista, Ibn Nubata al-Fariqi, sviluppò un intero ciclo di sermoni che divennero il modello per tale letteratura per secoli e che avrebbero in seguito ispirato Saladino.
Nei sermoni che anticipano le tenere riassicurazioni sulla protezione di Dio con le quali Papa Urbano inonderà i crociati oltre un secolo dopo, Ibn Nubata esortò costantemente i Ghazis a raccogliere la causa della jihad.
Prendiamo questo passaggio, per esempio, citato in The Crusades: Islamic Perspectives (Routledge, 2000) di Carole Hillenbrand:

Pensate forse che Lui vi abbandonerà se lo aiutate o se rimanete saldi nella sua via? Certamente no!… Orsù, per la jiahd, mettetevi – possa Dio avere pietà di voi – l’armatura del fedele e munitevi delle armi di coloro che credono (in Dio).

Se, come hanno sostenuto alcuni studiosi (quali Hillenbrand), questo fu il punto basso degli ideali jihadisti fra i musulmani, perfino questo declino forzò le difese bizantine e le costrinse a muovere una guerra perpetua. In questo modo vennero sparsi anche semi che germogliarono nell’11° e 12° secolo nel Dar al-Islam. La jihad si rivelò una costante resistente nei giardini dell’ Islam.

 la terza parte (clicca qui)…

T. David Curp è professore di storia presso la Ohio University dove insegna storia contemporanea dell’Europa orientale e dei Balcani. Attualmente sta terminando un libro sulla pulizia etnica in Polonia nel dopoguerra.

La guerra di Spagna

guerra di spagnaMassoni, anarchici, socialisti e comunisti: per tutti la Chiesa era il principale ostacolo alla rinascita del paese e la sua eliminazione la premessa di un nuovo, luminoso futuro. La tragedia della guerra civile spagnola.

In ambito cattolico si parla di rado e con vistoso imbarazzo della guerra di Spagna e appare del tutto naturale il fatto che alcuni religiosi e teologi spagnoli si siano scusati per l’appoggio dato dalla Chiesa al regime franchista. Di contro, gli eredi politici del repubblicani non hanno mai rinnegato la propria vecchia vulgata: il governo democratico, liberamente eletto nel 1936, venne abbattuto da una rivolta dell’esercito, appoggiata dagli strati più retrivi della società spagnola e alimentata da imponenti aiuti provenienti dai regimi nazifascisti. Gli “eccessi” commessi nel confronti del clero furono la risposta popolane all’alleanza della Chiesa coi militari, per non citane l’usanza, diffusa tra i preti spagnoli, di tirare fucilate dall’alto dei campanili.

In realtà l’aggressione alla Chiesa cattolica spagnola iniziô molto prima, a partire dall’espulsione dei gesuiti nel 1767 e continuò per tutto il XIX secolo, nel corso del quale furono trucidati 371 religiosi. Le aggressioni si intensificarono man mano che la nazione entrava in una crisi profondissima, economica, politica e militare. Per massoni, anarchici e socialisti, la Chiesa era il principale ostacolo alla rinascita del paese e la sua eliminazione la premessa di un nuovo, luminoso futuro. Cosi, mentre una politica antiecclesiastica sottraeva alla Chiesa ogni compito educativo e la estrometteva dalla vita della nazione, gruppi ben organizzati incendiavano e distruggevano decine e decine di chiese e di scuole come nella settimana tragica di Barcellona, dal 25 al 30 luglio 1909, fino alle mostruosità della rivolta delle Asturie nel 1934. Di fronte a tali attacchi, la Chiesa spagnola reagì come poté, forse in ritardo, ma la dura realtà, per ammissione di ecclesiastici come il cardinale Gomà, era che “Il popolo spagnolo è profondamente religioso, tuttavia più per sentimenti atavici che per convinzione proveniente da una fede matura e viva”, mentre secondo il gesuita Francisco Peiró, nel 1931, solo il 5% della popolazione della Nuova Castiglia aveva santificato il precetto pasquale. La Spagna aveva assoluto bisogno di essere rievangelizzata ma era proprio questa debolezza a ispirare, nei suoi avversari, il tentativo di abbattere la Chiesa con la violenza una volta per tutte.

Nel 1934 i cattolici e il centro destra vinsero le eiezioni ma la debolezza del governo da essi sostenuto portò ad elezioni anticipate che furono vinte, nel febbraio 1936, dalle sinistre, grazie a un sistema elettorale che diede loro un vantaggio schiacciante in seggi. Nella primavera di quell’anno si contarono centinaia di aggressioni e di omicidi, molti dei quali, per la verità, attribuibili alla neonata Falange di estrema destra, anch’essa di matrice anticlericale. L’esponente monarchico Calvo Sotelo denunciò lo stato di anarchia in cui si trovava il paese, affrontando una canea urlante minacce e insulti, in un clima che ricorda quello che accolse l’ultimo discorso di Giacomo Matteotti. Come per il deputato italiano, fu un gruppo di scherani, forse interpretando i desideri dei capi, ad assassinare Calvo Sotelo il 13 luglio 1936. I militari, dal canto loro, si erano già preparati allo scontro, al pari delle confederazioni sindacali anarchiche e socialiste e dei carlisti navarresi, eredi dei sostenitori di Don Carlos e della tradizione cattolica spagnola.

La rivolta del militari fu, inizialmente, confusa e pasticciata come i pronunciamientos che l’avevano preceduta e, inizialmente, parve che il governo avrebbe schiacciato facilmente l’insurrezione. Un terzo dell’
esercito, quasi tutta la marina e gran parte dell’aviazione rimasero fedeli al governo. Fu l’intervento italiano a cambiare le sorti del conflitto, cui seguirono quello francese, sovietico e nazista.

Quali furono allora i fattori che determinarono la vittoria di Francisco Franco?

La risposta può essere rinvenuta in un esame imparziale della principale caratteristica di quel lungo e sanguinoso conflitto e cioè le stragi commesse dalle due parti. È ormai un dato incontrovertibile che la Chiesa spagnola fu letteralmente massacrata nei modi più atroci e basteranno alcune
cifre: 4184 sacerdoti e seminaristi, 2365 frati, 283 suore, quasi tutti trucidati nei primi sei mesi di guerra. E pur vero che anche i franchisti passarono per le armi circa 40.000 oppositori nel corso della guerra, ma è anche vero che, secondo l’imparziale, e laburista, Hugh Thomas, “circa
50.000 persone furono giustiziate o trucidate tra il 18 luglio e il 10 settembre 1936” in territorio repubblicano: a tali vittime vanno aggiunti i trozkisti e gli anarchici eliminati dai comunisti nel corso di purghe sanguinose. Proprio i numerosi miliziani anarchici badarono più a sterminare i cristiani che a combattere i requetes carlisti, ossessionati dal nemico interno, simili a Hitler, il quale ordinô che i vagoni piombati carichi di ebrei avessero la precedenza sul convogli di rifornimenti diretti al fronte orientale.

Il principale merito di Francisco Franco fu il realismo politico, spesso cinico, spietato e ingiusto, come quando fece fucilare sedici sacerdoti baschi, colpevoli solo di volere la libertà del proprio popolo. Franco riuscì a fondere in un solo partito falangisti e carlisti, ottenendo, dopo un lungo periodo di diffidenza, anche l’appoggio dell’episcopato spagnolo e della Santa Sede. Notevole fu pure l’intuizione che lo distolse dal tentare la conquista di Madrid nel settembre del 1936 per liberare dall’assedio i difensori dell’Alcazar, simbolo di una resistenza incrollabile sostenuta da una fede profonda. Memorabile è rimasto il dialogo tra il colonnello Moscardò e il figlio Luis, minacciato di fucilazione se l’Alcazar non si fosse arreso: «Se è vero – disse il colonnello – raccomanda la tua anima a Dio, grida “Viva España!” e muori da eroe. Addio figlio mio, un ultimo bacio». «Addio papa, un grosso bacio»: sia Luis che il fratello Carmel furono fucilati poco dopo. I cattolici, in effetti, si batterono con l’
eroismo di sempre: i carlisti andavano all’attacco seguendo un crocifisso sorretto dal portabandiera più giovane e la resistenza delle guarnigioni di Oviedo e del Santuario di Santa Maria della Cabeza sono degne di un’epopea tragica. Davanti a simili drammi, i cristiani di oggi “storcono la bocca, scuotono il capo”, come d’altronde fecero, all’epoca, Alcide de Gasperi e don Luigi Sturzo: il primo, pur comprendendo i motivi dell’insurrezione militare, la disapprovava in quanto il conflitto aveva fatto più vittime della persecuzione; il secondo, mentre riteneva illegittima la rivolta dei militari, considerava la persecuzione come un male minore, e ammetteva solo la resistenza passiva o, al più, quella limitata alla stretta autodifesa personale.

Pur lasciando al lettore un commento su tali posizioni, resta il dubbio che la palese inadeguatezza di tali giudizi derivi da un’idea di pace che, oggi, si sta affermando in misura sempre maggiore

Bibliografia

Vicente Carcel Orti, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna, Città Nuova 1999.
Vitaliano Mattioli, Massoneria e comunismo contro la Chiesa in Spagna (1931-1939), Effedieffe 2000.

© il Timone n. 34, giugno 2004

Le parole d’ordine ai comitati rivoluzionari erano: «trattandosi di sacerdoti, né pietà né prigionieri: bisogna ammazzarli tutti»; «Per i preti non c’è alcuna possibilità di salvezza. Tutti debbono essere uccisi»; «Vi abbiamo detto che dovete ammazzarli tutti e per primi quelli ritenuti i migliori e più santi» (Vicente Cárcel Orti, in 30Giorni, marzo 90)

di Alberto Leoni

Lettera di papa Francesco ai cristiani iracheni

papa francesco prega

Cara Eccellenza, ho appreso con gioia che Lei (Mons. Francesco Cavina Vescovo di Carpi), insieme a S. E. Mons. Antonio Suetta, su invito della Sezione italiana della Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, si recherà ad Erbil per incontrare i cristiani iracheni che sono stati costretti ad abbandonare le proprie città, case, proprietà, radici storiche e culturali per non rinunciare alla loro appartenenza a Cristo.

Mi compiaccio vivamente per questa iniziativa che esprime amicizia, comunione ecclesiale e vicinanza a tanti fratelli e sorelle, la cui situazione di afflizione e di tribolazione mi addolora profondamente e ci invita a difendere il diritto inalienabile di ogni persona a professare liberamente la propria fede. Non dobbiamo mai dimenticare il dramma della persecuzione e delle persone che si trovano a vivere nell’insicurezza, nella precarietà, nella povertà, nella impossibilità di assicurare un’adeguata educazione ai propri figli e di accedere alle più elementari e necessarie cure sanitarie.


 

AIUTA I CRISTIANI IRAKENI (LEGGI)—> Un piccolo progetto per bambini orfani e sfollati, in Iraq.<—

La misericordia ci invita a chinarsi su questi nostri fratelli per asciugare le loro lacrime, per curare le loro ferite fisiche e morali, per consolare i loro cuori affranti e forse smarriti. Non si tratta solo di un atto doveroso di carità, ma di un soccorso al proprio stesso corpo, perché tutti i cristiani, in virtù del medesimo battesimo, sono “uno” in Cristo.

In realtà, la testimonianza di fede, coraggiosa e paziente, di tanti discepoli di Cristo rappresenta per tutta la Chiesa un richiamo a riscoprire la fonte feconda del Mistero pasquale da cui attingere energia, forza e luce per un umanesimo puro.

Come segno della mia prossimità a questi figli e fratelli iracheni sono lieto di affidarle un contributo finanziario, unitamente ad alcuni oggetti liturgici per la celebrazione della Santa Liturgia nella quale si rende presente il Signore Gesù sorgente di coraggio, di speranza, di fedeltà e di unità.

Eccellenza, nel formulare ogni miglior auspicio per l’esito positivo del viaggio, di cuore imparto la benedizione apostolica, che estendo all’intera Chiesa irachena.

E, per favore, pregate per me.

Francesco

AIUTA I CRISTIANI IRAKENI …LEGGI—> Un piccolo progetto per bambini orfani e sfollati, in Iraq.<—

Puoi donare agli “Amici di Lazzaro” con C/C postale 27608157 o con l’IBAN: IT 98 P 07601 01000 0000 27608157. GRAZIE!!!!