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Ringrazio Dio per questa sterilita’ feconda

adozioneDico brevemente di me. O meglio di noi, me e mio marito Gabriele. Ci siamo sposati nel 2010 e da lì il buon Dio ha deciso di farci accompagnare dai nostri primi due figli per un piccolissimo pezzetto di strada, subito poi preferiti e richiamati a Lui. Dopo alcune vicende mediche complesse e il desiderio di poter diventare madri e padri che accresceva ogni giorno, i medici ci hanno detto che non avremmo più potuto avere figli. Ovviamente il contraccolpo, anche e soprattutto per le vicende attraverso cui eravamo passati negli anni precedenti, è stato grosso. Cosa c’entrava dunque quel desiderio di maternità e paternità che avevamo nel cuore, che non ci eravamo messi noi, che continuava a crescere? A crescere, sì. Perché il paradosso è che dopo quella diagnosi, che ci aveva come tagliato le gambe, quel desiderio si è fatto più forte. Io, seppur con un po’ di rabbia e un po’ di tristezza, avevo la stessa identica domanda che mi urgeva: questo desiderio nel cuore non me lo sono messo io, ora Tu in qualche modo devi compierlo. Però, perché io sono la donna dei però, se c’era una cosa che mi faceva davvero innervosire era quando alcuni amici mi parlavano di “modi diversi di essere madri e padri”, quando sentivo questa cosa mi infuriavo.
Finché Luca ci hai invitato al Pellegrinaggio di inizio anno di Famiglie per l’Accoglienza. E lì un contraccolpo infinito: non gente triste o che aveva optato per un ripiego (scusate i termini, ma era ciò che io pensavo all’inizio) ma gente felice, piena! Era davvero desiderabile. Così abbiamo incominciato a cercarvi, desideravamo capire perché eravate così e guardarvi. Stare con voi. Abbiamo iniziato a vedere alcuni di voi un po’ più spesso. Un’amicizia che era una condivisione fino alla “piccolezza” che mi sentivo o al dolore che avevo nel cuore.
Fino alla proposta di iniziare i minicorsi per l’adozione. E lì il primo regalo immenso. Una sera, a metà del percorso, tornando a casa con mio marito in macchina gli ho detto: «Questa sera per la prima volta mi è venuto da ringraziare il buon Dio per la nostra sterilità». Perché avevo davvero percepito che lì dentro, proprio in quello che a noi sembrava il più grosso impedimento, c’era una promessa di fecondità e pienezza infinita. E più guardavo le coppie che ci tenevano il corso più dicevo: io voglio essere così. E mi sentivo preferita! Perché non dovevo tagliare fuori nulla, nulla. Nemmeno la fatica o il dolore. Ma c’era una promessa infinita. E non solo, avevo sotto gli occhi la testimonianza di questo: gente piena, feconda.
La faccio breve: a dicembre abbiamo presentato la domanda di adozione in tribunale. Da lì è proseguita l’amicizia con alcuni di voi. Avevamo sotto gli occhi una bellezza e un’abbondanza inimmaginabili.
Ma il buon Dio aveva in serbo per noi ancora qualcosa di diverso. E così dopo poco più di un mese dalla consegna della domanda, la scoperta di questa gravidanza, sotto lo sconcerto generale dei medici, che di fronte a quel fatto, che era li anche davanti ai loro occhi, ancora mi guardavano e mi dicevano: «ma signora, lei non può avere figli!» Fino alle dimissioni con il referto più simpatico: «Accettazione: paziente nota per sterilità. Dimissioni: gravidanza iniziale».
Ci stava chiedendo ancora di abbandonarci. Lui può davvero tutto. Anche dove tutto il mondo dice l’opposto, Lui può tutto. Nei mesi successivi guardavo mio marito e ancora una volta mi sono sentita addosso una preferenza infinita. Ma non per il fatto della gravidanza in sé, di certo miracolosa e senza nulla togliere a questo dono immenso per cui siamo così grati. Mi dicevo: ma noi non saremmo potuti arrivare così, io e te, ora, ad accogliere questo dono, perché più che accoglierlo con gratitudine e custodirlo non puoi fare, senza tutto il percorso fatto finora. E la cosa che mi sconvolge, perché se vuoi un po’ è strana, è che più penso a come vorrei guardare mia figlia, più continuano a venirmi in mente i volti di alcuni di voi. Essí che siamo circondati da amici con tre, quattro figli biologici. Invece no. Marta e Raffaele con Enrico. Somma e Gabri con Matteo e Miriam.
Somma, all’incontro con Filonenko avevi chiuso parlando di un abbraccio che precede qualsiasi iniziativa. Abbraccio a cui a noi é chiesto di cedere con un sì, difficile da dire, ma che ci rende capace di essere testimoni di speranza per i nostri figli.
Io desidero guardare nostra figlia Francesca così. Per questo la domanda insistente di questi mesi è che possa continuare ad essere accompagnata da voi, che mi siete testimoni in questo. E per questo sono qui.
Annalisa

La meravigliosa normalità di mamma Elisa

Elisa Lardani, una donna meravigliosa, è morta partorendo Maddalena, la sua quarta figlia (28 febbraio 2015).  Una donna semplice che con la sua fede ordinaria ha smosso tanti cuori. Al suo funerale, una festa della vita e della fede è stata ricordata così:
Carissimi Chiara, Francesco, Maria e Maddalena Elisa, come tutte le mamme che vi conoscono, o che sentono parlare della vostra famiglia (la vostra storia sta facendo il giro del mondo), ho il cuore stretto per voi. Non faccio che pensare a voi in questi giorni. Anche al vostro babbo, certo, ma lui è grande e forte, e poi io sono una mamma, non posso fare a meno di preferire i più piccoli. Vorrei correre da voi ad abbracciarvi e baciarvi, ma so che non servirebbe a niente, perché non sono i baci di una mamma qualsiasi quelli di cui avete nostalgia. Vorrei venire a cucinarvi una torta, ma immagino che ci sia chi lo fa per voi, e poi la vostra mamma era una cuoca bravissima, mentre io sono una schiappa. Vorrei prendermi il dolore al posto vostro, ma purtroppo neanche questo adesso è possibile. Vorrei fare qualcosa per voi, ma che, mi chiedo. L’unica cosa che so un po’ fare è scrivere (niente di che, per carità, ma sempre meglio di come sono capace di cucire, cucinare, cantare e un sacco di altre cose). Allora questo, volentieri, posso provare a farlo per voi.

Voglio raccontarvi di quello che la vostra mamma mi ha lasciato in eredità, perché anche a me, come a tante persone che ha incontrato, mamma Elisa ha lasciato qualcosa di buono. Innanzitutto mi ricordo, non vi arrabbiate, che prima che la incontrassi mi stava un po’ antipatica. Don Luca Castiglioni, il vostro don Luca – che anche se ora deve stare un po’ lontano vi vuole sempre un bene tremendissimo – mi parlava spesso dei vostri genitori e di voi. Di voi tre “grandi”, perché la sorellina ancora non c’era. Mi diceva che voi eravate simpaticissimi, e un po’ casinari (si dice anche da voi a Orvieto? Da noi a Perugia sì) e che i vostri genitori erano davvero una coppia di meravigliosi sposi che si volevano un bene profondo e vero, e che volevano tantissimo assomigliare a Gesù, e che ce la mettevano tutta per riuscirci. Voi mi chiederete perché la mamma mi stesse un po’ – ma giusto un pochino – antipatica. Ma, a dire la verità solo perché don Luca ne parlava troppo bene, e noi femmine grandi a volte siamo un po’ strane, ci piace sentirci le più brave e le più belle, e questa è una di quelle cose che chi vuole assomigliare a Cristo deve combattere (infatti io sono indietro rispetto ai vostri genitori).

Comunque una volta don Luca mi ha proposto di incontrarci, a Roma, e allora io vi ho invitati a casa che con tutti i bambini era più semplice. Non so se voi vi ricordiate, immagino di no, o forse Chiara e Francesco sì (i miei Tommaso, Bernardo  si ricordano di voi, Lavinia e Livia solo vagamente). Mi ricordo che ho cucinato per voi il mio menù base, detto menù uno (pasta alle olive e pinoli, arrosto con patate) poi siamo andati in giardino – giardino è una parola grossa per noi umbri, da usare per quella striscia di spazio tra i palazzi, ma insomma siamo andati fuori –  dove il nostro babbo (che quel giorno era al lavoro) aveva gonfiato la piscinetta, riempita con l’acqua tiepida, e così avete un po’ sguazzato tutti insieme. Intanto io chiacchieravo con i grandi, soprattutto con la vostra mamma che, ve lo dico subito, non ha fatto in tempo a entrare in casa che già mi era diventata simpaticissima (anche se un po’ troppo bella per i miei gusti, con quel suo fisico da ballerina). Il fatto è che – non vorrei esagerare e farne un ritrattino troppo benevolo solo perché è morta, ma vi assicuro che non è così -proprio non era possibile trovarla antipatica. Il suo sorriso, la sua dolcezza disarmante ti conquistavano in due nanosecondi. Ho abbassato ogni difesa e ho pensato subito “questa deve diventare mia amica”.

Lo sapete la cosa che mi ha colpito più di lei? Elisa ascoltava. Stava lì, davvero, mentre parlavi sembrava che per lei esistessi solo tu. Ti guardava e ti ascoltava veramente. Mi ricordo che appena ho saputo che faceva la psicologa le ho parlato di un ragazzino a me molto caro. E lei non mi ha dato soluzioni: qualche suggerimento, una strada da tentare. Ma soprattutto mi aveva colpito quanto mi avesse ascoltata, prendendomi sul serio, cercando di farsi carico della mia preoccupazione, preoccupandosi anche lei per questo ragazzino.

La seconda cosa che ho notato è che la vostra mamma era una persona riposante. Ti faceva venire voglia di metterti vicino a lei e di prenderti una vacanza dalla fatica. Questo è l’effetto che fanno le donne accoglienti: ti dicono “vai bene così, per me è una cosa buona che tu ci sia”. Non so se anche con voi ci riuscisse, mi è sembrato proprio di sì, anche se per una mamma è più difficile dire sempre al figlio “vai bene così”, perché un po’ noi vi dobbiamo dire che ci andate bene, che siete meravigliosi, ma un po’ vi dobbiamo anche correggere e insegnare delle cose. Insomma, secondo me tante persone la cercavano, la vostra mamma, perché era molto bello sentirsi guardati così come faceva lei.

La terza cosa che ho notato era quanto il vostro babbo le vuole bene, e quanto lei ne voglia a lui. Forse voi ora non vi rendete conto perché ci siete cresciuti in questa abbondanza di amore, e lo avete respirato come l’aria, forse vi è sembrata una cosa normale, ma dovete sapere che non è affatto così. Non è così in tutte le coppie, in tutte le famiglie. Anzi, la vostra è un po’ speciale. Direi che il segreto di mamma e papà era Gesù, loro lo avevano incontrato e lo avevano messo al centro. Per questo sentivano l’urgenza di andare a invitare altre persone, altre famiglie, a questa festa che è la vita con Gesù. Per questo cercavano di stare insieme a Lui, e magari a volte è successo che vi abbiano lasciati un po’ di tempo per fare i ritiri e gli incontri, ma, se vi è dispiaciuto un briciolino qualche volta, sappiate che lo facevano per aiutare tutte quelle famiglie che facevano tanta fatica perché non avevano fatto questo incontro fondamentale. I vostri genitori sono speciali, Dio li ha preparati da lontano per una grande missione, per essere un segno per tante famiglie, la testimonianza di quanto ci si possa amare con la grazia di Dio, di quanto il mistero grande che è il matrimonio – l’unione di due persone diversissime – sia possibile. Così la bellezza della vostra mamma è potuta diventare così splendente perché vicino a lei c’è sempre stato il vostro babbo, che è un uomo veramente eccezionale, un vero uomo come ce ne sono pochissimi in giro.

La quarta cosa che ho notato è stata la pazienza della vostra mamma. Cambia costume, cambia maglietta, asciuga i capelli, non ti rituffare, va bene sì l’ultima volta, non tirare supereroi in aria, non spingere tua sorella… le cose normali di ogni mamma, ma fatte con calma, come se il tempo fosse da vivere in ogni secondo, al presente. Anche io cambio costumi e magliette e asciugo capelli e faccio saggissime raccomandazioni, solo che io ogni tanto urlo come una strega (vi prego, ditemi che succedeva anche a lei, ogni tantissimo, su, ditemelo anche se non è vero). Ecco, mi era sembrata una donna che stava esattamente al suo posto in quel momento, come se quello fosse proprio il posto giusto dove stare, non una che facesse qualcosa di fretta per scappare via da un’altra parte. Anche questa è una cosa che si impara a forza di ginocchia, cioè pregando. L’adesione alla realtà, l’obbedienza alla circostanza presente, in ogni istante.

Sono state poche ore quelle che ho passato con voi, e la vostra mamma mi ha insegnato così tanto! Chissà quanto amore ha potuto dare a voi tre in questi anni. Alla piccola Maddalena Elisa non ha potuto dare anni di amore, ma le ha dato tutto quello che aveva, la vita.

Noi vi vogliamo tanto bene. Sappiate che ci siamo per voi, sempre, in qualsiasi momento, se volete fare un bagno in una piscinetta minuscola piena di moccio e sassi e moscerini, se volete fare una passeggiata a Roma, se volete mangiare pasta alle olive (ma posso anche fare altro, dai, non ascoltate quei brontoloni dei miei figli) o giocare. Quella degli amici di Gesù è una vera famiglia, per cui qualsiasi cosa vi possa servire fateci un fischio, e se non possiamo aiutarvi noi, chiederemo ad altri amici. Siamo tanti, tantissimi, e non vi lasceremo soli.
Costanza Miriano dal suo blog

EllaOne: contraccezione o aborto?

feto bellissimoPartiamo da un presupposto: il meccanismo d’azione di ellaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, non è esclusivamente di tipo antiovulatorio. Le donne che assumono ellaOne nel periodo fertile del ciclo mestruale per la maggior parte ovulano e possono concepire, ma, essendo il loro endometrio irrimediabilmente compromesso a causa dell’azione della pillola, non si verificherà l’annidamento dell’embrione nell’utero materno e verrà così provocata la morte del concepito.

Il possibile effetto antinidatorio è incompatibile con la legislazione italiana. La legge di riferimento, quando si parla di contraccezione, è la L. 405/75, istitutiva dei Consultori familiari. Nel suo primo articolo essa definisce la procreazione responsabile e finalizza quest’ultima alla tutela della salute della donna e del “prodotto del concepimento”, escludendo così i metodi con meccanismo d’azione post-concezionale.

Anche la recente sentenza della Corte Europea di Giustizia del 18 ottobre 2011 ha riconosciuto nella fecondazione l’inizio della vita e nel concepito un soggetto che deve essere tutelato. La Direttiva europea 2001/83/CE, relativa ai medicinali per uso umano, all’art. 4 prevede che le procedure di approvazione comunitaria non impediscono ai singoli Stati della UE di vietare farmaci contraccettivi o abortivi incompatibili con le rispettive legislazioni nazionali.

Inoltre la Direttiva europea 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, recepita dal nostro Codice del Consumo nel 2007, prevede che l’informazione all’utenza sia corretta e in nessun modo ingannevole. Essa non deve infatti contenere informazioni false, ma neppure ingannare il consumatore medio nella sua presentazione complessiva (anche se l’informazione sia di fatto corretta) riguardo all’esistenza o alla natura del prodotto, cioè alle sue caratteristiche principali, fra cui la sua composizione, l’idoneità allo scopo ed i risultati che si possono attendere dal suo uso.

Nel foglietto illustrativo di ellaOne si dice che si ritiene che la pillola “agisca bloccando l’ovulazione”, ma se ne omette il possibile effetto antinidatorio, e dunque abortivo.

La presentazione di questo farmaco come “contraccettivo”, termine correntemente usato per indicare la prevenzione del concepimento (inteso come fecondazione) è ingannevole: potrebbe indurre infatti ad utilizzarlo persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio.

La relazione tecnico-scientifica “Ulipristal acetato (CDB 2914) – Meccanismo d’azione: aspetti scientifici, deontologici ed etici” della Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo del 16 aprile 2010 riporta a questo proposito il risultato di alcuni studi:

“In uno studio condotto su 618 donne negli Stati Uniti di età inferiore a 50 anni l’11,8% del campione riteneva che la contraccezione d’emergenza agisse prima del concepimento, il 56,6% tra il concepimento e l’impianto nell’utero ed il 18,1% dopo l’impianto. Il 48% dello stesso campione considerava la fecondazione come l’inizio della vita umana, contro il 19% che individuava tale inizio con l’impianto dell’embrione o fasi successive. (…) In un altro studio, condotto su 581 donne di età media poco superiore ai 30 anni, è risultato che il 39,4% non avrebbe assunto un metodo contraccettivo che avesse esercitato la propria azione dopo la fecondazione. Il 46,3% ha individuato l’inizio della vita umana con la fecondazione contro il 35,7 che ha indicato l’impianto o fasi successive. (…)

La collocazione dell’inizio della vita umana e la religiosità sono fortissimi predittori dell’attitudine delle donne ad utilizzare o rifiutare i contraccettivi in base al meccanismo d’azione (non quindi sulla base della semplice indicazione contraccettiva). Il più recente studio in questo senso, condotto su 178 donne di 18-50 anni che frequentavano due centri universitari di medicina generale, ha confermato i precedenti risultati indicando che il 30% delle donne ritiene che la vita inizi al momento della fecondazione, il 47% indica la fecondazione come momento di inizio della gravidanza, il 20% darebbe il consenso all’utilizzo della contraccezione d’emergenza solamente se essa agisse prima della fecondazione, il 34% la utilizzerebbe solamente se il proprio medico la informasse assicurando che essa non provoca alcun aborto.”

Il fatto che nel foglietto illustrativo di ellaOne manchi un riferimento diretto al possibile impedimento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno rende l’informazione alle possibili utenti difettosa ed inesatta sia dal punto di vista tecnico-farmacologico che sotto il profilo del consenso informato.

Detta lacuna nell’informazione all’utenza, secondo la Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo, “può costituire un importante ostacolo all’esercizio dell’autonomia decisionale della donna e alla sua capacità di assumere decisioni non in contrasto con le proprie convinzioni etiche da cui potrebbero derivare potenziali rischi per la propria salute psichica. (…) un consenso dato senza adeguata e completa informazione sarebbe da ritenersi “non valido”, condizione a cui sarebbero riconducibili possibili problematiche sia in ambito penalistico che civilistico nei confronti del medico (e della struttura) che ha prescritto il farmaco.”

Un’altra questione di particolare rilevanza riguarda la disposizione dell’art. 3 della Determinazione Aifa dell’8 novembre 2011, che subordina la prescrizione del farmaco alla presentazione di un test di gravidanza ad esito negativo basato sul dosaggio dell’HCG beta, al fine di escludere una gravidanza in atto.

L’ hCG (Human chorionic gonadotropin) o gonadotropina corionica è un ormone prodotto dall’embrione, subito dopo il suo impianto nell’utero.

Il test di rilevamento dell’ormone beta hCG nel sangue o nelle urine, che si dovrebbe esibire al momento della richiesta di prescrizione del farmaco, può dare esito positivo di una eventuale gravidanza solo 7-8 giorni circa dopo la fecondazione, quando l’embrione si è già annidato nell’utero; pertanto, se c’è stata la fecondazione ma l’embrione non si è ancora annidato, il test darà come esito un falso negativo, anche se l’embrione sta viaggiando verso l’utero e, quindi, la gravidanza esiste.

Il concepito rimane dunque “invisibile” al test per circa 7-8 giorni, un intervallo di tempo nel quale il livello di beta HCG non si positivizza. Quindi i test attualmente in uso non servono a escludere un’azione abortiva della pillola, perché non segnalano la presenza dell’embrione se esso non è ancora annidato in utero.

Esiste un test più sensibile che potrebbe segnalare la presenza dell’embrione poco dopo la fecondazione. Entro due giorni da quest’ultima è possibile infatti rilevare nel circolo materno il Fattore Precoce di Gravidanza: l’EPF (Early Pregnancy Factor) che appunto è presente quando inizia una gravidanza.

L’EPF è una sostanza immunosoppressiva, prodotta dall’ovaio prima dell’impianto dell’embrione in utero, che appare circa 48 ore dopo la fecondazione ed è la risposta ormonale della madre ai segnali endocrini che l’embrione appena formato invia, segnalando la sua presenza.

L’impiego del test del dosaggio dell’EPF nel sangue non è però a tutt’oggi standardizzato e non costituisce per il momento un esame di routine a causa del dispendio economico e di tempo che comporta.

Riguardo alla disposizione dell’esecuzione del test di gravidanza preliminare, occorre inoltre rilevare che le donne che volessero farsi prescrivere ellaOne potrebbero anche presentare il test di gravidanza sulle urine eseguito da loro stesse o da altre donne in un periodo di assenza di rapporti sessuali o di rapporti sessuali verificatisi nel periodo infecondo nel ciclo. Il test risulterebbe così negativo e la pillola potrebbe così essere messa da parte, come “scorta” per le “esigenze future”.

Un altro aspetto importante da rilevare riguardo all’informazione data sulla “contraccezione d’emergenza” (in cui è inclusa anche ellaOne), è l’affermazione che la sua diffusione costituisca il presupposto fondamentale per un minore ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Numerosi articoli documentano invece come il ricorso alla “contraccezione d’emergenza” (CE) non riduca l’abortività volontaria, che, anzi, in diversi casi, aumenta. Infine, si deve rilevare come la disinformazione di molte donne riguardo alla fisiologia della riproduzione, soprattutto delle adolescenti, maggiori consumatrici di contraccettivi di emergenza, porti spesso ad un uso fuori luogo e magari ripetuto della contraccezione d’emergenza.

Nel testo “Sessualità e riproduzione: tutto sotto controllo?” vengono riportati i risultati di uno studio (Bonarini 2004) su mille donne seguite dai Consultori della città di Padova (100 pazienti per ognuno dei 10 consultori dell’area urbana).A queste donne è stato chiesto di indicare la durata del proprio ciclo mestruale, di identificare su di un grafico il periodo fertile del proprio ciclo, di indicare il giorno della propria ovulazione e il giorno presunto dell’ovulazione in un ciclo che durasse solo 22 giorni.

Sono risultate informate il 21,4% delle ragazze di età inferiore a 20 anni, il 28,9% delle donne di età compresa tra 20 e 29 anni, il 29,1% delle donne comprese tra 30 e 39 anni ed il 36% delle donne di 40 anni ed oltre.

La carenza d’informazione costituisce un grave problema etico, perché chi non conosce non è in grado di scegliere consapevolmente e liberamente. Se la donna non ha elementi corretti per scegliere personalmente, le sue scelte saranno effettuate da altri, poiché non fondate su una vera conoscenza ma su informazioni veicolate spesso da “fonti interessate”.

E’ indubitabilmente indispensabile una conoscenza non superficiale del meccanismo di azione di ellaOne sia da parte del medico che prescrive questo prodotto, sia da parte della donna che pensa di assumerlo, al fine che quest’ultima esprima un consenso libero, veramente informato e valido.

* Fonte: Vitanascente.blogspot.it/ Anna Fusina

Sara e Rachele. Quando la serva dava i figli, quasi come oggi.

uteroaffitto1Nella animata discussione che si sta sviluppando sul tema della maternità surrogata è stata tirata in ballo la matriarca Rachele come modello antico e sacro. La storia biblica racconta che la moglie prediletta del patriarca Giacobbe non riusciva ad avere figli e questo la faceva molto soffrire, fino al punto di offrire al marito la serva Bilhà: «unisciti a lei, che partorisca sulle mie ginocchia, e anche io possa avere figli da lei» (Gen. 30:3). Giacobbe obbedisce, Bilhà partorisce e Rachele dice: «il Signore mi ha giudicato e ha anche ascoltato la mia voce e mi ha dato un figlio» (v. 6).

Il paragone con la maternità surrogata starebbe nel fatto che una donna che non riesce ad avere figli ricorre a un’altra donna per averli. Ma fino a che punto il paragone regge? Intanto bisogna ricordare ai frequentatori casuali della Bibbia che la storia di Rachele che citano è la seconda di questo tipo, essendo preceduta da quella di Sara, moglie di Abramo, nonno di Giacobbe. Al capitolo 16 della Genesi si racconta che Sara non avendo figli consegna al marito Hagàr, la sua serva con la speranza di avere figli da lei; Abramo obbedisce, la mette incinta e a questo punto si scatena un dramma tra le due donne che porta alla cacciata di Hagàr, poi al suo ritorno e alla nascita di un figlio: «Abramo chiamò il nome di suo figlio che aveva generato Hagàr, Ismaele» (v. 15; si noti l’attribuzione della paternità e maternità).

Anche qui c’è una situazione di sterilità che viene gestita con l’aiuto di una seconda figura femminile. L’analogia con la maternità surrogata ci sarebbe solo nel primo caso, ma con una fondamentale differenza: nella surrogata («in affitto ») la madre biologica scompare del tutto di scena, nella storia biblica la madre affronta diverse vicende: Bilhà resta in famiglia, fa un altro figlio e alla morte di Rachele diventa la favorita; Hagàr entra in contrasto definitivo con Sara che la caccia via di nuovo e per sempre (almeno finché vivrà Sara); quanto ai figli, altra differenza essenziale: quelli di Bilhà, benché Rachel dica «mi ha dato un figlio», restano figli della madre biologica, divenuta «moglie» (Gen. 37:2), e quello di Sara rimane legato al destino di Hagàr e per questo vittima di una violenta reazione di rigetto («caccia via questa amà e suo figlio», ibid. 21:10).

Nel caso di Rachele, quindi, il tentativo di appropriarsi di un figlio altrui sottraendolo alla madre biologica riesce solo in parte e questa madre non scompare; nel caso di Sara tutta la procedura sembra essere piuttosto una cura contro la sterilità, e il legame naturale tra madre e figlio non si interrompe. Tutto molto diverso dalla maternità surrogata. E ovviamente non si può dimenticare l’altra differenza: l’inevitabile necessità – in tempi biblici – di ricorso alle vie naturali di procreazione, mentre, e solo ai nostri giorni, queste possono essere sostituite dalla più asettica e certo meno appassionante soluzione della provetta.

In più il modello biblico è quello di una famiglia patriarcale dove c’è un uomo fecondo con la sua signora sterile, diverso da alcune situazioni di single o di coppia in cui oggi si ricorre alla maternità surrogata; nella Bibbia in queste storie si apprezza il desiderio di maternità, non quello di paternità. Il messaggio biblico poi insegna una morale: nel caso di Bilhà il dramma si ricompone integrando in famiglia madre e figli, che però restano con una connotazione un po’ secondaria, come figli di una madre meno importante; nel caso di Sara c’è solo dramma, e addirittura, secondo la spiegazione di Nachmanide, questo dramma starebbe all’origine del risentimento storico dei discendenti di Ismaele nei confronti dei discendenti del figlio naturale di Sara, Isacco. Come a dire: andiamoci piano con certe procedure. Un’ultima considerazione: le persone che vengono usate per questo «esperimento» biologico sono delle serve.

Se si fanno confronti tra maternità surrogata e storia di Rachele e Sara, per dire che c’è un precedente che la giustifica, va tenuto ben chiaro che si tratta di sfruttamento di persone non libere. Il che non è un bel modo per giustificare moralmente una procedura attuale.
Riccardo Di Segni
Rabbino capo di Roma Vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica

L’adozione: un cammino di santità per genitori e figli

adozioneLa stagione estiva è un tempo favorevole non solo perche’ e’ possibile trascorrere le giornate all’aria aperta, per godere delle meraviglie del creato. L’estate è un periodo nel quale dare respiro alla propria anima e farla assaporare quel calore e quella freschezza molte volte soffocata dalla frenesia degli impegni di tutto un anno lavorativo. Come l’aria estiva conduce ad uscire dalla propria casa per vivere a contatto con la natura, così l’anima è quasi invitata naturalmente ad uscire dalle abitudini quotidiane per spingersi verso quei desideri e quelle realizzazioni rimasti incompiuti durante l’anno. Questo uscire in realtà è un entrare nelle profondità del proprio essere per capire quali siano le aspirazioni e le intenzioni che vorremmo realizzare. Per un marito e una moglie che non hanno avuto il dono dei figli, il pensiero ricorrente è quello della maternità e paternità. Una ferita profonda nasce nel cuore di ogni uomo e di ogni donna quando i figli non arrivano. Questa piaga dell’anima, che ognuno vive con una propria intensità e angoscia, rischia di trasformarsi in un solco profondo quando questo dolore non viene affrontato, discusso e superato.

L’adozione è una via di santificazione, perchè ha la capacità di guarire le ferite del cuore, costruisce un ponte di comunione di intenti che oltrepassa il valico dell’infertilità e dona quella fecondità spirituale che porta a diventare una madre e un padre. L’adozione è un cammino di santificazione, perchè il cuore della moglie e del marito reagiscono diversamente dal comune modo di intendere e vivere la sterilità fisica. Tantissime coppie, una volta scoperta la loro sterilità fisica, si rivolgono a centri specializzati per la fecondazione omologa o eterologa per arrivare a realizzare il loro sogno. Il figlio nato dalla propria pancia, il figlio della propria carne, il figlio portato nel grembo per nove mesi, continua ad essere concepito come unica via per giungere alla genitorialità. E se questo non è possibile ottenerlo dalla fecondazione artificiale, molte coppie sono disponibili a ricorrere alla maternità in affitto per avere la garanzia di avere un figlio sano e un figlio appena nato.  La santità non consiste solo nella rinunzia di pratiche che soddisfano il bisogno egoistico di avere una bambino a tutti i costi. La santità si traduce nel mortificare il desiderio di maternità e di paternità carnale per decidere di porsi al servizio della vita scartata e abbandonata. La santità dell’adozione apre il cammino dell’accoglienza verso bambini o adolescenti già venuti al mondo. La maternità e la paternità adottiva è disgiunta dal concepimento e dell’età del figlio. È possibile diventare genitori anche di un figlio non piccolissimo di età, perchè essere madri e padri è prima di tutto accoglienza interiore, disponibilità al sevizio educativo e ascolto silenzioso, tutti atteggiamenti aggiuntivi rispetto al fatto di avere dato alla luce un figlio.

La scelta adottiva, come la scelta di ricorrere ad altre forme di procreazioni artificiale, non è una decisione del momento, ma è l’apice di un cammino che scaturisce dal modo di  interpretare il senso del dolore. Un dolore rifiutato normalmente produce altro dolore. Il dolore contiene la forza intrinseca di moltiplicarsi quando non viene riconosciuto e accettato. La catena della sofferenza ha la capacità di aggiungere sempre nuovi anelli per trascinare nuove anime in questa spirale di angoscia. Quando il dolore viene accettato come una volontà di Dio, allora esso costituisce una indicazione che contiene la forza vitale di accompagnare l’uomo verso altre strade che conducono ad aprirsi ai bisogni dell’altro. In questo modo la tribolazione diventa il compimento di una speranza più grande, perchè incarna una volontà superiore. Questa volontà di Dio è il vero bene per noi, semplicemente per il fatto che è pensato e voluto da Lui. Questo è proprio quanto accade con l’adozione. L’accettazione della sterilità fisica apre alla fecondità spirituale e questo conduce gli animi di quella coppia ad aprirsi ad una volontà superiore, una volontà divina, che li condurrà con mano sapiente in un luogo del pianeta dove avverrà l’incontro con i propri figli. Questa santità non è solo dei genitori, ma è soprattutto dei figli adottivi, perché essi se da piccoli sembrano quasi accettare impassivi un destino scritto da altri, quando iniziano a crescere, sono chiamati a maturare e confermare la loro scelta con l’adesione intima a questo progetto di amore che li farà sentire dei veri figli.

Il santo cammino di sentirsi figli di un padre e di una madre che non ti hanno generato, non è certo una via senza ostacoli. Esso è un sentiero in salita che ha sempre pronta la tentazione di maledire la propria storia, di immaginare continuamente come sarebbe stata la propria vita di figlio se fosse rimasto nella famiglia d’origine, di convivere con quel pensiero inquietante sulla sorte dei genitori biologici e dei fratelli rimasti in situazioni precarie e pericolose. In conclusione, l’adozione è una via di santificazione per i genitori e per i figli. Il cammino adottivo conduce alla pace quando è frutto di un’accettazione di quella storia che fa parte di un misterioso disegno di amore di Dio. La famiglia adottiva compie la sua missione quando i genitori e i figli entrano pienamente nella loro storia, e così il Dio della storia benedirà ed accompagnerà quella famiglia nata e sostenuta dai doni dello Spirito Santo.

Osvaldo Rinaldi – Zenit

Quanto e’ moderno essere mamma?

ritratto-bambino-1Avevo promesso a me stessa che mi sarei completamente disinteressata delle celebrazioni per l’otto marzo, perché secondo me, oggi, qui, in Occidente, per come sono concepite hanno la stessa pregnanza di una danza della pioggia in Irlanda. Sono vecchie, obsolete, ma soprattutto strabiche.

Avete visto la schermata di Google, verosimilmente il sito più cliccato al mondo, per il giorno x? (8 marzo ndr)  Donne in tutte le salse – astronauti (ma che fantasia, guarda, non lo avrei mai detto), chimici, cuochi, magistrati, atleti, insegnanti e via dicendo, in quattordici versioni diverse – ma neanche una, dico, neanche una su quattordici in versione mamma. Ditemi voi se non c’è qualcosa di perverso, di intenzionale, di mirato.

Lo stesso dicasi per tutte le celebrazioni analoghe in varie sedi istituzionali. Donne imprenditori, donne in politica, tutte a riempirsi la bocca di parole come diritti e differenza, ma qual è la differenza principale se non la maternità, la capacità di generare vita? Hanno presente, gli organizzatori di tutte le manifestazioni, che siamo il paese che fa meno figli al mondo?

Perché continuano a parlare solo, e sottolineo solo, di tutto ciò che può allontanare le donne dalla maternità, esaltandolo come una conquista, e non parlano mai di quello che può incoraggiare le donne a buttarsi nell’avventura di fare figli, se possibile presto, se possibile non uno solo? Perché tra la donna soldato, quella astronauta, quella imprenditore, perché cavolo non è stata invitata una che fa molto la mamma?

Ho un sacco di amiche mamme multiple molto più audaci e toste e coraggiose e apripista di quelle che ci propongono come modello. Invece il tasso di natalità tra le donne che in molte sedi – purtroppo anche in quelle dove non ti aspetteresti – ci vengono presentate come esemplari è da estinzione nel giro di qualche decennio.

Ora, non vorrei essere fraintesa. Non dico che non sia un bello che le donne abbiano la possibilità di fare tutte quelle belle cose, se veramente lo desiderano. Credo che tutte noi siamo molto grate alle donne che hanno combattuto per conquistarci la libertà di scegliere, perché la libertà è la condizione minima necessaria, è il presupposto di qualsiasi altro discorso sulla donna, e sull’uomo come anthropos in generale. Grazie. Però adesso basta.

Ho chiesto alle mie figlie “ma secondo voi una donna può fare tutto? L’astronauta? L’ingegnere?” mi hanno guardata con condiscendenza, forse con compassione pure. Direi come se avessi chiesto “ma secondo voi una mucca può fare il latte?” Io credo che per le future donne, e anche per le attuali giovani donne certi discorsi puzzino di muffa. Le conquiste sono incamerate, andiamo avanti.

Ciò nondimeno, si continuano a fare quei discorsi spingendo sempre sull’acceleratore dell’affermazione femminile, come se questa passasse necessariamente per la negazione della maternità, e io sono certa che sia per un preciso disegno culturale: allontanare le donne dal ruolo materno e, nel caso abbiano figli (succede), invitarle a delegarne l’educazione ad agenzie esterne, non alla famiglia, che non è abbastanza controllabile.

Quali lobby economiche, quali disegni politici ci siano è sinceramente un’analisi superiore alle mie forze, soprattutto alla fine di una giornata come questa, ma più che altro non mi interessa.

Mi sembra invece molto più interessante, in negativo, il fatto che le donne contemporanee siano parecchio inquiete e infelici, e non lo dice qualche Pontificio Consiglio, ma studi e ricerche laicissimi tipo l’American Economic Journal e molti altri citati per esempio da Danielle Crittenden, in Why Happiness Eludes Modern Woman.

A me lo dice la semplice osservazione della realtà. Va bene, siamo libere di fare tutto, siamo anche bravissime a farlo. Possiamo avere una vita sessuale soddisfacente senza essere vittime di condanna sociale, e anche senza il rischio di avere bambini indesiderati, grazie alla rivoluzione sessuale e alla contraccezione. Se i bambini arrivano per sbaglio possiamo liberarcene, e anche se non ne siamo sicure, che un bambino sia arrivato, ma lo sospettiamo solamente, basta una bombetta di ormoni uno o cinque giorni dopo. Possiamo studiare e superare i maschi in tutti i campi. Ci hanno detto di realizzarci, e poi di pensare ai figli. Se non arrivano c’è sempre il piano B, la PMA, e pazienza se costa tantissimo e ha pochissime possibilità di riuscita, e gravi rischi per la salute a breve e a lungo termine.

Ma questo ci ha rese più felici? Non mi sembra, anzi. Io sono circondata di donne sole e alquanto disperate. Donne che non riescono a tenere tutto insieme, e anche se hanno figli e lavori splendidi e gratificanti e ben pagati a un certo punto della loro vita cominciano a chiedersi se vale la pena di correre come matte, e lasciar morire le nonne da sole, o sbattersi come trottole nei tre mesi estivi mendicando ospitalità per i bambini, o ancora perdersi primi passi, prime parole, primi amori dei figli.

Ogni tanto leggo i giornali femminili (un po’ noiosetti per me, tranne le pagine beauty, sono drogata di creme) e mi intenerisco a leggere le storie di donne che si raccontano balle per non ammettere che le loro vite sono terremotate, alluvionate, desertificate, perché non hanno investito abbastanza sulla famiglia, sui figli, e si raccontano che troveranno in se stesse e nel loro progetto – un negozio bio, una galleria di arte, una piccola attività di artigianato – la forza per andare avanti.

Mi si stringe il cuore, perché io sono certa che solo aprirsi alla possibilità di dare la vita o di accoglierla in altri modi se non arriva, solo fare spazio veramente, lasciarsi mangiare da qualcun altro i sogni e i progetti, solo questo rende una donna veramente felice. Di certo non sono le quote rosa a riempire il cuore.
Costanza Miriano – La Croce Quotidiano

Quando accogliere la vita, arricchisce la vita

figliOgni gravidanza e’ una storia d’amore che inizia, ed e’ condita da sensazioni irripetibili, uniche e personali. Ognuna delle mie tre gravidanze e’ stata diversa e particolare. Le ricordo tutte con incredibile chiarezza, con nostalgia, con la consapevolezza di quale tempo di grazia sia stato – nel bene e anche nel male! – soprattutto ora che ho “sforato” i 40 anni già da un po’…

Accolsi la notizia della prima gravidanza con lo stupore di chi si sente cosi’ tanto figlia da ritenere impossibile il potersi occupare di un essere umano che dipende totalmente da te, e nello stesso tempo con la rispettosa riverenza di chi comprende che il percorso evolutivo all’interno della pancia di una mamma richiede una forza, una autonomia, e una prepotenza di vita da stupire un adulto, figuriamoci cosa rappresenti in termini di sforzo per un esserino minuscolo come un embrione prima, e un feto poi.

Era una femminuccia, scelsi il suo nome e cominciai a chiedermi come sarebbe stata. Col passare dei giorni, mentre lei cresceva nella mia pancia, intuivo il suo carattere, la sua personalità. Era tranquilla, gestibile, regolare nelle sue abitudini, “sentivo” di conoscerla come nessun’altro. Quando nacque non fu una sorpresa: era lei, la bambina che avevo imparato a conoscere nei nove mesi che l’avevo con amore ospitata e accolta dentro di me. Era proprio la bambina che avevo immaginato.

La seconda gravidanza mi mise realmente in crisi… non era passata neanche una settimana da quando avevo deciso di non porre più ostacolo alla possibilità di accogliere nuovamente la vita, che subito ero rimasta incinta… tradimento! Non mi sentivo pronta, e non ero stata in grado di comprenderlo prima… come è contraddittorio accogliere fisicamente la vita, ma far fatica ad accoglierla altrettanto pienamente nell’anima e nello spirito. Il rifiuto intriso di paura, eppure alla prima minaccia d’aborto il terrore di perdere quella “presenza” che già sentivo mia, e che sentivo di dover proteggere. L’amore è più forte, e lei oggi è il nostro dono di dodici anni, ma le contraddizioni che portavo in me, le ha prese tutte lei! Eppure la mia bambina è un concentrato di forza di volontà, di caparbietà. Lei si fa largo, lei si fa amare, si impone con la sua presenza e con uno sguardo che ti scioglie. Sento che la avrò vicina per sempre, lei è ricca di amore e di forza. Lei mi ha aiutato a vedere in ogni figlio un dono di Dio, con un ministero preciso, e questo è stato fondamentale per farmi vivere la terza gravidanza.

Il maschio arrivò. Ma quello del suo sesso fu l’ultimo dei miei pensieri quando venni a sapere che era un bambino destinato a morte certa, un “feto terminale” per la scienza.

Da quel momento in poi, il rapporto con questo figlio davvero desiderato e accolto anche se era il terzo (e la gente si spara quando rimane incinta del terzo, come fosse arrivato “per sbaglio”, come se accogliere più di due figli sia roba da pazzi incoscienti), divenne qualcosa di elevato ai massimi livelli. Non eravamo solo madre e figlio, eravamo due complici chiamati a vivere una sfida. Due alleati che dovevano trarre forza l’uno dall’altra, due amanti con poco tempo a disposizione. Io ero la privilegiata, il padre avrebbe avuto comunque nove mesi meno di me per sentirlo “suo”. Ogni giorno poteva essere l’ultimo, ed oltre a pregare ogni Santo di cui avessi fiducia, parlavo con lui, cantavo per lui, gli fornivo suggerimenti e raccomandazioni, e con lui stringevo patti e alleanze.

Ed in modo incredibile ha risolto parzialmente la gravissima patologia che lo affliggeva… oggi è il mio terzo figlio, ha nove anni, con problemi che il mondo chiama “disabilità”, ma che sono il suo punto di forza. Quello che mio figlio ha realizzato grazie alla sua vita e alle sue sofferenze, molti altri non lo ottengono in vite di novanta anni. Tutta la maternità che era in me, e molto altro che si è aggiunto per amore, è stata investita per crescere questa creatura che ha reso la nostra famiglia più piena e viva. Io mi accorsi del suo “ritorno alla vita” ben prima che l’ecografia me ne desse notizia. Per mezzo di quel misterioso cross-talk (colloquio incrociato) l’informazione del suo benessere mi era già arrivata…

Credo che la maternità sia stato di gran lunga il dono più grande ricevuto, essendo nata donna. Avendo avuto una infanzia affettivamente traumatica, non ero sicura di poter dare ai miei figli ciò di cui avessero bisogno. In realtà si trattava di trascendere, imparando a sfruttare ciò che la vita mi aveva dato in precedenza. Avevo ricevuto limoni? Okay, potevo ricavarne limonata… sicuramente ho liberato i miei figli da ciò che ha ferito me. Ma non ho certo potuto proteggerli da tutto; come per me le sofferenze sono state un trampolino di lancio, così lo sarà per loro. Ho scoperto che gli esseri umani migliori sono quelli che hanno davvero qualcosa da raccontare.

Come disse un giorno Aldous Huxley: “L’esperienza non è ciò che vi succede, ma quello che fate con ciò che vi è successo”. 

Sabrina Pietrangeli è fondatore e presidente de La Quercia Millenaria Onlus