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Dio non costringe a credere (Bruto Maria Bruti)

La ragione, che è un dono naturale di Dio, crea le condizioni per fidarsi di un Dio nascosto e misterioso che si rivela attraverso gli uomini.

Solo se Dio esiste è plausibile che abbia stabilito un rapporto con gli uomini per rivelare loro delle verità. Solo se Dio esiste è possibile che si sia incarnato in Gesù Cristo.

Ma la ragione, da sola, mostra molte debolezze che non possono essere superate se non attraverso il sostegno e la guida della fede.

Si può giungere con la ricerca della ragione a riconoscere la necessità dell’esistenza di Dio ma la stessa esistenza di Dio resta una verità che la ragione non può conoscere in maniera immediata e senza fatica.

Non tutti, poi, riescono a percorrere in maniera spedita e corretta gli itinerari filosofici che portano a Dio e anche se riescono a farlo non riescono a mantenere una ferma adesione alle verità che hanno trovato, ne dimenticano i passaggi logici, non riescono ad averne un’evidenza immediata, temono di essersi ingannati.

Altri vengono portati fuori strada per colpa delle argomentazioni contrarie, altri, ancora, perdono le proprie consapevolezze e cominciano a nutrire dubbi o convincimenti contrari sotto la pressione delle tensioni, cioè delle tentazioni che comportano sofferenze morali, psicologiche e fisiche.

Inoltre la ragione non può dimostrare che Dio si è rivelato, non può dimostrare che si è incarnato in Gesù Cristo, né che ha fondato la Chiesa.

Per credere in tutto ciò che Dio ha rivelato e anche per essere confermati nella consapevolezza della sua esistenza occorre la fede.

Sulla verità della dottrina cristiana esistono numerosi e convergenti motivi di credibilità, come la perfezione di tale dottrina e la sua piena conservazione attraverso tanti secoli di lotte varie e continue, la santità eminente di tanti che la professarono, l’eroica fortezza dei martiri, la testimonianza degli apostoli, le profezie delle Sacre Scritture sulla nascita e sulla morte di
Gesù: i motivi di credibilità, però, non sono dimostrazioni scientifiche ma prove che si illuminano solo quando vengono guardate con gli occhi della fede.

Per l’azione interiore dello Spirito Santo l’uomo sente il desiderio di credere, sente il bisogno di un appoggio assoluto ma per poter credere l’uomo deve decidere liberamente di affidarsi a Dio che si rivela, di abbandonarsi a Lui e solo allora Dio interviene rendendo effettivo il sostegno della fede.

Quando il cuore dell’uomo si abbandona a Dio, Dio prende l’uomo nelle sue mani e lo sostiene.
Questo sostegno è simile a quello che il nuotatore riceve dall’acqua quando abbandona il suo corpo ad essa: solo nel momento in cui si lascia andare a fondo, solo allora il corpo viene sostenuto e torna a galla da solo.

Dio non costringe l’uomo a credere: Dio agisce sempre in modo “velato ” per rispettare la libertà dell’uomo, affinché l’uomo scelga di cercarlo liberamente.

L’uomo può intuire la vicinanza di Dio solo quando cerca Dio con umiltà, con insistenza, con pazienza, quando guarda con la fede oltre l’apparenza delle cose.

Anche nei miracoli Dio offre abbastanza luce per chi vuole credere ma abbastanza buio per chi non vuole credere. Così è stato sempre.

Dopo il miracolo della resurrezione di Lazzaro, quelli che erano presenti ai fatti si divisero: quelli che vollero credere trovarono abbastanza luce per rafforzare la loro fede e quelli che non vollero credere trovarono motivi per non credere e addirittura per decidere la morte di Gesù ( cfr Gv
11,45-48 ).

Il miracolo è chiaro ma anche oscuro. Per chi lo guarda con l’animo semplice, con l’animo di chi cerca Dio, di chi è consapevole della propria debolezza e della propria insufficienza, è chiaro.

Per chi lo guarda con l’animo orgoglioso e prevenuto, con l’animo di chi rifiuta ogni sottomissione a Dio e vuole cercare la salvezza solo in se stesso e nelle cose del mondo, il miracolo non solo non dice nulla ma, addirittura, può produrre l’effetto contrario: dà fastidio, sconvolge il proprio sistema di vivere e di pensare.

L’ateo che non vuole credere, anche di fronte ad una guarigione improvvisa che non trova spiegazione nella natura, non potendo negare il fatto, attribuisce la causa a forze sconosciute ma tra queste forze sconosciute rifiuta orgogliosamente di fare posto a Dio, anche semplicemente a titolo di ipotesi.

Dio si lascia trovare solo da chi lo cerca con l’animo semplice ed umile di un bambino: – se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli -, dice Gesù.

Nella parabola del povero Lazzaro ( che è stato privato di ogni bene, anche del bene della salute, ma ha preferito Dio ad ogni altra cosa, compresa la sua vita) Gesù racconta che un uomo ricco ma superbo, che è stato lontano da Dio con il cuore e con le opere, è andato all’inferno e dall’inferno supplica Abramo di mandare sulla terra le anime dei morti per avvertire i suoi fratelli dell’esistenza di Dio e dell’altra vita affinché si ravvedano. Ma Abramo si rifiuta di fare questo e Gesù fa dire ad Abramo queste significative parole:

– se non ascoltano le parole di Mosé e dei profeti non si lasceranno convincere neppure se uno risorge dai morti – ( Lc 16,31 ).

( Bruto Maria Bruti )

Vieni Gesù Bambino – Il Miracolo di Natale (Maria Winowska)

gesu-bambinoMaria Winowska (che fu amica di Giovanni Paolo II, ed è una apprezzata scrittrice di agiografia) ha pubblicato questo racconto vero che le fu narrato da un sacerdote ungherese

Ci sono delle cose che sembrano favole, ma favole non sono. Quando si parla di cose che valicano la materia, la gente che vive di sola materia, scrolla la testa e si trincera dietro una prudente indifferenza. Volete leggere una realtà che sfiora la fantarealtà? E’ avvenuto in Ungheria, una terra martoriata, ma in prima linea per la difesa della realtà dello spirito. Realtà che nobilitano la creatura umana e la distaccano sempre più dalla bestialità travolgente che è insita nella teoria del marxismo.
La scrittrice, che ha colto dalla bocca dell’intervistato la narrazione, la rende in modo avvincente e artistica. Ma non è solo un bel racconto. E’ una cosa veramente accaduta.

“Generalmente spiccano di più gli eroismi degli adulti” disse Padre Norbert, “però il coraggio che i piccoli portano sotto la spinta enorme in virtù del Battesimo rimane inosservato. Solo gli Angeli sono testimoni della loro lotta spirituale! Questi non riescono a trasformarla in letteratura e non immaginano il grande valore di certe parole e fatti che succedono loro spontaneamente, così rimangono nascosti nella loro semplice modestia, se non vengono scoperti, oppure Dio non mandi qualcosa di straordinario.
Dunque, nel mio isolamento di Z… dove, prima dell’occupazione sovietica ero parroco e da dove mi scacciarono, successe una volta un fatto strano. Non mi permetterei mai di raccontarlo pubblicamente, altrimenti gli intellettuali mi prenderebbero senz’altro per pazzo”.
L’oratore si fermò un momento, poi proseguì: “Lei probabilmente non mi crederà, io stesso, una ventina d’anni fa non ci avrei creduto. Però i fatti sono chiari come il sole; e anche se non si volesse credere, i fatti parlano da sé. Le cose sono andate così: una classe di 32 bambini con la maestra sono rimasti vittime di una allucinazione collettiva, o bisogna ammettere ciò che effettivamente è successo. Nessuno di noi dubita dell’accaduto. Però non dimenticherò mai il sorriso ironico e gli sguardi sarcastici che suscitò il mio racconto in qualche parte d’Europa oltre la cortina di ferro”.
“Lei stuzzica sempre di più la mia curiosità, Padre! Non mi tenga sulle spine, mi racconti”.
“Dunque, questa è la mia storia. Cambierò solo i nomi per confondere le tracce. Si tratta dell’Ungheria, e lì la verità costa sangue! Il fatto è accaduto in un piccolo paese di 1.500 anime circa. La maestra elementare era una militante atea. Tutte le sue lezioni erano imperniate allo scopo di eliminare Dio. Ogni occasione era buona per sminuire la nostra Santa Religione, deriderla e screditarla. Il suo programma era semplice: formazione di giovani atei. I bambini intimiditi non osavano difendersi. Le loro famiglie erano credenti e fedeli nell’adempimento dei loro doveri religiosi. Come Parroco del paese radunavo il mio piccolo popolo in chiesa per le lezioni di religione. In Ungheria come ovunque dietro la cortina di ferro, le lezioni di religione sono separate della altre. Come possono raccapezzarsi le povere pecorelle? Faccia attenzione! Talvolta, se necessario, la Grazia interviene aiutata da misteriosi carismi. In generale, le sciocchezze con cui la maestra, signorina Gertrud, bombardava continuamente i bambini, non avevano un grande effetto su di loro.
Mi impegnai con tutte le mie forze per sostenere spiritualmente i bambini per abituarli a ricevere spesso il Sacramento della Comunione. E, caso strano, la signorina Gertrud sembrava avere un fiuto misterioso per individuare chi si era comunicato e queste sue “pecore nere” come lei le chiamava, le trattava con sfrenata rabbia. Sembrava che lo avesse saputo da questa o da quella spia. Però arrivò anche la resa dei conti. La nuova regola del digiuno eucaristico permise ai bambini di prendere qualcosa di caldo prima di avviarsi a scuola lungo il cui tragitto si trovava anche la chiesa. Qualcuno si comunicava, altri no. Però la signorina Gertrud, al primo sguardo, scopriva i primi e nelle prime ore di lezione li chiamava fuori. Se ci fosse stata una spia tra noi, avrebbe dovuto essere molto scaltra per rivelarle i nomi in così breve tempo, e nemmeno noi abbiamo mai pensato ad una tale possibilità. La parrocchia era unita e i bambini formavano una salda comunità.
Nella IVA si trovava la decenne Angela. Era molto intelligente, capace e sempre la prima. Le sue compagne non la invidiavano perché aveva un cuore d’oro ed era sempre pronta ad aiutarle. Un giorno mi chiese di poter fare tutti i giorni la Santa Comunione.
“Ma sai anche di che cosa ti carichi?” le chiesi. Rise birichina come se volesse fare uno scherzo a qualcuno. “Signor Parroco la maestra non mi potrà rimproverare facilmente, glielo posso assicurare. Sarò ancora più diligente… Per favore, non mi dica di no. Quando prendo la Comunione mi sento più forte. Dica di sì, devo dare il buon esempio e perciò devo avere molta forza!”. Le dissi sì, sebbene con preoccupazione. Da quel momento la IVA fu un piccolo inferno. Angela sapeva impeccabilmente tutto ciò che la maestra le chiedeva. Però la maestra riversava su di lei la sua cattiva luna e la maltrattava in ogni modo. La bambina sopportava tutto pazientemente però divenne visibilmente sofferente. “Senti Angela, ma non è troppo pesante?” “No, signor Parroco. Gesù ha sofferto molto di più quando gli sputarono addosso. Questo non mi è ancora capitato”.
Il coraggio che dimostrava mi riempì di grande ammirazione. Angela non venne mai a lagnarsi da me del pessimo trattamento che riceveva, ma le sue compagne mi raccontavano piangendo degli attacchi della maestra. Dal lato del profitto, questa non poteva dire niente e così si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per toglierle la fede. Scavalcando il suo programma di insegnamento, la signorina Gertrud, a beneficio delle sue scolare, apri tutto il suo arsenale ateista e Angela non poté farci niente. Stava in piedi, muta a capo chino, soffocando i singhiozzi. Il suo credo però rimase inalterato, ma come difenderlo? Da novembre le lezioni divennero sempre più un duello tra la maestra e la scolara. Apparentemente trionfava la prima ed aveva sempre l’ultima parola. Perché dunque questa tenacia? Probabilmente era il silenzio di Angela che esasperava la maestra.

Le compagne di classe disperate chiesero il mio aiuto. Cosa potevo fare? Il mio intervento avrebbe avvelenato ancora di più l’atmosfera. Per fortuna Angela tenne duro. Non rimase altro che pregare, pregare con tutte le nostre forze. La cosa si sparse nel paese e in tutto il circondario. Nessuno mi rimproverò per aver dato giornalmente la Santa Comunione ad Angela. Non era un segreto per nessuno che la maestra voleva, attraverso questa fragile bambina, colpire un bene comune, il tesoro della Fede. I genitori incoraggiavano la loro figlia a resistere ed improvvisamente Angela si trovò al centro dell’interesse comune. Tutti ammiravano la sua forza. Solo lei non se ne rendeva conto. Si sentiva umiliata per la sua incapacità di difendersi e per non saper portare dei motivi per la sua fede.
Poco prima di Natale, esattamente il 17 dicembre, la signorina Gertrud escogitò un gioco crudele che, come lei pensava, avrebbe eliminato la fede inutile che impestava la sua scuola. Il fatto merita di essere raccontato in tutti i suoi particolari. Angela fu involontariamente coinvolta in un gioco di domande e risposte. “Che cosa fai se i tuoi genitori ti chiamano?” “Vado”, rispose la ragazzina timidamente sottovoce. “Molto bene. Li senti chiamare e vai subito, come fa un bravo bambino. Che cosa succede se i tuoi genitori chiamano lo spazzacamino?” “Viene”, rispose Angela. Il suo cuore batteva in fretta, si aspettava un tranello, però non immaginava di che genere. La signorina Gertrud continuava con le sue domande: “I suoi occhi brillavano come quelli di un gatto che gioca con un topo”, mi raccontò più tardi una delle piccole testimoni. “Guardava in maniera così cattiva, così cattiva!”. “Bene, mia piccola. Lo spazzacamino viene perché c’è, perché è vivo”. Un momento di silenzio. “Tu vieni perché sei viva. Però per esempio i tuoi genitori chiamano la nonna che è morta. Verrà?” “No, non credo”. “Brava. E se chiamano Barbablù? Oppure Cappuccetto rosso? Oppure Pollicino? Ti piacciono le fiabe, no? Allora che cosa succederà?” “Non verrà nessuno, perché sono fiabe”. Angela sollevò il suo sguardo limpido, però lo riabbassò subito.

“I suoi occhi mi avevano fatto male”, mi confidò più tardi. Il dialogo proseguì. “Molto bene”, gongolò la maestra. “Mi sembra che oggi tu riesca a pensare più chiaramente. Dunque bambini vedete che qualsiasi vivente che esiste, viene se lo si chiama. E chi non viene quando è chiamato, o non esiste oppure non è più vivo. E’ chiaro, vero?”. “Sì”, rispose la classe in coro. “E adesso facciamo un piccolo esperimento”. Rivolta ad Angela: “Adesso esci”. Titubante la piccola lasciò il banco, e subito dopo la porta si chiuse pesantemente dietro l’esile figuretta. “E adesso bambini chiamatela!”. “Angela, Angela!” risuonò un coro di trenta voci. Si poteva credere, alla fine, veramente ad un gioco. Angela ritornò, era molto sconcertata. La maestra godeva del suo successo. “Siamo tutti della stessa idea, non è vero?” Disse. “Se chiamate qualcuno che vive, questi viene perché c’è. Angela è qua in carne ed ossa; sente quando la chiamate e viene. E adesso supponiamo di chiamare Gesù Bambino. C’è ancora qualcuno di voi che crede in Gesù Bambino!” Per un attimo tutto tace. Poi, alcune voci timide dicono, “Sì, sì…”. “E tu, Angela, credi tu che Gesù Bambino ti senta se lo chiami?” Angela si sentì improvvisamente sollevata da un peso. Ecco dunque il tranello della cui portata non poteva immaginare. Con grande slancio rispose: “Certo, credo che mi senta”. “Molto bene. Adesso facciamo un tentativo. Avete visto prima che Angela è rientrata dopo che l’avete chiamata. Se Gesù Bambino c’è, entrerà se voi lo chiamate. Chiamate dunque tutti insieme molto forte: • Vieni Gesù Bambino! – Uno, due, tre, tutti insieme”. I bambini abbassarono la testa e in un silenzio di tomba si sentì una risata satanica. “E qui vi volevo. Questa è la mia prova. Non avete il coraggio di chiamarlo, perché sapete benissimo che non potrebbe venire, il Bambino. E non vi può sentire perché non esiste, come Pollicino, come Barbablù, il vostro Gesù, perché sono semplicemente delle favole… storie per vecchietti seduti davanti al camino, storie che nessuno prende seriamente perché non sono vere”. I bambini sconvolti tacevano ancora. Questa brutale dimostrazione li aveva colpiti al cuore. Chi è un po’ addentro nella psicologia infantile, sa quale effetto possono avere sui bambini queste sofisticherie che si basano su un esperimento concreto. Prima l’una, poi l’altra incominciarono a dubitare, come ammisero dopo.
“Sì, veramente se c’è Gesù Bambino, come mai non si vede?” Angela era sempre muta e mortalmente pallida. “Temevo che sarebbe caduta”, mi raccontò una delle ragazzine. La maestra godeva visibilmente del dubbio dei bambini. Alla fine disse trionfante: “Schiacciate l’infame!”. Improvvisamente successe una cosa inaspettata. Angela saltò in mezzo alla classe, i suoi occhi lanciavano scintille: “Noi, Lo vogliamo chiamare! Ascoltate! Tutti insieme diciamo: • Vieni, Gesù Bambino! – In un attimo tutta la classe si alzò. Con le mani giunte, sguardi invocanti e cuori gonfi di una smisurata fede gridarono: “VIENI, GESÙ BAMBINO”! La maestra non era preparata a ciò. Involontariamente fece due, tre passi indietro , lo sguardo fisso su Angela in un silenzio di tomba. Poi di nuovo la voce cristallina: “Ancora una volta!” Era come un grido che avrebbe potuto far crollare i muri, come più tardi spiegò un bambino. Paura, impazienza, dubbio ricacciato dentro e che poteva in ogni momento esplodere, sotto l’influsso di una di loro che improvvisamente si era proclamata loro rappresentante: l’impulso dell’unità che aveva colpito tutti… Ma forse, non c’era l’attesa di un miracolo, “Io gridavo, però, non mi aspettavo niente di particolare”, mi disse Gisela. E invece accadde.

Ve lo racconterò con le stesse parole dei bambini, li ho interrogati singolarmente. La loro libera espressione sembrò più perfetta di una rappresentazione che avremmo potuto dare noi adulti. Alcune loro frasi mi sono rimaste impresse indelebilmente. Anche io, povero pastore di anime com’ero, avevo bisogno di un segno. Troppo spesso non si crede a sufficienza! I bambini non guardano verso la porta bensì il muro davanti a loro e Angela risaltava su questa cornice bianca. Ma la porta si aprì silenziosamente. Videro che una forte luce si concentrava sulla porta. Questa luce cresceva, cresceva, poi divenne una palla di fuoco. Ebbero improvvisamente paura, però tutto accadde così in fretta che non ebbero nemmeno il tempo di gridare. La palla si aprì e dentro apparve un Bambino splendido come non ne avevano mai visto. Il Bambino sorrideva loro senza dire una parola. La Sua sola presenza era una infinita dolcezza. Non avevano più paura, c’era solo gioia. Durò… un momento? … un quarto d’ora?… un’ora? Le opinioni a questo punto stranamente erano diverse. Certo è che l’accaduto non superò un’ora di lezione. Il Bambino era vestito di bianco e sembrava un piccolo sole. La luce proveniva da Lui stesso. La luce del giorno sembrava scura al confronto. Alcune delle ragazze rimasero come accecate e faceva loro male agli occhi. Altri poterono guardarLo senza conseguenze. Non diceva niente, sorrideva solo, poi scomparve nella palla di luce che si dissolse nel nulla.
La porta si richiuse dolcemente da sola. Piene di emozione, il cuore ricolmo di gioia, le ragazze non potevano pronunciare parola. Un grido acuto ruppe il silenzio. Quasi impazzita e con gli occhi che le uscivano dalle orbite, la maestra gridò: “E’ venuto, è venuto!” poi scappò e sbatté dietro di sé la porta. Ad Angela sembra di svegliarsi da un sogno. Disse semplicemente: “Avete visto, Gesù Bambino esiste. E adesso ringraziamo”. Tutti si inginocchiarono commossi e recitarono un Padre nostro, un’Ave Maria ed un Gloria al Padre. Poi uscirono dalla classe perché era arrivato il momento della pausa.
La cosa si sparse molto in fretta. I genitori mi chiesero di interrogare i bambini ed io li interrogai singolarmente. Posso testimoniare sotto giuramento di non aver trovato nei loro racconti la benché minima contraddizione. E, ciò che mi ha più sorpreso, è che l’avvenimento non sembrò loro niente di straordinario. “Avevamo bisogno di aiuto”, mi raccontò una delle ragazze, “Gesù Bambino doveva venire ad aiutarci”. “E la maestra?” chiesi io. “E” vero, ci devo ancora dire qualcosa in merito.
La signorina Gertrud fu ricoverata in manicomio. Il provveditorato mise a tacere la cosa. Sapemmo in seguito che la maestra gridava continuamente: “E’ venuto! E’ venuto!”. E perciò non era più in grado di insegnare. Volevo andare a farle visita, ma non mi fu concesso. L’ingresso in questi ospedali è tassativamente vietato ai sacerdoti. Stranamente i casi di pazzia religiosa lì sono particolarmente numerosi. Persone che per esempio hanno partecipato alla sconsacrazione delle nostre chiese sono finite quasi tutte in manicomio. Tuttavia, tutti i giorni durante la S. Messa, prego per la signorina Gertrud”.
“E Angela?”. “Adesso ha finito la scuola e aiuta la madre a casa perché, ho dimenticato di dirvelo, è la maggiore di una grossa nidiata! Avrebbe desiderato un lavoro ma l’ho persa di vista dopo il mio involontario esilio”. Padre Norbert aspirò una boccata di fumo e con un po’ di ironia disse: “Signora, non so se Lei crede alla mia storia e tantomeno se vorrà pubblicarla”. “E se io accettassi la sfida?” “D’accordo”.

Maria Winowska (Elaborato dalla Rivista “Città Nuova”, Aprile 1995)

La Madonna dei Fiori di Bra

santuariobraLa tradizione secolare racconta come nella periferia di Bra, sulla via che oggi conduce a Torino, là dove si congiungevano due viottoli campestri per poi proseguire in un’unica strada verso l’abitato, si ergeva un tempo uno di quei piloni che costellano le nostre campagne, con l’immagine della Madonna affrescata con commovente imperizia. La sera del 29 dicembre 1336 una giovane sposa braidese, Egidia Mathis, prossima a diventare madre, si trovava a passare di là, quando ebbe un brutto incontro.
Due soldati di ventura si erano appostati presso il pilone con cattive intenzioni. Egidia avvertì il pericolo, si slanciò verso il pilone invocando a gran voce l’aiuto della Madonna e cadde in ginocchio. All’improvviso dalla nicchia del pilone si sprigiona un bagliore di luce vividissima che abbaglia i ribaldi soldati, i quali presi dallo spavento fuggono, mentre Egidia vede apparire sorridente la Vergine che maternamente la conforta. La visione scomparve, ma intanto lo spavento e l’emozione agirono sulla giovane madre in attesa, per cui si compì il lieto evento il bambino vagiva accanto a lei, mentre tutt’intorno al pilone i numerosi cespugli di pruni selvatici che lo circondavano erano improvvisamente fioriti e le candide corolle occhieggiavano, così nell’ombra della sera quasi a cantare le lodi della Madonna che aveva scelto la terra braidese come luogo privilegiatp per la Sua Apparizione.
Egidia ravvolse il suo bambino in uno scialle e corse verso il centro abitato di Bra, che allora era tutto arroccato sulla collina, per dare a tutti la notizia del prodigio. E come i pastori 1336 anni prima erano accorsi all’annuncio dell’Angelo verso la grotta di Betlemme, così i Braidesi dalle loro case sulla collina si recarono in fretta verso il luogo del miracolo, e tutti poterono constatare come il pruneto con i suoi rami ischeletriti e senza foglie, al gelido vento che scendeva dalla collina e dalla lontana cerchia delle Alpi, appariva come vivificato dal soffio della primavera. I1 fatto era reale, indiscutibile, e come tale continua a rinnovarsi ogni anno, alla stessa epoca invernale, con il suo conturbante mistero.

LA FIORITURA INVERNALE DEL PRUNETO
CIÒ CHE DICE LA SCIENZA

I1 pruneto è un groviglio di vari pruni selvatici, dei quali si compongono molte siepi in Piemonte: si trova in una posizione verso mezzanotte, in terreno uguale a quello circostante, non coltivato, ma lasciato crescere liberamente allo stato selvaggio.
I1 pruno o prugnolo o susino di macchia in botanica ha il nome scientifico  “Prunus spinosa L.”
È un alberello tra i due o tre metri di altezza, con rami divergenti, armato di numerose spine acute, con foglie lanceolate, ovali-ellittiche, alquanto pubescenti, seghettate e di un verde carico; i suoi fiori sono bianchi e numerosi, con penducoli solitari, ascellari e con i calici campanellati. La fioritura normale del ” Primus spinosa L.” ha luogo in marzo-aprile. Dopo la fioritura segue il frutto che è piccolo, globoso, dapprima azzurrognolo e poi verdastro, con polpa verdiccia molto acerba.
I fiori contengono tracce di acido cianidrico, e nei frutti vi sono notevoli quantità di acidi diversi, tra cui l’acido tannico.
Questi dati sono importanti perché stabiliscono che il pruno meraviglioso del Santuario e perfettamente uguale ai pruni selvatici di altre regioni, e primi fra tutti quelli della stessa terra di Bra, i quali non fioriscono che una volta sola, e cioè in primavera.
Studi scientifici sul fenomeno furono compiuti sin dal 1700 e condotti con serietà da persone di sicura competenza specifica presso l’Orto Botanico dell’Università di Torino al Castello del Valentino, dove venne trapiantata una pianticella di pruno per una migliore osservazione.

Le conclusioni certe comprovate scientificamente:

1) Il ” Prunus spinosa L.” ha una sola fioritura e questa,
come per tutte le altre piante, avviene in primavera.

2) Il terreno sul quale vegeta il ” Prunus spinosa L.”
del Santuario è della stessa qualità del circostante.

3) Non esistono cause geofisiche e correnti elettromagnetiche
sotterranee che possano spiegare il fenomeno della fioritura
invernale del pruno del Santuario.

Pertanto nulla ci vieta di accogliere la fioritura invernale del pruneto come prodotta da una causa che supera le normali leggi della natura, e quindi da una forza soprannaturale.
Noi accogliamo il prodigioso rinnovarsi del fenomeno come un segno straordinario che non finisce di stupire.
Certamente non possiamo arrivare alla fede solo guardando a questi segni per quanto straordinari, perché la fede è un dono di Dio a chi lo cerca con cuore sincero e accoglie umilmente la Sua parola.

Per questo ricordiamo le illuminanti parole che Franz Werfel, ebreo convertito, autore del libro ” Bernadette ” da cui venne tratto il famoso film, poneva all’inizio del racconto delle Apparizioni della Madonna a Lourdes:

“Per chi crede, ogni miracolo è superfluo, per chi non crede nessun miracolo è sufficiente”

La storia emozionante di Teresa Benedetta

neonato-770x619Mi chiamo Elisabetta, sono sposata da quindici anni con Goffredo ed insieme abbiamo avuto nove figli, di cui quattro in cielo e cinque viventi.
Posso dire che il Signore in quindici anni di matrimonio ci ha sempre sostenuti, protetti ed affiancati, ma nell’ultima gravidanza si è manifestato a noi e ai nostri figli veramente con “braccio potente”.
A luglio del 2002 ci trovavamo in vacanza al mare, quando trascorsa la prima settimana ho incominciato ad avere il sospetto di essere di nuovo incinta.
Velocemente ho fatto il test di gravidanza, ed ho potuto verificare che non mi ero sbagliata.
L’idea di poter abbracciare di nuovo un altro bambino mi riempiva di gioia, ma quella di dover aspettare nove mesi mi rattristava, perché nelle precedenti gravidanze avevo avuto sempre minacce di aborto; pensare di dover di nuovo mettermi in poltrona non mi piaceva affatto.
Dato che stavo al mare, ho incominciato a star ferma sotto l’ombrellone. Mio marito, che ama leggere i libri dei santi, presso la biblioteca comunale aveva preso un libro che raccontava la storia di Edith Stein, un’ebrea convertita al cristianesimo che è morta nei campi di concentramento ad Auschwitz.
Come potete immaginare, storia molto “allegra” e “divertente” che avrei voluto tranquillamente evitare di conoscere, ma mio marito ogni tanto mi riferiva qualche fatto accaduto nella vita di questa santa.
Per cui mi è rimata impressa in mente la foto della stessa vestita da suora che stava sulla copertina del libro.
Passati i quindici giorni di vacanze al mare, siamo ritornati a casa e la sera stessa; giusto il tempo di scaricare le valigie, subito di corsa all’ospedale perché arrivavano le avvisaglie delle minacce di aborto.
In questa ecografia mi sono sentita tanta amata dal Signore, perché a me piacciono tanto le belle sorprese e il Signore me ne ha preparata una: portavo in grembo due gemelli!
Non vi dico la contentezza e la gioia nel vedere quelle due camerette gestazionali, una vicina all’altra! Non vi dico le risate con mio marito nel dare la notizia ai figli e ai nonni… in un attimo la vita era diventata straordinariamente divertente e ricca di avvenimenti!
Ci sentivamo felici, anche se per il resto del mondo eravamo degli emeriti incoscienti e irresponsabili!
L’onore di avere due gemelli però svanì presto, quando nel ripetere l’ecografia nel secondo mese di gravidanza, la dottoressa ci disse che uno dei due feti si era spento e che si sarebbe riassorbito piano piano, senza vedersi più!
Questa notizia ha rattristato molto noi e i nostri figli; è anche vero che non so come il mio utero, così fragile avrebbe potuto resistere a tanto peso!
Per cui, certi che il Signore è padrone della vita e della morte, gli abbiamo affidato la vita dell’altro gemello ancora vivo.
Arrivati più o meno al quinto mese di gravidanza, era arrivato il tempo di fare l’ecografia morfologica, quella tanto temuta da tutti perché lì si vede se il bambino presenta qualche problema.
Io e mio marito quella mattina ci siamo recati all’ospedale contenti perché finalmente potevamo conoscere il sesso della quinta “copia” della nostra famiglia.
Ma qui il Signore aveva preparato una sorpresa non bella, questa volta!
Come la dottoressa ha appoggiato il monitor sopra la mia pancia, si è fermata, rimanendo perplessa, e incomincia a chiedere se qualcuno mi ha mai consigliato di fare l’amniocentesi.
Io chiaramente ho risposto di no, ma di fronte alla mia faccia insospettita, la dottoressa ha detto:
“ Qui appare chiaro un problema molto grave! Andiamo subito al sodo o preferisce che parta da lontano?”
Io nella vita sono molto concreta, e mi piace in genere affrontare la realtà così come si presenta, per cui le dico tranquillamente di andare al sodo!
“Vede signora, questa è la testa del bambino e qui dentro appare tutto nero! Sa cos’è questa? È tutta acqua! È sa cosa significa? Che manca metà cervello!”
Silenzio di tomba… Io timidamente dico:
“Vuol dire che è un bambino cerebroleso?”… ”Sì,signora; per cui, data la gravità della situazione le consiglio vivamente di abortire; anche la legge in questi casi ammette l’aborto, anche perché sicuramente, in queste condizioni non potrebbe arrivare alla nascita!”.
Sempre molto timidamente, e dopo un breve sguardo con mio marito, dico: “Ed il resto del corpo non lo guarda? Si ferma qui?”…
Così ha proseguito l’ecografia del resto del corpo, sicura, la dottoressa, di trovare un’altra malformazione; invece, niente. Il corpo era perfetto: si vedeva benissimo che era una femmina, il cuore batteva molto bene, le dita delle due mani e dei due piedi, dopo essere state contate due volte, erano tutte, i reni erano perfetti, non aveva la spina dorsale bifida, il profilo del visetto era perfetto, anche gli occhi ed il naso erano in asse… era tutto perfetto, tranne quella testolina che appariva completamente nera!
Mentre la dottoressa continuava ad insistere sulla assoluta necessità di un aborto terapeutico, io e mio marito d’intesa, ci siamo opposti. Allora per convincerci, ci ha fissato un appuntamento presso un centro diagnostico in un’altra città regionale dove grazie ai macchinari più sofisticati, ci avrebbero convinto sul da farsi.
Ritorniamo a casa e varcata la soglia, abbiamo abbracciato forte i figli che ansiosi ci stavano aspettando e siamo scoppiati a piangere.
Abbiamo spiegato loro che la testa era nera e che la bambina, forse, non sarebbe arrivata alla nascita, e, se ci fosse arrivata sarebbe morta poco dopo, o comunque avrebbe avuto degli handicap gravissimi.
Dopo questa spiegazione fatta in lacrime, una delle figlie dice: “Forse non potrà camminare? Non importa, la aiuterò io!”. Ed un’ altra:” Forse non riuscirà a prendere la pappa? Non ti preoccupare, gliela darò io!”.
Di fronte a queste reazioni positive e poco scandalizzate, da parte dei figli, ho preso coraggio ed ho telefonato alla catechista del cammino di fede di cui facciamo parte io e mio marito.
E qui il Signore, attraverso le parole di questa sorella, mi ha colmato di speranza: “Elisabetta, non ti fermare davanti a questa ecografia, aspetta la prossima perché questi si potrebbero essere anche sbagliati! Poi, se così fosse, questa bambina con problemi ha bisogno di amore più degli altri, va amata più degli altri! Tu hai la possibilità di amare Gesù Cristo sulla croce in casa tua, tutti i giorni attraverso questa bambina che Dio ti ha donato. Non pensare male di Dio, pensa, invece, che questa è una benedizione per te, tuo marito e i vostri figli; e che attraverso questa croce, voi otterrete la vita eterna. Sai, siamo tutti molto moralisti e pensiamo che abbiamo commesso qualche colpa grande, per cui Dio ci castiga, mandandoci, per esempio, un figlio handicappato. Invece, non devi pensare male di Dio, anzi, incomincia fin da adesso, a benedire Dio per la storia che sta facendo con te e la tua famiglia. Coraggio e vai a fare l’altra ecografia!”.
L’ecografia successiva era fissata a distanza di tre giorni. Nel frattempo, priva di forze e di voce, incomincio a dare questa notizia ai nostri genitori, ai fratelli della nostra comunità e a tutti i presbiteri che conosco.
La mia reazione è stata quella di chiedere aiuto a tutti quelli che potevano pregare.
Non ho mai creduto al miracolo, per cui non chiedevo il miracolo, ma che il Signore potesse darmi la forza di entrare nella Sua volontà, di abbracciare questa croce.
Il giorno dopo mi sono alzata contenta, ma perplessa perché avevo fatto un bel sogno: avevo sognato che mentre camminavo lungo una strada, sentivo qualcuno che mi chiamava, mi giravo e vedevo una suora che sorridente mi veniva incontro, mi abbracciava forte ed era molto contenta.
Tempo di aprire gli occhi e di pensare un minuto… la riconosco: quella donna era uguale alla foto riprodotta sul libro di questa estate… Edith Stein vestita da suora, quindi non più l’ebrea, ma la carmelitana che ha preso il nome di suor Teresa Benedetta dalla Croce.
Ricevuta la notizia, mio marito si è “offeso”, pèrchè era lui che doveva sognare questa Santa di cui aveva letto la vita e dalla quale era rimasto affascinato! Ma la suora si è presentata a me!
Domanda: sarà stato un sogno profetico? Cosa voleva dire? Una cosa era sicura… la suora rideva contenta, quindi non era un brutto sogno!
Io non l’ho raccontato a nessuno perché non volevo illudermi e così è rimasto un segreto all’interno della mia famiglia.
Andiamo a fare la seconda ecografia e dopo un silenzio di tomba la dottoressa ci dà la risposta: ”Il problema è molto grave. Si tratta di un’ idrocefalia molto importante. Il cervello non si vede bene, forse c’è. Manca sicuramente il corpo calloso. In questi casi consigliamo vivamente l’aborto terapeutico! Si tratta di una patologia rarissima; le statistiche dicono che in alcuni casi il 40% muore alla nascita, in altri il 70% vegeta o ha comunque handicap gravissimi. Se non volete abortire non so a quale centro specializzato potete rivolgervi Non li conosco…forse qualcosa a Bologna… ma non so…”.

Con il cuore a terra e le lacrime agli occhi ce ne ritorniamo a casa.
Mentre me ne sto sola in cucina, il Signore mi apre una strada. Mi ricordo di una mia compaesana, amica d’infanzia di mia sorella che non so da quanti anni vive a Roma perché laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e successivamente rimasta a lavorare come neurologa al Policlinico Gemelli. Non ricordo come, rintraccio il suo nome, la chiamo, e per grazia di Dio la trovo a casa: fatto molto raro, perché è sempre in ospedale a lavorare. La chiamo, si ricorda di me, le leggo l’ecografia e le chiedo se può fare qualcosa. Mi richiama dopo un’ora e mi dice che ha preso appuntamento; mi dovevo presentare tre giorni dopo al Policlinico gemelli, presso il Day Hospital della ginecologia che si trovava al quarto piano. Lì mi avrebbe aspettato il prof. Noia, che si occupa proprio dei casi come il mio.
L’incontro con questi è stato al di sopra delle mie aspettative e non lo dimenticherò mai. Mi ha accolto con molta gentilezza e con il sorriso sulle labbra, mi ha fatto l’ecografia e con amore fraterno mi ha spiegato che era un caso di idrocefalia molto serio, che il cervello era intero; forse mancava il corpo calloso, ma eventualmente questo sarebbe stato un problema minore rispetto all’importanza dell’idrocefalo. Mi ha incoraggiato tantissimo e mi ha dato la possibilità di vivere il resto della gravidanza con serenità.
Infatti mi ha detto che finchè la bambina sarebbe rimasta nel grembo materno, il cervello non avrebbe subito pressioni dal liquido cerebrale, per cui non avrebbe avuto danni dal momento che il corpo è immerso nel liquido amniotico. Il problema della pressione sul cervello si sarebbe posto al momento della nascita. Per il momento la cosa più importante, era arrivare il più possibile al termine della gravidanza, perché una volta nata, la bambina sarebbe stata operata al cervello ed era importante, a quel punto, avere sottomano una bambina robusta e abbastanza forte da superare l’intervento di neurochirurgia.
Da quel giorno il dottore mi ha dato appuntamento una volta al mese, per poter tenere sotto controllo ecografico l’andamento del liquido cerebrale. Da quel giorno in poi, la mia gravidanza è stata più che mai messa nelle mani di Dio.
La voce di questo fatto si è diffusa per tutto il pese in cui vivo e risiedo; tutte le comunità neocatecumenali di nostra conoscenza sono state messe al corrente, così che tutti hanno pregato. Persino il vescovo della diocesi mi ha assicurato la sua preghiera quotidiana. Ancora oggi che sono passati quattro anni, vengo a conoscenza di persone che senza conoscermi hanno pregato per la mia bambina.
Al termine dell’ottavo mese i medici hanno pensato di farmi fare la risonanza magnetica per vedere meglio la situazione. Per questo motivo, io e mio marito abbiamo trascorso tre giorni a Roma ed abbiamo approfittato per pregare sulla tomba di S.Pietro e su quella di Papa Giovanni XXIII.
Dalla risonanza magnetica è risultato che l’idrocefalia era molto importante, che il cervello c’era tutto, forse mancava l’ultimo pezzo del corpo calloso. La bambina non sarebbe morta alla nascita, ma avrebbe avuto comunque degli handicap non si sapeva di quale entità, ma ci sarebbero stati sicuramente!
Un dottore ci ha detto: “Qui ci vuole un miracolo! Noi ci crediamo, ma ci vuole un miracolo!”…
Finalmente arriva la fine di gennaio, è tempo di partorire.
I medici mi hanno tenuta ricoverata una settimana prima del parto, per poter affrontare tutto tranquillamente e poter tenere pronta la sala operatoria anche per la bambina in caso di imminente urgenza.
Nel reparto c’erano altre gestanti che avevano in grembo bambini con problemi più o meno gravi del mio, quindi non mi sono sentita “un caso a parte”, ma un caso in mezzo a tanti altri.
Ho stretto amicizia con alcune di loro e ci siamo incoraggiate a vicenda riscoprendo insieme l’unica fede in Gesù Cristo.
Il giorno prima dell’intervento il Signore mi riserva una di quelle sorprese che piacciono a me. Mi viene a trovare il neurochirurgo che avrebbe operato mia figlia: una persona molto calma e sicura alla quale con altrettanta calma dico: “Dottore, io voglio essere pronta a tutto ciò che può capitare domani alla mia bambina! Mi dica lei come pensa di procedere una volta che è nata”. E lui mi risponde: “Ma… una volta che la bambina è nata la teniamo sotto osservazione e se si presenta abbastanza sveglia e forte non la operiamo subito. Poi, una volta operata, le conseguenze, se ci saranno, verranno fuori man mano che cresce. Io le posso dire che statisticamente stiamo vedendo che i bambini, poi, alla fine risultano normali e conducono un vita come tutti gli altri: possono fare sport, vanno a scuola normalmente e crescono molto bene!”.
Non credevo alle mie orecchie! Avrei avuto una bambina normale!?! Ma allora il sogno che avevo fatto di suor Teresa Benedetta era vero… Era stato profetico!
Ebbene sì: posso confermare che così è andata!
La mia bambina Teresa Benedetta è nata il 6 febbraio 2003 ed è stata operata al cervello durante il primo anno di vita per tre volte. La prima aveva ventotto giorni: un intervento rischioso, ma riuscito molto bene! Poi intorno a sei mesi di vita è stata sottoposta ad un secondo intervento. Infine, ad un anno di vita è stata operata di nuovo e le è stata messa una valvola che le permette di drenare il liquor spinale in eccesso.
Oggi Teresa Benedetta ha quattro anni, è una bambina normale, frequenta il primo anno della Scuola materna ed è felicissima di essere nata e di vivere. Fa psicomotricità fin dai quattro mesi di vita e questo le ha permesso di sviluppare appieno tutte le sue potenzialità. È molto socievole e serena: è la gioia della nostra famiglia!
Ogni sei mesi andiamo a Roma per i controlli, ma per noi è diventata una gita di piacere!

– Un grazie innanzitutto a Nostro Signore Gesù Cristo che ha avuto misericordia di noi.
– Ai nonni e agli zii che ci hanno tenuto gli altri figli mentre noi stavamo a Roma e che ci sono stati molto vicini
– Grazie alla nostra comunità neocatecumenale che ha pregato per noi anche di notte.
– A tutte le comunità ed ai catechisti.
– Grazie a tutte le persone che di propria iniziativa, solo per aver conosciuto il fatto, hanno pregato per noi.
– Un grazie alle suore S.Giuseppe che oltre ad aver pregato, seguono nella loro scuola materna la nostra bambina.
– Un enorme grazie alla dottoressa del policlinico Gemelli che per prima ci ha aperto le porte di questo ospedale.
– Un grazie alla società presso cui lavora mio marito che ci ha rimborsato gran parte delle spese di viaggio ed anche ai colleghi di lavoro che ci hanno dimostrato affetto e comprensione nei momenti più difficili.
– Un grazie al nostro vescovo che ha poi battezzato Teresa Benedetta per immersione nella veglia di Pasqua 2003.
– Infine, un grazie a Santa Teresa Benedetta dalla Croce che per prima ha chiesto a Dio il miracolo da parte nostra!!!

Goffredo, Elisabetta,
Matteo, Maria Chiara, Caterina, Agnese, e Teresa Benedetta.

Donna cieca sin da piccola torna a vedere

jesus healUn miracolo avvenuto a Phoenix, in Arizona, attribuito all’intercessione dell’eremita di Annaya San Charbel, in Libano. Dafne’ Gutierrez il giorno dopo aver visitato una reliquia del santo si sveglia con un forte prurito agli occhi e la sensazione di una forte pressione sulla testa e sulle orbite e alla luce diffusa di una lampada da comodino, grida stupita al marito: “posso vederti, posso vederti”.

Sta facendo gridare al miracolo la guarigione di una donna cieca, a Phoenix, in Arizona, attribuita all’intercessione di san Charbel Makhlouf. La fama di taumaturgo – riferisce Asianews – dell’eremita di Annaya, in Libano (8 maggio 1828 – 24 dicembre 1898) si sta diffondendo in tutto i mondo e, comunque, là dove dove la sorte ha portato i maroniti, disseminati ovunque dalla loro tormentata storia.

La città di Phoenix è testimone di uno di questi stupefacenti prodigi dei quali san Charbel ha il segreto: la guarigione di una donna ispano-americana, Dafné Gutierrez (30 anni), madre di tre figli, resa completamente cieca dalla malformazione di Arnold Chiari.

Phoenix è una città ove è presente una forte colonia di origine libanese, essenzialmente maronita. La locale chiesa maronita è dedicata a san Giuseppe e le messe sono celebrate in tre lingue: arabo, spagnolo e inglese. La chiesa di san Giuseppe è una delle 36 parrocchie maronite degli Stati Uniti, suddivise nelle due grandi diocesi di New York e Los Angeles.

La reliquia di san Charbel, che dal 2015 sta facendo il giro di tali parrocchie, consiste in un frammento osseo conservato in una teca di legno di cedro. Il parroco della chiesa di san Giuseppe, Wissam Akiki, aveva dato la maggiore diffusione possibile alla notizia della visita di durata relativamente breve (15-17 gennaio 2016) che la reliquia avrebbe compiuto nella sua parrocchia, in occasione di un ritiro sacerdotale con il vescovo maronita di Los Angeles, mons. Élias Abdallah Zeidane.

La storia di Dafné Gutierrez (nella foto, alla quale la malformazione di Arnold Chiari era stata diagnosticata a 13 anni, aveva sviluppato, nel corso degli anni, un edema papillare alla fine del nervo ottico. Un intervento chirurgico per correggere la malformazione si era rivelato inutile. Nell’autunno 2014 aveva perso l’uso dell’occhio sinistro, che si era progressivamente indebolito dall’anno precedente. Nel novembre 2015 l’occhio destro si era spento a sua volta, sprofondandola in una notte totale che non le permetteva di vedere neppure un raggio di sole fissato direttamente. Un rapporto medico affermava che la sua cecità era irreversibile e richiedeva una assistenza sanitaria permanente. La donna stava pensando anche a ritirarsi in un istituto per ciechi, per non essere di peso alla sua famiglia.

Nel weekend del 16-17 ottobre, attirati dai manifesti di padre Wissam, dei vicini l’incoraggiarono a chiedere la guarigione. Accompagnata da uno di loro, si presenta il 16 gennaio.

“Ho posto la mia mano sulla sua testa e poi sugli occhi e ho chiesto a Dio di guarirla, con l’intercessione di san Charbel”, racconta sobriamente il sacerdote. La domenica, Dafné e la sua famiglia assistono alla messa e poi tornano a casa. E’ la mattina del 18 che arriva la guarigione inspiegabile. Verso le 5 del mattino, la miracolata si sveglia con un forte prurito agli occhi e la sensazione di una forte pressione sulla testa e sulle orbite. Sveglia suo marito che avverte come un forte odore di bruciato nella stanza. Accende la luce, ma la spegne subito su richiesta della sua sposa, molto disturbata. Ma alla luce diffusa di una lampada da comodino, la donna gli annuncia, stupita, di poterlo vedere. “Posso vederti, posso vederti con tutti e due gli occhi”, grida.

Contemporaneamente Dafné sente una forte pressione sulla testa e sugli occhi, come se si stesse riprendendo da una operazione. Porta la mano alla testa, sul lato destro, come se ci fosse una ferita. Si può immaginare il seguito. “Non riuscivo a crederci, non volevo più chiudere gli occhi”, racconta la miracolata. “I miei figli gridavano mamma può vedere, Dio ha guarito mamma!”.

Tre giorni dopo, un esame oftalmico costata la guarigione. Ad oggi, cinque medici hanno esaminato Dafné, compreso un oculista di origine libanese, il dottor Jimmy Saadé. La guarigione sfida qualsiasi spiegazione scientifica. Secondo il suo medico, in 40 anni di esercizio non era stato registrato alcun esempio di una guarigione di questo tipo. “No way! No way!” non smetteva di ripetere, leggendo il referto che aveva di fronte. Il bulbo oculare, precisa il referto, non presenta alcuna traccia dell’edema. Per scrupolo professionale si sta realizzando un dossier sanitario completo per analizzare meglio il caso e documentare solidamente il carattere inspiegabile di una guarigione molto recente. Il problema, così facendo, è di verificare se il prodigio comprende anche la correzione della malformazione all’origine della cecità, come suggerisce la sensazione di una pressione sulle testa avvertita da Dafé, “come se lei si stesse riprendendo da un intervento”.

Ma la fede popolare non si preoccupa da questi scrupoli. La notizia della guarigione di una donna cieca si è sparsa ovunque a Phoenix e ha aperto i notiziari delle catene televisive regionali americane e messicane. In conseguenza, migliaia di visitatori hanno cominciato ad affluire alla chiesa di san Giuseppe, il parroco della quale ha saggiamente deciso di fissare al 22 di ogni mese una giornata di intercessione speciale, come si fa ad Annaya dopo la stupefacente guarigione di Nouhad Chami, avvenuta il 22 gennaio 1993.

Da parte sua, dopo aver percorso gli Stati Uniti, il reliquario di san Charbel è stato portato alla diocesi maronita di Nostra Signora del Libano, a Los Angeles, dopo le ultime due tappe a Detroit, dove anche la comunità caldea ha voluto rendergli onore, e a Miami.

da: Aleteia.it

Come la Chiesa analizza i miracoli

miracoloLa procedura per l’approvazione di un miracolo:

1) a livello diocesano, raccolta testimoni oculari del fatto prodigioso, e raccolta della documentazione clinica e strumentale del caso in oggetto.
2) a livello di Congregazione delle cause dei santi,
accertamenti medici e teologici.
per l’esame medico vi è una Consulta composta da cinque medici specialisti e due periti d’ufficio, il loro giudizio è medico-scientifico, non si pronunciano sul miracolo.
La loro relazione sulla malattia riguarda la diagnosi, la prognosi, la terapia e la guarigione, che deve essere:
rapida, completa, duratura e scientificamente inspiegabile.

Se la Consulta da dei dubbi, vengono chieste perizie ad altri esperti del settore.
Se la Consulta medica trova l’accordo a maggioranza o unanimità sulla extranaturalità della guarigione si passa all’esame teologico che deve valutare un nesso tra le preghiere al servo di Dio e la guarigione stessa.
Se anche questo esame è positivo tutto va alla Congregazione dei vescovi e dei cardinali che danno un giudizio che verrà posto ancora al vaglio del Papa che eventualmente promulgherà il decreto del miracolo riconosciuto come tale.

I miracoli non sono la base della fede, per questa ragione anche gli eventi negativi non fanno perdere la fede.
Vi sono a volte eventi medici inspiegabili, cui medici anche atei vengono chiamati a dare un giudizio sulla loro non spiegabilità.
I miracoli cattolicamente riconoscuti sono questi, ma non danno la misura dei santi, infatti non basta fare un miracolo per la beatificazione, ma ci vuole una vita santa e il miracolo è come una ciliegina su un mare di bene.
Poi vi sono eventi minori in cui i credenti scorgono l’opera di Dio, non sono miracoli, ne eventi prodigiosi ma esperienze in cui vediamo che la fede è diventata vita concreta e in cui si sperimenta l’aiuto o la presenza di Dio in maniera non eclatante ma silenziosa.

La gamba di Miguel Juan

Basilica_del_Pilar_wideangleQuanta fatica per dimostrare che Dio esiste. Quanti ragionamenti, quante contese, quanti dibattiti sulle prove che un Essere onnipotente, creatore e ordinatore dell’universo esiste e ci governa tutti.
Certo, in filosofia le prove che Dio esiste ci sono, eccome. E il Papa, nella Fides et ratio, ribadisce con fermezza che la ragione dell’uomo può giungere alla certezza che Dio c’è.

Ma le contestazioni restano, non tutti concordano, molti dubitano e il pensiero debole (nulla di sicuro possiamo dire su Dio) trova ancora molti seguaci. Tuttavia, se si viene a sapere di un fatto certo e documentato, incontestabile e inoppugnabile, come quello che ha narrato Vittorio Messori nella sua ultima fatica (“Il miracolo”, ed. Rizzoli), beh! non è più possibile negare Dio; o meglio, per farlo la ragione deve essere messa a riposo e in campo devono scendere pregiudizio, ignoranza, malafede.

IL FATTO

Raccontato sinteticamente – il lettore è invitato a leggere lo studio di Messori quanto è accaduto ha dello stupefacente.
Nel 1617, a Calanda, nell’Aragona spagnola, nasce un certo Miguel Juan Pellicer, figlio di contadini e contadino lui stesso, analfabeta, dotato di una fede solida ed essenziale, devoto alla Vergine del Pilar di Saragozza.
Lasciata la famiglia per non pesare sul magro bilancio dei genitori, verso la fine di luglio del 1637, mentre lavora tra i campi, un carro di frumento gli transita su una gamba, proprio sotto il ginocchio, procurandogli la frattura della tibia nella parte centrale.

Tra dolori inenarrabili, vuole andare a Saragozza per mettersi sotto la protezione della Vergine del Pilar. Cinquanta giorni di viaggio e trecento chilometri sotto la canicola estiva, raccattando passaggi qua e là. Quando arriva in città, praticamente moribondo, si trascina sui gomiti fin nel santuario e qui si affida alla Vergine: “pensaci Tu perché sto per morire”.

Con sega e scalpello – gli strumenti del tempo – gli viene amputata la gamba, unica soluzione per salvargli la vita. Passa un anno prima di uscire dall’ ospedale con una gamba di legno, due stampelle e una specie di patentino che gli dava la possibilità di esercitare la “professione” del mendicante.
Tutti i giorni, per due anni e mezzo, davanti alla porta del santuario del Pilar, l’intera Saragozza gli passa accanto, lo vede, si commuove, qualcuno lo aiuta; alla sera, quando il santuario chiude, Miguel Juan si cosparge il moncone della gamba con un po’ di olio consumato dalle lampade del santuario, nonostante che i medici, da cui è visitato periodicamente, lo ammoniscano inutilmente.

Quando lo riconoscono alcuni compaesani che sono a Saragozza per un pellegrinaggio, non potendo più tenere nascosta la sua situazione, Miguel Juan decide di tornare dai genitori a Calanda, circa 100 chilometri a sud di Saragozza. E qui, altro non può fare che riprendere a mendicare.
Il momento fatidico giunge alla sera del 29 marzo del 1640. È giovedì. Siamo tra le dieci e le undici di sera. Miguel Juan cena con i genitori, due vicini di casa e un soldato di cavalleria dell’Esercito Reale, che è di passaggio e a cui era stata data ospitalità.

Miguel Juan, dopo la povera cena, si congeda dalla compagnia e decide di andare a coricarsi. Ripone la protesi di legno e le stampelle, va a dormire nella camera da letto di mamma e papà, perchè aveva lasciato il suo giaciglio abituale al soldato.
Qualche tempo dopo, la madre entra nella camera e, sentendo un profumo intenso “come di Paradiso”, si accorge che da quel mantello troppo corto che ricopre il figlio addormentato spuntano due piedi. Giunge il padre, richiamato dalla donna. In principio pensano che si tratti del soldato che ha sbagliato stanza, ma, sollevando la coperta e guardando meglio, scoprono che quella persona è proprio il loro figlio.

Miguel Juan, il mutilato, dorme profondamente, ma ha riattaccata quella gamba che, due anni e cinque mesi prima, gli era stata amputata. E non si tratta di una gamba qualsiasi, ma proprio della sua, con tutte le caratteristiche e le cicatrici del suo arto e con un circolino rosso nel punto in cui era avvenuta l’amputazione. Svegliano il figlio. Stava sognando – dirà Miguel Juan – di essere a Saragozza nella cappella della Vergine del Pilar e che si ungeva la gamba segata con l’olio di una lampada, come era uso fare quando era in quel santuario.

Un miracolo straordinario, quello di un arto amputato improvvisamente riattaccato, che solo Dio, l’autore e il padrone delle leggi della natura può compiere. Se il fatto è vero, allora la conclusione si impone: Dio esiste. Ma ci vogliono le prove.

LE PROVE

Le prove ci sono, eccome. E sono tante, tutte concordi, ben fondate, ottimamente documentate, al punto che Messori si spinge a dire: “dovrebbe dubitare di tutta quanta la storia umana, compresi i fatti più certi perchè più attestati, chi rifiutasse la verità di quanto successo a Calanda quella sera di marzo della settimana di Passione del 1640” . Vediamole in sintesi.

Il miracolo viene attestato solo sessanta ore dopo da tutte le autorità locali: il vicario parrocchiale don Jusepe Herrero, il justicia (il giudice e insieme il responsabile dell’ ordine pubblico) Martìn Corellano, il sindaco Miguel Escobedo, il suo vice Martìn Galindo e, soprattutto, il notaio reale Làzaro Macario Gòmez.
In pochissimi giorni viene istituito un processo pubblico in cui sfilano decine e decine di testimoni oculari; nel frattempo, viene visitato il luogo dove era stata sepolta dai medici la gamba amputata, ma viene trovato vuoto (come riportato da un Aviso Historico, un giornale del tempo).

Dopo quasi undici mesi di lavoro e con quattordici sedute pubbliche e plenarie, si pronuncia la sentenza del processo di Saragozza in data 27 aprile 1641: “Perciò affermiamo e dichiariamo che a Miguel Juan Pellicer, contadino di Calanda, fu restituita la gamba che gli era stata amputata due anni e cinque mesi prima; e che non fu un fatto di natura, ma opera mirabile e miracolosa, ottenuta per intercessione della Vergine del Pilar”.

I ventiquattro testimoni oculari, scelti dal tribunale di Saragozza tra innumerevoli possibili, possono essere suddivisi in cinque gruppi.
Cinque sono medici ed infermieri, e tra loro il chirurgo che amputò la gamba e i due sanitari di Calanda che procedettero alla visita immediatamente dopo l’evento. Cinque tra familiari e i vicini di casa. Quattro sono autorità locali di Calanda, sopra ricordate. Quattro sono ecclesiastici, sia di Saragozza che di Calanda. Sei “vari”, tra cui l’oste, nella cui bettola vicino al Pilar Miguel Juan, storpio, passava la notte quando rimediava quattro soldi di elemosina e un altro oste, di Samper, dal quale aveva alloggiato sulla strada del ritorno a casa.

I testimoni sono scelti per dar conto, sotto giuramento, delle differenti tappe della storia di Miguel Juan Pellicer: la frattura, l’amputazione, la mendicità al Pilar, il ritorno al paese natale, l’evento miracoloso del 29 marzo e i fatti dei giorni successivi.
E così straordinario quanto è accaduto a Calanda, che il giovane contadino Miguel Juan venne ricevuto addirittura dal re Filippo IV, il più orgoglioso sovrano del mondo, il monarca dell’impero dove “non tramontava mai il sole”. Il sovrano, dopo aver sentito la sua testimonianza e l’inequivocabile sequenza di eventi da parte delle più importanti autorità spagnole, si inginocchia davanti al contadino, gli bacia con devozione la cicatrice, rimasta là dove l’arto era stato amputato e poi riattaccato.

DIO ESISTE

Che cosa dire di questa storia, così minuziosamente investigata da Vittorio Messori? Forse le parole migliori sono quelle che l’autore adopera, da storico e da giornalista, per concludere la sua opera indagatrice.
“In quelle “notti oscure” di cui parlano proprio i mistici spagnoli, in quei momenti (inevitabili, fisiologici nella struttura della fede) in cui il dubbio sembra rodere, malgrado ogni accumulo di “ragioni per credere”; ebbene proprio allora soccorre il ricordo di un campanile che si leva, vigoroso, sul Desierto de Calanda, nella Bassa Aragona. Una torre che ha l’aspetto di un punto esclamativo: segnala, infatti, almeno un luogo nel mondo dove “la scommessa sul Vangelo” si scioglie in quella certezza che solo un fatto oggettivo, constata bile, sicuro può garantire. Lì la cronaca, la storia, sembrano davvero spalancare, all’improvviso, una finestra verso l’Eterno.”

Sì, Dio esiste e a Calanda ha dimostrato che nulla Gli è impossibile. Lì ha deciso intervenire nella “carnalità” dell’ esistenza del giovane contadino Miguel Juan Pellicer, di annullare ciò che era avvenuto per mezzo dell’uomo, di sospendere tutte le leggi della natura, di riparare ciò che era irreparabile.
A Calanda, Dio, attraverso l’interces sione di Maria Vergine, ha voluto lasciare un segno concreto, tangibile, indubitabile. Per usare le parole dell’arcivescovo di Saragozza “com’è stato dimostrato con certezza nel processo, il detto Miguel Juan fu visto prima senza una gamba e poi con questa. Quindi non si vede come si possa dubitare di ciò”.

Nessun dubbio, dunque: questa gamba riattaccata può essere un grimaldello per fare breccia nello scetticismo dell’uomo postmoderno.
Ma Calanda dice molto anche a certi cattolici, soprattutto a quella intellighenzia la cui fede si vuole adulta e che bolla i miracoli e altre forme di religiosità popolare come favolette superstiziose, adatte per vecchiette e per bigotti.

No, il miracolo di Calanda è la prova provata di un intervento del Dio cattolico nella storia dell’uomo, di un intervento divino propiziato da quella Vergine che il popolo semplice venera e prega, di una presenza che, passando lungo i secoli e sopravvivendo alle ideologie, è tuttora viva e operante tra di noi.
Resta una domanda, che apre una riflessione: alla luce di ciò che indiscutibilmente è accaduto a Calanda, si hanno più ragioni di credere o di dubitare?

Enrico Salomi – Il Timone