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L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano

Pasqua: il passaggio del Signore (Bruto Maria Bruti)

Scrive Cesare Pavese, che morì suicida in un momento di solitudine e di depressione, che è proprio la piena consapevolezza della fragilità dell’essere umano e la mancanza di un appoggio “assoluto” che possono portare al suicidio in momenti drammatici della vita:
” Non ci si uccide per amore di una donna.
Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla ”
( Cesare Pavese, Il Mestiere di vivere ).

Scrive lo psicolgo Paul Tournier che ” gli uomini sono sempre alla ricerca dell’aiuto divino: alcuni ne sono perfettamente coscienti, altri ne sentono soltanto una specie di inconscia nostalgia; alcuni lo cercano palesemente, con serietà e rispetto, altri nascondono i loro tentativi sotto le apparenze di battute scherzose o di bestemmie.

E’ l’unico sostegno all’altezza di soccorrere il loro infinito bisogno di sicurezza.

(…) Tutti sanno per esperienza come siano incerti gli aiuti che ciascuno può dare a se stesso, a prezzo di sforzi sovrumani (…)

Allora bisogna fare affidamento sugli uomini, sull’amicizia, sul buon cuore, sulla fedeltà?

Ma anche chi si ama profondamente (…) non sa rispondere a quest’interrogativo sempre in agguato:
– Mi amerai per sempre ?-

Gli uomini cercano sempre un appoggio assoluto, un appoggio senza limitazioni e che può venire soltanto da Dio.

(…) Questo desiderio di trovare un punto d’appoggio è del tutto naturale, perché l’uomo è il più vulnerabile degli esseri viventi e il solo consapevole della sua fragilità.

(…) L’uomo è l’essere più consapevole dei pericoli che lo sovrastano, il solo a rendersi conto che deve morire.

Egli cerca inutilmente di chiudere gli occhi; continuamente capitano dei fatti che lo costringono a riflettere sulla sua precaria condizione.

Non capita più un cataclisma naturale sulla faccia della terra senza che gliene giunga notizia, ricca di ogni particolare;

però, ci sono dei fatti a lui più vicini che lo colpiscono più
direttamente:  un ragazzo, la cui salute sembrava perfetta, è vittima insospettata di un cancro che, al momento dell’operazione, si dimostra essere in uno stato così avanzato da rendere vano qualsiasi intervento; un amico spiritoso, prudente, posato che muore tragicamente in automobile; un bambino finisce sotto un camion; un giovanotto che prometteva molto e finisce nevrotico o alcolizzato.

In questo, tuttavia, non c’entra solo il caso; viene fuori anche la cattiveria degli uomini.

(…) L’uomo teme l’uomo, denuncia (..) il male che germoglia nel cuore degli altri uomini, da cui si sente minacciato (…)

Scrutando di più in se stesso, l’uomo scopre nel proprio intimo il male che attribuiva agli altri, l’aggressività, la gelosia, l’infingardaggine.

Quanto più tenta di conoscersi con franchezza, tanto più si scoraggia per le sue debolezze, per la sua incapacità di resistere alle tentazioni.

(..) L’appoggio di cui ha bisogno non riguarda solo la protezione contro le minacce dall’esterno, ma la protezione contro se stessi, per vincere la paura o l’emozione (…) e per debellare (..) desideri inestinguibili che lo tengono prigioniero.

Allora cerca ovunque dei punti di appoggio, forse dei sostegni fragili, a cui però si aggrappa e che rappresentano altrettanti simboli di un appoggio più totale, del quale rimane sempre in attesa.

Questo sostegno illimitato, che manca agli uomini in maniera tanto dolorosa, lo possono ritrovare solo in Dio. (…)””

Con Gesù Cristo, Dio viene incontro a questo profondo bisogno di aiuto che sta dentro di noi. Gesù assume volontariamente su di sé le conseguenze del peccato e cioè la sofferenza e la morte.

Ha preso su di sé le lacrime degli innocenti che sono perseguitati, torturati e uccisi, delle persone che marciscono nei campi di concentramento, ha preso su di sé il dolore degli ammalati, degli anziani abbandonati, dei bambini sfruttati, venduti e uccisi, il dolore dei profughi e di tutte le vittime della violenza e della guerra, l’infelicità e il tormento di coloro che sono caduti nel vizio e in tutte le molteplici forme di dipendenza.

Ha preso su di sé tutte le sofferenze morali e psicologiche, tutte le angoscie e le tristezze, ha preso su di sé l’immensa sofferenza di tutta l’umanità nata per il distacco da Dio avvenuto con il peccato originale.

Gesù, con la sua croce, è venuto a condividere la mia croce e con la sua resurrezione mi ha dato la speranza, rispondendo concretamente al mio bisogno, profondo, ontologico, di potermi abbandonare nel completo godimento di un eterno abbraccio e di poter ritrovare, dopo la morte, tutte le persone amate in questa vita, di poterle ritrovare felici nella casa del Padre, in una meravigliosa luce che tutto investe e penetra e di poterle amare con un amore senza limiti.
(Bruto Maria Bruti)

La Pasqua della fede (Raniero Cantalamessa)

1. La lettura spirituale della Bibbia

Dopo l’approccio storico al mistero pasquale della prima meditazione passiamo a occuparci del senso spirituale racchiuso nella _lettera_ dei racconti pasquali. Seguiamo l’invito di S. Agostino che diceva:
“Factum audivimus, mysterium requiramus” [1]:
abbiamo conosciuto il fatto, ora ricerchiamo il mistero.

La lettura spirituale della Scrittura è iniziata con Gesù.
Cos’altro faceva Gesù quando spiegava ai due discepoli di Emmaus “tutto ciò che nelle Scritture si riferiva a lui”? (Lc 24, 27).
La stessa è proseguita con gli apostoli e ha improntato tutta la vita successiva della Chiesa nelle sue varie espressioni: esegesi, teologia, liturgia, arte, spiritualità. Essa continua ad alimentare anche oggi la vita cristiana, attraverso il metodo della lectio divina che è un suo derivato, attraverso la liturgia e l’esperienza dei santi.

Nella Lettera apostolica con cui Giovanni Paolo II ha dichiarato S. Teresa di Gesù Bambino Dottore della Chiesa, si legge:
“Malgrado la preparazione inadeguata e la mancanza di strumenti per lo studio e l’interpretazione dei libri sacri, Teresa si è immersa nella meditazione della Parola di Dio con una fede ed una immediatezza singolari. Sotto l’influsso dello Spirito ha raggiunto per sé e per gli altri una profonda conoscenza della rivelazione.
Con la sua concentrazione amorosa sulla Scrittura – avrebbe perfino voluto conoscere l’ebraico ed il greco per meglio capire lo spirito e la lettera dei libri sacri -, ha fatto vedere l’importanza che le sorgenti bibliche hanno nella vita spirituale, ha messo in risalto l’originalità e la freschezza del Vangelo, ha coltivato con sobrietà l’esegesi spirituale della Parola di Dio, tanto dell’Antico come del Nuovo Testamento” [2].

S. Teresa non ha avuto mai a disposizione un testo integrale della Bibbia, né alcuno degli strumenti di consultazione oggi in uso.
In fatto di conoscenze _scientifiche_ l’ultimo degli iscritti all’Istituto Biblico ne sa più di lei; ma chi oserebbe dire che costui conosce la Bibbia meglio di lei?

L’esempio della Santa di Lisieux illustra bene l’atteggiamento con cui questo modo spirituale di leggere la Bibbia si pone di fronte ai metodi scientifici: nessuna riserva o disprezzo; al contrario, stima immensa, desiderio di trarne tutto il profitto possibile e gratitudine verso chi ce li mette a disposizione, ma sempre come sussidio e mezzo per accedere a una comprensione di tipo diverso. Non come l’ultima parola sulla Bibbia, ma come la prima. De Lubac, che ha scritto l’opera classica su questa esegesi patristica e medievale della Bibbia, mette bene in risalto tutto ciò [3].

Del senso spirituale si può evidenzare ora la dimensione teologica o di fede, ora la dimensione morale e ora la dimensione escatologica.
Ricordiamo il famoso distico: Littera gesta docet, quid credas allegoria. Moralis quid agas, quo tendas anagogia:
La lettera t’insegna l’accaduto; ciò che devi credere, l’allegoria.
La morale, cosa fare; dove tendere, l’anagogia.
Oggi ci occupiamo del senso allegorico della Pasqua, cioè delle cose da credere.

Il termine “allegoria” non gode oggi tra gli esegeti molto favore; esso anzi suscita riserve a non finire a causa dell’uso e dell’abuso che si è fatto di essa in passato. Ma nella migliore esegesi dei Padri, il concetto di allegoria ha un significato tutto diverso che negli autori pagani e nell’uso moderno del termine. Non indica una certa cosa materiale o storica assunta a simbolo di un’idea spirituale ed eterna; indica piuttosto un fatto reale, o una verità parziale che tende a un suo compimento futuro.

Il rapporto non è verticale come è il rapporto tra la cosa sensibile e la sua idea eterna nel sistema di Platone; è orizzontale e situato nel tempo, come tra due eventi di cui uno annuncia e prepara l’altro.

La storia qui non è annullata a vantaggio dello spirito, ma le serve da supporto. In questo senso, parlando della prima alleanza, rappresentata da Agar, Paolo dice che ciò era una _allegoria_ della nuova alleanza rappresentata da Sara (cf. Gal 4, 24).
Gli abusi del metodo allegorico si sono avuti quando ci si è dimenticati di questo ben preciso significato biblico per lanciarsi in ogni sorta di speculazione astrusa sui numeri o sulle parole.

Quando si tratta di testi o fatti dell’Antico Testamento l’allegoria cristiana consiste nel mettere in luce il loro riferimento a Cristo; quando si tratta di parole o fatti del Nuovo Testamento, consiste nel mettere in luce il loro significato misterico per la Chiesa. Questo è chiarissimo nelle formule del kerygma.
” Morì per i nostri peccati; risorse per la nostra giustificazione”.
Morì, risorse indicano dei fatti, sono delle affermazioni storiche; “per i nostri peccati”, “per la nostra giustificazione” non sono delle affermazioni storiche ma di fede, indicano il senso mistico, o per noi, dei fatti.

A pensarci bene, è proprio questo significato di fede che, in altro senso, fa della morte e della risurrezione di Cristo degli eventi _storici_, se per fatto _storico_ non intendiamo solo il nudo e crudo fatto di cronaca, ma il fatto più il significato di esso.
Ci sono infiniti fatti realmente accaduti che, tuttavia, non sono _storici_, perché non hanno lasciato alcuna traccia nella storia, non hanno destato alcun interesse, né fatto nascere alcunché di nuovo.

“Un evento, ha scritto un illustre studioso del Nuovo Testamento, è storico quando assomma in sé due requisiti: è `accaduto’ e in più ha assunto un rilievo significativo determinante per le persone che ne furono coinvolte e ne fissarono la narrazione”[4].

In questo senso la morte di Cristo è il fatto più _storico_ della storia del mondo perché è quello che più ha inciso sul destino dell’umanità. Stiamo vedendo anche in questi tempi come tutto ciò che riguarda questo evento abbia il potere di scuotere le coscienze e suscitare reazioni opposte.

2. Ora invece

Colui che per primo e in modo insuperato ha esplorato il significato per la fede dell’evento pasquale di Cristo è l’apostolo Paolo.
La Lettera ai Romani rappresenta, da questo punto di vista , l’apice della sua riflessione.
Dopo avere presentato, nei due precedenti capitoli della Lettera, l’umanità nel suo universale stato di peccato e di perdizione (Giusei e Greci, tutti sono sotto il dominio del peccato Non c’è distinzione tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio) (Rom 3, 9.22 s), l’Apostolo ha l’incredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per sempre e per tutti “in virtù della redenzione realizzata da Cristo(Rom 3, 24).

-Ora invece-,
così inizia la sezione che descrive la nuova situazione.
Inizia un’era nuova nella storia dei rapporti tra Dio e l’umanità.
Un cambiamento veramente epocale.

Nella salvezza operata da Cristo Paolo mette in luce due elementi distinti, anche se inseparabili come due facce di una stessa
medaglia: una componente negativa consistente nella rimozione del peccato, o giustificazione dell’empio (capp. 3-7) e una componente positiva consistente nel dono dello Spirito e della vita nuova (cap.8).

Questa è una costante che si osserva ogni volta che si descrive sinteticamente la salvezza, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
“Io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; toglierò da voi il cuore di pietra (elemento negativo). Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo (elemento positivo) (Ez 36, 25-26). Si parla di un togliere e di un mettere.

Nel presentare Gesù al mondo Giovanni Battista dice:
“Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”
(elemento negativo), ma aggiunge subito:
ecco colui “che battezza in Spirito Santo” (Gv 2.29.33).

Lo stesso fa Pietro giorno di Pentecoste:
“Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2, 38).

In seguito alla Riforma, le polemiche teologiche hanno fatto sì che, di questi due elementi, nel commentare la Lettera ai Romani, in passato si sia messo in rilievo quasi esclusivamente quello negativo della rimozione del peccato. Ma in realtà, dei due aspetti della salvezza – la giustificazione dell’empio e il dono dello Spirito – è il secondo, per Paolo, il più rilevante. Di esso parla in tutte le sue lettere, mentre della giustificazione per fede parla solo nelle lettere in cui deve difendere la propria missione ai gentili. È interessante che a dire questo sia uno dei più qualificati esegeti protestanti del momento [5].

Quando, dopo aver trattato della liberazione dal peccato e dalla legge, all’inizio del capitolo ottavo della Lettera ai Romani Paolo arriva a parlare del dono dello Spirito da l’impressione di uno che è giunto finalmente là dove desiderava e può abbandonarsi a un libero canto. Viene da pensare alle parole con cui Beethoven introduce la seconda parte della Nona sinfonia, la parte corale con l’inno alla gioia: “O amici, basta con queste note. Intoniamo un canto più allegro e più pieno di gioia” [6]. Seguono le frasi note:

“La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte…
Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito…
Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene..
Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio..
Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza!

La giustificazione dell’empio e la remissione dei peccati non è, per Paolo, che la condizione per ricevere il dono più bello e più completo della Pasqua di Cristo, e cioè il suo Spirito. Molti sono convinti che la nascita e il travolgente sviluppo del movimento pentecostale e carismatico all’interno delle varie Chiese cristiane si spieghi anche come reazione a un’insistenza troppo unilaterale sul problema della giustificazione per fede che ha lasciato nell’ombra la dottrina e l’esperienza dello Spirito.
Questa _terza forza_, come viene chiamata, ha assunto in poco più di un secolo proporzioni imprevedibili e costituisce oggi, secondo le statistiche, la componente in più rapida crescita all’interno del cristianesimo (the fastest growing segment of Christianity).

Essa potrebbe aiutare a trovare finalmente la soluzione a problemi che si trascinano da secoli e sui quali neppure il documento congiunto della Chiesa cattolica e della federazione luterana delle Chiese è arrivata a trovare un pieno accordo.
Nella teologia e spiritualità del movimento pentecostale la giustificazione per fede non è vista solo come una imputazione esterna di giustizia che lascia il credente come era prima (simul iustus et peccator); si è convinti, come da parte cattolica, che lo Spirito Santo trasforma davvero la persona, dandogli un cuore nuovo e dimorando in essa.

Quando Paolo parla dello Spirito Santo -anche gli esegeti più rigorosi sono su ciò d’accordo- ne parla come di una esperienza che tutti fanno nella Chiesa, non semplicemente come di una dottrina:
esperienza di unzione nell’annuncio, di figliolanza divina nella preghiera, di forza carismatica nell’esercizio del proprio ministero, di conforto nelle persecuzioni.
È su questo che si misura se lo Spirito Santo ha ritrovato il suo vero posto nella vita della Chiesa, oltre che nella sua teologia.

Sarebbe ben triste se tutto questo rimanesse confinato all’interno di un solo movimento ecclesiale e non contagiasse, di riflesso, nella sostanza se non nelle forme, tutta la Chiesa, come una benefica _corrente di grazia_ che si disperde in essa.
Non sono alcuni soltanto che hanno bisogno di una novella Pentecoste nella Chiesa, ma tutti i battezzati.

3. Un risveglio di fede

L’allegoria, dice il distico antico, indica “cosa credere”, quid credas. Ma non basta aver determinato l’oggetto della fede pasquale, la “fede creduta”, o fides quae, e cioè la liberazione dal peccato e il dono dello Spirito; occorre preoccuparsi anche dell’intensità con cui si crede, della “fede credente” o fides qua, come si dice in teologia.
Anche in questo ci è di modello l’apostolo Paolo.
Dalle sue parole si capisce come il mistero pasquale può diventare la ragione stessa del vivere del cristiano:
“Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

Parliamo ormai di questa fede esistenziale.
Che possiamo fare per ridestarla, accrescerla, se essa è fondamentalmente un dono di Dio e non frutto del nostro volere?
Dobbiamo cominciare col ridestare lo stupore di fronte ad essa.
In un canto negro spiritual c’è uno che dice: “Ma io sto pregando, io posso pregare!”
come chi si accorge con stupore che sta facendo una cosa che credeva impossibile, come dicesse: “Io sto volando”.
Dobbiamo fare lo stesso con la fede: prendere coscienza del dono immenso, del privilegio incredibile che è il poter credere, meravigliarcene e non smettere di ringraziare
Dio Padre per esso. Esclamare, pieni di meraviglia, come il cieco nato guarito da Gesù: ” Ci vedo, ci vedo!”.

Quello che avviene nel mondo esteriore, al mattino, al levarsi del sole dovrebbe avvenire ogni giorno dentro di noi, al levarsi del Sole che è Cristo. “Ridesta in noi la fede, la speranza e l’amore”, ci fa dire un inno delle Lodi mattutine.
Guai a dare per scontato il dono della fede, quasi che avendo creduto una volta si stia a posto per sempre.
Bisogna custodire il dono “con timore e tremore”.
La parabola delle dieci vergini ci ricorda che si può continuare a reggere in mano la lampada per tutta la vita, senza accorgersi che è spenta.

Riflettendo sulla fede dicevo tra me:
– Peccato che non esista un inno alla fede, paragonabile a quello di Paolo alla carità! -, ma subito mi è venuto in mente che un tale inno esiste già, e scritto da uno più grande ancora di Paolo: Se aveste fede quanto un granello di senape… Se puoi? Tutto è possibile a chi crede! Ti sia fatto secondo la tua fede. Se credi tu vedrai la gloria di Dio. Chi crede in me anche se muore vivrà. Convertitevi e credete al Vangelo. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo. Tutto il Vangelo è un inno alla fede.

Voglio condividere con voi, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, un momento di questa fede _esplosiva_ da me vissuto, dal momento che non c’è nulla in esso di mio di cui possa vantarmi.
Nel Natale del 2002 assistevo alla Messa di Mezzanotte presieduta dal Papa in S. Pietro.
Arrivò il momento del canto della Kalenda:

Molti secoli dalla creazione del mondo
Tredici secoli dopo l’uscita dall’Egitto Nell’anno 752 dalla fondazione di Roma Nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Augusto, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, essendo stato concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce a Betlemme di Giudea dalla Vergine Maria, fatto uomo.

Giunti a queste ultime parole ho provato quella che viene chiamata _l’unzione della fede_: una improvvisa chiarezza interiore per cui dici a te stesso: “È vero! È tutto vero! Non sono parole.
Le parole anzi non dicono che una minima parte della realtà.
Dio è venuto veramente tra noi. Una commozione improvvisa mi attraversò tutta la persona, mentre potevo solo dire: “Grazie, Padre! Grazie, Gesù! Grazie anche a te, Madre di Dio!.

Io credo che un’esperienza del genere possiamo farla tutti nella notte di Pasqua, ascoltando le parole dell’Exultet:
“Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte risorge vincitore dal sepolcro. ”
Il primo passo è aprire bene gli orecchi, ascoltare quelle parole come se le udissimo per la prima volta. Ricordiamoci:
“Fides ex auditu”, la fede sboccia dall’ascolto (cf. Rom 10,17).

Vale a un titolo speciale, per i ministri della Chiesa, il detto della Scrittura: “Il mio giusto vivrà di fede” (cf Ab 2, 4; Rm 1, 17). Il peso specifico di un ministro di Dio è dato dalla sua fede.
Ciò che i fedeli colgono immediatamente in lui, o in lei, è se _ci crede_ : se crede in ciò che dice e in ciò che celebra.
La fede è contagiosa.
Come non si contrae contagio, sentendo solo parlare di un virus o studiandolo, ma venendone a contatto, così è con la fede.

Un tema molto caro ai Padri della Chiesa era quello della Pasqua come risveglio di tutte le cose. Essi vedevano un’analogia tra ciò che avviene in natura a primavera e ciò che avviene nell’anima a Pasqua. S. Zeno di Verona esclama:
“In questo giorno, allontanata la melanconia del passato inverno, sotto il soffiare mite del carezzevole vento Favonio, i prati germogliano ovunque, profumando di fiori”
Chi non capisce che tutto questo è un simbolo dei misteri celesti?
[7]. A primavera, gli fa eco il poeta Venanzio Fortunato, un misterioso risveglio attraversa la natura; un fremito di vita è in ogni cosa vivente, tornano a cantare gli uccelli rimasti muti durante l’inverno e la “gemma turgida prepara il seno al parto” [8].

Come sarebbe bello se un analogo movimento di risveglio attraversasse la Chiesa a Pasqua; se nella veglia pasquale, alle domande del celebrante:
“Credete in Dio Padre onnipotente?
Credete in Gesù Cristo?
Credete nello Spirito Santo? -,
potessimo rispondere con gioioso trasporto e con l’unzione della
fede:
– Credo! -.

“Tramite la passione, scrive S. Agostino, il Signore passò dalla morte alla vita, aprendo la via a noi, se crediamo nella sua risurrezione, per passare anche noi dalla morte alla vita” [9]. La fede, come si vede, è il segreto per fare una vera Pasqua, per passare dalla morte alla vita. È il mezzo per fare nostra la Pasqua di Cristo. Con l’uomo del Vangelo diciamo anche noi: “Signore, aumenta la nostra fede”.

[1] S. Agostino, In Ioh. 50, 6 (PL 35, 1760).
[2] Lettera apostolica “Divini amoris scientia” (19 ottobre 1997).
[3] H. de Lubac, Exégèse médiévale. Les quatre sens de l’Ecriture, I/1, Parigi 1959, p. 127 s.
[4] D.H. Dodd, Storia ed Evangelo, Brescia 1976, p.23.
[5] Cfr. J. D.G. Dunn, La teologia dell’Apostolo Paolo, Brescia 1999, p. 421.
[6] O Freunde, nicht diese Töne! Sondern laßt uns angenehmere anstimmen und freudenvollere!
[7] S. Zeno di Verona, Tractatus I, 33 (CCL, 22, p.84).
[8] Venanzio Fortunato, Carmina, III, 9 (PL 88, 131).
[9] S. Agostino., De cat. rud., 23, 41, 3 (PL 40, 340).

Tre consigli di Don Bosco ai giovani nel tempo di Pasqua

Tre ricordi ai giovani per conservare il frutto della comu­nione pasquale: “Cari giovani, se volete conservare il frut­to della santa comunione che fate in questo tempo pasquale, praticate questi tre avvisi. Essi renderanno contento il vo­stro cuore e formeranno la felicità dell’anima vostra.
1° Santificate il giorno festivo, non mancando mai di sentire divotamente la Santa Messa ed intervenire ad ascoltare la paro­la di Dio, cioè prediche, istruzioni catechismo.
2° Fuggite come la peste i cattivi compagni; cioè state lontani da tut­ti quei giovani che bestemmiano oppure nominano il santo no­me di Dio invano; fanno o parlano di cose disoneste. Fuggite altresì quelli che parlano male di nostra santa cattolica religione, criticano i sacri ministri e soprattutto il Romano Pontefice Vicario di Gesù Cristo. Siccome é un cattivo figlio quello che censura la condotta di suo padre, così è un cattivo cristiano colui che censura il papa; che é il padre dei fedeli cristiani che sono in tutto il mondo.
3° Accostatevi spesso al sacramento della penitenza. Non lasciate pas­sare un mese senza confessarvi ed anche comunicarvi secondo l’avviso del confessore. Dopo la comunione fermatevi più che potete per ringraziare il Signore e chiedergli grazia di non morire in peccato mortale. Un Dio solo. Se mi è nemico, chi mi salverà? Un’anima sola: se la perde, di me che sarà? Un solo peccato mortale merita l’inferno che sarà di me se moris­si in tale stato? Ascolta, caro figlio, il detto mio: fallace è il mondo, il vero amico è Dio. IV,54-55.

Senso e scopo del digiuno quaresimale

Il digiuno quaresimale ha certamente una dimensione fisica, oltre l’astinenza dal cibo, può comprendere altre forme, come la rinuncia volontaria del fumo, di alcuni divertimenti, di internet, della televisione,… Tutto questo però non è ancora la realtà del digiuno; è solo il segno esterno di una realtà interiore; è un rito che deve rivelare e supportare un cammino  interiore.

IL DIGIUNO RITUALE DELLA QUARESIMA:

è segno del nostro vivere la Parola di Dio. Non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio, sull’esempio di Cristo, che disse: “Mio cibo è fare la volontà del Padre“; Nutrirsi vuol dire poi viverla….;

è segno della nostra volontà di espiazione: “Non digiuniamo per la Pasqua, né per la croce, ma per i nostri peccati, … ” afferma san Giovanni Crisostomo; espiare vuol dire rimediare al nostro male con il bene;

è segno della nostra astinenza dal peccato: come dice il vescovo sant’Agostino: “Il digiuno veramente grande, quello che impegna tutti gli uomini, è l’astinenza dalle iniquità, dai peccati e dai piaceri illeciti del mondo, …“;

In sintesi: la mortificazione del corpo (“mortificare” vuol dire dominare il corpo) è segno della conversione dello spirito.

Il digiuno ed astinenza in Quaresima ed oltre

Senso e scopo del digiuno rituale della quaresimale

Il digiuno è segno del nostro vivere la Parola di Dio. Non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio, sull’esempio di Cristo, che disse: Mio cibo è fare la volontà del Padre; Nutrirsi vuol dire poi viverla…. Esso è segno della nostra volontà di espiazione: Non digiuniamo per la Pasqua, né per la croce, ma per i nostri peccati, … afferma san Giovanni Crisostomo; Espiare vuol dire rimediare al nostro male con il bene.

E’ anche segno della nostra astinenza dal peccato: come dice il vescovo sant’Agostino: Il digiuno veramente grande, quello che impegna tutti gli uomini, è l’astinenza dalle iniquità, dai peccati e dai piaceri illeciti del mondo, …“. In sintesi: la mortificazione del corpo (“mortificare” vuol dire dominare il corpo) è segno della conversione dello spirito. Indicazioni pratiche del digiuno e dell’astinenza

  • il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo sono giorni di digiuno dal cibo e di astinenza dalla carne e dai cibi ricercati o costosi.
  •   i venerdì di Quaresima sono giorni di astinenza dalla carne e dai cibi ricercati o costosi.
  • negli altri venerdì dell’anno, i fedeli possono sostituire l’astinenza dalla carne con altre opere (cioè azioni) di carattere penitenziale.
  •   al digiuno sono tenuti i fedeli dai diciotto anni compiuti ai sessanta incominciati; all’astinenza dalla carne i fedeli che hanno compiuto i quattordici anni.
  • anche coloro che non sono tenuti all’osservanza del digiuno, i bambini e i ragazzi, vanno formati al genuino senso della penitenza cristiana.

Più ampie considerazioni nel documento “IL SENSO CRISTIANO DEL DIGIUNO E DELL’ASTINENZA” della Conferenza Episcopale Italiana, 4.10.1994

Il digiuno prescritto dalla Chiesa Cosi è chiamato quello prescritto per tutta la Chiesa e che, perciò, è estremamente semplice perché adatto a qualsiasi persona. E’ qualcosa che appartiene alla nostra storia, alla grande tradizione del cristianesimo. Qualcuno potrebbe pensare che sia un digiuno di tutto riposo o che neanche sia realmente tale, perché troppo facile da mettere in pratica. Ma non è proprio così. Questo modo di digiunare viene dalla tradizione della Chiesa e può essere praticato da tutti, senza eccezione.

La base di questo tipo di digiuno è che si faccia colazione come d’abitudine, poi si consumi solo un pasto durante il resto della giornata. Si può scegliere tra pranzo o cena, secondo le proprie abitudini, la propria salute e il proprio lavoro. Un’altro pasto sarà sostituito da un semplice spuntino, secondo le proprie necessità. In questo modo, per esempio, se si sceglie il pranzo come pasto completo, a cena si mangi solo qualcosa di leggero. L’importante, e qui sta l’essenza del digiuno, è la disciplina, il non mangiare niente oltre questi tre pasti.

Quello che importa è troncare l’abitudine di “mangiucchiare”, di aprire il frigorifero più volte al giorno per “spizzicare” qualcosa. Evitare completamente, in questo giorno, le caramelle, i dolci, i cioccolatini, i biscotti e cose di questo tipo. Lasciare da parte le bevande rinfrescanti ed il caffè. Per i più indisciplinati (e molti di noi lo siamo) già questo è un vero digiuno e di quelli difficili! In questo tipo di digiuno non si soffre la fame. Più le persone si impongono una disciplina, più mettono a freno la gola! Ed è proprio questa la finalità del digiuno.

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Il mercoledì delle ceneri

L’origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell’antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l’evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: “da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all’assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all’assoluzione”.

 La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell’imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l’importanza di questo segno.

La teologia biblica rivela un duplice significato dell’uso delle ceneri.

1 – Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell’uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…” (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: “Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere” (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell’uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).

2 – Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere” (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: “Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore” (Gdt 4,11).

 La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai” e “Convertitevi, e credete al Vangelo”. Adrien Nocent sottolinea che l’antica formula (Ricordati che sei polvere…) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi…) esprime meglio l’aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: “Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l’antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo”.

 Il rito dell’imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l’omelia, sostituisce l’atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.

 Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria “privilegiata” nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

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Storicita’ dei racconti della Passione (Raniero Cantalamessa)

passione gesuLa Pasqua della storia

È esistito in tutta la tradizione cristiana un duplice modo di leggere le Scritture, riassunto nelle parole lettera e Spirito. Lettera sta per il senso letterale o per il fatto storico narrato; Spirito indica il mistero nascosto nel fatto storico. All’interno del senso spirituale si sono distinti, a sua volta, tre livelli di significato:
il significato cristologico che mette in luce il riferimento a Cristo e alla Chiesa, il significato morale riferito all’agire cristiano e il significato escatologico riferito al compimento finale.

Questo schema quadripartito è stato riassunto in un distico famoso:
Littera gesta docet, quid credas allegoria. / Moralis, quid agas; quo tendas anagogia. La lettera t’insegna l’accaduto; ciò che devi credere, l’allegoria. / La morale, cosa fare; dove tendere, l’anagogia.

Nelle meditazioni quaresimali di quest’anno vorrei esplorare il senso della Pasqua di Cristo seguendo questo metodo che ci viene dalla più costante tradizione della Chiesa. Avendo a disposizione soltanto tre momenti (il venerdì 19 Marzo coincide con la festa di S. Giuseppe), dovremo rinunciare a trattare dell’ultimo senso, quello anagogico che ci invita a tendere alla Pasqua eterna del cielo. Lo lasceremo alla meditazione personale.

In questa prima meditazione riflettiamo sulla dimensione storica della Pasqua, cioè sugli eventi da cui essa trae origine. Se trattassimo della Pasqua in genere la “lettera” da prendere in esame sarebbero i racconti dell’Esodo che parlano dell’immolazione dell’agnello in Egitto; volendoci concentrare sulla Pasqua cristiana, la “lettera”
sono i racconti della passione e risurrezione di Cristo.

1.Ma la lettera narra davvero l’accaduto?
A questo riguardo si pone una domanda molto attuale: la lettera riferisce davvero, in questo caso, “i fatti”, come dice il distico antico, o da invece, di essi, una versione “tendenziosa”, rispondente a fini apologetici? A questo riguardo si è diffusa ultimamente un’
opinione che non può essere lasciata senza una risposta.

La tesi sposata da riviste a diffusione mondiale e divulgata da noi perfino da un telegiornale della sera, in breve, è la seguente.
Attenersi strettamente ai racconti evangelici, nel rappresentare la passione, significa ignorare i risultati della scienza esegetica moderna. Questa afferma che, nel riferire i fatti, Marco e, dietro di lui, gli altri evangelisti hanno attribuito la responsabilità della morte di Cristo agli ebrei per ingraziarsi il potere politico romano e tranquillizzarlo sul conto della nuova religione. In realtà, il motivo principale della condanna di Gesù fu di natura politica e non religiosa, e cioè la minaccia che egli costituiva per l’ordine costituito (1).

Va anzitutto affermato che qualunque sia la spiegazione che si da delle circostanze esterne e delle motivazioni giuridiche della morte di Cristo, esse non intaccano minimamente il senso reale della sua morte che dipende da ciò che pensava lui, non da ciò che pensavano gli altri. E il senso che egli dava alla sua morte lo ha messo in chiaro in anticipo, al momento di istituire l’Eucaristia: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo dato per voi”.

Detto questo, va però notata anche la serietà della posta in gioco in queste discussioni. La fede cristiana è una fede basata sulla storia; la compatibilità con la storia non le è meno necessaria che la compatibilità con la ragione. Non basta dire che i vangeli “non sono discesi dal cielo bell’e formati, ma che sono prodotti di mani e cuori umani”, soggetti anch’essi a condizionamenti e pregiudizi. Questo lo ammette oggi ogni serio cultore di studi biblici. Il problema è sapere se sono racconti onesti o no; se il pregiudizio è inconscio, o è una tesi consapevolmente scelta e portata avanti per fini di comodo.

Essendomi occupato di questo problema al tempo in cui insegnavo Storia delle origini cristiane all’Università Cattolica di Milano (2), mi sembra mio dovere portare un piccolo contributo di chiarimento a questa discussione. Quello che va contestato energicamente è che la ricerca storica moderna sia giunta, circa la condanna di Cristo, a conclusioni diverse da quelle che si ricavano dalla lettura dei Vangeli.

La tesi della motivazione essenzialmente politica della condanna di Cristo è nata, nel cinquantennio trascorso, da due preoccupazioni e ha avuto due Sitz-im-Leben. Il primo è stato l’epilogo tragico dell’antisemitismo con la Shoa, il secondo l’affermarsi negli anni 60′
e 70′ della cosiddetta teologia della rivoluzione. Se non si voleva che Che Guevara prendesse, nel cuore delle nuove generazioni, il posto di Cristo, non restava che fare di lui un suo discepolo. Ed è quello che si tentò ingenuamente di fare.

I due punti di vista, per vie diverse, arrivavano, nella sostanza, a una conclusione comune: Gesù fu un simpatizzante del movimento zelota che si prefiggeva di scuotere con la forza il giogo della dominazione romana e delle classi ricche locali che lo appoggiavano. Prove di ciò erano viste nel fatto che uno dei suoi discepoli si chiamava Simone lo “Zelota” (con lo stesso ragionamento si poteva difendere la tesi del Gesù collaboratore dei romani, avendo chiamato al suo seguito Matteo il Pubblicano!), che il soprannome di Giuda “Iscariota” poteva essere una deformazione di “Sicariota”, il nome con cui era designata l’ala estrema del partito zelota e altri fatti, come la cacciata dei mercanti dal tempio, l’ingresso trionfale in Gerusalemme, la moltiplicazione dei pani con il tentativo di farlo re…

Nel giro di pochi anni la tesi del Gesù rivoluzionario è stata abbandonata come insostenibile. Essa finiva per attribuire a Gesù proprio l’idea di un Messia che si impone con la forza, contro la quale egli lottò tutta la vita. È rimasta invece in piedi l’altra istanza, quella suggerita dal desiderio di togliere ogni pretesto all’antisemitismo.

Questa è una preoccupazione giusta, ma si sa che il torto più grave che si può fare a una causa giusta è quello di difenderla con argomenti sbagliati. La lotta all’antisemitismo va posta su un fondamento più sicuro che una ipotesi discutibile come questa. Il Concilio Vaticano II lo formula così: “Se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo” (3).

In questo c’è una certa convergenza con la stessa tradizione ebraica del passato. Dalle notizie sulla morte di Gesù, presenti nel Talmud e in altre fonti giudaiche (per quanto tardive e storicamente contraddittorie), emerge una cosa: la tradizione ebraica non ha mai negato una partecipazione delle autorità del tempo alla condanna di Cristo. Non ha fondato la propria difesa negando il fatto, ma semmai negando che il fatto, dal punto di vista ebraico, costituisse reato e che la sua condanna sia stata una condanna ingiusta (4).

Una versione, questa, compatibile con quella delle fonti neotestamentarie che, mentre, da una parte, mettono in luce la partecipazione delle autorità ebraiche alla condanna di Cristo, dall’altra la scusano, attribuendola a ignoranza (cf. Lc 23,34; Atti 3, 17; 1 Cor 2,8). Quanta parte di questa ignoranza fosse dovuta a obbiettiva difficoltà di riconoscere per vera la rivendicazione messianica di Cristo e quanta a motivi meno scusabili (Gv 5,44 mette tra di essi la ricerca di gloria umana), lo sa solo Dio che scruta i cuori, e su nessuno è dato a noi portare un giudizio definitivo, né su Giuda, né su Caifa, né su Pilato.

Una constatazione fondamentale è questa: nessuna formula di fede del Nuovo Testamento e della Chiesa dice che Gesù morì “a causa dei peccati degli ebrei”; tutte dicono che “morì a causa dei nostri peccati”, cioè dei peccati di tutti.

L’estraneità del popolo ebraico, in quanto tale, alla responsabilità della morte di Cristo riposa su una certezza biblica che i cristiani hanno in comune con gli ebrei, ma che purtroppo per tanti secoli è stata stranamente dimenticata: “Colui che ha peccato deve morire. Il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio” (Ez 18,20). La dottrina della Chiesa conosce un solo peccato che si trasmette per eredità di padre in figlio, il peccato originale.

Se si ritenevano gli ebrei delle generazioni future responsabili della morte di Cristo, per lo stesso motivo si sarebbero dovuti ritenere responsabili e accusare di deicidio i romani delle generazioni future, compresi i papi di famiglie romane, in quanto è certo che, dal punto di vista giuridico, la condanna di Cristo e la sua esecuzione (la forma per crocifissione lo conferma) sono da imputarsi, in ultima analisi, all’autorità romana.

Forse, come credenti, bisogna spingersi oltre l’affermazione della non colpevolezza del popolo ebraico e vedere nella sofferenza ingiusta da esso subita nella storia qualcosa che li mette dalla parte del Servo sofferente di Dio e, dunque, per noi cristiani, dalla parte di Gesù.
Edith Stein aveva compreso in questo senso il dramma che si stava preparando per lei e per il suo popolo nella Germania di Hitler: “Lì, sotto la croce, capii il destino del popolo di Dio. Pensai: coloro che sanno che questa è la croce di Cristo hanno il dovere di prenderla su di sé, in nome di tutti gli altri”.

2. Possiamo credere ancora ai racconti della passione?
Messo al sicuro il rifiuto dell’antisemitismo, possiamo tornare a occuparci dell’attendibilità dei racconti della passione che è la sola cosa che in questa sede ci interessa. Vorrei fare presenti alcuni fatti che inducono a prendere con molta cautela la tesi secondo cui essi sono stati scritti con la preoccupazione di tranquillizzare le autorità dell’impero a proposito dei cristiani.

Questa tesi finisce per ascrivere gli scritti apostolici allo stesso genere letterario delle Apologie, indirizzate da autori cristiani del II secolo agli imperatori romani, per convincerli della bontà della loro religione. Si dimentica che essi sono testi nati per uso interno della comunità cristiana, senza pensare a lettori estranei ad essa, che di fatto non ci furono mai. (Il primo autore pagano che mostra di aver letto delle fonti cristiane è Celso nel II secolo e non certo per interessi politici).

Sappiamo che i racconti della passione, in unità più brevi e in forma orale, circolavano nelle comunità ben prima della stesura finale dei vangeli, compreso quello di Marco. Paolo, nella più antica delle sue lettere, scritta intorno all’anno 50, da, della morte di Cristo, la stessa fondamentale versione dei vangeli (cf. 1 Ts 2,15) e sui fatti accaduti a Gerusalemme poco tempo prima del suo arrivo in città egli doveva essere informato meglio di noi moderni, avendo, all’inizio, approvato e difeso “accanitamente” la condanna del Nazareno..

Durante questa fase più antica il cristianesimo si considerava ancora destinato principalmente a Israele; le comunità nelle quali si erano formate le prime tradizioni erano costituite in maggioranza da giudei convertiti; Matteo è preoccupato di mostrare che Gesù è venuto a compiere, non ad abolire, la legge. Se c’era dunque una preoccupazione apologetica, questa avrebbe dovuto indurre a presentare la condanna di Gesù come opera piuttosto dei pagani che delle autorità ebraiche, al fine di rassicurare i giudei di Palestina e della diaspora.

Molti equivoci nascono dal fatto che noi proiettiamo all’inizio della Chiesa la situazione posteriore che vede contrapposti tra loro ebrei e cristiani, mentre, fino all’affermarsi di comunità a maggioranza gentili, la contrapposizione era un’altra, e cioè: ebrei credenti (in
Cristo) ed ebrei non credenti. La distinzione passava all’interno della comune identità ebraica. I discepoli di Gesù potevano dire con
Paolo: “Sono ebrei? Anch’io!”. Questo da alla polemica antigiudaica degli autori del Nuovo Testamento un senso tutto diverso da quello del cristianesimo posteriore, come sono diverse le invettive contro il popolo d’Israele di Mosè e dei profeti da quelle di certi Padri della Chiesa o di Lutero.

D’altra parte, quando Marco e gli altri evangelisti scrivono il loro vangelo c’è stata già la persecuzione di Nerone; ciò avrebbe dovuto spingere a vedere in Gesù la prima vittima del potere romano e nei martiri cristiani coloro che avevano subito la stessa sorte del Maestro. Se ne ha una conferma nell’Apocalisse, scritta dopo la persecuzione di Domiziano, dove Roma è fatta oggetto di una invettiva feroce (“Babilonia”, la “Bestia”, la “prostituta”) a causa del sangue dei martiri (cf. Ap. 13 ss.).

Non si possono leggere i racconti della Passione ignorando tutto ciò che li precede. Il vangelo attesta, si può dire a ogni pagina, un contrasto religioso crescente tra Gesù e un gruppo influente di giudei (farisei, dottori della legge, scribi) sull’osservanza del sabato, sull’atteggiamento verso i peccatori e i pubblicani, sul puro e sull’impuro. Jeremias ha dimostrato la motivazione antifarisaica presente in quasi tutte le parabole di Gesù (5). Non si può eliminare questo retroterra senza disintegrare completamente i vangeli e renderli incomprensibili. Ma una volta dimostrato questo contrasto, come si può pensare che esso non abbia giocato alcun ruolo al momento della resa finale dei conti e che le autorità ebraiche si siano decise a denunziare Gesù a Pilato unicamente per paura di un intervento armato dei romani, quasi a malincuore?

Uno degli argomenti più spesso addotti contro la veridicità dei racconti evangelici è l’immagine che essi ci danno di un Pilato sensibile a ragioni di giustizia, che si preoccupa della sorte di un ignoto giudeo, mentre si sa che era un tipo duro e crudele, pronto a stroncare nel sangue ogni minimo indizio di rivolta.

Qui c’è però un equivoco. Pilato non tenta di salvare Gesù per compass ione verso la vittima, ma solo per un puntiglio contro i suoi accusatori con i quali era in atto una guerra sorda fin dal suo arrivo in Giudea. Se i primi cristiani si sono sbagliati in qualcosa è stato nell’attribuire l’agire di Pilato a sentimenti di giustizia e di pietà verso Gesù (per Tertulliano egli era segretamente cristiano e la Chiesa Copta lo ha canonizzato insieme con sua moglie!). Quello che lo animava era in realtà solo la volontà di non dare soddisfazione agli odiati capi giudei. A leggere con un minimo di psicologia il dialogo tra lui e gli accusatori di Gesù, ci si accorge che questa motivazione reale non è sfuggita agli evangelisti.

In conclusione si deve dire che la discussione sui motivi della condanna di Cristo negli anni del dopoguerra ha prodotto una valanga di ipotesi critiche, spesso in contrasto tra di loro, ma non ha ottenuto il consenso della maggioranza degli storici su nessun punto di rilievo. Ogni volta si è visto che per una difficoltà che si voleva rimuovere, ne spuntavano a grappoli di nuove. Qualcuno, per esempio, ha tentato di eliminare come non storico il processo davanti al Sinedrio, ma ci si è accorti subito che così non si spiegava più l’episodio sicuramente storico del rinnegamento di Pietro, inestricabilmente legato al momento e al luogo di tale processo.

I racconti evangelici presentano senza dubbio numerose discrepanze di dettaglio e punti oscuri, ma a ben considerare questo conferma la loro “ingenuità” di racconti, nati dalla vita e dai ricordi di persone diverse, non per dimostrare una tesi. Indice di onestà di tali racconti è anche la figura meschina che vi fanno i loro stessi autori e testimoni: uno di essi, il capo, rinnega, uno tradisce e tutti al momento dell’arresto fuggono ignominiosamente. Non aveva tutti i torti il biblista Lucien Cerfaux quando diceva: “Il modo più semplice di leggere il Vangelo è spesso anche il più scientifico” (6).

Questo lascia aperto il discorso sull’uso che si fa del materiale evangelico. Che in passato esso sia stato usato in maniera impropria, con forzature antigiudaiche, è cosa da tutti oggi riconosciuta e dalla Chiesa fermamente riprovata in appositi documenti. Alla luce delle osservazioni fatte, si può dire una cosa: una rappresentazione della Passione è da riprovare se induce a credere che tutti gli ebrei del tempo e quelli venuti dopo siano responsabili della morte di Cristo; non si può accusare di aver tradito la verità storica se si limita a mostrare che un gruppo influente di essi vi ebbe una parte determinante.

3. Gesù taceva
Se c’è ancora disparità di opinioni sul ruolo e la condotta dei vari personaggi e poteri coinvolti nella passione di Cristo, per fortuna c’è unanimità su di lui e sulla sua condotta: s ovrumana dignità, calma, libertà assoluta. Non un solo gesto o una parola che smentisca quello che egli aveva predicato nel suo vangelo, specialmente nelle Beatitudini.

E tuttavia nulla in lui che somigli all’orgoglioso disprezzo del dolore dello stoico. La sua reazione alla sofferenza e alla crudeltà è
umanissima: trema e suda sangue nel Getsemani, vorrebbe che il calice passasse da lui, cerca sostegno nei suoi discepoli, grida la sua desolazione sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Un film di qualche anno fa – L’ultima tentazione di Gesù- lo mostrava sulla croce alle prese con tentazioni della carne. È stata notata giustamente l’assurdità psicologica di una tale rappresentazione. Se Gesù poteva essere tentato mentre pendeva dalla croce – la carne a brandelli e i nemici che lo insultavano -, questo non era certo dai richiami della carne, ma semmai dallo sdegno per la violenza subita, dall’ira e da sentimenti di vendetta.

Il Salterio gli offriva parole di fuoco per farlo: “Sorgi, Signore, distruggili, abbattili…”, ma egli non cita nessuno di questi salmi di imprecazione. Rifiuta di chiedere al Padre “dodici legioni di angeli”, pur sapendo che il Padre gliele avrebbe subito date (cf. Mt 26, 53). “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta”, dice di lui la Prima lettera di Pietro (2, 23).

Si potrebbe passare la vita a immergersi in questa perfezione della santità di Cristo e non si toccherebbe mai il fondo. Siamo davanti all’infinito nell’ordine etico. Non c’è memoria di morti simili a questa nella storia del mondo. È sulla santità del protagonista che bisognerebbe soffermarsi nel meditare la Passione, più che sulla cattiveria e la viltà di chi gli sta intorno. Nella Novo millennio ineunte il Santo Padre ci ha esortato a contemplare “il volto dolente del Redentore”. Quel volto, da solo, è un libro, è tutta la Bibbia in una pagina.

Vorrei evidenziare un tratto di questa sovrumana grandezza di Cristo nella Passione: il suo silenzio. “Jesus autem tacebat” (Mt 26, 63).
Tace davanti a Caifa, tace davanti a Pilato che si irrita del suo silenzio, tace davanti ad Erode che sperava vederlo fare un miracolo (cf. Lc 23, 8).

Gesù non tace per partito preso o per protesta. Non lascia senza risposta nessuna domanda precisa che gli viene rivolta quando è in gioco la verità, ma anche in questo caso sono parole brevi, essenziali, pronunciate senza ira. Il silenzio è in lui tutto e solo amore.

Il silenzio di Gesù nella Passione è la chiave per capire il silenzio di Dio. Quando la “rissa delle lingue” diventa troppo grande, l’unico modo di dire qualcosa è di tacere. Il silenzio di Gesù infatti inquieta, irrita, mette in luce non non-verità delle proprie parole, come quando taceva davanti agli accusatori dell’adultera.

“Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” 9: questo slogan famoso del positivismo linguistico che (contro l’intenzione dello stesso autore) è servito per escludere la possibilità di ogni affermazione su Dio e della stessa teologia, può avere un senso vero e profondo e lo ha nel caso di Gesù. “Ho tante cose che ti voglio dire, o una sola ma grande come il mare”, canta, vicina alla morte, l’eroina di un’opera lirica. Queste parole potrebbero essere poste in bocca a Gesù. Egli aveva una cosa sola da dire, ma così grande che gli uomini non erano pronti ad accoglierla. Aveva cercato di dirla pronunciando, davanti a Pilato, la parola ” Verità!”, ma sappiamo con che risultato.

Questa prima meditazione, sulla dimensione storica, la “lettera”, della Pasqua, non è il luogo per le applicazioni morali che verranno in seguito. Ognuno deve semmai riflettere per conto proprio su che cosa questo tratto di Cristo nella sua Passione dice a lui o alla Chiesa. Quello invece che è in linea con le considerazioni storiche che abbiamo svolte è aprire il nostro spirito a una sconfinata ammirazione, entusiasmo e ringraziamento a Cristo. Commuoverci davanti alla grandezza del suo amore e alla maestà della sua sofferenza, dicendo dal profondo del cuore: “Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum”: Ti adoriamo e ti benediciamo, o Cristo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

____________________________
1. Cf. John Meacham, Who killed Jesus?, in Newsweek, February 16, 2004, pp. 49-57.

2. Cf. i risultati della ricerca su I primi cristiani, la politica e lo stato nel fascicolo di Vita e Pensiero (anno 54, n.6, Novembre-Dicembre 1972), in particolare: Gesù e la rivoluzione, pp.
5-18 e Dieci anni di studi sul processo di Gesù e su Gesù e gli zeloti, pp. 108-136.

3. Nostra aetate, 4.

4. Cf. J. Blinzler, Il Processo di Gesù, Brescia 1966, pp.32 ss.

5. Cf. J. Jeremias, Die Gleichnisse Jesu, Gottinga 1962.

6. L. Cerfaux, Jésus aux origines de la tradition, Lovanio 1968, trad.
italiana, Roma 1970, p. 15.

Il miracolo delle conversioni e dei battesimi in Cina

Pechino (AsiaNews) – Nella notte di Pasqua, oltre 100 persone adulte sono state battezzate nella sola cattedrale di Pechino, dedicata all’Immacolata Concezione . Avvolti da una specie di mantello bianco, accompagnati da padrini e madrine, si sono apprestati a confessare la loro adesione alla fede in Gesù Cristo morto e risorto per poi essere battezzati dall’arcivescovo mons. Giuseppe Li Shan.

Lo stesso rito si è riproposto in tutte le chiese cattoliche della Cina, che la notte della Veglia pasquale, negli ultimi anni ha visto il battesimo di oltre 20mila nuovi fedeli.  In una parrocchia alla periferia di Shanghai, in una zona satellite con quasi un milione di abitanti, vi sono stati 27 nuovi battesimi. La comunità cattolica è formata solo da 100 persone. Ciò significa che con i nuovi cristiani della notte di Pasqua, la comunità è cresciuta di oltre il 25%.

Altri battesimi vengono celebrati a Natale, a Pentecoste e all’Assunzione. Si stima che in un anno vi siano almeno 100mila battesimi di adulti che entrano nella Chiesa cattolica.


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Fra i protestanti – e soprattutto fra le chiese domestiche, non legate al Movimento delle tre autonomie, la Chiesa protestante ufficiale – le cifre dei battesimi annuali pare siano molti di più.

Il governo e il ministero degli affari religiosi guarda con grande preoccupazione la crescita dei cristiani in Cina. Si calcola che ormai il numero di cristiani nel Paese di mezzo si aggiri sui 100 milioni, un numero maggiore perfino dei membri iscritti al Partito comunista cinese (Pcc), che sono 85 milioni.

Secondo osservatori, è proprio la politica del Pcc a catalizzare la ricerca religiosa che sfocia poi nell’adesione al cristianesimo. Il materialismo teorico e pratico, con la spinta a diventare ricchi e a possedere, porta molte persone nelle città a domandarsi se il senso della vita sia solo il consumismo. Diversi nuovi battezzati confermano che la vita nel benessere “non bastava” e che erano alla ricerca di “un senso più profondo”, di “valori oltre quelli materiali”: ciò che un vescovo della Cina centrale ha definito “una grande sete di Dio”.

La spinta materialista ha creato molto individualismo e sfruttamento. Molte persone – soprattutto migranti giunti in città per lavorare – si sentono sole e senza nessuno che li aiuti, trattati come schiavi e malpagati. “Incontrando alcuni cattolici – dice uno di loro appena battezzato – mi sono sentito accettato e accolto come persona, con una dignità, con un valore che non dipende dalla mia ricchezza o dalla mia povertà”.

In generale, le celebrazioni della Pasqua si sono svolte senza tensioni. Anche le comunità non ufficiali hanno potuto celebrare messe e servizi liturgici, anche se la polizia ha esigito da loro che il tutto avvenisse “senza clamore di canti e in piccoli gruppi”.

Anche nel Zhejiang, dove è ancora in atto una campagna per distruggere croci e chiese, nelle ultime settimane è stato liberato l’avvocato Zhang Kai, cristiano protestante che ha difeso molte comunità dai soprusi delle distruzioni. Commentando la sua detenzione per sei mesi, egli ha detto: “Dico grazie alla polizia di Wenzhou per esseri preso cura di me per tutto questo tempo”.

da: asianews.it


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Che cos’è la S. Messa?

messaLa S. Messa è:

 * la celebrazione del mistero-sacrificio Pasquale (passione, morte, risurrezione) di Cristo Signore, reso presente ed efficace all’interno della comunità cristiana: “Celebriamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”;

* la presenza vera, reale, sostanziale del Cristo con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità: vero Dio e vero Uomo;

* il banchetto-comunione con Cristo e, grazie a Lui, con i fratelli: mediante il suo sacrificio, Cristo ci unisce mirabilmente a sè e tra noi, così da costituire una “cosa sola”.  Cristo nella S. Messa:

* rende lode e grazie a Dio Padre (eucaristia);

* attualizza il suo Sacrificio pasquale (memoriale);

* si rende presente realmente con il suo Corpo e Sangue nel pane e nel vino consacrati nella potenza dello Spirito Santo (transustanziazione);

* si fa nostro cibo e bevanda per la nostra salvezza eterna (banchetto).

Chi ha istituito la S. Messa?

Cristo Signore ha istituito la S. Messa il giovedì santo, la notte in cui veniva tradito.

Che cosa significa che la S. Messa è il Memoriale del Sacrificio di Cristo?

La S. Messa è memoriale nel senso che rende presente ed efficace sull’altare, in modo incruento, il sacrificio che Cristo, in modo cruento, ha offerto al Padre sul Calvario per la salvezza di tutti gli uomini.   La S. Messa non è dunque soltanto il ricordo di avvenimenti passati, ma rende presente e attuale quell’unico e perfetto sacrificio di Cristo sulla croce. Identici sono la vittima e l’offerente: Cristo. Identica la finalità: la salvezza di tutti. Diverso è il modo di offrirsi: cruento sulla croce del Calvario, incruento nella S. Messa.

Che cosa significa Transustanziazione?

Significa che nella S. Messa, grazie alla potenza dello Spirito Santo, il pane di grano e il vino di uva diventano, nella loro sostanza, il Corpo e il Sangue di Cristo.

Qual è il rapporto tra la S. Messa e la Chiesa?

L’Eucaristia esprime e costruisce la Chiesa, come autentica comunione del popolo di Dio, nella sua ricca pluralità e nella sua intima unità. Lo stesso pane eucaristico, fatto di molti grani, e il vino, fatto con molti acini, significano l’unità e la pluralità del popolo cristiano che celebra l’Eucaristia.   L’Eucaristia fa la Chiesa, nel senso che l’Eucaristia la riunisce, la manifesta, la nutre, la fortifica, la fa crescere in qualità e la invia a tutta l’umanità. E nello stesso tempo, la Chiesa fa l’Eucaristia, la celebra, la offre al Padre unita a Cristo nello Spirito Santo.   L’Eucaristia è l’apice della liturgia. È il compendio e la somma della nostra Fede. Contiene tutto il tesoro spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e nostro pane vivo. È il luogo privilegiato in cui la Chiesa confessa la sua Fede e la confessa nel modo più alto e completo.

Come la S. Messa coinvolge la vita quotidiana?

La S. Messa costituisce il centro, il cuore di tutta la vita cristiana per la comunità ecclesiale, universale e locale, e per i singoli fedeli.  Infatti, la S. Messa:  – è il culmine dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, e del culto che gli uomini danno al Padre;  – è fonte e vertice di tutta la vita cristiana. Si pone al centro della vita ecclesiale. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato;   – è il punto di arrivo e di partenza di ogni attività della comunità cristiana e di ogni fedele. È dalla S. Messa che si va verso il mondo, verso la propria attività quotidiana con l’impegno di vivere ciò che si è celebrato (Messa – mandato – missione nel mondo).  Ed è alla S. Messa che si fa ritorno, tutti ripieni del proprio lavoro (Eucaristia, offerta e lode per tutto ciò e di tutto ciò che si è fatto per mezzo di Cristo);

* è il centro, la norma, il modello e il più sublime momento di ogni preghiera della Chiesa e del singolo cristiano;

* è l’appuntamento d’amore, settimanale ma anche possibilmente quotidiano, con Colui che ha dato tutto se stesso per noi;

* è il sacramento nel quale viene manifestato e attuato il mistero di Cristo, il mistero della Chiesa, il mistero stesso della persona umana, la quale esprime e realizza compiutamente se stessa nella S. Messa;

* La S. Messa è alimento, luce e forza per il nostro pellegrinaggio terreno e suscita e alimenta il nostro desiderio della vita eterna: il paradiso.

C’è una preghiera che sia uguale o superi la S. Messa?

Assolutamente no. La S. Messa supera la portata delle altre preghiere, ed anzi nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado. Essa è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia. In essa è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa.

È obbligatorio partecipare alla S. Messa?

I cristiani hanno l’obbligo di partecipare alla S. Messa ogni domenica e nelle altre feste di precetto, a meno che non vi siano gravi motivi (malattia…). In assenza di tali gravi motivi, il cristiano, che non adempie tale obbligo, commette peccato mortale. L’Eucaristia domenicale è «una questione di identità», anzi un bisogno, una necessità vitale, dalla quale non si può evadere.

Perché è obbligatorio proprio di domenica?

Perché Gesù Cristo è risorto “il primo giorno dopo il sabato” (Lc 24,1), il dies solis (il giorno del sole), poi chiamato dies Domini: il giorno di domenica (cfr. S. Giustino, I Apologia, cap. 65/67). E la risurrezione di Cristo è l’evento centrale di tutta la vita di Cristo e della nostra Fede cristiana.  “Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra Fede” ci dice S. Paolo (1 Cor 15,14).

Come si santifica la domenica?

* Partecipando alla S. Messa;

* e dedicandosi a quelle attività che consentono di: – rendere culto a Dio (maggior tempo dedicato alle preghiere personali e familiari, agli incontri e alle letture di approfondimento religioso, alle visite ai cimiteri …); – curare la propria vita coniugale, familiare, parentale; – assicurare il giusto e doveroso riposo del corpo e dello spirito; – dedicarsi alle opere di carità soprattutto a servizio dei malati, degli anziani, dei poveri…

Quale deve essere il nostro atteggiamento nei confronti della S. Messa?

La S. Messa, per ciò che è, richiede da parte nostra:

* una grande Fede (“mistero della Fede”) che porta ad accogliere tutta la ricchezza del mistero;

* una continua disponibilità ad approfondire, mediante la catechesi, ciò che viene celebrato così che possa diventare Vita nella nostra vita;

* una formazione adeguata, in vista di una piena, consapevole e attiva partecipazione alla celebrazione eucaristica;

* una partecipazione gioiosa e comunitaria. Proprio perché la S. Messa ha carattere comunitario, grande rilievo assumono: – i dialoghi fra il celebrante e l’assemblea – il canto: segno della gioia del cuore: “Prega due volte chi canta bene” – i gesti e gli atteggiamenti (stare in piedi, in ginocchio, seduti…), che esprimono e favoriscono l’intenzione e i sentimenti interiori di partecipazione, e che sono segno dell’unità di spirito di tutti i partecipanti;  * una purezza di coscienza: solo chi è in pace con Dio e con i fratelli partecipa pienamente ed efficacemente alla S. Messa; * una partecipazione completa.

Essa comporta: – puntualità nell’arrivare in Chiesa per l’inizio della S. Messa; – partecipazione attenta alla mensa della Parola di Dio; – condivisione del banchetto del Corpo del Cristo (“Prendete e mangiatene tutti…”).

Partecipando alla S. Messa, si deve fare la S. Comunione?  È cosa molto buona che i cattolici, ogni qual volta partecipano alla S. Messa, facciano anche la S. Comunione. E comunque non più di due volte al giorno.

Chi può fare la S. Comunione?  Può fare la S. Comunione ogni cattolico che sia in grazia di Dio, e cioè che, dopo aver esaminato attentamente la sua coscienza, abbia la consapevolezza di non essere in peccato mortale, perchè in tal caso commetterebbe un sacrilegio: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del Sangue del Signore… mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 27-29).

Come accostarsi alla S. Comunione?  * Con rispetto: anche con l’atteggiamento del corpo (gesti, abiti dignitosi) si esprime il rispetto, la solennità, la gioia di questo incontro con il Signore; * con il digiuno da almeno un’ora; * dopo aver partecipato, dall’inizio, alla S. Messa, e impegnandosi a ringraziare il Signore per il grande Dono ricevuto, anche dopo la S. Messa e durante la giornata e la settimana.

Perché è importante rispettare le norme liturgiche nella S. Messa?  Le norme liturgiche:  * esprimono e tutelano la S. Messa, la quale, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza; * consentono di rispettare ed attuare l’intrinseco legame tra professione e celebrazione della Fede, tra la lex orandi e la lex credendi: La sacra Liturgia, infatti, è intimamente collegata con i principi della dottrina e l’uso di testi e riti non approvati comporta, di conseguenza, che si affievolisca o si perda il nesso necessario tra la lex orandi e la lex credendi; * sono espressione dell’autentico senso ecclesiale. Attraverso di esse passa l’intero flusso della Fede e della tradizione della Chiesa. * La S. Messa non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. L’obbedienza alle norme liturgiche va riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell’Eucaristia; * garantiscono la validità, la dignità, il decoro dell’azione liturgica, e con essa anche il “rendersi presente” di Cristo; * conducono alla conformità dei sentimenti nostri con quelli di Cristo, espressi nelle parole e nei riti della Liturgia; * esprimono e garantiscono il “diritto” dei fedeli ad una celebrazione degna, e pertanto anche il loro diritto ad esigerla. * Qualora si verificassero inadempienze ed abusi, i fedeli le segnalino, nella verità e con carità, alla legittima autorità (al Vescovo o alla S. Sede).

Quali danni causano gli abusi liturgici?  * Gli abusi liturgici non solo deformano la celebrazione, ma provocano insicurezza dottrinale, perplessità e scandalo nel popolo di Dio. Non rispettare le norme liturgiche contribuisce ad oscurare la retta Fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento. Gli abusi liturgici, più che espressione di libertà, manifestano una conoscenza superficiale o anche ignoranza della grande tradizione biblica ed ecclesiale relativa all’Eucaristia, espressa in tali norme. * Il Mistero affidato alle nostre mani è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale.

Che cosa hanno detto alcuni Santi circa l’Eucaristia?  * “Se voi siete il corpo di Cristo e le sue membra, allora il vostro stesso mistero giace sulla mensa eucaristica. Voi dovete essere ciò che vedete e dovete ricevere ciò che siete” (S. Agostino). * “Soltanto la Chiesa può offrire al Creatore questa oblazione pura (l’Eucaristia), offrendogli con rendimento di grazie ciò che proviene dalla sua creazione” (S. Ireneo). * “La parola di Cristo, che potè creare dal nulla ciò che non esisteva, non può trasformare in una sostanza diversa ciò che esiste?” (S. Ambrogio). * “L’Eucaristia è quasi il coronamento di tutta la vita spirituale e il fine al quale tendono tutti i sacramenti” (S. Tommaso).