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Bambine indiane costrette a cambiare sesso

Sono numerose le bambine indiane costrette a cambiare sesso da genitori desiderosi di un figlio maschio. A rivelarlo è un rapporto dell’autorevole giornale Hindustan Times, che bolla come “scioccante” e “senza precedenti” la tendenza che si materializza negli ultimi tempi negli ospedali e cliniche di Indore, città dell’India centrale, nello stato del Madhya Pradesh, e di cui sono vittima bambini da 1 ai 5 anni. I chirurghi di Indore sono stati contattati per la “conversione” di centinaia di ragazze, successivamente imbottite di farmaci ormonali. “Il processo utilizzato per ‘ricavare’ un figlio maschio da una femmina è conosciuto come genitoplastica”.

LA CAPITALE DELLA GENITOPLASTICA – Nella società indiana assume un valore importante la nascita di un figlio maschio ed erede. Le femmine sono spesso viste come un fardello costoso. Per questo i test per la determinazione del sesso durante la gravidanza sono illegali per impedire l’aborto di feti femminili. In alcuni stati il rapporto tra donne e uomini è sceso a 7 a 10. Secondo quanto riportato dal Mail Online, i genitori ricchi da Delhi e Mumbai si recano ad Indore, capitale degli interventi di genitoplastica. Il costo dell’intervento chirurgico per correggere le figlie è relativamente basso. Costa 2mila euro.

LE PROTESTE – La notizia dell’abuso della pratica negli ultimi giorni ha fatto il giro del web ed è stata duramente condannata dagli utenti dei social network. Ha scritto ad esempio l’attivista femminista Taslima Nasreen: “Shocking! Non solo le persone uccidono i feti femminili, ora le ragazze vengono trasformate in maschi attraverso la genitoplastica”. “Dovrebbero andare in prigioni i medici che la praticano”, ha denunciato. La Commissione nazionale per la protezione dei diritti del bambino si è messa in moto chiedendo al governo del Madhya Pradesh di indagare medici ed ospedali citati nell’inchiesta dell’Hindustan Times.

 

LA DIFESAL’intervento nell’occhio del ciclone consiste nella ‘costruzione’ di un pene con i tessuti dell’organo femminile e di una cura di ormoni maschili. I medici si difendono dalle accuse sostenendo di intervenire solo su bambini i cui organi esterni non corrispondevano a quelli interni. Ma non apportano prove a sostegno della validità delle loro affermazioni. “Quando il bambino cresce può essere confuso circa il sesso al quale appartiene”, ha detto Milind Joshi, un chirurgo pediatrico che segue la procedura in uno degli ospedali incriminati. “Questa chirurgia – ha aggiunto – ferma il disordine del bambino circa la determinazione del sesso e blocca i problemi psicologici”. I genitori dei bambini operati sottoscrivono: “Mio figlio non sarà confuso sul suo sesso in futuro e vivrà una vita normale, senza alcun ricordo dell’intervento chirurgico”.

PROBLEMI PSICOLOGICI – Un altro chirurgo pediatrico, Brijesh Lahoti, sottolinea invece la facilità con la quale è possibile arrivare al cambio di sesso dei propri figli: “In India non c’è alcun problema nello svolgimento di questi interventi. Basta il consenso dei genitori e una dichiarazione giurata. Si tratta di interventi chirurgici di ricostruzione con i quali viene determinato il sesso del bambino in base ai suoi organi interni e non solo sulla base degli organi esterni”. Il tutto in assenza di norme che tutelino i diritti del bambino, di sensibilizzazione della gente sul tema e una politica efficace. Per molti è l’operazione chirurgica a causare problemi psicologici. “L’intervento chirurgico può avere effetti psicologici profondi a lungo termine su un individuo, che potrebbe un giorno non accettare il sesso assegnatogli dai genitori”, dice Suchitra Inamdar, consigliere di Mumbai.

Tiziano Terzani: Credo a Madre Teresa

Riproponiamo il “reportage” dell’incontro che il giornalista e scrittore Tiziano Terzani ebbe con Madre Teresa a Calcutta nel 1996, poi confluito in gran parte nel volume «In Asia» (Longanesi):

Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi aveva dedicato, quando lei, guardandomi fissa coi suoi occhi azzurri arrossati dall’età, mi ha chiesto: «Ma perché tutte queste domande?». «Perché voglio scrivere di lei, Madre». «Non scriva di me. Scriva di Lui…», ha detto, alzando gli occhi al cielo. Poi s’è fermata, ha preso le mie mani nelle sue – grandi, tozze e già un po’ deformi – e, come volesse confidarmi un gran segreto, ha continuato: «Anzi, la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno dei nostri centri… Vada a lavorare un po’ nella casa dei morenti». Madre Teresa era tutta lì.
Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella “Casa Madre” sulla Circular Road, ho visitato il centro per i lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati mentali e quella per le ragazze mezzo impazzite nelle prigioni. L’ho accompagnata a Guwahati, nello Stato dell’Assam, dove Madre Teresa è andata a inaugurare il primo “rifugio” in India per le vittime dell’Aids, un’altra categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati via dagli ospedali, “ostracizzati” dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie.
Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Ho voluto farmi una mia idea della sua opera; sapendo che, per capire Madre Teresa bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi, disgustato: “casa per i derelitti morenti” dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un passo e si legge: il fine più alto della vita umana è quello di morire in pace con Dio. Ci si potrebbe voltare e tornare indietro, in disaccordo con questa interpretazione dell’esistenza, ma gli occhi cadono su una brandina dov’è disteso una sorta di “fagotto” d’ossa e pelle: un vecchio, ormai senza età, con gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d’aria. Una suora gli siede accanto e gli accarezza una mano. «L’hanno trovato ieri su un mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in paradiso».

Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato, sbagliato. Kaligath, nella periferia meridionale di Calcutta, è una città di per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla faccia della terra solo per provare che Lui non esiste (oppure che c’è bisogno che esista?). Arrivarci a piedi, passando i due crematori municipali dove centinaia di cadaveri vanno ogni giorno in fumo, soffermandosi davanti ai vari templi e tempietti, bordelli e negozi, venditori di frutta e di amuleti è un perfetto “esercizio spirituale” per spogliarsi dei propri pregiudizi, per lasciarsi dietro quella «ragione» su cui noi occidentali contiamo così tanto per spiegarci tutto.

Oggi di queste case ce ne sono decine in tutto il mondo; ma è a questa che Madre Teresa è legatissima. «Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi», mi raccontò. «Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli a uno a uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: «Son vissuto come un animale per le strade, ma muoio come un angelo» e, morendo, mi fece un bellissimo sorriso. Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: “amore in azione”. Semplice».
Sì, semplice. Semplice com’è lei. A incontrarla, come nel caso del Dalai Lama, la prima cosa che colpisce è appunto questa: che, se c’è grandezza, è nella sua semplicità. Come il Dalai Lama, Madre Teresa non è un’intellettuale, le cose che dice sono elementari, le storie che racconta sono sempre le stesse, ma, come le parabole, hanno un fondo di verità e restano impresse, accendono la fantasia. Alla base di tutta la sua opera c’è un’idea sola: «Servire i più poveri dei poveri» e su quell’idea ha fondato tutto, senza mai un dubbio, senza mai un tentennamento. «Come si possono avere dubbi su quel che si fa? Il lavoro è Suo», dice, sempre rivolgendosi al Cielo, che sembra essere il suo vero interlocutore.

In tempi di “liberalismo” e di liberazione sessuale lei parla del senso dell’amore, del valore della verginità. Ora che l’acquisizione di beni materiali sembra la grande, unica grande ossessione comune a tutta l’umanità, ora che la ricchezza sembra il principale criterio di successo e di moralità, lei insiste sulla «santità dei poveri» e vuole che le sue suore vivano come quelli. Tre “sari”, un crocefisso, un rosario e una sporta son le uniche cose che una Missionaria della Carità può possedere.
Nel 1994 venne l’operazione «smitizzazione» guidata da Tariq Alì, un ex “leader” studentesco dell’ultrasinistra di origine pakistana, e da Christopher Hitchens, uno scrittore già noto per un suo velenosissimo libro contro la monarchia inglese. Senza entrare nel mondo di miseria dell’India, né in quello di fede di Madre Teresa, l’intera opera delle Missionarie della Carità viene smontata in nome della ragione, dell’efficienza e di una moralità che distingue fra benefattori buoni e cattivi. Quanto al «miracolo», è una bugia, scrive Hitchens.

Eppure basta andare a Kaligath e il «miracolo» è davanti agli occhi di tutti. Ogni mattina alle 7, una ventina di volontari si presentano alla «Casa dei morenti» per aiutare le suore. Per lo più sono occidentali, spesso studenti universitari, che, invece di passare le loro vacanze ad abbronzarsi sulle spiagge di Goa, scelgono di andare a lavorare lì. La prima volta che ci sono arrivato, anch’io per fare quell’esperienza, per cercare di capire, c’erano un tedesco impiegato di banca, una donna del mondo della moda di New York, alcune ragazze spagnole e una coppia d’italiani in viaggio di nozze. Pulivano i pavimenti, facevano il bagno ai malati, toglievano, in un “puzzo” rivoltante di escrementi, i lenzuoli sporchi e lavavano, a mano, le coperte e i materassini blu delle brande. «Questo è il posto più bello dell’India», diceva Andi, il tedesco.
«Una volta lei, Madre, ha detto che, se ci fosse di nuovo da scegliere fra la Chiesa e Galileo, lei starebbe ancora dalla parte della Chiesa. Ma non è questo un rifiuto della modernità, un rifiuto della scienza che oggi è invece la grande fede dell’Occidente?» ho chiesto. «Allora perché l’Occidente lascia morire la gente per le strade? Perché? Perché tocca a noi 135 a Washington, a New York, in tutte queste grandi città, aprire dei posti per dar da mangiare ai poveri? Diamo cibo, vestiti, rifugio, ma soprattutto diamo amore perché sentirsi rifiutati da tutti, sentirsi non amati è ancor peggio che aver fame e freddo. Questa è oggi la grande malattia del mondo. Anche di quello occidentale».

Penso a Gandhi. Anche lui non credeva che i problemi dell’umanità potessero essere risolti da una rivoluzione sociale, politica o scientifica, ma solo da una “rivoluzione spirituale”. Peccato che, anche in India, quella rivoluzione non sia avvenuta. E il messaggio di Madre Teresa finirà, come quello di Gandhi, per essere dimenticato dopo la sua scomparsa? «Il futuro non è affar mio», mi ha risposto. «Nemmeno quello del suo ordine?». «No. Lui provvederà. Lui ha scelto me e allo stesso modo sceglierà qualcuno che continuerà il lavoro».
Le ricordo un sogno che lei stessa ha raccontato. Madre Teresa si presenta a San Pietro e quello, fermo sulla porta, dice: «Via, via. Questo non è un posto per te. In Paradiso non ci sono i poveracci e i “baraccati”». «Allora riempirò questo posto di quella gente, così poi avrò anch’io il diritto di venirci», gli risponde Madre Teresa. «Ora crede di avercene mandati abbastanza da aver conquistato quel diritto, Madre? Si sente vicina?» le ho chiesto. «Aspetto che mi chiami». «Non ha paura della morte?». «No. Perché dovrei? Ho visto tantissima gente morire e nessuno attorno a me è morto male».
S’era fatto tardi, e la campana era già suonata due volte per chiamare a raccolta nella cappella al primo piano le suore e i volontari per la preghiera della sera, e lei voleva andare a prendere il suo posto, inginocchiata su un pezzo di “balla”. A guardarla quell’ultima volta, in mezzo alla sua gente, mi pareva che le preoccupazioni che tanti «ragionevoli» si fanno sul futuro delle Missionarie della Carità fossero superflue. Se il lavoro che lei e le suore fanno non è il «loro», ma il Suo, quel lavoro certo continuerà. Perché qui quel che più conta è credere.

Avvenire- Tiziano Terzani

Prostituzione e traffico umano: il buco nero dei bambini scomparsi dell’India

Con almeno 11.228 sparizioni solo nel 2011, il West Bengal è lo Stato con più sparizioni nel Paese. Per la grande povertà, famiglie dei villaggi vendono i propri figli per sperare di dare loro un futuro migliore, ma perdono i contatti. Una prostituta-bambina guadagna circa 80mila rupie al mese (poco più di 1100 euro).

Calcutta (AsiaNews) – Prostituzione, lavori in nero, strada, traffico di essere umani: nel 2011 sono finiti qui almeno 11.228 bambini del West Bengal (WB), lo Stato indiano con il maggior numero di minorenni scomparsi nel nulla. In tutta il Paese, sono 32.342 i piccoli indiani di cui si sono perse le tracce. Le cifre sono parziali, perché basate solo sulle denunce di scomparsa registrate. Povertà e basso tasso di alfabetizzazione sono le cause principali di questo fenomeno, diffuso per lo più nelle aree rurali e nei villaggi: nel solo distretto di Jailapaiguri (WB), 1,9 milioni di famiglie vivono con meno di un dollaro al mese.

Per guadagnare qualche rupia, i genitori “vendono” i propri figli a degli “agenti”, che promettono di inserire i piccoli nel mondo del lavoro nelle grandi città. “Per queste famiglie – spiega ad AsiaNews Reynold Chhetri, vice sovrintendente della polizia a Darjeeling – mandare i figli a lavorare è l’unica possibilità per sopravvivere”. In genere, i trafficanti prendono i bambini e li portano nelle grandi città, come New Delhi, Mumbai e Gurgaon. I genitori non hanno più loro notizie.

Di solito, i bambini vengono impiegati in qualunque tipo di lavoro domestico, o come operai. Le bambine entrano per lo più nel giro della prostituzione, qualcuna va a fare la cameriera a casa di famiglie benestanti. In media, un maschio o una femmina impiegati come lavoratori domestici guadagnano 12mila rupie al mese (circa 165 euro), mentre le piccole prostitute anche 80mila rupie (circa 1100 euro).

P. Arul Dass, professore al Morning Star College di Calcutta (West Bengal), definisce questa tendenza “sconvolgente”. Secondo il sacerdote, “il governo dovrebbe prendere seri provvedimenti per arrestare i problema. Tutti i bambini dovrebbero avere un rifugio sicuro, dove crescere come futuri cittadini responsabili del Paese”. Questo, aggiunge, “è un loro diritto: governo e società civile devono intervenire”.
di Santosh Digal

Rapporto. In India nascono sempre meno bambine

genericidioNonostante la crescita economica, l’aumento dell’istruzione femminile e le leggi che vietano gli aborti selettivi, in India lo squilibrio tra i sessi continua a rimanere tra i più alti dell’Asia. E’ quando emerge da un rapporto presentato a New Delhi dal Centro per le ricerche sociali (Csr), un think tank che si occupa di diritti delle donne. La percentuale di neonati maschi è di 110 per 100 femmine in India, la più alta dopo la Cina (117) e l’Asia Centrale (116). In base all’ultimo censimento del 2011, c’è stato un leggero miglioramento negli Stati settentrionali del Punjab e Haryana, i più colpiti dalla “strage delle bambine”, ma la disparità si è accentuata nell’India meridionale e orientale, dove la discriminazione era marginale. A livello nazionale c’è stato un peggioramento del tasso di bambine, sceso da 927 femmine (al di sotto dei 6 anni) ogni mille maschi nel 2001 a 918 nel 2011. «Sono proprio gli Stati più ricchi come Punjab, Haryana, Gujarat e Delhi – ha spiegato Ranjama Kumari, direttrice del Csr – a registrare una più bassa percentuale di bambine, contraddicendo quindi le teorie di molti economisti secondo le quali la prosperità riduce lo squilibrio demografico tra i sessi». Nelle aree tribali, considerate le più arretrate, il tasso di bambine è invece superiore alla media nazionale. Questa tendenza sarebbe dovuta «al proliferare di cliniche ginecologiche pubbliche e private che offrono ogni tipo di trattamento per le coppie benestanti ». In India, come anche in Cina, Nepal e Vietnam, esiste una severa legge che vieta i test medici per determinare il sesso del nascituro, ma la proibizione è spesso aggirata o camuffata da altri esami sul feto o dalle tecniche di fecondazione assistita, compresa quella dell’utero in affitto. Si calcola che ogni anno in India avvengano circa 600 mila aborti selettivi perché i genitori preferiscono i figli maschi (soprattutto quando il primo figlio è femmina). Da diversi anni il governo indiano ha introdotto degli incentivi economici per le madri e per le bambine e lanciato delle campagne di sensibilizzazione per rimuovere il pregiudizio.

Il “genericidio” si diffonde nel mondo

donneabortiteLa pratica dell’aborto selettivo in base al sesso e’ molto piu’ diffusa di quanto si pensi. E’ ben noto che in Cina e in India essa sia diffusa, ma ora appare evidente che cio’ avviene in numerosi altri paesi.

Genedericide in the Caucasus e’ il titolo di un articolo dell’Economist pubblicato lo scorso 21 settembre. Vi e’ descritto come, senza interferenze, normalmente nascono 105 bambini ogni 100 bambine. In Armenia e in Azerbagian il rapporto è di 115/100, mentre in Georgia è di 120/100.

Il rapporto diventa ancor più sbilanciato se il primo figlio è femmina. Lo squilibrio prevale a causa dell’aumento della diffusione di macchine ad ultrasuoni negli ultimi due decenni.

Uno studio pubblicato nell’edizione di giugno di Population and Development esamina la situazione. Nell’articolo L’implementazione delle preferenze per una discendenza maschile di John Bongaarts, viene riconosciuto che in molte società vi è effettivamente una tradizionale preferenza per i figli maschi, tuttavia negli ultimi anni le macchine a ultrasuoni e i metodi contraccettivi hanno rinforzato questa tendenza.

La Cina, ad esempio, nel 2010 è risultata il paese con il più altro squilibrio: 119 maschi ogni 100 femmine. In India il medesimo rapporto è di 108 a 100, tuttavia in numerosi altri stati, si va oltre i 110.

I metodi usati dalle famiglie che preferiscono i maschi sono svariati, spiega Bongaarts. La contraccezione è praticata più frequentemente dopo la nascita di un maschio, piuttosto che di una femmina. L’aborto selettivo sulla base del sesso è assai frequente, con 1 milione e 400mila aborti all’anno in tutto il mondo su un totale annuale globale stimato intorno ai 44 milioni di aborti.

In merito ai trend del futuro, Bongaarts osserva che “c’è una vasta domanda repressa di selezione del sesso”.

L’aborto selettivo in base al sesso è diventato un tema d’attualità in Inghilterra. Lo scorso anno il quotidianoTelegraph ha compiuto una stringente indagine in cui sono emersi due medici dichiaratisi a favore di questa pratica.

A seguito di una serie di ponderose considerazioni, lo scorso mese il Crown Prosecution Service (CPS) ha annunciato che non vi saranno sanzioni contro i medici, poiché non è stata riscontrata alcuna “valutazione di interesse pubblico”.

“Sembra vi sia una situazione in cui, per un capriccio del CPS, le procedure che sono chiaramente esplicitate nell’Abortion Act possono essere completamente ignorate dai medici e dal Servizio Sanitario Nazionale”, ha commentato il dottor Peter Saunders, direttore esecutivo del Christian Medical Fellowship, in un articolo pubblicato sul Telegraph dello scorso 4 settembre.

“Ciò è contrario alla legge. Il Parlamento fa la legge e il CPS dovrebbe metterla in pratica”, aggiunge Andrea Williams, direttore del Christian Legal Center.

In un articolo pubblicato dal Telegraph lo scorso 7 settembre, si accusa il CPS di utilizzare un doppio standard, e si osserva che, se da un lato rifiuta di sanzionare i medici, in precedenza ha preso provvedimenti contro dimostranti pro-life.

L’articolo descrive come il CPS abbia approvato la condanna di due attivisti pro-life cristiani per aver mostrato dei banner grafici fuori da una clinica abortista. Il caso è stato quindi portato in tribunale con il giudice distrettuale Stephen Nichols che ha affermato non fosse il caso di rispondere. L’articolo cita una serie di altri casi simili di azioni intraprese contro attivisti pro-life.

Il malcontento riguardo alla sentenza del CPS non si limita ai gruppi pro-life. Secondo quanto riferito dalla BBC lo scorso 5 settembre, il Segretario alla Salute, Jeremy Hunt ha dichiarato la propria preoccupazione sul caso. Intanto il ministro della giustizia del ‘governo ombra’ laburista, Emily Thornberry ha scritto al Pubblico Ministero richiedendo una urgente revisione della sentenza.

In seguito un gruppo di 50 membri del parlamento ha spedito una lettera al Ministro della Giustizia, affermando che la sentenza è stata “un passo indietro nella lotta per l’uguaglianza tra i generi” (cfr.Telegraph, 14 settembre).

Lo scorso mese, negli Stati Uniti, la Camera dei Deputati ha tenuto un’audizione sul problema dello squilibrio tra i generi in India.

Smith ha spiegato nei dettagli la propria opposizione all’aborto selezionato in base al sesso, in un articolo d’opinione pubblicato lo scorso settembre sul quotidiano Washington Times.

In India mancano dieci milioni di donne a causa dell’aborto in base al sesso e all’infanticidio, commenta Smith. Mentre i fattori culturali hanno giocato un ruolo nella questione, i programmi demografici promossi dagli USA, Planned Parenthood e il Popoulation Council, hanno avuto un significativo impatto negativo sulle donne, ha aggiunto il giornalista.

La dimostrazione di questo impatto emerge poco dopo, quando il 28 settembre, la Reuters ha riferito come in Cina la polizia ha liberato 92 bambini e due donne rapiti da una gang con l’obiettivo di venderli. “Una tradizionale preferenza per i maschi, specialmente nelle aree rurali, e una severa politica del figlio unico, hanno contribuito all’aumento del traffico di bambini e donne negli ultimi anni”, si legge nell’articolo.

Eppure, sulla scia della controversia inglese sulla sentenza del CPS, alcune donne difendono il “diritto” all’aborto sulla base del sesso.

Ann Furedi, direttrice esecutiva del British Pregnancy Advisory Service, non solo afferma che la selezione in base al sesso non è un problema per la Gran Bretagna, ma che in ogni caso, le donne dovrebbero avere il diritto di abortire sulla base del genere (cfr. London Times, 21 settembre).

Ci sono donne che difendono il diritto a ad uccidere selettivamente delle bambine: tuttavia, la legalizzazione dell’aborto ai fini della protezione della donna e della salvaguardia dei suoi interessi, non è forse uno degli argomenti chiave dei gruppi a favore dell’aborto?

Di John Flynn

L’inferno delle spose bambine

«Ho pensato diverse volte di uccidermi. Ero solo una bambina, ma avrei preferito togliermi la vita piuttosto che sposare un uomo che aveva il doppio della mia eta’».

Il (tentato) matrimonio forzato di Tasleem Mulhall non si è consumato in uno sperduto villaggio dell’Asia, ma in una città della moderna Inghilterra. Tra pressioni psicologiche e rimpatri forzati, quello delle spose bambine è infatti un fenomeno molto comune in tutta Europa, soprattutto nei Paesi che hanno un alto tasso di migranti.

Anche in Italia obbligate a sposarsi

Abuso sessuale. Abuso fisico. Abuso mentale. Sono queste le violenze che subiscono le ragazze che anche in Italia sono costrette a diventare spose. Alcune rischiano persino di venire uccise, se rifiutano di prendere come marito uno sconosciuto in terra lontana. Un fenomeno difficile da fermare perché in genere «le vittime non si rivolgono alla polizia per paura di penalizzare i propri genitori – spiega Nazia Khanum, autrice di un rapporto sui matrimonio forzati –. Tra le ragazze, casi di automutilazione e suicidi sono all’ordine del giorno». Di loro si legge in qualche raro articolo di cronaca.

Come Shahnaz Begum, uccisa a sassate in provincia di Modena dal marito per aver difeso la figlia che si opponeva a un matrimonio imposto. Anna (nome di fantasia), segregata dal padre in una cantina a Bologna; celebre la frase del genitore: «Da qui uscirai o pakistana o morta». Si è letto anche di Adila che bevve dell’acido muriatico per opporsi al matrimonio combinato con un connazionale.

Un’associazione per denunciare e salvare

Ma di Shahnaz, Anna e Adila in Italia ce ne sono molte, spiega l’associazione Trama di Terre, fondata nel 1997 a Imola. Questa Onlus ha gestito il primo rifugio italiano per donne scappate dai matrimoni forzati. Oltre al rifugio, è stata attivata una rete di protezione per le donne vittime di maltrattamenti. «Uno dei problemi principali è proprio il fatto che ancora non esistono delle cifre ufficiali», racconta la presidente di Trame di Terre Tiziana Dal Pra. Ed è merito proprio dell’associazione di Imola se si ha una prima stima reale dei matrimoni forzati in Italia, visto che Trame di Terre nel 2008 ha raccolto 33 casi nella sola Emilia Romagna. «Le testimonianze riguardano ragazze marocchine, pakistane e indiane – continua Dal Pra –. Solo un caso si è concluso con il suicidio di una donna indiana avvenuto a Carpi nel 2006, mentre in almeno otto casi sono state perse le tracce della vittima». Un progetto che, purtroppo, lo scorso anno si è fermato per mancanza di fondi. «Vorremmo rivolgerci al ministero delle Pari opportunità – precisa la presidente di Trama di Terre –. Ora stiamo seguendo autonomamente alcuni casi, ma servirebbe un piano nazionale per portare avanti il progetto».

Nozze celebrate all’estero e fatte riconoscere in Europa

Una strategia diffusa tra i genitori che vogliono costringere la loro figlia al matrimonio è portarla al Paese d’origine, che sia Pakistan, Marocco o Yemen, e farla convolare a nozze in un remoto villaggio. Poi, al ritorno in Europa, sarà solo una formalità fare registrare il matrimonio dal governo dove la famiglia ormai risiede.

Perché in Italia, per esempio, i matrimoni con minorenni sono vietati ma manca completamente un quadro legislativo utile a contrastare questo fenomeno. Il fatto che quasi sempre le nozze sono celebrate all’estero, infatti, è un escamotage che permette di aggirare la legge e intrappolare la ragazza che, una volta tornata in Europa, non sarà sottoposta a nessun controllo per capire la validità del consenso alle nozze. «Sappiamo di essere solo all’inizio di un percorso complesso e poco esplorato in Italia – continua la presidente di Trama di Terre –. Per questo vogliamo porre all’attenzione della politica italiana questo tema, portando il nostro contributo, frutto del lavoro sul campo fatto negli ultimi cinque anni. La prima necessità è quella di riconoscere i matrimoni forzati come una delle forme di violenza contro le donne».

Ultima speranza: un cucchiaino all’aeroporto

Nel Regno Unito, dove il fenomeno dei matrimoni forzati è maggiormente monitorato che in Italia, parte del lavoro delle Ong consiste nel dare consigli alle future spose bambine su come evitare di essere portate dai loro genitori fuori dal Regno Unito per obbligarle a sposarsi con uno sconosciuto.

Una delle strategie consigliata alle piccole vittime è quella di nascondere un cucchiaino metallico nelle mutande: questo porterà il metal detector dell’aeroporto a suonare e, non trovando nulla nelle tasche della minore, obbligherà la sicurezza aeroportuale a perquisire la ragazza in un’area sicura. Qui, lontana dal padre, la minore potrà raccontare del timore di stare per essere obbligata a sposarsi. «Questi trucchetti saranno necessari fino a che il governo non renderà il matrimonio forzato un reato penale», racconta Tasleem Mulhall dal Regno Unito. Una battaglia che il premier inglese David Cameron non sembra volere portare avanti. E che l’Italia non ha ancora iniziato, preferendo lasciare le sue bambine ancora con pochi aiuti. Per non dire, nessuno.

di Elisa Murgese

tratto da: http://www.dimensioni.org/2015/03/linferno-delle-spose-bambine.html

Maternità surrogata tra miseria, ignoranza e schiavitù

Ad alimentare la maternita’ surrogata sono la miseria e l’ignoranza di donne relegate ai margini della societa’. Lo dimostra una ricerca della Aarhus University, in Danimarca, condotto dalla ginecologa Malene Tanderup. La dottoressa danese ha rilasciato un’intervista alla Reuters Health nella quale spiega che per le donne povere di un Paese come l’India, ad esempio, affittare il proprio utero a ricchi aspiranti genitori occidentali può sì alleviare la loro miseria, ma le lascia inconsapevoli vittime di una pratica che comporta dei rischi di salute di cui sono totalmente ignare.

“Di 14 madri surrogate che ho intervistato – spiega la Tanderup – non ce n’è una in grado di spiegare i rischi dovuti alla presenza di più embrioni nel proprio utero o alla riduzione fetale”. L’esperta sottolinea che “la gravidanza è il momento più delicato nella vita di una donna”, pertanto coloro che affittano il proprio utero “dovrebbero sapere cosa stanno accettando di fare”.

Ma la ricerca, condotta tra il 2011 e il 2012 e che ha coinvolto 18 medici di 20 cliniche indiane che si occupano di maternità surrogata, fa trasparire che ogni decisione in merito alla gravidanza viene presa “in modo unilaterale” dal personale medico, il quale lascia le madri surrogate all’oscuro di tutto ciò che avviene nel proprio corpo.

L’India resta una delle mete più popolari di questa forma di turismo, che è una vera e propria macchina di soldi: si stima che i profitti si aggirano tra i 500milioni ai 2,3miliardi di dollari l’anno. Per una donna di una classe sociale modesta, affittare il proprio utero significa incassare dai 3mila ai 7mila dollari, cifre che possono notevolmente migliorare la condizione economica di un’intera famiglia di dalit (i fuori casta, i più emarginati della società indiana).

Il denaro incassato non sopperisce però ai detrimenti fisici che un simile sfruttamento provoca alle donne. Il lavoro della Tanderup, intitolato Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica, è stato commentato anche nella stessa India. Il dott. Amar Jesani, direttore dell’indiano Journal of Medical Ethics, ritiene che lo studio scandinavo “mostra la realtà dei fatti in modo nudo e crudo”.

Il medico indiano ha confermato che nel suo Paese la mancanza di consenso informato sulle procedure mediche cui vengono sottoposte queste donne è un problema diffuso, per questo si dice “per nulla sorpreso dai risultati” delle interviste raccolte dalla Tanderup.

Risultati che fotografano uno scenario di schiavismo moderno foraggiato dalla cultura del desiderio ad ogni costo di ricchi occidentali. Nessuna delle madri intervistate sapeva quanti embrioni fossero stati impiantati nel proprio utero e nemmeno se vi fossero state complicazioni dovute a gravidanze multifetali.

Inconsapevolezza confermata anche dai medici che si occupano di queste pratiche. “No – ammettono alla Tanderup -, non abbiamo mai chiesto il consenso e nemmeno informato queste donne sul numero di embrioni trasferiti nel loro utero”. Come mai questa mancanza di informazioni? Presto detto: “Sono analfabete, ragazze senza istruzione”, rispondono laconicamente i medici indiani.

L’autrice della ricerca ha verificato che in alcune cliniche vengono trasferiti anche sette embrioni alla volta. Un crinale che la Tanderup definisce alquanto pericoloso, poiché più sono i feti più aumentano i rischi per la salute della madre e dei bambini. Per questi ultimi, si parla di possibilità maggiori di nascere prematuri e di avere paralisi celebrali o difficoltà di apprendimento, mentre per le madri maggiori sono i rischi di soffrire di pressione alta, diabete e sanguinamenti post-parto.

Ipotesi, queste, che non trovano menzione nei contratti che vengono siglati dagli aspiranti genitori e dalle donne che affittano il proprio utero. Poca chiarezza si registra anche riguardo i parti gemellari. Di solito, quando le gravidanze sono multiple, intorno alla decima settimana i medici riducono il numero di feti in base ai desideri dei genitori commissionanti. La soppressione dei feti “indesiderati” avviene attraverso l’iniezione di “una sostanza letale”.

Le donne che invece portano a termine una gravidanza multipla partorendo più bambini in un unico parto, non vengono messe al corrente del fatto che avrebbero bisogno di assicurarsi un periodo di riposo completo. È così che esse tornano immediatamente a svolgere mansioni pesanti, spesso a lavorare la terra. Con il rischio di gravi ricadute sulla propria salute.

Secondo il medico indiano Amar Jesani, i risultati di questo studio gettano una luce “poco lusinghiera” sui medici di certe cliniche e sui genitori committenti della gravidanza. Eppure non emerge nulla di nuovo. Prima della pubblicazione della ricerca scandinava, il vaso di pandora sul mercato dei bambini in India l’aveva scoperto la vicenda di Sushma Pandey, diciassettenne uccisa in un “centro di eccellenza” per la fecondazione eterologa dalla stimolazione ovarica alla quale si sottoponeva per la terza volta in 18 mesi.

Tuttavia il profitto ha prevalso sulla dignità di una vita umana. Per la morte di questa giovane definita “analfabeta”, infatti, nessuno ha pagato.
Federico Cenci www.zenit.org

Uteri in affitto, il market Asia fa i conti con la concorrenza

hope-for-GammyIl primo passaggio al Parlamento di Bangkok della legge sulla maternità surrogata ha inviato un’onda d’urto nel mondo. I. di Baby Gammy, affetto da sindrome di Down, rifiutato inizialmente dalla coppia australiana che aveva invece subito accolto la gemellina sana, e del cittadino giapponese già “padre” di 15 bambini nati con pratiche surrogate nel Paese, sono stati una pubblicità negativa troppo forte per essere tollerabile e così la bozza di legge presentata in agosto ha avuto un binario preferenziale. Il voto del 28 novembre ha posto in un limbo donne in attesa di figli su commissione, puerpere, bimbi già nati e famiglie committenti, con gravi conseguenze potenziali per tutti gli attori coinvolti, d’altra parte, il “caso” thailandese è di tutto rilievo (con un valore stimato di 125 milioni di dollari l’anno) e il risultato del dibattito parlamentare significativo per il futuro della pratica, almeno in Asia.
Unica con l’India a condividere l’accettazione della surrogata internazionale sul proprio territorio, la Thailandia si trova ora a essere riferimento per una regolamentazione che tanto deve alla sua situazione politica, nazionalismo e controllo militare crescenti, quanto era debitrice in precedenza a una liberalizzazione arbitraria e interessata. Molti, anche nell’area Asia-Pacifico, cominciano così a guardare a Nord e a Nord-Est, verso paesi come Azerbaijan, Bulgaria e Romania che non hanno leggi specifiche ma un’industria della maternità surrogata, e verso Bielorussia, Russia e Ucraina aperti agli aspetti commerciali della pratica. Non un rischio per l’India che, forte delle sue necessità e delle sue dimensioni demografiche, è un “mercato” del valore di almeno 500 milioni di dollari l’anno (fino a un miliardo per alcune fonti). Possono usufruirne cittadini di paesi asiatici e del Pacifico (Giappone, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda…) dove le pratiche surrogate sono proibite, diretti finora soprattutto verso la Thailandia, unica in Asia ad accettare anche committenti single o coppie dello stesso sesso.
Lo stesso vale per i cinesi della Repubblica popolare, dove la pratica è bandita, almeno ufficialmente, e di certo non aperta verso l’estero. Significativamente, però, le coppie cinesi preferiscono tentare la sorte negli Stati Uniti, a costi maggiori, con la speranza aggiuntiva di potere un giorno reclamare per la prole la cittadinanza Usa. L’India diventa così mercato di preferenza, con una legge ad hoc ferma dallo scorso anno in Parlamento.
Qui la maternità surrogata è ammessa legalmente dal 2002, e dal 2008 anche quella a carattere commerciale per una sentenza della Corte Suprema. Una pratica aperta anche a donne straniere, dopo che nel 2009 l’Alta corte del Gujarat ha riconosciuto che la nazionalità della madre surrogata determina quella del bambino da lei nato.
Resta il fatto che, al di là delle considerazione specifiche sulla barbara pratica dell’utero in affitto, la situazione solleva il problema di un doppio binario riguardo la sicurezza delle gestanti e delle partorienti nel Paese dove una donna muore ogni otto minuti per complicazioni della gravidanza o del parto. Stefano Vecchia

Affittare un utero in India

Una ong fa il punto sul mercato delle maternità su “committenza” nel paese. Una pratica pericolosa, al limite dello schiavismo, che vale due miliardi di dollari. “La libertà della madre surrogata è un’illusione”

Due giorni fa, le agenzie di stampa hanno parlato di una coppia di cinquantenni, originaria del Cremasco, che dopo aver pagato trentamila euro per una maternità surrogata in Ucraina ha scoperto che il bambino così ottenuto non poteva essere iscritto come loro figlio allo stato civile italiano. Il bambino è stato nel frattempo tolto alla coppia e affidato a un istituto, mentre i due “committenti”, accusati di alterazione di stato civile, a ottobre saranno processati.

Una storia spaventosa, comunque vada a finire. Così come è terribile quella della coppia tedesca che, qualche anno fa, ha vissuto una vicenda analoga in India: il bambino nato con maternità surrogata non ha potuto lasciare il paese, perché in Germania, come in Italia, la gravidanza “per conto terzi” è proibita. E giustamente: non vale la pretesa di regolamentare, in nome della libertà di decisione della madre surrogata e del “diritto” al figlio dei committenti, qualcosa che non è emendabile. Anche le madri surrogate occidentali, in teoria ben pagate campionesse di prestazioni gestazionali, sono soggette a una forma avvilente di mercificazione che non sarebbe considerata ammissibile se volessero, per esempio, vendersi un rene. Pura merce diventa anche il figlio commissionato dietro regolare contratto, come dimostrano i casi in cui alla madre portatrice viene chiesto di abortire se il bambino atteso mostra di essere “difettoso”. E’ successo nel 2010 in Canada e anche quest’anno, in America, che due madri surrogate si siano rifiutate di abortire due bambini portatori, rispettivamente, di trisomia e di una malformazione del volto.

Terribili sono soprattutto le storie che arrivano dall’India. La vera terra promessa dell’utero in affitto, legalizzato dal 2002 e al centro di un business in crescita sregolata, favorita dalle tariffe concorrenziali rispetto agli altri paesi dove pure la pratica è legale (Stati Uniti, Spagna, la citata Ucraina). A raccontare in che cosa consista quel mercato che solo in India, oggi, è valutato in due miliardi di dollari, arriva lo studio di una ong con sede a Nuova Delhi, che dal 1983 si occupa di diritti delle donne: il Centre for social research (Csr), molto attivo anche contro l’aborto selettivo delle femmine e le sterilizzazioni forzate, altre feroci piaghe indiane. Nelle 168 pagine del rapporto, intitolato “Surrogate motherhood. Ethical or commercial”, troviamo i risultati di un sondaggio che ha preso in considerazione cento madri portatrici e cinquanta coppie di committenti (quasi sempre di indiani ricchi residenti in paesi occidentali dove l’utero in affitto è vietato), intervistate a Mumbai e a Nuova Delhi. E’ questa la vera novità dello studio del Crs: a parlare in prima persona sono stavolta anche quelle donne povere e poverissime che accettano di portare avanti una gravidanza su commissione per puro bisogno, a condizioni che non è esagerato definire di tipo schiavistico.

Vediamo così che i contratti stipulati tra queste donne e gli aspiranti genitori (le cliniche in questa fase non compaiono, così non tocca a loro rispondere se qualcosa andasse storto) sono normalmente firmati dopo il secondo trimestre di attesa, una volta consolidata la gravidanza (nelle fecondazioni in vitro c’è un’alta percentuale di aborti spontanei). La maggior parte delle madri surrogate non possiede copia del contratto e spesso non è nemmeno a conoscenza del suo contenuto: a contattarle, magari per strada, è stato uno dei tanti agenti che incassano una commissione dalle cliniche. Oppure ad attirarle è stata un’inserzione pubblicitaria che promette soldi alle madri portatrici. Gli stessi agenti sono, per il settantasette per cento delle donne consultate nel sondaggio, l’unica fonte di informazione su quello che le attende.

Queste e altre circostanze fanno concludere al Csr che, in India, “la libertà della madre surrogata è un’illusione”. Se il neonato mostra un’anomalia o il suo sesso non è quello specificato nel contratto, per esempio, i committenti possono ottenere che la madre surrogata abortisca, spesso con “comodi” metodi chimici somministrati nelle stesse baby factory. Queste donne, durante la gravidanza, vivono nelle cliniche o in case rifugio: ufficialmente per essere al riparo da circostanze che potrebbero metterle a rischio, in realtà per essere controllate: inzeppate di farmaci ormonali prima dell’impianto embrionale, soggette a qualsiasi somministrazione da parte dei medici, dopo. A loro è riservato tra l’uno e il due per cento di quanto riscosso dalla clinica. Si tratta di poche migliaia di rupie, che diventano a rischio se la gravidanza si interrompe o se i committenti non accettano il figlio.

Perché succede anche questo. Che le coppie committenti si separino nel frattempo, o che il bambino si riveli malato e quindi automaticamente indesiderabile. In questi casi, le prestatrici di utero possono essere pagate la metà o non essere pagate affatto.

L’avvocato Kirti Gupta, intervistato nel rapporto del Centre for social research, spiega che “in India non è difficile avere un bambino attraverso la maternità surrogata, perché non esiste una legge per controllarla o regolarla”. Esistono in realtà, dallo scorso gennaio, alcune linee guida che vietano di affittare l’utero a coppie gay o a coppie non sposate da almeno due anni. La maternità surrogata, inoltre, deve essere legale nel paese d’origine dei richiedenti, i quali devono dotarsi di un visto per ragioni mediche (quindi non basterà più quello turistico). Deve anche essere mostrata la prova documentale, rilasciata dall’ambasciata, che il paese da cui provengono i committenti accetterà a tutti gli effetti come loro figlio biologico il bambino partorito da una madre surrogata indiana. E’ presto per dire se quelle linee guida – in attesa che sia varata una vera legge, in stallo al Parlamento indiano da almeno tre anni – sia riuscita a frenare almeno alcuni degli abusi. Oltre ai problemi legali legati al riconoscimento dei nati, esistono infatti altri abusi, tuttora in corso. Il rapporto del Centre for social research parla, per esempio, di venticinque cicli di fecondazione in vitro praticati su una stessa donna, di altre donne che hanno superato il massimo di tre gravidanze consentite (in teoria) per pratiche di utero in affitto, del generale sistema di costrizione nel quale prospera la pratica della maternità surrogata nel subcontinente indiano: a cominciare dal fatto che spesso, a convincere una donna ad affittare l’utero, è un marito che ha bisogno di soldi. E a volte succede, come è accaduto il 16 maggio del 2012 in una clinica indiana della fertilità, che una di queste madri incubatrici muoia. Premila Vaghela, trent’anni, sposata con due figli, è morta all’ottavo mese di una gravidanza su commissione. A causa di “complicazioni inspiegabili”, ha scritto il Times of India, che si sono manifestate con convulsioni e collasso mentre la donna si sottoponeva a una visita nella clinica della fertilità che l’aveva ingaggiata, il Women Hospital Pulse, con sede ad Ahmedabad, nello stato del Gujarat, dove si concentra il maggior numero di cliniche della fertilità indiane. I medici le hanno praticato un cesareo, prima di mandarla a morire in un altro ospedale, e Premila Vaghela ha potuto “portare a termine il proprio lavoro”: il bambino che aveva in grembo è stato consegnato alla donna americana che l’aveva commissionato. Il Women Hospital Pulse – struttura moderna che opera in collegamento con un’importante clinica australiana della fertilità – è noto per gli eccellenti standard internazionali di assistenza, per essere molto ben frequentato da coppie occidentali abbienti e abituate al meglio. La morte della signora Vaghela è stata definita una tragica ma inevitabile “fatalità”. Purtroppo, nel contratto che aveva firmato prima di intraprendere la gravidanza surrogata, erano state inserite clausole che sollevavano committenti e clinica da ogni responsabilità in caso di problemi, se non per atti di negligenza che nessuno ha potuto provare.

Sono gli incerti del mestiere di madre surrogata. Il Centre for social research, al termine del suo studio, chiede un quadro legale certo che regoli la materia in India, e che tuteli le madri portatrici e i bambini. Ma l’unica legge che può mantere questa promessa è quella che vieti quella pratica odiosa e schiavistica.

La conversione di Manisha, nata nel giorno della Madonna

INDIA_(F)_0318_-_Manisha_Ansurkar_conversion_storyUna vita segnata da gravi perdite l’ha avvicinata a
Cristo. Poi l’incontro con un cattolico, oggi suo marito, e l’inizio del
catecumenato. “Dio mi ha cercato in ogni momento dell’esistenza”. A Pasqua
riceverà il battesimo.

Mumbai (AsiaNews) – “È come se Dio sia venuto a cercarmi, in ogni momento della mia vita, incoraggiandomi e confortandomi attraverso la Sua Parola”. A parlare è Manisha Ansurkar, 25 anni, che nella notte di Pasqua riceverà il battesimo e diventerà cristiana, dopo aver seguito il cammino di catecumenato per due anni. Nata da una famiglia indù l’8 settembre 1987, giorno della festa della Natività di Maria, la sua esistenza è segnata da lutti e gravi malattie sin da quando è piccola: a cinque anni perde sua madre, seguita sette anni più tardi dalla sorella maggiore, Meenashi, che scompare a soli 16 anni per una malattia.

In seguito alla morte della sorella, il padre si risposa e si immerge di più nella cultura e nelle tradizioni indù. Manisha descrive la sua famiglia come “non molto religiosa, anche se costante nel praticare i rituali quotidiani”. È lo stesso per lei: “Non seguivo nessuna regola, e a stento andavo al tempio o mi dedicavo alla preghiera”. A 18 anni subisce un nuovo colpo: il padre si ammala in modo molto grave, e lei e i suoi cari affrontano grandi difficoltà economiche. “Sapevo – ricorda – che la novena di Nostra Signora del perpetuo soccorso, alla chiesa di S. Michele a Mahim, era considerata miracolosa. Così vi ho partecipato, pregando la Madonna di salvare la vita di mio padre”.

Le sue preghiere vengono ascoltate: a poco a poco il padre migliora, fino a guarire del tutto. La vita torna alla normalità. “Dopo tutto questo bene però – confessa – non ho più pregato. Ero troppo impegnata con la mia vita di sempre. Avevo dimenticato come Dio aveva ascoltato le mie preghiere, dandomi quello che avevo chiesto”.

La svolta avviene qualche tempo dopo: “Gesù è tornato a cercarmi, portando nella mia vita la persona migliore del mondo, il mio futuro marito Remeth Lobo, un cattolico”. I due si sposano nel 2011, con la benedizione del padre e della matrigna di Manisha. È Rebeth ad avvicinarla al cattolicesimo: “Anche se non ero certa di voler seguire Gesù, avevo fiducia in Lui. Ho iniziato a conoscerlo meglio e mi meravigliavo di come qualcuno avesse potuto rinunciare alla propria vita per noi peccatori. Come ha potuto Dio sacrificare suo Figlio per persone che a stento lo ascoltavano? Ho capito che il Signore aveva un piano per me, e ho iniziato il cammino di catecumenato”.

“Dover onorare tante divinità – spiega Manisha – mi ha sempre confuso, era qualcosa che mi lasciava spossata, insoddisfatta e irrequieta. Credere in un solo Dio invece mi ha reso più forte e ha sanato il mio spirito”.

“La promessa della risurrezione dei morti – continua – ha trovato un posto speciale nel mio cuore, perché incontra uno dei miei desideri più grandi: riunirmi in Paradiso con mia madre e mia sorella. Anche il mio nome, Manisha, significa ‘desiderare’. Tutto questo mi dona speranza e pace”. Senza saperlo, nota, “sono testimone dell’amore di Dio da quando sono nata. Il Signore ha scelto di farmi nascere nel giorno della natività di Maria, per proteggermi sotto il suo manto materno. Questi sono è la saggezza e l’amore che Dio nutre per me”.

 

 

La conversione di Sabira, dalle strade di Mumbai ai malati di Hiv “come Madre Teresa”

INDIA_(F)_0325_-_ConversioneNata da una famiglia islamica, la ragazza scappa di casa a 7 anni per fuggire dalle botte della madre. Accolta in un ostello di gesuiti, ricorda i bambini che “pregavano sempre una donna che chiamavano Madre Maria”. La scoperta di una grave malattia, il diploma da infermiera professionista e la conversione al cattolicesimo.

Mumbai (AsiaNews) – Sabira ha solo sette anni quando scappa di casa insieme a suo fratello. Era il 1991 e i due ragazzini fuggivano da una vita fatta di povertà assoluta, fame, una madre violenta e il fantasma di un padre morto alcolizzato qualche anno prima. È in strada che conosce suor Seraphim, delle Sorelle della Carità, che la porta all’ostello gesuita Snehasadan di Mumbai, dove bambini di strada come lei vengono accolti e curati. È qui che, insieme a suo fratello, Sabira conosce la figura della Madonna, “una donna che tutti pregavano, ma non capivo perché”. Ma sarà solo molti anni dopo, già adulta e fuori dall’ostello, che deciderà di convertirsi al cattolicesimo e servire i malati con “l’amore e la gioia di Cristo”, come Madre Teresa.

Sabira Mohammed Yasin Sheikh – questo il suo nome completo – nasce il 12 giugno 1984 a Mumbai, da una famiglia musulmana. Parlando con AsiaNews, ricorda che “la vita a casa era insopportabile. Insieme a mio fratello sono scappata via”. È l’8 settembre 1991 quando, tra le migliaia di persone che affollano la stazione ferroviaria di Dadar, suor Seraphim trova per caso i due bambini e decide di portarli con sé allo Snehasadan.

“L’ostello – racconta la ragazza – era stato fondato dai gesuiti, che lo gestivano insieme alle Suore della Carità dell’ordine di Sant’Anna. Ricordo bene che tutti i bambini pregavano Maria. Io, che non sapevo chi fosse questa donna, non riuscivo a capire perché gli altri ‘pregassero’ per qualcun altro, che chiamavano ‘Madre Maria’. Pensavo alla mia, di madre, che era stata così violenta con me”. Tuttavia “le religiose mi dissero che potevo pregare chiunque, ma che dovevo pregare perché era importante. Qualche tempo dopo chiesi agli altri bambini perché pregavano proprio Maria, e loro mi risposero che lei rispondeva e faceva dei favori. Ciononostante, continuavo a non capire”.

Nonostante questa “incomprensione”, la vita di Sabira prosegue serena. “Le suore erano molto gentili e materne – racconta – e mi hanno fatto sentire presto a mio agio, sicura e amata in questo rifugio, senza farmi mancare di nulla”. Qualche tempo dopo, la ragazza viene iscritta a scuola, in ritardo rispetto agli altri compagni perché sua madre non l’aveva mai fatta studiare.

“Un giorno – ricorda – avevo bisogno di un piccolo favore: avevo finito lo shampoo, così chiesi a Maria di aiutarmi. Non l’avevo detto a nessuno, ma qualche giorno dopo un sostenitore dell’ostello donò un’enorme bottiglia di shampoo. Era la prima volta che sperimentavo l’amore della Madonna! Da allora, iniziai a pregarla ogni giorno di aiutarmi nello studio. Nonostante non fossi brava a scuola, riuscii a passare sempre gli esami”.

La vita di Sabira subisce un nuovo colpo quando, a 16 anni, le viene diagnosticata una dolorosa forma di artrite reumatoide, che la costringe al ricovero in ospedale per un lungo periodo. Riesce comunque a finire gli studi superiori, dopo i quali si iscrive alla scuola per infermiere Mother Vanni, in Andhra Pradesh. Nonostante le tante ospedalizzazioni, nel 2010 ottiene il diploma di infermiera professionista.

“Circa a metà del 2010 – spiega – ho iniziato a lavorare a tempo pieno all’ospedale della Sacra famiglia. L’artrite era sotto controllo grazie a pesanti cure, così nel gennaio 2011 una mia collega, Anita Barboza, mi porta a fare un ritiro di quattro giorni al Tabor Ahram, un centro di preghiera dedicato alla Madonna. Per due anni non ho più avuto dolori, e senza bisogno di cure, né medicinali”.

A poco a poco “ho iniziato a riflettere sulla mia vita e a tutte le meraviglie con cui Maria e suo figlio Gesù avevano benedetto me e mio fratello. Anche lui aveva finito gli studi e aveva ottenuto un buon lavoro. L’amore di Cristo e della Madonna agitava il mio cuore“. Sabira inizia ad andare a messa in modo regolare: “Desideravo ricevere questo Gesù, che mi aveva amato così teneramente. Nel profondo del mio cuore volevo essere battezzata e diventare cattolica, per servire Cristo con amore e gratitudine”.

Così, nel luglio 2012 inizia il cammino di catecumenato. Ha un nuovo attacco di artrite reumatoide, che la costringe in un letto d’ospedale tra forti dolori. “Non ho ceduto – afferma Sabira – alla tentazione del diavolo. Non ho mai pensato ‘Dio non mi ama’, perché sapevo che l’amore del Signore era con me”.

Oggi, con l’aiuto di un programma dello Snehasadan per rintracciare le famiglie dei bambini di strada, Sabira e il fratello sono tornati a vivere con la loro madre, in una casa comprata dal ragazzo. Sabira è un’infermiera di Medici senza frontiere che lavora con i malati di Hiv/Aids e di tubercolosi e“.

Nirmala Carvalho (www.asianews.it)

Spose bambine, fenomeno grave anche tra gli immigrati

Le vacanze scolastiche: un momento atteso  e sempre accolto con esultanza dagli studenti. Tutti gli anni, però, per milioni di bambine e di adolescenti nel mondo diventa il momento del passaggio, inaspettato, violento, traumatico, alla vita adulta. L’Unicef denuncia che ogni anno circa tre milioni di bambine di età inferiore a 15 anni subiscono mutilazioni genitali femminili. Sono quasi tutte africane, ma l’istituzione è diffusa anche in alcuni paesi dell’Asia sud-occidentale, ad esempio in Yemen.

Da tempo in Africa si è diffusa la consuetudine di eseguire gli interventi approfittando proprio delle vacanze scolastiche: per non far perdere giorni di scuola alle bambine poiché l’escissione, e ancor più l’infibulazione, richiedono un periodo di convalescenza abbastanza lungo e, soprattutto, per eludere gli eventuali controlli degli insegnanti, questo accade nei numerosi paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono sì proibite da una legge, ma che è fatta rispettare a dir poco svogliatamente, per cui è sufficiente infliggere le mutilazioni con discrezione per evitare sanzioni.

Una parte di quelle bambine a scuola, però, non ritornano più: o perché non sopravvivono alle gravi, frequenti complicazioni – quasi sempre si tratta di infezioni ed emorragie – o perché l’intervento precede di pochi giorni il matrimonio che mette fine alla loro carriera scolastica.

A maggior ragione, scelgono le vacanze scolastiche gli emigranti residenti in Europa e in America del Nord, dove le leggi contro le mutilazioni genitali femminili vengono applicate più rigorosamente. Se ne hanno i mezzi, per essere ancora più sicuri di scampare alla giustizia, portano a mutilare le figlie nei paesi d’origine. Le stime per quanto riguarda l’Italia, calcolate sulla base del numero di donne immigrate e della loro provenienza, indicano che nel nostro paese le bambine a rischio potrebbero essere quasi 8.000.

Un altro pericolo incombe inoltre sulle giovani africane e asiatiche residenti in Europa e in America del Nord. All’inizio dell’estate il governo britannico, e non per la prima volta, ha avvertito medici, insegnanti e personale aeroportuale di vigilare con particolare impegno perché, durante le vacanze estive, cresce il rischio che delle bambine e delle adolescenti vengano condotte all’estero dalle famiglie con il pretesto di un soggiorno nel paese di origine dei genitori, ma in realtà per farle sposare, dopo averne in precedenza combinato il matrimonio secondo regole che spesso prevedono il pagamento del cosiddetto “prezzo della sposa”: un importo negoziato durante le contrattazioni matrimoniali che il marito o la di lui famiglia si impegnano a corrispondere ai genitori della sposa.

Lo scorso anno tra giugno e agosto l’Unità governativa britannica Matrimoni forzati ha ricevuto ben 400 segnalazioni e una recente indagine commissionata dal governo britannico ha rivelato che ogni anno più di 5.000 giovani immigrate sono costrette a un matrimonio combinato. Oltre un terzo di esse ha meno, spesso molto meno, di 16 anni. È il caso, raccontato dalla BBC, di Sameem Ali, portata in Pakistan e lì maritata quando aveva 13 anni, e di Ahman Kassim, che ne aveva soltanto 11 anni quando si è trovata sposata a un perfetto sconosciuto durante quella che credeva essere una vacanza estiva in Yemen.

Il problema in Gran Bretagna e in altri stati occidentali in effetti è ben noto e da molto tempo. In Italia è stato portato per la prima volta all’attenzione del pubblico nel 1993 quando la casa editrice Mondadori ha pubblicato l’autobiografia di Zana Muhsen, intitolata Vendute! L’odissea di due sorelle. Nell’estate del 1965 Zana, che allora aveva 15 anni, e la sorellina Nadia, residenti a Birmingham, di madre inglese e padre yemenita, erano state affidate a un amico di quest’ultimo che – così era stato raccontato a loro e alla madre – le avrebbe ospitate in Yemen per una breve vacanza. Partite euforiche all’idea di conoscere finalmente il paese di origine del padre, al loro arrivo avevano scoperto di essere sposate a due cugini. Zana, dopo otto anni e innumerevoli vicissitudini, è riuscita a tornare in Gran Bretagna, libera, ma dovendo lasciare al marito il figlio nato dall’unione. Invece la sorella Nadia vive tuttora in Yemen, con il marito, perché non ha avuto il coraggio di abbandonare le due figlie sapendo che saranno quasi sicuramente destinate a loro volta a un matrimonio precoce e forzato. Contro la loro volontà entrambe sono state escisse da neonate. In cambio di Zana e Nadia il padre aveva chiesto e ottenuto 2.500 sterline.

Guai a me se non predichero’ il Vangelo! (San Francesco Saverio)

saverio1Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave ed i Comandamenti della legge divina.
Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né dire l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il regno dei cieli.
Perciò, non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono molto intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani.
Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno!
Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!
In verità moltissimi di costoro, turbati da questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore: «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?» (At 9, 6 volg.). Mandami dove vuoi, magari anche in India.

Dalle «Lettere» a sant’Ignazio di san Francesco Saverio, sacerdote
(Lett. 20 ott. 1542, 15 gennaio 1544; Epist. S. Francisci Xaverii aliaque eius scripta, ed. G. Schurhammer I Wicki, t. I, Mon. Hist. Soc. Iesu, vol. 67, Romae, 1944, pp. 147-148; 166-167)

India, Sumita e la fede in Cristo scoperta grazie a un rosario

sumitaNata da madre induista e padre buddista, la donna ha una vita tormentata che cerca di
sanare con l’astrologia e altri riti. L’apparizione di un rosario e il sostegno di un’amica la spingono a iniziare il catechismo per diventare cattolica. “Dio mi ha donato preghiera, amore, misericordia e la forza di perdonare”.

Un piccolo rosario trovato dentro casa: inizia così la conversione al cattolicesimo di Sumita Jagatap, indù e praticante in uno studio legale di Mumbai. Figlia di madre indù e padre buddista, la donna vive da sempre rapporti conflittuali, dentro e fuori la propria famiglia: la diversa religione è spesso motivo di scontri e litigi tra i genitori, che hanno ripercussioni anche sui figli. Sumita cresce inquieta, senza veri punti di riferimenti, e porta queste insicurezze anche nel proprio matrimonio, che durerà appena sette giorni.

“Nel 2004 – ricorda Sumita ad AsiaNews – mia madre diventa seguace del famoso guru indù Swamiji e partecipa a ogni suo raduno, nella speranza di portare la pace nella nostra famiglia. Sono sempre stata molto legata a lei, così l’ho seguita e sono diventata anch’io un’adepta di Swamiji. Ma tutto è rimasto come prima”. Nel 2006, la madre muore all’improvviso durante un incontro a Kulu (Himanachal Pradesh). “La sua morte – spiega – mi fece perdere la fede e da quel momento ho subito dolori e sofferenze di ogni tipo“.

Nel 2010, Sumita si sposa, ma rompe il matrimonio dopo appena sette giorni per “ingiustizie” provocate dal marito, di cui preferisce non parlare. Torna dal padre, che vive a Mulund con il figlio più grande e la moglie di questo, ma la situazione peggiora di giorno in giorno. Decide di andare a vivere da sola, sfinita dalle continue angherie inflitte dal fratello e dalla cognata: il 18 dicembre dello stesso anno si trasferisce a Mira Road, per iniziare una nuova vita.

“Se pensavo al mio futuro – racconta – vedevo solo oscurità. Cercavo un aiuto in qualunque cosa, l’astrologia, il vastu shastra [“scienza delle costruzioni”, studia come le leggi della natura influenzano le abitazioni, ndr], ma nulla aveva risolto i miei problemi”. Intanto, l’avvocato che dibatteva la sua causa di separazione inizia a parlarle di Gesù e di Dio, invitandola ad andare a messa con lui. “Ero un indù, per lungo tempo avevo seguito il mio guru, non avevo mai letto nulla su Cristo”.

A marzo 2011, continua, “è Gesù stesso a rivelarsi a me, portandomi un piccolo rosario nella mia casa di Mira Road”. In un primo momento, ricorda, “non avevo idea di come fosse arrivato lì. Pensai che erano stati i piccioni, che spesso si fermavano fuori dalle mie finestre”. Sumita racconta del rosario a un’amica, Rupali Joseph, un’ex indù convertitasi al cattolicesimo. “Mi spiegò l’importanza del rosario nella vita dei cristiani e mi portò a casa sua, dove la sua famiglia pregò Gesù per me. Narrai la mia storia ai suoi suoceri, che per uno strano caso si chiamano Maria e Giuseppe”.

I due cristiani introducono Sumita al cristianesimo, e la portano con loro a diversi ritiri spirituali. “Dopo aver partecipato a questi raduni e aver ascoltato la Parola di Dio, ho sentito avvenire un grande cambiamento dentro di me. Credo che il Signore abbia sanato tutte le mie ferite e benedetto i miei peccati, donandomi la preghiera, l’amore e la misericordia per gli altri, oltre alla forza di perdonare quanti mi hanno fatto del male”. Nel luglio 2012 ha iniziato il cammino di catecumenato, per ricevere il battesimo e convertirsi al cattolicesimo. “Credo con forza che Gesù sia l’unico Dio e voglio testimoniare Cristo nella mia vita. Il mio lavoro procede bene nella grazia di Cristo e sono riuscita a riconciliarmi con la mia famiglia, perché ho compreso il vero significato della confessione e del perdono”.

di Nirmala Carvalho (www.asianews.it)

Un’altra vittima del traffico di ovuli e di bambini

MadhumatiL’India e’ la capitale mondiale dell’utero in affitto. Ha costi molto piu’ modesti rispetto ai Paesi occidentali, ed e’ per questo la meta scelta da chi non ha le possibilia’à economiche per soddisfare in California il suo desiderio senza limiti di maternità e paternità. Patria della surrogacy low cost, l’India vanta un giro d’affari che oscilla trai 2,3 e i 5 miliardi di dollari.

Il “prezzo” della gravidanza può variare dai 18mila ai 30mila dollari (un terzo rispetto al prezzo negli Stati Uniti), di cui circa 8mila spettano alla donna che porta in grembo gli embrioni donati dalla coppia. I costi ridotti hanno reso il Paese un vero e proprio hub per il “turismo della procreazione”.

Madhumati Thakur giovane donna di 22 anni è stata uccisa nel Maharasthra perché si è ribellata al racket di ovuli e alla vendita del suo bambino.

STORIA DI MADHUMATI THAKUR

La vicenda di Madhumati Thakur, 22 anni, ha acceso i riflettori sul traffico di ovuli in Maharashtra. La polizia di Hadapsar (vicino la città di Pune) ha arrestato quattro donne e un’altra persona colpevoli dell’omicidio della giovane madre, e della tentata vendita del suo bambino.

La mente del racket era Nikita Sanjay Kangne, che avvicinava donne povere delle baraccopoli di Wanowrie e Hadapsar e le convinceva a donare i propri ovuli con la promessa di ingenti guadagni. Lo stesso è avvenuto con Madhumati, che però sembra si sia ribellata e per questo è stata uccisa.

OGNI DONNA “VALE” SOLO 15.000 RUPIE

Nikita Sanjay Kangne a sua volta “donatrice” di ovuli e madre surrogata, aveva trovato lavoro in un centro per la fertilità di Vimannagar specializzato in fecondazioni in vitro, al quale “forniva” donatrici di ovuli su commissione. La clinica pagava 15mila rupie per ogni donna -198 euro-, 10mila destinate alla donatrice e 5mila per il suo ingaggio.

ABORTO SELETTIVO

Pascoal Carvalho medico cattolico, membro della Commissione diocesana per la vita umana, ha riferito che l’India è uno dei Paesi in cui è più facile abortire: “Le stime riportano oltre 6 milioni di aborti ogni anno a livello nazionale. Ciò vuol dire che 26 donne ogni 1.000 in età riproduttiva non mettono al mondo il proprio figlio”. E ha aggiunto “anche se è in vigore il Pre-Natal Diagnostic Techniques Act del 1994 – che vieta i test per la determinazione del sesso – i test vengono praticati lo stesso e si commette l’omicidio del feto”. Le pratiche discriminatorie contro le femmine sono ancora piuttosto diffuse in India, dove le “radicate norme culturali considerano la donna inferiore all’uomo”.

LA MATERNITÀ SURROGATA «È SOLO UN BUSINESS»

Il dottor Pascoal Carvalho nel commentare la tragica vicenda della giovane donna uccisa ha affermato senza mezze misure: “La surrogazione di maternità non è mai stata a favore della vita. È solo un business (…) È un mercato che fattura miliardi di dollari, in gran parte non regolamentato e privo di etica, ricco di avidità e pieno di potenziali pericoli. (…) La vita non viene mai presa in considerazione nella pratica dell’utero in affitto. Strategie di marketing ingannevoli dipingono questo business in maniera diversa da quello che è: mercificazione della vita. Il bambino non è mai visto come un dono, ma come un articolo da procurare (…) le decine di migliaia di embrioni distrutti, i pericoli per le donne assoldate, e ora anche l’omicidio di una di loro a Pune, rivela l’amara verità della surrogazione: la sconfitta del valore intrinseco della vita umana”. In più vi è la “mancanza di una legislazione adeguata e di trasparenza nell’intero sistema. La maternità surrogata appare come un’attraente alternativa per le madri povere, che così guadagnano qualche soldo, o per le coppie infertili, che possono soddisfare il desiderio di genitorialità a lungo atteso. Ma l’inadeguatezza delle leggi porta solo allo sfruttamento di entrambi, madri surrogate e genitori, in balia delle logiche di profitto di questi intermediari e delle agenzie commerciali”.

Un recentissimo articolo di Monica Ricci Sargentini raccontava una giornata in incognito a Roma con il direttore di Exstraordinary ConceptionsMario Caballero e le potenziali coppie desiderose di ricorrere alla pratica dell’utero in affitto. Nelle parole di Caballero l’esplicita conferma che la maternità surrogata è solamente un business. Durante l’incontro infatti gli domandano:

E le madri surrogate? Chi ci assicura che non cambieranno idea? «No, una volta firmato il contratto — dice — non è possibile. Alla portatrice facciamo anche fare un test psicologico che attesta che è sana di mente così non può appellarsi a un giudice e dire che non sapeva quello che faceva». Per tutta la gravidanza le madri vengono seguite da una psicologa «perché devono capire — spiega Caballero — che questo è un business, non devono essere emotive devono pensare al business. Io glielo dico sempre».

Questo è il pensiero del cardinale Vicario di Roma Agostino Vallini che facciamo nostro:

“Il desiderio non può essere eretto a diritto. Ciò che deve essere messo in primo piano è l’interesse del bambino, non la volontà di due persone di avere un figlio. I figli non si costruiscono”

da: http://it.aleteia.org

Luce accesa sulle indiane schiave

surrogata indiaLa maternità surrogata, che ha in India una roccaforte sia per la presenza di una abbondante richiesta locale sia per la relativa facilità e economicità della pratica a favore di stranieri, mostra nel grande Paese asiatico anche i suoi lati più oscuri. Il “consiglio” dato lo scorso ottobre dalla Corte Suprema agli indiani a non prestarsi a un uso di donne, strutture e personale per favorire la ricerca di prole da parte di coppie straniere resta lettera morta e il Parlamento di Nuova Delhi continua a puntare più sulla “moralizzazione” della pratica che sulla repressione di una catena di interessi e connivenze che favorisce e alimenta una “industria” da 900 milioni di euro l’anno.

Una catena di abusi che sono la faccia più oscura della surrogata, più profondi quanto maggiori sono l’arretratezza e la povertà di un Paese di 1,3 miliardi di individui in cui una donna che si presti a ospitare un figlio altrui nel suo grembo può guadagnare in nove mesi quanto in sei anni di duro lavoro. A questa condizione, non nuova ma che l’autrice ha voluto ridefinire attraverso la visita diretta a quattro cliniche specializzate nel Gujarat, il giornale progressista inglese The Guardian ha dedicato un servizio firmato da Julie Bindel, giornalista, scrittrice e femminista impegnata, apertamente contraria alla pratica della surrogata.

Quello che emerge dal reportage conferma le peggiori ipotesi riguardo a una pratica che nei fatti è ben lontana dall’asetticità e dalle tutele che la propaganda di cliniche e procacciatori vorrebbero mostrare e anche dall’immagine che sovente – per necessità o paura – emerge dalle donne che si prestano a cedere il loro utero per una gravidanza surrogata. Donne che guadagnano una frazione di quanto la pratica costa ai “committenti”: 5mila euro, contro i 20mila e più versati complessivamente. Tuttavia, mentre buona parte delle madri surrogate provengono da classi povere, sovente da aree rurali anche se – come emerge nei grandi centri urbani – già impiegate come domestiche o baby sitter, le venditrici dei propri ovuli da fecondare sono donne di medio e alto livello sociale, ottima educazione e attentamente selezionate sul piano medico.

La Bindel ha raccolto testimonianze che indicano come gli embrioni siano impiantati su due o più madri surrogate e che, nel caso si avviino gravidanze multiple, l’aborto risolve imbarazzanti casi di abbondanza. Alle future partorienti sono dedicate strutture residenziali in cui vengono ospitate durante la gravidanza, pressoché isolate dall’esterno. Questo crea problemi, in particolare per coloro che arrivano da aree lontane del Paese e devono restare separate dal marito o dalla famiglia d’origine per lunghi periodi. Per questo a chi resta sono offerti incentivi mentre vengono negati i soldi per il ritorno a chi decide di rinunciare. Nell’impossibilità di scegliere sesso del nascituro e sue caratteristiche somatiche, dato l’anonimato delle donatrici di ovuli, è possibile scegliere la madre surrogata da catalogo e incontrarla per verificarne la compatibilità con le aspettative
Stefano Vecchia

 

 

Come una giovane indiana figlia di un musulmano e di una indu’ si e’ convertita al cattolicesimo

islam2016“Non avrei mai immaginato che ascoltando il Vangelo durante la messa di mezzanotte, sarebbe iniziato il mio viaggio nella fede cattolica”. Lo dice Sonam Shaikh, figlia di padre musulmano e madre indu’, costretta a convertirsi all’islam per sposare il marito. La giovane indiana è nata a Calcutta il 20 maggio 1989, ma ha vissuto gli anni dell’infanzia in Nepal, dove il padre si era traferito per lavoro. È ritornata in India nel 1996, in seguito si è laureata in Commercio e ha conseguito un diploma post-laurea in Ospitalità e Aviazione.

Il momento della “svolta” è avvenuto nel 2011, quando un collega ha invitato Sonam a partecipare alla messa della notte di Natale. La ragazza, che non era mai entrata in una chiesa, sente che in quel momento qualcosa dentro di lei cambia: “Subito ho iniziato ad amare questo Dio potente”.
Di seguito la testimonianza di Sonam, che ha intrapreso il rito dell’Iniziazione cristiana per gli adulti (Traduzione a cura di AsiaNews).

Nel 2011, durante la mia carriera professionale, ho incontrato un ragazzo cattolico che mi ha invitato alla messa della notte di Natale. Da musulmana, nei precedenti 22 anni di vita non avevo mai visitato una chiesa cattolica, non avevo mai assistito ad una messa e non conoscevo nulla della fede cristiana. Perciò ho accettato di buon grado il suo invito alla messa di Natale, pensando che fosse un evento sociale e culturale.

Tutto mi ha affascinata, è stata un’esperienza meravigliosa e magica il solo fatto di essere presente alla messa nel momento in cui entrava la lunga processione dei sacerdoti nelle loro vesti, i ministranti…tutti mi hanno riempito di stupore.

Mentre la messa proseguiva, io non ero preparata a questa magnificenza. Il sacerdote è emerso e ha iniziato a leggere il racconto della nascita di Cristo (solo dopo ho saputo che quello che leggeva si chiama Vangelo). È stato come un fulmine, sentire della Vergine che concepisce per opera dello Spirito Santo, il canto degli angeli, Dio che è nato.

Questo andava oltre ogni possibile immaginazione. Questo Dio è così potente, che tutto muove con il suo Verbo. Il potere di Dio ha scatenato dentro di me un intenso desiderio di conoscerlo, e io immediatamente ho iniziato ad amare questo Dio potente. Fu un’esperienza che è impressa nella mia memoria, perché quello è stato il primo passo verso l’abbraccio della fede cristiana.

Così è nato il mio desiderio di seguire questa fede, ed è per questo che mi trovo qui, nel programma Rcia [rito dell’Iniziazione cristiana per gli adulti – ndt].

Il programma Rcia è stata un’esperienza davvero utile e positiva. Io pensavo che ci avrebbero solo insegnato le preghiere e a leggere la Bibbia (la parola di Dio), ma non è stato solo questo. Io credevo inoltre che il mio amore per Cristo e il percorso con lui fosse un’esperienza privata.

Invece attraverso il rito dell’Iniziazione cristiana, ho realizzato che questa esperienza deve essere condivisa con gli altri. La mia venerazione per il Signore è cresciuta più forte e profonda. Mentre leggevo la parola di Dio e avevo un continuo dialogo con lui, questa è diventata una parte molto importante nella mia vita.

L’impegno, la durata e il sostegno di tutto il gruppo dell’Rcia hanno anche fatto maturare il mio amore per la fede. Queste persone servono in modo infaticabile per dare a noi la buona novella.

Qui di seguito indico qualche esperienza del mio percorso nel programma Rcia:

Il primo ritiro della mia vita

Dove io ho imparato quanto Gesù ci ama e continua ad amarci. Egli è stato umiliato, ha sofferto, ha versato il suo sangue per la salvezza del mondo intero. Ho imparato ad essere più indulgente, avere compassione ed essere in grado di condividere le mie esperienze.

In questo modo sono più vicina a Dio, alla mia famiglia, amici, vicini e qualunque altra persona. La mia fede è cresciuta più forte in Dio, nel sentiero di Dio per me e per gli altri. Quanta riconoscenza, quanto sono grata per questo. Io vedo e sento in maniera differente grazie alle mie letture e riflessioni sulle Scritture e la vita di Dio.

Ringrazio il gruppo Rcia per aver reso questo ritiro un’esperienza così significativa.

Il rito dell’Ammissione

Questo è stato il primo rito effettuato in Chiesa dopo la messa. Noi siamo stati gradualmente introdotti agli aspetti della religione cattolica e alle sue pratiche. Io ho realizzato e compreso quanto Dio significasse per me e quanto la relazione con lui mi avesse resa più forte.

Quando mi sono ritrovata di fronte all’altare per la prima volta, per me è stato il piacere più grandioso che un essere umano possa mai sperimentare. Io ero piena di gioia quando siamo stati introdotti in parrocchia, e abbiamo ricevuto la benedizione del Padre e tutti pregavano per noi.

Rito dell’Elezione

Il rito dell’Elezione è lo stadio che precede la ricezione del sacramento dell’Iniziazione (Battesimo, Eucaristia e Confermazione).
Con il rito dell’Elezione si conclude il periodo del Catecumenato. Questo rito coincide con la prima domenica di Quaresima alla presenza del vescovo. Egli scrive i nostri nomi nel libro degli eletti.
Il momento in cui ho ricevuto la benedizione del vescovo è stato uno dei momenti di maggior orgoglio nella nella mia vita.
Ora noi catecumeni siamo orgogliosi di essere chiamati eletti o illuminandi (coloro che saranno illuminati). Questo è l’inizio del periodo di purificazione e illuminazione in quanto eletti. Non vedo l’ora che arrivi il momento dei tre scrutini, che si svolgeranno nella terza, quarta e quinta domenica di Quaresima.

Mentre mi avvicino alla celebrazione della Pasqua (impaziente di essere battezzata e ricevere il corpo e il sangue di Cristo), io prego per me e per tutti di essere fedeli e leali al nostro Signore.

La lavanda dei piedi, il momento che più mi ha toccato il cuore ed emozionato in questo percorso

L’intero atto suggerisce che dobbiamo essere orgogliosi di chi siamo e di quello che abbiamo. Ma dobbiamo essere anche umili e modesti. Dobbiamo abbandonare l’egoismo, l’orgoglio e l’amore smisurato di sé.
Alla fine io sono rimasta senza parole e i miei occhi erano pieni di lacrime perché questo è stato il sentimento più umile che io abbia mai provato.

Inoltre noi candidati siamo stati benedetti per aver potuto lavare i piedi dei nostri animatori. Questo senso di soddisfazione ha cambiato la nostra visione gli uni degli altri.
Questo dimostra l’amore e la cura per gli altri.
“Prego affinchè dopo il nostro battesimo possiamo rimanere leali e devoti a Cristo nostro Signore”.
Abbandono tutto a Gesù, a Lui dono tutto.

da: iltimone.it

India, liberata «schiava» dell’utero in affitto

PhulmaniLa vicenda di Phulmani (il nome è di fantasia) e l’orrore inflittole aprono una breccia nell’omertà e negli interessi che hanno finora nascosto un’altra delle piaghe dell’India. Dall’età di 13 anni la giovane, oggi 31enne, è stata ridotta in schiavitù e poi costretta ad accogliere in grembo figli – sei in tutto – di coppie paganti che le sarebbero stati tolti dopo un periodo di allattamento al seno, abitualmente di sei mesi. La sua vicenda, portata alla luce dall’organizzazione Shakti Vahini, Ong che nella capitale Delhi ha finora salvato dallo sfruttamento un centinaio di ragazze provenienti come Phulmani dalle are rurali dello Jharkhand, ha dischiuso una realtà finora solo sospettata. Originaria del villaggio di Patru, in un’area che è considerata un serbatoio inesauribile per i predatori organizzati che alimentano e soddisfano le più diverse esigenze nelle grandi città, dallo scorso anno Phulmani è tornata a casa.

Ma le sue ferite emotive sono profonde e probabilmente non rimarginabili. «Mi hanno trattata come una macchina per fare soldi. Non hanno mai avuto interesse per quello che volevo, tutto quello che interessava loro era che facessi nascere i bambini», ha detto nell’intervista rilasciata al quotidiano indiano Hindustan Times, incapace di guardare negli occhi il reporter. Phulmani – che non ha mai avuto la possibilità di conoscere la destinazione dei bambini o di rivederli – era stata attirata a Delhi con la promessa di un impiego da un procacciatore attivo nel suo villaggio.

Tuttavia, dopo avere lavorato per un anno come domestica, la sua vita era cambiata come mai avrebbe sospettato potesse succedere. Una condizione che ha reso il suo caso, se possibile, ancora più simbolico e atroce rispetto alle 10mila coetanee – come lei in buona parte tribali o aborigene – che ogni anno (secondo le stime dei gruppi per i diritti umani) vengono “esportate” dallo Jharkhand per servire nelle case di cittadini benestanti della capitale oppure nei suoi bordelli. Un racket organizzato meticolosamente, che cresce nell’indifferenza e nella corruzione endemiche da cui però, negli ultimi anni, sono trapelate con crescente frequenza notizie sulla riduzione in schiavitù di ragazze per farne madri surrogate al servizio di ricchi indiani o di coppie occidentali. Il Child Welfare Committee (Comitato per il benessere dei bambini), agenzia governativa, ha finalmente deciso di indagare sulle voci che andavano affiorando e ha portato alla luce storie sconvolgenti. Il caso che forse rappresenta il culmine dell’intollerabilità è quello di una giovane del villaggio di Lotwadugdugi, attirata a Delhi dai trafficanti all’età di otto anni e che solo a 29 anni è tornare dalla famiglia, dopo avere dato alla luce dieci bambini commissionati da coppie non in grado di procreare e ottenuti con la tecnica dell’“utero in affitto”. Le indagini successive, in cui è stata coinvolta la polizia dopo che sono stati denunciati alcuni dei casi di sfruttamento, hanno sollevato il velo di vergogna e paura e molti abitanti hanno ammesso di essere a conoscenza sia dell’attività dei trafficanti, sia delle pratiche di surrogazione. Che non sempre hanno come sede la lontana capitale, ma sovente anche le precarie abitazioni dei villaggi, dove le donne danno alla luce bambini che gli vengono sottratti in cambio di cifre modeste e, a volte, solo di minacce.

A chiarire le dimensioni del traffico di esseri umani dallo Jharkhand sono anche i dati diffusi dal Bachpan Bachao Andolan (Bba), il movimento fondato dal Nobel per la Pace Kailash Satyarthi. Degli 80mila minorenni che il Bba ha finora salvato, fino al 20% sono originari degli Stati di Jharkhand e Bihar, la cui arretratezza espone le più giovani al reclutamento.

da: Avvenire

La vita di Madre Teresa

teresa_de_calcuta“ Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”.Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri. “Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”. Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”. 

Questa luminosa messaggera dell’amore di Dio nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, città situata al punto d’incrocio della storia dei Balcani. La più piccola dei cinque figli di Nikola e Drane Bojaxhiu, fu battezzata Gonxha Agnes, ricevette la Prima Comunione all’età di cinque anni e mezzo e fu cresimata nel novembre 1916. Dal giorno della Prima Comunione l’amore per le anime entrò nel suo cuore. L’improvvisa morte del padre, avvenuta quando Agnes aveva circa otto anni, lasciò la famiglia in difficoltà finanziarie. Drane allevò i figli con fermezza e amore, influenzando notevolmente il carattere e la vocazione della figlia. La formazione religiosa di Gonxha fu rafforzata ulteriormente dalla vivace parrocchia gesuita del Sacro Cuore, in cui era attivamente impegnata.

All’età di diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha lasciò la sua casa nel settembre 1928, per entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “le Suore di Loreto”, in Irlanda. Lì ricevette il nome di suor Mary Teresa, come Santa Teresa di Lisieux. In dicembre partì per l’India, arrivando a Calcutta il 6 gennaio 1929. Dopo la Professione dei voti temporanei nel maggio 1931, Suor Teresa venne mandata presso la comunità di Loreto a Entally e insegnò nella scuola  per ragazze, St. Mary. Il 24 maggio 1937 suor Teresa fece la Professione dei voti perpetui, divenendo, come lei stessa disse: “la sposa di Gesù” per “tutta l’eternità”. Da quel giorno fu sempre chiamata Madre Teresa. Continuò a insegnare a St. Mary e nel 1944 divenne la direttrice della scuola. Persona di profonda preghiera e amore intenso per le consorelle e per le sue allieve, Madre Teresa trascorse i venti anni della sua vita a “Loreto” con grande felicità. Conosciuta per la sua carità, per la generosità e il coraggio, per la propensione al duro lavoro e per l’attitudine naturale all’organizzazione, visse la sua consacrazione a Gesù, tra le consorelle, con fedeltà e gioia.

Il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette l’“ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, in che modo non lo raccontò mai, la sete di Gesù per amore e per le anime si impossessò del suo cuore, e il desiderio ardente di saziare la Sua sete divenne il cardine della sua esistenza. Nel corso delle settimane e dei mesi successivi, per mezzo di locuzioni e visioni interiori, Gesù le rivelò il desiderio del suo Cuore per “vittime d’amore” che avrebbero “irradiato il suo amore sulle anime. ”Vieni, sii la mia luce”, la pregò. “Non posso andare da solo” Le rivelò la sua sofferenza nel vedere l’incuria verso i poveri, il suo dolore per non essere conosciuto da loro e il suo ardente desiderio per il loro amore. Gesù chiese a Madre Teresa di fondare una comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei più poveri tra i poveri. Circa due anni di discernimento e verifiche trascorsero prima che Madre Teresa ottenesse il permesso di cominciare la sua nuova missione. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri.

Dopo un breve corso con le Suore Mediche Missionarie a Patna, Madre Teresa rientrò a Calcutta e trovò un alloggio temporaneo presso le Piccole Sorelle dei Poveri. Il 21 dicembre andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi. Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Alcuni mesi più tardi si unirono a lei, l’una dopo l’altra, alcune sue ex allieve.

Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità veniva riconosciuta ufficialmente nell’Arcidiocesi di Calcutta. Agli inizi del 1960 Madre Teresa iniziò a inviare le sue sorelle in altre parti dell’India. Il Diritto Pontificio concesso alla Congregazione dal Papa Paolo VI nel febbraio 1965 la incoraggiò ad aprire una casa di missione in Venezuela. Ad essa seguirono subito altre fondazioni a Roma e in Tanzania e, successivamente, in tutti i continenti. A cominciare dal 1980 fino al 1990, Madre Teresa aprì case di missione in quasi tutti i paesi comunisti, inclusa l’ex Unione Sovietica, l’Albania e Cuba.

Per rispondere meglio alle necessità dei poveri, sia fisiche, sia spirituali, Madre Teresa fondò nel 1963 i Fratelli Missionari della Carità; nel 1976 il ramo contemplativo delle sorelle, nel 1979 i Fratelli contemplativi, e nel 1984 i Padri Missionari della Carità. Tuttavia la sua ispirazione non si limitò soltanto alle vocazioni religiose. Formò i Collaboratori di Madre Teresa e i Collaboratori Ammalati e Sofferenti, persone di diverse confessioni di fede e nazionalità con cui condivise il suo spirito di preghiera, semplicità, sacrificio e il suo apostolato di umili opere d’amore. Questo spirito successivamente portò alla fondazione dei Missionari della Carità Laici. In risposta alla richiesta di molti sacerdoti, nel 1991 Madre Teresa dette vita anche al Movimento Corpus Christi per Sacerdoti come una “piccola via per la santità” per coloro che desideravano condividere il suo carisma e spirito.

In questi anni di rapida espansione della sua missione, il mondo cominciò a rivolgere l’attenzione verso Madre Teresa e l’opera che aveva avviato. Numerose onorificenze, a cominciare dal Premio indiano Padmashri nel 1962 e dal rilevante Premio Nobel per la Pace nel 1979, dettero onore alla sua opera, mentre i media cominciarono a seguire le sue attività con interesse sempre più crescente. Tutto ricevette, sia i riconoscimenti sia le attenzioni, “per la gloria di Dio e in nome dei poveri”.

L’intera vita e l’opera di Madre Teresa offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio. Ma vi fu un altro aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: “l’oscurità”. La “dolorosa notte” della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri.

Durante gli ultimi anni della sua vita, nonostante i crescenti seri problemi di salute, Madre Teresa continuò a guidare la sua Congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Nel 1997 le suore di Madre Teresa erano circa 4.000, presenti nelle 610 case di missione sparse in 123 paesi del mondo. Nel marzo 1997 benedisse la neo-eletta nuova Superiora Generale delle Missionarie della Carità e fece ancora un viaggio all’estero. Dopo avere incontrato il Papa Giovanni Paolo II per l’ultima volta, rientrò a Calcutta e trascorse le ultime settimane di vita ricevendo visitatori e istruendo le consorelle. Il 5 settembre 1997 la vita terrena di Madre Teresa giunse al termine. Le fu dato l’onore dei funerali di Stato da parte del Governo indiano e il suo corpo fu seppellito nella Casa Madre delle Missionarie della Carità. La sua tomba divenne ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera per gente di ogni credo, poveri e ricchi, senza distinzione alcuna. Madre Teresa ci lascia un testamento di fede incrollabile, speranza invincibile e straordinaria carità. La sua risposta alla richiesta di Gesù: “Vieni, sii la mia luce”, la rese Missionaria della Carità, “Madre per i poveri”, simbolo di compassione per il mondo e testimone vivente dell’amore assetato di Dio.

Meno di due anni dopo la sua morte, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, il Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della Causa di Canonizzazione. La beatificazione si e’ svolta il 19 ottobre 2003.
La memoria liturgica e’ il 5 settembre.

India e Cina contro l’aborto selettivo di bimbe

Il divario numerico tra maschi e femmine, causato dall’aborto selettivo delle bambine, sta diventando un problma sociale in alcuni Paesi asiatici dove piu’ forte è stata la spinta al controllo delle nascite. Così India e Cina hanno deciso di correre ai ripari.
In India, nonostante la crescita economica e la diminuzione delle morti per parto, il numero delle neonate continua a scendere. Nel 1971 erano 964 ogni mille maschi, dato peggiorato a 918 nel 2011, secondo i dati Onu. Tra il 2001 e il 2011, la situazione si è aggravata in due terzi dei distretti indiani. Secondo il giornale britannico The Lancet sono fino a 12 milioni le bambine indiane mai nate tra il 1980 e il 2010. Una strage silenziosa con gravi impatti sociali, in una società profondamente patriarcale dove le figlie sono ritenute un peso sulle finanze familiari.
A pochi giorni dalla visita in India del presidente americano Barack Obama, il premier indiano Narendra Modi ha lanciato una campagna contro la riduzione del numero delle bambine a causa degli aborti selettivi, per l’Onu una emergenza nazionale. “Le bambine vengono uccise mentre sono nel ventre delle loro madri e noi non sentiamo dolore”, ha detto Modi in un discorso nello Stato di Haryana, presentando la campagna ‘Salva tua figlia, educa tua figlia’. “Non abbiamo il diritto di uccidere le nostre figlie”, ha aggiunto a proposito della pratica dell’aborto selettivo, vietata nel Paese, ma assai diffusa.
È una strage che ha causato una disparità numerica, che a sua volte ha un ruolo nell’aumento di crimini come lo stupro, il traffico di esseri umani e il nuovo fenomeno della ‘condivisione delle mogli’ nei villaggi. “Per ogni mille maschi nati, ci dovrebbero essere mille femmine nate”, ha sottolineato Modi, definendo la diversa importanza data a figli e figlie “una malattia psicologia dell’intero Paese”.

Lo stesso giorno in cui Modi dava il via alla campagna, in Cina, dove nascono 116 bambini ogni 100 bambine, le autorità governative hanno deciso un “giro di vite” contro le agenzie che inviano campioni di sangue delle future mamme all’estero per determinare il sesso del nascituro. Secondo l’agenzia Xinhua le maggiori restrizioni saranno sul web.

In Cina le analisi per determinare il sesso del nascituro sono vietate, ma le famiglie aggirano il divieto attraverso agenzie che offrono il servizio all’estero pubblicizzate soprattutto sul web. Fra le misure decise dalla Commissione c’è il divieto per i motori di ricerca di dare nei risultati link a siti che contengono pubblicità delle agenzie, oltre che pene più severe per quelle illegali e il divieto per i medici di trasportare o spedire campioni di sangue all’estero.

Particolarmente “gettonato” l’invio di provette a Hong Kong, attraverso veri e proprio “spalloni”, per farle analizzare. Test che garantiscono il 99% di accuratezza. Lo scorso luglio, la dogana al confine tra Shenzhen e Hong Kong ha sequestrato 215 provette, mentre a ottobre una donna di Hong Kong è stata fermata con altre 16 provette. L’esame del sangue sta soppiantando l’utilizzo di ecografi trasportabili, il metodo più usato fino ad ora. Sono 14 le agenzie governative impegnate nel bloccare questo traffico, con strumenti che vanno dalla censura degli annunci a ricompense per delatori, all’aumento del controllo alle frontiere. Alle donne cinesi incinte, trasportare il campione di sangue in provette sistemate in borse con il ghiaccio, costa circa 500 euro e il risultato arriva entro 72 ore. L’aumento dei controlli ha ridotto il traffico tanto che molte agenzie specializzate nel trasporto stanno ora offrendo sconti, come riferisce il South China Morning Post.