Archivi tag: matrimonio

Hina, storia senza rimorso. «Sbagliava, l’ho uccisa» di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 17 gennaio 2011

«Io in Pakistan sarei stato condannato, ma non a trent’anni. A trenta non è giusto. Ho ucciso mia figlia, ma questa è “mia” figlia» . Cinque anni dopo avere sgozzato Hina da orecchio a orecchio, come un capretto, Muhammad Saleem non è per niente convinto d’aver fatto una cosa mostruosa. E non si dà pace. Non si dà pace perché lì in galera non può assolvere il suo dovere di capofamiglia con la moglie e i bambini piccoli. Perché ha coinvolto nel delitto Zahid e Khalid, i fratellastri che aveva preso come mariti per le altre figlie. Perché non si perdona di essere venuto via dal suo Paese per trovare un lavoro in una fonderia bresciana: «In Pakistan non sarebbe successo, perché non c’è discoteca, non c’è la donna libera, non come qua, non così». Nossignore: «Una libertà così non va bene, troppa libertà per la donna. Anche per l’uomo» . Il rimorso, però, no.

Questa è la certezza, sconvolgente, che dà la lettura della sua prima intervista. Concessa nel carcere di Ivrea a Giommaria Monti e Marco Ventura. Due giornalisti dai percorsi diversi, il primo a lungo collaboratore di Michele Santoro, il secondo inviato del «Giornale» e successivamente nello staff di Palazzo Chigi, uniti dalla voglia di capire che cosa accadde quell’ 11 agosto 2006 a Zanano di Sarezzo, nella bassa Val Trompia. E autori del libro Hina. Questa è la mia vita (Piemme, pp. 308, € 16) che, in libreria da domani, ricostruisce «come» lo scontro frontale fra due mondi inconciliabili, «quello cristallizzato del padre e quello magmatico della figlia adolescente in una società come quella bresciana dove tutti lavorano e gli “estra” producono una ricchezza calcolata in quattro miliardi di euro l’anno» , sfociò in un omicidio terribile che scosse l’Italia. È un detenuto modello, Muhammad: «Sembra l’uomo più pacifico del mondo, incapace di fare del male. Sembra l’incarnazione del padre buono e severo per il quale esistono solo il lavoro, la famiglia e la moschea» .

Esattamente come lo ricorda il maresciallo dei carabinieri Antonio Indennitate: «Mai uno scatto d’ira o una parola fuori posto. Un capofamiglia, una persona rispettata. Era uno che nella comunità pachistana riscuoteva molto rispetto e molta stima» . Uno «autorevole» . Al punto che la vicina di casa che la sera del delitto vide i generi di Saleem scavare nell’orto come se dovessero seppellire una bestia, ricorderà che lui non scavava: dirigeva. In realtà, scrivono Monti e Ventura, Muhammad Saleem «è due volte prigioniero: del carcere e della sua tradizione» . E se vogliamo pure del ruolo che, su consiglio degli avvocati, si è cucito addosso. All’inizio, quando si presentò ai carabinieri del paese, disse: «Maresciallo Antonio, ora sono in pace con me stesso, ho ritrovato la mia tranquillità» . Ora no. Continua a ripetere che era accecato «dalla vergogna» : «Non volevo ucciderla. Non volevo ucciderla» . E spiega che no, per carità, lui non ha «mai picchiato i bambini» . Neanche Hina? «Non l’ho mai picchiata» . Il bastone? «Non c’era nessun bastone» . Come poteva? «Io sono un bravo padre» . La figlia aveva paura di lui? «Non capisco» . E giura: «Mai, mai ho sbagliato con Hina. Mai. Io non volevo che mia figlia fosse troppo libera, che si drogasse…» . Dice che gli hanno dato trent’anni («mi piace di più la condanna a morte») perché tante persone «odiano i musulmani, vogliono togliergli la libertà, non so perché, forse perché c’è il terrorismo» . Anche se, assicura, la religione «non c’entra» . Dice che quel giorno è successo tutto per sbaglio, che litigarono perché la figlia «voleva mille euro» , che fu lei a tirar fuori il coltello e che lui glielo strappò e poi tutto è confuso nella sua memoria. Ma al processo, ricordano Monti e Ventura, il pm Paolo Guidi ammonì: «Le è stato impedito per sempre di parlare e di vivere, ma il suo corpo parla e dice l’ultima parola. Un corpo martoriato da più persone che l’hanno aggredita col solo e unico scopo di ucciderla» . L’autopsia non lasciò dubbi: «Nove ferite al collo, sette al volto, otto all’arto superiore destro, due all’arto superiore sinistro e due alla superficie anteriore del torace» . Più di ogni altra cosa, parlava «una tipica lesione da “sgozzamento”o “scannamento”». Lui sospira: «Tutta la vita sempre ho rigato dritto, non ho rubato, mai fregato. Questa Italia ci ha rovinato, ha rovinato tutto, ha ammazzato tutta la mia famiglia. Senza padre e senza marito, sono morti anche loro» .

Quando la moglie Bushra va a trovarlo, dice, non parlano «mai di Hina perché fa male, fa sempre male» . L’orrore, il sangue, la riprovazione morale, il processo, la condanna, la detenzione, il confronto con gli altri detenuti non hanno spostato di un millimetro la sua visione del mondo, della vita, dei valori. Imbullonata al Pakistan, al rigido e rassicurante piccolo mondo antico di Gujrat, alla religione, che con bizzarro strafalcione chiama «regione» : «Io non la mandavo in piscina, è vero. In piscina non ci andava perché per la nostra regione non si può» . Fine. Certo, fu «giusto mandarla a scuola, però la scuola le ha cambiato la vita. Voleva vivere come le sue amiche, questa è la verità. Io non volevo e lei voleva» . Maledetta scuola: «Prima era molto, ma molto brava» , ma «quando ha cominciato le superiori ha cambiato cervello» . Aveva tutto chiaro, lui: «Ho scelto io i mariti delle mie figlie. Glieli ho presentati io. Anche io e Bushra ci siamo sposati così, e prima di noi i nostri genitori» . Perché cambiare? Anche a Hina aveva pensato: «Avevamo scelto un cugino» . Lei disse no. E forse anche quella volta buttò in faccia a suo padre quella frase che Muhammad non poteva capire e che dà il titolo al libro: «Questa è la mia vita» . Dice che non sa perché ha voluto seppellirla nell’orto: «Nella mia mente c’era solo che mia figlia era tornata a casa. Quando è morta pensavo solo a questo, ad averla vicina, a casa mia (…) pensavo solo: ecco, è tornata, è di nuovo a casa» . Proprietà privata.

Poligamia, la mal interpretata liberta’ di coscienza

poligamia--644x362Come si puo’ essere poligami nel mondo moderno? Quando ero ragazzo, a scuola si parlava di poligamia solo con riferimento a popoli ‘primitivi’, ancora non raggiunti dalla civilta’; di quando in quando, nei romanzi di avventura per ragazzi allora in voga, venivano descritti, peraltro con molta discrezione, gli harem di ricchi maraja, di potenti sultani, di esotici sceicchi. Nel romanzo di Kipling, Kim, seguendo il suo lama fino alle pendici dell’Himalaya, entra in contatto con la regina di una tribù poliandrica, che consente cioe’ ad una donna di avere più mariti, e che vorrebbe aggiungerlo al novero dei suoi sposi; offerta che lo tenta, ma che egli, saggiamente, declina. In un modo o nell’altro, la poligamia si presentava nell’immaginario collettivo occidentale come situata in un ‘altrove’ e del tempo e dello spazio, un ‘altrove’ radicale, esotico, irrecuperabile e comunque ingiustificabile.

Stanno ancora così le cose? Certamente sì, ma fino a quando? Sembra che, lentamente, ma decisamente, la poligamia stia acquisendo nel mondo contemporaneo un’immagine nuova e diversa; sembra quasi che si stia imponendo come un fenomeno ‘post-moderno’, che prima o poi andra’ riconosciuto legalmente. Infatti, mentre nei paesi islamici la poligamia, per quanto coranicamente fondata, è divenuta da decenni una pratica pressoché introvabile e della quale comunque si parla il meno possibile, si stanno moltiplicando, in specie nei paesi occidentali più secolarizzati e maggiormente contrassegnati dal multiculturalismo, i segnali di una ‘apertura’ nei suoi confronti. Di qui le richieste, per ora vaghe, ma ben percepibili, di una legittimazione prima della poligamia coranica, poi della poligamia tout-court: risale a pochi mesi fa, la dichiarazione (o la provocazione?) di un alto prelato della Chiesa d’Inghilterra, in merito ad una (a suo avviso doverosa) riconsiderazione dell’esclusività della monogamia. Poco rileva che la proposta sia stata formulata con riferimento solo a chi avesse contratto un matrimonio poligamico in un paese che lo ritenesse legale e che comunque ci siano state in merito proteste di ogni tipo.

La poligamia non è più un tabù; si può certamente continuare a dirle fermamente di no, ma ad avviso di molti sarebbe ormai giunto il momento di parlarne francamente. È un passo avanti (si fa per dire!) non da poco. Ancora più interessanti, a mio avviso, sono però non solo i passi, ma le vere e proprie ‘fughe in avanti’ su questo tema, motivate non da sensibilità multiculturale, ma da nuove sensibilità libertarie. Esemplare la posizione della filosofia Martha Nussbaum, una delle voci più interessanti d’oltre Oceano. Nel suo ultimo libro, ‘ Liberty of Conscience’, la Nussbaum non esita ad accusare di isteria la forte pressione sociale che si è esercitata negli Stati Uniti contro la setta dei Mormoni e che di fatto li ha indotti a rinunciare, almeno a livello pubblico, al matrimonio poligamico riconosciuto lecito dai loro testi sacri. Recare violenza alla libertà di coscienza, sostiene infatti la Nussbaum, è un vero e proprio ‘stupro dell’anima’: questo è quello che è stato fatto subire ai Mormoni. Come se ne esce? Per la Nussbaum, non se ne esce: se siamo per la libertà di coscienza dobbiamo accettare la poligamia! Stupisce come una filosofa, sotto altri profili anche raffinata, come la Nussbaum possa cadere in equivoci così grossolani. La coscienza non è un oracolo insindacabile che detta la verità, quanto piuttosto un ‘organo’ che ci orienta verso di essa. E reciprocamente la verità non va pensata come il prodotto delle elucubrazioni della coscienza (che può essere anche ingenua, manipolata o malata), ma come il suo presupposto.

E’ vero che non dobbiamo recare mai violenza alla coscienza; ma è ancora più vero che abbiamo il dovere di dirle di no, quando essa elabora progetti individuali o sociali di dominio, di sopraffazione, di violenza o comunque di impoverimento dell’esperienza umana. Un no che può generare dubbi e sofferenze, ma necessario. Questo è il caso del no alla poligamia, che non è struttura di libertà (come sostiene la Nussbaum, ricorrendo al sofisma del libero consenso dei partner che contraggono vincoli poligamici), ma di arbitrario dominio, perché strutturalmente si fonda sul potere di un unico marito su molte mogli (o di un’unica moglie su molti mariti). La libertà di coscienza è un bene prezioso, ma ancora più preziosa è la libertà in sé e per sé, che a volte proprio a causa di coscienze malformate può subire violenza. Possibile che ancora si debba tornare a spiegare verità filosofiche così elementari? Francesco D’Agostino – Avvenire

In difesa delle bambine

black9Hend Nasiri è la giovane attivista yemenita che ha lanciato la campagna per Salvare Warda contro il matrimonio delle bambine nel proprio paese. Quello che lei lancia è un allarme a livello nazionale che richiede un risveglio delle coscienze anche a livello internazionale. La sua denuncia nei confronti di Tawakkul al-Karman, premio Nobel per la Pace, deve fare riflettere e quel senso di responsabilità che lei vorrebbe fare sbocciare in Yemen deve essere ascoltato anche in Occidente. Nella intervista che ha rilasciato in esclusiva per ZENIT descrive una situazione allarmante che vede la vita delle bambine messa quotidianamente a repentaglio da tradizioni retrograde e dall’estremismo islamico.

Il matrimonio delle bambine è una tragedia non solo yemenita, ma diffusa anche in altre aree. Tuttavia i rapporti che riguardano lo Yemen forniscono dati impressionanti.

Ci può narrare quante bambine, e talvolta bambini, vengono costretti a un matrimonio precoce?
Da tempo cerchiamo e analizziamo i rapporti e le statistiche a riguardo, purtroppo possiamo affermare che non esistono dati certi. Ciononostante sappiamo che lo Yemen si situa al tredicesimo posto tra le venti nazioni in cui è diffusa la pratica del matrimonio delle minori.

Qui la percentuale delle bambine che vengono date in sposa in età inferiore ai diciotto anni è del 48,4%. Un rapporto pubblicato di recente dal Centro di Studi e Ricerche Sociali dell’Università di Sanaa denuncia che negli ultimi due anni circa il 52% delle ragazze yemenite ha contratto matrimonio prima dei quindici anni, contro il 7% dei ragazzi. Sul totale dei matrimoni di minori il 65% riguarda bambine di cui il 70% residenti in aree rurali. In molti casi le bambine sono di un’età compresa tra gli otto e i dieci anni.

Lei ha avviato una Campagna nazionale “Per salvare Warda”, ovvero per sollevare pubblicamente la questione delle spose bambine. Ci potrebbe narrare come è nata questa idea?

Hend Nasiri: A un certo punto mi sono resa conto che in seno alla Conferenza per il Dialogo Nazionale nessuno si era mai occupato della tragedia del matrimonio precoce e che non si era mai riusciti a votare e la definizione e la restrizione dell’età minima  per il matrimonio. Il problema risiede nelle cosiddette forze tradizionali e conservatrici e nelle cosiddette forze religiose Yemen che da sempre combattono contro una legge che ponga come età minima per il matrimonio i 18 anni. Dopo avere seguito numerosi casi e studiato molti rapporti a riguardo, il 20 agosto scorso ho preso la decisione di dare vita, a livello personale, a una campagna di sensibilizzazione. Con il passare dei giorni ho trovato molti sostenitori e molte persone che si sono unite alla mia battaglia, in modo particolare attivisti per i diritti umani e giuristi, uomini e donne. Ho quindi guadagnato alla causa persone valide e con esperienza in materia.  L’obiettivo principale di questa mobilitazione è quello di raggiungere la gente, l’opinione pubblica di modo da creare consapevolezza e responsabilità nei confronti del matrimonio della bambine. Così facendo vorrei garantire il sostegno dal basso affinché si possa esercitare pressioni sul governo affinché la legge stabilisca a 18 anni l’età minima per il matrimonio e possa perseguire e punire chiunque contragga o aiuti a contrarre un matrimonio di una minore.

Il governo e le istituzioni la stanno aiutando?

Hend Nasiri: Quanto alla collaborazione con organizzazioni e il governo siamo solo agli inizi. Stiamo cercando di avvicinare entrambi, così come organizzazioni della società civile come l’Unione delle donne nello Yemen, la Commissione nazionale per la donna. Sinora abbiamo ottenuto risposte positive e collaborazione.

Qual è la posizione degli estremisti islamici nei confronti della Campagna? Ci sono imam che, come è avvenuto in Marocco, hanno emesso fatwe a favore del matrimonio delle bambine?

Hend Nasiri: Per il momento non abbiamo subito attacchi diretti, ma gli estremisti islamici parlano e ripetono ai mezzi di comunicazione che l’età minima dovrebbe essere 16 anni e che si deve seguire la legge di Dio, ovvero la sharia. Quanto a una fatwa esistono due comunicati degli ulema dello Yemen circa il matrimonio delle bambine in cui difendono e appoggiano il matrimonio delle minori per evitare la diffusione della prostituzione e dell’adulterio prima del raggiungimento della maggiore età.

Il premio Nobel Tawakkul al-Karman sembra molto silenziosa a riguardo. Lei che ne pensa?

Hend Nasiri: Tawakkul al-Karman segue i dettami del proprio partito, il partito al-Islah espressione dei Fratelli musulmani, quindi non può pronunciarsi opponendosi al partito. Nonostante abbia ricevuto il Premio Nobel per la pace sinora non si è schierata né per la pace né si è occupata di una qualsiasi questione umana e umanitaria che riguarda il proprio paese.

Quali soluzioni proporrebbe per vincere battaglia contro i matrimoni precoci?

Hend Nasiri: A mio parere è indispensabile una riforma dei programmi scolastici affinché vi sia più consapevolezza dei rischi a livello sanitario del matrimonio in età precoce, al contempo i religiosi illuminati dovrebbero iniziare ad affrontare il tema nelle moschee e a spiegare i pericoli di questo tipo di unione sia per le bambine che per la società.

Che cosa si può fare dall’esterno per aiutarvi nella vostra missione?

Hend Nasiri: Quel che desidero comunicare al mondo è che decine, anzi centinaia, di ragazze nello Yemen che ogni giorno vengono obbligate al matrimonio e vengono violentate in nome di questo matrimonio a causa dell’ignoranza e della povertà. Ci sono molte ragazze vittime dello strapotere e della dittatura del padre e del marito. La questione del matrimonio delle bambine è un problema di tutti gli yemeniti ed è indispensabile che diventi una responsabilità di tutti quanti, è necessario che tutti prendano posizione contro questo crimine.
Valentina Colombo – Zenit

L’amore ai tempi del DNA

dna-fhdLa porta dell’universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia… quando l’analisi di un capello può decidere l’inizio o la fine di una storia d’amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?

Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l’alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell’amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l’amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all’attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una “mappa” abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L’amore ai tempi del DNA… quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l’istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non “rischiare”. È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l’essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

Annarita Petrino Zenit.org

Il matrimonio indissolubile come libera scelta

linus amoreIl 23 gennaio 1961, nel corso del pontificato del beato Giovanni XXIII, la Santa Sede istituì la festa dello sposalizio della Vergine Maria e di San Giuseppe. Un’occasione questa, per tutti gli sposi, per rinnovare le promesse matrimoniali. Un’occasione, altresì, per ricordare l’importanza del matrimonio cristiano, unico nel suo genere. Se pensiamo alla situazione della società all’avvento del cristianesimo, la posizione della Chiesa fu a dir poco innovativa, emancipata e in controtendenza per ciò che concerne il matrimonio. La Chiesa sosteneva, infatti, che tale sacramento doveva essere una libera scelta, e dunque, poteva avvenire solo ed esclusivamente previo consenso di entrambi gli sposi. La libertà di scelta da parte della donna sembra oggi una cosa scontata, ma in passato, ed in particolar modo prima del cristianesimo, la donna era considerata inferiore all’uomo e trattata alla stregua di una schiava e come oggetto di piacere.

Francesco Agnoli in una sua interessante pubblicazione del 2010, Indagine sul cristianesimo, analizza la storia dei cristiani e della Chiesa mettendo in evidenza il contributo apportato da quest’ultima allo sviluppo della civiltà occidentale. Nel capitolo terzo, intitolato Il cristianesimo e le donne, Agnoli descrive minuziosamente, attraversoun’analisi pressoché unica, come grazie alla Chiesa Cattolica la donna sia oggi libera da moltissimi vincoli e imposizioni, come quello, appunto, di non poter scegliere liberamente chi sposare o meno; nell’antichità, ad esempio, era il padre che decideva chi doveva sposare la figlia (cosa che succede tuttora nei paesi non cattolici come, ad esempio, l’India).La Chiesa, secondo gli insegnamenti del Cristo, promosse con audacia e fermezza un’immagine della donna differente rispetto al pensiero corrente, secondo la quale uomo e donna non vanno distinti perché sono uno parte dell’altro, entrambi sono “esseri viventi” e quindi con gli stessi diritti. In tal senso, lo storico Jacques Le Goff ci ricorda che nel quarto Concilio Lateranense (1215) la Chiesa formalizzò definitivamente il matrimonio, dichiarando che tale atto “non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti”. Una posizione di gran lunga avanzata rispetto all’epoca. Il matrimonio diventa così impossibile senza il mutuo consenso, e perché questo si realizzi la Chiesa farà tutto il possibile, come istituire le cosiddette “pubblicazioni”, la presenza di “testimoni”, il “processetto matrimoniale”, usato dall’autorità ecclesiastica per verificare o meno l’autenticità della richiesta di matrimonio da parte dei futuri sposi, ed infine il consenso definitivo. Tutto ancor oggi in uso. Si può dunque ben comprendere ora l’importanza e l’unicità del matrimonio cristiano, non solo da un punto di vista religioso, ma anche storico e sociale. Ecco allora che la festa dello sposalizio tra la vergine Maria e San Giuseppe assume una valenza fondamentale per i cristiani. Il carattere verginale, poi, testimonia la perfetta comunione degli spiriti tra i due santi sposi, nonostante l’assenza dell’atto sessuale. Con ciò si comprende che il matrimonio cristiano non si riduce all’atto fisico tra uomo e donna, seppur doveroso e momento bellissimo di comunione tra la coppia, ma che la vera unione passa solo e solamente attraverso Gesù Cristo; solamente con Cristo, infatti, è possibile accogliere pienamente l’altro, donarsi in piena libertà, e dunque, amarsi.“Nessuna coppia è chiamata al matrimonio esclusivamente per la propria soddisfazione. Ogni coppia sposata è un dono per la chiesa e per il  mondo, per essere icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, e che sacrifica se stesso per lei, fino sul talamo della croce”: nella Chiesa di San Carlo Borromeo a Londra è esposta un’icona moderna di rara bellezza e particolarmente interessante, intitolataNotre Dame dell’Alliance, la quale racchiude in sé tutta la teologia, il significato e il pensiero della Chiesa Cattolica sul mistero sponsale. L’icona raffigura due sposi entrambi abbracciati dalla Vergine Maria, con le mani appoggiate delicatamente sulle spalle, a simboleggiare la Chiesa che accoglie nel proprio “seno” i novelli sposi, proprio come una madre, accompagnandoli senza forzarli; al centro, invece, tra i due, c’è Cristo, “sempre presente nel cuore della sua Chiesa”, che tiene per mano i due sposi, come per calmare le loro paure e ansie, ed infine rafforzarli. Nel matrimonio, infatti, gli sposi fanno un’alleanza con Dio valida per tutta la vita, della quale la Chiesa fa da tramite, testimone e garante, accompagnando e sostenendo, in quanto madre, gli sposi nel oro nuovo percorso ed offrendo loro i doni dell’eucarestia e della parola di Dio, senza i quali non è possibile vivere la vita cristiana (di conseguenza il cosiddetto “cristiano non praticante” non può sussistere) e tanto più il matrimonio. Germano Pattaro, sacerdote veneziano, diceva che “Dio fa visita agli sposi nel loro matrimonio, a questo appuntamento non vuole mancare, fa parte della comunione d’amore instaurata dal Signore con ogni cristiano già dal momento del battesimo”.

Tale sacramento in sostanza, per i cristiani, poggia “le proprie fondamenta sulla “roccia”, che è Gesù Cristo (“maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore”), e se c’è Gesù Cristo, roccia di salvezza, la morte non prevarrà, in quanto, diceva San Giovanni Crisostomo, “la sua debolezza è più forte della fortezza umana”. Ecco allora che la festa dello sposalizio della Vergine Maria e San Giuseppe, sposi e famiglia per antonomasia, immagine perfetta dell’amore di Dio, della Santissima Trinità e comunione di infinito amore, invita tutti a seguire il loro esempio, ossia, essere immagine del volto di Cristo attraverso la vita sponsale.

di Pietro Barbini

Chiara ed Enrico: un amore vero

chiaraenricoAmore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero e’ difficile da comprendere in questa societa’ sempre piu’ individualista. Un esempio concreto e’ stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.

Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non e’ l’odio, ma il possesso».

Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».

La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».

La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.

Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».

Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».

Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».

Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».

Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

Di Irene Bertoglio (autore)

Ho avuto un solo uomo, tuo padre (Oliviero Toscani)

OLIVIERO TOSCANI (Non sono obiettivo, Feltrinelli 2001):
«Ieri mia madre mi ha detto: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. All’improvviso si sono sgretolati anni e anni di liberazione sessuale, di convincimenti libertari, di mentalità radicale. Tutto quel che avevo creduto una conquista civile si è ridimensionato di fronte a quella semplice affermazione: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. Sono stato messo di fronte alla debolezza di ciò che credevo essere la modernità, con la forza di chi afferma un principio antico, senza la consapevolezza di essere, lei sì, la vera rivoluzionaria. Mi sono domandato: sono più avanti io che ho vissuto e teorizzato il rifiuto del matrimonio, l’amore libero e i rapporti aperti o lei che per una vita intera è rimasta fedele ad un solo uomo? Senza essere Gesù Cristo mi sono sentito il figlio di Dio e mia madre mi è apparsa come la Madonna: in modo naturale, come se fosse la più ovvia delle cose, lei ha impostato tutta la sua vita su concetti che oggi ci appaiono sorpassati, ridicoli: la felicità, l’onestà, il rispetto, l’amore. Mentre penso che non c’è mai stata in lei ombra di rivendicazioni nei confronti del potere maschile mi rendo conto che non esiste nessuno più autonomo di lei. Nessun senso di inferiorità l’ha mai sfiorata, perché le fondamenta della sua indipendenza erano state scavate nei terreni profondi della dirittura morale, della lealtà, della giustizia, dell’onore e non sulla superficie di ciò che si è abituati a considerare politicamente corretto. Il rispetto e la timidezza con cui guardava mio padre e l’educazione che mi ha dato a rispettarlo non avevano niente a che vedere con le rivendicazioni dei piatti da lavare.
Mia madre non si è mai sentita inferiore perché ci serviva in tavola un piatto cucinato per il piacere di accontentarci e di farci piacere; o perché lavava e stirava per farci uscire “sempre in ordine”. Sono consapevole che sto esaltando il silenzio e quella che le femministe hanno drasticamente definito sottomissione. Ma non posso fare a meno di interrogarmi sui veri e falsi traguardi dell’emancipazione, su ciò che appartiene ai convincimenti profondi e su ciò che non è altro che sterile battibecco. Nella ricerca dei valori che dovrebbero educarci a un’etica meno degradata di quella improntata al principio del così fan tutti, mia madre è un esempio di anticonformismo e di liberazione: lei è davvero affrancata dagli stereotipi e dai bisogni indotti della società massificata. Per conquistare obiettivi importanti e sicuramente oggi irrinunciabili siamo stati costretti ad abdicare alla nostra integrità. Noi abbiamo perso la “verginità”, non lei.»

I più bei pensieri spirituali di Gianna Beretta Molla

La preghiera è la ricerca di Dio che sta nei cieli, e ovunque poiché è infinito…

Chi non prega, non può vivere in grazia di Dio.

Pregare, pregare bene, pregare molto. Non solo quando abbiamo bisogno di grazie, non solo per chiedere. La vera preghiera è quella

  • di adorazione: riconoscimento della bontà, dell’amore di Dio
  • poi di ringraziamento: sono un nulla, eppure sono un corpo, ho dei doni, tutto tuo dono – il mondo l’hai creato per me.

Vediamo la mano di Dio dappertutto, e ringraziamolo

  • di perdono
  • di richiesta: non solo le cose materiali, ma “cercate prima il Regno dei Cieli”, la grazia, il Paradiso per noi e per gli altri.

Pregate e vi santificherete – santificherete – vi salverete.”

                   (Quaderno dei ricordi durante i SS. Esercizi, ? 1944 – 1948)

La devozione alla Mamma Celeste fu in Gianna intensa e determinante:

per la vita di Pietà della giovane di Azione Cattolica, Gianna raccomanda con insistenza il S. Rosario e aggiunge:senza l’aiuto della Madonna in Paradiso non si va.”                

(Quaderno dei ricordi  durante i SS. Esercizi, ? 1944 – 1948)

Amare la Madonna = confidenza tenera nelle nostre difficoltà. La Madonna è la Mamma non può lasciar cadere la nostra domanda.”    (anni 1947 – 1948)

Alle nuove Delegate delle Giovanissime di Azione Cattolica: Amate le vostre bambine, vedete in loro Gesù fanciullo e pregate tanto per loro,   tutti i giorni mettetele sotto la protezione di Maria Santissima.”   (anno 1948)

L’ apostolato

“La condizione più essenziale di ogni attività feconda è l’immobilità  pregante. L’apostolato si fa prima di tutto in ginocchio.

Il Signore desidera vederci accanto a Lui per comunicarci, nel segreto della preghiera, il segreto della conversione delle anime che avviciniamo…

 Non ci dovrebbe essere mai nessuna giornata nella vita di un apostolo che non comprenda un tempo determinato per un po’ di raccoglimento ai piedi di Dio…

 Noi dell’Azione Cattolica dobbiamo dare del divino alle anime, non dell’umano. Ma capite bene che per poter dare dobbiamo avere, cioè dobbiamo possedere Dio.

Più si sente il desiderio di dare molto, e più sovente bisogna ricorrere alla sorgente che è Dio.”                        (lunedì 11.11.1946)

“Pretendere di essere apostoli, di far parte dell’Azione Cattolica e non partecipare  poi al sacrificio del Salvatore del mondo è pura immaginazione e illusione! Azione Cattolica è Sacrificio, non dimentichiamolo. Dobbiamo sempre accettare i sacrifici che ci vengono chiesti. Non ritirarsi quando ciò che vi si chiede di fare costa tempo, costa fatica, costa sacrificio. Le persone tiepide il Signore le detesta. La semigenerosità Gesù non l’amava.”            (lunedì 30.12.1946)


Il mondo cerca la gioia ma non la trova perchè lontano da Dio.

Noi, compreso che la gioia viene da Gesù, con  Gesù nel cuore portiamo gioia. Egli sarà la forza che ci aiuta.”

                        (Quaderno dei ricordi  durante i SS. Esercizi, ? 1944 – 1948)

 “Il segreto della felicità è di vivere momento per momento, e di ringraziare il  Signore di tutto ciò che Egli nella sua bontà ci manda giorno per giorno.”

L’amore

Amare vuol dire desiderio di perfezionare se stessa, la persona amata, superare il proprio egoismo, donarsi…

L’amore deve essere totale, pieno, completo, regolato dalla legge di Dio, e si  eterni in Cielo.”

               (Quaderno dei ricordi durante i SS. Esercizi, ? anni 1944 – 1948) 

I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

La poligamia? No grazie

Quando aveva dieci anni, Lola Shoneyin vide su un giornale la foto di un noto personaggio locale circondato dalle sue tre mogli: portavano lo stesso nastro nei capelli, gli stessi merletti, lo stesso sorriso. Fantastico, pensò, se lei e le sue amiche si fossero sposate con il medesimo uomo. Sarebbero andate a fare compere tutte assieme, al ristorante sempre insieme, si sarebbero vestite con abiti uguali, come sorelle. Espose la sua teoria a sua madre, che non reagì con l’atteso entusiasmo: «sembrano felici, in realtà sono tristi e acide».

Qualche anno dopo si accorse che i suoi genitori scoraggiavano i fratelli più grandi ad uscire con ragazze provenienti da famiglie poligame (mentre, a differenza di molti altri nigeriani, non avevano nessuna preclusione sull’etnia). Ribellandosi quantomeno all’ingiustizia di vedere giudicate delle donne in base alle scelte dei padri, Lola protestò. Sua madre rispose che i figli cresciuti in famiglie poligame erano spesso educati a essere infidi e ambigui. Lei stessa aveva condiviso il padre con fratellastri nati da cinque mogli. (SCHEDA COSE’ IL MATRIMONIO)

Un quarto di secolo dopo è proprio alla descrizione dei rapporti che si instaurano in una famiglia poligama – al cui interno vive il 30 per cento delle donne nigeriane – che la poetessa di Ibadan ha dedicato il suo primo romanzo: Prudenti come serpenti (traduzione di Ilaria Tarasconi, 66thand2nd, Roma, pagg.256, euro 16), finalista all’Orange prize. Una commedia umana polifonica dove quattro mogli raccontano in prima persona una faida senza esclusione di colpi. Donne con educazione, cultura, religione e provenienza sociale differente, angeliche agli occhi del marito, ricorrono a ogni tipo di espediente per assicurarsi il favore del facoltoso poligamo e garantire il più possibile a se stesse e alla loro progenie. Una lotta all’ultimo sangue che assorbe energie, sperpera ricchezze, abbrutisce le persone mettendo a repentaglio la vita dei più deboli.

Prudenti come serpenti pare una metafora della Nigeria odierna, resa ricca dal petrolio, ma incapace di fare tesoro di questa ricchezza, devastata com’è da corruzione e lotte fratricide tra culti, culture ed etnie differenti. «Sì, sotto molti aspetti è una metafora del mio paese – afferma la scrittrice 38enne –. Spesso m’interrogo sulla cacofonia che esiste in uno stato dove si parlano più di duecento lingue. C’è un’opprimente sensazione di sfiducia e sospetto. Ci fu una guerra civile 40 anni fa, più di un milione di persone morirono. Molti covano ancora l’amarezza di quell’ingiustizia e in alcune regioni credono di essere destinati a guidare il paese. Anche con l’alfabetizzazione, c’è sempre un abisso tra chi è istruito e chi crede che la sopravvivenza dipenda soprattutto dalla furbizia. Con tutto questo rumore di fondo, coloro che hanno il potere parlano di un’unità nazionale che non esiste, che è impossibile!».

«Ho sofferto troppo nella mia vita per permettere a quella specie di ratto di rovinare tutto. È laureata, e allora? Quando ci ritroveremo dinanzi a Dio nell’ultimo giorno, ci chiederà se siamo andati all’università? No! Ma vorrà sapere se siamo stati prudenti come serpenti, perché è così che la Bibbia ci chiede di essere» sentenzia una delle spietate mogli del poligamo. Nel romanzo, come nella realtà, soldi, privilegi, istruzione, provenienza etnica, religione, genere dividono i nigeriani. «La corruzione e il petrolio hanno dato a persone immeritevoli accesso a molto denaro. È chiaro a tutti che non è stato guadagnato onestamente, e questo ha cambiato l’attitudine delle persone verso il duro lavoro e i risultati costruttivi.

Troppa gente oggi vuole arricchirsi facilmente» spiega la scrittrice che alla domanda se quello religioso sia un conflitto reale o creato ad arte per manipolare la popolazione risponde «La tensione religiosa è stata alimentata sia dai potenti sia dagli estremisti. Per esempio, almeno un terzo della mia famiglia è musulmano. Mio nonno lo era, finché non si è convertito al cristianesimo negli anni 40.

Questa è la storia di molti nigeriani del Sud Ovest e del Nord. La differenza di religione solo raramente è stata causa di conflitto nelle famiglie, ancora meno nelle comunità. Ma con la schiacciante povertà e disoccupazione che attanaglia il paese, politici potenti fanno il lavaggio del cervello a giovani uomini e donne e li trasformano in fanatici. Queste persone vulnerabili sono strumenti per destabilizzare il governo e instillare la paura nella gente». Lola Shoneyin ha sposato il figlio del premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka che continua a denunciare i pericoli del fanatismo religioso, proponendo una sorta di nuovo umanesimo centrato sul riconoscimento della dignità del corpo umano e sul rispetto della scelta individuale.

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Manager e madre di 9 figli. La vita al primo posto.

Clara_GaymardClasse 1960, nazionalita’ francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco Clara Lejeune e’ amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e madre nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.
«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».
Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».
Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo “chi non ha una vita complicata?” anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico “I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta”. Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».
Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926 -1994), medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down, Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.
«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva “Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi”. Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».
«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard ed uscito in Francia nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, ha progetti diversi e più grandi dei nostri». – di Raffaella Frullone – la bussola quotidiana

La perdita del coniuge ci fa nudi ed indifesi

perdita-congiuntoQuando ho saputo che Marco, il marito di Beatrice, era giunto alla casa del Padre, ho provato una stretta al cuore. Dopo tanti anni quel che ricordo di Beatrice sono sempre due cose: le sue risate e la sua capacità di amare.

Bella, intelligente, con due occhi azzurri splendenti spontaneità, allegra ed autoironica. Quante risate fatte insieme!

Ed ora?

Dove si sarà nascosta la voglia di ridere di Beatrice, ora che l’amore della sua vita ha concluso il suo passaggio sulla terra, lasciando una moglie innamorata.

In punta di piedi, le scrivo.

Carissima Beatrice, ho saputo ora che Marco ti ha preceduta in paradiso. Non so quante lacrime starai versando, ma, proprio perché le vedo impreziosite da un dolore profondo, non voglio scriverti belle parole. Non ne troverei qualcuna all’altezza. Ma un abbraccio ci tengo a mandartelo. Tutti noi arriviamo, prima o poi, alla scommessa finale. Quella per cui ci giochiamo la fondamentale domanda: è vero che siamo nati e non moriremo mai più? Farsi questa domanda mentre qualcuno ci abbraccia, credo che ci aiuti a togliere la risposta dagli scaffali della filosofia e della teologia per riporla lì dove deve stare: sulla nostra scrivania. Sui passi della nostra concreta vita. Sui fatti che ci piombano addosso provocando la nostra anima a reagire. Carissima Beatrice, che Dio benedica la tua anima fino a farle intuire con forza che siete vestiti di vita: tu e Marco. Che il Signore dell’universo apra gli occhi del tuo cuore, facendoti vedere la vicinanza invisibili di colui che la vita ti ha donato come marito. E che tu sia piena di felicità quando, un giorno, lo riabbraccerai ed insieme direte a Dio: “Grazie delle altre vite che sono nate dal nostro amore e di tutto quel che noi due abbiamo costruito insieme”…”

La sera stessa Beatrice mi risponde, donandomi “dolorosa saggezza”, con poche e vere parole.

Cristina, sto attraversando un periodo di sofferenza. Credevo di essere preparata alla separazione da Marco perché lui ha cercato, durante la sua malattia, di prepararmi in tutti i modi. Mi diceva “Beatrice è il momento giusto, non voglio morire vecchio e decrepito, non voglio sentire il mio fisico perdere le forze, devo solo essere grato per la vita che ho avuto, sono stato un uomo fortunato. Pensa solo ai figli ed ai nipoti che sono nati tutti sani. Sono in pace e sereno”. Questo discorso me l’ha ripetuto e ripetuto quando ci prendevamo per mano e andavamo a fare la nostra passeggiata, quando lo curavo con tutto il mio amore e quando, con un calcolo molto preciso da medico qual era, mi ha detto “adesso basta, sono arrivato”.

E’ stato allora che mi ha chiesto “Ma tu pensi che ci rivedremo?”

“Credo di si”

“Allora ti aspetto”.

Ed io ho creduto che tutta questa serenità che mi ha sempre donato per cinquanta anni mi avrebbe accompagnato. Invece sto facendo i conti con un dolore cupo, con un pianto che anche mentre ti scrivo mi offusca la vista. Mi dico che ci sono mamme che soffrono dolori più duri, mi dico che ho condiviso la vita con un uomo buono, e mi dico che dovrei dire solo grazie. Ragiono, ragiono … ma Cristina, sto proprio male… e scusami ma questa sera avevo proprio bisogno di te…”

Non c’è niente da fare: quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi. Allora te ne innamori e lui diventa “unico”.

Da quel momento il termine “provvisorio” viene cancellato dal tuo vocabolario interiore e la magia del “per sempre” entra nella tua anima, disseminandola di “noi”.

Noi ci ameremo.

Noi ci sposeremo.

Noi faremo dei figli.

Noi invecchieremo insieme.

Pian piano le nostre radici diventano così inestricabilmente intrecciate da rendere inconcepibile il solo pensiero di separarle.

Poi, inevitabilmente, arriva…

Cara Beatrice, appena te la senti, asciugati gli occhi e guarda bene: c’è dell’altro da acchiappare. Il tuo amore  non è svanito nel nulla perché ha il sigillo con su scritto “più in là”.

Pian piano Dio strapperà il tuo futuro dalle grinfie della disperazione e lo colorerà con la fede negli abbracci eterni che ti aspettano.

E non pensare che Dio non stia agendo solo perché ti senti vuota, spersa, arrabbiata, disperata e irrimediabilmente rotta.

Non giudicarti male quando sentirai persino invidia (sentimento che, normalmente, non ti appartiene) verso coppie che vedrai ancora insieme; perdonati con facilità, per non aggiungere dolore a dolore.

Non catalogarti come donna di poca fede se penserai al paradiso con una bella dose di dubbi; fa parte del gioco.

Quando si affronta la morte, è necessario avere molta compassione di noi stessi. Stiamo faticando e soffrendo per arrivare alla vetta, ma è da lì che si vede il panorama completo del senso della vita.

Vicino al cielo, con un solo sguardo, si può vedere il passato, il presente e le colline future che ci attendono. E’ da lì che scoprirai come tutto abbia avuto un senso.

Il primo bacio che hai dato a Marco, ha avuto il tifo di tutto il paradiso!

Ogni risata fatta insieme, ogni difficoltà superata, ogni perdono regalato…tutto è stato protetto dal Cielo perché voi eravate la perla preziosa voluta da Dio.

“Siete” la Sua perla preziosa. Per sempre.

«Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).
Maria Cristina Corvo  www.zenit.org

Un sorriso all’aurora

cuore-al-tramonto2Raoul Follereau si trovava in un lebbrosario in un’isola del Pacifico. Un incubo di orrore. Solo cadaveri ambulanti, disperazione, rabbia, piaghe e mutilazioni orrende.
Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti. Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri.
Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell’inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male?
Lo pedinò, discretamente. Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell’alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso.
Si metteva a sedere e aspettava.
Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell’aurora del Pacifico.
Aspettava fino a quando, dall’altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza.
La donna non parlava. Lanciava solo un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso. Ma l’uomo si illuminava a quel sorriso e rispondeva con un altro sorriso.
Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche. Tutte le mattine. Una specie di comunione quotidiana. Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile.
Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso gli disse: «È mia moglie!».
E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi ha curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare. Uno stregone le aveva dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio… Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere».

Certamente qualcuno ti ha sorriso stamattina, anche se tu non te ne sei accorto. Certamente qualcuno aspetta il tuo sorriso, oggi.
Se entri in una chiesa e spalanchi la tua anima al silenzio, ti accorgerai che Dio, per primo, ti accoglie con un sorriso.
(dal Bollettino Salesiano)

Ecologia della fertilità. Ambientalismo nella coppia?

famiglia ecologiaLa questione ecologica è di grande attualità, ma in realtà, è poco conosciuta nei suoi diversi aspetti scientifici, antropologici ed etici.

1. Ecologia

Il termine ecologia (dal greco oikos, casa e logos discorso – studio sulla casa) compare nel 1866 con il biologo tedesco Ernst Haeckel per indicare la scienza dei rapporti dell’organismo con l’ambiente. L’ecologia, però, va riferita non solo all’ambiente ma anche all’uomo, per cui si dovrebbe distinguere in ecologia ambientale ed ecologia umana.

All’interno dell’ecologia umana [1], c’è l’ecologia della fertilità, con cui si può intendere l’attenzione e la cura rivolta alla fertilità, anche in vista della procreazione, nel rispetto dei tempi e dei modi stabiliti dall’ordine naturale.

In riferimento ai tempi, si ricorda che l’uomo e la donna sono stati creati in modo diverso: l’uomo è sempre fertile, la donna, invece, presenta un andamento ciclico di fertilità e di infertilità, caratterizzato da un orologio biologico che, dai 35 anni in poi, rende più difficile la ricerca di una gravidanza, anche con il ricorso alle tecniche di procreazione artificiale o assistita, come viene definita dalla legge 40/2004. Queste tecniche, però, comportano la perdita di un rilevante numero di embrioni e la comparsa di un’ elevata percentuale di malformazioni nel neoconcepito, come il British Medical Journal (febbraio 2014) ha documentato e su cui ha allertato.

Un’ecologia della fertilità, invece, orienta giovani e coppie a conoscere e a tutelare la fertilità come un valore umano e sociale (non una “malattia” da cui liberarsi o un “diritto” da pretendere ad ogni costo), nel rispetto della donna e del concepito.

In un’epoca caratterizzata da bassi tassi di fecondità (numero di figli per donna) – come conferma anche l’ultimo Rapporto Istat 2014 e la sua Sintesi che a p. 16 riporta un tasso di fecondità riferito al 2012, di 1.42 (media Ue 28, 1.58, cioè inferiore all’indice di sostituzione, 2.1) – si dovrebbero promuovere condizioni socio-culturali favorevoli al formarsi di una famiglia. Purtroppo, tale richiesta, sollecitata anche dal Forum delle Associazioni familiari, a livello politico, finora non è stata recepita.

In riferimento al modo di procreare, per ecologia della fertilità si intende il concepimento naturale, per cui, in caso di infertilità, la coppia dovrebbe essere aiutata a rimuovere le cause dell’infertilità attraverso un’accurata diagnosi, un’adeguata terapia (medica, chirurgica o psicologica) e una lungimirante prevenzione legata, soprattutto, all’educazione a stili di vita rispettosi della salute procreativa, a partire dalla conoscenza della fertilità e dei significati del procreare umano. Essere concepiti in modo naturale è un diritto di ogni essere umano per motivi psico-biologici, sanitari ed etici, e costituisce un limite invalicabile ad avere un figlio ad ogni costo, in risposta alla cosiddetta dittatura del desiderio, figlia di una mentalità individualista ed egoistica che strumentalizza, soprattutto l’embrione e la donna, attraverso la fecondazione in provetta e l’utero in affitto.

Da considerare, inoltre che, come l’ambiente, anche la natura umana può reagire qualora non venisse rispettata. Perciò, come si presta attenzione alla raccolta differenziata e alle sostanze chimiche negli alimenti, così sarebbe auspicabile produrre maggiore impegno a non ignorare gli effetti degli ormoni sull’essere umano[2].

Infatti, pur apprezzando l’accresciuta sensibilità verso l’ambiente, è da richiamare come, prima dell’ecologia ambientale, venga l’ecologia umana, perché l’uomo è custode del creato di cui anche lui fa parte.

Pertanto, l’ecologia della fertilità – che comporta la conoscenza dei Metodi Naturali e la conseguente prevenzione di alcune cause di infertilità – si colloca nel solco della custodia responsabile del creato.

2. Metodi Naturali

Sono metodi diagnostici – come il Metodo dell’Ovulazione Billings e i Metodi Sintotermici che consentono di individuare i tempi di fertilità, di massima fertilità e di infertilità del ciclo femminile, mediante l’interpretazione di segnali, rilevabili dalla donna, che sono direttamente collegati all’andamento degli ormoni, quali ad esempio, il muco cervicale prodotto dal collo dell’utero, in risposta agli ormoni ovarici.

Il muco cervicale, che la donna può imparare a riconoscere, rappresenta un fattore fondamentale e un indicatore attendibile di fertilità.

La conoscenza dei segnali di fertilità e di infertilità consente di acquisire maggior consapevolezza di se stessi, come pure di ricercare, distanziare o evitare la gravidanza (con efficacia) senza ricorrere all’uso di farmaci o di barriere in lattice, che possono comportare, tra l’altro, effetti collaterali.

L’apprendimento dei Metodi Naturali, inoltre, aiuta la coppia, anche se infertile, a scoprire la propria fecondità sotto il profilo psicologico, educativo, sociale e spirituale, mediante l’adozione, l’affido, il volontariato sociale o l’accettazione della propria infertilità, ricordando che la fecondità – oltre la fertilità biologica – indica una potenzialità generativa che può essere declinata in vari modi [3] e si inizia a scoprire in famiglia, con l’assunzione di comportamenti generosi e solidali [4].

3. Vantaggi ecologici dei Metodi Naturali

– ecologia ambientale: rispetto dell’ambiente dove non vengono rilasciati ormoni[5];

– ecologia umana:

* rispetto del corpo maschile e femminile non sottoposto a manipolazioni o a sostanze ormonali;

* rispetto del dono totale e reciproco;

* rispetto dell’eventuale concepito (i metodi naturali non comportano perdite di embrioni legate alle tecniche);

* rispetto della persona.

L’insegnamento dei Metodi Naturali, infatti, può aiutare non solo a conoscere e tutelare la propria fertilità, ma anche ad apprendere uno stile di vita che promuove nell’uomo e nella donna accoglienza e rispetto reciproco, in quanto soggetti di pari dignità e non oggetti, come invece, ripetuti fatti di cronaca continuano a registrare.

4. Dove apprendere i Metodi Naturali

Questa conoscenza, che non è solo tecnica, deve essere appresa da insegnanti qualificati – presenti ormai in tutt’Italia – rintracciabili nel sito della Confederazione Italiana dei Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità.

* Angela Maria Cosentino è dottore in Bioetica, docente di Fecondità, Procreazione Responsabile e Metodi Naturali al Corso di Diploma in Pastorale Familiare, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia – CEI.

*

NOTE

[1] L’espressione, introdotta da Paolo VI (Udienza generale, 7 novembre 1973) e applicata ad altro contesto, è stata utilizzata da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus (1991) e nell’enciclica Evangelium vitae (1995). Successivamente, Benedetto XVI l’ha utilizzata nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2007, 2009, 2010 e nell’enciclica Caritas in veritate (2009). Infine, Papa Francesco l’ha richiamata nell’Udienza generale del 5 giugno 2013, cf. A.M. Cosentino, Allarme climatico e controllo demografico, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2014. Secondo l’opinione personale di chi scrive, l’ecologia umana si può intendere come l’insieme delle condizioni psico-fisico-sociali che rispettano la natura umana e ne promuovono lo sviluppo. Tali condizioni si possono pienamente realizzare nel rispetto dei cosiddetti principi non negoziabili: vita, dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale, libertà educativa e religiosa.

[2] Si segnalano gli ormoni relativi alla pillola contraccettiva, alla cosiddetta pillola del giorno dopo, dei 5 giorni dopo, del mese dopo, alla stimolazione ormonale per la procreazione medicalmente assistita.

[3] Cf. M. Magatti – C. Giaccardi, «Generare figli e idee, così il futuro non sarà buio», Avvenire, 11 marzo 2014, p. 3.

[4] Cf. A. M. Cosentino, Testimoni di speranza. Fertilità e infertilità: dai segni ai significati, Cantagalli, Siena 2008.

[5] Cf. Castellaví P, Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, «L’Humanae vitae. Una profezia scientifica», L’Osservatore Romano, 4 gennaio 2009, p.7.

Il matrimonio è importante. Riflettete prima di modificarlo

Icon-of-the-Holy-Family-of-Nazareth-PhotographIl 22 maggio il popolo irlandese sara’ chiamato a votare in un referendum che cambiera’ il significato del matrimonio nella Costituzione dell’Irlanda.

I vescovi cattolici sottolineano l’importanza di un’approfondita riflessione in vista del voto. “Il matrimonio è di fondamentale importanza per i figli, le madri e i padri, e per la società”, esordiscono i presuli in una dichiarazione diffusa oggi, nel corso dell’assemblea generale di primavera. “L’unione di un uomo e di una donna nel matrimonio, aperta alla procreazione dei figli, è un dono di Dio che ci ha creati maschio e femmina’”, si legge nel testo. “Anche la ragione porta alla verità sulla sessualità umana che rende il rapporto tra un uomo e una donna unico. Madri e padri portano doni diversi, ma complementari” nella vita di un figlio. I vescovi spiegano di non poter sostenere un emendamento alla Costituzione che ridefinisce il matrimonio e “pone di fatto l’unione di due uomini, o due donne, alla pari con il rapporto coniugale tra marito e moglie, che è aperto alla procreazione dei figli“, ed esprimono la preoccupazione che, “se passasse l’emendamento, diventerebbe sempre più difficile parlare ancora in pubblico del matrimonio” come vincolo tra un uomo e una donna.

Cosa insegneremo ai bambini a scuola sul matrimonio? Coloro che sinceramente continuano a credere che il matrimonio è tra un uomo e una donna, saranno costretti ad agire contro la propria coscienza?”, si chiedono i vescovi irlandesi invitando a trovare un modo per “proteggere i diritti civili delle persone omosessuali senza pregiudicare il significato fondamentale del matrimonio come comunemente inteso tra culture e fedi nel corso dei secoli”. “The Children and Family Relationships Bill”, avvertono, si propone di “eliminare la menzione di madri e padri da tutta una serie di leggi precedenti”. Di qui l’incoraggiamento a tutti a riflettere su questi temi e a votare il 22 maggio. Gli effetti dell’emendamento proposto “saranno di vasta portata per questa e per le generazioni future. Diciamo a tutti gli elettori: il matrimonio è importante. Riflettete prima di modificarlo”. Infine l’invito alle persone di fede a “portare questa decisione nella preghiera” e un annuncio: “Nelle prossime settimane, e in particolare a maggio, il mese di Maria, invitiamo alla preghiera per il matrimonio e la famiglia”.

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti, non abitano citta’ proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.
5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
Dalla “Lettera a Diogneto” secondo secolo d.C.

Uomo e donna, la verita’ è che siamo diversi

Perché stai cosi’?”. “Non è niente amore”. “Come niente? Hai un’espressione cosi’ triste”. “Non ti preoccupare tesoro, è solo stanchezza”. “Ok”. Tipico dialogo a tinte fosche, tra marito e moglie alla fine di una giornata stressante sul divano di casa. E quando lui risponde con un “ok” e continua a guardare la televisione, ecco che noi donne cadiamo nel pericoloso baratro nero del dubbio postprandiale: “Non si cura di me. Non mi domanda più niente. È distratto, pensa solo alla televisione”. E quando, dopo mezz’ora di silenzio, bombardate dai dubbi più atroci, esplodiamo, rosse di collera, in espressioni del tipo: “Ma non ti accorgi di quanto sto male?”. Ecco che lui scende dal Monte Olimpo con quell’aria da extraterrestre appena atterrato su un pianeta sconosciuto e ti dice: “Ma se te l’ho appena chiesto!”. E subito pensiamo: “Non mi ama abbastanza. Dopo tanti anni non riesce a comprendermi”. Niente di più falso. La verità è che parliamo due linguaggi diversi, con sfumature di mille colori, perché siamo diversi. Noi donne parliamo un linguaggio emotivo, allusivo, viscerale, mandiamo messaggi subliminali che spesso l’uomo non coglie abituato a dire chiaramente quello che pensa e a dare risposte concrete ai bisogni. Ma è proprio in questa diversità di comunicare, di pensare, di agire che è nascosto il mistero e la bellezza del versetto della Genesi: “Maschio e femmina li creò”. Quello che la cultura di oggi cerca di fare, soppiantando quella maschilista di ieri, è seminare l’idea che uomini e donne sono uguali e che liberamente si può scegliere se essere nella vita, l’uno o l’altro.

Educate dalle nostre mamme fin da bambine con la convinzione che la donna, per essere felice nel matrimonio, deve avere la sua indipendenza economica – io a dirla tutta la seconda parte della vita, se da lassù mi è concesso, vorrei trascorrerla felicemente a rigovernare il giardino di casa o a leggere poesie – siamo cresciute con l’idea che dobbiamo sempre dimostrare qualcosa. Essere brave nel lavoro come l’uomo, essere forti e non piangere davanti ad una scena romantica del film d’amore preferito, dimostrare che siamo in grado di gestire la casa, accudire tre figli, avere sempre un frigorifero pieno e contemporaneamente sembrare ogni mattina uscite da un salone di bellezza. Basta donne, il celeste non è il nostro colore. Tiriamo un bel respiro e fermiamoci a riflettere un attimo.

Non siamo chiamate a scimmiottare la figura dell’uomo forte, né a sembrare delle svenevoli geishe. Senza dubbio, dobbiamo imparare a controllare la nostra passione numero uno: lamentarci continuamente. Scrivere su di un foglio tutte le recriminazioni che vorremmo dirgli ed aspettare il momento giusto fino a renderci conto, rileggendole, di quanto erano inutili. Chiedere un abbraccio quando lo desideriamo senza mandare segnali di fumo con il display del cellulare. Per il resto, dobbiamo solo far venire fuori quei doni di cui il Padre ci ha ricolmate.

La capacità di accoglienza prima di tutto, recuperando quello sguardo compassionevole e leale verso l’uomo che amiamo, che lo fa sentire il guerriero capace di traghettare la barca della sua famiglia al là di ogni tempesta. Far venir fuori la dolcezza delle piccole cose, facendo il primo passo senza aspettare che l’altro decifri i nostri messaggi criptati. Sottomettersi, che non significa piegarsi ad un’autorità ma, nel senso paolino del termine, “stare sotto” alla casa della nostra famiglia per portare il peso, perché – si sa – le donne sono più fragili fisicamente ma più temprate nello spirito a custodire l’unità. E infine ringraziare, come faccio io adesso, le nostre mamme, non perché hanno scelto come la mia di non lavorare per accudire quattro figli, né di continuare dopo 42 anni di matrimonio a stirare ogni mattina la camicia di mio padre – perché altrimenti nell’armadio fa le pieghe – ma solo perché ha amato mio padre, perché si sono amati. È tutto ciò di cui avevo bisogno.
Giovanna Abbagnara su PuntoFamiglia

Il coraggio di sposarsi

«Il sacramento del matrimonio comporta un impegno preciso: si ama come ama Dio, per sempre. Ci vuole coraggio per amarsi come Cristo ama la Chiesa. Per questo gli sposi coraggiosi son una risorsa essenziale per la Chiesa»,

Narrano le cronache che molti giovani fidanzati abbiano incrociato gli sguardi e mostrato un sorriso di sorpresa nell’ascoltare Papa Francesco mentre vestiva di eroismo l’unione coniugale. Un accostamento all’apparenza provocatorio, in realtà fondato e ben spiegato dal Pontefice, la cui riflessione è arrivata in un mese, quello di Maggio, solitamente nuziale e dunque propizio per interrogarsi sull’essenza e forse pure sul futuro del matrimonio e del sacramento matrimoniale.

In effetti, dentro alla precarizzazione dei sentimenti, tra le onde di una cultura in cui la normalità della relazione sentimentale fra un uomo e una donna è sempre più la convivenza, scelta per essere liberi di lasciarsi a piacimento, la rotta cristiana, richiamata dal Santo Padre, può sembrare simile a quella di certi navigatori del Cinquecento, che allestivano una flotta e sfidavano gli oceani per una terra ignota, sulle carte geografiche inesistente.

Capitani coraggiosi, gli sposi. Qualcuno potrebbe anche obiettare che la pretesa cristiana è troppo grande per gli uomini e le donne di oggi e che, forse, bisognerebbe mitigarla, per non spaventare chi vi si avvicini. Così, in molti casi, il matrimonio si riduce ad una convivenza temporanea di solitudini, gestite alla meno peggio ma sempre pronte a esplodere. Perdonare, soprattutto, riesce difficile, per chi pensa – secondo un costume oggi in voga – di non avere nulla da farsi perdonare. Nella elusione della propria coscienza viene meno anche il nesso con la misericordia per l’altro. E intanto le aspettative, le pretese si moltiplicano: educati come siamo a credere di poter avere tutto ciò che vogliamo, è frontale lo scontro con l’altro che a sua volta ha questa pretesa. Poi, e forse è la questione fondamentale, ognuno crede che tutto dipenda da sé, dalla propria volontà o abnegazione; ed è logorante tenere addosso sempre i panni dell’eroe. Ciò che manca, probabilmente, è la capacità di amarsi totalmente sapendo rispettare l’altro, lasciandogli una sua dignità e una sua intimità spirituale, sapendo che uno più uno, nel matrimonio, non fa due soggettività, ma un soggetto unico e complesso. «La fusione delle anime», ricorda in versi Nazim Hikmet, «è mille volte più difficile della fusione dei metalli. Non nasce in un’ora il vero amore né da scintille a comando sulla pietra. Nasce, invece, lento e si propaga dopo una lunga complicità che lo rafforza». L’amore non è fulminante: anche se nasce da una folgorazione, deve essere costruito e custodito, crescere e rafforzarsi, con coraggio e abnegazione. La sua strada non conosce solo l’esaltazione e la festa, ma anche l’abbattimento e la ferialità, come pure le cadute e il perdono. Non è fatto solo di coccole e di carezze; attraversa pure il tempo dell’oscurità e della freddezza. Ma solo se temprato e costantemente alimentato riesce ad essere autentico e perenne.

Un matrimonio così, cristiano, esiste. Ma deve anche essere appreso, lentamente. Chi vuol saperne di più chieda alle tante coppie che, per fortuna, nella vecchiaia conoscono ancora la fusione delle anime e hanno tanto da dire a quelle che stanno sbocciando. E l’amore così inteso è un amore che va oltre. È eterno.
Monsignor Vincenzo Bertolone

Una proposta alternativa sui diritti dei conviventi

Comitato-Si-FamigliaIl Comitato Sì alla Famiglia, un cartello di associazioni cattoliche, evangeliche e laiche presieduto dal sociologo Massimo Introvigne, ha presentato a Roma, in una riunione con parlamentari di diversi partiti, un testo unico sui diritti dei componenti di una convivenza.

Il testo, composto da 8 capi e 33 articoli, elenca e ribadisce, con alcune norme di raccordo, quanto l’ordinamento italiano già prevede, esplicitamente o implicitamente, in tema di diritti dei conviventi. «Tra questi – spiega Introvigne – l’assistenza in qualunque struttura sanitaria del convivente nei confronti del proprio partner, norme di parificazione del convivente al coniuge in tema di assistenza da parte dei consultori, di interdizione e inabilitazione, di successione nella locazione e nell’assegnazione di un alloggio popolare. Il testo ribadisce che il partner di fatto ha titolo, a determinate condizioni, al risarcimento del danno subito dall’altro partner e all’indennizzo che spetta al partner vittima di delitti di mafia o di terrorismo. Tutto questo per le convivenze tra persone sia di sesso diverso, sia dello stesso sesso».

«Vogliamo distinguere con estrema chiarezza – afferma Introvigne – il cosiddetto matrimonio omosessuale, con la conseguente possibilità di adottare figli, cui siamo assolutamente contrari anche qualora lo si nasconda pudicamente sotto il nome di “unioni civili”, dal riconoscimento dei diritti e doveri che derivano dalle convivenze. Per questo, a differenza di quanto fa il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, non parliamo di unioni civili – una sigla che in tutta Europa significa qualcosa di analogo in tutto al matrimonio tranne che nel nome – e non prevediamo né l’adozione né la riserva di legittima per la successione né la reversibilità delle pensioni, che sono cose tipiche dei matrimoni o almeno di simil-matrimoni».

Sì alla Famiglia ricorda che non sono oppositori del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili o delle proposte annunciate da Renzi a sostenere che le unioni civili sono matrimoni sotto altro nome. Lo ha affermato in un’intervista a «Repubblica» del 16 ottobre 2014 lo stesso sottosegretario Scalfarotto, dichiarando che «l’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik».

«E se anche si costruisse un istituto presentato come “la stessa cosa” del matrimonio senza adozioni – precisa il comitato – è certo che le adozioni, com’è avvenuto in Germania e in altri Paesi, sarebbero rapidamente introdotte dalla Corte Costituzionale in nome del principio di uguaglianza».

«Questo testo, che rende maneggevoli e coordina disposizioni che l’ordinamento italiano già comprende – conclude Introvigne – permetterà ai parlamentari di schierarsi e agli elettori di comprendere le loro posizioni. Chi vuole il “matrimonio” omosessuale, completo di adozioni subito o tra qualche anno, potrà votare le unioni civili della Cirinnà o di Renzi. Chi vuole ribadire che ai conviventi, dello stesso sesso o di sessi diversi, sono riconosciuti i diritti e i doveri relativi alla sanità, alle carceri, alla locazione, ai risarcimenti, ma vuole chiudere la porta al “matrimonio” e alle adozioni, ora ha un testo su cui convergere».