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Io musulmana britannica, chiedo di bandire il burqa

BURQA OPPRESSIONIl burka e’ il nuovo simbolo visivo dell’oppressione femminile. E’ l’arma degli uomini radicali musulmani che vogliono vedere la sharia sulla strade della Gran Bretagna, e amano che le donne siano nascoste, invisibili e inascoltate. E ‘assolutamente fuori luogo in un paese civilizzato. Proprio perche’ e’ impossibile distinguere tra la donna che ha scelto di indossare il burka e la ragazza che e’ stata costretta a coprire se stessa e vivere dietro un velo, credo che dovrebbe essere vietato. Il presidente francese Sarkozy ha sostenuto che il burqa debba essere bandito dalla Francia. Il Presidente Sarkozy ha assolutamente ragione nel dire: ‘Se vuoi vivere qui, vivi come noi.’ Ha proseguito dicendo che il burka non e’ un segno religioso, ‘e’ un segno di sottomissione, un segno di degradazione … Nel nostro paese, non possiamo accettare che le donne siano prigioniere dietro uno schermo,tagliate fuori da tutta la vita sociale, private di ogni identità. ‘Che cosa dobbiamo fare in Gran Bretagna? Per decenni, i fondamentalisti musulmani, grazie alle leggi sui diritti umani, sono stati autorizzati a fare quello che volevano. E ‘giunto il momento per i ministri e per i musulmani britannici di dire’ basta ‘. Per il bene delle donne e delle bambine, il governo deve vietare l’uso del hijab nelle scuole e il burka nei luoghi pubblici. Fare ciò non è razzismo, come sostengono i fondamentalisti. Dopo tutto, quando vado in Pakistan o nei paesi del Medio Oriente, rispetto il loro modo di vivere. Due anni fa, ho indossato uno burka per la prima volta in un programma televisivo. E ‘stato la mia più orribile esperienza. Limitava il mio modo di camminare, vedere, interagire con il mondo.Toglieva la mia personalità. Mi sentivo un’alienata e una freak. Faceva caldo ed era scomodo, non ero capace di guardare dietro di me, non potevo scambiare un sorriso con le altre persone, nè stringere le loro mani. Se fossi stato costretta ad indossare un velo, certamente non sarei libera di scrivere un articolo come questo. Né avrei partecipato ad una maratona, non sarei diventata un insegnante di aerobica o un’imprenditrice.Dobbiamo unirci contro i musulmani radicali che amano controllare le donne.

Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».

Cisgiordania – Joseph, il convertito che insegna ad amare i nemici

Hassan YousefFino a quattro anni fa il suo nome era Masab, poi è stato battezzato come Joseph. Il suo cognome resta Hassan, che in Cisgiordania indica il leader di Hamas. Joseph è il figlio più grande di Hassan Yousef, una delle figure più rispettate di Hamas. Joseph ha 30 anni e risiede in California, dovesi è trasferito dopo essere diventato cristiano. «Alla superiori ho studiato la sharia; a 18 anni sono stato arrestato dall’esercito israeliano perché capo della Società islamica nel mio istituto» ha raccontato Hassan jr. al supplemento del quotidiano israeliano Haaretz.

Con l’arresto per Joseph è iniziato “il risveglio”: «Prima ammiravo l’organizzazione [di Hamas] perché ammiravo mio padre. Ma durante i 16 mesi di prigionia mi sono trovato davanti al vero volto di Hamas. È un’organizzazione malvagia. I suoi leader in prigione – io ero in carcere a Meghiddo – ricevevano i trattamenti migliori, il cibo più buono, così come le visite delle famiglie. È gente che non ha morale né integrità. La gente di Hamas riceve denaro in modo disonesto, investe in maniera segreta, anche se all’esterno mantiene uno stile di vita semplice».

Masab, laureato in storia e geografia alla Al Quds University di Ramallah, fa un esempio concreto di questa corruzione: «I leader di Hamas abbandonano le famiglie dei “martiri” mentre i membri più anziani che vivono all’estero spendono decine di migliaia di dollari al mese solo per la propria sicurezza. Dopo il mio rilascio ho perso la fiducia in chi rappresentava l’islam in maniera così apparente». Fu così che otto anni fa a Gerusalemme Joseph ricevette l’invito da parte di alcune persone a conoscere il cristianesimo. Si recò ad alcuni incontri: «Rimasi molto entusiasta di quello che sentii. Iniziai a leggere la Bibbia ogni giorno e continuai le lezioni di religione.

Naturalmente, tutto in segreto. Mi sedevo in certi bei luoghi e leggevo la Bibbia. Un versetto come “Ama il tuo nemico” ha avuto una grande influenza su di me. A quel tempo ero ancora un musulmano e pensavo di restare tale. Ma ogni giorno vedevo le cose terribile fatte nel nome della religione da parte di quelli che si consideravano dei “grandi credenti”. Ho studiato in maniera più rigorosa l’islam e non ho trovato risposte. Ho riesaminato il Corano e i principi della fede islamica e ho scoperto come sia sbagliata e fuorviante ». Interrogato sul cristianesimo, l’ex esponente di Hamas ha risposto: «Non è solo una religione ma una fede. Adesso vedo Dio attraverso Gesù». E ha avuto parole molte dure verso l’islam che ha conosciuto: «Considero l’islam una grande bugia. Le persone che pensano di rappresentare questa religione ammirano Maometto più di Dio, uccidono persone innocenti in nome dell’islam, picchiano le loro moglie e non hanno nessuna idea di cosa sia Dio. Ho un messaggio per loro: c’è solo una strada per il Paradiso, quella di Gesù che ha sacrificato se stesso sulla croce per tutti noi». Cosciente del pericolo di questo “outing” di fede, Joseph non si scoraggia: «Molte persone mi odieranno per questa intervista, ma voglio dire loro che li amo, anche se mi odiano. Invito tutti, anche i terroristi, ad aprire i cuori alla fede. Sto cercando di mettere in piedi un’organizzazione internazionale per giovani che insegnerà il cristianesimo, l’amore e la pace nei Territori. Vorrei insegnare ai giovani l’amore e il perdono perché questo è il solo modo con cui i due popoli possono superare gli errori del passato e vivere in pace». Hassan ha fatto per anni parte della guerriglia palestinese ed è stato 16 mesi in prigione.  Poi otto anni fa l’abbraccio con il cristianesimo .

di G.Fazzini

Musulmani convertiti al cristianesimo chiedono liberta’ religiosa

 indonesia chiesaL’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.

Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1)      che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2)      che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3)      che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.

 

L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.

Condividere il vangelo con i musulmani – suggerimenti

E’ molto facile al giorno d’oggi, avere un collega di lavoro o un vicino di casa musulmano, è molto facile camminare per la strada e incontrare persone che seguono l’Islam. Come possiamo fare a condividere con loro il messaggio del vangelo?

Considera la tua posizione in Cristo:

Chi eri prima di incontrare Gesù? quale era il tuo stile di vita prima di accettare il perdono che Dio ti ha offerto? Chi ti ha parlato di Gesù e in che modo hai posto la tua fede in Lui? Quali cambiamenti ha portato la tua decisione nella tua vita quotidiana?

I tuoi amici musulmani ascolteranno la testimonianza di quello che Dio ha fatto, e sta facendo nella tua vita, e il tuo vivere la fede sarà una potente testimonianza che potrà aprire la porta del loro cuore. L’amore è la chiave per raggiungere i musulmani con il vangelo, amore che tutti noi possiamo dimostrare offrendo la nostra sincera e disinteressata amicizia.

Ricordati che il mondo, vuole vedere qualcosa di diverso, le persone sono stanche di ascoltare parole, il mondo ha bisogno di vedere persone cambiate dalla potenza di Dio, persone che non soltanto dicono di essere, ma che dimostrano la loro fede nella vita quotidiana. Satana, con lo scopo di confondere e di allontanare le persone da Dio, offre tante alternative, tante falsificazioni della verità, ma non riuscirà mai a nascondere e a coprire la testimonianza di vite rinnovate da Gesù! Ricordati anche che il lavoro non è nelle nostre mani, ma nelle mani di Dio, solo lo Spirito Santo può convincere e cambiare le persone, lasciamolo lavorare! Prega, persevera, riposati in Dio e ubbidisci alla Sua volontà!

Cerca di conoscere i tuoi amici musulmani:

Non essere sorpreso di tutti i fraintendimenti che i musulmani hanno riguardo al Cristianesimo. Questi sono dovuti ad anni di insegnamenti errati e lavaggi del cervello. Tu devi cercare di sfruttare questi punti, e partendo da lì, spiegare le verità del vangelo. Guarda cosa fece Paolo ad Atene:

“Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto voi siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio…” (Atti 17:22-23)

Dobbiamo ricordare che anche se i musulmani si definiscono “monoteisti”, “adoratori del vero e unico Dio, il Dio di Abramo”, in realtà, come gli ateniesi al tempo di Paolo, adorano quello che non conoscono. E’ vero che esistono termini in comune tra noi e loro, ma è importante sottolineare che il significato di questi termini, è completamente diverso e a volte opposto. Dobbiamo anche sottolineare che purtroppo le differenze esistono soprattutto nei termini più importanti e basilari: Dio, Gesù, Spirito Santo, peccato, salvezza, paradiso ecc…

Per questi motivi credo sia molto importante conoscere la loro fede, ma non credo sia necessario essere esperti in Islam per evangelizzare i musulmani.

Ti consiglio di leggere libri e di informarti sulla loro cultura e il loro modo di vivere e di concepire le cose.

Come linee generali, possiamo dire che è importante rispettare i musulmani in quanto individui, è necessario rispettare le loro usanze, ad esempio, ricordati che i musulmani non mangiano carne di maiale e non bevono bevande alcoliche. Il tuo scopo è di parlare di Gesù e non di criticare il Corano o Maometto. Se sarai pronto a testimoniare con franchezza di Gesù, non ci sarà spazio per discussioni inutili e litigi, il tuo amico sarà aperto ed interessato ad ascoltare quello che tu gli vorrai dire. Solo quanto tu avrai costruito una base di amicizia e di rispetto, il tuo amico sarà desideroso di ascoltarti, solo allora lo Spirito Santo sarà libero di operare nella sua vita. Ricordati che la persona che ti sta davanti è una persona per la quale Gesù è morto sulla croce, è una persona amata e rispettata da Dio, ne più ne meno di te. Dio ci ritiene degni di rispetto, al punto di lasciarci la libertà di decidere per il nostro futuro eterno, non disprezziamo quello che Dio rispetta!

La Parola incarnata:

Quello che serve ai tuoi amici è avere un incontro reale e personale con la Parola di Dio!

La parola di Dio deve prima di tutto operare in te, ti deve cambiare, modellare e guidare per la via che il Signore vuole farti fare. Anche tu, se vuoi essere un testimone di Gesù, la Parola di Dio diventata carne, devi essere riempito da Lui e fare quello che Lui vuole farti fare. “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!” Con la tua vita devi essere una testimonianza vivente e come Gesù, portare agli uomini la speranza che si trova solo nel vangelo di Dio!

I musulmani devono avere un incontro con la Parola scritta di Dio. Come loro, noi siamo persone di rivelazione, cioè crediamo alla rivelazione di Dio che ci è stata comunicata attraverso il Libro. I musulmani ci considerano “la gente del Libro”, riferendosi al fatto che noi crediamo nella Bibbia come Parola di Dio rivelata all’umanità.

Usa la Bibbia e lascia che essa parli al tuo posto! La parola di Dio è vivente ed efficace (Ebrei 4: 12). Se la Parola di Dio è vivente, fa in modo che essa possa agire con libertà e potenza nella vita dei tuoi amici. “…ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel Suo nome”. (Giovanni 20: 31) Se è possibile offri l’opportunità al tuo amico di leggere e studiare la Bibbia insieme a te. Regalagli una copia della Parola di Dio e lascia che egli possa scoprire le verità bibliche da solo, sii però pronto a spiegare e a chiarire i dubbi che può avere. La Parola di Dio lo può toccare e sfidare, questo non significa che crederà a quello che legge, ma è sempre un seme che il Signore avrà messo nel suo cuore e che potrà portare frutto. Continua a pregare per lui con perseveranza e lasciati guidare dallo Spirito Santo durante la testimonianza.

I musulmani hanno bisogno di vedere la tua vita cambiata da Gesù, come abbiamo già detto, hanno bisogno di vedere che quello che predichi è la realtà della tua vita e non soltanto finzione e formalismo religioso.

I musulmani saranno cambiati nel vedere il tuo rapporto con Dio e dall’amore che dimostrerai nella tua vita quotidiana. Il primo vangelo che probabilmente leggeranno è quello scritto nelle pagine della tua vita!

Secondo le statistiche i musulmani giungono alla fede in Cristo principalmente attraverso il contatto con la Parola di Dio o attraverso rivelazioni particolari di Gesù Cristo.

I musulmani che abbandonano l’islam: «E’ il medioevo»

impiccatiVerrebbe da dire: «Che Allah vi protegga!». Se non fosse che sono dei  musulmani che non credono più in Dio. Anzi si professano atei. Ma ciò che  maggiormente colpisce è che abiurano l’islam pubblicamente, rivendicano con  orgoglio l’affrancamento da una religione da loro vissuta come una forma di  schiavitù intellettuale e percepita come la vera fonte della cultura  dell’odio e della morte.

Così come sorprende, in questa fase storica dove  predomina la paura, che il numero degli ex musulmani- atei dichiarati è in  crescita. Al punto che hanno dato vita a un proprio sito «Apostates of  Islam» ( www.apostatesofislam.com).  Il caso più recente, forse il più eclatante, è di Wafa Sultan, psicologa e  scrittrice di origine siriana, residente negli Stati Uniti, che nel giro di  una settimana si è beccata prima un’accusa di miscredenza in diretta sulla  televisione Al Jazira da parte di un docente dell’università islamica di Al  Azhar, poi una vera e propria fatwa, responso giuridico islamico, di  condanna di apostasia annunciata ai fedeli in preghiera nella moschea Al  Hasan di Damasco durante il sermone di venerdì scorso. Il predicatore  siriano è arrivato a sostenere che «questa apostata nuoce all’islam più di  quanto non abbiano nuociuto le vignette sul profeta Mohammad (Maometto)».

Ma  lei non è il tipo da farsi intimidire. Pensate che all’interno del suo sito  in arabo  www.annaqed.com/writers/sultan/contents.html ha creato una pagina  dove pubblica tutte le minacce che riceve, comprese le e-mail dei mittenti.  Partecipando alla trasmissione «Al ittijah al muakes» (Controcorrente)  andata in onda su Al Jazira il 21 febbraio scorso, Wafa ha affrontato con  una schiettezza e un coraggio impressionanti il suo rivale, il docente  egiziano di Islamistica Ibrahim al-Khouli. «Ciò che vediamo non è uno  scontro di civiltà o di religione – ha affermato Wafa – ma è uno scontro tra  due opposti, una mentalità medioevale contro quella del ventunesimo secolo,  tra la civiltà e l’arretratezza, tra la libertà e la repressione, tra la  democrazia e la dittatura». E quando il conduttore Feisal al-Kassem le ha  chiesto: «Lei intende che è un conflitto tra la civiltà dell’Occidentale e  l’arretratezza dei musulmani?», Wafa ha risposto seccamente: «Sì». Poi ha argomentato: «Sono i musulmani ad avere scatenato la guerra di  civiltà, da quando il profeta dell’islam disse: “Mi è stato ordinato di  combattere la gente fino a quando non credono in Dio e nel suo profeta” e da  quando i musulmani hanno diviso la gente tra musulmani e non musulmani». E  ancora rivolgendosi al docente islamico: «Come spiega a suo figlio il  versetto che recita: “Combattete quelli che non credono né in Dio né nel  Giorno ultimo?” (Corano, IX, 29)».

Quando la discussione si è fatta incandescente, Wafa è diventata ancor più  grintosa: «Come è stata diffusa la tua religione? – ha chiesto con forza a  al-Khouli -. Con la spada e l’aggressione dei Paesi. Poi dite che si è  espanso con la giustizia e il rispetto dei diritti altrui. Quando lei dottor  Ibrahim si mette con il megafono davanti a una chiesa e urla che è una  menzogna che Gesù è Dio, il figlio di Maria, forse che lei rispetta il credo  altrui?». Si è così arrivati al momento cruciale in cui Wafa ha declinato la sua  identità spirituale: «Non sono cristiana, non sono musulmana, non sono  ebrea. Sono una persona laica che non crede nel sovrannaturale». Ed è subito schioccata l’accusa di al-Khouli: «Lei è una miscredente? ». Tranquilla la risposta di Wafa: «Ma io rispetto il diritto degli altri a  credere». E lui ribatte: «Allora sei una miscredente…sei una  miscredente?». Lei imperturbabile: «Può dire ciò che le pare».

Un altro caso eclatante di ex musulmano- ateo dichiarato è quello di Messaoud  Bouras, dirigente dell’Associazione maghrebini laici di Francia, che in  un’intervista al sito  www.surlering.com/article.php/id/5029 ha spiegato le  ragioni che l’hanno portato a abiurare l’islam: «Io non rifiuto solamente  l’ideologia islamica ma ho anche abiurato l’islam. Il Corano, che è la  parola increata di Dio, quindi intangibile, stabilisce chiaramente una  discriminazione tra i musulmani, che devono dominare, e i non musulmani che  devono essere sottomessi». Secondo Bouras «ciò che sciocca di più è il  delirio paranoico contro gli ebrei. L’odio contro gli ebrei è presente in  tutto il Corano: “Maledetti, ovunque verranno trovati verranno presi e  inesorabilmente uccisi” (Corano, XXXIII, 61)». E conclude con una battuta:  «L’islam è giudeofobo, cristianofobo, infedelofobo e io sono cretinofobo!».

Da quando Ibn Warraq, un intellettuale nato musulmano in India e riparato  negli Stati Uniti, scrisse Perché non sono musulmano (Edizioni Ariele, 2002), l’elenco degli exmusulmani- atei dichiarati si  allunga sempre più. Il boom c’è stato dopo l’11 settembre. Più è evidente  l’atrocità del terrorismo islamico, più musulmani ne prendono pubblicamente  le distanze, anche con scelte estreme.
A mio avviso ciò è un fatto positivo, non tanto perché diventano atei, ma  perché affermano il primato della persona e della cultura della vita e della libertà su un ideologismo che, facendo riferimento a un’interpretazione  dell’islam, disprezza la persona e promuove la morte.
Magdi Cristiano Allam (ex musulmano, ora cristiano)

Dhimmitudine

dhimmiQuattordici secoli di espansione islamica, più di 500 casi di martirio cristiano. Centinaia di individui e decine di piccoli gruppi sacrificati dal popolo musulmano. Camille Eid, giornalista libanese ed esperto del mondo arabo, ha raccolto per la prima volta in un libro gli atti dei martiri della mezzaluna. A morte in nome di Allah (Piemme ed., pp. 223) sfata la convinzione diffusa di un’Europa che si dilania in secolari guerre tra fratelli di fede, che perseguita e caccia le sue minoranze, mentre in terra d’Islam vige la benevola protezione dei dhimmi ebrei e cristiani, cittadini di seconda classe, ma rispettati ed accolti, talora promossi ad alti gradi nelle amministrazioni e nelle corti.

L’idea di dhimmitudine è uno dei più duraturi successi d’immagine dell’Islam, il paravento dietro il quale si nascondono atrocità e violenze, soprusi e persecuzioni attuate per soddisfare la sete di dominio e la volontà di conquista che ha eroso, smantellato, progressivamente distrutto la cristianità in Medio Oriente e non solo. Caucaso, Persia, India, Russia, Balcani e Africa Nera, sono appena alcune delle terre tormentate da questa deliberata e sistematica cancellazione della fede cristiana. Eid si muove attraverso le tristi vicende che vanno dell’espulsione dei cristiani yemeniti sotto i primi califfi dell’Islam, fino ai martiri del XX secolo: i trappisti del monastero algerino di Tibhirne, i cristiani del Sudan, della Nigeria, dell’Egitto, dell’Indonesia e del Pakistan. Un martirio che ha visto cadere uomini, donne, sacerdoti, monaci, missionari e talvolta anche bambini.

Un viaggio nel tempo e nello spazio per illuminare quelle zone rimaste in ombra nella storia del cristianesimo. Su molti di questi avvenimenti è caduto l’oblio, anche a causa dei correligionari che per primi vi hanno steso sopra un velo, probabilmente solo per ragioni di pura sopravvivenza nel loro statuto di dhimmi. I fatti riportati arrivano fino ai nostri giorni più «caldi»: l’intolleranza dei regimi integralisti, gli attentati e le persecuzioni a danno delle comunità cristiane nei Paesi islamici. Un resoconto dettagliato che denuncia come all’alba del terzo millennio la Chiesa sia ancora nel mirino di aggressioni violente, costanti e diffuse. Di questa nuda sequenza di racconti colpisce la similitudine. Secoli di storia incapaci di modificare nella sostanza e a volte pure nella forma, il martirio patito dai cristiani: trucidati, mutilati e giustiziati perché cristiani.

Incredibile nel XXI secolo, immaginare spedizioni punitive, raffiche di mitra sparate davanti all’ingresso dei monasteri, irruzioni di militari armati nelle chiese, bombardamenti di villaggi, bambini rapiti per essere avviati ai programmi d’educazione islamica, catechisti fustigati e poi crocifissi, sequestri interminabili e condanne a morte senz’appello. Una spirale infernale di vittime per fede, ma non solo. C’è la complicità di chi sa e fa finta di non sapere; c’è l’omertà di chi non vuol vedere, sentire né parlare; c’è quel «frastornante silenzio» che imprigiona anche le voci più potenti. I martiri cristiani dell’Islam sono testimoni di uno scontro di civiltà ancora in atto. Su moltissimi casi di morte sotto il segno di Allah è calato il sipario. Tanti misteri irrisolti, omicidi sui quali non è stata fatta luce, cadaveri abbandonati e senza un colpevole. Una lunga via crucis.

Rosa Labellarte

Milioni di schiavi, chi tace e chi acconsente (Antonio Socci)

slaveryCi sono nel mondo, oggi, circa 27 milioni di schiavi. Un numero tre volte  superiore alla quantita’ totale di schiavi deportati dall’Africa in Occidente  nel periodo dal 1450 al 1900 (circa 11 milioni e 698 mila esseri umani). La  cosa incredibile e’ che neanche ce ne rendiamo conto. Inorridiamo quando  vediamo film sulla tratta di schiavi del passato e non ci accorgiamo che  sotto i nostri occhi, attualmente, la situazione e’ di gran lunga piu’ grave  quanto a numero delle vittime (e non solo).    La cifra agghiacciante di 27 milioni di schiavi e’ emersa in questi giorni al  primo convegno internazionale della Famiglia Mercedaria, l’ordine della  Beata Vergine Maria della Mercede fondato nel 1218 dal giovane mercante  Pietro Nolasco per liberare i cristiani fatti schiavi dai musulmani in  Spagna. Il Nolasco spese tutto il suo patrimonio per ridare la libertà a  quei poveretti: i padri mercedari liberavano schiavi cristiani anche dando  in cambio se stessi, prendendo il loro posto.  La cifra di 27 milioni di esseri umani è enorme. E’ più dell’intera  popolazione del Canada, equivale a metà della popolazione italiana, ma è un  decimo rispetto alle vere dimensioni della tragedia. Probabilmente 27  milioni sono soltanto le vittime della schiavitù in senso ristretto e  tradizionale. Infatti le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie  quantificano come vittime della “schiavitù” addirittura 200 milioni di  persone: circa 4 volte l’intera popolazione italiana. Su scala planetaria un  essere umano ogni trenta.

Giancarlo Giojelli nel pamphlet “Gli schiavi invisibili” c’informa che l’Onu  e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni giudicano il traffico di  esseri umani come la terza attività criminale più redditizzia del mondo  (dopo il traffico di armi e di droga). Ogni vittima rappresenta un guadagno  fra i 4 mila e i 50 mila dollari. Il ricavato complessivo di questa infame  industria è stimato circa in 12,5 miliardi di dollari l’anno.    La schiavitù – per così dire – antica è ancora presente in certi paesi  africani come il Sudan dove le bande arabo-islamiche del Nord fanno razzia  nei villaggi cristiani del Sud, catturando e poi vendendo donne e bambini  neri ai ricchi mercanti arabi (spesso le vittime sono islamizzate a forza e  sottoposte a violenze, sfuttamento e crudeltà inimmaginabili). Si calcola  che siano circa 200 mila gli schiavi nel nord di quel Paese.    Alcune organizzazioni umanitarie cercano di liberarli spesso “ricomprandoli”  dai loro padroni. Padre Damaso Masabo, dei Mercedari, ha dichiarato che  proprio in questi giorni stanno raccogliendo fondi per liberare in Sudan 200  bambini schiavi.    Nel mondo islamico la schiavitù è sempre stata fiorente e l’Occidente, che  giustamente si autofustiga per i suoi crimini, dimentica il ruolo degli  arabi in quel commercio. Jean-François Revel scriveva: “La memoria storica  ha dimenticato il crimine dello schiavismo del mondo arabo, i 20 milioni di  neri che furono strappati ai loro villaggi e trasportati a forza nel mondo  musulmano, tra il VII e il XX secolo. Si dimentica che, ad esempio, a  Zanzibar alla fine del XIX secolo c’erano 200 mila schiavi su 300 mila  abitanti.

E si dimentica che, in un Paese islamico come la Mauritania, nel  1981 la schiavitù era ancora legale. Formalmente abolita nel 1982, in realtà  – lì come altrove – continua indisturbata”.    Si potrebbe credere che si tratti di un orrore del passato, destinato a  sparire con l’avanzare della modernità. Invece è vero il contrario. Padre  Masabo cita uno studio recente e afferma: “La schiavitù è un business in  espansione e il numero degli schiavi è in aumento“. Tanto è vero che le  Nazioni Unite hanno dato vita a un Comitato che lavora a Ginevra per  monitorare tutte le nuove forme di schiavismo. Di solito legate al fenomeno  colossale delle migrazioni che coinvolgono centinaia di milioni di persone  su tutto il globo. L’Onu sostiene che ogni anno circa 4 milioni di donne  vengono vendute e costrette a prostituirsi come schiave o sottomesse al  matrimonio forzato (si ritiene che negli ultimi 30 anni circa 30 milioni di  donne asiatiche siano state vittime di questo commercio di esseri umani). Ma  i dati ancora più terrificanti sono quelli relativi ai fanciulli: 2 milioni  di minori tra 5 e 15 anni, perlopiù bimbe, sono merce del businnes sessuale.  Secondo Amnesty International inoltre sono circa 300 mila i “bambini  soldato” (con un retroterra di violenze e orrori subìti inimmaginabile).  Varie inchieste giornalistiche hanno denunciato l’esistenza di un mercato  degli organi per trapianti che avrebbe come vittime principalmente bambini  del Terzo Mondo trattati come banche di organi. Ne parlano però anche fonti  ufficiali come un documento del Parlamento europeo e anche il Rapporto 2001  sulla criminalità organizzata della Direzione nazionale antimafia e della  Dia (uno studio a cui ha collaborato l’Università Bocconi di Milano).    Non solo. Secondo il rapporto ILO 2006 sono 246 milioni i ragazzi fra i 5 e  i 17 anni che si trovano costretti a lavorare.

L’arco temporale di questa  statistica sembra francamente discutibile perché altro è un bimbo di 5 anni  e altro un giovane di 17. Ma il fenomeno è aberrante anche per le condizioni  di sfruttamento brutale e schiavistico e per le spaventose condizioni  igieniche di questo lavoro minorile (oltre alla costrizione, alla fame e al  furto di ogni diritto all’educazione e al rispetto). Del resto 5,7 milioni  di bambini sono letteralmente ridotti in schiavitù e cotretti ai lavori  forzati. Vi sono infine 140 milioni di fanciulle e ragazze che hanno subito  mutilazioni sessuali (praticate in oltre 28 paesi a bimbe fra i 4 e gli 8  anni).    Il fenomeno “schiavistico” è globale. E’ sotto i nostri stessi occhi, sulle  nostre strade. Ogni anno in Europa occidentale giungono circa 700 mila donne  destinate al commercio sessuale. A Milano sono straniere l’80 per cento  delle prostitute. “Il prezzo di una giovane che arriva in Italia” scrive  Giojelli “può raggiungere i 10 mila dollari”. Tra il 1996 e il 2000 secondo  la Dia il commercio di esseri umani in Italia ha riguardato 30 mila persone,  in gran parte donne. Al 31 maggio 2004 erano stati aperti 2.930 procedimenti  per traffico e sfruttamento di esseri umani in 26 Procure distrettuali  antimafia. In particolare: 740 procedimenti per riduzione in schiavitù, 399  per tratta e commercio di schiavi, 95 per vendita o acquisto. Le persone, di  varia nazionalità, coinvolte nelle indagini sono state 7.582.

E’ stupefacente come si vogliano tenere gli occhi chiusi su una barbarie di  queste dimensioni. Ed è incredibile che siano soprattutto coloro che fanno  della giustizia e dei diritti la loro bandiera – penso alla Sinistra e ai  sindacati – a voler ignorare questa situazione e ad opporsi alle politiche  di contrasto all’immigrazione clandestina tentate dal centrodestra. E’ ovvio  che proprio l’immigrazione clandestina, con tutti i traffici che contiene,  sia il grande affare di queste mafie spesso ignorate, la cui pericolosità  non è certo inferiore a quelle nostrane.    Il commercio schiavistico – insieme al traffico di armi e droga – fanno  della criminalità internazionale oggi una colossale potenza economica. Il  suo giro di affari, secondo le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, equivale  addirittura all’8-10 per cento del PIL mondiale. Il governo italiano ha  intenzione di fare qualcosa o intende solo abbattere le (già minime)  barriere all’immigrazione illegale?       

di Antonio Socci – Libero

Quando un vescovo cattolico battezzò il padre musulmano

Bishop-Msusa-Posing-With-the-Children-640x300Parlando con i vescovi dell’Africa, a volte emergono storie sorprendenti e bellissime sui loro Paesi, la loro cultura e anche la loro vita familiare.

Una di queste storie è quella dell’arcivescovo Thomas Luke Msusa, dell’arcidiocesi di Blantyre, nel Malawi, che si è convertito al cattolicesimo dall’islam.

L’arcivescovo Msusa, che ha 53 anni, è vicepresidente dell’associazione di 8 Paesi delle Conferenze Episcopali dell’Africa Orientale. È stato ordinato sacerdote dei Missionari della Compagnia di Maria, noti come missionari monfortani.

L’arcidiocesi di Blantyre è situata vicino al confine meridionale del Malawi con il Mozambico.

All’inizio di questa settimana, Aleteia ha parlado con l’arcivescovo Msusa della sua conversione e di quella del padre, che era un imam musulmano.

Eccellenza, abbiamo sentito che in Malawi molti musulmani si stanno convertendo al cristianesimo. Cosa ci può dire al riguardo?

È vero. Ho lavorato nella diocesi di Zomba per 10 anni, e ogni anno alla Veglia Pasquale nella cattedrale c’erano tra i 100 e i 150 adulti che entravano nella Chiesa. E nelle parrocchie ce ne sono altrettanti.

Ho chiesto loro come sono arrivati alla conversione. Hanno detto che è stato attraverso Radio Maria, che è molto potente nel Paese, molto potente. Queste persone ascoltano Radio Maria. Quando celebriamo grandi Messe, Radio Maria è lì. All’inizio, quando la radio non c’era, ascoltavano solo propaganda contro la Chiesa cattolica, ma ora hanno saputo la verità sulla Chiesa. È per questo che si sono convertite al cristianesimo.

A Blantyre, la diocesi nella quale mi trovo ora, accade lo stesso. Quando celebro le Cresime, trovo tra le 20 e le 50 persone della parrocchia che sono musulmane convertite al cattolicesimo.

Non è un problema nel nostro Paese. Nel villaggio dal quale provengo, il 99,9% degli abitanti è musulmano. Alcuni dei miei parenti sono musulmani. Mio padre era un imam.

Lei è cresciuto nella religione islamica?

A 7 anni ho lasciato la mia casa e sono andato in parrocchia perché volevo andare a scuola. Nessuno del nostro villaggio mi avrebbe aiutato, per cui sono stato in parrocchia. A 12 anni ho chiesto il Battesimo, e sono stato battezzato.

Poi ho chiesto al sacerdote: “Come posso diventare come lei?” E lui mi ha mandato in seminario.

Quando sono tornato a casa, i miei parenti e mio padre l’hanno saputo e mi si sono messi contro. Non mi avrebbero riaccolto a casa, per cui sono rimasto sempre in parrocchia. Non mi avrebbero ripreso con loro.

Grazie a Dio, però, sono stato ordinato. Per ringraziare Dio volevo andare a celebrare una Messa a casa, per cui ho chiesto all’anziano della chiesa locale e mio zio – che all’epoca già era cattolico – di organizzare una Messa all’aperto.

La gente rideva e si chiedeva quante persone sarebbero venute, ma alla fine è stata una celebrazione gremita. Sono venuti anche i miei parenti e mio padre, che mi ha detto: “Rifiutavo di permetterti di unirti a questa Chiesa, ma credo che ora probabilmente raggiungeremo il cielo attraverso di te”.

Lo ha detto mio padre, che era un insegnante dell’islam – un imam.

Anche suo padre si è convertito al cattolicesimo?

Quando sono diventato vescovo, sono tornato a casa e ho invitato le persone a venire. E mio padre, un imam, si è inginocchiato e ha detto “Ho bisogno del Battesimo”. Io ho detto: “Padre, per tutti questi anni hai detto che sarei andato all’inferno. Ora verrai all’inferno con me?” (ride)

La nostra formazione nella fede cristiana dura 3 anni, per cui gli ho detto: “Se vuoi diventare cattolico, devi formarti nel cristianesimo per tre anni”. Ha accettato, e nel 2006 l’ho battezzato.

Ora è molto anziano e molto malato. Quando tornerò in Malawi, dovrò andare a casa sua perché possa dichiarare davanti a tutti cos’è diventato. Andrò lì il 29 per portare pace alla mia famiglia. Noi seguiamo il ramo materno. Deve dichiarare che ha voluto unirsi a noi come cristiano, per cui quando morirà non ci saranno problemi per seppellirlo. Sarà mia responsabilità – nostra responsabilità come cristiani – seppellirlo con un funerale cristiano.

Per fare un altro esempio: all’inizio esercitavano pressioni su di me, dicendomi: “Ti allontanerai dalla nostra cultura”, ma ora il capo tradizionale mi ha dato un villaggio e mi ha reso capo. Curo 62 famiglie. Ovviamente come vescovo ho molte responsabilità, per cui il capo è ora mia sorella Christina. A volte, però, mi telefona quando ci sono delle discussioni e mi chiede di andare lì.

È un villaggio di cristiani o musulmani?

È un misto. Siamo insieme. Dopo il Sinodo sull’Africa [nel 2006], ho invitato le persone a unirsi, cattolici e musulmani. Celebriamo la Messa, ci riuniamo, mangiamo insieme. Dico loro: “Dimenticate i vostri problemi, oggi festeggiamo”. Iniziamo con la Messa, e risulta gradita. I cattolici che possono ricevono la Santa Comunione, e anche i musulmani partecipano. Aspettano quell’occasione ogni anno.

di Diane Montagne

Beati i miti. Vita e martirio di un prete in missione in Turchia

slide_9Era inginocchiato a pregare poco prima di celebrare la messa, nella piccola chiesa cattolica di Trabzon, Trebisonda, nel nord della Turchia, sul Mar Nero, quando un giovane gli ha sparato due colpi di pistola alle spalle, al grido di “Allah è grande”.   Così è stato ucciso domenica 5 febbraio don Andrea Santoro, 60 anni, della diocesi di Roma, missionario in Turchia.   Appena avuta la notizia, il cardinale Camillo Ruini ha diffuso questa nota:   “Un sacerdote romano, un parroco di questa diocesi, don Andrea Santoro, da vari anni in Anatolia come ‘fidei donum’ (dono della fede), è stato proditoriamente ucciso oggi nella chiesa di Trabzon, a lui regolarmente affidata e in cui era intento a pregare.

Tutta la Diocesi di Roma, e in particolare i sacerdoti, che amavano e stimavano profondamente don Andrea, già parroco delle parrocchie romane di Gesù di Nazareth e poi dei Santi Fabiano e Venanzio, profondamente colpiti da questa tristissima notizia, elevano al Signore intense preghiere per don Andrea, per la sua anziana madre, per le sorelle e i familiari tutti. Con questo tragico evento si aggiunge un nuovo anello alla lunga catena dei sacerdoti romani che hanno versato il proprio sangue per il Signore. Don Andrea aveva intensamente desiderato e insistentemente chiesto di poter lasciare Roma per l’Anatolia, per essere in quella terra testimone silenzioso e orante di Gesù Cristo, nel rispetto delle leggi locali. La diocesi di Roma, pur nel grande dolore, è orgogliosa di lui e ringrazia il Signore per questa fulgida testimonianza nell’umile certezza che da essa nascerà nuova vita cristiana”.

L’indomani, Benedetto XVI ha inviato al cardinale Ruini e al vicario apostolico dell’Anatolia, Luigi Padovese, due telegrammi commossi, di suo pugno.   Il papa ha definito don Andrea “coraggioso testimone del Vangelo della carità” e ha invocato che “il suo sangue versato diventi seme di speranza per costruire un’autentica fraternità tra i popoli”.   Ma chi era don Andrea? E perché è stato ucciso?   La testimonianza che segue – diffusa da “Asia News” – traccia di lui un profilo essenziale. Ne è autrice una volontaria italiana che in Turchia l’ha conosciuto bene.    ”Fu come un chiodo che rimase nella sua carne…”   di Mariagrazia Zambon    È domenica 5 febbraio. Ho appena terminato la lezione di catechismo ai 12 bambini della nostra parrocchia cattolica qui ad Antiochia, nel sud della Turchia.   Padre Domenico mi blocca in giardino: “Ha appena telefonato il vescovo. Hanno sparato a don Andrea neanche un’ora fa. Morto sul colpo”. Don Andrea Santoro, il parroco di Trabzon, Trebisonda. Non ci posso credere.   Di lui mi ha sempre colpito la tenacia e la serietà. Incontri rapidi, fugaci, i nostri. Ma sempre intensi e con al centro Dio, la sua parola, il suo Verbo, Gesù Cristo, senza mezzi termini.

Mi raccontano che già nel 1993 don Andrea era venuto in visita in Turchia e qui ad Antiochia si era fermato una ventina di giorni: era il suo primo pellegrinaggio in questa che lui definiva la “grande terra santa dove Dio ha deciso di comunicarsi in maniera speciale all’uomo”. E proprio nella città dove per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani ci tenne a fare gli esercizi spirituali in solitudine.   Volle incontrarsi anche con l’abuna ortodosso della città e questi, quasi segno promonitore, cogliendo in lui la passione per i cristiani di questa terra di Turchia, gli regalò un piccolo frammento di ferro gelosamente custodito nel basamento del tabernacolo dell’antica chiesa greco-ortodossa di Antiochia. Frammento che la tradizione vuole essere stata una scheggia di uno dei chiodi di Gesù. Era il 30 novembre, festa di sant’Andrea, e il sacerdote, onorato di tale prezioso dono nel giorno del suo onomastico, lo portò con sé di ritorno a Roma.   Fu come un chiodo che rimase nella sua carne.

Da subito il fascino per questa terra lo ammaliò, in essa riconobbe “le sue ricchezze e la sua capacità – grazie alla luce che Dio vi ha immesso da sempre – di illuminare il nostro mondo occidentale. Ma – diceva – il Medio Oriente ha le sue oscurità, i suoi problemi spesso tragici, i suoi vuoti. Ha bisogno quindi a sua volta che quel Vangelo che di lì è partito vi sia di nuovo riseminato e quella presenza che Cristo vi realizzò vi sia di nuovo proposta”.   Da allora con insistenza aveva chiesto di poter venire quaggiù come sacerdote “fidei donum”.   E io lo conobbi a Istanbul, alla fine del 2001 mentre insieme ci cimentavamo nello studio del turco. Vent’anni più grande di me, lo studio per lui fu veramente faticoso, ma non mollava: era troppo importante per lui l’uso della lingua locale per poter comunicare direttamente con la gente ed entrare in sintonia con loro.   Diceva: “Il turco è una lingua molto difficile e io sono l’ultimo della classe. Non so come andrà a finire, ma essere l’ultimo è comunque utile: aiuta a sentirsi davvero ultimi, con un’umiltà reale e quotidiana”.

Anche a distanza di tempo ammetteva, con il suo sorriso ironico: “La lingua continua ad essere un’esperienza di povertà: dover sempre imparare, poter dire solo un’infinitesima parte di quello che si vorrebbe dire, riparare i malintesi dovuti proprio alla lingua e subito risanarli, oltre che con le dovute scuse, anche con squisiti cioccolatini italiani” .   E poi proseguiva: “Nel preparare le mie omelie ho scoperto che la povertà della lingua mi spinge all’essenzialità, la sua novità mi fa cogliere meglio la novità del Vangelo. La diversità degli uditori, quasi tutti ex musulmani, mi costringe ad andare al cuore dell’annuncio e me ne mostra le insospettabili ricchezze”.   Volle dapprima stabilirsi a Urfa, nel sud est della Turchia, ai confini con la Siria, dove rimase tre anni come presenza orante e silenziosa, in quella città – patria di Abramo – dove non si conta neppure un cristiano.

Eppure anche lì era riuscito a farsi benvolere da tutti, persino dall’imam della moschea vicina.   E così motivava il senso della sua presenza lì: “Urfa (con Harran, il villaggio di Abramo a circa 45 chilometri dalla città) è per me sempre l’eco delle parole dette da Dio ad Abramo: ‘Lascia la tua terra, la tua patria, la casa di tuo padre verso una terra che ti indicherò. Io ti benedirò e tu sarai una benedizione per tutti i popoli della terra’. Urfa è la partenza di ogni giorno. Urfa è Dio che con una intelligenza, un potere e un amore più grande del nostro ha i suoi disegni su di noi e ci chiede disponibilità. Urfa è la potenza di una benedizione, di una gioia e di una fecondità senza fine, di cui Dio si rende garante. Urfa rimane la radice e la bussola del nostro muoverci in Turchia e in Medio Oriente”.

Continuerà a portarsi nel cuore questa città, anche quando gli sarà chiesto di spostarsi al nord, sul mar Nero, a Trabzon, Trebisonda, per essere parroco della chiesa di Santa Maria fondata da tempi antichi dai cappuccini, rimasta sprovvista di un prete da più di tre anni.   Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica di circa 15 persone, una più folta comunità ortodossa sparsa per la città, un’emigrazione femminile dall’est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento, un fiume di giovani musulmani che visitano la chiesa.   “Qui c’è un mondo caro a Dio”, scriveva don Andrea appena approdato a Trabzon, sulla sua “Finestra per il Medio Oriente” lettera di collegamento che poi è diventata anche un sito, da lui fondata “per raccogliere da questa terra le grandi ricchezze che Dio vi ha deposto e per spedire da lì a qui le ricchezze che Dio ha fatto maturare nei secoli.

Un vero e proprio scambio di doni umani, spirituali, culturali e religiosi che possano arricchire entrambi e contrastare quello scambio di odio, di minacce e di guerra che troppo spesso è all’orizzonte”.   Questo il suo obiettivo da sempre: “Aprire una finestra che permetta uno scambio di doni tra la Chiesa cristiana occidentale e quella orientale, riscoprire il flusso di linfa che unisce la radice ebraica e il tronco cristiano, incoraggiare un dialogo sincero e rispettoso tra il patrimonio cristiano e il patrimonio musulmano, una testimonianza del proprio vivere e sentire. Attraverso anzitutto la preghiera, l’approfondimento delle Sacre Scritture, l’eucaristia, la fraternità, l’amicizia fatta di ascolto, di accoglienza, di dialogo, di semplicità, la testimonianza sincera del proprio credere e del proprio vivere”.   Ormai la distanza geografica tra noi si era fatta notevole – più di mille chilometri tra l’estremo nord dove si trovava lui e l’estremo sud della Turchia dove mi trovo io – eppure, appena poteva, continuava a partecipare ai ritiri mensili organizzati dal vicariato dell’Anatolia per noi, sparuto gruppetto di religiosi, religiose e laici, sparpagliati in tutta l’Anatolia, a servizio della Chiesa locale.

Il Natale di due anni fa cominciò a confidarci la sua preoccupazione per le prostitute e il suo desiderio di fare qualcosa per loro a Trabzon: “La prima volta che passai davanti a un locale le ragazze, quasi tutte cristiane dell’Armenia, ci invitarono ad entrare e a prendere un tè. Con me c’era suor Maria con la croce al collo. Dico loro che è una suora. Si parla dei loro figli, dei monasteri che ci sono da loro, della vita difficile nella loro terra… una di loro è pediatra. Qualche giorno dopo, sempre pregando, passeggiamo nella via principale dello stesso quartiere. Una signora che invitava i suoi clienti da un vicolo laterale vede la croce al collo di suor Maria e sbracciandosi ci viene incontro. Bacia la croce e la mano della suora, si fa il segno della croce e l’abbraccia, chiedendole se ha bisogno di qualcosa. Il protettore si avvicina un po’ infastidito, gli dico che la donna è cristiana e che anche noi lo siamo. I locali sono pieni di donne, spesso giovanissime.

Che fare? Lo chiedo ogni giorno al Signore: che ci apra una porta, chiami qualcuna di esse a cambiare vita e ad aiutare le altre, tocchi il cuore di qualche protettore, mandi qualcun altro a collaborare con noi”.   Ho saputo dal vescovo che tempo addietro don Andrea è stato persino in Georgia per prendere contatti con la Chiesa locale in aiuto a queste donne. Una pista d’indagini sul suo omicidio sospetta che il delitto sia legato alla mafia implicata nel traffico di prostitute cristiane provenienti da paesi dell’ex Unione Sovietica.   Un’altra pista, invece, punta sulla provocazione politico-religiosa, sostenendo che l’intento degli istigatori del delitto è stato quello di provocare un conflitto tra la religione islamica e quella cristiana, conflitto attualmente immotivato e inesistente in Turchia, ma esasperato un po’ in tutti gli stati islamici in seguito alle vignette blasfeme pubblicate in Danimarca   Eppure, penso, una persona più innocua e mite di don Andrea, dove trovarla?   Ricordo ancora chiaramente le sue parole l’ultima volta – due mesi fa – che l’ho visto ad Iskenderun, nella sede del vicariato apostolico dell’Anatolia.

Durante il nostro ritiro mensile si parlava della croce e lui non esitava a dire: “Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di Giovanni Battista: ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne. In Medio Oriente Satana si accanisce per distruggere, con la memoria delle origini, la fedeltà ad esse. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita”.   Poi fece una lunga pausa.

Si tolse gli occhiali a mezza luna tenuti sulla punta del naso, lasciandoli penzolare al collo e con ancor più serietà e pacatezza continuò parlando quasi tra sé: “Mi convinco alla fine che non si hanno due vie: c’è solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù”. Scese il silenzio nella sala.   Non una parola di più, non una di meno. Poi guardò l’orologio. Si alzò di fretta, si scusò e prendendo la sua piccola valigia uscì di corsa dalla stanza. Non voleva rischiare di perdere l’aereo per tornare il più in fretta possibile nella sua Trabzon.   Era inginocchiato a pregare in chiesa quando ieri un proiettile l’ha colpito al cuore.

Noi ex musulmani viviamo nel terrore

ayaanhirsialiMilano – «Il mio nome e’ Hamid Laabidi. Il giorno che mi sono battezzato e’ il 25 aprile 1997». Comincia cosi’ il racconto di un uomo di origine marocchina che ha compiuto un percorso di fede per il quale tanti musulmani, anche in Italia, rischiano la persecuzione.

Al Giornale Hamid, mediatore culturale di 42 anni, racconta com’è avvenuta la sua conversione al cristianesimo, tra le perplessita’ di alcuni correligionari e la diffidenza di chi vede un musulmano entrare in chiesa per la prima volta.
In provincia di Vercelli da quasi vent’anni, oggi vive a Borgosesia. Ricorda la difficoltà di un percorso di conversione maturato «dopo sei anni di ricerca spirituale portata avanti senza tagliare i ponti con gli altri musulmani». «Parlando con loro – racconta – avvertivo un pregiudizio, poi sono arrivate minacce concrete se fossi diventato cristiano e sono stato frenato.
Col tempo, però, ho capito che se noi ci sentiamo deboli e abbiamo paura di convertirci, i fanatici dell’islam si sentono forti e pensano di poterti spaventare». «Inizialmente ci hanno provato – spiega Hamid –. Ricordo gesti e parole violente nei miei confronti. Devo ringraziare la comunità cristiana che mi è stata vicina e la cittadinanza che ha rispettato il mio nuovo percorso.

Gli altri musulmani, invece, sono stati messi di fronte al fatto compiuto. Si sono ritrovati un mediatore culturale cristiano. Se un immigrato musulmano aveva bisogno di me non poteva fare a mano di parlarmi. Così le cose si sono quasi normalizzate».
Ma nel frattempo il fanatismo di chi non accetta la libertà di culto è cresciuto nelle comunità islamiche italiane, spiega Hamid, soprattutto con l’ingresso di immigrati che lo hanno importato dai Paesi di origine, «dov’è inconcepibile che un fratello possa abbandonare l’islam». Secondo Hamid è ancora troppa l’ignoranza che i governi di certi Stati arabi trasmettono ai cittadini, che mantengono il loro pregiudizio anche dopo l’arrivo in Italia. «Sembra più difficile scegliere liberamente il proprio credo qui che non a Rabat – conclude – dove ogni tanto faccio ritorno ed entro tranquillamente in chiesa».
In Italia ci sono infatti centinaia di convertiti che vivono in segreto la nuova condizione, almeno inizialmente.

Alcuni sono riusciti a superare la paura grazie al sostegno di cittadini italiani. Altri stanno chiedendo consiglio ad amici immigrati che vivono in Italia da più tempo. È il caso di Ahmed Mohamed, padovano di origine egiziana che al Giornale confida le difficoltà di un musulmano che vorrebbe convertirsi. Lui, per esempio, lo ha fatto soltanto a metà. Non ha ricevuto il battesimo perché non si sente tutelato: «Lo Stato pensa che nelle comunità islamiche siamo tutti fratelli, mentre lo scorso anno hanno dato fuoco alla mia auto per intimorirmi.

La diffidenza è molto forte – spiega – perché assumendo un nome cristiano si capisce che hai lasciato l’islam». Ahmed ha però superato le perplessità dei familiari e le ire di alcuni correligionari, assicurando almeno al suo primogenito il battesimo. «Per i miei genitori è stato quasi un disonore quando mi sono presentato con un crocefisso addosso, mentre a Padova, dove la situazione è sempre più tesa, non posso certo ostentarlo».

La libertà religiosa è ancora tabù nelle comunità islamiche. Per questo è stata richiesta massima riservatezza da altri venti musulmani che hanno trovato il coraggio di ricevere il battesimo in Italia proprio in questi giorni. Sono diventati cristiani nelle festività pasquali, ma in segreto. Quattro egiziani sono stati battezzati in Sicilia, nel Palermitano. Due tunisini in Calabria, una donna nel Viterbese. Altri due stanno invece valutando di sposarsi in una chiesa di Modena, sempre con il sostegno della comunità cristiana.

Vivi come se dovessi morire martire oggi

martiriLe parole del titolo sono della luminosa figura del XX secolo, il fratello universale, Charles de Foucauld, ucciso dai musulmani a cui si era dedicato con un’eroica gratuità di presenza. Esse mostrano che il suo martirio, probabilmente un errore umano, non l’ha colto impreparato! Egli ebbe a scrivere anche: «Vuotiamo, vuotiamo il nostro cuore di tutto ciò che non è la cosa unica… Il nostro unico tesoro sia tutto di Dio, in Dio, tutto per Dio… Lui solo; siamo vuoti di tutto, tutto, tutto, tutto il creato, distaccati anche dai beni spirituali, anche dalle grazie di Dio, vuoti di tutto… per poter essere completamente pieni di Dio».

Le parole di frère Charles ci danno il vero senso del martirio, inteso non come momento tragico, ma come esistenza teodrammatica, come unico vero caso reale e serio.La pensa similmente Abraham Joshua Heschel: «Esiste un solo problema reale e serio, quello del martirio. Si tratta della questione: c’è qualcosa di talmente valido che valga la pena di vivere per esso, qualcosa di abbastanza grande per cui valga la pena morire? Possiamo vivere la verità soltanto se abbiamo anche la forza di morire per essa».

Queste parole non nascono in un momento di infiammazione oratoria che ogni predicatore sente attraversare le proprie vene ogni tanto. Nascono invece dall’esperienza di un grande uomo, un rabbino che è stato deportato in campo di concentramento su un carro bestiame.

Vale la pena vivere, se c’è qualcosa per cui vale la pena morire. Parole forti, esigenti, che forse ha diritto di dire soltanto chi si è trovato veramente di fronte all’opzione ultima e ha scelto con coraggio. E quanti cristiani, di tutte le confessioni, hanno vissuto la verità di quest’affermazione nel XX secolo, (il secolo in cui sono stati uccisi più cristiani che nei 19 precedenti!)? Il sangue dei martiri è seme dei cristiani.

A ragione papa Giovanni Paolo II ci ricorda che «non le cosiddette “concessioni” dell’imperatore Costantino garantirono lo sviluppo successivo della Chiesa, ma furono la “la seminagione dei martiri” e “il patrimonio di santità” a caratterizzare le prime generazioni cristiane»

.Eppure, sul martirio ci sono sempre stati alcuni luoghi comuni, fomentati dall’ultima ondata di kamikaze dell’islamismo fondamentalista. Il martirio cristiano è ben altra cosa. Non è una scelta di morte, ma una scelta di vita, della Vita. Non è una scelta contro, ma una scelta per.

Ce lo ricorda il biblista Bruno Maggioni: «il martire non sceglie la morte, ma un modo di vivere, quello di Gesù». Nella stessa linea, il genio letterario di T.S. Eliot fa dire la concezione cristiana del martirio al vescovo Thomas Becket nella sua ultima omelia prima del martirio: «Un martire, un santo, è fatto sempre dal disegno di Dio, dal suo amore per gli uomini, per ammonirli e per guidarli, per riportarli sulle sue vie.

Un martirio non è mai un disegno d’uomo; poiché vero martire è colui che è divenuto strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio: non perduta ma trovata, poiché ha trovato la libertà nella sottomissione a Dio. Il martire non desidera più nulla per se stesso, neppure la gloria del martirio».Il martirio è il caso serio che ci ricorda che non esiste una fede «low cost» (papa Francesco), esprime una conformazione a Cristo nella vita e nella morte. E non sempre la morte è la morte corporale.

A volte è il martirio delle circostanze, il martirio di una malattia, di una solitudine vissuta con e per amore. Il martire di oggi può anche essere, come spiega bene Timothy Radcliffe , «un insegnante che rimane desto fino a tardi per preparare la lezione per il giorno dopo, o anche solo qualcuno che si preoccupa di sorridere a chi è spossato, sfinito. Può trattarsi di dire sinceramente ciò che si pensa, anche se questo potrebbe rovinare la carriera o far perdere il lavoro».
Il libro di Gerolamo Fazzini, Scritte con il sangue. Vita e parole di testimoni della fede del XX e XXI secolo raccoglie testimonianze in prima persona di ben più di 100 testimoni, per la maggioranza cattolici, ma non solo, perché il martirio è una delle dimensioni di ecumenismo spirituale donate dallo Spirito a tutti cristiani. E non mancano alcuni estratti di figure non cristiane come l’indù Gandhi, l’ebrea Etty Hillesum e il musulmano algerino Said Mekbel.
Di Robert Cheaib

Pakistan – La clausura degli Angeli, cara ai musulmani di Karachi

Nel Paese in cui il 95% della popolazione è musulmana, dal 1959 esiste un convento di contemplative domenicane. La clausura ospita nove suore di cui sette pachistane. Le religiose raccontano: “Molti fedeli islamici confidano nelle nostre preghiere e inoltre sostengono il nostro monastero”.

Karachi . Esiste un solo convento di clausura in Pakistan. È il monastero degli Angeli di Karachi. Ospita nove suore domenicane: sette pachistane, una americana ed una srilankese. Dedicano la loro vita alla preghiera perpetua per i cristiani, ma non solo. Una di loro racconta ad AsiaNews: “Ad ogni ora del giorno c’è almeno una sorella presente nella cappella per la preghiera e l’adorazione perpetua del Santissimo. Le nostre preghiere non sono solo per i cristiani, ma per tutti senza alcuna distinzione. Persone di ogni credo vengono da noi a chiedere l’aiuto della nostra preghiera. Oltre ai cattolici vengono anche musulmani e protestanti. Molti ci scrivono lettere o telefonano, oppure mandano fax e mail per chiederci di pregare per loro”.

Il monastero degli Angeli è un luogo caro a molti musulmani. Raccontano le suore: “Molti fedeli islamici confidano nelle nostre preghiere e sono soliti venire da noi per chiederle oppure si servono di amici. Inoltre sostengono il nostro monastero. La nostra vita è dedicata alla preghiera e al sacrificio, per il Paese ed il mondo. Aiutiamo la società, la Chiesa ed il popolo nei loro bisogni e sofferenze attraverso la nostra preghiera. Noi non predichiamo, troviamo la soluzione ad ogni problema nella preghiera”.

La madre superiora del monastero e la sua assistente leggono i giornali per informarsi sulla situazione del mondo. “Comunicano alle altre sorelle le cose più importanti che sono successe come gli attentati, l’aumento dei prezzi o altri avvenimenti che sono motivo di bisogno o di sofferenza per la popolazione. Noi aggiungiamo questi fatti alle altre intenzioni di preghiera”.

Il monastero ha una casa di accoglienza dove singole persone, gruppi di religiosi o laici sono soliti andare per meditare e pregare. “Curiamo noi stesse l’accoglienza per i visitatori e cuciniamo anche per loro”. A separare le suore dal mondo esterno c’è sempre una grata. Le divide dagli ospiti che ricevono in visita, dal sacerdote che celebra per loro la messa, anche dai parenti che in giorni e tempi fissati vengono a trovarle

Parlando del ridotto numero di suore nel monastero le domenicane raccontano che molte famiglie vedono la vita monastica come una strada molto difficile e quindi sono solite scoraggiare le figlie che intendono intraprendere la via della comunità claustrale. A questo proposito padre Bonnie Mendes, anziano e stimato sacerdote cattolico della zona, spiega ad AsiaNews che “la vita di preghiera deve essere vista con gli occhi della fede per comprendere che le loro preghiere aiutano la Chiesa locale e la società”.

La vita quotidiana del convento è simile a quella delle altre clausure sparse nel mondo. Le suore sono solite fare pane, torte e dolci – padre Mendes ci tiene a dire che “sono di ottima qualità” – e producono particole e vino per le parrocchie. I “prodotti” vengono depositati in una piccola apertura da dove vengono prelevati da alcuni laici. Questi li consegnano ai fattorini per la distribuzione o li portano direttamente nelle parrocchie.

La storia della nascita del convento di Karachi inizia negli anni cinquanta. Fu il domenicano Francesco Benedetto Cialeo, missionario di origine avellinese divenuto poi vescovo di Faisalabad nel 1960, a cercare la strada per aprire un convento di clausura in Pakistan. Conobbe delle suore contemplative a Los Angeles e cercò di favorire il loro arrivo nel suo Paese d’adozione.

La fondazione della clausura avvenne però qualche anno dopo su iniziativa di monsignor Joseph Marie Anthony Cordeiro. Quando divenne arcivescovo di Karachi nel 1958, una delle sue prime decisioni fu quella di invitare una comunità di contemplative nella diocesi. Chiamo le suore di Los Angeles e due domenicane, madre Mary Gabriel e suor Mary Imelda, arrivarono a Karachi nell’aprile del 1959. Nel dicembre dello stesso anno nove contemplative del monastero di Los Angeles arrivarono in Pakistan fondando il monastero nella città. Dopo nove anni, il 20 luglio 1968, il convento venne trasferito da Ingle road alla sua sede attuale fuori Karachi (nella foto il gruppo delle suore nei primi anni dopo lo spostamento del monastero). di Qaiser Felix