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Che cosa succede con e dopo la morte?

paradiseDa dove ha origine la morte?
Dio non ha né voluto né creato la morte così come noi la subiamo oggi. Essa è entrata nel mondo come conseguenza del primo peccato dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Essa è dunque il “salario del peccato” (Rm 6,23).

Qual è il senso della morte?
* Oggi si tende a censurare e a rimuovere tale realtà della vita umana. Il solo pensiero della morte procura angoscia. Non pensandoci, si ritiene di allontanarla o vincerla. In realtà essa, inesorabile, viene, e può venire in ogni momento, a qualunque età della persona, in qualunque condizione ci si trovi.
* Per ogni essere umano, la morte è:
– segno del nostro essere uomini; essa appartiene alla condizione umana
– il termine della vita terrena
– una porta che chiude un modo di vivere per aprirne un altro: non è la fine di tutto
– un richiamo alla saggezza del vivere bene il tempo a nostra disposizione
– un modo di attuare una fondamentale uguaglianza fra tutti, al di là di appartenenze sociali, condizioni economiche, capacità culturali.

* Per il cristiano, la morte è illuminata dalla Parola di Dio che ci offre
una luce che rischiara e consola. La morte diventa così:
– un porre fine alla vita dell’uomo come tempo aperto per accogliere o rifiutare l’amore di Dio in Cristo
– un iniziare la vita eterna, e cioè quel vivere nuovo e per sempre che ha inizio dopo questa vita terrena
– un incontrare Dio, Padre e anche Giudice
– un possibile modo per esprimere un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo.

* È proprio per questa visione cristiana della morte che san Francesco d’Assisi poteva esclamare nel Cantico delle Creature: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale” (Fonti Francescane, 263).

Che cosa succede con la morte?
Con la morte, si verifica la separazione dell’anima e del corpo. Il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima, che è immortale, va incontro a Dio per essere giudicata. Essa sarà riunita al suo corpo alla fine dei tempi.

Che cosa significa morire in grazia di Dio?
Significa morire con la consapevolezza di non avere il peccato mortale sull’anima. Significa morire in pace con Dio e con il prossimo. “Certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui” (2 Tim 2,11).

Come è possibile morire con Cristo?
È possibile:
* vivendo da figli di Dio durante la nostra vita terrena
* chiedendo frequentemente perdono a Dio dei nostri peccati mediante il sacramento della Riconciliazione (Confessione)
* usufruendo, se possibile, dei due sacramenti istituiti da Cristo per gli ammalati gravi e per quanti stanno per passare da questa vita all’altra: il sacramento dell’Eucaristia come Viatico e il sacramento dell’Unzione dei malati.

Come Cristo ha vinto la morte?

Distruggendo la causa della morte, cioè il peccato, con la Sua Morte in croce e con la Sua Risurrezione.

Come descrivere le condizioni dell’uomo dopo la morte?
«Bisogna evitare rappresentazioni immaginarie e arbitrarie che invece di aiutare approfondiscono le difficoltà della Fede cristiana. Le immagini impiegate dalla S. Scrittura meritano tuttavia rispetto. Bisogna ricercarne il senso profondo, evitando il rischio di attenuarle troppo, svuotando della loro sostanza le realtà che esse manifestano» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera su alcune questioni riguardanti l’escatologia).

Che cosa avviene dopo la morte?
L’anima, separata dal corpo, viene giudicata da Dio in rapporto alla Fede e alle opere compiute. È questo il giudizio particolare, con il quale viene data a ciascuno l’immediata retribuzione per la sua vita terrena.
Tale retribuzione consiste nell’accedere:
* o alla gioia eterna del paradiso – subito dopo la morte
– oppure dopo un’adeguata purificazione (purgatorio).
* o alla dannazione eterna dell’inferno.

Che cos’è il Paradiso?
Il Paradiso è lo stato di felicità piena e definitiva. Tale felicit
consiste nel vedere Dio “così come egli è” (1 Gv 3,2), “a faccia a faccia”
(1 Cor 13,12). Dio sarà allora conosciuto e amato come la massima, suprema felicità dell’uomo, il fine ultimo e la realizzazione piena delle aspirazioni più profonde dell’uomo.
Questo mistero di visione beatifica, di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo, supera ogni possibilità di comprensione e descrizione. La S. Scrittura ce ne parla con alcune immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, casa del Padre, Gerusalemme celeste…

Che cos’è il Purgatorio?
Il Purgatorio è la purificazione di coloro che muoiono in grazia di Dio, e quindi sono ormai sicuri di poter accedere al Paradiso, ma hanno bisogno di ulteriore purificazione al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del Paradiso.

Come noi possiamo aiutare tale purificazione?
Dio purifica, con i meriti di Cristo morto e risorto, quanti sono nel
Purgatorio, grazie anche alla collaborazione che noi possiamo dare loro.
Noi, che siamo ancora pellegrini qui sulla terra, possiamo infatti aiutare i nostri defunti, che sono in Purgatorio:
* con le nostre preghiere di suffragio, in particolare partecipando alla celebrazione della S. Messa e anche facendo celebrare S. Messe per loro
* con opere di penitenza e di carit
* con le Indulgenze, che sono la remissione, concessa da Dio, della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa. Ogni cristiano, pellegrino qui sulla terra, può acquisire, per intervento della Chiesa, tali Indulgenze, se debitamente disposto e a determinate condizioni, e può applicarle ai defunti, in modo tale che questi possano essere sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati.

Che cos’è l’Inferno?
* L’inferno è la dannazione eterna di quanti, per loro libera scelta, muoiono in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio. Gesù esprime tale realtà con alcune immagini: geenna, fuoco inestinguibile, fornace ardente… Sono immagini per descrivere lo stato di sofferenza estrema, di dannazione eterna che colpisce quanti sono nell’inferno.
* La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio:
soltanto in Lui infatti l’uomo può avere la vita e la felicità, per le quali
è stato creato e alle quali aspira.
* Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno. Anzi Lui, da buon Padre, vuole che tutti si salvino e giungano nella Sua Casa: il Paradiso. Per questo ha inviato il Suo Figlio morto e risorto. Egli non vuole “che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9). Per questo Egli richiama ogni singola persona, durante la sua vita terrena, sia benevolmente sia, qualche volta, anche in maniera forte (come fa ogni buon padre col proprio figlio). E tuttavia, avendo creato l’uomo libero, Dio rispetta le decisioni della persona, e questo soprattutto nel momento cruciale della sua morte. Pertanto è l’uomo stesso che, in piena libertà e responsabilità, si
auto-esclude dal Paradiso e, persistendo nel suo rifiuto radicale di Dio, merita l’inferno.

Che cos’è il Giudizio finale, universale?
il giudizio che Dio emetterà alla fine dei tempi, alla fine del mondo,
quando Cristo “verrà nella gloria con tutti i suoi angeli […]. E saranno
riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri
[…]. E se ne andranno questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita
eterna” (Mt 25,31-46).
Con tale giudizio:
* Risorgeranno tutti i corpi degli uomini. Ogni corpo, trasformato da
corruttibile e mortale in incorruttibile ed eterno, si unirà alla propria
anima, condividendo con essa la condizione del Paradiso oppure dell’inferno:
condizione che essa ha dal momento della morte del corpo.
* Tra tutti i santi del cielo si vivrà una fraterna comunione “estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come del proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati” (S. Tommaso d’Aquino, Conferenza sul Credo).
* Ci saranno “nuovi cieli e una terra nuova” (2Pt 3,13). L’universo attuale, liberato da ogni schiavitù, sarà un nuovo universo, in cui “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
* Si realizzerà compiutamente e definitivamente il disegno di Dio di
“ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della
terra” (Ef 1,10). Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Quando avverrà il Giudizio finale?
Soltanto Dio conosce il giorno e l’ora di tale avvenimento definitivo. Noi sappiamo solo che avverrà ‘nell’ultimo giorno” (Gv 6,39), alla fine di questo mondo.

Dove si fonda la nostra fede circa la risurrezione del nostro corpo?
Si fonda:
* sulla Fede in Dio che “non è un Dio dei morti, ma dei viventi” (Mc 12,27)
* su Gesù Cristo, il quale:
– ha detto ‘Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25)
– ha operato alcune ‘risurrezioni’ durante la sua vita terrena: di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, e della figlia di Giairo. Tali
‘risurrezioni’, che erano un ritornare alla vita precedente, erano segno del suo essere ‘la risurrezione”, e prefigurazione del suo risorgere
– ha fatto questa solenne promessa prima di morire: “Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 2-3)
– ha liberamente subito la morte, e la morte di croce, per la nostra
salvezza: con la sua morte ha vinto la morte, per sé e per tutti noi
– è risorto lui stesso con il suo proprio corpo, trasformato e glorificato:
“Se Cristo non è risuscitato […] è vana anche la vostra Fede” (1 Cor
15,14)
– è principio, fondamento e certezza anche della nostra risurrezione: Lui è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1, 18); “Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza” (1 Cor 6,13).

Come avverrà la risurrezione dei nostri corpi?
Conoscere il modo come avviene la risurrezione supera le possibilità del nostro intelletto. È accessibile solo nella Fede.

Qual è la differenza tra la risurrezione del corpo e la reincarnazione?
Esiste fra le due un’enorme differenza, in quanto:
* la risurrezione non è un ritornare alla vita precedente, ma è un vivere nuovo con un corpo completamente trasformato
* ogni vita è unica e irripetibile
* “E’ stabilito che gli uomini muoiano una sola volta” (Eb 9,27).

In che senso il cristiano muore e risorge ogni giorno?

Ogni giorno della vita qui sulla terra è per il cristiano un partecipare
alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, da un punto di vista:
* sacramentale: col sacramento del Battesimo noi moriamo con Cristo al peccato (veniamo da lui liberati dal peccato) e risorgiamo a nuova vita, alla vita dei figli adottivi di Dio, membri di Cristo e della sua Chiesa, tempio dello Spirito Santo
* morale: ogni giorno siamo chiamati a fuggire il peccato, a evitarlo, a
pentirci e a risorgere da esso, per vivere con gioia ogni momento, da figli di Dio, cercando “le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1).

Il Primicerio della Basilica dei SS.Ambrogio e Carlo in Roma
Mons. Raffaello Martinelli

NB Per approfondire l’argomento, si leggano anche i seguenti documenti pontifici:
* Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, nn. 988 – 1060;
* CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera riguardante alcune questioni di escatologia, 1979.

La “Quercia millenaria” che genera vita

vita bimbo«Mi spiace ma in questi casi non c’e’ niente da fare, se non interrompere la gravidanza». Questa frase viene pronunciata molto frequentemente quando si e’ di fronte ad una diagnosi infausta durante la gestazione, fino al caso estremo del “feto terminale”, cioè incompatibile con la vita. Eppure non è mai vero che non ci sia “nulla da fare”. Piuttosto c’è sempre molto da fare, dal punto di visto dell’assistenza medica, umana e spirituale. È quanto emerge dal lavoro serio svolto qui in Italia dall’associazione “La Quercia Millenaria ONLUS”, che diffonde la metodica di Caring Perinatale.

ZENIT ne ha parlato con la fondatrice e presidente dell’associazione, Sabrina Pietrangeli Paluzzi.

Cosa racchiude una metodica di Caring Perinatale?

Sabrina Pietrangeli: La metodica racchiude tutta una serie di servizi, che non sono soltanto “tecnici e pratici”, ma conditi di un grande desiderio di aiutare i genitori a spezzare il dolore in tante parti, per portarne un pezzetto ciascuno. Si parte dall’affiancamento, subito dopo la diagnosi infausta, a famiglie che hanno già vissuto quel particolare e doloroso momento, alla programmazione di future ecografie, sempre da farsi con un operatore vicino per contenere l’ansia e sostenere i genitori. E poi l’accoglienza residenziale ove necessario, a titolo gratuito, fino a programmare un vero e proprio “piano nascita” per i bambini sicuramente terminali, dove i genitori possono esprimere tutti i loro desideri sulla gestione del travaglio, del parto, dei momenti da passare accanto al piccolo, fino al momento della morte e ai gesti di amore da fare anche dopo: vestirlo, tumularlo, conservare dei ricordi concreti come le foto, le impronte delle manine, una ciocca di capelli, o altro.

Si tratta dunque di qualcosa paragonabile al servizio che svolge un hospice per i malati terminali, ma qui il morente è un “nascente”: con poche ore di vita davanti… a molti sembrerà una vita senza senso.

Sabrina Pietrangeli: Il senso lo vedono i genitori che fanno una scelta di accoglienza, perché sono nutriti e sostenuti durante l’attesa e persino dopo la morte stessa del piccolo, grazie all’amore che realmente scorre tra la coppia e il bambino, che risponde agli stimoli e “partecipa” con tutta la sua famiglia ai suoi istanti di vita, sia intrauterina che terrena. I frutti si vedono nel tempo, e tutte le famiglie ne hanno raccontati molti. Dal nostro punto di vista, e con l’esperienza maturata, non potremmo mai dire che sono “vite senza senso”.

Dalle storie che avete raccolto nei vostri libri e sul vostro sito, si evince che non sempre la diagnosi infausta si traduce in realtà.

Sabrina Pietrangeli: Sono le storie più belle, quelle in cui un bambino riesce a sorprendere la scienza, anche quando è una scienza ben fatta. Sono episodi non prevedibili, ma non per questo trascurabili, anzi… Bisogna sempre dare una possibilità alla vita, perché la vita sa ancora sorprendere.

La “Quercia” ha rami in molte strutture ospedaliere in tutta Italia, ma sicuramente le radici per così dire qui a Roma: dopo anni di lavoro in collaborazione con gli specialisti del Policlinico Gemelli, cosa rappresenta questo convegno per voi?

Sabrina Pietrangeli: Rappresenta il coronamento di sette anni di lavoro in cui davvero persone concrete hanno perso la propria vita e messo nel progetto tutte le loro capacità e le abilità personali, nonché una enorme quantità di tempo, sacrificando spesso anche i propri interessi familiari.

Sono stati anni in cui è maturata la consapevolezza di quale buco istituzionale e assistenziale andavamo a coprire, e si sono messe in opera tutte le energie per rappresentare l’eccellenza nel campo. Eccellenza che si sposa con quella del Policlinico Gemelli, lì dove la Quercia Millenaria ha preso vita grazie alla nostra storia familiare con il nostro terzo figlio, “ex feto terminale”!

La vostra linfa però sembra scorrere dall’alto verso il basso, da quella che chiamate “la quercia celeste”…

Sabrina Pietrangeli: I “figli della Quercia” che sono in cielo sono per noi grande motivo di stupore e riflessione, perché li sentiamo vivi più che mai. Siamo sicuri che da lassù si diano un gran da fare per garantire benedizioni non solo alle loro famiglie, ma a tutti coloro che collaborano per far sì che quelle piccole vite, “le pietre scartate dai costruttori”, non vengano più uccise ma accolte con l’amore dovuto!

da: zenit

Le sfide biopolitiche e l’etica post-moderna

biopoliticaNell’uso linguistico ordinario ci si limita a vedere nella biopolitica la mera traduzione in leggi, regolamenti, norme dei principi dell’etica medica. Il termine, però, ha un’accezione ben più rilevante: esso indica il fenomeno –tipicamente moderno- della totale presa in carico e della gestione integrale della vita biologica da parte del potere. Nel contesto di questa discorso potere non è riferito solo al soggetto Stato, ma sta piuttosto ad indicare ogni prassi collettiva di carattere autoreferenziale, che quindi giustifica se stessa solo in quanto prassi e non assumendo come proprio doveroso principio di riferimento l’oggettività del reale e la sua intrinseca normatività (secondo il paradigma classico del giusnaturalismo, in tutte le sue diverse varianti). La biopolitica è quindi quel paradigma –tipicamente moderno- che ritiene l’humanitas non un presupposto, ma un prodotto della prassi.

L’orizzonte della biopolitica è pertanto ben più ampio di quello della bioetica –nell’ accezione più comune del concetto. Uno sguardo storicamente attento ci ha convinto che tutti quelli che sono stati definiti gli “enigmi” (1) che il XX secolo ha posto alla ragione –e in particolare i grandi movimenti totalitari e l’ “invenzione” da essi operata dei campi di concentramento- possono ricevere spiegazioni adeguate solo se si tematizza il carattere biopolitico dei loro fondamenti ideologici. Come ci ha spiegato Hannah Arendt, nel campo di concentramento il soggetto è spogliato di ogni statuto personale e politico e la sua identità è ridotta alla nuda vita, è ridotto cioè a quella figura che nell’ antichità romana era qualificata con l’espressione homo sacer, colui la cui identità umana era a tal punto negata e misconosciuta che poteva essere ucciso da chiunque senza che l’atto venisse qualificato come omicidio (e che, proprio per questo, non poteva essere messo a morte secondo forme rituali, perché in tal modo se ne sarebbe riconosciuta –sia pure nella forma terribile del sacrificio- l’umanità). Scrive giustamente Agamben: “La domanda corretta rispetto all’orrore commesso nei campi non è quella che chiede ipocriticamente come sia stato possibile commettere delitti tanto atroci rispetto a degli esseri umani; più onesto e soprattutto più utile sarebbe indagare attentamente attraverso quali procedure giuridiche e quali dispositivi politici degli esseri umani abbiano potuto essere così integralmente privati dei loro diritti e delle loro prerogative, fino a che commettere nei loro confronti qualsiasi atto non apparisse più come un delitto (a questo punto, infatti, tutto era veramente divenuto possibile)” (2). Sarebbe un macroscopico errore ritenere che la sconfitta del nazismo o l’ implosione dello stalinismo e del maoismo abbiano comportato l’incrinarsi del modello biopolitico e confortarci reciprocamente ripetendoci che i campi oggi non sono più possibili. Dovremmo piuttosto prima riconoscere che non sono stati i totalitarismi a produrre la biopolitica e che è questa che li ha preceduti, essendo piuttosto una condizione di possibilità del loro affermarsi (se o no esclusiva, è questione tutta da approfondire), e poi prendere atto che, tramontati i totalitarismi, l’istanza biopolitica, già vivacissima prima del loro sorgere, ha potuto continuare a svilupparsi prendendo altre strade, di cui la cultura oggi dominante stenta a acquisire consapevolezza. Quello che è avvenuto nei campi potrebbe oggi mutatis mutandis avvenire –e secondo autorevoli opinioni già di fatto avviene- in istituti e laboratori, nei quali, nel nome di vaghi appelli al futuro –ma è tipico di ogni ideologia, anche e soprattutto di quelle totalitarie, parlare in nome del tempo che verrà- scienziati e ricercatori operano sulla nuda vita (umana, animale ed ibrida) manipolandola.

La pervasività della biopolitica è inquietante. Limitiamoci ad alcuni, pochi esempi.

La legalizzazione pressoché planetaria dell’aborto, avvenuta non casualmente in un arco temporale estremamente ridotto e caratterizzato almeno in Occidente dal consolidarsi del modello democratico, è segno inequivocabile della forza con cui il paradigma biopolitico pretende di gestire la nuda vita, autorizzandone l’esistenza o almeno sindacandone la stessa legittimazione sociale. L’aborto, come di recente e bene ha mostrato Luc Boltansky (3), è pratica comune nella storia e in genere tollerata in tutte le società da noi conosciute; ma solo in un contesto biopolitico consolidato esso ha acquisito –per lo più in un arco di tempo molto breve- un’inedita rappresentazione simbolica, elaborando la pretesa di essere riconosciuto alla stregua di un diritto fondamentale. Ne è derivata un’alterazione della rappresentazione del bios, di cui ancora dobbiamo misurare tutte le conseguenze. Ciò che per ora sta sotto gli occhi di tutti è la destrutturazione del linguaggio ordinario, che non è più in grado di nominare il nascituro se non come un (generico) “prodotto del concepimento” e la sua intenzionale soppressione se non come “interruzione volontaria della gravidanza”.

Secondo esempio plateale del consolidarsi del paradigma biopolitico: l’alterazione dell’equilibrio alla nascita tra i sessi. Alludo al fenomeno delle missing women, prodotto dagli aborti selettivi in particolare in India e in Cina e che sembra ormai attestarsi sull’incredibile numero di 100 milioni di donne non nate (4). Esso costituisce un autentico incubo demografico, di cui l’ India ha preso coscienza già da alcuni anni e la Cina solo negli ultimi mesi, quando già però nel paese il rapporto tra neonati maschi e neonate femmine si è assestato sulla cifra del 119% (con punte del 136%) su di una media internazionale del 107%. I rimedi che questi paesi (da ultima la Cina) hanno assunto vanno dalla repressione penale degli aborti selettivi e giungono fino alla proibizione di qualsiasi indagine prenatale volta a individuare il sesso dei nascituri. Ma sono tutti rimedi palesemente inefficaci, dato che è a monte, nelle rigidissime legislazioni biopolitiche di pianificazione familiare (perfezionate dal governo cinese nel 1979), che va individuata la radice del problema.

Viene correttamente considerato tra i massimi problemi bioetici quello delle pratiche di procreazione assistita responsabili della formazione di embrioni soprannumerari congelati, destinati a non essere mai impiantati. E’ significativo rilevare come, al contrario, in un orizzonte biopolitico questo specifico problema stenti addirittura ad essere percepito: il Regno Unito ordina la periodica distruzione di questi embrioni, indipendentemente da qualsiasi verifica della loro vitalità e senza che si possa addurre una giustificazione –se non per l’ appunto politica- di questa prassi.

E ancora: si pensi alle forti tensioni a favore della legalizzazione dell’eutanasia che caratterizzano pressoché tutti i paesi occidentali e che verosimilmente sono destinate ad estendersi al resto del mondo. Come l’aborto si è trasformato, da decisione tragica e personalissima di alcune donne, in una pratica sociale di regolamentazione delle nascite, così l’ eutanasia si è trasformata da atto omicida eccezionale, estremo, tragico e pietoso in una pratica di gestione burocratica e biopolitica della fine della vita umana. In apparenza, i fautori dell’eutanasia vogliono semplicemente legalizzare quello che essi chiamano il “suicidio assistito” e poiché questa espressione può apparire troppo ruvida, ecco l’invenzione di opportuni eufemismi. Non so se merita più biasimo o più sarcasmo il titolo del disegno di legge, Norme per regolamentare l’interruzione volontaria della sopravvivenza, presentato in Parlamento nella scorsa legislatura a firma di diversi senatori, perché pur nella stravaganza dell’acronimo utilizzato (IVS, palese ricalco dell’ormai consolidato IVG) esso ci aiuta a capire la sostanza biopolitica della questione della fine della vita umana. Il fatto che si cerchi di introdurre l’espressione interruzione della sopravvivenza, per qualificare la morte, indica l’ incapacità conclamata del paradigma biopolitico di pensare alla vita, come ad un in sé: nella logica legalistica della biopolitica gli uomini dovrebbero evidentemente cessare di essere pensati e di pensare se stesso come i viventi e dovrebbero piuttosto reinterpretarsi come coloro che sopravvivono solo in ragione della loro appartenenza ad un contesto di accettazione sociale della loro individuale identità biologica. Nella realtà biopolitica effettuale, comunque, il tema dell’eutanasia come suicidio assistito è ormai obsoleto; in Olanda il 31% dei pediatri sopprime –sulla base del c.d. Protocollo di Groningen- i neonati malformati, oltre tutto senza acquisire il consenso dei genitori; in Svizzera, lo scorso febbraio, la Corte Suprema ha stabilito che il malato mentale ha un diritto costituzionale ad essere soppresso.

(…) La linea sulla quale è possibile attestarsi non è certo quella di una ingenua ritirata, ma non può nemmeno esser quella di un attacco baldanzoso. Probabilmente, il compito che aspetta la nostra generazione è quello prima di aprire gli occhi sulla realtà di un potere pervasivo e impersonale, che, assimilando corpo biologico e corpo politico, toglie al primo la sua identità e al secondo la sua dignità, e poi di negarsi ad ogni forma di omologazione biopolitica: un atteggiamento che Melville, profeticamente, ha attribuito a Bartleby lo scrivano, al suo cortese, dimesso, apparentemente inoffensivo, ma nello stesso tempo tenace e irremovibile “I would prefer not to”, preferirei di no. Alla tradizione cristiana delle origini non è sconosciuto questo atteggiamento: l’ apparente ritrosia, che faceva definire i credenti in Cristo lucifugi viri e li portava ad essere misconosciuti come socialmente “pericolosi”, ha sempre costituito una straordinaria riserva di senso contro la ricorrente tentazione di procedere ad indebite assolutizzazioni delle realtà mondane. Non è la mera inerzia la chiave interpretativa né del personaggio di Melville, né della resistenza che qui viene proposta contro il paradigma biopolitico; è piuttosto la corrosività di un atteggiamento che già con il suo semplice fermo esibirsi e manifestarsi può aprire il lungo e complesso processo che potrà –forse!- portare a smascherare le illusioni potestative di qualsiasi volontà biopolitica.

professor Francesco D’Agostino

1 ) F. Furet, L’Allemagne naziste et le génocide juif, Paris 1985.

2) G. Agamben, Homo sacer, Torino, Einaudi, 2005, p. 191.

3 ) Cfr. La condition foetale, Paris, Gallimard, 2004, tr. it., Milano,Feltrinelli 2007.

4 ) Il fenomeno è stato individuato e denunciato per primo da Amartya Sen -di cui si veda Missing women – revisited, in “British Medical Journal”  2003, 1297-1298.

Puo’ la bellezza piu’ della morte

natura-981x540Si inizia sempre da qualche parte o dall’inizio o dalla fine. O da una sconfitta o da una vittoria. Spesso i cammini piu’ belli cominciano dalla privazione totale, dalla poverta’ assoluta, da una dimensione che fa più paura proprio perché è solitaria e angosciante secondo il metro medio della società contemporanea. Dobbiamo avere, dobbiamo mostrare, dobbiamo interfacciare la nostra splendida merce in prima pagina con i nostri avventori e quello schema fatto di antropocentrismo esasperato diventa il nostro metro di giudizio per tutto, per l’amore, per le menzogne che spesso diciamo a noi stessi e agli altri, per tutte le cose che abbiamo perso e non vogliamo ammetterlo, per quel desiderio di rivalsa sociale che travestiamo da generosità.

Ci ergiamo ad idoli, il nostro male non è il male assoluto del mondo ma la nostra volontà di ricchezza e controllo che mano mano ci svuota, ci rende isolati col mondo reale e ci porta in una condizione dove i simboli, la rappresentazione del nostro “io”, diventa misura di tutte le cose. Abbiamo molti strumenti per generare questo, i social, i messaggi, le riunioni di lavoro.

Mi domando spesso da quanto tempo non incontro una persona che mi prende per un braccio e mi dice “sono un povero, ho fallito, sto cambiando”. Visto che nessuno lo fa, spesso lo faccio io, perché essere figli di una generazione dove il relativismo etico e morale è la regola porta a questo, porta a diventare giudici ed arbitri delle proprie vite e di quelle altrui, porta ad essere schiavi del pensiero unico e della dittatura del compromesso: cedere un po’ per volta noi stessi per realizzare qualche bel compitino.

Così si muore o almeno così stavo morendo dilaniato dalla rabbia, dalla volontà di controllo, dalla malattia simbolica della mia anima e del mio spirito, corrotto da una tabella di marcia in cui non solo ero esclusa la mia parte migliore, ma soprattutto Dio, quell’entità che ero pronto a bestemmiare in ogni situazione, quello che ogni tanto passavo a trovare in Chiesa perché “io credo a modo mio e siccome sono più fico di tutti posso permettermelo”, quel Dio buono solo non per affidare le mie intenzioni ma i miei desideri quasi come se fosse il genio della lampada, quel Dio “che per fortuna che ora c’è Papa Francesco che è tanto simpatico”, quel Dio che mentre mio padre moriva a mio avviso ce l’aveva con me.

Si, perché ad un certo punto pensi di essere così importante, sei arrivato ad un livello di idolatria di te stesso tale che pensi che con Dio devi ingaggiare un conflitto a fuoco.

Quando mio padre morì ormai più di un anno fa non colsi la grazia di quella partenza, di quella chiamata, ci ho messo molto, rovinando parecchio a comprendere che era uno spartiacque, che non serviva proteggersi ma essere protetti, che non si smette mai di essere figli neanche quando si ha l’età per diventare padre. Pensavo che la malattia fulminante di mio padre fosse la peggiore del mondo, senza pensare agli esempi di Chiara Corbella Petrillo o di tanti altri che vivono la loro vocazione difficile dentro un reparto di ospedale.

Però che Dio è bellezza forse l’ho scoperto lì, all’inizio della mia povertà, che Dio sana e cura, accoglie e guarisce l’ho appreso là dentro in un reparto di oncologia di un Policlinico militare, ora rivedo davanti a me tantissimi passi del Vangelo. C’era Gianni, infermiere e buon samaritano, c’era Barabba nella stanza di mio padre, c’era un esercito di pie donne e i dottori che non hanno potuto far altro che accompagnarlo alla casa del Padre. Ed in mezzo c’ero io, smarrito, una pecora senza pastore che finge di essere pietra angolare. Non mi sono arreso alla mia povertà ha continuato a far finta che fosse ricchezza, fino a quando quel Dio a cui rimproveravo molte cose mi venne in soccorso e mi tolse ogni macigno dal cuore.

Oggi non sono ne migliore e ne peggiore di quando bestemmiavo, di quando trattenevo il mio lavoro con le unghie, di quando sparlavo del prossimo e di quanto deliberatamente anteponevo il relativismo alla rettitudine, ma le cose che ho compreso in questi lunghi mesi forse sono dieci volte di più di quanto non ne abbia comprese nell’arco dell’esistenza intera.

Quando comprendi che una morte è meno potente della bellezza della vita che continua, quando comprendi che una morte può essere vocazione, chiamata, amore, quando capisci che le tue povertà sono più belle delle tue presunte ricchezze e che il perdono che chiedi non è figlio della retorica ma del pentimento, allora lì sai che sbaglierai ancora, sbaglierai forte, ma non sei più da solo. Ho lasciato le ansie di una vita ipersociale nel burrone della tristezza, ho arso quello che pensavo di me irrinunciabile con la preghiera nella Porziuncola ad Assisi, perché Dio per parlare trova molti modi, molte intuizioni, molta bellezza. Con me ha rovesciato i tavoli, mi ha sbattuto in faccia tutto il suo amore, la sua accoglienza. Ero un uomo senza patria ma con molti idoli, ero un profugo, il mio barcone che sbatteva addosso alle coste di un Paese di cui non sapevo la lingua si è arenato e sono arrivato con fatica, quasi morto alla sua parola.

Non ho mai creduto alle conversioni light, credere è una conversione ad “U” nella vita, scompagina tutto, porta a vivere l’amore, la vita, il dolore con occhi nuovi.  E’ come se improvvisamente ti accorga di quanto è bello farsi fotografare invece che fotografarsi da soli, di quanto è bello guardare una foto fatta con amore invece che scrutare le nostre espressioni di plastica in un selfie. E’ bello essere amati, è bello essere guidati, è bello essere senza ansie inutili, guidati da qualcosa di più grande.

Dio c’è sempre stato nella mia vita, è innegabile, anche quando lo negavo, ma da mesi non esiste più solitudine che non può essere colmata, ferita che non può essere rimarginata, parola che non può essere riscaldata, bellezza che non possa essere vissuta ed ho compreso che la cosa più difficile per noi, giovani relativisti, selfisti, agnostici della domenica e cattolici del lunedì, è proprio affidarsi, rimettere, offrire, dare, concedere, non programmare. E’ passato un anno da quando ho salutato mio padre, ho commesso molti errori per non essere più figlio e negli errori ho capito che non si può essere padre senza essere figlio e che poi poco possiamo senza lo Spirito Santo. Per questo sbaglierò ancora, ma guardando dentro le nostre povertà e non nelle presunte ricchezze, perché quando pensi che la morte sia l’unica strada la resurrezione è dietro l’angolo.

Massimiliano Coccia

Olanda, eutanasia per tutti. Ecco la “Kill Pill” per chi compie 70 anni

kill-pillBasta con l’eutanasia solo per chi è malato terminale, malato mentale, affetto da imperfezioni e problemi fisici o più semplicemente stanco di vivere. Ora la potente associazione per il diritto di morire (Nvve) vuole che l’eutanasia sia estesa d’ufficio a tutti coloro che hanno compiuto i 70 anni. (Terribile)

L’anno scorso in Olanda la “buona morte” è stata somministrata ufficialmente a 5.306 persone (in realtà, le vittime sono almeno 6 mila), un aumento del 182 per cento rispetto a quando la legge è stata approvata nel 2002. Me per Nvve non basta e così ha ritenuto maturi i tempi per riproporre un vecchio cavallo di battaglia degli anni ’90: la “Kill Pill”.

MORTE, NON SUICIDIO. «Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere», ha spiegato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. «Soprattutto la generazione del baby boom, che non ha paura di dire esplicitamente ciò che desidera. Vogliono avere il controllo sulla fine delle loro vite». A prescindere dall’essere affetti o meno da patologie, fisiche o mentali che siano.

La pillola eutanasica sarebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni e comodamente ritirabile in farmacia. La Nvve ha detto che nelle prossime settimane discuterà una sperimentazione con l’associazione dei medici olandesi e con i ministri di Giustizia e Salute. Questa servirà per assicurare che «la pillola non venga usata per il suicidio, l’abuso o l’omicidio». Ma solamente per procurarsi la “buona morte”.

NUOVA CONCEZIONE. L’Olanda sta procedendo velocemente e inesorabilmente verso una nuova concezione di eutanasia. Quando è stata approvata nel 2002, era considerata un’eccezione, uno strappo alla regola dettato dalla compassione per permettere ai “pochissimi” casi di persone che soffrono in modo insopportabile a causa di malattie terminali di anticipare di poche settimane la propria dipartita. Com’era prevedibile, una volta affermato che alcune persone possono essere uccise in casi particolari, una volta stabilito che c’è anche un solo caso in cui una vita perde di valore, il diritto di morire si è esteso negli anni ed ora viene rivendicato per tutti, sani e malati, come se fosse un modo di morire come gli altri, naturale come gli altri, perché non c’è niente di più naturale della volontà e dell’autodeterminazione. È giusto quindi fornire la pillola per tutti quelli che compiono 70 anni (ci vorrà ancora qualche anno per abbassare la soglia di questa età). Basta che non venga chiamato con una bruttissima parola: “suicidio”.

Non vi preoccupate, il paradiso e’ un posto bellissimo

francesca-pedrazziniPuo’ un funerale essere come un matrimonio? Puo’ una bambina chiedere che il  funerale della mamma sia una festa? Può una mamma che sta per morire,  parlare con i suoi bambini e insegnare loro ad avere fede perché Gesù è  buono e lei li vedrà e curerà dal cielo? Può una donna che sta per lasciare  il marito ed i suoi bambini fare festa con gli amici in ospedale?   Questo e altro ha fatto Francesca Pedrazzini, moglie e madre di 38 anni,  salita in cielo dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha  uccisa.  La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così  straordinariamente eroico sono stati raccontati nel libro di Davide  Perillo, Io non ho paura, pubblicato dalle edizioni San Paolo.    Ha narrato il marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, nel corso di un  incontro al Meeting di Rimini, dopo una serie di visite e esami, il 17  agosto 2012 la dottoressa lo prende da parte e gli dice “potrebbe essere  questione di giorni. Al massimo qualche settimana”.  E lì Vincenzo viene preso dall’angoscia: “Dirglielo? E come? E i bambini? E  se poi crolla? Forse è meglio tacere per tenerla su di morale…”.  Vincenzo chiede alla dottoressa, che gli confessa: “Guardi io sono una  mamma. Se toccasse a me, vorrei sapere. Per decidere cosa fare con i miei  bimbi”.  Ma Francesca ha già capito. Chiama Vincenzo vicino al suo letto, lo guarda  con una tenerezza grande.  “Vincè – gli dice – io sono tranquilla. Non ho paura perché c’è Gesù”.  “Ma non sei triste?”, le chiede Vincenzo, e lei: “No, non sono triste. Sono  certa di Gesù. Anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando.  Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio  il contrario…”.  “E’ vero. Soprattutto per i bimbi”.    Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i  figli: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4.  Li vede uno per volta per 15 minuti e gli dice: “Guardate, io vado in  Paradiso. E’ un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete  nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando  vado in Paradiso dovete fare una grande festa”.  Vincenzo era lì e la guardava con gli occhi spalancati, senza parole.  “Ha fatto una cosa – ha spiegato – che vale cinquant’anni di educazione di  una mamma”.  Così accade che il taxista che accompagna una amica al funerale di Francesca  non ci voleva credere. Era sceso a domandare pensando che la cliente avesse  sbagliato chiesa: “Ma davvero c’è un funerale qui? No, sa, tutta questa  gente elegante, le facce… Io pensavo a un matrimonio”.  Quando Mariachiara, la mamma di Francesca, aveva parlato con la dottoressa  che la curava, questa le ha detto: “Una fede come quella di sua figlia non  l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le chiedo un  piacere: se può, le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo  medico che l’ha curata”.  E Gianguido che aveva partecipato ai funerali, ha raccontato: “Sono rimasto  impressionato dal funerale della Chicca (diminutivo in cui veniva chiamata  Francesca, ndr). Io non credo in Dio. Ma non si può negare che lì c’era  qualcosa. Qualcosa di straordinario che io non so spiegare”.  Due zii di Francesca, lui ingegnere, lei bibliotecaria all’università di  Pisa, sposati da 33 anni erano 40 anni che non andavano in Chiesa. Poi,  saputo della malattia di Francesca, hanno iniziato a pregare. Hanno vissuto  tutto il tragitto di Francesca dalla sofferenza alla morte. Ed hanno  ritrovato la fede. Alla domanda chi è Francesca per voi, hanno risposto: “Un  esempio, un faro. Un desiderio di essere così, un segno di croce tutte le  mattine”.    Un uomo aveva una parente in ospedale negli stessi giorni di Francesca,  malata terminale come lei. Una sera rimane stupito perché vede nella camera  di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e  ridono.   All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla  gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi  entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”.  Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei  saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata: è l’unica che rimane in  ospedale.  Nel libro, Io non ho paura quest’uomo racconta che l’immagine di quella  donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare  consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con  intorno i propri cari è come se gli avessero piantato “un chiodo nel cuore.  Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà  il mio inno alla vita”.  Un’amica che ha incontrato Vincenzo al bar gli ha detto: “Francesca mi ha  colpito per il commosso coraggio con cui ha abbracciato la croce, per essere  in Paradiso. Questa roba da Santi e di Santi abbiamo bisogno, in questa  ordinaria vita comune. Francesca ha sofferto ma ha anche scommesso su Dio. E  in ciò è la sua grandezza semplice, da madre e da sposa. Non siamo soli. Non  saremo mai soli. Per questo Francesca non aveva paura”.  Lorenza, amica della famiglia di Vincenzo, gli ha girato un tema fatto dalla  figlia Letizia di 13 anni.  Le era stato chiesto di fare un tema su “una persona che ti ha fatto  crescere”.    Lorenza ha scritto: “la persona che non dimenticherò mai è la mamma di tre  bambini con cui andavamo in vacanza da piccoli. (…) è mancata a soli 38  anni. L’avevo incontrata al mare ed in montagna. Era contenta e allegra, era  forte”.  Steve Jobs citava un poeta che diceva “vivi ogni giorno come se fosse  l’ultimo” e Lorenza ha commentato, forse Francesca non aveva mai sentito  queste parole, “ma viveva ogni secondo in modo speciale, un modo che mi ha  cambiato le vacanze e ora penso, la vita”.  “Per me – conclude Lorenza  – è stata una grande testimonianza, (…) mi ha  fatto capire di vivere la vita, viverla veramente secondo per secondo, e ora  quando penso a lei mi chiedo se sto dando tutto quello che posso dare”.  Alcuni hanno detto a Vincenzo: “Scusa se ti facciamo parlare di Francesca,  lo sappiamo che è dura perché ogni volta la ferita si riapre”.  E Vincenzo ha risposto: “Molti pensano che per superare bisogna dimenticare,  ma per me è l’esatto contrario: più ripercorro quella esperienza più mi da  pace”. 

Antonio Gaspari  www.zenit.org