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Perche’ crediamo in Dio?

Una domanda tuttaltro che scontata! Questa pone le sue radici nella storia stessa delluomo che da sempre si è dimostrato interessato alla ricerca delle radici della propria esistenza.
Perché?
Perché ogni uomo desidera raggiungere la felicità, la vita piena, lamore, perché tutti gli esseri umani in quanto finiti si scontrano con linevitabile e inspiegabile morte, perché la vita pur essendo bellissima è anche segnata dal male (ingiustizia, violenze, menzogne). Linsieme di queste realtà ha posto da sempre luomo dinanzi ad alcune fatidiche domande esistenziali.

Chi ci ha creati? Perché viviamo? Dove andremo?
Domande che trovano la loro risposta solo in Dio.
Mentre l’umanità dalle sue origini, guidata dalla ragione che la fede confermava, ha affermato l’esistenza di Dio e gli ha sempre innalzato altari e templi, ed anche l’umanità di oggi, ove la violenza non lo impedisce, manifesta la sua comune credenza in Dio, non sono mancati e non mancano pensatori che negano l’esistenza di Dio: da Democrito, che per primo pronunciò la frase fatale: Non est Deus naturae immortalis agli odierni negatori di Dio e suoi avversari.
Da qui nasce lesigenza di una risposta apologetica, sia per confutare l’avversario, sia per confermare il credente di fronte al dubbio imprudente che talora può affiorare alla sua coscienza nelle alterne vicende della vita.

Perché crediamo in Dio?
Di don Tullio Rotondo
Crediamo in Dio perché Dio stesso ci attira a sé e ci si vuole far conoscere; ecco la verità principale: Dio ci attira alla conoscenza di Lui stesso.
Se non ci accorgiamo di questo è perchè non vediamo siamo ciechi in certo modo.

Ora, attraverso queste mie parole e poi anche più generalmente Dio ti vuole attirare a conoscere Lui. Il punto è che noi siamo chiusi, il punto è che noi non ci accorgiamo del Signore che ci parla, siamo chiusi alla luce che Egli ci dona, abbiamo bisogno del Maestro che ci guida a conoscere come Dio ci parla e che ci fa conoscere veramente Dio: e questo Maestro è Gesù.

Con il peccato originale la nostra intelligenza si è oscurata e noi abbiamo difficoltà a salire a Dio che è Luce, abbiamo difficoltà a ricevere questa Luce, facciamo scudo alla luce divina.

Come facciamo scudo?
Anzitutto appunto con il disordine interiore che è in noi, con la mancanza di preghiera, con la mancanza di lettura delle S. Scritture, con linsincerità, con lattaccamento ai piaceri del senso (piaceri della gola e sessuali soprattutto); il Signore ci attira a diventare spirituali e noi invece rimaniamo carnali. La conoscenza di Dio implica partecipazione, in certo modo, alla vita di Dio; il Rivelarsi di Dio a noi implica anche un certo nostro modo di vivere, implica una certa nostra perfezione.
Rifletti
Anzitutto tu vivi sempre secondo la verità che porti nellintelligenza, agisci sempre secondo la verità che la tua coscienza ti presenta?
Sei coerente con quello che dici, sei coerente con le tue idee?
Usi un doppio giudizio quando giudichi gli altri e quando giudichi te?
E la tua coscienza, la tua intelligenza su quali verità si basa?
Chi ti ha insegnato quelle verità?
Dio ti attrae a Cristo, ma forse tu non te ne rendi conto, sei immerso nelle cose del mondo, Dio ti attrae a visitare i santuari, a visitare i luoghi nei quali Dio stesso ha operato prodigi ma noi tante volte ce ne stiamo nelle nostre case o nei nostri ambienti e ci lasciamo guidare da altri dei, da altri maestri.

A chi credi?
A quali persone presti la tua fede?
A chi hai prestato fede nel tuo studio a professori che ti hanno riempito la testa di affermazioni atee o agnostiche?
Considera che oggi ateismo, agnosticismo e anticristianesimo sono praticamente diffusissimi, tu probabilmente sei una persona che ha avuto falsi maestri di questo genere. Ti devi depurare, devi cambiare, devi prenderti i veri maestri, anzi il vero Maestro: Gesù!
Dio ti vuole donare la conoscenza di Lui stesso, come ha fatto con tanti santi che poi hanno fatto grandi miracoli pensa a S. Pio da Pietrelcina, pensa a s. Francesco, a s. Caterina.

Hai mai preso parte a un fatto miracoloso?
Sei mai stato alla s. Messa?
Hai mai fatto un ritiro nel silenzio, passando qualche giorno in preghiera?
Lo sai che il demonio esiste?
Sei mai stato ad una preghiera di liberazione?
Ecco Dio vuole farti fare esperienza della sua potenza, devi destarti dal “sonno stanco dell’anima” e muoverti, perchè la cosa più importante in questa vita è conoscere Dio amare Dio, conoscere Cristo Dio uomo!!
Ecco la cosa più importante nel mondo è conoscere Dio e amarlo!
Vedi Dio vuole che tu lo metta al primo posto nella tua vita, allora ti si fa conoscere particolarmente! Nota che conoscere Dio non arreca un vantaggio a Dio nella sua divina natura, Egli è sommamente perfetto. Conoscere Dio è necessario a te, per il tuo bene. Ecco, dunque, Dio ti sta parlando attraverso queste mie parole, ti sta attirando a fare questo cammino verso Lui . Considera che il cammino in Cristo Dio è un cammino di fede : Dio stesso vuole donarti questa fede e tu devi fare la parte tua per riceverla; camminare nella fede significa appoggiarsi e obbedire a Cristo anche se talvolta non riusciamo a capire perché ci dice, camminare nella fede non è vedere tutto con chiarezza, il vedere con chiarezza ci sarà nella visione beata, nel Cielo, ma oggi vediamo nello specchio e attraverso enigmi.
Sappi però che più cresci nel cammino di fede, più vivi nella volontà di Dio in modo perfetto, più il Signore ti si manifesta, come accadeva s. Pio da Pietrelcina, a s. Caterina da Siena, a s. Brigida etc.
Dunque : sei pronto iniziare? Dio ti sta attraendo. Ma anche il mondo, satana, la tua carne ti attraggono, Dio verso la conoscenza di sé e verso la santità ; satana, il mondo e la carne ti spingono al peccato, alla incredulità, allagnosticismo.
A te la scelta tra le due vie. Forse finora ai scelto sempre la seconda e se è così sappi che la tua inclinazione abituale è cattiva, devi farti forza e il Signore ti dà questa forza. Dio ti dà tutto in Cristo: luce intelettuale, sapienza, carità:
Ricordati: conoscere Dio e amarlo in Cristo dipende da te.

 

Chiara ed Enrico: un amore vero

chiaraenricoAmore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero e’ difficile da comprendere in questa societa’ sempre piu’ individualista. Un esempio concreto e’ stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.

Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non e’ l’odio, ma il possesso».

Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».

La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».

La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.

Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».

Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».

Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».

Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».

Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».

Di Irene Bertoglio (autore)

Ogni suicidio di un bambino o di un giovane…

E’ uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa
Annalisa Teggi

Anni fa a Roma un bambino di 10 anni si e’ impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni.

Questa non è una notizia di cronaca nera recente, ma è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia ancora oggi.
Il ricordo di quella tragedia si fa vivo sentendo le notizie di analoghi casi dovuti a catene e “giochi della morte online”. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C’è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).

C’è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l’informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.

Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant’altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l’emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all’eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.

Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l’orrore o l’insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell’educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l’organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:

«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l’ardente desiderio di libertà. L’educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l’abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all’opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L’educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all’opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell’orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.

Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: “il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà”), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell’indistinzione reciproca. L’educazione deve essere parziale e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l’autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte di preferenza. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge il barlume di una certezza difesa con entusiasmo.

La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall’altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L’ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l’alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell’indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.

Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell’autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».

da Tempi.it

20.000 euro per affittare un utero in Cina

Storie di ordinaria ingiustizia bioetica: quando il figlio E’ un prodotto da ottenere ad ogni costo. Vergognoso.

Duecentomila yuan (oltre 20.000 euro) per fare da madre surrogata e affittare il proprio utero. Per quanto sia illegale,la pratica è molto diffusa in Cina e per molte donne rappresenta una vera e propria fonte di reddito. Secondo un’inchiesta condotta dal Global Times,esistono nel paese moltissime agenzie che agiscono come mediatori tra le madri in affitto e le coppie che intendono avvalersi di questo “servizio”,e che applicano dei veri e propri tariffari. Al momento della conferma dell’esistenza del battito fetale,alla madre surrogata è corrisposto il 10% della somma totale,un altro 20% è corrisposto poi ispettivamente al quinto,al settimo e all’ottavo mese di gravidanza e solo dopo la nascita viene corrisposto il restante 30%.
(leggi cos’è la maternita’ in affitto)

Nelle prime settimane di gravidanza,prima cioè che si abbia la conferma del battito,alla madre surrogata viene pagata solo una somma di 2.500 yuan (circa 250 euro) per far fronte alle spese mediche iniziali. Alla nascita del bambino infine i genitori sono assistiti nella fase di registrazione del neonato che,sottratto alla donna che lo ha materialmente messo al mondo,viene affidato alla coppia.

Il tutto naturalmente avviene in nero,visto che la riproduzione surrogata è illegale nel paese sin dal 2001,quando il Ministero della Salute emise una normativa con la quale proibì a medici,ospedali e operatori sanitari di condurre qualsiasi pratica di questi tipo. Nonostante ciò,il mercato ha continuato a crescere,grazie anche a un sempre maggiore incremento della domanda.

Secondo i dati resi noti dalla Commissione sanitaria di Shanghai,il 10% delle coppie locali ha problemi di infertilità. Le agenzie,inoltre,operano nel campo senza particolari problemi a causa di un buco normativo. “La legge –spiega il titolare di un’agenzia che lavora nel settore –definisce e punisce il comportamento di medici e ospedali,ma non cita le agenzie. Per cui delle tre parti coinvolte,i nostri clienti,gli ospedali e noi,gli unici che devono stare attenti sono gli ospedali e i medici”.

Sostieni una mamma in difficoltà. causale “Progetto vita – un mese di attenzioni”

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In alcuni casi,per poter avere un bambino in via surrogata la coppia con problemi di infertilità necessita di acquistare anche degli ovuli e anche per questo c’è un mercato. Sembra siano molte le studentesse o le impiegate con stipendi bassi che per arrotondare vendono i propri ovuli per somme che vanno dai 15.000 ai 20.000 yuan (1500-2000 euro circa). Pratica anche questa condotta in maniera sotterranea,in quanto illegale.

Il costo totale per avere un figlio in questo modo si attesta intorno ai 300.000 yuan totali (circa 30.000 euro),un prezzo che è comunque considerato molto ragionevole,tanto che sono molte –a quanto riferisce l’inchiesta del Global Times –le coppie anche straniere che vengono in Cina per accedervi.

Recentemente poi sono molte le agenzie cinesi che,per evitare problemi con la legge,hanno deciso di trasferirsi in paesi come gli Stati Uniti o l’India,dove la pratica è legale. (ndr. e sarebbero paesi civili?)

La spalla del boia – «Stanotte non si dovrebbe poter chiudere occhio. Si dovrebbe soltanto poter pregare»

L’immagine della Associated Press è di quelle che attanagliano il cuore, e su cui ci si ferma, anche se non lo si vorrebbe, perché già al primo sguardo sai che ne trarrai dolore. Teheran, 21 gennaio, pubblica impiccagione di due giovani accusati di rapina. Dentro una notte senza luci, nera come se non dovesse più sorgere l’alba, solo il flash proietta la sua fredda luce. I condannati, che dimostrano vent’anni, vengono condotti alla forca, accompagnati ciascuno dal proprio boia col volto nascosto da un cappuccio. È un non-volto dunque, una maschera, l’ultima presenza accanto ai condannati.
Uno dei prigionieri mostra all’obiettivo, sulla faccia da ragazzo, una smorfia di terrore e di angoscia. Sembra così giovane che, qualsiasi cosa abbia anche fatto, chi guarda si ribella: è ancora più intollerabile giustiziare un ragazzo, che avrebbe tutta la vita per cambiare. (Già però, dietro di lui, sulle spalle del boia si intravede, pronto, il cappio).
Ma è l’altro condannato, che turba più profondamente. Nella disperazione di chi si vede davanti la morte, appoggia, inerme come un ragazzino, la testa sulla spalla del boia, a domandare, proprio a lui, conforto. E il boia mascherato, il non-volto, non si ritrae, anzi con una mano gli cinge la spalla. Il carnefice sembra avere pietà della vittima, e desiderare, forse, che il suo terribile compito gli sia tolto. C’è una umanità struggente, fra i due, nell’istante catturato dal fotografo; un ritrovarsi, sotto la più feroce legge, per un momento tuttavia fratelli, dentro a una legge anteriore e più grande.
Ma tutto questo dura pochi secondi; un regime come quello iraniano non tollererebbe debolezze nei suoi boia. La pubblica conferma di un terrore eretto a sistema è del resto la ragione di quella esecuzione in piazza di due, forse, giovani banditi da strada.
Intanto il fotografo si è voltato a riprendere il pubblico: una gran folla da stadio, e come allo stadio eccitata, i pugni alzati a domandare vendetta, le facce ansiose che “giustizia” sia fatta. L’eccitazione della folla gela il sangue, e, per contrasto, sottolinea l’istante di pietà del carnefice. Solo tre volti sono del tutto estranei a questa ebbrezza di sangue: quelli di tre donne. Dietro alle sbarre che separano la piazza dal patibolo, una ha il volto chino, nascosto nel pianto; una, giovane, si copre la faccia con le mani, per non vedere oltre; una terza, giovanissima, singhiozzante, nel suo strazio ha le fattezze delle donne ai piedi della Croce, nelle tele dei pittori antichi. Una accanto all’altra le tre – sorelle, spose? – testimoni di un antico femminile destino, volti di pietà là dove la violenza e il potere pretendono l’ultima parola. Il fotografo non può o non vuole cogliere l’istante della esecuzione. Solo ci mostra, in un ultimo scatto, notturno, immoto e appeso al cappio, il corpo del ragazzo che s’appoggia alla spalla del boia.
Tre foto che ammutoliscono. Ed è solo, pensi, uno squarcio aperto su quella grande parte di mondo che sfugge generalmente agli obiettivi; è solo una tessera nella ferocia che ogni giorno – noi non vedendo – opera in Siria, o in lontani Paesi africani. Nell’oggi, in questo istante, contemporanea a noi. Come stare davanti a questo male, da cristiani?
Nel suo “Diario” Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz dopo una sbalorditiva maturazione interiore, scrisse, in una delle notti in cui i suoi amici lasciavano Amsterdam per i campi di raccolta: «Stanotte non si dovrebbe poter chiudere occhio. Si dovrebbe soltanto poter pregare». La notte più grande e atroce era, allora, sul popolo ebraico, sull’Europa, su noi. Ma quante notti, grandi o ignote, o ignorate, scorrono nell’oggi, in regimi di terrore, in genocidi e stragi, lontano dai nostri occhi?

Quei tre scatti da Teheran, quei due ragazzi, la folla che urla e aspetta il sangue. Forse anche noi dovremmo, per tutte le notti che non sappiamo, ogni sera, per un momento non distratti, inginocchiarci e pregare.

Marina Corradi (Avvenire)

Nessuno dovra’ morire come lei

Intervista al fratello di Terri Schiavo: «Quanti frutti nati dall’uccisione di mia sorella»

Bobby Schindler a tempi.it: «Sono andato avanti solo grazie alla fede in Gesù. Faccio tutto quello che posso per salvare altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno più debba morire come è morta lei»

«Sono cattolico, ed è solo grazie alla fede in Gesù che sono riuscito ad  andare avanti». Racconta così a tempi.it Bobby Schindler (nella foto), il  fratello di Terri Schiavo, la donna che negli Stati Uniti è  stata fatta morire di fame e di sete il 31 maggio del 2005 su ordine di un  giudice nonostante il parere contrario della famiglia. Sempre nel 2005 Schindler  ha fondato il “Network Terri Schiavo per la vita e la speranza”, «per far sì che  quello che è successo a mia sorella non avvenga mai più».

Signor Schindler, ora sta aiutando la famiglia di Gary Harvey, ci spiega meglio il suo caso? Il  suo caso è simile a quello di mia sorella. Nel 2006 è caduto dalle scale e ha  riportato gravi danni al cervello. Gary ora ha bisogno di essere accudito, viene  nutrito e idratato in modo artificiale ma per il resto non è né in coma né in  stato vegetativo. I suoi tutori legali, la Contea di Chemung, hanno cercato di  farlo morire negandogli alimentazione e idratazione. Per questo stiamo aiutando  la signora Harvey nella sua battaglia legale, per togliere la tutela del marito  alla Contea e affidarla a me, con l’aiuto del network. Entro la fine di gennaio  dovrebbe arrivare la sentenza della Corte suprema dello Stato di New York e  siamo fiduciosi di ottenere quanto richiesto.

Perché cercate di togliere alla Contea la tutelalegale? Non solo hanno cercato di uccidere Gary, ma si  rifiutano di fargli intraprendere un percorso di riabilitazione che potrebbe  migliorare le sue condizioni di vita. Non so quanto potrebbe migliorare, è  difficile dirlo, ma sarebbe utile. Le persone come Gary, inoltre, hanno bisogno  di essere difese perché nella nostra società è molto facile che le leggi non  garantiscano le cure di base alle persone che soffrono di gravi danni al  cervello. Questo succede perché il valore della vita è sempre meno importante  per noi.

Perché ha fondato il ”Network Terri Schiavo per la vita e  la speranza”? Io, come anche la mia famiglia,  vorrei che nessuno venisse ucciso come mia sorella. Queste cose non devono più  succedere: lei non era malata, non era in coma, non era in stato vegetativo e  l’hanno fatta morire di sete dopo 13 giorni di agonia.

Quello di Terri Schiavo è stato uno dei primi casi in cui per una  presunta “compassione” si è arrivati a uccidere una persona. Ma non è  stato l’unico. Purtroppo negli Stati Uniti, a  seconda dei diversi Stati, l’idratazione e l’alimentazione artificiali sono  considerati un intervento medico straordinario o un trattamento di base. Il  problema però è che la società non riesce più a guardare in faccia la sofferenza  e si parla di omicidio come di un atto compassionevole. Ma lasciare morire una  persona di fame e di sete non ha niente di compassionevole. La sofferenza fa  parte delle nostre vite e noi dovremmo imparare ad affrontarla.

A sette anni dall’uccisione di sua sorella, come vive quello che le  è accaduto? È difficile: si va avanti giorno dopo  giorno, vado al lavoro ogni mattina e faccio tutto quello che posso per salvare  altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno  più debba morire come è morta lei. Però, grazie alla morte di Terri, noi siamo  riusciti ad aiutare un migliaio di persone , tantissime famiglie: questo è uno  dei molti frutti positivi della morte di mia sorella.

State pensando a qualche progetto in particolare con il vostro  network? Sì, stiamo lavorando a un centro di riabilitazione per  persone che hanno subito gravi danni cerebrali. Speriamo in un paio d’anni di  aprirlo. Vogliamo permettergli di migliorare la loro condizione. Questo è il  modo giusto di affrontare la sofferenza e non eliminare la persona con la sua  sofferenza, una cosa che non ha niente a che vedere con la compassione. Nessuno  può avere il diritto di uccidere un’altra persona.

Come ha fatto ad andare avanti in questi sette anni dopo che sua  sorella, contro la propria volontà e contro quella dei suoi familiari, è stata  lasciata morire? Grazie alla mia fede in Gesù e alla mia famiglia.  Io sono cattolico, ho pregato molto, vado a Messa tutti i giorni. Dio mi ha  fatto vedere i segni del suo amore ogni giorno, attraverso le persone che ho  incontrato e che siamo riusciti ad aiutare.
Leone Grotti (Tempi)

La perdita del coniuge ci fa nudi ed indifesi

perdita-congiuntoQuando ho saputo che Marco, il marito di Beatrice, era giunto alla casa del Padre, ho provato una stretta al cuore. Dopo tanti anni quel che ricordo di Beatrice sono sempre due cose: le sue risate e la sua capacità di amare.

Bella, intelligente, con due occhi azzurri splendenti spontaneità, allegra ed autoironica. Quante risate fatte insieme!

Ed ora?

Dove si sarà nascosta la voglia di ridere di Beatrice, ora che l’amore della sua vita ha concluso il suo passaggio sulla terra, lasciando una moglie innamorata.

In punta di piedi, le scrivo.

Carissima Beatrice, ho saputo ora che Marco ti ha preceduta in paradiso. Non so quante lacrime starai versando, ma, proprio perché le vedo impreziosite da un dolore profondo, non voglio scriverti belle parole. Non ne troverei qualcuna all’altezza. Ma un abbraccio ci tengo a mandartelo. Tutti noi arriviamo, prima o poi, alla scommessa finale. Quella per cui ci giochiamo la fondamentale domanda: è vero che siamo nati e non moriremo mai più? Farsi questa domanda mentre qualcuno ci abbraccia, credo che ci aiuti a togliere la risposta dagli scaffali della filosofia e della teologia per riporla lì dove deve stare: sulla nostra scrivania. Sui passi della nostra concreta vita. Sui fatti che ci piombano addosso provocando la nostra anima a reagire. Carissima Beatrice, che Dio benedica la tua anima fino a farle intuire con forza che siete vestiti di vita: tu e Marco. Che il Signore dell’universo apra gli occhi del tuo cuore, facendoti vedere la vicinanza invisibili di colui che la vita ti ha donato come marito. E che tu sia piena di felicità quando, un giorno, lo riabbraccerai ed insieme direte a Dio: “Grazie delle altre vite che sono nate dal nostro amore e di tutto quel che noi due abbiamo costruito insieme”…”

La sera stessa Beatrice mi risponde, donandomi “dolorosa saggezza”, con poche e vere parole.

Cristina, sto attraversando un periodo di sofferenza. Credevo di essere preparata alla separazione da Marco perché lui ha cercato, durante la sua malattia, di prepararmi in tutti i modi. Mi diceva “Beatrice è il momento giusto, non voglio morire vecchio e decrepito, non voglio sentire il mio fisico perdere le forze, devo solo essere grato per la vita che ho avuto, sono stato un uomo fortunato. Pensa solo ai figli ed ai nipoti che sono nati tutti sani. Sono in pace e sereno”. Questo discorso me l’ha ripetuto e ripetuto quando ci prendevamo per mano e andavamo a fare la nostra passeggiata, quando lo curavo con tutto il mio amore e quando, con un calcolo molto preciso da medico qual era, mi ha detto “adesso basta, sono arrivato”.

E’ stato allora che mi ha chiesto “Ma tu pensi che ci rivedremo?”

“Credo di si”

“Allora ti aspetto”.

Ed io ho creduto che tutta questa serenità che mi ha sempre donato per cinquanta anni mi avrebbe accompagnato. Invece sto facendo i conti con un dolore cupo, con un pianto che anche mentre ti scrivo mi offusca la vista. Mi dico che ci sono mamme che soffrono dolori più duri, mi dico che ho condiviso la vita con un uomo buono, e mi dico che dovrei dire solo grazie. Ragiono, ragiono … ma Cristina, sto proprio male… e scusami ma questa sera avevo proprio bisogno di te…”

Non c’è niente da fare: quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi. Allora te ne innamori e lui diventa “unico”.

Da quel momento il termine “provvisorio” viene cancellato dal tuo vocabolario interiore e la magia del “per sempre” entra nella tua anima, disseminandola di “noi”.

Noi ci ameremo.

Noi ci sposeremo.

Noi faremo dei figli.

Noi invecchieremo insieme.

Pian piano le nostre radici diventano così inestricabilmente intrecciate da rendere inconcepibile il solo pensiero di separarle.

Poi, inevitabilmente, arriva…

Cara Beatrice, appena te la senti, asciugati gli occhi e guarda bene: c’è dell’altro da acchiappare. Il tuo amore  non è svanito nel nulla perché ha il sigillo con su scritto “più in là”.

Pian piano Dio strapperà il tuo futuro dalle grinfie della disperazione e lo colorerà con la fede negli abbracci eterni che ti aspettano.

E non pensare che Dio non stia agendo solo perché ti senti vuota, spersa, arrabbiata, disperata e irrimediabilmente rotta.

Non giudicarti male quando sentirai persino invidia (sentimento che, normalmente, non ti appartiene) verso coppie che vedrai ancora insieme; perdonati con facilità, per non aggiungere dolore a dolore.

Non catalogarti come donna di poca fede se penserai al paradiso con una bella dose di dubbi; fa parte del gioco.

Quando si affronta la morte, è necessario avere molta compassione di noi stessi. Stiamo faticando e soffrendo per arrivare alla vetta, ma è da lì che si vede il panorama completo del senso della vita.

Vicino al cielo, con un solo sguardo, si può vedere il passato, il presente e le colline future che ci attendono. E’ da lì che scoprirai come tutto abbia avuto un senso.

Il primo bacio che hai dato a Marco, ha avuto il tifo di tutto il paradiso!

Ogni risata fatta insieme, ogni difficoltà superata, ogni perdono regalato…tutto è stato protetto dal Cielo perché voi eravate la perla preziosa voluta da Dio.

“Siete” la Sua perla preziosa. Per sempre.

«Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).
Maria Cristina Corvo  www.zenit.org

Terapie e scelte: i diritti «mancanti» sono già scritti

Nella “retorica dei diritti” sul fine vita, recentemente alimentata pure dalla strumentalizzazione del dramma di Fabo, un posto privilegiato occupa l’asserita necessità di un urgente intervento del Parlamento, invocato come unica via in grado di colmare un “vuoto legislativo”, ovvero una mancanza che non permetterebbe ai cittadini di morire con dignità. Lo si è visto: la prospettiva fa presa sul lato emotivo delle persone, generando facili consensi. Eppure, soffre di un problema alla radice: non è fondata su dati reali. Basta infatti accostarsi a precise norme di legge, oltre allo stesso Codice deontologico dei medici, per comprendere come disposizioni anticipate di trattamento, consenso informato e diritto a morire con dignità siano questioni già affrontate in passato e allora precisamente regolamentate. Nessun vuoto legislativo, dunque. Nessuna urgenza. Un principio già esiste: lo Stato aiuta a conservare la vita, mai a dare la morte. E quando un’esistenza si sta per concludere, allora interviene non per affrettare il passo, ma per alleviare il dolore e ribadire la dignità dell’essere umano. Lo afferma la legge 38/2010, per cui è «tutelato e garantito» questo «diritto»: «Accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore», «al fine di assicurare il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona umana». C’è poi il tema del consenso informato, che già nel 2013 la Cassazione (sentenza 19220/2013) aveva definito «vero e proprio diritto della persona»: un diritto fondato sia sui «principi espressi nell’articolo 2 della Carta costituzionale, che tutela i diritti fondamentali dell’individuo», sia sugli «articoli 13 e 13» della stessa Carta, laddove sanciscono che «la libertà personale è inviolabile» e che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Princìpi ripresi dal Codice di deontologia medica, che dopo aver regolato all’articolo 33 «informazione e comunicazione con la persona assistita», al successivo articolo 35 tratta esplicitamente il «consenso e dissenso informato». Ma c’è di più. Questo testo, che in ambito medico ha forza di legge, già disciplina le cosiddette Dat. «Il medico – si legge infatti all’articolo 38 – tiene conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento espresse in forma scritta, sottoscritta e datata da parte di persona capace e successive a un’informazione medica di cui resta traccia documentale». Ma il sanitario, avverte il Codice, «procede comunque tempestivamente alle cure ritenute indispensabili e indifferibili». Diritto a morire con dignità, diritto ad avere una completa informazione medica, diritto di scegliere a quali trattamenti sanitari sottoporsi e a quali no: ecco dimostrato come praticamente tutti gli aspetti ora in discussione alla Camera sono già dettagliatamente normati, evidenza che destituisce di fondamento la tesi del “vuoto normativo”. In verità, la questione è un’altra: chi agita questa prospettiva pensa a un ribaltamento del diritto, passando da una legge che tutela la vita a un’altra che ammette la morte a richiesta.
Marcello Palmieri – Avvenire

Cos’è la sedazione palliativa (usi e abusi)

La dizione sedazione “terminale”, utilizzata recentemente in Francia, sembra alludere a una pratica terapeutica volta a determinare la morte del paziente, dunque di tipo eutanasico, la dizione “sedazione palliativa”, che non è una forma surrettizia di eutanasia ma è praticata nell’ambito delle cure palliative come strumento per alleviare il dolore globale proprio di un soggetto terminale, può riportare il dibattito bioetico nel giusto binario.

Chi ha a cuore la vita ribadisce la ferma opposizione a ogni tipo di eutanasia, e ricorda che vanno rispettati almeno tre criteri:

1. La correttezza della decisione di sedare (consenso informato e proporzionalità terapeutica)

2. La correttezza tecnica, in ordine alla giusta adeguazione dei farmaci e delle dosi

3. La correttezza relazionale, ossia la capacità di condividere la drammaticità della scelta con il paziente, se possibile, e con i familiari.

Aggiungiamo che il dolore con opportune pratiche può essere controllato e ridotto notevolmente, motivare l’eutanasia con la necessità di alleviare sofferenze atroci ai malati è ormai una motivazione priva di fondamento.

Purtroppo anche le parole vengono talvolta usate per indirizzare l’opinione pubblica. Usare il termine sedazione terminale parrebbe indicare che sia lecito “addormentare” il paziente provocandone la morte. E quindi far passare come lecita l’eutanasia.
In realtà è lecito solo sedare il paziente e lasciare che la malattia terminale faccia il suo decorso, senza provocare direttamente la morte.
La pratica rispettosa della dignità umana e della natura stessa è proprio quella della sedazione palliativa che negli ultimi giorni di vita fa si che il paziente non soffra e venga risvegliato per pochi minuti al giorno per “salutare” i propri cari.

Cattolici, eutanasia e cure palliative

Vista la grande ignoranza di credenti e non credenti sul tema dell’eutanasia e su cosa siano l’accanimento terapeutico e le cure palliative, è utile rileggersi quanto dice la Chiesa cattolica che partendo da basi razionali (e non da dogmi) spiega benissimo cosa è lecito e cosa non sia lecito fare di fronte ad un malato terminale (prossimo alla morte e senza possibilità di cura).

2277. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile. Così un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L’errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere.

2278. “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’“accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacitò, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”

2279. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

tratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica

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Ha senso per un cattolico il concetto di kharma?

Il concetto di Karma è inconciliabile con il cristianesimo in sé, perché è fondamentalmente legato alla dottrina della reincarnazione, il che è contrario alla filosofia cristiana (Ebrei 9:27).
Il kharma sarebbe una sorta di magazzino delle nostre azioni da cui dipenderà la nostra vita successiva.
Questo nega molti insegnamenti del cristianesimo:
– la liberta’ dell’uomo di redimersi e recuperare in un istante tutto il male del passato: con Dio e la Confessione si e’ uomini nuovi anche dopo 90 anni di peccato anche grave.
– la forza della grazia di Dio che cerca e ama il peccatore fino alla fine della vita
– il cercare soluzione ai mali del mondo anche in questa vita pur confidando nel Paradiso.
– la potenza della preghiera di fronte al dolore e al male

Tuttavia, ciò non vuol dire che, in qualche modo, non si possa soffrire per i peccati che commettiamo.
“Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.” (2 Cor 5,10)
Inoltre, Dio punisce (corregge) i figli che ama perché possano diventare giusti (Ebrei 12: 5-11).
1 Corinzi 3: 11-15 mostra come le nostre opere nel giorno del giudizio (le azioni) saranno valutate e la nostra anima purificata…
Noi chiamiamo questo Purgatorio, purificazione (cioè purgare).

Nel cristianesimo cattolico vi sono due effetti ai peccati:
nella vita eterna e nella vita terrena.

La concezione del karma è la convinzione che le buone cose accadono alle persone buone, le cose brutte accadono ai cattivi; in altre parole, “si raccoglie ciò che si semina.” Qualcosa di simile si puo’ ravvisare nel libro di Giobbe.
C’è un ulteriore aspetto negativo in questa concezione della vita:
col karma si tenderebbe a non fare il male pur di non averne conseguenza. Questo mette in risalto molto la paura nelle nostre azioni.
Nel cattolicesimo, siamo chiamati ad amare gratuitamente senza attendere nulla in cambio. Anzi amare ancora di piu’ il nemico, amare chi non ci ama. Non per timore o paura, ma per ringraziare e restituire l’amore infinito che abbiamo ricevuto da Gesù.

Gesù stesso ha negato l’idea del karma nella storia del cieco a cui ridiede la vista. I suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».  E Gesù rispose “Né lui ha peccato né i suoi genitori”.

Nella concezione cattolica se viviamo una situazione di dolore o sofferenza, essa non e’  frutto del nostro peccato o di un karma negativo di una vita passata.
A volte il male e’ permesso da Dio per aiutarci a cambiare e migliorare la nostra vita.
Questo e’ un mistero per i non credenti.
Ma se Dio non esistesse non e’ responsabile Lui del male.
Se esiste, esiste anche il Paradiso e quindi anche il dolore e la morte sono niente di fronte al futuro che ci attende.
Non facciamoci rallentare dal credere al karma, crediamo piuttosto all’amore di Dio per noi, anche quando siamo peccatori o quando soffriamo. E lottiamo contro il male lasciandoci aiutare da Dio-Amore, da Gesù vero Dio e vero uomo, morto e risorto per i nostri peccati e la nostra Salvezza.
Abbiamo una vita sola. Da non sprecare.

(articolo in fase di revisione e miglioramento, ripassate domani…)

Non è il dolore ma l’Amore a renderci migliori

amareCi sono vite che, più di altre, sono sorprendentemente forgiate dalla Provvidenza. Uomini che hanno lottato caparbiamente per un obiettivo o per un’idea, si ritrovano inopinatamente scaraventati su un palcoscenico che, in precedenza, non avevano mai immaginato di calcare.

Ciononostante, sono felici più di prima, non perché siano inclini al fatalismo o alla rassegnazione ma perché hanno visto la grande mano di un Padre, congiungersi alla loro mano, per accompagnarli lungo i sentieri del loro destino, della vera realizzazione del proprio sé.

In occasione della festa di San Giuseppe, ZENIT ha incontrato un giovane padre di famiglia, un uomo comune che ha attraversato vicende eccezionali. Nelle burrasche della sua vita, Andrea Torquato Giovanoli ha vacillato e beccheggiato ma non è mai naufragato.

Nel suo libro autobiografico Nella carne, col sangue (Gribaudi, 2013), Andrea, 41 anni, milanese, ha raccontato cosa significhi perdere tre figli nei primi giorni di vita o nel grembo materno, per di più tutti e tre per patologie diverse e non ereditarie. Lo ha fatto senza alcuna retorica o sentimentalismo gratuito, senza sentirsi una persona speciale che deve insegnare qualcosa agli altri per quello che ha patito. Il dolore non ha cancellato il suo temperamento gioioso e la sua disarmante e giocosa ironia: chi conosce il suo dramma, non può che apprezzare ancora di più questo suo lato caratteriale.

Autore di quattro libri, gli ultimi due dei quali dedicati al tema della paternità, e firma ricorrente sul blog di Costanza Miriano, Giovanoli è da 14 anni sposato con Emanuela, la donna che lo ha riportato alla fede cattolica dopo una dozzina d’anni di lontananza dalla Chiesa: un’unione lunga e felice ma, non per questo – specie agli inizi – sempre facile. Insieme hanno avuto sei figli, nati tra il 2002 e il 2013, di cui tre in Cielo.

***

Com’è stata la tua gioventù e com’era la tua vita prima della tua conversione?

La mia gioventù è trascorsa normalmente, almeno per uno che, come la gran parte dei giovani, dopo la Cresima si è subito staccato da Cristo e dalla Chiesa: preservato da grossi drammi, ci ho pensato da solo rendermela problematica passando una dozzina d’anni nell’inutile ricerca di una risposta di senso alle mie domande esistenziali in ogni sorta di filosofia, religione ed ideologia che naturalmente non avesse nulla a che fare con la Bibbia o il Vangelo.

Cos’è che poi ti ha cambiato?

La domanda giusta è “Chi” mi ha cambiato, e la risposta naturalmente è Cristo. Un Gesù ritrovato frequentando per amore una ragazza che, al contrario di me, nella Chiesa ci è rimasta e ci è cresciuta (ragazza che, per la cronaca, è diventata poi mia moglie).

Hai perso tre figli: è proprio vero che il dolore può renderci migliori?

No. Non è il dolore a renderci migliori (altrimenti i masochisti sarebbero tutti santi). L’Amore ci rende migliori, ma spesso, purtroppo, poiché siamo uomini di poca fede, tutti impastati di superbia, serve il dolore per darci la sveglia e farci capire che non siamo padroni di nulla, ma tutto ci è dato per Grazia. Grazia di un Dio che vuole solo che noi ci lasciamo amare da Lui, corrispondendo con fiducia al Suo amore.

C’è stato un momento, nei tuoi drammi familiari, in cui ti sei detto: “basta, non ce la faccio più…”?

Ogni singola volta. Perché in ogni momento in cui ti ritrovi nel Getsémani della vita la tentazione è la medesima di Gesù: quella di far passare via da sé il calice amaro. Poi, però, fai memoria storica delle croci precedenti, di come accogliendole e passandoci attraverso, tutte immancabilmente alla fine ti abbiano condotto ad una nuova risurrezione, e allora rinnovi il tuo abbandono fiducioso a quell’Amore che hai sperimentato essere davvero provvidente e ed ecco che ti viene data la forza per dire, con il Cristo sofferente: “Padre non sia fatta la mia, ma la Tua volontà” (Cfr. Luca 22,42).

Possiamo dire che il calvario che hai passato sia stato per te una seconda conversione?

Lo è stato, ogni volta. Ogni croce accolta ti rinnova, poiché ti svuota di te stesso per riempirti di Dio: è come quel Sapiente Artigiano che modella, anche rudemente, il Suo attrezzo, cosicché diventi uno strumento migliore, capace di compiere le Sue buone opere con più docilità e maggiore efficienza.

Nel tuo ultimo libro in particolare, Nel nome del padre, racconti l’aspetto più gioioso della paternità, le piccole grandi scoperte quotidiane con i tuoi figli, il crescere insieme a loro… Che tipo di padre sei diventato?

In realtà la mia paternità è ancora tutta in divenire, ma posso dire di aver scoperto una cosa, che ha dato un senso proprio e maggior pienezza al mio essere uomo e padre: comprendere che la paternità corrisponde a quella vocazione adamitica che davvero realizza l’uomo. Così come al progenitore Adamo venne data dal Creatore la responsabilità sulle Sue creature perché desse loro il “nome”, medesimamente all’uomo che accoglie la sua prole, viene data la responsabilità su di essa perché l’aiuti a compiere il proprio “destino” di figli di Dio. Poiché la responsabilità vera di un genitore verso i propri figli non è solo di metterli al mondo, ma soprattutto di farli ammettere al Cielo.

Si dice che oggi la figura del padre sia in crisi, che sia un “mestiere” ingrato, il più difficile del mondo… Allora, alla luce di questa crisi odierna, cos’è che distingue un buon padre?

La figura del padre oggigiorno è in crisi poiché l’uomo, davanti alle false pretese di controllo della deriva femminista, per egoismo e pigrizia si è ritirato, abdicando al suo ruolo: è la riproposizione, in chiave moderna, della medesima caduta dei progenitori. Credo che soltanto riscoprendo la sua vocazione ad essere padre, ad immagine dell’originale ed unico Padre Buono, il maschio possa recuperare la propria dimensione di uomo: vivendo da un lato la paternità come veicolo privilegiato per la sua realizzazione personale e dall’altro come opportunità vera di comprendere la gioia della propria originaria figliolanza a quel Dio che è Amore.

La meravigliosa normalità di mamma Elisa

Elisa Lardani, una donna meravigliosa, è morta partorendo Maddalena, la sua quarta figlia (28 febbraio 2015).  Una donna semplice che con la sua fede ordinaria ha smosso tanti cuori. Al suo funerale, una festa della vita e della fede è stata ricordata così:
Carissimi Chiara, Francesco, Maria e Maddalena Elisa, come tutte le mamme che vi conoscono, o che sentono parlare della vostra famiglia (la vostra storia sta facendo il giro del mondo), ho il cuore stretto per voi. Non faccio che pensare a voi in questi giorni. Anche al vostro babbo, certo, ma lui è grande e forte, e poi io sono una mamma, non posso fare a meno di preferire i più piccoli. Vorrei correre da voi ad abbracciarvi e baciarvi, ma so che non servirebbe a niente, perché non sono i baci di una mamma qualsiasi quelli di cui avete nostalgia. Vorrei venire a cucinarvi una torta, ma immagino che ci sia chi lo fa per voi, e poi la vostra mamma era una cuoca bravissima, mentre io sono una schiappa. Vorrei prendermi il dolore al posto vostro, ma purtroppo neanche questo adesso è possibile. Vorrei fare qualcosa per voi, ma che, mi chiedo. L’unica cosa che so un po’ fare è scrivere (niente di che, per carità, ma sempre meglio di come sono capace di cucire, cucinare, cantare e un sacco di altre cose). Allora questo, volentieri, posso provare a farlo per voi.

Voglio raccontarvi di quello che la vostra mamma mi ha lasciato in eredità, perché anche a me, come a tante persone che ha incontrato, mamma Elisa ha lasciato qualcosa di buono. Innanzitutto mi ricordo, non vi arrabbiate, che prima che la incontrassi mi stava un po’ antipatica. Don Luca Castiglioni, il vostro don Luca – che anche se ora deve stare un po’ lontano vi vuole sempre un bene tremendissimo – mi parlava spesso dei vostri genitori e di voi. Di voi tre “grandi”, perché la sorellina ancora non c’era. Mi diceva che voi eravate simpaticissimi, e un po’ casinari (si dice anche da voi a Orvieto? Da noi a Perugia sì) e che i vostri genitori erano davvero una coppia di meravigliosi sposi che si volevano un bene profondo e vero, e che volevano tantissimo assomigliare a Gesù, e che ce la mettevano tutta per riuscirci. Voi mi chiederete perché la mamma mi stesse un po’ – ma giusto un pochino – antipatica. Ma, a dire la verità solo perché don Luca ne parlava troppo bene, e noi femmine grandi a volte siamo un po’ strane, ci piace sentirci le più brave e le più belle, e questa è una di quelle cose che chi vuole assomigliare a Cristo deve combattere (infatti io sono indietro rispetto ai vostri genitori).

Comunque una volta don Luca mi ha proposto di incontrarci, a Roma, e allora io vi ho invitati a casa che con tutti i bambini era più semplice. Non so se voi vi ricordiate, immagino di no, o forse Chiara e Francesco sì (i miei Tommaso, Bernardo  si ricordano di voi, Lavinia e Livia solo vagamente). Mi ricordo che ho cucinato per voi il mio menù base, detto menù uno (pasta alle olive e pinoli, arrosto con patate) poi siamo andati in giardino – giardino è una parola grossa per noi umbri, da usare per quella striscia di spazio tra i palazzi, ma insomma siamo andati fuori –  dove il nostro babbo (che quel giorno era al lavoro) aveva gonfiato la piscinetta, riempita con l’acqua tiepida, e così avete un po’ sguazzato tutti insieme. Intanto io chiacchieravo con i grandi, soprattutto con la vostra mamma che, ve lo dico subito, non ha fatto in tempo a entrare in casa che già mi era diventata simpaticissima (anche se un po’ troppo bella per i miei gusti, con quel suo fisico da ballerina). Il fatto è che – non vorrei esagerare e farne un ritrattino troppo benevolo solo perché è morta, ma vi assicuro che non è così -proprio non era possibile trovarla antipatica. Il suo sorriso, la sua dolcezza disarmante ti conquistavano in due nanosecondi. Ho abbassato ogni difesa e ho pensato subito “questa deve diventare mia amica”.

Lo sapete la cosa che mi ha colpito più di lei? Elisa ascoltava. Stava lì, davvero, mentre parlavi sembrava che per lei esistessi solo tu. Ti guardava e ti ascoltava veramente. Mi ricordo che appena ho saputo che faceva la psicologa le ho parlato di un ragazzino a me molto caro. E lei non mi ha dato soluzioni: qualche suggerimento, una strada da tentare. Ma soprattutto mi aveva colpito quanto mi avesse ascoltata, prendendomi sul serio, cercando di farsi carico della mia preoccupazione, preoccupandosi anche lei per questo ragazzino.

La seconda cosa che ho notato è che la vostra mamma era una persona riposante. Ti faceva venire voglia di metterti vicino a lei e di prenderti una vacanza dalla fatica. Questo è l’effetto che fanno le donne accoglienti: ti dicono “vai bene così, per me è una cosa buona che tu ci sia”. Non so se anche con voi ci riuscisse, mi è sembrato proprio di sì, anche se per una mamma è più difficile dire sempre al figlio “vai bene così”, perché un po’ noi vi dobbiamo dire che ci andate bene, che siete meravigliosi, ma un po’ vi dobbiamo anche correggere e insegnare delle cose. Insomma, secondo me tante persone la cercavano, la vostra mamma, perché era molto bello sentirsi guardati così come faceva lei.

La terza cosa che ho notato era quanto il vostro babbo le vuole bene, e quanto lei ne voglia a lui. Forse voi ora non vi rendete conto perché ci siete cresciuti in questa abbondanza di amore, e lo avete respirato come l’aria, forse vi è sembrata una cosa normale, ma dovete sapere che non è affatto così. Non è così in tutte le coppie, in tutte le famiglie. Anzi, la vostra è un po’ speciale. Direi che il segreto di mamma e papà era Gesù, loro lo avevano incontrato e lo avevano messo al centro. Per questo sentivano l’urgenza di andare a invitare altre persone, altre famiglie, a questa festa che è la vita con Gesù. Per questo cercavano di stare insieme a Lui, e magari a volte è successo che vi abbiano lasciati un po’ di tempo per fare i ritiri e gli incontri, ma, se vi è dispiaciuto un briciolino qualche volta, sappiate che lo facevano per aiutare tutte quelle famiglie che facevano tanta fatica perché non avevano fatto questo incontro fondamentale. I vostri genitori sono speciali, Dio li ha preparati da lontano per una grande missione, per essere un segno per tante famiglie, la testimonianza di quanto ci si possa amare con la grazia di Dio, di quanto il mistero grande che è il matrimonio – l’unione di due persone diversissime – sia possibile. Così la bellezza della vostra mamma è potuta diventare così splendente perché vicino a lei c’è sempre stato il vostro babbo, che è un uomo veramente eccezionale, un vero uomo come ce ne sono pochissimi in giro.

La quarta cosa che ho notato è stata la pazienza della vostra mamma. Cambia costume, cambia maglietta, asciuga i capelli, non ti rituffare, va bene sì l’ultima volta, non tirare supereroi in aria, non spingere tua sorella… le cose normali di ogni mamma, ma fatte con calma, come se il tempo fosse da vivere in ogni secondo, al presente. Anche io cambio costumi e magliette e asciugo capelli e faccio saggissime raccomandazioni, solo che io ogni tanto urlo come una strega (vi prego, ditemi che succedeva anche a lei, ogni tantissimo, su, ditemelo anche se non è vero). Ecco, mi era sembrata una donna che stava esattamente al suo posto in quel momento, come se quello fosse proprio il posto giusto dove stare, non una che facesse qualcosa di fretta per scappare via da un’altra parte. Anche questa è una cosa che si impara a forza di ginocchia, cioè pregando. L’adesione alla realtà, l’obbedienza alla circostanza presente, in ogni istante.

Sono state poche ore quelle che ho passato con voi, e la vostra mamma mi ha insegnato così tanto! Chissà quanto amore ha potuto dare a voi tre in questi anni. Alla piccola Maddalena Elisa non ha potuto dare anni di amore, ma le ha dato tutto quello che aveva, la vita.

Noi vi vogliamo tanto bene. Sappiate che ci siamo per voi, sempre, in qualsiasi momento, se volete fare un bagno in una piscinetta minuscola piena di moccio e sassi e moscerini, se volete fare una passeggiata a Roma, se volete mangiare pasta alle olive (ma posso anche fare altro, dai, non ascoltate quei brontoloni dei miei figli) o giocare. Quella degli amici di Gesù è una vera famiglia, per cui qualsiasi cosa vi possa servire fateci un fischio, e se non possiamo aiutarvi noi, chiederemo ad altri amici. Siamo tanti, tantissimi, e non vi lasceremo soli.
Costanza Miriano dal suo blog

Andrea, 17 anni, ammalata grave di cancro. Non un lamento ma solo…

Cari Amici, questa e’ la faccia di Andrea, una ragazza di 17 anni, ammalata grave di cancro. Il suo giovane corpo e’ totalmente “mangiato” da questa malattia. Dalle sue piaghe enormi un odore insopportabile anche per lei. La poverta’ le ha impedito qualunque terapia tempestiva e così è giunta da noi. Eppure dentro a questa circostanza ogni volta che passo con il S. Sacramento e mi inginocchio davanti a lei chiedendole come sta’, lei mi risponde con un filo di voce: “Sono benedetta dal Signore”. Amici questa è la santità! Lei l´unica cosa che fa a 17 anni è dire SI e da questo SI nasce la sua, la mia, la nostra salvezza. Non un lamento ma solo “Sono benedetta dal Signore”.

Buon anno contemplando i volti dei santi. P. Aldo Ecco un’altra storia che è dolorosa ma non disperata, che don Aldo regala al mondo dalla sua missione in Paraguay. Una Chiesa veramente accogliente verso gli ultimi e i piccoli.

La morte di suor Cecilia: il resto della storia

Le fotografie che circolano in Internet di una suora carmelitana morente valgono sicuramente piu’ di mille parole, ma le immagini arrivate in tutto il mondo sono solo una parte della storia. Per chi ha vissuto la sua sofferenza accanto a lei, la testimonianza di gioia e pace offerta dalla religiosa è stata radiosa come il suo volto.

Le notizie del peggioramento della sua salute e le sue riflessioni si sono diffuse rapidamente attraverso i social media su WhatsApp. Perfino papa Francesco seguiva la situazione. E suor Cecilia Maria, una Carmelitana Scalza, sapeva che tutti pregavano per lei.

Nonostante la malattia non ha perso la sua allegria, sostenuta dai suoi tanti familiari, che le sono sempre rimasti vicino. I suoi nipoti si riunivano nei giardini fuori dall’ospedale nel quale è stata ricoverata per alcune settimane, inviandole messaggi e palloncini per distrarla e intrattenerla dalla finestra.

La sua gioia era accompagnata – o forse spiegata – da un profondo stato di preghiera. Ogni volta che poteva, indossava il suo abito per partecipare alla Messa nella cappella dell’ospedale. La religiosa viveva queste Messe con la stessa devozione che ha caratterizzato la sua vita dietro la grata del Carmelo di Villa Pueyrredon, a Buenos Aires (Argentina).

Suor Cecilia è rimasta piuttosto lucida malgrado la malattia. Anche se negli ultimi mesi non riusciva a parlare, i suoi gesti deboli in ogni Messa mostravano la sua attenzione e il suo fervore. Quando le preghiere dei fedeli includevano le intenzioni per i malati, il suo volto esprimeva grande gratitudine.

Chi l’ha vista ha detto che il suo viso mostrava pace e gioia – come qualcuno che aspetta l’incontro con Colui al quale aveva donato la sua vita, Nostro Signore Gesù Cristo.

Nei suoi ultimi mesi di vita, due religiose l’hanno accompagnata: una, sua sorella di sangue, è una suora del Verbo Incarnato, l’altra è una sorella spirituale della sua congregazione. Con lei e come lei, nonostante il dolore, sorridevano sempre, come i membri della sua famiglia. È una splendida testimonianza del potere della Chiesa domestica che affronta unita momenti difficili come questo.

“Sono molto contenta”, ha scritto a maggio suor Cecilia, “stupita dall’opera compiuta da Dio attraverso la sofferenza e dalle tante persone che pregano per me”.

Anche papa Francesco da Roma le aveva assicurato le proprie preghiere in un messaggio vocale in cui le ha detto che sapeva della sua situazione e che le voleva molto bene.

Non era la prima volta che il Vicario di Cristo rivolgeva la sua attenzione a suor Cecilia. Prima di prendere l’abito, la religiosa era infatti riuscita a parlare personalmente con papa Giovanni Paolo II della sua vocazione.

Qualche ora prima di morire, la carmelitana ha ricevuto la Comunione, bagnandosi le labbra con il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. La malattia l’aveva già da tempo privata dell’uso della lingua, “la patena più sacra per ricevere il suo Corpo e il suo Sangue”, come l’ha descritta.

Come la beata Chiara Luce Badano, ha richiesto che al suo funerale, oltre che alla preghiera, ci fosse anche festa.

“Si è addormentata dolcemente nel Signore dopo una malattia dolorosissima sopportata sempre con gioia e dedizione al suo Sposo Divino”, hanno affermato le sue consorelle annunciandone la morte.

da: http://it.aleteia.org

Con l’eutanasia si va verso lʼabbandono terapeutico

Il 30 gennaio approderà in aula alla Camera il testo unificato sulle direttive anticipate di trattamento. La proposta di legge mira a evitare incertezze interpretative e conseguenti responsabilità del medico nei casi di rifiuto della terapia da parte del paziente. L’obiettivo, senz’altro apprezzabile, non risulta però adeguatamente supportato da un testo che scongiuri derive come la deresponsabilizzazione del medico e la trasformazione delle strutture sanitarie da presìdi di cura in luoghi dove si pratica l’abbandono terapeutico. La prima deriva, personificata in un medico che diventa esecutore della volontà del malato, si rintraccia subito nell’articolo 1, comma 5, dove si attribuisce al paziente il pacifico diritto non solo di rifiutare una terapia ma anche all’«interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali». Tralasciando l’ovvia considerazione che un “diritto” all’interruzione di un trattamento, ove provochi la morte, non potrà mai intendersi come un ordine al medico precludendogli la possibilità di poter far obiettare la propria coscienza, emerge l’insidia I’eutanasica: se l’interruzione riguarda il sostentamento vitale la decisione del paziente è quella di morire, ma anche ove riguardasse una terapia ordinaria potrebbe configurarsi un abbandono terapeutico agli antipodi del ruolo di un medico dedito alla cura. Se, poi – come il disegno di legge indica – «ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge» (articolo 1, comma 10), ecco che la metamorfosi degli ospedali italiani in strutture di abbandono terapeutico è compiuta.

Anche la parte del provvedimento dedicata alle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) riproduce la vicenda del cosiddetto “testamento biologico”; un atto cioè in cui qualsiasi persona in stato di piena salute, in previsione di una futura incapacità, può esprimere le proprie convinzioni in materia di trattamenti, comprensivi di nutrizione e idratazione artificiale, e il medico sarà «tenuto al pieno rispetto» salvo che non dimostri «concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita» del paziente. Un medico, insomma, preveggente e non più intento a curare in scienza e coscienza. La quarta parte del ddl – «Pianificazione condivisa delle cure» – lascia intendere un recupero della valutazione medica della patologia e della terapia più appropriata, cosa che però viene disattesa con la previsione finale che una volta pianificato un percorso, giusto o sbagliato che sia, il medico è tenuto ad attenervisi ove il paziente versi in uno stato di incapacità (articolo 4, comma 1). In questo caso, non è consentita (come lo è, nel caso delle Dat) la possibilità di intervenire neanche davanti a «concrete possibilità di miglioramento».

La situazione non è migliorabile con qualche emendamento. L’intento della proposta appare, infatti, sin troppo chiaro nel porre il principio di autodeterminazione pressoché assoluto del paziente quale stella polare di un nuovo sistema sanitario, dove il ruolo del medico curante degrada a quello di interprete-esecutore della volontà del paziente, espungendo dal nostro ordinamento il principio solidaristico tipico delle forme di relazione nelle situazioni più fragili che sin qui ha orientato le scelte in materia di cura e di assistenza sanitaria.
Alberto Gambino
*presidente di Scienza & Vita

Il nostro vero cielo (Raniero Cantalamessa)

Ascensione del Signore
Atti 1,1-11; Efesini 1,17-23; Marco 16,15-20

La festa dell’Ascensione di Gesù “al cielo” è l’occasione per chiarirci una buona volta le idee su che cosa intendiamo per “cielo”. Presso quasi tutti i popoli, il cielo si identifica con la dimora della divinità. Anche la Bibbia usa questo linguaggio spaziale. “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini”. Con l’avvento dell’era scientifica, questo significato religioso della parola “cielo” è entrato in crisi. Per l’uomo moderno il cielo è lo spazio entro cui si muove il nostro pianeta e l’intero sistema solare, e nulla più. Conosciamo la battuta attribuita a un astronauta sovietico, di ritorno dal suo viaggio nel cosmo: ”Ho girato a lungo nello spazio e non ho incontrato da nessuna parte Dio!”

È importante dunque che cerchiamo di chiarire cosa intendiamo noi cristiani quando diciamo “Padre nostro che sei nei cieli”, o quando diciamo di qualcuno che “è andato in cielo”. La Bibbia si adatta, in questi casi, al modo di parlare popolare; ma essa sa bene e insegna che Dio è “in cielo, in terra e in ogni luogo”, che è lui che “ha creato i cieli” e, se li ha creati, non può essere in essi “racchiuso”. Che Dio sia “nei cieli” significa che “abita in una luce inaccessibile”; che dista da noi “quanto il cielo è alto sulla terra”. In altre parole, che è infinitamente diverso da noi. Il cielo, in senso religioso, è più uno stato che un luogo. Dio è fuori dello spazio e del tempo e così è il suo paradiso.

Alla luce di quello che abbiamo detto, che cosa significa proclamare che Gesù “è asceso al cielo”? La risposta la troviamo nel Credo: “È salito al cielo, siede alla destra del Padre”. Che Cristo sia salito al cielo significa che “siede alla destra del Padre”, cioè che, anche come uomo, egli è entrato nel mondo di Dio; che è stato costituito, come dice san Paolo nella seconda lettura, Signore e capo di tutte le cose. Gesù è andato al cielo, ma senza lasciare la terra. È solo uscito dal nostro campo visivo. Proprio nel brano evangelico lui stesso ci assicura: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Le parole dell’angelo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” contengono dunque un ammonimento, se non un velato rimprovero: non bisogna stare a guardare in su, in cielo, come per scoprire dove Cristo andrà a stare, ma piuttosto vivere in attesa del suo ritorno, proseguire la sua missione, portare il suo Vangelo fino ai confini della terra, migliorare la stessa qualità della vita sulla terra.

Quando si tratta di noi, “andare in cielo”, o andare “in paradiso” significa andare a stare “con Cristo” (Fil 1,23). “Vado a prepararvi un posto…perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 2-3). Il “cielo”, inteso come luogo del riposo, del premio eterno dei buoni, si forma nel momento in cui Cristo risorge e sale al cielo. Il nostro vero cielo è il Cristo risorto con cui andremo a ricongiungerci e a fare “corpo” dopo la nostra risurrezione e in modo provvisorio e imperfetto già subito dopo morte. Gesù dunque non è asceso a un cielo già esistente che lo aspettava, ma è andato a formare e inaugurare il cielo per noi.

Qualcuno si domanda: ma che faremo “in cielo” con Cristo per tutta l’eternità? Non ci annoieremo? Rispondo: ci si annoia forse a stare bene e in ottima salute? Chiedete a degli innamorati se si annoiano a stare insieme. Quando ci capita di vivere un momento di intensissima e pura gioia non nasce forse in noi il desiderio che ciò duri per sempre, che non finisca mai? Quaggiù questi stati non durano per sempre, perché non c’è un oggetto che possa appagare indefinitamente. Con Dio è diverso. La nostra mente troverà in lui la Verità e la Bellezza che non finirà mai di contemplare e il nostro cuore il Bene di cui non si stancherà mai di godere.
Raniero Cantalamessa

Suicidio: atto di chi non si sente amato

suicidio1L’uccisione di se stessi, atto il cui rapporto con la solitudine è di solito molto stretto, tanto da far dubitare della reale libertà della scelta di chi lo compie.
Diverso è il suicidio assistito è l’atto di darsi la morte se è fatto per interposta persona, previa autorizzazione del soggetto.
Realismo
E’ l’azione del terminare in modo volontario la propria vita. Nel caso in cui non è possibile farlo attivamente e si ricorre all’opera di un altro, si parla di suicidio assistito. Può essere svolto attivamente con farmaci o armi o con interventi lesivi di vario genere, oppure passivamente, rimuovendo gli strumenti atti a salvare la vita. Il suicidio è stato condannato dalla cultura per secoli; oggi una corrente postmoderna lo considera come un atto di libera scelta, e per questo degno di rispetto. Spesso al suicidio ricorrono persone in stato di abbandono, di depressione; più raramente in stato di sofferenza fisica o di malattia terminale. Il suicidio, specialmente quando viene dipinto con colori forti dai massmedia, finisce con il diventare contagioso, cioè suggestionare gli altri.
La ragione
Chi e perché ricorre al suicidio? Uno studio canadese mostra che tra i malati di SLA che chiedono di morire c’è un alto tasso di depressi… ma la depressione è curabile; e, dato il tasso di depressione tra chi chiede di morire, la legge sull’eutanasia finirà col non proteggere i pazienti le cui scelte sono influenzate dalla depressione? Degli anziani depressi, secondo uno studio, solo il 10% viene mandato da uno specialista contro il 50% dei depressi più giovani, e dunque non ci si stupirà se qualcuno chiede di morire.
Come si fa a pretendere la libertà di suicidarsi in ospedale e al tempo stesso a rammaricarsi per il suicidio dal ponte sull’autostrada? E’ un paradosso che fa crollare qualunque pretesa liberalizzazione: chi approva il primo suicidio e disapprova il secondo non ha mai spiegato chi è autorizzato a decidere chi è degno di suicidarsi o meno. Se il suicidio è libertà, perché preoccuparsi per il suo dilagare, e su che basi ammettere o estromettere una persona da quello autorizzato dalla legge? Tanto vale approvare tutti i suicidi, anche quello del ragazzino abbandonato dalla fidanzata o quello della ragazza che va male all’università. Chi è il giudice laico del cuore altrui? Il tragico è che, in nome della solitudine innalzata a sommo tribunale e chiamata poeticamente “autonomia”, nessuno sarà mai più autorizzato a salvare il suicida, se a decisione presa, ogni interferenza è illecita: e certo un poveraccio che si butta sotto il treno, la sua decisione l’ha presa. Con l’aria che tira ci si può aspettare che chi salva il suicida invece di un premio, si prenda una denuncia.
Il sentimento
Il suicidio è un grido di aiuto che chiede una risposta. Che si incrementino le cure per tutti, soprattutto per le persone con disagio mentale, per le persone abbandonate e in difficoltà. E si smetta di dire che tutto quello che decidiamo nella nostra solitudine è fatto bene. Troppo facile per gli Stati aprire al suicidio, che li deresponsabilizza dall’obbligo della solidarietà.
Carlo Bellieni
Zenit

Non chiedo a Dio la mia guarigione, ma chiedo la forza e la gioia

Don Fabrizio De Michino è un giovane sacerdote nato l’8 settembre 1982, dopo una lunga malattia è salito al cielo il 1° gennaio 2014. Ha vissuto in maniera santa gli anni del dolore e della sofferenza fisica, con una serenità di fondo.
Pochi giorni prima di morire ha scritto una lettera di affidamento al Papa; lettera che il Cardinal Sepe ha letto durante il suo funerale. Ecco il testo completo.

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A sua santità Francesco

 Santo Padre Nelle mie quotidiane preghiere che rivolgo a Dio, non smetto di pregare per Lei e per il ministero che il Signore stesso Le ha affidato, affinchè possa darle sempre forza e gioia per continuare ad annunciare la bella notizia del Vangelo. Mi chiamo Fabrizio De Michino e sono un giovane sacerdote della Diocesi di Napoli. Ho 31 anni e da cinque sacerdote. Svolgo il mio servizio sia presso il Seminario Arcivescovile di Napoli come educatore del gruppo dei diaconi, che in una parrocchia a Ponticelli, che si trova alla periferia est di Napoli.
La Parrocchia, ricordando il miracolo avvenuto sul colle Esquilino, è intitolata alla Madonna della Neve e nel 2014 celebrerà il primo centenario dell’Incoronazione della statua lignea del 1500, molto cara a tutti gli abitanti. Ponticelli è un quartiere degradato con molta criminalità e povertà, ma ogni giorno scopro davvero la bellezza di vedere quello che il Signore opera in queste persone che si fidano di Dio e della Madonna. Anch’io da quando sono in questa parrocchia ho potuto ampliare sempre più il mio amore fiducioso verso la Madre Celeste, sperimentando anche nelle difficoltà la sua vicinanza e protezione.

Purtroppo sono tre anni che mi trovo a lottare contro una malattia rara: un tumore proprio all’interno del cuore e da qualche mese anche nove metastasi al fegato e alla milza. In questi anni non facili, però, non ho mai perso la gioia di essere annunciatore del Vangelo. Anche nella stanchezza percepisco davvero questa forza che non viene da me ma da Dio che mi permette di svolgere con semplicità il mio ministero.

C’è un versetto biblico che mi sta accompagnando e che mi infonde fiducia nella forza del Signore, ed è quello di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.” (Ez 36, 26) In questo tempo molto vicina è la presenza del mio Vescovo, il Card. Crescenzio Sepe, che mi sostiene costantemente, anche se a volte mi dice di riposarmi un po’ per non affaticarmi troppo. Ringraziando Dio anche i miei familiari e i miei amici sacerdoti mi aiutano e sostengono soprattutto quando faccio le varie terapie, condividendo con me i vari momenti d’inevitabile sofferenza. Anche i medici mi assistono tantissimo e fanno di tutto per trovare le giuste terapie da somministrarmi.

Santo Padre, sarò stato un po’ lungo in questo mio scritto, ma volevo solamente dirLe che offro al Signore tutto questo per il bene della Chiesa e per Lei in modo particolare, perché il Signore La benedica sempre e La accompagni in questo ministero di servizio e amore. Le chiedo, nelle Sue preghiere di aggiungere anche me: quello che chiedo ogni giorno al Signore è di fare la Sua volontà, sempre e comunque. Spesso, è vero, non chiedo a Dio la mia guarigione, ma chiedo la forza e la gioia di continuare ad essere vero testimone del suo amore e sacerdote secondo il suo cuore. Certo delle Sue paterne preghiere, La saluto devotamente.

Don Fabrizio De Michino

Vale la pena di vivere nonostante disgrazie e malattie?

Gli ospedali sono nati all’inizio di quello che noi chiamiamo Medio Evo, età di mezzo tra altre due più importanti, quasi a dimenticare il contributo fondamentale alla formazione della nostra civiltà. Gli ospedali sono proprio un esempio di tale contributo.

Non sono nati perché si sapessero curare le malattie. Fino all’inizio del secolo scorso le possibilità di trattamento erano risibili. Gli ospedali sono nati per “ospitare”, per accogliere e assistere gli uomini e le donne in difficoltà, colpiti dalla sventura, in cui spesso malattia e miseria facevano tutt’uno.

Con la Risurrezione di Cristo, la morte, di cui la malattia era massimo presagio, non era più l’ultima parola sulla vita, ma la certezza – o la speranza, che è lo stesso – della vittoria della vita era diventata dominante. Malattia e morte non avevano perduto il loro carico di dolore e di spavento, ma si potevano affrontare. Di più: erano partecipazione alla sofferenza salvatrice di Cristo. Come assai più tardi si espresse l’invettiva di Nietzsche contro il crocifisso, il Dio inchiodato alla croce proclamava che la sua debolezza, la debolezza dell’uomo completamente abbandonato a lui, era più forte della forza dell’uomo.

Così secoli di assistenza “impotente” hanno prodotto la potenza della moderna medicina.

Il merito del libro di Giuseppe Baiocchi e Patrizia Fumagalli “Se la vita si rianima” (edizioni Ares) è di mostrare come la potenza medica, pur migliorando non poco l’esistenza, non sposti di una virgola il problema originale. Proprio laddove l’intervento è più sofisticato, per le caratteristiche di urgenza e gli strumenti utilizzati, è anche richiesta l’ostinazione della assistenza, spesso contro ogni immediata evidenza.

Così ci si pone una prima domanda. Se la vita si rianima; se un malato dichiarato in stato vegetativo persistente, inaspettatamente si risveglia; se una persona gravemente menomata, scopre di poter vivere un’esistenza normale e stranamente felice: se accade ciò, noi siamo pronti ad accettarlo? O meglio, quando accade ciò, noi siamo disposti a tenerne conto, a cambiare una concezione della vita, in cui, insieme all’edonismo distratto, dominano lo scetticismo e la morte, presenza tanto più rimossa quanto incancellabile?

Poi c’è una seconda domanda. Veramente le sofferenze di Eluana Englaro sono state inutili?
Quanti a causa di lei e della gratuita e duratura assistenza delle Suore Misericordine sono stati costretti, almeno per un attimo, per la decisività che può avere un lampo, a guardare con più profondità e amore alla propria vita, a quella dei propri cari, alla possibilità che gli estranei diventino familiari?

Anche in questo impercettibile, ma reale, sommovimento delle coscienze sta probabilmente la misteriosa azione di Dio, che ci fa percepire il brivido di una libertà, che può cambiare veramente tutto. Abbiamo bisogno di essere risvegliati da quel coma attivo che è l’assenza di significato, la scomparsa dal nostro orizzonte del fascino della vita.

Scriveva Aldous Huxley – celebre e laicissimo scrittore inglese degli inizi del Novecento – nello splendido romanzo ‘Il mondo nuovo’: «Potete essere indipendenti da Dio soltanto mentre avete la giovinezza e la prosperità; l’indipendenza non può accompagnarvi sicuramente fino alla morte». La scienza, per progredire, ha bisogno certamente dell’esattezza, ma soprattutto di ammettere che un senso di tutto, un creatore ci possa essere. E noi, per pensare che valga la pena continuare a vivere nonostante disgrazie e malattie, che non sono eccezione ma regola, abbiamo bisogno di incontrarlo… e di frequentarlo.

Per approfondimenti invitiamo alla lettura del libro di Giuseppe Baiocchi e Patrizia Fumagalli “Se la vita si rianima” (edizioni Ares).

Giancarlo Cesana Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico (www.zenit.org )