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Liberta’ religiosa (da Caritas in Veritas – Carita’ nella Verita’) Benedetto XVI

freedom-sign29. C’e’ un altro aspetto della vita di oggi, collegato in modo molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto alla liberta’ religiosa. Non mi riferisco solo alle lotte e ai conflitti che nel mondo ancora si combattono per motivazioni religiose, anche se talvolta quella religiosa e’ solo la copertura di ragioni di altro genere, quali la sete di dominio e di ricchezza. Di fatto, oggi spesso si uccide nel nome sacro di Dio, come più volte e’ stato pubblicamente rilevato e deplorato dal mio predecessore Giovanni Paolo II e da me stesso [68].
Le violenze frenano lo sviluppo autentico e impediscono l’evoluzione dei popoli verso un maggiore benessere socio-economico e spirituale. Ciò si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista [69], che genera dolore, devastazione e morte, blocca il dialogo tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro impiego pacifico e civile. Va però aggiunto che, oltre al fanatismo religioso che in alcuni contesti impedisce l’esercizio del diritto di liberta’ di religione, anche la promozione programmata dell’indifferenza religiosa o dell’ateismo pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessita’ dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane.
Dio e’ il garante del vero sviluppo dell’uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignita’ e ne alimenta il costitutivo anelito ad “essere di più”. L’uomo non e’ un atomo sperduto in un universo casuale [70], ma e’ una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un’anima immortale e che ha da sempre amato. Se l’uomo fosse solo frutto o del caso o della necessita’, oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all’orizzonte ristretto delle situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l’uomo non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo. Quando lo Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale e impedisce loro di avanzare con rinnovato dinamismo nel proprio impegno per una più generosa risposta umana all’amore divino [71]. Capita anche che i Paesi economicamente sviluppati o quelli emergenti esportino nei Paesi poveri, nel contesto dei loro rapporti culturali, commerciali e politici, questa visione riduttiva della persona e del suo destino. E’ il danno che il « supersviluppo » [72] procura allo sviluppo autentico, quando e’ accompagnato dal « sottosviluppo morale » [73]

Madonna di Shesan, aiuto dei cristiani, Prega per noi!

Nella Lettera pastorale di Papa Benedetto XVI indirizzata alla Chiesa in Cina nel 2007 il Papa decide che la festa annuale della Madonna di Sheshan, l’Ausiliatrice dei cristiani, il 24 maggio, sarà una festa di preghiera di tutta la Chiesa nel mondo per la Chiesa in Cina. Penso che i fedeli di Shanghai saranno contentissimi quando sentiranno tale buona notizia. Grazie, Santo Padre. Questo per la diocesi di Shanghai è un onore molto grande, e allo stesso tempo un obbligo molto importante. Innanzitutto dobbiamo venerare la Madonna con un fervore straordinario, dobbiamo imitare la Madonna, impegnandoci a essere suoi figli e figlie, e dando esempio agli altri cattolici. In secondo luogo, poiché ci saranno certamente molti fedeli che verranno in pellegrinaggio a Sheshan, noi cattolici di Shanghai dobbiamo prepararci adeguatamente, essere degli ospiti accoglienti, affinché i fedeli cinesi e stranieri possano in noi vedere la gloria dell’amore divino, venendo di buon grado e tornando contenti.

Aloysius Jin Luxian

La chiesa costruita nel XIX secolo e benedetta come santuario nazionale, si staglia in cima a una collina piena di vegetazione e piante rare, a circa 40 km a sudovest di Shanghai. Nelle vicinanze del santuario vi è pure un osservatorio astronomico sorto per opera dei gesuiti agli inizi del ‘900 e in seguito nazionalizzato. Per decenni centinaia di migliaia di cattolici, anche nei periodi più bui della persecuzione, sono giunti da tutta la Cina per chiedere grazie e pregare Maria, Regina della Cina.

Nota storica: i cristiani e gli ebrei

I RAPPORTI FRA EBREI E CRISTIANI (PER DISTINGUERE GLI ABUSI COMPIUTI DAI CRISTIANI DALLE FALSE ACCUSE ALLA CHIESA)

LA CHIESA CHIEDE PERDONO

( il cristiano non è superiore al pagano perché non commette peccati ma perché non li giustifica, si sforza di combatterli e ne chiede perdono)

La Chiesa chiese perdono, nell’anno Santo del Giubileo del 2000, per le azioni di tanti suoi figli quando essi hanno esercitato forme di violenza nella correzione degli errori anche là dove, tali errori, non calpestavano i diritti degli altri né minacciavano la pace pubblica.

La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: – l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato- ( Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4 ).

Per UN CORRETTO GIUDIZIO STORICO: quali sono stati i rapporti fra gli ebrei e i cristiani?

1) Le origini del conflitto fra ebrei e cristiani.

Nei primi secoli di storia della Chiesa furono i cristiani a subire persecuzioni da parte degli ebrei. Nel ’34 viene lapidato il diacono Stefano, presente Paolo, che approvava questa decisione ( Atti da 6,8 a 8,3 ). Paolo ricorda di aver dato il suo – voto – nei processi per mettere a morte i – santi – cioè i cristiani ( Atti 16,10 ).

Nel ’62 vengono lapidati, a Gerusalemme, Giacomo il Minore e altri cristiani per ordine del sommo sacerdote Ananos e del sinedrio. Quando i governatori romani sono presenti, la persecuzione giudaica contro i cristiani viene impedita ed esplode regolarmente in quelle occasioni in cui è assente l’autorità romana: in questi casi i sommi sacerdoti responsabili vengono destituiti dall’autorità di Roma. I romani sono decisi a non cedere più come al tempo di Cristo alle pressioni del Sinedrio, essi non accettano più di considerare i cristiani come eversori dell’autorità politica. L’
accusa, infatti, costruita dai grandi sacerdoti contro Gesù era estremamente abile perché utilizzando l’ambiguità insita nelle attese messianiche – attese messianiche note ai romani e di cui essi avevano timore – combinava l ‘accusa di violazione della legge giudaica ( quella di essersi fatto Figlio di Dio ) con l’accusa politica ( di essersi fatto re ). I governatori e i procuratori romani dichiarano esplicitamente che la controversia fra i cristiani e i giudei è una controversia strettamente religiosa, senza implicazioni politiche e dichiarano che non vogliono essere strumentalizzati dalle autorità religiose ebraiche.

Quando la provincia della Giudea ritorna autonoma con Agrippa I, la persecuzione legale dei cristiani ritorna possibile: è di questo periodo la condanna a morte di Giacomo Maggiore e l’arresto di Pietro

( cfr Marta Sordi, i cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano 1983, pp.13-28 ).

2) Le origini delle mitologie antigiudaiche

Con la dispersione degli ebrei nel mondo iniziano i difficili problemi di convivenza con le popolazioni locali dove essi si stabiliscono.

Gli ebrei rappresentano, in molti casi, una sorta di corpo estraneo, un vero e proprio stato che non si integra nel compatto tessuto medioevale.

In questo contesto filtra il mito pagano antigiudaico dell’omicidio rituale diffuso nella città di Alessandria d’Egitto e riferito da Giuseppe Flavio nel testo – Contra Apionem -.

La struttura del mito dell’omicidio rituale è questa: in occasione della Pasqua ebraica viene ucciso un bambino per utilizzare il suo sangue a scopo rituale, o a scopi medicinali e magici.

La prima accusa documentata di omicidio rituale, con le prime persecuzioni popolari, si ha a Fulda, in Germania, nel 1235.

L’imperatore Federico II dichiara ufficialmente falsa l’accusa. Nel 1247, a Valreas, nuova accusa di omicidio rituale: gli ebrei si appellano al Papa Innocenzo IV che condanna la falsa accusa in termini precisi. Alle soglie del trecento nuove accuse di omicidio rituale nei confronti del quartiere ebraico di Barcellona: anche qui viene riconosciuta l’innocenza degli ebrei.
Le bolle papali continuano a condannare la falsa credenza nell’omicidio rituale attribuito agli ebrei ma questo non impedisce, purtroppo, il diffondersi di questo – mito – e non impedisce le conseguenti sollevazioni popolari le quali portano spesso alla espulsione degli ebrei per motivi di ordine pubblico. Papi come Innocenzo IV, Gregorio IX, Gregorio X, Martino V e Niccolò V si opposero espressamente alla falsa credenza nell’omicidio rituale.

Nel 1554 la terribile accusa di omicidio rituale fa la sua apparizione anche a Roma, centro della Cristianità, e proprio alla vigilia dell’avvento al soglio pontificio di Paolo IV, uomo privo di ogni moderazione, dal carattere rigido, irruento e incapace di dominarsi, ossessionato da uno zelo religioso violento, privo di compassione verso se stesso e gli altri: i suoi provvedimenti politici, esageratamente rigorosi e autoritari, fecero tanto soffrire sia gli ebrei che il popolo romano. Questo il fatto. Viene scoperto nel camposanto di Roma, durante la settimana santa, il cadavere crocifisso di un bambino. Il popolo aizzato da un ebreo convertito, Hananel da Foligno, accusa gli ebrei. La folla invoca il massacro o l’espulsione degli ebrei. Il cardinale Alessandro Farnese scopre i veri colpevoli, due spagnoli che avevano agito per denaro e in odio agli ebrei. Il nuovo Papa, Paolo IV, punisce con la morte i colpevoli. L’ordine pubblico è salvo ma sarà, per gli ebrei, un ordine all’interno del ghetto e per i romani un ordine di tipo calvinista che giunge perfino a proibire ogni forma di divertimento lecito.
Quando Paolo IV muore, nel 1559, il popolo romano si solleva e ne impedisce i funerali. Il palazzo dell’inquisizione viene invaso e dato alle fiamme, le insegne abbattute e la statua di Paolo IV frantumata e gettata nel Tevere. Tutta la città è in preda a forti subbugli. La salma stessa del pontefice deve essere sottratta al furore del popolo e viene nascosta nei sotterranei della basilica vaticana

( cfr Paolo IV, pp.329-334, in Battista Mondin, Dizionario enciclopedico dei Papi, Città Nuova, Roma, 1999).

Nel 1840 il mito dell’omicidio rituale è ancora vivo. Un gruppo di ebrei viene accusato a Damasco dell’omicidio rituale di un frate e del suo domestico. Un recente studio dello storico israeliano Jonathan Frankel, su questo celebre caso giudiziario e che ebbe grande risonanza internazionale, mostra come le forze – liberali – e – progressiste -, dalla Francia di Luigi Filippo al giovane Karl Marx, considerano gli accusati pregiudizialmente colpevoli mentre è la diplomazia cattolica asburgica a esigere e ad ottenere finalmente il più scrupoloso rispetto dei diritti degli imputati. Frankel cita un discorso particolarmente violento e ottuso di Marx, discorso del 1847, il quale sostiene che anche i cristiani – macellavano esseri umani e consumavano vera carne e sangue umano nell’eucaristia –

(cfr Massimo Introvigne, il caso di Damasco: i cattolici, antisemitismo e politica negli anni 1840, Cristianità n.279-280, luglio-agosto 1998, p.18 ).

Con l’arrivo della peste in Europa nasce il secondo mito antigiudaico:
sono gli ebrei che diffondono la malattia. Fin dalla primavera del 1348 il percorso della peste è accompagnato dalle sollevazioni popolari contro gli ebrei. La Chiesa, con Clemente VI, condanna con molta forza, nel luglio del 1348 e nell’ottobre dello stesso anno, questa falsa credenza. L’erudito Konrad di Magenberg nella sua opera del 1349-51, Das Buch der Natur, in cui affronta il problema della peste, dimostra che la mortalità per peste colpisce sia i cristiani che gli ebrei.

Nonostante le condanne e le spiegazioni, le violenze popolari contro gli ebrei continuano ad accompagnare la comparsa dell’epidemia. Le continue tensioni fra le popolazioni e gli ebrei portano alle espulsioni: in molti casi, a partire dal 1400, in Spagna e poi in Germania e a Venezia nel 1516, le espulsioni vengono sostituite con il ghetto. Il ghetto è un quartiere riservato agli ebrei dove sono obbligati ad abitare e dove i cancelli vengono chiusi dopo il tramonto. I cancelli o le mura del ghetto rappresentano, per gli ebrei, anche una protezione della loro identità: chiudono il quartiere alle pressioni, agli influssi e alle suggestioni del modo esterno. L’istituzione del ghetto fu vista dagli ebrei anche come una difesa della loro autonomia e della loro identità. A Mantova e a Verona, per esempio, l’anniversario della creazione del ghetto era celebrato dagli ebrei con feste e preghiere di ringraziamento.

Nel 1215, per evitare illeciti contatti sessuali tra ebrei e cristiani, viene introdotto il segno distintivo per gli ebrei: provvedimento di origine mussulmana. Tale provvedimento fu largamente disatteso in Europa e applicato soprattutto in Francia e in Inghilterra.

3) Motivi concreti dell’antipatia verso gli ebrei

Un autentico ebreo errante, Salomon ibn Varga, che scrisse la prima opera di storia ebraica dai tempi di Giuseppe Flavio, stampata per la prima volta in Turchia nel 1554, dice che nessun uomo di buon senso odia gli ebrei ad eccezione del volgo:- per questo c’è una ragione: l’ebreo è arrogante e cerca sempre di dominare(.)- ( cfr Rino Cammilleri, Storia dell’Inquisizione, Newton, Roma 1997, p.51 ).

Lo storico Paul Johnson dice che gli ebrei agirono da – lievito – nei movimenti che cercavano di distruggere il monopolio della Chiesa: il movimento albigese e quello hussita, il Rinascimento e la Riforma. Egli dice che essi furono intellettualmente sovversivi

( cfr Rino Cammilleri, ibidem, p.37 ).

Il prestito a interesse, esercitato dagli ebrei e vietato in quel tempo ai cristiani, era un motivo di continua tensione con le popolazioni. Successive bolle papali stabilirono che l’interesse non doveva superare il 20 %: il che non era poco. In una economia essenzialmente agricola bastavano due annate cattive per mettere interi villaggi alla mercé dei prestatori di denaro.

Il prestito resta un’attività tipica degli ebrei. Secondo alcuni storici il divieto di possedere terreni avrebbe indotto gli ebrei a questo rapporto privilegiato con il denaro. La storica Anna Foa fa notare che l’allontanamento dalla terra fu imposto agli ebrei solo alla fine del medioevo e riguardava soltanto la proprietà del latifondo, non il possesso di piccoli appezzamenti di terreno. Il divieto del latifondo era volto ad impedire agli ebrei di possedere schiavi cristiani perché la coltivazione del latifondo prevedeva l’utilizzazione del lavoro servile.

4) Gli ebrei e la Chiesa

Scrive Anna Foa che gli ebrei, da secoli, erano abituati a vedere nel papato un protettore contro arbìtri e violenze e per questo si rivolgevano spesso al Papa per chiedere aiuto e protezione. Nel 1493 gli ebrei, espulsi dalla Spagna, venivano accolti a Roma dal Papa.

Alla fine del VI secolo gli ebrei di Marsiglia lamentarono che il Vescovo aveva tentato di convertirli con la forza: Papa Gregorio Magno riafferma la condanna della forza. Quando le sinagoghe palermitane e cagliaritane vengono trasformate in Chiese, Gregorio condanna la negazione della libertà religiosa e impone ai vescovi di risarcire gli ebrei della perdita subita.

Nel 1236 l’ebreo convertito Nicholas Donin indirizza a Papa Gregorio IX un memoriale contro il Talmud per quelle parti in cui esso contiene insulti e bestemmie contro Cristo. Il Papa impartiva l’ordine di confiscare i libri e di sottoporli ad esame: la confisca fu eseguita solo in Francia. L’intervento non era orientato alla soppressione del libro ma alla censura, cioè alla eliminazione delle parti considerate blasfeme. Papa Innocenzo IV, invocato dagli ebrei, interveniva successivamente e scriveva a Luigi IX:- poiché i maestri ebrei del tuo regno ci hanno esposto (.) che senza quel libro che in ebraico chiamano Talmud, non possono comprendere la Bibbia e le altre ordinanze della loro legge secondo la loro fede, noi che secondo il mandato divino siamo tenuti a tollerare che essi osservino questa loro legge, abbiamo ritenuto giusto rispondere loro che (.) non vogliamo privarli ingiustamente dei loro libri-

( cfr Anna Foa, Ebrei in Europa dalla peste nera all’emancipazione, Laterza, Bari 1999, p.31 ).

All’inizio del secolo XI si diffondono accuse di alto tradimento contro gli ebrei: corrono voci che essi complottino con i mussulmani. Anche la paura della fine del mondo nell’anno mille ha la sua parte: la figura dell’anticristo viene messa in relazione agli ebrei. Con la prima crociata si verifica una grande esplosione di antisemitismo. San Bernardo di Chiaravalle dichiara esplicitamente:- chiunque metterà le mani su un ebreo per ucciderlo farà un peccato tanto enorme come se oltraggiasse la persona stessa di Gesù-

( cfr AAVV, gli ebrei nella cristianità, p.149, in 100 punti caldi della storia della Chiesa, Paoline, Cinisello Balsamo ( Milano ), 1986 ).

L’imperatore Barbarossa mediante un editto stabilisce che la mano di chi ferisce un ebreo deve essere tagliata e per l’uccisione degli ebrei viene stabilita la pena di morte.

Affinchè gli ebrei non siano oppressi essi vengono elevati al rango di ciambellani imperiali.

L’arcivescovo di Magonza dispone che la crociata di chi uccide un ebreo sia invalida, cioè che non abbia alcuna virtù espiatrice (cfr Joseph Lortz, Storia della Chiesa, vol. I, Paoline, Roma 1980, p. 628, 630-631 ).

5) L’Inquisizione spagnola

Gli ebrei si erano rifugiati nella penisola iberica dopo la caduta dell’
impero Romano.

L’invasione dei visigoti, da poco convertiti al cristianesimo, che li costringevano a battesimi forzati li aveva spinti tra i mussulmani del sud. Gli ebrei rimasti con i visigoti avevano accettato il cristianesimo ma continuavano in segreto ad osservare le loro leggi: comincia a nascere il cosiddetto ebreo segreto più tardi chiamato marrano.

Nel 711 i mussulmani invasori della Spagna si mostrano più tolleranti dei visigoti. Gli ebrei devono pagare una tassa, portare un segno distintivo e a loro è vietato montare a cavallo e portare armi. Gli ebrei finiscono per avere in mano il commercio, le finanze e l’intera amministrazione. Quando la penisola fu riconquistata dai cristiani, gli ebrei, come già sotto i mussulmani, hanno cariche fondamentali: appaltatori generali delle imposte, funzionari, tesorieri di corte.

Gli ebrei concorrono direttamente alla costruzione delle strutture amministrative e finanziarie dello stato Spagnolo ricoprendo un ruolo che non ha paralleli negli altri stati moderni. Fino al XII secolo sono proprietari di terre e produttori di vino ma il prestito è l’attività fondamentale ed è anche quella che crea maggiore attrito con il mondo circostante.

Le comunità ebraiche aragonesi e castigliane godono di piena autonomia giudiziaria: hanno il diritto di esercitare pieni poteri giudiziari sia in materia civile che in materia criminale.

Nel 1391, con la morte improvvisa di Giovanni I di Castiglia, a Siviglia scoppiano tumulti popolari contro gli ebrei che si estendono a tutta la Castiglia e alla Catalogna. Le alte gerarchie ecclesiastiche e le autorità civili hanno una posizione di dura condanna e tentano di fermare le violenze popolari ma non riescono a mantenere l’ordine pubblico.

Molti responsabili delle violenze agli ebrei vengono arrestati e condannati all’impiccagione ma il popolo insorge liberando i prigionieri e attaccando le case dei patrizi.

Scrive Anna Foa che gli eventi del 1391 sono stati interpretati come l’ espressione di – (.) una crisi essenzialmente sociale ed economica, una lotta delle classi popolari contro quelle privilegiate (.).

In sostanza, quella del 1391 sarebbe stata una delle numerose crisi rivoluzionarie – dal tumulto fiorentino dei Ciompi ai moti dei lollardi in Inghilterra- che nella seconda metà del trecento agitarono l’intera Europa- ( Anna Foa, op. cit., p. 94 ).

Questa situazione di guerra civile metteva in crisi un regno giovane come quello della Spagna dove su un totale di appena 6 milioni di abitanti c’erano almeno centomila ebrei e oltre trecentomila mussulmani: nessun altro paese aveva minoranze così consistenti.

Scrive Rino Cammilleri che – il giovane regno (.) già all’indomani della sua faticosa unificazione rischiava di deflagrare in una guerra civile di tutti contro tutti-

( Rino Cammilleri, op. cit., p.36 ).

Le continue violenze popolari fanno molti morti fra gli ebrei sia di
religione giudaica che – conversos -, cioè convertiti al cattolicesimo.
Non bisogna dimenticare i grandi santi spagnoli di quel periodo che sono di origine ebraica: Teresa d’Avila, Giovanni d’Avila, Giovanni di Dio, Ignazio di Loyola, Juan de la Cruz.

A questo punto nasce l’inquisizione spagnola- sottratta all’autorità pontificia e strumento dell’autorità politica -, richiesta insistentemente al re da molti autorevoli conversos per smascherare i falsi convertiti in modo da evitare un bagno di sangue.

I conversos dominano l’economia, la cultura e anche le cariche ecclesiastiche. L’inquisizione, colpendo una piccola percentuale di falsi convertiti certifica che tutti gli altri conversos – che sono la maggioranza -sono veri spagnoli e veri cattolici che nessuno ha il dirritto di attaccare con la violenza. Dal momento in cui nasce l’inquisizione i promotori dei tumulti anti-giudaici vengono colpiti e in pochi anni i tumulti spariscono. L’inquisizione viene affidata ad ebrei convertiti come Tomàs de Torquemada e il suo successore Diego Deza

( cfr Massimo Introvigne, L’Inquisizione fra miti e interpretazioni, intervista con lo storico Jean Dumont, Cristianità n.131, Piacenza, marzo 1986, pp.11-13 ).

( Bruto Maria Bruti )

Il Papa, la pedofilia e le bufale di “Sex Crimes and the Vatican”

vaticanSolo la rabbia laicista dopo il Family Day spiega perché, subito dopo la grande manifestazione romana, all’improvviso il documentario dell’ottobre 2006 della BBC “Sex Crimes and the Vatican” abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e i vari Santoro abbiano cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione.

Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 – quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano – costituisce il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II. Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:

(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese;

(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 18 maggio 2001 ha l’unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;

(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora (“crimini più gravi”), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti. Al contrario, è del tutto evidente che questi documenti si occupano del problema, una volta instaurato un giudizio ecclesiastico, a norma del diritto canonico, a chi spetti la competenza fra Congregazione per la Dottrina della Fede, che in questi casi agisce “in qualità di tribunale apostolico” (così la Sacramentorum sanctitatis tutela), e altri tribunali ecclesiastici. Questi documenti, invece, non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura, farlo – delle denunzie e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati. A chiunque conosca, anche minimamente, il funzionamento della Chiesa cattolica è evidente che quando i due documenti scrivono che “questi delitti sono riservati alla competenza esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede” la parola “esclusiva”

significa “che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici” e non – come vuole far credere il documentario – “che esclude la competenza dei tribunali degli Stati, a cui terremo nascoste queste vicende anche qualora si tratti di delitti previsti e puniti delle leggi dello Stato”. Non è in questione questo o quell’episodio concreto di conflitti fra Chiesa e Stati.

Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la loro portata e il loro ambito, che è quello di regolare questioni di competenza all’interno dell’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati, semplicemente, non c’entra.

Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in Germania). Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei nuovi documenti, non si occupa affatto di pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti.

L’istruzione del 1962 non nasconde questi abusi, anzi al contrario impone a chiunque ne venga a conoscenza di denunciarli sotto pena di scomunica. Dispone che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico caso di processi a porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali. Quanto al carattere “segreto” del documento, menzionato nel testo, si tratta di un “segreto” giustificato dalla delicatezza della materia ma molto relativo, dal momento che fu trasmesso ai vescovi di tutto il mondo.

Comunque sia, anche l’istruzione Crimen sollicitationis non riguarda in alcun modo la questione se eventuali attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite l’abuso del sacramento della confessione debbano essere segnalate da chi ne venga a conoscenza alle autorità civili. Riguarda solo le questioni di procedura per il perseguimento di questi delitti all’interno dell’ordinamento canonico, e al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti colpevoli.

La lettera del 2001, al contrario di quanto fa credere il documentario, crea semmai una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni. Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di quattro anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al 2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. Certo, in passato questo non è sempre avvenuto. Il legittimo desiderio di proteggere sacerdoti innocenti ingiustamente calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono, molti) qualche volta è stato confuso con un “buonismo” che ha ostacolato indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte stigmatizzato ogni forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il discorso ai vescovi dell’Irlanda in visita ad Limina Apostolorum, del 28 ottobre 2006): e in realtà il trasferimento della competenza dalle diocesi, dove i giudici spesso possono avere rapporti di amicizia con gli accusati, a Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore rigore e severità. In ogni caso, le misure prese nell’ambito del diritto canonico per perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la denuncia dei responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del pregiudizio e dell’ignoranza.

Massimo Introvigne – Cesnur

Io scrittore omosessuale vi voglio raccontare una speranza

giorgio-ponteMi chiamo Giorgio Ponte ho trentun anni e faccio lo scrittore. Molti in questi giorni avranno sentito parlare di me come persona con tendenze omosessuali che si e’verita esposta in difesa della famiglia naturale. Alcuni sicuramente sapranno che sono cattolico e che nella vita, con la fatica e le difficoltà di tutti, cerco di vivere come tale.

Tutto questo è vero e tuttavia non basta a dire ciò che sono, ma soprattutto non è il motivo per cui oggi sono qui, a questo Family Day. Questa infatti non è una riunione di ultracattolici, né di ultraconservatori, né, evidentemente, di eterosessuali. Questa piazza raduna chiunque, uomo o donna, riesca ancora a riconoscere nella coppia maschile-femminile, l’unica unione capace di concepire la vita e quindi adatta a crescerla. E per fare questo non serve avere inclinazioni particolari, una particolare fede, o un determinato colore politico.

Ma chi è qui, questo lo sa già.
Perciò, in quanto persona con tendenze omosessuali, oggi credo sia mio compito fare qualcosa di diverso, e cioè parlare a chi, di là, ci guarda e non capisce: coloro i quali stamattina si sono svegliati con la convinzione che una moltitudine di persone si sia radunata al Circo Massimo contro di loro. A queste persone dico: sappiate che qui c’è qualcuno che sa cosa provate. E si batterà fino alla fine, perché possiate capire cosa facciamo noi.
Io conosco il vostro dolore. Fa male non sentirsi capiti. Fa male credere che il mondo sia contro di noi. Fa male avere la sensazione che la gente esprima un giudizio sulla vostra vita, su chi amate, sulla natura di ciò che provate, come se ci fosse qualcuno in grado di entrare nelle profondità della vostra anima e guardare quanto ci sia di egoismo o quanto di amore vero. Fa male dover rinunciare a un desiderio spontaneo come quello di paternità o maternità.
Fa male, lo so.
Ma non è per questo che questa piazza si è riunita.
Nessuno qui può permettersi di entrare nel merito di ciò che ogni singolo uomo prova per qualcun altro. Nessuno vi chiede di cambiare il vostro stile di vita, di lasciare il vostro compagno, di cambiare il vostro orientamento, di vivere in castità: nessuno è qui per dirvi che siete sbagliati. E se qualcuno lo fa, lo fa a titolo personale, sbagliando egli stesso.
Se nemmeno la Chiesa, nella sua saggezza, si arroga il diritto di dire a una persona con tendenza omosessuali di essere in sé stessa un errore, come potrebbe fare diversamente una piazza che mette insieme migliaia di persone di ogni credo o di nessun credo?
No. Qui, oggi, non vi si chiede di cambiare vita.
Ciò che vi si chiede, ciò che vi chiedo io, e di deporre le armi e guardare con verità alla storia da cui provenite, da cui tutti proveniamo: un maschio e una femmina, un papà e una mamma, che per qualche ragione, fortuita o volontaria, hanno fatto sì che noi oggi esistessimo.
Forse i vostri genitori non sono stati i migliori del mondo. Forse talora possono essere stati persino i peggiori.
Ma almeno voi sapete chi sono.
Noi abbiamo avuto la possibilità di saperlo, per potere farci i conti, per potere restituire a chi ci ha dato la vita, il giusto valore. Perché solo quando facciamo i conti col nostro passato, siamo liberi di affrontare il nostro futuro. E questo lo sa bene chi per disgrazia, questa possibilità non l’ha avuta, perché orfano, perché abbandonato.
Questa legge, il matrimonio gay camuffato sotto altro nome, facilita un sistema che un domani permetterà che migliaia di bambini vengano fatti crescere volontariamente e con l’avallo dello Stato privi di questo diritto: avere una mamma e un papà.
So bene che alcuni di voi questo lo capiscono, e chiedono solo una tutela, che più che tutela è un riconoscimento legale, sociale dalla vostra relazione. Ma purtroppo il clima e le condizioni attuali a livello politico, nazionale ed europeo, hanno spezzato le gambe a qualsiasi possibile compromesso. Non possiamo fare leggi a metà, senza adozioni, perché abbiamo visto che in tutti gli stati in cui sono state approvate, esse sono sempre state il trampolino di lancio per la parificazione col matrimonio e la conseguente possibilità di procreare usando donne e uomini come fornitori di materiale biologico, al pari di mucche e stalloni. Per questo, nessuna legge oggi è possibile.
Perciò se questo riuscite a comprenderlo, vi chiedo di riflettere: siete davvero pronti a prendervi questa responsabilità sulle generazioni future, in nome del vostro pur legittimo desiderio di riconoscimento?
Io no.
Se davvero desiderate essere padri e madri per le generazioni future, allora fate un gesto che solo un autentico genitore può fare: rinunciate al vostro desiderio per amore di questi figli.
Da sempre come uomo e come scrittore, ho desiderato raccontare al mondo la Speranza.
Anche oggi qui, è una Speranza che voglio raccontare: quella di un mondo dove le persone non siano più catalogate e ridotte in base alle loro inclinazioni sessuali; dove i bambini siano custoditi e protetti perché conoscano le loro radici; dove le donne riscoprano la bellezza della loro maternità e non pensino che per essere libere debbano rinunciarvi o al contrario mercificarla; dove gli uomini riconoscano che per essere tali non gli è richiesto di non essere fragili o di non avere paura, e nemmeno di non provare questa o quella pulsione.
Poiché un uomo è prima di tutto colui che assume su di sé la sua fragilità e affrontando la paura, muore a sé stesso per coloro che ama.
Un mondo del genere, una speranza del genere è possibile, se tutti dopo questa manifestazione, legge o non legge, lavoreremo da domani perché lo sia, possibile. Se tutti la smetteremo di ragionare in termini di “noi” e “loro” e capiremo che noi, in realtà siamo tutti.
Io non appartengo ad associazioni, movimenti, o gruppi. Eppure rappresento un mondo, un universo sommerso che attende di trovare il coraggio di svelarsi.
Per quanto possa sembrare poco, sono qui a nome mio e di chi come me in questa battaglia in difesa dell’essere umano si ritrova stretto fra due fuochi: quello di chi condivide il nostro punto di vista ma non l’attrazione per lo stesso sesso, e pur osannando il nostro contributo, non riesce a capire davvero cosa viviamo; e quello di chi dall’altra parte condivide la nostra attrazione per lo stesso sesso, ma non la nostra visione e ci guarda come traditori.
Eliseo del Deserto, Adamo Creato, Cristoforo Libero, Emmanuele Wundt, Luca di Aquila, Costanzo in Cammino… siamo in tanti, molti più di quanti crediate, alcuni che nel loro piccolo iniziano anche ad esporsi con il loro nome. Spesso catalogati dall’uno e dall’altro schieramento, secondo ciò è più semplice da capire per entrambi: “gay cattolici, contro i diritti dei gay”.
Ma non è così semplice.
La nostra presenza qui ha il compito di ricordare a tutti che noi non stiamo manifestando contro le persone con tendenze omosessuali, ma contro un’ideologia che danneggia anche chi la sostiene.
Perciò se da un lato chiedo a chi sostiene i diritti gay di guardare alle ripercussioni che la legge sulle unioni civili avrebbe sulla generazioni future; dall’altro chiedo a chi è qui, e come me ha tendenze omosessuali, di prendersi la responsabilità di alzare la testa, di dire la sua, perché altri trovino il coraggio di farlo. Perché nessuno dia più per scontato che un omosessuale, quand’anche si definisse tale, non sia per questo in grado di riconoscere la famiglia naturale come luogo unico e privilegiato per la crescita dei bambini.
Per troppo tempo siamo stati fraintesi. Per troppo tempo abbiamo creduto di non potere fare la differenza; che questa fosse una battaglia che in fondo non ci apparteneva. Ma i figli di una nazione sono responsabilità di tutti, e ciò che possiamo fare noi, non lo può fare nessun altro come noi. Non possiamo sempre delegare ad altri. È giunto il momento che ognuno si prenda la propria responsabilità nei confronti di coloro che lo circondano. Prima di tutto verso quei fratelli che hanno tendenze omosessuali e credono che nessuno qui, al Circo Massimo, capisca cosa vivono.
Nel Family Day del 2007 in compianto Don Benzi disse che “gli omosessuali un giorno si sarebbero levati in difesa della famiglia”.
Io vi prego: fate, finalmente, che quel giorno sia arrivato. E che non sia solo in difesa della famiglia, ma in difesa di tutti noi.

di Giorgio Ponte

I problemi dell’islam con i diritti umani e la liberta’

san-francesco-13Quello attuale rappresenta certamente uno dei periodi piu’ drammatici della storia degli ultimi anni, non soltanto a causa della grave crisi economica, spirituale e morale che e’ sotto gli occhi di tutti, ma anche della situazione delicata nei rapporti con l’Islam, acuita dai violenti attacchi terroristici attuati dai jihadisti, i quali stanno seminando terrore e sgomento in tutto il mondo e, di recente, anche in Europa.

Nell’analizzare questa problematica, desidero innanzitutto partire dal celebre discorso pronunciato da Papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel settembre 2006, che rappresenta certamente una pietra miliare del Magistero della Chiesa Cattolica non solo nel giusto rapporto tra fede e ragione, ma anche con la religione musulmana, esaminando accuratamente il pensiero del dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo. Riporto testualmente un passaggio molto significativo della lectio magistralis del Sommo Pontefice.

“Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli redicava”.

L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”

Com’è noto, queste eloquenti affermazioni di Papa Benedetto XIV suscitarono all’epoca grandi critiche sia nel mondo cattolico progressista che in quello musulmano. Tuttavia, a distanza di quasi dieci anni, sono di dirompente attualità, com’è stato anche confermato di recente su Asia News da Padre Samir Khalil Samir, gesuita arabo, docente di storia araba e di islamologia all’Università di Beirut.

“L’islam dovrebbe affrontare a fondo le tematiche della modernità: l’interpretazione di fondo del Corano, la non violenza, la libertà di coscienza, ma nessuno osa farlo. Una prima cosa che varrebbe la pena accettare da parte di tutti è il principio della non violenza. Tutti i musulmani affermano che “l’Islam è pace”, che non è violento, ecc… ma allora perché alle «scurrili» vignette di Charlie Hebdo si risponde «con la violenza? Perché a uno scritto non rispondere con uno scritto? Finché l’islam, invece di battersi contro gli altri – apostati, cristiani, occidente, atei – non farà un’autocritica e riconoscerà che il problema è al suo interno, non se ne verrà fuori e i Paesi islamici saranno sempre più caratterizzati dalla guerra fra di loro. Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate, fate l’autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del profeta. Anche nella Bibbia vi sono versetti che inneggiano alla guerra. Ma tutti noi comprendiamo che occorre reinterpretarle e non prenderle alla lettera».

In questo scenario caratterizzato da atti di inaudita violenza, ritornano purtroppo alla mente le parole profetiche pronunciate  dalla giornalista Oriana Fallaci, scomparsa nel 2006, all’indomani dell’attentato alle torri gemelle a New York, verificatosi l’11 settembre 2001.

“Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli”.

Parole molto forti, pronunciate da una giornalista intellettualmente onesta, la quale aveva focalizzato molto bene il nocciolo del problema, ossia la crisi morale e spirituale diffusasi in tutta l’Europa, avvolta da un relativismo e da un nichilismo molto profondi, di chiaro stampo massonico-mondialista, che hanno soppiantato i valori cristiani, che avevano consentito nei secoli passati la formazione dell’identità europea, com’è stato anche evidenziato di recente su Tempi da Camille Paglia, intellettuale di sinistra e femminista attiva, dichiaratamente atea.

“Sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata una atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche della grandi religioni? Siamo in un periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che valorizzava il martirio. L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi?»

A questa giusta domanda, che interroga tutte le nostre coscienze, desidero rispondere con le illuminanti parole pronunciate da Papa Benedetto XVI lo scorso 21 ottobre presso la Pontificia Università Urbaniana, in occasione della dedica della propria aula magna al Pontefice tedesco e dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo.

“Oggi in molti, in effetti, sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà; che “religione” sia il genere comune, che assume forme differenti a secondo delle differenti culture, ma esprime comunque una medesima realtà. La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi. Si presuppone che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli. Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino».

Parole che si ricollegano idealmente a quelle pronunciate dal grande San Francesco d’Assisi nella Legenda Maior di San Bonaventura al Soldano di Babilonia, racconto straordinario pubblicato sul Timone.

“Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15). Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida). E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42). Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango. Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani”.

Occorre pertanto riscoprire la nostra identità cattolica, partendo naturalmente dalla bellezza e dal fascino irresistibile della Parola di Dio e anche dal coraggio della testimonianza, come fece l’umile frate d’Assisi, con l’intento di portare al mondo intero la salvezza di Nostro Signore  Gesu’ Cristo, che è Via, Verità e Vita per ogni uomo.

 

da: http://www.ilgiudiziocattolico.com

Matrimonio e bene comune

matrimonio-wedding1Pubblichiamo la Dichiarazione dei Vescovi dello Stato di Washington (USA) con cui i Presuli si oppongono alla modifica della definizione giuridica di matrimonio e invitano i cittadini a mobilitarsi contro di essa.

La traduzione è stata realizzata da Benedetta Cortese dell’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuan (http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=1405).

***

Lo Stato di Washington ha introdotto una legge che cambia la definizione di matrimonio contenuta nell’attuale ordinamento.

(…) Il matrimonio riguarda il riconoscimento pubblico di una relazione tra un uomo e una donna con l’assunzione di certi diritti e responsabilità da parte dei due. Esso è però anche molto di più. Il matrimonio è considerato dalla fede e dalle tradizioni sociali come il fondamento della civiltà. Si è lungamente riconosciuto che  la stabilità della società dipende dalla stabilità della vita familiare nella quale un uomo e una donna concepiscono e allevano una nuova vita.

In questo modo, il riconoscimento civile del matrimonio ha permesso a innumerevoli generazioni di bambini il vantaggio incomparabile di godere dell’amore di una mamma e di un papà impegnati l’un l’altro in una unione di vita.

Inoltre, definendo il matrimonio sia in termini di relazione tra un uomo e una donna sia per il suo fondamentale ruolo di garantire la successione delle generazioni, lo Stato riconosce il contributo insostituibile che le coppie sposate forniscono alla società.

Le coppie sposate che generano dei figli fanno dei sacrifici particolari e si assumono rischi e obbligazioni per il bene della società. Per questo motivo lo Stato ha da molto tempo compreso di avere un grande interesse nel riconoscere e nel supportare queste mamme e questi papà mediante una serie specifica di leggi.

Se cambia la definizione di matrimonio, non ci saranno più leggi specifiche a riconoscere e a supportare l’insostituibile contributo che queste coppie sposate forniscono alla società e al bene comune nel chiamare alla vita le nuove generazioni.

L’attuale legge dello Stato di Washington che definisce il matrimonio come «un contratto civile tra un uomo e una donna» non si fonda su una fede religiosa, ma sulla ragione e sull’esperienza della società.

Essa riconosce il valore del matrimonio come un vincolo di relazioni personali, ma anche come unico e insostituibile potenziale di un uomo una donna di concepire e nutrire una nuova vita, contribuendo così alla continuazione del genere umano. Un cambiamento della legge vorrebbe dire per lo Stato non riconoscere più i sacrifici e i contributi unici fatti da queste coppie ed unirsi alle forze che oggi operano per minare la vita familiare.

Per questi motivi, noi Vescovi cattolici dello Stato di Washington ci appelliamo ai cittadini di questo Stato affinché sia mantenuta la definizione legale di matrimonio. Chiediamo loro di pregare per le coppie sposate e per le famiglie e di fare tutto il possibile per aiutarle.

Vi invitiamo a contattare il Senatore del vostro Stato e i vostri due rappresentanti per chiedere che difendano l’attuale definizione giuridica di matrimonio come unione tra un uomo e una donna.

Arcivescovo J. Peter Sartain (Seattle)
Mons. Blasé J. Cupich (Spokane)
Mons.
Joseph J. Tyson (Yakima)
Mons. Eusebio Elizondo (ausiliare di Seattle)

Chi ascolta il Papa?

papa_francesco_spalleIl Magistero pontificio? Non viene letto e insegnato dentro le comunità ecclesiali. I mass media ne stravolgono il contenuto. E cosa si può fare per rilanciare lo studio della metafisica e della legge naturale? La preoccupazione del Papa.

Non posso che unirmi ad Angelo Marchesi che su L’Osservatore Romano scrisse: «c’è da augurarsi che non sia sfuggita a nessuno, sia egli un laico cristiano o un sacerdote, l’importanza del discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto» alla riunione plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede (e pubblicata il 7 febbraio dallo stesso quotidiano della Santa Sede). Perché un discorso così importante? Certamente perché si rivolge a quella Congregazione, presieduta dal card. Joseph Ratzinger, che ha come scopo la difesa e promozione della fede, ma soprattutto per i due temi affrontati, la recezione del Magistero oggi nella Chiesa e nel mondo e la percezione dell’importanza della legge naturale.

Questi due temi vengono affrontati in quell’ottica missionaria alla quale il Santo Padre ci ha abituato nel corso del suo lungo pontificato, speso, fra l ‘altro, al servizio di una nuova evangelizzazione degli antichi paesi cristiani, come ha ribadito parlando in Svizzera nel corso di un viaggio pastorale. Ogni documento, ogni gesto della Chiesa va letto nella prospettiva dell’evangelizzazione: «ogni sua attività deve essere inseparabile dall’impegno per aiutare tutti a incontrare Cristo nella fede», scrive il Papa nel discorso alla Congregazione per la dottrina della fede.
Ma l’evangelizzazione incontra diversi ostacoli, esterni, come «l’odierno contesto culturale» negativamente segnato dal relativismo e «dalla tentazione di un facile pragmatismo», ma anche interni alla Chiesa, quando il Magistero non viene adeguatamente recepito dai fedeli, sia per la superficialità dei mezzi di comunicazione, sia anche per l’incapacità di noi cattolici di fare la fatica di studiare il Magistero e poi di cercare di comunicarlo. Il Papa scrive di «fedeli disorientati più che informati» da come i testi del Magistero vengono presentati dai media, ma ricorda anche come un documento della Chiesa è un «evento ecclesiale» prima che un fatto mediatico, che i cattolici, a cominciare dai pastori fino a tutti i fedeli, devono accoglierlo «nella comunione e nella condivisione più cordiale della dottrina della Chiesa». Avviene così? Vi capita spesso di ascoltare incontri, conferenze, seminari, catechesi degli adulti nelle parrocchie italiane, in cui si tratti di documenti del Magistero? Ma allora a cosa serve, a chi si rivolge?

Nessuno nega la difficoltà di molti documenti magisteriali, ma proprio per questo meriterebbero un’attenzione maggiore da parte di chi dovrebbe incaricarsi di spiegarne il contenuto. E comunque il Papa pone un problema e una domanda a tutti i fedeli: «Perché la recezione diventi un autentico evento ecclesiale, conviene prevedere modi opportuni di trasmissione e di diffusione del documento stesso, che ne consentano la piena conoscenza innanzitutto da parte dei Pastori della Chiesa, primi responsabili dell’ accoglienza e della valorizzazione del magistero pontificio come insegnamento che contribuisce a formare la coscienza cristiana dei fedeli di fronte alle sfide del mondo contemporaneo». Parole importanti, su cui riflettere per cercare soluzioni.

Altro argomento importante e urgente che il Papa indica all’attenzione dei membri della congregazione è quello della legge naturale. Sento già l’obiezione di molti cattolici: «perché il magistero, il diritto naturale, tutte cose complicate quando invece sarebbe così semplice seguire Gesù Cristo?». C’è qualcosa di molto pericoloso in questa forma di fideismo, molto diffusa. Anzitutto la contrapposizione dialettica tra Rivelazione e legge naturale, tra fede e morale, quasi che la scelta di seguire il Signore non debba comportare una conversione, cioè un adeguare il nostro modo di agire, non soltanto ma anche di pensare. Ma c’è di più. Il Papa scrive che l ‘assenza di consapevolezza dell’esistenza di una verità iscritta nel cuore di ogni persona è una conseguenza della crisi della metafisica, cioè di quella scienza delle cause ultime, dei primi principi, senza la quale l’uomo non ha certezze umane, non conosce la sua identità. Questa grave crisi è nata nelle scuole e università cattoliche, fra i pensatori cattolici e si è estesa ai fedeli, portandoli ad assumere posizioni fideiste nel campo della morale, per esempio. Nel dossier sul referendum contro il divorzio del 1974 (su il Timone), è stato fatto notare come questo fideismo sia stato nefasto nella recente storia italiana, impedendo ai cattolici di essere consapevoli, proponendo l’indissolubilità matrimoniale, di offrire una soluzione per il bene di tutta la comunità, non soltanto per i cristiani. Questa crisi potrà essere superata soltanto quando dalle scuole e dalle università cattoliche arriveranno insegnamenti coerenti con quanto scrive Giovanni Paolo II. Il Pontefice è consapevole che gli insegnamenti sulla legge naturale contenuti nelle due encicliche Veritatis splendor e Fides et ratio «non sembra siano stati recepiti finora nella misura auspicata».

Oltretutto, vi è un ultimo aspetto, che il Papa ricorda. La legge naturale, iscritta nel cuore di ognuno, è la base del dialogo con gli uomini di altre religioni. Senza la legge naturale «viene a mancare un riferimento oggettivo per le legislazioni», che così si basano esclusivamente sul consenso sociale, venendo a mancare ogni possibile fondamento etico comune a tutta l’umanità. Senza la legge naturale e senza Dio, che ne è il fondamento e l’origine, tutto diventa possibile, dall’omicidio dell’innocente con l’aborto, al terrorismo che colpisce la gente comune, al terrorista suicida. E così l’odio si candida a dominare la storia.

Bibliografia

Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris missio, del 7 dicembre 1990.
Idem, Enciclica Veritatis splendor, del 6 agosto 1993.
Idem, Enciclica Evangelium vitae, del 25 marzo 1995.
Idem, Enciclica Fides et ratio, del 14 settembre 1998.
Antonio Livi, Lessico della Filosofia. Etimologia, semantica & storia dei termini filosofici, Ares 1995.

di Marco Invernizzi – Il Timone

Se mancano i papa’, chi dara’ ai bambini quel senso di sicurezza ….

festa-del-papaFra le tante idee circolate in questi ultimi tempi sulle unioni civili, e la possibilita’ di avere figli per le coppie omosessuali, c’e’ quella che i bambini delle coppie omogenitoriali starebbero meglio con “due” mamme (che con “due” papà). I bambini in queste “coppie” hanno un vissuto alquanto problematico già dall’inizio: concepiti in provetta con seme o ovulo estraneo alla coppia, impiantati in utero (in affitto per i due uomini) con il rischio altissimo di morire, strappati alla madre gestante e dati a due uomini o senza sapere chi è il padre nel caso di due donne e, non ultimo, sballottati fra loro in caso di divorzio.

In materia, un tribunale inglese dovrebbe fare scuola perché ha emesso una sentenza su due bambine avute da un donatore di sperma omosessuale, cresciute poi con la madre biologica e la compagna. Le bambine hanno vissuto tra le due donne e il padre biologico unito al suo compagno, fino a quando i rapporti tra i quattro adulti si sono rotti. Ovviamente ognuna delle coppie voleva le bambine per sé. Il giudice le ha affidate alle due donne sostenendo però che i due uomini debbano avere una relazione seppur minima con le bambine «perché è necessario per ogni bambino avere durante la crescita rapporti anche con figure maschili e non soltanto femminili. C’è un vuoto esistenziale nelle bambine», si legge nella sentenza, «che è dovuta alla mancanza di una relazione significativa con figure maschili». Il tribunale inglese ammette che l’assenza della figura paterna nella crescita di un bambino (e lo stesso vale per l’assenza materna), compresi i casi di divorzio dei genitori, è causa di grosse difficoltà di crescita.

Il prof. W. Bradford Wilcox, docente di Sociologia presso l’Università della Virginia, ha rilevato che questi bambini hanno «quasi il doppio delle probabilità di finire delinquenti rispetto ai ragazzi che hanno buoni rapporti con il padre». Il sociologo David Popenoe, della Rutgers University, ha osservato che «i padri sono importanti per i loro figli come modelli di ruolo. Essi contribuiscono a mantenere l’autorità e la disciplina. E sono importanti per aiutare i loro figli a sviluppare sia l’autocontrollo che sentimenti di empatia verso gli altri». La psicologa americana Trayce Hansen dice che: «Uomini e donne portano la diversità nella genitorialità, ciascuno dà un contributo prezioso per la crescita dei figli che non può essere replicato dagli altri: madri e padri semplicemente non sono intercambiabili, due donne possono essere entrambe buone madri, ma non possono essere un buon padre.

L’amore materno e quello paterno, anche se ugualmente importanti, sono qualitativamente diversi: ciascuna di queste forme di amore senza l’altra può essere problematica, perché ciò di cui un bambino ha bisogno è l’equilibrio complementare che i due tipi di amore dei genitori forniscono». Parole.….sante diremmo noi, ma inascoltate o addirittura accusate di essere al limite dell’omofobia. Daniel Paquette, docente di Psicologia presso l’Università di Montreal, ha rilevato che «i padri svolgono un ruolo particolarmente importante nello sviluppo di apertura dei bambini per il mondo. Tendono ad incoraggiare i bambini a correre dei rischi, mentre allo stesso tempo garantiscono la loro sicurezza, permettendo così ai bambini a imparare ad essere più coraggiosi in situazioni non familiari, nonché di stare in piedi da soli. I padri svolgono un ruolo importante nel proteggere i loro figli dalle minacce dell’ambiente». Ricordiamo che il Canada è stata una delle prime Nazioni ad introdurre le nozze gay con utero in affitto, e per questo gli studi sono numerosi sull’argomento.

Inoltre l’assenza paterna è citata da più studiosi come il fattore di rischio più grande per la gravidanza in età adolescenziale delle ragazze (Rob Palkovitz).

Il prof. Wilcox ha messo a disposizione dei grafici riassuntivi che riportano i tassi di gravidanza adolescenziale nelle ragazze che hanno rapporti di alta qualità con i loro padri, rapporti di media qualità, rapporti di bassa qualità o che vivono con una madre single. Quelle ragazze che hanno rapporti di alta qualità col padre hanno meno gravidanze in adolescenza di quelle con bassa qualità o che vivono con una madre single. Anche i tassi di depressione hanno una relazione con la presenza del padre per ragazzi (maschi). Chi ha un alto rapporto di qualità col padre ha meno probabilità di cadere in depressione di quelli che hanno un basso rapporto di qualità o che vivono con una madre single.

Il dott. Alberto Villani, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria ha recentemente detto che: « È chiaro che nella formazione, nella crescita di un bambino, il ruolo materno e il ruolo paterno sono fondamentali. Noi dobbiamo prevedere per il bambino quella che è la sua situazione ottimale …. ». I politici dovrebbero tener conto di questi studi ed esperienze. Le leggi vietano tante pretese dei cittadini (dal divieto di fumo nei locali pubblici al divieto dei cellulari in auto… solo per fare qualche esempio) e quindi non suonerebbe strano se la legge vietasse l’adozione o la “compra-vendita” di un bambino al di fuori della famiglia naturale.

di Gabriele Soliani

L’infallibilità del Papa (GianPaolo Barra)

concilio_vaticano_iGli amici radioascoltatori ricorderanno che, affrontando il tema della credibilità della Chiesa cattolica, siamo partiti da una domanda precisa:
quali motivi ci sono per essere certi che soltanto la Chiesa Cattolica sia quella Chiesa edificata da Nostro Signore Gesù Cristo.

Abbiamo interrogato la storia, partendo evidentemente dai dati storici forniti dal Vangelo, e la storia ha emesso il suo verdetto, un verdetto molto chiaro: né le confessioni religiose della famiglia protestante, né le confessioni religiose anglicane, né la confessione antica dei valdesi, né la Chiesa ortodossa d’Oriente possono vantare, o meglio possono dimostrare di essere state volute, di essere state edificate – per usare una terminologia cara al Vangelo – da Nostro Signore Gesù Cristo.

Solo la Chiesa cattolica, che può dimostrare – documenti storici alla mano, come si suol dire – di avere duemila anni di età e di avere conservato il Primato di Pietro come Cristo lo ha voluto, solo la Chiesa Cattolica ha tutte le carte in regola per considerarsi – ed essere considerata oggettivamente – la vera Chiesa di Gesù Cristo.

Partendo da questo dato, questa sera interroghiamo la dottrina insegnata dalla Chiesa cattolica per chiedergli di spiegarci un tema che da sempre è il cavallo di battaglia – uno dei cavalli di battaglia – delle confessioni protestanti, anglicane, valdesi e del Testimoni di Geova.

Un tema che da sempre è oggetto di discussione, di polemica, anche di accuse alla Chiesa cattolica, e per questo motivo rientra nel campo dell’
apologetica: il tema della infallibilità del Papa.

Ci concentreremo sulla infallibilità del Papa facendo soltanto qualche cenno alla infallibilità della Chiesa, perché è la figura del Papa che, nell’
immaginario di coloro che contestano la Chiesa, racchiude in sé il carisma dell’infallibilità.

Quindi tracciamo un confine alla nostra conversazione ed è doveroso dirlo in anticipo per onestà verso gli amici che sono in ascolto.

Ho parlato di “infallibilità del Papa” e di “infallibilità della Chiesa”.
Devo precisare, senza entrare nel merito della dottrina, che non si tratta di due infallibilità, ma della 2infallibilità della Chiesa”, assistita dallo Spirito Santo.

Questa infallibilità può risiedere o nel Papa da solo, o nel Papa insieme con la Chiesa, più precisamente con l’episcopato, cioè con l’insieme dei vescovi.

Questo dico per chiarire subito un punto anche se, come anticipato, non è mia intenzione entrare nel campo specifico della dottrina sulla infallibilità.

Precisazioni

Veniamo dunque al tema delle infallibilità del Papa. E facciamo subito alcune precisazioni, necessarie per comprendere bene questa straordinaria verità della Fede cattolica, verità insegnata dal Vangelo e dal Nuovo Testamento.

Queste precisazioni sono necessarie perché non solo c’è grande confusione – e talvolta malafede – in quanti contestano la Chiesa cattolica proprio su questo punto, ma c’è anche molta confusione in noi cattolici, che, quando veniamo interrogati a proposito, non sappiamo bene come rispondere.

Sarà capitato a molti di voi – immagino – conversare con qualche Testimone di Geova che ha bussato alla nostra porta o ci ha fermato per strada e sentirsi dire: dove sta scritto che il Papa è infallibile? Oppure: come è possibile che il Papa sia infallibile se nella storia ci sono stati tanti Papi indegni e peccatori.

Sono domande alle quali non possiamo sottrarci, vuoi per consolidare la ragionevolezza della nostra fede, vuoi per imparare a rispondere a quanti chiedono ragione della speranza che è in noi, del Credo che noi professiamo.

E per rispondere a queste offensive, bisogna fare delle precisazioni.

La prima precisazione riguarda il significato. “Infallibilità” non significa impeccabilità. La Fede Cattolica, la Chiesa Cattolica, basandosi sulla Bibbia, insegna che il Papa non può commettere errori in materia di fede e di morale quando si verificano certe condizioni di cui subito parleremo.

Ma la Fede cattolica, la Chiesa cattolica non ha mai detto, non ha mai insegnato che i Papi siano assolutamente esenti da imperfezioni o debolezze in campo morale. Tanto è vero che tutti i Papi, compreso l’attuale Pontefice, hanno sentito in passato e sentono il bisogno di confessarsi, di chiedere perdono a Dio delle loro colpe, dei loro peccati.

I Papi sono i primi ad essere consapevoli di dover chiedere perdono a Dio delle loro mancanze, dando a ciascuno di noi un esempio di grande umiltà.

Nella lunga storia del Papato – ricordiamo che da san Pietro a Giovanni Paolo II si possono contare ben 264 Vescovi di Roma -vi sono stati Romani pontefici veramente santi, che hanno dato lustro alla Chiesa: e questi sono la gran parte, compreso l’attuale Pontefice felicemente regnante; ma è anche vero che talvolta vi sono stati Papi il cui comportamento morale era perlomeno discutibile, lasciava molto a desiderare. E questo la Chiesa lo ha sempre riconosciuto.

Ne consegue che chi accusa i Cattolici di insegnare, con la dottrina della infallibilità, che i Papi sono impeccabili, che i Papi non possono commettere peccati, o ignora la vera Fede cattolica o è in mala fede.

Veniamo a una seconda precisazione: per la dottrina cattolica, che potete trovare bene esposta nel Catechismo, il Papa è infallibile quando sancisce, cioè quando conferma, propone alla attenzione e alla fede del popolo cristiano verità di fede e di morale.

Questo non vuol dire che il Papa può inventare verità di fede e di morale, non vuol dire che può imporre una sua idea personale.

Il Papa può piuttosto confermare, con l’autorità che gli è stata conferita da Gesù Cristo, una dottrina, una verità di fede o di morale contenuta nella Bibbia che merita particolare attenzione, che è da credersi nel modo in cui la Chiesa la interpreta e la impone alla adesione dei fedeli.

Come si può intuire già da queste precisazioni, vi sono delle condizioni precise che devono verificarsi normalmente, stando a quello che insegna il Concilio Vaticano II, perché si possa parlare di infallibilità del Santo Padre. Queste condizioni sono quattro:

La prima: Il Papa deve sancire, confermare, non come maestro privato, come fosse un teologo, un biblista, un giurista; nemmeno come semplice vescovo di Roma, ma deve esercitare il suo ruolo di supremo pastore universale della Chiesa, il ruolo di maestro di tutta la Chiesa.

La seconda: Il papa deve insegnare a tutta la Chiesa e non a una singola parte di essa, escludendo altre parti, come accade quando il papa emana disposizioni, generalmente a carattere temporaneo, per una diocesi, per i cristiani di una nazione o per i fedeli di un Continente.

La terza condizione: il Papa dovrà esplicitamente far comprendere che sta facendo uso del carisma, del dono dell’infallibilità, ossia deva far comprendere bene che sta confermando con atto definitivo una dottrina di fede e di morale.

La quarta condizione: la materia su cui si esercita il carisma dell’
infallibilità è la fede e la morale. Il Papa non è infallibile quando esprime considerazioni di carattere scientifico, storico, ed altro.

L’infallibilità nella Sacra Scrittura

Definite dunque le condizioni necessarie per l’esercizio del dono dell’ infallibilità pontificia, veniamo a rispondere ad una domanda alla quale dobbiamo dare una risposta.

La domanda può essere formulata in questo modo: dove si trovano nei Vangeli le prove, dove sono le prove bibliche dell’infallibilità del Papa?

E per rispondere a questa domanda interessantissima, dobbiamo ricordare qualche passo del Vangelo.

Procederemo passo dopo passo, certo in modo necessariamente superficiale, visto che il tema è molto vasto e il tempo è sempre limitato, ma il nostro scopo – lo scopo di questo corso di formazione apologetica popolare – è quello di dare qualche indicazione chiara ai nostri amici radioascoltatori per consolidare le ragioni della nostra fede e saper rispondere alle contestazioni che le vengono avanzate.

Sappiamo dal Vangelo che Cristo ha fondato la sua Chiesa sull’apostolo Simon Pietro: “Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”, si legge nel cap. XVI del Vangelo di san Matteo.

Veniamo ad una prima considerazione. Se Pietro, potesse cadere in errore in materia di fede o di morale, ne risulterebbe che Cristo avrebbe edificato la sua Chiesa – che deve illuminare gli uomini, ammaestrare gli uomini nella fede e nella morale che ne deriva – sull’errore. E questo è inammissibile, essendo Cristo Dio.

Ma anche i successori di Pietro, i vescovi di Roma, sono il fondamento della Chiesa – come abbiamo ben visto nelle scorse trasmissioni – e dunque anche per loro, per i successori di Pietro, valgono le stesse considerazioni che abbiamo fatto per Simon Pietro. Anche i successori di Pietro non possono errare in materia di fede e di morale, altrimenti Cristo starebbe ora edificando la sua Chiesa sull’errore.

Andiamo avanti e cerchiamo di approfondire questa verità di fede.

A Simon Pietro, Gesù ha dato il potere di legare e di sciogliere e ha promesso che tutto ciò che Pietro avrebbe legato e sciolto in terra sarebbe stato “legato e sciolto” anche in Cielo, cioè “legato e sciolto” anche da Dio. Sappiamo – perché ne abbiamo parlato in trasmissioni precedenti – che questo potere doveva essere esercitato anche dai successori di Pietro, i Papi.

Ora, ecco la nostra riflessione: tutti i Cristiani sanno che Dio non può sbagliare, non può errare, proprio perché è Dio.

Poiché, stando alla promessa di Cristo, ciò che Pietro “lega e scioglie” è “legato e sciolto anche da Dio”, ne consegue che anche Pietro, anche i successori di Pietro, cioè i Papi, nell’esercizio del loro compito di “legare e di sciogliere” devono essere infallibili, non possono errare, non possono sbagliare.

Infatti, se i Papi potessero sbagliarsi nell’esercizio del potere di legare e di sciogliere, se così fosse, il loro errore, l’errore di Pietro, l’errore del Papa, dovrebbe essere ratificato anche da Dio. In questo caso, Dio, per mantenere fede alla sua parola, dovrebbe ratificare un errore, approvare un errore. Ma Dio non può errare!

Evidentemente, qui lo intuiamo ma vedremo poi anche altre prove, è chiaro che qui Cristo promette una particolare assistenza di Dio ai Papi che legano e sciolgono su questa terra.

Evidentemente, la promessa di ratificare in Cielo ciò che i papi legano e sciolgono sulla terra, implica necessariamente che i papi siano infallibili nell’esercizio di questo potere.

Per chi lo avesse dimenticato, io ricordo che “legare” e “sciogliere” hanno un significato molto preciso nel linguaggio biblico.

In materia dottrinale, legare e sciogliere significano proibire e permettere. Dunque il Papa ha il potere di proibire o permettere, cioè di dichiarare, sancire lecita o illecita una dottrina di fede.

Nel campo giuridico e disciplinare, legare e sciogliere significano condannare o assolvere. Quindi, il Papa ha il potere, datogli da Gesù Cristo, di sancire, di confermare come lecito o illecito un comportamento, di dichiararlo morale o immorale.

E questo potere – lo ricordiamo – viene riconosciuto anche in Cielo, cioè da Dio stesso in persona: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, dice chiarissimamente il Vangelo di san Matteo al capitolo XVI.

Andiamo avanti con un’altra considerazione. Ricorderete bene che Gesù ha affidato a Pietro il compito di pascere il gregge. Per tre volte consecutive, Gesù ha detto a Pietro di esercitare la funzione di pastore del gregge, cioè della Chiesa.

Gesù ha affidato questo compito perché Lui, Pastore vero e infallibile, stava per salire al Cielo e voleva affidare la sua Chiesa a Pietro e, come abbiamo visto, ai suoi successori.

Ora, visto che secondo la volontà di Gesù – che è Dio – la Chiesa è strumento di salvezza, visto che si va in Cielo attraverso la Chiesa e nella Chiesa guidata dal pastore Pietro e dai suoi successori, è del tutto impensabile, del tutto impossibile che questi pastori possano errare, sbagliare strada in quelle materie – fede e morale – che conducono al Cielo.
Quindi, in questi campi, i Papi godono, devono godere del dono dell’
infallibilità.

Andiamo avanti con un’altra considerazione. Il Vangelo di Luca ci racconta, al capitolo 22, che Gesù ha pregato perché la fede di Pietro non venga mai meno.

Ascoltiamo bene questo brano evangelico. Prestiamo attenzione a come san Luca ci racconta questo episodio della vita di Gesù.

E’ Gesù che parla: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

Soffermiamo un momento la nostra attenzione su questo brano di straordinaria importanza per l’argomento che stiamo trattando.

Quando Gesù pronuncia queste parole siamo nel Cenacolo, la sera del giovedì santo. Mancano poche ore all’arresto di Gesù nell’Orto degli Ulivi. Gesù, che conosce molto bene quello che sta per succedere a Lui, mette in guardia i suoi discepoli, avverte che satana ha messo alla prova tutti i suoi discepoli con parole molto chiare “satana vi ha cercato per vagliarvi”, e quel “vi” si riferisce proprio ai Dodici.

Poi, attenti bene, Gesù aggiunge, rivolgendosi a Simon Pietro: “Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede”.

Riflettiamo un istante: Gesù prega e nessuno può mettere in dubbio che la preghiera di Gesù non venga esaudita.

Gesù prega per un motivo preciso: che la fede di Pietro non venga mai meno.
Riflettiamo un momento. Siccome la preghiera di Gesù è certamente esaudita dal Padre – questo nessun Cristiano lo può mettere in dubbio – ne consegue che Pietro, in materia di fede, non sarebbe sicuramente mai venuto meno, quindi sarebbe stato assolutamente infallibile.

A meno che non vogliamo arrivare a dire che Gesù ha pregato per niente, oppure che non è stato esaudito da suo Padre, che è Dio. Ma questo nessun Cristiano, cattolico o protestante che sia, lo può ammettere.

Allora, dal Vangelo di san Luca si capisce molto bene che in materia di fede Pietro non doveva mai venire meno, perché questo era volere di Gesù che lo ha espresso nella preghiera al padre. Pietro doveva essere infallibile nella fede. Ma nel medesimo brano troviamo di più.

Stiamo attenti: Gesù aggiunge: “E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

Quell’incarico di “confermare” merita tutta la nostra attenzione. Spiega una nota della prestigiosa Bibbia di Gerusalemme che l’ordine di “confermare” i fratelli dato a Pietro implica il compito di dirigere i fratelli nella fede.

Ora, è impensabile che Gesù avesse dato questa altissima missione a Pietro, la missione di confermare i fratelli nella fede, il compito di dirigere i fratelli, vale a dire i pastori della Chiesa, se Pietro avesse potuto sbagliarsi proprio in materia di fede.

Se Pietro potesse sbagliare, non vi sarebbe alcuna conferma e sarebbe impossibile eseguire l’ordine dato da Gesù. Ci troveremo di fronte ad una situazione inaccettabile: Gesù avrebbe dato un ordine assurdo.

Non solo. Questo compito di confermare i fratelli deve essere riferito anche ai successori di Pietro, ai vescovi di Roma, al Papa. Anche il Papa, che è il successore di Pietro, come Simon Pietro ha il compito di confermare i fratelli nella fede e anche il Papa, come Simon Pietro, non può errare nel compito di confermare i fratelli.

Altrimenti, invece di confermarli nella verità, li confermerebbe nell’errore e Cristo avrebbe dato un incarico importantissimo senza munire di sicurezza chi lo riceveva.

L’infallibilità della Chiesa

Facciamo un altro passo avanti. Anche al Collegio apostolico, unito e sottomesso al Papa, Cristo ha promesso chiaramente il dono dell’
infallibilità.

Come possiamo affermare una verità del genere. Riportiamoci all’Ultima Cena come ci è raccontata dall’Evangelista san Giovanni, nel capitolo XIV del suo Vangelo.

Gesù si rivolge ai Dodici Apostoli con parole molto chiare: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità”. E qualche versetto più avanti, sempre nello stesso capitolo, Gesù dice: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Dunque, se le parole hanno un senso, e se Gesù, in quanto Dio non poteva sbagliarsi, qui vediamo chiaramente che Gesù promette agli Apostoli, quindi alla sua Chiesa, l’assistenza perpetua, continua e infallibile dello Spirito Santo, che è Dio, che è Spirito di verità”.

Ora, nell’esercizio della sua missione, il Collegio apostolico, in comunione con il Papa è assistito dallo Spirito di Verità. E dunque, grazie a questa assistenza, non può sbagliarsi in materia di fede e di morale. Altrimenti, o l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe inutile o lo Spirito Santo non sarebbe Spirito di Verità.

Qualcuno chiederà: ma qual è la missione della Chiesa? In quale compito il Collegio apostolico, unito al Papa, sotto il governo giurisdizionale e disciplinare del Santo Padre, è infallibile?

La risposta è molto semplice e si trova anch’essa nel Vangelo. La missione della Chiesa è sintetizzata in maniera mirabile da san Matteo, nell’ultimo capitolo del suo Vangelo. E anche in questo brano – come potrete constatare – troviamo un elemento importante a favore dell’infallibilità del Papa e della Chiesa.

E’ un brano che va letto con attenzione. E’ un brano speciale, perché san Matteo ci riporta esattamente le ultime parole pronunciate da Gesù prima di salire al Cielo, prima di lasciare la sua Chiesa impegnata nella missione di salvare gli uomini.

Ascoltiamole, queste parole: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse
loro: “Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

Dunque, Gesù incarica la sua Chiesa di insegnare a tutto il mondo la verità:
naturalmente la verità su Dio, le verità della fede che portano alla salvezza dell’uomo. Nell’insegnamento di questa verità, Gesù promette la sua assistenza speciale e perpetua: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Con l’assistenza promessa da Gesù, come ci è ricordata dal Vangelo di san Matteo, è impossibile che il Papa, e il Collegio apostolico a lui unito e sottomesso, possano sbagliarsi.

Altrimenti, se si sbagliassero, l’assistenza di Gesù – che è Dio – sarebbe un’assistenza inutile. Sarebbe un’assistenza, un aiuto per commettere errori. Ma questo nessun cristiano lo può pensare.

Con l’assistenza di Gesù, l’insegnamento impartito dalla Chiesa sarà sempre necessariamente conforme alla verità. Vi è l’assicurazione divina, promessa da Gesù, contro la possibilità stessa di errore in materia di fede, quindi vi è la promessa della infallibilità.

Badate che si tratta di una assistenza divina al compito di ammaestrare tutte le genti, al compito di battezzarle, quindi di condurle nella Chiesa, al compito di insegnare. Ed è una assistenza divina promessa per sempre, fino alla fine del mondo, dice Gesù.

Quindi, il dono dell’infallibilità non riguardava solo gli Apostoli che ascoltano a viva voce le parole di Gesù, ma riguarda i successori di Pietro e i successori degli Apostoli uniti e sottomessi al Santo Padre.

Vi è un altro passo del Vangelo da considerare importante per il tema che stiamo trattando. Lo ricaviamo dal Vangelo di san Marco, al capitolo 16.
Sono poche parole, ma molto chiare e direi anche estremamente severe.

Gesù ha appena dato il compito alla sua Chiesa di predicare il vangelo ad ogni creatura, come ci ha ricordato anche san Matteo, Poi aggiunge questa frase lapidaria: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”.

Tutti capiamo bene che qui si sta parlando della salvezza del Paradiso e della condanna dell’Inferno. Paradiso e Inferno: verità serissime, gravissime, che riguardano la vita eterna di ciascuno di noi. Verità dimenticate, purtroppo.

Ora, riflettiamo un istante: Gesù lega il destino eterno di ogni uomo alla fede che insegnerà la Chiesa. Chi crederà alla fede insegnata dalla Chiesa andrà in Paradiso. Chi, per colpa propria, non crederà alla fede insegnata dalla Chiesa andrà all’Inferno.

Ora, è impossibile, visto le conseguenze che derivano dall’accettare o dal rifiutare l’insegnamento della Chiesa in materia di fede, che la Chiesa si possa sbagliare.

Chi rifiuterà la fede proposta dalla Chiesa rifiuterà la vera fede, annunciata infallibilmente, dal Papa, che è capo visibile della Chiesa. Chi rifiuterà sarà condannato alla dannazione eterna.

Chi accoglierà la fede proposta dalla Chiesa, accoglierà la vera fede, annunciata infallibilmente dal Papa, capo visibile della Chiesa e sarà destinato al Paradiso.

Infallibilità nella storia

Come sempre facciamo in queste conversazioni di apologetica, dedichiamo una parte della nostra conversazione al campo della storia.

Il dogma della infallibilità fu definito solennemente durante il Concilio Vaticano I, nell’anno 1870.

La costituzione dogmatica Pastor Aeternus recita: «Noi, quindi, aderendo fedelmente a una tradizione accolta fin dall’inizio della fede cristiana, a gloria di Dio, nostro salvatore, per l’esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del santo concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce che una dottrina riguardante la fede e i costumi dev’essere ritenuta da tutta la Chiesa, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quell’infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua Chiesa allorché definisce la dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della Chiesa».

Si tratta di una definizione solenne, dogmatica, alla quale ogni cattolico è tenuto a prestare l’assenso della fede, della sua intelligenza e della sua volontà.

Questa definizione dice una cosa interessante anche dal punto di vista
storico: afferma infatti – lo abbiamo sentito – che si tratta di una tradizione “accolta fin dall’inizio della fede cristiana”.

Può essere interessante, a questo punto, vedere in quali occasioni è stato riconosciuto il carisma dell’infallibilità della Chiesa, e del Papa, in epoca antica.

Vediamo qualche esempio che traggo – come ho tratto molte delle cose che vi ho detto – dal bel libro di P. Roberto Coggi, intitolato “La Chiesa” e pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano.

Il libro raccoglie le conversazioni che P. Coggi ha tenuto proprio dai microfoni di Radio Maria e dunque vorrei ringraziare l’autore anche a nome di tutti gli ascoltatori.

Un primo esempio ricordato da P. Coggi è quello di S. Ignazio di Antiochia, morto intorno all’anno 110 martire a Roma. Siamo dunque in epoca antichissima e Ignazio dice che i cristiani di Roma “sono puri da ogni estranea macchia”. Vale a dire da ogni errore e qui si prefigura l’
infallibilità della Chiesa, e del suo Capo visibile, in particolare, fin dall’inizio del secondo secolo.

Un secondo esempio viene dal grande S. Ireneo, vescovo di Lione, vissuto nel II secolo. S. Ireneo riconosce la fede della Chiesa di Roma come norma per tutta la Chiesa.

Sentiamolo: «Con questa Chiesa, a causa della sua più alta preminenza, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa si è conservata la fede apostolica».

Qui è chiaro che l’immunità dall’errore propria della Chiesa di Roma presuppone l’infallibilità del suo maestro, il vescovo, il Papa.

San Cipriano, vescovo vissuto nel III secolo, definisce la Chiesa di Roma come la “Cathedra Petri” e parlando degli avversari che pure volevano fare approvare le loro dottrine eretiche dal Papa, scrive: «Essi non pensano che devono trattare con i Romani, la cui fede fu lodata dalla gloriosa testimonianza dell’Apostolo, e presso i quali l’errore non può trovare alcun accesso».

Queste parole meritano di prestare loro particolare attenzione. Per san Cipriano nella Chiesa di Roma, quindi nel Papa, non può albergare l’errore.
Dunque, il tema dell’infallibilità era noto, anche in epoca assai antica.
Certo non era esplicitato come lo sarà dopo il Concilio Vaticano I, ma non era sconosciuto.

Un altro esempio viene da san Girolamo, vissuto nel IV secolo, il quale, richiedendo al Papa Damaso una decisione a proposito di una questione dibattuta in Oriente, scrive: «Solo presso di voi si conserva inalterata l’
eredità dei padri».

Il P. Coggi autore del libro che fa da guida a questa nostra esposizione, riporta altri esempi storici che dimostrano come anche nei tempi antichi si avesse coscienza della infallibilità della Chiesa, oltre che del vescovo di Roma.

Egli cita l’esempio di S. Teofilo, successore di S. Ignazio nella Chiesa di Antiochia, il quale diceva che come le navi si infrangono se escono dal porto ed entrano nel mare in tempesta, così gli uomini fanno naufragio quando abbandonano la “cattedra di verità”.

Dunque la Chiesa era ritenuta, fin dalle origini, “cattedra della verità”, ove non poteva albergare l’errore.

S. Ireneo, vescovo di Lione, insegnava che dove c’è la Chiesa c’è lo Spirito Santo ed è impossibile trovare la verità se non nella Chiesa, che possiede il “carisma della verità”.

E ancora san Cipriano, verso l’anno 250, scrive: “Tutti coloro che abbandonano Cristo si perdono nei loro errori, ma la Chiesa che crede in Cristo e rimane fedele alla verità ricevuta, non si separa da lui”.

Conclusione

Possiamo dunque concludere questa breve e sintetica carrellata storica ribadendo come la Chiesa, grazie all’assistenza dello Spirito Santo promesso e inviato da parte di Gesù, gode del dono o carisma dell’infallibilità nell’
insegnare e nel credere le verità della fede.

Dobbiamo infatti ricordare che l’autorità che Gesù ha conferito alla Chiesa è prima di tutto un’autorità dottrinale, e riguarda la trasmissione e la custodia del deposito della fede.

Siamo dunque grati a Dio per avere dato alla Chiesa e al Papa un dono così grande, che ci assicura della bontà e della verità della fede che professiamo.

Io, cresciuta con un padre transessuale, vi chiedo di non approvare le nozze gay

denise-680x365Denise Shick  e’ cresciuta negli Stati Uniti con un padre “transgender” e il 24 marzo ha raccontato alla Corte Suprema americana «l’ossessione di mio padre transessuale» e la «sua infelicità anche quando ha ottenuto ciò che pensava di desiderare». Shick è stata chiamata a raccontare la sua storia ai giudici federali e si è opposta alla legalizzazione dei matrimoni tra persone omosessuali.

«MIO PADRE NON ERA FELICE». Shick ha ricordato quando all’età di 9 anni si sentì dire da suo padre che voleva diventare una donna e di quanto «i desideri sessuali di mio padre e i suoi comportamenti fossero più che disorientanti». L’uomo, che cominciò a vestirsi e comportarsi da femmina, sua figlia lo ricorda come «un miserabile che voleva che tutti intorno a lui condividessero la sua miseria. Non ricordo un giorno in cui mi sembrò felice o che sorridesse. Risa e gioia semplicemente non facevano parte della sua vita». Come tante persone transessuali, suo padre aveva molti problemi, tra cui l’alcolismo, per cui quando era ubriaco «veniva con la sua cintura nera e spessa» e «dopo le frustrate non sapevo bene che cosa mi facesse più male, se i lividi sulla mia schiena o vederlo e sentire le sue risate maniacali dopo che aveva picchiato i suoi figli». Fu solo più tardi che «gli abusi diventarono psicologici», quando «mio padre mi disse che voleva diventare una donna». Ai giudici Shick ha ricordato la sensazione «di rigetto e di abbandono» e il desiderio «naturale» di un padre e di «un rapporto tra un vero padre e una vera madre». Ma lui sembrava non comprendere questi desideri. Ma ci fu anche un’altra cosa «che mi confuse ancora di più». Il padre le disse che ogni volta che lo avesse visto con le gambe accavallate, «saprai che in quel momento mi sto sentendo una donna». Pensiero che riaffiorava alla mente di Shick tutte le volte che vedeva un uomo in quella posizione, perché «parole come quelle non abbandonano la memoria di un bambino e hanno un impatto sulla sua vita».

ABUSI E VIOLENZE. Quando Shick divenne adolescente il padre, invidioso del suo corpo, cominciò a palpeggiarla e più il tempo passava «più l’ossessione di mio padre nel comprare vestiti femminili cresceva» e «lentamente cominciai a capire che stava distruggendo il mio desiderio di essere una donna». Il desiderio «ossessivo compulsivo» lo portò a rubarle i vestiti, dopo aver speso tutti i risparmi di famiglia in trucchi e abiti. Così, «nonostante la mia volontà iniziale di spezzare il ciclo di abusi, la depravazione ebbe i suoi effetti. Da adolescente cominciai a bere» e «scoprendo un profondo desiderio di amore maschile e di attenzioni che non avevo ricevuto da mio padre, cominciai a flirtare con quelli da cui volevo attenzioni e alla fine delle scuole medie avevo 13 fidanzatini». Alla fine, fra alcol e uomini, «raggiunsi un punto in cui contemplai il suicidio». A salvare la ragazza fu la frequentazione della casa di un amico, che poi diventerà suo marito e da cui imparò cosa fosse una famiglia e chi fosse un padre.

«NON VOGLIO DUE MAMME». Il peggio sembrava superato, eppure, persino il giorno delle nozze, mentre Shick stava per raggiungere l’altare, «mio padre mi disse che voleva essere al mio posto (…), per sopravvivere feci finta di non sentire (…). Mi rubò il mio “giorno speciale” accentrando tutto su di lui e sul suo desiderio egoista». Eppure, dopo tutta questa vicenda, Shick è stata spesso «accusata di essere insensibile e irrispettosa dei desideri di mio padre», perché «non volevo due mamme. Ho sempre voluto una mamma e un papà. Un papà che mi insegnasse a ballare. Un papà che mi spiegasse che cosa cercare nel mio futuro marito». Ma «la mia brama per un padre non era egoista, era semplicemente il bisogno di ogni bambino». Quando la donna ebbe figli decise quindi di allontanarsi dal padre per la loro sicurezza, mentre lui «lasciò mia madre per soddisfare pienamente il “suo sogno di vita” come donna e avere relazioni con altri uomini», finché «trent’anni più tardi mia madre mi disse che mio padre stava morendo». Shick ha quindi spiegato ai giudici che per i sei mesi successivi, prima del decesso, «ebbi modo di parlare con lui e come adulta di provare a comprendere la sua pena attraverso gli occhi della compassione e dell’amore», perché «nonostante tutto restava mio padre» e «io lo amo». Ma «l’ironia è che alla fine, quando ebbe ciò che pensava di aver sempre desiderato, non raggiunse comunque la felicità e la soddisfazione. Rimase triste fino all’ultimo momento della sua vita. Lo dico con le parole di mio padre: “Ho cambiato la mia casa molte volte, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti. Eppure, mi manca qualcosa, quel qualcosa è la completezza”»

«NON SI PUÒ FARE L’IMPOSSIBILE». In questi mesi altri adulti cresciuti con coppie dello stesso sesso o genitori con uno stile di vita omosessuale hanno testimoniato di fronte alla Corte Suprema. «Noi non pretendiamo di dire che tutti i genitori omosessuali o i genitori transessuali agiranno in modo abusivo», conclude Shick. Però, anche se le coppie «dello stesso sesso hanno intenzioni buone e buoni curriculum, non sono in grado di fare l’impossibile: come può un uomo fare da modello femminile a una bambina?». Infatti, per quanto Denise amasse suo padre, «il suo tentativo di entrare in una “Identità femminile” fantastica è stato disastroso e incredibilmente distruttivo». Perché «un uomo non è un donna, anche se pensa di esserlo. E se questa Corte cercherà di cancellare il sesso, questo progetto inutile nel lungo periodo non avrà migliori risultati di quelli che ha qualsiasi tentativo di far finta che la natura non esista. La realtà ha dei limiti che la fantasia e l’irresponsabilità semplicemente non possono superare. Pertanto i cittadini di ogni Stato hanno il diritto, e anche una responsabilità, di proteggere la salute pubblica, il benessere generale e il bene dei bambini non estendendo il matrimonio al di là della sua definizione tradizionale, naturale e sana».

da: Tempi.it

Preghiera per la famiglia (Benedetto XVI)

guadalupeAffido tutte le famiglie del mondo alla protezione della Vergine Santissima, tanto venerata nella nobile terra messicana con il titolo di Guadalupe.

A Lei, che ci ricorda sempre che la nostra felicità consiste nel fare la
volontà di Cristo (cfr. Gv 2, 5), dico ora:

Madre Santissima di Guadalupe,
che hai mostrato il tuo amore e la tua tenerezza
ai popoli del continente americano,
colma di gioia e di speranza tutti i popoli
e tutte le famiglie del mondo.
A Te, che precedi e guidi il nostro cammino di fede
verso la patria eterna,
affidiamo le gioie, i progetti,
le preoccupazioni e gli aneliti di tutte le famiglie.
O Maria,
a Te ricorriamo confidando nella tua tenerezza di Madre.
Non ignorare le preghiere che ti rivolgiamo
per le famiglie di tutto il mondo
in questo periodo cruciale della storia,
piuttosto, accoglici tutti nel tuo cuore di Madre
e accompagnaci nel nostro cammino verso la patria celeste.
Amen.

Benedetto XVI

Simbologia papale: L’Anello del Pescatore

anello_del_pescatore_ratzinger_NFra le più antiche tradizioni legate all’elezione papale, merita un cenno particolare “L’Anello del Pescatore”, che probabilmente risale al periodo compreso fra gli anni 1100/1200. Tale simbolo è tornato alla ribalta internazionale il giorno 24 aprile 2005 indossato da Sua Santità Benedetto XVI durante la cerimonia di insediamento. “L’Anello del Pescatore” o piscatorio (lat.: Anulus piscatoris) fa parte ufficialmente delle insegne del papa, che la Chiesa cattolica identifica come il successore di San Pietro, il cui mestiere era quello di pescatore. L’anello de internazionalel pescatore è un sigillo utilizzato fino al 1842 per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal papa, o da lui controfirmato. L’anello, che viene fabbricato in oro per ciascun nuovo pontefice, riporta un bassorilievo di San Pietro che pesca da una barca. Lungo il bordo dell’immagine viene incisa l’iscrizione con il nome del pontefice.
Durante il rito dell’incoronazione il cardinale camerlengo lo infila al dito della mano destra del nuovo papa. Alla morte del papa, l’anello del pescatore viene distrutto dal cardinale camerlengo alla presenza degli altri cardinali, utilizzando un martelletto d’argento. L’azione, che una volta era intesa a prevenire l’uso del sigillo per retrodatare degli atti, oggi ha il significato di sottolineare che nel periodo di sede vacante nessuno assume le prerogative proprie del Sommo Pontefice. Una lettera scritta da papa Clemente IV al nipote Pietro Grossi nel 1256 fa per prima menzione dell’anello del pescatore, utilizzato per sigillare tutta la corrispondenza privata, per mezzo della pressione dell’anello sulla ceralacca riscaldata e fusa sulla carta. Gli atti pubblici, invece, recavano un sigillo in piombo fuso sul documento stesso. Tali documenti prendevano il nome di bolla papale, dalla bolla di piombo che vi veniva apposta. L’utilizzo dell’anello del pescatore cambiò durante il XV secolo, quando se ne conosce l’uso per il sigillo apposto sui documenti detti brevi. Tale pratica cessò nel 1842, quando la cera con il nastrino in seta impressa con l’anello del pescatore cedette il posto ad un timbro con inchiostro rosso.

La tradizione dell’anello deriva sicuramente dai monarchi medievali, ai quali i sudditi mostravano rispetto e deferenza con il bacio dell’anello.
Attraverso i secoli, l’anello del pescatore ha comunque avuto un rispetto che supera ben oltre qualsiasi traccia che può essere derivata del simbolismo feudale e la tradizione continua anche al giorno d’oggi.

L’anello, che costituisce il sigillo del Pontificato di Papa Benedetto XVI, è stato realizzato con trentacinque grammi di oro e racchiude simboli storico-artistici, architettonici e iconografici legati alla Cristianità.
L’ovale sul quale è dispiegata la narrazione dell’Apostolo, riprende la forma della piazza di San Pietro, attuale casa del Pontefice. La stessa forma è ribadita nella struttura sottostante realizzata a foggia di baccelli ispirata al colonnato berniniano.
Due pesci stilizzati in un corposo modellato plastico costituiscono il gambo. L’Anello del Pescatore rappresenta non solo un prezioso scrigno di simboli ma anche il manifesto programmatico della Cultura Orafa Romana che lega il grande passato al presente, rivalutandone i nobili contenuti.
Ancora una volta l’artigianato artistico romano ha saputo dare volto a uno degli eventi più emblematici della storia contemporanea.
Ritornando al passato, l’anello del Papa avrà lo stesso simbolo del sigillo:  San Pietro il Pescatore.
I due oggetti, anello e sigillo, resteranno tuttavia separati in quanto il secondo è più voluminoso. “Mi piace la misura 24, è il doppio di 12″, il numero degli apostoli, ha detto Benedetto XVI alla prova dell'”anello del pescatore”.
di Claudio Modesti

Di nuovo in piazza contro le Unioni civili. “Il ddl Cirinna’ e’ un progetto iniquo, ingiusto e inutile”

FAMILYDAYIl 26 gennaio inizia al Senato la discussione sulle Unioni civili a partire dal testo Cirinna’. Già il 20 giugno 2015 il comitato “Difendiamo i nostri figli” aveva portato in piazza a Roma un milione di persone e ora che ci si approssima all’ora X, il comitato ha indetto una nuova manifestazione. La data precisa ancora non c’è, ma dovrebbe cadere tra gli ultimi giorni del mese e i primi di febbraio. Intanto, facciamo il punto della situazione con Massimo Gandolfini, portavoce del comitato.

Gandolfini, perché tornate in piazza? Cosa chiedete? 
Si torna in piazza per difendere la famiglia “società naturale fondata sul matrimonio” e il diritto dei bambini di avere una mamma ed un papà, proteggendoli da infami e becere alchimie ideologiche che vorrebbero un’omogenitorialità, che è innanzitutto contra la natura stessa. Si torna in piazza perché la politica, gli uomini che siedono in Parlamento, sono sempre più lontani e sordi rispetto al sentimento – cuore e mente – della gente comune che non crede in simile alchimie e non vuole infliggere ferite pericolose alla famiglia ed ai propri figli. L’autoreferenzialità della politica – truccata con frasi prive di ogni riscontro reale e vuote di ogni verità, quali: “le gente lo richiede”, “gli italiani attendono da anni” – rende indispensabile una nuova discesa in piazza: se chi ci dovrebbe rappresentare inventa linguaggi e teoremi estranei e menzogneri, tradendo di fatto l’onesta morale e civica del popolo, la vera democrazia e la giustizia sociale impongono di parlare in prima persona, ad alta voce, in mezzo ad una piazza, dove tutti possano sentire.

Quello sulla stepchild adoption, che legittimerebbe di fatto l’utero in affitto, è il passaggio più controverso della legge. Come si risponde alle critiche più mosse a sinistra, ovvero “la maternità surrogata non è materia che si dibatterà in aula”, “il ddl Cirinnà è solo un rimedio necessario a un vuoto legislativo”?
Va innanzitutto chiarito il concetto fondamentale: il ddl Cirinnà è un progetto iniquo, ingiusto ed inutile. INIQUO, perché tenta di omologare condizioni differenti nella forma e nella sostanza – matrimonio ed unioni civili – e che, quindi, proprio perché tali, vanno regolate in modo differente. Sono palesemente irrazionali, illogici e patetici i tentativi di far passare come identici il rapporto fra un uomo ed una donna e quello fra due persone di pari sesso. INGIUSTO, perché di fatto nega il primo e fondamentale diritto in gioco: il diritto del bimbo di avere una mamma ed un papà. Diritto naturale e atavico, inscritto nella storia dell’umanità, che nessuna ideologia deve e può violare. INUTILE, perché nessuno vuole negare i diritti civili legati alla persona che sceglie di vivere con altra persona di pari sesso. Questi diritti – peraltro già ampiamente riconosciuti e tutelati dal codice civile (altro che “vuoto normativo”!) non sono in discussione. Il tema è un altro, e sono i sostenitori stessi delle unioni civili a dichiararlo: omologazione completa con il matrimonio. Sulla “maternità surrogata”, che preferisco continuare a chiamare con il suo vero nome, cioè “utero in affitto”, che qualcuno ipocritamente definisce anche “gestazione per altri”, il mio giudizio è inequivocabile: si tratta di una pratica abominevole, razzista e neocoloniale in chiave XXI secolo, dato che si tratta di comprare il corpo di una donna indigente, che rischia anche di morire (come purtroppo la cronaca ci racconta) per soddisfare il “capriccio” di volere l’impossibile. Quando si fa la scelta di vivere una relazione omosessuale non si possono dimenticare le conseguenze e responsabilità che questa comporta, accettando quel semplicissimo principio di realtà per il quale il concepimento e la nascita di un figlio richiede una donna ed un uomo. Certo si può ricorrere alle alchimie della tecnoscienza, ma queste sono abissalmente lontane dalla naturalità dell’umano e sono anche laicamente immorali, nella misura in cui negano il vero bene di quel bimbo.

I cattolici del Pd sono decisi a far votare un emendamento per sostituire la stepchild adpotion con l’affido rafforzato. Di cosa si tratta e, soprattutto, si tratta di un compromesso?
L’articolo 5 del ddl Cirinnà prevede la cosiddetta stepchild adoption, cioè l’adozione da parte del convivente del bimbo biologico del partner (letteralmente, “adozione del figliastro”). Siamo assolutamente contrari ad una norma del genere, che condanniamo nell’ottica della difesa del diritto del bimbo a vedersi garantita la condizione più vantaggiosa per il suo accudimento e crescita. A tal fine, comunque, esiste un’istituzione specifica, il Tribunale dei Minorenni, ed una legislazione ad hoc, la legge 184/83, la cui funzione è proprio di decidere, caso per caso, quale sia l’ambiente di vita affettiva più idoneo al bimbo. E nella quale è già previsto l’orientamento a tenere nella giusta considerazione il principio della “continuità affettiva”. Ma c’è un passaggio previo che si dimentica, in particolare quando si tratta di coppia omosessuale maschile: se il bimbo non è frutto di una relazione eterosessuale precedente, non può che essere il “prodotto” dell’abominevole pratica dell’utero in affitto, realizzata in un paese ove è consentita. Di fatto, la stepchild adoption legittima quella pratica che la legge italiana condanna (legge 40/04). Sul piano culturale, come si può garantire e “sponsorizzare” per legge uno strumento che mercifica due esseri umani: il bimbo “comprato” (spesso su misura: scelta dell’ovocita, diagnosi genetica pre-impianto, aborto selettivo quando vengono impiantati più embrioni per garantire maggiore successo oppure aborto sic et sempliciter se il feto non è perfetto) e la donna ingaggiata a contratto? Non sono abituato ad usare espressioni forti, ma in questo caso è proprio necessario: è vomitevole solo il pensarlo. C’è chi sta pensando di risolvere il problema proponendo una forma giuridica “soft”, chiamata “affido rafforzato”: il bimbo viene solo affidato al partner, fino alla maggiore età, quando sceglierà in autonomia. In Veneto si dice che “il tacon s’è pegio del buso”. Ecco le ragioni: il regime che prevede l’affido familiare ha delle caratteristiche precise e rigorose che non hanno nulla che fare con la condizione propria di un’unione civile; l’affido è temporaneo e prevede il rapido rientro nel nucleo familiare d’origine: quale? Soltanto uno sciocco può non capire che si tratta solo di una “captatio benevolentiae”, un’esca, lanciata al mondo cattolico ed alla secolare tradizione italiana: meno scioccante e sconcertante, più soft ed innocua, più accettabile anche visceralmente… una trappola, in cui non si deve cadere. Se ad una coppia omosessuale viene dato il diritto di affido, ci vorranno forse due giorni per trovarci di fronte alla ben nota “magistratura creativa”, che sentenzierà a favore dell’adozione “piena e legittimante”. Con molto meno ciò è già accaduto. Se davvero ci sta a cuore il diritto/bene del bimbo, la massima protezione e prudenza è d’obbligo: nessun cedimento, nessun compromesso, nessuna ipocrisia.

Sul Post del 7 gennaio Ivan Scalfarotto cita Rosa Parks e il principio del’”Equal but separate”: «Gli afroamericani – scrive – potevano viaggiare sull’autobus con i bianchi, ma a condizione che si sedessero in posti differenti. Le unioni civili sono la stessa cosa: ti diamo lo stesso autobus (cioè gli stessi diritti), ma non ti puoi sedere insieme con gli altri (cioè i posti con l’etichetta “matrimonio” te li puoi scordare, per te ci sono le “unioni civili”). Uguali, ma separati». E ribadisce che il testo della legge rappresenta «un punto di equilibrio alto ma fragile. Un punto di equilibrio che bada alla sostanza, ma che ancora non coglie il punto centrale di questa battaglia civile e ideale». Qual è il messaggio? Si tratta solo di un primo passo? Sentenze come quelle di Melita Cavallo, la “giudice coraggio” che ha “spalancato le porte alla stepchild adoption”, (Repubblica 2 gennaio) non hanno già superato per via giudiziaria gli effetti del famigerato “compromesso”?
Ivan Scalfarotto ha il pregio della chiarezza e dell’onestà nel comunicare il proprio pensiero: il mondo gay militante vuole il matrimonio e, quindi, l’equiparazione completa – di fatto e di diritto – con la famiglia. Noi chiediamo che da parte nostra ci sia altrettanta chiarezza ed onestà, per un confronto leale, senza compromessi, sulla base dell’articolo 29 della Costituzione: la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio cui spetta una pienezza di diritti che ogni altra “formazione sociale” non può avere, in quanto strutturalmente ed ontologicamente diversa. Comunque, citando Rosa Parks, Scalfarotto fa un grosso autogoal: bianchi e neri sono assolutamente uguali, naturalmente, strutturalmente e – ancor più, se è mai possibile – ontologicamente. Il che certo non può dirsi per una coppia omosessuale: A+B (maschio A e femmina B) non è uguale ad A+A o B+B. Manca la complementarietà di due differenti che origina l’essenza di una coppia, e da cui scaturisce una nuova vita. Sulla giurisprudenza creativa ed invasiva terreni che non le competono (compito del magistrato è applicare la legge, non farla!) voglio solo aggiungere una constatazione. Corti giuridiche di livello vario sono riuscite scardinare una legge con paletti ben chiari e rigorosi come la legge 40 sulla PMA: è abbastanza facile immaginarsi che cosa accadrà il giorno dopo che venisse varata una legge che di fatto omologa le unioni civili al matrimonio e legittima l’affido rafforzato!

L’8 gennaio Repubblica titola “La Cei: no Family Day”, ricordando che i vescovi non aderirono alla manifestazione del giugno scorso. È così?
Repubblica, come tutto il mondo laicista, va a nozze (così restiamo in tema!) quando può screditare il mondo cattolico ed attaccare i vescovi. Stiamo ai fatti. Il Santo Padre con i suoi numerosi interventi sui temi della famiglia, del matrimonio e dei figli – anche quando era arcivescovo di Buenos Aires – ha espresso e confermato con chiarezza la secolare dottrina della Chiesa, che ogni vescovo locale ha quindi rilanciato. Il Papa ha anche scelto una strategia coraggiosa (propria di un uomo di grande fede): protagonismo diretto ai laici che non hanno più bisogno del “vescovo-pilota”. Così nasce il nostro Comitato. Stiamo percorrendo una unica strada, ma con specificità complementari, proprio come nel matrimonio: da una parte “dare voce a chi non ha voce” con eventi pubblici, popolari, coinvolgenti; dall’altra un grande lavoro culturale e formativo, magari poco visibile, ma non per questo meno ricco di valore. Due strade che non si annullano, bensì si implementano a vicenda. Differenti strategie, ma assoluta condivisione di valori e principi. Si ricordi, inoltre, che il nostro Comitato è apartitico ed aconfessionale, il che significa che ci rivolgiamo ad un mondo culturalmente e religiosamente molto variegato, che può non identificarsi nella Chiesa cattolica. Vorrei concludere con un grande appello: stiamo uniti, ritroviamoci in piazza, con tanti amici appartenenti anche ad altre fedi religiose e tanti altri “non credenti”: è in gioco l’umanità stessa e il “grido” deve essere alto, comune, perché deve raggiungere le orecchie indifferenti e sorde di chi ha il dovere di proteggere il bene comune, e non l’interesse bieco ed affaristico di lobby ideologiche.

da: www.Tempi.it