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Lo terrai quel bambino, te lo dico io

mamma e bimboQuesta è la lettera scritta da una donna che ha voluto raccontare così la sua storia. Una testimonianza di profonda sofferenza e di gioiosa rinascita. “Non hai lo sguardo di una donna che vuole abortire!” disse Rossana davanti ad una tazza di caffè fumante.
“Lo terrai questo bambino, te lo dico io!” Oggi ripenso a quella frase e mi viene da sorridere. Ero rimasta incinta senza volerlo, a un’età in cui persino il pensiero di avere un bambino fa girare la testa, figurarsi la notizia di aspettarlo davvero. Il padre era scomparso nel nulla appena dopo aver saputo. E con tutti i miei dubbi, le mie parole e la mia confusione, adesso ero là, davanti a Rossana, una bella signora gentile con gli occhi pieni di luce, che con assoluta certezza prediceva un futuro che non vedevo mio, che non sentivo mio.
Lei parlava di quel figlio e io intanto mi ripetevo “Che faccio qui? Di cosa parla questa donna?”. Il nome di Rossana mi era stato fatto per la prima volta in ospedale, il giorno in cui avrei dovuto abortire.

Avevo già fatto tutti gli accertamenti e la data era infine arrivata; alle otto del mattino ero già seduta in sala d’attesa, in attesa che mi chiamassero per fare l’intervento. C’era un’altra ragazza che aspettava con me, in compagnia del fidanzato. Quando arrivò l’infermiera a chiamarla, sentii che gli diceva “È inutile che aspetti qui, vieni a prendermi verso mezzogiorno, penso che per quell’ora avrò finito!”. Finito, tra qualche ora sarà tutto finito, pensai. L’infermiera pronunciò il mio cognome; mi alzai, feci qualche passo verso di lei, poi mi arrestai e, con sorpresa inaudita, sentii la mia voce che diceva dire: “No, io non entro… Ora non me la sento, vorrei spostare l’appuntamento.” Lei mi guardò interdetta, poi chiamò il chirurgo. Gli spiegai che non ero sicura, lui mi rispose in malo modo: “Torni quando lo sarà, non abbiamo tempo da perdere qui!”. Rimasi immobile nel corridoio per non so quanto tempo, con quella mia frase che girava ancora nell’aria. Poi mi avviai verso l’uscita.

Al piano terra, forse perché ero visibilmente agitata, mi avvicinò una donna che, qualificandosi come assistente sociale, mi chiese cosa avessi. Le raccontai l’accaduto e per la prima volta mi venne fatto quel nome: “Ci sono degli aiuti per le ragazze come te, ci sono i Centri di Aiuto alla Vita” – mi disse – “Ti scrivo qui il numero del più vicino, la responsabile si chiama Rossana!” Tornai a casa con quel foglio tra le mani e sprofondai di nuovo nella mia disperazione. Per me era impossibile tenere il bambino, altro che Centri e aiuti e responsabili di nome Rossana; chiamai di nuovo in ospedale e fissai un altro appuntamento. Poco importava che i miei genitori, saputo della gravidanza, mi avessero dato tutto il loro appoggio e implorato di non abortire. Una parte di me quel figlio lo rifiutava, lo respingeva. Alla vigilia del mio secondo appuntamento in ospedale, chiamò il padre del bambino. Era passato più un mese dall’ultima volta che lo avevo sentito. Voleva sapere se avessi risolto il “problema”. Andai su tutte le furie, d’istinto gli dissi che avevo deciso di tenerlo, quel figlio che lui non voleva. Riattaccai, ero così sconvolta che ebbi un mancamento e cominciai a perdere sangue. Fu allora che diventai madre. Chiamai i miei genitori: “Portatemi al Pronto Soccorso, non voglio perdere questo bambino!” In ospedale mi dissero che avevo avuto una minaccia di aborto e mi curarono.

Una volta uscita, col mio bambino nel grembo, chiamai Rossana e la incontrai. Una, due, infinite volte. Lei e un sacerdote mi accompagnarono ogni giorno della gravidanza. Fu molto difficile, piena di angosce e di incertezze, ma loro erano lì, a ripetermi quanto questo bambino mi avrebbe reso felice, anche quando la madre che era in me scompariva di nuovo e tornava la ragazza impaurita che voleva farla “finita”. Oggi Gabriele è un bel bambino di quattro anni ed è la cosa più bella che abbia mai visto! Lo guardo dormire e mi avvicino per ascoltare i suoi respiri. Ha gli occhi che sembrano due stelle. È la stessa luce che ho trovato e trovo, ogni volta che ne ho bisogno, negli occhi di Rossana. Ora so cos’è: è la luce della vita! Lei prima, e poi il mio Gabriele, “Potenza di Dio”, hanno rimesso la luce nella mia vita.

Aborto: un “antidoto” alla RU486 ha salvato 213 bambini

feto4Lifenews ci informa che un medico del North Carolina ha salvato, finora, 213 bambini dall’aborto, dando alle loro madri la possibilità di rimediare all’assunzione della prima dose di RU 486.

Il dottor Matthew Harrison ha infatti lavorato con il dottor George Delgado e la dottoressa Mary Davemport per trovare qualcosa in grado di invertire gli effetti velenosi della pillola abortiva. E l’”antidoto” trovato ha funzionato su 137 donne che ora hanno felicemente in braccio i loro bambini e su 76 che devono ancora portare a termine la gravidanza.

Per effettuare un aborto chimico (ossia con RU 486) nell’arco di tre giorni la madre deve prendere due pillole: il mifepristone, che blocca la crescita del bambino togliendogli la possibilità di nutrirsi,  e il misoprostol, che innesca le contrazioni uterine per espellere il bambino morto (un vero e proprio parto).

Il team del dottor Harrison ha scoperto che se le donne ricevono dosi elevate di progesterone poco dopo aver preso la prima pillola abortiva, l’azione bloccante sulla crescita del bambino viene neutralizzata.
La cosa, purtroppo, non ha funzionato su due madri pentite di aver iniziato l’aborto, che però hanno chiesto troppo tardi aiuto al team di Harrison: le donne avevano infatti già  preso anche la seconda pillola e quindi erano già cominciate le contrazioni. Ovviamente è tanto più facile evitare l’aborto, quanto prima si interviene.

Harrison sente che quello che fa è dare davvero alle donne un diritto alla scelta. E’ orgoglioso di poter offrire una via d’uscita alle donne che si pentono di aver intrapreso la procedura per uccidere il loro bambino. Sul sito abortionpillreversal.com c’è anche un numero di telefono cui si può chiedere il pronto intervento dei volontari che lavorano per evitare il dolore dell’aborto alla madre e salvare la vita del bambino.

da: http://www.notizieprovita.it/

C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Mai piu’ morte, fino alla morte

NIRELAND-ABORTION/

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Diritto alla vita, procreazione medicalmente assistita, embrione: problemi e interrogativi

A pro-life campaigner holds up a model of a 12-week-old embryo during a protest outside the Marie Stopes clinic in Belfast October 18, 2012. The first private clinic offering abortions opened in Northern Ireland on Thursday, making access to abortion much easier for women in both Northern Ireland and the Republic of Ireland. REUTERS/Cathal McNaughton (NORTHERN IRELAND - Tags: HEALTH SOCIETY RELIGION)

Diritto alla vita: quale riconoscimento

Il diritto alla vita e’ il presupposto fondamentale su cui si innestano tutti gli altri diritti della persona umana. Ciò è talmente evidente e logico che nella Costituzione della Repubblica italiana non esiste una norma che lo preveda espressamente. La Costituzione, infatti, elenca un notevole numero di diritti (il diritto alla libertà personale, alla inviolabilità del domicilio, alla segretezza della corrispondenza; il diritto di circolare liberamente; il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; il diritto di associarsi liberamente, il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa; il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, il diritto di agire in giudizio, il diritto di votare, ecc.), ma nulla dice espressamente sul diritto alla vita. È, tuttavia, indiscutibile che tutelare quegli altri diritti costituisce un implicito riconoscimento del diritto alla vita, che è la base di ogni altro diritto. Tant’è vero che l’art. 27 ult. comma della Costituzione dispone che non è ammessa la pena di morte. Inoltre nella legislazione italiana ordinaria (cioè non di rango costituzionale) esistono norme che tutelano specificamente il diritto alla vita e alla sua integrità: il codice penale, nell’art. 575, punisce gravemente il delitto di omicidio (cioè l’uccisione di un uomo: intesa qui l’espressione “uomo” nel senso generico di “persona umana”, uomo o donna che sia) e punisce altresì, nell’art. 580, il reato di istigazione o aiuto al suicidio;  e il codice civile, nell’art. 5, vieta gli atti di disposizione del proprio corpo  che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica.
Se si esamina poi il diritto internazionale si incontrano due documenti importantissimi che fanno esplicito riferimento al “diritto alla vita”: l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata a New York il 10 dicembre 1948 (“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”), e l’art. 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, approvato a New York il 16 dicembre 1966 (“Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”).
Il concetto di “persona” e la legge 40
Ma le norme giuridiche nulla dicono sul concetto di “persona” e sul momento in cui il frutto del concepimento diventa “persona”. L’art. 1 del codice civile dispone che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita” e che “i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Ciò significa che il concepito può essere titolare di diritti, sia pur condizionati dalla nascita: e ciò anche se, trent’anni fa, la Corte costituzionale, pur riconoscendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, ha affermato che l’embrione “persona deve ancora diventare” (sentenza n. 27/1975).
Da ciò le animate discussioni che hanno preceduto e accompagnato l’emanazione della legge n.40/2004 relativa alla procreazione medicalmente assistita (PMA) e l’appassionato dibattito che i referendum su tale legge hanno innescato.
La PMA è, in sostanza, la fecondazione artificiale, che la predetta legge ammette solo al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana. La legge si preoccupa che in tale operazione vengano assicurati i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito: da ciò il divieto della creazione di embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto (e comunque in numero superiore a tre); il divieto della crioconservazione e della soppressione di embrioni; il divieto della fecondazione eterologa, che priverebbe il concepito della possibilità di conoscere, a suo tempo, uno dei propri genitori; il divieto della clonazione.
Le cellule staminali

I referendum tesero a cancellare questi limiti e a consentire la più ampia libertà di azione e di sperimentazione in questa materia: il che riporterebbe la materia stessa a quella totale assenza di regole (comunemente definita come una sorta di “Far West”) che esisteva prima della emanazione della legge n. 40/2004. La motivazione con cui i referendum sono stati presentati fa appello alla salute della donna, alla sua autodeterminazione, alla possibilità di incrementare in modo risolutivo – attraverso la utilizzazione delle cellule staminali degli embrioni – la cura e il superamento di malattie gravissime come il morbo di Alzheimer o quello di Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori.
Certo, le cellule staminali sono cellule che hanno la proprietà di dare origine ad altre cellule altamente differenziate (nervose, muscolari, ematiche, ecc.) e quindi hanno (attraverso complessi processi biologici) la possibilità di risanare, con cellule nuove e sane, organi umani devastati dalla malattia. Ma ciò che spesso viene taciuto dai sostenitori del referendum è che le cellule staminali ricavabili dagli embrioni sono, sì, totipotenti, ma sono ancora ben lontane dall’offrire risultati sicuri, perché dette cellule staminali possono anche dare origine a tumori, onde gli studiosi prevedono lunghi anni di studi prima di giungere a risultati soddisfacenti: mentre invece sono immediatamente e felicemente utilizzabili le cellule staminali ricavabili dai cordoni ombelicali e dagli adulti (invero si è scoperto che anche gli adulti sono portatori di cellule staminali e che anche tali cellule sono suscettibili di diventare totipotenti). È quindi scorretto presentare l’impiego delle cellule staminali embrionali come rimedio già disponibile per la cura delle predette malattie, e tacere circa la immediata utilizzabilità, ai fini di quella cura, delle cellule staminali ricavate dai cordoni ombelicali e dagli adulti. A ciò si aggiunga che un eminente studioso della materia, il prof. Bruno Dallapiccola, docente di genetica medica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha riferito che in un recente congresso svoltosi in Germania un gruppo di ricercatori viennesi ha comunicato di aver accertato l’esistenza di cellule staminali pluripotenti nel liquido amniotico materno al termine della gravidanza: altra formidabile risorsa alternativa all’utilizzazione dell’embrione per la cura delle gravissime malattie sopra elencate.
Quanto poi alla autodeterminazione e alla salute della donna, deve osservarsi che non esiste un diritto ad aver un figlio ad ogni costo (nel “Far West” abbiamo visto anziane donne, in età da nonna, diventare madri: con quali danni per il figlio è facile immaginare) e che la presenza di un figlio non può e non deve essere ideata e usata come strumento in funzione della salute di un aspirante-genitore.

L’embrione: non una cosa qualsiasi (approfondisci qui)

Il problema del trattamento degli embrioni è un problema drammatico. Si potrà discutere quanto si vuole circa il momento in cui un individuo diventa “persona”. Ma è un fatto incontestabile, risultante dalla scienza, che nel momento in cui si verifica la fusione del gamete maschile (spermatozoo) con il gamete femminile (ovulo), si forma lo zigote (parola che deriva dal greco “zugòn”, che vuol dire “giogo”, “unione”). Esso è una cellula diversa da ciascuna delle cellule originarie, nonché diversa dalla somma  di entrambe. È una entità biologica nuova. Da quel momento tale entità biologica si sviluppa gradualmente, senza salti qualitativi, in un continuum che non è scindibile: essa possiede già il suo completo patrimonio genetico, che la rende unica e insostituibile e che contiene in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno il nuovo essere umano, portatore di una “fisionomia” (esteriore e interiore) inconfondibile. In sostanza: in quel patrimonio genetico (comunemente indicato con la sigla DNA) è inscritto un vero e proprio “progetto”, ben preciso e finalizzato, che già contiene, in potenza, l’essere umano progettato.

Dunque, anche a chi ritenga che l’embrione non possa ancora considerarsi persona, appare evidente che esso non può considerarsi una cosa qualsiasi, oggetto di arbitrarie manipolazioni.

Il Terzo venuto

Certo, è un grande mistero, sul quale il progresso della scienza farà gradualmente luce. Ma fin da oggi siamo in grado di cogliere l’unità di quello sviluppo e di ricavarne delle conseguenze logiche. Oggi io non esisterei se qualcuno avesse distrutto il mio embrione: questa è una certezza indiscutibile. Di fronte a questa certezza, come si può distruggere un embrione senza pensare che si distrugge la premessa di un essere umano unico e irripetibile? Basterebbe il dubbio per dissuadere da un’azione simile.

Io ho esercitato le funzioni di giudice per 43 anni della mia vita; e, come tutti i giudici, nei processi penali ho sempre ispirato le mie decisioni al principio “in dubio pro reo” (“nel dubbio sulla colpevolezza dell’imputato, occorre decidere in senso favorevole all’imputato stesso”). Ora, quand’anche dubitassi che l’embrione non sia ancora un essere umano, il fatto solo che distruggere l’embrione comporta la eliminazione di un futuro essere umano (del quale l’embrione già possiede, in nuce, TUTTE le caratteristiche) dovrebbe trattenermi da quella distruzione; e ciò anche a prescindere dal dibattito su persona o non-persona.

Con vivo apprezzamento ho letto recentemente su La Stampa dell’8 marzo scorso un articolo di Barbara Spinelli che parla del “Terzo venuto” (l’ovulo fecondato). Ricorda che esso non appartiene nè alla madre nè al padre nè al potere scientifico; che ha già un attributo della soggettività giuridica (l’inalienabilità) ed ha una sua radicale alterità. Di fronte a ciò, la Spinelli osserva: “Il Terzo Venuto è talmente un mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto… La domanda su come comportarsi eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza, ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul dover essere”. E più avanti, citando gli onesti dubbi di un teologo moralista, riferisce: “Non so se l’embrione abbia un’anima, ma di certo gli scienziati sospettano l’esistenza d’una persona potenziale… In questo dubbio viviamo, e aggirarlo non ci è permesso. ‘Nel dubbio’ meglio considerare l’embrione come se fosse una persona e non ucciderlo. Difficile esser contrari: fra 50 anni sapremo forse che il dubbio aveva ragion d’essere e si proverà rimorso o dolore, per la facilità con cui si son fatti esperimenti e manipolazioni”. Questa posizione coincide in modo impressionante con ciò che ho detto a proposito del principio “in dubio pro reo”. E mi pare che riveli una profonda sensibilità umana, che ha il coraggio di riconoscere la dimensione del mistero e di rifiutare aridi ragionamenti formalistici.

 

Barbara Spinelli è una scrittrice “laica” valente ed obiettiva: la sua presa di posizione mi pare tanto più apprezzabile di fronte all’enorme battage pubblicitario che il mondo “laico” sta conducendo a favore del “sì” nei quattro referendum che si svolgeranno prossimamente. È chiaro, infatti, che la Spinelli è orientata verso il votare “no” alla richiesta referendaria di abrogazione di alcune parti sostanziali della legge n. 40/2004. E il votare “no” non esclude, ovviamente, che la legge (la quale è tutt’altro che perfetta) sia migliorabile e che pertanto alcune sue disposizioni possano essere in futuro riformate dal Parlamento. Ma altro è un lavoro di riforma portato avanti attraverso il dibattito e il confronto delle idee, e altro è amputare dal corpo della legge alcune frasi essenziali, tagliandole via con la scure del referendum.

(da “Nuovo Progetto”, aprile 2005, pp 8-11)

Cara professoressa ho abortito e adesso?

bambino fetoGentile Direttore, insegno Religione nelle scuole superiori di stato dal 1985 e grazie all’amicizia di cui tanti miei alunni mi hanno degnato, ho la possibilità di condividere con loro gioie e dolori della vita quotidiana. Nelle aule scolastiche ho avuto modo di incontrare generazioni di studenti con tutti i loro pregi ed i loro difetti, le loro aspettative, i loro cinismi ed i loro dolori, le loro illusioni e le loro speranze. E’ a loro che ho pensato quando, poco più di un mese fa, l’Aifa ha deciso di commercializzare la pillola abortiva RU486 ed è a questo proposito che vorrei renderla partecipe di ciò che succede nelle mie aule scolastiche.

La mentalità che sottostà alla decisione di rendere commerciabile l’RU 486, così come quando si arrivò alla stessa decisione per la pillola del giorno dopo, purtroppo è già da tempo un modus vivendi nella realtà quotidiana di tantissimi giovani, quelli che vedo tutte le mattine entrando nelle aule scolastiche e gli stessi che noi adulti, spesso, mandiamo alla guerra nudi! E infatti nudi sono, disarmati, inconsapevoli, colpevoli senza esserlo. Sì, perché vivere in questo mondo è diventata una guerra e si sta realizzando la profezia del grande scrittore Chesterton quando diceva che “bisognerà sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.
Ecco cosa ho visto e saputo in classe: un numero imprecisato di mie alunne che si sono procurate presso i consultori cittadini, la pillola del giorno dopo, con la facilità con cui si beve una coca cola al bar, studentesse che in 2 anni hanno abortito due volte, la seconda con l’RU 486 a casa e senza assistenza medica e naturalmente, con la connivenza dell’amatissimo fidanzato e nella totale ignoranza dei genitori; ma ecco solo alcuni degli sms che ho ricevuto: “Salve prof! Come sta? Io non lo so… la pillola del giorno dopo è un omicidio?”, “Salve prof! Scusi per ieri… comunque sto bene… anche se moralmente mi sento un po’ una m… non avrei mai immaginato mi succedesse e sono stata costretta a fare quello che non avrei voluto… sono stata un’egoista… mi hanno dato la ricetta in guardia medica… le voglio bene e scusi il disturbo! Ora non posso parlare… un abbraccio!”, “Ciao Prof., scusa l’ora (h. 4.23), ma il mondo è pazzo! Una tipa ha abortito mio figlio, mi dispiace e mi sento un bastardo; so di esserlo, ma la cosa che mi fa più schifo di me non è tanto il fatto che non abbia avuto le palle per dire che io volevo vedere al mondo quella parte di me, ma il fatto che, se anche ne avessi avuto il coraggio, non me la sarei poi sentita di mettere in discussione tutta la mia vita fatta delle mie fottute certezze del c… di un ventenne di m… per crescere un figlio o anche soltanto per sentirmi padre. So che secondo la Chiesa sono da inferno solo per questo, però da essere umano, non da cristiano, mi dica, come faccio a credere nelle persone che vedo con me se penso a quello che ho fatto?
Questa è la realtà reale.
E’ questo che vogliamo per i nostri ragazzi?
La commercializzazione della pillola abortiva è un fatto gravissimo che va ad aggiungersi a tutto il male con cui quotidianamente abbiamo a che fare e che è necessario osteggiare e combattere con tutte le proprie forze, ma ho l’impressione che spesso si sottovaluti un aspetto molto importante per combattere questa guerra: l’educazione e la passione per la verità.
Sembra la scoperta dell’acqua calda ma, purtroppo, non è così.
Certo, grazie a Dio (e non certo agli uomini!) non tutti i miei alunni si trovano tutti a dover affrontare questi drammi, ma l’aria che respirano è questa e poi: qui quello che conta non sono i numeri; ogni persona è lei, unica, irripetibile e quello che fa testo nella verità non è la maggioranza, ma la verità.
Noi siamo gli adulti e i ragazzi ci guardano. Cosa vedono?
Può capitare che vedano madri accompagnare figlie minorenni in farmacia ad acquistare la pillola del giorno dopo perché “nel dubbio è meglio non crearsi problemi”, oppure “meglio adesso – che non c’è niente – che più tardi quando la cosa diventa più complicata!” Può essere che imparino da noi genitori che “la vita non ha un valore in sé, sei tu che glielo dai. Tu sei nato perché ti ho concepito nel matrimonio con tuo padre che amavo, ma se ti avessimo concepito da ragazzi, qualche anno prima, mai ci saremmo rovinati la vita mettendoti al mondo! Prova a pensare: la scuola da finire, il lavoro da trovare, i soldi da fare… quello che dovrebbe essere una felicità, trasformata in una sfiga!!”. Questo mi sono sentita raccontare da una mia alunna in classe e davanti a tutti. Oppure: “Prof. Per definire l’amore di Dio lei ha usato l’analogia dell’amore della madre e del padre per i figli… ma, c’è madre e madre e c’è padre e padre!!!
Le confesso che a volte esco dalle aule sconvolta, triste e addolorata; i miei ragazzi, spesso vivono da soli l’inferno… con il sorriso sulle labbra, ma soprattutto può capitare che siano affiancati da adulti estranei per non dire conniventi e che di fatto trasmettono la mentalità mortifera del nichilismo dominante.
Nonostante tutto, nonostante questa violenza quotidiana di cui sono oggetto, i miei ragazzi, tutti, ce l’hanno ancora il desiderio di felicità, di bontà, di giustizia, di bellezza. Si guardano forsennatamente intorno per vedere se trovano qualcuno o qualcosa che possa rispondervi e cosa vedono?! C’è forse qualcuno là fuori che abbia realmente a cuore se stesso, così da poter avere a cuore anche il loro bene?… Da domani li rivedrò tutti e non vedo l’ora!
“Per sperare bisogna avere ricevuto una grande grazia” diceva il grande Péguy.
Io l’ho ricevuta. L’ho sperimentata quando sono stata guardata e accolta da Cristo, così come egli ha fatto con i pubblicani ed i peccatori e da allora sono diventata una per cui Lui ha ritenuto di dover morire. E’ per questo che tra pillola del giorno dopo, pillola abortiva, pillola anticoncezionale, aborto chirurgico, aborto terapeutico, canne, alcool, incidenti del sabato sera, vado in classe e faccio il mio mestiere. Non li giudico, ma mi stanno a cuore. Tutti. Non smetterò mai di far loro compagnia per come son capace e secondo le modalità che le circostanze mi permettono; ho intenzione di continuare a non sottrarmi alle loro mille domande, dentro e fuori la scuola, domande vere, brucianti, non quelle fatte “tanto per farsi vedere…”.
Si può vivere in modo più umano, più bello, più giusto, si può avere il “centuplo quaggiù”. Ne sono testimone. Christus vincit.
Ester Capucciati“. (Fonte: Cultura Cattolica del 01 ottobre 2009)

Contro il commercio di feti: Essere uomini significa proteggere i bambini

1361998204963362992Prosegue oltreoceano il dibattito sulla scandalo della Planned Parenthood sul commercio illegale, svelato da un’inchiesta, di parti di feti abortiti. Sul tema è intervenuto mons. Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, in un editoriale pubblicato sul sito Catholic Philly, organo di stampa ufficiale della Chiesa locale.

“L’uccisione deliberata di un vita innocente – scrive mons. Chaput – è un atto particolarmente malvagio”, che non può essere giustificato in alcun modo. Il presule ha ricordato la Lettera pastorale scritta dai vescovi degli Stati Uniti nel 1998 e intitolata “Vivere il Vangelo della Vita“. Nel testo si sottolineava che “non tutelare o difendere la vita nella sue fasi più vulnerabili rende sospetto ogni appello alla giustizia in altri settori, riguardanti i più poveri ed i più emarginati” dalla società. “Ogni attacco diretto alla vita umana innocente, come l’aborto e l’eutanasia – si legge ancora nella Lettera pastorale – rappresenta una violazione diretta ed immediata del più fondamentale dei diritti umani, il diritto alla vita”.

Il traffico di tessuti fetali ordito dalla Planned Parenthod è, secondo mons. Chaput, “nient’altro che ripugnante” e “orribile e barbarico”. Di qui il suo appello ai cristiani a “non risparmiarsi nel dovere di promuovere la giustizia e la carità nel Paese”. L’arcivescovo di Philadelphia cita infine Ruben Navarette, storico attivista pro-aborto ma sposato con una donna pro-life, il quale ha scritto: “Si tratta di bambini che vengono uccisi. Milioni di bambini. E bisogna proteggerli. Questo è quello che fa un uomo: protegge i bambini, i suoi e quelli degli altri. Questo significa essere un uomo”.
www.zenit.org

Cattolici e aborto (detta anche IVG interruzione volontaria di gravidanza)

“Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente a essere abortito ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo. E ogni anziano, anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare!”. (Papa Francesco – settembre 2013)

L’aborto

2270 La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita.

« Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato » (Ger 1,5).

« Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra » (Sal 139,15).

2271 Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale:

« Non uccidere il bimbo con l’aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita ».

« Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell’uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l’aborto come pure l’infanticidio sono abominevoli delitti ».

2272 La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. « Chi procura l’aborto, se ne consegue l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae »,  « per il fatto stesso d’aver commesso il delitto » e alle condizioni previste dal diritto.  La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società.

2273 Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione:

« I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell’autorità politica; tali diritti dell’uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell’atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali bisogna, a questo proposito, ricordare: il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte ».

« Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto. […] Come conseguenza del rispetto e della protezione che vanno accordati al nascituro, a partire dal momento del suo concepimento, la legge dovrà prevedere appropriate sanzioni penali per ogni deliberata violazione dei suoi diritti ».

2274 L’embrione, poiché fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano.

La diagnosi prenatale è moralmente lecita, se « rispetta la vita e l’integrità dell’embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale […]. Ma essa è gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l’eventualità, in dipendenza dai risultati, di provocare un aborto: una diagnosi […] non deve equivalere a una sentenza di morte ».

2275 « Si devono ritenere leciti gli interventi sull’embrione umano a patto che rispettino la vita e l’integrità dell’embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale ».

« È immorale produrre embrioni umani destinati a essere sfruttati come “materiale biologico” disponibile ».

« Alcuni tentativi d’intervento sul patrimonio cromosomico o genetico non sono terapeutici, ma mirano alla produzione di esseri umani selezionati secondo il sesso o altre qualità prestabilite. Queste manipolazioni sono contrarie alla dignità personale dell’essere umano, alla sua integrità e alla sua identità » unica, irrepetibile.
tratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica

Non volevo quel figlio ma cambiai idea…

fetoDall’apparenza fragile, remissiva nella parola, flebile nel tono di voce, Cristina era invece una donna forte e risoluta. Sapeva che, come una scatola chiusa, la vita ti puo’ presentare sorprese impreviste e spesso dolorose e senza farsi troppe domande aveva sempre risposto alle avversità con coraggio e pazienza. Un’infanzia difficile, con un padre burbero e una madre severa, incontrò suo marito all’età di diciassette anni e fu subito amore; si sposarono e qualche mese dopo era già incinta della sua prima figlia Elena.

Una bellissima gravidanza, forse un po’ faticosa, ma tutto si risolse per il meglio ed Elena nacque forte e sana. Tuttavia sebbene Cristina amasse quella bambina con tutto il cuore, custodiva dentro di sé un desiderio, avere un figlio maschio. Fu per questa ragione che dopo circa un anno dalla nascita di Elena, Cristina e suo marito provarono ad avere un altro figlio e subito lei rimase nuovamente incinta. Questa volta era un bambino, la notizia venne accolta con gioia non solo dal ristretto nucleo familiare ma anche dall’intera famiglia di nonni, zii e cugine. Da anni infatti tutte le gravidanze di quella famiglia erano caratterizzate da deliziose femminucce, ormai tutti attendevano l’erede, unico maschio tra circa sette donne.

Avrebbe portato il nome e cognome del nonno, avrebbe sostituito il padre nella piccola azienda agricola a conduzione familiare, insomma questo piccolino non era ancora venuto al mondo che già tutti avevano disegnato per lui un futuro radioso. Alla terza ecografia però il medico segnalò una dimensione cranica non proprio conforme alla norma, ne informò i genitori, lo segnalò nelle referto, ma Cristina non sembrava aver capito la natura del problema. In fin dei conti lei era una donna semplice, di quelle che prendono la vita così come viene, facendo spallucce di fronte ai problemi con innata predisposizione all’accettazione delle eventi dolorosi, ma certo non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare un giorno una dramma con quello che l’attendeva.

La diagnosi fu chiara: il bambino era idrocefalo. Percepirà gli impulsi, ma non sarà mai normale, non avrà una vita autonoma, non potrà camminare, ne parlare, giocare, studiare oppure lavorare. Cristina indietreggiò stravolta, mentre suo marito fissò il dottore incredulo; venne sottoposta loro la possibilità di abortire e i due inconsolabili genitori la presero in esame. Le giornate diventarono improvvisamente cupe per loro anche quando il sole splendeva alto, i pensieri erano ingarbugliati, impulsi di vario genere attraversavano le loro menti spingendoli come una barca in balia del vento ora in una direzione e dopo pochi istante in quella opposta.

Improvvisamente Cristina ebbe come un lampo che squarcia il suo orizzonte, permettendole di vedere come in uno specchio, come sarebbe diventata la loro vita; lei non avrebbe avuto pace, suo marito nemmeno di fronte ad uno spettacolo di quelle dimensioni, ed Elena? Anche la sua vita sarebbe stata rovinata, perché in fin dei conti i genitori non vivono per sempre e quando loro non ci sarebbero stati più, lei avrebbe dovuto prendersi cura del fratello e quel bambino suo malgrado, sarebbe stato un flagello anche per lei. L’aborto era la soluzione ideale, ormai lei se ne era convinta, ma suo marito restava chiuso in un riserbo impressionante; sapeva a che cosa andavano incontro, era consapevole del fatto che le remore di sua moglie erano tutto vere, ma non riusciva a pensare alla loro vita dopo aver tranciato il cordone ombelicale di quel bambino.

Di fronte alle opposizioni di suo marito, Cristina si intestardì, non voleva quel figlio, era decisa a non farlo nascere. Sperava in un aborto spontaneo, ma non arriva e il giorno dell’intervento, lei si alza da sola senza suo marito e raggiunse l’ospedale dove avrebbe dovuto eseguire l’interruzione di gravidanza.  Pochi istanti e un’infermiera annunciò che disgraziatamente il medico aveva avuto un incidente e che gli interventi erano sospesi. Fu un segno, quel bambino doveva nascere e Cristina tornò a casa rassegnata e in fondo serena. Maurizio, si chiamerà così il nascituro, sarà un bimbo bellissimo, con due profondi occhi azzurri e capelli nerissimi.

Dal giorno in cui è nato, il tempo è sembrato volare via scandito da un ritmo frenetico ed estenuante; Maurizio cresceva, ma restava sempre un lattante, aveva bisogno d’essere cambiato, lavato, sfamato e lentamente sbarbato, più diventava uomo, più la sua condizione era lampante e disperata. Dormiva nella camera attigua a quella dei suoi genitori, di giorno Cristina lo spostava in cucina, dove avevano un divanetto, un piccolo sofà verde proprio accanto al camino, a lui piaceva stare lì, la sensazione del calore di un fuoco scoppiettante sulla pelle, lo rilassava. Maurizio trascorreva su quel divano gran parte del giorno, improvvisamente urlava rispondendo ad un impulso che non riusciva a controllare, poi roteava gli occhi, la testa come stesse cercando qualcosa e quando posava distrattamente lo sguardo su sua madre, sembrava quasi sorriderle.

I medici dicevano che era un riflesso involontario, ridere o piangere per lui era la stessa cosa, ma Cristina era certa che sua figlio la riconoscesse nel crepitio del suo cuore, laddove i sentimenti bruciano come fa la legna nel fuoco, laddove la presenza o l’assenza di una madre è inconfutabile. Al mattino, dopo che Elena e suo padre erano usciti, Cristina iniziava le sue faccende domestiche, si muoveva per casa spolverando, spazzando, cucinando e intanto parlava con lui, gli raccontava tutto ciò che c’era da raccontare, gli parlava come se lui potesse intenderla, come se potesse risponderle e quando faceva un verso, lei apprezzava il suono delle sua voce.

Un giorno mentre era impegnata a rifare il letto di primo mattino, le sembrò di sentire un respiro accanto a lei, fu come il fruscio di una foglia che si posa lentamente in terra, talmente sottile da poter essere udito nel più completo silenzio. Lasciò cadere le lenzuola, corse in cucina e lo trovò addormentato sul sofà: le servirono solo pochi istanti per capire che quello che aveva percepito era stato il rumore dell’ultimo respiro di suo figlio. Era così che doveva andare, glielo dicevano tutti, che avrebbe dovuto aspettarselo e in fin dei conti che vita era mai quella? Maurizio era come un angelo dalle ali impiastricciate di petrolio, ora era finalmente libero, libero di poter volare, e questo Cristina lo sapeva, ma non le bastava. Lei, che aveva sperato di non vederlo nascere, ora non riusciva ad accettare la sua dipartita: quel figlio le sarebbe mancato da morire.

Le aveva insegnato molto, la sua presenza era un conforto per i suoi giorni. Tutti in famiglia avevano imparato a voler bene quel figlio e quel fratello speciale, che se ne era andato così in silenzio. Cristina ricordò per un attimo il freddo di quella sala d’aspetto dove attendeva di sottoporsi all’intervento per l’IVG di Maurizio, come era diverso dal silenzio che ora aveva lasciato suo figlio. Un silenzio carico d’amore, una presenza che in quella casa sarebbe stata sempre ricordata. E il fuoco nel camino continuava a scoppiettare. Sì la vita di quel figlio aveva avuto un senso per lei.

di Ida Giangrande

Silvia e l’aborto. E poi fuori a riveder le stelle

In Italia della sindrome post-abortiva si occupano saltuariamente molti Centri di aiuto alla vita, magari appoggiandosi direttamente a qualche psicologa locale, e sistematicamente associazioni quali La Vigna di Rachele e Il Dono.

Proprio grazie a Il Dono incontriamo Silvia, 34 anni, nella sua città, Milano: un aborto alle spalle, un futuro davanti «perché la morte non abbia l’ultima parola», come continua ripeterci con le parole, e lo sguardo, durante l’intervista.

Non volevi pregiudizialmente bambini o hai deciso l’aborto dopo aver scoperto di essere incinta?

Mi ero sempre proclamata contraria all’aborto, ma quel test positivo era talmente inatteso che, pochi minuti dopo aver visto il risultato, alla domanda fatta tra me e me “e adesso?” quel pensiero si è insinuato, quasi ovvio, tra un palpito del cuore e l’altro: “Prima di tutto devo dirlo a lui. E comunque, si può sempre interrompere”.

Quando hai scoperto di essere incinta che sensazioni hai vissuto?

Lo stupore ha prevalso su tutto: avevo vissuto un solo momento d’intimità negli ultimi anni, in occasione di un incontro con il mio ex ragazzo. E quella sera sono rimasta incinta. Allo stupore son seguiti a breve la paura e la confusione…

La scelta dell’aborto l’hai condivisa con il padre di tuo figlio o sei stata lasciata sola?

Ero stupita e un po’ spaventata da qualcosa di tanto grande e tanto lontano dai miei programmi. Ho cercato rassicurazioni, ma le ho cercate nel posto sbagliato: lui da subito non ne ha voluto sapere. Ma quel che è peggio, a posteriori, è che non si è fatto da parte subito: voleva che io mi convincessi che l’aborto era la scelta migliore, per me, per lui, persino per il bambino. Abbiamo passato notti intere a parlare e mi sembrava che, per quanto dolorose, le sue ragioni fossero ragionevoli. Quanto a me, alternavo momenti in cui tutto sembrava chiaro a favore dell’interruzione della gravidanza ad altri in cui ogni cosa sembrava ugualmente chiara ma dire il contrario, tanto che una volta chiamai l’ospedale per annullare tutto. Però ritelefonai due giorni dopo, convinta che quella non fosse la scelta migliore, ma l’unica possibile. Mi sentivo sola, confusa e angosciata, e volevo che tutto passasse. Volevo solo che la mia vita tornasse come prima.

Lui mi ha accompagnato in ospedale, c’era prima e dopo l’intervento. Dopo ha iniziato a sparire. Più stavo male io, più si allontanava lui. Eravamo amici da 16 anni, avevamo alle spalle una storia di 2, credevo ci fosse un legame forte fra noi. Non l’ho più sentito.

Cosa ti ha fatto rinascere?

La mia rinascita è avvenuta nelle mani di Dio, che si è manifestato in più persone e in più momenti. Di questo non sarò mai grata abbastanza. Un ruolo chiave l’hanno avuto, in modi diversi, un amico sacerdote, una psicologa, e soprattutto le donne e gli uomini de “Il Dono”. Con loro sono stata aiutata a fare verità, non solo sul mio aborto, ma sulla mia vita, perché ho capito che il mio “no” a quel figlio inatteso veniva da lontano. Non era un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di tanti altri rifiuti, il gesto logico di una mentalità che, fino ad allora, non sapevo appartenermi.

Il Papa ha invitato i medici a non ingannare le madri con l’aborto. Anche per te l’aborto è un inganno?

Sì, perché a chi lo compie sembra l’unica strada percorribile e invece c’è sempre un’altra via. È un inganno perché chi lo compie pensa di riportare le cose come prima, ma un figlio cambia sempre la vita. E un figlio che ti entra sempre più nel cuore e nell’anima, ma che non potrai mai veder crescere e abbracciare, e questo per tua scelta, è qualcosa che la stravolge la vita.

Quanto potrebbero fare i medici e quanto avrebbero potuto fare per te?

Potrebbero fare molto. Anche indirizzando le donne che si rivolgono a loro verso associazioni ed enti in grado di ascoltarle con pazienza e attenzione. Nel mio caso, anche se alla visita piangevo come una fontana, la risposta glaciale che ebbi al mio «non sono sicura di volerlo fare», fu un secco «non è un mio problema». Il medico che avviò l’iter non mi chiese neppure i motivi del mio rivolgermi a lui. Penso che sarebbe stato importante sentirmi accolta e ascoltata con i miei timori e i miei dubbi.

A una madre che oggi si trova nella tua situazione di allora cosa diresti?

Prima di tutto le farei le congratulazioni! Cercherei di spostare la sua prospettiva: dal considerare quella novità come un problema da risolvere al vederla un’opportunità di gioia. E prima di qualunque consiglio, la ascolterei, mi metterei al suo fianco, le direi: “Parliamone. Come ti senti, cosa ti preoccupa, quali sono i tuoi pensieri?”. Promettendole che non resterà sola…

La sindrome post-abortiva è poco studiata, ma esiste. Come stai “sopravvivendo” al tuo aborto?

Dopo l’aborto avrei voluto morire. Provavo un dolore, un senso di vuoto e un senso di colpa così grandi che pensavo che continuare a vivere fosse un inferno. Il cammino umano e di fede con “Il Dono” e col mio padre spirituale ha accompagnato la mia conversione: mi hanno insegnato che con il dolore, e con un’altra morte, benché non fisica, non avrei rimediato al mio sbaglio, non avrei restituito la vita a mio figlio, né avrei onorato la memoria della sua breve esistenza. Mettere in pratica invece tutto quello che grazie a lui ho imparato e imparo ogni giorno, mettermi in gioco per diventare una persona migliore, mettermi alla scuola dell’Amore per vivere una vita piena e autentica, questo posso farlo, e farlo per lui. Perlomeno ci provo. Il sacramento della Riconciliazione è stato una tappa fondamentale perché si compisse la trasformazione del mio sguardo.

Cosa si può fare in caso di gravidanza ectopica?

Uno dei casi in cui c’è un serio pericolo per la vita della madre. Cos’è la gravidanza ectopica? In occasioni molto rare, l’embrione che inizia la sua esistenza dopo la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo non riesce ad arrivare all’utero e si impianta nella tuba di Falloppio, luogo di transito verso la cavità uterina, biologicamente non in grado di sostenere una gravidanza. Visto che l’elasticità della parete di questo condotto è limitata, l’aumento di volume del feto in crescita provocherà inevitabilmente la sua rottura, mettendo in pericolo la vita della madre, oltre a provocare la morte del feto. Quando l’embrione si impianta nel luogo errato, sia questo la tuba di Falloppio o l’addome, la gravidanza viene chiamata “ectopica” (fuori dalla sua sede). Il 97% di tutte le gravidanze ectopiche si verifica nelle tube di Falloppio.

Come risolvere la questione? Delle quattro procedure utilizzate più di frequente per trattare le gravidanze ectopiche, tre presentano oggettive difficoltà tecniche, e solo una risulterebbe accettabile a livello morale.

a. Il primo trattamento implica l’uso di metotrexato, che quando utilizzato punta alle cellule di rapida crescita provocandone la morte, soprattutto quelle trofoblastiche (precursori della placenta), che sono quelle che fanno aderire l’embrione alla parete della tuba di Falloppio. C’è chi ritiene possibile che questa sostanza si rivolga di preferenza a quelle cellule, diverse dal resto dell’embrione, di modo che si potrebbe pensare che ponga fine alla vita di questo solo in modo indiretto. Altri, tuttavia, pensano che queste cellule trofoblastiche facciano, di fatto, parte dell’embrione (prodotte dall’embrione, non dalla madre), per cui il metotrexato in realtà va a intaccare un organo vitale dell’embrione provocandone la morte.

b. Un’altra tecnica moralmente problematica è la salpingostomia, che consiste nel realizzare un taglio lungo la tuba di Falloppio ed estrarre l’embrione, che naturalmente morirà subito, chiudendo la condotta tubarica con una sutura. Questa soluzione, come l’utilizzo del metotrexato, lascia la tuba di Falloppio in gran parte intatta per possibili gravidanze future, ma pone anche serie obiezioni morali perché questo intervento è volto direttamente a estirpare l’embrione dalla tuba provocandone la morte. Ad ogni modo, si ammette che queste tecniche in genere lascino cicatrici nella tuba di Falloppio, aumentando così le possibilità che una gravidanza futura possa presentare lo stesso problema di annidamento ectopico.

c. Una terza soluzione consiste nell’estirpare la tuba di Falloppio che contiene l’embrione annidato in sé. Questa procedura viene chiamata salpingectomia. Il momento per realizzarla – visto che quasi la metà dei casi di gravidanza ectopica si risolve da sé, senza necessità di alcun intervento, quando il bambino muore in modo naturale – verrebbe indicato dalla verifica di un assottigliamento nella parete della tuba che favorirebbe la sua rottura, per via dell’incremento della pressione esercitata dall’embrione e dal suo trofoblasto, entrambi in crescita. In questo caso, la morte dell’embrione non è l’effetto direttamente cercato con l’intervento, che è quello di estirpare la tuba prima che questa scoppi. Questo caso potrebbe essere considerato un’azione dal doppio effetto, uno positivo e un altro negativo ma non desiderato, per cui si potrebbe considerare eticamente corretto, visto che l’intenzione del medico è quella di ottenere l’effetto positivo (eliminare il tessuto danneggiato della tuba), mentre l’effetto negativo (la morte del feto ectopico) viene solo tollerato. In questo senso, è importante sottolineare che il medico sta agendo direttamente sulla tuba di Falloppio (una parte del corpo della madre) e non direttamente sul feto. Un altro elemento importante per stabilire un giudizio etico è che la morte del feto non è il mezzo che rende possibile la guarigione della madre. Si ricorrerebbe alla stessa procedura curativa se ciò che fosse dentro alla tuba di Falloppio fosse un tumore e non un feto. Ciò che cura la madre è l’estirpazione della tuba, non la conseguente morte del bambino. 14

d. Una quarta soluzione consisterebbe nella cosiddetta “attesa armata”, che consiste nel sottoporre la gestante a una vigilanza volta a intervenire con urgenza nel momento in cui si verifichi la rottura della tuba, per minimizzare il rischio per la madre. Questa soluzione, anche se evita di intervenire prima della rottura della tuba per evitare la morte del feto, sottopone indirettamente la madre a un rischio elevato che risulta difficile da giustificare avendo l’alternativa della salpingectomia, che come abbiamo detto è eticamente accettabile per le ragioni suesposte. Valutazione bioetica. Tutti gli interventi volti direttamente a provocare la morte dell’embrione o del feto, anche se si vogliono giustificare al fine di proteggere la vita della madre, a livello etico sono da respingere. Un fine lecito, in questo caso curare la madre, non giustifica un mezzo illecito, ovvero provocare direttamente la morte di suo figlio. Sia la salpingostomia, ovvero estirpare l’embrione situato nella tuba mantenendo quest’ultima, che l’uso del metotrexato provocano direttamente la morte dell’embrione, il che renderebbe moralmente illecito il loro uso. L’argomentazione che sostiene che questo farmaco agisce solo sul trofoblasto, precursore della placenta, e non sull’embrione risulta difficilmente sostenibile, visto che considerare il trofoblasto come qualcosa di diverso dall’embrione è un concetto che può essere chiaramente messo in discussione. Dall’altro lato, il metotrexato non agisce solo sulle cellule del trofoblasto, ma su tutta la popolazione cellulare che presenta processi di divisione, come anche su quelle dell’embrione, anche se la loro velocità di moltiplicazione cellulare è nettamente inferiore a quella del trofoblasto. La “vigilanza armata” o astenersi dall’intervenire fino a che non si verifica lo scoppia della tuba presenta la difficoltà etica di sottoporre la madre a un rischio elevato non necessario, che può essere evitato mediante la salpingectomia o estirpando la tuba prima che ci siano indizi dell’assottigliamento della sua parete che possano far pensare a una possibile rottura.

Sembra quindi che sia quest’ultimo intervento, la salpingectomia, a offrire meno dubbi sulla sua bontà etica, pur ammettendo il doppio effetto inevitabile e non cercato di provocare la morte indiretta dell’embrione come conseguenza dell’estirpazione della tuba di Falloppio nella quale è annidato.

Julio Tudela e Justo Aznar, Osservatorio di Bioetica dell’Università Cattolica di Valencia (Spagna) Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti aleteia

La vita umana e’ fin dal concepimento?

“Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”
(Papa Francesco in Misericordia et
misera)

Durante la campagna elettorale USA del 2016 vi fu alla CNN un intenso scambio tra Marco Rubio, senatore della Florida e Chris Cuomo, governatore dello Stato di New York.

Nel programma il confronto ha toccato lo scandalo della Planned Parenthood (PP) (il colosso degli aborti accusato di lucrare sulla vendita di organi e tessuti provenienti dai bambini abortiti) che tiene banco sui media americani e che ha condotto 13 Stati ad indagare la PP e 3 Stati a decidere di tagliare i finanziamenti pubblici all’organizzazione. Quando Marco Rubio ha difeso la dignità dell’embrione dicendo “La scienza ha deciso che è una vita umana”, Cuomo ha ribattuto: “Non dal concepimento!”. “Assolutamente sì. Cos’altro può essere? Non può trasformarsi in un animale, non può diventare un asino, l’unica cosa che può diventare è un essere umano. È un essere umano, non può essere nient’altro”, è stata la replica di Rubio.

Attraverso la rivista Forbes [1] Arthur Caplan, capo del dipartimento di etica medica al Centro Medico Langone dell’Università di New York, ha criticato l’affermazione di Rubio. Secondo Caplan la scienza non ha stabilito quando inizia la vita umana e per dimostrarlo ha presentato ben 11 argomenti:

1. Se davvero la vita iniziasse al momento del concepimento si dovrebbero cessare la fecondazione in vitro, la ricerca sulle staminali (embrionali n.d.r.), la contraccezione d’emergenza.

2. Uccidere una donna incinta dovrebbe condurre all’accusa di duplice omicidio

3. Una donna non potrebbe vedere utilizzato il suo testamento biologico quando è incinta

4. La scienza non offre una linea certa di che cosa sia il concepimento: quando uno spermatozoo raggiunge un ovulo, quando penetra l’involucro della cellula uovo, quando comincia la ricombinazione genetica, quando si forma un nuovo genoma, oppure quando esso comincia a funzionare?

5. Oltre il 70% degli embrioni muoiono prima della fase di impianto nell’utero materno, quindi la maggior parte dei concepimenti non porta ad alcun essere umano, il concepimento nella maggioranza dei casi conduce a niente.

6. L’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha affermato nel 1981 che l’esistenza di una vita umana al momento del concepimento è una questione a cui la scienza non può dare risposte.

7. I fatti indicano che il punto di partenza è dopo il concepimento.

8. Il concepimento crea più di una vita, i gemelli, due, tre, ma poi una delle vite è riassorbita nel corpo di un’altra.

9. Al momento del concepimento non è chiaro quante vite ci sono, lo si capisce solo più tardi.

10. Anche dopo l’annidamento una parte delle gravidanze vengono interrotte spontaneamente.

11. Il concepimento è sí l’inizio, ma è l’inizio solo del possibile, non dell’attuale.

Nel suo articolo Caplan non dice in realtà niente di nuovo. Si tratta di argomentazioni ormai molto comuni tra in sostenitori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Vediamo di dare una risposta quanto più sintetica per ciascuna di esse.

1. Argomento che sembra irrilevante. Una descrizione non riceve o meno validità dalle implicazioni sociali, ma solo dalla corrispondenza con la realtà. Se dovesse prevalere l’utilitarismo, allora uno schiavista avrebbe potuto affermare che i neri non sono esseri umani perché altrimenti la schiavitù sarebbe stata abolita con grande danno per l’economia.

2. Vale come il punto numero 1. Anche a livello psicologico l’affermazione si dimostra controintuitiva. Supponete che vostra moglie aspetti un figlio da voi e un rapinatore le spari. Cade in coma, i medici vi dicono che è cerebralmente morta, ma che c’è la possibilità che riescano a fare nascere il bambino, mantenendo artificialmente le funzioni vitali. Dopo un mese i medici vi comunicano che purtroppo anche il bambino non ce l’ha fatta. Quante perdite, quanti dolori distinti avete provato?

3. Stesse considerazioni del punto 1. In più il testamento biologico è un pessimo strumento per la tutela dell’autonomia dello stesso paziente che lo ha redatto, figuriamoci per la tutela di un altro essere umano.

4. Sebbene dietro pressione dell’industria contraccettiva l’Associazione dei Ginecologi Americani (e dietro essa le altre associazioni e istituzioni mediche) abbiano spostato il significato del termine concepimento al momento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno, tuttavia nel linguaggio corrente usato sia dai pazienti che dai ginecologi con esso s’intende la fecondazione (fertilization), termine che scientificamente (come attestato nel nomenclatore dell’Associazione dei Ginecologi Americani) indica la fusione delle membrane dello spermatozoo e dell’ovocita. Nel monumentale manuale di embriologia di Scott Gilbert si legge: “La fecondazione è il processo in cui due cellule sessuali (gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con potenzialità genetiche derivanti da entrambi i genitori”. In quanto processo, la fecondazione inizia con la fusione delle membrane dei gameti (singamia) e termina con la fusione del materiale genetico paterno e materno (cariogamia), ma l’inizio è uno, la singamia, il processo che segna il passaggio da due cellule ad un organismo: un’unità ontologica, non un assemblato di parti, con un corredo genetico unico (la probabilità che i soliti genitori daino alla luce due figli identici in due atti sessuali distinti è meno di una su settantamila miliardi) ed intrinseco orientamento e determinazione allo sviluppo.

5. Se il criterio della mortalità fosse determinante, allora vorrebbe dire che nei tempi e nei luoghi dove la mortalità neonatale e infantile sono elevate i bambini non sono esseri umani. Supponete che una donna incinta al sesto mese sia imbarcata su un volo verso Kinshasa: fintanto che è sui cieli italiani, dove la tecnologia neonatologia è sviluppata, ella porta in sé un essere umano, ma, secondo quanto affermato da Caplan, quando sorvola le coste dell’Africa, dove la probabilità di sopravvivenza di un tale prematuro sono pari a zero, allora in sé non ha più un essere umano? L’argomento implica che nel braccio della morte non vivano esseri umani e pertanto si potrebbe utilizzarli per ricerche scientifiche, o come fonte di organi.

6. Il concetto è stato riportato in modo scorretto. Nel documento citato l’Accademia Nazionale delle Scienze USA ha dichiarato: “la proposta S158(proposta di legge del Senato N. 158 n.d.r.) che il termine “persona” debba includere “ogni vita umana” non ha basi nella nostra comprensione scientifica. Definire il momento in cui l’embrione in via di sviluppo diventa una “persona” deve rimanere una questione di valori morali e religiosi”.[3] Dal momento che il concetto di persona è di natura filosofica, correttamente l’Accademia delle Scienze si è dichiarata incompetente. Mischiare il concetto biologico di “vita umana” con quello filosofico di “persona” è molto pericoloso. La stessa Chiesa, riconoscendo la natura filosofica del concetto di persona, non ha mai impegnato la propria autorità nel definire l’embrione “persona”, ritenendo sufficiente fornire l’insegnamento che l’embrione vada trattato dall’inizio come persona e rimandando ai negazionisti l’onore della prova: “come un individuo umano non sarebbe una persona umana?” (EV, 60).

7. L’argomentazione appare Apodittica, imprecisa ed elusiva: quali fatti? “Dopo”? Quando? Alla nascita? Allo sviluppo dell’autocoscienza? Quale livello di autocoscienza? Al raggiungimento dell’autonomia? Quale livello di autonomia? Quale limite indica il professor Caplan oltre il quale si ha un essere umano?

8.  Il processo della possibile gemellazione non nega che un embrione sia un essere umano. Piuttosto esso è solitamente proposto per negare lo status di persona all’embrione alla luce della definizione classica di Boezio. È comunque un argomento inefficace anche in questo senso: la gemellazione consiste in una riproduzione non sessuata (filiazione) del primo essere umano (embrione) con formazione di un secondo essere umano (peraltro non identico all’embrione parentale), mentre il citato processo eventuale di “riassorbimento” dà luogo al fenomeno del chimerismo, del tutto inconsistente per negare lo status umano del concepito, a meno di sostenere che i soggetti trapiantati con organi da vivente o da cadavere non siano forse esseri umani. Le migliaia di persone che vivono con un cuore, rene, il midollo trapiantati, che assumono farmaci anti-rigetto e sono monitorati per il chimerismo post-trapianto sono non esseri umani? E che cosa sono?

9. Così formulato sembra ininfluente. Prima di ogni censimento non si sa quanti esseri umani sono presenti in un territorio, ma questo non rende quelli che sono presenti esseri non umani. Bombardare un’area non rende quanti periscono degli esseri non umani per il fatto d’ignorare il numero di quanti ci vivono.

10. Vale come il punto 5. Con l’aggiunta che, proprio perché fattibile i medici operano sui fattori che possono determinare la morte del concepito cercando di evitarla e nessuno, nemmeno il professor Caplan credo direbbe che nel fare questo i medici si comportano da veterinari.

11. È un’affermazione corretta solo se si dà per essere umano la definizione di un essere con caratteristiche diverse dall’embrione, ad esempio se si definisce come essere umano un adulto autocoscienze ed autonomo. Ma questo è proprio ciò che il professor Caplan non ha provato nel suo intervento.

Caplan nel suo articolo non ha esaurito gli argomenti pro-aborto, altri ne esistono in letteratura [4-6] a cui si oppongono solide ragioni [7-9]. Non si può non rimanere sorpresi che il sistema accademico americano produca un pensiero bioetico così superficiale e poco accurato. Sembra quindi che Rubio abbia ragione nel sostenere che l’embrione è da considerare a tutti gli effetti una vita umana.

Renzo Puccetti  (www.zenit.org)

*

NOTE

1. Arthur Caplan. Marco Rubio And The GOP’s Dangerous Misconception On When Life Begins. Forbes Magazine. 10-8-2015.http://www.forbes.com/sites/arthurcaplan/2015/08/10/marco-rubio-and-the-gops-dangerous-misconception-on-when-life-begins/

2. Scott F. Gilbert. Developmental biology 7th ed. Sunderland MA: Sinnauer Associates 2003. p. 183.

3. William W. Lowrance. The relation of science and technology to human values. In: Craig Hanks. Technology and values: essential readings. 2010 Blackwell Publishing Ltd. pp. 41-42.

4.  David Boonin. A defence of abortion. Cambridge University Press. Cambridge (UK) 2003.

5. Ronald Dworkin. Life’s dominion. An argument about abortion, euthanasia and individual freedom. Random House, New York, 1994.

6. Daniel Callahan. Abortion: law, choice and morality. Mc-Millan Company, New York, 1970.

7. Francis Beckwith. Defending life: A moral and legal case against abortion choice.Cambridge University Press, New York, 2007.

8. Robert P. George and Christopher Tollefsen. Embryo. A Defense of Human Life.Doubleday, 2008.

9. Peter Kreeft. Three Approaches to Abortion: A Thoughtful and Compassionate Guide to Today’s Most Controversial Issue. Ignatius Press, 2002.

Aborto: il dolore delle donne

aborto-donna.jpgQuando, entrando in classe, incrociai il suo sguardo per la prima volta, rimasi senza parole. Non avevo mai visto degli occhi azzurri e affascinanti come i suoi. I suoi capelli biondi e il suo sorriso dolce e ribelle insieme, non lasciavano trasparire quasi mai la rabbia e la sofferenza che si portava dentro. Ma niente mi avrebbe preparato ad aiutarla nel suo evento più doloroso. Era primavera e la vita, oltre a sbocciare nei campi, aveva iniziato a sbocciare anche dentro di lei.

Un giorno mi confidò questa sua situazione, insieme alla marea di problemi familiari che pesavano sulle sue giovanissime spalle. Io cercai di aiutarla come potevo e la misi in contatto con persone specializzate a star vicino ad un’adolescente “in attesa”. La pregai di andare all’appuntamento che le avevo procurato. Avrei fatto qualsiasi cosa per darle un valido aiuto nella decisione che doveva prendere. E la decisione era importante: far fiorire il fiore che aveva in grembo o chiudersi alla vita, illudendosi così di evitare tanti altri problemi.

Dopo una settimana, mi disse: “Ho fatto tutto prof. Sono andata fuori città e ho fatto. La mia mamma mi ha accompagnata”. Non ho detto niente. L’ho solo guardata come si guarda un vaso fragile che non sopporterebbe ulteriori scossoni; cercavo di farle capire che io le volevo ancora bene. Nella mia vita, ogni volta che mi sono avvicinata a donne che avevano abortito, ho toccato con mano il dolore. Per questo mi sembrava così strana l’apparente tranquillità di questa ragazzina.

Passarono i mesi ed a scuola la vedevo serena, allegra… come sempre, insomma. Almeno sembrava. Un giorno, in rete, leggo una discussione sull’aborto, dove lei sta intervenendo. Scrive con rabbia; difende la libertà di scelta e, contro di lei, intervengono coloro che sono contrari all’aborto. Quella discussione mi fa vedere il suo dolore. La sua apparente grinta e sicurezza nell’argomentare, ai miei occhi, sono solo meccanismi di difesa di una creatura che non vuole pensare il peggio di se stessa e non vuole più star male come un cane. Prendo l’occasione per scriverle in privato e in privato lei mi risponde. Una ragazzina, un’adolescente, una mia alunna, mi ha spiegato l’aborto meglio di tante relazioni e libri che ho letto in questi anni.

“Prof… proprio perché so cos’è l’aborto, mi girano le balle a sentire certi discorsi in rete. L’aborto è un trauma, uno shock per chi lo vive, un qualcosa di buio e orribile che ti trascini dietro a vita… è la consapevolezza di non aver dato l’opportunità di vivere a tuo figlio… è un rimorso a vita… un flagello… eppure spesso… molto spesso… è l’unico spiraglio di luce in fondo ad un tunnel buio.. o in altri casi, come nel mio, è imposto.

Non dico che questo sia giusto.. o tanto meno sia giustificato.. ma non si ha nessun diritto di parlare di certe cose così… come si potrebbe parlare di un ‘no alla tav’.

Mi sembra altrettanto futile , sciocco, egocentrico e anche poco rispettoso nei confronti di chi gli è stato imposto (nel bene o nel male che sia) un dolore di questo livello… tutto qua.Si… cinque mesi  fa è successo, prof.

Però cerco di essere una persona forte … e non si sa per quale motivo riesco a sorridere anche adesso… forse più per dare forza a chi ho intorno e si preoccupa per me, che non per darla a me… non è facile… ma per sfortuna o per fortuna, da questa vita, quel poco che ho imparato è che non sempre è tutto facile e giusto, anzi!

E ho anche imparato che i calci sulle gengive, quando li prendi, il dolore lo senti tu… e chi ti è vicino può solo compatirti e starti ancora più vicino… ma per quanto lo faccia con amore, è chi sta male che deve stringere i denti e andare avanti. Non posso negare che ho ancora nella testa gli occhi dei dottori, delle persone che sapevano; occhi di “pena”.

Ricordo le urla di dolore e quella donna che mi stava vicino e gridava “Stiamo perdendo troppo sangue!” e continuava a ripeterlo… Ricordo le lacrime negli occhi di mia madre e le parole balbettate di mio padre, che a stento tratteneva le lacrime… ricordo di aver sentito il calore delle mie sorelle… ricordo gli incubi che ho tutt’ora… ricordo quanto è stato amaro il boccone da mandare giù quando io ero in ospedale e la persona che diceva di amarmi era lontana e mi chiamava da una discoteca… ricordo la mente confusa durante l’operazione e lo strazio come se fossi carne da macello… ricordo quel bacio affettuoso sulla fronte che mi diede il chirurgo dopo l’operazione… ricordo il sangue che colava… ricordo il mio stomaco stringersi fino a quasi non farmi respirare, ogni volta che avrei voluto piangere; ma non l’ho fatto per non creare disagio a nessuno.

Ricordo l’emorragia e ricordo di aver ricordato tutto quello che aveva passato mia mamma con la sua malattia; e questo mi dava forza.

Ma forse la cosa di cui ho avuto più ‘paura’ è stata quella voce… quella notte… pochi giorni dopo l’operazione. Ero nel mio letto… dormivo… mi sono svegliata di soprassalto… ero stata svegliata da una voce che mi aveva chiamata ‘mamma’.. e io mi sono svegliata con naturalezza come se tutto ciò fosse reale…problemi mentali!? fantasia!? subconscio?! immaginazione?! Non lo so.. so solo che io parlo con lui ogni giorno … e se è vero che esiste qualcosa.. beh, quel qualcosa mi sta dando forza”.

Maria Cristina Corvo

Per tutti gli approfondimenti, visita www.intemirifugio.it

Prima di parlare a vanvera su aborto e obiezione di coscienza…

Prima di parlare a vanvera su aborto e obiezione di coscienza, è bene chiarire che:

– il diritto all’obiezione di coscienza è costituzionalmente fondato, il che significa che NON è una gentile concessione del parlamento, ma è fra i principi fondanti della nostra costituzione;
– la legge 194 sull’aborto lo disciplina esplicitamente, e NON vieta ai medici di cambiare idea durante il corso della propria vita (da obiettori a non obiettori e viceversa) perché semplicemente non può farlo, e questo vale sicuramente anche per i due ginecologi del San Camillo, a prescindere dalle sciocchezze che abbiamo sentito stasera ai tiggì;
– così come non è possibile avere punti nascita in ogni ospedale, non è possibile avere punti aborto in ogni ospedale: nella relazione al parlamento si possono confrontare punti nascita e punti aborto regione per regione. Andate a guardare: è una lettura interessante;
– se in numero assoluto i ginecologi obiettori sono il 70% del totale, e i cattolici praticanti il 20% della popolazione, e poichè fra i ginecologi difficilmente la percentuale di cattolici è maggiore di quella del resto della popolazione, si deduce che questa numerosità di obiettori NON è riconducibile alla fede cattolica ma a un forte orientamento professionale;
– dai dati della relazione al parlamento – dati forniti direttamente dalle regioni, raccolti struttura per struttura – si vede che in media in Italia ogni ginecologo non obiettore esegue ogni settimana, a livello nazionale, 1.6 aborti (considerando 44 settimane lavorative in un anno);
– nella relazione al parlamento sono riportate le medie regionali, e anche quelle per ogni singola ASL, da cui si vede che 3 ASL su 140 si discostano molto dalla media nazionale; in queste si hanno da 12 a 15 aborti settimanali. In termini di ore di lavoro significa un impegno di due mezze giornate; nelle altre 137 Asl i numeri sono molto più bassi (7 in un caso, e poi sempre meno di 5) corrispondenti a un lavoro di mezza giornata al massimo;
– ricordiamo che si tratta di interventi programmati; quindi se due mezze giornate programmate, in tre ASL, o una mezza giornata, nelle altre, sono un problema enorme per i ginecologi, allora la questione NON è la numerosità degli obiettori, ma la GRAVOSITA’ degli interventi, e forse allora di questo dovrebbero parlare i medici, all’interno del loro ordine professionale;
– sempre nella relazione al parlamento si può leggere che l’11% di personale NON obiettore, a livello nazionale, NON è assegnato ai servizi IVG. In altre parole: nonostante abbiano dato la disponibilità ad effettuare aborti, l’11% dei non obiettori sono destinati ad altri servizi dalle loro amministrazioni: evidentemente i non obiettori sono più che sufficienti rispetto agli aborti richiesti;
– la legge 194 prevede esplicitamente la mobilità del personale sanitario all’interno della regione, se necessario (art.9: La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale);

– l’Italia NON è mai stata condannata dall’Europa a questo riguardo: il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa si è espresso definitivamente lo scorso luglio dopo due reclami (della IPPF-EN e della CGIL), riguardanti aborto e obiezione di coscienza, con un giudizio positivo: nella relazione al parlamento è riportata la risoluzione;

– a conferma di quanto detto sopra, riporto il tweet di Silvio Viale, noto ginecologo radicale che ha fatto dell’aborto con la RU486 la battaglia della sua vita: “Come sempre detto il problema è l’obiezione delle istituzioni e il menefreghismo di politici e dirigenti della sanità. La soluzione del San Camillo non è la migliore. Servono piani regionali x IVG e quote di medici di coscienza da garantire con la mobilità”

Ecco, detto tutto questo, se poi al San Camillo hanno problemi organizzativi, parliamone, ma non diciamo sciocchezze sugli obiettori di coscienza, per favore: non è vero che sono troppi.
Assuntina Morresi

Le ragioni della vita

abbraccio-ritratto-wTutte le informazioni che la scienza ci mette a disposizione mostrano che la vita di ogni uomo prende il via con il concepimento. Anche sotto il profilo giuridico e filosofico l’embrione e’ un essere umano e va tutelato. Qualche argomento in sintesi.

Aborto, fecondazione artificiale, uso di embrioni umani come cavie di laboratorio, clonazione: la guerra contro la vita concepita si è fatta in questi sempre più aspra. Una guerra silenziosa, invisibile, spesso dimenticata, consumata nell’indifferenza generale. Chiunque fra noi – viaggiando la mattina sul treno, diretto al proprio lavoro – provasse a difendere il diritto alla vita di un cucciolo d’animale avrebbe il plauso e l’approvazione di tutti i suoi interlocutori; ma se il cucciolo fosse d’uomo, magari un embrione di poche settimane, allora un muro di disapprovazione circonderebbe il nostro incauto viaggiatore. Questa è la cifra della società in cui viviamo: condanna alla gogna chi abbandona il proprio cane, mentre “rispetta” la libertà di chi si sbarazza del proprio figlio concepito.

Il lupo e l’agnello

Il divieto di uccidere l’innocente è da sempre uno dei capisaldi della morale naturale: come è possibile che oggi questo elementare precetto etico sia sistematicamente violato senza provocare alcun tipo di reazione? Siamo di fronte a una strategia molto sofisticata, attuata attraverso gli strumenti che plasmano l’opinione pubblica – giornali, radio e Tv, partiti politici, agenzie culturali – per rendere “digeribile” all’uomo della strada l’uccisione volontaria di un bambino non ancora nato.

Occorre una scusa, un pretesto che trasformi un atto riprovevole in un gesto privo di significato morale, o addirittura buono. Torna in mente la celebre favola latina del lupo e dell’agnello. Il predatore cerca a tutti i costi un appiglio cui attaccarsi per legittimare il suo progetto omicida: “mi sporchi l’acqua del ruscello”; “tuo padre ha offeso il mio”. L’esito della storia è scontato, e alla fine, nonostante nessun argomento stia in piedi, il lupo si mangia il povero agnello. È la medesima fine cui è condannato spesso l’embrione umano, il quale è talmente indifeso che potrebbe essere toto dì mezzo senza ricorrere a pretesti pelosi: ma tant’è, l’uomo ha bisogno di autoassolversi quando compie il male.

La strategia di giustificazione dell’aborto ha un peso determinante anche nei confronti della donna, che viene sospinta verso il tragico gesto da una mentalità abortista diffusa, divenendo essa stessa vittima di una cultura della menzogna. Molte donne che hanno abortito resesi conto di ciò che hanno tatto, non riescono a perdonare chi le ha ingannate tacendo la vera identità umana del nascituro.

Il profilo biologico

Dentro questa strategia, ha un ruolo decisivo l’incessante lavoro di disinformatzja per convincere la gente che la vita umana inizia in un momento diverso dal concepimento. Sì tratta di un punto che potrebbe essere liquidato con poche, chiare parole, dal momento che la questione e molto semplice: gli esseri viventi appartenenti al regno animale iniziano ad esistere dopo che l’unione tra i gameti maschile e femminile ha originato un nuovo essere, dotato di un patrimonio genetico autonomo e caratteristico.

Nulla è più eloquente della realtà. Ma poiché il ‘900 ha visto sistematicamente prevalere le ideologie sui fatti – con i disastri che tutti conoscono -, anche in questo campo si sono scatenate le olimpiadi delle questioni di lana caprina.

Obiettivo: dimostrare che la vita umana inizia in un momento successivo alla fecondazione. Non è qui possibile dare conto di tutte le argomentazioni, anche le più fantasiose, gettate sul tappeto per convincere l’opinione pubblica che la vita inizia dopo il concepimento: basti dire, tanto per rendere l’idea della confusione, che nel 1988 è uscito negli Stati Uniti un libro intitolato When did I begin? (Quando comincio io), in cui si sostiene che ognuno di noi “esiste” a partire dai 14 giorni dopo la fecondazione.

L’autore, Norman Ford, è un salesiano rettore di un collegio teologico cattolico. I mass media si gettarono a pesce sull’opportunità di attribuire a un sacerdote una simile interpretazione: poco importa che un genetista di fama mondiale come Angelo Serra smontasse in tre mosse il castello di sabbia costruito da Ford. Purtroppo, vale nel campo delle opinioni la legge di Gresham; la moneta cattiva scaccia quella buona.

In definitiva:

a. Tutte le informazioni che la scienza ci mette a disposizione concorrono a mostrare che la vita di ogni uomo prende il via con il concepimento.

b. Se d’altra parte così non fosse, basterebbe domandarsi chi o che cosa è l’embrione umano nel periodo che intercorre fra la fecondazione e il 14° giorno, o il terzo mese: un vegetale? una coltura batterica? un minerale?

c. Dal punto di vista biologico, le caratteristiche somatiche di ciascuno di noi sono inscritte nel nostro patrimonio genetico sin da quei primissimi istanti: io, e nessun altro, è stato per nove mesi quel determinato embrione. Per sfuggire a questa verità elementare occorre negare i fondamenti della ragione umana, a cominciare dal principio di non contraddizione.

d. Per riconoscere quanto abbiamo appena scritto, non occorre attingere al deposito della fede o alla rivelazione, ma alla semplice ragione, così come per affermare che il pianeta Terra ha un satellite e Giove ne ha dodici.

Il profilo filosofico

Oggi sta diventando sempre più difficile negare che l’embrione subito dopo la fecondazione sia un essere vivente appartenente alla specie homo sapiens. Un embrione di due mesi, anche se down o focomelico, impone la sua invincibile umanità attraverso lo schermo dell’ecografo. Si è allora verificata una controffensiva su tre diversi piani, che possono essere riassunti con le seguenti affermazioni:

a. D’accordo, il concepito è un essere umano, ma non è una persona perché sprovvisto delle capacità superiori tipiche dell’uomo adulto.

È facile rispondere che il concepito è ontologicamente titolare di tutte le funzioni superiori, nonostante non sia ancora in grado di manifestarle pienamente; e forse le manifesterà in modo incompleto o non riuscirà mai a comunicarle, a causa di una patologia. Ma ciò non toglie che egli sia uomo, pienamente e già in atto. Nessuno poteva prevedere, osservandolo due giorni dopo il suo concepimento, che padre Norman Ford sarebbe divenuto un salesiano e avrebbe scritto un pessimo libro; si poteva pensare sarebbe diventato un cantante rock, o un astronauta, o un idraulico. Salesiano non lo era ancora; uomo, sì. Anche un neonato è incapace di moltissime “facoltà superiori”; un malato di Alzhaimer le perde a poco a poco; e ognuno di noi è un incapace grave di fronte alle conoscenze nel campo della fisica di Albert Einstein. Ma abbiamo tutti una cosa in comune con l’embrione e con Einstein: siamo uomini.

Senza dimenticare che la scienza stessa ci sta svelando un mondo di comunicazioni, di gesti, di gioie e di sofferenze vissute ed espresse dal nascituro nei confronti della madre (e viceversa) che superano la nostra stessa immaginazione, rivelando l’esistenza di “facoltà Superiori” che, una volta nati, perdiamo irreparabilmente essendo proprie solo dell’età gestazionale.

b. D’accordo, il concepito e un essere umano, ma da un fatto scientifico non può essere dedotto alcun principio morale, e chi pretende di farlo opera una riduzione dell’uomo a/la sua materia biologica.

L’osservazione della realtà non mi dice ancora dove stia il bene o il male, ma è il presupposto per poter agire moralmente: viaggiando in auto nella nebbia, devo distinguere se l’ombra che intravedo è un uomo ferito o un sacco di stracci, e nel dubbio mi fermo. Il principio morale non nasce dai miei occhi che vedono, ma senza l’osservazione e il riconoscimento della realtà mi è impossibile agire secondo verità. Con l’embrione è la medesima cosa.

c. D’accordo, il concepito è un essere umano, ma può essere soppresso.

Penso non siano necessari commenti a questa massima espressione di disumano cinismo. Essa tuttavia spiega senza giri di parole ciò che è avvenuto in questi anni nei nostri parlamenti e ci introduce al terreno più scottante dell’intera materia, quello giuridico.

Il profilo giuridico

Anche una volta ammessa l’umanità del concepito, e il suo essere di conseguenza persona, l’abortismo non demorde: sposta la sua battaglia sul terreno del diritto, e afferma che il legislatore può scientemente stabilire dei “paletti convenzionali”, cioè può fingere che la vita umana inizi al 90° giorno, o al 120°, o quando il nascituro diventa capace di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Un vero capolavoro di ipocrisia, che attribuisce al diritto capacità magiche: non è più la realtà delle cose a informare le scelte del legislatore, ma e il legislatore a costruire una realtà parallela e alternativa a quella vera. Caligola fece senatore un cavallo, e avrebbe potuto anche “fare” cavallo un senatore; così la legge trasforma un uomo concepito in un oggetto di proprietà della madre o dello scienziato. Come si vede, alla fine viene trovato il modo di saltare a piè pari tutto il dibattito sull’inizio della vita umana – che è comunque servito a narcotizzare le coscienze – invocando altri punti geometrici di riferimento; la prevenzione della clandestinità, la libertà di scelta della donna, il “bene” del figlio handicappato.

Insomma, il meccanismo è semplice; offuscare la visione del concepito, ridurlo a cosa, ma affermare alla fine che è giusto e doveroso sopprimerlo anche se fosse un uomo. Grande è il lavoro che ci attende per dare voce alla verità. A cominciare dallo scompartimento ferroviario dove ogni mattina incontriamo il mondo.

AA.VV. Identità e statuto dell’embrione umano, Libreria Editrice Vaticana1 Città del Vaticano 1998.

AA.VV. Fecondazione extracorporea: pro o contro l’uomo?, Gribaudi, Milano 2001. Claudia Cimino, Risonanze di Coppia – La personalità in embrione, Due Sorgenti, Roma 2001.

Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Edizioni Ares, Milano 1991. Mario Palmaro, Ma questo è un uomo, San Paolo, Cinisello B.mo (Ml) 1998.

Evangelium vitae

Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli “che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita”. (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 28)

“… nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di “interruzione della gravidanza”, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”. (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 58)

di Mario Palmaro © Il Timone – n. 15 Settembre/Ottobre 2000

Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile

Little boy“Il libro che state per leggere ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti.” Esordisce Claudio Risé nella Prefazione al libro di Antonello Vanni. “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”.

Antonello Vanni, educatore e docente di Lettere, perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica di Milano, è un esperto del padre. Ha approfondito i temi della responsabilità e della tutela della vita umana ne Il padre e la vita nascente (Nastro 2004). Ha curato la documentazione scientifica del libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita di Claudio Risé (San Paolo 2007). Ha insegnato presso la facoltà di Bioetica dell’Ateneo Regina Apostolorum di Roma e presso l’Istituto per ricerche e attività educative di Napoli sul tema “adolescenti, media e droga”. Nel 2009 ha pubblicato il libro Adolescenti tra dipendenze e libertà. Manuale di prevenzione per genitori, educatori e insegnanti (San Paolo).

L’autore fa uno “scavo pioneristico” dentro la figura paterna, quasi completamente dismessa soprattutto quando si tratta di IVG e dintorni, che vale la pena percorrere. Dalla curiosità per questa opera nuova, nasce l’intervista all’autore.

Come, quando e perché è nata l’idea di questo libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” edito da San Paolo Ed.?

Antonello Vanni: Da anni svolgo un’attività di ricerca personale sulla figura paterna nelle sue dimensioni più legate all’educazione e crescita dei figli, ricerca che si è poi espressa nel mio libro “Padri presenti figli felici. Come essere padri migliori per crescere figli sereni” (San Paolo Ed., 2011) giunto alla seconda edizione e pubblicato anche in altre lingue. Durante questa ricerca mi sono reso conto di quanto sia dimenticata, anche negli ormai numerosi libri sulla paternità, la relazione tra il padre e la vita dei figli nella sua primissima fase, quella dell’origine della vita stessa. A questo tema ho dedicato nel 2004 una pubblicazione “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (F. Nastro Ed.) in cui ho posto alcune basi per la mia riflessione successiva sul tema, fornendo inoltre delle proposte concrete ai Cav, ai giovani del MPV, a chi si occupa di corsi di preparazione al matrimonio, e agli studiosi di Bioetica, per favorire l’avvicinamento tra padre e vita concepita. In questo nuovo libro, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (vedi http://www.antonello-vanni.it  ), sono partito da quelle basi per esplorare ulteriormente, a tutto tondo, e sulla scorta di ricerche scientifiche internazionali aggiornate, gli aspetti che costituiscono il tema della relazione tra il padre e il destino della vita del figlio cui l’uomo stesso ha dato origine.

Quali sono le domande a cui hai voluto rispondere scrivendo “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Prima di tutto va detto che, dal punto di vista dell’indagine scientifica, per affrontare la relazione tra figura maschile e aborto, è stato necessario ampliare lo sguardo e superare la prospettiva limitata di una legge o di uno slogan. Infatti, nel momento in cui si esamina questa realtà si incontra uno scenario umano estremamente vario che chiama in causa anche la coscienza, la rappresentazione della vita e della sessualità nella nostra società, la responsabilità politica e dei media, l’educazione delle nuove generazioni.

Ci troviamo infatti davanti a numerosi interrogativi. Come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati? E queste sono solo alcune delle domande possibili su un problema che merita di essere esplorato in tutta la sua complessità, evidente anche nei tanti casi di cronaca, che ho presentato nel volume.

Cos’hai scoperto, in quanto autore, scrivendo questo libro “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Ho scoperto quanto sia gravemente superficiale e carente la visione che l’opinione pubblica, i media e la ricerca hanno del mondo maschile, sopratutto quando si parla della sua posizione rispetto alla vita o all’aborto. In genere si va dall’indifferenza alla visione ideologica che, sulla scorta di pregiudizi ormai vecchi di decenni, propone una figura maschile inetta, disinteressata alla vita, irresponsabile, capace solo di spingere la donna all’aborto o di andarsene, lasciando la donna incinta sola nel prendere decisioni importanti. Intendiamoci: tutto questo ha un fondo di verità, ma è solo una parte, molto limitata, di una realtà ben più complessa. Complessità che, va sottolineato, è rimasta e rimane invisibile proprio perché pregiudizi e visione ideologica hanno paralizzato un’indagine scientifica obiettiva e ad ampio raggio: basti pensare che del padre, nelle Relazioni ministeriali sull’applicazione della legge 194/78, non se ne parla mai. Per sopperire a questa carenza ho appunto scritto “Lui e l’aborto” in cui sono descritte e discusse dinamiche più articolate e quindi più interessanti per chi vuole riflettere con serietà su questi argomenti.

E che cosa hai scoperto tu, come uomo, in questo libro che ha come sottotitolo “Viaggio nel cuore maschile”?

Antonello Vanni: Da un lato mi sono interrogato, con inquietudine, sui motivi del silenzio maschile sui temi della vita, sul perché dell’assenza di una posizione forte e a voce alta degli uomini rispetto alla legislazione dell’aborto che del resto è stata votata da un parlamento maschile, forse sull’onda di un determinato contesto politico e ideologico. Dall’altro mi sono confortato scoprendo che molti studiosi uomini si sono occupati e si occupano di questi temi ad un alto livello scientifico, che tanti giovani uomini si danno da fare ogni giorno nei centri di aiuto alla vita per aiutare le donne in difficoltà salvando i loro bambini dalla morte. Di grande importanza poi è il fatto che esiste un grande numero di uomini che letteralmente si ribellano all’aborto, in forma personale o in forma più pubblica come nel caso dei giovani del MPV che nel loro “Manifesto sulla 194: generazioni che non l’hanno votata, generazioni che l’hanno subita” hanno dichiarato apertamente il loro dissenso su una scelta fatta dalle generazioni precedenti e sulla quale non sono affatto d’accordo. Si tratta ora di capire come raggiungere e stimolare ulteriormente l’attenzione maschile verso una posizione più consapevole, responsabile e partecipata rispetto al tema della difesa della vita. Su questa possibilità, che in altri Paesi è già realtà, nel mio libro sono indicate diverse strategie. Mi piacerebbe condividerle con voi del Movimento per la vita poiché credo fermamente che con iniziative in questa direzione si potrebbero salvare tanti bambini in più da una morte orribile e disumana.

Puoi farci un esempio di strategie svolte in altri Paesi per sensibilizzare l’uomo verso la difesa della vita concepita?

Antonello Vanni: Ad esempio, da alcuni mesi sulle strade di alcuni stati negli USA sono stati collocati enormi cartelli, come forma di campagna pubblicitaria, con lo slogan Fatherhood begins in the womb (La paternità inizia dal grembo della madre). Nelle immagini di questi cartelli si vedono foto di uomini che baciano il pancione della loro donna incinta (vedi www.toomanyaborted.com). Questa campagna mediatica è stata proposta dall’organizzazione prolife Radiance Foundation che a partire dalla Virginia sta portando le sue comunicazioni ora anche in New Jersey e in California. Secondo la Radiance Foundation l’idea è sconfiggere l’aborto rimettendo in discussione, con uno sguardo critico, il caso Roe vs Wade che dal 1973 ha aperto le porte all’aborto negli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questo caso fu proprio l’esclusione della figura maschile e paterna dalle decisioni riguardanti la vita del figlio in caso di scelta abortiva, fatto che sarà presente in tutte le legislazioni occidentali sull’aborto da lì in avanti. Questa esclusione avrà e ha tuttora un grave effetto diseducativo sulle generazioni maschili che si sono succedute, cresciute quindi senza consapevolezza del valore della paternità, fatta di responsabilità e cura per la vita generata. Tra l’altro la Radiance Foundation fa notare la stretta correlazione tra paternità assente e aborto: di tutti gli aborti che vengono effettuati ogni anno negli Usa l’84% avviene tra coppie non stabili in cui l’uomo ha abbandonato la donna incinta. Scardinando perciò i corollari del caso Roe vs Wade, la campagna Fatherhood begins in the womb della Radiance vuole richiamare gli uomini alla responsabilità affettuosa verso la vita nascente nella loro donna, oltre che sottolineare l’inadeguatezza delle leggi abortiste che escludendo la figura paterna hanno condannato a morte milioni di bambini privandoli, in un modo o nell’altro, della difesa responsabile dei loro padri. Del resto lo aveva già detto Giovanni Paolo II: “Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio l’uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre” (Familiaris Consortio, 1981).

Le leggi abortiste, e in Italia la legge 194/78, hanno eliminato il padre dal processo decisionale dell’aborto a meno che la madre non lo voglia. Quindi un uomo può essere padre anche senza saperlo e una donna può abortire un figlio senza dirlo al padre. Dove sono le “pari opportunità”?

Antonello Vanni: Ciò che dici è un dato di fatto: la legge italiana sull’aborto ha liquidato la figura maschile e paterna. Nonostante i buoni propositi espressi nell’art. 5 della legge 194/78, infatti, il coinvolgimento del padre nella scelta abortiva è nullo: l’uomo non ha il diritto di essere informato, non è richiesto il suo consenso, non ha voce in capitolo sulla vita o sulla morte del bambino. Siamo quindi molto lontani dal concetto oggi tanto in voga di “pari opportunità”, tanto che già negli anni immediatamente successivi al 1978 alcuni tribunali espressero molti dubbi sulla legittimità costituzionale di questa norma pregiudicante il diritto alla paternità del genitore e il principio di uguaglianza dei coniugi sancito dalla Costituzione. Non solo: molti esperti di giurisprudenza sottolinearono l’incomprensibilità di una legge che da un lato aspira a valorizzare ogni intervento capace di favorire la maternità e la vita del bambino, mentre dall’altro esclude un contributo, come quello del padre, che può essere decisivo anche in senso positivo. Tutte queste riflessioni non servirono e ancora oggi l’uomo è completamente escluso dalla procedura abortiva.

Molti padri però sono la causa degli aborti delle loro mogli o compagne, quindi forse la legge voleva proteggere la scelta della donna per la vita….

 Antonello Vanni: Alla luce dei fatti seguiti alla legge 194/78 ritengo che le cose stiano diversamente. Le leggi abortiste, espressione del tremendo potere biopolitico avviato dai totalitarismi, hanno un fine ben diverso da quello che tu proponi. Il loro obiettivo non è proteggere, ma dominare e eventualmente distruggere la vita, tanto è vero che è palese la contraddizione tra il titolo della legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità…” e i suoi risultati: un’ecatombe pari (solo in Italia) allo sterminio del popolo ebraico in Europa e con mezzi altrettanto efferati. Non mi pare proprio che la maternità sia stata tutelata… Non solo: leggendo le varie Relazioni ministeriali sull’applicazione di questa legge si nota che le leggi abortiste condividono con lo stile del biopotere totalitario anche la manipolazione linguistica, finalizzata a nascondere il volto autentico della vita umana: se la figura paterna venne “abrogata” con la legge 194, non diverso fu il destino della parola padre, gradualmente erosa e poi cancellata insieme alla forza affettiva, relazionale e antropologica che possiede. Già ridotta a padre dello zigote dai promotori della campagna in favore dell’aborto, la parola comparve quattro volte sotto forma di padre del concepito nei testi relativi alla Legge 194 per poi scomparire del tutto insieme alle altrettanto sfortunate parole marito, e, nota bene, di moglie e madre. Ma perché eliminare queste parole? Anche in questo caso l’obiettivo sembra essere stato quello di privare di dignità e pienezza le figure coinvolte nell’aborto: cancellando le parole padre e madre è stato più semplice poi togliere di mezzo quella di figlio che infatti è stata sostituita anch’essa: con la più tecnica, e quindi più facilmente aggredibile nella sua mancanza di umanità, concepito.

L’aborto interrompe nella donna una capacità esistenziale che difficilmente sarà recuperata: quella di essere madre. Per quanto riguarda l’uomo si può parlare di “paternità interrotta”?

Antonello Vanni:Senz’altro: le ricerche dimostrano che nell’uomo esiste una reazione negativa all’aborto simile a quella riscontrata nella donna. Questa sofferenza è stata definita trauma post abortivo maschile (Male Postabortion Trauma): si tratta di una reazione a catena che erode l’identità personale maschile, da un lato minandone l’autostima (“non valgo nulla perché non ho saputo impedirlo”) dall’altro soffocandola con il senso di colpa e il rimorso che ne deriva (“è colpa mia, l’ho voluto io, sono un assassino e devo pagare”). Non solo: in questo processo psicologico viene inflitto un grave colpo anche alla maturazione di una compiuta identità di genere. Infatti, per il maschio, partecipare al concepimento di un figlio significa vivere il nucleo centrale della virilità, dell’essere davvero uomini: la capacità, intesa anche come forza e potenza, di avviare il processo vitale di un altro essere umano. L’aborto vanifica brutalmente questa esperienza interrompendo, spesso in modo definitivo, il passaggio alla maturità: “e quindi io non sono/non sarò mai un uomo, né un buon padre”.

Come si manifesta il trauma post abortivo maschile?

Antonello Vanni: Sintomi del trauma post abortivo maschile sono molti e si manifestano negli uomini in modo diverso, spesso in relazione al ruolo che hanno avuto nella scelta abortiva: ad esempio, i padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso di impotenza. Gli psicologi, che hanno raccolto interi dossier di testimonianze maschili e svolgono un’opera terapeutica per curare questi uomini, hanno diviso tali sintomi in precise categorie per studiare e capire meglio le dinamiche psicologiche causate dall’aborto nel maschio. Sono stati così identificate sofferenze psicologiche, talvolta gravi, correlate alla rabbia e all’aggressività, all’impotenza e all’incapacità di reagire, al senso di colpa, all’ansia, ai problemi di relazione, al lutto causato dalla perdita.

www.zenit.org Elisabetta Pittino

Il diritto all’aborto? Non esiste in nessuna legislazione internazionale

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La posta in gioco è altissima, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra, dove l’Irlanda si trova dinanzi a un bivio: cedere alle pressioni dell’Onu e quindi abdicare alle richieste di “ammorbidire” la sua legislazione sull’aborto oppure resistere sul fronte della tutela del nascituro. È stata definita “dura” e “insistente” la requisitoria del Consiglio cui è stato sottoposto a metà luglio Frances Fitzgerald, ministro della Giustizia irlandese. Motivo dell’arringa: l’attuale legislazione di Dublino in materia di aborto violerebbe le norme internazionali sui diritti umani. Il Consiglio ha così ritenuto insufficiente l’impegno profuso dall’Irlanda, lo scorso anno, quando per ottemperare alle richieste delle Nazioni Unite cambiò la propria legislazione sull’interruzione di gravidanza con l’approvazione di una legge denominata The Protection of Life During Pregnancy Act. La norma ha confermato le restrizioni irlandesi in materia di aborto, ma con l’aggiunta di un passaggio relativo ai rischi per la madre. La legge, secondo quanto espressamente annunciato dal governo, era finalizzata a chiarire le circostanze in cui, a causa di una condizione fisica precaria della madre, l’aborto può essere consentito. Inoltre, con l’approvazione della legge l’accesso all’aborto è stato esteso anche laddove vi è il rischio di suicidio da parte della donna incinta. Per procedere, però, è necessario il parere unanime di tre medici (un’ostetrica e due psicologi). È ancora troppo poco, per il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, secondo il quale l’attuale legislazione irlandese continua a “criminalizzare” le donne incinte negando loro di poter ricorrere a quello – l’aborto – che viene definito un “diritto”. Yuval Sahny, relatore della requisitoria, ha sottolineato che l’Irlanda nega così l’accesso all’interruzione di gravidanza “anche in circostanze nelle quali noi Stati (membri) ritentiamo debba esserci l’obbligo di consentire l’aborto sicuro e legale”. L’Onu ha tuttavia trovato interlocutori nient’affatto proni, anzi capaci di difendere il diritto irlandese a mantenere la propria legislazione sull’aborto. È intervenuta dapprima Mary Jackson, funzionaria presso il Dipartimento della Salute, la quale ha rivendicato che la legge licenziata dal Parlamento irlandese un anno fa è conforme alle richieste dell’Onu. Presente alla discussione di Ginevra, anche Lorcan Price, rappresentante e avvocato di Pro Life Campaign, associazione irlandese in difesa della vita. Price ha contestato l’interpretazione che le Nazioni Unite hanno del concetto di diritti, affermando: “Non esiste alcun diritto all’aborto nella legislazione internazionale”. Dunque non in Irlanda, bensì altrove il legale individua dissonanze con il concetto di diritti umani. “Oggi le ricchissime lobby abortiste – ha spiegato – tenteranno di ingannare il Comitato per i diritti umani qui a Ginevra, sostenendo che i bambini non ancora nati non hanno il diritto di vivere. Questa affermazione è del tutto contraria alle leggi sui diritti umani”. Lobby che hanno nomi e cognomi. “Spero con tutto il cuore – ha proseguito Price – che il Comitato difenda il diritto alla vita e respinga la pressione internazionale dei gruppi statunitensi, come il Center for Reproductive Rights, che vogliono imporre a tutti i costi il regime dell’aborto in Irlanda”. Le Nazioni Unite – ha dunque osservato il presidente dell’associazione pro-life – “sanno che non esiste un diritto internazionale sull’aborto nella legislazione. Se l’Onu assumesse una posizione esplicitamente a favore dell’aborto, si verificherebbe un danno incalcolabile alla sua credibilità come organismo in difesa dei veri diritti umani”. Duro il commento a Lifenews di Cora Sherlock, vice-presidente di Pro Life Campaign, la quale ha definito l’udienza della Commissione verso l’Irlanda una “farsa”, poiché le Nazioni Unite hanno dimostrato di essere “incredibilmente sbilanciate a favore dell’aborto”. A mo’ di esempi, la Sherlock ha ricordato che dall’Onu “nemmeno un mormorio di preoccupazione è stato alzato per la terribile situazione di Paesi come l’Inghilterra, dove i bambini sopravvissuti ad un aborto non ricevono assistenza medica e sono lasciati morire negli angoli“. Sempre a proposito di Inghilterra, il Consiglio “non ha avuto nulla da dire sul recente caso documentato secondo cui le spoglie di 15 mila bambini abortiti sono state incenerite per produrre calore negli ospedali o che, in Gran Bretagna, le gravidanze possono essere interrotte per motivi di disabilità del feto fino al momento del parto” Una “farsa”, per parafrasare la Sherlock, destinata a proseguire. Si attende ora che il Consiglio si riunisca di nuovo, per effettuare una nuova verifica in base alle dichiarazioni raccolte ed emettere così le sue osservazioni conclusive entro due settimane. Federico Cenci –Zenit.org

Povere bambine canadesi, se non piacete a papà siete morte

bimbeNoAbortire le femmine? In Canada si può. Insorge però l’Editor in Chief del maggior giornale medico canadese, il Canadian Medical Journal, che ammettendo che ormai in certe comunità etniche il feticidio femminile sia ormai abbastanza diffuso, e propone di rivelare il sesso, ok, ma solo dopo la 30° settimana di gravidanza, quando l’aborto non è più permesso. “Se il Canada non riesce a regolare questa pratica ripugnante – scrive la direttrice della rivista – che speranza avranno India e Cina di farlo?”.
Ora facciamo ben attenzione, perché questo richiamo è certamente corretto e l’applaudiamo. Non capiamo però perché sia ripugnante far fuori i feti femmine e non quelli con sindrome Down, o quelli con anomalie gravi, ma anche quelli con anomalie lievi… e quelli che sono fatti fuori perché la mamma semplicemente vuole andare in vacanza e si sente così disturbata, ma così disturbata mentalmente (se lo autodiagnostica, unico caso in medicina in cui un paziente fa da sé la diagnosi e si dà la terapia da sé senza che nessuno possa obiettare)… che questo figlio sano ma non voluto deve sparire.
Facciamo ben attenzione a scandalizzarsi a “sesso unico”, perché i suddetti gruppi etnici ci possono dire che per loro la nascita di una figlia è un trauma tremendo…. Vagli a dire che non è vero, in un mondo in cui l’autonomia decisionale è la somma legge!
Ma se hanno ragione per la legge morale capitalista e postmoderna (chi può obiettare al sacro diritto di abortire?), come venirne fuori? Come impedire l’ecatombe di femminucce non ancora nate? O si cambia modo di pensare, o non c’è soluzione: sono condannate.
Siamo nella società del rifiuto, signori, e qui la vince solo chi fa la voce grossa: in questo caso far fuori i feti femmina è politically incorrect, e allora gli si dà contro (il vecchio femminismo ancora ha nostalgici, mentre i disabili per qualche oscuro motivo non riescono ad alzare altrettanto forte la loro voce, pur essendo milioni). Ma non andrà lontano: il diritto all’aborto non lo scalfiscono nemmeno le donne! E le femministe che sfilavano indignate (giustamente) contro lo sfruttamento del corpo femminile, dove sono finite?
Siamo nella società del rifiuto, e tutto quello che non piace deve essere possibile buttarlo via! E’ una società che cannibalizza i propri figli, dall’utero all’obbligo schiavizzante in età adulta di non procreare. La società del rifiuto non accetta l’imperfezione, non accetta l’imprevisto; e siccome tutto il mondo è imperfezione e imprevisto (e la perfezione e le previsioni azzeccate stanno solo nei romanzi rosa), allora la società del rifiuto si riduce a non accettarsi, a rinchiudersi davanti alla TV dove tutto è perfetto e prevedibile, e ad occhieggiare al suicidio: a quello morale e a quello fisico che inizia ad andare di moda. Povere bambine canadesi, non avete scampo: la società del rifiuto vi ha già segnate a morte se a papà non piacete. In barba alla mamma e ai suoi (e vostri) diritti. Le femministe hanno altro da pensare.
Carlo Bellieni (medico Neonatologo)

Cosa possiamo aggiungere? aiutateci a sostenere progetti educativi che lottino contro queste ingiustizie che fanno male anche a chi le compie. Aiutate gli Amici di Lazzaro, dalla parte della vita e dei piccoli. Grazie.