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Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Embrioni scambiati, non si può decidere la madre

scambio-provetteÈ impossibile a rigor di etica decidere, nel drammatico caso dell’Ospedale Pertini, chi sia la mamma tra la madre genetica e la gestante, mentre se si assume come criterio di giudizio il diritto la soluzione spetta al legislatore. È la sintesi del parere approvato ieri dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) in capo a una delle discussioni più serrate e coinvolgenti della sua storia. In un mese di lavoro intensissimo, mettendo da parte tutti gli altri dossier, i membri dell’organismo consultivo hanno così risposto alla Regione Lazio che li aveva interpellati sulla controversa vicenda dello scambio di provette nel reparto di Procreazione assistita dell’ospedale romano. Dall’incidente era scaturita la gravidanza di due gemelli portata avanti da una donna il cui patrimonio genetico, come per il marito, è estraneo a quello dei bambini che porta in grembo, geneticamente figli di un’altra coppia, ora pronta ad azioni legali. Il Cnb dichiara ora che in casi come questo la maternità è indecidibile, e lo fa con un parere pressoché unanime che sarà reso noto entro la prossima settimana, ultimate le postille dei consiglieri che vogliono aggiungere la loro voce in calce a quella del Comitato.

Di fronte ai fatti del Pertini – in sostanza, un episodio di fecondazione eterologa involontaria – il Cnb dunque afferma che è impossibile decidere chi sia la madre,  ma riconosce implicitamente che in casi come questo (dopo la recente sentenza della Consulta non potranno che moltiplicarsi) i genitori in realtà sono quattro. E per evitare che la soluzione definitiva sia lasciata al braccio di ferro tra le due coppie il Comitato afferma che è indispensabile che i bambini possano contare su due genitori certi – siano essi quelli genetici o la coppia dove la donna partorirà i gemelli – e che conoscano la verità, auspicando poi che tra le due coppie si sani ogni possibile dissidio, nell’interesse dei bambini.

«Abbiamo soppesato tutte le ragioni delle parti coinvolte – spiega Lorenzo D’Avack, che insieme all’altra vicepresidente del Comitato Laura Palazzani e ad Assuntina Morresi ha istruito il parere – rilevando elementi a favore dell’una e dell’altra coppia ma decidendo alla fine di non esprimere una preferenza bioetica perché i motivi che suggeriscono di scegliere la madre genetica o la gestante sono ugualmente rispettabili». Il giurista D’Avack, pur avendone viste molte, riconosce di non essersi «mai imbattuto in una questione tanto aperta e complessa. I bambini comunque vivranno una situazione difficile». E allora non è il caso di fermare l’eterologa, che di questi casi ne costruirà a dozzine? «Ma ci sarà una legge a dirimere la materia – replica D’Avack –, oggi c’è un vuoto normativo che va rapidamente colmato».

Solo voto contrario nel Cnb è quello di Francesco D’Agostino, fortemente critico nei confronti dell’«incapacità del Comitato di esprimere un vero parere. Se non siamo in grado di dire chi è la madre – osserva – allora riconosciamo che ha vinto il relativismo per il quale non esiste verità e tutti possono pensarla come credono. Nell’indeterminatezza del Comitato, anche il Parlamento si sentirà autorizzato a non pronunciarsi lasciando carta bianca alla magistratura. Con gli esiti che conosciamo». «Il caso del Pertini, come ha già titolato efficacemente Avvenire, ci fa “capire” cosa è l’eterologa – è l’opinione di Assuntina Morresi –. Il problema nasce in generale con la fecondazione artificiale, e in particolare con quella di tipo eterologo, anche se “per errore”. La fecondazione artificiale destruttura totalmente la filiazione naturale e ci pone di fronte a dilemmi che per l’antropologia naturale sono sconvolgenti e irrisolvibili. Come si può dire che quei bambini non sono figli dei genitori genetici, a cui probabilmente somiglieranno? E come si possono escludere questi genitori dalla loro vita? E d’altra parte come si può dire che non è madre quella che partorisce? Per questo ritengo che quello del Cnb sia un buon parere». Compiuta per scelta o per errore, l’eterologa pone di fronte a un nodo irrisolvibile. Che persino il Cnb non è riuscito a sciogliere.
Francesco Ognibene – editoriale su Avvenire
Come sempre dopo notizie come questa bisogna ricordarsi che la fecondazione artificiale è rischiosa, dannosa per madre e figli, è eugenetica (perchè per un embrione scelto bisogna sacrificarne altri), costosa e eticamente sbagliata perchè mette a rischio il diritto dei nascituri di avere un padre e una madre biologici certi.

Gravidanza – Cosa sente il bimbo nella pancia della mamma?

feto sorriso panciaLe donne in gravidanza comunicano con il bambino che portano in grembo fin dai primi mesi. Diverse ricerche scientifiche, per esempio, hanno registrato gli effetti positivi della voce della mamma sullo sviluppo del feto.

Sul sito NostroFiglio.it, c’è un post molto interessante che spiega come il primo senso che si sviluppa nel bambino è il tatto. Il piccolo può sentire il calore del liquido amniotico, percepisce il ritmo degli organi interni della mamma e ondeggia con il battito del suo cuore.

L’apparato uditivo inizia a svilupparsi intorno all’ottava settimana, dalla sedicesima settimana in poi il bambino reagisce agli stimoli sonori, rispondendo con l’attività motoria o minime alterazioni del battito cardiaco.

Renè Van De Car fondatore dell’Università Prenatale in California ha dimostrato, attraverso l’ausilio di strumentazioni medico-scientifiche, che il bimbo dà risposte motorie coerenti e personalizzate agli stimoli offerti dalla madre, dal padre e dall’ambiente esterno.

Le maggiori reazioni sono in risposta alle voci umane. Tra le ventiquattro e le ventotto settimane di gestazione l’udito è completo. Gli studi dimostrano che il bambino nella pancia della mamma non solo è in grado di riconoscere i suoni, ma anche di ricordarli.

Uno studio, pubblicato sulla rivista “Infant Behavior and Development”,ha confermato che il bambino è in grado di riconoscere le parole di una cantilena e riuscire a ricordarla a distanza di settimane.

E’ stato attestato che il bambino si rilassa quando la mamma parla.

Manfred Hansmann, direttore della clinica ginecologica universitaria di Bonn e antesignano nel campo delle ecografie sulle donne in stato interessante, ha registrato, negli anni, il legame profondo che si crea tra la mamma e il nascituro.

“Dopo l’ecografia – spiega il dottor Hansmann – chiedo alle donne di rimanere distese ancora un po’ e di parlare a voce alta con il loro bambino, se dopo poco guardo ancora una volta sul monitor, la maggior parte dei bimbi nuotano molto rilassati nell’utero, la frequenza delle pulsazioni dei piccoli diminuiscono e a volte riesco addirittura a riconoscere la rilassatezza nelle linee del loro viso”.

Anche i ricercatori tedeschi che studiano la vita prima della nascita sostengono che mamma e bambino sono legati profondamente. “Il nascituro percepisce lo stato d’animo della mamma, sente i suoi pensieri”, afferma Thomas Reinert, specialista di medicina psicoterapeutica, che esamina da anni la vita prenatale.

Reinert sottolinea che: “Le sensazioni delle future mamme plasmano il bimbo. Se nel pancione la creatura sente solo un rifiuto, poi sarà difficile che si piaccia”. E’ provato, anche, che i nascituri soffrono insieme alla mamma. Le ricerche di Reinert hanno registrato però che il bambino nel pancione vive molto al presente. Infatti, anche se è coinvolto nella tristezza della mamma, torna presto sereno. Questo perché “il bambino in pancia è in un paradiso, – conclude Reinert – Sente che c’è qualcosa di cui essere felici e che è in cammino con la mamma per raggiungere quello stato di felicità”.

di Sara Alessandrini

 

Mia figlia non solo e’ stupenda ha anche 1 cromosoma in piu’

Una mamma con un figlio con la Sindrome di Down, nel corso della sua vita, e’ costretta ad ascoltare tante frasi superficiali, a volte persino stupide, pronunciate magari da chi dovrebbe mostrarsi piu’ sensibile nei confronti dei bambini con disabilità.

Caroline BoudetCaroline Boudet, giornalista e mamma di una bimba con la Sindrome di Down, di ritorno da un appuntamento con il medico, presa dallo sconforto per un commento rivolto alla sua bambina ha deciso di condividere alcune osservazioni su Facebook.

Le parole contano

“Questa è la mia bambina: Louise, ha 4 mesi, due gambe, due braccia e un cromosoma in più. Per piacere quando incontrate Louise non chiedete alla sua mamma: “come hai fatto a non scoprirlo durante la gravidanza?” Magari l’hanno fatto e i genitori hanno deciso di tenere il bambino. Oppure non l’hanno fatto ed è già stato abbastanza sorprendente per loro, parlarne ancora, ancora e ancora. Tenete a mente che le mamme hanno la tendenza a sentirsi in colpa per qualsiasi cosa, così pure per un cromosoma a sorpresa. Vi lascio indovinare. Non dite alla sua mamma:  è la tua bambina, non importa com’è. No, è la mia bambina, punto. Inoltre “nonimportacom’è” è davvero un brutto nome. Preferirei chiamarla Louise. Non dire alla sua mamma: “dal momento che è una bimba Down, allora lei sarà…ecc..” No. Lei è una bambina di 4 mesi a cui è capitato di avere la Sindrome di Down. Questo non è ciò che è, è ciò che ha. Non direste: “è una bambina cancro”. Non dire: “sono come questo, sono come quello”. Hanno tutti le loro caratteristiche, il loro carattere, i loro gusti, la loro vita. Sono diversi tra di loro come voi lo siete con i vicini. So che se uno non lo sperimenta non pensa che le parole contino. Possono confortare o ferire. Quindi prestate attenzione, specialmente se siete un medico o un’infermiera. Di solito non rendo il mio stato “pubblico” su Facebook, ma con questo lo farò. Potete leggerlo e condividerlo come volete. Perché ci sono in Francia 500 nuove mamme di Louise che possono avere la giornata rovinata da quel genere di parole. Lo so che non vi è intenzione di ferire di proposito, ma dovete saperlo”.

La Boudet sa che molte persone che pronunciano le frasi che lei ha riportato sono in realtà ben intenzionati e non sanno dire niente di meglio.

“Sei mesi fa ero una di queste persone. Non sapevo della Sindrome di Down prima che Louise nascesse. Magari ho detto anch’io quelle frasi senza rendermi conto di ferire le persone” osserva la donna “ora però so che le parole possono ferire o tirar su. Ho capito che dovevo spiegarlo alle persone. Non potevo semplicemente arrabbiarmi ma spiegare perché quelle parole sono nocive e perché le persone dovrebbero dire le cose in un altro modo”.

La donna si è chiesta come mai anche tante persone che non hanno parenti con la Sindrome di Down hanno condiviso il suo post arrivando alla conclusione che questo era dovuto alla sua sincerità. “Forse perché l’ho scritto con il cuore, forse perché parla delle differenze, ci sono molte persone che sono diverse nella nostra società, quindi magari capita a tutti, o forse perché parla del mio amore di mamma verso mia figlia, o perché parla della colpa che ogni mamma prova”.

La Boudet ha detto di aver ricevuto centinaia di messaggi di sostegno, ma quello che le ha fatto più piacere appartiene a un medico che le ha scritto che il suo post l’ha indotto a usare un linguaggio più appropriato.

In tempi in cui ancora si discriminano i ragazzi con la Sindrome di Down perché sono lenti a fare il biglietto in stazione, le parole di questa mamma vanno diffuse perché si abbia maggior consapevolezza.

Cosa ne pensate di questo messaggio?

da: http://www.rivelazioni.com

Io scrittore omosessuale vi voglio raccontare una speranza

giorgio-ponteMi chiamo Giorgio Ponte ho trentun anni e faccio lo scrittore. Molti in questi giorni avranno sentito parlare di me come persona con tendenze omosessuali che si e’verita esposta in difesa della famiglia naturale. Alcuni sicuramente sapranno che sono cattolico e che nella vita, con la fatica e le difficoltà di tutti, cerco di vivere come tale.

Tutto questo è vero e tuttavia non basta a dire ciò che sono, ma soprattutto non è il motivo per cui oggi sono qui, a questo Family Day. Questa infatti non è una riunione di ultracattolici, né di ultraconservatori, né, evidentemente, di eterosessuali. Questa piazza raduna chiunque, uomo o donna, riesca ancora a riconoscere nella coppia maschile-femminile, l’unica unione capace di concepire la vita e quindi adatta a crescerla. E per fare questo non serve avere inclinazioni particolari, una particolare fede, o un determinato colore politico.

Ma chi è qui, questo lo sa già.
Perciò, in quanto persona con tendenze omosessuali, oggi credo sia mio compito fare qualcosa di diverso, e cioè parlare a chi, di là, ci guarda e non capisce: coloro i quali stamattina si sono svegliati con la convinzione che una moltitudine di persone si sia radunata al Circo Massimo contro di loro. A queste persone dico: sappiate che qui c’è qualcuno che sa cosa provate. E si batterà fino alla fine, perché possiate capire cosa facciamo noi.
Io conosco il vostro dolore. Fa male non sentirsi capiti. Fa male credere che il mondo sia contro di noi. Fa male avere la sensazione che la gente esprima un giudizio sulla vostra vita, su chi amate, sulla natura di ciò che provate, come se ci fosse qualcuno in grado di entrare nelle profondità della vostra anima e guardare quanto ci sia di egoismo o quanto di amore vero. Fa male dover rinunciare a un desiderio spontaneo come quello di paternità o maternità.
Fa male, lo so.
Ma non è per questo che questa piazza si è riunita.
Nessuno qui può permettersi di entrare nel merito di ciò che ogni singolo uomo prova per qualcun altro. Nessuno vi chiede di cambiare il vostro stile di vita, di lasciare il vostro compagno, di cambiare il vostro orientamento, di vivere in castità: nessuno è qui per dirvi che siete sbagliati. E se qualcuno lo fa, lo fa a titolo personale, sbagliando egli stesso.
Se nemmeno la Chiesa, nella sua saggezza, si arroga il diritto di dire a una persona con tendenza omosessuali di essere in sé stessa un errore, come potrebbe fare diversamente una piazza che mette insieme migliaia di persone di ogni credo o di nessun credo?
No. Qui, oggi, non vi si chiede di cambiare vita.
Ciò che vi si chiede, ciò che vi chiedo io, e di deporre le armi e guardare con verità alla storia da cui provenite, da cui tutti proveniamo: un maschio e una femmina, un papà e una mamma, che per qualche ragione, fortuita o volontaria, hanno fatto sì che noi oggi esistessimo.
Forse i vostri genitori non sono stati i migliori del mondo. Forse talora possono essere stati persino i peggiori.
Ma almeno voi sapete chi sono.
Noi abbiamo avuto la possibilità di saperlo, per potere farci i conti, per potere restituire a chi ci ha dato la vita, il giusto valore. Perché solo quando facciamo i conti col nostro passato, siamo liberi di affrontare il nostro futuro. E questo lo sa bene chi per disgrazia, questa possibilità non l’ha avuta, perché orfano, perché abbandonato.
Questa legge, il matrimonio gay camuffato sotto altro nome, facilita un sistema che un domani permetterà che migliaia di bambini vengano fatti crescere volontariamente e con l’avallo dello Stato privi di questo diritto: avere una mamma e un papà.
So bene che alcuni di voi questo lo capiscono, e chiedono solo una tutela, che più che tutela è un riconoscimento legale, sociale dalla vostra relazione. Ma purtroppo il clima e le condizioni attuali a livello politico, nazionale ed europeo, hanno spezzato le gambe a qualsiasi possibile compromesso. Non possiamo fare leggi a metà, senza adozioni, perché abbiamo visto che in tutti gli stati in cui sono state approvate, esse sono sempre state il trampolino di lancio per la parificazione col matrimonio e la conseguente possibilità di procreare usando donne e uomini come fornitori di materiale biologico, al pari di mucche e stalloni. Per questo, nessuna legge oggi è possibile.
Perciò se questo riuscite a comprenderlo, vi chiedo di riflettere: siete davvero pronti a prendervi questa responsabilità sulle generazioni future, in nome del vostro pur legittimo desiderio di riconoscimento?
Io no.
Se davvero desiderate essere padri e madri per le generazioni future, allora fate un gesto che solo un autentico genitore può fare: rinunciate al vostro desiderio per amore di questi figli.
Da sempre come uomo e come scrittore, ho desiderato raccontare al mondo la Speranza.
Anche oggi qui, è una Speranza che voglio raccontare: quella di un mondo dove le persone non siano più catalogate e ridotte in base alle loro inclinazioni sessuali; dove i bambini siano custoditi e protetti perché conoscano le loro radici; dove le donne riscoprano la bellezza della loro maternità e non pensino che per essere libere debbano rinunciarvi o al contrario mercificarla; dove gli uomini riconoscano che per essere tali non gli è richiesto di non essere fragili o di non avere paura, e nemmeno di non provare questa o quella pulsione.
Poiché un uomo è prima di tutto colui che assume su di sé la sua fragilità e affrontando la paura, muore a sé stesso per coloro che ama.
Un mondo del genere, una speranza del genere è possibile, se tutti dopo questa manifestazione, legge o non legge, lavoreremo da domani perché lo sia, possibile. Se tutti la smetteremo di ragionare in termini di “noi” e “loro” e capiremo che noi, in realtà siamo tutti.
Io non appartengo ad associazioni, movimenti, o gruppi. Eppure rappresento un mondo, un universo sommerso che attende di trovare il coraggio di svelarsi.
Per quanto possa sembrare poco, sono qui a nome mio e di chi come me in questa battaglia in difesa dell’essere umano si ritrova stretto fra due fuochi: quello di chi condivide il nostro punto di vista ma non l’attrazione per lo stesso sesso, e pur osannando il nostro contributo, non riesce a capire davvero cosa viviamo; e quello di chi dall’altra parte condivide la nostra attrazione per lo stesso sesso, ma non la nostra visione e ci guarda come traditori.
Eliseo del Deserto, Adamo Creato, Cristoforo Libero, Emmanuele Wundt, Luca di Aquila, Costanzo in Cammino… siamo in tanti, molti più di quanti crediate, alcuni che nel loro piccolo iniziano anche ad esporsi con il loro nome. Spesso catalogati dall’uno e dall’altro schieramento, secondo ciò è più semplice da capire per entrambi: “gay cattolici, contro i diritti dei gay”.
Ma non è così semplice.
La nostra presenza qui ha il compito di ricordare a tutti che noi non stiamo manifestando contro le persone con tendenze omosessuali, ma contro un’ideologia che danneggia anche chi la sostiene.
Perciò se da un lato chiedo a chi sostiene i diritti gay di guardare alle ripercussioni che la legge sulle unioni civili avrebbe sulla generazioni future; dall’altro chiedo a chi è qui, e come me ha tendenze omosessuali, di prendersi la responsabilità di alzare la testa, di dire la sua, perché altri trovino il coraggio di farlo. Perché nessuno dia più per scontato che un omosessuale, quand’anche si definisse tale, non sia per questo in grado di riconoscere la famiglia naturale come luogo unico e privilegiato per la crescita dei bambini.
Per troppo tempo siamo stati fraintesi. Per troppo tempo abbiamo creduto di non potere fare la differenza; che questa fosse una battaglia che in fondo non ci apparteneva. Ma i figli di una nazione sono responsabilità di tutti, e ciò che possiamo fare noi, non lo può fare nessun altro come noi. Non possiamo sempre delegare ad altri. È giunto il momento che ognuno si prenda la propria responsabilità nei confronti di coloro che lo circondano. Prima di tutto verso quei fratelli che hanno tendenze omosessuali e credono che nessuno qui, al Circo Massimo, capisca cosa vivono.
Nel Family Day del 2007 in compianto Don Benzi disse che “gli omosessuali un giorno si sarebbero levati in difesa della famiglia”.
Io vi prego: fate, finalmente, che quel giorno sia arrivato. E che non sia solo in difesa della famiglia, ma in difesa di tutti noi.

di Giorgio Ponte

Gli adulti desiderano, gli adulti decidono

desideriConosco purtroppo sempre piu’ persone che soffrono per un doloroso desiderio di figli che non arrivano. Una mancanza, uno strazio persino, che a volte, immagino, toglie il fiato, soprattutto alle donne. La sensazione del tempo che passa, che rende mese dopo mese un po’ più lontana la speranza di un compimento, diventa una cappa. A volte accanto a queste donne ci sono uomini che riescono a convivere meglio con l’assenza, e hanno meno voglia di imbarcarsi nell’interminabile impresa dell’adozione (quando ci si occuperà seriamente di renderla più possibile?). Così gli anni passano, e ognuna di queste amiche, di questi miei amici ha dato la sua risposta al dolore e al vuoto. C’è chi diventa fecondo in altro modo, aiutando chi incontra ed è nel bisogno, chi invece investe sul lavoro, chi converte l’attesa in creatività, chi semplicemente non ci pensa più e convive abbastanza in pace con una zona buia nella sua vita, chi è nel lutto.

Capisco o forse solo intuisco che mancanza sia. Capisco che la mancanza sia dolorosa allo stesso modo, o meglio in modi tutti diversi – ognuno è infelice a modo suo, come dice Tolstoj – ma con la stessa intensità per tutti, indipendentemente da tante variabili, comprese quelle delle preferenze sessuali. Credo che il desiderio di una nuova vita da accudire sia sempre un desiderio buono in sé, ma sono certa che non tutte le azioni che tendono a soddisfarlo siano buone, perché, è un dato della realtà con cui facciamo i conti tutti i giorni, non tutti i desideri possono essere soddisfatti. Il limite non è solo la tecnica: per esempio, costruire scuole con l’amianto è una cosa che si può tecnicamente fare, ma deve intervenire un giudizio. Il criterio di fondo è: il mio bene fa del male a qualcun altro? Che usare l’amianto non sia un bene oggi lo capiscono tutti. Proviamo a ragionare sul fatto di cercare di avere un figlio a tutti i costi, di decidere al posto suo molte cose fondamentali: per esempio che debba vivere senza uno o entrambi i suoi genitori biologici e non per una disgrazia ma per una decisione programmatica degli adulti, che sia privato della madre nell’istante del parto, che non possa conoscere le sue radici, che non possa rapportarsi col genitore del suo stesso sesso, anche se adottivo, o del sesso opposto. Il buon senso e il criterio di prudenza, che anche chi invoca la scienza e la tecnica devono rispettare trattandosi del più debole tra i deboli, dicono che nessuno può permettersi tanta libertà di fronte a una creatura indifesa.

Molte altre cose non le conosco, e se vogliamo essere onesti non le conosce nessuno. Alcune non le capisco. Capisco che il desiderio sia tanto forte da arrivare anche a pagare una donna per farle un’anestesia e prenderle degli ovuli, anche se questo comporta un precedente fortissimo bombardamento ormonale pericolosissimo per lei. Credo però che questo sia uno sfruttamento della donna ben più grave della prostituzione, perché non viene sfruttato solo lo stesso apparato genitale, ma anche qualcosa di ben più prezioso, il principio di una vita. Non conosco cosa succede nel cuore di una donna che ha venduto i suoi ovuli per denaro, come potrà sentirsi quando penserà che ci sono dei figli suoi in giro per il mondo, figli che un giorno vorranno sapere da dove vengono i loro capelli biondi, i loro occhi verdi, l’indice storto o l’alluce corto, o quella misteriosa tristezza che li assale nei giorni di sole. Non potrà non chiedersi ogni tanto come sta, se è felice, se qualcuno gli sta facendo del male. So come stanno le mamme con i figli congelati in qualche laboratorio: male, malissimo.

Capisco che si possa essere pronti a prendere questo ovulo, a fecondarlo e a metterlo nel grembo di un’altra donna, e che questo comporti un esborso di denaro che per esempio secondo Mario Caballero – il direttore di Extraordinary Conceptions – si aggira sui  150mila dollari solo per il bambino, per non parlare delle spese di mantenimento all’estero per tutto il periodo necessario. Capisco che i pochissimi, pochissimi privilegiati che abbiano tutta questa disponibilità economica siano pronti a qualsiasi cosa pur di stringere tra le braccia un neonato. Lo capisco perché io avrei pagato anche un miliardo di euro se lo avessi avuto per tenere in braccia i miei figli (ma i miei). Sono anche certa che le persone che con tanta determinazione e tanto impegno economico cercano un figlio faranno del loro meglio per dargli tutto quello che possono perché cresca sereno. Ma questo è il vero bene per quelle donne? E soprattutto è il bene del bambino? È un bene che ogni bambino concepito nasca, quelli venuti da uno stupro, quelli congelati in laboratorio, perché quando c’è una vita è comunque un bene. Ma questo non può portarci a dire che è un bene lo stupro. Quando i figli della provetta parlano, alcuni lo stanno già facendo, supplicano di impedire ad altri di vivere quello che hanno vissuto.

Capisco che anche un uomo di 57 anni possa desiderare un figlio, ma non so cosa comporti essere cresciuti da uno che potrebbe essere il nonno. La legge italiana, per esempio, lo vieta. Stabilisce che si possa adottare solo con una differenza massima di 40 anni, e anche se non si sono prodotti faldoni scientifici a sostegno la trovo una norma prudente e di buon senso. È vero che un uomo a quell’età può ancora concepire, ma per tutto ciò che non è naturale  deve valere il principio di prudenza, e sempre a favore dei più deboli.

Anche ragionando con pacatezza, non di pancia, nessuno può negare che la faccenda di Nichi Vendola presenti tantissimi pericoli. Quando si permette che grazie al denaro o al potere si soddisfino desideri, anche buoni, anche ottimi, che violano l’ordine naturale delle cose bisognerebbe essere più prudenti. Io non ho studi da esibire, non li ha nessuno che voglia essere onesto e serio – la casistica è troppo ristretta e con una storia troppo giovane alle spalle. Però qualche certezza ce l’ho. So che quel bambino avrebbe voluto la sua mamma, se avesse potuto scegliere. So che per i bambini “da dove vengo, a chi somiglio” è una delle domande ricorrenti dell’infanzia. So che a nessuna delle persone che conosco, neanche alla più insensibile, farebbe piacere sapere di essere stato tenuto in pancia e poi dato via (che si chiami pagamento o rimborso di spese mediche per il bambino cambia pochissimo), so che cresciamo col suono di una voce, so che si mischiano sangue e respiro e cellule e nessuno può dire cosa significhi l’interruzione di questo legame (le storie di adozione hanno sempre a che fare con l’elaborazione di un lutto). Istintivamente trovo abbastanza ripugnante che questa cosa la possa fare solo chi è molto ricco (e trovo incredibile che lo accetti una persona di formazione marxista). Io credo che lo sappia anche chi lo fa, per questo si espone sui giornali, in tv, in cerca di un’accettazione sociale che possa fargli dimenticare i dubbi: se uno davvero non vuole diventare una bandiera non concede un’intervista al principale quotidiano italiano. Mi pare evidente, al contrario, il tentativo di giustificare culturalmente l’operazione, di contribuire a innescare un cambiamento della mentalità che possa far sentire normale chi ha soddisfatto in modo non normale – usando la parola “norma” in senso statistico – un desiderio. Lo ha detto anche Lo Giudice a Le Iene, che il suo obiettivo era quello. Un cambiamento culturale. Attraverso procedimenti di formazione del sentire comune, come quella teorizzata come finestra di Overton, si spera di rendere normale ciò che oggi è inaccettabile ai più (provate a chiedere al barista, al tassista, alla collega non ideologizzata).

Trovo invece, per finire, profondamente sleale bollare chi come me esprime un dubbio razionale, un atteggiamento di cautela e prudenza in difesa del bambino come ultracattolico, omofobo, bigotto. Trovo sleale accennare alla necessità di proteggere la famiglia dalla violenza sulle donne, perché non trovo niente di più violento che privare una madre del proprio figlio, niente di più misogino di due uomini che escludono la madre dalla vita del figlio di uno (non è il figlio dei due), niente di più antifemminista di una donna pagata per l’uso del suo utero. Trovo sleale chiamare arcobaleno le famiglie monocolore, usurpando un simbolo dell’alleanza fra Dio e l’uomo che evidentemente l’interruzione dei processi naturali spezza. Trovo pericolosissimo infrangere il principio che la vita umana è indisponibile: credo che non ci sia più un argine a nulla, se si viola il principio dell’intoccabilità della vita umana. Perché se qualcuno può disporre della vita di un altro chi sarà incaricato di giudicare quale vita sia degna di vivere, quale embrione far nascere, quale malato eliminare, quale vecchio, quale bambino malformato? Infine trovo patetico che Vendola osi paragonarsi a San Giuseppe, ma lì si vede che il ritrattino pastello e melenso ha preso un po’ la mano. Non esageriamo. Non c’è bisogno di mettere in mezzo Dio. Ma se proprio lo vogliamo mettere in mezzo, sono certa che non sia contento che il suo progetto sull’uomo annunciato fin dalla prima pagina della Genesi sia stato tradito.

di: Costanza Miriano

Matrimonio e bene comune

matrimonio-wedding1Pubblichiamo la Dichiarazione dei Vescovi dello Stato di Washington (USA) con cui i Presuli si oppongono alla modifica della definizione giuridica di matrimonio e invitano i cittadini a mobilitarsi contro di essa.

La traduzione è stata realizzata da Benedetta Cortese dell’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuan (http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=1405).

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Lo Stato di Washington ha introdotto una legge che cambia la definizione di matrimonio contenuta nell’attuale ordinamento.

(…) Il matrimonio riguarda il riconoscimento pubblico di una relazione tra un uomo e una donna con l’assunzione di certi diritti e responsabilità da parte dei due. Esso è però anche molto di più. Il matrimonio è considerato dalla fede e dalle tradizioni sociali come il fondamento della civiltà. Si è lungamente riconosciuto che  la stabilità della società dipende dalla stabilità della vita familiare nella quale un uomo e una donna concepiscono e allevano una nuova vita.

In questo modo, il riconoscimento civile del matrimonio ha permesso a innumerevoli generazioni di bambini il vantaggio incomparabile di godere dell’amore di una mamma e di un papà impegnati l’un l’altro in una unione di vita.

Inoltre, definendo il matrimonio sia in termini di relazione tra un uomo e una donna sia per il suo fondamentale ruolo di garantire la successione delle generazioni, lo Stato riconosce il contributo insostituibile che le coppie sposate forniscono alla società.

Le coppie sposate che generano dei figli fanno dei sacrifici particolari e si assumono rischi e obbligazioni per il bene della società. Per questo motivo lo Stato ha da molto tempo compreso di avere un grande interesse nel riconoscere e nel supportare queste mamme e questi papà mediante una serie specifica di leggi.

Se cambia la definizione di matrimonio, non ci saranno più leggi specifiche a riconoscere e a supportare l’insostituibile contributo che queste coppie sposate forniscono alla società e al bene comune nel chiamare alla vita le nuove generazioni.

L’attuale legge dello Stato di Washington che definisce il matrimonio come «un contratto civile tra un uomo e una donna» non si fonda su una fede religiosa, ma sulla ragione e sull’esperienza della società.

Essa riconosce il valore del matrimonio come un vincolo di relazioni personali, ma anche come unico e insostituibile potenziale di un uomo una donna di concepire e nutrire una nuova vita, contribuendo così alla continuazione del genere umano. Un cambiamento della legge vorrebbe dire per lo Stato non riconoscere più i sacrifici e i contributi unici fatti da queste coppie ed unirsi alle forze che oggi operano per minare la vita familiare.

Per questi motivi, noi Vescovi cattolici dello Stato di Washington ci appelliamo ai cittadini di questo Stato affinché sia mantenuta la definizione legale di matrimonio. Chiediamo loro di pregare per le coppie sposate e per le famiglie e di fare tutto il possibile per aiutarle.

Vi invitiamo a contattare il Senatore del vostro Stato e i vostri due rappresentanti per chiedere che difendano l’attuale definizione giuridica di matrimonio come unione tra un uomo e una donna.

Arcivescovo J. Peter Sartain (Seattle)
Mons. Blasé J. Cupich (Spokane)
Mons.
Joseph J. Tyson (Yakima)
Mons. Eusebio Elizondo (ausiliare di Seattle)

Quanto e’ moderno essere mamma?

ritratto-bambino-1Avevo promesso a me stessa che mi sarei completamente disinteressata delle celebrazioni per l’otto marzo, perché secondo me, oggi, qui, in Occidente, per come sono concepite hanno la stessa pregnanza di una danza della pioggia in Irlanda. Sono vecchie, obsolete, ma soprattutto strabiche.

Avete visto la schermata di Google, verosimilmente il sito più cliccato al mondo, per il giorno x? (8 marzo ndr)  Donne in tutte le salse – astronauti (ma che fantasia, guarda, non lo avrei mai detto), chimici, cuochi, magistrati, atleti, insegnanti e via dicendo, in quattordici versioni diverse – ma neanche una, dico, neanche una su quattordici in versione mamma. Ditemi voi se non c’è qualcosa di perverso, di intenzionale, di mirato.

Lo stesso dicasi per tutte le celebrazioni analoghe in varie sedi istituzionali. Donne imprenditori, donne in politica, tutte a riempirsi la bocca di parole come diritti e differenza, ma qual è la differenza principale se non la maternità, la capacità di generare vita? Hanno presente, gli organizzatori di tutte le manifestazioni, che siamo il paese che fa meno figli al mondo?

Perché continuano a parlare solo, e sottolineo solo, di tutto ciò che può allontanare le donne dalla maternità, esaltandolo come una conquista, e non parlano mai di quello che può incoraggiare le donne a buttarsi nell’avventura di fare figli, se possibile presto, se possibile non uno solo? Perché tra la donna soldato, quella astronauta, quella imprenditore, perché cavolo non è stata invitata una che fa molto la mamma?

Ho un sacco di amiche mamme multiple molto più audaci e toste e coraggiose e apripista di quelle che ci propongono come modello. Invece il tasso di natalità tra le donne che in molte sedi – purtroppo anche in quelle dove non ti aspetteresti – ci vengono presentate come esemplari è da estinzione nel giro di qualche decennio.

Ora, non vorrei essere fraintesa. Non dico che non sia un bello che le donne abbiano la possibilità di fare tutte quelle belle cose, se veramente lo desiderano. Credo che tutte noi siamo molto grate alle donne che hanno combattuto per conquistarci la libertà di scegliere, perché la libertà è la condizione minima necessaria, è il presupposto di qualsiasi altro discorso sulla donna, e sull’uomo come anthropos in generale. Grazie. Però adesso basta.

Ho chiesto alle mie figlie “ma secondo voi una donna può fare tutto? L’astronauta? L’ingegnere?” mi hanno guardata con condiscendenza, forse con compassione pure. Direi come se avessi chiesto “ma secondo voi una mucca può fare il latte?” Io credo che per le future donne, e anche per le attuali giovani donne certi discorsi puzzino di muffa. Le conquiste sono incamerate, andiamo avanti.

Ciò nondimeno, si continuano a fare quei discorsi spingendo sempre sull’acceleratore dell’affermazione femminile, come se questa passasse necessariamente per la negazione della maternità, e io sono certa che sia per un preciso disegno culturale: allontanare le donne dal ruolo materno e, nel caso abbiano figli (succede), invitarle a delegarne l’educazione ad agenzie esterne, non alla famiglia, che non è abbastanza controllabile.

Quali lobby economiche, quali disegni politici ci siano è sinceramente un’analisi superiore alle mie forze, soprattutto alla fine di una giornata come questa, ma più che altro non mi interessa.

Mi sembra invece molto più interessante, in negativo, il fatto che le donne contemporanee siano parecchio inquiete e infelici, e non lo dice qualche Pontificio Consiglio, ma studi e ricerche laicissimi tipo l’American Economic Journal e molti altri citati per esempio da Danielle Crittenden, in Why Happiness Eludes Modern Woman.

A me lo dice la semplice osservazione della realtà. Va bene, siamo libere di fare tutto, siamo anche bravissime a farlo. Possiamo avere una vita sessuale soddisfacente senza essere vittime di condanna sociale, e anche senza il rischio di avere bambini indesiderati, grazie alla rivoluzione sessuale e alla contraccezione. Se i bambini arrivano per sbaglio possiamo liberarcene, e anche se non ne siamo sicure, che un bambino sia arrivato, ma lo sospettiamo solamente, basta una bombetta di ormoni uno o cinque giorni dopo. Possiamo studiare e superare i maschi in tutti i campi. Ci hanno detto di realizzarci, e poi di pensare ai figli. Se non arrivano c’è sempre il piano B, la PMA, e pazienza se costa tantissimo e ha pochissime possibilità di riuscita, e gravi rischi per la salute a breve e a lungo termine.

Ma questo ci ha rese più felici? Non mi sembra, anzi. Io sono circondata di donne sole e alquanto disperate. Donne che non riescono a tenere tutto insieme, e anche se hanno figli e lavori splendidi e gratificanti e ben pagati a un certo punto della loro vita cominciano a chiedersi se vale la pena di correre come matte, e lasciar morire le nonne da sole, o sbattersi come trottole nei tre mesi estivi mendicando ospitalità per i bambini, o ancora perdersi primi passi, prime parole, primi amori dei figli.

Ogni tanto leggo i giornali femminili (un po’ noiosetti per me, tranne le pagine beauty, sono drogata di creme) e mi intenerisco a leggere le storie di donne che si raccontano balle per non ammettere che le loro vite sono terremotate, alluvionate, desertificate, perché non hanno investito abbastanza sulla famiglia, sui figli, e si raccontano che troveranno in se stesse e nel loro progetto – un negozio bio, una galleria di arte, una piccola attività di artigianato – la forza per andare avanti.

Mi si stringe il cuore, perché io sono certa che solo aprirsi alla possibilità di dare la vita o di accoglierla in altri modi se non arriva, solo fare spazio veramente, lasciarsi mangiare da qualcun altro i sogni e i progetti, solo questo rende una donna veramente felice. Di certo non sono le quote rosa a riempire il cuore.
Costanza Miriano – La Croce Quotidiano

Cosi’ i miei 5 bambini Down mi hanno dato forza per combattere il cancro

jmp 027 mom portraitTroppo spesso le sfide di crescere un figlio con sindrome di Down terrorizza i genitori, spingendoli a scegliere l’aborto al posto della vita. L’ironia e’ che questa paura di solito nasce dall’ignoranza, perché non hanno mai conosciuto nessuno con la Sindrome. E non lo faranno mai, dato che l’approccio che va per la maggiore è quello di abortire i figli a cui è diagnosticato un cromosoma in più. È un circolo vizioso. Vogliamo quindi farvi conoscere Leah Spring, che ha partorito una bambina affetta da sindrome di Down. Dopo essersi resa conto di avere con sé “un angelo”, Leah e suo marito hanno adottato altri quattro bambini con la stessa situazione medica.

Questi figli le hanno donato la forza per lottare contro il tumore al seno. Leggete come:

In questa casa gialla sulla cima di una collina ad Eagan, Leah Spring, di 47 anni, taglia il pane mentre due delle sue cinque figlie preparano le cartoline per la Festa della Mamma.

“Metti: ‘Ti voglio bene, mamma’ ”, dice Angela, di 18 anni, alla 14enne Axel mentre prende i pastelli.

“E: ‘Mi piaci, mamma’

” ‘Sei la mia mamma preferita’.

” ‘Sei la miglior cameriera’.

“Metti ‘miglior cuoco’.

“E ‘miglior regina di sempre’ ”.

Quando la miglior regina di sempre è pronta a servire la cena, il suo assistente Dean Ellingson — conosciuto anche come “papà” — raduna Abel, di 12 anni, ed Audrey e Asher, entrambe di 10 anni.

Qualcuno potrebbe guardare questa famiglia e vedere cinque bambini con sindrome di Down.

Ma non Spring.

“Io vedo solo bambini”, dice lei.

da: the Daily Catch

Cresciuto da due lesbiche, dice no al matrimonio omosessuale

G TUTTI BAMBINIOltreoceano il dibattito sulle adozioni e sui matrimoni omosessuali torna ad appassionare l’opinione pubblica. Il motivo sono le recenti sentenze di alcuni giudici federali che hanno annullato, in nome dei diritti degli omosessuali, referendum popolari avvenuti negli Stati dello Utah e dell’Oklahoma in cui gli elettori si erano pronunciati a grande maggioranza affinché l’unico matrimonio riconosciuto fosse quello tra un uomo e una donna.

I governatori di questi due Stati, che si trovano ora l’ingiunzione a celebrare nozze omosessuali, hanno così deciso di fare appello. Il ricorso è accompagnato dal sostegno di gran parte dei cittadini, che si sentono defraudati del loro diritto d’espressione mediante democrazia diretta. Una massiccia manifestazione contro la sentenza si è recentemente tenuta a Salt Lake City, capitale dello Utah, all’interno di una sala del Parlamento federale. I tanti partecipanti hanno ascoltato gli interventi di una serie di relatori presenti a vario titolo. Tra questi, il più applaudito è stato quello di Robert Oscar Lopez, simbolo della battaglia a favore del matrimonio tradizionale, inviso alle lobby omosessuali per via di una storia personale che lo rende testimone credibile dell’opposizione a modelli di famiglia stravaganti.

Egli, infatti, dopo la separazione dei genitori, è cresciuto con la madre e con il suo nuovo partner, di sesso femminile. “Ho da rivolgere un appello alla comunità gay – ha detto nel corso dell’incontro a Salt Lake City -. Per favore, fermate ciò che state facendo. Spero che vi accorgerete che non si possono privare i bambini di una mamma e di un papà. Che diciate di no al matrimonio gay”. Il volto di Robert Oscar Lopez è diventato popolare negli Stati Uniti un anno fa, quando egli è uscito allo scoperto raccontando la sua testimonianza al Parlamento del Minnesota, che stava legiferando sul matrimonio omosessuale. “Abbiamo sentito tante campane, ma mai quelle dei diretti interessati cui non viene data voce”. Con queste parole ha introdotto un discorso destinato ad emozionare l’opinione pubblica americana.

“Mi mancava un genitore”, ha detto riavvolgendo il nastro della sua memoria sino ai tempi dell’infanzia. “I bambini sentono profondamente la mancanza di un padre e di una madre – ha riflettuto – e provano inoltre una grande frustrazione, perché non sono in grado di fermare chi decide di privarli del padre o della madre”. La frustrazione di cui parla, Robert Lopez l’ha vissuta sin dai due anni, da quando la madre si stabilì a vivere in un camper con la sua compagna. Ma sono in molti, negli Stati Uniti, ad aver vissuto sensazioni simili, senza tuttavia volersi esporre. “Nel corso dell’ultimo anno – ha spiegato il professore della California – sono stato di frequente in contatto con adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso”. La loro riservatezza è comprensibile.

“Sono terrorizzati dall’idea di parlare pubblicamente dei loro sentimenti – ha raccontato Lopez – si sentono scollegati dagli aspetti legati al sesso delle persone intorno a loro, e con una certa frequenza provano rabbia verso i loro ‘genitori’ per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori”. Dopo un comprensibile travaglio interiore, Robert Oscar Lopez ha invece deciso di parlare. E di manifestare senza indugio la sua contrarietà al matrimonio omosessuale. “Incoraggiare le coppie dello stesso sesso a pensare che la loro unione non sia distinguibile dal matrimonio – il suo sfogo – è come affermare una menzogna, e tutto ciò che si fonda sulla menzogna ci si ritorcerà contro”.

Il professore non ha peli sulla lingua quando parla della comunità omosessuale nella quale ha vissuto quarant’anni. “Ho visto come questa realtà produca odio e recriminazione viziosa”, ha detto. Il lato affettivo, ha osservato Lopez, sopravanza qualunque altro aspetto, viepiù quello meramente economico, poiché “avere una mamma e un papà è un valore prezioso in sé, non qualcosa che può essere ignorato, anche se una coppia gay ha un sacco di soldi, anche se può iscrivere un ragazzino alle migliori scuole”. Parlando dei metodi di procreazione artificiale connessi al desiderio degli omosessuali, ha poi aggiunto che sarebbe “inquietante e classista la posizione dei gay che pensano di poter amare senza riserve i loro figli dopo aver trattato la madre surrogata come un incubatore, o delle lesbiche che credono di amare i propri figli incondizionatamente dopo aver trattato il loro padre-donatore di sperma come un tubetto di dentifricio “. La voce di quest’adulto, originario del problematico quartiere newyorkese del Bronx, vuole parlare “per conto di coloro che sono stati messi da parte dalla cosiddetta ‘ricerca sociale’ sulla genitorialità omosessuale”. Quella “ricerca sociale” che ha sacrificato i diritti dei bambini sull’altare dei desideri di una minoranza.

Di Federico Cenci – Zenit

 

Io, cresciuta con un padre transessuale, vi chiedo di non approvare le nozze gay

denise-680x365Denise Shick  e’ cresciuta negli Stati Uniti con un padre “transgender” e il 24 marzo ha raccontato alla Corte Suprema americana «l’ossessione di mio padre transessuale» e la «sua infelicità anche quando ha ottenuto ciò che pensava di desiderare». Shick è stata chiamata a raccontare la sua storia ai giudici federali e si è opposta alla legalizzazione dei matrimoni tra persone omosessuali.

«MIO PADRE NON ERA FELICE». Shick ha ricordato quando all’età di 9 anni si sentì dire da suo padre che voleva diventare una donna e di quanto «i desideri sessuali di mio padre e i suoi comportamenti fossero più che disorientanti». L’uomo, che cominciò a vestirsi e comportarsi da femmina, sua figlia lo ricorda come «un miserabile che voleva che tutti intorno a lui condividessero la sua miseria. Non ricordo un giorno in cui mi sembrò felice o che sorridesse. Risa e gioia semplicemente non facevano parte della sua vita». Come tante persone transessuali, suo padre aveva molti problemi, tra cui l’alcolismo, per cui quando era ubriaco «veniva con la sua cintura nera e spessa» e «dopo le frustrate non sapevo bene che cosa mi facesse più male, se i lividi sulla mia schiena o vederlo e sentire le sue risate maniacali dopo che aveva picchiato i suoi figli». Fu solo più tardi che «gli abusi diventarono psicologici», quando «mio padre mi disse che voleva diventare una donna». Ai giudici Shick ha ricordato la sensazione «di rigetto e di abbandono» e il desiderio «naturale» di un padre e di «un rapporto tra un vero padre e una vera madre». Ma lui sembrava non comprendere questi desideri. Ma ci fu anche un’altra cosa «che mi confuse ancora di più». Il padre le disse che ogni volta che lo avesse visto con le gambe accavallate, «saprai che in quel momento mi sto sentendo una donna». Pensiero che riaffiorava alla mente di Shick tutte le volte che vedeva un uomo in quella posizione, perché «parole come quelle non abbandonano la memoria di un bambino e hanno un impatto sulla sua vita».

ABUSI E VIOLENZE. Quando Shick divenne adolescente il padre, invidioso del suo corpo, cominciò a palpeggiarla e più il tempo passava «più l’ossessione di mio padre nel comprare vestiti femminili cresceva» e «lentamente cominciai a capire che stava distruggendo il mio desiderio di essere una donna». Il desiderio «ossessivo compulsivo» lo portò a rubarle i vestiti, dopo aver speso tutti i risparmi di famiglia in trucchi e abiti. Così, «nonostante la mia volontà iniziale di spezzare il ciclo di abusi, la depravazione ebbe i suoi effetti. Da adolescente cominciai a bere» e «scoprendo un profondo desiderio di amore maschile e di attenzioni che non avevo ricevuto da mio padre, cominciai a flirtare con quelli da cui volevo attenzioni e alla fine delle scuole medie avevo 13 fidanzatini». Alla fine, fra alcol e uomini, «raggiunsi un punto in cui contemplai il suicidio». A salvare la ragazza fu la frequentazione della casa di un amico, che poi diventerà suo marito e da cui imparò cosa fosse una famiglia e chi fosse un padre.

«NON VOGLIO DUE MAMME». Il peggio sembrava superato, eppure, persino il giorno delle nozze, mentre Shick stava per raggiungere l’altare, «mio padre mi disse che voleva essere al mio posto (…), per sopravvivere feci finta di non sentire (…). Mi rubò il mio “giorno speciale” accentrando tutto su di lui e sul suo desiderio egoista». Eppure, dopo tutta questa vicenda, Shick è stata spesso «accusata di essere insensibile e irrispettosa dei desideri di mio padre», perché «non volevo due mamme. Ho sempre voluto una mamma e un papà. Un papà che mi insegnasse a ballare. Un papà che mi spiegasse che cosa cercare nel mio futuro marito». Ma «la mia brama per un padre non era egoista, era semplicemente il bisogno di ogni bambino». Quando la donna ebbe figli decise quindi di allontanarsi dal padre per la loro sicurezza, mentre lui «lasciò mia madre per soddisfare pienamente il “suo sogno di vita” come donna e avere relazioni con altri uomini», finché «trent’anni più tardi mia madre mi disse che mio padre stava morendo». Shick ha quindi spiegato ai giudici che per i sei mesi successivi, prima del decesso, «ebbi modo di parlare con lui e come adulta di provare a comprendere la sua pena attraverso gli occhi della compassione e dell’amore», perché «nonostante tutto restava mio padre» e «io lo amo». Ma «l’ironia è che alla fine, quando ebbe ciò che pensava di aver sempre desiderato, non raggiunse comunque la felicità e la soddisfazione. Rimase triste fino all’ultimo momento della sua vita. Lo dico con le parole di mio padre: “Ho cambiato la mia casa molte volte, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti. Eppure, mi manca qualcosa, quel qualcosa è la completezza”»

«NON SI PUÒ FARE L’IMPOSSIBILE». In questi mesi altri adulti cresciuti con coppie dello stesso sesso o genitori con uno stile di vita omosessuale hanno testimoniato di fronte alla Corte Suprema. «Noi non pretendiamo di dire che tutti i genitori omosessuali o i genitori transessuali agiranno in modo abusivo», conclude Shick. Però, anche se le coppie «dello stesso sesso hanno intenzioni buone e buoni curriculum, non sono in grado di fare l’impossibile: come può un uomo fare da modello femminile a una bambina?». Infatti, per quanto Denise amasse suo padre, «il suo tentativo di entrare in una “Identità femminile” fantastica è stato disastroso e incredibilmente distruttivo». Perché «un uomo non è un donna, anche se pensa di esserlo. E se questa Corte cercherà di cancellare il sesso, questo progetto inutile nel lungo periodo non avrà migliori risultati di quelli che ha qualsiasi tentativo di far finta che la natura non esista. La realtà ha dei limiti che la fantasia e l’irresponsabilità semplicemente non possono superare. Pertanto i cittadini di ogni Stato hanno il diritto, e anche una responsabilità, di proteggere la salute pubblica, il benessere generale e il bene dei bambini non estendendo il matrimonio al di là della sua definizione tradizionale, naturale e sana».

da: Tempi.it

Le pari opportunita’ nell’era dell’utero in affitto

surrogazione“Pari opportunità” e’ una parola che risuona spesso nelle orecchie dei giovani del terzo millennio. C’e’ la convinzione che le grandi battaglie del femminismo abbiano contribuito a dare maggiore valore alla donna nella societa’ di oggi. Sarà vero? Per rispondere a questa domanda basterebbe volare in uno dei Paesi in cui si pratica il mercato delle gravidanze in affitto. Ci sono coppie eterosessuali e omosessuali che, non potendo avere figli in modo naturale, si rivolgono a questo tipo di commercio. Sfruttano la povertà di donne costrette a “vendere” il proprio bambino per cercare di sopravvivere.

E’ la solita legge del dominio dei forti sui più deboli, dei ricchi sui poveri, degli onnipotenti sui più vulnerabili. E’ accettabile tutto questo? E’ giusto “affittare” il corpo di una donna? E’ giusto “comprare” il bambino che una mamma ha tenuto dentro di sé per nove mesi? E’ giusto che la maternità diventi un “commercio”, un “mercato” di esseri umani? Nel mondo di oggi si fanno tanti bellissimi discorsi sulle pari opportunità e sulla volontà di tutelare maggiormente le donne. Ma nello stesso momento in cui si parla di questo, partono gli aerei per i Paesi poveri, con a bordo persone che vanno a caccia di gravidanze da affittare. Dove sono le femministe? Perché non si scandalizzano di fronte a questo “mercato”? Perché non organizzano manifestazioni in piazza, con lo stesso vigore con cui difendono il diritto all’aborto legalizzato?

Le femministe considerano l’aborto libero una grande conquista per il progresso e la civiltà. E lo difendono con forza. E’ nel loro diritto farlo, ma ci siamo chiesti quanta solitudine, quanta sofferenza si nasconde dietro l’aborto legalizzato? Lo Stato se ne lava le mani. Invece di sostenere le mamme in difficoltà, preferisce eliminare il figlio scomodo. Le vittime, oltre ai bambini non nati, sono le donne, che vivranno per sempre con un dolore infinito. Eppure basterebbe pochissimo per aiutarle, per tendere loro una mano ed offrire la possibilità di una scelta diversa. Ricordiamo, a questo proposito, le parole di Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium: “Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?”

Nel 1972 John Lennon cantava una canzone dal titolo esplicito: “Woman is the nigger of the world”. Un testo bellissimo e poetico, in cui la donna era definita “il negro del mondo”. Un termine forte, provocatorio, con il quale John Lennon voleva denunciare la condizione di schiavitù delle donne dell’epoca, simile a quella degli schiavi neri d’altri tempi. Oggi, nel 2014, nulla sembra essere cambiato. Le donne che vendono la propria gravidanza non sono, forse, le nuove schiave del terzo millennio? Viene spontaneo chiedersi: perché accade questo, dopo anni di femminismo militante e di discorsi sulle pari opportunità? La risposta è semplice. Il femminismo estremista non è mai stato, veramente, dalla parte delle donne. Esso, infatti, non nasce dalla speranza e dalla volontà di creare un mondo migliore, ma dalla rivalità nei confronti dell’uomo. Le sue radici sono nell’odio di un presunto “nemico”, nella rabbia cieca, nell’ossessione di una rivalsa personale.

San Massimiliano Kolbe diceva “Solo l’amore crea”. Solo l’amore può dare buoni frutti. Ciò che non nasce dall’amore non può dare alcun frutto. Questo è esattamente ciò che è accaduto con il femminismo estremista. E’ stato solo un’illusione. Quello che si pensava essere un progresso sta rigettando la dignità femminile nel regresso più assoluto. A questo proposito rimangono sempre attualissime le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera alle Donne del 1995: “Normalmente il progresso è valutato secondo categorie scientifiche e tecniche, ed anche da questo punto di vista non manca il contributo della donna. Tuttavia, non è questa l’unica dimensione del progresso, anzi non ne è neppure la principale. Più importante appare la dimensione socio-etica,che investe le relazioni umane e i valori dello spirito: in tale dimensione, spesso sviluppata senza clamore, a partire dai rapporti quotidiani tra le persone, specie dentro la famiglia, è proprio al « genio della donna » che la società è in larga parte debitrice”. E’ dal riconoscimento autentico di questo genio che bisogna ripartire, affinché la donna non sia più schiava ma persona nel terzo millennio.

Carlo Climati- Zenit