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4 luoghi comuni sul velo islamico

Il velo fa discutere, divide gli animi, suscita interrogativi. Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi ideologici, politici o pseudo-religiosi. Almeno quattro sono i luoghi comuni dell’islamically correct con cui fare i conti.

1. Il velo, si dice, e’ parte integrante della religione e della cultura del mondo musulmano. Non e’ così: non c’è un solo testo religioso che faccia del velo un pilastro dell’islam. L’imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell’uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania, l’uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in discussione. È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa nostra.

2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di modestia delle donne musulmane. Al contrario, e’ l’esibizione di un messaggio politico e di potere. È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle l leggi e alle tradizioni più aberranti. La donna col velo è colei che può essere lapidata se commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire l’infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a 12 anni un uomo che non ha mai visto.

3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un’insegna di potere, è uno strumento di controllo. Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire che entrino in relazione con la società, tenere lontano «l’altro», il nemico, il rivale, l’infedele. Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza volontà e senza diritti. Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della porta accanto, è questo che vi diranno.

4. Proibire l’uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di civiltà. In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall’anno scorso c’è una legge che vieta l’uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. Detto questo, e’ evidente che il problema è innanzitutto culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto. Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il diritto delle donne a non indossarlo.

Riassumendo: l’imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l’uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l’Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell’integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra purtroppo di non averlo ancora compreso.

Souad Sbai (attivista marocchina) – Avvenire

La mia patria è l’Occidente

sabatina-ev.de_0Nata in Pakistan nel 1982, all’eta’ di dieci anni Sabatina James si trasferi’ con la famiglia, musulmana, a Linz, in Austria. Al ginnasio per Sabatina l’integrazione fu rapida, e tuttavia problematica. Subito si scatenò il conflitto tra le imposizioni dell’islam, così come le viveva tra le mura di casa, e la sua aspirazione alla libertà personale. Oggi Sabatina non esita a definire «violenza psichica e fisica» quella subìta già in quegli anni in famiglia. Un incubo che culminò quando, con il pretesto di mandarla in una scuola coranica, all’età di 17 anni i genitori la rispedirono in Pakistan. «Lì mi veniva insegnato l’odio verso l’Occidente. Ho sperimentato sulla mia pelle, ancor più di quanto non avessi già provato in famiglia, l’assoluta mancanza di valore della donna nella società islamica: subii continue violenze e sevizie». Questo finché Sabatina non venne a sapere del matrimonio combinato che l’attendeva: avrebbe dovuto sposare un suo cugino. Così, a 19 anni, Sabatina fuggì dal Pakistan per tornare in Europa, fino a diventare cittadina tedesca: «Questo ora è il mio paese», dice. In seguito alla sua conversione pubblica al cristianesimo, nel 2001, il padre e un’autorità musulmana emisero una sentenza di morte nei suoi confronti. Da allora questa ragazza, che nel 2003 è stata battezzata cristiana-cattolica (con il nome di Sabatina, appunto), è costretta vivere nascosta in una località sconosciuta della Germania. È pubblicista (il suo ultimo libro s’intitola Devi morire per la tua felicità. Prigioniera tra due mondi, Knaur 2007), ambasciatrice di “Terre des Femmes” e ha fondato l’organizzazione “Sabatina e. V.” (www.sabatina-ev.de) a difesa dei diritti delle donne musulmane. Signora James, lei è stata battezzata nel 2003. Perché ha deciso di seguire Cristo e la sua Chiesa? Cosa ha a che fare la sua forte aspirazione alla libertà e alla felicità con quel passo? Ciò che mi ha convinto della fede cristiana è Gesù Cristo stesso come persona. Pensi al Vangelo, al colloquio di Gesù con la samaritana, al fatto che Lui ha rischiato la propria reputazione e il proprio nome per salvare la vita di un’adultera, dicendo: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!». Indipendentemente da ciò, ho riconosciuto il Dio della Bibbia come colui che attraverso segni straordinari e miracoli mi indica sempre la giusta via. In Gesù ho trovato la risposta alla mia ricerca di libertà. Ha mantenuto contatti in Pakistan? Come vivono i cristiani nel suo paese d’origine? Sono stata in Pakistan alcuni mesi fa, ma non l’ha saputo nessuno della mia famiglia, altrimenti per me sarebbe stato troppo pericoloso. I cristiani in Pakistan vivono come schiavi. Molti di loro vengono portati in prigione e torturati, o addirittura vengono giustiziati senza motivo. Le giovani cristiane vengono stuprate se non si convertono all’islam. Tempo fa era venuta da me una di loro che era stata venduta a un latifondista. Mi ha chiesto aiuto. Purtroppo ho saputo qualche giorno fa che è stata sequestrata da alcuni musulmani e di lei non c’è più traccia da oltre venti giorni. Questa è la quotidianità dei cristiani in Pakistan. Nel 2001 suo padre ha emesso una condanna a morte nei suoi confronti, e da allora lei deve vivere nascosta. Ha paura? Guardo alla vita come il re David, che diceva: «In migliaia cadono alla mia sinistra, a decine di migliaia alla mia destra, ma io non sarò colpito». Io vivrò! Lei ha sperimentato – lo ha scritto lei stessa – la famiglia come una prigione. Ora ha una nuova famiglia? Che significato ha per lei la parola educazione? No, fino a questo momento non ho costruito una nuova famiglia, e non ho bambini. In ogni caso è fin d’ora mio desiderio, quando sarà il momento, insegnare ai miei figli che hanno un Padre in cielo che non li abbandona mai e che ha un grande progetto per la loro vita. Inoltre, so già che dovrò dedicare ai miei figli tutto il tempo necessario e che mai anteporrò ai miei bambini il lavoro, la carriera, gli hobby o gli amici. Lei un tempo era islamica: che rapporto ha oggi con l’islam e coi singoli musulmani? Naturalmente osservo con attenzione le diverse tendenze presenti all’interno di ciò che chiamiamo islam. Certo, di musulmani radicali ce ne sono in tutti i paesi, tuttavia, se penso a quello che ha detto Gesù, cioè che dobbiamo amare i nostri nemici e pregare per chi ci perseguita, allora so che in questo insegnamento trovo i migliori presupposti per pormi di fronte a quelle persone. Che cos’è l’islam per lei, oggi? L’islam per me è semplicemente la religione nella quale sono nata e cresciuta, ma oggi credo in Gesù Cristo! Cosa pensa della società multiculturale così com’è progettata e realizzata in Europa? Sostanzialmente concepisco l’idea del multiculturalismo come una bella cosa. Tuttavia, molti dei nostri politici spesso elaborano leggi che riguardano anche i musulmani senza avere mai avuto neppure un colloquio con loro, per esempio con le donne costrette al matrimonio combinato. Non hanno idea di che cosa significhi vivere tra due culture che non sono paragonabili tra loro. Se questi sono i presupposti, come potranno elaborare progetti d’integrazione? A proposito di politici, che cosa pensa di quelli che sono disposti a cedere su tutto pur di venire a patti con i musulmani? Sono quelli che temono per la loro vita e per la possibile perdita di consenso alle elezioni. Non si pongono il problema se il loro popolo va a rotoli. Hanno paura di essere etichettati come razzisti, ma non si rendono conto che qui non si tratta di razzismo, piuttosto di rispetto dei diritti umani. Il problema è che molti dei nostri politici non hanno alcuna fede e dunque mancano del presupposto per entrare in dialogo con i musulmani, i quali invece sanno bene ciò che Allah vuole da loro. Lei ha fondato un’associazione d’aiuto al riconoscimento della parità delle donne musulmane. Che cosa fa in concreto? Cerchiamo di aiutare le donne che in Germania, in Austria e in Pakistan sono costrette al matrimonio forzato o che sono minacciate di morte. Cerchiamo di mettere a loro disposizione case dove rifugiarsi e offriamo loro assistenza legale. Oltre agli aiuti diretti cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla sofferenza che spesso devono subire le donne musulmane. di Vito Punzi

L’egiziano Hegazi rischia la morte

Bishoy-Armiya-islam-egittoMohamed Hegazi, egiziano, si e’ convertito al cristianesimo. Una fatwa islamica lo condanna a morte.  Adottiamo Mohamed Hegazi come simbolo della liberta’ religiosa in Medio Oriente. Venticinque anni, nato musulmano, convertito al cristianesimo nove anni fa e sposato con una convertita, ha chiesto alle autorità egiziane di vedere registrata la loro nuova religione sulla carta d’identità per assicurare che il loro figliolo, che sta per nascere, veda la luce come cristiano. Ma si è scatenata l’ira degli estremisti islamici che l’’hanno tacciato di apostasia e ingiunto allo Stato di attuare la condanna a morte avallata da una fatwa, un responso giuridico, dell’università islamica di Al Azhar. Ciò avviene in un Paese sostenuto massicciamente dall’’Occidente perché considerato moderato e in cui i cristiani sono circa 10 milioni. E non si tratta di ripetere l’operazione che nella primavera del 2006 portò al rilascio e all’espatrio del convertito afghano Abdul Rahman, che ha ottenuto asilo in Italia. I cristiani in Medio Oriente sono la popolazione autoctona e deve essere garantito loro e a tutti, compresi i convertiti, il diritto alla piena libertà religiosa a casa loro. Il caso è esploso dopo che Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici e arabi dell’università islamica di Al Azhar, ha legittimato con una fatwa la condanna a morte di Hegazi perché non si è limitato a convertirsi ma «ha detto pubblicamente di essersi convertito al cristianesimo e si è perfino fatto fotografare insieme alla moglie con in mano il Vangelo ».

La logica è la seguente: se ti converti e ti nascondi nelle catacombe potresti avere salva la vita, ma se hai la «sfrontatezza» di annunciarlo pubblicamente e magari con il sorriso in bocca, a testimonianza della profondità della tua fede e della gioia con cui la vivi, allora devi essere ucciso. Il quotidiano governativo Al Messa riferisce di un sondaggio secondo cui tutti gli ulema, i giureconsulti islamici, d’Egitto sono unanimi nella «necessità di condannare a morte l’apostata». Il caso è stato proposto anche al Grande Muftì Ali Gomaa che, in un’intervista al Washington Post, ha risposto in modo assai ambiguo: «La scelta significa la libertà e la libertà include la libertà di commettere dei gravi peccati fintantoché non arrechino un danno agli altri». A suo avviso chi si converte dall’islam a un’altra religione non commette un «grave peccato», tranne nel caso in cui la conversione costituisce una minaccia per la società. E sembra proprio che per gli estremisti islamici manifestare pubblicamente la gioia della fede in Cristo sia un pericolo da sanzionare con la morte.

«Ricevo delle minacce di morte sul mio cellulare. Ogni volta che cambio il numero dei fanatici riescono a ottenerlo, mi chiamano e mi preannunciano che mi faranno fuori», ha raccontato Hegazi a Le Figaro. «Il pericolo non viene solo dagli estremisti, un qualsiasi cittadino potrebbe uccidermi agendo di sua testa, nella convinzione di servire l’islam». Hegazi, che è stato il rappresentante del movimento di opposizione «Kifaya » (Basta!) a Port Said, vive ora in clandestinità insieme alla famiglia. Il suocero ha auspicato che la giustizia obblighi la moglie a divorziare e che «mi venga restituita anche morta». Contemporaneamente due esponenti dell’organizzazione dei cristiani del Medio Oriente, Adel Fawzi e Peter Ezzat, considerati gli ispiratori della conversione di Hegazi, sono stati arrestati per «attentato all’islam» e «sedizione religiosa». Il tutto avviene in un contesto dove regna la paura. Il Centro Al Kadima per i diritti dell’uomo, ha ritirato la denuncia che era stata depositata la scorsa settimana per sostenere la causa di Hegazi, motivandola con «l’assenza del certificato di conversione della Chiesa».

E la Chiesa locale? Tace. Un silenzio assordante per il timore di inasprire il conflitto con un regime che ha di fatto abdicato al clero islamico radicale rimettendo nelle sue mani il controllo degli affari sociali che s’intrecciano con una religione sempre più invasiva. Proprio perché l’Egitto è il nostro dirimpettaio che ostenta fama di tolleranza e di moderazione, mi auguro che l’Italia non resti a guardare. Auspico che il capo dello Stato Napolitano lanci un vibrante appello al presidente egiziano Mubarak affinché assuma un gesto significativo, ricevendo Hegazi e riconoscendogli pubblicamente pari dignità come cittadino e testimoniando il rispetto della libertà religiosa. Auspico che il presidente del Consiglio Prodi chieda garanzie al governo egiziano sulla tutela della vita di Hegazi, chiarendo che per l’Italia il rispetto della libertà religiosa è un parametro fondamentale per definire la realtà e lo sviluppo dei rapporti bilaterali e multilaterali. Auspico che le università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l’’Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l’Iuav di Venezia) che il 15 giugno 2005 hanno sottoscritto un accordo di cooperazione con l’università islamica di Al Azhar, con la benedizione del nostro ministero degli Esteri, recedano dall’iniziativa dopo aver avuto l’ennesima conferma che i suoi più alti vertici hanno legittimato il terrorismo suicida palestinese e il massacro anche delle donne e dei bambini israeliani, nonché l’uccisione dei musulmani convertiti al cristianesimo.

Auspico tutto ciò per i cristiani d’Egitto ma anche per noi. Perché se volteremo le spalle a chi, alle porte di casa nostra, viola la sacralità della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta, significa che abbiamo abdicato ai valori che corrispondono al fulcro della comune civiltà dell’uomo.
Magdi Allam

 

Non difendiamo il Burqa

burqa-2Quos Iuppiter perdere vult, dementat prius , coloro che vuole rovinare, il Dio li fa prima impazzire. Un Dio del genere deve essere particolarmente attivo presso il centro-sinistra, se adesso vogliamo regalare alle destre, perfino l’emancipazione delle donne.

Perché la “sinistra” molte volte  si è di fatto esibita in una allucinante difesa del diritto di indossare il burqa, contro le pretese della cultura occidentale che,negando tale “diritto”, prevaricherebbe sulla eguale dignità di una cultura “altra” Il burqa,naturalmente, vale come caso limite di ogni abbigliamento-simbolo di una condizione di inferiorità in cui segmenti non irrilevanti di culture “altre” tengono più che mai le donne.

Allora, sarà bene che a sinistra tutti si decidano ad affrontare il problema, rinunciando a sottigliezze da azzeccagarbugli (tipo:hijab, chador,niqab sono diversi dal burka, ecc). Tanto più che nel corso della discussione si è accennato ad una pratica mille volte più raccapricciante di qualsiasi burka, le mutilazioni sessuali delle bambine,crimine mostruoso per il quale una parte della sinistra ha rifiutato in parlamento inasprimenti di pena.

Le “ragioni” addotte sono sempre le stesse: sono pratiche che fanno parte della “loro” cultura. Spesso sono accettate volontariamente dalle donne, talvolta addirittura richieste. Chi siamo noi per vietarle? Siamo dei democratici. Dei “sinceri” democratici, come si diceva un tempo (il tempo della “doppiezza” togliattiana, purtroppo). Proviamo ad essere, sobriamente, dei democratici COERENTI.

La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle “culture”. Il voto per “testa”, non per “ordine”. Nè per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciٍ che sarebbe attuale), una “cultura” puٍ essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono. Che è appunto quanto avviene nelle culture che privilegiano Dio, sangue e suolo sui diritti intrattabili di ogni singolo cittadino.

Compreso quel cittadino in formazione che è il minorenne, che ha diritto alle sue future libertà e alla educazione critica che le rende possibili, e dunque deve essere difeso dalla Repubblica anche rispetto a pretese illiberali della famiglia e relativa”cultura”.Ora, è verissimo che si può indossare il velo e diventare Benazir Bhutto, come ha ricordato da Giuliano Ferrara la giornalista algerina Nacera Benali, voce ragionevole e davvero laica.

Ma è altrettanto vero che per cominciare ad emancipare le donne dal dominio assoluto di padri, fratelli,mariti, la Turchia di Ataturk in molte circostanze lo proibisce. Ed è noto anche ai sassi che in Europa, tranne qualche eccezione, sempre possibile, la donna il velo lo subisce. Il velo è solo un simbolo, si dirà. Appunto.

I simboli sono le strutture dell’esistenza collettiva e individuale. Noi fingiamo di non sapere che un numero incredibile di violenze ogni giorno vengono commesse da padri, fratelli,mariti, contro le “loro” donne che vogliono vivere in modo “islamicamente scorretto”. Ce ne accorgiamo quando le botte finiscono in omicidio. Per il resto tolleriamo, vigliaccamente e ponziopilatescamente.

Di recente, la Cassazione ha giustificato i genitori che avevano recluso in casa la figlia. Il sequestro di persona, perché di questo si tratta, era a fin di bene. La ragazza minacciava infatti il suicidio, stanca delle angherie e delle botte quotidiane per desideri di vita troppo “occidentali”. Non risulta che Mastella abbia mandato ispettori, e neppure che associazioni di magistrati democratici si siano strappate le vesti, pur-troppo.

Un tempo essere di sinistra significava stare dalla parte degli oppressi. Tra un padre-padrone e la figlia costretta alla “sua” cultura, chi è l’oppressore e chi l’oppresso? E che l’oppressore sia a sua volta uno sfruttato ed emarginato non può diventare giustificazione della sua oppressione su chi è ancora più debole.
La sinistra dovrebbe perciٍò farsi campione di una politica di integrazione, non di una politica di multiculturalismo. Di sostegno ai diritti materiali degli immigrati (contratti regolari, case, sanità, ecc.) ma anche di politiche contrarie alla loro ghettizzazione.

Ad esempio, punendo i presidi che”casualmente” mettono tutti i figli di immigrati in una stessa classe, anziché contaminarle tutte col massimo di pluralismo etnico. Ma l’appoggio alla realizzazione di scuole islamiche va esattamente nella direzione opposta! Una politica di ghettizzazione integrale che la sinistra dovrebbe considerare scandalosa. Come la pretesa di qualsiasi scuola confessionale, sia chiaro. La scuola dovrebbe essere eguale per tutti, cioè pluralista e imbevuta di spirito critico, perché esclusivamente REPUBBLICANA.

Le culture sono spesso oppressive, e in ciٍo’ che hanno di oppressivo vanno combattute. Il padre-padrone che pretende di controllare cosa la moglie o la figlia chiedono al ginecologo non è tollerabile, cristiano o islamico o miscredente che sia. Troppi matrimoni sono ancora “combinati”, cioè imposti. Troppe prediche di imam giustificano i comportamenti oppressivi di padri e mariti, calpestando i principi di eguaglianza e libertà scritti nella nostra Costituzione.Se non sarà la sinistra a difendere libertà, laicità, legalità, sarà la destra a strumentalizzarle per vanificarle. E saremo stati sconfitti due volte.

Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit

Lepanto: La Lega Santa contro i Turchi

Batalla_de_lepanto_antonio_brugadaI Turchi avevano vinto:

– nel 1389 nel Kossovo contro i serbi;
– nel 1396 a Nicopoli contro i crociati guidati dal re d’Ungheria;
– nel 1414 a Negroponte contro i veneziani;
– nel 1417 a Valona;
– nel 1418 a Girocastro;
– nel 1430 a Salonicco contro i veneziani;
– nel 1453 a Costantinopoli mettendo fine all’Impero Bizantino;
– nel 1462 a Lesbo contro i genovesi;
– nel 1463 contro i greci dell’Impero di Trebisonda;
– nel 1463 contro i bosniaci a Jace;
– nel 1480 a Otranto contro gli italiani;
– nel 1521 a Belgrado contro gli ungheresi;
– nel 1522 a Rodi contro i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme;
– nel 1527 a Mohacs contro gli ungheresi;
– nel 1571 a Cipro contro i veneziani.

Nel 1529 avevano assediato gli austriaci a Vienna.
Nella seconda metà del secolo XVI i Turchi dominavano la Grecia, l’Albania, la Serbia, la Bosnia, l’Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia.
La vittoria della Lega Santa a Lepanto fu un evento d’importanza simile alla battaglia di Poitiers. Nel 732 vennero fermati gli Arabi, nel 1571 vennero fermati i Turchi.
Ancora una volta la spada dell’Islam era stata spezzata dall’Occidente.

Località: Lepanto (Grecia)
Epoca degli avvenimenti: 1571 d.C.
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La Lega Santa

Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di

Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.

Le spese erano divise in sei parti: tre erano a carico della Spagna, due di Venezia e una del papa.

La Lega era stata fermamente voluta da Pio V, Michele Ghislieri, nato ad Alessandria nel 1504, povero pastore di pecore, frate domenicano, inquisitore. Divenuto papa nel 1566 riformò rigorosamente la Curia e la città di Roma. Combatté l’eresia protestante in tutta Europa.

Il comando militare della flotta venne affidato a Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II.

Suoi luogotenenti furono:
– Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia.
– Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana.

I preparativi si protrassero a lungo e la flotta si poté riunire a Messina solo il 24 agosto.

La flotta era costituita da:

– 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.

– 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.

– 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.

– 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.

– 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell’ordine pisano di Santo Stefano

– 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.

– 3 galee dei Cavalieri di Malta.

In totale 195 tra galee e galeazze.

Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:

– 20.000 soldati a spese della Spagna;

– 5.000 militari al soldo di Venezia;

– 2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;

– 3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.

Complessivamente circa 30.000 uomini.

Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.

Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d’Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.

La flotta cristiana salpò il 16 settembre dirigendosi verso Corfù. Le navi esploratrici confermarono che la flotta turca era nei pressi del golfo di Lepanto.

La flotta turca minaccia l’Italia

I Turchi fin da febbraio avevano allestito una flotta di 250 galee e
100 navi da rifornimento e supporto.

I costruttori delle galee erano abili carpentieri rinnegati, che il Sultano ricompensava molto bene. Molti dei capitani delle navi erano anch’essi greci o veneziani rinnegati. Gli

equipaggi non avevano grande esperienza. I rematori erano cristiani catturati e ridotti in schiavitù.

Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià.

Parte della flotta andò a sostenere l’assedio di Famagosta a Cipro.

Un’altra parte della flotta si diresse verso Creta. 3.000 contadini cretesi furono uccisi. Ma l’ammiraglio veneziano Marcantonio Querini riuscì a respingere l’attacco e i Turchi si dovettero allontanare.

Veleggiarono verso Zante (odierna Zakynthos) e Cefalonia (odierna Kefallenia), dove catturarono 7.000 cristiani e li misero a remare sulle loro galee.

Poi le galee turche si diressero verso l’Adriatico. I Turchi si impadronirono di Durazzo (odierna Durres), Valona (odierna Vlore), Dulcigno (odierna Ulcinj), Antivari (odierna Bar), Lesina (odierna isola di Hvar), attaccarono Curzola (odierna isola di Korcula).

Intanto le 80 galee del corsaro Uluj Alì attaccarono Zara e altre città della Dalmazia. Uluj Alì, chiamato anche Occhiali, era un pescatore calabrese rinnegato, divenuto dey di Algeri. Kara Hodja, un altro corsaro devastò il golfo di Venezia. Il rombo del cannone si udiva da piazza S. Marco. Anche Corfù, ad eccezione del castello, venne conquistata dai musulmani.

A giugno il sultano Selim II, detto “L’ubriacone”, ordinò che la flotta si fermasse a Lepanto (odierna Naupaktos; bizantina Epachthos) in una piccola baia tra il golfo di Corinto

e quello di Patrasso. Arrivarono i rinforzi da Negroponte (odierna isola Eubea): 2.000 spahis e 10.000 giannizzeri.

La flotta divenne una minaccia permanente. Da Lepanto la flotta turca avrebbe potuto attaccare la costa italiana in qualsiasi momento.

Prima della battaglia

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio. C’era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.

Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos) e dell’orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza.

Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l’assicurazione di poter lasciare l’isola di Cipro. Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini

nell’assedio, non mantenne la parola. I soldati veneziani furono imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche.

Venerdì 17 agosto Bragadin venne scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti. La pelle di Bragadin venne riempita di paglia. Il manichino fu innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macrabri trofei furono poi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.

Il comportamento dei musulmani accrebbe la voglia di combattere dei cristiani.

I soldati della Lega Santa sapevano che la battaglia era decisiva per la Cristianità. In caso di sconfitta le coste di Italia e Spagna sarebbero rimaste esposte agli attacchi dei musulmani. L’Islam era pronto a colpire il cuore dell’Occidente. Roma era in pericolo.

Lo schieramento della flotta cristiana

Domenica 7 ottobre Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata. Non più di 150 metri separavano le galee.

Venne costituita una formazione a croce.

Al centro si pose Giovanni d’Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real. A fianco si pose l’ammiraglia del comandante veneziano Sebastiano Venier, una cui nipote era stata ridotta in schiavitù nell’harem di Costantinopoli.
Sull’ammiraglia pontificia era Marcantonio Colonna. Sull’ammiraglia di Savoia il conte Provana di Leynì.

Sull’ammiraglia di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.

L’ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo, più esposto ai tentativi di aggiramento, si pose

Marcantonio Querini. Davanti alle galee veneziane furono inviate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo.

All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria. Erano presenti anche molti volontari tra cui l’italiano Alessandro Farnese, il francese Crillon, l’inglese Sir Thomas Stukeley, l’esiliato Giacomo IV, duca di Naxos. Due galeazze veneziane furono poste davanti al settore sinistro.

La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.

Lo schieramento dei Turchi

I Turchi si disposero a mezzaluna.

Vennero schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee.

I musulmani avevano 750 cannoni.

Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell’Egitto, con 56 galee.

Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro.

Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.

Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.

La battaglia

La flotta cristiana bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto. I musulmani, obbedendo all’ordine impartito dal sultano Selim II, accettarono la battaglia.

Con un rumore assordante iniziarono l’avvicinamento suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento era a loro favore.

La flotta cristiana era nel più assoluto silenzio.

Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni innalzò lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione secondo l’indulgenza concessa da Pio V per la crociata.

Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.

Giovanni d’Austria puntò diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna diede l’arrembaggio alla nave turca che divenne il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Giovanni venne ferito ad una gamba. Mehmet Alì Pascià venne ucciso da un colpo di archibugio. La Sultana si arrese. Alle due del pomeriggio Giovanni poté riprendere il controllo della flotta.

Muhammad Saulak era riuscito ad aggirare il fianco sinistro. Agostino Barbarigo fu attaccato da otto galee turche contemporaneamente.
Barbarigo, ferito ad un occhio da una freccia, dovette cedere il comando a Federico Nani. Sei galee veneziane furono affondate. Muhammad Saulak stava per prevalere. Ma improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini. I veneziani ripresero il sopravvento. Muhammad Saulak venne ucciso.

All’ala destra Uluj Alì e Gian Andrea Doria manovravano per trovarsi in posizione di vantaggio. Alessandro Farnese con i suoi 200 uomini conquistò una galea turca. Diego di Urbino, comandante della Marquesa, ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano.

Sia il Doria che Uluj Alì, prima della battaglia, avevano tentato di dissuadere i loro comandanti dal dare battaglia. Nessuno dei due voleva mettere a rischio le proprie navi.

Uluj Alì manovrò per aggirare l’ala destra dello schieramento. Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i Turchi, lasciando aperto un varco tra il centro e l’ala destra.

Giovanni ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Uluj Alì fu veloce a infilarsi nel varco improvvisamente apertosi con le sue galee corsare.

Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell’Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.

L’ammiraglio Santa Cruz intervenne con la retroguardia. Il capitano Ojeda, al comando della galea Guzmana, raggiunse la Capitana, l’abbordò e la riconquistò. Uluj Alì fu costretto ad abbandonare la preda. Con una quindicina di galee e di galeotte fuggì, si nascose nelle isole dei dintorni, si impadronì di una lenta galea veneziana, la Bua, e si diresse verso Costantinopoli.

Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. I pochi superstiti si ritirarono verso l’interno del golfo.

Le perdite dei Turchi

80 galee turche furono affondate. 117 furono catturate. 27 galeotte furono affondate e 13 catturate.

I Turchi persero 30.000 uomini tra morti e feriti. Altri 8.000 furono fatti prigionieri.

Vennero liberati 15.000 cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee.

Le perdite della Lega Santa

I cristiani persero 15 galee, ebbero 7.650 morti e 7.780 feriti.

S. Maria delle Vittorie sull’Islam

Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S.
Maria delle Vittorie sull’Islam.

Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.

Pio V venne proclamato santo da Clemente XI il 22 maggio del 1712.

Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (1 parte)

CappellaMartiriFinalmente, a 250 anni dalla beatificazione , è stato confermato il martirio di Antonio Primaldo e Compagni, avvenuto 500 anni fa sotto le scimitarre musulmane turche. I martiri di Otranto sono stati proclamati santi solo nel 2013.

La promulgazione del Decreto riguardante il martirio

Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione a promulgare dei Decreti tra i quali uno riguardante “il martirio dei beati Antonio Primaldo e Compagni Laici; uccisi in odio alla Fede il 13 agosto 1480 ad Otranto (Italia)”.

 

Il vicario generale della diocesi di Otranto, mons. Quintino Gianfreda ha spiegato: “L’atto di oggi è un formale riconoscimento del martirio degli Ottocento da parte della Santa Sede: solo il primo importante tassello del lungo percorso verso la canonizzazione. Il processo di proclamazione della santità avviene attraverso due momenti: la constatazione dell’avvenuto martirio e l’accertamento di un miracolo. Il Decreto di oggi riconosce formalmente che nelle vicende storiche del 1480, Antonio Primaldo e Compagni, vanno ritenuti a tutti gli effetti martiri per la fede“. Quindi, nel gergo ecclesiale, quello che è stato promulgato è il “decreto super martirio”.

In merito alla questione del martirio, sussiste la discussione sulla consistenza storica del dato: gli storici “laici” contestano che gli Otrantini del 1480 siano morti per una reale professione di fede, preferendo la tesi della “razzia”, e, cioè, che i Turchi, interessati a puntare verso Roma, cuore della cristianità, una volta vinta la guerra ad Otranto e saccheggiata la città, si siano liberati dei superstiti, decapitandoli, sì come infedeli, ma solo perché non musulmani. Anche se il dibattito storico quindi è ancora in corso, la cosiddetta “Positio”, ossia la raccolta di tutte le fonti storiche sull’avvenimento, sembra essere giunta ad una risposta definitiva.

Al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto dei martiri Antonio Primaldo e i suoi ottocento concittadini uccisi “in odio alla fede” dai Turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto.

Si tratta di un episodio unico nella storia della Chiesa. Mentre l’indifferenza e i contrasti tra i principi e i re cristiani favoriscono l’avanzata turca, un’intera città affronta il martirio per non rinnegare la fede. Qual è l’attualità della lezione di Otranto? Cioè, che cosa ha da dire oggi a noi, a cinquecento anni da quella testimonianza, la risposta eroica di una popolazione vissuta per secoli nutrendosi di civiltà e di cultura cristiane?

Il contesto storico

Otranto, posta su una baia incantevole di fronte a un mare limpido e azzurro, è la città più orientale d’Italia. Un passato antichissimo e ricco di storia, che è necessario conoscere, perché contribuisce anch’esso a chiarire i motivi che spinsero, più di cinque secoli fa, la popolazione idruntina alla eroica resistenza contro l’invasore musulmano turco. Se infatti, da un lato, questa è il risultato di secoli di fede vissuti da tutta la Cristianità durante il Medioevo, d’altro lato è frutto anche del patrimonio di solide radici profondamente cristiane, accumulato per oltre un millennio da Otranto, con peculiarità sue proprie.

Nel 1480 Otranto venne conquistata dai Turchi sotto il comando del pascià Gedik Ahmed, inviato dal sultano Maometto II, molto abile e crudele, per estendere il regno dell’Islam in Italia ed in Europa. Avvertito dei preparativi turchi, il re di Napoli cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto. Ma il 28 luglio 1480 l’armata ottomana giunse a Otranto e iniziò quella che poi sarà definita la Battaglia di Otranto. La gravità della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri per resistere all’attacco: alla fine però i Turchi riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura. Il pascià fece ai superstiti la proposta: “O rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce“. Ed uno di essi, l’anziano cimatore di panni Antonio Primaldo Pezzulla, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui“. Ottocento no! Furono tutti condannati a morte. Il primo ad essere decapitato sul Colle della Minerva fu proprio Antonio Primaldo. Durante quel massacro le cronache raccontano che un turco di nome Bersabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio impalato dai suoi stessi compagni d’arme.

Gli anni che seguono la metà del secolo XV, come già quelli immediatamente precedenti, non sono anni felici per la Cristianità, che appare dilaniata da lotte e rivalità intestine, da scontri tra fazioni, da incrinature all’interno della stessa Curia pontificia, in definitiva, da una crisi della civiltà cristiana, maturata per lunghi secoli che, prima ancora di essere politica, è di valori che si vanno spegnendo. La Cristianità non era soltanto l’appartenenza alla religione cristiana, né soltanto il territorio occupato dai battezzati, ma era la comunità, vivente, organicamente costituita, di tutti coloro che, dividendo le stesse certezze spirituali, vogliono che tutta la società umana si ordini secondo la loro fede. L’eroica resistenza opposta da Otranto ai turchi e dell’estrema testimonianza di fede offerta dagli otrantini nel martirio è un episodio che sembra tracciare storicamente i confini di quel lungo periodo correntemente definito Medioevo, quasi a indicare il termine iniziale e quello finale di un’epoca che “è stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana” (Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Piacenza 1977).

 

Nel 1450 viene celebrato a Roma l’Anno Santo: in contrapposizione ai disordini dell’assemblea di Basilea, all’orgoglio dei docenti universitari e all’avarizia dei politicanti, il popolo cristiano mostrò in occasione di quell’Anno Santo 1450 lo spettacolo di uno straordinario rinnovamento di fede e di pietà. Ma già prima si era sviluppata nella gente umile, in misura sempre maggiore, la pratica delle processioni e soprattutto del culto di Gesù Eucaristia. I pellegrinaggi si erano moltiplicati e i grandi santi che illuminano quegli anni sono, al tempo stesso, causa ed espressione di questa rinnovata religiosità popolare: san Vincenzo Ferreri e san Bernardino da Siena incantano le folle con la loro predicazione, i francescani e i domenicani percorrono senza sosta le strade d’Europa, santa Caterina da Siena scuote i principi e il Papa, san Francesco di Paola ammonisce l’Occidente a non abbandonare la difesa della fede, il beato Alain de la Roche predica e diffonde il santo Rosario, santa Giovanna d’Arco testimonia eroicamente lo spirito di un’epoca.

 

Ma il pericolo maggiore per l’Europa proviene da Oriente. Alla fine del secolo XIII dal mosaico degli emirati islamici era emersa, e si era imposta, la tribù turca degli Ottomani, raccolta da Osman (Otman), la quale, nei primi anni del secolo XIV, inizia quell’espansione nell’Asia Minore che la porterà in breve tempo a elevarsi al rango di temibile potenza. Nel 1451 sale sul trono il giovane sultano Maometto II, di soli ventun anni, esile e pallido, dal naso curvo e dalla barba nera, il cui principale assillo è la conquista di Bisanzio. L’impresa sarà portata a termine il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio condotto da un esercito di 260 mila musulmani contro poco più di 5 mila difensori cristiani asserragliati nella capitale dell’impero. Nell’assedio perde la vita combattendo sugli spalti l’ultimo imperatore d’Oriente, Costantino XI Dragoses.

In tutta la Cristianità, la caduta di Costantinopoli produsse un’immensa emozione. Sfuggito per miracolo alla catastrofe, il cardinale legato Isidoro tornò a Roma e raccontò i fatti orribili di cui era stato testimone. I suoi presagi circa l’avvenire del mondo cristiano erano neri: i Turchi, che niente più ormai poteva fermare, avrebbero continuato la loro avanzata verso l’Ovest: domani sarebbero comparsi in Italia. Le responsabilità dei principi e dei sovrani occidentali per la caduta di Costantinopoli erano notevoli. Già papa Urbano V (1362-70), di fronte al pericolo turco, quasi un secolo prima aveva chiamato la Cristianità alla crociata, ma inutilmente, e altrettanto vani furono gli appelli e le richieste di aiuto fatte dai vari imperatori di Bisanzio. Ad analogo risultato furono destinati, dopo la caduta di Costantinopoli, gli sforzi di papa Callisto III (1455-58), il quale vide la sua vocazione quasi esclusivamente nel salvare il mondo cristiano e la civiltà occidentale dall’inondazione dell’Islam, ma quel entusiasmo che una volta aveva armato tutto l’Occidente per la liberazione del Santo Sepolcro, sembrò spento negli stati d’Europa divisi da intestine discordie.

 

Papa Pio II, successore di Callisto III, convoca nel 1459 a Mantova un congresso al quale invita tutti gli Stati cristiani e nel discorso inaugurale delinea lucidamente le loro colpe di fronte all’avanzata turca, ma benché sia decisa la guerra, questa non segue, tra l’inerzia generale, per l’opposizione di Venezia e per l’indifferenza della Francia e della Germania. A tale indolenza per le sorti della Cristianità contribuisce, e non poco, il diffondersi del paganesimo rinascimentale, e, mentre il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, trasforma la chiesa gotica riminese di San Francesco in un tempio pagano, adornandolo con le statue degli dei dell’Olimpo e con simboli certamente poco cristiani, l’individualismo e l’egoismo sfrenati, risultati ovvii della diffusione del “pensiero moderno”, trasformano l’Italia in un terreno di scontro tra principi, duchi e fazioni. Ciò mentre i musulmani continuano a conquistare terre cristiane, occupando nel 1470 anche l’isola di Negroponte, che apparteneva a Venezia. Una nuova alleanza contro i Turchi, proposta da papa Paolo II (1464-71), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, i quali pensano a tutt’altro, intenti come sono ad approfittare della situazione critica in cui versa la Serenissima, per ingrandirsi a sue spese.

 

Nel 1471 viene eletto il cardinale Francesco della Rovere, che prende il nome di papa Sisto IV. Il suo pontificato, certamente uno dei più agitati della storia della Chiesa, fu segnato dall’omicidio del duca di Milano, Galeazzo Sforza e dai rapporti sempre più tesi con i Medici di Firenze, che culminano in un’alleanza in funzione antiromana stipulata nel 1474 tra Milano, Venezia e Firenze, e nella sanguinosa Congiura dei Pazzi: nel 1478 l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, il nipote di papa Sisto IV Girolamo Riario e altri congiurati attentano alla vita di Lorenzo de’ Medici, il quale però rimane soltanto ferito. Ma l’episodio, per il favore dimostrato dal pontefice, verso i congiurati, provoca una vera e propria guerra tra gli Stati italiani, guerra che vede schierate da un lato le forze papali, insieme a quelle di Ferrante d’Aragona, re di Napoli, dall’altro Firenze, aiutata da Milano, Venezia e dalla Francia.

 

Osserva Ludovico Pastor nella sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo (Desclée, Roma 1911), che “una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizione più favorevole per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della Cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale papa Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della Cristianità”.

LEGGI LA SECONDA PARTE

Dal foulard al burqa, le vie per celarsi

burqua_e_niqabIl Corano non parla mai espressamente di «velo», ma genericamente di ‘mantelli’ (« jalabib ») prescritti alle credenti come segno di distinzione (XXXIII, 59). Più specificamente, il testo sacro maomettano obbliga le donne a coprirsi seno, genitali e, secondo alcune letture, anche collo, capelli e orecchie (XXIV, 31). In pratica, da queste indicazioni coraniche sono discese diverse interpretazioni, corrispondenti ad altrettante forme differenti di ‘velo’.

FOULARD. E’ la variante piu’ ‘leggera’, un semplice velo – bianco, nero o anche vivacemente colorato, magari con fantasie floreali – posato sui capelli e che lascia scoperto sia il volto, sia il collo e le orecchie. Nemmeno la chioma è interamente celata, ma ne sfuggono ampie ciocche sopra la fronte e sui lati.

HIJAB. Copre interamente collo, orecchie e capelli, consentendo alle donne di mostrare soltanto l’ovale del viso. È una delle varianti più diffuse,anche in Africa settentrionale e, attraverso l’emigrazione in particolare di marocchine e algerine, anche in Europa è ormai frequente. Può essere bianco  (l’haik, scende fino ai piedi), nero o color carne; in alcuni casi può essere corredato da una veletta aggiuntiva, di norma di tessuto leggerissimo, che copre anche il mento, la bocca, le guance e la punta del naso; una variante, questa, ricorrente in alcuni emirati arabi del Golfo Persico, per esempio Dubai.

CHADOR. Indumento tipicamente
persiano, è un ampio velo di colore scuro – generalmente nero – che avvolge il capo, si stringe sopra il collo e scende sulle spalle, di solito allungandosi fino ai piedi (che però restano scoperti) in una sorta di
mantello. L’ovale del volto resta visibile. L’abito, proprio della tradizione persiana e non specificamente islamico (ancora oggi è portato anche da iraniane non musulmane, come le zoroastriane, che però spesso prediligono chador più variopinti), era progressivamente caduto in disuso ai tempi dello scià, per poi essere rilanciato dalla Rivoluzione islamica del 1979. Oggi è obbligatorio in pubblico, anche se non è raro che le giovani lascino sfuggire qualche ciocca di capelli.

NIQAB. È l’abito delle donne saudite: nero, ammanta l’intera figura della donna, nascondendone le forme. Anche il volto è completamente coperto;soltanto una sottile fessura lascia spazio agli occhi. Il suo impiego è in espansione, non soltanto in altri Paesi della Penisola arabica – dallo Yemen agli Emirati arabi -, ma anche in Stati costituzionalmente laici che, almeno in via ufficiale, proibiscono il velo. È il caso della Tunisia e addirittura, recentemente, della Turchia.

BURQA. Il termine individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato sulla testa, che copre l’intera testa permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all’altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti.
L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu, che copre sia la testa sia il corpo.
All’altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere senza scoprire gli occhi della donna. Il burqa completo è stato obbligatorio in Afghanistan per molti anni per imposizione dei Talebani.Un tentativo di introdurre il burqa a scuola è stato fatto anche in Europa, nei Paesi Bassi, ma è stato rifiutato con la motivazione che l’educazione scolastica necessita anche di una comunicazione non verbale (ad esempio le espressioni del viso), impossibile attraverso un burqa.

La “Missione inutile” di Charles de Foucauld

deserto1“Dialogare con i musulmani? Sì, ma a condizione di ottenere risultati concreti. Se noi apriamo all’islam in Europa e poi loro continuano a impedirci di costruire chiese in Medio Oriente, cosa ci guadagniamo?”. Il giornalista che, qualche mese fa, prese parte con chi scrive a una trasmissione tivù sul nuovo Papa, non me ne vorrà se prendo spunto dalle sue parole per introdurre un paio di riflessioni su Charles de Foucauld.

Immagino che se de Foucauld si fosse posto domande del tipo di quella citata non avrebbe mai preso la via di Tamanrasset. Analogamente, se avesse ragionato in termini di costi-benefici, la Chiesa d’Algeria non avrebbe pagato il prezzo altissimo di sangue come invece ha fatto nel decennio della guerra civile. La vicenda spirituale di De Foucauld e la paziente testimonianza di suore e religiosi in Algeria sono la prova della preziosa «inutilità», dell’assoluta gratuità della scelta missionaria. La missione ha sì una sua fecondità, che però si misura con parametri altri rispetto a quelli del «mondo». Nel caso di fratel Charles, sia pure con i tempi della Provvidenza, la sua paternità spirituale si è dispiegata in modo sorprendente, generando una famiglia di apostoli che prolunga la sua testimonianza nei cinque continenti.

In molti Paesi e culture de Foucauld continua ad essere «fratello universale»: non il testimonial di un generico amore filantropico ammantato di buonismo, ma l’appassionato amico di un popolo. Appassionato e competente, al punto da avere trascritto poesie e canzoni popolari dei tuareg, curato un dizionario e via dicendo.

In questo, de Foucauld si può ben additare come uno dei modelli di inculturazione più riusciti, nel segno di quel «come loro» che per diverse generazioni di missionari è stato ed è una bussola, uno stile di vita. Un’intuizione, la sua, di forza sconvolgente, oggi più che mai.In tempi in cui taluni in Occidente amano riempirsi la bocca di «radici cristiane», c’è bisogno di testimonianze genuine e radicali come la sua. Il messaggio più sorprendente che de Foucauld lascia al nostro tempo è questo: tanto più la testimonianza cristiana è audace nel suo presentarsi disarmata, gratuita, in ultima analisi folle, ma autentica, tanto più essa è efficace, lascia il segno.

Se diamo ascolto alla vulgata, l’identità cristiana vissuta in modo radicale e con fierezza sarebbe di ostacolo al dialogo. Non è così e l’esempio di de Foucauld lo dimostra: non è annacquando le identità che si costruisce un confronto vero con l’altro.

Mi ha colpito una frase dello storico Timothy Garton Ash, in un articolo dal titolo «Sei domande sull’islam» su Repubblica: «Il sistema più seduttivo che l’umanità conosca, con le sue immagini consumistiche variopinte di salute, ricchezza, eccitazione, sesso e potere – scrive – esercita una enorme attrazione sui giovani provenienti da ambienti musulmani (.). Ma, disgustati dai suoi eccessi edonistici o forse delusi nelle loro ispirazioni segrete, alienati dalla realtà della loro vita di emarginazione in Occidente o sentendosi essi stessi rifiutati dal sistema, in pochi, una piccolissima minoranza, abbracciano una nuova versione, feroce, bellicosa, della fede dei loro padri».

La vicenda di Charles de Foucauld dice che una fede vissuta con autenticità produce antidoti alla cultura dominante, agli eccessi di un consumismo vorace. Il cristiano integrale – non integralista! – è la miglior risposta al pericolo del conflitto di civiltà in agguato.
Gerolamo Fazzini

 

Poligamia: la lezione dei paesi islamici

polygamie

“La poligamia e’ vietata. Chiunque sia legato in matrimonio e ne abbia contratto un secondo prima della dissoluzione del precedente sarà passibile di incarcerazione per un anno e di un’ammenda pari a 240.000 franchi oppure di una sola delle suddette pene anche nel caso in cui il nuovo matrimonio non sia stato contratto in maniera conforme alla legge. Qualora in Italia si dovesse promulgare una simile legge, rivolta alla popolazione proveniente dal mondo musulmano, si griderebbe al razzismo e all’islamofobia, alla mancanza di rispetto della cultura e della religione altrui. Ebbene, quello  appena citato è l’articolo 18 del Libro primo dedicato al matrimonio del Codice dello statuto personale tunisino entrato in vigore nel lontano 13 agosto 1956. Un documento questo che si apre con la classica eulogia islamica al-hamdu li-llah, Sia ringraziato Iddio, nonostante l’estrema laicità del documento stesso e del governo di Habib Bourguiba che lo ha emesso. A conferma che si può emanare una legge laica senza contraddire l’islam. E’ interessante analizzare rapidamente il testo dell’articolo 18.In primis si vieta la poligamia che viene perseguita sia con il carcere sia con un’ammenda. Ma non solo, ci si premura a sottolineare che di poligamia si tratta anche qualora il secondo matrimonio venga contratto in maniera non conforme alla legge. Il che equivale a dire qualora si tratti di quello che viene solitamente definito un matrimonio ‘urfi , una promessa innanzi a Dio recitata dai due sposi”, ma con nessun valore legale.

Questo tipo di matrimonio è quello che viene celebrato anche in alcune moschee italiane e non è perseguito in quanto non registrato allo stato civile. Ebbene, in Tunisia lo è da ormai mezzo secolo. Il Codice dello statuto personale tunisino è riuscito a trasformare l’idea di famiglia intesa come un’entità che ruotava intorno a legami per via maschile nell’idea di famiglia intesa come unità coniugale all’interno della quale i legami tra i coniugi, tra genitori e figli svolgevano un ruolo fondamentale. Inoltre conferì alle donne maggiori diritti. Il Codice non solo abolì la poligamia, ma eliminò il diritto del marito al ripudio della moglie, concedendo alle donne la possibilità di richiedere il divorzio e aumentò i diritti di custodia dei figli alle donne.

Tutto questo, ribadisco, mezzo secolo fa. E senza che nessun movimento femminista ne facesse richiesta. Per Habib Bourguiba l’emancipazione della donna rappresentava il punto di partenza, la conditio sine qua non, per l’emancipazione della società tunisina. Anche in Turchia, con il Codice del 1926, che ha sostituito il sistema ottomano, sono stati vietati sia la poligamia sia il ripudio unilaterale. L’unica differenza tra il Codice tunisino e quello turco risiede nel fatto che il primo si pone in continuità con la legge islamica, fornendone una nuova interpretazione, mentre il secondo nasce all’insegna della laicità più totale.

Non va nascosto che gli esempi tunisino e turco sono delle eccezioni. Tuttavia si osserva all’interno di tutto il mondo musulmano, dal Marocco all’Indonesia, a una volontà a migliorare e a tutelare la condizione della donna. Il Marocco, un paese in cui il re è diretto discendente del Profeta Maometto ed ha il titolo di principe dei credenti”, a partire dal febbraio 2004, con la nuova riforma della Mudawana, ovvero il Codice di famiglia, ha migliorato notevolmente la condizione della donna marocchina. Il 10 dicembre 2003 re Mohammed VI aveva dichiarato a proposito: Si tratta della famiglia e della promozione della condizione della donna.

Come si può sperare di assicurare progresso e prosperità a una società quando le sue donne, che ne costituiscono la metà, vedono negati i loro diritti e subiscono ingiustizie, violenza e marginalizzazione, a scapito del diritto alla dignità e all’equità che conferisce loro la nostra sacra religione?” La poligamia nel Codice marocchino riformato viene limitata a casi eccezionali, previo consenso della prima moglie che può però escludere questa eventualità esplicitandolo nel contratto di matrimonio. Inoltre, come spiega il sovrano nel suo discorso, la famiglia viene posta sotto la responsabilità congiunta dei due coniugi.

In Egitto, dove la sharia è ancora la fonte principale della legge e dove l’elemento integralista islamico è all’interno del parlamento, la first lady Suzanne Mubarak in un’intervista rilasciata il 3 dicembre 2006 ha affermato: Non credo che in Egitto si possa vietare la poligamia per legge. Forse in Tunisia le circostanze erano diverse, poiché lì le correnti e il pensiero islamista erano inesistenti.

La Tunisia ha la fortuna di avere potuto prendere numerose decisioni favorevoli alle donne e alla famiglia a quell’epoca, decisioni che oggi non potremmo prendere in maniera così semplice. La poligamia non può essere vietata con la forza, ma può essere combattuta con la cultura. L’uomo deve capire che il matrimonio è sacro così come la famiglia.

Mi stupisce il fatto che un uomo possa avere una moglie e una famiglia, e al contempo un’altra moglie e una seconda famiglia. Le parole di Suzanne Mubarak lasciano intendere che se oggi nel mondo musulmano non si possono attuare certe riforme è per la presenza dilagante dell’estremismo islamico. L’estremismo islamico, ovunque esso si trovi, ha come punto di partenza la sottomissione della donna all’uomo, al velo, a tutto ciò che la circonda. Non a caso un esponente del FIS algerino ebbe modo di affermare che il ruolo della donna è dare la vita a dei musulmani. Se la donna trascura questo ruolo ciò significa che essa si libera dall’ordine di Allah dopo di che essa provocherà l’esaurimento delle fonti dell’islam”. A questa visione, purtroppo diffusa in molte mosche e anche in Occidente, l’intellettuale tunisina Raja Benslama risponde: La questione della donna è inscindibile da quella dell’islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c’è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perché la donna è l’altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all’alterità di ogni altro essere. E la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l’alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull’odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una macchina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, quelli poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell’islam. L’islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all’idea, che secondo me è un’impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l’islam ha liberato la donna, che la sharia le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all’uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica.” Le argomentazioni di Raja Benslama dovrebbero fare riflettere un’Europa in cui può accadere che Christa Datz-Winter, giudice tedesca, vieti un divorzio per direttissima a una donna musulmana tedesca, picchiata dal marito, sostenendo che entrambi i coniugi provenivano da un ambito culturale marocchino dove non è strano che un uomo eserciti il diritto alla punizione corporale nei confronti della moglie”, adducendo come prova il versetto coranico che consente al marito di picchiare la moglie. Ma anche un’Italia dove la poligamia esiste e non è solo di importazione, bensì viene celebrata nelle moschee, dove il velo viene definito non solo da estremisti islamici, ma anche da alcuni politici italiani un simbolo religioso. Un’Italia che all’insegna della tolleranza e del rispetto dell’altro consente pratiche in disuso o addirittura vietate nel mondo islamico. Un’Italia in cui le immigrate musulmane subiscono violenze e soprusi, impensabili nel loro paese d’origine. Così facendo l’Italia e l’Europa dimostreranno di essere più islamiche dei paesi islamici e di non proteggere quei valori della famiglia che tanto stanno a cuore alla maggioranza dei musulmani, laici o praticanti non adepti all’estremismo islamico, che risiedono nel nostro paese.

di Valentina Colombo Acmid Donna

Ibrahim poteva essere imam, ora è cattolico. Nascosto.

Ibrahim a 13 anni conosceva a memoria il Corano. L’imam del suo quartiere al Cairo lo portava ad esempio per tanti giovani e intravedeva per lui un futuro di grande predicatore dell’islam più radicale. Ibrahim, giovanissimo predicatore lo è stato: già a 16 anni il venerdì, con l’esuberanza e la foga delle sua giovane età, arringava i fedeli che accorrevano nella moschea per sentire proprio lui, l’astro nascente della jihad, la guerra santa. “Avevo imposto a tutte le donne della mia famiglia, la nonna, mia madre e le sorelle, il velo”, racconta: “Non sopportavo le espressioni non islamiche della nostra società nella vita quotidiana. Vigilavo e denunciavo chiunque non rispettasse le regole e deviasse dalla retta via”.

Ibrahim predicava a metà degli anni Novanta, quando nell’Egitto, su pressioni dei movimenti islamisti molti dei quali legati all’università di Al Azhar, vennero rispolverati gli hadit, i detti di Maometto, sull’isba, il principio che permette a chiunque di intentare un processo contro chi si allontana dagli insegnamenti della sharia, la legge islamica, e sulla ridda, l’accusa di apostasia. Uno dei primi hadit sostiene che il sangue di un musulmano “potrà essere versato in tre casi: l’omicidio, l’adulterio e l’apostasia”. Quindi il pio cittadino è autorizzato a uccidere il peccatore.

Sulla base di questo dogma, in quegli anni alcuni intellettuali furono assassinati o feriti gravemente come lo scrittore, premio Nobel, Naghib Mahfuz, condannati, appunto, per le loro opere miscredenti.

Alcuni anni fa Ibrahim, nato nella fede in Allah e nel Corano, si è convertito alla fede cattolica. Ha preso il nome di Mikeil, Michele, l’arcangelo più venerato in Egitto. Conventi, chiese, cappelle gli sono dedicate in tutto il paese. Tracce di luoghi di culto a lui consacrati nell’Egitto preislamico sono ancora visibili nella fortezza di Babilonia nella Cairo Vecchia.

Ma Ibrahim-Mikeil vive la sua conversione in gran segreto. Non ne sono al corrente la famiglia, gli amici e neanche la giovane moglie. Rischia di essere travolto proprio dall’accusa di apostasia che “potrebbe trasformarsi in una condanna a morte”, dice, “da parte dei vecchi amici, un parente, o nel migliore dei casi in una sentenza che infligge anni di detenzione con sicure torture”.

Le paure di Ibrahim sono fondate? Formalmente no. L’articolo 3 della costituzione egiziana del 1923 proclama l’uguaglianza di tutti gli egiziani di fronte alla legge senza distinzione di razza, lingua o religione. Ma la realtà è diversa. È dal 1971 che è in corso nel paese una costante tendenza a islamizzare il sistema giuridico egiziano. È stato il presidente Anwar Al-Sadat, poi ucciso dagli integralisti islamici, ad accogliere talune richieste dei Fratelli Musulmani allo scopo di combattere i partiti nazionalisti e di sinistra che si opponevano alla sua politica economica: introdusse nella costituzione un emendamento secondo il quale la “sharia è una delle fonti principali della legislazione” per diventare poi, nel 1980, la “fonte principale”.

“Un musulmano di nascita non potrà mai cambiare religione”, conferma Youssef Sidhom, direttore del settimanale cristiano “Watani”: “Non solo cercheranno con tutti i mezzi di dissuaderlo, ma la sua stessa vita sarà in pericolo. Sarà escluso dall’eredità e dalla comunità di appartenenza. Mentre al contrario un egiziano cristiano che abbracci la fede musulmana è accolto con tante feste, la carta di identità viene cambiata in fretta, è facilitato nel lavoro, nella casa”.

La segretezza con cui vive il suo nuovo credo ha permesso per ora a Ibrahim-Mikeil di non cadere nella retata della polizia che portò all’arresto di numerosi convertiti al cristianesimo, mentre centinaia erano i ricercati.

L’unico giornale arabo a dare conto degli arresti fu “Al Quds”, edito a Londra e interdetto in Egitto. Che denunciò: “Continua in silenzio l’opera della polizia egiziana di criminalizzare ex musulmani convertiti al cristianesimo. Ci meraviglia che una vicenda così delicata sia lasciata in mano alle forze di polizia. È vero che la sharia non ammette l’apostasia, ma in uno stato di diritto la questione dovrebbe essere affrontata non certo seguendo l’onda dei fondamentalisti”.

Secondo un sacerdote che chiede l’anonimato “gli arresti da parte della polizia, ormai infiltrata, come la magistratura e le corporazioni professionali, sono dovute al radicamento dell’integralismo nel sistema educativo egiziano. Sono infatti frequenti i casi in cui gli studenti appartenenti a minoranze religiose vengono pesantemente discriminati e maltrattati. Accade ad esempio che venga imposto il velo a bambine cristiane delle elementari. Le scuole pubbliche hanno subito la forte ingerenza degli imam di Al Azhar e delle autorità governative, da tempo inclini ad accontentare le richieste degli integralisti, per mantenere il loro potere.

Dei convertiti arrestati, per mesi non si sa nulla. E nel frattempo subiscono maltrattamenti bestiali. La loro sorte sarà poi demandata a un giudice, non sempre imparziale. Scontata la condanna, non rimane loro che prendere la via dell’esilio negli Usa, in Canada o Australia, per non incorrere nel disprezzo sia della famiglia che della comunità circostante».

 

Aspetti completamente trascurati dai media egiziani, ma non da “Watani”. “Il nostro è un giornale indipendente”, dice il direttore Sidhom, “senza relazioni particolari con la Chiesa, da cui non riceve alcun sussidio”. Di fronte a questa recrudescenza repressiva nei confronti dei cristiani, il patriarca copto Shenuda III, uso in passato a rimarcare l’armonia tra cristiani e musulmani, ha mutato atteggiamento, lamentando i numerosi attacchi portati contro la sua comunità. La vita dei cristiani, di cui i copti, oltre 10 milioni, sono la gran maggioranza, negli ultimi anni non è stata facile. Le persecuzioni nei confronti di questa comunità sembrano tornare alle forme del martirio dei primi cristiani. La memoria torna ai terribili avvenimenti dell’ottobre del 1998, quando forze di sicurezza egiziane fecero rapimenti e crocifissioni durante le incursioni nel villaggio copto di El-Kosheh, nelle vicinanze di Luxor. Le crocifissioni furono a gruppi di 50 persone, letteralmente inchiodate o incatenate a porte, con gambe legate le une contro le altre. Vittime picchiate e torturate con l’uso della corrente elettrica nei genitali dalla polizia che le accusava di essere infedeli.

Romani Boctor, 11 anni, è stato appeso con un cavo elettrico al soffitto. Ma è la discriminazione perpetrata in tutti gli aspetti della società a rendere difficile la vita dei cristiani.

Ibrahim-Mikeil conosce tutti i pericoli della sua conversione, ma vive l’adesione al cattolicesimo con grande serenità. “Quando aprii gli occhi sulla violenza , ho cominciato a mettere in discussione la mia religione”, racconta: “Il Dio che desideravo così vicino a me, nell’islam lo scoprivo molto lontano. Padrone di ogni cosa, ma non un Dio che sta con noi. Era questo che mi tormentava. Poi un giorno mi recai allo splendido monastero di Santa Caterina nel Sinai e lì ebbi la vera ispirazione”. La giovane principessa egiziana convertita al cristianesimo venne decapitata per ordine dell’imperatore romano Massenzio. Il sogno di Ibrahim-Mikeil? “Andare a Roma e poter pregare liberamente a San Pietro, magari assieme a mia moglie”.

Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».

Sempre più Cristo tra gli islamici

Sonno ormai molte le testimonianze di ex musulmani che hanno abbracciato la fede cristiana.

Il quotidiano francese “Le Monde” ha dedicato un lungo articolo alla questione, sottolineando che gli islamici francesi neo-convertiti sono ormai migliaia e che si conta almeno un centinaio di musulmani che ogni anno lasciano l’islam per il cristianesimo.

Per Saïd Oujibou, ex musulmano, ora pastore protestante, è necessario essere cauti, realizzare che non è il passaggio da una religione a un’altra a cambiare la vita di una persona, ma il rapporto personale con Dio e quindi diffida dalle false conversioni, dovute solo «a un’overdose di islam».

Eppure, lasciare l’islam per il cristianesimo non è una strada semplice da percorrere, priva di pericoli e difficoltà, piuttosto è un cammino in cui occorre davvero un cambiamento profondo e importante, «perché – precisa Francesco Maggio in un’intervista rilasciata a “La Repubblica” – qui in Italia non è possibile la pena di morte per apostasia ma chi lascia l’Islam viene abbandonato da tutti. Nella fase di conversione, su di lui c’è una pressione fortissima. Parenti o amici chiamano la famiglia di origine, in Africa o Asia, e raccontano che il loro figlio o nipote si è messo a leggere la Bibbia e guarda in televisione le trasmissioni di noi evangelici. I parenti telefonano, mandano lettere e se necessario arrivano in Italia per riportare a casa chi rischia di perdere la fede islamica».

 

Maggio, mediatore interculturale al servizio della chiesa evangelica, racconta che «ogni anno qualche decina di musulmani si avvicina alla chiesa evangelica e a chi si presenta, io dico subito che il convertito dovrà subire solitudine, isolamento, abbandono e anche minacce più pesanti. Qualche giorno fa ho saputo che a Verona un convertito è stato buttato fuori casa dalla famiglia e che altri hanno perso il lavoro. Nell’emigrazione – come succedeva a noi italiani – si cerca l’aiuto dei connazionali che già sono nel nuovo paese. Se ti converti, non riesci più a trovare un punto d´appoggio. Verso gli ex musulmani partono anche delle fatwe che non si concretizzano, almeno nel nostro paese, ma che hanno l’effetto di terrorizzare i neofiti o almeno di escluderli dalla comunità islamica».

 

Il rapporto degli evangelici con i musulmani è di apertura e accoglienza, ma anche di estrema chiarezza. «Noi – prosegue Maggio – diciamo sempre che convertirsi al Cristo non significa passare da una cultura a una cultura migliore. Che non vuol dire scegliere “la parte dei sionisti” e nemmeno passare da una religione all’altra. Si passa invece da una religione al Cristo vivente, e noi cristiani abbiamo il dovere di accogliere chiunque venga al Salvatore. Ma per togliere tensione è necessario che istituzioni come la Consulta islamica avviino un programma di rieducazione delle moschee: queste, invece di instillare il terrore, debbono insegnare la tolleranza e il rispetto di chi viene giudicato “diverso” dopo avere lasciato l’Islam per il cristianesimo».

Si stima che in Europa i musulmani siano oltre quindici milioni; molti di loro sentono parlare di Cristo nei paesi in cui immigrano e un numero sempre maggiore decide di lasciare l’islam per diventare cristiano. Alcuni, come Fadual, giovane marocchino convertitosi in Italia, tornano nel loro paese d’origine per raccontare a parenti e amici il cambiamento avvenuto nella loro vita, pur rischiando la pena di morte per apostasia.

Ps: se vuoi collaborare per l’annuncio del Vangelo (in maniera delicata, non invadente, senza forzature) scrivici in privato!

La poligamia nel diritto di famiglia

freedom_tunisiaL’emancipazione della donna nel mondo arabo passa anche e soprattutto per le  modifiche al diritto di famiglia, dalla poligamia al diritto al divorzio. Una panoramica sui vari casi nazionali, con particolare attenzione a Tunisia, Marocco e Egitto. Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Come in Siria e Giordania e, in misura minore, Libia e Algeria. Nel processo di modernizzazione del diritto nel mondo arabo, che ha avuto luogo tra il XIX e XX secolo, il diritto di famiglia ha seguito un percorso molto più graduale e lento rispetto ad altri settori, come ad esempio il diritto commerciale o il diritto dei contratti, in considerazione del suo maggiore radicamento nella coscienza religiosa degli arabi e nella loro società. In questo campo, infatti, non si è mai optato per l’abbandono totale del diritto tradizionale a favore di modelli esterni, e i codici civili attualmente in vigore, frutto di questo processo di modernizzazione,non regolamentano il diritto di famiglia che, invece, è disciplinato in appositi testi dedicati allo “statuto personale”, al-ahwàl al-shakhsiyya.

A parte i paesi della penisola araba che (con alcune eccezioni) non hanno codificato il diritto di famiglia, e quindi continuano ad applicare la shari’a, negli altri paesi arabi dal Maghreb al Mashreq tale materia è disciplinata in testi che, pur condividendo una comune matrice sciaraitica (relativa, appunto, alla shari’a, ndr), sono diversi nello stile, nei contenuti e nel livello di modernizzazione conseguito. Ad esempio il Kuwait, che ha codificato lo statuto personale nel 1984, resta molto legato al diritto sciaraitico, così come l’attuale diritto yemenita, che con la legge 20/1992 e i successivi emendamenti del 1998, 1999 e 2002, concede ben poco a istanze riformiste, a differenza del diritto dello Yemen del Sud che con la legge 1/1974 poneva limiti e restrizioni a poligamia e ripudio. Quanto all’Iraq, nel 1959 era stata promulgata una prima legge sullo statuto personale di impianto decisamente laico che, pur non abrogando formalmente poligamia e ripudio, li rendeva, di fatto, quasi impossibili. In seguito a un intervento legislativo del 1978, la poligamia veniva addirittura proibita salvo consenso esplicito della prima moglie. D’altronde, secondo un’interpretazione riformista, nel mondo arabo oggi, tanto la poligamia quanto il ripudio non sarebbero ammissibili poiché non sussistono più le circostanze e le ragioni che li giustificavano in un dato contesto storico.

Attualmente, però, in Iraq si assiste a un ritorno alla tradizione sciaraitica: nel 2003, infatti, il Governo ad Interim ha abrogato il Codice dello Statuto Personale del 1959 e la nuova Costituzione, all’art. 41, rinvia al diritto confessionale per le questioni relative allo statuto personale. Il diritto applicabile ai musulmani iracheni è dunque la shari’a, con le diverse interpretazioni tra islam sunnita e sciita. Anche in Libano la Costituzione rinvia ai diritti confessionali, riconoscendo come ufficiali 17 confessioni religiose. Ma qui la situazione è ben diversa: i musulmani sunniti e sciiti non sono soggetti alla shari’a bensì alla legge ottomana del 1917 (primo esempio di modernizzazione del diritto di famiglia, ancora applicabile nell’Autorità Palestinese e in Israele per la popolazione musulmana), i drusi a una legge ad hoc del 1948, più alcuni emendamenti apportati nel 1962, mentre le diverse comunità cristiane seguono il loro diritto confessionale. La “rivoluzione” tunisina I risultati più “rivoluzionari” sono però quelli della Tunisia, che con il codice dello statuto personale del 1956 ha abolito formalmente sia la poligamia, sia il ripudio, attraverso un audace lavoro di ijtihad (interpretazione), che ha portato a ritenere la poligamia implicitamente proibita dal Corano. Infatti, da una lettura coordinata del versetto IV, 3 del Corano (“Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere giusti con loro, una sola”) con il versetto IV, 129 (“Anche se lo desiderate, non potrete agire con equità con le vostre mogli”), si desume come la condizione di mantenere e di trattare equamente le mogli sia di fatto impossibile da realizzare, e quindi la poligamia non possa essere praticata.

L’art. 18 del codice di statuto personale tunisino, quindi, non solo inserisce una precedente unione tra gli impedimenti al matrimonio, ma sanziona il reato di bigamia con una multa e reclusione fino ad un anno e, ai sensi dell’art. 21, l’eventuale secondo matrimonio contratto in violazione al divieto di bigamia è nullo. Quanto al ripudio, atto che il diritto islamico considera riprovevole (come riportato in un hadith: “Dio non ha permesso nulla che Gli fosse più odioso del ripudio”), il codice tunisino lo abolisce. Il divorzio (introdotto in Tunisia quasi venti anni prima che in Italia) è quindi l’unica causa di scioglimento del matrimonio (artt. 29 e seguenti), ammesso soltanto in via giudiziale, in seguito a un tentativo di conciliazione da parte del giudice.

La Tunisia ha proseguito con le riforme, prevedendo ad esempio l’adozione (legge 27/1958), e continuando a riformare il codice di statuto personale. Con legge 74/1993, infatti, è stato modificato l’art. 23 per garantire uguali diritti agli sposi, abolire il dovere di obbedienza della moglie e sancire un obbligo di cooperazione in capo agli sposi per la gestione della vita familiare. Più recentemente, nel marzo 2008, è stato modificato l’art. 56 del Codice ed è stato introdotto l’art. 56 bis riguardante la custodia dei figli minori e il diritto di alloggio della madre o della persona che si occupa della custodia dei figli a spese del marito (legge 20/2008).

Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Ad esempio le codificazioni di Siria (che nel 1953 è stato il primo paese arabo a promulgare una legge generale sullo statuto personale, poi riformata con la legge 34/1975), di Giordania (che ha visto una prima fase di codificazione nel 1956, una riforma nel 1976 e successivi interventi del legislatore nel 2001) e in misura minore di Libia e Algeria (entrambe del 1984) prevedono la possibilità di inserire nel contratto di matrimonio la clausola di monogamia, oppure richiedono il consenso obbligatorio della prima moglie o la previa autorizzazione da parte del giudice sia per la poligamia che per il ripudio, andando così a intaccare la posizione di preminenza tradizionalmente attribuita all’uomo. I progressi del Marocco.Anche il Marocco ha recentemente modificato il diritto di famiglia, promulgando nel 2003 un nuovo codice di statuto personale, Mudawana, che sostituisce il vecchio codice del 1958 e le modeste riforme del 1993. Il nuovo testo non fa alcun riferimento esplicito alla poligamia, pur inserendo all’art. 39 come causa di invalidità del matrimonio “un numero di mogli superiori a quello autorizzato dalla shari’a”, rinviando quindi al diritto religioso. Il matrimonio poligamico, tuttavia, deve essere autorizzato dal giudice, l’autorizzazione è subordinata all’esistenza di una giustificazione oggettiva ed eccezionale e alle disponibilità economiche del richiedente (art. 41), e la conclusione del secondo matrimonio è condizionata dalla conoscenza e accettazione da parte della seconda moglie del carattere poligamico del matrimonio. Inoltre l’art. 40 dispone che l’autorizzazione è esclusa se c’è il rischio che le mogli non siano trattate equamente e, soprattutto, se la prima moglie ha incluso nel contratto di matrimonio una clausola di monogamia. In ogni caso resta salvo il diritto della prima moglie a chiedere il divorzio in caso di un secondo matrimonio (art. 45).

Anche se la Mudawana marocchina prevede l’istituto del divorzio, va segnalato che è ancora in vigore il ripudio (artt. 78-93), che però assume sostanzialmente la forma di un divorzio, dato che deve essere autorizzato dal tribunale in seguito a domanda scritta da parte di uno degli sposi. Sembrerebbe quindi che il diritto di sciogliere unilateralmente il vincolo matrimoniale sia stato esteso anche alla donna (art. 78), ma in realtà ciò non è automatico bensì è subordinato al fatto che il marito le abbia riconosciuto tale diritto (art. 89).Il caso dell’Egitto Particolarmente interessante, infine, è il caso dell’Egitto, che da sempre si dibatte tra aneliti riformisti e tentativi di recuperare la tradizione islamica. La caratteristica principale delle riforme egiziane però è la mancanza di una codificazione generale del diritto di famiglia, a favore invece di interventi legislativi diretti a disciplinare alcuni aspetti circoscritti come ad esempio il diritto al mantenimento della moglie (legge25/1920), l’età minima per il matrimonio (legge 25/1929) o lo scioglimento del matrimonio (legge 25/1929). Le riforme sono proseguite negli anni Settanta, sotto l’impulso di Sadat, con la legge 44/1979 che ha limitato la poligamia, considerata un danno per la prima moglie e quindi presupposto per il divorzio in caso di un secondo matrimonio poligamico. Con l’ondata conservatrice che seguì l’omicidio di Sadat, ci fu una battuta d’arresto, la legge fu abrogata e poi sostituita dalla successiva legge 100/1985, che però risulta meno progressista: viene meno, infatti, l’equazione poligamia/danno alla moglie, e per ottenere il divorzio occorre provare di aver subito a causa della poligamia un danno economico o emotivo.

Ma l’entrata in vigore della legge 1/2000 ha segnato una tappa importante per la modernizzazione del diritto di famiglia egiziano. La legge, infatti,non solo ha reso più accessibile il khul’, cioè il diritto della moglie di richiedere direttamente al giudice il divorzio dietro rinuncia ai benefici patrimoniali derivanti dallo scioglimento del matrimonio, ma ha permesso il divorzio anche nel caso di matrimoni ‘urfi (matrimoni consuetudinari non registrati) e ha posto ulteriori limiti al ripudio. Ovviamente ciò ha scatenato forti reazioni da parte di quei sostenitori della shari’a che vedono in una maggiore emancipazione della donna una minaccia alla solidità della famiglia. Ciononostante il processo di modernizzazione non si è fermato: non solo nel 2003 la legge 1/2000 ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, ma nel 2004 sono stati istituiti in Egitto i primi tribunali laici specializzati per il diritto di famiglia.Valentina M. Donini

Cisgiordania – Joseph, il convertito che insegna ad amare i nemici

Hassan YousefFino a quattro anni fa il suo nome era Masab, poi è stato battezzato come Joseph. Il suo cognome resta Hassan, che in Cisgiordania indica il leader di Hamas. Joseph è il figlio più grande di Hassan Yousef, una delle figure più rispettate di Hamas. Joseph ha 30 anni e risiede in California, dovesi è trasferito dopo essere diventato cristiano. «Alla superiori ho studiato la sharia; a 18 anni sono stato arrestato dall’esercito israeliano perché capo della Società islamica nel mio istituto» ha raccontato Hassan jr. al supplemento del quotidiano israeliano Haaretz.

Con l’arresto per Joseph è iniziato “il risveglio”: «Prima ammiravo l’organizzazione [di Hamas] perché ammiravo mio padre. Ma durante i 16 mesi di prigionia mi sono trovato davanti al vero volto di Hamas. È un’organizzazione malvagia. I suoi leader in prigione – io ero in carcere a Meghiddo – ricevevano i trattamenti migliori, il cibo più buono, così come le visite delle famiglie. È gente che non ha morale né integrità. La gente di Hamas riceve denaro in modo disonesto, investe in maniera segreta, anche se all’esterno mantiene uno stile di vita semplice».

Masab, laureato in storia e geografia alla Al Quds University di Ramallah, fa un esempio concreto di questa corruzione: «I leader di Hamas abbandonano le famiglie dei “martiri” mentre i membri più anziani che vivono all’estero spendono decine di migliaia di dollari al mese solo per la propria sicurezza. Dopo il mio rilascio ho perso la fiducia in chi rappresentava l’islam in maniera così apparente». Fu così che otto anni fa a Gerusalemme Joseph ricevette l’invito da parte di alcune persone a conoscere il cristianesimo. Si recò ad alcuni incontri: «Rimasi molto entusiasta di quello che sentii. Iniziai a leggere la Bibbia ogni giorno e continuai le lezioni di religione.

Naturalmente, tutto in segreto. Mi sedevo in certi bei luoghi e leggevo la Bibbia. Un versetto come “Ama il tuo nemico” ha avuto una grande influenza su di me. A quel tempo ero ancora un musulmano e pensavo di restare tale. Ma ogni giorno vedevo le cose terribile fatte nel nome della religione da parte di quelli che si consideravano dei “grandi credenti”. Ho studiato in maniera più rigorosa l’islam e non ho trovato risposte. Ho riesaminato il Corano e i principi della fede islamica e ho scoperto come sia sbagliata e fuorviante ». Interrogato sul cristianesimo, l’ex esponente di Hamas ha risposto: «Non è solo una religione ma una fede. Adesso vedo Dio attraverso Gesù». E ha avuto parole molte dure verso l’islam che ha conosciuto: «Considero l’islam una grande bugia. Le persone che pensano di rappresentare questa religione ammirano Maometto più di Dio, uccidono persone innocenti in nome dell’islam, picchiano le loro moglie e non hanno nessuna idea di cosa sia Dio. Ho un messaggio per loro: c’è solo una strada per il Paradiso, quella di Gesù che ha sacrificato se stesso sulla croce per tutti noi». Cosciente del pericolo di questo “outing” di fede, Joseph non si scoraggia: «Molte persone mi odieranno per questa intervista, ma voglio dire loro che li amo, anche se mi odiano. Invito tutti, anche i terroristi, ad aprire i cuori alla fede. Sto cercando di mettere in piedi un’organizzazione internazionale per giovani che insegnerà il cristianesimo, l’amore e la pace nei Territori. Vorrei insegnare ai giovani l’amore e il perdono perché questo è il solo modo con cui i due popoli possono superare gli errori del passato e vivere in pace». Hassan ha fatto per anni parte della guerriglia palestinese ed è stato 16 mesi in prigione.  Poi otto anni fa l’abbraccio con il cristianesimo .

di G.Fazzini

8 consigli per convertirsi al cattolicesimo in segreto

Ci sono ormai migliaia di persone che si convertono al cattolicesimo o in generale al cristianesimo, e per questa loro chiamata, rischiano per la vita propria o di quella dei propri cari.
Pensiamo a chi vive in nazioni in cui vige la sharia, la legge musulmana, in cui la conversione (apostasia) e’ punibile con la pena di morte o punizioni molto gravi e in cui e’ lo stesso stato a perseguitare i convertiti.
Ma anche in paesi in cui non vi sono leggi contro la conversione, vi sono a volte difficoltà come il dover cambiare la religione scritta sul passaporto o sulla carta di identità, cambio che viene osteggiato in maniera decisa e pressioni della comunità di origine.

O anche solo a chi vive in contesti in cui e’ la famiglia stessa o le usanze della gente a punire le conversioni: ad esempio in ambienti buddisti asiatici, nei contesti a maggioranza musulmana (anche in Europa) o induista.
Un altro problema che i convertiti affrontano e’ la paura per i propri famigliari che possono ricevere pressioni o ritorsioni dalla comunità di appartenenza.

Se e’ vero che Gesù ci chiede di non avere paura delle persecuzioni e di non avere timore a dare la vita per il Vangelo, puo’ essere ragionevole e lecito attendere con prudenza il momento giusto per comunicare la propria fede ai nostri famigliari e renderla visibile intorno a noi.

Ecco quindi alcuni consigli per chi si converte.

1.BATTESIMO
Per prima cosa: la fede e’ questione di cuore e di scelte di vita.
Forse dentro di te senti che sei chiamato/a al Battesimo ma questo puo’ non essere possibile perché vi sono ostacoli o rischi troppo grandi. Esiste il battesimo di desiderio di chi vorrebbe ma non puo’ battezzarsi, Dio comprende se per ora il battesimo non lo puoi ricevere. Inoltre in caso di necessità, chiunque può battezzare, a condizione che intenda fare ciò che fa la Chiesa, e che versi dell’acqua sul capo del candidato dicendo: « Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».

2.BIBBIA  e VANGELO
Possedere una Bibbia in italiano o nella propria lingua, o anche solo il Vangelo o libri di catechesi/riflessione cristiana, è uno dei rischi maggiori per chi si è convertito di nascosto.
Primo accorgimento, una avere una Bibbia piccola, meglio se con una copertina non troppo visibile.
Ancora meglio è avere una Bibbia in formato digitale. Se usi un Pc o un tablet usa un file (pdf/word/epub) cambiando il nome (usa titoli non religiosi) e l’estensione (se è .pdf metti .doc ma aprilo con Word) , oppure proteggi il file con una password (su Office si chiama Criptografia COME FARE QUI, sui pdf  COME FARE QUI).
Se usi uno smartphone metti i file in cartelle nascoste

3.CHIESA E COMUNIONE
E’ bellissimo poter andare in una chiesa, se vivi in un paese con tante chiese, scegline una che sia non vicino a casa o a persone che ti conoscono. Verifica che abbia entrate secondarie (ad esempio dall’oratorio) in modo che tutto sia meno evidente.
Se abiti in un paese una sola o nessuna chiesa, fai molta attenzione perché i convertiti sono molto visibili e danno subito nell’occhio.
Se visitare una chiesa (ad esempio per andare a Messa o a pregare o a un cammino di formazione) ti creasse dei problemi puoi anche rinunciare e trovare alternative, la preghiera personale puoi farla ovunque lontana da occhi indiscreti.
Se sei già battezzato è possibile ricevere la comunione anche in modi meno visibili che non durante la Messa.
Puoi farti dare una briciola di ostia consacrata e farti autorizzare ad averla in casa messa in un luogo nascosto: ad esempio tra i mattoni del muro, in un piccolo contenitore, in un anello…

4.SACERDOTI
In genere se vivi in Italia o in occidente ti puoi fidare dei sacerdoti e non avere timore di parlare delle tue paure o rischi, oltre che chiedere consigli spirituali per il tuo cammino di fede.
Fai invece molta attenzione se abiti in paesi islamici o in cui vi sono dittature (es. in Cina o Kazakistan), perché i sacerdoti possono essere intercettati  o essi stessi minacciati e non liberi.

5.SEGNI ESTERIORI
Ogni segno esteriore di fede come portare un crocifisso, possedere una icona o un rosario, farsi il segno della croce, sono aiuti alla fede, ma non sono indispensabili specie in un ambiente per te rischioso.
Puoi nascondere una immaginetta o un rosario o una medaglietta miracolosa anche al di fuori di casa tua (ad esempio in un boschetto, in un albero, sotto una pietra).

6.TRACCE MATERIALI e DIGITALI
Molto importante è non  lasciare tracce della tua conversione.
Nascondi o meglio ancora non possedere fogli con preghiere o tue riflessioni cristiane.
Se usi il pc elimina le tracce usando proxi e navigazione anonima.
Se dimentichi di farlo cancella la cronologia internet e quella dei programmi che usi per leggere.
Lo stesso se usi lo smartphone.
Attenzione alle app Android/Apple su Bibbia, Vangelo, Papa, Chiesa…  su internet puoi trovare vari modi per nasconderle QUI COME .
Fai la prova prima con applicazioni non religiose.

7. SOCIAL
I social network sono una opportunità ma anche un  rischio.
E’ bene avere più profili: quello famigliare che conoscono parenti e amici e uno “nuovo” in cui usi bene le opzioni di privacy:
non rendere visibile la tua email, le tue foto o il numero di telefono o le tue foto.
Su Facebook un bel trucco è quello di vedere pagine o profili che ti interessano (Chiesa, Santi, preghiera, sacerdoti o movimenti) senza cliccare il mi piace alla pagina. In questo modo non lasci tracce.
Prima di chiudere inoltre visita sempre pagine neutre o opposte alle tue idee cristiane, in modo che le ultime tracce coprano le precedenti.
Se fai ricerche usa poco Google che traccia tutto e fallo in maniera anonima. Un consiglio è usare www.duckduckgo.com un motore di ricerca che non traccia.

8.ASILO POLITICO
Se stai fuggendo dal tuo paese proprio a causa della tua fede, nel momento in cui fai la richiesta di aiuto in un altro paese, chiedi che il traduttore sia cristiano o che sia una persona della tua lingua non della tua religione di origine, per evitare che traduca erroneamente le tue dichiarazioni, ritenendoti una apostata.

Comprendiamo che tutte queste precauzioni sono davvero stressanti e fonte di paura e dolore.
Preghiamo e speriamo che venga il momento per tutti di poter uscire allo scoperto nel proprio paese, o se questo non avviene, andando altrove.
Il più bel tabernacolo è la tua vita.
Il più grande inginocchiatoio è il tuo cuore.
Lì c’è Gesù e nessuno può togliertelo.

SUGGERIMENTI, SOSTEGNO, TRADUZIONI
Se hai altri suggerimenti pratici per aiutare i cristiani nascosti, scrivici e li inseriremo nell’articolo.
Se vuoi aiutarci nella traduzione in più lingue possibili scrivici!
Se vuoi sostenere  dei cristiani perseguitati in Italia o altre parti del mondo puoi sostenere la nostra associazione.

Mi chiamavo Amahd ora sono Cristiano

APOSTATEMi chiamavo Amahd Ora sono Cristiano
«Chi sono io? Ero Ali’ ho 22 anni. Il mio paese? Era l’Afghanistan. Dove quelli come me venivano perseguitati dai sunniti pashtun. Sono arrivato in Italia e da questa Pasqua urlo al mondo che non ho più paura. La mia nuova vita mi ha regalato la libertà»

Questa è la storia del viaggio di Ahmad e Cristiano. Inizia nove anni fa nel paese delle invasioni, delle guerre civili, dei turbanti e dei burqa azzurri, delle barbe e dei kalashnikov, delle condanne a morte per apostasia e degli aquiloni che non possono volare. Ahmad e Cristiano non sono due amici, né fratelli, ma si conoscono bene. Sono la stessa persona. Sì, perché Ahmad durante il suo viaggio fa una scoperta che gli “cambia la vita”, tanto da scegliere un nuovo nome con cui ora potersi identificare veramente. La scoperta è quella di Cristo.
«Chi sono io? Ero Alì e ho 22 anni, sono azaro. Il mio paese? Era l’Afghanistan. Qui quelli come me, dell’etnia di minoranza e di fede sciita, venivano perseguitati e oppressi dai sunniti pashtun. Sono arrivato in Italia nel 2001 e dalla Pasqua del 2008 mi chiamo Cristiano, per urlare al mondo che non ho più paura, perché la mia nuova vita mi ha regalato la libertà». Se fosse ancora a Kabul su Ahmad penderebbe una fatwa, l’avrebbe emessa uno dei tanti mullah, che lì come in Europa non perdonano chi lascia l’islam. «Ma io non tremo né provo vergogna – dice convinto – sento solo molta compassione per i miei amici musulmani, indottrinati e schiavizzati dall’ideologia». Anche a loro con tutti i rischi della situazione, non si priva della «gioia di testimoniare anche a loro» la bellezza di questo suo inatteso incontro.
Ahmad parte da Kabul nel 1999. In tempo per non vedere l’ennesima guerra – quella degli Usa contro i talebani –, troppo tardi per non essere testimone degli orrori sovietici. Suo papà era un comunista di fede, ateo di religione. Difficile, ma vissuto nell’amore e nel rispetto, il suo matrimonio con la mamma di Alì, invece fervente musulmana. Un’infanzia tra il sogno represso di studiare e la consapevolezza di doversi accontentare dei vecchi carriarmati sovietici come unici banchi di scuola. «Da piccoli io e il mio migliore amico Sarwar volevamo diventare attori: quando recitavamo per gioco lui voleva fare il principe, io invece volevo fare il re, perché solo il re ha il potere di tenere aperte tutte le scuole. Quanto ridevamo!».
Ma il sorriso di Ahmad si è spento presto. Una bomba contro la macchina del padre di ritorno da un viaggio di lavoro nel sud, la malattia della madre senza che in città ci fosse un solo ospedale aperto. Finiscono i soldi. Per mangiare. Per riscaldarsi. I nemici del padre, considerato un traditore perché lavorava con i sunniti. La guerra dei talebani. Troppo pericoloso rimanere. Ahmad parte per il Pakistan con la sorella. Ma non sono al sicuro neppure qui. La passione per l’arte, il teatro. Quella dannata passione. Arriva un regista, finalmente Ahmad può recitare in uno spettacolo, anche se solo amatoriale. Il problema è che lui, sciita, interpreterà uno dei tre profeti più cari ai sunniti. Non gli verrà mai perdonato. E dopo settimane di minacce viene rapito da un gruppo di estremisti che lo tengono in uno scantinato senza luce per sei mesi. Salvo per miracolo, ormai deve ripartire.
Migliaia di dollari ai trafficanti di clandestini: Teheran, Macu, Van, Istanbul, un naufragio fortunatamente finito bene. Fucili alla frontiera, ricatti, mazzette, schiavitù, la morte, gli amici che lascia per strada. E poi un canotto gonfiabile comprato al mercato delle illusioni. Per solcare il Mediterraneo. L’isoletta di Lessus e poi Atene, Patras e un camion pieno di scatole che ti fa da culla. La laguna veneziana non ha niente di romantico quando scendi dopo giorni di viaggio senza esserti potuto lavare e mentre i trafficanti ti picchiano su tutto il corpo. Via verso Ancona e da lì il treno per Roma e la “gioia di vedere per la prima volta la bandiera italiana”, rendersi conto che non stai sognando.

L’ipocrisia degli altri immigrati
Come quello degli altri suoi coetanei e connazionali, il giovane viso ha gli occhi vecchi consumati dall’esperienza sbattuta contro troppi e scogliosi lidi. «Pensavo a tutto quello che era successo alla mia famiglia e a me, e mi dicevo: “Tu non hai un futuro”. Non potevo immaginare il mio avvenire diverso dal mio passato». In Italia, però, succede qualcosa: «Qui ho trovato un ambiente accogliente, ho trovato amici e la fede». Con gli altri afghani immigrati «non riesco a integrarmi: quelli arrivati negli ultimi due anni sono tutti cresciuti a Quetta, in Pakistan, mi preoccupano, sono imbevuti di estremismo: mi deridono o minacciano se non vado in moschea o faccio le loro preghiere. Dicono che le donne sono ****, che l’Italia non ha religione e io gli chiedo se si sono mai innamorati di una ragazza italiana o se sono mai stati in una chiesa. Difendono il terrorismo, l’Iran, criticano tutto quello che è occidentale». Eppure qui, in Occidente, cercano quello che il loro paese gli nega: un futuro libero.
Ahmad non ha mai vissuto a suo agio nell’ipocrisia di chi «inneggia alla morale, al rispetto dei valori musulmani e poi appena può si ubriaca e va a cercare donne in discoteca anche durante Ramadan, solo perché è in un paese straniero. Ho passato parte della mia vita attraversando vari Stati per lo più musulmani, e l’accoglienza che ho trovato in Italia è impareggiabile. In Iran, soprattutto, ho incontrato molto razzismo, gli iraniani trattano gli afghani da inferiori, che così vivono isolati, senza grandi possibilità di costruire un futuro», racconta Ahmad.

Le foto, una ragazza, la Messa
«A Roma ho iniziato a frequentare una scuola gestita da suore. Mi sono iscritto ad un corso di fotografia appassionandomi a questa arte. Le suore mi hanno chiesto di fare foto durante una Messa e io ho accettato e da lì ho iniziato ad andare saltuariamente in chiesa. A frequentare la Messa. Le cose che sentivo dire dal sacerdote mi incuriosivano e volevo saperne di più. L’idea che maggiormente mi colpiva all’inizio era che tutti gli esseri umani sono uguali tra loro, fratelli. Ma anche il rifiuto delle guerre e della violenza, per me che ne avevo vista tanta, è un messaggio rivoluzionario: ero abituato alla legge musulmana che invece ti invita a fare la guerra per difendere l’islam».
Per due anni Ahmad è andato a Messa, seguendo più una curiosità che una vocazione. L’amore per una ragazza italiana e cristiana lo avvicina di più al messaggio di Cristo. «Con lei andavo tutte le domeniche in chiesa. Lì mi sentivo sicuro, a mio agio, sentivo che c’era qualcuno che mi ascoltava. Anche prima di convertirmi mi trovavo spesso ad andare in chiesa anche solo per pregare, per cercare conforto. A differenza dell’ateismo che praticava mio padre, la fiducia nell’esistenza di un Dio è quello che poteva darmi la forza di andare avanti, dare un senso al mio dolore».
Per Ahmad inizia il pellegrinaggio nelle parrocchie della capitale per «chiedere informazioni», come dice lui stesso. Finalmente al sesto tentativo trova la sua strada: «Per due anni tutte le domeniche ho frequentato il catechismo, un appuntamento che ho sempre vissuto come una festa con molta gioia. Con gli amici che mi chiedevano dove andavo ogni domenica pomeriggio, inventavo scuse e finti appuntamenti. Non mi avrebbero capito. Il mio catechista è diventato un po’ come un padre per me». Per il giovane afghano ogni passo avanti in questo cammino era un pizzico di forza in più, di sicurezza, di libertà. «Quel che mi affascina del cristianesimo è la presenza concreta di Dio tra noi. L’islam ha come figura centrale il profeta Maometto, che però è morto. Mentre i cristiani hanno Gesù, che è risorto e quindi vivo. Questa è la cosa più bella e che ti dà speranza».
Ahmad è pronto per la «scelta che cambierà la mia vita». A Pasqua di quest’anno arriva il battesimo: «Un momento intenso, mi sono emozionato e alla fine ho chiesto se si poteva fare un’altra volta per quanto forte era il benessere che avevo provato. Sentivo una profonda felicità, la felicità che Gesù mi accettava come suo figlio. Ora dopo il battesimo, anche partecipare alla Messa è completamente diverso: mi sento parte di qualcosa. Ora ho una famiglia vera». Oggi Cristiano vorrebbe diventare catechista, per coinvolgere nella sua esperienza di fede altri giovani. «Sono troppi quelli che dicono di essere cristiani, ma poi le chiese sono piene solo di anziani». Con i colleghi di lavoro spesso parla di Dio. «Cerco di raccontare Gesù anche agli altri immigrati, ma con gli afghani è più difficile, non mi sento sicuro nel farlo. Ce ne sono alcuni, quelli più estremisti, che potrebbero anche uccidermi. Quelli cresciuti in Pakistan sono dei veri e propri talebani, del tutto contrari a qualsiasi idea di conversione».

«Porto la croce, non mi nascondo»
Al momento la sua “nuova identità” è un tabù per molti, ma il ragazzo non si scoraggia, né ha paura. «Cerco di farmi chiamare Cristiano, con il mio nuovo nome, ma molti musulmani mi prendono in giro, si rivolgono a me dicendo: “Guarda è arrivato, Marco, Matteo, Luca…”. Porto la croce al collo e non mi interessa se è rischioso, non voglio più nascondermi, perché ora tutto è cambiato, ora esiste futuro, esiste speranza».
Ahmad amava «le notti buie e senza stelle», perché gli ricordavano la sua vita, il suo martoriato paese, le sue amicizie violentate. «Tutta la mia vita era stata buia, e pensavo che non sarei mai riuscito a vedere la notte in un altro modo, con un altro colore, ad amare la notte con le stelle e la luna. Mi chiedevo sempre se valesse la pena di vivere così». Cristiano ora guarda al cielo d’estate e cerca le stelle, le più luminose possibili.

www.tempi.it
di Marta Allevato

Potevano convertirsi all’Islam e aver salva la vita, ma hanno scelto Gesu’

copti_libia2Il vescovo di Samalout, dove verra’ costruita una chiesa in onore dei 21 cristiani egiziani uccisi in Libia dall’Isis, racconta la loro storia

 

L’immagine dei 21 cristiani decapitati in Libia dai terroristi dell’Isis, nel febbraio scorso, e’ rimasta impressa nella memoria degli egiziani. Nessuno, in particolare i cristiani del Paese nord-africano, potra’

mai dimenticare quegli uomini in fila, vestiti con tute arancioni, inginocchiati davanti ai loro boia bardati di nero su una riva del mar Mediterraneo.

 

Questi uomini, già riconosciuti martiri dalla Chiesa ortodossa copta, sono molto venerati. Dopo il blocco a causa di alcuni cavilli burocratici, nei giorni scorsi è finalmente iniziata la costruzione di una chiesa che sarà dedicata a loro, nel villaggio di Al-Awar, zona da cui proveniva la maggior parte di quei 21 martiri.

“Siamo molto fieri dei nostri martiri. Sono stati obbligati a genuflettersi davanti ai loro assassini, ma erano loro i più forti”, spiega a Aide à l’Église en détresse (sezione francese di Aiuto alla Chiesa che Soffre) il vescovo di Samalout, mons. Bafnotios. Il quale spiega che “i più deboli erano gli assassini, nonostante le loro armi. Altrimenti, perché si sarebbero coperti il volto? Semplice, perché avevano paura. I nostri figli, invece, sono stati forti e hanno proclamato il nome del Signore fino all’ultimo respiro”.

 

Mons. Bafnotios ribadisce poi che da sempre la Chiesa sa che “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”. Infatti – aggiunge – “da Alessandria ad Assuan, in tutto l’Egitto, la fede dei cristiani si è rafforzata”. Il gesto di coraggio di quei 21 uomini non è passato inosservato nemmeno presso i fedeli all’Islam. “Tanti musulmani ci hanno detto di essersi sentiti fieri di loro. I nostri martiri hanno mostrato che noi egiziani siamo un popolo forte”.

 

Il Vescovo ricorda poi i giorni di attesa, tra il rapimento dei 21 cristiani e la loro esecuzione. “Abbiamo  pregato per 40 o 50 giorni – racconta -. Essi si sarebbero potuti convertire all’Islam, salvando così le proprie vite. Tuttavia hanno scelto Gesù Cristo e accettato la morte”.

 

Uno dei 21 martiri si chiamava Tawadros Youssef Tawadros. Aide à l’Église en détresse ha incontrato due sue figlie, le quali raccontano che l’uomo ha avuto “un sacco di problemi” in Libia “a causa del suo nome cristiano facilmente riconoscibile”. Gli è stato consigliato di cambiare nome, ma Tawadros ha resistito alle pressioni rendendo fiera la sua famiglia e la sua Chiesa. “Noi siamo fiere di nostro padre, non solo per noi, ma anche perché ha fatto onore a tutta la chiesa”, hanno detto le giovani. Resta però il dolore degli orfani, come spiega tra le lacrime un’altra bambina che ha perso il padre in Libia: “Mio papà è in Cielo, ma io sono triste. Perché il Cielo è così lontano”.

Da Zenit.org

Liberta’ religiosa (da Caritas in Veritas – Carita’ nella Verita’) Benedetto XVI

freedom-sign29. C’e’ un altro aspetto della vita di oggi, collegato in modo molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto alla liberta’ religiosa. Non mi riferisco solo alle lotte e ai conflitti che nel mondo ancora si combattono per motivazioni religiose, anche se talvolta quella religiosa e’ solo la copertura di ragioni di altro genere, quali la sete di dominio e di ricchezza. Di fatto, oggi spesso si uccide nel nome sacro di Dio, come più volte e’ stato pubblicamente rilevato e deplorato dal mio predecessore Giovanni Paolo II e da me stesso [68].
Le violenze frenano lo sviluppo autentico e impediscono l’evoluzione dei popoli verso un maggiore benessere socio-economico e spirituale. Ciò si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista [69], che genera dolore, devastazione e morte, blocca il dialogo tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro impiego pacifico e civile. Va però aggiunto che, oltre al fanatismo religioso che in alcuni contesti impedisce l’esercizio del diritto di liberta’ di religione, anche la promozione programmata dell’indifferenza religiosa o dell’ateismo pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessita’ dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane.
Dio e’ il garante del vero sviluppo dell’uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignita’ e ne alimenta il costitutivo anelito ad “essere di più”. L’uomo non e’ un atomo sperduto in un universo casuale [70], ma e’ una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un’anima immortale e che ha da sempre amato. Se l’uomo fosse solo frutto o del caso o della necessita’, oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all’orizzonte ristretto delle situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l’uomo non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo. Quando lo Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale e impedisce loro di avanzare con rinnovato dinamismo nel proprio impegno per una più generosa risposta umana all’amore divino [71]. Capita anche che i Paesi economicamente sviluppati o quelli emergenti esportino nei Paesi poveri, nel contesto dei loro rapporti culturali, commerciali e politici, questa visione riduttiva della persona e del suo destino. E’ il danno che il « supersviluppo » [72] procura allo sviluppo autentico, quando e’ accompagnato dal « sottosviluppo morale » [73]

Liberta’ di conversione: il “caso serio” della liberta’ religiosa

Affrontiamo i temi scottanti della libertà di conversione, come espressione culmine della libertà di religione e di coscienza, un decisivo terreno di verifica.

 Due Opposte Difficolta’

Dal punto di vista delle società occidentali la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di conversione si trovano a convivere con un paradosso. Esse sono sicuramente riconosciute dagli ordinamenti giuridici e affermate dalla mentalità comune. Tuttavia due dati dicono la fragilità di questo riconoscimento. Da una parte si concepisce la coscienza in termini che possiamo definire “creativi” in senso equivoco [cfr. Veritatis splendor 54], mentre la coscienza non ha il potere di stabilire “attivamente” da se stessa cosa sia il bene e il male. Dall’altra queste libertà sono sostanzialmente pensate come una mera prerogativa dell’individuo: “qualcosa” che si riferisce all’ambito del privato e, pertanto, non può pretendere di avere rilevanza pubblica. Il rischio è che queste due declinazioni della libertà religiosa (e di coscienza) si svuotino di contenuto reale nel loro esercizio pratico. In questo modo infatti né si riconosce l’intrinseca dimensione veritativa dell’esperienza religiosa, né si ammette che l’esperienza religiosa si esprime come un fatto comunitario e popolare.

Se volgiamo ora la nostra attenzione all’esperienza dei Paesi a maggioranza musulmana, ci troviamo di fronte una situazione del tutto diversa. Sia la dimensione veritativa dell’esperienza religiosa sia quella popolare appartengono al DNA di questi popoli. Essi mostrano un grande attaccamento alla propria tradizione. Eppure non si può negare un grave deficit nell’ambito della libertà religiosa: si pensi alle restrizioni al culto in alcuni Paesi, alla cittadinanza per i non musulmani in altri, si pensi soprattutto alla decisiva questione della possibilità di cambiare di religione. In talune situazioni sembrerebbe che, mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra fede, la richiesta di libertà religiosa divenga intollerabile se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d’uscita che non di rado viene implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l’Islam, devi abbandonare il paese, per evitare lo “scandalo” di un gesto pubblico.

 Il “Caso Serio” del Rapporto Verità-Libertà

La gravità e l’urgenza delle questioni sollevate nel breve e necessariamente incompleto ritratto che abbiamo delineato indica quanto la questione della libertà religiosa tocchi il cuore dell’uomo.

Senza alcun dubbio, l’accesso al “fondamento” o meglio il desiderio di entrare in rapporto con esso costituisce uno dei più potenti stimoli che animano il cuore dell’uomo. Come afferma la nota frase di Sant’Agostino, «quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?». L’uomo è fatto per la verità, è orientato a essa, come in varie forme non cessano di ricordare le religioni e in modo insistente e positivo richiama la fede musulmana. In essa, tanto è avvertita la decisività del nesso tra l’uomo e la verità che l’orientalista tedesco Franz Rosenthal ha potuto descrivere l’intera civiltà arabo-islamica a partire dalla categoria di “conoscenza”.

A questo proposito mi ha poi colpito apprendere che nella lingua araba una sola parola (haqq) significhi al tempo stesso “vero” e “reale”. Se si aggiunge che lo stesso termine, nella Bibbia ebraica, designa il diritto (hoqq, “statuto, precetto”), non si può non restare stupefatti di fronte alla vastità delle riflessioni che si spalancano a partire da questa suggestiva polisemia. Davvero la vita dell’umanità può essere descritta come un incessante riandare ai grandi interrogativi legati alla verità.

Tuttavia l’equazione tra “vero” e “reale” che l’etimologia del termine arabo suggerirebbe, se interpretata in senso razionalistico, tradisce un possibile rischio, quello di dedurre la verità concettualisticamente, intendendola come un sistema completo e formalmente coerente di proposizioni concettuali. L’atto con cui la coscienza intenziona la realtà, cioè l’affermazione della verità, sarebbe così «il frutto, di carattere rappresentativo, di una mera operazione concettuale». E di conseguenza l’azione sarebbe «l’esecuzione di questo ideale previamente conosciuto».

Variante pratica di tale atteggiamento, ben descritta nella vicenda evangelica del giovane ricco, è il legalismo che «pretende che la libertà si possieda prima di compiersi nell’atto, ritenendo che il suo senso sia già dato una volta per tutte nella norma». Questa visione della verità sarebbe in ultima analisi una forma di gnosi idolatrica, in quanto cela la pretesa, da parte dell’uomo, di possedere con il suo sguardo limitato la compiuta fisionomia di Dio. Eppure, come abbiamo letto nello scorso numero di «Oasis», «sia lode a Colui che non ha dato alle sue creature altre vie per conoscerlo se non la loro incapacità di conoscerlo». Sono parole di Abû Bakr, primo successore del Profeta dell’Islam, che giustamente l’autore dell’articolo accosta al si comprehendis, non est Deus d’agostiniana memoria. Un rapporto di possesso nei confronti della verità, quasi che ne potessimo disporre come di una cosa tra le altre, non è possibile, non è al fondo neppure pensabile. Sia l’Islam sia il Cristianesimo sanno bene il perché: la verità non è un pacchetto di nozioni, ma è una realtà vivente e personale, che continuamente chiama in causa la libertà. Il Suo manifestarsi non può essere inserito a priori nelle anguste caselle di una ragione geometricamente intesa.

In altre parole, la Verità stessa, trascendente e assoluta, domanda per attestarsi all’uomo l’atto della sua decisione. Riflettendo in passato su questo tema, ho avuto modo di sottolineare che «la verità pone l’uomo nella necessità della libera decisione non solo perché gli apre lo spazio della risposta, ma perché la richiede in quanto l’uomo è originariamente destinato alla verità».

Emerge allora con evidenza l’importanza della riflessione moderna sulla libertà, non solo in senso politico (libertà dei popoli e delle nazioni), ma prima di tutto in relazione al suo intrinseco rapporto con la verità.

La verità della libertà implica la libertà nell’aderire alla verità. Se questo è vero per la nostra storia occidentale, altrettanto sembra si possa dire per il mondo arabo-islamico.

La Dimensione Comunitaria

Benedetto XVI, nel recente discorso alle Nazioni Unite, ha avuto modo di affermare che «i diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve essere tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale».

Le parole del Santo Padre costringono a tener presente la dimensione comunitaria della libertà religiosa. Oggettivamente questo è un punto critico: infatti che cosa succede all’identità di una comunità se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione perché proviene da un’altra religione o perché vi si converte? Non è difficile comprendere come questo fatto sia potenzialmente fonte di tensioni.

L’insegnamento dei protagonisti dell’orientalismo cattolico del XX secolo mostra che la Chiesa cattolica non ha come obiettivo quello di mettere a rischio le basi della convivenza sociale nei Paesi a maggioranza musulmana. Essa non si riconosce in un proselitismo aggressivo che demonizza le culture e le religioni non cristiane. Il Padre Anawati, grande figura di domenicano egiziano, teologo e filosofo, confessava alla fine della sua vita: «Io non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla».

Nello stesso tempo però, il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingersi fino a violare la libertà umana del singolo. Questo va oggi testimoniato con decisione ai nostri interlocutori musulmani. La dottrina cattolica in proposito non pensa certo la libertà religiosa come possibilità di scelta in un immaginario “supermarket delle religioni”. Insiste sulla libertà religiosa come una conseguenza del dovere assoluto e incombente a ognuno di aderire alla Verità, ma in oggettiva e adeguata coscienza. È questa obbedienza mediata dalla coscienza a fondare la libertà religiosa, che non va limitata alla sola possibilità di esercitare il culto, ma comprende anche il diritto di cambiare religione. Anche qui una necessaria precisazione: così facendo la Chiesa non afferma che ogni scelta in questo ambito vada bene. L’errore in sé non ha diritti, ma la persona che con coscienza retta cade in errore ne possiede. Non certo davanti a Dio, ma davanti agli altri, alla società e allo Stato. Solo Dio è giudice delle scelte del singolo in tale materia. Egli solo può sapere che cosa si trova nel cuore dell’uomo e per quali ragioni egli decida di abbandonare una religione per un’altra.

Si potrebbe obiettare che lo Stato, anche se evidentemente non è in grado di entrare nel cuore dell’uomo, è comunque interessato a mantenere la coesione della comunità. In questa riserva critica c’è del vero, tant’è che i padri del Concilio Vaticano II scelsero di aggiungere alla dichiarazione sulla libertà religiosa contenuta in Dignitatis Humanae, la clausola restrittiva «posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate» (n. 4). Tuttavia, concessa questa precisazione, non si può non domandarsi quale bene può venire alla verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più. Davvero per una comunità religiosa è più deleterio l’abbandono esplicito che una professione di facciata? Già uno dei padri del riformismo islamico moderno, l’egiziano Muhammad ‘Abduh (1849-1905) aveva risposto di no, invitando a distinguere tra i primissimi momenti dell’Islam – ove a suo avviso la natura embrionale del movimento avrebbe giustificato l’uso della coercizione – e le epoche successive, in cui tale necessità sarebbe venuta meno.

 Il Primato della Testimonianza

Nel consegnare questi interrogativi alla riflessione dei lettori, mi preme concludere ricordando la breve analisi (cui ho fatto cenno all’inizio) circa le opposte difficoltà che Occidente e mondo a maggioranza musulmana trovano nell’impostare correttamente i temi della libertà religiosa, della libertà di coscienza e della libertà di conversione. Questa difficoltà infatti mostra bene come il dovuto assenso alla verità è sempre drammatico perché la libertà deve decidere sempre e di nuovo in ogni suo singolo atto.

 Come?

Attraverso la strada, talora impervia, della testimonianza, intesa come atteggiamento ad un tempo pratico e speculativo a cui nessuno, tantomeno il cristiano, può sottrarsi. La testimonianza così intesa ci costringe a porgere ai nostri interlocutori musulmani quella che noi crediamo essere l’autentica interpretazione culturale della fede cristiana. E ciò è possibile solo nel reciproco coinvolgimento.

  1. Card. Angelo Scola su Oasis