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Ha senso per un cattolico il concetto di kharma?

Il concetto di Karma è inconciliabile con il cristianesimo in sé, perché è fondamentalmente legato alla dottrina della reincarnazione, il che è contrario alla filosofia cristiana (Ebrei 9:27).
Il kharma sarebbe una sorta di magazzino delle nostre azioni da cui dipenderà la nostra vita successiva.
Questo nega molti insegnamenti del cristianesimo:
– la liberta’ dell’uomo di redimersi e recuperare in un istante tutto il male del passato: con Dio e la Confessione si e’ uomini nuovi anche dopo 90 anni di peccato anche grave.
– la forza della grazia di Dio che cerca e ama il peccatore fino alla fine della vita
– il cercare soluzione ai mali del mondo anche in questa vita pur confidando nel Paradiso.
– la potenza della preghiera di fronte al dolore e al male

Tuttavia, ciò non vuol dire che, in qualche modo, non si possa soffrire per i peccati che commettiamo.
“Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.” (2 Cor 5,10)
Inoltre, Dio punisce (corregge) i figli che ama perché possano diventare giusti (Ebrei 12: 5-11).
1 Corinzi 3: 11-15 mostra come le nostre opere nel giorno del giudizio (le azioni) saranno valutate e la nostra anima purificata…
Noi chiamiamo questo Purgatorio, purificazione (cioè purgare).

Nel cristianesimo cattolico vi sono due effetti ai peccati:
nella vita eterna e nella vita terrena.

La concezione del karma è la convinzione che le buone cose accadono alle persone buone, le cose brutte accadono ai cattivi; in altre parole, “si raccoglie ciò che si semina.” Qualcosa di simile si puo’ ravvisare nel libro di Giobbe.
C’è un ulteriore aspetto negativo in questa concezione della vita:
col karma si tenderebbe a non fare il male pur di non averne conseguenza. Questo mette in risalto molto la paura nelle nostre azioni.
Nel cattolicesimo, siamo chiamati ad amare gratuitamente senza attendere nulla in cambio. Anzi amare ancora di piu’ il nemico, amare chi non ci ama. Non per timore o paura, ma per ringraziare e restituire l’amore infinito che abbiamo ricevuto da Gesù.

Gesù stesso ha negato l’idea del karma nella storia del cieco a cui ridiede la vista. I suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».  E Gesù rispose “Né lui ha peccato né i suoi genitori”.

Nella concezione cattolica se viviamo una situazione di dolore o sofferenza, essa non e’  frutto del nostro peccato o di un karma negativo di una vita passata.
A volte il male e’ permesso da Dio per aiutarci a cambiare e migliorare la nostra vita.
Questo e’ un mistero per i non credenti.
Ma se Dio non esistesse non e’ responsabile Lui del male.
Se esiste, esiste anche il Paradiso e quindi anche il dolore e la morte sono niente di fronte al futuro che ci attende.
Non facciamoci rallentare dal credere al karma, crediamo piuttosto all’amore di Dio per noi, anche quando siamo peccatori o quando soffriamo. E lottiamo contro il male lasciandoci aiutare da Dio-Amore, da Gesù vero Dio e vero uomo, morto e risorto per i nostri peccati e la nostra Salvezza.
Abbiamo una vita sola. Da non sprecare.

(articolo in fase di revisione e miglioramento, ripassate domani…)

Benedetto XVI a una bambina: perché confessarsi?

papa bambini 69Livia: «Santo Padre, prima del giorno della mia Prima Comunione mi sono confessata. Mi sono poi confessata altre volte. Ma volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli». Direi due cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti sempre prima della Comunione, se non hai fatto peccati così gravi che sarebbe necessario confessarsi. Quindi, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso che hai commesso un peccato realmente grave, che hai offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso, quando si è in peccato “mortale”, cioè grave, è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione, è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero, di solito, i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso, se non mi confesso mai, l’anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci dà nel Sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche di maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: confessarsi è necessario soltanto in caso di un peccato grave, ma è molto utile confessarsi regolarmente per coltivare la pulizia, la bellezza dell’anima e maturare man mano nella vita.
Benedetto XVI

Testimoniare! (Biffi)

testimoniareDobbiamo testimoniare che la vita ha uno scopo.
Dobbiamo testimoniare che il dolore ha una luce di speranza.
Dobbiamo testimoniare che la solitudine umana ha una compagnia.
Dobbiamo testimoniare che non c’è peccato che non possa avere perdono.  Dobbiamo testimoniare che la morte diventa, in Cristo risorto, il transito sereno dalle tristezze della terra al lieto splendore del Regno di Dio
Cardinal Giacomo Biffi

L’immacolata concezione spiegata da Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle!
Quest’oggi celebriamo una delle feste della Beata Vergine piu’ belle e popolari: l’Immacolata Concezione. Maria non solo non ha commesso alcun peccato, ma è stata preservata persino da quella comune eredità del genere umano che è la colpa originale. E ciò a motivo della missione alla quale da sempre Dio l’ha destinata: essere la Madre del Redentore. Tutto questo è contenuto nella verità di fede dell’”Immacolata Concezione”.
Il fondamento biblico di questo dogma si trova nelle parole che l’Angelo rivolse alla fanciulla di Nazaret: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). “Piena di grazia” – nell’originale greco kecharitoméne – è il nome più bello di Maria, nome che Le ha dato Dio stesso, per indicare che è da sempre e per sempre l’amata, l’eletta, la prescelta per accogliere il dono più prezioso, Gesù, “l’amore incarnato di Dio” (Enc. Deus caritas est, 12).
Possiamo domandarci: perché, tra tutte le donne, Dio ha scelto proprio Maria di Nazaret?
La risposta è nascosta nel mistero insondabile della divina volontà. Tuttavia c’è una ragione che il Vangelo pone in evidenza: la sua umiltà. Lo sottolinea bene Dante Alighieri nell’ultimo Canto del Paradiso: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio” (Par. XXXIII, 1-3). La Vergine stessa nel “Magnificat”, il suo cantico di lode, questo dice: “L’anima mia magnifica il Signore… perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,46.48). Sì, Dio è stato attratto dall’umiltà di Maria, che ha trovato grazia ai suoi occhi (cfr Lc 1,30). E’ diventata così la Madre di Dio, immagine e modello della Chiesa, eletta tra i popoli per ricevere la benedizione del Signore e diffonderla sull’intera famiglia umana.
Questa “benedizione” non è altro che Gesù Cristo stesso. E’ Lui la Fonte della grazia, di cui Maria è stata colmata fin dal primo istante della sua esistenza. Ha accolto con fede Gesù e con amore l’ha donato al mondo. Questa è anche la nostra vocazione e la nostra missione, la vocazione e la missione della Chiesa: accogliere Cristo nella nostra vita e donarlo al mondo, “perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv 3,17).
Cari fratelli e sorelle, l’odierna festa dell’Immacolata illumina come un faro il tempo dell’Avvento, che è tempo di vigilante e fiduciosa attesa del Salvatore. Mentre avanziamo incontro a Dio che viene, guardiamo a Maria che “brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino” (Lumen gentium, 68).
Benedetto XVI

Il peccato e la coscienza

peccatoQuando la dottrina cattolica parla del timore di Dio come dono dello Spirito Santo intende quel dono interiore per cui temiamo di allontanarci dall’aiuto di Dio e quindi non è Dio l’oggetto del timore ma la sua assenza

Infatti, per la dottrina cattolica, se dopo il peccato ( peccare significa sbagliare strada )- che è colpevole quando è frutto di una situazione soggettiva di piena avvertenza e di deliberato consenso – non correggiamo la rotta e non cerchiamo di riparare il male fatto, rischiamo di rimanere nella schiavitù del peccato e di perdere progressivamente la consapevolezza del peccato stesso.

In una sua conferenza, tenuta presso l’università di Siena, e dedicata al tema -coscienza e verità -, il cardinale Joseph Ratzinger così ha spiegato l’importanza di conservare la coscienza del peccato:”- il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può essere definito come una protesta della coscienza contro la mia esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo, che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo.
Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è un – cadavere vivente – (…). Il non vedere più le colpe (…) è una malattia spirituale più pericolosa della colpa (…). Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione (…). Non è mai una colpa seguire le convinzioni che ci si è formate, anzi uno deve seguirle. Ma non di meno può essere una colpa che uno sia arrivato a formarsi convinzioni tanto sbagliate e che abbia calpestato la repulsione verso di esse(…). La colpa quindi si trova altrove, più in profondità: non nell’atto del momento, non nel presente giudizio della coscienza, ma in quella trascuratezza verso il mio stesso essere, che mi ha reso sordo alla voce della verità ed ai suoi suggerimenti interiori -“. (1)

Ogni desiderio che abbiamo costituisce una sorta di -messaggio- che sollecita l’intervento, la risposta della ragione e della volontà. Dal punto di vista della risposta al messaggio il primato spetta alla ragione perché è l’intelletto che propone alla volontà ciò su cui essa esercita il suo potere di scelta. Tuttavia la volontà, in quanto libera e sovrana su tutte le facoltà dell’uomo, è superiore alla ragione.

La volontà, impressionata e suggestionata dalla forza delle passioni disordinate, può scegliere di porre la ragione al servizio di ciò che è male: in questo modo l’uomo può avviare un dialogo con se stesso attraverso il quale si giustifica e si persuade che è falso o quanto meno dubbio ciò che non vorrebbe che fosse vero. Lentamente, lungo questa strada sbagliata, l’individuo perde progressivamente consapevolezza della verità e trasforma il male in bene.

Il sacramento della confessione o penitenza o riconciliazione, per il cattolico, rappresenta un intervento speciale di Dio, un sacramento di guarigione destinato alla coscienza affinché conservi consapevolezza del peccato: la consapevolezza del peccato è la condizione senza la quale l’uomo non può continuare a chiedere perdono e quindi aiuto a Dio.

Il sacramento della confessione dà le grazie necessarie che illuminano la mente ed incoraggiano la volontà in modo che l’uomo possa perseverare nello sforzo di combattere contro il male personale e sociale.

Per la dottrina cattolica l’incapacità colpevole di chiedere perdono è propriamente il peccato contro lo Spirito Santo che non sarà perdonato perché il peccatore, persistendo con il peccato nella sua avversione a Dio, finisce per uccidere la sua coscienza: dopo aver trasformato in maniera progressiva e continuativa il male in bene e il bene in male, l’individuo rischia di ripiegarsi per sempre su se stesso e di vagare eternamente nel labirinto di una realtà virtuale costruita dalle proprie illusioni.

E’ un fatto di esperienza interna che tutti abbiano conoscenza di una legge naturale, anche se talvolta vaga e indeterminata, che comporta un dovere da parte nostra, il dovere di rispettare il diritto dell’altro.

Anche il criminale più incallito, anche l’ideologo più scettico e relativista hanno un’idea molto precisa del male, almeno nel momento in cui subiscono un’ingiustizia; in quel momento si percepiscono come soggetto di diritti che nessun altro può offendere. Quando un carcerato malmena il criminale che gli siede accanto e lo priva della sua porzione di cibo sente di compiere un’azione cattiva. Se, per esempio, privo il mio migliore amico del suo posto di lavoro testimoniando il falso contro di lui, sento di compiere un’azione cattiva, sento di aver violato il “dovere” di rispettare il diritto dell’altro. Gli uomini sanno di poter violare con la volontà una legge naturale di cui riconoscono l’esistenza con la ragione. Si tratta del dovere di rispettare il diritto dell’altro che non viene creato da noi ma che viene soltanto scoperto e formulato da noi e precede la nostra volontà.

La coscienza di ciò che è bene, dunque, nasce dalla conoscenza dell’ordine fondamentale della realtà e delle sue leggi. Quello dei diritti naturali del prossimo è solo un aspetto della realtà: infatti, attraverso la ragione l’uomo può conoscere altri aspetti della realtà con le sue leggi e le sue finalità.

Accanto alla coscienza del bene l’uomo ha anche coscienza della “malizia” presente al suo interno: sente dentro di sé una tendenza che lo porta a ribellarsi contrò ciò che riconosce essere buono.

Dopo il peccato originale l’uomo si è ribellato a Dio e, come conseguenza, all’interno dell’uomo stesso le potenze inferiori dell’anima si sono ribellate a quelle superiori: le passioni si sono ribellate alla volontà, la volontà alla ragione e la ragione alla verità.

Questo conflitto all’interno dell’uomo trova riscontro nella frase rivolta da Dio a Caino:”” Verso di te è il tuo istinto, ma tu dominalo”. (2)

Attraverso queste parole Dio ci illumina sul conflitto di base che esiste all’interno della nostra personalità: il conflitto fra le passioni , la volontà e la ragione.

Caino, lasciandosi andare all’invidia e alla superbia consente ad esse di prendere il sopravvento sulla sua coscienza.

Da dove vengono la violenza, lo sfruttamento e il sopruso se non da questa “malizia” che si è attivata nell’uomo a seguito del peccato originale?

Forse che due popoli in guerra non sono egualmente convinti di avere ragione?

Forse che lo sfruttatore non ritiene di essere nel giusto nel frodare al dipendente il salario dovuto?

Forse che il superbo non ritiene che la sua superbia è un “doveroso riconoscimento delle proprie qualità”?

L’uomo, dunque, può abituarsi al male che fa, può, attraverso un uso distorto della ragione, giungere a trasformare il male in bene e il bene in male fino a spegnere la voce della propria coscienza. Le SS, per esempio, si erano talmente convinte del fatto che gli ebrei rappresentassero una fonte d ‘”inquinamento” per la razza umana da considerare la loro eliminazione un compito analogo a quello degli operatori ecologici.

Vivere costantemente in un sistema di menzogna diminuisce la capacità di percezione della verità. Non è mai una colpa seguire la propria coscienza ma può essere una colpa essere arrivati a formarsi delle convinzioni tanto sbagliate da aver perso la consapevolezza del male. In questo caso, per esempio, la colpa di un soldato delle SS non si trova tanto nel suo presente giudizio della coscienza ( ” uccidere un ebreo non è reato” ) ma in quella trascuratezza verso il proprio essere che lo ha reso progressivamente sordo alla verità e ai suoi suggerimenti interiori. Chi teorizza come cosa buona l ‘uccisione di un innocente si è allontanato dalla verità in modo più grave rispetto a chi uccide l’innocente e sa di aver fatto una cattiva azione. Il non vedere più la colpa è un male più grave della colpa: il giusto e fisiologico senso di colpa è necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, come sintomo che permette di riconoscere la malattia.

Gesù dice che “”(.) larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla morte, e molti sono quelli che entrano per essa””. (3)

Bisogna concludere che la maggior parte degli uomini “uccide” la propria coscienza? No, per perdersi non basta incamminarsi lungo la strada “larga”
ma bisogna giungere alla sua fine: chi cammina lungo la strada “larga” rischia, però, di uccidere gradualmente la propria coscienza se si ostina a percorrerla

Gesù dice: “” Entrate per la porta stretta (…) : angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita”.

La via giusta, dunque, è “stretta” ma conduce alla vita, non solo alla vita gloriosa dopo la morte ma alla vera vita anche in questo mondo.

Infatti costruire la propria personalità richiede un “lavoro”, il lavoro di chi mette ordine dentro se stesso, in modo che le passioni siano poste al servizio della volontà, la volontà al servizio della ragione e la ragione al servizio della verità. Ma da questo processo di integrazione e coordinazione gerarchica delle varie componenti psichiche, tipico della via “stretta”, nasce quella condizione che si chiama felicità, la quale raggiungerà la sua pienezza in Paradiso.

Lasciarsi andare alle proprie tendenze disordinate, invece, è una via “larga”, cioè più facile, in quanto basta non lavorare su se stessi: infatti sono “molti” coloro che camminano lungo la via “larga”.

Questa “larghezza”, questa facilità è, però, una pericolosa illusione. Non accettare la legittima sofferenza che nasce dal mettere ordine dentro se stessi produce uno stato di dolore maggiore perché la vera felicità non nasce dall’ingannevole e illusorio tentativo di evitare le difficoltà che accompagnano, inevitabilmente, ogni processo di crescita e ogni dinamica realizzativa.
La lotta contro le proprie tendenze disordinate è una lotta continua che non si conclude in questa vita.
Questa lotta è stata espressa da Cristo con mirabile chiarezza:
” Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. (4) Queste parole, apparentemente così dure, non devono spaventare.
Infatti, se da un lato il Maestro, con espressione forte, ci chiede apertamente di farci carico dell’onere che l’adempimento del proprio compito esistenziale esige, dall’altro fa presente che dalla lotta contro le proprie tendenze disordinate nasce la vera felicità e la vera pace: ” Il mio giogo, infatti è dolce e il mio carico leggero”. (5)

( Bruto Maria Bruti )

Bibliografia

1) cfr Joseph Ratzinger, Elogio della coscienza, Il Sabato, 16 Marzo 1991, pag 85, 86, 92

2) Gen 4,7

3) Mt 7, 13-14

4) Mt 16,24

5) Mt 11,30

Riflessioni sul peccato originale (Bruto Maria Bruti)

MELA PECCATOIn ogni essere umano è presente un conflitto fra la tendenza al piacere disordinato e la tendenza alla giustizia. Esiste un’esperienza fondamentale che facciamo tutti: in certi casi vediamo con certezza che dovremmo fare una certa cosa che riconosciamo essere buona per noi e tralasciare un’altra che riconosciamo essere cattiva ma dalla quale possiamo ricavare un piacere momentaneo e disordinato.

In questa situazione la scelta giusta e conveniente implica uno sforzo perché dobbiamo superare la nostra repulsione di fronte a qualcosa che sul momento non ci piace e ci costa fatica.

Questa situazione di conflitto ci fa soffrire e da essa nasce lo sforzo necessario e quotidiano per mettere ordine fra le componenti della personalità.

La necessità che gli uomini hanno di mettere ordine dentro se stessi, lo sforzo quotidiano che devono fare per comandare se stessi testimoniano l’esistenza di una situazione di disordine che è presente all’interno di ogni essere umano, di una ferita che tutti abbiamo al nostro interno.

Una ferità è sempre una situazione di lacerazione, di disordine che si è prodotto fra gli elementi di un tessuto che era originariamente integro e quindi ordinato: l’esistenza di una ferita presuppone sempre l’esistenza di uno stato di ordine che c’era ed è stato perso.

Il conflitto fra la tendenza al piacere momentaneo e disordinato e la tendenza alla giustizia e quindi il conflitto fra le passioni e la volontà, tra la volontà e la ragione è un conflitto che è presente all’interno di ogni uomo ed è il risultato di una misteriosa ferita originale dell’umanità.

” Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi “. ( Catechismo della Chiesa Cattolica n. 4077)

Omero, che è uno dei primi autori pagani che ci sono pervenuti, presenta in tutte le sue opere il più vistoso dei conflitti che assillano l’uomo: la lotta fra la mente e il cuore, cioè fra la ragione e le passioni. Questo conflitto all’interno dell’uomo spinge gli eroi omerici all’instabilità psichica. Così, nel libro XXII dell’Odissea, Odisseo ” rimproverò il suo cuore con il ragionamento “.

L’episodio che meglio mostra questo conflitto che c’è nell’interno dell’ uomo e il tentativo di unificare le componenti psichiche in lotta, è quello delle sirene. Odisseo prevede con la mente la possibilità che il proprio impulso, passando accanto alle sirene, venga allettato dal loro canto in modo da disubbidire alla ragione e andare incontro alla morte accecato dalla passione. Odisseo previene il pericolo facendosi in anticipo legare dai marinai a cui ha accuratamente turato le orecchie con la cera affinché non siano sedotti dal loro canto.

In questo caso la passione viene ridotta all’obbedienza con la previsione e la coercizione. Ma il collegamento fra la mente e il cuore per funzionare stabilmente, e non solo momentaneamente con l’uso di quella che Omero chiama l’accortezza – pinytés -, è una sorta di talento, di dono che viene dall’alto e che solo alcuni personaggi come Achille possiedono in maniera eccezionale. Achille è un eroe che ha quel fortunato stato psichico di unione stabile fra la mente e il cuore che Omero indica con il termine di risolutezza – ménos -, per cui riesce ad agire senza essere messo in crisi dalle passioni come ad esempio la pigrizia o la paura. Ma l’uomo, con la sua sola volontà, non è in grado di procurarsi questa stabile padronanza al suo interno per cui ad Omero non resta che attribuire l’origine della risolutezza a qualche divinità.

L’uomo, da solo, non riesce a lottare durevolmente contro tutte le proprie passioni disordinate, non riesce, da solo, a superare le difficoltà più gravi, le illusioni, i condizionamenti, gli attaccamenti disordinati a cose o persone che determinano quella che, con linguaggio psicanalitico, viene denominata l’angoscia della separazione.

Il Concilio Vaticano II ricorda che l’uomo non può perseverare nello sforzo di combattere contro le proprie passioni disordinate senza compiere grandi sforzi e senza l’aiuto della grazia. (cfr Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del 7 dicembre 1965, n.25 ).

Secondo lo psicologo tedesco Albert Görres uno dei principali ostacoli al superamento del male sta nella mancanza di una motivazione che illumini e che incoraggi.

Quale motivazione può essere così forte, nella lotta contro il male, da poter superare le stesse forze umane, da poter superare l’angoscia della perdita che nasce da profondi condizionamenti nei confronti di cose, persone e idee a cui l’individuo si è fisicamente e psicologicamente attaccato?

Secondo lo psichiatra statunitense William Glasser uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è quello di sentirsi amato. Glasser dice che un uomo, abbandonato su un’isola deserta o in una cella solitaria di una prigione, un uomo privato del bene della salute e degli affetti dei suoi cari è destinato a perdere il contatto con la realtà e può anche diventare pazzo, a meno che non riesca a mantenere la convinzione che qualcuno ancora lo ama . Le persone che hanno fede, attraverso la preghiera – la vita di preghiera è la ricerca dell’unione con Dio nei pensieri e nelle azioni -, e il cattolico anche attraverso l’aiuto particolare dei sacramenti, sentono nella loro vita l’amore di Dio che li sostiene, li illumina e li incoraggia anche nelle difficoltà più gravi.

Certamente l’amore di Dio rappresenta la più grande forza in grado di motivare la persona affinché possa perseverare nella lotta contro il male. ( Bruto Maria Bruti )

Peccato originale e liberta’ (Bruto Maria Bruti)

cappella-sistina-peccato-originaleSan Tommaso d’Aquino spiega che il male non ha una propria esistenza, ma è soltanto la privazione di un bene, che si può presentare in due forme: come mancanza di qualche cosa oppure come mancato raggiungimento di un fine. Il bene di ogni cosa consiste nell’essere secondo la propria natura: il male è una mancanza di bene. Un essere umano che nasce cieco manca della vista che dovrebbe avere. Ogni ferita è la lacerazione di un tessuto, originariamente sano, e quindi è la mancanza di quella certa unione fra le sue parti che il tessuto dovrebbe avere. Il tumore è la proliferazione abnorme di un tessuto a danno di altri organi e tessuti e quindi è la mancanza di un’armonia e di un ordine fra i tessuti che l’organismo dovrebbe avere.

Poiché tutto ciò che è, è buono, la causa del male, in origine, deve essere stata una cosa buona. Come può una cosa buona aver prodotto il male, cioè la mancanza di qualche cosa che dovrebbe esserci? Una cosa buona può aver prodotto il male solo indirettamente, per l’uso della libertà creata da Dio che è un bene ( la libertà creata degli Angeli e la libertà creata dei primi uomini ).

Dio ha creato gli uomini e gli angeli liberi di amarlo. Questa libertà, per essere veramente tale, doveva poter scegliere fra l’Amore di Dio che è la sua causa ( in cui si realizza pienamente ) e il non Amore di Dio ( in cui perde se stessa ).

La libertà, quando non sceglie l’Amore di Dio che l’ha creata, finisce per scegliere se stessa: ma la libertà per la libertà è un atto vuoto, privo di significato, un’illusione che impedisce la propria felicità e la propria realizzazione e che, se perseguita fino in fondo, fa perdere la consapevolezza della propria origine e la direzione del proprio cammino. LA LIBERTA’ SENZA LA VERITA’ FINISCE PER UCCIDERE SE STESSA, non solo in termini di malattia mentale ( incapacità di intendere e di volere: che come tutti i mali origina dal primo male e cioè dal peccato originale ) ma anche come ideologia, cioè come pensiero malato, come idee sbagliate. Il Signore, infatti, RICORDA: “” LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI.

Il cattolico, attraverso la guida e il sostegno della fede, può conservare l ‘indicazione valida delle strade in cui inserire la ricerca razionale. Il razionalismo – la ragione senza la fede -, che non riconosce l’importanza della fede come guida e sostegno, finisce per dimenticare che la ragione non è una facoltà dotata d’infallibilità ma che, al pari delle altre facoltà umane, è soggetta ( a causa elle tentazioni, della lotta fra le passioni e la volontà, determinate dal peccato originale )all’imperfezione e al limite; pertanto, nella sua ricerca, non riesce a rimanere per molto tempo nella giusta direzione senza incontrare ostacoli che possono, gradualmente, portarla fuori strada.

Non è forse vero che tanti sistemi di pensiero, nati con l’intenzione di aiutare l’uomo, hanno finito per costruire strutture oppressive per l’uomo stesso ( vedi il comunismo ) e tanti itinerari della ragione sono giunti a negare valore alla ragione stessa ( vedi il materialismo dialettico e il nichilismo )?

Scrive Blaise Pascal:” Nulla è più incomprensibile del peccato originale ma tutto diventa incomprensibile se lo si nega “. L’ipotesi del peccato originale può essere essenziale anche al di fuori della fede, per chiunque voglia capire la tragedia di ogni uomo e della storia intera. Scrive Rudolf Niebuhr – teologo americano, esponente di una cultura tra le più ottimiste e innocentiste della storia -: ” La dottrina del peccato originale e del peccato dell’uomo in generale è forse la sola credenza cristiana che possa essere verificata empiricamente, quasi scientificamente, da chi guardi con oggettività dentro e fuori di se stesso; da chi guardi alla malizia che, impastata al bene, sta al fondo del suo cuore e alla malvagità, mescolata all’eroismo, che constata nella storia “.

E’ un fatto di esperienza interna che tutti abbiano conoscenza di una legge naturale, anche se talvolta vaga e indeterminata, che comporta un dovere da parte nostra, il dovere di rispettare il diritto dell’altro.

Anche il criminale più incallito, anche l’ideologo più scettico e relativista hanno un’idea molto precisa del male, almeno nel momento in cui subiscono un’ingiustizia; in quel momento si percepiscono come soggetto di diritti che nessun altro può offendere. Quando un carcerato malmena il criminale che gli siede accanto e lo priva della sua porzione di cibo sente di compiere un’azione cattiva. Se, per esempio, privo il mio migliore amico del suo posto di lavoro testimoniando il falso contro di lui, sento di compiere un’azione cattiva, sento di aver violato il “dovere” di rispettare il diritto dell’altro.

Gli uomini sanno di poter violare con la volontà una legge naturale di cui riconoscono l’esistenza con la ragione. Si tratta del dovere di rispettare il diritto dell’altro che non viene creato da noi ma che viene soltanto scoperto e formulato da noi e precede la nostra volontà.

La coscienza di ciò che è bene, dunque, nasce dalla conoscenza dell’ordine fondamentale della realtà e delle sue leggi. Quello dei diritti naturali del prossimo è solo un aspetto della realtà: infatti, attraverso la ragione l’uomo può conoscere altri aspetti della realtà con le loro leggi e le loro finalità.

Il conflitto fra il bene e il male, all’interno dell’essere umano, nasce da una ferita originale dell’umanità, da una conflittualità che si attiva all’interno e tra le varie componenti della psiche umana. Questo conflitto all’interno dell’uomo trova riscontro nella frase rivolta da Dio a Caino:”” Verso di te è il tuo istinto, ma tu dominalo”.

Attraverso queste parole Dio ci illumina sul conflitto di base che esiste all’interno della nostra personalità e, in questo modo, indica la strada della prima psicoterapia della storia umana che ha come fondamento la vera realtà dell’essere umano.

La consapevolezza dei diritti del nostro prossimo può essere scoperta e formulata ma può anche essere dimenticata se non si esercita un controllo sulle passioni disordinate.

L’esperienza insegna che “” se non si vive come si pensa, si finisce per pensare nel modo in cui si vive “.

Se un uomo, per esempio, continua a violentare le donne che lo attraggono ma che non vogliono concedersi a lui, quest’uomo finirà per auto-persuadersi – auto-condizionamento che crea un’abitudine- che il suo comportamento non è un vero male, che in fondo le donne sono pentole a pressione cariche di sesso che deve essere liberato, che le donne hanno bisogno solo di essere un po’ forzate: un tale tipo di pensiero non deve stupire, il nocciolo della pornografia, in realtà, ruota intorno a queste idee.

La pornografia è la cultura del sesso per il sesso, cioè separato dalla tenerezza e dall’affetto, del sesso separato dall’amore per la persona.
Tutta la pornografia considera l’essere umano come un oggetto di godimento e lo riduce alle sue parti anatomiche: il sesso non è più il mezzo che unisce due persone che si amano ma, dopo aver rotto i segreti legami con il cuore e con l’anima, si trasforma in un’incessante e ossessiva forma di “autopsia ” del corpo dell’altro.

Si arriva a convincersi che, se non ci fossero i condizionamenti religiosi, il sesso sarebbe totalmente libero perché “il libero orgasmo” è un bene che non deve essere represso. L’energia “orgastica “è come il sole, l’aria, la luce, anzi, è l’energia cosmica primordiale onnipresente in natura, essa deve circolare liberamente e l’impedimento di questa energia vitale è la fonte di ogni male: lo psicoanalista Wilhelm Reich ha teorizzato la necessità del libero orgasmo e della rivoluzione sessuale proprio in questi termini.

L’uomo, dunque, può abituarsi al male che fa, può, attraverso un uso distorto della ragione, giungere a trasformare il male in bene e il bene in male fino a spegnere la voce della propria coscienza. Le SS, per esempio, si erano talmente convinte del fatto che gli ebrei rappresentassero una fonte d ‘”inquinamento” per la razza umana da considerare la loro eliminazione un compito analogo a quello degli operatori ecologici.

Vivere costantemente in un sistema di menzogna diminuisce la capacità di percezione della verità. Non è mai una colpa seguire la propria coscienza ma può essere una colpa essere arrivati a formarsi delle convinzioni tanto sbagliate da aver perso la consapevolezza del male. In questo caso, per esempio, la colpa di un soldato delle SS non si trova tanto nel suo presente giudizio della coscienza ( ” uccidere un ebreo non è reato” ) ma in quella trascuratezza verso il proprio essere che lo ha reso progressivamente sordo alla verità e ai suoi suggerimenti interiori. Chi teorizza come cosa buona l ‘uccisione di un innocente si è allontanato dalla verità in modo più grave rispetto a chi uccide l’innocente e sa di aver fatto una cattiva azione. Il non vedere più la colpa è un male più grave della colpa: il giusto e fisiologico senso di colpa è necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, come sintomo che permette di riconoscere la malattia.

La libertà senza la verità, la libertà senza Dio ( Peccato originale) ha prodotto ogni tipo di male compresa la morte della libertà stessa ( incapacità di intendere e di volere degli psicotici ) ma anche la morte della libertà provocata dalle ideologie di cui lo stesso ideologo diventa vittima.

Tranne i casi di grave malattia mentale, tutti coloro che negano l’
esistenza di ogni vera libertà nell’essere umano, tutte le teorie che deresponsabilizzano l’uomo riducendolo ad una sorta di computer schiavo della sua programmazione ( cioè un essere completamente determinato da fattori economici, istintivi, ambientali ) sono false perché contraddicono se stesse dimostrando, in realtà, che l’uomo riesce ad essere consapevole di se stesso. Infatti, se fossimo solo una manifestazione del sesso oppure solo un prodotto dell’economia o dell’ambiente non potremmo sapere di esserlo ( nessun computer è cosciente del suo programma ). Se dico di non essere libero, già ammetto, per il semplice fatto di dirlo, che c’è in me una
libertà: la libertà di una parte del mio pensiero. Se la coscienza fosse solo un epifenomeno della materia ( cioè un semplice prolungamento della materia ) il pensiero non potrebbe pretendere di stabilire delle coordinate per capire le cose. Se il soggetto conoscente non ha un proprio essere che trascende la realtà materiale, esso non può oggettivamente conoscere tale
realtà: se il determinismo fosse vero, la scienza sarebbe impossibile.

( Bruto Maria Bruti )

L’infallibilità del Papa (GianPaolo Barra)

concilio_vaticano_iGli amici radioascoltatori ricorderanno che, affrontando il tema della credibilità della Chiesa cattolica, siamo partiti da una domanda precisa:
quali motivi ci sono per essere certi che soltanto la Chiesa Cattolica sia quella Chiesa edificata da Nostro Signore Gesù Cristo.

Abbiamo interrogato la storia, partendo evidentemente dai dati storici forniti dal Vangelo, e la storia ha emesso il suo verdetto, un verdetto molto chiaro: né le confessioni religiose della famiglia protestante, né le confessioni religiose anglicane, né la confessione antica dei valdesi, né la Chiesa ortodossa d’Oriente possono vantare, o meglio possono dimostrare di essere state volute, di essere state edificate – per usare una terminologia cara al Vangelo – da Nostro Signore Gesù Cristo.

Solo la Chiesa cattolica, che può dimostrare – documenti storici alla mano, come si suol dire – di avere duemila anni di età e di avere conservato il Primato di Pietro come Cristo lo ha voluto, solo la Chiesa Cattolica ha tutte le carte in regola per considerarsi – ed essere considerata oggettivamente – la vera Chiesa di Gesù Cristo.

Partendo da questo dato, questa sera interroghiamo la dottrina insegnata dalla Chiesa cattolica per chiedergli di spiegarci un tema che da sempre è il cavallo di battaglia – uno dei cavalli di battaglia – delle confessioni protestanti, anglicane, valdesi e del Testimoni di Geova.

Un tema che da sempre è oggetto di discussione, di polemica, anche di accuse alla Chiesa cattolica, e per questo motivo rientra nel campo dell’
apologetica: il tema della infallibilità del Papa.

Ci concentreremo sulla infallibilità del Papa facendo soltanto qualche cenno alla infallibilità della Chiesa, perché è la figura del Papa che, nell’
immaginario di coloro che contestano la Chiesa, racchiude in sé il carisma dell’infallibilità.

Quindi tracciamo un confine alla nostra conversazione ed è doveroso dirlo in anticipo per onestà verso gli amici che sono in ascolto.

Ho parlato di “infallibilità del Papa” e di “infallibilità della Chiesa”.
Devo precisare, senza entrare nel merito della dottrina, che non si tratta di due infallibilità, ma della 2infallibilità della Chiesa”, assistita dallo Spirito Santo.

Questa infallibilità può risiedere o nel Papa da solo, o nel Papa insieme con la Chiesa, più precisamente con l’episcopato, cioè con l’insieme dei vescovi.

Questo dico per chiarire subito un punto anche se, come anticipato, non è mia intenzione entrare nel campo specifico della dottrina sulla infallibilità.

Precisazioni

Veniamo dunque al tema delle infallibilità del Papa. E facciamo subito alcune precisazioni, necessarie per comprendere bene questa straordinaria verità della Fede cattolica, verità insegnata dal Vangelo e dal Nuovo Testamento.

Queste precisazioni sono necessarie perché non solo c’è grande confusione – e talvolta malafede – in quanti contestano la Chiesa cattolica proprio su questo punto, ma c’è anche molta confusione in noi cattolici, che, quando veniamo interrogati a proposito, non sappiamo bene come rispondere.

Sarà capitato a molti di voi – immagino – conversare con qualche Testimone di Geova che ha bussato alla nostra porta o ci ha fermato per strada e sentirsi dire: dove sta scritto che il Papa è infallibile? Oppure: come è possibile che il Papa sia infallibile se nella storia ci sono stati tanti Papi indegni e peccatori.

Sono domande alle quali non possiamo sottrarci, vuoi per consolidare la ragionevolezza della nostra fede, vuoi per imparare a rispondere a quanti chiedono ragione della speranza che è in noi, del Credo che noi professiamo.

E per rispondere a queste offensive, bisogna fare delle precisazioni.

La prima precisazione riguarda il significato. “Infallibilità” non significa impeccabilità. La Fede Cattolica, la Chiesa Cattolica, basandosi sulla Bibbia, insegna che il Papa non può commettere errori in materia di fede e di morale quando si verificano certe condizioni di cui subito parleremo.

Ma la Fede cattolica, la Chiesa cattolica non ha mai detto, non ha mai insegnato che i Papi siano assolutamente esenti da imperfezioni o debolezze in campo morale. Tanto è vero che tutti i Papi, compreso l’attuale Pontefice, hanno sentito in passato e sentono il bisogno di confessarsi, di chiedere perdono a Dio delle loro colpe, dei loro peccati.

I Papi sono i primi ad essere consapevoli di dover chiedere perdono a Dio delle loro mancanze, dando a ciascuno di noi un esempio di grande umiltà.

Nella lunga storia del Papato – ricordiamo che da san Pietro a Giovanni Paolo II si possono contare ben 264 Vescovi di Roma -vi sono stati Romani pontefici veramente santi, che hanno dato lustro alla Chiesa: e questi sono la gran parte, compreso l’attuale Pontefice felicemente regnante; ma è anche vero che talvolta vi sono stati Papi il cui comportamento morale era perlomeno discutibile, lasciava molto a desiderare. E questo la Chiesa lo ha sempre riconosciuto.

Ne consegue che chi accusa i Cattolici di insegnare, con la dottrina della infallibilità, che i Papi sono impeccabili, che i Papi non possono commettere peccati, o ignora la vera Fede cattolica o è in mala fede.

Veniamo a una seconda precisazione: per la dottrina cattolica, che potete trovare bene esposta nel Catechismo, il Papa è infallibile quando sancisce, cioè quando conferma, propone alla attenzione e alla fede del popolo cristiano verità di fede e di morale.

Questo non vuol dire che il Papa può inventare verità di fede e di morale, non vuol dire che può imporre una sua idea personale.

Il Papa può piuttosto confermare, con l’autorità che gli è stata conferita da Gesù Cristo, una dottrina, una verità di fede o di morale contenuta nella Bibbia che merita particolare attenzione, che è da credersi nel modo in cui la Chiesa la interpreta e la impone alla adesione dei fedeli.

Come si può intuire già da queste precisazioni, vi sono delle condizioni precise che devono verificarsi normalmente, stando a quello che insegna il Concilio Vaticano II, perché si possa parlare di infallibilità del Santo Padre. Queste condizioni sono quattro:

La prima: Il Papa deve sancire, confermare, non come maestro privato, come fosse un teologo, un biblista, un giurista; nemmeno come semplice vescovo di Roma, ma deve esercitare il suo ruolo di supremo pastore universale della Chiesa, il ruolo di maestro di tutta la Chiesa.

La seconda: Il papa deve insegnare a tutta la Chiesa e non a una singola parte di essa, escludendo altre parti, come accade quando il papa emana disposizioni, generalmente a carattere temporaneo, per una diocesi, per i cristiani di una nazione o per i fedeli di un Continente.

La terza condizione: il Papa dovrà esplicitamente far comprendere che sta facendo uso del carisma, del dono dell’infallibilità, ossia deva far comprendere bene che sta confermando con atto definitivo una dottrina di fede e di morale.

La quarta condizione: la materia su cui si esercita il carisma dell’
infallibilità è la fede e la morale. Il Papa non è infallibile quando esprime considerazioni di carattere scientifico, storico, ed altro.

L’infallibilità nella Sacra Scrittura

Definite dunque le condizioni necessarie per l’esercizio del dono dell’ infallibilità pontificia, veniamo a rispondere ad una domanda alla quale dobbiamo dare una risposta.

La domanda può essere formulata in questo modo: dove si trovano nei Vangeli le prove, dove sono le prove bibliche dell’infallibilità del Papa?

E per rispondere a questa domanda interessantissima, dobbiamo ricordare qualche passo del Vangelo.

Procederemo passo dopo passo, certo in modo necessariamente superficiale, visto che il tema è molto vasto e il tempo è sempre limitato, ma il nostro scopo – lo scopo di questo corso di formazione apologetica popolare – è quello di dare qualche indicazione chiara ai nostri amici radioascoltatori per consolidare le ragioni della nostra fede e saper rispondere alle contestazioni che le vengono avanzate.

Sappiamo dal Vangelo che Cristo ha fondato la sua Chiesa sull’apostolo Simon Pietro: “Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”, si legge nel cap. XVI del Vangelo di san Matteo.

Veniamo ad una prima considerazione. Se Pietro, potesse cadere in errore in materia di fede o di morale, ne risulterebbe che Cristo avrebbe edificato la sua Chiesa – che deve illuminare gli uomini, ammaestrare gli uomini nella fede e nella morale che ne deriva – sull’errore. E questo è inammissibile, essendo Cristo Dio.

Ma anche i successori di Pietro, i vescovi di Roma, sono il fondamento della Chiesa – come abbiamo ben visto nelle scorse trasmissioni – e dunque anche per loro, per i successori di Pietro, valgono le stesse considerazioni che abbiamo fatto per Simon Pietro. Anche i successori di Pietro non possono errare in materia di fede e di morale, altrimenti Cristo starebbe ora edificando la sua Chiesa sull’errore.

Andiamo avanti e cerchiamo di approfondire questa verità di fede.

A Simon Pietro, Gesù ha dato il potere di legare e di sciogliere e ha promesso che tutto ciò che Pietro avrebbe legato e sciolto in terra sarebbe stato “legato e sciolto” anche in Cielo, cioè “legato e sciolto” anche da Dio. Sappiamo – perché ne abbiamo parlato in trasmissioni precedenti – che questo potere doveva essere esercitato anche dai successori di Pietro, i Papi.

Ora, ecco la nostra riflessione: tutti i Cristiani sanno che Dio non può sbagliare, non può errare, proprio perché è Dio.

Poiché, stando alla promessa di Cristo, ciò che Pietro “lega e scioglie” è “legato e sciolto anche da Dio”, ne consegue che anche Pietro, anche i successori di Pietro, cioè i Papi, nell’esercizio del loro compito di “legare e di sciogliere” devono essere infallibili, non possono errare, non possono sbagliare.

Infatti, se i Papi potessero sbagliarsi nell’esercizio del potere di legare e di sciogliere, se così fosse, il loro errore, l’errore di Pietro, l’errore del Papa, dovrebbe essere ratificato anche da Dio. In questo caso, Dio, per mantenere fede alla sua parola, dovrebbe ratificare un errore, approvare un errore. Ma Dio non può errare!

Evidentemente, qui lo intuiamo ma vedremo poi anche altre prove, è chiaro che qui Cristo promette una particolare assistenza di Dio ai Papi che legano e sciolgono su questa terra.

Evidentemente, la promessa di ratificare in Cielo ciò che i papi legano e sciolgono sulla terra, implica necessariamente che i papi siano infallibili nell’esercizio di questo potere.

Per chi lo avesse dimenticato, io ricordo che “legare” e “sciogliere” hanno un significato molto preciso nel linguaggio biblico.

In materia dottrinale, legare e sciogliere significano proibire e permettere. Dunque il Papa ha il potere di proibire o permettere, cioè di dichiarare, sancire lecita o illecita una dottrina di fede.

Nel campo giuridico e disciplinare, legare e sciogliere significano condannare o assolvere. Quindi, il Papa ha il potere, datogli da Gesù Cristo, di sancire, di confermare come lecito o illecito un comportamento, di dichiararlo morale o immorale.

E questo potere – lo ricordiamo – viene riconosciuto anche in Cielo, cioè da Dio stesso in persona: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, dice chiarissimamente il Vangelo di san Matteo al capitolo XVI.

Andiamo avanti con un’altra considerazione. Ricorderete bene che Gesù ha affidato a Pietro il compito di pascere il gregge. Per tre volte consecutive, Gesù ha detto a Pietro di esercitare la funzione di pastore del gregge, cioè della Chiesa.

Gesù ha affidato questo compito perché Lui, Pastore vero e infallibile, stava per salire al Cielo e voleva affidare la sua Chiesa a Pietro e, come abbiamo visto, ai suoi successori.

Ora, visto che secondo la volontà di Gesù – che è Dio – la Chiesa è strumento di salvezza, visto che si va in Cielo attraverso la Chiesa e nella Chiesa guidata dal pastore Pietro e dai suoi successori, è del tutto impensabile, del tutto impossibile che questi pastori possano errare, sbagliare strada in quelle materie – fede e morale – che conducono al Cielo.
Quindi, in questi campi, i Papi godono, devono godere del dono dell’
infallibilità.

Andiamo avanti con un’altra considerazione. Il Vangelo di Luca ci racconta, al capitolo 22, che Gesù ha pregato perché la fede di Pietro non venga mai meno.

Ascoltiamo bene questo brano evangelico. Prestiamo attenzione a come san Luca ci racconta questo episodio della vita di Gesù.

E’ Gesù che parla: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

Soffermiamo un momento la nostra attenzione su questo brano di straordinaria importanza per l’argomento che stiamo trattando.

Quando Gesù pronuncia queste parole siamo nel Cenacolo, la sera del giovedì santo. Mancano poche ore all’arresto di Gesù nell’Orto degli Ulivi. Gesù, che conosce molto bene quello che sta per succedere a Lui, mette in guardia i suoi discepoli, avverte che satana ha messo alla prova tutti i suoi discepoli con parole molto chiare “satana vi ha cercato per vagliarvi”, e quel “vi” si riferisce proprio ai Dodici.

Poi, attenti bene, Gesù aggiunge, rivolgendosi a Simon Pietro: “Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede”.

Riflettiamo un istante: Gesù prega e nessuno può mettere in dubbio che la preghiera di Gesù non venga esaudita.

Gesù prega per un motivo preciso: che la fede di Pietro non venga mai meno.
Riflettiamo un momento. Siccome la preghiera di Gesù è certamente esaudita dal Padre – questo nessun Cristiano lo può mettere in dubbio – ne consegue che Pietro, in materia di fede, non sarebbe sicuramente mai venuto meno, quindi sarebbe stato assolutamente infallibile.

A meno che non vogliamo arrivare a dire che Gesù ha pregato per niente, oppure che non è stato esaudito da suo Padre, che è Dio. Ma questo nessun Cristiano, cattolico o protestante che sia, lo può ammettere.

Allora, dal Vangelo di san Luca si capisce molto bene che in materia di fede Pietro non doveva mai venire meno, perché questo era volere di Gesù che lo ha espresso nella preghiera al padre. Pietro doveva essere infallibile nella fede. Ma nel medesimo brano troviamo di più.

Stiamo attenti: Gesù aggiunge: “E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

Quell’incarico di “confermare” merita tutta la nostra attenzione. Spiega una nota della prestigiosa Bibbia di Gerusalemme che l’ordine di “confermare” i fratelli dato a Pietro implica il compito di dirigere i fratelli nella fede.

Ora, è impensabile che Gesù avesse dato questa altissima missione a Pietro, la missione di confermare i fratelli nella fede, il compito di dirigere i fratelli, vale a dire i pastori della Chiesa, se Pietro avesse potuto sbagliarsi proprio in materia di fede.

Se Pietro potesse sbagliare, non vi sarebbe alcuna conferma e sarebbe impossibile eseguire l’ordine dato da Gesù. Ci troveremo di fronte ad una situazione inaccettabile: Gesù avrebbe dato un ordine assurdo.

Non solo. Questo compito di confermare i fratelli deve essere riferito anche ai successori di Pietro, ai vescovi di Roma, al Papa. Anche il Papa, che è il successore di Pietro, come Simon Pietro ha il compito di confermare i fratelli nella fede e anche il Papa, come Simon Pietro, non può errare nel compito di confermare i fratelli.

Altrimenti, invece di confermarli nella verità, li confermerebbe nell’errore e Cristo avrebbe dato un incarico importantissimo senza munire di sicurezza chi lo riceveva.

L’infallibilità della Chiesa

Facciamo un altro passo avanti. Anche al Collegio apostolico, unito e sottomesso al Papa, Cristo ha promesso chiaramente il dono dell’
infallibilità.

Come possiamo affermare una verità del genere. Riportiamoci all’Ultima Cena come ci è raccontata dall’Evangelista san Giovanni, nel capitolo XIV del suo Vangelo.

Gesù si rivolge ai Dodici Apostoli con parole molto chiare: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità”. E qualche versetto più avanti, sempre nello stesso capitolo, Gesù dice: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Dunque, se le parole hanno un senso, e se Gesù, in quanto Dio non poteva sbagliarsi, qui vediamo chiaramente che Gesù promette agli Apostoli, quindi alla sua Chiesa, l’assistenza perpetua, continua e infallibile dello Spirito Santo, che è Dio, che è Spirito di verità”.

Ora, nell’esercizio della sua missione, il Collegio apostolico, in comunione con il Papa è assistito dallo Spirito di Verità. E dunque, grazie a questa assistenza, non può sbagliarsi in materia di fede e di morale. Altrimenti, o l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe inutile o lo Spirito Santo non sarebbe Spirito di Verità.

Qualcuno chiederà: ma qual è la missione della Chiesa? In quale compito il Collegio apostolico, unito al Papa, sotto il governo giurisdizionale e disciplinare del Santo Padre, è infallibile?

La risposta è molto semplice e si trova anch’essa nel Vangelo. La missione della Chiesa è sintetizzata in maniera mirabile da san Matteo, nell’ultimo capitolo del suo Vangelo. E anche in questo brano – come potrete constatare – troviamo un elemento importante a favore dell’infallibilità del Papa e della Chiesa.

E’ un brano che va letto con attenzione. E’ un brano speciale, perché san Matteo ci riporta esattamente le ultime parole pronunciate da Gesù prima di salire al Cielo, prima di lasciare la sua Chiesa impegnata nella missione di salvare gli uomini.

Ascoltiamole, queste parole: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse
loro: “Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

Dunque, Gesù incarica la sua Chiesa di insegnare a tutto il mondo la verità:
naturalmente la verità su Dio, le verità della fede che portano alla salvezza dell’uomo. Nell’insegnamento di questa verità, Gesù promette la sua assistenza speciale e perpetua: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Con l’assistenza promessa da Gesù, come ci è ricordata dal Vangelo di san Matteo, è impossibile che il Papa, e il Collegio apostolico a lui unito e sottomesso, possano sbagliarsi.

Altrimenti, se si sbagliassero, l’assistenza di Gesù – che è Dio – sarebbe un’assistenza inutile. Sarebbe un’assistenza, un aiuto per commettere errori. Ma questo nessun cristiano lo può pensare.

Con l’assistenza di Gesù, l’insegnamento impartito dalla Chiesa sarà sempre necessariamente conforme alla verità. Vi è l’assicurazione divina, promessa da Gesù, contro la possibilità stessa di errore in materia di fede, quindi vi è la promessa della infallibilità.

Badate che si tratta di una assistenza divina al compito di ammaestrare tutte le genti, al compito di battezzarle, quindi di condurle nella Chiesa, al compito di insegnare. Ed è una assistenza divina promessa per sempre, fino alla fine del mondo, dice Gesù.

Quindi, il dono dell’infallibilità non riguardava solo gli Apostoli che ascoltano a viva voce le parole di Gesù, ma riguarda i successori di Pietro e i successori degli Apostoli uniti e sottomessi al Santo Padre.

Vi è un altro passo del Vangelo da considerare importante per il tema che stiamo trattando. Lo ricaviamo dal Vangelo di san Marco, al capitolo 16.
Sono poche parole, ma molto chiare e direi anche estremamente severe.

Gesù ha appena dato il compito alla sua Chiesa di predicare il vangelo ad ogni creatura, come ci ha ricordato anche san Matteo, Poi aggiunge questa frase lapidaria: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”.

Tutti capiamo bene che qui si sta parlando della salvezza del Paradiso e della condanna dell’Inferno. Paradiso e Inferno: verità serissime, gravissime, che riguardano la vita eterna di ciascuno di noi. Verità dimenticate, purtroppo.

Ora, riflettiamo un istante: Gesù lega il destino eterno di ogni uomo alla fede che insegnerà la Chiesa. Chi crederà alla fede insegnata dalla Chiesa andrà in Paradiso. Chi, per colpa propria, non crederà alla fede insegnata dalla Chiesa andrà all’Inferno.

Ora, è impossibile, visto le conseguenze che derivano dall’accettare o dal rifiutare l’insegnamento della Chiesa in materia di fede, che la Chiesa si possa sbagliare.

Chi rifiuterà la fede proposta dalla Chiesa rifiuterà la vera fede, annunciata infallibilmente, dal Papa, che è capo visibile della Chiesa. Chi rifiuterà sarà condannato alla dannazione eterna.

Chi accoglierà la fede proposta dalla Chiesa, accoglierà la vera fede, annunciata infallibilmente dal Papa, capo visibile della Chiesa e sarà destinato al Paradiso.

Infallibilità nella storia

Come sempre facciamo in queste conversazioni di apologetica, dedichiamo una parte della nostra conversazione al campo della storia.

Il dogma della infallibilità fu definito solennemente durante il Concilio Vaticano I, nell’anno 1870.

La costituzione dogmatica Pastor Aeternus recita: «Noi, quindi, aderendo fedelmente a una tradizione accolta fin dall’inizio della fede cristiana, a gloria di Dio, nostro salvatore, per l’esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del santo concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce che una dottrina riguardante la fede e i costumi dev’essere ritenuta da tutta la Chiesa, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quell’infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua Chiesa allorché definisce la dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della Chiesa».

Si tratta di una definizione solenne, dogmatica, alla quale ogni cattolico è tenuto a prestare l’assenso della fede, della sua intelligenza e della sua volontà.

Questa definizione dice una cosa interessante anche dal punto di vista
storico: afferma infatti – lo abbiamo sentito – che si tratta di una tradizione “accolta fin dall’inizio della fede cristiana”.

Può essere interessante, a questo punto, vedere in quali occasioni è stato riconosciuto il carisma dell’infallibilità della Chiesa, e del Papa, in epoca antica.

Vediamo qualche esempio che traggo – come ho tratto molte delle cose che vi ho detto – dal bel libro di P. Roberto Coggi, intitolato “La Chiesa” e pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano.

Il libro raccoglie le conversazioni che P. Coggi ha tenuto proprio dai microfoni di Radio Maria e dunque vorrei ringraziare l’autore anche a nome di tutti gli ascoltatori.

Un primo esempio ricordato da P. Coggi è quello di S. Ignazio di Antiochia, morto intorno all’anno 110 martire a Roma. Siamo dunque in epoca antichissima e Ignazio dice che i cristiani di Roma “sono puri da ogni estranea macchia”. Vale a dire da ogni errore e qui si prefigura l’
infallibilità della Chiesa, e del suo Capo visibile, in particolare, fin dall’inizio del secondo secolo.

Un secondo esempio viene dal grande S. Ireneo, vescovo di Lione, vissuto nel II secolo. S. Ireneo riconosce la fede della Chiesa di Roma come norma per tutta la Chiesa.

Sentiamolo: «Con questa Chiesa, a causa della sua più alta preminenza, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa si è conservata la fede apostolica».

Qui è chiaro che l’immunità dall’errore propria della Chiesa di Roma presuppone l’infallibilità del suo maestro, il vescovo, il Papa.

San Cipriano, vescovo vissuto nel III secolo, definisce la Chiesa di Roma come la “Cathedra Petri” e parlando degli avversari che pure volevano fare approvare le loro dottrine eretiche dal Papa, scrive: «Essi non pensano che devono trattare con i Romani, la cui fede fu lodata dalla gloriosa testimonianza dell’Apostolo, e presso i quali l’errore non può trovare alcun accesso».

Queste parole meritano di prestare loro particolare attenzione. Per san Cipriano nella Chiesa di Roma, quindi nel Papa, non può albergare l’errore.
Dunque, il tema dell’infallibilità era noto, anche in epoca assai antica.
Certo non era esplicitato come lo sarà dopo il Concilio Vaticano I, ma non era sconosciuto.

Un altro esempio viene da san Girolamo, vissuto nel IV secolo, il quale, richiedendo al Papa Damaso una decisione a proposito di una questione dibattuta in Oriente, scrive: «Solo presso di voi si conserva inalterata l’
eredità dei padri».

Il P. Coggi autore del libro che fa da guida a questa nostra esposizione, riporta altri esempi storici che dimostrano come anche nei tempi antichi si avesse coscienza della infallibilità della Chiesa, oltre che del vescovo di Roma.

Egli cita l’esempio di S. Teofilo, successore di S. Ignazio nella Chiesa di Antiochia, il quale diceva che come le navi si infrangono se escono dal porto ed entrano nel mare in tempesta, così gli uomini fanno naufragio quando abbandonano la “cattedra di verità”.

Dunque la Chiesa era ritenuta, fin dalle origini, “cattedra della verità”, ove non poteva albergare l’errore.

S. Ireneo, vescovo di Lione, insegnava che dove c’è la Chiesa c’è lo Spirito Santo ed è impossibile trovare la verità se non nella Chiesa, che possiede il “carisma della verità”.

E ancora san Cipriano, verso l’anno 250, scrive: “Tutti coloro che abbandonano Cristo si perdono nei loro errori, ma la Chiesa che crede in Cristo e rimane fedele alla verità ricevuta, non si separa da lui”.

Conclusione

Possiamo dunque concludere questa breve e sintetica carrellata storica ribadendo come la Chiesa, grazie all’assistenza dello Spirito Santo promesso e inviato da parte di Gesù, gode del dono o carisma dell’infallibilità nell’
insegnare e nel credere le verità della fede.

Dobbiamo infatti ricordare che l’autorità che Gesù ha conferito alla Chiesa è prima di tutto un’autorità dottrinale, e riguarda la trasmissione e la custodia del deposito della fede.

Siamo dunque grati a Dio per avere dato alla Chiesa e al Papa un dono così grande, che ci assicura della bontà e della verità della fede che professiamo.

Sant’Agostino d’Ippona

sant-agostinoNato a Tagaste (situata nell’odierna Algeria) nel 354, Agostino era figlio di Patrizio, un piccolo proprietario terriero, e di Monica, fervente cristiana. Compì gli studi presso Madaura, Tagaste e Cartagine, come autodidatta si interessò alla lettura di Cicerone e dei classici (fu la lettura dell’Ortensio di Cicerone che fece sgorgare in lui l’amore per la filosofia).
Dopo la morte del padre aprì una scuola di retorica a Tagaste (373), poi insegnò a Cartagine (374-383), quindi, insoddisfatto, decise di trasferirsi a Roma. A Milano, dove infine si stabilì, ottenne la cattedra di retorica. Agostino, pur avendo ricevuto un’educazione cristiana dalla madre, non aderì da subito alla religione cattolica, nutriva infatti molti dubbi sulla sua validità (in particolare lo ripugnava lo stile della Bibbia e aveva una concezione tendenzialmente materialista della realtà).
A Milano Agostino incontrò Sant’Ambrogio: negli anni che vanno dal 384 al 387 maturò la sua conversione al Cristianesimo. Gli ostacoli che più si frapposero sulla via della piena maturazione cristiana furono l’abbandono della donna con la quale aveva vissuto per quattordici anni e che gli aveva dato un figlio, Adeodato, e la decisione di convivere con un’altra donna. Solo nel 386, colpito dalla vita monastica, decise la piena conversione. Nel 387 decise di farsi battezzare, di abbandonare la donna con la quale conviveva e dare una svolta alla sua vita di “bagordi e di lussuria”, infine lasciò anche l’insegnamento. Sant’Ambrogio lo battezzò a Milano, dopo un periodo di ritiro a Cassiciacum, in Brianza.
Deciso il ritorno in Africa, fu sorpreso dall’improvvisa morte della madre, ad Ostia, mentre due anni dopo morì anche suo figlio. Nel 391 venne ordinato sacerdote della Chiesa cristiana, nel 396 divenne vescovo di Ippona (l’attuale Bona). Da questo momento in poi si dedicherà agli scritti di natura religiosa e alla lotta contro le eresie, tra le quali il Donatesimo, il Pelagianesimo e il Manicheismo, diventanto uno dei padri fondatori del Cristianesimo.
La vita di Sant’Agostino fu caratterizzata da un percorso religioso irto di difficoltà e ripensamenti, di indecisioni e di periodi nei quali Agostino stesso, nelle Confessioni, si definisce “caduto nel peccato”. Tale percorso lo portò a incarnare la figura, per molti tratti emblematica, dell’uomo che approda con sofferenza e a tappe forzate di maturazione alla religione cristiana, vista come suprema conquista della verità e del bene.

Continuerei a sperare in Te

speranzaSignore, ecco davanti a Te un’anima, che si trova in questo mondo per sperimentare la tua meravigliosa misericordia e farla risplendere al cospetto del cielo e della terra.

Gli altri Ti rendano pure gloria dimostrando, con la loro fedeltà e la loro costanza, quanto è potente la tua grazia e quanto Tu sei dolce e generoso verso coloro che ti sono fedeli; io, da parte mia, ti darò gloria col far conoscere a tutti quanto sei buono con i peccatori.

A tutti dirò che la tua misericordia è tanto al di sopra di ogni umana malizia, che nessuna cattiveria avrà il potere di stancarla; che nessuna ricaduta, per vergognosa e grave che sia, dovrà indurre il peccatore a disperare del tuo perdono.

Sì, amabile Redentore, Ti ho gravemente offeso, ma Ti ingiurierei ancora più pesantemente, se pensassi che non sei abbastanza buono da darmi il tuo perdono.

Il tuo e mio nemico, invano, ogni giorno, mi tende nuove insidie; mi potrà far perdere tutto, ma non la speranza nella tua misericordia.

Anche se fossi ricaduto cento volte e le mie colpe fossero cento volte più terribili di quel che sono, continuerei a sperare in Te.

[S. Claudio La Colombiere]