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La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Eterologa: possibili scenari e possibili sofferenze

E’ interessante notare che davanti ad un drastico calo delle adozioni negli ultimi anni (una calo che va sempre crescendo), si tace sulla riforma delle adozioni. Per l’eterologa le regioni si sono affrettate a dare una serie di criteri di utilizzo (con tacito assenso del governo), per le adozioni si è deciso di lasciare la legge attuale.

Sarebbe interessante che si aprisse un dibattito in parlamento tra i sostenitori ed i contrari alla fecondazione, e nello stesso tempo si facesse ricorso ad un referendum popolare per ascoltare il parere della gente comune. Ma probabilmente tutto questo non avverrà, perchè la stragrande maggioranza degli italiani è disinteressata a questi argomenti. Infatti, stiamo parlando di circa 5.000 coppie l’anno che potrebbero decidere per l’eterologa; le questioni che riguardano un numero così piccolo della popolazione non troverebbero il favore di una intera nazione. Tanti componenti della società civile stanno esprimendo pareri contrari alla diffusione dell’eterologa.

Sarebbe interessante domandarsi quale sia la reale ragione di tanta fretta per accellerare la pratica della fecondazione eterologa. Appare evidente che questa fretta sia dovuta all’ennesima pressione di alcune correnti ideologiche spinte da interessi economici.Tante sono le domande che sorgono. Quanti nuovi introiti arriveranno alle cliniche pubbliche e private che praticheranno la fecondazione eterologa? I donatori di semi o ovuli doneranno a livello gratuito o riceveranno una corposa ricompensa monetaria? Quale garanzia riceverà la coppia nei riguardi del donatore, dal momento che egli rimarrà segreto alla coppia e conosciuto esclusivamente dall’ente sanitario? La segretezza del donante e la fiducia nella professionalità della struttura sanitaria saranno fattori necessari per la tranquillità della coppia?

Ed oltre a queste domande è interessante soffermarsi, con maggiore attenzione, su una in particolare: esisterà un regolamento deontologico tra i medici per stabilire se utilizzare la fecondazione omologa prima di passare all’eterologa, oppure avverrà che alcuni medici consiglieranno direttamente l’eterologa senza passare prima da altre tipe di cure? Sarà tutelata la salute fisica e psicofisica della donna valutandone l’impatto emotivo e gli impatti psicologici che tale scelta (con tutte le sue conseguenze) potrà recare?

Questa domanda potrebbe avere tante ripercussioni su tante vite umane: molte coppie, dopo la constatazione della loro sterilità, si sono sentite dire (da alcuni medici) di provare con delle cure, ma di non dimenticarsi che l’omologa (perchè sino a poco tempo era consentita solo questa tipo di fecondazione in vitro) è la soluzione più rapida ed efficace per risolvere la piaga della infertilità. La realtà (confermata da dati statistici) è molto diversa: solo il 25% delle fecondazioni arriva al risultato sperato; ed anche le tempistiche non sono così brevi come viene preventivato.

Di un fattore essenziale si parla molto poco tra i mezzi di comunicazione di massa: ogni fallimento di ogni singola implantologia embrionale è una ferita che rimarrà per sempre nell’animo di quella donna e del suo compagno.

Il trauma della coscienza (in caso di fallimento dell’implantologia anche di un signolo embrione) è proprio il fattore deterrente che dovrebbe far riflettere sull’utilizzo delle pratiche in vitro. I mezzi di comunicazione dovrebbero dare voce all’esperienza di tante donne che hanno utilizzato pratiche di fecondazione artificiale. Sentiremmo parlare molto frequentemente di depressioni (durate svariati anni) che hanno lasciato un senso di amarezza di fondo nel cuore di queste donne.

Il secondo aspetto è la selezione del seme e dell’ovulo. Le regioni hanno stabilito che è possibile scegliere il seme e/o l’ovulo in maniera da “preservare” le caratteristiche somatiche della coppia. Per scendere nel concreto, sarà possibile scegliere il seme o l’ovulo per avere il colore della pelle, la razza, il gruppo sanguigno, e una serie di caretteristiche esteriori conformi ai futuri genitori. Dal momento che la fecondazione eterologa è una fecondazione in vitro realizzata dall’uomo, cosa succederà quando si scoprirà che, per un errore di scambio di provetta, il figlio avrà la carnagione diversa da quella attesa o avrà caratteristiche somatiche differenti da quelle richieste?

Se la scoperta avvenisse durante la gravidanza, sarà accettato quell’errore o la coppia deciderà di abortire, immolando quella innocente creatura umana come vittima sacrificale all’idolo del proprio egoismo e all’idolo del progresso scientifico. E se invece si venisse a scoprire tutto al momento della nascita (perchè anche la medicina non sempre è una scienza esatta, e perchè i laboratori medici anche loro possono sbagliare) quale potrà essere la reazione della coppia davanti a questa situazione? Riuscirà a reggere l’urto o si dissolverà sotto il peso di questa evento che, in un certo modo, la coppia stessa ha contribuito a creare, quando ha dato l’avvio a questa pratica senza valutarne tutte le possibili conseguenze indesiderate?

In caso di insorgenza di possibili patologie (sia in fase prenatale che in fase postnatale) sarà possibile definire la sua origine, oppure assisteremo a battaglie legali tra queste cliniche e le madri gestanti?

Tutte queste possibili situazioni, che si verrebbero a creare con l’eterologa, fanno intendere un aspetto di cui se ne parla molto poco: alla sofferenza interiore della coppia, che scopre la sua sterilità, vi è il serio rischio di aggiungere altri dolori che rischierebbero di minare la relazione tra i coniugi, ed il loro benessere interiore.

La forza interiore di un uomo e di una donna non è quella di insistere con ogni mezzo (che offre la scienza medica) per coronare il desiderio di maternità e paternità. La vera spinta interiore, che produce la sofferenza della sterilità, è quella di alzare gli occhi al cielo, e guardare (attraverso lo sguardo interiore del proprio cuore) a tanti bambini sparsi nel mondo, che vivono nel totale abbandono, e attendono con gioia di essere accolti da un uomo e una donna che accetti di diventare il loro papà e la loro mamma per sempre.
Osvaldo Rinaldi – Zenit.org

Maternita’ surrogata altruista? Non esiste

La battaglia per bandire dal mondo l’utero in affitto è prima di tutto una questione da femmine. Anzi, da femministe: lo ripete Kajsa Ekis Ekman, giornalista svedese che un mese fa è arrivata fino al palco della Conferenza di Parigi contro l’utero in affitto per spiegare da dove deve venire il contrasto alla maternità surrogata, novello sfruttamento da parte degli uomini ricchi del corpo delle donne. Marxista per sua stessa definizione («l’opposizione deriva dalla mia analisi sulla maternità surrogata come un fenomeno capitalistico che aliena l’essere umano dalla sua stessa progenie»), 35 anni e femminista, Kajsa fa parte della «Sverigeskvinnolobb», la lobby delle donne svedesi, storicamente a sinistra. Settimana scorsa, sul quotidiano britannico Guardian altrettanto storicamente a sinistra, ha raccontato i risultati dell’indagine governativa alla base del divieto svedese all’utero in affitto. Un Paese in cui questa disputa non è considerata confessionale e discriminatoria dell’altrui incompreso amore ma laicissima e dalla parte di donne e bambini.

Perché questa sarebbe una battaglia femminista?
La maternità surrogata mercifica la donna, utilizzandola come se fosse soltanto un utero senza diritti o sentimenti. Significa togliere tutti i diritti a una madre e non può essere nell’interesse della donna. La patriarchìa da sempre equivale a mettere i diritti dei padri al di sopra di quelli delle madri, e per questo la maternità surrogata è da considerarsi un fenomeno profondamente patriarcale. E il femminismo, oggi come ieri, riguarda sempre la stessa cosa: consentire alle donne di esistere al pieno del proprio potenziale.

Cosa significa essere una femminista oggi, quando la guerra per i “diritti”, e i “diritti civili”, si è allargata fino a considerare un diritto avere un bambino a ogni costo?
Avere un figlio non è un diritto umano. Non esiste alcuna convenzione che sancisca il diritto a usare il corpo di una donna per i propri scopi. Chiunque desideri avere un figlio può farlo, ma la maternità surrogata è diversa da qualsiasi altra pratica: significa creare bambini senza madri. Il movimento femminista sta crescendo: quando nel 2006 ho iniziato a scrivere un libro sull’utero in affitto non conoscevo nessuno in Europa che vi si opponesse. Ora le femministe si sono unite su questo fronte e il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati di bandire la maternità surrogata in due risoluzioni, nel 2011 e nel 2016.

Nel suo libro «Being and Being Bought: Prostitution, Surrogacy and the Split Self» («Essere ed essere comprate: prostituzione, maternità surrogata e il sé spaccato») affrontava concetti forti per il pensiero occidentale: che esista un parallelo fra la prostituzione e l’utero in affitto e che ci sia un concetto patriarcale dietro l’uso del corpo nella maternità surrogata. Ce li spiega?
La maternità surrogata è prostituzione riproduttiva. La differenza è che in vendita c’è l’apparato riproduttivo e non quello genitale. Ma il concetto è sempre che il corpo di una donna sia in vendita. È evidente nel dibattito sull’utero in affitto che gli uomini pensano di avere una sorta di diritto di utilizzo del corpo delle donne. Gli uomini, sia etero sia gay, dicono: se non possiamo avere figli, abbiamo bisogno che la società ci fornisca una donna da usare! Che cosa li ha fatti pensare che una donna esista a loro uso e consumo? Alcuni preferiscono persino che sia “altruistica”, ovvero non vogliono nemmeno pagare! Questo dimostra una mancanza di comprensione di cosa sia la gravidanza: nove mesi di vita, senza parlare dei rischi e del legame psicologico che si crea fra una mamma e il bambino. Alcuni uomini forse pensano che sia come donare il seme… L’idea alla base della maternità surrogata “altruistica” è che la gravidanza non valga nulla e che una donna debba disfarsene gratuitamente, per gentilezza. Nove mesi, poi il dolore, e lei dovrebbe solo essere felice di aiutare gli altri, perché questo è ciò per cui sarebbero fatte le donne.

Lei parla anche di classismo…
Sì, è ovvio che le donne che diventano surrogate non appartengano alle classi abbienti. Dove questa industria prospera, in India, Thailandia, Ucraina, Nepal, spesso sono donne analfabeti che vivono in campagna e hanno poche possibilità di scelta nella vita. Sono usate come animali da riproduzione, sottoposte a trattamenti ormonali e nella maggior parte dei casi subiscono l’impianto di cinque embrioni per massimizzare il tasso di successo. Quelli indesiderati sono eliminati senza nemmeno chiedere alla donna, che non vede mai il bambino dopo averlo dato alla luce, spesso non sa nemmeno in che Paese andrà a finire. Ovviamente nessuna donna ricca accetterebbe di essere trattata in questo modo.

Nel suo articolo sul «Guardian» ha scritto dell’«immagine carina ed Elton Johneggiante» dell’utero in affitto. In Italia questo è diventato particolarmente vistoso negli ultimi mesi, e ancor più negli ultimi giorni, con la notizia dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola che ha pagato per un figlio nato da utero in affitto all’estero. Quale peso reale ha l’immagine patinata nel dibattito e nell’immaginario comune sulla maternità surrogata?
La verità è che i media hanno dipinto la maternità surrogata come una cosa sfiziosa per ricchi e famosi. Se sei una diva di Hollywood e non vuoi rovinarti il corpo, usa una surrogata! Idem se sei un maschio gay e non vuoi spartirti tuo figlio con sua madre. E ci bombardano con le foto di Ricky Martin, Elton John, Sarah Jessica Parker o Nicole Kidman, che sono felici “grazie a una surrogata”. Questo mi fa infuriare: perché non sentiamo mai chi sono le madri di quei bambini? Perché questo è ciò che è chi dà la vita: una madre.
Avvenire – Valentina Fizzotti

Rapporto. In India nascono sempre meno bambine

genericidioNonostante la crescita economica, l’aumento dell’istruzione femminile e le leggi che vietano gli aborti selettivi, in India lo squilibrio tra i sessi continua a rimanere tra i più alti dell’Asia. E’ quando emerge da un rapporto presentato a New Delhi dal Centro per le ricerche sociali (Csr), un think tank che si occupa di diritti delle donne. La percentuale di neonati maschi è di 110 per 100 femmine in India, la più alta dopo la Cina (117) e l’Asia Centrale (116). In base all’ultimo censimento del 2011, c’è stato un leggero miglioramento negli Stati settentrionali del Punjab e Haryana, i più colpiti dalla “strage delle bambine”, ma la disparità si è accentuata nell’India meridionale e orientale, dove la discriminazione era marginale. A livello nazionale c’è stato un peggioramento del tasso di bambine, sceso da 927 femmine (al di sotto dei 6 anni) ogni mille maschi nel 2001 a 918 nel 2011. «Sono proprio gli Stati più ricchi come Punjab, Haryana, Gujarat e Delhi – ha spiegato Ranjama Kumari, direttrice del Csr – a registrare una più bassa percentuale di bambine, contraddicendo quindi le teorie di molti economisti secondo le quali la prosperità riduce lo squilibrio demografico tra i sessi». Nelle aree tribali, considerate le più arretrate, il tasso di bambine è invece superiore alla media nazionale. Questa tendenza sarebbe dovuta «al proliferare di cliniche ginecologiche pubbliche e private che offrono ogni tipo di trattamento per le coppie benestanti ». In India, come anche in Cina, Nepal e Vietnam, esiste una severa legge che vieta i test medici per determinare il sesso del nascituro, ma la proibizione è spesso aggirata o camuffata da altri esami sul feto o dalle tecniche di fecondazione assistita, compresa quella dell’utero in affitto. Si calcola che ogni anno in India avvengano circa 600 mila aborti selettivi perché i genitori preferiscono i figli maschi (soprattutto quando il primo figlio è femmina). Da diversi anni il governo indiano ha introdotto degli incentivi economici per le madri e per le bambine e lanciato delle campagne di sensibilizzazione per rimuovere il pregiudizio.

La Thailandia dice addio all’utero in affitto

La Thailandia ha voluto interrare la sua fama di luogo di mercimonio di donne e di bambini. È così che va interpretata la legge recentemente entrata in vigore che pone forti limiti alla pratica dell’utero in affitto, specie nei confronti degli stranieri.

L’annuncio delle nuove norme è stato dato dal ministro della Salute Rajata Rajatanavin, il quale in una conferenza stampa ha precisato che la maternità surrogata ha creato problemi morali e umanitari dovuti al business che si cela dietro questa pratica e agli effetti drammatici come l’abbandono di bambini non conformi ai desiderata dei genitori intenzionali.

Chiaro il riferimento al caso del piccolo Gammy, il bimbo down non riconosciuto dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”. L’eco mediatica che ha avuto in tutto il mondo la vicenda, con la conseguente rete di solidarietà che si è venuta a creare intorno alla mamma del piccolo, ha spinto Governo e parlamento di Bangkok a legiferare per impedire che simili situazioni possano ripetersi.

“In base alla nuova legge, le coppie di stranieri non potranno servirsi della maternità surrogata in Thailandia”, ha detto il ministro. Per poter accedere ai servizi di fecondazione eterologa negli ospedali, d’ora in poi le coppie dovranno avere requisiti ben precisi: eterosessuali, regolarmente sposate da almeno tre anni, con una sterilità certificata da un medico, almeno un componente della coppia dovrà essere cittadino thailandese.

Una ulteriore restrizione è rappresentata dal fatto che la madre “surrogata” dovrà essere la sorella di un componente della coppia, anche lei regolarmente sposata e con almeno un figlio. Sarà inoltre indispensabile il consenso di suo marito. “Tuttavia – ha aggiunto il ministro – se una coppia non riuscisse a trovare una madre surrogata che soddisfi le proprie esigenze (il caso di figli unici o di persone con soli fratelli maschi, ndr), potrà ricorrere a un’altra donna (esterna alla famiglia, ndr)”. In quest’ultimo caso, la candidata verrà esaminata rigorosamente da un ufficio pubblico che potrà riservarsi di decidere se accordare il permesso o meno.

Pene severe nei confronti di quanti non rispetteranno queste regole. Si va da multe di circa 5 mila euro a 10 anni di carcere per le donne che “affittano” abusivamente il proprio utero, 500 euro e un anno di carcere per i medici. Il segretario del ministero della Salute, Amnuay Gajeena, ha annunciato che già sei cliniche su 45 che in Thailandia forniscono maternità surrogata sono state chiuse e che sono state messe le manette ai polsi di alcuni loro dirigenti.

La nuova legge proibisce anche la vendita di sperma, ovuli ed embrioni. Il ministro ha precisato poi che, non avendo la norma un carattere retroattivo, i contenziosi già aperti devono essere giudicati secondo la legge sulla protezione dei bambini del 2003.

Nel corso della conferenza stampa, è stato dunque sottolineato che questa legge di dodici anni fa regolerà anche un’ultima vicenda di cronaca giudiziaria che ha avuto ampio rilievo in Thailandia. Una coppia omosessuale (composta da un americano e da uno spagnolo) è bloccata nel Paese asiatico dal febbraio scorso per non rinunciare alla piccola Carmen, bimba nata a gennaio da un utero in affitto. La mamma biologica della neonata, una volta venuta a sapere – riferiscono alcuni media locali – che sua figlia sarebbe finita in mano a una coppia dello stesso sesso, ha stracciato il contratto e ha deciso di tenere la bambina.

Un componente della coppia, intervistato dalla Reuters, ha detto che conoscendo la fama della Thailandia nel campo della maternità surrogata, non avrebbe mai pensato che qualcosa potesse andare storto. Però le cose cambiano, e talvolta anche a favore dei diritti delle donne povere e dei bambini.
Federico Cenci – www.zenit.org

Femministe e gay. Le laiche contro la surrogata

E’ nata a Milano, la rete Rua, Resistenza all’utero in affitto. Al di là del nome piuttosto bellicoso, si tratta della «prima iniziativa laica in Italia contro il mercato della gravidanza»; un appuntamento a lungo preparato, che raccoglie esponenti femministe (meglio, movimento delle donne…) di primo piano: la sociologa Daniela Danna, la giornalista e saggista Marina Terragni, la costituzionalista Silvia Niccolai, e, unico uomo, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso. L’obiettivo è elaborare proposte per mettere al bando la “gravidanza per altri” (Gpa, o utero in affitto, o maternità surrogata), giudicata come «mercificazione di chi nasce e riduzione della madre a cosa». Ma quali proposte potranno uscire dal confronto di questa sera? Daniela Danna pensa che la questione sia «innanzitutto culturale, perché non c’è chiarezza sul fatto che la Gpa è un istituto giuridico che permette che una donna che partorisce non venga considerata madre della sua prole, addirittura prima della nascita». Le donne – è il ragionamento di Danna – possono avere due tipi di gravidanze, laddove la Gpa è permessa: per sé o per altri. «Ma la gravidanza rimane la stessa, e non è umano voler impegnare una donna a separarsi dalla sua prole ancora prima di rimanere incin
ta». Conclusione: «Dal momento che la Gpa è una costruzione giuridica, io sono per il suo smantellamento negli Stati in cui esiste». Posizioni che non piacciono affatto a buona parte del mondo omosessuale maschile, perché, come si intuisce, la maternità conto terzi è l’unico modo per esaudire il desiderio di una coppia di uomini di avere figli. Ma i toni, dopo la recente sentenza di Trento che ha creato di fatto la prima famiglia in Italia formata da due padri e due figli (nati in Canada da utero in affitto), si sono accesi. Daniela Danna il 2 marzo ha postato sul suo sito (www.danieladanna.it) una lettera aperta ai «cari compagni gay», invitandoli a «non festeggiare la cancellazione della madre». La madre surrogata che ha consentito alla coppia gay di tornare in Italia con due gemelli è stata «cancellata» e trasformata in una semplice «operaia della gravidanza» con il consenso dello Stato. «Questo non lo possiamo, non lo dobbiamo festeggiare». Alla lettera aperta seguiva una quarantina di firme (tutte donne, tranne una). Alcuni «cari compagni gay» non hanno gradito. Il sito www.prideonline.it ha risposto con un articolo che ci conclude così: «Care femministe resistenti all’utero in affitto, e se la gestazione per altri fosse espressione di una libertà di autodeterminazione riproduttiva della donna?». Insomma, la Gpa sarebbe sempre una libera scelta, anche quando è lautamente pagata. Ma bisognerebbe chiedersi di che libera scelta si parla, quando a prestare l’utero sono donne alla fame, come capita nell’Asia meridionale. È intervenuto anche www.gay.it, altro sito della galassia omosessuale, che ha accusato Danna e le altre di voler creare conflitto tra coppie gay maschili e coppie lesbiche «per dividere il movimento Lgbti e mandarlo alla deriva». E poi, dopo una serie di argomentazioni sulla sussistenza di rapporti genitoriali tra un bambino e due uomini privi di legami biologici, sferra il colpo finale. Eccolo. In realtà, le «sedicenti femministe» di Rua sarebbero «profondamente cattoliche fondamentaliste» e vedrebbero «la donna come completa solo se diviene madre». Salti logici incredibili – perché l’oggetto del contendere non è il diventare madre oppure no, ma il diventare madre di un figlio che non è davvero un proprio figlio, perché acquistato da altri – che fanno dire come sia difficile confrontarsi su questi temi. Difficile, eppure essenziale.

Malaysia e Singapore. Le nuove frontiere dell’utero in affitto

Nel Sud-Est asiatico cʼè la percezione che il blocco sostanziale della maternità surrogata di recente applicato in Thailandia, e con la Cambogia che ha imposto lo stop in attesa di dotarsi di una legge, rischi di incrementare la clandestinità di una “industria” cresciuta in fretta, con consistenti investimenti, e assai lucrosa per chi la organizza. A prefigurare uno scenario se possibile ancora più incerto cʼè lʼampia disponibilità di donne poverissime pronte ad affittare il proprio grembo in cambio di un compenso che supera di molto le loro normali possibilità di guadagno, gestite da una rodata rete di procacciatori, organizzazioni specializzate e cliniche. Se la Cambogia è stata per alcuni mesi la “nuova frontiera” della surrogata quando questa è stata negata nella confinante Thailandia dallʼagosto 2015, diversi elementi fanno pensare che la pratica abbia iniziato a diffondersi in Laos e in Malaysia: nel primo per le difficoltà di controllo e lʼestesa corruzione, nella seconda per la qualità delle strutture ma soprattutto per la mancanza di una legislazione in materia al di fuori delle consuetudini religiose (una fatwa del 2008 del Consiglio nazionale degli Affari religiosi islamici nega la pratica ai musulmani, ma la delibera non ha valore legale). Unica certezza è che senza un regolare certificato matrimoniale le coppie non sarebbero autorizzate a pratiche di procreazione assistita. Questo esclude coppie di fatto, conviventi, coppie omosessuali o single, ma non certo coppie straniere di qualunque tipo. Inoltre, non mancano cliniche che offrono servizi di riproduzione assistita nella città-Stato di Singapore per aggirare le proibizioni, dove nei casi di surrogata sembrano essere soprattutto donne indonesiane a portare a termine la gravidanza. La Malaysia, insomma, appare in bilico. Se infatti la situazione ha consentito a numerose coppie di aggirare ostacoli pratici e legali, basterebbe un caso portato in tribunale per chiudere le porte.
Stefano Vecchia – Avvenire

Perché non è possibile equiparare l’adozione all’eterologa?

La Corte Costituzionale, quando ha sentenziato la possibilita’ di utilizzare in Italia la pratica della fecondazione eterologa, ha motivato la sua decisione richiamando il principio della genitorialità adottiva, esistente sia nelle normative nazionali che in quelle internazionali. Come una madre e un padre possono diventare genitori adottivi di figli non nati dalla loro relazione coniugale, così un uomo e una donna possono diventare genitori di un figlio nato da gameti appartenenti a donatori esterni alla coppia.

Di questo parere non sono soltanto i giudici costituzionali, ma anche una buona parte della nostra società. E’ modo comune di pensare che la fecondazione eterologa sia equivalente all’adozione. In realtà questo non corrisponde al vero ed è doveroso contrabbattere questa tesi argomentando le notevoli differenze che esistono tra le due scelte genitoriali. Cercando di elencare le differenze, si arriva a comprendere che l’adozione è tutto altro rispetto alla fecondazione eterologa.

Un uomo e una donna, che scelgono la fecondazione eterologa, nutrono un grande desiderio di maternità e paternità carnale. Ritengono che si può definire figlio solo una creatura umana che viene portata nel proprio grembo.

Una famiglia adottiva concepisce la maternità e la paternità come un gesto di accoglienza di un bambino nato da qualche parte del mondo, appartenente a qualunque etnia, razza, cultura o nazione. Quel minore è loro figlio, non perchè generato dalle proprie viscere. E’ figlio perchè i genitori adottivi hanno deciso di accoglierlo e dedicargli tutta la loro vita, per educarlo ed accompagnarlo nella sua crescita umana e spirituale.

Le differenze sostanziali riguardano l’identità del figlio: per i genitori che scelgono l’eterologa il figlio deve avere necessariamente i caratteri somatici il più possibile vicini ai propri. In alcuni paesi stranieri dove viene praticata l’eterologa (non sappiamo ancora cosa avverrà in Italia) è possibile scegliere i gameti in modo da avere tratti del volto simili a quelli dei genitori. Avviene, in forma velata, quello che comunemente viene chiamata la selezione della specie.

La forza dell’amore dei genitori adottanti supera l’aspetto esteriore e cerca di cogliere l’interiorità di un bambino o di un adolescente che cerca disperatamente di essere guidato, sostenuto e confortato nel cammino della vita.

Un’altra differenza sostanziale è l’età del minore. Un padre e una madre adottiva, quando si rendono disponibili all’accoglienza, sono consapevoli che si perderanno anni di vita del loro figlio, che potrà arrivare con età prescolare, scolare o adirittura adolescente. Per i genitori che scelgono l’eterologa questo è inconcepibile, perchè il figlio è non solo colui che si è portato nel grembo, ma è soprattutto colui che si è preso in braccia appena nato, è colui al quale si sono cambiati i pannolini, ed è colui che viene cullato tra le braccie i primi giorni di vita.

Aprire le braccia ad un adolescente o ad un bambino in età prescolare o scolare, come fanno i genitori adottivi, viene considerato da alcuni un gesto irrazionale e innaturale. Un papà e una mamma adottiva, quando stringono tra le braccia il loro figlio, lo hanno da tempo già accolto nel loro cuore, anche senza conoscere il suo volto, perchè lo hanno già concepito nell’attesa della gestazione adottiva.

Il suo volto non è immaginabile, perchè sconosciuto è il suo paese di provvenienza ed ignota è l’età che avrà quando lo vedranno per la prima volta. Il figlio nato dai genitori adottivi non è stato generato da una comunione carnale, ma da un desiderio spirituale che rende carnale il frutto del loro desiderio.

I genitori che scelgono l’eterologa non desiderano rinunziare nel dare alla luce il loro figlio, anche se in realtà il figlio non è totalmente loro. Il bambino è nato da gameti estranei alla coppia. Per questa ragione la genitorialità eterologa possiamo definirla come un sottoinsieme della genitorialità biologica.

Alcune domande possono aiutare a comprendere questa parzialità. E’ giusto parlare di maternità biologica quando è avvenuta una implantologia embrionale con gameti esterni alla coppia? Si può chiamare maternità biologica se si vive solo la gestazione embrionale? E’ corretto usare la parola maternità e paternità biologica quando il patrimonio genetico non è esclusivo del padre e della madre gestante? Qual’è il ruolo della paternità biologica di un uomo che acconsente alla sua compagna di utilzzare gli spermatozooi di un altro uomo?

Si potrebbero fare tante altre differenze tra l’adozione e la fecondazione eterologa, ma è molto superficiale equiparare l’estraneità dei gameti (caratteristica della fecondazione eterologa) con l’accoglienza di un bambino abbandonato, nato da genitori biologici (caratteristica dell’adozione).

Quello che interessa è che ci sia qualcuno che si prenda cura dei bambini abbandonati. E allora perchè giocare con gli embrioni, quando ci sono tanti bambini abbaondonati in ogni parte del mondo che chiedono solo di essere accolti ed amati?

La mancanza di un figlio per un marito e una moglie diventa lo spazio vuoto da destinare ai bambini abbandonati. Questo è il senso più profondo della storia di un marito e di una maglie che non hanno avuto il dono di avere figli biologici.

La prossimità al dolore di un bambino, lasciato senza custodia materna e paterna, diventa il rimedio alla sofferenza della sterilità dei genitori adottivi. L’adozione compie il miracolo di avvicinare due piaghe e guarirle con il rimedio dell’accoglienza reciproca. Come i genitori che si aprano alla vita sono chiamati ad accogliere i figli che Dio vorrà loro donare, così i genitori che si scoprono sterili biologicamente sono chiamati a vivere la fecondità spirituale, accogliendo i loro figli già nati in qualche parte del mondo.
Giuliano Guzzo

Maternita’ surrogata ultima frontiera dello sfruttamento

surrogataUna nuova forma di tratta che ancora una volta offende la dignità umana. Una vera e propria “industria” in espansione in tutto il mondo, che sfrutta a fini riproduttivi donne povere e vulnerabili. È la maternità surrogata – Surrogate Motherhood (Surrogacy) in inglese e Gestation pour autrui (Gpa) in francese – le cui vittime non sono solo le “madri per conto terzi”, ma anche i bambini nati tramite la procedura.
Il fenomeno è in aumento in otto Stati Usa (soprattutto in California), India, Thailandia (anche se qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che la vieta agli stranieri), Ucraina, Russia. Non esiste ancora una sua regolamentazione a livello europeo e/o internazionale. Per questo il Gruppo di lavoro sull’etica nella ricerca e nella cura della salute della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) ha predisposto un parere che valuta la maternità surrogata dal punto di vista etico e riflette sulle sue ripercussioni giuridiche, sostenendo la necessità di regole a livello europeo e internazionale. Il documento è stato presentato questo pomeriggio a Bruxelles da p. Patrick Verspieren (Centre Sèvres), nel corso della conferenza “Surrogacy and human dignity”, co-organizzata al Parlamento europeo dalla Comece e dal Gruppo di lavoro del Ppe sulla bioetica e la dignità umana, guidato dall’europarlamentare Miroslav Mikolasikb.Grave attentato alla dignità umana. La maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana”, affermano senza mezzi termini gli esperti della Comece nel parere intitolato “Avis sur la gestation pour autrui. La question de sa regulation au niveau européen ou international”. Il testo premette che gli Stati membri Ue riprovano ogni forma “commerciale” di gestazione per conto terzi, ma non esiste una regolamentazione comune. Secondo uno studio comparativo dell’Europarlamento, il Regno unito ammette un compenso “ragionevole” di 4mila-5mila euro alla madre surrogata. Degli altri 25 Paesi (lo studio è del maggio 2013 e precede di due mesi l’ingresso della Croazia), sette vietano completamente la Gpa, sei la proibiscono parzialmente, dodici non dispongono di alcuna normativa. “Diversi giudici – si legge nel parere – riescono tuttavia a trovare accorgimenti giuridici (International Surrogacy Arrangements) che garantiscano al bambino nato con la Gpa commerciale l’affiliazione ai cosiddetti “’aspiranti genitori’”.
Eppure, secondo la Comece, “per la strumentalizzazione del corpo della ‘mère porteuse’, l’intrusione nella sua vita personale, la negazione delle relazioni intrauterine tra la donna incinta e il bambino che essa ha in sé, lo sfruttamento delle donne vulnerabili e più povere” a favore di coppie o di singles ricchi, la maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana” e di cui sono vittime le madri surrogate ma anche i neonati, considerati come “prodotti”. Una “reificazione del bambino” che “contraddice l’affermazione della dignità umana, chiave di volta della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e viola ‘il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro’” (art.3). Non esiste un “diritto al figlio”, e va considerata seriamente la questione dello status giuridico dei bambini nati nell’ambito degli International Surrogacy Arrangements. Spesso, al rientro nel Paese di residenza, soprattutto se al suo interno vige il divieto di Gpa, gli “aspiranti genitori” non vengono riconosciuti come genitori legali del bambino.
Un accordo possibile. Diversi rapporti commissionati dal Parlamento europeo chiedono di stabilire “norme comuni di diritto internazionale”, si legge ancora nel parere, di instaurare all’interno dell’Ue un “riconoscimento reciproco delle sentenze” in materia di affiliazione legale e, in prospettiva, l’elaborazione di una convenzione internazionale. Da tenere in conto anche la riflessione della Conferenza de L’Aia di diritto internazionale privato (aprile 2014). Il dibattito “non può limitarsi al fatto compiuto del mercato della ‘maternità surrogata’ e del correlato sviluppo del ‘turismo procreativo’”. Gli Stati Ue ritengono “inaccettabile” la commercializzazione del corpo della donna e del bambino e, “di conseguenza”, la Gpa. Su questo punto, per la Comece, “un accordo sembra dunque possibile”. La ricerca di regole comuni e di prassi giudiziarie analoghe “potrebbe iniziare con una rigorosa applicazione” di questo principio, e quindi “con la valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita, o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie dei paesi di nascita, in caso di versamento di compensi diversi dal mero rimborso delle spese effettivamente sostenute dalla madre surrogata”. La questione cruciale, concludono gli estensori del testo, è “sapere se vogliamo istituire una società in cui i bambini siano fabbricati e venduti come prodotti”, con le conseguenze umane, giuridiche e sociali che ne derivano.

Maternità surrogata tra miseria, ignoranza e schiavitù

Ad alimentare la maternita’ surrogata sono la miseria e l’ignoranza di donne relegate ai margini della societa’. Lo dimostra una ricerca della Aarhus University, in Danimarca, condotto dalla ginecologa Malene Tanderup. La dottoressa danese ha rilasciato un’intervista alla Reuters Health nella quale spiega che per le donne povere di un Paese come l’India, ad esempio, affittare il proprio utero a ricchi aspiranti genitori occidentali può sì alleviare la loro miseria, ma le lascia inconsapevoli vittime di una pratica che comporta dei rischi di salute di cui sono totalmente ignare.

“Di 14 madri surrogate che ho intervistato – spiega la Tanderup – non ce n’è una in grado di spiegare i rischi dovuti alla presenza di più embrioni nel proprio utero o alla riduzione fetale”. L’esperta sottolinea che “la gravidanza è il momento più delicato nella vita di una donna”, pertanto coloro che affittano il proprio utero “dovrebbero sapere cosa stanno accettando di fare”.

Ma la ricerca, condotta tra il 2011 e il 2012 e che ha coinvolto 18 medici di 20 cliniche indiane che si occupano di maternità surrogata, fa trasparire che ogni decisione in merito alla gravidanza viene presa “in modo unilaterale” dal personale medico, il quale lascia le madri surrogate all’oscuro di tutto ciò che avviene nel proprio corpo.

L’India resta una delle mete più popolari di questa forma di turismo, che è una vera e propria macchina di soldi: si stima che i profitti si aggirano tra i 500milioni ai 2,3miliardi di dollari l’anno. Per una donna di una classe sociale modesta, affittare il proprio utero significa incassare dai 3mila ai 7mila dollari, cifre che possono notevolmente migliorare la condizione economica di un’intera famiglia di dalit (i fuori casta, i più emarginati della società indiana).

Il denaro incassato non sopperisce però ai detrimenti fisici che un simile sfruttamento provoca alle donne. Il lavoro della Tanderup, intitolato Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica, è stato commentato anche nella stessa India. Il dott. Amar Jesani, direttore dell’indiano Journal of Medical Ethics, ritiene che lo studio scandinavo “mostra la realtà dei fatti in modo nudo e crudo”.

Il medico indiano ha confermato che nel suo Paese la mancanza di consenso informato sulle procedure mediche cui vengono sottoposte queste donne è un problema diffuso, per questo si dice “per nulla sorpreso dai risultati” delle interviste raccolte dalla Tanderup.

Risultati che fotografano uno scenario di schiavismo moderno foraggiato dalla cultura del desiderio ad ogni costo di ricchi occidentali. Nessuna delle madri intervistate sapeva quanti embrioni fossero stati impiantati nel proprio utero e nemmeno se vi fossero state complicazioni dovute a gravidanze multifetali.

Inconsapevolezza confermata anche dai medici che si occupano di queste pratiche. “No – ammettono alla Tanderup -, non abbiamo mai chiesto il consenso e nemmeno informato queste donne sul numero di embrioni trasferiti nel loro utero”. Come mai questa mancanza di informazioni? Presto detto: “Sono analfabete, ragazze senza istruzione”, rispondono laconicamente i medici indiani.

L’autrice della ricerca ha verificato che in alcune cliniche vengono trasferiti anche sette embrioni alla volta. Un crinale che la Tanderup definisce alquanto pericoloso, poiché più sono i feti più aumentano i rischi per la salute della madre e dei bambini. Per questi ultimi, si parla di possibilità maggiori di nascere prematuri e di avere paralisi celebrali o difficoltà di apprendimento, mentre per le madri maggiori sono i rischi di soffrire di pressione alta, diabete e sanguinamenti post-parto.

Ipotesi, queste, che non trovano menzione nei contratti che vengono siglati dagli aspiranti genitori e dalle donne che affittano il proprio utero. Poca chiarezza si registra anche riguardo i parti gemellari. Di solito, quando le gravidanze sono multiple, intorno alla decima settimana i medici riducono il numero di feti in base ai desideri dei genitori commissionanti. La soppressione dei feti “indesiderati” avviene attraverso l’iniezione di “una sostanza letale”.

Le donne che invece portano a termine una gravidanza multipla partorendo più bambini in un unico parto, non vengono messe al corrente del fatto che avrebbero bisogno di assicurarsi un periodo di riposo completo. È così che esse tornano immediatamente a svolgere mansioni pesanti, spesso a lavorare la terra. Con il rischio di gravi ricadute sulla propria salute.

Secondo il medico indiano Amar Jesani, i risultati di questo studio gettano una luce “poco lusinghiera” sui medici di certe cliniche e sui genitori committenti della gravidanza. Eppure non emerge nulla di nuovo. Prima della pubblicazione della ricerca scandinava, il vaso di pandora sul mercato dei bambini in India l’aveva scoperto la vicenda di Sushma Pandey, diciassettenne uccisa in un “centro di eccellenza” per la fecondazione eterologa dalla stimolazione ovarica alla quale si sottoponeva per la terza volta in 18 mesi.

Tuttavia il profitto ha prevalso sulla dignità di una vita umana. Per la morte di questa giovane definita “analfabeta”, infatti, nessuno ha pagato.
Federico Cenci www.zenit.org

Uteri in affitto, il market Asia fa i conti con la concorrenza

hope-for-GammyIl primo passaggio al Parlamento di Bangkok della legge sulla maternità surrogata ha inviato un’onda d’urto nel mondo. I. di Baby Gammy, affetto da sindrome di Down, rifiutato inizialmente dalla coppia australiana che aveva invece subito accolto la gemellina sana, e del cittadino giapponese già “padre” di 15 bambini nati con pratiche surrogate nel Paese, sono stati una pubblicità negativa troppo forte per essere tollerabile e così la bozza di legge presentata in agosto ha avuto un binario preferenziale. Il voto del 28 novembre ha posto in un limbo donne in attesa di figli su commissione, puerpere, bimbi già nati e famiglie committenti, con gravi conseguenze potenziali per tutti gli attori coinvolti, d’altra parte, il “caso” thailandese è di tutto rilievo (con un valore stimato di 125 milioni di dollari l’anno) e il risultato del dibattito parlamentare significativo per il futuro della pratica, almeno in Asia.
Unica con l’India a condividere l’accettazione della surrogata internazionale sul proprio territorio, la Thailandia si trova ora a essere riferimento per una regolamentazione che tanto deve alla sua situazione politica, nazionalismo e controllo militare crescenti, quanto era debitrice in precedenza a una liberalizzazione arbitraria e interessata. Molti, anche nell’area Asia-Pacifico, cominciano così a guardare a Nord e a Nord-Est, verso paesi come Azerbaijan, Bulgaria e Romania che non hanno leggi specifiche ma un’industria della maternità surrogata, e verso Bielorussia, Russia e Ucraina aperti agli aspetti commerciali della pratica. Non un rischio per l’India che, forte delle sue necessità e delle sue dimensioni demografiche, è un “mercato” del valore di almeno 500 milioni di dollari l’anno (fino a un miliardo per alcune fonti). Possono usufruirne cittadini di paesi asiatici e del Pacifico (Giappone, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda…) dove le pratiche surrogate sono proibite, diretti finora soprattutto verso la Thailandia, unica in Asia ad accettare anche committenti single o coppie dello stesso sesso.
Lo stesso vale per i cinesi della Repubblica popolare, dove la pratica è bandita, almeno ufficialmente, e di certo non aperta verso l’estero. Significativamente, però, le coppie cinesi preferiscono tentare la sorte negli Stati Uniti, a costi maggiori, con la speranza aggiuntiva di potere un giorno reclamare per la prole la cittadinanza Usa. L’India diventa così mercato di preferenza, con una legge ad hoc ferma dallo scorso anno in Parlamento.
Qui la maternità surrogata è ammessa legalmente dal 2002, e dal 2008 anche quella a carattere commerciale per una sentenza della Corte Suprema. Una pratica aperta anche a donne straniere, dopo che nel 2009 l’Alta corte del Gujarat ha riconosciuto che la nazionalità della madre surrogata determina quella del bambino da lei nato.
Resta il fatto che, al di là delle considerazione specifiche sulla barbara pratica dell’utero in affitto, la situazione solleva il problema di un doppio binario riguardo la sicurezza delle gestanti e delle partorienti nel Paese dove una donna muore ogni otto minuti per complicazioni della gravidanza o del parto. Stefano Vecchia

L’adozione come rimedio per contrastare la maternità in affitto

Perchè molte coppie di genitori infertili scelgono la maternità in affitto piuttosto che l’adozione?

– Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno: dinanzi al problema dell’infertilità che flagella sempre più coppie, si assiste ad un drastico calo del numero delle adozioni e ad un crescente numero di bambini nati dalla maternità in affitto. La maternità surrogata è sempre più in crescita e rischia di diventare la forma più utilizzata per raggiungere il desiderio di maternità e paternità.

Diversi sono i modi di reagire davanti al problema della sterilità biologica per gli uomini e le donne raggiunti da questa piaga. Il tutto nasce dalla motivazione profonda che spinge a diventare genitori. Il rito del matrimonio sintetizza il significato della missione genitoriale: gli sposi sono chiamati a essere disponibili ad accogliere i figli che Dio vorrà donargli.

Sicuramente queste parole fanno riferimento ai figli biologici che Dio vorrà donare come benedizione dell’atto coniugale tra marito e moglie, ma fanno anche riferimento ai figli adottivi che una famiglia sarà disponibile ad accogliere.

In questa formula rituale del matrimonio, possiamo includere anche i figli che nascono da un utero in affitto? Per rispondere a questa spinosa domanda proviamo a mettere a confronto la maternità in affitto e l’adozione.

L’adozione è una risposta al flagello dell’abbandono. Molti bambini in tutto il mondo versano in uno stato di abbandono totale, privi del necessario nutrimento, delle giuste cure mediche, di una adeguata istruzione e di quel calore umano essenziale per una sana crescita. Una famiglia che si apre all’adozione, si prende carico di una situazione già esistente, per restituire al bambino quella dignità perduta.

La maternità in affitto parte da un presupposto diverso: far nascere un bambino per soddisfare il proprio desiderio di maternità e paternità. E per arrivare ad avere un figlio si acconsente alla schiavitù delle donne che prestano il loro utero, al commercio degli spermatozoi, alla compravendita degli ovuli, alla selezione degli embrioni.

La prima differenza risiede nella centralità del bisogno: l’adozione pone al centro l’esigenza vitale del bambino di avere una famiglia che lo educhi e lo accompagni verso la sua maturazione; la maternità in affitto ha per centro la famiglia che vuole soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

Viste le notevoli differenze etiche che differenziano le due scelte per diventare genitori, quali sono le ragioni per cui molte famiglie si rivolgono sempre di più alla maternità in affitto piuttosto che all’adozione?

Una prima risposta, che ha un peso maggiore nella decisione, è proprio il tempo di attesa. Per adottare un bambino non esiste un tempo definito, anzi la prima cosa che si ascolta quando ci si affaccia al mondo dell’adozione è quella di dover imparare ad esercitare la virtù della pazienza.

Il cammino adottivo è un percorso lungo che ha un inizio, ma non ha specificata una fine. Questa lunga attesa, per una famiglia che già vive la sofferenza della sterilità, è una prova che è molto pesante da sopportare.

La maternità in affido propone tempi molto più rapidi, tempi che si avvicinano a quelli della gravidanza naturale, o comunque un periodo definito nel quale è possibile conoscere l’andamento della gravidanza in affitto. L’adozione per sua natura non possiede questo controllo sul tempo e sull’andamento della gravidanza. Una volta consegnati i documenti, si è chiamati a vivere in attesa che il Paese scelto proponga una richiesta di abbinamento tra bambino e famiglia. E questo tempo può variare da pochi mesi a lunghi anni.

Un altro elemento fondamentale è l’età del bambino. La maternità in affitto è un sistema concepito per offrire ai genitori richiedenti un neonato. L’adozione non può garantire di diventare genitore di un bambino appena nato; anzi varie volte propone di accogliere bambini non solo in età prescolare, ma anche in età preadolescenziale o adolescenziale.

L’età del bambino da accogliere è un fattore che spaventa molte coppie. È mentalità comune considerare quasi innaturale diventare genitori di un bambino grande, e questo avviene perchè non si ha chiara la centralità del bisogno del bambino.

Queste sono le considerazioni più comuni: i bambini sono belli quando sono piccoli; mi voglio vivere pienamente i momenti di dolcezza tipici della fanciulezza; gli adolescenti ormai sono ribelli, mi attendono subito contrasti da affrontare; essere genitore di un adolescente, con il suo carattere già formato, è una missione quasi impossibile da compiere.

Considerate tutte queste differenze, l’adozione può diventare un rimedio per contrastare la maternità in affitto, se conserva immutata la sua natura e nello stesso tempo allegerisce la sua struttura burocratica. Ridurre le tempistiche per l’ottenimento del decreto di idoneità, garantire il sostegno e l’accompagno costante alle famiglie non solo nella pre-adozione ma soprattutto nella post-adozione, tagliare le spese dell’adozione, sono fattori che sarebbero di stimolo a molte famiglie per favorire lo sviluppo di una vera cultura dell’accoglienza.

Ma un rimedio ancora più forte sarebbe quello di far conoscere le storie della donne che affittano i loro uteri, il numero degli embroni sacrificati per raggiungere il concepimento, il grido di dolore di quei figli al quale sarà negata la possibilità di conoscere i vari genitori biologici, il peso dell’indifferenza che i figli dovranno sopportare da parte di coloro che hanno preso parte attivamente alla loro nascita.

Di Osvaldo Rinaldi www.zenit.org

Maternità in affitto: selezione della specie e ruolo dei genitori biologici

maternitaaffittoLa maternità in affitto è un tema nuovo e sorprendente dei nostri tempi, perchè deregolarizza il ciclo biologico della vita differenziando gli agenti procreativi e genitrici nella relazione tra uomo e donna. Infatti, abbiamo una prima figura genitoriale che dona il seme e/o l’ovulo, una seconda figura materna che riceve l’embrione per completare la gestione nel suo grembo, ed infine la figura di un padre e di una madre che hanno avviato la richiesta ad un centro specializzato.

Allora, vista la modifica del processo di concepimento e gestazione, è lecito porsi la domanda di quale sia l’origine della vita e chi sia l’autore stesso della vita: la sperimentazione e la scienza possono sostituire il corso della natura che avviene nell’utero materno a seguito di una unione coniugale tra un uomo e una donna?

La natura ha elaborato un piano misterioso sulla vita, stabilendo che una nuova vita nasca come frutto di un atto di amore unitivo. La maternità in affitto svincola l’atto d’amore non solo rispetto al concepimento ma anche rispetto alla gestazione.

E tutto questo processo, che per sua natura è artificioso e controllato, ha dei richiedenti molto esigenti che pretendono l’assoluta buon esito del risultato finale. Infatti la maternità surrogata utilizza la procreazione assistita e l’impianto di embrioni controllati per offrire la garanzia della buona salute del feto.

Questa manipolazione e sperimentazione denota i tratti della selezione della specie umana. Un embrione sano e robusto viene impiantanto solo dopo essere passato sotto il torchio di analisi genetiche e biologiche molto approfondite da parte di medici acconsenzienti di queste pratiche. Quando viene diagnosticata un cosidetto difetto dell’embrione, si decide di eliminare quel germe di vita, che è invisibile da parte di alcuni medici, ma rimane per sempre visibile agli occhi di Dio.

Ricapitolando, possiamo dire che la maternità in affitto racchiude le pratiche della procreazione in vitro, la fecondazione eterologa, la possibilità dell’aborto preimpianto, la selezione degli embrioni, e di conseguenza la selezione della specie. Questo costituisce una assoluta novità, perchè tutte queste pratiche possono essere utilizzate tutte insieme per cercare di generare una vita umana.

Questo processo prevede una serie di attori, ognuno dei quali contribuisce alla nascita della vita umana. Ed ognuno partecipa dietro la richiesta di un compenso economico. Il denaro è alla base della domanda e dell’offerta. Ognuno offre qualcosa, ma in cambio desidera essere remunerato: il donatore del seme e dell’ovulo, la mamma in affitto, il medico che esegue l’intervento. Ed il tutto parte da uno sborso economico iniziale, alcune volte anche rateizzabile in comode rate, che gli aspiranti genitori sono chiamati a versare ai responsabili di queste cliniche.

Le prime domande che viene spontaneo porsi alla mente sono: è giusto che la vita umana nasca da una richiesta di denaro che produce un affare economico? La natura non ha deciso di donare gratuitamente una nuova vita? Chi dona il suo seme o il suo ovulo può ritenersi estraneo rispetto alla vita nascente? La mamma in affitto, che porta quel bambino per nove mesi, ha una responsabilità verso quella creatura dal momento che è venuta alla luce dal suo grembo? Questa stravolgimento del ciclo naturale della nascita di una vita umana pone seri interrogativi sull’identità del figlio e sull’identificazione del ruolo dei genitori biologici.

Questi interrogativi hanno bisogno sempre più di essere sviscerati, perchè ogni essere umano possa trovare delle risposte adeguate alle domande più profonde sulla propria esistenza. Immaginiamo solo per un attimo quale possa essere la reazione di un figlio (una volta conosciuta la verità del suo concepimento) davanti a coloro che hanno contribuito alla sua nascita.

E’ da considerarsi padre biologico il donatore del seme? Quali domande potrà porre il figlio a quel padre? E potrà chiamare madre quella donna che l’ha portato nel suo grembo? Riuscirà ad avere parole di gratitudine per quel padre o per quella madre biologici che hanno partecipato alla nascita della sua vita? Al contrario, non arrivare a conoscere (perchè hanno voluto rimanere anonimi) l’uomo che ha donato il seme, o la donna che offerto il suo ovulo, o la madre che lo ha partorito, potrà risultare un dispiacere per il figlio, quando si vedrà impossibilitato a portare a termine il suo desiderio di conoscere le sue origini?

Queste piaghe silenziose rischiano di rimanere nascoste nel cuore di quella persona per tutta una vita.
Osvaldo Rinaldi da www.zenit.org

Se vuoi collaborare sulle tematiche di difesa della vita e della dignità umana, contatta gli Amici di Lazzaro.

Voglio la mamma – 20 punti politicamente scorretti

Da “Voglio la mamma” capitolo 14 -I venti punti

.di Mario Adinolfi

Giunti verso la fine di questa strada compiuta insieme, credo sia necessario racchiudere quel che si è provato a dire in venti punti che rappresentano principi irrinunciabili che ritengo non solo non debbano essere negoziabili, ma necessitino un’attività di proselitismo per ricondurre il dibattito intellettuale e politico sui temi tabù che abbiamo affrontato dentro i confini di una razionalità condivisa, lontano dall’impazzimento modaiolo che sembra avere la meglio in questa fase.

1. Non esiste l’individuo, esiste la persona, dunque l’individuo in relazione con altri individui. La relazione primigenia, archetipica e intangibile, è quella tra madre e figlio. Negarla è negare la radice dell’essere umano.

2. La libertà individuale è un totem che non necessita di tutele e non genera diritti. Al contrario, la libertà personale, dunque la libertà degli individui in relazione con gli altri, è preziosa e va ampliata senza che nuovi diritti ledano però l’essere umano in radice.

3. La libertà personale da tutelare in via prioritaria è quella dei soggetti più deboli: bambini, malati, anziani.

4. Il primo diritto è il diritto a vivere.

5. Non esiste un diritto all’aborto, esiste un diritto alla nascita. L’aborto è sempre una tragedia e un fallimento, come tale va trattato e con ogni sforzo possibile evitato.

6. I diritti prioritari da tutelare sono quelli della libertà personale, dunque relazionale, per eccellenza: i diritti della famiglia.

7. Non esistono le famiglie, esiste la famiglia: cellula base del tessuto sociale, composta da un nucleo affettivo stabile aperto in potenza alla procreazione. In natura la procreazione avviene con l’unione di un uomo e di una donna. E’ questa la base di un nucleo familiare propriamente detto.

8. L’omosessualità è una tendenza sessuale ovviamente legittima, i cui legami affettivi stabili possono essere tutelati da istituti giuridici, ma nettamente distinti dal matrimonio.

9. La rottura della sacralità e dell’unicità dell’istituto matrimoniale come unione di un uomo e di una donna, porta inevitabilmente e logicamente alla estensione dell’istituto stesso ad ogni forma di legame affettivo stabile. La legittimazione di poligamia, poliandria, unioni a sette, otto, dieci o venti persone, sarebbe dietro l’angolo con conseguenze letali per il tessuto sociale e la stabilità finanziaria degli Stati.

10. Non esiste l’omogenitorialità. Non esiste la genitorialità. Esistono la maternità e la paternità.

11. Negare a un bambino il diritto ad avere una madre e un padre, sostituendoli con il “genitore 1″ e “genitore 2″, è una forma estrema di violenza su un soggetto debole.

12. La sfera sessuale di un minore è intangibile e sono intollerabili le norme che prevedono la non procedibilità d’ufficio contro le persone che hanno rapporti sessuali con bambini di dieci anni e assumono per libero il consenso all’atto sessuale di ragazzini di quattordici anni.

13. Il turismo sessuale degli occidentali avente per oggetto in particolare le minorenni e i minorenni asiatici, è una violenza orrenda che merita il peggiore stigma sociale.

14. La variazione dell’identità sessuale di una persona dovrebbe essere prevista in casi del tutto eccezionali. Il mercimonio del corpo di una persona spesso in una finta fase di transizione da un’identità sessuale all’altra, grazie alla quale si ottiene maggiore attenzione e successo nel mercato della prostituzione, è un’attitudine che va combattuta.

15. La compravendita del corpo femminile, nella forma estrema della compravendita della maternità e dell’orrendo “affitto” dell’utero, che fa leva sullo stato di bisogno della donna per toglierle anche l’elemento più intimo della propria identità sessuale, va vietato da ogni normativa.

16. Tra due gay ricchi che fanno strappare dal seno della madre il neonato appena partorito per far finta di essere madre e padre, e il neonato così platealmente violato fin dai suoi primi istanti di vita, chiunque non abbia un bidet al posto del cuore sta con il neonato. E con sua madre.

17. L’eutanasia infantile è una procedura nazista e il protocollo di Groningen è un documento fondativo di una nuova pericolosa eugenetica discriminatoria e razzista.

18. Le diagnosi prenatali hanno fatto crollare nei paesi Occidentali le nascite di albini, affetti da sindrome di Down e da altre alterazioni cromosomiche. E’ intollerabile questa strage di persone affette da minime disabilità.

19. La morte non è mai “dolce”. L’instaurazione di norme che prevedano l’eliminazione delle persone in condizione di difficoltà grave fisica o psichica, secondo il labile e mutevole principio che la loro sarebbe una “vita non degna di essere vissuta”, apre la strada all’inferno.

20. Al centro della difesa della vita e della persona c’è la donna. Il futuro della razza umana ha le forme di una madre. Così è, così è sempre stato, così sempre sarà.

fonte: facebook

VOGLIO LA MAMMA

CAP. 1 PREMESSA PERSONALE

CAP. 2 CONTRO IL MATRIMONIO OMOSESSUALE

CAP. 3 L’ABORTO NON E’ UN DIRITTO

CAP. 4 IL MITO DELL’OMOGENITORIALITA’

CAP. 5 L’ORRORE DELL’EUTANASIA INFANTILE

CAP. 6 IL TRANS NON E’ DONNA ALL’ENNESIMA POTENZA

CAP. 7 SU PEDOFILIA E SESSO CON I MINORI

CAP. 8 L’IPOCRISIA DELLA “DOLCE” MORTE

CAP. 9 IN DIFESA DELLA LEGGE 40

CAP. 10 LA VERGOGNA DELL’AFFITTARE UTERI

CAP. 11 LA FAMIGLIA

CAP. 12 LA DONNA

CAP. 13 LA PERSONA E LA FELICITA’

CAP. 14 I 20 PUNTI

CAP. 15 CONCLUSIONI ANCHE POLITICHE

Diventare padre dopo la morte (egoismo puro)

invitroUna serie di episodi connessi con la pratica del concepimento mediante l’uso di seme congelato prima della propria morte ha attirato l’attenzione verso questa prassi sempre più diffusa.

Uno di questi episodi è quello di Jocelyn e Mark Edwards del New South Wales, in Australia. I due coniugi erano in procinto di sottoscrivere la loro dichiarazione di consenso per dare avvio al trattamento di fecondazione in vitro ma il marito è morto in un incidente il giorno prima della firma, secondo quanto riferito dal Sydney Morning Herald del 24 maggio.

La moglie ha ottenuto dal tribunale il permesso di conservare il seme del marito e ha di recente vinto una causa che le consentirà di utilizzarlo.

Le leggi dello Stato lo vietano, a meno che non vi sia un espresso consenso ad usare il proprio sperma dopo la morte. La Corte suprema del New South Wales ha tenuto conto della testimonianza della moglie, secondo cui qualche anno fa il marito aveva dichiarato che, se gli fosse successo qualcosa, lei avrebbe dovuto procedere ad avere un figlio da lui.

In un articolo apparso il 3 giugno sul sito Internet della rivista Time si osserva che non di rado i soldati impiegati in missioni di guerra provvedono al congelamento del proprio sperma perché possa essere utilizzato dalle mogli in caso loro dovessero morire.

Poiché le situazioni possono essere le più diverse, si sta discutendo sull’eventualità di regolamentare questa pratica. L’articolo si riferisce a un caso in Israele in cui i genitori di un figlio morto l’anno scorso vorrebbero avere un nipote utilizzando il suo sperma.

Il figlio, Ohad Ben-Yaakov, non era sposato, né aveva una relazione con qualcuno. I genitori vorrebbero quindi ricorrere a una madre surrogata.

Gemelli

Un caso simile si è verificato di recente in Russia. Il figlio di Lamara Kelesheva, morto di tumore, aveva depositato il proprio sperma prima di iniziare la chemioterapia. Il suo seme è stato poi utilizzato dalla madre per concepire, attraverso due madri surrogate, due coppie di gemelli, secondo quanto riferito da Russia Today del 7 giugno.

Secondo un servizio pubblicato dal quotidiano russo Pravda il 10 giugno, dopo la morte del figlio vi erano stati cinque tentativi falliti di concepimento. Nell’ultimo tentativo la signora Kelesheva ha utilizzato due madri surrogate contemporaneamente. Entrambe le gravidanze sono andate a buon fine e le due donne hanno dato alla luce quattro nipoti, rispettivamente il 6 e l’8 gennaio.

Le polemiche che ne sono seguite hanno portato alla separazione tra la Kelesheva e il marito, e lei sta ora cercando di ottenere il riconoscimento della propria maternità di questi bambini e della paternità del figlio deceduto.

L’Anagrafe civile di Mosca ha rigettato l’istanza di registrazione e la donna sta ora facendo appello al tribunale municipale di Mosca. Le leggi russe consentono il ricorso a madri surrogate solo alle coppie sposate.

“Tutte queste pratiche biomeccaniche alla fine portano a questa situazione molto ambigua in cui non è più realmente possibile distinguere tra un figlio e un nipote”, ha affermato a Russia Today l’attivista pro-vita Andrey Khvesyuk.

Una piega diversa ha preso il caso di un uomo di 57 anni, di cui per motivi legali non è possibile rivelare il nome, che nel 1999 aveva depositato il proprio seme per timore di incorrere in infertilità a causa dei suoi trattamenti medici.

Dopo essersi separato dalla moglie, quest’ultima ha utilizzato i soldi ottenuti dal divorzio per concepire due figli usando lo sperma dell’ex marito, secondo quanto riferito dal quotidiano Telegraph il 29 maggio. Ha falsificato la sua firma sui documenti di autorizzazione, cosa che l’uomo ha scoperto solo tre anni più tardi. La figlia e il figlio sono nati rispettivamente nel 2001 e nel 2003.

Dal momento della scoperta, ha speso ingenti somme di denaro in spese legali per le cause intentate contro l’ex moglie e ha avuto limitate possibilità di vedere i figli.

Anonimato

Mentre i figli di padri deceduti possono crescere sapendo chi era il proprio padre, molti figli concepiti attraverso la fecondazione in vitro vivono senza questa informazione.

Newsweek ha preso in esame questa situazione in un articolo del 25 febbraio. Negli Stati Uniti, i bambini concepiti con sperma di donatori generalmente non hanno informazioni su chi sia il padre, e in molti casi i dati dei donatori vengono cancellati.

Mentre un numero crescente di questi figli sta raggiungendo l’età adulta, aumentano le pressioni per cambiare questa situazione. L’articolo parla dei tentativi di una persona identificata come Alana S., che ha creato l’organizzazione AnonymousUs.org, aperta ai figli, alle famiglie e ai donatori.

Alcuni Paesi hanno legiferato stabilendo l’obbligo di rendere disponibili le informazioni circa i donatori di sperma e di ovuli, ma l’industria statunitense della fecondazione in vitro rimane ancora ampiamente senza regolamentazione.

Alana S., che oggi ha 24 anni, ha detto che molti figli concepiti da seme di donatore si considerano una sorta di “scherzo della natura”.

Persino nei Paesi in cui il settore è regolamentato la situazione è lungi dall’essere perfetta. Ciò risulta evidente da un rapporto pubblicato il 10 febbraio da una Commissione del Senato australiano, intitolato “Donor Conception Practices in Australia”.

Il rapporto afferma che le autorità statali e locali adottano approcci difformi tra loro in materia di informazioni a cui i figli di donatori possono accedere.

Un’altra preoccupazione riguarda il rischio che i figli di donatori possano inavvertitamente instaurare rapporti consanguinei, non potendo accedere alle informazioni sui donatori. Questa eventualità non solo può aumentare il rischio di malformazioni genetiche, ma potrebbe anche avere significative conseguenze sociali derivanti dalla conoscenza pubblica di questo tipo di rapporto, avverte il documento.

La Commissione ha ricevuto anche diversi contributi sul tema della limitazione del numero delle famiglie associabili a un donatore. Secondo il Victorian Infertility Counsellors Group non è infrequente, per le persone concepite da donatori, scoprire di avere anche venti fratelli genetici.

Difformità

Altri contributi sottolineano le difformità negli approcci delle autorità statali e di quelle locali in materia di registrazione dei donatori. Ciò significa che risulta impossibile conoscere con precisione e controllare il numero delle famiglie associate a un determinato donatore.

Un altra questione riguarda la carenza nella gestione dei dati, che rende difficile accertare il rispetto dei limiti imposti alle donazioni da parte delle cliniche. Un esempio contenuto nel rapporto riguarda una clinica importatrice di sperma dagli Stati Uniti, alla quale era stato assicurato che il seme dello stesso donatore non sarebbe stato dato ad altre cliniche. Si è poi scoperto che lo stesso seme era stato importato anche da una clinica nel New South Wales e utilizzato da un certo numero di famiglie in quello Stato.

Sebbene recenti modifiche alla normativa rendono più facile, per i figli di donatori, ottenere informazioni sul loro padre, molti di coloro che oggi raggiungono l’età adulta non hanno la possibilità di accedere a tali dati a causa dell’impegno preso in passato con i donatori a mantenere il loro anonimato.

Il rapporto cita la testimonianza della signora Narelle Grech, che ha raccontato la sua esperienza personale.

“Non posso descrivere quanto sia disumano essere nell’impotenza di conoscere il nome e le caratteristiche del mio padre biologico, sapendo che la mia intera famiglia paterna sta riposta da qualche parte in un armadio pieno di pratiche… senza alcuna possibilità di accedervi”, ha detto. “Mi viene detto che non ho alcun diritto di conoscere informazioni sulla mia famiglia, le mie radici, la mia identità”, ha aggiunto.

In Canada questo tipo di situazione è stato considerato discriminatorio e incostituzionale dal giudice della Corte suprema della British Columbia, Elaine Adair.

La sentenza si è espressa in favore del ricorso presentato da Olivia Pratten, finalizzato a ottenere gli stessi diritti dei figli adottati, secondo quanto riferito dal Vancouver Sun il 19 maggio.

Un figlio non è un qualcosa di proprietà di qualcuno, ma un dono, come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2378. Il figlio non può essere considerato come oggetto di proprietà: “a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso ‘diritto al figlio’”.

Tra le numerose obiezioni morali alla fecondazione in vitro, vi è quella secondo cui tale pratica ha portato a considerare i figli come beni di consumo, per quanto ben intenzionato possa essere stato il desiderio di avere un figlio. Le conseguenze di questo fatto vengono fuori oggi nei tribunali e nelle famiglie.

padre John Flynn

da Zenit

Affittare un utero in India

Una ong fa il punto sul mercato delle maternità su “committenza” nel paese. Una pratica pericolosa, al limite dello schiavismo, che vale due miliardi di dollari. “La libertà della madre surrogata è un’illusione”

Due giorni fa, le agenzie di stampa hanno parlato di una coppia di cinquantenni, originaria del Cremasco, che dopo aver pagato trentamila euro per una maternità surrogata in Ucraina ha scoperto che il bambino così ottenuto non poteva essere iscritto come loro figlio allo stato civile italiano. Il bambino è stato nel frattempo tolto alla coppia e affidato a un istituto, mentre i due “committenti”, accusati di alterazione di stato civile, a ottobre saranno processati.

Una storia spaventosa, comunque vada a finire. Così come è terribile quella della coppia tedesca che, qualche anno fa, ha vissuto una vicenda analoga in India: il bambino nato con maternità surrogata non ha potuto lasciare il paese, perché in Germania, come in Italia, la gravidanza “per conto terzi” è proibita. E giustamente: non vale la pretesa di regolamentare, in nome della libertà di decisione della madre surrogata e del “diritto” al figlio dei committenti, qualcosa che non è emendabile. Anche le madri surrogate occidentali, in teoria ben pagate campionesse di prestazioni gestazionali, sono soggette a una forma avvilente di mercificazione che non sarebbe considerata ammissibile se volessero, per esempio, vendersi un rene. Pura merce diventa anche il figlio commissionato dietro regolare contratto, come dimostrano i casi in cui alla madre portatrice viene chiesto di abortire se il bambino atteso mostra di essere “difettoso”. E’ successo nel 2010 in Canada e anche quest’anno, in America, che due madri surrogate si siano rifiutate di abortire due bambini portatori, rispettivamente, di trisomia e di una malformazione del volto.

Terribili sono soprattutto le storie che arrivano dall’India. La vera terra promessa dell’utero in affitto, legalizzato dal 2002 e al centro di un business in crescita sregolata, favorita dalle tariffe concorrenziali rispetto agli altri paesi dove pure la pratica è legale (Stati Uniti, Spagna, la citata Ucraina). A raccontare in che cosa consista quel mercato che solo in India, oggi, è valutato in due miliardi di dollari, arriva lo studio di una ong con sede a Nuova Delhi, che dal 1983 si occupa di diritti delle donne: il Centre for social research (Csr), molto attivo anche contro l’aborto selettivo delle femmine e le sterilizzazioni forzate, altre feroci piaghe indiane. Nelle 168 pagine del rapporto, intitolato “Surrogate motherhood. Ethical or commercial”, troviamo i risultati di un sondaggio che ha preso in considerazione cento madri portatrici e cinquanta coppie di committenti (quasi sempre di indiani ricchi residenti in paesi occidentali dove l’utero in affitto è vietato), intervistate a Mumbai e a Nuova Delhi. E’ questa la vera novità dello studio del Crs: a parlare in prima persona sono stavolta anche quelle donne povere e poverissime che accettano di portare avanti una gravidanza su commissione per puro bisogno, a condizioni che non è esagerato definire di tipo schiavistico.

Vediamo così che i contratti stipulati tra queste donne e gli aspiranti genitori (le cliniche in questa fase non compaiono, così non tocca a loro rispondere se qualcosa andasse storto) sono normalmente firmati dopo il secondo trimestre di attesa, una volta consolidata la gravidanza (nelle fecondazioni in vitro c’è un’alta percentuale di aborti spontanei). La maggior parte delle madri surrogate non possiede copia del contratto e spesso non è nemmeno a conoscenza del suo contenuto: a contattarle, magari per strada, è stato uno dei tanti agenti che incassano una commissione dalle cliniche. Oppure ad attirarle è stata un’inserzione pubblicitaria che promette soldi alle madri portatrici. Gli stessi agenti sono, per il settantasette per cento delle donne consultate nel sondaggio, l’unica fonte di informazione su quello che le attende.

Queste e altre circostanze fanno concludere al Csr che, in India, “la libertà della madre surrogata è un’illusione”. Se il neonato mostra un’anomalia o il suo sesso non è quello specificato nel contratto, per esempio, i committenti possono ottenere che la madre surrogata abortisca, spesso con “comodi” metodi chimici somministrati nelle stesse baby factory. Queste donne, durante la gravidanza, vivono nelle cliniche o in case rifugio: ufficialmente per essere al riparo da circostanze che potrebbero metterle a rischio, in realtà per essere controllate: inzeppate di farmaci ormonali prima dell’impianto embrionale, soggette a qualsiasi somministrazione da parte dei medici, dopo. A loro è riservato tra l’uno e il due per cento di quanto riscosso dalla clinica. Si tratta di poche migliaia di rupie, che diventano a rischio se la gravidanza si interrompe o se i committenti non accettano il figlio.

Perché succede anche questo. Che le coppie committenti si separino nel frattempo, o che il bambino si riveli malato e quindi automaticamente indesiderabile. In questi casi, le prestatrici di utero possono essere pagate la metà o non essere pagate affatto.

L’avvocato Kirti Gupta, intervistato nel rapporto del Centre for social research, spiega che “in India non è difficile avere un bambino attraverso la maternità surrogata, perché non esiste una legge per controllarla o regolarla”. Esistono in realtà, dallo scorso gennaio, alcune linee guida che vietano di affittare l’utero a coppie gay o a coppie non sposate da almeno due anni. La maternità surrogata, inoltre, deve essere legale nel paese d’origine dei richiedenti, i quali devono dotarsi di un visto per ragioni mediche (quindi non basterà più quello turistico). Deve anche essere mostrata la prova documentale, rilasciata dall’ambasciata, che il paese da cui provengono i committenti accetterà a tutti gli effetti come loro figlio biologico il bambino partorito da una madre surrogata indiana. E’ presto per dire se quelle linee guida – in attesa che sia varata una vera legge, in stallo al Parlamento indiano da almeno tre anni – sia riuscita a frenare almeno alcuni degli abusi. Oltre ai problemi legali legati al riconoscimento dei nati, esistono infatti altri abusi, tuttora in corso. Il rapporto del Centre for social research parla, per esempio, di venticinque cicli di fecondazione in vitro praticati su una stessa donna, di altre donne che hanno superato il massimo di tre gravidanze consentite (in teoria) per pratiche di utero in affitto, del generale sistema di costrizione nel quale prospera la pratica della maternità surrogata nel subcontinente indiano: a cominciare dal fatto che spesso, a convincere una donna ad affittare l’utero, è un marito che ha bisogno di soldi. E a volte succede, come è accaduto il 16 maggio del 2012 in una clinica indiana della fertilità, che una di queste madri incubatrici muoia. Premila Vaghela, trent’anni, sposata con due figli, è morta all’ottavo mese di una gravidanza su commissione. A causa di “complicazioni inspiegabili”, ha scritto il Times of India, che si sono manifestate con convulsioni e collasso mentre la donna si sottoponeva a una visita nella clinica della fertilità che l’aveva ingaggiata, il Women Hospital Pulse, con sede ad Ahmedabad, nello stato del Gujarat, dove si concentra il maggior numero di cliniche della fertilità indiane. I medici le hanno praticato un cesareo, prima di mandarla a morire in un altro ospedale, e Premila Vaghela ha potuto “portare a termine il proprio lavoro”: il bambino che aveva in grembo è stato consegnato alla donna americana che l’aveva commissionato. Il Women Hospital Pulse – struttura moderna che opera in collegamento con un’importante clinica australiana della fertilità – è noto per gli eccellenti standard internazionali di assistenza, per essere molto ben frequentato da coppie occidentali abbienti e abituate al meglio. La morte della signora Vaghela è stata definita una tragica ma inevitabile “fatalità”. Purtroppo, nel contratto che aveva firmato prima di intraprendere la gravidanza surrogata, erano state inserite clausole che sollevavano committenti e clinica da ogni responsabilità in caso di problemi, se non per atti di negligenza che nessuno ha potuto provare.

Sono gli incerti del mestiere di madre surrogata. Il Centre for social research, al termine del suo studio, chiede un quadro legale certo che regoli la materia in India, e che tuteli le madri portatrici e i bambini. Ma l’unica legge che può mantere questa promessa è quella che vieti quella pratica odiosa e schiavistica.

Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri

Prendere un appuntamento per avere un figlio con una madre surrogata è facile. Sul sito     yyy   si clicca su «genitori intenzionali» e si compila un modulo in cui si forniscono nome, cognome, email, accompagnati da un breve messaggio. La risposta arriva entro poche ore. La mattina dopo ci presentiamo alla Santa Monica Fertility Clinic nell’omonimo boulevard di questa cittadina baciata dal sole dove ogni desiderio sembra a portata di mano.

«Buongiorno Monica sono Julie Webb, la coordinatrice dei pazienti, sono contenta che tu sia venuta a trovarci dall’Italia». Capello corto, viso acqua e sapone, abbigliamento casual, ci fa fare il giro della clinica, un appartamento a pian terreno dall’aspetto modesto ma confortevole: «La comodità — dice — è che facciamo tutto qui, dal pick up degli ovuli della donatrice al transfer dell’embrione nell’utero della portatrice. Voi non dovete preoccuparvi di nulla, pensa a tutto il dottor Jain. Se non potete venire dall’Italia possiamo sentirci su Skype. Se al momento del parto avete un impedimento andiamo in clinica io e l’avvocato per prenderci cura del neonato».

Ma la mamma surrogata potrebbe cambiare idea e tenersi il bambino? «La mamma sei tu — precisa Julie — lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto. Sarà scritto tutto nel contratto che firmerete con l’avvocato. Una volta fatto l’accordo si va dal giudice e si fa un atto di prenascita così è già chiaro che siete voi i genitori. Il bimbo, se volete, avrà la cittadinanza americana». A 51 anni è impossibile pensare di usare i propri ovuli, e così scorriamo insieme i profili delle donatrici di ovuli.

Ce ne sono di tutti i tipi: bionde, brune, ricce, lisce, nere, asiatiche, bianche. Nella scheda sono segnate età, altezza, peso, colore degli occhi, scuole frequentate, voti ottenuti, passioni e hobby. C’è persino la storia clinica della famiglia. «Le nostre ragazze hanno fatto tutti i controlli medici possibili. Potete stare tranquilli» dice la coordinatrice. Chiediamo consiglio sul profilo da scegliere dal catalogo: «Dovrebbe essere una donna il più possibile vicina ai miei tratti somatici, giusto?». Scuote la testa: «Dipende dai gusti. Ognuno fa come vuole. Mi ricordo una paziente cinese che ha scelto ovuli di una donna bianca».

E quando nasce il bimbo cosa succede? Potremo portarlo subito via? Dovrà stare con la surrogata qualche giorno? «Decidi tu — spiega Julie — puoi stare nella stanza accanto e ti portano il bambino. Se vuoi la surrogata si tira il latte e tu glielo dai col biberon, i primi giorni fa bene al piccolo perché c’è il colostro e anche a lei perché tirandosi il latte aiuta l’utero a tornare a dimensioni normali».

Quanto ci vuole per trovare la surrogata giusta? «Dipende! Le nostre sono tutte della zona, facciamo uno screening accuratissimo, andiamo a vedere dove vivono, come mangiano, controlliamo la fedina penale e poi le sottoponiamo a screening psicologi. Siamo molto, molto severi per evitare sorprese dopo. Solo il 10% delle domande viene accettata». Ma perché lo fanno? «Beh è un gesto ben visto dalla società perché è altruistico, per aiutare una coppia in difficoltà e poi chiaramente per i soldi che per legge non devono servire a sopravvivere ma a stare meglio. Una surrogata non può essere senza casa o dipendente dai sussidi dello Stato».

I tempi per la procedura non sono biblici. Se accettiamo, a febbraio potremo fare il primo transfer e il bambino potrebbe arrivare entro la fine del prossimo anno. «Io ho già una portatrice ready to go — spiega Julie con un mezzo sorriso — che se dovessi fare io questo percorso prenderei subito. È lesbica, molto coscienziosa ma non ansiosa. Perfetta secondo me. È alla prima gravidanza surrogata ma ha già due figli suoi. Tieni conto che le surrogate che l’hanno già fatto costano di più, vedi qui sul catalogo c’è scritto premium vuol dire che sono le più gettonate. Molti preferiscono una portatrice lesbica perché non ha rapporti sessuali con penetrazione e in gravidanza è sempre meglio evitare».

Parliamo di soldi che sono in tre tranche. Per la donazione di ovuli ci vogliono quasi 40mila dollari. Per la madre surrogata si parte con 58mila cui si devono poi aggiungere altri 77mila per un totale di 135mila dollari. La portatrice prende un compenso a ogni passo: alla prima iniezione, al transfer, alla conferma del battito, per i viaggi, per i vestiti e una paghetta mensile. In tutto nelle tasche della donna entrano 40mila dollari. Il colloquio dura un’ora, non ci viene chiesto perché facciamo questa scelta, né se abbiamo figli. Mentre ci accompagna alla porta Julie sembra soddisfatta «Sono molto eccitata per voi che state iniziando questo percorso».

Due minuti dopo arriva l’email con la password per scegliere la donatrice di ovuli

Monica Ricci Sargentini
27esimaora Corriere della Sera

La maternita’ in affitto

scontrino uteroUna nuova forma di schiavismo si nasconde dietro il commercio di uteri

– L’era della globalizzazione apre a nuovi scenari, non solo per quanto riguarda i campi dell’economia e della finanza, ma anche per il raggiungimento del desiderio di maternità e paternità. E non stiamo parlando delle adozioni internazionali, un percorso che richiede vari anni per diventare genitori, e per questo ritenuto “scomodo” da molte coppie.

E non stiamo nemmeno facendo riferimento alla procreazione assistita, che ormai è da molti ritenuta un fallimento, visto il numero di tentativi che occorre ripetere per diventare genitori, e viste le conseguenze dolorose che lascia nell’animo della donna.

Esiste una nuova frontiera per arrivare alla genitorialità che si chiama “maternità in affitto”. Questa modalità consiste nel “chiedere” ad una donna di diventare madre per la durata della gestazione, per poi affidare il bambino alla coppia richiedente. E il concepimento del figlio può avvenire con il seme del futuro padre, o con un seme “garantito” offerto dall’organizzazione. E anche se il seme venisse inviato a queste cliniche specializzate, non sempre è assicurato l’utilizzo di quel seme. Le prove comparative del DNA tra il padre e il figlio hanno mostrato varie volte la loro imcopatibilità biologica.

Non dobbiamo trascurare questo nuovo fenomeno, di cui non si conoscono affatto le cifre, perchè la maternità in affitto è una pratica al limite della legalità, e per questa ragioni non possono essere stilate statistiche precise.

Sono vari i paesi che hanno acconsentito a questa pratica generativa (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Georgia, Grecia, Russia e India); poi esistono altre nazioni dove questa modalità  è completamente illegale, e viene praticata saltuariamente in clandestinità.

Laddove la maternità in affitto è illegale, vi sono dei mediatori, che diventano gli assoluti protagonisti di questa tratta di essere umani. Queste organizzazioni che perseguono  finalità di lucro, da un lato assoldano le donne povere per diventare madri a tempo limitato, e dall’altro trovano persone disposte a diventare padri e madri a tutti i costi. Si tratta di persone, che non sarebbero mai potuti diventare genitori, come possono essere le coppie omosessuali.

E l’illegalità attecchisce maggiormente nei paesi in Via di Sviluppo, come ad esempio sta accadendo in India. Diverse donne vengono comperate per svolgere il servizio di affitto dell’utero più volte durante l’età della fertilità biologica. Questo sfruttamento della condizione femminile è disumano e non deve essere assolutamente trascurato e nemmeno relativizzato. Alcuni benpensanti sono arrivati a dire che questo è un “lavoro” più dignitoso di altri, perchè consente alle donne di raggiungere una maggiore indipendenza economica e una migliore prospettiva di vita.

Ma non dobbiamo dimenticarci che dietro questi fenomeni esistono organizzazioni criminali che sfruttano queste donne. E poi interroghiamoci seriamente: queste donne “affittate” per diventare madri, a quali conseguenze psicologiche e spirituali, vanno incontro prima, durante e dopo quella gravidanza? In realtà, il loro stato d’animo, il loro benessere spirituale è completamente trascurato, anzi la maggior parte delle volte nemmeno considerato.

Come si può pensare che il bambino o la bambina che portano in grembo per almeno nove mesi non abbia nessuna relazionalità con la mamma. Oltre alla flagellazione della dignità di queste donne schiave fino al punto di affittare l’utero, si parla poco anche della condizione e destino dei bambini generati su ordinazione. Già è drammatico per una mamma decidere di dare in adozione un proprio figlio. Figuriamoci una mamma in affitto, che non ha desiderato quel bambino, ed è solo per una serie di ragioni utilitaristiche, commerciali e materialistiche che accetta di vendersi una gravidanza.

Dal punto di vista psicologico, la mamma in affitto cercherà di portare avanti la gravidanza  con freddezza, evitando di sviluppare una relazione d’amore con il figlio che porta in grembo. Gli accordi di tipo commerciale che stanno alla base del concepimento e della gravidanza rendono quel bambino indesiderato moralmente. Il figlio è concepito come strumento di guadagno.

Ora spostiamo l’attenzione dalla madre in affitto al figlio nato da questa donna. Questo bambino un domani crescerà, ed avrà il diritto a conoscere la sua vera storia. Siamo arrivati al punto della questione: i genitori che avranno cresciuto questo figlio nato da un madre in affitto, avranno il coraggio di raccontargli tutta la verità sulla sua nascita e sulla sua storia?

Spesso illegalità e verità non sempre convivono pacificamente, ma il primo tende a nascondere l’altro. Molti figli probabilmente non conosceranno la loro storia, vivranno il peso dell’inganno sulle loro origini. E questo comprometterà seriamente le relazioni dentro la famiglia: il silenzio su alcune verità determina imbarazzo, e questo impedisce legami affettivo autentici e spontanei.

E se i genitori dovessero raccontare la vera storia, quale potrebbe essere la reazione del figlio, quali pensieri e stati d’animo travolgerebbero il cuore di quella persona? E poi pensiamo solo un attimo al desiderio legittimo di quel figlio che un domani vorrà conoscere la sua madre biologica e il padre che avrà donato il suo seme. Ci saranno i mezzi per effettuare questa ricerca, o tutto sarà stato tolto di mezzo da quelle organizzazioni senza scrupoli, che avranno cancellato ogni prova per non lasciare traccia del loro reato?

Non è possibile che un figlio nasca “per procura”, non è possibile concepire un figlio come se fosse un ordine passato alla fabbrica, che poi debba essere venduto sul mercato per trarne profitti.

La dignità della persona umana risulta essere gravemente ferita. Come avviene in tutti gli ambiti di illegalità, c’è urgente bisogno che le istituzioni civili internazionali intervengano per impedire nuove forme di schiavismo.

Di Osvaldo Rinaldi da Zenit.org

 

“Utero in affitto e’ schiavismo”. Parola di femminista

La voce di una donna si leva contro la pratica dell’utero in affitto. E non è la voce di una reazionaria, bensì di una storica rappresentante dell’intellighenzia progressista francese. Si tratta di Sylviane Agacinski, filosofa femminista, moglie dell’ex primo ministro socialista, Lionel Jospin.

Ha recentemente realizzato una nuova edizione del suo libro del 2009 “Corps en miettes” (Corpi lacerati). L’esigenza di uscire con una nuova edizione è spiegata dalla stessa autrice in un’intervista a “FranceInfo”: “Bisogna lottare contro la disinformazione e l’enorme propaganda sulle madri surrogate, che una nuova pratica sociale vorrebbe far diventare le schiave del mondo moderno. Soprattutto le donne devono resistere”.

La Agacinski ha dunque proseguito: “Non si tratta di una tecnica ma di una pratica sociale. Nel mio libro ho voluto dare a chi si interroga sulla sua legittimità tutti gli argomenti per opporsi a una tentazione permanente. Quella di dire: se c’è una nuova possibilità tecnica, allora va bene, bisogna attuarla ma questo significa abdicare al diritto, all’etica e alla dignità della donna”.

Ritiene inoltre che sia “falso dire che siano gli omosessuali a chiederla: sono piccole lobby gay e gruppi socialisti che parlano di ‘libertà per i gay di avere figli’. Molti gay hanno figli generati in modo ‘artigianale’ con delle donne”. La filosofa femminista si chiede dunque: “Perché bisogna privare i bambini di una madre? E perché bisogna trattare le donne come mezzi di procreazione di bambini?”.

In Francia la maternità surrogata viene definita Gpa, cioè gestazione mediante altra persona, un termine che la Agacinski disapprova energicamente. “Usare questi termini significa fare disinformazione – afferma – ma di cosa stiamo parlando? Questa pratica riduce la donna a uno strumento, la sua vita a un mezzo. La donna è una persona, non una femmina riproduttrice”. (F.C.)

articolo tratto da www.zenit.org

Utero in affitto, schiavismo moderno

gammyIl vaso di Pandora l’ha scoperchiato la vicenda del piccolo Gammy, il neonato abbandonato – in quanto affetto da sindrome di Down – da una coppia di non più giovani aspiranti genitori australiani che si erano recati in Thailandia per “commissionare” la gravidanza a una donna del posto. Storia che rappresenta soltanto la punta di un iceberg che si estende nei meandri miserabili del Terzo mondo. Donne povere e disperate lasciano per denaro che la propria dignità venga schiacciata dal “diritto al figlio” reclamato da ricchi occidentali. L’umiliazione cui si sottopongono è attestata dai contratti che regolano il loro rapporto con i committenti, i quali curano ogni minimo dettaglio affinché il proprio “diritto al figlio” sia “soddisfatto o rimborsato”. Di questo moderno fenomeno di schiavismo ce ne parla la prof.ssa Assuntina Morresi, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica.

***

Prof.ssa Morresi, può aiutarci a fare ordine tra le varie modalità di gravidanze a pagamento?

Esistono due modalità, quella “tradizionale” e quella “gestazionale”. Nella gravidanza a pagamento “tradizionale”, la donna che porta avanti la gravidanza è anche la madre genetica del nato: la donna che partorisce è cioè a tutti gli effetti la madre naturale del bambino, perché gli trasmetterà anche il proprio patrimonio genetico. Detto in altri termini, il bambino ha due madri: la prima che potremmo definire “naturale”, cioè quella che ha partecipato al suo concepimento mettendo a disposizione un proprio ovocita, e che al tempo stesso ha portato avanti la gravidanza e che lo partorirà, e la seconda madre “legale”, cioè quella che ha commissionato la gravidanza, e che si prenderà cura del bambino, crescendolo. Nella gravidanza a pagamento “gestazionale”, invece, il nascituro è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e partorisce, la quale quindi non ha legami genetici con il bambino. In questo caso il bambino può avere fino a tre madri: quella “genetica”, che ha dato il proprio ovocita; quella “gestazionale”, che ha portato avanti la gravidanza e che partorisce; quella “legale”, che ha commissionato la gravidanza e che si prenderà cura del bambino. A volte la prima e la terza – madre genetica e legale – coincidono.

Da cosa sono accomunate queste due modalità? Quali obblighi deve osservare la mamma surrogata?

Hanno in comune un contratto fra la coppia – o la persona singola, a seconda dei casi – committente, cioè quella che vuole un figlio e paga tutte le procedure necessarie per averlo mediante questi percorsi, e la donna che accetta di portare avanti la gravidanza a pagamento e di rinunciare al figlio appena nato. Dal momento in cui firma, la madre surrogata deve rispettare gli obblighi del contratto, che solitamente le indicano un preciso stile di vita a garanzia della salute del nascituro: niente fumo, alcool, droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di ingrassare rispetto a un peso forma, poco caffè, niente contatti con animali domestici, no ai dolcificanti, e così via. Se il neonato avrà qualche disabilità o malattia, sarà facile addossarne le responsabilità alla gestante, che dovrebbe restituire le somme eventualmente ricevute, e tenersi il bambino. Per garantire buone condizioni igienico sanitarie e uno stretto controllo medico, spesso le madri surrogate restano all’interno di apposite “case”, possibilmente accanto alle cliniche dove si sono sottoposte ai trattamenti che hanno procurato loro la gravidanza, e dove partoriranno. In queste dimore protette, lontano dalle loro famiglie, sono continuamente sotto controllo.

Nei contratti è previsto anche l’aborto? In quali casi? E laddove il bambino, una volta nato, abbia bisogno di essere rianimato, cosa succede?

L’aborto può essere previsto nel caso in cui la gravidanza è plurigemellare, per evitare che nascano bambini prematuri, o semplicemente perché i committenti hanno concordato un numero di bambini inferiore a quello che risulta dalle ecografie. Generalmente l’aborto è incluso nel contratto in presenza di malformazioni al feto. Per quanto riguarda la rianimazione del neonato, come in tutti i casi in cui si rende necessaria una decisione di tipo medico riguardante la gravidanza, questa spetta solamente ai committenti o, in loro assenza, al loro medico di fiducia. Se la madre surrogata si rifiuta di seguire le indicazioni date, il contratto si considera interrotto, eventuali somme ricevute dalla donna vanno restituite e il bambino rimane a suo carico.

In quali Paesi è maggiormente diffusa la pratica dell’utero in affitto?

È diffusa in due tipologie di Paesi. La prima è quella dei Paesi terzi: zone con sacche di povertà estese – per esempio alcune regioni di India, Thailandia e Guatemala, o anche Paesi dell’ex zona a influenza sovietica – in cui ci sono molte donne povere, scarsamente tutelate dal punto di vista dei diritti umani, poco istruite e anche poco consapevoli di avere dei diritti. La seconda è quella del Nord America, dove vale sempre il movente economico – non esistono donne in carriera con ricchi stipendi disposte a diventare madri surrogate – ma il contesto giuridico è tale da rendere questo mercato maggiormente regolato, anche solo dal punto di vista della contrattualistica privata, e le donne vengono pagate di più.

Lo scenario che ci descrive, soprattutto guardando a quelli che chiama Paesi terzi, fa apparire le madri surrogate alla stregua di moderne schiave. Come mai, a suo avviso, in un clima di spiccata sensibilità nei confronti della violenza sulle donne e dello sfruttamento del corpo femminile, a questa orribile realtà viene data così poco rilevanza?

Innanzitutto perché quello nato intorno alle tecniche di procreazione assistita è un mercato enorme, e le spinte a favorirlo ed ampliarlo sono altrettanto enormi. E poi perché dal punto di vista ideologico il “diritto al figlio” viene oramai prima di tutto, oscurando volutamente lo sfruttamento delle donne. Dovremmo sempre ricordare che per ogni coppia che racconta la propria felicità di avere avuto un figlio dalla fecondazione eterologa, c’è sempre qualcuno – che rimane in silenzio – che ha venduto parti del proprio corpo; donne sottoposte a trattamenti altamente invasivi. E dovremmo ricordare che per ogni coppia che rivela di avere raggiunto il proprio sogno di avere un figlio con l’utero in affitto ci sono donne che hanno accettato contratti subumani come quelli di cui abbiamo parlato. Ma adesso l’unico soggetto ad avere realmente diritti è la coppia che desidera un figlio: coloro che “contribuiscono” in altro modo – chi vende i propri gameti, chi porta avanti a pagamento la gravidanza – così come i figli stessi, di diritti sembra non ne possano rivendicare.

Ritiene che le legalizzazioni del “matrimonio gay” e dell’adozione agli omosessuali aprano la strada a una maggior propagazione di questo fenomeno?

La gravidanza conto terzi è l’unico modo in cui una coppia di omosessuali maschi può avere un figlio in qualche modo legato geneticamente almeno a uno dei due, senza ricorrere a rapporti sessuali con donne. Cercando in rete si può vedere come molte delle organizzazioni di maternità surrogata siano dedicate esclusivamente alle coppie omosessuali maschili.

Da membro del Comitato Nazionale di Bioetica, una sua valutazione sulla sentenza della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità della legge 40 rispetto al divieto di fecondazione eterologa?

Dal punto di vista etico, ritengo gravissima l’affermazione di “diritto incoercibile” ad avere figli, ribadita ancora qualche giorno fa da Giuseppe Tesauro, Presidente della Consulta, che ha sottolineato il “diritto ad avere una famiglia e arricchirla con la presenza di figli”. Se il diritto al figlio è incoercibile, allora tutto deve essere subordinato ad esso, compresi altri diritti che, pur teoricamente rispettati, vengono necessariamente subordinati rispetto a quelli cosiddetti incoercibili.
Federico Cenci – Zenit.org