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Il matrimonio indissolubile come libera scelta

linus amoreIl 23 gennaio 1961, nel corso del pontificato del beato Giovanni XXIII, la Santa Sede istituì la festa dello sposalizio della Vergine Maria e di San Giuseppe. Un’occasione questa, per tutti gli sposi, per rinnovare le promesse matrimoniali. Un’occasione, altresì, per ricordare l’importanza del matrimonio cristiano, unico nel suo genere. Se pensiamo alla situazione della società all’avvento del cristianesimo, la posizione della Chiesa fu a dir poco innovativa, emancipata e in controtendenza per ciò che concerne il matrimonio. La Chiesa sosteneva, infatti, che tale sacramento doveva essere una libera scelta, e dunque, poteva avvenire solo ed esclusivamente previo consenso di entrambi gli sposi. La libertà di scelta da parte della donna sembra oggi una cosa scontata, ma in passato, ed in particolar modo prima del cristianesimo, la donna era considerata inferiore all’uomo e trattata alla stregua di una schiava e come oggetto di piacere.

Francesco Agnoli in una sua interessante pubblicazione del 2010, Indagine sul cristianesimo, analizza la storia dei cristiani e della Chiesa mettendo in evidenza il contributo apportato da quest’ultima allo sviluppo della civiltà occidentale. Nel capitolo terzo, intitolato Il cristianesimo e le donne, Agnoli descrive minuziosamente, attraversoun’analisi pressoché unica, come grazie alla Chiesa Cattolica la donna sia oggi libera da moltissimi vincoli e imposizioni, come quello, appunto, di non poter scegliere liberamente chi sposare o meno; nell’antichità, ad esempio, era il padre che decideva chi doveva sposare la figlia (cosa che succede tuttora nei paesi non cattolici come, ad esempio, l’India).La Chiesa, secondo gli insegnamenti del Cristo, promosse con audacia e fermezza un’immagine della donna differente rispetto al pensiero corrente, secondo la quale uomo e donna non vanno distinti perché sono uno parte dell’altro, entrambi sono “esseri viventi” e quindi con gli stessi diritti. In tal senso, lo storico Jacques Le Goff ci ricorda che nel quarto Concilio Lateranense (1215) la Chiesa formalizzò definitivamente il matrimonio, dichiarando che tale atto “non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti”. Una posizione di gran lunga avanzata rispetto all’epoca. Il matrimonio diventa così impossibile senza il mutuo consenso, e perché questo si realizzi la Chiesa farà tutto il possibile, come istituire le cosiddette “pubblicazioni”, la presenza di “testimoni”, il “processetto matrimoniale”, usato dall’autorità ecclesiastica per verificare o meno l’autenticità della richiesta di matrimonio da parte dei futuri sposi, ed infine il consenso definitivo. Tutto ancor oggi in uso. Si può dunque ben comprendere ora l’importanza e l’unicità del matrimonio cristiano, non solo da un punto di vista religioso, ma anche storico e sociale. Ecco allora che la festa dello sposalizio tra la vergine Maria e San Giuseppe assume una valenza fondamentale per i cristiani. Il carattere verginale, poi, testimonia la perfetta comunione degli spiriti tra i due santi sposi, nonostante l’assenza dell’atto sessuale. Con ciò si comprende che il matrimonio cristiano non si riduce all’atto fisico tra uomo e donna, seppur doveroso e momento bellissimo di comunione tra la coppia, ma che la vera unione passa solo e solamente attraverso Gesù Cristo; solamente con Cristo, infatti, è possibile accogliere pienamente l’altro, donarsi in piena libertà, e dunque, amarsi.“Nessuna coppia è chiamata al matrimonio esclusivamente per la propria soddisfazione. Ogni coppia sposata è un dono per la chiesa e per il  mondo, per essere icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, e che sacrifica se stesso per lei, fino sul talamo della croce”: nella Chiesa di San Carlo Borromeo a Londra è esposta un’icona moderna di rara bellezza e particolarmente interessante, intitolataNotre Dame dell’Alliance, la quale racchiude in sé tutta la teologia, il significato e il pensiero della Chiesa Cattolica sul mistero sponsale. L’icona raffigura due sposi entrambi abbracciati dalla Vergine Maria, con le mani appoggiate delicatamente sulle spalle, a simboleggiare la Chiesa che accoglie nel proprio “seno” i novelli sposi, proprio come una madre, accompagnandoli senza forzarli; al centro, invece, tra i due, c’è Cristo, “sempre presente nel cuore della sua Chiesa”, che tiene per mano i due sposi, come per calmare le loro paure e ansie, ed infine rafforzarli. Nel matrimonio, infatti, gli sposi fanno un’alleanza con Dio valida per tutta la vita, della quale la Chiesa fa da tramite, testimone e garante, accompagnando e sostenendo, in quanto madre, gli sposi nel oro nuovo percorso ed offrendo loro i doni dell’eucarestia e della parola di Dio, senza i quali non è possibile vivere la vita cristiana (di conseguenza il cosiddetto “cristiano non praticante” non può sussistere) e tanto più il matrimonio. Germano Pattaro, sacerdote veneziano, diceva che “Dio fa visita agli sposi nel loro matrimonio, a questo appuntamento non vuole mancare, fa parte della comunione d’amore instaurata dal Signore con ogni cristiano già dal momento del battesimo”.

Tale sacramento in sostanza, per i cristiani, poggia “le proprie fondamenta sulla “roccia”, che è Gesù Cristo (“maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore”), e se c’è Gesù Cristo, roccia di salvezza, la morte non prevarrà, in quanto, diceva San Giovanni Crisostomo, “la sua debolezza è più forte della fortezza umana”. Ecco allora che la festa dello sposalizio della Vergine Maria e San Giuseppe, sposi e famiglia per antonomasia, immagine perfetta dell’amore di Dio, della Santissima Trinità e comunione di infinito amore, invita tutti a seguire il loro esempio, ossia, essere immagine del volto di Cristo attraverso la vita sponsale.

di Pietro Barbini

Chiara ed Enrico: un amore vero

chiaraenricoAmore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero e’ difficile da comprendere in questa societa’ sempre piu’ individualista. Un esempio concreto e’ stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.

Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non e’ l’odio, ma il possesso».

Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».

La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».

La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.

Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».

Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».

Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».

Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».

Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

Di Irene Bertoglio (autore)

Ho avuto un solo uomo, tuo padre (Oliviero Toscani)

OLIVIERO TOSCANI (Non sono obiettivo, Feltrinelli 2001):
«Ieri mia madre mi ha detto: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. All’improvviso si sono sgretolati anni e anni di liberazione sessuale, di convincimenti libertari, di mentalità radicale. Tutto quel che avevo creduto una conquista civile si è ridimensionato di fronte a quella semplice affermazione: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. Sono stato messo di fronte alla debolezza di ciò che credevo essere la modernità, con la forza di chi afferma un principio antico, senza la consapevolezza di essere, lei sì, la vera rivoluzionaria. Mi sono domandato: sono più avanti io che ho vissuto e teorizzato il rifiuto del matrimonio, l’amore libero e i rapporti aperti o lei che per una vita intera è rimasta fedele ad un solo uomo? Senza essere Gesù Cristo mi sono sentito il figlio di Dio e mia madre mi è apparsa come la Madonna: in modo naturale, come se fosse la più ovvia delle cose, lei ha impostato tutta la sua vita su concetti che oggi ci appaiono sorpassati, ridicoli: la felicità, l’onestà, il rispetto, l’amore. Mentre penso che non c’è mai stata in lei ombra di rivendicazioni nei confronti del potere maschile mi rendo conto che non esiste nessuno più autonomo di lei. Nessun senso di inferiorità l’ha mai sfiorata, perché le fondamenta della sua indipendenza erano state scavate nei terreni profondi della dirittura morale, della lealtà, della giustizia, dell’onore e non sulla superficie di ciò che si è abituati a considerare politicamente corretto. Il rispetto e la timidezza con cui guardava mio padre e l’educazione che mi ha dato a rispettarlo non avevano niente a che vedere con le rivendicazioni dei piatti da lavare.
Mia madre non si è mai sentita inferiore perché ci serviva in tavola un piatto cucinato per il piacere di accontentarci e di farci piacere; o perché lavava e stirava per farci uscire “sempre in ordine”. Sono consapevole che sto esaltando il silenzio e quella che le femministe hanno drasticamente definito sottomissione. Ma non posso fare a meno di interrogarmi sui veri e falsi traguardi dell’emancipazione, su ciò che appartiene ai convincimenti profondi e su ciò che non è altro che sterile battibecco. Nella ricerca dei valori che dovrebbero educarci a un’etica meno degradata di quella improntata al principio del così fan tutti, mia madre è un esempio di anticonformismo e di liberazione: lei è davvero affrancata dagli stereotipi e dai bisogni indotti della società massificata. Per conquistare obiettivi importanti e sicuramente oggi irrinunciabili siamo stati costretti ad abdicare alla nostra integrità. Noi abbiamo perso la “verginità”, non lei.»

I più bei pensieri spirituali di Gianna Beretta Molla

La preghiera è la ricerca di Dio che sta nei cieli, e ovunque poiché è infinito…

Chi non prega, non può vivere in grazia di Dio.

Pregare, pregare bene, pregare molto. Non solo quando abbiamo bisogno di grazie, non solo per chiedere. La vera preghiera è quella

  • di adorazione: riconoscimento della bontà, dell’amore di Dio
  • poi di ringraziamento: sono un nulla, eppure sono un corpo, ho dei doni, tutto tuo dono – il mondo l’hai creato per me.

Vediamo la mano di Dio dappertutto, e ringraziamolo

  • di perdono
  • di richiesta: non solo le cose materiali, ma “cercate prima il Regno dei Cieli”, la grazia, il Paradiso per noi e per gli altri.

Pregate e vi santificherete – santificherete – vi salverete.”

                   (Quaderno dei ricordi durante i SS. Esercizi, ? 1944 – 1948)

La devozione alla Mamma Celeste fu in Gianna intensa e determinante:

per la vita di Pietà della giovane di Azione Cattolica, Gianna raccomanda con insistenza il S. Rosario e aggiunge:senza l’aiuto della Madonna in Paradiso non si va.”                

(Quaderno dei ricordi  durante i SS. Esercizi, ? 1944 – 1948)

Amare la Madonna = confidenza tenera nelle nostre difficoltà. La Madonna è la Mamma non può lasciar cadere la nostra domanda.”    (anni 1947 – 1948)

Alle nuove Delegate delle Giovanissime di Azione Cattolica: Amate le vostre bambine, vedete in loro Gesù fanciullo e pregate tanto per loro,   tutti i giorni mettetele sotto la protezione di Maria Santissima.”   (anno 1948)

L’ apostolato

“La condizione più essenziale di ogni attività feconda è l’immobilità  pregante. L’apostolato si fa prima di tutto in ginocchio.

Il Signore desidera vederci accanto a Lui per comunicarci, nel segreto della preghiera, il segreto della conversione delle anime che avviciniamo…

 Non ci dovrebbe essere mai nessuna giornata nella vita di un apostolo che non comprenda un tempo determinato per un po’ di raccoglimento ai piedi di Dio…

 Noi dell’Azione Cattolica dobbiamo dare del divino alle anime, non dell’umano. Ma capite bene che per poter dare dobbiamo avere, cioè dobbiamo possedere Dio.

Più si sente il desiderio di dare molto, e più sovente bisogna ricorrere alla sorgente che è Dio.”                        (lunedì 11.11.1946)

“Pretendere di essere apostoli, di far parte dell’Azione Cattolica e non partecipare  poi al sacrificio del Salvatore del mondo è pura immaginazione e illusione! Azione Cattolica è Sacrificio, non dimentichiamolo. Dobbiamo sempre accettare i sacrifici che ci vengono chiesti. Non ritirarsi quando ciò che vi si chiede di fare costa tempo, costa fatica, costa sacrificio. Le persone tiepide il Signore le detesta. La semigenerosità Gesù non l’amava.”            (lunedì 30.12.1946)


Il mondo cerca la gioia ma non la trova perchè lontano da Dio.

Noi, compreso che la gioia viene da Gesù, con  Gesù nel cuore portiamo gioia. Egli sarà la forza che ci aiuta.”

                        (Quaderno dei ricordi  durante i SS. Esercizi, ? 1944 – 1948)

 “Il segreto della felicità è di vivere momento per momento, e di ringraziare il  Signore di tutto ciò che Egli nella sua bontà ci manda giorno per giorno.”

L’amore

Amare vuol dire desiderio di perfezionare se stessa, la persona amata, superare il proprio egoismo, donarsi…

L’amore deve essere totale, pieno, completo, regolato dalla legge di Dio, e si  eterni in Cielo.”

               (Quaderno dei ricordi durante i SS. Esercizi, ? anni 1944 – 1948) 

I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

La poligamia? No grazie

Quando aveva dieci anni, Lola Shoneyin vide su un giornale la foto di un noto personaggio locale circondato dalle sue tre mogli: portavano lo stesso nastro nei capelli, gli stessi merletti, lo stesso sorriso. Fantastico, pensò, se lei e le sue amiche si fossero sposate con il medesimo uomo. Sarebbero andate a fare compere tutte assieme, al ristorante sempre insieme, si sarebbero vestite con abiti uguali, come sorelle. Espose la sua teoria a sua madre, che non reagì con l’atteso entusiasmo: «sembrano felici, in realtà sono tristi e acide».

Qualche anno dopo si accorse che i suoi genitori scoraggiavano i fratelli più grandi ad uscire con ragazze provenienti da famiglie poligame (mentre, a differenza di molti altri nigeriani, non avevano nessuna preclusione sull’etnia). Ribellandosi quantomeno all’ingiustizia di vedere giudicate delle donne in base alle scelte dei padri, Lola protestò. Sua madre rispose che i figli cresciuti in famiglie poligame erano spesso educati a essere infidi e ambigui. Lei stessa aveva condiviso il padre con fratellastri nati da cinque mogli. (SCHEDA COSE’ IL MATRIMONIO)

Un quarto di secolo dopo è proprio alla descrizione dei rapporti che si instaurano in una famiglia poligama – al cui interno vive il 30 per cento delle donne nigeriane – che la poetessa di Ibadan ha dedicato il suo primo romanzo: Prudenti come serpenti (traduzione di Ilaria Tarasconi, 66thand2nd, Roma, pagg.256, euro 16), finalista all’Orange prize. Una commedia umana polifonica dove quattro mogli raccontano in prima persona una faida senza esclusione di colpi. Donne con educazione, cultura, religione e provenienza sociale differente, angeliche agli occhi del marito, ricorrono a ogni tipo di espediente per assicurarsi il favore del facoltoso poligamo e garantire il più possibile a se stesse e alla loro progenie. Una lotta all’ultimo sangue che assorbe energie, sperpera ricchezze, abbrutisce le persone mettendo a repentaglio la vita dei più deboli.

Prudenti come serpenti pare una metafora della Nigeria odierna, resa ricca dal petrolio, ma incapace di fare tesoro di questa ricchezza, devastata com’è da corruzione e lotte fratricide tra culti, culture ed etnie differenti. «Sì, sotto molti aspetti è una metafora del mio paese – afferma la scrittrice 38enne –. Spesso m’interrogo sulla cacofonia che esiste in uno stato dove si parlano più di duecento lingue. C’è un’opprimente sensazione di sfiducia e sospetto. Ci fu una guerra civile 40 anni fa, più di un milione di persone morirono. Molti covano ancora l’amarezza di quell’ingiustizia e in alcune regioni credono di essere destinati a guidare il paese. Anche con l’alfabetizzazione, c’è sempre un abisso tra chi è istruito e chi crede che la sopravvivenza dipenda soprattutto dalla furbizia. Con tutto questo rumore di fondo, coloro che hanno il potere parlano di un’unità nazionale che non esiste, che è impossibile!».

«Ho sofferto troppo nella mia vita per permettere a quella specie di ratto di rovinare tutto. È laureata, e allora? Quando ci ritroveremo dinanzi a Dio nell’ultimo giorno, ci chiederà se siamo andati all’università? No! Ma vorrà sapere se siamo stati prudenti come serpenti, perché è così che la Bibbia ci chiede di essere» sentenzia una delle spietate mogli del poligamo. Nel romanzo, come nella realtà, soldi, privilegi, istruzione, provenienza etnica, religione, genere dividono i nigeriani. «La corruzione e il petrolio hanno dato a persone immeritevoli accesso a molto denaro. È chiaro a tutti che non è stato guadagnato onestamente, e questo ha cambiato l’attitudine delle persone verso il duro lavoro e i risultati costruttivi.

Troppa gente oggi vuole arricchirsi facilmente» spiega la scrittrice che alla domanda se quello religioso sia un conflitto reale o creato ad arte per manipolare la popolazione risponde «La tensione religiosa è stata alimentata sia dai potenti sia dagli estremisti. Per esempio, almeno un terzo della mia famiglia è musulmano. Mio nonno lo era, finché non si è convertito al cristianesimo negli anni 40.

Questa è la storia di molti nigeriani del Sud Ovest e del Nord. La differenza di religione solo raramente è stata causa di conflitto nelle famiglie, ancora meno nelle comunità. Ma con la schiacciante povertà e disoccupazione che attanaglia il paese, politici potenti fanno il lavaggio del cervello a giovani uomini e donne e li trasformano in fanatici. Queste persone vulnerabili sono strumenti per destabilizzare il governo e instillare la paura nella gente». Lola Shoneyin ha sposato il figlio del premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka che continua a denunciare i pericoli del fanatismo religioso, proponendo una sorta di nuovo umanesimo centrato sul riconoscimento della dignità del corpo umano e sul rispetto della scelta individuale.

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Manager e madre di 9 figli. La vita al primo posto.

Clara_GaymardClasse 1960, nazionalita’ francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco Clara Lejeune e’ amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e madre nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.
«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».
Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».
Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo “chi non ha una vita complicata?” anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico “I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta”. Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».
Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926 -1994), medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down, Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.
«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva “Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi”. Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».
«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard ed uscito in Francia nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, ha progetti diversi e più grandi dei nostri». – di Raffaella Frullone – la bussola quotidiana

La perdita del coniuge ci fa nudi ed indifesi

perdita-congiuntoQuando ho saputo che Marco, il marito di Beatrice, era giunto alla casa del Padre, ho provato una stretta al cuore. Dopo tanti anni quel che ricordo di Beatrice sono sempre due cose: le sue risate e la sua capacità di amare.

Bella, intelligente, con due occhi azzurri splendenti spontaneità, allegra ed autoironica. Quante risate fatte insieme!

Ed ora?

Dove si sarà nascosta la voglia di ridere di Beatrice, ora che l’amore della sua vita ha concluso il suo passaggio sulla terra, lasciando una moglie innamorata.

In punta di piedi, le scrivo.

Carissima Beatrice, ho saputo ora che Marco ti ha preceduta in paradiso. Non so quante lacrime starai versando, ma, proprio perché le vedo impreziosite da un dolore profondo, non voglio scriverti belle parole. Non ne troverei qualcuna all’altezza. Ma un abbraccio ci tengo a mandartelo. Tutti noi arriviamo, prima o poi, alla scommessa finale. Quella per cui ci giochiamo la fondamentale domanda: è vero che siamo nati e non moriremo mai più? Farsi questa domanda mentre qualcuno ci abbraccia, credo che ci aiuti a togliere la risposta dagli scaffali della filosofia e della teologia per riporla lì dove deve stare: sulla nostra scrivania. Sui passi della nostra concreta vita. Sui fatti che ci piombano addosso provocando la nostra anima a reagire. Carissima Beatrice, che Dio benedica la tua anima fino a farle intuire con forza che siete vestiti di vita: tu e Marco. Che il Signore dell’universo apra gli occhi del tuo cuore, facendoti vedere la vicinanza invisibili di colui che la vita ti ha donato come marito. E che tu sia piena di felicità quando, un giorno, lo riabbraccerai ed insieme direte a Dio: “Grazie delle altre vite che sono nate dal nostro amore e di tutto quel che noi due abbiamo costruito insieme”…”

La sera stessa Beatrice mi risponde, donandomi “dolorosa saggezza”, con poche e vere parole.

Cristina, sto attraversando un periodo di sofferenza. Credevo di essere preparata alla separazione da Marco perché lui ha cercato, durante la sua malattia, di prepararmi in tutti i modi. Mi diceva “Beatrice è il momento giusto, non voglio morire vecchio e decrepito, non voglio sentire il mio fisico perdere le forze, devo solo essere grato per la vita che ho avuto, sono stato un uomo fortunato. Pensa solo ai figli ed ai nipoti che sono nati tutti sani. Sono in pace e sereno”. Questo discorso me l’ha ripetuto e ripetuto quando ci prendevamo per mano e andavamo a fare la nostra passeggiata, quando lo curavo con tutto il mio amore e quando, con un calcolo molto preciso da medico qual era, mi ha detto “adesso basta, sono arrivato”.

E’ stato allora che mi ha chiesto “Ma tu pensi che ci rivedremo?”

“Credo di si”

“Allora ti aspetto”.

Ed io ho creduto che tutta questa serenità che mi ha sempre donato per cinquanta anni mi avrebbe accompagnato. Invece sto facendo i conti con un dolore cupo, con un pianto che anche mentre ti scrivo mi offusca la vista. Mi dico che ci sono mamme che soffrono dolori più duri, mi dico che ho condiviso la vita con un uomo buono, e mi dico che dovrei dire solo grazie. Ragiono, ragiono … ma Cristina, sto proprio male… e scusami ma questa sera avevo proprio bisogno di te…”

Non c’è niente da fare: quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi. Allora te ne innamori e lui diventa “unico”.

Da quel momento il termine “provvisorio” viene cancellato dal tuo vocabolario interiore e la magia del “per sempre” entra nella tua anima, disseminandola di “noi”.

Noi ci ameremo.

Noi ci sposeremo.

Noi faremo dei figli.

Noi invecchieremo insieme.

Pian piano le nostre radici diventano così inestricabilmente intrecciate da rendere inconcepibile il solo pensiero di separarle.

Poi, inevitabilmente, arriva…

Cara Beatrice, appena te la senti, asciugati gli occhi e guarda bene: c’è dell’altro da acchiappare. Il tuo amore  non è svanito nel nulla perché ha il sigillo con su scritto “più in là”.

Pian piano Dio strapperà il tuo futuro dalle grinfie della disperazione e lo colorerà con la fede negli abbracci eterni che ti aspettano.

E non pensare che Dio non stia agendo solo perché ti senti vuota, spersa, arrabbiata, disperata e irrimediabilmente rotta.

Non giudicarti male quando sentirai persino invidia (sentimento che, normalmente, non ti appartiene) verso coppie che vedrai ancora insieme; perdonati con facilità, per non aggiungere dolore a dolore.

Non catalogarti come donna di poca fede se penserai al paradiso con una bella dose di dubbi; fa parte del gioco.

Quando si affronta la morte, è necessario avere molta compassione di noi stessi. Stiamo faticando e soffrendo per arrivare alla vetta, ma è da lì che si vede il panorama completo del senso della vita.

Vicino al cielo, con un solo sguardo, si può vedere il passato, il presente e le colline future che ci attendono. E’ da lì che scoprirai come tutto abbia avuto un senso.

Il primo bacio che hai dato a Marco, ha avuto il tifo di tutto il paradiso!

Ogni risata fatta insieme, ogni difficoltà superata, ogni perdono regalato…tutto è stato protetto dal Cielo perché voi eravate la perla preziosa voluta da Dio.

“Siete” la Sua perla preziosa. Per sempre.

«Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).
Maria Cristina Corvo  www.zenit.org

Un sorriso all’aurora

cuore-al-tramonto2Raoul Follereau si trovava in un lebbrosario in un’isola del Pacifico. Un incubo di orrore. Solo cadaveri ambulanti, disperazione, rabbia, piaghe e mutilazioni orrende.
Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti. Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri.
Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell’inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male?
Lo pedinò, discretamente. Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell’alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso.
Si metteva a sedere e aspettava.
Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell’aurora del Pacifico.
Aspettava fino a quando, dall’altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza.
La donna non parlava. Lanciava solo un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso. Ma l’uomo si illuminava a quel sorriso e rispondeva con un altro sorriso.
Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche. Tutte le mattine. Una specie di comunione quotidiana. Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile.
Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso gli disse: «È mia moglie!».
E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi ha curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare. Uno stregone le aveva dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio… Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere».

Certamente qualcuno ti ha sorriso stamattina, anche se tu non te ne sei accorto. Certamente qualcuno aspetta il tuo sorriso, oggi.
Se entri in una chiesa e spalanchi la tua anima al silenzio, ti accorgerai che Dio, per primo, ti accoglie con un sorriso.
(dal Bollettino Salesiano)

Ecologia della fertilità. Ambientalismo nella coppia?

famiglia ecologiaLa questione ecologica è di grande attualità, ma in realtà, è poco conosciuta nei suoi diversi aspetti scientifici, antropologici ed etici.

1. Ecologia

Il termine ecologia (dal greco oikos, casa e logos discorso – studio sulla casa) compare nel 1866 con il biologo tedesco Ernst Haeckel per indicare la scienza dei rapporti dell’organismo con l’ambiente. L’ecologia, però, va riferita non solo all’ambiente ma anche all’uomo, per cui si dovrebbe distinguere in ecologia ambientale ed ecologia umana.

All’interno dell’ecologia umana [1], c’è l’ecologia della fertilità, con cui si può intendere l’attenzione e la cura rivolta alla fertilità, anche in vista della procreazione, nel rispetto dei tempi e dei modi stabiliti dall’ordine naturale.

In riferimento ai tempi, si ricorda che l’uomo e la donna sono stati creati in modo diverso: l’uomo è sempre fertile, la donna, invece, presenta un andamento ciclico di fertilità e di infertilità, caratterizzato da un orologio biologico che, dai 35 anni in poi, rende più difficile la ricerca di una gravidanza, anche con il ricorso alle tecniche di procreazione artificiale o assistita, come viene definita dalla legge 40/2004. Queste tecniche, però, comportano la perdita di un rilevante numero di embrioni e la comparsa di un’ elevata percentuale di malformazioni nel neoconcepito, come il British Medical Journal (febbraio 2014) ha documentato e su cui ha allertato.

Un’ecologia della fertilità, invece, orienta giovani e coppie a conoscere e a tutelare la fertilità come un valore umano e sociale (non una “malattia” da cui liberarsi o un “diritto” da pretendere ad ogni costo), nel rispetto della donna e del concepito.

In un’epoca caratterizzata da bassi tassi di fecondità (numero di figli per donna) – come conferma anche l’ultimo Rapporto Istat 2014 e la sua Sintesi che a p. 16 riporta un tasso di fecondità riferito al 2012, di 1.42 (media Ue 28, 1.58, cioè inferiore all’indice di sostituzione, 2.1) – si dovrebbero promuovere condizioni socio-culturali favorevoli al formarsi di una famiglia. Purtroppo, tale richiesta, sollecitata anche dal Forum delle Associazioni familiari, a livello politico, finora non è stata recepita.

In riferimento al modo di procreare, per ecologia della fertilità si intende il concepimento naturale, per cui, in caso di infertilità, la coppia dovrebbe essere aiutata a rimuovere le cause dell’infertilità attraverso un’accurata diagnosi, un’adeguata terapia (medica, chirurgica o psicologica) e una lungimirante prevenzione legata, soprattutto, all’educazione a stili di vita rispettosi della salute procreativa, a partire dalla conoscenza della fertilità e dei significati del procreare umano. Essere concepiti in modo naturale è un diritto di ogni essere umano per motivi psico-biologici, sanitari ed etici, e costituisce un limite invalicabile ad avere un figlio ad ogni costo, in risposta alla cosiddetta dittatura del desiderio, figlia di una mentalità individualista ed egoistica che strumentalizza, soprattutto l’embrione e la donna, attraverso la fecondazione in provetta e l’utero in affitto.

Da considerare, inoltre che, come l’ambiente, anche la natura umana può reagire qualora non venisse rispettata. Perciò, come si presta attenzione alla raccolta differenziata e alle sostanze chimiche negli alimenti, così sarebbe auspicabile produrre maggiore impegno a non ignorare gli effetti degli ormoni sull’essere umano[2].

Infatti, pur apprezzando l’accresciuta sensibilità verso l’ambiente, è da richiamare come, prima dell’ecologia ambientale, venga l’ecologia umana, perché l’uomo è custode del creato di cui anche lui fa parte.

Pertanto, l’ecologia della fertilità – che comporta la conoscenza dei Metodi Naturali e la conseguente prevenzione di alcune cause di infertilità – si colloca nel solco della custodia responsabile del creato.

2. Metodi Naturali

Sono metodi diagnostici – come il Metodo dell’Ovulazione Billings e i Metodi Sintotermici che consentono di individuare i tempi di fertilità, di massima fertilità e di infertilità del ciclo femminile, mediante l’interpretazione di segnali, rilevabili dalla donna, che sono direttamente collegati all’andamento degli ormoni, quali ad esempio, il muco cervicale prodotto dal collo dell’utero, in risposta agli ormoni ovarici.

Il muco cervicale, che la donna può imparare a riconoscere, rappresenta un fattore fondamentale e un indicatore attendibile di fertilità.

La conoscenza dei segnali di fertilità e di infertilità consente di acquisire maggior consapevolezza di se stessi, come pure di ricercare, distanziare o evitare la gravidanza (con efficacia) senza ricorrere all’uso di farmaci o di barriere in lattice, che possono comportare, tra l’altro, effetti collaterali.

L’apprendimento dei Metodi Naturali, inoltre, aiuta la coppia, anche se infertile, a scoprire la propria fecondità sotto il profilo psicologico, educativo, sociale e spirituale, mediante l’adozione, l’affido, il volontariato sociale o l’accettazione della propria infertilità, ricordando che la fecondità – oltre la fertilità biologica – indica una potenzialità generativa che può essere declinata in vari modi [3] e si inizia a scoprire in famiglia, con l’assunzione di comportamenti generosi e solidali [4].

3. Vantaggi ecologici dei Metodi Naturali

– ecologia ambientale: rispetto dell’ambiente dove non vengono rilasciati ormoni[5];

– ecologia umana:

* rispetto del corpo maschile e femminile non sottoposto a manipolazioni o a sostanze ormonali;

* rispetto del dono totale e reciproco;

* rispetto dell’eventuale concepito (i metodi naturali non comportano perdite di embrioni legate alle tecniche);

* rispetto della persona.

L’insegnamento dei Metodi Naturali, infatti, può aiutare non solo a conoscere e tutelare la propria fertilità, ma anche ad apprendere uno stile di vita che promuove nell’uomo e nella donna accoglienza e rispetto reciproco, in quanto soggetti di pari dignità e non oggetti, come invece, ripetuti fatti di cronaca continuano a registrare.

4. Dove apprendere i Metodi Naturali

Questa conoscenza, che non è solo tecnica, deve essere appresa da insegnanti qualificati – presenti ormai in tutt’Italia – rintracciabili nel sito della Confederazione Italiana dei Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità.

* Angela Maria Cosentino è dottore in Bioetica, docente di Fecondità, Procreazione Responsabile e Metodi Naturali al Corso di Diploma in Pastorale Familiare, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia – CEI.

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NOTE

[1] L’espressione, introdotta da Paolo VI (Udienza generale, 7 novembre 1973) e applicata ad altro contesto, è stata utilizzata da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus (1991) e nell’enciclica Evangelium vitae (1995). Successivamente, Benedetto XVI l’ha utilizzata nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2007, 2009, 2010 e nell’enciclica Caritas in veritate (2009). Infine, Papa Francesco l’ha richiamata nell’Udienza generale del 5 giugno 2013, cf. A.M. Cosentino, Allarme climatico e controllo demografico, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2014. Secondo l’opinione personale di chi scrive, l’ecologia umana si può intendere come l’insieme delle condizioni psico-fisico-sociali che rispettano la natura umana e ne promuovono lo sviluppo. Tali condizioni si possono pienamente realizzare nel rispetto dei cosiddetti principi non negoziabili: vita, dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale, libertà educativa e religiosa.

[2] Si segnalano gli ormoni relativi alla pillola contraccettiva, alla cosiddetta pillola del giorno dopo, dei 5 giorni dopo, del mese dopo, alla stimolazione ormonale per la procreazione medicalmente assistita.

[3] Cf. M. Magatti – C. Giaccardi, «Generare figli e idee, così il futuro non sarà buio», Avvenire, 11 marzo 2014, p. 3.

[4] Cf. A. M. Cosentino, Testimoni di speranza. Fertilità e infertilità: dai segni ai significati, Cantagalli, Siena 2008.

[5] Cf. Castellaví P, Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, «L’Humanae vitae. Una profezia scientifica», L’Osservatore Romano, 4 gennaio 2009, p.7.

Il matrimonio è importante. Riflettete prima di modificarlo

Icon-of-the-Holy-Family-of-Nazareth-PhotographIl 22 maggio il popolo irlandese sara’ chiamato a votare in un referendum che cambiera’ il significato del matrimonio nella Costituzione dell’Irlanda.

I vescovi cattolici sottolineano l’importanza di un’approfondita riflessione in vista del voto. “Il matrimonio è di fondamentale importanza per i figli, le madri e i padri, e per la società”, esordiscono i presuli in una dichiarazione diffusa oggi, nel corso dell’assemblea generale di primavera. “L’unione di un uomo e di una donna nel matrimonio, aperta alla procreazione dei figli, è un dono di Dio che ci ha creati maschio e femmina’”, si legge nel testo. “Anche la ragione porta alla verità sulla sessualità umana che rende il rapporto tra un uomo e una donna unico. Madri e padri portano doni diversi, ma complementari” nella vita di un figlio. I vescovi spiegano di non poter sostenere un emendamento alla Costituzione che ridefinisce il matrimonio e “pone di fatto l’unione di due uomini, o due donne, alla pari con il rapporto coniugale tra marito e moglie, che è aperto alla procreazione dei figli“, ed esprimono la preoccupazione che, “se passasse l’emendamento, diventerebbe sempre più difficile parlare ancora in pubblico del matrimonio” come vincolo tra un uomo e una donna.

Cosa insegneremo ai bambini a scuola sul matrimonio? Coloro che sinceramente continuano a credere che il matrimonio è tra un uomo e una donna, saranno costretti ad agire contro la propria coscienza?”, si chiedono i vescovi irlandesi invitando a trovare un modo per “proteggere i diritti civili delle persone omosessuali senza pregiudicare il significato fondamentale del matrimonio come comunemente inteso tra culture e fedi nel corso dei secoli”. “The Children and Family Relationships Bill”, avvertono, si propone di “eliminare la menzione di madri e padri da tutta una serie di leggi precedenti”. Di qui l’incoraggiamento a tutti a riflettere su questi temi e a votare il 22 maggio. Gli effetti dell’emendamento proposto “saranno di vasta portata per questa e per le generazioni future. Diciamo a tutti gli elettori: il matrimonio è importante. Riflettete prima di modificarlo”. Infine l’invito alle persone di fede a “portare questa decisione nella preghiera” e un annuncio: “Nelle prossime settimane, e in particolare a maggio, il mese di Maria, invitiamo alla preghiera per il matrimonio e la famiglia”.

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti, non abitano citta’ proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.
5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
Dalla “Lettera a Diogneto” secondo secolo d.C.

Uomo e donna, la verita’ è che siamo diversi

Perché stai cosi’?”. “Non è niente amore”. “Come niente? Hai un’espressione cosi’ triste”. “Non ti preoccupare tesoro, è solo stanchezza”. “Ok”. Tipico dialogo a tinte fosche, tra marito e moglie alla fine di una giornata stressante sul divano di casa. E quando lui risponde con un “ok” e continua a guardare la televisione, ecco che noi donne cadiamo nel pericoloso baratro nero del dubbio postprandiale: “Non si cura di me. Non mi domanda più niente. È distratto, pensa solo alla televisione”. E quando, dopo mezz’ora di silenzio, bombardate dai dubbi più atroci, esplodiamo, rosse di collera, in espressioni del tipo: “Ma non ti accorgi di quanto sto male?”. Ecco che lui scende dal Monte Olimpo con quell’aria da extraterrestre appena atterrato su un pianeta sconosciuto e ti dice: “Ma se te l’ho appena chiesto!”. E subito pensiamo: “Non mi ama abbastanza. Dopo tanti anni non riesce a comprendermi”. Niente di più falso. La verità è che parliamo due linguaggi diversi, con sfumature di mille colori, perché siamo diversi. Noi donne parliamo un linguaggio emotivo, allusivo, viscerale, mandiamo messaggi subliminali che spesso l’uomo non coglie abituato a dire chiaramente quello che pensa e a dare risposte concrete ai bisogni. Ma è proprio in questa diversità di comunicare, di pensare, di agire che è nascosto il mistero e la bellezza del versetto della Genesi: “Maschio e femmina li creò”. Quello che la cultura di oggi cerca di fare, soppiantando quella maschilista di ieri, è seminare l’idea che uomini e donne sono uguali e che liberamente si può scegliere se essere nella vita, l’uno o l’altro.

Educate dalle nostre mamme fin da bambine con la convinzione che la donna, per essere felice nel matrimonio, deve avere la sua indipendenza economica – io a dirla tutta la seconda parte della vita, se da lassù mi è concesso, vorrei trascorrerla felicemente a rigovernare il giardino di casa o a leggere poesie – siamo cresciute con l’idea che dobbiamo sempre dimostrare qualcosa. Essere brave nel lavoro come l’uomo, essere forti e non piangere davanti ad una scena romantica del film d’amore preferito, dimostrare che siamo in grado di gestire la casa, accudire tre figli, avere sempre un frigorifero pieno e contemporaneamente sembrare ogni mattina uscite da un salone di bellezza. Basta donne, il celeste non è il nostro colore. Tiriamo un bel respiro e fermiamoci a riflettere un attimo.

Non siamo chiamate a scimmiottare la figura dell’uomo forte, né a sembrare delle svenevoli geishe. Senza dubbio, dobbiamo imparare a controllare la nostra passione numero uno: lamentarci continuamente. Scrivere su di un foglio tutte le recriminazioni che vorremmo dirgli ed aspettare il momento giusto fino a renderci conto, rileggendole, di quanto erano inutili. Chiedere un abbraccio quando lo desideriamo senza mandare segnali di fumo con il display del cellulare. Per il resto, dobbiamo solo far venire fuori quei doni di cui il Padre ci ha ricolmate.

La capacità di accoglienza prima di tutto, recuperando quello sguardo compassionevole e leale verso l’uomo che amiamo, che lo fa sentire il guerriero capace di traghettare la barca della sua famiglia al là di ogni tempesta. Far venir fuori la dolcezza delle piccole cose, facendo il primo passo senza aspettare che l’altro decifri i nostri messaggi criptati. Sottomettersi, che non significa piegarsi ad un’autorità ma, nel senso paolino del termine, “stare sotto” alla casa della nostra famiglia per portare il peso, perché – si sa – le donne sono più fragili fisicamente ma più temprate nello spirito a custodire l’unità. E infine ringraziare, come faccio io adesso, le nostre mamme, non perché hanno scelto come la mia di non lavorare per accudire quattro figli, né di continuare dopo 42 anni di matrimonio a stirare ogni mattina la camicia di mio padre – perché altrimenti nell’armadio fa le pieghe – ma solo perché ha amato mio padre, perché si sono amati. È tutto ciò di cui avevo bisogno.
Giovanna Abbagnara su PuntoFamiglia

Il coraggio di sposarsi

«Il sacramento del matrimonio comporta un impegno preciso: si ama come ama Dio, per sempre. Ci vuole coraggio per amarsi come Cristo ama la Chiesa. Per questo gli sposi coraggiosi son una risorsa essenziale per la Chiesa»,

Narrano le cronache che molti giovani fidanzati abbiano incrociato gli sguardi e mostrato un sorriso di sorpresa nell’ascoltare Papa Francesco mentre vestiva di eroismo l’unione coniugale. Un accostamento all’apparenza provocatorio, in realtà fondato e ben spiegato dal Pontefice, la cui riflessione è arrivata in un mese, quello di Maggio, solitamente nuziale e dunque propizio per interrogarsi sull’essenza e forse pure sul futuro del matrimonio e del sacramento matrimoniale.

In effetti, dentro alla precarizzazione dei sentimenti, tra le onde di una cultura in cui la normalità della relazione sentimentale fra un uomo e una donna è sempre più la convivenza, scelta per essere liberi di lasciarsi a piacimento, la rotta cristiana, richiamata dal Santo Padre, può sembrare simile a quella di certi navigatori del Cinquecento, che allestivano una flotta e sfidavano gli oceani per una terra ignota, sulle carte geografiche inesistente.

Capitani coraggiosi, gli sposi. Qualcuno potrebbe anche obiettare che la pretesa cristiana è troppo grande per gli uomini e le donne di oggi e che, forse, bisognerebbe mitigarla, per non spaventare chi vi si avvicini. Così, in molti casi, il matrimonio si riduce ad una convivenza temporanea di solitudini, gestite alla meno peggio ma sempre pronte a esplodere. Perdonare, soprattutto, riesce difficile, per chi pensa – secondo un costume oggi in voga – di non avere nulla da farsi perdonare. Nella elusione della propria coscienza viene meno anche il nesso con la misericordia per l’altro. E intanto le aspettative, le pretese si moltiplicano: educati come siamo a credere di poter avere tutto ciò che vogliamo, è frontale lo scontro con l’altro che a sua volta ha questa pretesa. Poi, e forse è la questione fondamentale, ognuno crede che tutto dipenda da sé, dalla propria volontà o abnegazione; ed è logorante tenere addosso sempre i panni dell’eroe. Ciò che manca, probabilmente, è la capacità di amarsi totalmente sapendo rispettare l’altro, lasciandogli una sua dignità e una sua intimità spirituale, sapendo che uno più uno, nel matrimonio, non fa due soggettività, ma un soggetto unico e complesso. «La fusione delle anime», ricorda in versi Nazim Hikmet, «è mille volte più difficile della fusione dei metalli. Non nasce in un’ora il vero amore né da scintille a comando sulla pietra. Nasce, invece, lento e si propaga dopo una lunga complicità che lo rafforza». L’amore non è fulminante: anche se nasce da una folgorazione, deve essere costruito e custodito, crescere e rafforzarsi, con coraggio e abnegazione. La sua strada non conosce solo l’esaltazione e la festa, ma anche l’abbattimento e la ferialità, come pure le cadute e il perdono. Non è fatto solo di coccole e di carezze; attraversa pure il tempo dell’oscurità e della freddezza. Ma solo se temprato e costantemente alimentato riesce ad essere autentico e perenne.

Un matrimonio così, cristiano, esiste. Ma deve anche essere appreso, lentamente. Chi vuol saperne di più chieda alle tante coppie che, per fortuna, nella vecchiaia conoscono ancora la fusione delle anime e hanno tanto da dire a quelle che stanno sbocciando. E l’amore così inteso è un amore che va oltre. È eterno.
Monsignor Vincenzo Bertolone

Una proposta alternativa sui diritti dei conviventi

Comitato-Si-FamigliaIl Comitato Sì alla Famiglia, un cartello di associazioni cattoliche, evangeliche e laiche presieduto dal sociologo Massimo Introvigne, ha presentato a Roma, in una riunione con parlamentari di diversi partiti, un testo unico sui diritti dei componenti di una convivenza.

Il testo, composto da 8 capi e 33 articoli, elenca e ribadisce, con alcune norme di raccordo, quanto l’ordinamento italiano già prevede, esplicitamente o implicitamente, in tema di diritti dei conviventi. «Tra questi – spiega Introvigne – l’assistenza in qualunque struttura sanitaria del convivente nei confronti del proprio partner, norme di parificazione del convivente al coniuge in tema di assistenza da parte dei consultori, di interdizione e inabilitazione, di successione nella locazione e nell’assegnazione di un alloggio popolare. Il testo ribadisce che il partner di fatto ha titolo, a determinate condizioni, al risarcimento del danno subito dall’altro partner e all’indennizzo che spetta al partner vittima di delitti di mafia o di terrorismo. Tutto questo per le convivenze tra persone sia di sesso diverso, sia dello stesso sesso».

«Vogliamo distinguere con estrema chiarezza – afferma Introvigne – il cosiddetto matrimonio omosessuale, con la conseguente possibilità di adottare figli, cui siamo assolutamente contrari anche qualora lo si nasconda pudicamente sotto il nome di “unioni civili”, dal riconoscimento dei diritti e doveri che derivano dalle convivenze. Per questo, a differenza di quanto fa il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, non parliamo di unioni civili – una sigla che in tutta Europa significa qualcosa di analogo in tutto al matrimonio tranne che nel nome – e non prevediamo né l’adozione né la riserva di legittima per la successione né la reversibilità delle pensioni, che sono cose tipiche dei matrimoni o almeno di simil-matrimoni».

Sì alla Famiglia ricorda che non sono oppositori del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili o delle proposte annunciate da Renzi a sostenere che le unioni civili sono matrimoni sotto altro nome. Lo ha affermato in un’intervista a «Repubblica» del 16 ottobre 2014 lo stesso sottosegretario Scalfarotto, dichiarando che «l’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik».

«E se anche si costruisse un istituto presentato come “la stessa cosa” del matrimonio senza adozioni – precisa il comitato – è certo che le adozioni, com’è avvenuto in Germania e in altri Paesi, sarebbero rapidamente introdotte dalla Corte Costituzionale in nome del principio di uguaglianza».

«Questo testo, che rende maneggevoli e coordina disposizioni che l’ordinamento italiano già comprende – conclude Introvigne – permetterà ai parlamentari di schierarsi e agli elettori di comprendere le loro posizioni. Chi vuole il “matrimonio” omosessuale, completo di adozioni subito o tra qualche anno, potrà votare le unioni civili della Cirinnà o di Renzi. Chi vuole ribadire che ai conviventi, dello stesso sesso o di sessi diversi, sono riconosciuti i diritti e i doveri relativi alla sanità, alle carceri, alla locazione, ai risarcimenti, ma vuole chiudere la porta al “matrimonio” e alle adozioni, ora ha un testo su cui convergere».

LEXICON: Unioni di fatto

Pontificio consiglio per la famiglia (a c. di), Lexicon.
Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Bologna. EDB, 2003, pp. 835-851.

di Héctor Franceschi
** Dottore in diritto canonico e in diritto civile
(Università di Navarra), avvocato della Rota romana,
vicerettore della Pontificia università della Santa
Croce a Roma. Professore alla Facoltà di diritto canonico
della Pontificia università della Santa Croce, dove è
coordinatore di studi e direttore tecnico del corso di
specializzazione in diritto canonico del matrimonio e
della famiglia. Collaboratore dell’Istituto di scienze
per la famiglia dell’Università di Navarra. È stato
invitato a partecipare a numerosi corsi, convegni e
riunioni in materia matrimoniale e familiare. Autore di
numerose pubblicazioni, tra cui: Curso de actualización
en derecho matrimonial y procesal (2001).
___

Il riconoscimento e la conseguente registrazione, sul
piano legale, in un numero crescente di paesi, delle
«unioni di fatto», sotto forma di «contratti» tra le
parti interessate che accordano a tali unioni uno statuto
e dei vantaggi sociali simili oppure alternativi a quelli
riservati ai matrimoni, ha provocato una reazione,
talvolta indignata, da parte delle popolazioni alle quali
erano imposte senza il loro consenso, e senza che ci
fosse stato un reale dibattito pubblico preliminare.
Ha anche portato, per contraccolpo, a una riflessione
nuova, e salutare, su ciò che costituisce il matrimonio,
e fa sì che nessun «patto», fosse pure «civico» e «di
solidarietà» (ad esempio il PACS francese), può
pretendere di sostituirsi a questa istituzione naturale,
con cui un uomo e una donna si danno l’uno all’altra
per la vita, in un’unione permanente ed esclusiva, aperta
alla procreazione.
___

Premessa

Le unioni di fatto, fenomeno che negli ultimi anni si è
diffuso nella società, soprattutto in quella occidentale,
interpellano la coscienza di tutte le persone che credono
alla famiglia fondata sul matrimonio come un bene per la
persona e per la società umana.
La Chiesa, più intensamente negli ultimi tempi, ha fatto
uno sforzo per ricordare la fiducia dovuta alla persona
umana e alla sua libertà, dignità e valori, nonché la
speranza che proviene dall’azione salvifica di Dio nel
mondo, la quale aiuta la persona a superare ogni debolezza.
Allo stesso tempo, ha manifestato la sua grande
preoccupazione di fronte ai diversi attentati alla persona
umana e alla sua dignità, rendendo noti anche alcuni
presupposti ideologici propri della cultura «postmoderna»,
che rendono difficile comprendere e vivere i valori che
esige la verità sulla persona umana.
Non si tratta più di contestazioni parziali e occasionali,
ma di una messa in discussione globale e sistematica del
patrimonio morale, basata su determinate concezioni
antropologiche ed etiche.
Alla loro radice sta l’influsso più o meno nascosto di
correnti di pensiero che finiscono per sradicare la
libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto
con la verità [1].

Quando si produce questo svincolamento tra libertà e
verità, viene meno ogni riferimento a valori comuni e a
una verità assoluta per tutti: la vita sociale si
avventura nelle sabbie mobili di un relativismo totale.
Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile: anche
il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita [2].

Certamente, si tratta di una messa in guardia anche per
quanto riguarda la realtà del matrimonio e la famiglia,
unica fonte e cammino pienamente umano di realizzazione
della propria tendenza sessuale mediante la fondazione di
un rapporto proprio in quanto si è uomo e donna, il quale
richiede un’adeguata comprensione della libertà umana,
contro quella frequente corruzione dell’idea e
dell’esperienza della libertà, concepita non come la
capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul
matrimonio e la famiglia, ma come autonoma forza di
affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio
egoistico benessere [3].

Nel contesto di una società frequentemente lontana dai
valori della verità della persona umana, tenteremo ora di
sottolineare precisamente il contenuto di quel patto
matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro
la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al
bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della
prole [4], tale quale fu istituito da Dio «al principio» [5].
Vale a dire, conviene ora spiegare l’essere intimo del
matrimonio in quanto realtà inerente alla persona umana e
alla sua modalizzazione sessuale, nonché i presupposti
antropologici sui quali si basa la realtà matrimoniale.

Soltanto in questo modo si potrà capire la radicale e non
soltanto formale o culturale differenza tra la famiglia
fondata sul matrimonio e le cosiddette «unioni di fatto»,
siano queste eterosessuali od omosessuali [6].

Sin dalla sua fondazione, la Chiesa ha fatto sentire la sua
voce circa gli aspetti morali della sessualità umana, e di
conseguenza ha affermato l’immoralità oggettiva degli atti
sessuali avuti fuori dall’unione matrimoniale e, pertanto,
l’immoralità delle diverse unioni o modi di coabitazione
sessuale al di fuori del vincolo matrimoniale [7].

Ciononostante, la cultura odierna ci pone di fronte a una
nuova sfida: infatti, la mentalità contemporanea ha portato
a considerare socialmente e giuridicamente uguali 4 o,
almeno, equiparabili 4 codeste unioni di fatto nei confronti
della vera unione matrimoniale.

Di fronte a queste pretese, conviene ricordare la natura
della famiglia fondata sul matrimonio, il carattere
soprastorico di cui è rivestita, al di sopra dei cambiamenti
temporali, di luogo e di cultura, nonché la dimensione di
giustizia che scaturisce dallo stesso essere della famiglia
e dalle relazioni che la costituiscono [8].

Le unioni di fatto e la loro disfunzione sociale

Alla luce della verità sul matrimonio come l’unico cammino
degno della persona umana per stabilire una relazione che
implichi la donazione della propria condizione sessuale, e
quindi dell’identità propria della famiglia fondata sul
matrimonio, analizzeremo il fenomeno delle unioni di fatto,
descrivendo gli elementi che le caratterizzano, siano esse
omosessuali o eterosessuali.

In questo modo, attraverso una valutazione razionale, e non
confessionale o tanto meno ideologica, si potranno costatare
le differenze abissali che distinguono l’una e l’altra
realtà (matrimonio e unioni di fatto) e, quindi,
l’ingiustizia che comporterebbe la loro equiparazione
giuridica, cosi come i mali sociali – per l’intera comunit
umana – che deriverebbero dal riconoscimento pubblico di
tali unioni non matrimoniali.
Partiremo dall’analisi dell’espressione del matrimonio come
frutto dell’esperienza giuridica plurisecolare della Chiesa,
per poi vedere il graduale svuotamento che questa realtà ha
subito negli ultimi secoli e, infine, il modo in cui il
fenomeno delle unioni di fatto e i diversi tentativi di
riconoscimento è stato affrontato dal magistero più recente
della Chiesa.

La necessità di un’adeguata comprensione dell’espressione
canonica del matrimonio

Prima di addentrarci nell’analisi della complessa realt
delle unioni di fatto, è d’obbligo un seppur breve
riferimento all’espressione canonica del matrimonio o,
detto con altre parole, al modo in cui è contemplata la
realtà naturale del matrimonio nella legge vigente della
Chiesa.
La legge descrive nella sua sostanza l’essere naturale
del matrimonio, tanto nel suo momento in fieri – il
patto coniugale – quanto nella sua condizione di realt
permanente – chiamata dalla tradizione matrimonio in
facto esse – nella quale si inseriscono vincolarmente non
soltanto la relazione coniugale ma anche le altre
relazioni propriamente familiari.
In questo senso, la giurisdizione sul matrimonio che compete
alla Chiesa è, in questi momenti, decisiva come baluardo e
salvaguardia dei valori intrinsecamente matrimoniali e
familiari.

Ciononostante, certe prassi pastorali – e alcune decisioni
giudiziarie – non comprendono adeguatamente i principi
nucleari dell’essere del matrimonio, almeno in queste due
aree di conoscenza: quella dell’amore coniugale e quella
della sacramentalità del matrimonio cristiano.
Per quanto riguarda la prima, si parla frequentemente
dell’amore come base del matrimonio, e di questo quale
comunità di vita e di amore, ma non di rado non si
capiscono convenientemente queste espressioni, dimenticando
di metterle in connessione con la coniugalità come elemento
intrinseco, lasciando anche fuori dalla definizione
dell’amore coniugale la sua dimensione di giustizia.

Questo fa si che per questa via si tralascino gli argomenti
possibili contro le unioni di fatto, e persino che queste
espressioni possano servire alle unioni di fatto come
«alibi» per affermare la loro «identità»: anche coloro che
difendono l’unione di fatto potrebbero dire che la loro
unione è fondata sull’amore, o che costituisce una comunit
di vita e di amore.

Il problema è, invece, che non può essere tale se non è,
realmente e intrinsecamente, «coniugale», cioè, unione nella
propria condizione maschile e femminile, dovuta in giustizia,
e per la sua stessa natura fedele, indissolubile e aperta
alla vita.

Nei confronti della sacramentalità, la questione è più
complessa, perché i pastori della Chiesa non possono mettere
in disparte l’immensa ricchezza che scaturisce dall’essere
sacramentale del matrimonio tra battezzati.
Dio ha voluto che il patto coniugale «del principio», il
matrimonio della creazione, fosse segno permanente
dell’unione di Cristo e la sua Chiesa, e fosse perciò vero
sacramento della Nuova Alleanza.
Il problema risiede nel comprendere adeguatamente che la
sacramentalità non è qualcosa di sopraggiunto o qualcosa di
estrinseco all’essere naturale del matrimonio, bensì lo
stesso matrimonio voluto dal Creatore, il quale viene
elevato alla dignità di sacramento mediante l’azione
redentrice di Cristo, senza che questo supponga uno
snaturamento della realtà naturale.

A causa della mancata comprensione del significato della
sacramentalità e della peculiarità di questo sacramento
nei confronti degli altri sacramenti della Nuova Alleanza,
appaiono delle imprecisioni, persino terminologiche, che
finiscono per oscurare l’essenza del matrimonio e, di
conseguenza, l’essenza della propria sacramentalità.

Questo ha una speciale importanza nella preparazione al
matrimonio: i lodevoli sforzi nel formare i fidanzati,
per la celebrazione del sacramento, possono lasciare in
ombra una chiara comprensione di quello che è il
matrimonio che stanno per contrarre, senza che pertanto
si rendano conto che non si presentano dinanzi alla
Chiesa primariamente per celebrare il sacramento mediante
determinati riti, ma per contrarre un matrimonio che è
sacramento in virtù dell’inserzione nella Nuova Alleanza
di Cristo e la Chiesa che si è attuata mediante il battesimo
di coloro che per il patto coniugale divengono coniugi [9].

Una siffatta visione della sacramentalità, in qualche modo
estrinseca e legata a determinati riti sacri, in non poche
occasioni spinge i contraenti che non hanno fede alla
celebrazione del matrimonio civile o, persino, alla
costituzione di un’unione di fatto, la quale verrebbe
percepita come un modo alternativo di unirsi, e nella
quale la differenza essenziale con il matrimonio cristiano
sarebbe soltanto la mancata osservanza di determinati
requisiti formali.
Da lì l’importanza di recuperare una visione unitaria e
intrinseca della sacramentalità del matrimonio dei
battezzati [10].

Il graduale svuotamento dell’istituto matrimoniale negli
ordinamenti secolari

Questa espressione canonica del matrimonio, che era
patrimonio comune della cultura occidentale, ha subito
grandi mutamenti nei sistemi giuridici moderni.
Per capirne il perché, prima di analizzare l’evoluzione
degli ordinamenti statuali sul matrimonio, conviene
soffermarsi sulla comprensione culturale del diritto al
matrimonio che è alla base delle grandi trasformazioni
delle leggi riguardanti il matrimonio.

Il diritto di contrarre il matrimonio non può essere
interpretato come un semplice diritto di libertà, senza
tener conto della verità sul matrimonio e sulla famiglia.
Non è un diritto alla libertà nell’esercizio della
sessualità, bensì il diritto a contrarre matrimonio come
l’unica strada umana e umanizzante nell’uso della
sessualità, che non è un istinto corporale, ma una
tendenza che ha il suo fondamento nella persona umana
sessuata e, quindi, nella complementarità tra persona-uomo
e persona-donna, e che implica tutta la persona nei suoi
diversi elementi: corporale, degli affetti e spirituale.

La concezione del diritto al matrimonio come un frutto
della cultura, suscettibile perciò di superamento, ha fatto
sì che questo diritto sia stato inteso in modo sbagliato.
Più che un diritto alla realizzazione della vocazione
all’amore nel matrimonio, è stato inteso come diritto alla
libertà assoluta di scelta – senza nessun rapporto con la
verità dell’uomo – nell’esercizio della sessualità.

Questa impostazione, d’accordo con l’imperante concezione
della libertà – libertà come assenza assoluta di
determinazioni o di finalità, anziché come capacità di
scegliere il bene, di autodeterminazione verso il bene –
ha portato gravi conseguenze.
Tutti i successi dei difensori dell’amore libero, del
divorzio, dell’unione tra omosessuali, sono stati impostati
come una vittoria della libertà contro le imposizioni
della cultura di un determinato momento storico, ormai
superate.
Partendo da una visione del matrimonio come un frutto della
cultura, nel quale poco o nulla avrebbe da dire la natura,
oggi è frequente una visione secondo la quale se, per la
cultura e la morale classiche dell’occidente, il matrimonio
era l’unione di un uomo e una donna per sempre, unione
peraltro aperta alla fecondità, la cultura odierna avrebbe
smontato, a uno a uno, i fondamenti di questa concezione
del matrimonio.

Il primo elemento a subire questo assalto è stata
l’indissolubilità: perché solo per sempre? Dovremmo avere
il diritto a un’unione transitoria, non solo fino a che
la morte ci separi, ma finché vi sia l’amore, inteso come
un sentimento.
La conseguenza di questa prospettiva è stata l’introduzione
del divorzio.

Nella stragrande maggioranza delle legislazioni questo
atteggiamento ha portato non soltanto a una modificazione
del contenuto del diritto al matrimonio, nel senso che le
persone avrebbero il diritto a contrarre un matrimonio che
si può dissolvere, ma ha portato anche al diniego
dell’autentico diritto al matrimonio di molte persone, nel
senso che lo Stato non ha voluto riconoscere il diritto a
contrarre il matrimonio cosi come esso si intende, e cioè
uno, indissolubile e aperto alla vita [11].

Un’ulteriore tappa in questo svuotamento – sebbene molti
lo intendano come una conquista – è stata la mentalit
contraccettiva, che ha portato alla scissione tra
sessualità e fecondità.
Non sarebbe più un’unione tra uomo e donna aperta alla
fecondità, ma un’unione con una qualunque finalità, che
cercherebbe soltanto di soddisfare il desiderio di piacere
e di realizzazione: un altro passo nel cammino verso
l’intendimento dello ius connubii come semplice diritto
di libertà nell’esercizio della sessualità.

La situazione è più grave nei paesi in cui lo Stato obbliga
i coniugi a regolare la natalità o impone e promuove
campagne di sterilizzazione o, ancora più grave, di aborto
come mezzo di controllo delle nascite.
Lo stesso si potrebbe dire della possibilità di separare la
filiazione dalla sua dimensione coniugale, mediante
l’utilizzo dei metodi di fecondazione artificiale che non
tengono conto dell’inseparabilità tra coniugalità e
procreazione, o con il dilagare dell’aborto, che fa perdere
l’idea basilare del figlio come un dono e della famiglia
come la cornice nella quale la vita concepita, frutto della
coniugalità, si dovrebbe trovare più protetta.

L’ultimo passo, al quale abbiamo assistito con la
risoluzione del Parlamento europeo sul diritto al
«matrimonio» fra gli omosessuali [12], è stata la
negazione dell’esigenza della eterosessualità: perché uno
con una, solo un uomo con una donna?
Respingere il diritto al matrimonio a due uomini o a due
donne, affermano, sarebbe negare l’esercizio del diritto
al matrimonio.
È questo l’ultimo gradino nello svuotamento dello ius
connubii, che non sarebbe più un diritto con un contenuto
determinato dalla stessa natura dell’uomo e del matrimonio,
ma un semplice diritto di libertà, intesa questa come
libertà assoluta di scelta.

Più che di diritto a contrarre matrimonio, si dovrebbe
parlare di diritto di contrarre: che cosa?
Nessuno lo sa.

Contro questa impostazione del diritto al matrimonio,
conviene ritrovare una visione conforme alla verit
sull’uomo e sul matrimonio, che tiene conto della natura
della sessualità umana come essenzialmente diversa da
quella animale in tutti i suoi piani o livelli.

Lo ius connubii ha un contenuto che va specificato – più
che limitato – dalla stessa natura umana.
Quello che ha fatto il sistema giuridico matrimoniale
della Chiesa durante i secoli, e che era stato accolto
dalla cultura e dai sistemi giuridici occidentali, è stato
delineare questo diritto, sempre nel rispetto del suo
contenuto naturale, anche tenendo conto della condizione
di persona-fedele dei contraenti del matrimonio tra
cristiani.

In questo modo, possiamo affermare che il diritto al
matrimonio, dal punto di vista del suo contenuto
essenziale, determinato dalla sua natura, implicherebbe
le seguenti realtà:
a) diritto a contrarre matrimonio uno, indissolubile e
aperto alla fecondità, e al riconoscimento, difesa e
promozione di questo diritto da parte della comunit
ecclesiastica e civile;
b) diritto di fondare una famiglia. Il diritto al
matrimonio e il suo riconoscimento sarebbero la prima
manifestazione di una realtà: la sovranità della
famiglia in quanto realtà in se stessa [13];
c) diritto di strutturare la propria famiglia secondo
le proprie convinzioni. Il diritto al matrimonio è
diverso da altri diritti individuali, ma è in stretto
rapporto con essi: la libertà religiosa, la libert
delle coscienze, la libertà di pensiero, la libertà di
educazione ecc.;
d) diritto della famiglia di essere riconosciuta come
parte del bene comune e come soggetto del dialogo sociale.

Alla luce di questi principi, possiamo ora analizzare
le trasformazioni della comprensione del matrimonio e
della famiglia negli ordinamenti secolari.
Agli esordi del cosiddetto processo di secolarizzazione
dell’istituzione matrimoniale, la prima e quasi unica cosa
che venne secolarizzata furono le nozze o forme di
celebrazione del matrimonio, almeno nei paesi occidentali
di radice cattolica.
Furono mantenuti negli ordinamenti secolari, almeno per un
certo tempo, i principi basilari del matrimonio, tra i
quali il principio vincolare indissolubile.

L’introduzione generalizzata in questi ordinamenti di
quello che il concilio Vaticano Il denomina «la piaga del
divorzio» diede origine a un progressivo allontanamento
da quello che costituì durante secoli una grande conquista
dell’umanità, grazie allo sforzo della Chiesa primitiva,
non già per sacralizzare o cristianizzare la nozione
romana del matrimonio, bensì per restituire questa
istituzione alle sue origini creazionali, alla «verit
del principio».
È vero che nella coscienza di quella Chiesa primitiva
c’era la chiara persuasione che l’essere naturale del
matrimonio era stato pensato da Dio creatore per essere
il segno dell’amore di Dio verso il suo popolo e, nella
pienezza dei tempi, dell’amore di Cristo per la sua
Chiesa.
Ma la prima cosa che fa la Chiesa, guidata dal vangelo e
dagli espliciti insegnamenti di Cristo, «è quella di
ricondurre il matrimonio ai suoi principi, consapevole
che è Dio stesso l’autore del matrimonio, dotato di
molteplici valori e fini; tutti quanti di somma importanza
per la continuità del genere umano, il progresso personale
e il destino eterno di ciascuno dei membri della famiglia,
per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della
stessa famiglia e di tutta la società umana» [14].

Man mano che trascorre il tempo, il principio consensuale
perde vigore in quanto causa effettiva di un vincolo
giuridico, fino a diventare una mera formalità, circondata
di alcuni riti che danno alle nozze, al fatto di sposarsi,
una qualche solennità e riconoscimento pubblico, la quale
culminerebbe con l’iscrizione in un registro civile.

Con la scomparsa graduale di impedimenti importanti, gli
ordinamenti secolari si allontanano ogni giorno di più da
quello che è l’essere naturale del matrimonio,
avvicinandosi invece a quello che sarebbe una mera unione
di fatto.
Secondo questo modo di capire il matrimonio, la
differenza «essenziale» tra il matrimonio e l’unione di
fatto sarebbe che il primo è stato celebrato con i requisiti
di forma e le solennità richieste dalla legalità vigente ed
è stato iscritto nel registro ufficiale, ricevendo quindi
il «nome» di matrimonio, mentre le unioni di fatto non
si legherebbero a nessuna regola stabilita, oltre a
quelle estrinseche dei requisiti formali per ottenere
un qualche riconoscimento.
Ad ogni modo, le distinzioni, nella pratica, resterebbero
molto vaghe, soprattutto nella misura in cui
l’equiparazione fosse più forte.

Da un lato, nelle unioni di fatto riconosciute vi è una
qualche formalizzazione.
D’altro lato – come si preciserà di seguito – si mantiene
una differenza di nomen iuris, la quale ha non poca
importanza di fatto nei confronti della volontà reale
delle parti.
Inoltre, nelle unioni di fatto riconosciute, la tendenza
è quella di stabilire una qualche procedura di «divorzio»
– altrimenti il caos giuridico sarebbe insostenibile – e
quindi ci sarebbe una certa «stabilità» riconosciuta.

Con questo si vuol dire che la proliferazione di certe
unioni di fatto, lasciando a parte le argomentazioni
antropologiche e ideologiche, trova un buon terreno di
crescita nel declino progressivo che hanno subito le
leggi matrimoniali statuali nei confronti di quella che è
la sostanza del matrimonio e della famiglia.

Ciò non significa, però, che chi si sposa secondo le
formalità stabilite dalla legge dello Stato non possa o
non voglia contrarre un vero matrimonio, perché la
tendenza all’unione coniugale è inerente alla persona
umana sessualmente differenziata, e nella sua decisione
sovrana – e non nelle leggi dello Stato – trova il suo
fondamento la giuridicità del patto coniugale e la nascita
di un vero vincolo coniugale.

Sposarsi in questo modo, cioè con le solennità richieste e
con l’esigenza dell’iscrizione registrale, conferisce al
patto coniugale la dimensione pubblica e sociale inerente
alla sua natura, il che non succede con le cosiddette
«unioni di fatto».
Qui risiede in buona parte la ragione di fondo della
necessità di distinguere tra il matrimonio e la famiglia
fondata sul matrimonio – con gli effetti giuridici sociali
che il suo riconoscimento pubblico implica – e le unioni
di fatto, che per la loro propria natura deliberatamente
intendono mantenersi al di fuori del sistema legale.

Qualunque sia la valutazione morale o etica del fatto, è
certo che in una società come quella attuale è difficile
pensare a una restrizione della libertà di convivere o
coabitare privatamente, incluso more uxorio, delle
persone che cosi lo desiderino.
Cosa ben diversa è che a queste unioni gli si trasferisca
il nome di matrimonio e gli si riconosca uno status
giuridico identico – o almeno analogo – con il matrimonio e
con la famiglia d’origine matrimoniale.

Le unioni di fatto nel recente magistero ecclesiastico

Tenuto conto di quanto abbiamo detto sull’importanza della
difesa della famiglia fondata sul matrimonio per la
protezione del bene della società, faremo riferimento al
modo in cui il magistero della Chiesa ha affrontato
l’argomento delle unioni di fatto negli ultimi anni.
Non si tratta, però, di una «visione di fede», ma di una
necessità che riguarda tutte le persone nel loro bene,
nella misura in cui questi interventi del magistero, più
che rivolti ai soli cristiani, sono uno sforzo per chiarire
quale sia la verità della persona e della sua dimensione
sessuale, al di sopra dei singoli credi e delle culture,
cioè con un fondamento nella natura stessa della persona
umana, come ben esprime Giovanni Paolo II nel suo
discorso alla Rota romana dell’anno 2001: «Ma tale
donazione personale ha bisogno di un principio dì
specificità e di un fondamento permanente. La
considerazione naturale del matrimonio ci fa vedere che i
coniugi si uniscono precisamente in quanto persone tra cui
esiste la diversità sessuale, con tutta la ricchezza anche
spirituale che questa diversità possiede a livello umano.
Gli sposi si uniscono in quanto persona-uomo ed in quanto
persona-donna.
Il riferimento alla dimensione naturale della loro
mascolinità e femminilità è decisivo per comprendere
l’essenza del matrimonio. Il legame personale del coniugio
viene a instaurarsi proprio al livello naturale della
modalità maschile o femminile dell’essere persona umana»
[15].

Alla luce di questa «natura del matrimonio», vedremo gli
interventi del magistero nei confronti delle unioni di
fatto.
Nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo attuale, il
concilio Vaticano II ha fatto vedere come la salvezza della
persona e della società umana e cristiana è strettamente
connessa con una felice situazione della comunità coniugale
e familiare.
E avverte in seguito come non dappertutto la dignità di
questa istituzione brilla con identica chiarezza, poiché è
oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, del
cosiddetto libero amore e da altre deformazioni [16].
I Padri conciliari ebbero la consapevolezza del fatto che
il cosiddetto «amore libero» costituiva un elemento
dissolvente e distruttore del matrimonio, perché mancante
dell’elemento costitutivo dell’amore coniugale, il quale
si fonda sul consenso personale e irrevocabile mediante il
quale gli sposi si danno e si ricevono mutuamente, dando
cosi origine a un vincolo giuridico e a un’unità sigillata
da una dimensione pubblica di giustizia.

Il fenomeno dell’amore libero, contrapposto al vero amore
coniugale, ora – ed è – il seme che ha fatto germogliare in
grande misura le unioni di fatto, in un primo momento e,
successivamente, e con la rapidità con cui si operano oggi
i cambiamenti culturali, ì tentativi dei poteri pubblici
di equiparare queste unioni di fatto con la famiglia di
fondazione matrimoniale, almeno in alcuni livelli giuridici
e di riconoscimento pubblico.

Il recente magistero pontificio spiega con grande chiarezza
questo processo di assimilazione.
Nel 1981, quando Giovanni Paolo Il scriveva l’esortazione
apostolica Familiaris consortio, le unioni senza un vincolo
istituzionale pubblicamente riconosciuto – né civile né
religioso – costituivano un fenomeno sempre più frequente
che attirava l’attenzione dell’azione pastorale della
Chiesa.
Per dare un’adeguata risposta alle singole situazioni, il
pontefice invita a distinguere i diversi elementi e fattori
che originano queste unioni di fatto.
In effetti, non sono la stessa cosa le unioni alle quali
alcuni si vedono come portati da situazioni difficili
– economiche, culturali e religiose – e quelle volute in
se stesse con un atteggiamento di disprezzo, di
contestazione o di rigetto della società, dell’istituto
familiare, dell’ordinamento sociopolitico, o di sola
ricerca del piacere [17].

Il papa aggiunge un terzo tipo di unioni di fatto: quelle
di coloro che si trovano in queste situazioni spinti
dall’estrema ignoranza e povertà, talvolta da
condizionamenti dovuti a situazioni di vera ingiustizia,
o anche da una certa immaturità psicologica, che li rende
incerti e timorosi di contrarre un vincolo stabile e
definitivo [18].

Il modo di affrontare il fenomeno dovrà necessariamente
tenere conto della molteplicità di realtà che si trovano
sotto la stessa categoria di «unioni di fatto» [19].
Quelle che siano le cause che originano queste unioni
senza vincolo giuridico valido a causa della mancata
formalizzazione adeguata del consenso, l’irregolarità di
queste situazioni – riconosce il pontefice – pone alla
Chiesa ardui problemi pastorali, per le gravi conseguenze
che ne derivano, sia religiose e morali (perdita del
senso religioso del matrimonio, visto alla luce
dell’alleanza di Dio con il suo popolo; privazione della
grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche sociali
(distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del
senso di fedeltà anche verso la società; possibili traumi
psicologici nei figli; affermazione dell’egoismo) [20].

Queste parole rispecchiano la preoccupazione del pontefice
dinanzi a queste unioni non soltanto non riconosciute, ma
che in molti casi rifiutano in partenza l’idea di un
impegno stabile.
Ma non si intuisce ancora il problema che si sarebbe
presentato con forza posteriormente alla Familiaris
consortio – dovuto alla pretesa di poteri pubblici – di
equiparare, in un modo o nell’altro, queste unioni di
fatto alla famiglia fondata sul matrimonio.

Invece, in un discorso del 1998, il papa mostra in modo
più chiaro la sua preoccupazione al riguardo: «Ancora
più preoccupante è l’attacco diretto all’istituto
familiare che si sta sviluppando sia a livello culturale
che nell’ambito politico, legislativo e amministrativo.
E’ chiara infatti la tendenza ad equiparare alla famiglia
altre e ben diverse forme di convivenza, prescindendo da
fondamentali considerazioni di ordine etico e
antropologico» [21].

Più di recente, nel suo discorso al tribunale della Rota
romana del 21 gennaio 1999, il romano pontefice affronta
direttamente il problema, descrivendolo con chiarezza e
sottolineando la gravità e l’insostituibilità di alcuni
principi, che sono basilari per l’umana convivenza, e
ancor prima per la salvaguardia della dignità di ogni
persona.
Le ragioni invocate dal papa non sono teologiche o
sacramentali, né ricorda questi principi basici soltanto
a coloro che fanno parte della Chiesa di Cristo Signore,
ma altresì a tutte le persone sollecite del vero progresso
umano, perché è l’essere stesso del matrimonio come realt
naturale e umana quello che è in gioco, ed è il bene di
tutta la società quello che si mette in pericolo.

Come tutti sanno – afferma il papa – oggi non si mettono
in discussione soltanto le proprietà e le finalità del
matrimonio, ma il valore e l’utilità stessa dell’istituto.
Pur escludendo indebite generalizzazioni, non è possibile
ignorare, al riguardo, il fenomeno crescente delle
semplici unioni di fatto (cf. Familiaris consortio, 81: AAS
74 [1982] 181S) e le insistenti campagne d’opinione volte
a ottenere dignità coniugale a unioni anche fra persone
appartenenti allo stesso sesso [22].

In tal modo, non è la finalità del pontefice, nell’ambito
di questa allocuzione, quella di insistere nella
«riprovazione e la condanna», bensì quella di indicare
positivamente i binari entro i quali deve trascorrere la
riflessione circa quello che è il matrimonio nel suo
essere naturale.
In questo senso, il nucleo centrale ed elemento portante
di tali principi è l’autentico concetto di amore coniugale
fra due persone di pari dignità, ma distinte e
complementari nella loro sessualità [23].

Si tratta di un principio centrale che il papa sviluppa in
continuazione e al quale abbiamo già fatto riferimento,
cioè di un amore che, per essere qualificato come vero
amore coniugale, deve essere trasformato in un amore dovuto
in giustizia, mediante l’atto libero del consenso
matrimoniale.
Alla luce di questi principi – conclude il papa – può
essere stabilita e compresa l’essenziale differenza
esistente fra una mera unione di fatto – che pur si
pretenda originata da amore – e il matrimonio, in cui
l’amore si traduce in impegno non soltanto morale, ma
rigorosamente giuridico.
Il vincolo, che reciprocamente si assume, sviluppa di
rimando un’efficacia corroborante nei confronti dell’amore
da cui nasce, favorendone il perdurare a vantaggio della
comparte, della prole e della stessa società [24].

Per tutto questo – aggiunge il papa – si rivela anche
quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realt
«coniugale» all’unione fra persone dello stesso sesso.
Vi si oppone, innanzitutto, l’oggettiva impossibilità di
far fruttificare il connubio mediante la trasmissione
della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella
stessa struttura dell’essere umano.
È di ostacolo, inoltre, l’assenza dei presupposti per
quella complementarità interpersonale che il Creatore
ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su
quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la
femmina [25].

Nel suo discorso alla Rota romana del l’ febbraio 2001,
egli ribadisce come queste pretese di equiparazione tra
il matrimonio e le unioni di fatto, persino quelle tra
omosessuali, traggano origine da una visione del
matrimonio come realtà meramente culturale, senza un
solido fondamento nella natura: «Questa contrapposizione
tra cultura e natura lascia la cultura senza nessun
fondamento oggettivo, in balia dell’arbitrio e del
potere. Ciò si osserva in modo molto chiaro nei tentativi
attuali di presentare le unioni di fatto, comprese quelle
omosessuali, come equiparabili al matrimonio, di cui si
nega per l’appunto il carattere naturale» [26].

La problematicità del riconoscimento delle unioni di fatto

Le unioni di fatto e l’inadeguatezza del loro
riconoscimento giuridico e pubblico.

Una volta studiato il fenomeno delle unioni di fatto e il
modo in cui il magistero della Chiesa è venuto incontro a
questo, incentriamo la nostra analisi nel problema di
queste unioni ai nostri giorni e nell’inadeguatezza del
loro riconoscimento come realtà di diritto pubblico negli
ordinamenti statuali.

a) Che cosa si intende oggi per «unioni di fatto» alle
quali alcuni ordinamenti civili vogliono dare uno statuto
giuridico-pubblico, equiparandole – in molti dei loro
effetti – all’unione matrimoniale?

Non è facile elaborare una nozione unica che coinvolga i
molteplici ed eterogenei fenomeni implicati nell’espressione
«unioni di fatto».
L’elemento comune che le configura è il loro carattere di
unioni non matrimoniali, vale a dire fondate sul rifiuto
dell’impegno matrimoniale.
Di conseguenza, tutto ciò che si può predicare del
matrimonio, in ordine al bene delle persone e della
società intera, deve porre su un piano negativo le unioni
di fatto.
Nel matrimonio si assumono pubblicamente, mediante il
patto coniugale, tutte le responsabilità che nascono dal
vincolo creato, il quale costituisce un bene per gli
stessi coniugi e per il loro perfezionamento; per i figli
nella loro crescita affettiva e di formazione; per gli
altri membri della famiglia estesa fondata sulla
coniugalità e la consanguineità; e per la società tutta
la cui trama più solida poggia sui valori che scaturiscono
dalle diverse relazioni familiari [27].
Continua a essere vera la massima secondo la quale la
salute dell’umanità passa attraverso la salute della
famiglia: «L’avvenire dell’umanità passa attraverso la
famiglia» [28].
Le unioni di fatto costituiscono, in questo senso, una
malattia che intaccherà tutto il corpo sociale se,
anziché provvedere alla sua guarigione, viene stimolata
la loro propagazione e le si etichetta pubblicamente con
il nome e lo statuto del matrimonio e la famiglia, almeno
in modo analogo.

La società odierna porta l’uomo a ritenere che può
desiderare e optare per un uso della sessualità diverso
da quello previsto dalla stessa natura e dalle sue
finalità proprie.
Privatamente può vivere in coppia in modo stabile o
transitorio, in relazioni eterosessuali od omosessuali.
Da un punto di vista morale è chiaro che questi
atteggiamenti non rispettano la dinamica dell’amore
coniugale proprio della condizione di persona-maschio e
persona-femmina e quindi non sono degni della persona
umana, più radicalmente nel caso delle unioni tra
omosessuali, che snaturano alla sua radice la sessualit
umana e rendono impossibile la comprensione della sua
struttura e finalità.
Ma la questione non è ora quella di insistere nella
condanna morale di questi atteggiamenti, bensì di mettere
in guardia sull’inadeguatezza di elevare questi interessi
privati alla categoria di interesse pubblico, sancito e
riconosciuto dalla legge alla stregua o in maniera
analoga alle relazioni matrimoniali e familiari, come se
nella loro essenza fossero un bene da tutelare e persino
da promuovere.
Seguendo il paragone precedente, una cosa è convivere con
la malattia per il fatto che molti scelgono liberamente
quello stato, pensando forse che sia uno stato di
perfetta salute, e tutt’altra cosa sarebbe quella di dare
impronta pubblica di salute a degli atteggiamenti che, in
quanto sono in relazione con l’istituto matrimoniale,
potrebbero recare un danno grave a questa istituzione
naturale e a tutto il corpo sociale, che trova in essa
il suo fondamento basilare.

b) Ma non tutte le cosiddette «unioni di fatto» hanno lo
stesso impatto sociale né le stesse motivazioni. Oltre a
essere unioni non matrimoniali, i tratti che le
caratterizzano si potrebbero descrivere nel seguente modo:
1) il carattere puramente «di fatto» della relazione,
perché sono unioni che mancano di giuridicità intrinseca
propria: i conviventi non hanno titolo alcuno di giustizia
per esigere a vicenda un tipo specifico di condotta, né
per chiedere all’altro ragione delle decisioni prese, il
che non toglie che da quelle relazioni possano derivare
conseguenze giuridiche di carattere privato;
2) una coabitazione nella quale c’è un qualche contenuto
sessuale;
3) un certo carattere di stabilità, che le distingue
dalle unioni sporadiche od occasionali: non si tratta,
pertanto, di una stabilità basata su un vincolo
giuridico, perché la caratteristica di queste unioni è
proprio quella di non accettare alcun vincolo;
4) l’apertura costante alla possibilità di interruzione
della convivenza;
5) nelle relazioni di fatto si verifica anche un qualche
carattere di esclusività simultanea, nel senso che l’unione
non è, in linea di principio, poligamica, benché non
include di per sé alcun dovere di fedeltà;
6) in linea di massima non implicano un rapporto
intrinseco con il debito coniugale né con la prole,
benché quest’ultima si possa accettare come circostanza
occasionale [29].

Benché abbiamo indicato questi tratti comuni delle unioni
di fatto, dobbiamo dire che la loro tipologia è molto varia
a seconda delle circostanze e dei motivi che danno loro
origine.
Ci sono unioni di fatto volute come alternativa al
matrimonio, ma ne esistono altre non cercate come tali, ma
semplicemente tollerate o sopportate.

All’origine delle prime, ci possono essere i motivi più
svariati.
Tra questi:
1) ideologici, di rifiuto del matrimonio, il quale viene
considerato come una forma inammissibile di fare violenza
al benessere personale, per poi optare per altre
alternative o modi dì vivere la sessualità;
2) motivi economici o giuridici;
3) la considerazione dell’unione di fatto come una sorta
di matrimonio «a prova», nella quale la coppia avrebbe il
progetto di contrarre il matrimonio in futuro, ma le
parti non hanno ancora una vera volontà matrimoniale, che
in ogni caso condizionerebbero all’esito positivo
dell’unione «senza vincolo» [30].

Tra le altre possiamo anche distinguere diverse situazioni.
In alcuni paesi, il maggior numero di unioni di fatto si
deve a una disaffezione al matrimonio non basata su
motivi ideologici, bensì sulla mancanza di una formazione
adeguata, conseguenza di una situazione di povertà,
emarginazione o mancata evangelizzazione.
In altri casi, buona parte delle unioni di fatto trovano la
loro spiegazione nella cultura nella quale sono immersi i
conviventi, per esempio in quelle società nelle quali più
di un secolo di legislazione divorzistica ha fatto si che
il matrimonio perdesse quasi tutto il suo senso e il suo
contenuto.
Infine, troviamo delle situazioni nelle quali i
condizionamenti familiari, economici, ambientali portano a
delle situazioni di vera ingiustizia che impediscono o,
almeno, rendono molto difficile la celebrazione del
matrimonio.
In questi casi è possibile trovare delle unioni di fatto
che contengono, persino sin dal loro inizio, una volont
coniugale autentica, e nelle quali i conviventi si
ritengono vincolati come marito e moglie e si sforzano per
adempiere i loro doveri matrimoniali e familiari.
In queste situazioni, l’azione pastorale molte volte verr
indirizzata alla «regolarizzazione» di queste unioni,
mediante la celebrazione del matrimonio o tramite la
convalidazione o la sanazione, a seconda dei casi [31].
Altre situazioni di convivenza di fatto possono rispondere
a motivi «assistenziali». Sarebbe il caso, ad esempio,
delle persone in età anziana che stabiliscono relazioni
di fatto per la paura che l’unione matrimoniale causi
loro danni fiscali o la perdita della pensione.
Forse anche in questi casi non è del tutto assente la
volontà di essere e di vivere veramente come coniugi.
Potrebbe anche darsi il caso di persone che abbiano una
vera volontà matrimoniale ma si trovino ingiustamente
impedite per accedere alle nozze alle quali hanno diritto
in virtù dello ius connubii proprio di ogni persona umana
come sarebbe, ad esempio, il caso di un ingiusto divieto
di matrimonio per ragioni eugenetiche [32]. In casi del
genere, se non ci sono altri motivi che si oppongono alle
nozze, pensiamo che si potrebbe presumere l’esistenza di
una volontà matrimoniale.

Come è ovvio, negli ultimi due tipi di situazioni descritte
si dovrà agire partendo dalla pastorale familiare, nel
primo caso, e tentando di rimuovere gli ostacoli ingiusti
per l’esercizio effettivo dello ius connubii, nel secondo.
Perciò, queste situazioni non rappresentano il problema
principale al quale ci riferiamo quando parliamo della
pretesa di riconoscimento pubblico e di
istituzionalizzazione delle unioni di fatto in quanto tali
da parte del legislatore, dato che queste unioni tendono
verso il vero matrimonio, nella misura in cui esiste una
vera volontà matrimoniale, e possono essere ricondotte
verso un’unione matrimoniale.

c) Benché, tenendo conto di queste diverse situazioni, il
modo giuridico pubblico di trattare gli stati delle persone
non può né deve essere identico – come non lo è neanche il
loro giudizio etico o morale, né i mezzi pastorali per
venir loro incontro – conviene, ciononostante, evidenziare
le differenze sostanziali tra il matrimonio e le unioni di
fatto o, se si preferisce – in una visione più ampia – tra
la famiglia fondata sul matrimonio e la comunità affettiva
che nasce da un’unione di fatto.

«Il fatto differenziale, autenticamente sostantivo, è che
i vincoli giuridici delle comunità familiari hanno quella
struttura di riferimento originaria: la famiglia fondata
sul matrimonio, la cui prima giuridicità scaturisce da se
stessa e non invece da una creazione del potere
legislativo, esecutivo o giudiziario dello Stato. Le
comunità affettive, invece, sono quelle che mancano della
giuridicità specifica e intrinseca che trova la sua fonte
nella coniugalità o nella consanguineità. È il caso di
quelle coppie che mettono in comune il “fatto” del loro
reciproco affetto, ma allo stesso tempo rifiutano
espressamente che quel fatto costituisca un vincolo
giuridico tra di loro sul quale si debba articolare una
consanguineità che anche escludono. Manca anche la
giuridicità familiare nelle convivenze affettive tra le
coppie dello stesso sesso, le quali, come è palese,
possono mettere in comune dei legami affettivi, ma gli
manca assolutamente il potere sovrano di originare tanto
la coniugalità, che poggia sulla dualità maschio-femmina,
quanto la trasmissione della vita in modo consanguineo,
la quale pure riposa sulla stessa dualità sessuale» [33].

Questa radicale differenza tra il matrimonio, il quale
ha una dimensione di giustizia intrinseca che esige di
essere riconosciuta, protetta e promossa dallo Stato, e
le unioni di fatto, che acquisiscono uno statuto legale
che trae la sua forza soltanto ed esclusivamente dal
potere dello Stato, fa si che sia una grave ingiustizia
e un abuso da parte delle autorità pubbliche il tentativo
di equiparazione di queste con la famiglia fondata sul
matrimonio.

Di conseguenza, «una prospettiva oggettiva, serenamente
lontana da una posizione arbitraria o demagogica, invita
a riflettere circa le importanti differenze nel
contributo reale al bene comune della società tutta, che
si danno tra gli apporti della famiglia fondata sul
matrimonio e, con essa, delle comunità familiari [], e
di quelle che offrono le mere convivenze affettive. È
un chiaro dato di fatto che, in paragone con le comunit
familiari, le funzioni strategiche di trasmettere la
vita umana, di curarla ed educarla in una comunità di
lacci amorosi e affettivi, e di congiungere la convivenza
e la successione intergenerazionale di valori e di beni
[] non possono essere realizzate in forma massiva,
stabile e permanente dalle convivenze meramente
affettive» [34].

d) Queste differenze sostanziali tra il matrimonio e le
unioni di fatto costituiscono l’argomento principale per
considerare inadeguati i tentativi di equiparare o di
misurare con gli stessi criteri, da parte dei poteri
pubblici, delle realtà così diverse e con dei contributi
al bene comune tanto dispari.
Non si deve confondere una società pluralista con una
società uniforme.

L’uguaglianza dinanzi alla legge deve essere presieduta
dal principio di giustizia, il che significa trattare
come uguale quello che è uguale, e quello che è diverso
come diverso; vale a dire, dare a ognuno quello che gli
è dovuto per giustizia.
Questo principio basilare della società umana verrebbe
infranto se si desse alle unioni di fatto un trattamento
giuridico pubblico identico o assimilato a quello che
spetta alla famiglia fondata sul matrimonio.

Se la famiglia matrimoniale e le unioni di fatto non
sono equiparabili nei loro doveri, funzioni e servizi
alla società, non possono allora essere uguagliate né
nel loro nome né nel loro statuto giuridico.

Diversamente, il tentativo di non discriminare le unioni
di fatto comporterebbe una discriminazione della famiglia
matrimoniale.

Per questo, sarebbe un segno di dittatura ideologica o
di pensiero debole il fatto di promuovere dai poteri
pubblici, con il pretesto del pluralismo democratico, un
trattamento politico e giuridico indifferenziato, che
discrimina le comunità familiari nei confronti delle
comunità di fatto, senza tenere conto del loro contributo
reale al benessere sociale e al bene comune generale [35].

Non si deve dimenticare, nello stesso ambito dei principi,
la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato.
Nel primo caso, la società e i poteri pubblici che la
rappresentano devono sviluppare un’azione di protezione e
di promozione.
Nel secondo caso, lo Stato deve soltanto garantire la
libertà. Laddove l’interesse sia pubblico, interviene il diritto
pubblico. Quello che invece risponde agli interessi privati, deve
essere rinviato al diritto privato.

Ai sensi dell’art. 16 della Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo, la famiglia riveste un interesse
pubblico: «La famiglia è nucleo naturale e fondamentale
della società e dello Stato, e come tale deve essere
riconosciuta e protetta. Due o più persone possono decidere
di vivere insieme, con una dimensione sessuale o senza, ma
quella convivenza o coabitazione non riveste un interesse
pubblico. Lo Stato può tollerare il fenomeno privato di
quella opzione libera, ma non equipararla pubblicamente al
matrimonio, e ancor meno riconoscere quegli interessi
privati come se fossero pubblici. Per di più, nel
matrimonio si assumono, dinanzi alla società, delle
responsabilità in modo pubblico e formale, esigibili in
ambito giuridico, cosa che non avviene nelle convivenze
di fatto».

Un’equiparazione giuridico-pubblica delle unioni di fatto
con il matrimonio, vuoi in forma diretta, vuoi per
analogia, oltre a costituire un trattamento ingiusto e
poco ragionevole, sarebbe il frutto di una profonda
incoerenza e ipocrisia giuridica:
a) da una parte, si pretende regolare quello che rifiuta
espressamente qualunque regolamentazione del suo contenuto;
b) inoltre, si stabilisce uno statuto giuridico pubblico
costituito da soli diritti: i conviventi rifiutano per
principio di legarsi con doveri;
c) di fronte alle unioni di fatto che si costituiscono a
causa dell’impossibilità di contrarre matrimonio dovuta
all’esistenza dì un impedimento legale, è difficile che
lo stesso sistema giuridico non apra loro un’altra via
di applicazione degli stessi diritti che il matrimonio
gli proibisce;
d) neanche si riuscirebbe a capire perché regolare
soltanto le unioni di fatto il cui contenuto venga
determinato dal sesso, facendo di esso un elemento
sostanziale, lasciando al di fuori altre forme legittime
di cooperazione e dì convivenza mutua – un anziano con
sua nipote, due fratelli anziani che dipendono e si
sostengono mutuamente ecc. – per il solo fatto che non
esiste un contenuto sessuale nella relazione tra coloro
che convivono;
e) infine, se si attribuisse alle unioni di fatto
determinati effetti giuridici per il semplice fatto di
osservare il requisito di un registro pubblico, le altre
unioni di fatto che rifiutassero di osservare questo
requisito potrebbero esigere con lo stesso fondamento
gli effetti attribuiti alle unioni registrate, o accusare
lo Stato di discriminazione ingiusta, poiché i fatti
reali di convivenza sarebbero gli stessi in entrambi i
casi [36].

Sembra anche inadeguata una regolamentazione specifica
delle unioni di fatto e degli effetti giuridici che
comportano, non già soltanto per quanto riguarda gli
eventuali figli che siano nati da quelle relazioni, ma
anche per la stessa relazione tra i conviventi, quando
quella relazione sì sia protratta nel tempo.

Sono tanto svariate le possibilità di convivenze senza
vincolo e cosi diverse le situazioni, che risulta
difficile e problematico sottometterle tutte a uno
stesso regime giuridico.
Inoltre, il fondamento giuridico-sociale di un tale
regime sarebbe troppo debole, per quanto riguarda una
realtà instabile, giuridicamente e sociologicamente, quali
sono le unioni non matrimoniali.

D’altra parte, difficilmente si potrebbe evitare
l’impressione, nell’insieme dei cittadini, che tale
regolamentazione specifica sia una forma strategica di
eludere l’equiparazione diretta, ma configurando una
specie di «sostitutivo» del matrimonio, nel quale ci
sarebbero quasi tutti i diritti di esso, ma non i doveri,
configurandosi quasi in uno strumento per raggirare le
esigenze del matrimonio, ottenendone però i vantaggi.

Da parte dello Stato, il riconoscimento delle unioni di
fatto potrebbe essere inteso come un tentativo di
controllare socialmente, da parte dei poteri pubblici,
quello che per sua propria natura è un puro fatto,
frutto di un comportamento sociale libero e che vuol
restare tale: controllo che otterrebbe lo Stato dando
come contraccambio determinati benefici in materia
patrimoniale.

Tutte queste ragioni servono a dimostrare l’inconvenienza
di creare uno statuto pubblico nei confronti delle unioni
di fatto.
Ma oltre a questi motivi, c’è una ragione di fondo che
non va dimenticata: il matrimonio e la famiglia fondata
su di esso sono l’unica strada di sviluppo della
dimensione sessuale della persona che è degna di essa e
quindi conforme alla natura umana.
Le unioni di fatto, siano esse eterosessuali od
omosessuali, non rispondono alle esigenze intrinseche
della natura umana, intesa non come una realtà statica
ed estrinseca alla libertà, ma come quello che è «degno
della persona umana».
Inoltre, nel caso delle unioni tra omosessuali, mancano
assolutamente i presupposti per una qualsiasi
integrazione della propria sessualità, la quale, per sua
natura, si fonda sulla diversità e complementarità tra
mascolinità e femminilità in quanto dimensioni intrinseche
della persona umana.

In conclusione, il matrimonio è l’unica unione tra uomo e
donna in quanto tali – nella loro condizione maschile e
femminile – che permette la costruzione di un rapporto
che ha in sé la potenza di condurre verso il bene e la
realizzazione della persona nella donazione totale della
sua dimensione sessuale, e verso il bene della persona
dell’altro coniuge e dei figli nati dalla loro unione.

Il ricorso alle regole del diritto per la soluzione di
alcune questioni patrimoniali

Nella misura in cui si tratta di una questione meramente
di fatto, sembra che quello che dovrebbe fare lo Stato è
determinare le relazioni private di giustizia patrimoniale
che possono essere nate in ogni singolo caso, riguardo ai
figli che siano nati, riguardo al tempo che sia durata la
convivenza e, in alcuni casi, nei confronti dei possibili
svantaggi che la dedicazione della donna alla vita comune
abbia avuto per il suo sviluppo professionale e per le
entrate che avrebbe potuto avere in quel periodo o delle
quali avrebbe disposto nel caso di non aver avuto una
relazione di dipendenza.
Infatti, nulla osta affinché, partendo dall’equità e dai
principi generali del diritto, si riconosca in alcuni
casi l’esistenza di un vero patto implicito in questa
dedicazione, il che esige di conseguenza un risarcimento
da parte di colui che ne abbia ottenuto beneficio
personale.

Proprio per questo non sembra opportuno elaborare delle
regole generali sul momento iniziale di una relazione che
è volontariamente aliena all’impegno di giustizia, la
quale manca in se stessa di una dimensione di giustizia
intrinseca che chieda una protezione giuridica da parte
della società.
Invece, ci sembra che il momento giudiziale – quando sia
il caso – possa essere quello adeguato per risolvere le
esigenze concrete e private dì giustizia le quali, anche
per la via di fatto, possano essere sorte durante una
convivenza more uxorio, non a causa di determinati impegni
assunti in quanto tali, bensì a causa della realtà di
fatto di un patto implicito che genera, con il passare del
tempo, degli obblighi naturali [37].

___
NOTE

[1] Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis splendor, 4.

[2] Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, 20;
cf. 19.

[3] Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Familiaris
consortio, 6; cf. Id., Lettera alle Famiglie, 13.

[4] CIC 1055; Catechismo della Chiesa cattolica, 1601.

[5] Cf. Concilio Vaticano II, costituzione Gaudium et
spes, 48-49.

[6] È chiaro il più grave disordine antropologico e
quindi morale delle unioni tra omosessuali, nelle quali
è radicalmente impossibile qualsiasi integrazione della
propria sessualità in un rapporto con l’altro, nel quale
mancano la diversità e la complementarità proprie e
specifiche della donazione sessuale.

[7] Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 2390;
Familiaris consortio, 81.

[8] Cf.Pontificio consiglio per la famiglia, «Famiglia,
matrimonio e «unioni di fatto», Città del Vaticano 2000,
19-22.

[9] Cf. Familiaris consortio, 68; cf. anche Giovanni
Paolo II, «Discorso alla Rota romana del 1° febbraio
2001», in L’Osservatore Romano, 2 febbraio 2001.

[10] Cf. T. Rincón, El matrimonio cristiano. Sacramento
de la creación y de la redención. Claves de un debate
teológico-canónico, Pamplona 1997; Id., «Admisión a la
celebración sacramental del matrimonio de los bautizados
imperfectamente dispuestos, según la Exh. Apostólica
Familiaris consortio», in Sacramentalidad de la Iglesia
y sacramentos, Pamplona 1983, 717-741.

[11] Cf. J.M. Martí, «Ius connubii y regulación del
matrimonio», in Humana Iura 5(1995), 149-176.

[12] Risoluzione dei Parlamento Europeo dell’8 febbraio
1994, sulla Paridad de derechos para los homosexuales en
la Comunidad.

[13] Cf. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 16.

[14] Gaudium et spes, 48.

[15] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del
1° febbraio 2001», 5.

[16] Gaudium et spes, 47.

[17] Familiaris consortio, 81.

[18] Familiaris consortio, 81.

[19] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia,
matrimonio e «unioni di fatto», 4-6.

[20] Familiaris consortio, 81.

[21] Giovanni Paolo II, «Discorso al “Forum delle
Associazioni familiari”», 27 giugno 1998, 2.

[22] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana dei
21 gennaio 1999», 2.

[23] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana del
21 gennaio 1999», 3.

[24] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana del
21 gennaio 1999», 5.

[25] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana dei
21 gennaio 1999», 5.

[26] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del
l’ febbraio 2001», 3.

[27] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia,
matrimonio e «unioni di fatto», 25-28.

[28] Familiaris consortio, 86.

[29] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia,
matrimonio e «unioni di fatto», 4.

[30] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia,
matrimonio e «unioni di fatto», 5.

[31] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia,
matrimonio e «unioni di fatto», 6.

[32] Cf. Pio XI, enciclica Casti connubii, 24; Pio XII,
«Allocuzione ai partecipanti nel Convegno internazionale
di genetica medica, il 7 settembre 1953», in AAS
45(1953), 605-607.

[33] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de
40 Organizaciones No Gubernamentales 3 ONG’s –
presentado en Madrid el 29 de noviembre de 1994, en
conmemoración del Año Internacional de la Familia», in
Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia
dell’Università di Navarra, Madrid 1998.

[34] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40
Organizaciones».

[35] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40
Organizaciones».

[36] Cf. J.I. Bañares, «Derecho, antropología y libertad
en las uniones de hecho», in Ius Canonicum 39(1999)77,
187-204.

[37] Cf. J.I. Bañares, «Derecho, antropología y libertad
en las uniones de hecho».

La coniugalità: dono e sacramento (Carlo Caffarra)

Mi avete chiesto di parlarvi della coniugalità. Lo si può fare da diversi punti di vista. Ho scelto di farlo dal punto di vista della fede considerando la coniugalità quale esiste fra due battezzati.

Non è questa una riflessione che sentite frequentemente, immersi come siamo in discorsi psicologici e\o sociologici. Il mio vuole essere uno schizzo di catechesi della coniugalità

Il grande testo “classico” sulla coniugalità è Ef 5, 22-32. Non è necessario fare un’analisi accurata del testo. Basta, al nostro scopo, cogliere l’idea di fondo. Che è questa: esiste una relazione fra il rapporto Cristo-Chiesa e il rapporto – la coniugalità appunto – fra lo sposo e la sposa.

Fate bene attenzione. L’autore sacro parla di una relazione fra due rapporti. Mi spiego con un esempio semplice. Se dico: 8:4=10:5, non voglio dire che 8=10 e 4=5. Istituisco una relazione [di uguaglianza] fra due rapporti.

Di che natura è la relazione che esiste fra il rapporto Cristo-Chiesa e sposo-sposa? E’ di natura “sacramentale” o, direbbero i Padri della Chiesa, “misterica”. Cerchiamo di comprendere bene questo punto essenziale della visione cristiana della coniugalità.

Dobbiamo partire da ciò che viene chiamata “economia dell’Incarnazione”. Con questa dizione si intende descrivere il comportamento di Dio nei nostri confronti, come si manifesta in modo supremo e definitivo in Gesù, il Verbo fattosi uomo.

In forza di questo evento – Dio assume la nostra natura e condizione umana – la divina Persona del Verbo rivela e realizza il disegno di salvezza a nostro favore, umanamente. Egli dice la parola di Dio mediante parole umane; Egli ci salva mediante un atto umano di libertà. La parola umana detta da Gesù è un grande “mistero”, perché è il veicolo della parola stessa del Padre, e quindi del pensiero, del progetto del Padre riguardante l’uomo. L’atto con cui Gesù dona se stesso sulla Croce è un grande “mistero”, perché esso dice umanamente l’amore divino verso l’uomo. Possiamo dire, brevemente: l’economia dell’Incarnazione consiste nella Presenza operante del Verbo dentro ad un’umanità. Ad un corpo e ad uno spirito umani; ad una vita umana.

Questo modo di comportarsi da parte del Verbo incarnato continua anche oggi. Egli rivela e realizza la redenzione dell’uomo servendosi di realtà umane. Lo vediamo colla massima chiarezza nei setti segni sacri o sacramenti. Nell’atto di lavare il corpo, come accade nel battesimo, il Redentore compie la rigenerazione soprannaturale della persona. Fate bene attenzione. Non è che Cristo compia la nostra giustificazione “in occasione” dall’effusione dell’acqua e come “a fianco” di essa. E’ mediante e, per così dire, dentro a quel gesto, che Egli opera la nostra redenzione. Ciò che vi sto dicendo, non va neppure inteso come se l’effusione dell’acqua fosse un aiuto perché noi crediamo che il Redentore ci redime. Il Concilio di Trento insegna che i Sacramenti non sono stati istituiti solamente per nutrire la nostra fede [DH 1605]. E questo insegnamento è stato ripreso dal CChC [1155].

La forza redentiva di Cristo è presente nell’effusione dell’acqua, ed operante mediante essa. Mi sono servito del battesimo, ma potevo farlo con ogni sacramento. Parliamo di “economia della nostra salvezza” come “economia sacramentale”.

Ed ora ritorniamo alla nostra riflessione sulla coniugalità. Ho detto: fra il rapporto Cristo-Chiesa ed il rapporto sposo-sposa esiste una relazione sacramentale. Ora possiamo spiegarci meglio.

Nel rapporto coniugale è presente il Mistero dell’unità di Cristo colla Chiesa. Quello è il segno reale di questo. Reale significa che non rappresenta il Mistero, restando al di fuori di Esso, esterno ad Esso. Ma significa che il matrimonio sta in relazione intrinseca col Mistero dell’unione di Cristo colla Chiesa, e quindi partecipa della sua natura, e ne è come impregnato.

Ma che cosa precisamente intendo quando parlo di matrimonio? In ogni sacramento possiamo distinguere come tre strati. Prendiamo ad esempio l’Eucarestia.

Esiste un primo strato, quello più semplice, visibile, constatabile: sono le speci eucaristiche, il pane ed il vino consacrati. Ma esse significano realmente il Corpo ed il sangue di Cristo. Sono solo apparentemente pane e vino, in realtà sono il Corpo e il Sangue di Cristo [secondo strato].

Ma il Corpo e il Sangue di Cristo è significato dal pane e dal vino, cioè dal cibo, in quanto Cristo vuole unirsi a noi, nel modo più profondo: formare, Lui e noi, un solo corpo [terzo strato].

Analogamente nel matrimonio. Esiste un primo dato, ben constatabile: quell’uomo e quella donna si scambiano il consenso ad essere e vivere come marito e moglie [primo strato]. Mediante la loro vita significano una realtà che come tale non è visibile: la reciproca, definitiva, appartenenza. Viene chiamato il vincolo coniugale [secondo strato].

Fate bene attenzione. Il vincolo che stringe l’uno all’altro gli sposi, non è principalmente un vincolo morale e legale in base al principio “i patti, i contratti si rispettano”. Esso è una relazione che dà una nuova configurazione alla persona dei due coniugi [secondo strato].

Ma il vincolo coniugale per la sua stessa natura sacramentale chiede, esige di realizzarsi nella carità coniugale, che dà la perfetta realizzazione all’essere marito e moglie [terzo strato].

La sacramentalità del matrimonio consiste, risiede propriamente nel vincolo coniugale. Cioè: l’unione di Cristo e della Chiesa è significata realmente dal vincolo coniugale. Il Mistero di Cristo e della Chiesa è presente nel vincolo coniugale. Gli sposi sono congiunti l’uno all’altro con un legame in cui dimora il legame di Cristo colla Chiesa. S. Agostino chiamava il vincolo coniugale il “bene del sacramento“.

Per capire meglio, possiamo pensare al battesimo. Nel battesimo si ha un gesto che dura un istante: viene versata acqua sul capo. Ma si ha, come effetto, una realtà permanente, che configura per sempre la persona a Cristo: il “carattere” battesimale.

Nel matrimonio si ha un atto di breve durata: lo scambio del consenso matrimoniale. Ma, come effetto, si ha una realtà permanente che trasforma la persona stessa dei due sposi nella loro relazione, perché li rende segno reale dell’unione di Cristo colla Chiesa.

Tuttavia – e la cosa è di somma importanza – i due sposi sono solo “ministri del sacramento”. Che cosa significa? Che il vincolo coniugale è “prodotto” da Cristo stesso; i due sposi consentono che Cristo li vincoli nella modalità sacramentale. Parlando del battesimo, S. Agostino dice: non è Pietro, Paolo, Giovanni che battezza, ma Cristo battezza mediante Pietro… Ciò vale anche del matrimonio. E’ Cristo che vi ha sposati, che vi ha “vincolati” l’uno all’altro [“ciò che Dio ha congiunto…”]. Ecco perché nessuna autorità, compresa quella del Papa, può rompere un vincolo coniugale quando ha raggiunto la sua perfezione sacramentale.

E’ questa la coniugalità. “Un grande mistero”, dice S. Paolo. E’ un dono: il dono di Cristo. E’ un sacramento: ha in sé la presenza dell’unione di Cristo colla Chiesa.

Il vincolo coniugale per sua stessa natura chiede di penetrare profondamente nella mente, nel cuore, nella libertà, nella psiche degli sposi: in tutta la loro persona. A questo scopo Cristo dona agli sposi la carità coniugale.

Se voi prendete un cristallo e lo ponete davanti ad una sorgente luminosa, esso rinfrange i colori dell’iride presenti, anche se non rifratti, nella “luce bianca”. Un fenomeno analogo avviene nella vita della Chiesa. La sorgente luminosa della Carità, anzi che è Carità, partecipata assume colorazioni diverse. Esiste la carità pastorale, propria dei pastori della Chiesa; la carità verginale, propria delle vergini consacrate; esiste la carità coniugale, propria degli sposi.

La carità coniugale si radica nella naturale attrazione reciproca degli cui Cristo ama la Chiesa e la Chiesa Cristo.

La carità coniugale si esprime anche nel linguaggio del corpo: i due diventano una sola carne.

Dobbiamo concludere, senza approfondire questo grande tema della carità coniugale come meriterebbe. Ma voi, colla vostra testimonianza esprimete come la carità coniugale sia capace di un’accoglienza e di una gratuità splendida.

Carlo Caffarra alle “Famiglie per l’Accoglienza”

Testimonianza di Steffan

Nella prima infanzia mi ritenevo un bambino debole, avevo avuto dei problemi di salute, problemi agli occhi e di conseguenze non potevo praticare dello sport che comunque non mi piaceva. Con questi miei problemi mi sentivo messo da parte, diverso dagli altri.
Nel quartiere dove eravamo, con 2 dei miei vicini Christine e Jean-Marc, eravamo i più piccoli d’un gruppo, gli altri avevano almeno 5 anni più di noi, e quando giocavamo con loro, ci rigettavano e si approfittavano del fatto che erano più grandi.
Fino ai 4 anni, Il rapporto con mio padre era buono. Le circostanze della vita poi diventarono difficili per lui, e spesse volte ero trattato male, era una persona autoritario. Ero ripreso davanti a tutti, in particolare davanti ai famigliari e mi ricordo che aspettavo da parte da mia madre o da altri un aiuto.
Spesse volte ero picchiato, mi sentivo umiliato, debole, indifeso, ero ansioso, pauroso, insicuro di me, nella mia identità, ero complessato, mi mancava l’amore da me aspettato. Sentivo fortemente l’ingiustizia.
Potrei dire che non ho avuto un modello di padre e di uomo.
Per riassumere un po’, ho avuto un’infanzia poco felice!, anche se sembrava che miei genitori facevano dal loro meglio.
All’adolescenza, non mi sentivo all’altezza d’essere un maschio, la pressione in me era intensa, tutto prendeva delle proporzioni più grandi, il desiderio erotico-sessuale diventava ossessivo, la masturbazione da anni praticata più volte al giorno come sollievo, era ancora più immaginativa e di consolazione.
Ricercavo la forza e la sicurezza in altri uomini, volevo dagli altri quello che non possedevo!
Alla fine degli studi, ho proseguito nella vita gay, dove finalmente ero qualcuno, dove ero notato, piacevo, ero desiderato, le persone come me mi capivano, potevo finalmente ricevere l’amore per sentire di meno le mie sofferenze interne.
Ma tutto era solo che amore ridotto al sesso, vivevo in un circolo vizioso per diversi anni: sesso, sollievo passeggero, insoddisfazione, sofferenze! e di nuovo sesso e cosi via, la mia frustrazione era alleviata dalla dipendenza sempre più intensa.
Un giorno ho realizzato che questi uomini avevano gli stessi miei problemi, in fondo ognuno cercava di prendere dall’altro, ma tutti rimanevano senza ricevere!
Quando eravamo in società, discoteche, bar, sorrisi, gioie, battute, divertimenti. Quando ci ritrovavamo da soli, allora per alcuni la depressione, la tristezza e sopra tutto il fatto di dire ancora una volta non ho trovato la persona giusta! Da qualche parte, mi ero rassegnato su questo fatto, ma d’un’altra parte ero dipendente.
Mi ricordo che quando mi guardavo nello specchio avrei voluto diventare cieco e brutto pensando allora non avere più problemi con la dipendenza, e non sarei più piaciuto.
Per miei 30 anni, ho passato dei momenti d’esistenza veramente difficile, sia al lavoro, che con le mie relazioni.
Ho realizzato che tutto quello che desideravo materialmente a quell’epoca c’e l’avevo, però la mia vita non aveva senso, era una trappola, non avevo ancora combinato niente.
Qualcuno potrebbe pensare che ero frustrato con il fatto che non mi accettavo come omosessuale, eppure per anni ho vissuto anche dei bel momenti come gay lontano dalla mia famiglia. E potevo fare quello che volevo.
Non ero felice e in pace con il fatto d’avere una vita gay!
In questo periodo ho riscoperto Dio e la chiesa, e sopra tutto la motivazione di cambiare vita!
Ho deciso a partecipare a dei corsi Living Waters per capire cosa era successo in me, come mai non ho avuto la scelta di essere eterosessuale, perché ero attirato compulsivamente verso lo stesso sesso?Settimane dopo settimane, ho fatto un lavoro su di me nel riconoscere, raccontare le mie sofferenze passate e presenti. Ho potuto parlare davanti a un piccolo gruppo di fiducia senza essere giudicato, sono stato ascoltato, prese in considerazione. Ho sentito degli insegnamenti relativi alla sfera sessuale, all’identità sia quella dell’uomo che della donna, alle nostre emozioni, sentimenti dell’infanzia. Questi sono stati tempi difficili, ma benefici per me, qualche volte mi vergognavo raccontando le mie storie.Volevo cambiare attitudine, atteggiamenti, modo di pensare, sistemi di credenze. Dovevo imparare a conoscere me stesso, ad avere un’identità che non fosse legata al sesso con un uomo.
A vivere senza il narcisismo, cioè, la concentrazione su me stesso e miei bisogni, per sembrare sicuro di me.
Vivere senza idolatria relazionale, cioè dare, o pensare che l’altro mi può dare solo felicità o ciò che mi manca.
Accettare e perdonare me stesso e gli altri!
Riposizionare i pensieri che avevo verso mio padre!
Avere la volontà di vivere senza ribellione, senza modi trasgressivi!
Dare il giusto valore alle ferite morali che avevo ricevuto, e anche perdonare. Accettare di maturare, perché questo processo era bloccato, uscire da me stesso, cambiare e andare verso altre situazioni sconosciute da me! Dopo questo periodo, è rinato in me il desiderio di mettere in atto i cambiamenti!, la voglia di avere una ragazza, sposarmi, avere una famiglia, scoprire l’amicizia senza il sesso, accettare i consigli, e rimettere in questione i miei pensieri, riconoscere quando agisco d’un modo pauroso! Ho imparato con il tempo a stare attento ai vecchi modelli di vita. Ho preso l’abitudine ad un nuovo modo di vivere e d’essere.
Voglio trasmettere le cose buone della vita, e sopra tutto non credere a questa bugia che l’omosessualità è genetica!
Non infliggere delle ferite morali, verbale o fisiche come le ho ricevute nel passato! Imparo che non sta a me a cambiare le persone e che devo avere un certo distacco sulle circostanze e quello che mi arriva contro. Sapere vivere con dei filtri, lasciando passare le cose buone scartando le meno buone.
Non voglio dire che sono guarito, perché vorrebbe dire ch’ero malato, e che l’omosessualità è dunque una malattia; ma piuttosto che prima vivevo separato della mia identità, non ero mai stato confermato come uomo da mio padre! Il processo di maturazione era bloccato. Cercavo solamente di acquistare la mia mascolinità d’un modo sbagliato! Non ritornerei indietro nel passato, e nel falso io, e sono contento d’avere capito cosa in me e fuori da me ha fatto sì che abbia avuto dei problemi d’omosessualità.

Matrimonio dietro le sbarre. Amore e profondità dove non te lo aspetti.

Tra i momenti più significativi del mio servizio come cappellano presso la Casa Circondariale di Catania è certamente da annoverarsi la recente celebrazione di un matrimonio religioso. Dopo ventisette anni di fedele convivenza, dalla quale sono nati figli e nipoti, un detenuto ha espresso il desiderio di sposarsi proprio in carcere, perché ormai aveva perso la speranza di poterlo fare da uomo libero.

 Lo doveva alla sua donna — mi ha detto — per darle la dignità di sposa; lo doveva ai suoi figli per dar loro la coscienza di appartenere a una vera famiglia; lo doveva a se stesso e alla sua coscienza di cristiano. Non aveva però la possibilità di comprarsi neanche la cravatta, figuriamoci poi gli anelli nuziali e tutto il resto.

 Attorno a questa richiesta si è creata tra gli altri detenuti una grande attesa della risposta che avrebbe dato la Chiesa. Nei quartieri poveri della nostra città, infatti, è invalsa l’opinione che si sposano in chiesa soltanto coloro che se lo possono permettere, perché per sposarsi bisogna affrontare una spesa considerevole.

 Le amicizie che ho avuto l’opportunità di crearmi nei miei lunghi anni di ministero sacerdotale mi hanno messo in grado di provvedere nel miglior modo possibile a tutto l’occorrente.

 Così, uno degli orafi più noti della città ha regalato le fedi nuziali e ha aggiunto anche una somma in denaro per i bisogni degli sposi; un notaio mi ha dato uno dei suoi migliori vestiti da cerimonia; altre persone hanno pensato alla sposa, ai dolci, ai confetti e persino ai fiori con i quali addobbare l’altare, costruito all’interno di una sala del carcere destinata ai colloqui dei detenuti con i familiari.

 Ogni volta che veniva fuori un bisogno leggevo negli occhi del futuro sposo come una sfida alla carità della Chiesa. Tutto veniva seguito dai suoi compagni di cella e dai detenuti del suo braccio come un’avventura comune.

 Nel frattempo io mi dedicavo alla preparazione spirituale dello sposo, mentre altrettanto faceva il parroco del quartiere con la sposa. Raramente mi sono trovato di fronte a delle persone con tanta curiosità e desiderio di comprendere il mistero che andavano a celebrare nella fede e cosa esso aggiungesse all’amore che avevano vissuto, fedele e fecondo.

 Il rito del matrimonio si è svolto alla presenza dei familiari, dei testimoni, della direzione della casa circondariale, del comandante e di tanti agenti della polizia carceraria ed è stato anche allietato da un coro improvvisato dai volontari impegnati in collaborazione col cappellano. Al momento delle promesse coniugali gli sposi sono stati afferrati da una commozione grande e a stento sono riusciti a pronunziare le parole della formula; come di rado oggi accade anche tra i giovani che iniziano la loro convivenza coniugale.

 I due sposi avevano compreso che con il sacramento il loro amore si inseriva in quello di Cristo per la sua Chiesa e richiedeva, pertanto, altrettanta fedeltà e gratuità, una donazione assoluta, fino alla morte. Il contesto creato dalla carità ecclesiale rendeva loro più credibile quello che professavano con le parole.

 Tutti mi hanno detto che quel matrimonio ha reso più glorioso il volto di Cristo in quell’ambiente. Quel volto di misericordia che Papa Francesco non smette mai di suggerirci e che rende più umana la vita in qualunque situazione. Adesso le richieste di matrimonio religioso da parte dei detenuti si sono moltiplicate. Come è vero che solo la bellezza convince!

 di Francesco Ventorino

Osservatore Romano