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Il cliente origine e causa della prostituzione

Dal momento che e’ la domanda a determinare e sostenere l’offerta, tra i principali attori del mondo della prostituzione c’e’ sicuramente il “cliente”.

Tanti nomi per definire il ruolo della donna che vende il proprio corpo, uno solo per chi ne fruisce. Ma come per ogni servizio commerciale, dietro all’anonimato del termine “cliente” c’è una moltitudine di acquirenti. In Italia sono almeno 2 milioni e mezzo a cercare sesso in strada, in luoghi chiusi, su internet. La stima di 2,5 milioni e mezzo di clienti è stata fatta recentemente dall’università di Bologna ed è basata sul numero delle prostitute (circa 25-30mila), moltiplicato per il numero di prestazioni giornaliere (circa 10) e i giorni della settimana lavorati. In genere sette su sette.

È difficile tracciare un profilo tipo del cliente perché sono persone normali, insospettabili, che appartengono a ogni ceto sociale (dall’impiegato all’alto dirigente), ad ogni livello di istruzione ed età, appartengono a entrambi sessi (ma sono certamente di più i maschi), hanno diverse nazionalità (molti oggi sono stranieri, più deboli socialmente e segnati nella loro identità, debolezza che spesso si traduce in aggressività). Molti sono uomini sposati, che considerano il rapporto con la prostituta come ‘complementare’ a una relazione stabile. In generale, volendo trovare un denominatore comune, sono interiormente soli per una palese incapacità di rapportarsi all’altro sesso.

Le motivazioni

Ovviamente li spinge la ricerca di sesso, ma c’è una varietà di sfumature che definisce in modo più articolato le possibili spinte:

rassicurazione alla propria virilità. A volte questo conferisce al commercio sessuale una sorta di funzione “terapeutica” (per categorie deboli, vedi il caso dei disabili), a volte è una via preferenziale di iniziazione al sesso, perché non ti espone alla paura di sbagliare o di essere giudicato non all’altezza.

– soddisfazione immediata di un bisogno biologico, che rivela una concezione egoistica del piacere.

curiosità e desiderio di nuove esperienze, vale a dire ricerca di diversità, sia etnica (come avviene ad esempio nei riguardi delle donne africane), che sessuale (come nel caso dei rapporti con transessuali).

– dimostrazione ed esercizio di un potere sessuale ed economico, e affermazione della propria supremazia maschile di fronte ad un oggetto sessuale degradato e vulnerabile

– la compulsione, cioè l’essere vittime della propria incapacità di gestire le proprie inclinazioni, i propri appetiti

– il bisogno di ascolto. Alcuni sono spinti dalla ricerca di ascolto, di coccole, a volte addirittura dalla ricerca di amore

– altri, al contrario, sono spinti dal desiderio di una pratica sessuale che sia esplicitamente priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo o affettivo (cosa che, per alcuni clienti sposati, non equivale a infedeltà)

– i giustizieri. Generalmente in gruppo, vogliono punire le prostitute per il giudizio moralistico che hanno su di loro.

Le richieste e la concezione della donna

I clienti chiedono ciò che non possono fare con le loro mogli o compagne, giochi erotici, sesso trasgressivo o “estremo”, imitazione dell’immaginario che deriva dalla pornografia, per soddisfare gusti particolari. E’ una sessualità che non contempla la responsabilità nei confronti dell’altro ma si alimenta di animalità. Osservandoli mentre girano in macchina scrutando le ragazze prima di sceglierle, l’impressione è di assistere a un rituale quasi più importante del consumo stesso, una simbolica caccia che mira allappagamento del gusto estetico, oltre che di quello sessuale.

Alcuni cercano le minorenni, perché la giovane età accentua il senso di supremazia. C’è poi in alcuni l’assurda convinzione che le minorenni ti preservino maggiormente dal rischio di contagio dell’Aids. A questo proposito, si riscontra frequentemente la richiesta di rapporti non protetti, con clienti disposti a pagare anche quattro o cinque volte di più pur di soddisfare questo desiderio. Ma così aumentano irresponsabilmente i rischi di contagio sia sulle ragazze che su mogli e fidanzate ignare..

Capita che i clienti si innamorino, che investano anche sul piano relazionale, che vogliano colpire e conquistare la prostituta. Sono presenti in questa dinamica anche atteggiamenti salvifici. Emerge cioè l’idea del maschio come colui che può garantire sicurezza e protezione. Per questa tipologia di clienti sono le donne “normali” ad essere inaffidabili.

Tali clienti possono essere una valida risorsa, perché rappresentano per le ragazze un canale per arrivare a servizi che altrimenti non sarebbero alla loro portata. Spesso però accade che sia il cliente stesso a ritrovarsi vittima di una situazione in cui la ragazza approfitta della sua disponibilità economica e affettiva, al fine di saldare più in fretta il debito contratto con gli sfruttatori.
(Clicca qui per approfondire)

In generale, la concezione della femminilità di cui i clienti sono lo specchio è molto bassa: si cercano donne remissive e accondiscendenti, oggetti e non essere umani, sfogatoi per le proprie pulsioni e frustrazioni o, nella peggiore delle ipotesi, bersagli di una violenza che esprime la connessione oggi molto accentuata tra sessualità, potere e mercificazione.

La questione morale

I clienti non percepiscono la questione morale. Faticano a vedersi come ingranaggi di un sistema di violenza e sfruttamento. I più sembrano non rendersi conto della forte implicazione che i loro atti hanno rispetto al problema dello sfruttamento, ignorando (volutamente?) che la loro domanda favorisce e incrementa un’offerta che ha stretti legami con la criminalità organizzata.

Sono poi molti gli alibi etici e le giustificazioni a disposizione del cliente: “le ragazze sapevano cosa sarebbero venute a fare”, “a loro piace farlo”, “se non portassero soldi a casa verrebbero picchiate, dunque in qualche modo le sto aiutando” ecc.

Lo sdoganamento sociale

La nostra società ha contribuito pesantemente a sdoganare il maschilismo, a legittimare moralmente che tutto possa essere considerato alla stregua di merce. Più in dettaglio, rispetto alla prostituzione c’è una costruzione sociale negativa nei confronti delle prostitute e una positiva nei confronti del cliente. Ma così facendo si nega la comune responsabilità, e diviene troppo facile per il cliente sottrarsi al pungolo della morale.

Inoltre, a leggere i giornali sembra quasi che, se prostituirsi per pochi soldi e con clienti umili sia deplorevole, oltre che illegittimo, prostituirsi per una tariffa adeguata e con persone di potere lo sia meno: meno deplorevole, meno illegittimo. Come se in fondo la vera colpa, anche morale, fosse quella di non avere soldi. La povertà.

Quando poi emergono fatti relativi alla prostituzione ad alti livelli, spesso si palesa una strisciante e maschilista solidarietà per l’uomo di potere vittima delle proprie debolezze, con l’immediato corollario che il proprio privato sia, appunto, privato, una dimensione sulla quale non si esprimono opinioni, non si esplicitano condanne.

Risoluzione Ue: “Punire i clienti: chi acquista sesso compie reato” febbraio 2014

Il testo Honeyball votato da 343 eurodeputati chiede a tutta l’Unione di adottare il ‘modello nordico’ (Svezia, Islanda e Norvegia), (clicca per approfondire) sistema fortemente repressivo che mira a eliminare le legislazioni che hanno legalizzato o depenalizzato la pratica di questo mestiere. “I paesi dell’Ue dovrebbero ridurre la domanda di prostituzione punendo i clienti, non le prostitute”, “la prostituzione è una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani”. Nel testo si invitano gli Stati membri a recepire negli ordinamenti nazionali la direttiva contro la domanda di prostituzione.
Armando Buonaiuto – Corso di formazione volontari Amici di Lazzaro

Luoghi di prostituzione e luoghi d’uscita: il caso di Torino

Intervista di Elisabetta Mirone a Paolo Botti sulla prostituzione a Torino

Da quanto lavori nel campo del contrasto alla tratta delle donne? Dal 2000

Prima di lavorare per la tua attuale associazione hai avuto altre esperienze in questo campo? Ho fatto accoglienza di donne profughe e vittime di tratta. Come opera la tua associazione? Di quali aspetti vi occupate?
Le nostre attività vanno dall‟attività di strada, all‟accoglienza di chi fugge dalla tratta, a percorsi di formazione linguistica e aiuto materiale alle ex vittime.

Mi parleresti meglio delle unità di strada? Come funzionano? Quanti approcci positivi riuscite a portare a termine? Dove operate? Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate?
Sono composte da 4-6 volontari che incontrano le ragazze in strada, specializzandosi sulle nigeriane, proponendo la fuga e aiuto per lasciare gli sfruttatori e/o proposte di formazione e aiuto per lasciare la strada anche in altri modi diversi dalla denuncia delle madame. Operiamo su Torino e la difficoltà maggiore è fornire formazione adeguata alle poche risorse culturali delle vittime. Altra difficoltà è il trovare posti di lavoro per chi cerca di lasciare la strada.

Come funzionano le case di fuga?
Non ce ne occupiamo, se non in casi eccezionali in cui per una ragazza in fuga non si trovi posto nelle case abituali di accoglienza. In tal caso la ospitiamo riducendo al minimo uscite e contatti con l‟esterno per evitare che venga trovata o qualcuno la veda e/o minacci lei o i famigliari.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nella vostra attività’ (dall‟unità di strada all‟inserimento lavorativo)?
Il lavoro sicuramente, poi la lingua sia per le ragazze aiutate sia per i volontari.

Mi parleresti meglio, in base alla tua esperienza, di come si localizza la prostituzione a Torino?
Quali sono le zone più „calde‟, come le diverse nazionalità si spartiscono il territorio, come evolvono questi fenomeni. NIGERIANE: Mirafiori sud – strada Settimo, Via Ala di Stura, Pellerina, Strada del portone (grugliasco), Albanesi e romene: via Ormea/via giuria, via Sansovino, via ReissRomoli, c.Traiano, C.Svizzera Altre nazionalità sparse a piccolissimi numeri.

Quali sono i caratteri della prostituzione a Torino? Si differenzia da altre città? Se sì come?
A Torino è prevalentemente in strada con solo un 10% al chiuso in appartamenti.
Qual è il quadro legislativo italiano in merito a chi esce dalla tratta? L‟art. 13 della legge 228/2003 e l‟art. 18 del “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell‟immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” stabiliscono delle misure di assistenza per coloro che escono dalla tratta, mi spiegheresti un po‟ meglio cosa significano concretamente questi articoli all‟interno del vostro lavoro? Li ritieni efficaci? È sempre possibile metterli in pratica?
Non riesco in breve a spiegarli, l‟essenza è che chi denuncia ha come diritto: PDS, accoglienza, percorsi di formazione e lavoro. Chi non denuncia per gravi motivi ha le stesse agevolazioni, ma la via senza denuncia viene concessa più raramente (varia a seconda delle questure). Oramai entrambi sono meno appetibili per chi deve rischiare una denuncia perché il 90% delle donna ha già un pds o sa di ottenerlo con finte richieste di asilo politico o pds umanitario.

Mi sapresti parlare del ruolo della polizia e delle forze dell‟ordine nel contrasto alla tratta nel contesto torinese? Quali sono i vostri rapporti? Come vi coinvolgono? Come si può arrivare ad un controllo più efficace delle reti dei trafficanti in un futuro prossimo?
Pochi rapporti, solo per le denunce che non facciamo fare noi direttamente. Riteniamo l‟azione della polizia irrisoria forse perché la prostituzione è ritenuta meno importante rispetto a droga e altri crimini. Le denunce sono tante, i processi e arresti pochi.

Esistono grandi differenze nel modo di operare tra la tua associazione e le altre presenti sul territorio? Se sì me ne parleresti meglio?
Gran parte delle associazioni fa la parte sanitaria, per noi c‟è prioritario che conoscano le vie di fuga e di reinserimento, poi manteniamo in contatti nel tempo anche con chi si libera.

Ritieni che politiche volte al controllo della domanda, quindi al cliente, come quelle adottate in Svezia, potrebbero essere più efficaci nel contrastare il fenomeno della tratta? Perché?
Si, è l‟unica via che può ridurre la domanda cambiando l‟accettazione sociale dell‟essere clienti. Inoltre la legge svedese non punisce le donne ma solo chi acquista rapporti sessuali.

Ritieni al contrario che regolamentare la prostituzione contribuirebbe a combattere i traffici criminali più efficacemente? Perché?
La regolamentazione non riduce mai il fenomeno ma lo amplifica, inoltre con l‟immigrazione in atto nei paesi occidentali, si aprirebbe un mercato amplissimo di donne disperate con un abbandono della lotta alla tratta come ormai avviene in Olanda e Germania in cui le donne sono regolarmente e legalmente sfruttate.

Per la tua esperienza, cosa si potrebbe fare per contrastare la tratta più efficacemente? Pensi che delle iniziative di cooperazione coi paesi d‟origine delle vittime sarebbero efficaci? Quali potrebbero essere alcune soluzioni strutturali del problema?
Si. Mancano vere e imponenti campagne di informazione e lotta alla tratta. Manca la lotta a chi collabora in Africa con i trafficanti (ad esempio arrestare gli stregoni che compiono i riti „wodoo‟ che legano psicologicamente ragazze alle sfruttatrici), manca il sequestro dei beni delle madame. Manca il rimpatrio forzato di chi sconta pene legate alla tratta.

Giovane nigeriana, dalle tenebre della tratta alla luce della fede

nigeriana“Il Signore solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere con i principi, con i principi del suo popolo”. Le parole del Salmo 112 sembrano scritte proprio per Elisabetta, una ragazza nigeriana di 22 anni, portata via dal suo Paese, costretta a prostituirsi, ridotta in schiavitù, fino a che riesce a ribellarsi e a trovare la libertà anche spirituale.

La svolta, come spesso accade, si presenta sotto forma di un incontro. Suor Eugenia Bonetti ed Elisabetta – si legge su “Credere” – si incontrano per la prima volta alla stazione Termini di Roma, dieci anni fa. Suor Eugenia, missionaria della Consolata, responsabile dell’Ufficio tratta donne e minori dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (Usmi), coordina una rete di 250 suore di 70 congregazioni che operano in più di cento case di accoglienza.

E’ allora che la suora le propone di lasciare la strada e quella vita di sfruttamento e abusi. Le promette accoglienza in una casa-famiglia perché possa prendersi cura di sé e della bambina che porta in grembo. A quel tempo, però, Elisabetta non voleva quella figlia frutto di tante umiliazioni e violenze subite in strada.

“Ricordo la sua decisione, molto sofferta, di un mattino di ottobre – ricorda suor Eugenia – quando scappò dalla strada per accettare l’incognita in un ambiente nuovo, con persone sconosciute e che paravano una lingua che lei ancora non capiva. Ricordo la sua disperazione e i suoi singhiozzi, i suoi alti e bassi, le sue paure e le sue attese, le lacrime e i sogni, la rabbia e il silenzio, la nostalgia della famiglia, ma anche la vergogna e la paura di non essere più accolta dai genitori se avessero saputo…”.

Poi ci fu un contatto telefonico con la mamma. Quella telefonata, in cui la madre le chiedeva di accogliere la figlia con amore, perché ogni vita è sempre un dono di Dio, fu il primo passo decisivo per la rinascita di Elisabetta, culminato in seguito col Battesimo nella Basilica di San Pietro ricevuto dalle mani di Giovanni Paolo II. Oggi Elisabetta lavora in una scuola, è inserita nella comunità parrocchiale, è sposata con un connazionale e attende con gioia il suo terzo figlio.

Ricorda ancora suor Eugenia: “Risento le sue parole al telefono subito dopo il primo parto: ‘Senza il vostro aiuto e la vostra accoglienza, ora non sarebbe nata la mia bambina, ma non ci sarei stata nemmeno io, giacché la vita per me non aveva più senso’”.

La gente mi comprava, mi usava, mi urlava contro. Parla Joy

black1Sono Joy ho 22 anni, mia mamma è del Ghana e mio padre di Benin City (nigeriano). Dopo le secondary school, ho fatto la parrucchiera, la cameriera e la sarta. Non avevo i soldi per continuare gli studi e con la mia famiglia ho deciso di venire in Europa a lavorare. Siamo andati dall’ Asè – native doctor, per fare l”agreement” con lo sponsor-madame. Dovevo pagare 60.000 euro. In Italia ho capito che non mi avevano detto la verità, quanto tempo avrei dovuto stare in strada?”, “pensavo alle promesse fattemi a Benin City, lavoro? quale lavoro!! qui c’è solo la strada , e gente che mi urla contro, che mi usa, che mi compra per fare sesso con me!”. E poi i ladri, quelli che ti picchiano, le botte della madame, il freddo.

Avevo parlato già tante volte con i volontari dell’ associazione Amici di Lazzaro che mi parlavano, mi davano del the caldo, poi una sera ho chiesto aiuto a loro. “Avevo capito che ero libera dall’agreement (il giuramento di fedelta’ fatto a chi ti aiuta a venire in Europa, in teoria era un benefattore) con la Madame: non mi aveva detto la verità, tante bugie, tante violenze, sono scappata e sono andata da loro”. “Mi hanno accolta da dei loro amici della chiesa cattolica, ho parlato con la mia famiglia in Nigeria spiegando che la Madame era stata molto violenta con me e che non dovevamo più pagare nulla”. A Torino un prete cattolico mi ha benedetto e sono libera e protetta da ogni Voodu-Juju, sto bene! Ho i documenti e lavoro.

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se volete aiutare una ragazza o sostenere dei progetti di reinserimento: info@amicidilazzaro.it
sms/whatsapp tel. 340 4817498

(possono chiamare anche direttamente le donne/ragazze sfruttate in inglese, francese, rumeno, italiano, 24 su 24)

Jennifer sperava un lavoro ha trovato dolore

Benin City (Nigeria), quando una coppia nigeriana le propone un lavoro da operaia in Italia, Jennifer firma un contratto : col suo lavoro si impegna a pagare circa 42.000 euro agli “intermediari” per il viaggio e tutte le pratiche.

Arrivata in Italia con l’aereo, iniziano le prime sorprese: il lavoro non c’è, il passaporto le viene ritirato, c’è però una casa e persone che le spiegano che per pagare tutti quei soldi dovrà prostituirsi. Non serve a nulla ribellarsi, loro hanno dalla loro la forza fisica, le minacce di coinvolgere la sua famiglia e lei è sola e lontana da casa.
Inoltre la minacciano con i riti Wodoo-Juju che la spaventano moltissimo.

Inizia ad andare in strada di notte, vede “clienti” quasi tutti italiani, ma niente altri contatti esterni, esce di casa a volte ma solo insieme alla sua “madame”, che se guadagna poco la sgrida o la picchia. Il debito intanto non scende mai anche se rimedia 100 Euro a notte .
Si sente “sporca”, si sente vittima ormai senza via d’uscita, rassegnata, poi una notte d’autunno la incontriamo con uno dei nostri gruppi, parliamo un po’ e prima di andare via la salutiamo, e lei chiede di fare insieme una preghiera in inglese e un canto nella sua lingua, dicendoci una piccola bugia “sono povera e sono qui per far soldi”. Nasce pian piano l’amicizia, ritorniamo spesso per salutarla, finchè lei un giornovince la paura e decide di aprirsi e chiedere aiuto.

Insieme decidiamo come poterla aiutare, e finalmente riesce a scappare dalla casa-prigione in cui da tempo ormai usciva solo per prostituirsi.
Prima vive in una comunità protetta, poi arrivano i documenti, studia l’italiano, impara a cucire bene e arriva infine il lavoro e una casa indipendente.

Oggi è serena, la sua vita è diversa, l’amicizia con i ragazzi e le ragazze del gruppo è continuata, oggi usa il suo vero nome “S.”.
E noi “Amici di Lazzaro” siamo felici di sapere che tante altre Jennifer stanno lasciando la strada per una vita nuova.

Se volete aiutare tante Jennifer …….chiamateci.

Spiritualita’, liberta’ e consolazione (di Paolo Botti)

liberta-personaleL’impegno dell’associazione che rappresento, Amici di Lazzaro, e’ articolato. Per contattare le vittime di tratta i volontari escono due-tre sere a settimane in strada, con una cosiddetta “unità mobile”

L’associazione è formata da un centinaio di volontari tra cui non ci sono né mediatori né operatori. Fra le attività proposte alle donne contattate ci sono: un laboratorio di italiano per ragazze (non solo quelle che provengono dalla tratta); un’attività di doposcuola per bambini, cui partecipano anche figli di ragazze che sono state vittime della tratta; il supporto legale e consigli sulla ricerca di lavoro, formazione e la possibilità di fuggire dallo sfruttamento (art.18 o vie ordinarie di legalizzazione).

 

La dimensione della spiritualità delle ragazze nigeriane è importante sia quando sono ancora in strada, sia quando ne sono uscite.

 

E’ molto utile capire la posizione della famiglia di provenienza rispetto alla spiritualità sia per quel che concerne il ju-ju, la religione tradizionale, sia per la confessione cristiana di appartenenza. E’ fondamentale capire che importanza ha per lei, e per la sua famiglia, il giuramento fatto con gli sponsor trafficanti. A volte le ragazze non credono al vudu, ma i loro famigliari sì, questo le influenza perché le lamentele e le pressioni dei parenti creano molta ansia e preoccupazione in loro, la paura delle famiglie non può essere dimenticata. Se invece crede anche la ragazza nell’efficacia del giuramento (nel patto fatto con il tradizionale rito vudu) e ha paura è necessario intervenire su di lei e sulla famiglia; se la paura rimane latente la persona è come bloccata e molti comportamenti a noi incomprensibili possono avere origine proprio dal terrore del vudù o dalla lettura che le ragazze danno di eventi quotidiani in chiave vudù:

La compagna di stanza russa o parla nel sonno : “è una strega”.

Il sognare un parente: “è la madame che vuol fare qualcosa di male”.

Ammalarsi e prendere la febbre o dolori: “ è una punizione”.

Muore un parente: “è colpa mia” “è stata la madame”.
“Father, pray for me, padre , preghi per me”

Per tentare di aprire una breccia in questo mondo spirituale complesso e a noi così lontano, la nostra associazione ha creato una rete di sacerdoti che non necessariamente vengono in strada con noi ma che conoscono il problema (e che preferibilmente conoscono l’inglese) e sono disponibili ad incontrare in chiesa o parlare al telefono alle ragazze.

Argomento dei colloqui possono essere semplici richieste di preghiera della ragazza o domande su questioni spirituali. Non si tratta quindi di confessione o sacramenti ma piuttosto di assistenza e consigli spirituali.

Dato che lo sfruttamento nigeriano ha come specifico l’aspetto spirituale bisogna lavorare molto su questo piano e vi sono vari segni cristiani graditi dalle ragazze: le “chaplet”ovvero rosari con il crocifisso da portare al collo, il Vangelo o la Bibbia in inglese e altri gesti di natura religiosa come dare alle ragazze un messaggio cartaceo o un sms con una frase di incoraggiamento o riflessione tratta dalla Bibbia. Infatti moltissime ragazze mandano messaggi ai parenti, ai fratelli, alle sorelle in Nigeria scrivendo frasi della Bibbia, specie dai Salmi, per esempio: «The Lord is With you», oppure «The Lord is my sheppard».

“Una volta siamo andati a casa di una ragazza che era uscita dalla tratta: tutte le sere chiamava il fratello, si metteva in ginocchio e pregava in diretta telefonica insieme a lui, in Nigeria e lei in Italia. Anche se le ragazze sono talvolta cristiane protestanti in genere le ragazze accettano volentieri un colloquio con un sacerdote cattolico, perché è visto come una figura affidabile e come una opportunità interessante.”

“Avevo giurato di pagare, lo spirito (del juju) mi punirà?” Il compito dei sacerdoti o altre figure religiose è anche quello di rassicurare sulla correttezza della scelta fatta dalla ragazza quando hanno lasciato i propri sfruttatori senza saldare il debito rompendo quindi anche un giuramento vudù.

In prospettiva sarebbe utile un accompagnamento anche alla crescita umana e spirituale della persona, per andare oltre la paura, e curare spiritualmente le ferite subite nella tratta. Talvolta i colloqui spirituali possono essere utili anche per chi ha non è stata sfruttata, ma che nella sua vita di strada ha conosciuto violenze, umiliazioni e ferite che lasciano comunque il segno. L’assistenza spirituale non esclude un eventuale supporto psicologico, perché si tratta di piani diversi.

 

Creare una rete di sacerdoti, suore, religiosi in genere può essere di grande aiuto per le ragazze che credono nel vudù e nel ju ju perché molte di loro hanno paura, si sentono perseguitate, oppure hanno sofferto talmente tanto che hanno bisogno di guarire da sofferenze che sono di tipo spirituale.

Un altro aspetto importante è il fatto che noi diciamo spesso alle ragazze che il giuramento non è valido se non è stata detta loro tutta la verità, cioè che se c’è stata la menzogna nell’atto della sua formulazione il patto è nullo. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, proponiamo alle ragazze che accogliamo una riflessione su Dio che, diciamo loro, viene non solo a consolare ma soprattutto a liberare. Purtroppo spesso per le ragazze Dio è solo una fonte di consolazione che si esplica col sollievo portato dalla preghiera. Noi cerchiamo di riportare l’essenza vera del cristianesimo: Dio non viene a dare consolazione, ma viene a dare libertà. Insistiamo anche sul fatto che la libertà non evita il ricevere il male, cioè se tu credi in Dio non eviti la sofferenza. Dio non ti libera dal ricevere il male, ma dal farlo. Dio non ti libera dal dolore, ma dalla disperazione del dolore. Quindi incoraggiamo le ragazze a credere in Dio perché questo darà loro la forza per affrontare le avversità e per cercare ad esempio il momento giusto per scappare.

Proseguendo nelle proposte, la spiritualità ha bisogno anche di luoghi di comunione, di aggregazione. Una ragazza ospite in comunità un giorno mi ha chiesto come fare, e dove andare, per trovare amici italiani. Per molte delle ragazze nigeriane, gli unici luoghi di aggregazione sono le chiese di diverse confessioni cristiane (pentecostali, evangeliche o cattoliche), ed è preferibile avere proposte e offerte positive, evitando che la solitudine porti le ragazze a buttarsi in affetti, gruppi o amicizie che approfittino della sua momentanea difficoltà o bisogno di relazioni. Il problema è che dovremmo creare dei ponti: noi come associazione abbiamo cercato di farlo inserendo le ragazze nelle parrocchie, in ambiti di normalità: il coro (se alle ragazze piace cantare) o in altre attività di cui la ragazza abbia piacere di fare esperienza. In genere i gruppi giovanili accolgono abbastanza bene uno straniero, però è importante preparare l’accoglienza in modo che vi sia nei gruppi, cori, corsi qualcuno che aspetta la ragazza, che quando arriva si senta attesa, salutata, accolta. Noi abbiamo visto che tutte le ragazze che si sono inserite in gruppi sportivi, parrocchie ecc. riescono poi facilmente a crearsi una rete e ciò ha poi anche ripercussioni positive sul lavoro, nel senso che a volte capita che tramite conoscenti italiani riescono a trovare un’occupazione. Ma ciò serve anche per avere un sostegno spirituale, perché ciò fa in modo che loro abbiano una comunità di riferimento che non è solo etnica ma anche aperta al territorio.

 

Per fare questi ci vogliono volontari che comprendano questa dimensione spirituale, è importante che il volontario sia inserito in lavori di équipe che gli permettano di approcciarsi alla dimensione spirituale che per le ragazze è molto importante. Inoltre è importante – e questa è una proposta che faccio al mondo cattolico – utilizzare ritualità e pratiche che sono molto vicine alla realtà protestante. Ad esempio il “Rinnovamento dello spirito”, movimento cattolico cui partecipano 300.000 persone in Italia, ha un tipo di preghiera e una gestualità molto libera e dei canti che sono praticamente gli stessi delle ragazze. Questo movimento tra l’altro prevede un percorso chiamato “Seminario di Vita Nuova”, cioè sette incontri molto interessanti che alcune delle nostre ragazze hanno seguito. Cercarle di inserire in movimenti come questo è molto importante perché qui trovano la loro preghiera però inserita in un contesto italiano in cui trovano una rete, trovano amicizie e accoglienza.

Un’altra proposta, a proposito della ritualità, sarebbe quella di pensare ed inventare dei riti che siano mirati alle ragazze ancora sotto sfruttamento: molte volte con le ragazze che incontriamo in strada facciamo dei falò, delle iniziative cui partecipano tante ragazze insieme della stessa zona.

Ultima cosa su cui bisogna fare molta attenzione è che questa formazione umana e spirituale è fondamentale anche per prevenire il fenomeno della tratta, perché molte madame sono ex ragazze sfruttate. A volte succede che molte ragazze che magari hanno fatto i percorsi d’accoglienza, trovandosi senza lavoro, finiscano spesso in attività poco lecite, e per disperazione ad alimentare una prostituzione “fai da te”.

 

A questo proposito una esistono esperienze interessanti: ci sono delle comunità cattoliche di lingua inglese (a Torino c’è la comunità di S. Tommaso, o il gruppo ecumenico di lingua inglese al Cafasso) in cui vengono attivati gruppi di auto-aiuto tra nigeriani. Questi gruppi si trovano anche in tutte le parrocchie in Nigeria (CWO, CMO, Catholic Women or Man Organization): per esempio quando alcune ragazze perdono il lavoro e non sanno come pagare l’affitto, questi gruppi intervengono dando loro un sostegno economico e aiuto reciproco. Aiutare e sostenere questi gruppi è molto importante per evitare di lasciare le ragazze nella solitudine e nel vuoto.

Concludendo direi che la dimensione spirituale non è tutto, ma è fondamentale e complementare a quella lavorativa, affettiva e materiale. Le ragazze, le donne che incontriamo hanno dei bisogni esteriori e interiori a noi sta capire come accompagnarle e tirare fuori il meglio da loro, e magari con un po’ di umiltà imparare da loro, recuperando e riscoprendo la dimensione cristiana della vita, non può che farci bene.

Paolo Botti, responsabile dell’Associazione Amici di Lazzaro www.amicidilazzaro.it , da anni si occupa di tratta e del loro reinserimento e accoglienza.

La tratta delle nere

rapporto201130 arresti tra Nigeria, Italia e altri paesi europei per associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitu’, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. L’operazione è stata eseguita dai Ros su ordine della magistratura di Ancona. Al centro delle indagini un’organizzazione transnazionale, di matrice prevalentemente nigeriana, dedita allo sfruttamento di connazionali. Le ragazze venivano fatte arrivare illegalmente in Italia e poi ridotte in schiavitù con il ricorso a violenza, riti esoterici e minacce ai familiari nel paese di origine. Anche due medici italiani tra gli arrestati: l’accusa è di aver eseguito aborti clandestini su ordine dell’organizzazione. La tratta degli esseri umani è la terza fonte di reddito per i criminali in Italia, un giro di affari “inestimabile”, come ha ammesso Francesco Rutelli, in una relazione del Copasir. Paolo Botti, dell’Associazione Cattolica “Amici di Lazzaro” si occupa da anni di fornire aiuto ed assistenza alle ragazze nigeriane che cercano di fuggire dai loro aguzzini: “I numeri sono spaventosi, si stima che in Italia arrivino ogni anno 40, 50mila schiave; vengono private dei documenti e costrette a pagare cifre fino a 70mila euro per riavere un’identità. Noi riusciamo a strapparne dal giro decine ogni anno”. Gli arrivi sembrano essersi un po’ ridotti negli ultimi mesi, a causa della crisi economica che ha ridotto gli introiti anche nell’ambito della prostituzione ma sono pochi gli interventi di sistema per arrestare il fenomeno della tratta degli esseri umani: “Le forze dell’ordine fanno molto per la repressione del fenomeno – prosegue Botti – ma gli sforzi investigativi si infrangono di fronte ad una giustizia immobile che impiega 10 anni a concludere i processi”. Fondamentale anche la sensibilizzazione dei clienti, secondo i volontari dell’associazione: “la persona che si trovano di fronte subisce violenze e soprusi inimmaginabili”.
CNRmedia
http://www.cnrmedia.com/cronaca/newsid/3836/la-tratta-delle-nere.aspx

 

Le schiave della strada (Roberto Pelleriti)

Si chiama “Amici di Lazzaro” l’’associazione che dal 1997 ad oggi si occupa degli emarginati, ossia dei poveri, dei senza casa, degli immigrati, delle prostitute. Della gente che vive nella strada e che nella strada trova una dimensione umana di solitudine o di schiavitù. L’’idea nasce da Jean Paul, un giovane padre gesuita francese, che nella sua permanenza a Torino forma diversi gruppi di giovani, tra i venti e i trent’’anni col fine di sfatare il tabù dell’’incomunicabilità con la gente di strada cercando di creare un legame umano che, oltre agli indispensabili aiuti per dormire e mangiare o abbandonare la strada, possa creare un legame di fiducia con persone abbandonate allo sconforto. Proprio per questo motivo uno dei gruppi si occupa specificatamente delle animazioni nei dormitori per continuare l’’amicizia nata in strada. Nasce di conseguenza, l’’associazione di volontariato sotto l’’organizzazione di Paolo Botti, che con grandi fatiche spese nell’’impegno sociale, incentra l’’impegno sul problema più amplificato nelle strade, quello della prostituzione. “Abbiamo iniziato con un solo gruppo-dichiara Paolo- che si occupava di avvicinare i senzatetto a Porta Nuova e prestava servizio nei dormitori, gradualmente si sono formati diversi gruppi che hanno iniziato ad operare nelle varie zone della città e da poco ne sono sorti altri a Settimo, Pinerolo e Candiolo.
Ogni gruppo si ritrova una volta alla settimana e inizia a percorrere la zona assegnata cercando di avvicinare le ragazze. Il nostro lavoro è continuativo,  un po’ per volta cerchiamo di instaurare amicizia e fiducia sperando che prima o poi arrivi la richiesta di aiuto”.

Come sono le loro reazioni e soprattutto come accolgono il contatto con l’’associazione?
“Le ragazze di origine africana sono molto disponibili a parlare,
improvvisare una canzone o raccogliersi in preghiera lì sulla strada insieme a noi, perché la maggior parte è profondamente religiosa; le ragazze dell’’est, invece, necessitano di più pazienza perché più intimorite e controllate.

Noi ci presentiamo come un gruppo di amici e solo successivamente porgiamo la possibilità di affidarsi a noi per uscire dalla strada.

Esiste infatti l’’art 18, un progetto a livello nazionale che garantisce alle ragazze costrette a prostituirsi un programma di inserimento con permesso di soggiorno, protezione dagli sfruttatori e possibilità di borse lavoro e abitazione. Si può contattare direttamente il numero verde 800290290 oppure mettersi in contatto con l’’ufficio stranieri di Torino (o ovviamente contattando noi Amici di Lazzaro).

Il programma di protezione prevede la denuncia degli sfruttatori per i reati di traffico di traffici di clandestini, sequestro di persona, violenza e induzione alla prostituzione e ovviamente una sistemazione tempestiva e temporanea in comunità super protette. Il passo successivo consiste nell’’inserimento graduale in comunità diversificate fino alla ricerca dell’’autonomia economica e lavorativa delle ragazze.

Grazie alla nostra mediazione e alla collaborazione con il gruppo Abele, la Caritas, l’’ufficio stranieri e la Tampep (progetto europeo per informazione e prevenzione sanitaria  per la prevenzione dell’AIDS) moltissime ragazze (leggi la storia di Jennifer clicca qui) hanno iniziato il cammino di liberazione ma il dato significativo è che in questo ultimo periodo dalle 400 ragazze avvicinate giungono un concreto numero di appelli per la richiesta di aiuto”.

Roberto Pelleriti – Il Punto

E’ possibile incontrarci su appuntamento:  340 4817498
info@amicidilazzaro.it

Erabor, la baby-schiava

06Dalla Nigeria in Piemonte: chiusa per mesi in casa, frustata e brutalizzata

TORINO. Al telefono la chiamavano la bambina. E in effetti Erabor era arrivata a Torino con la faccia acerba, le gambe magre da ragazzina, venduta dal padre perche’ ritenuta la più resistente della famiglia. Da Uromi, villaggio di fango in Nigeria, all’Europa dei ricchi: avrebbe dovuto lavorare per tutti. Come baby-sitter, a parole. Ma era chiaro che sarebbe venuta a prostituirsi. Il fatto è che la bambina non voleva vendersi. Quando, la sera del 24 ottobre 2007, è comparsa barcollando davanti al pronto soccorso dell’ospedale Martini, i medici non sapevano cosa pensare. Il referto è riassunto dal gip Silvia Bersano Begey, nella sentenza che ha condannato a 11 e 7 anni di carcere i suoi aguzzini: «Gravi lesioni agli arti inferiori e superiori, estese ulcere profonde, amputazione parziale dell’orecchio sinistro, perdita di sostanza cutanea su tutta la sommità del cranio con completa asportazione dello scalpo». Deturpata e terrorizzata, Erabor non parlava. Aveva paura delle possibili ritorsioni sui famigliari per il mancato guadagno. Anche davanti ai poliziotti, alcuni giorni dopo, è rimasta in silenzio a lungo. Solo quando ha ottenuto che il verbale venisse stracciato, con la garanzia che nessuno scrivesse, allora ha iniziato a raccontare.

Era stata istruita bene. Diceva di avere 18 anni, anche se secondo un primo accertamento medico poteva averne sedici o diciassette. Durante un viaggio in due tempi via Lagos e Parigi, era stata vittima di riti voodoo, privata del passaporto e costretta a pagare 40 mila euro per poterlo riscattare. Una storia simile a quella di molte altre ragazze africane vittime della tratta, fino a questo punto. Ma quanto è successo dopo alla bambina nessuno lo aveva mai visto. È finita nelle mani di una maman nigeriana e di un pensionato piemontese, Mabel Imade e Angelo Bossolasco. È stata tenuta prigioniera per mesi in una casa di Mondovì, in provincia di Cuneo. Costretta in ginocchio nella stessa stanza senza finestre per notti intere, obbligata a farsi pipì addosso. Aveva piaghe da decubito, le ossa fuori dalla carne. Sulla pelle, acidi e cavi elettrici. Frustata e bastonata, fino al distacco completo dello scalpo. La maman ha cercato di tenere a bada le infezioni con l’acqua bollente. Ma la bambina andava persuasa: «Non portava rispetto e guadagnava poco».

Gli investigatori hanno proibito le pubblicazione delle foto di Erabor. Il gip Begey: «Sono assolutamente eloquenti, anche in assenza di approfondimenti clinici. La ragazza è stata sottoposta a tentativi di ricostruzione a mezzo di chirurgia plastica con esiti comunque devastanti». Nella casa di Mondovì, il Luminol ha evidenziato tracce di sangue ovunque: lenzuola, sedie, rubinetti, prese della luce, in tutte le stanze, anche nel ripostiglio. Mabel Imade e Angelo Bossolasco ieri sono stati condannati in primo grado per tratta di essere umani, riduzione in schiavitù, lesioni prolungate aggravate dalle sevizie. Materialmente è stata lei ad infierire. Ma il ruolo di lui è stato ritenuto decisivo: «La condizione fondamentale per la commissione del reato di riduzione in schiavitù è stata la messa a disposizione da parte di Bossolasco dei locali per detenere la ragazza, segregarla e occultarla, mano a mano che le sue condizioni fisiche si aggravavano».

Parole agghiaccianti, quelle del gip: «Bossolasco non concorre nella prima parte dell’incredibile vicenda della Erabor – l’introduzione in Italia e l’acquisto del corpo – ma il suo previo consenso per la gestione futura della “merce” è circostanza essenziale». L’avvocato Davide Diana difende Mabel Imade: «Siamo di fronte a un caso limite – spiega – l’unica cosa che ho potuto fare è stata convincerla a confessare». L’avvocato Michele Galasso assiste Erabor: «È ancora molto provata, ha subìto violenze inaudite, ma questa sentenza esemplare ci conforta». Ora Erabor vive in un comunità protetta, ha un permesso di soggiorno, eppure resta «soggiogata». Ha chiesto una foto del suo scalpo da spedire a casa: «Almeno capiscono perché non posso guadagnare».

www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200907articoli/45102girata.asp

NICCOLO’ ZANCAN

Lucciole strappate alla strada

Nigeriane e ragazze dell‘est ,la lunga notte a Vado’ – Moncalieri (Torino)

Amicizia, servizio e attività spirituale. Ecco,condensato in tre parole,lo spirito che anima i circa 100 volontari dell’associazione amici di Lazzaro, nata per contrastare l’emarginazione e la povertà. Inizialmente si occuparono dei senza tetto della Stazione Porta Nuova ; oggi le loro attività comprendono anche corsi di italiano, dopo scuola e molti progetti all’estero,ma soprattutto la lotta allo sfruttamento della prostituzione.

Questo fenomeno, purtroppo, affligge anche il nostro territorio: ragazze giovanissime,tra i 20 e i 25 anni,sono condotte in Italia con la promessa di un lavoro che garantisca la sussistenza delle loro famiglie in Africa o nell’Europa dell’Est. Ma una volta qui, ricattate e prive di documenti, sono costrette a esporsi come merce in vendita sulle nostre strade. Una di queste strade è quella che collega Moncalieri e Trofarello, via Postiglione nell’area industriale Sanda Vadò, e proprio lì le ragazze sono avvicinate, di notte, dai volontari. Sono anche loro giovani, tra i 18 e i 30 anni, perche si tratta di un lavoro duro, che li espone al freddo e li priva di ore di sonno; inoltre difficilmente le ragazze si fiderebbero di uomini adulti.
(LEGGI QUI)

Si spostano in gruppo con il loro pulmino e distribuiscono volantini in inglese che forniscono informazioni sulle strutture sanitarie e indicano il modo per uscire dallo sfruttamento. Sono oramai conosciuti e attesi dalle giovani donne, per lo più nigeriane. Grazie agli Amici di Lazzaro, l’anno scorso, una decina di loro è riuscita a liberarsi dalla schiavitù della strada. L’associazione le ha ospitate e aiutate ad ottenere un lavoro. Anche le famiglie in difficoltà possono contare sull’appoggio di questi volontari, che hanno dato vita in passato, in collaborazione con il Comune di Moncalieri, al progetto “Ecco casa”. E’ in corso inoltre una raccolta di generi alimentari. Chi desiderasse contribuire può contattare l’associazione. Dalla strada a una nuova vita.

LA STORIA DI QUEEN LEI CE L’HA FATTA. Gli Amici di Lazzaro rimangono in contatto con le ragazze che accettano di farsi aiutare anche oltre i primi momenti, più difficili, stabilendo con loro veri rapporti di amicizia. Ecco dunque la storia di una di queste amiche, attraverso la testimonianza di un volontario: “Queen arrivò a Torino nel 2003. Dopo pochi mesi fu costretta a prostituirsi, sotto minaccia di ritorsioni sui suoi familiari in Nigeria. La conoscevamo da un po’, era piccola (20 anni) e sempre spaventata, stanca di vivere e in strada. Una sera la trovammo a Moncalieri, piena di lividi e impaurita. Salì sul pulmino e lasciò la strada, denunciando i suoi sfruttatori. Gli inizi non furono facili, ma poi si à inserita bene: ha amici italiani e stranieri, va a scuola e intanto lavora in una piccola azienda, assunta a tempo indeterminato. Ricordiamo bene che la prima notte, quando la famiglia di volontari la ospitò, si stupì di aver un letto pulito tutto per sé e di essere stata accolta, nonostante avesse fatto quel tipo di vita. Ora è serena e noi siamo felici di sapere che ce l’ha fatta e che tante altre possono fare altrettanto”.
(LEGGI LA STORIA DI ANNA- ex vittima)

  (da IL MERCOLEDI’)

E’ allarme sfruttamento sessuale tra i minori

Circa 2mila, soprattutto stranieri, si prostituiscono su strada. Provenienti soprattutto da Romania, Nigeria, Albania e Sud Africa

ROMA – H. ha 16 anni ed e’ egiziano. Con la promessa di un brillante futuro alcune persone hanno proposto ai suoi genitori di mandarlo in Italia. E’ sbarcato sulle coste siciliane di notte e, subito dopo, è stato portato e rinchiuso in un casolare insieme ad altri connazionali. Arrivato a Milano H. è stato costretto a lavorare di notte al mercato ortofrutticolo guadagnando tra i 20 e gli 80 centesimi a bancale. Durante il giorno restava rinchiuso in casa. A., invece, è di Lagos, anche lei è arrivata in Italia con la promessa di un lavoro. E’ stata, invece, costretta a prostituirsi. Durante un rito vodoo, infatti, ha dovuto giurare di pagare 35mila per le spese del suo viaggio e per evitare ritorsioni contro la sua famiglia rimasta in Nigeria. Come H. e A. sono migliaia i piccoli schiavi invisibili, minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento in Italia, a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro.

Lo denuncia Save The Children, alla vigilia della Giornata in ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, con il dossier «I piccoli schiavi invisibili», in collaborazione con l’Associazione On the Road-Consorzio Nova.

Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri: ragazze rumene, nigeriane, albanesi, nordafricane ma anche maschi rumeni, magrebini, egiziani, afgani e Rom rumeni e della ex Jugoslavia.

Per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale, si stimano fra i 1.600 e i 2mila i minori sia femmine che maschi coinvolti in prostituzione su strada. Una porzione significativa rispetto alla prostituzione adulta stimata fra le 19mila e le 24mila unità. E crescente e allarmante è lo sfruttamento sessuale indoor, nel chiuso di appartamenti: sarebbe 3 volte superiore a quello su strada, con una presenza di minori pari a circa il 10 per cento sul totale degli adulti coinvolti. Nascoste agli occhi di tutti, le giovani vittime sono difficilmente raggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo.

«A questo quadro bisogna aggiungere il fatto che dietro la gran parte di questi minori – commenta Raffaela Milano, responsabile Programmi Italia-Europa Save the Children Italia – ci sono situazioni di grande povertà, bisogno ed emarginazione su cui fanno leva le organizzazioni criminali. E’ il caso – prosegue – per esempio delle donne e ragazze nigeriane di cui rileviamo un aumento degli arrivi via mare da Lampedusa proprio in queste ultime settimane. Non si può escludere – aggiunge – che fra di esse ci possano essere vittime di tratta, anche in ragione del fatto che, come le stesse Nazioni Unite documentano, sono quasi 6mila ogni anno le nigeriane che vengono portate in Europa per essere sfruttate. Save the Children – conclude – sta monitorando con attenzione la situazione delle minori non accompagnate».

La rilevazione di Save the Children e On the Road conferma che i minori principalmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è costituito da ragazze provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria (36%) seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa (7%).

Un fenomeno particolarmente drammatico è lo sfruttamento sessuale di minori maschi. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i 15 e 18 anni. Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini. Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel «mercato del sesso» per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno. In genere i minori maschi che si prostituiscono si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Questa pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come «affitto»: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente.

La prostituzione «al chiuso» in appartamento, night, centri massaggi è un fenomeno sommerso ma di notevoli proporzioni e che comporta uno sfruttamento più pesante, visto il controllo esercitato dagli sfruttatori sulle vittime e la limitata capacità delle operatori delle organizzazioni che operano su strada di raggiungerle. La presenza di minori, in particolare, è sempre più spesso attestata ed in significativa crescita come emerge ad un’analisi attenta delle riviste di annunci espliciti di vendita di sesso a pagamento da cui si evince la giovanissima età di molte prostitute. Si stima che la prostituzione indoor sia 3 volte la prostituzione su strada e che i minori in essa coinvolti siano almeno il 10%. Le ragazze vittime tendono a negare la loro minore età temendo – condizionate dagli sfruttatori – di poter essere arrestate.

Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio. Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. Ma si registra una presenza anche di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame.

Minori egiziani e afgani: due gruppi a rischio. 5.850 minori supportati da Save the Children sono minori che – giungendo in Italia da soli, «non accompagnati» – sono esposti al rischio di subire sfruttamento. Sono 6.340 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia: Afganistan, Tunisia, Egitto e Marocco i principali paesi di provenienza

I “samaritani” delle lucciole, di notte lungo i viali per salvarle dal marciapiede

“Abbiamo salvato tre ragazze nigeriane dall’inizio di settembre”.
Così racconta l’intervento dell’associazione «Amici di Lazzaro» il suo fondatore, Paolo Botti, impegnato insieme agli altri volontari a sottrarre le prostitute straniere dal giogo degli sfruttatori. Alle ultime tre ragazze aiutate a liberarsi, si aggiungono due romene e un’albanese che sono  state tolte dalla strada nelle settimane precedenti.

In media salvano una ragazza a settimana, decine all’anno e  ora cercano nuovi volontari da preparare per le loro attività.
«Usciamo tre volte a settimana, all’incirca due ore ogni sera, dalle  dieci in poi», (LEGGI QUI)  racconta Paolo Botti che ha creato l’associazione nel  1997 per aiutare i clochard. «Ci eravamo accorti che molte nigeriane  andavano in stazione per recarsi ai luoghi in cui si vendevano  e quindi nel 1999 abbiamo cominciato a occuparci di sfruttamento  della prostituzione soprattutto  alla Pellerina e in corso  Massimo».

In dieci anni le zone sono cambiate  e ora gli “Amici di Lazzaro”  coprono un’area più vasta: «Giriamo  Torino e la cintura nelle sere,  ma quando usciamo la domenica  pomeriggio ci spingiamo anche  a Carmagnola, Rivalta, Chivasso…  ». È un compito delicato, anche  se con l’esperienza acquisita e la  fama conquistata sul campo si  può agire con sicurezza: «È più facile  avvicinare le nigeriane —  spiega — perché non hanno un  protettore che le controlla a vista. Il difficile viene dopo: temono ritorsioni  verso le famiglia. Sono  succubi dei riti woodoo».

Con le  ragazze dell’Est la vicenda è diversa:   «Sono sempre controllate,  però per alcune — come le rumene  che hanno i documenti in regola  o le albanesi già regolarizzate  — l’inserimento è più facile».   Si procede con calma: «All’inizio  spieghiamo che possono denunciare  gli sfruttatori e restare  in Italia. A quelle che hanno paura  forniamo aiuti pratici o burocratici  per instaurare un rapporto  di fiducia. Offriamo delle alternative,  come i corsi per imparare l’italiano  che la nostra associazione  organizza, o indicando le associazioni  che possono fornire accoglienza,  cure mediche o formazioni  professionali», spiega Botti.   A volte «alcune ci contattano di  loro volontà perché c’è un passaparola  tra le ragazze già uscite dal  giro e le altre. Capitano anche dei  clienti che ne vedono una in difficoltà  e ce le segnalano».

AMICI DI LAZZARO, CONTRO LA TRATTA

Quante le donne aiutate: dal 2000 oltre 370 ragazze hanno ottenuto aiuto dall’associazione per liberarsi dallo sfruttamento della prostituzione. L’associazione incontra in strada le vittime della tratta (almeno 600 ogni anno). Nel 2009-2012 oltre 100 ragazze hanno lasciato la strada.
Sostieni il nostro servizio: Sostieni la lotta alla tratta e allo sfruttamento con il progetto 50×100 (100 benefattori che diano 50 euro all’anno. “Amici di Lazzaro”
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Secondo i dati dell’associazione  più della metà delle prostitute  a Torino sono nigeriane, seguite  dalle rumene (20%). Sono in aumento  le cinesi, il cui sfruttamento  è più nascosto, e le arabe. Facciamo anche dei corsi di formazione. Sono lezioni per capire  la prostituzione ma anche le  ragazze sfruttate, la loro cultura — dice —  . Ad esempio mostriamo un documentario  sui quartieri a luci  rosse di Amsterdam, finiti in mano  agli sfruttatori». Una lezione è  dedicata alla religiosità woodoo:  «Spieghiamo come funzionano i  riti e come le ragazze li vivono,  perché fa parte della loro cultura  animista che scandisce le loro vite e rende dipendenti loro e la loro  famiglia». (LEGGI QUI I 18 MITI SULLA PROSTITUZIONE)

Andrea Giambartolomei, LaRepubblica Torino   

La poligamia? No grazie

Quando aveva dieci anni, Lola Shoneyin vide su un giornale la foto di un noto personaggio locale circondato dalle sue tre mogli: portavano lo stesso nastro nei capelli, gli stessi merletti, lo stesso sorriso. Fantastico, pensò, se lei e le sue amiche si fossero sposate con il medesimo uomo. Sarebbero andate a fare compere tutte assieme, al ristorante sempre insieme, si sarebbero vestite con abiti uguali, come sorelle. Espose la sua teoria a sua madre, che non reagì con l’atteso entusiasmo: «sembrano felici, in realtà sono tristi e acide».

Qualche anno dopo si accorse che i suoi genitori scoraggiavano i fratelli più grandi ad uscire con ragazze provenienti da famiglie poligame (mentre, a differenza di molti altri nigeriani, non avevano nessuna preclusione sull’etnia). Ribellandosi quantomeno all’ingiustizia di vedere giudicate delle donne in base alle scelte dei padri, Lola protestò. Sua madre rispose che i figli cresciuti in famiglie poligame erano spesso educati a essere infidi e ambigui. Lei stessa aveva condiviso il padre con fratellastri nati da cinque mogli. (SCHEDA COSE’ IL MATRIMONIO)

Un quarto di secolo dopo è proprio alla descrizione dei rapporti che si instaurano in una famiglia poligama – al cui interno vive il 30 per cento delle donne nigeriane – che la poetessa di Ibadan ha dedicato il suo primo romanzo: Prudenti come serpenti (traduzione di Ilaria Tarasconi, 66thand2nd, Roma, pagg.256, euro 16), finalista all’Orange prize. Una commedia umana polifonica dove quattro mogli raccontano in prima persona una faida senza esclusione di colpi. Donne con educazione, cultura, religione e provenienza sociale differente, angeliche agli occhi del marito, ricorrono a ogni tipo di espediente per assicurarsi il favore del facoltoso poligamo e garantire il più possibile a se stesse e alla loro progenie. Una lotta all’ultimo sangue che assorbe energie, sperpera ricchezze, abbrutisce le persone mettendo a repentaglio la vita dei più deboli.

Prudenti come serpenti pare una metafora della Nigeria odierna, resa ricca dal petrolio, ma incapace di fare tesoro di questa ricchezza, devastata com’è da corruzione e lotte fratricide tra culti, culture ed etnie differenti. «Sì, sotto molti aspetti è una metafora del mio paese – afferma la scrittrice 38enne –. Spesso m’interrogo sulla cacofonia che esiste in uno stato dove si parlano più di duecento lingue. C’è un’opprimente sensazione di sfiducia e sospetto. Ci fu una guerra civile 40 anni fa, più di un milione di persone morirono. Molti covano ancora l’amarezza di quell’ingiustizia e in alcune regioni credono di essere destinati a guidare il paese. Anche con l’alfabetizzazione, c’è sempre un abisso tra chi è istruito e chi crede che la sopravvivenza dipenda soprattutto dalla furbizia. Con tutto questo rumore di fondo, coloro che hanno il potere parlano di un’unità nazionale che non esiste, che è impossibile!».

«Ho sofferto troppo nella mia vita per permettere a quella specie di ratto di rovinare tutto. È laureata, e allora? Quando ci ritroveremo dinanzi a Dio nell’ultimo giorno, ci chiederà se siamo andati all’università? No! Ma vorrà sapere se siamo stati prudenti come serpenti, perché è così che la Bibbia ci chiede di essere» sentenzia una delle spietate mogli del poligamo. Nel romanzo, come nella realtà, soldi, privilegi, istruzione, provenienza etnica, religione, genere dividono i nigeriani. «La corruzione e il petrolio hanno dato a persone immeritevoli accesso a molto denaro. È chiaro a tutti che non è stato guadagnato onestamente, e questo ha cambiato l’attitudine delle persone verso il duro lavoro e i risultati costruttivi.

Troppa gente oggi vuole arricchirsi facilmente» spiega la scrittrice che alla domanda se quello religioso sia un conflitto reale o creato ad arte per manipolare la popolazione risponde «La tensione religiosa è stata alimentata sia dai potenti sia dagli estremisti. Per esempio, almeno un terzo della mia famiglia è musulmano. Mio nonno lo era, finché non si è convertito al cristianesimo negli anni 40.

Questa è la storia di molti nigeriani del Sud Ovest e del Nord. La differenza di religione solo raramente è stata causa di conflitto nelle famiglie, ancora meno nelle comunità. Ma con la schiacciante povertà e disoccupazione che attanaglia il paese, politici potenti fanno il lavaggio del cervello a giovani uomini e donne e li trasformano in fanatici. Queste persone vulnerabili sono strumenti per destabilizzare il governo e instillare la paura nella gente». Lola Shoneyin ha sposato il figlio del premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka che continua a denunciare i pericoli del fanatismo religioso, proponendo una sorta di nuovo umanesimo centrato sul riconoscimento della dignità del corpo umano e sul rispetto della scelta individuale.

Il girone infernale delle schiave

L’atroce ricatto
Devono lasciare una foto e pezzi di unghie, capelli e altre parti del corpo prima di partire. Bere sangue di gallina e giurare di fare tutto quello che le verrà richiesto perché altrimenti moriranno e le loro famiglie saranno uccise. Per loro questo è un patto con gli spiriti dell’anima che verrà sacrificata – un cerchio magico da cui sembra impossibile fuggire. Per le altre è un patto occulto con il male. Con le mafie del traffico della prostituzione in continuo mutamento, perché la tratta è un traffico di persone che transitano in tutto il mondo da sud a nord, da est ad ovest, meno rischioso del traffico di armi e di droghe ed è una merce che non mancherà mai in nessuna crisi economica mondiale, o guerra e che si controlla con la violenza, l’inganno e il ricatto umano. Purtroppo.

Così sono stata «rapita»
Chiara, Loredana e Giusy mi hanno accolto con un gran sorriso. «Questa è una questione di violenza di genere. – spiega Chiara Scipioni, la responsabile del centro – non si può ignorare che la questione del traffico delle donne sia una violenza di genere perché è una violenza sul dominio e il possesso del corpo». Visitiamo il centro, le tre stanze che ospitano le ragazze uscite dal girone infernale della tratta. C’è una ragazza cinese che studia con il vocabolario e prende appunti nel salone comune, una piccola sala – palestra, una ragazza africana che torna dal negozio con il necessario per fare le treccine sui capelli ricci, una donna brasiliana che guarda la Tv e poi leì , una ragazza rumena che chiamerò «Rugiada», come appunto una goccia d’acqua nel deserto. Gli spazi del centro sono chiari, belli e accoglienti.
«Sono partita da casa perché ero povera, ero in ospedale e mi avevano detto che non mi potevo curare. Avevo una malattia incurabile e poi loro sono venuti e mi hanno promesso che se andavo con loro in Italia potevo curarmi. Io avevo un figlio piccolo e volevo vivere e ho detto di sì»- racconta Rugiada.
Loro chi? Chiedo. «Una coppia. Marito e moglie – sono arrivati in ospedale e mi hanno promesso che mi avrebbero aiutata. E poi? «Sono andata a casa loro in Italia, e mi hanno mandato subito in strada per ripagare il debito – era vergognoso, io mi vergognavo perché dovevo stare quasi nuda e mi vedevano tutti, bambini, e adulti. Non sono mai andata in ospedale a curarmi, poi mi facevano fare tutto, mi prendevano tutti i soldi, mi picchiavano, mi drogavano e mi facevano i filmini che hanno visto tutti».
«Io litigavo sempre con lei, ma non ho mai visto il capo, anche loro erano piccoli ma quando vengono a casa in Romania si sentono grandi e studiano il tuo punto debole e poi ti manipolano. Se sei carina ti prendono subito e poi se sanno che tuo padre ti picchiava o oltre brutte storie di famiglia ti portano via» – racconta.
«Quando ero in Romania in ospedale, avrei fatto qualsiasi cosa pur di guarire e stare con mio figlio».

Il coraggio di rompere il cerchio
«Ma non lo fanno solo con le donne, lo fanno anche con i bambini per chiedere l’elemosina e con gli uomini, anche quelli più vecchi» dice la ragazza. «Ero spaventata, non sapevo leggere, né scrivere, avevo sempre bisogno di un traslatore (traduttore) – ride e ridiamo sulla parola traslatore tutte per alleggerire la tensione di questa conversazione- poi ho avuto il coraggio di uscire dal cerchio». Come è successo? «Sai ti drogano, ti fanno di tutto, tante cose , sono stata rapinata due volte, mi hanno puntato la pistola in testa , mi hanno rubato tutto e lasciato nuda nei boschi senza vestiti, per umiliarmi e poi nella vita c’è un giorno che ti senti forte, Cinque minuti in cui stai bene e decidi di rompere il cerchio» racconta la giovane donna guardando prima Chiara, poi Loredana e poi me. «Così un giorno ho detto ad un poliziotto che ci stava seguendo che volevo uscire e che doveva portarmi in un luogo sicuro- dice – e sono venuta qui. Il centro è una «salvaria» – e ridiamo per non piangere dopo questi racconti- La Salvaria ripete in Romania è un’ambulanza”
«Adesso sono contenta che sono viva, tante ragazze spariscono, muoiono, oppure si sposano uomini solo per uscire dal cerchio. Io ero una ragazza povera ma pulita. Sono qui a raccontare la mia storia grazie al centro che mi ha insegnato a vivere, conoscere la verità, fidarmi delle persone giuste, capire le cose che mi fanno star bene, mi hanno obbligato ad andare a scuola, a leggere, a scrivere. Adesso mi sento bene. L’importante non sono i soldi, la macchina, la casa. L’importante è amare e farsi amare”. E qui i suoi occhi si fanno lucidi e brillanti come gocce di rugiada.
Lei ha finito il suo programma di reinserimento, previsto dalla nostra legge (art. 18. Decreto legge 286-98 in materia di immigrazione), che garantisce protezione, accesso al sistema sanitario, una scolarizzazione, un permesso di soggiorno, un contratto di lavoro per motivi umanitari o un rimpatrio assistito e vorrebbe che altre donne ancora «prigioniere del cerchio della tratta» riescano a farlo.

Uscire dalla schiavitù è possibile
In Italia uscire da queste schiavitù con dignità e coraggio è possibile. È una questione umanitaria, sicuramente un’oasi di felicità nel deserto di un traffico criminale internazionale e locale che alimenta crimini, violenze, lacrime e dolore e porta con sé altri traffici. Servono i mezzi, i fondi per combatterlo, i programmi a lungo termine. Tagliare i fondi annuali per la tratta da 18 Milioni di Euro a 2 Milioni ed aumentare la spesa per la creazioni di altri due centri Cie non serve. Serve un cambiamento nel mondo di pensare nei Tribunali, tra le forze dell’ordine, nei centri di accoglienza (Cie)- dicono le operatrici del centro. «Volevo cantare e fare la ballerina- racconta – ma non ho potuto a causa della mia malattia. Ero pronta. Ora il mio sogno più bello è di stare bene qui e respirare».

Quelle prostitute che si ribellano

Diciassette ragazze nigeriane hanno deciso di denunciare i propri aguzzini, ottenendo dal tribunale i beni che i loro sfruttatori avevano accumulato negli anni

Conosco Isoke da un po’ di anni. Ha una bellezza rara. Con raro intendo non di quelle bellezze misurabili in forme, centimetri, quantità, foto. Bellezza come insieme di complessità, tracce, armonie. Isoke è una ragazza africana di trentatré anni. Nigeriana. E’ arrivata in Italia nel 2000 sognando un lavoro, invece le mafie nigeriana e italiana l’hanno obbligata a prostituirsi. Dopo tre anni è riuscita a liberarsi e ha deciso di non tacere. Isoke ha raccontato cosa vuol dire per lei la parola “strada” a “Quello che (non) ho”. Ora è un viso noto: scrive libri, va in tv, riesce a raccontare la sua storia e facendolo cerca di attirare l’attenzione di tutte le ragazze che vogliono lasciare la strada. Testimonia che esiste un’alternativa e con il suo esempio le invita a prendere coraggio.
ISOKE MI HA INSEGNATO a comprendere l’inferno della tratta. A distinguere, da una voce al telefono, una escort d’alto bordo da una ragazza sfruttata. A capire messaggi in codice e meccanismi delle organizzazioni nigeriane. Mi ha insegnato a non temere la caduta, perché ci si può rialzare. Ma mi ha insegnato anche che per rialzarsi serve una mano. Mi ha insegnato a tenderla quella mano e a non temere una realtà che sembra remota. Oggi, secondo l’Onu, il traffico di essere umani coinvolge 2 milioni e 700 mila persone con un giro d’affari pari a 32 miliardi di dollari. Secondo il ministero dell’Interno la tratta è la terza fonte di reddito delle mafie dopo le armi e la droga.
Qualche giorno fa Isoke mi ha scritto una mail importante. Diciassette donne nigeriane, costrette a prostituirsi in Abruzzo, hanno denunciato chi le costringeva alla strada. Sfruttatori e non protettori, come talvolta, sbagliando, diciamo. Così come dovremmo abituarci a considerare la prostituzione non come una questione di sicurezza o di “decoro urbano”, ma di riduzione in schiavitù: la negazione dei diritti fondamentali. Invece queste diciassette donne nigeriane, donne coraggiose, hanno visto riconosciuti i propri diritti dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila. I giudici non solo hanno risarcito ogni vittima con 50 mila euro di provvisionale immediata – che quindi verrà pagata subito, senza attendere la Cassazione – ma hanno preso una decisione rivoluzionaria. Hanno revocato la confisca dei beni sequestrati agli imputati – proventi dello sfruttamento – e li hanno resi disponibili per risarcire le donne. In pratica, i soldi tolti ai trafficanti non andranno allo Stato ma alle vittime.
Roberto Saviano (L’Espresso)

L’EFFETTO VIRTUOSO di una tale scelta è quello di accorciare la distanza, che oggi pare siderale, tra il cittadino e le istituzioni. La legge, il tribunale e di conseguenza lo Stato, smette di essere quel moloch lontanissimo dal quale sembra difficile avere giustizia. E’ la rivoluzione del buon senso: la forma che diventa sostanza, la legge che si schiera al servizio dei cittadini. Con un altro effetto, altrettanto virtuoso e altrettanto rivoluzionario: rendere la legalità conveniente. La certezza del risarcimento, alimentato con i beni dei criminali, diventa stimolo alla denuncia. Utilizzando la stessa procedura adottata dai giudici dell’Aquila, si può incentivare la rottura dell’omertà per convincere le vittime a farsi avanti. Si può anche favorire l’attività delle associazioni che contrastano la criminalità e che si sentono abbandonate: associazioni che fanno un lavoro duro, lontano dai riflettori e sotto la minaccia dei clan.
Quando ho letto il messaggio di Isoke ho capito che mi stava comunicando qualcosa di fondamentale: i giudici hanno riconosciuto che quelle 17 donne sono state ridotte in schiavitù in un Paese democratico. In più, la sentenza è stata emessa a favore di cittadini non italiani, dimostrando che in Italia la legge può essere uguale per tutti. Ma se questa giustizia è stata possibile lo dobbiamo alle associazioni che da anni denunciano la tratta e che hanno assunto la tutela legale delle vittime. Due di queste, che vanno sostenute, sono On The Road e di BeFree. Perché la libertà di quelle donne è indissolubilmente il destino della nostra libertà.

Joy e il suo bambino

Joy rimase incinta dopo aver vissuto una situazione di violenze e di abbandono. Era scappata 2 anni prima dallo stato di Kano in Nigeria dove l’islamizzazione forzata avanzava e volevano costringere lei cattolica a diventare musulmana, è arrivata in Italia come rifugiata politica.
Aveva 22 anni ma ne dimostrava 35, segno che ha già vissuto molto, ha anche un bambino nel suo paese di origine. Era stata già costretta da chi la sfruttava ad abortire una volta, e stavolta aveva deciso che nessuno le avrebbe tolto il bambino che portava nel grembo. E’ arrivata tempo fa da noi piangendo, stanca di scappare e vivere senza sapere dove poter posare le poche borse di vestiti e oggetti personali.
Ora dopo tanti mesi di aiuto nostro e di altre associazioni ha raggiunto una certa autonomia economica.

Ma per tante altre ragazze come lei l’Associazione Amici di Lazzaro lancia un appello per sostenere il presente ma soprattutto il futuro: troppe ragazze straniere o italiane spesso vengono incoraggiate o costrette ad abortire dagli sfruttatori (i magnaccia) oppure addirittura dai fidanzati/compagni o dalle famiglie.
A loro diamo la disponibilità a darci da fare per aiutarle purchè accolgano la vita: “Chi salva una vita, salva il mondo”, contattateci e collaborate con noi.

Altri articoli sulla vita nascente:
1. I suoi primi nove mesi ,  2. Il bambino non è mai un rischio, 3. La maternità è un dono non un errore

Per aiutare una donna o sostenerci, puoi contattarci e incontrarci su appuntamento:  tel. 340 4817498   info@amicidilazzaro.it

Nelle vie a luci rosse ci sono solo donne schiave

stivali.jpgNel dibattito sulla prostituzione viene talvolta ipotizzata la creazione di strade a “luci rosse”.
Per comprendere la questione va innanzitutto chiarita una cosa: il fenomeno della prostituzione – che in Italia non è reato – si confonde oggi sempre di più con quello della tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù, che invece sono reati gravissimi.
L’80 per cento delle donne che in Italia vengono definite “prostitute” sono in realtà donne immigrate costrette a vendere il proprio corpo da trafficanti e sfruttatori, che le immettono come merce sul mercato del sesso a pagamento, che conta dai nove ai dieci milioni di clienti al mese, questi sì, quasi tutti italiani. E allora quando ciclicamente si riaccende il dibattito sulla creazione di quartieri a “luci rosse” o sulla riapertura delle “case chiuse” bisognerebbe almeno avere l’onestà di guardare in faccia il fenomeno della prostituzione nella sua complessità e anche nella sua crudeltà.
E bisognerebbe chiamare le cose con il loro nome: non prostitute, ma prostituite; non donne che scelgono di vendere il proprio corpo, ma vittime di tratta e sfruttamento; non persone libere, ma schiave. Quello di cui stiamo parlando, dunque, non può essere semplicemente liquidato come un fenomeno di prostituzione, ma come una delle peggiori schiavitù del XXI secolo.

La tratta di esseri umani riguarda circa 21 milioni di persone nel mondo. Il 70% sono donne e bambine, sfruttate soprattutto per la prostituzione. Ma è in crescita anche il numero di uomini e minorenni costretti al lavoro forzato. Ogni anno, circa 2,5 milioni di persone sono vittime di traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù. Con picchi particolarmente allarmanti in occasione di grandi eventi come i Mondiali di calcio in Brasile, il Super Bowl negli Stati Uniti e, si teme, anche per il prossimo Expo di Milano. Le forze dell’ordine parlano di un possibile “import” di circa 15mila nuove “prostitute” nei prossimi mesi, in gran parte organizzato da mafie internazionali.
Che fare, dunque, per contrastare questi traffici? La creazione di “case chiuse” o di zone “protette” non è la strada migliore per sgominare le bande criminali e proteggere le vittime. Così come si sono rivelati inefficaci, anche perché spesso estemporanei, i provvedimenti volti a multare i clienti. Si tratta in genere di ordinanze comunali spesso emesse in chiave elettorale allo scopo di “ripulire” le città e garantire decoro e sicurezza (o per non intralciare la viabilità!), facendo sparire, almeno per qualche tempo, anche quella “spazzatura umana” che sono le prostitute. Le quali, essendo quasi sempre straniere e senza documenti, ed avendo paura per la propria incolumità e per quella delle loro famiglie di denunciare, rischiano di finire nei Cie per poi essere espulse. Ridotte da vittime a criminali.

In alcuni Paesi europei, come Svezia, Norvegia e Islanda (e, più recentemente, Francia), pesanti sanzioni contro i clienti avrebbero scoraggiato il fenomeno della prostituzione. Ma accanto alla penalizzazione dell’acquisto di sesso a pagamento, la Svezia ha portato avanti, già dal 1999, un percorso culturale, che sta producendo un importante cambiamento di mentalità. Il principio di base è che la compravendita del sesso è una forma di violenza, svilisce l’essere umano e mina la parità di genere.
E se nel 1996, il 45% delle donne e il 20% degli uomini erano a favore della criminalizzazione dei clienti, nel 2008 la percentuale delle donne è salita al 79% e quella degli uomini al 60%. Secondo la polizia svedese il provvedimento avrebbe contribuito a ridurre il numero di persone che si prostituiscono e avrebbe esercitato un notevole effetto deterrente anche sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Nel febbraio dello scorso anno il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che si esprime a favore del “modello nordico”, ma che non è vincolante per i Paesi membri.
Per molti di loro, infatti, l’”industria della prostituzione” rappresenta una voce importante del Pil. In Olanda, ad esempio, corrisponde a circa il 5%, mentre in Danimarca l’industria della pornografia è la terza per importanza del Paese. Ma proprio in Paesi come l’Olanda, dove la prostituzione è legalizzata e le prostitute sono considerate sex worker con diritti e doveri come qualsiasi altro lavoratore – dal pagare le tasse (uno dei cavalli di battagli anche dei “pro-legalizzazione” di casa nostra) all’avere l’assistenza sanitaria – non è stata per nulla debellata la tratta. Molte delle donne che si prostituiscono, infatti, sono costrette a farlo, non sono libere di smettere quando vogliono, devono, come nel caso delle nigeriane, restituire il “debito” ai loro aguzzini, subiscono spesso violenze dai loro sfruttatori e hanno ancora più difficoltà a ribellarsi a chi le costringe a vendersi e a chiedere aiuto. E proprio perché sono ufficialmente “legali”.

Le linee di intervento, promosse anche a livello internazionale, per contrastare il fenomeno della tratta e della riduzione in schiavitù a fini di prostituzione, dovrebbero articolarsi attorno alle cosiddette “tre P”: prevention, protection, prosecution.
Prevenzione del fenomeno, innanzitutto nei Paesi d’origine, ma anche in quelli di destinazione, creando maggiore conoscenza e sensibilità sul fenomeno e cercando di ridurre la “domanda”. Per fare un discorso serio di sensibilizzazione e prevenzione non si può però circoscrivere la discussione al tema della prostituzione, ma va necessariamente allargato alle questioni relative alla relazione tra i generi, l’affettività, l’educazione a una sessualità responsabile già a partire dalla scuola, la crisi dei ruoli, il rapporto tra denaro e potere… Nonché alla conoscenza del fenomeno della tratta di essere umani e della prostituzione coatta.

Protezione delle vittime, invece, significa in prima istanza riconoscere che sono appunto vittime e non mere immigrate clandestine, lavoratrici del sesso o addirittura criminali. Infine, si tratta di contrastare il traffico e perseguire in giustizia i criminali. Purtroppo, anche su questo punto c’è ancora molto cammino da fare se è vero che, non solo in Italia ma a livello globale, sono pochissimi i trafficanti e gli sfruttatori che sono finiti in prigione per questi gravissimi reati. La maggior parte continua ad operare nella quasi assoluta impunità.
Secondo le Nazioni Unite, il 40% dei Paesi ha riportato pochissime condanne per questo reato, a volte nessuna, e negli ultimi dieci anni nulla è cambiato relativamente alle misure prese per contrastare questo fenomeno criminale. Il nostro Paese non fa eccezione. Nonostante indagini e interventi delle forze dell’ordine, sono pochissimi i processi per traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù. Ma soprattutto sono sempre di meno gli sforzi per affrontare il fenomeno nella sua complessità e drammaticità. Anche perché non lo si vuole guardare o affrontare per quello che è. E allora si reprime la prostituzione, ma non il traffico di esseri umani, si tolgono le ragazze delle strade o si multano loro e i clienti, ma non si toccano trafficanti e sfruttatori.

In questo contesto, che senso ha, dunque, la creazione di zone a luci rosse “protette”? Protette per chi, poi? Per criminali e clienti, forse. Non certo per le vittime di tratta, le nuove “schiave” del XXI secolo.

di Anna Pozzi su Avvenire

Valutazione di dieci anni di politiche sulla prostituzione in Svezia e Olanda

Il 1° ottobre 2000 l’Olanda ha tolto il divieto sulle “case chiuse” risalente al 1911. Da allora, vari studi del Centro Documentazione e Ricerca Scientifica del Ministero della Giustizia olandese (WODC) e della polizia nazionale (KLPD) si sono concentrati sull’impatto della depenalizzazione dello sfruttamento della prostituzione in Olanda.

La situazione delle persone che esercitano la prostituzione è peggiorata
Lo studio “Daalder”3 condotto per il Ministero della Giustizia rivela che: • “Non c’è stato alcun miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono”. • “Il benessere emotivo delle donne che esercitano la prostituzione è ora peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati”. • “È aumentato l’uso di sedativi”. • Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose, ma solo il 6% dei comuni offre l’assistenza necessaria. Tra il 50 e il 90% delle donne che si prostituiscono legalmente “lavora contro la propria volontà” Questi dati sono stati svelati nel 2008 dalla polizia nazionale olandese (KLPD) in uno studio sul settore della prostituzione legale intitolato “Keeping up appearances”4.

In questo studio la polizia dà una valutazione molto preoccupante della legge che depenalizza lo sfruttamento della prostituzione. Causa diretta dello studio è stata il caso Sneep, in cui due “protettori” turco-tedeschi, coadiuvati da 30 complici, sono stati condannati per sfruttamento di e violenza nei confronti di più di 100 donne in Olanda, Germania e Belgio. Ciò che colpisce è che tutte queste donne, sfruttate con estrema violenza in Olanda, si trovavano in “case chiuse” legali, con licenza, tassate e autorizzate dallo Stato. Il crimine organizzato ha mantenuto il controllo sul settore legale dell’industria del sesso Nel 2011 Lodewijk Asscher, vice-sindaco del comune di Amsterdam e nuova figura del partito laburista olandese, ha dichiarato che depenalizzare lo sfruttamento della prostituzione era stato un “errore nazionale”5 e che il governo era stato “riprovevolmente ingenuo”.

Un rapporto congiunto della Città di Amsterdam e del Ministero della Giustizia6 mostra infatti come gran parte del settore legale dell’industria del sesso perpetui lo sfruttamento e la tratta di esseri umani. Metà degli esercizi autorizzati di prostituzione e bar (dove si vende marijuana) ha uno o più manager con precedenti penali. La depenalizzazione dello sfruttamento della prostituzione e la legalizzazione dell’industria del sesso non hanno impedito l’aumento della prostituzione “nascosta” o “illegale” Nel 2010 i l RIEC Noord-Holland, un organo governativo deputato alla prevenzione del crimine, ha pubblicato uno studio7 secondo il quale solo il 17% degli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguarderebbero postriboli legali.

1 Valutazione condotta con il supporto di Mouvement du Nid Francia – 2 Fonte: “On legalised prostitution in the Netherlands”, Karin Werkman, 2012 – 3 Daalder, A. L. (2007). Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban [English version]. The Hague. WODC/Boom Juridische Uitgevers. – 4 KLPD (Korps Landelijke Politiediensten) – Dienst Nationale Recherche (juli 2008). Schone schijn, de signalering van mensenhandel in de vergunde prostitutiesector. Driebergen. – 5 http://www.lemonde.fr/m/article/2011/12/23/pays-bas-flop-de-lalegislation- de-la-prostitution_1621755_1575563.html. – 6 Gemeente Amsterdam, Ministerie van Veiligheid en Justitie; Projectgroep Emergo (2011). Emergo – De gezamenlijke aanpak van de zware (georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam. Achtergronden, ontwikkelingen, perspectieven. Amsterdam: Boom Juridische Uitgevers. – 7 RIEC Noord-Holland (19 ottobre 2010). Methodiek ‘Inzicht in prostitutiebranche’.

 

Svezia
8 Il governo svedese ha pubblicato nel 2010 una valutazione della legge del 1999 che proibisce l’acquisto di sesso (e non la vendita di sesso)9. La valutazione è stata condotta dal Ministero della Giustizia.10 Contrastando la domanda, la proibizione dell’acquisto di sesso funge da barriera contro la proliferazione del crimine organizzato, i trafficanti e i “protettori” in Svezia. Secondo la polizia nazionale svedese, la legge ha contribuito alla lotta contro le reti internazionali di sfruttatori. Contrastando la domanda, quindi riducendo le possibilità di guadagno proveniente dallo sfruttamento della prostituzione, la Svezia ha scoraggiato le reti criminali internazionali a investire sul suo territorio.11 Il numero di persone sfruttate nella prostituzione su strada è dimezzato e c’è una generale stabilizzazione del numero di persone che esercitano la prostituzione, contro un significativo aumento dello stesso nei paesi limitrofi.

• Il numero di persone sfruttate nella prostituzione su strada è dimezzato dal 1999, mentre è triplicato in Danimarca e Norvegia nello stesso periodo. Non vi sono prove di una maggior propensione degli uomini svedesi a viaggiare all’estero per comprare sesso.

• La prostituzione attraverso internet è aumentata in Svezia, così come in altri paesi, a causa del generalizzato sviluppo delle tecnologie informatiche. Il numero di persone che offrono prestazioni sessuali tramite pagine o pubblicità via internet è comunque molto maggiore nei paesi limitrofi, come la Danimarca e la Norvegia12. La proporzione di persone che si prostituiscono provenienti da paesi terzi non è aumentata tanto quanto nei paesi vicini, in cui è invece esplosa.

• Non si è registrato un aumento della prostituzione ‘nascosta’. I servizi sociali e la polizia sottolineano come l a prostituzione non possa andare completamente nella clandestinità, in quanto essa ha bisogno di qualche sorta di pubblicità per attrarre gli acquirenti di sesso. La legge dimostra di saper convogliare norme e valori: la mentalità è cambiata completamente nel giro di 10 anni e oggi più del 70% dei cittadini è favorevole alla legge Prima dell’adozione della legge, la maggioranza della popolazione svedese era contraria alla proibizione dell’acquisto di sesso. 10 anni più tardi, 3 indagini dimostrano che più del 70% della popolazione è pienamente favorevole. Questo soprattutto tra i giovani: ciò mostra come la legge abbia avuto un ruolo chiave nel convogliare norme e valori. La proibizione agisce da deterrente per gli acquirenti di sesso: la domanda è diminuita Secondo delle indagini condotte in Svezia, la proporzione di uomini che comprano sesso è diminuita. Nel 1996 il 13,6% degli uomini svedesi affermava di aver pagato per prestazioni sessuali. Nel 2008 solo il 7,8%. Questa diminuzione potrebbe essere sovrastimata, per via della riluttanza ad ammettere di aver commesso un reato. Comunque un gran numero di uomini intervistati ha affermato di non comprare più sesso a causa della nuova legge in vigore. La polizia svedese ritiene che la legislazione impedisca effettivamente a molti uomini di comprare sesso.13

 

8 Fonte generale: ‘Briefing on Swedish law and policies on prostitution and trafficking in human beings’, Gunilla S. Ekberg B.S.W., JD, 2012. 9 Sito web del governo svedese: http://www.regeringen.se/sb/d/13358/a/149231 – 10 È interessante notare come questa valutazione positiva sia stata condotta da un governo guidato dal partito politico che, 10 anni prima, aveva votato contro questa legge in quanto si trovava all’opposizione. 11 Questo effetto deterrente è stato confermato dalle attività di intercettazione telefonica della polizia che rivelano la mancanza di redditività dell’investire nello sfruttamento della prostituzione in Svezia. – 12 Nel 2007 l’agenzia nazionale per gli affari sociali svedese ha studiato per 6 settimane gli annunci pubblicitari su internet ed ha potuto contare solo 400 persone che proponevano servizi sessuali. Nel 2008 più di 800 persone in Danimarca e quasi 1400 in Norvegia proponevano simili servizi su internet solamente. Fonte: http://www.assemblee-nationale. fr/13/pdf/rap-info/i3334.pdf (p. 226). – 13 Dall’entrata in vigore della legge nel 1999, 4225 uomini sono stati arrestati.

 

Vi precederanno nel Regno dei Cieli

vi passeranno davantiOre 22.40 di un sabato dicembre, Torino Nord, nella zona dell’Iveco, il clan, grazie all’idea dei capi, ha vissuto un’esperienza particolare con gli “Amici di Lazzaro“.
Dopo essere arrivati in quella zona accendiamo un fuoco e dopo un po’ iniziano ad arrivare attorno al fuoco anche delle prostitute. Sì, siamo qui per loro, per fargli gli auguri di Natale, per fargli vivere un Natale più umano a loro, donne emigrate dal loro Paese nella speranza di avere una vita migliore nel nostro Paese ma che in seguito sono finite sul marciapiede di una strada per soddisfare le voglie dei clienti.
Mentre siamo con loro, ad un certo punto iniziano a cantare e subito l’atmosfera si scalda, il ritmo africano che scorre in loro emerge e contagia anche noi. Dopo un po’ iniziano a pregare, con gli occhi chiusi proiettati verso una dimensione non terrena e mormorando una preghiera direttamente dal cuore. Riesco a sentire una di queste preghiere: “Thank you Lord for my life!” (“Grazie Signore per la mia vita!”).
Sono rimasto senza parole. Com’è possibile che una persona in quelle condizioni riesca a trovare la forza per pregare, per dialogare con Dio e sopratutto ringraziarlo per la propria vita?!? Personalmente sono stato colpito da questo e subito dopo da lì si sono innescate altre riflessioni, che mi ha fatto comprendere meglio questa frase del Vangelo:  “Le prostitute e i pubblicani vi precederanno nel Regno dei Cieli…” Ho capito che quelle donne hanno nella loro semplicità e nella dolorosa situazione una Fede più grande della mia (ma non so come fanno ad avercela), ed io, che teoricamente sto meglio, non ce l’ho una Fede così; ho capito perché loro faranno meno fatica di me ad entrare nel Regno dei Cieli.
E tu, che cosa ne pensi delle prostitute? Hai la Fede dei farisei o quella delle prostitute e dei pubblicani?
Genu
tratto da http://lapaperastarnazzante.blogspot.it/2012/12/vi-precederanno-nel-regno-dei-cieli_23.html

Dati, non chiacchiere, sui pornoquartieri

Inside-the-stre6141Per quanto si è ascoltato e letto finora, sembra quasi che l’essere favorevoli o contrari alla realizzazione, a Roma, di un quartiere a luci rosse sia solamente questione di prospettiva: da una parte il realismo di coloro che intendono almeno provare, monitorando il fenomeno della prostituzione, ad arginare il crimine, dall’altra quanti, in nome di ideali anche condivisibili ma astratti, si trincerano dietro una mera contrarietà di principio. In realtà, senza nulla togliere all’importanza di un valore altissimo quale è quello della dignità umana – che ogniqualvolta c’è prostituzione, clandestina o meno che sia, viene gravemente calpestato –, contro qualsivoglia ipotesi di “zonizzazione” della prostituzione vi sono anche argomenti di carattere segnatamente pratico che sarebbe grave trascurare dato che si basano su un elemento di inconfutabile concretezza: l’esperienza di altri Paesi, in particolare quella olandese.

Com’è noto, infatti, se c’è una nazione nella quale, anche ricorrendo ad appositi quartieri a luci rosse, da anni si tenta di governare il fenomeno della prostituzione, questa è proprio l’Olanda. Ebbene, da quelle parti, nel 2007 – cioè anni dopo la cancellazione del divieto in materia di “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato un report, noto anche come studio “Daalder”, al fine di esaminare la situazione. Contrariamente alle aspettative, dalle sessanta pagine del report sono emersi quattro punti per nulla positivi, che riportiamo testualmente: 1) Nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei Comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Sono dati che forse stupiranno qualche entusiasta sostenitore dell’idea del Comune di Roma, ma che con ogni probabilità, in Olanda, non stupirono nessuno giacché già un anno prima del citato documento, nel 2006, un rapporto della polizia aveva rilevato parecchi episodi di prostituzione forzata riportando come nel famigerato quartiere a luci rosse di Amsterdam tantissime donne venissero sfruttate proprio da quella criminalità organizzata che, secondo qualcuno, verrebbe neutralizzata se solo si regolamentasse la prostituzione. E non è finita. Qualche anno dopo, nel 2010, il RIEC Noord-Holland, un organo governativo impegnato nella prevenzione del crimine, ha pubblicato una ricerca dalla quale si appurato un dato decisamente avverso all’idea – diffusissima ma assai ingenua – secondo cui la regolarizzazione di un fenomeno, come per magia, ne comporta la scomparsa del lato clandestino: gli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguardanti bordelli effettivamente in regola sono appena il 17%.

Una percentuale compatibile con la stima secondo cui, in terra olandese, circa l’80% delle prostitute svolge la propria professione in modo illegale o solo parzialmente regolare pur potendo serenamente fare altrimenti. A questo punto, pur prendendo le distanze dalle intenzioni del Comune di Roma, verosimilmente vi sarà comunque chi rimarrà convinto della necessità di abrogare la Legge Merlin procedendo con la riapertura delle case di tolleranza. Idea buona? Valida risposta alla prostituzione come forma schiavitù? Non si direbbe: con un lavoro condotto da ricercatori delle università di Heidelberg, Berlino e Londra, i quali hanno esaminato dati raccolti in ben 161 Paesi fra il 1996 e il 2003, si è giunti alla conclusione – in verità non così sorprendente, alla luce di quanto già ricordato – che una politica di liberalizzazione della prostituzione comporta e può comportare un aumento del traffico e dello sfruttamento di persone ridotte a pura merce di scambio (Economics of Security Working Paper, 2012).

Ora, se clandestinità e sfruttamento criminale non ne escono contrastati in maniera efficace, che senso avrebbe tornare alle case chiuse? Che soluzione mai potrebbe rappresentare, ad un problema, una scelta che di fatto non lo risolverebbe, ma lo farebbe solo credere risolto? La comunque opinabile possibilità di maggiori entrate per il fisco – ammesso e non concesso che, una volta regolarizzate, le prostitute, senza evadere neppure un euro, si sottopongano in massa alle vampiresche imposte italiane – conta più della certezza di un fallimento? Data la posta in gioco, vale la pena misurarsi fino in fondo con questi laicissimi dubbi. Nella consapevolezza, comunque, che un’alternativa – molto concreta e, questa sì, davvero umana – ci sarebbe, ed è quella indicata da don Oreste Benzi (1925-2007), che dedicò tutta una vita a liberare le schiave spiegando loro, con la forza di un abbraccio, che c’è vita oltre il marciapiede. Alternativa faticosa e complessa? Può darsi. Ma ricordiamoci, con Nicolás Gómez Dávila (1913–1994), che «ciò che non è complicato è falso».
Giuliano Guzzo su La Croce Quotidiano