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I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

So che mi uccideranno. Offro la mia vita per Cristo (Shahbaz Bhatti)

Ricordiamo Shahbaz Bhatti, ministro pakistano delle minoranze ucciso da estremisti islamici il 2 marzo 2011, tramite l’omelia per la sua morte pronunciate dal cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che lo conobbe di persona.

Gesù vuole che il “dire” sia accompagnato dal “fare”: “Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. Se ci accontentassimo di essere cristiani solo sociologicamente, o peggio, cristiani la cui vita fosse in contraddizione con ciò che diciamo di Gesù, allora correremmo il rischio di sentirci dire un giorno: “Via da me, non vi conosco”. Oggi abbiamo davanti a noi la vita luminosa di Shahbaz Bhatti. Aveva scelto Cristo come salvatore, la Chiesa come madre, ogni essere umano come fratello. Fu coerente fino alla fine. La sua vita fu e rimarrà per sempre una vita immolata, un sacrificio offerto a Dio. Come desiderava, lo troviamo ai piedi della croce di Gesù: “Non voglio posizioni di potere, voglio solo un posto ai piedi di Gesù, voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo!”.

Queste sue parole sono così forti che converrebbe tacere. Ma lasciamoci prendere per mano dal nostro amico Shahbaz Bhatti. Seguiamolo fino alla croce di Gesù. Da lì, dice ai suoi aguzzini: “Fino al mio ultimo respiro continuerò a servire Gesù in questa povera umanità sofferente: i cristiani, i bisognosi, i poveri”. Poi, con lui, alziamo lo sguardo verso il Crocifisso. È là che comprendiamo la profondità della perdizione dell’uomo, il mistero di iniquità, di cui parlava Paolo, il potere del male. Ma in Gesù crocifisso, scopriamo anche un po’ dell’immensità dell’amore divino che redime. La croce ci rivela il volto misericordioso di Cristo, che ci apre sempre il cammino della speranza. Sant’Agostino ha immaginato un dialogo tra Gesù e il Buon Ladrone. Sant’Agostino gli chiede: “Come hai fatto per capire il dramma del Calvario? Hai studiato le Scritture tra i tuoi latrocini? Come hai fatto a capire le profezie e confessare la tua fede in Cristo in modo così luminoso, proprio quando i suoi discepoli lo stavano abbandonando?”. E poi Agostino presta al Buon Ladrone questa risposta: “No, non ho studiato le Scritture, non ho meditato le profezie, ma Gesù mi ha guardato e nel suo sguardo ho capito tutto!”.

Poiché, da bambino e da uomo, Shahbaz ha fatto sì che Gesù incrociasse il suo sguardo e aprisse il suo cuore, egli non ha più avuto alcuna paura, anzi ha avuto il coraggio di servire i suoi fratelli cristiani e non cristiani, il proprio paese, di offrire i suoi servizi alla Chiesa, a rischio della propria vita. Dobbiamo rendere grazie a Dio per aver messo sulla nostra strada quest’autentico “martire”, cioè “testimone” della fede cristiana. […]

Se Gesù ha detto: “Nessuno mi toglie la mia vita, ma sono io che la offro”, Shahbaz Bhatti ha potuto dire: “Non ho più parole da dire, dedico la mia vita a Gesù!”. Non esiste un cristianesimo senza la croce. Il messaggio evangelico disturberà sempre. Ma l’amore dei cristiani per tutti sarà sempre luce, consolazione e solidarietà in mezzo alla violenza. […]

Mi vengono alla mente immagini commoventi delle due eucaristie che ho celebrato a Islamabad e a Lahore, nel mese di novembre scorso. La domenica 28 novembre, il ministro Bhatti venne a salutarmi all’aeroporto di Lahore e mi disse: “So che mi uccideranno. Offro la mia vita per Cristo e per il dialogo interreligioso”.

A tutti nostri fratelli e sorelle cattolici del Pakistan giunga il nostro messaggio di comunione nella fede, la speranza e la carità. Spesso si sentono soli, senza protezione. Aspettano molto dalla comunità internazionale. Stamane il Santo Padre li ha raccomandati alla preghiera di tutta la Chiesa. […]

Possa Dio farci capire meglio cosa vuol dire “dare la propria vita per i fratelli”. In fondo, il peccato, il mistero del male che sembra dominare la scena del mondo, ha forse molto semplicemente la funzione di dare a Dio la gioia di perdonare, e ci sprona a essere, sulle strade della vita dove Gesù ci precede, araldi della sua presenza, convinti che da lui “riceviamo adesso la riconciliazione”, per essere a nostra volta riconciliatori degli uomini con Dio per mezzo della croce.

L’inferno delle spose bambine

«Ho pensato diverse volte di uccidermi. Ero solo una bambina, ma avrei preferito togliermi la vita piuttosto che sposare un uomo che aveva il doppio della mia eta’».

Il (tentato) matrimonio forzato di Tasleem Mulhall non si è consumato in uno sperduto villaggio dell’Asia, ma in una città della moderna Inghilterra. Tra pressioni psicologiche e rimpatri forzati, quello delle spose bambine è infatti un fenomeno molto comune in tutta Europa, soprattutto nei Paesi che hanno un alto tasso di migranti.

Anche in Italia obbligate a sposarsi

Abuso sessuale. Abuso fisico. Abuso mentale. Sono queste le violenze che subiscono le ragazze che anche in Italia sono costrette a diventare spose. Alcune rischiano persino di venire uccise, se rifiutano di prendere come marito uno sconosciuto in terra lontana. Un fenomeno difficile da fermare perché in genere «le vittime non si rivolgono alla polizia per paura di penalizzare i propri genitori – spiega Nazia Khanum, autrice di un rapporto sui matrimonio forzati –. Tra le ragazze, casi di automutilazione e suicidi sono all’ordine del giorno». Di loro si legge in qualche raro articolo di cronaca.

Come Shahnaz Begum, uccisa a sassate in provincia di Modena dal marito per aver difeso la figlia che si opponeva a un matrimonio imposto. Anna (nome di fantasia), segregata dal padre in una cantina a Bologna; celebre la frase del genitore: «Da qui uscirai o pakistana o morta». Si è letto anche di Adila che bevve dell’acido muriatico per opporsi al matrimonio combinato con un connazionale.

Un’associazione per denunciare e salvare

Ma di Shahnaz, Anna e Adila in Italia ce ne sono molte, spiega l’associazione Trama di Terre, fondata nel 1997 a Imola. Questa Onlus ha gestito il primo rifugio italiano per donne scappate dai matrimoni forzati. Oltre al rifugio, è stata attivata una rete di protezione per le donne vittime di maltrattamenti. «Uno dei problemi principali è proprio il fatto che ancora non esistono delle cifre ufficiali», racconta la presidente di Trame di Terre Tiziana Dal Pra. Ed è merito proprio dell’associazione di Imola se si ha una prima stima reale dei matrimoni forzati in Italia, visto che Trame di Terre nel 2008 ha raccolto 33 casi nella sola Emilia Romagna. «Le testimonianze riguardano ragazze marocchine, pakistane e indiane – continua Dal Pra –. Solo un caso si è concluso con il suicidio di una donna indiana avvenuto a Carpi nel 2006, mentre in almeno otto casi sono state perse le tracce della vittima». Un progetto che, purtroppo, lo scorso anno si è fermato per mancanza di fondi. «Vorremmo rivolgerci al ministero delle Pari opportunità – precisa la presidente di Trama di Terre –. Ora stiamo seguendo autonomamente alcuni casi, ma servirebbe un piano nazionale per portare avanti il progetto».

Nozze celebrate all’estero e fatte riconoscere in Europa

Una strategia diffusa tra i genitori che vogliono costringere la loro figlia al matrimonio è portarla al Paese d’origine, che sia Pakistan, Marocco o Yemen, e farla convolare a nozze in un remoto villaggio. Poi, al ritorno in Europa, sarà solo una formalità fare registrare il matrimonio dal governo dove la famiglia ormai risiede.

Perché in Italia, per esempio, i matrimoni con minorenni sono vietati ma manca completamente un quadro legislativo utile a contrastare questo fenomeno. Il fatto che quasi sempre le nozze sono celebrate all’estero, infatti, è un escamotage che permette di aggirare la legge e intrappolare la ragazza che, una volta tornata in Europa, non sarà sottoposta a nessun controllo per capire la validità del consenso alle nozze. «Sappiamo di essere solo all’inizio di un percorso complesso e poco esplorato in Italia – continua la presidente di Trama di Terre –. Per questo vogliamo porre all’attenzione della politica italiana questo tema, portando il nostro contributo, frutto del lavoro sul campo fatto negli ultimi cinque anni. La prima necessità è quella di riconoscere i matrimoni forzati come una delle forme di violenza contro le donne».

Ultima speranza: un cucchiaino all’aeroporto

Nel Regno Unito, dove il fenomeno dei matrimoni forzati è maggiormente monitorato che in Italia, parte del lavoro delle Ong consiste nel dare consigli alle future spose bambine su come evitare di essere portate dai loro genitori fuori dal Regno Unito per obbligarle a sposarsi con uno sconosciuto.

Una delle strategie consigliata alle piccole vittime è quella di nascondere un cucchiaino metallico nelle mutande: questo porterà il metal detector dell’aeroporto a suonare e, non trovando nulla nelle tasche della minore, obbligherà la sicurezza aeroportuale a perquisire la ragazza in un’area sicura. Qui, lontana dal padre, la minore potrà raccontare del timore di stare per essere obbligata a sposarsi. «Questi trucchetti saranno necessari fino a che il governo non renderà il matrimonio forzato un reato penale», racconta Tasleem Mulhall dal Regno Unito. Una battaglia che il premier inglese David Cameron non sembra volere portare avanti. E che l’Italia non ha ancora iniziato, preferendo lasciare le sue bambine ancora con pochi aiuti. Per non dire, nessuno.

di Elisa Murgese

tratto da: http://www.dimensioni.org/2015/03/linferno-delle-spose-bambine.html

Lahore, vedova cristiana minacciata dai familiari musulmani del marito: Convertiti o muori

PAKISTAN_(S)_0830_-_Famiglia_cristianaIslamabad (AsiaNews) – “Quando mi sono sposata, i parenti [di mio marito] hanno iniziato a esercitare pressioni, affinché mi convertissi [all’islam]. Ma lui ha sempre preso le mie difese, dicendo che ‘mia moglie e i miei figli devono sentirsi liberi di professare la loro fede’. Tuttavia, dopo la sua morte i suoi fratelli hanno ricominciato a vessarci. E hanno giurato di ucciderci, se non ci convertiamo all’islam”. È l’appello, drammatico e disperato, di una donna cristiana rimasta vedova; e che ora, senza un marito lungimirante, musulmano ma convinto difensore del diritto alla libertà religiosa, rischia di essere uccisa dai familiari.

Il matrimonio fra Muhammad Sadiq e Martha Masih Bibi, lei cristiana e lui discepolo di Maometto, ha saputo vincere anni di pressioni e minacce dei parenti dell’uomo, contrari a un legame con una “miscredente”. Eppure, la coppia di Lahore non si è mai allontanata e nel tempo ha festeggiato la nascita di tre femmine e un maschio. Le figlie si sono sposate con uomini provenienti da famiglie cristiane – una minoranza fragile e spesso perseguitata in Pakistan – e hanno deciso di mantenere la fede della madre.

Tuttavia, dopo la morte del padre avvenuta di recente, le ragazze hanno iniziato a ricevere minacce e pressioni dai fratelli [islamisti] del genitore, volte a ottenere la conversione. La figlia più grande Nosheen Afzal, sposata con Kamran Afzal, ha subito minacce dirette e personali dai familiari. Uno zio li ha bollati come “infedeli”, perché vivono da cristiani pur essendo (la ragazza) figlia di un musulmano. Per sfuggire alla rappresaglia hanno dovuto abbandonare la notte successiva – in tutta fretta e in gran segreto – la loro abitazione.

Negli ultimi giorni anche le sorelle sono finite nel mirino dei parenti, con minacce e pressioni. Per questo la madre Martha Bibi si è rivolta alle organizzazioni pro diritti umani, fra cui la Masihi Foundation, chiedendo protezione e aiuto. Denunciando il crescente “clima di intolleranza”, il team legale della fondazione si è subito attivato sporgendo denuncia presso le autorità competenti, chiedendo anche protezione per la famiglia. P. Robin John, sacerdote e attivista dell’arcidiocesi di Lahore rivendica il diritto alla libertà religiosa; egli ricorda l’esempio fornito dal padre che, seppur musulmano, non ha mai voluto imporre la propria fede ai figli. “Anche questo ha permesso loro di vivere felicemente”.

Con più di 180 milioni di abitanti (di cui il 97% professa l’islam), il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo ed è il secondo fra i Paesi musulmani dopo l’Indonesia. Circa l’80% è musulmano sunnita, mentre gli sciiti sono il 20% del totale. Vi sono inoltre presenze di indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Le violenze contro le minoranze etniche o religiose si verificano in tutto il territorio nazionale, dalla provincia del Punjab fino a Karachi, nella provincia meridionale del Sindh, dove nei primi otto mesi del 2012 sono state uccise più di 2.200 persone.

Oggi è il “Malala day”, perché ogni giovane pakistano (a dispetto dei talebani) possa studiare

Giornata in onore dell’adolescente colpita dagli estremisti islamici e avvio di un programma Onu per sostenere l’educazione ne suo paese

Due dollari al mese per ogni bambino mandato alle elementari e 10 dollari a famiglia per le spese familiari legate all’istruzione. E’ il programma Waseela-e-Taleem dell’Onu, finanziato dalla Banca Mondiale e della Gran Bretagna che, in occasione del ‘Malala Day’, è stato presentato a Islamabad da Gordon Brown, inviato per l’Educazione delle Nazioni Unite, e che dovrebbe portare nelle aule circa 3 milioni di bambini pachistani senza istruzione.

La 15enne Malala Yousafzai, studentessa pachistana e attivista dei diritti di studio per le donne, ferita con una pallottola alla testa dai talebani è diventata ormai un simbolo della lotta all’istruzione delle donne nel mondo e il 10 novembre sarà d’ora in poi un monito per tutti i paesi che non prevedono l’obbligo dell’accesso allo studio a tutti i minori. Circa 100mila persone hanno firmato una petizione che chiede anche di assegnarle il prossimo Nobel per la pace e un milione di firme sono state raccolte per il diritto all’educazione nel Paese.

LA VOCE DEL PAKISTAN. Documenti che Brown ha presentato al presidente Asif Ali Zardari. “I sogni di Malala rappresentano quello che è il futuro del Pakistan” ha detto Brown ricordando che il Paese spende meno del 2% per l’educazione dei ragazzi, che il tasso di alfabetizzazione nel Paese è solo del 58% e che solo la metà delle donne pachistane sono in grado di leggere e scrivere. Sono 61 milioni i bambini nel mondo senza istruzione di questi 32 milioni sono ragazze.

“La voce di Malala – ha detto il padre di Malala Ziauddin – è la voce delle genti del Pakistan e di tutti i bambini deprivati del mondo. Malala e tutti gli altri attivisti per i diritti umani e delle donne devono essere ascoltati sinceramente e seriamente”. Ziauddin, insieme alla moglie e agli altri due figli, si sono trasferiti un mese fa a Birmingham per stare vicini a Malala ricoverata al Queen Elisabeth Hospital.

ANCORA PAURA. Amica di Malala e ferita a una mano nel giorno dell’attacco dei talebani al pullman scolastico a Mingora, Kainaat Riaz, ha raccontato, nel giorno del Malala Day, la sua “paura”. “Sono ancora terrorizzata – ha detto la 16enne che ha fatto sapere di pregare per la sua amica tutti i giorni – piango quando penso all’incidente. Ho visto Malala in un bagno di sangue vicino a me”. Malala, ha raccontato la ragazza parlando della sua amica, “ha sempre detto di voler fare qualcosa per l’istruzione delle ragazze e non le importava se in questo modo metteva a rischio la sua stessa vita”.

A Mingora, dove è avvenuto l’attacco del 9 ottobre in cui le ragazze sono state gravemente ferite, la sicurezza oggi non ha permesso manifestazioni. Il giorno di Malala sarà comunque celebrato con preghiere e riunioni speciali. (Agi)

Spose bambine, fenomeno grave anche tra gli immigrati

Le vacanze scolastiche: un momento atteso  e sempre accolto con esultanza dagli studenti. Tutti gli anni, però, per milioni di bambine e di adolescenti nel mondo diventa il momento del passaggio, inaspettato, violento, traumatico, alla vita adulta. L’Unicef denuncia che ogni anno circa tre milioni di bambine di età inferiore a 15 anni subiscono mutilazioni genitali femminili. Sono quasi tutte africane, ma l’istituzione è diffusa anche in alcuni paesi dell’Asia sud-occidentale, ad esempio in Yemen.

Da tempo in Africa si è diffusa la consuetudine di eseguire gli interventi approfittando proprio delle vacanze scolastiche: per non far perdere giorni di scuola alle bambine poiché l’escissione, e ancor più l’infibulazione, richiedono un periodo di convalescenza abbastanza lungo e, soprattutto, per eludere gli eventuali controlli degli insegnanti, questo accade nei numerosi paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono sì proibite da una legge, ma che è fatta rispettare a dir poco svogliatamente, per cui è sufficiente infliggere le mutilazioni con discrezione per evitare sanzioni.

Una parte di quelle bambine a scuola, però, non ritornano più: o perché non sopravvivono alle gravi, frequenti complicazioni – quasi sempre si tratta di infezioni ed emorragie – o perché l’intervento precede di pochi giorni il matrimonio che mette fine alla loro carriera scolastica.

A maggior ragione, scelgono le vacanze scolastiche gli emigranti residenti in Europa e in America del Nord, dove le leggi contro le mutilazioni genitali femminili vengono applicate più rigorosamente. Se ne hanno i mezzi, per essere ancora più sicuri di scampare alla giustizia, portano a mutilare le figlie nei paesi d’origine. Le stime per quanto riguarda l’Italia, calcolate sulla base del numero di donne immigrate e della loro provenienza, indicano che nel nostro paese le bambine a rischio potrebbero essere quasi 8.000.

Un altro pericolo incombe inoltre sulle giovani africane e asiatiche residenti in Europa e in America del Nord. All’inizio dell’estate il governo britannico, e non per la prima volta, ha avvertito medici, insegnanti e personale aeroportuale di vigilare con particolare impegno perché, durante le vacanze estive, cresce il rischio che delle bambine e delle adolescenti vengano condotte all’estero dalle famiglie con il pretesto di un soggiorno nel paese di origine dei genitori, ma in realtà per farle sposare, dopo averne in precedenza combinato il matrimonio secondo regole che spesso prevedono il pagamento del cosiddetto “prezzo della sposa”: un importo negoziato durante le contrattazioni matrimoniali che il marito o la di lui famiglia si impegnano a corrispondere ai genitori della sposa.

Lo scorso anno tra giugno e agosto l’Unità governativa britannica Matrimoni forzati ha ricevuto ben 400 segnalazioni e una recente indagine commissionata dal governo britannico ha rivelato che ogni anno più di 5.000 giovani immigrate sono costrette a un matrimonio combinato. Oltre un terzo di esse ha meno, spesso molto meno, di 16 anni. È il caso, raccontato dalla BBC, di Sameem Ali, portata in Pakistan e lì maritata quando aveva 13 anni, e di Ahman Kassim, che ne aveva soltanto 11 anni quando si è trovata sposata a un perfetto sconosciuto durante quella che credeva essere una vacanza estiva in Yemen.

Il problema in Gran Bretagna e in altri stati occidentali in effetti è ben noto e da molto tempo. In Italia è stato portato per la prima volta all’attenzione del pubblico nel 1993 quando la casa editrice Mondadori ha pubblicato l’autobiografia di Zana Muhsen, intitolata Vendute! L’odissea di due sorelle. Nell’estate del 1965 Zana, che allora aveva 15 anni, e la sorellina Nadia, residenti a Birmingham, di madre inglese e padre yemenita, erano state affidate a un amico di quest’ultimo che – così era stato raccontato a loro e alla madre – le avrebbe ospitate in Yemen per una breve vacanza. Partite euforiche all’idea di conoscere finalmente il paese di origine del padre, al loro arrivo avevano scoperto di essere sposate a due cugini. Zana, dopo otto anni e innumerevoli vicissitudini, è riuscita a tornare in Gran Bretagna, libera, ma dovendo lasciare al marito il figlio nato dall’unione. Invece la sorella Nadia vive tuttora in Yemen, con il marito, perché non ha avuto il coraggio di abbandonare le due figlie sapendo che saranno quasi sicuramente destinate a loro volta a un matrimonio precoce e forzato. Contro la loro volontà entrambe sono state escisse da neonate. In cambio di Zana e Nadia il padre aveva chiesto e ottenuto 2.500 sterline.

La grande testimonianza di Asia Bibi: «Se mi condannate perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificarmi»

Pubblichiamo la grande testimonianza di Asia Bibi, cattolica condannata a  morte in Pakistan per false accuse di blasfemia, che attende da anni in prigione  il processo di appello.

«Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle  donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di  isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se  leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata  con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il  profe­ta Maometto». Inizia così la lettera pubblicata da Avvenire e  scritta da Asia  Bibi, pakistana cattolica, madre di cinque figli, condannata per  blasfemia per avere bevuto un bicchiere d’acqua raccolta da un pozzo di un  musulmano e per questo accusata di avere “infettato” la fonte. Dopo avere  rifiutato l’appellativo di infedele e l’imposizione di convertirsi da parte di  altre donne, Asia Bibi è stata accusata di avere insultato il profeta  Maometto. In prigione dal 2009, Asia aspetta ancora una data per il  processo di appello che, si spera, ribalterà la sentenza riconoscendo la falsità  di quanto le è stato imputato.

«ORGOGLIOSA DI SACRIFICARMI PER DIO». «Voglio soltanto  tornare da[i miei figli], vedere il loro sorriso e riportare la serenità – prosegue Asia nella lettera – Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno  che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice,  l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo  avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della  sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per  la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire  da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. “Sono stata condannata  perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei  mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia  vita per Lui”».

LA LEGGE NERA. Asia Bibi è vittima della legge sulla blasfemia, insieme di norme introdotte  in Pakistan nel 1976 e che prevedono per chi insulta l’islam, Allah o il profeta  Maometto pene che includono l’ergastolo e la condanna a morte. La legge, come è  stato dimostrato per la prima volta dal caso di Rimsha Masih, viene usata in oltre il 95 per cento  dei casi in modo strumentale per consumare vendette personali o per ottenere vantaggi  economici dalla condanna dell’avversario.

TASEER E BHATTI. Asia Bibi dopo aver ricordato Salman Taseer  (nella foto insieme a lei, ndr) e Shahbaz Bhatti, rispettivamente il governatore  islamico del Punjab e il ministro per le Minoranze cattolico assassinati l’anno  scorso per essersi schierati a sua difesa e contro la legge sulla blasfemia, si  chiede «quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego  in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre  autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra  persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore  e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia  uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che  dobbiamo proteggere».

LA «PAURA» DEI FAMILIARI DI ASIA. Ad avere bisogno di  protezione è anche la famiglia di Asia Bibi. Come dichiarato ad Avvenire dal marito Ashiq Masih, «abbiamo veramente paura. La  nostra vita è affidata a nostro Signore, Gesù Cristo. Siamo sempre a rischio. Ad  aprile il signor Joseph Nadeem ci ha portati in carcere per visitare mia moglie.  Lungo la strada siamo stati attaccati nel nostro furgoncino da persone  sconosciute, ma grazie a Dio non siamo stati feriti gravemente anche se il  veicolo è stato danneggiato in modo serio. Joseph Nadeem ha perso molte cose a  causa nostra: Dio lo benedica». Non solo. Anche la stessa Asia Bibi, se venisse  rilasciata e prosciolta dalle accuse, sarebbe in pericolo. Continua il  marito: «Crediamo in Gesù Cristo, che è sempre con lei. E speriamo che  venga rilasciata per il prossimo Natale. Ma lei non sarebbe al sicuro se venisse  scarcerata. Chiediamo aiuto a Ong e organizzazioni per darle protezione  internazionale in un altro Paese, altrimenti temiamo che possa essere uccisa.  Siamo ancora in attesa della data del processo d’appello, ma è necessario un  sostegno internazionale per portarla via dal Pakistan, altrimenti è più sicura  in prigione».

«PREGATE PER NOI». I precedenti non sono incoraggianti,  visti i tanti casi di cristiani accusati di blasfemia e uccisi in Pakistan fuori  dai tribunali prima ancora che venisse emessa una sentenza di colpevolezza o  innocenza, ma Asia Bibi confida in Dio come scrive al termine della sua  lettera: «Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il  ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi  per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa  lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo  che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per  noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare  dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso  possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia».

Asia Bibi condannata a morte per la sua fede, scrive al Papa

asiabibipopeAsia Bibi, dall’19 giugno 2009 è in carcere, condannata a morte con l’accusa di blasfemia per aver offeso Maometto.
Più volte le è stata promessa la scarcerazione e la salvezza in cambio della conversione all’islam, che lei ha rifiutato.
“Se lei  mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia  vita per Lui” (Asia Bibi)
Nell’indifferenza mondiale…

per il Natale 2013 ha scritto al Papa questa lettera:

A Sua Santità Papa Francesco:

nel nome del Signore nostro onnipotente e glorioso, io Asia Bibi vorrei esprimere tutta la mia più profonda gratitudine a Dio e lei, Padre Santo.

Spero che ogni cristiano abbia potuto celebrare con gioia il Natale appena trascorso. Come molti altri prigionieri, anche io ho festeggiato la nascita del Signore nel carcere di Multan, qui in Pakistan.

Vorrei ringraziare la Renaissance Education Foundation che ha fatto avverare il sogno di vivere quel momento insieme a mio marito e ai miei figli, portandoli qui a Multan. Mi sarebbe tanto piaciuto poter essere a San Pietro per Natale a pregare insieme a lei ma ho fiducia nel progetto che Dio ha per me e magari Lui vorrà realizzare il mio desiderio l’anno prossimo.

Sono molto grata a tutte le Chiese che stanno pregando per me e si battono per la mia libertà. Non so quanto potrò andare ancora avanti. Se sono ancora viva è grazie alla forza che le vostre preghiere mi danno.

Ho incontrato molte persone che parlano e combattono per me. Purtroppo ancora non è servito.  In questo momento voglio affidarmi solo alla misericordia di Dio che può tutto. Unicamente Lui può liberarmi. Prego, inoltre, per tutti coloro che lavorano e raccolgono fondi per la mia causa. Grazie.

In questo inverno, sto affrontando molti problemi: la mia cella non ha riscaldamento e non ha una porta adatta per ripararmi dal freddo pungente, anche le misure di sicurezza non sono adeguate, non ho abbastanza soldi per le necessità quotidiane e sono molto lontana da Lahore, dunque i miei familiari non riescono ad aiutarmi.

Voglia, infine, Padre Santo, accettare i miei migliori auguri per l’anno nuovo. So che lei prega per me con tutto il cuore. E questo mi dà fiducia che un giorno, la mia libertà sarà possibile.

Certa di essere ricordata nelle sue preghiere, la saluto con affetto.

Asia Bibi, sua figlia nella fede.

Asia Bibi – dal carcere di Multan (testo da Avvenire)

La mia patria è l’Occidente

sabatina-ev.de_0Nata in Pakistan nel 1982, all’eta’ di dieci anni Sabatina James si trasferi’ con la famiglia, musulmana, a Linz, in Austria. Al ginnasio per Sabatina l’integrazione fu rapida, e tuttavia problematica. Subito si scatenò il conflitto tra le imposizioni dell’islam, così come le viveva tra le mura di casa, e la sua aspirazione alla libertà personale. Oggi Sabatina non esita a definire «violenza psichica e fisica» quella subìta già in quegli anni in famiglia. Un incubo che culminò quando, con il pretesto di mandarla in una scuola coranica, all’età di 17 anni i genitori la rispedirono in Pakistan. «Lì mi veniva insegnato l’odio verso l’Occidente. Ho sperimentato sulla mia pelle, ancor più di quanto non avessi già provato in famiglia, l’assoluta mancanza di valore della donna nella società islamica: subii continue violenze e sevizie». Questo finché Sabatina non venne a sapere del matrimonio combinato che l’attendeva: avrebbe dovuto sposare un suo cugino. Così, a 19 anni, Sabatina fuggì dal Pakistan per tornare in Europa, fino a diventare cittadina tedesca: «Questo ora è il mio paese», dice. In seguito alla sua conversione pubblica al cristianesimo, nel 2001, il padre e un’autorità musulmana emisero una sentenza di morte nei suoi confronti. Da allora questa ragazza, che nel 2003 è stata battezzata cristiana-cattolica (con il nome di Sabatina, appunto), è costretta vivere nascosta in una località sconosciuta della Germania. È pubblicista (il suo ultimo libro s’intitola Devi morire per la tua felicità. Prigioniera tra due mondi, Knaur 2007), ambasciatrice di “Terre des Femmes” e ha fondato l’organizzazione “Sabatina e. V.” (www.sabatina-ev.de) a difesa dei diritti delle donne musulmane. Signora James, lei è stata battezzata nel 2003. Perché ha deciso di seguire Cristo e la sua Chiesa? Cosa ha a che fare la sua forte aspirazione alla libertà e alla felicità con quel passo? Ciò che mi ha convinto della fede cristiana è Gesù Cristo stesso come persona. Pensi al Vangelo, al colloquio di Gesù con la samaritana, al fatto che Lui ha rischiato la propria reputazione e il proprio nome per salvare la vita di un’adultera, dicendo: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!». Indipendentemente da ciò, ho riconosciuto il Dio della Bibbia come colui che attraverso segni straordinari e miracoli mi indica sempre la giusta via. In Gesù ho trovato la risposta alla mia ricerca di libertà. Ha mantenuto contatti in Pakistan? Come vivono i cristiani nel suo paese d’origine? Sono stata in Pakistan alcuni mesi fa, ma non l’ha saputo nessuno della mia famiglia, altrimenti per me sarebbe stato troppo pericoloso. I cristiani in Pakistan vivono come schiavi. Molti di loro vengono portati in prigione e torturati, o addirittura vengono giustiziati senza motivo. Le giovani cristiane vengono stuprate se non si convertono all’islam. Tempo fa era venuta da me una di loro che era stata venduta a un latifondista. Mi ha chiesto aiuto. Purtroppo ho saputo qualche giorno fa che è stata sequestrata da alcuni musulmani e di lei non c’è più traccia da oltre venti giorni. Questa è la quotidianità dei cristiani in Pakistan. Nel 2001 suo padre ha emesso una condanna a morte nei suoi confronti, e da allora lei deve vivere nascosta. Ha paura? Guardo alla vita come il re David, che diceva: «In migliaia cadono alla mia sinistra, a decine di migliaia alla mia destra, ma io non sarò colpito». Io vivrò! Lei ha sperimentato – lo ha scritto lei stessa – la famiglia come una prigione. Ora ha una nuova famiglia? Che significato ha per lei la parola educazione? No, fino a questo momento non ho costruito una nuova famiglia, e non ho bambini. In ogni caso è fin d’ora mio desiderio, quando sarà il momento, insegnare ai miei figli che hanno un Padre in cielo che non li abbandona mai e che ha un grande progetto per la loro vita. Inoltre, so già che dovrò dedicare ai miei figli tutto il tempo necessario e che mai anteporrò ai miei bambini il lavoro, la carriera, gli hobby o gli amici. Lei un tempo era islamica: che rapporto ha oggi con l’islam e coi singoli musulmani? Naturalmente osservo con attenzione le diverse tendenze presenti all’interno di ciò che chiamiamo islam. Certo, di musulmani radicali ce ne sono in tutti i paesi, tuttavia, se penso a quello che ha detto Gesù, cioè che dobbiamo amare i nostri nemici e pregare per chi ci perseguita, allora so che in questo insegnamento trovo i migliori presupposti per pormi di fronte a quelle persone. Che cos’è l’islam per lei, oggi? L’islam per me è semplicemente la religione nella quale sono nata e cresciuta, ma oggi credo in Gesù Cristo! Cosa pensa della società multiculturale così com’è progettata e realizzata in Europa? Sostanzialmente concepisco l’idea del multiculturalismo come una bella cosa. Tuttavia, molti dei nostri politici spesso elaborano leggi che riguardano anche i musulmani senza avere mai avuto neppure un colloquio con loro, per esempio con le donne costrette al matrimonio combinato. Non hanno idea di che cosa significhi vivere tra due culture che non sono paragonabili tra loro. Se questi sono i presupposti, come potranno elaborare progetti d’integrazione? A proposito di politici, che cosa pensa di quelli che sono disposti a cedere su tutto pur di venire a patti con i musulmani? Sono quelli che temono per la loro vita e per la possibile perdita di consenso alle elezioni. Non si pongono il problema se il loro popolo va a rotoli. Hanno paura di essere etichettati come razzisti, ma non si rendono conto che qui non si tratta di razzismo, piuttosto di rispetto dei diritti umani. Il problema è che molti dei nostri politici non hanno alcuna fede e dunque mancano del presupposto per entrare in dialogo con i musulmani, i quali invece sanno bene ciò che Allah vuole da loro. Lei ha fondato un’associazione d’aiuto al riconoscimento della parità delle donne musulmane. Che cosa fa in concreto? Cerchiamo di aiutare le donne che in Germania, in Austria e in Pakistan sono costrette al matrimonio forzato o che sono minacciate di morte. Cerchiamo di mettere a loro disposizione case dove rifugiarsi e offriamo loro assistenza legale. Oltre agli aiuti diretti cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla sofferenza che spesso devono subire le donne musulmane. di Vito Punzi

Pakistan – La clausura degli Angeli, cara ai musulmani di Karachi

Nel Paese in cui il 95% della popolazione è musulmana, dal 1959 esiste un convento di contemplative domenicane. La clausura ospita nove suore di cui sette pachistane. Le religiose raccontano: “Molti fedeli islamici confidano nelle nostre preghiere e inoltre sostengono il nostro monastero”.

Karachi . Esiste un solo convento di clausura in Pakistan. È il monastero degli Angeli di Karachi. Ospita nove suore domenicane: sette pachistane, una americana ed una srilankese. Dedicano la loro vita alla preghiera perpetua per i cristiani, ma non solo. Una di loro racconta ad AsiaNews: “Ad ogni ora del giorno c’è almeno una sorella presente nella cappella per la preghiera e l’adorazione perpetua del Santissimo. Le nostre preghiere non sono solo per i cristiani, ma per tutti senza alcuna distinzione. Persone di ogni credo vengono da noi a chiedere l’aiuto della nostra preghiera. Oltre ai cattolici vengono anche musulmani e protestanti. Molti ci scrivono lettere o telefonano, oppure mandano fax e mail per chiederci di pregare per loro”.

Il monastero degli Angeli è un luogo caro a molti musulmani. Raccontano le suore: “Molti fedeli islamici confidano nelle nostre preghiere e sono soliti venire da noi per chiederle oppure si servono di amici. Inoltre sostengono il nostro monastero. La nostra vita è dedicata alla preghiera e al sacrificio, per il Paese ed il mondo. Aiutiamo la società, la Chiesa ed il popolo nei loro bisogni e sofferenze attraverso la nostra preghiera. Noi non predichiamo, troviamo la soluzione ad ogni problema nella preghiera”.

La madre superiora del monastero e la sua assistente leggono i giornali per informarsi sulla situazione del mondo. “Comunicano alle altre sorelle le cose più importanti che sono successe come gli attentati, l’aumento dei prezzi o altri avvenimenti che sono motivo di bisogno o di sofferenza per la popolazione. Noi aggiungiamo questi fatti alle altre intenzioni di preghiera”.

Il monastero ha una casa di accoglienza dove singole persone, gruppi di religiosi o laici sono soliti andare per meditare e pregare. “Curiamo noi stesse l’accoglienza per i visitatori e cuciniamo anche per loro”. A separare le suore dal mondo esterno c’è sempre una grata. Le divide dagli ospiti che ricevono in visita, dal sacerdote che celebra per loro la messa, anche dai parenti che in giorni e tempi fissati vengono a trovarle

Parlando del ridotto numero di suore nel monastero le domenicane raccontano che molte famiglie vedono la vita monastica come una strada molto difficile e quindi sono solite scoraggiare le figlie che intendono intraprendere la via della comunità claustrale. A questo proposito padre Bonnie Mendes, anziano e stimato sacerdote cattolico della zona, spiega ad AsiaNews che “la vita di preghiera deve essere vista con gli occhi della fede per comprendere che le loro preghiere aiutano la Chiesa locale e la società”.

La vita quotidiana del convento è simile a quella delle altre clausure sparse nel mondo. Le suore sono solite fare pane, torte e dolci – padre Mendes ci tiene a dire che “sono di ottima qualità” – e producono particole e vino per le parrocchie. I “prodotti” vengono depositati in una piccola apertura da dove vengono prelevati da alcuni laici. Questi li consegnano ai fattorini per la distribuzione o li portano direttamente nelle parrocchie.

La storia della nascita del convento di Karachi inizia negli anni cinquanta. Fu il domenicano Francesco Benedetto Cialeo, missionario di origine avellinese divenuto poi vescovo di Faisalabad nel 1960, a cercare la strada per aprire un convento di clausura in Pakistan. Conobbe delle suore contemplative a Los Angeles e cercò di favorire il loro arrivo nel suo Paese d’adozione.

La fondazione della clausura avvenne però qualche anno dopo su iniziativa di monsignor Joseph Marie Anthony Cordeiro. Quando divenne arcivescovo di Karachi nel 1958, una delle sue prime decisioni fu quella di invitare una comunità di contemplative nella diocesi. Chiamo le suore di Los Angeles e due domenicane, madre Mary Gabriel e suor Mary Imelda, arrivarono a Karachi nell’aprile del 1959. Nel dicembre dello stesso anno nove contemplative del monastero di Los Angeles arrivarono in Pakistan fondando il monastero nella città. Dopo nove anni, il 20 luglio 1968, il convento venne trasferito da Ingle road alla sua sede attuale fuori Karachi (nella foto il gruppo delle suore nei primi anni dopo lo spostamento del monastero). di Qaiser Felix