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Eterologa: possibili scenari e possibili sofferenze

E’ interessante notare che davanti ad un drastico calo delle adozioni negli ultimi anni (una calo che va sempre crescendo), si tace sulla riforma delle adozioni. Per l’eterologa le regioni si sono affrettate a dare una serie di criteri di utilizzo (con tacito assenso del governo), per le adozioni si è deciso di lasciare la legge attuale.

Sarebbe interessante che si aprisse un dibattito in parlamento tra i sostenitori ed i contrari alla fecondazione, e nello stesso tempo si facesse ricorso ad un referendum popolare per ascoltare il parere della gente comune. Ma probabilmente tutto questo non avverrà, perchè la stragrande maggioranza degli italiani è disinteressata a questi argomenti. Infatti, stiamo parlando di circa 5.000 coppie l’anno che potrebbero decidere per l’eterologa; le questioni che riguardano un numero così piccolo della popolazione non troverebbero il favore di una intera nazione. Tanti componenti della società civile stanno esprimendo pareri contrari alla diffusione dell’eterologa.

Sarebbe interessante domandarsi quale sia la reale ragione di tanta fretta per accellerare la pratica della fecondazione eterologa. Appare evidente che questa fretta sia dovuta all’ennesima pressione di alcune correnti ideologiche spinte da interessi economici.Tante sono le domande che sorgono. Quanti nuovi introiti arriveranno alle cliniche pubbliche e private che praticheranno la fecondazione eterologa? I donatori di semi o ovuli doneranno a livello gratuito o riceveranno una corposa ricompensa monetaria? Quale garanzia riceverà la coppia nei riguardi del donatore, dal momento che egli rimarrà segreto alla coppia e conosciuto esclusivamente dall’ente sanitario? La segretezza del donante e la fiducia nella professionalità della struttura sanitaria saranno fattori necessari per la tranquillità della coppia?

Ed oltre a queste domande è interessante soffermarsi, con maggiore attenzione, su una in particolare: esisterà un regolamento deontologico tra i medici per stabilire se utilizzare la fecondazione omologa prima di passare all’eterologa, oppure avverrà che alcuni medici consiglieranno direttamente l’eterologa senza passare prima da altre tipe di cure? Sarà tutelata la salute fisica e psicofisica della donna valutandone l’impatto emotivo e gli impatti psicologici che tale scelta (con tutte le sue conseguenze) potrà recare?

Questa domanda potrebbe avere tante ripercussioni su tante vite umane: molte coppie, dopo la constatazione della loro sterilità, si sono sentite dire (da alcuni medici) di provare con delle cure, ma di non dimenticarsi che l’omologa (perchè sino a poco tempo era consentita solo questa tipo di fecondazione in vitro) è la soluzione più rapida ed efficace per risolvere la piaga della infertilità. La realtà (confermata da dati statistici) è molto diversa: solo il 25% delle fecondazioni arriva al risultato sperato; ed anche le tempistiche non sono così brevi come viene preventivato.

Di un fattore essenziale si parla molto poco tra i mezzi di comunicazione di massa: ogni fallimento di ogni singola implantologia embrionale è una ferita che rimarrà per sempre nell’animo di quella donna e del suo compagno.

Il trauma della coscienza (in caso di fallimento dell’implantologia anche di un signolo embrione) è proprio il fattore deterrente che dovrebbe far riflettere sull’utilizzo delle pratiche in vitro. I mezzi di comunicazione dovrebbero dare voce all’esperienza di tante donne che hanno utilizzato pratiche di fecondazione artificiale. Sentiremmo parlare molto frequentemente di depressioni (durate svariati anni) che hanno lasciato un senso di amarezza di fondo nel cuore di queste donne.

Il secondo aspetto è la selezione del seme e dell’ovulo. Le regioni hanno stabilito che è possibile scegliere il seme e/o l’ovulo in maniera da “preservare” le caratteristiche somatiche della coppia. Per scendere nel concreto, sarà possibile scegliere il seme o l’ovulo per avere il colore della pelle, la razza, il gruppo sanguigno, e una serie di caretteristiche esteriori conformi ai futuri genitori. Dal momento che la fecondazione eterologa è una fecondazione in vitro realizzata dall’uomo, cosa succederà quando si scoprirà che, per un errore di scambio di provetta, il figlio avrà la carnagione diversa da quella attesa o avrà caratteristiche somatiche differenti da quelle richieste?

Se la scoperta avvenisse durante la gravidanza, sarà accettato quell’errore o la coppia deciderà di abortire, immolando quella innocente creatura umana come vittima sacrificale all’idolo del proprio egoismo e all’idolo del progresso scientifico. E se invece si venisse a scoprire tutto al momento della nascita (perchè anche la medicina non sempre è una scienza esatta, e perchè i laboratori medici anche loro possono sbagliare) quale potrà essere la reazione della coppia davanti a questa situazione? Riuscirà a reggere l’urto o si dissolverà sotto il peso di questa evento che, in un certo modo, la coppia stessa ha contribuito a creare, quando ha dato l’avvio a questa pratica senza valutarne tutte le possibili conseguenze indesiderate?

In caso di insorgenza di possibili patologie (sia in fase prenatale che in fase postnatale) sarà possibile definire la sua origine, oppure assisteremo a battaglie legali tra queste cliniche e le madri gestanti?

Tutte queste possibili situazioni, che si verrebbero a creare con l’eterologa, fanno intendere un aspetto di cui se ne parla molto poco: alla sofferenza interiore della coppia, che scopre la sua sterilità, vi è il serio rischio di aggiungere altri dolori che rischierebbero di minare la relazione tra i coniugi, ed il loro benessere interiore.

La forza interiore di un uomo e di una donna non è quella di insistere con ogni mezzo (che offre la scienza medica) per coronare il desiderio di maternità e paternità. La vera spinta interiore, che produce la sofferenza della sterilità, è quella di alzare gli occhi al cielo, e guardare (attraverso lo sguardo interiore del proprio cuore) a tanti bambini sparsi nel mondo, che vivono nel totale abbandono, e attendono con gioia di essere accolti da un uomo e una donna che accetti di diventare il loro papà e la loro mamma per sempre.
Osvaldo Rinaldi – Zenit.org

Il dilemma dell’identità del donatore nella fecondazione artificiale

eterologaUn tema su cui sta crescendo il dibattito è quello relativo al diritto di anonimato dei donatori di sperma.

Recentemente l’argomento è stato oggetto di discussioni, quando il governo dello stato australiano della Victoria ha dichiarato di volersi prendere tempo prima di decidere se i figli dei donatori avranno la possibilità di scoprire chi siano i loro genitori biologici.

Il comitato per la riforma della legge dello stato della Victoria ha inizialmente effettuato un’indagine sulla tematica, concludendo che i figli -dovrebbero avere il diritto di conoscere l’identità dei donatori.

Naralle Grech, 30 anni, ha reagito alla decisione con sgomento. La donna ha riferito al quotidiano Age (12 ottobre 2012) che, dopo essere stata diagnosticata come malata terminale di cancro all’intestino, ha voluto poter mettere in guardia i suoi otto fratellastri.

Attualmente in Victoria coloro che sono nati a seguito di una donazione di sperma prima del 1 luglio 1988, non hanno diritto di avere informazioni sui loro donatori. Chi è nato tra il 1 luglio 1988 e il 31 dicembre 1997 può ottenere informazioni se il donatore lo consente. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1998, infine, ha libero accesso ad ogni informazione sui propri donatori.

“Se da un lato il Comitato riconosce che i donatori che hanno messo a disposizione i loro gameti prima del 1988, lo hanno fatto sulla base dell’anonimato, il Comitato ritiene anche che le persone concepite a seguito di donazione di sperma hanno il diritto di conoscere l’identità della persona che, per metà, ha contribuito alla loro definizione biologica”, ha affermato il presidente del Comitato, Clem Newton-Brown nel rapporto pubblicato il 28 marzo scorso.

“Il Comitato è convinto che tale diritto debba avere la precedenza, anche sui desideri dei donatori che intendono rimanere anonimi”, ha aggiunto Newton-Brown.

Ciononostante, in una dichiarazione presentata in Parlamento lo scorso 11 ottobre, il governo ha affermato che sono necessario altri sei mesi per ponderare la materia e cercare un’ulteriore soluzione.

Il “designer di bambini”

La decisione del governo arriva in un momento in cui in Australia è stata manifestata preoccupazione per l’uso della fecondazione medicalmente assistita. Susie O’Brien, opinionista del quotidiano di Melbourne, Herald Sun, in un editoriale dello scorso 7 ottobre, ha messo in guardia contro il trend del “designer di bambini”.

In alcuni recenti articoli, O’Brien ha affermato che ora i bambini possono essere concepiti usando il DNA di un padre, di una madre e di una terza persona, in modo da rimpiazzare il materiale genetico che possa risultare difettoso.

L’editorialista dell’Herald Sun ha anche osservato che oggi esiste un’applicazione che permette di sapere quali sono i tratti genetici che il bambino probabilmente erediterà.

“Un tempo un partner veniva scelto in base alla sua capacità di essere o meno un buon genitore – ha commentato -. Oggi, invece, siamo- incoraggiati a sceglierlo in base a quello che sarà l’aspetto fisico dei nostri figli”, ha aggiunto O’ Brien.

Precedentemente, in un articolo pubblicato lo scorso 30 settembre sul quotidiano di Sydney Daily Telegraph, era stato sottolineato che ogni anno all’estero più di 500 bambini australiani nascono dalla fecondazione medicalmente assistita.

Ci sono coppie che pagano cifre comprese tra i 10.000 e i 50.000 dollari australiani a beneficio di donatrici di ovuli provenienti da paesi come la Spagna, il Sud Africa o gli Stati Uniti.

L’articolo sottolinea che molti dei donatori sono anonimi e che i bambini non avranno alcuna possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.

“Molte persone concepite artificialmente, a cui è impedito di ottenere informazioni sui loro donatori, hanno sperimentato notevole angoscia ed afflizione”, afferma il rapporto del Comitato per la riforma della legge in Victoria.

“Ci sono informazioni negate sulla loro identità, che è un diritto che la maggior parte di noi dà per scontato. La loro possibilità di accedere a tali informazioni è ristretta per via di decisioni fatte da adulti (genitori, donatori e operatori sanitari), prima che fossero concepiti”.

Nel rapporto il comitato afferma che all’inizio dell’indagine i membri erano più inclini a ritenere che il desiderio del donatore di rimanere anonimo debba prevalere.

I diritti dei figli

“Dopo una considerazione più approfondita, tuttavia, e dopo aver ricevuto riscontri da varie parti interessate – persone concepite artificialmente, donatori, genitori, medici e psicologi – all’unanimità il Comitato ha raggiunto la conclusione che lo stato ha la responsabilità di permettere a tutte persone artificialmente concepite, una possibilità di accesso”, afferma il rapporto.

Nella sua presentazione dell’inchiesta, la Lega Cristiana Australiana ha detto di aver creduto che “il diritto della persona artificialmente concepita di conoscere il proprio donatore è un diritto fondamentale di notevole importanza”.

“Le origini genetiche di una persona sono una parte fondamentale nell’identità della persona stessa. Negare a qualcuno il diritto di sapere quali siano queste origini, significa negare loro la possibilità di scoprire una parte intrinseca di se stessa”, ha dichiarato la Lega.

Da parte sua, l’Associazione Famiglia Australiana ha riconosciuto il conflitto tra donatori che desiderano rimanere anonimi e il desiderio di sapere* chi siano i loro genitori naturali da parte dei figli artificialmente concepiti.

Nella loro presentazione i rappresentanti di Famiglia Australiana hanno sollecitato che i diritti dei bambini debbano avere la precedenza, quando possibile. Troppo spesso, comunque, le decisioni in merito alla fecondazione medicalmente assistita dipendono dai desideri dei genitori, senza una considerazione adeguata dei bambini.

John Flynn – [Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

Diagnosi genetica preimpianto: procedure e implicazioni

Una pratica disumana, perché porta alla selezione della specie e a considerare indesiderabili e scartabili le persone (cose?) non perfette…

COSA È LA DIAGNOSI GENETICA PREIMPIANTO?

La diagnosi genetica preimpianto o PGD (Preimplantation Genetic Diagnosis) è una procedura diagnostica che prevede l’utilizzo di un’analisi molecolare del DNA (o dei cromosomi) proveniente da una o due cellule di un embrione allo stadio di circa 8 cellule. E’ possibile effettuare questo tipo di diagnosi soltanto attraverso l’utilizzo della fecondazione in vitro, con la creazione di diversi embrioni in provetta (circa da 10 a 20) tra cui individuare quelli più idonei al prelievo di una o due cellule per poi eseguire l’analisi. Il prelievo di una o due cellule avviene prima dell’impianto degli embrioni in utero e serve per selezionare gli embrioni senza il difetto genetico ricercato. La procedura ha quindi lo scopo di individuare alcuni embrioni da impiantare, mentre i rimanenti verranno scartati: sia che siano portatori di un difetto genetico, sia che siano sani. In Austria e Italia questa procedura diagnostica non è permessa dalla legge.

QUALE PERCORSO SI DEVE SEGUIRE PER LA PGD?

La PGD comporta un percorso alquanto impegnativo che inizia con la fecondazione artificiale che, a sua volta, prevede: stimolazione ormonale all’iperovulazione, intervento per il prelievo degli ovociti (pick up), fecondazione dei gameti in provetta, incubazione per due/tre giorni per dar tempo allo zigote (prima cellula dell’individuo) di moltiplicarsi allo stadio di 6-8 cellule, prelievo di 1-2 cellule da tutti gli embrioni ottenuti. Questa parte di procedura è simile a quella seguita anche dalle coppie sterili per una normale PMA. Le probabilità di successo di fecondazione in vitro variano molto in funzione dell’età: da un 40% nelle donne giovani (<35aa) a circa il 15% nelle donne meno giovani (40-42 aa). Dopo la formazione degli embrioni, inizia l’indagine di laboratorio per permettere la diagnosi genetica, parte delicatissima dove avvengono le maggior parte dei fallimenti della procedura (pari al 10-15%), e dove, purtroppo, esiste una percentuale non trascurabile di possibili errori diagnostici (2-5%). Infine avviene l’impianto di uno o più embrioni selezionati senza l’anomalia genetica ricercata. A questo proposito bisogna ricordare che l’analisi individua solo il “difetto” cercato e non qualsiasi altro difetto genetico che potrebbe esserci e rivelarsi, successivamente, inatteso.

QUALI SONO LE INDICAZIONI DIAGNOSTICHE DELLA PGD?

Dalla prima pubblicazione dell’applicazione della PGD (Handyside et al. Nature 1990;344:768–770) ad oggi le indicazioni all’esame sono molto cambiate (Harper et al. Hum Reprod Update. 2012 May-Jun;18(3):234-47).  Volendo riassumere i dati degli anni 1997-2007 vediamo che:

– nel 61% dei casi la PGD è stata utilizzata per valutare difetti del numero dei cromosomi (aneuploidie),

– nel 17% per valutare la presenza di specifiche mutazioni in singoli geni,

– nel 16% per valutare anomalie cromosomiche,

– nel 4% per diagnosi di malattie genetiche legate al cromosoma X

ed infine

– nel 2% per selezione in base al sesso (social sexing)

Come atteso, nelle indagini per difetti da singoli geni si ha la percentuale più alta di identificare embrioni senza difetto (50-70% degli embrioni vitali), mentre solo nel 10-15% degli embrioni, derivati da soggetti con riarrangiamenti cromosomici, si individuano embrioni senza difetto.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI DELLA PGD?

Nella PGD vengono prodotti in provetta un numero variabile di embrioni (da 10 a 20) e lo scopo dell’intervento è non solo quello di conoscere la salute dell’embrione, ma principalmente di scegliere quello sano da impiantare e, di conseguenza, scartare tutti gli altri, sia sani sia malati. Nel report dell’ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology) su dieci anni di attività (1997-2007) risulta che da 339.966 oociti prelevati, 202.357 sono stati fertilizzati portando alla produzione di 19.901 embrioni trasferiti, pari al 5,85%. Questi hanno dato origine a 5.187 gravidanze, con un’efficienza di circa il 26%. In sintesi, dopo tutti i passaggi, solo l’1,5% degli oociti prelevati giunge al termine del percorso come gravidanza clinica. E questa risulta essere la situazione in cui ci si propone volontariamente di selezionare essere umani in base alla loro tipologia, scegliendo quelli senza difetti a scapito di tutti gli altri. Inoltre, ad oggi, nelle gravidanze ottenute dopo PGD, nella maggior parte dei casi viene consigliata la diagnosi prenatale entro il primo trimestre di gravidanza per controllare nuovamente la diagnosi genetica.

Domenico Coviello –  Direttore S.C. Laboratorio di Genetica Umana,
E.O. Ospedali Galliera di Genova
Consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

[Da bioFiles, n° 20  |  28 novembre 2012]

Riflessione sulle tecniche riproduttive

aborto121) Ammesso pure che alcuni nutrano ancora dei dubbi di natura biologica sull’umanità dell’embrione, le evidenze scientifiche sulla continuità dello sviluppo prenatale sono numerose e solide.

2) Al di là del dato scientifico sulla continuità dello sviluppo

prenatale, esiste la certezza che scaturisce dall’esperienza: è tra i genitori, che condividono la vita con i propri figli fin dal loro concepimento, che la certezza sulla piena dignità umana dell’embrione dovrebbe farsi strada. Convivenza e condivisione moltiplicano gli indizi sulla continuità dello sviluppo di un figlio – da embrione a neonato e oltre – il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è la certezza che egli è uno come noi perché ciascuno di noi è stato uno come lui.

3) Ogni intervento medico, nell’ambito della procreazione, dovrebbe avere una funzione di assistenza e mai di sostituzione dell’atto coniugale.

Il figlio è una persona che si accoglie, non un oggetto che si ordina.

Il senso delle cosiddette tecniche di fecondazione “artificiale” non è, come per altre azioni mediche, quello di adoperarsi a sanare una patologia; la sterilità di coppia, che rappresenta la situazione patologica per cui si ricorre alla varie tecniche artificiali, non è risolta dopo la “costruzione” del figlio in laboratorio.

Non succede cioè che, a nascita avvenuta del figlio richiesto, la sterilità sia risolta e la fertilità ristabilita.

Questa costatazione è condivisa anche da quanti reputano le tecniche di “costruzione” artificiale del figlio accettabili e auspicabili, per esempio i deputati del Partito dei comunisti italiani ( Maura Cossutta, Gabriella Pistone e Katia Belillo) che presentarono, il 17 ottobre 2001, la proposta di legge n.1775 sulla procreazione artificiale, dove è scritto: ” E’ comunque falsa la autorappresentazione delle tecniche di procreazione come – cura della sterilità-: in realtà, esse non mirano a risanare il corpo sterile, che rimane tale”.

Nella fecondazione artificiale, attuata in laboratorio, il figlio è “ordinato” e fabbricato”: come “prodotto” egli deve soddisfare le esigenze di chi lo ha ordinato.

Questa non è più una logica medica ma una logica della “produzione” e del “dominio” propria degli oggetti.

Non si tratta di mettere in questione le tecniche di fecondazione artificiali per il semplice fatto di essere artificiali.

La posta in gioco non è l’elemento tecnico, ma l’origine di una persona che viene ordinata, fabbricata, ridotta ad un oggetto, considerata una merce.

I diritti del figlio scompaiono di fronte alle esigenze dei genitori che ne impongono la fabbricazione.

Più il figlio viene “fabbricato”, più vengono modificati gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Infatti, come per tutte le “cose”, anche quelle di valore, è possibile sacrificare qualche esemplare per un risultato migliore, per un risultato più sicuro, più efficace, più vantaggioso.

4) Fattori aggravanti della fecondazione in vitro sono A) le tecniche eterologhe che dissociano il concepimento dal matrimonio e provocano una rottura fra parentalità genetica, parentalità gestazionale e responsabilità educativa. B) la perdita di numerosi embrioni, il congelamento degli embrioni soprannumerari e anche la loro distruzione.

“La vita di un figlio non può essere un bene per i genitori se non è anzitutto un bene per quel figlio e per ciascun figlio. Dire ‘ è bene che questo mio figlio viva ‘non può essere disgiunto dal dire ‘ è bene che ogni figlio viva ‘.Così non è tollerabile che per la nascita di un figlio già nato, si tolga la vita ad altri figli degli stessi genitori (embrioni in soprannumero non trasferiti in utero e crioconservati o distrutti) o di altri genitori (embrioni destinati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali ).

E’ irragionevole desiderare che un figlio viva senza desiderare che ogni figlio possa vivere, perchè rappresenta una contraddizione insanabile.

5) Negare la possibilità di distruggere gli embrioni umani non significa togliere la speranza di un figlio o della cura della malattia: la ragione dell’uomo lo porta infatti a percorrere altre strade, come la ricerca di un figlio da adottare o di altri tipi di cellule ( per esempio, da cordone ombelicale o da tessuti di adulto) per la terapia di una malattia.

6) Di fronte a questo enorme potere della tecnica, che è giunta alla possibilità della clonazione, che può impiantare e far crescere l’embrione nell’intestino di un individuo di sesso maschile, che può unire geneticamente l’uomo e l’animale – con gli inquinamenti biologici e le mutazioni che ne potranno derivare per tutta la specie umana -, bisogna cominciare a porsi questa domanda: ciò che è tecnicamente possibile è sempre moralmente ammissibile? Oggi è tecnicamente possibile la distruzione, mediante l’energia atomica, dell’intera umanità, è tecnicamente possibile l’inquinamento totale dell’aria e dell’acqua ma nessuno ritiene questo moralmente consentito.

Perché la coscienza ecologica, che si preoccupa dell’aria, dell’acqua, della vegetazione, degli animali, non dovrebbe estendere la sua preoccupazione anche all’uomo? Perché la diffidenza verso le manipolazioni innaturali non deve nascere anche quando è in gioco la vita umana nel suo big-bang iniziale, cioè nel suo riprodursi. Ogni intervento violento sulla natura si ripercuote negativamente sull’uomo stesso, sulle generazioni future: spesso un utile immediato può dare luogo ad una lunga catena di danni futuri. Una certa cultura, nata da un pensiero di tipo illuminista, assolutizza la volontà umana al punto da ritenere lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile, dimenticando la differenza che esiste fra la creatura e il Creatore.

 

L’uomo non ha sulla natura un potere illimitato e ogni autentico sviluppo umano nasce sempre da un’azione svolta in armonia con l’ordine naturale, da un intervento che tiene conto delle leggi della natura e delle sue finalità.

Se è vero che l’uomo è un essere capace di dominare la natura, è pur vero che la natura si lascia dominare solo conoscendone le leggi e applicandole.

Per esempio, l’uomo può volare solo se conosce le leggi del volo e le rispetta, altrimenti è destinato a un insuccesso violento; chi va contro la natura trova la natura contro di sé.

Il dominio dell’uomo sulla natura non è assoluto ma relativo, cioè non può andare oltre il limite costituito dalle finalità stesse dell’ordine naturale: gli equilibri ecologici, per esempio, rappresentano uno di questi limiti.

7) Un danno certo e inevitabile che nasce dall’uso indiscriminato e senza limiti delle tecniche riproduttive è proprio quello morale: l’uomo finisce col credersi onnipotente. La fecondazione in vitro, le manipolazioni genetiche, la clonazione finiscono per ledere i diritti dell’embrione e questo modifica gli atteggiamenti etici dell’uomo nei confronti degli altri uomini.

Il figlio ad ogni costo, mediante la tecnica e contro i diritti e la dignità del figlio stesso, trasforma il concepimento in produzione e più il figlio viene prodotto più vengono modificati, a lungo andare, gli atteggiamenti, le aspettative e i comportamenti dell’uomo nei confronti degli altri uomini: in questo modo si fa mercato della vita umana e si arrivano a legittimare presunti diritti dando vita a nuove forme di schiavitù, calpestando i diritti naturali di altri uomini.

8) CONSEGUENZE E FINALITA’ NATE DA UNA PRECISA SCELTA FILOSOFICA

Questo sconvolgimento morale e cioè comportamentale, verso cui il mondo si sta incamminando, era già stato previsto e auspicato nel 1979 dal ginecologo francese Pierre Simon nella sua opera – De la vie avant toute chose – Mazarine, Parigi 1979.

 

Pierre Simon è una figura autorevole di un pensiero di tipo illuminista: egli è stato per due volte gran maestro della Gran Loggia di Francia, fondatore del Club dei Giacobini, membro della direzione nazionale del partito radicale.

Simon parte dalla constatazione che sono in conflitto due concezioni antitetiche del mondo che nascono da due diverse fonti ispiratrici: il cristianesimo e la filosofia illuminista-massonica

Queste due fonti forniscono orizzonti diversi in cui inserire il lavoro della ragione, strade diverse lungo le quali il pensiero si muove giungendo ad opposte direzioni. Pierre Simon dice chiaramente:- (.) la massoneria è il mio modo di cogliere le cose di questo mondo e di collegarle. Essa è il contrappunto dei miei atti, il diapason delle mie riflessioni-.

La visione del mondo che nasce dal cristianesimo e dalle filosofie rispettose dell’ordine e delle leggi della natura, scrive Simon, considera sacro il principio della vita, mentre la visione illuminista ritiene superstiziosa l’essenza di tale sacralizzazione e feticistico il suo sviluppo.

Simon dice che per mezzo della tecnica l’uomo potrà creare una nuova natura umana perché la natura e la vita sono e devono essere considerate come una “”produzione umana””.

Simon scrive che, grazie allo sviluppo delle tecniche riproduttive tutta la concezione della famiglia sarà gradualmente eliminata: la sessualità verrà dissociata dalla procreazione e la procreazione verrà separata dalla paternità e dalla maternità.

Non ci saranno più genitori, dice Simon, ma solo amanti che saranno liberi dai legami di sangue, con bambini che circolano tra più padri e più madri e sarà la società tutta che diventerà il guardiano dell’harem e il responsabile della procreazione.

( Bruto Maria Bruti )

Selezionare i figli non garantisce che saranno sani

little-girlIl divieto di «diagnosi genetica preimpianto» (Dgp) è stato eliminato dalla legge 40/2004 che regolamenta la fecondazione artificiale.

Con la Dgp in Italia si tenta di selezionare gli embrioni ma la soluzione selettiva in realtà non è la più indicata, come spiega Maurizio Genuardi, direttore dell’Istituto di Genetica medica dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma.

    Come si effettua e cosa comporta la diagnosi genetica preimpianto?

La Dgp ricerca determinate anomalie genetiche e viene effettuata su embrioni ottenuti mediante fecondazione in vitro. Presuppone quindi sempre che la fecondazione avvenga tramite tecniche di procreazione medicalmente assistita. Si producono più embrioni contemporaneamente e ciascuno, una volta giunto allo stadio di 6-8 cellule, è esaminato tramite il prelievo di una cellula su cui viene effettuato il test genetico. Se l’embrione mostra di presentare un’alterazione viene scartato e si procede a testare quello successivo, fino a trovarne uno “sano” che viene impiantato in utero.

    Dopo aver progressivamente escluso tutti gli embrioni ritenuti “non validi”, l’unico prescelto sarà dunque certamente sano?

La Dgp è un pre-test che deve essere riconfermato successivamente. Questo perché l’esame condotto su una singola cellula ha un margine di errore maggiore rispetto ai test genetici ordinari condotti su un individuo già formato. Per questo la Dgp richiede poi un’ulteriore verifica successiva tramite villocentesi o amniocentesi sul feto. Ci sono casi ben descritti in letteratura in cui l’embrione impiantato ha mostrato un’alterazione non precedentemente rilevata. Inoltre, per diverse malattie genetiche si può individuare il difetto genetico, ma non ne conosciamo gli sviluppi. Per alcune gli esiti sono abbastanza prevedibili, per altre invece non c’è una chiara correlazione tra il tipo di alterazione e le conseguenze. Si rischia di eliminare un individuo in cui la malattia può avere sviluppi meno gravi del previsto.

    Il fulcro della discussione è l’estensione della diagnosi preimpianto alle coppie fertili. Se è lecito cercare tracce di una determinata patologia definita grave, chi propone una gerarchia delle malattie?

Già così è difficile fissare confini per malattie specifiche in cui la possibilità di manifestazione è estremamente variabile. Oggi è possibile diagnosticare malattie che possono insorgere solo dopo 40-50 o anche 60 anni e su cui comunque è possibile intervenire. Si può decidere di selezionare un bambino perché, forse, svilupperà una certa malattia dopo decenni di vita sana? Spezzo una lancia a favore dei genetisti: avendo più chiaro il quadro della situazione, e conoscendo la variabilità genetica umana, sono i meno propensi a consigliare l’opzione della diagnosi preimpianto. Noi non sappiamo ancora con esattezza come i geni interagiscano tra di loro e con l’ambiente, senza contare il ruolo del caso. Come si decide qual è il modello “normale”?

La malattia è vista come uno stigma e il malato come qualcuno da scartare: una mentalità sempre più diffusa che mira a “ripulire” dalle malattie eliminando il malato. Ma, si è visto per la talassemia divenuta malattia curabile, questa non è una vera soluzione…

Fin d’ora la proliferazione dei test genetici a livello di diagnosi prenatale produce miriadi di risultati di difficile decodificazione quando non sono prescritti e interpretati da esperti e che, per lo più, riguardano malattie che potrebbero sopravvenire solo in età adulta. È in preparazione un test genetico che consentirà di realizzare una carta d’identità genetica dell’embrione, uno screening su migliaia di malattie potenziali. In questo modo, anche se i genitori non presentano rischi genetici specifici, si avranno informazioni dettagliate sul genoma dei figli. A questo punto, chi non vorrebbe accedere alla provetta, pur non essendo infertile, per potersi avvalere di questi esami?

    Cosa dire a chi affronta una diagnosi di trasmissibilità di patologie genetiche ai figli?

Anzitutto ci sono diverse malattie per cui c’è una possibilità di cura o comunque di attenuazione delle conseguenze con una mirata terapia prenatale e precoce. E poi vorrei dire che si deve fare attenzione a giudicare la vita di un disabile con i nostri parametri di felicità: vivono la vita in maniera molto più serena di quanto si possa pensare.

Emanuela Vinai – Avvenire

Il ‘tempio’ dell’eterologa e i suoi mercanti.

fecondazione-eterologa-620x350“Il business dei figli venuti dal freddo”. È l’evocativo titolo dell’inchiesta condotta da Repubblica che ha tolto il velo all’esteso mercato che si cela dietro la pratica della fecondazione eterologa. Voraci aziende sono in trepidante attesa che anche l’Italia – dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha eliminato il divieto di eterologa alla legge 40 – spiani finalmente la strada ai fatturati derivanti dallo stoccaggio, dalla conservazione e dal trasporto di gameti.

Per avere un primo assaggio del tema, è necessario rivolgere l’attenzione oltreoceano. Il competente Journal of the American Medical Association ha pubblicato dei dati capaci di rendere bene l’idea del fenomeno: dal 2000 al 2010, negli Stati Uniti, sono aumentate del 70% le donne – per lo più ventenni – che vendono ovuli. L’offerta di questo esercito di rampanti affariste della bioetica fa gola alla domanda da parte di banche pronte a congelare e a rivendere.

Tra gli acquirenti, non solo aspiranti genitori, poiché ovociti e spermatozoi fanno gola anche alla ricerca scientifica che utilizza le staminali. “Conservare un campione di seme o di ovociti – si legge nell’inchiesta di Repubblica – vuol dire pagare dai 100 ai 500 euro l’anno, per anni”. Ne sanno qualcosa, negli Stati Uniti, la Apple e Facebook, aziende recentemente balzate agli onori delle cronache per aver proposto alle proprie dipendenti – assumendosi le ingenti spese – di congelare gli ovuli e rimandare la maternità per dedicarsi al lavoro.

E in Europa invece? Molti centri si affidano a piccole banche o a cosiddetti service. Josè Remohì, presidente della rete dei centri spagnoli Ivi, spiega che con 12 ovociti fecondati e trasferiti l’esito positivo della gravidanza è del 40%, ma con 30 si sale all’80%. Un bel giro d’affari, che rischia però d’incrinarsi laddove l’Italia dovesse “aprire” ufficialmente alla pratica, in quanto il 63% della domanda è di provenienza italiana. Motivo per cui centri come l’Ivi stanno valutando seriamente di aprire sedi nel nostro Paese.

Non molto tempo fa quelli che Repubblica chiama “i signori del gelo” si sono riuniti in un progetto, “una new company privata in uno spazio pubblico, l’Università di Roma a Tor Vergata”, concessionaria con Cryolab. Quest’ultima è l’unica struttura in Italia che ha finora ottenuto il nullaosta del ministero della Sanità per la qualificazione di trasporti di gameti. Come afferma sornione Francesco Zinno, direttore medico di Cryolab, “l’eterologa sicuramente prevedrà che ci sarà un andirivieni di campioni” di gameti, spermatozoi, ovociti e tessuto riproduttivo. “Andirivieni” che farebbe piovere parecchi soldi. Sempre dalle inchieste condotte negli Stati Uniti, risulta infatti che società come la Nordic Cryobank, specializzata per il liquido seminale, e la spagnola Ovobank richiedono circa 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasposto, 250euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo finisce così per toccare e superare i 7mila euro per una fecondazione in vitro con donazione.
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Perché non è possibile equiparare l’adozione all’eterologa?

La Corte Costituzionale, quando ha sentenziato la possibilita’ di utilizzare in Italia la pratica della fecondazione eterologa, ha motivato la sua decisione richiamando il principio della genitorialità adottiva, esistente sia nelle normative nazionali che in quelle internazionali. Come una madre e un padre possono diventare genitori adottivi di figli non nati dalla loro relazione coniugale, così un uomo e una donna possono diventare genitori di un figlio nato da gameti appartenenti a donatori esterni alla coppia.

Di questo parere non sono soltanto i giudici costituzionali, ma anche una buona parte della nostra società. E’ modo comune di pensare che la fecondazione eterologa sia equivalente all’adozione. In realtà questo non corrisponde al vero ed è doveroso contrabbattere questa tesi argomentando le notevoli differenze che esistono tra le due scelte genitoriali. Cercando di elencare le differenze, si arriva a comprendere che l’adozione è tutto altro rispetto alla fecondazione eterologa.

Un uomo e una donna, che scelgono la fecondazione eterologa, nutrono un grande desiderio di maternità e paternità carnale. Ritengono che si può definire figlio solo una creatura umana che viene portata nel proprio grembo.

Una famiglia adottiva concepisce la maternità e la paternità come un gesto di accoglienza di un bambino nato da qualche parte del mondo, appartenente a qualunque etnia, razza, cultura o nazione. Quel minore è loro figlio, non perchè generato dalle proprie viscere. E’ figlio perchè i genitori adottivi hanno deciso di accoglierlo e dedicargli tutta la loro vita, per educarlo ed accompagnarlo nella sua crescita umana e spirituale.

Le differenze sostanziali riguardano l’identità del figlio: per i genitori che scelgono l’eterologa il figlio deve avere necessariamente i caratteri somatici il più possibile vicini ai propri. In alcuni paesi stranieri dove viene praticata l’eterologa (non sappiamo ancora cosa avverrà in Italia) è possibile scegliere i gameti in modo da avere tratti del volto simili a quelli dei genitori. Avviene, in forma velata, quello che comunemente viene chiamata la selezione della specie.

La forza dell’amore dei genitori adottanti supera l’aspetto esteriore e cerca di cogliere l’interiorità di un bambino o di un adolescente che cerca disperatamente di essere guidato, sostenuto e confortato nel cammino della vita.

Un’altra differenza sostanziale è l’età del minore. Un padre e una madre adottiva, quando si rendono disponibili all’accoglienza, sono consapevoli che si perderanno anni di vita del loro figlio, che potrà arrivare con età prescolare, scolare o adirittura adolescente. Per i genitori che scelgono l’eterologa questo è inconcepibile, perchè il figlio è non solo colui che si è portato nel grembo, ma è soprattutto colui che si è preso in braccia appena nato, è colui al quale si sono cambiati i pannolini, ed è colui che viene cullato tra le braccie i primi giorni di vita.

Aprire le braccia ad un adolescente o ad un bambino in età prescolare o scolare, come fanno i genitori adottivi, viene considerato da alcuni un gesto irrazionale e innaturale. Un papà e una mamma adottiva, quando stringono tra le braccia il loro figlio, lo hanno da tempo già accolto nel loro cuore, anche senza conoscere il suo volto, perchè lo hanno già concepito nell’attesa della gestazione adottiva.

Il suo volto non è immaginabile, perchè sconosciuto è il suo paese di provvenienza ed ignota è l’età che avrà quando lo vedranno per la prima volta. Il figlio nato dai genitori adottivi non è stato generato da una comunione carnale, ma da un desiderio spirituale che rende carnale il frutto del loro desiderio.

I genitori che scelgono l’eterologa non desiderano rinunziare nel dare alla luce il loro figlio, anche se in realtà il figlio non è totalmente loro. Il bambino è nato da gameti estranei alla coppia. Per questa ragione la genitorialità eterologa possiamo definirla come un sottoinsieme della genitorialità biologica.

Alcune domande possono aiutare a comprendere questa parzialità. E’ giusto parlare di maternità biologica quando è avvenuta una implantologia embrionale con gameti esterni alla coppia? Si può chiamare maternità biologica se si vive solo la gestazione embrionale? E’ corretto usare la parola maternità e paternità biologica quando il patrimonio genetico non è esclusivo del padre e della madre gestante? Qual’è il ruolo della paternità biologica di un uomo che acconsente alla sua compagna di utilzzare gli spermatozooi di un altro uomo?

Si potrebbero fare tante altre differenze tra l’adozione e la fecondazione eterologa, ma è molto superficiale equiparare l’estraneità dei gameti (caratteristica della fecondazione eterologa) con l’accoglienza di un bambino abbandonato, nato da genitori biologici (caratteristica dell’adozione).

Quello che interessa è che ci sia qualcuno che si prenda cura dei bambini abbandonati. E allora perchè giocare con gli embrioni, quando ci sono tanti bambini abbaondonati in ogni parte del mondo che chiedono solo di essere accolti ed amati?

La mancanza di un figlio per un marito e una moglie diventa lo spazio vuoto da destinare ai bambini abbandonati. Questo è il senso più profondo della storia di un marito e di una maglie che non hanno avuto il dono di avere figli biologici.

La prossimità al dolore di un bambino, lasciato senza custodia materna e paterna, diventa il rimedio alla sofferenza della sterilità dei genitori adottivi. L’adozione compie il miracolo di avvicinare due piaghe e guarirle con il rimedio dell’accoglienza reciproca. Come i genitori che si aprano alla vita sono chiamati ad accogliere i figli che Dio vorrà loro donare, così i genitori che si scoprono sterili biologicamente sono chiamati a vivere la fecondità spirituale, accogliendo i loro figli già nati in qualche parte del mondo.
Giuliano Guzzo

Maternita’ surrogata ultima frontiera dello sfruttamento

surrogataUna nuova forma di tratta che ancora una volta offende la dignità umana. Una vera e propria “industria” in espansione in tutto il mondo, che sfrutta a fini riproduttivi donne povere e vulnerabili. È la maternità surrogata – Surrogate Motherhood (Surrogacy) in inglese e Gestation pour autrui (Gpa) in francese – le cui vittime non sono solo le “madri per conto terzi”, ma anche i bambini nati tramite la procedura.
Il fenomeno è in aumento in otto Stati Usa (soprattutto in California), India, Thailandia (anche se qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che la vieta agli stranieri), Ucraina, Russia. Non esiste ancora una sua regolamentazione a livello europeo e/o internazionale. Per questo il Gruppo di lavoro sull’etica nella ricerca e nella cura della salute della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) ha predisposto un parere che valuta la maternità surrogata dal punto di vista etico e riflette sulle sue ripercussioni giuridiche, sostenendo la necessità di regole a livello europeo e internazionale. Il documento è stato presentato questo pomeriggio a Bruxelles da p. Patrick Verspieren (Centre Sèvres), nel corso della conferenza “Surrogacy and human dignity”, co-organizzata al Parlamento europeo dalla Comece e dal Gruppo di lavoro del Ppe sulla bioetica e la dignità umana, guidato dall’europarlamentare Miroslav Mikolasikb.Grave attentato alla dignità umana. La maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana”, affermano senza mezzi termini gli esperti della Comece nel parere intitolato “Avis sur la gestation pour autrui. La question de sa regulation au niveau européen ou international”. Il testo premette che gli Stati membri Ue riprovano ogni forma “commerciale” di gestazione per conto terzi, ma non esiste una regolamentazione comune. Secondo uno studio comparativo dell’Europarlamento, il Regno unito ammette un compenso “ragionevole” di 4mila-5mila euro alla madre surrogata. Degli altri 25 Paesi (lo studio è del maggio 2013 e precede di due mesi l’ingresso della Croazia), sette vietano completamente la Gpa, sei la proibiscono parzialmente, dodici non dispongono di alcuna normativa. “Diversi giudici – si legge nel parere – riescono tuttavia a trovare accorgimenti giuridici (International Surrogacy Arrangements) che garantiscano al bambino nato con la Gpa commerciale l’affiliazione ai cosiddetti “’aspiranti genitori’”.
Eppure, secondo la Comece, “per la strumentalizzazione del corpo della ‘mère porteuse’, l’intrusione nella sua vita personale, la negazione delle relazioni intrauterine tra la donna incinta e il bambino che essa ha in sé, lo sfruttamento delle donne vulnerabili e più povere” a favore di coppie o di singles ricchi, la maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana” e di cui sono vittime le madri surrogate ma anche i neonati, considerati come “prodotti”. Una “reificazione del bambino” che “contraddice l’affermazione della dignità umana, chiave di volta della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e viola ‘il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro’” (art.3). Non esiste un “diritto al figlio”, e va considerata seriamente la questione dello status giuridico dei bambini nati nell’ambito degli International Surrogacy Arrangements. Spesso, al rientro nel Paese di residenza, soprattutto se al suo interno vige il divieto di Gpa, gli “aspiranti genitori” non vengono riconosciuti come genitori legali del bambino.
Un accordo possibile. Diversi rapporti commissionati dal Parlamento europeo chiedono di stabilire “norme comuni di diritto internazionale”, si legge ancora nel parere, di instaurare all’interno dell’Ue un “riconoscimento reciproco delle sentenze” in materia di affiliazione legale e, in prospettiva, l’elaborazione di una convenzione internazionale. Da tenere in conto anche la riflessione della Conferenza de L’Aia di diritto internazionale privato (aprile 2014). Il dibattito “non può limitarsi al fatto compiuto del mercato della ‘maternità surrogata’ e del correlato sviluppo del ‘turismo procreativo’”. Gli Stati Ue ritengono “inaccettabile” la commercializzazione del corpo della donna e del bambino e, “di conseguenza”, la Gpa. Su questo punto, per la Comece, “un accordo sembra dunque possibile”. La ricerca di regole comuni e di prassi giudiziarie analoghe “potrebbe iniziare con una rigorosa applicazione” di questo principio, e quindi “con la valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita, o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie dei paesi di nascita, in caso di versamento di compensi diversi dal mero rimborso delle spese effettivamente sostenute dalla madre surrogata”. La questione cruciale, concludono gli estensori del testo, è “sapere se vogliamo istituire una società in cui i bambini siano fabbricati e venduti come prodotti”, con le conseguenze umane, giuridiche e sociali che ne derivano.

Quanto e’ moderno essere mamma?

ritratto-bambino-1Avevo promesso a me stessa che mi sarei completamente disinteressata delle celebrazioni per l’otto marzo, perché secondo me, oggi, qui, in Occidente, per come sono concepite hanno la stessa pregnanza di una danza della pioggia in Irlanda. Sono vecchie, obsolete, ma soprattutto strabiche.

Avete visto la schermata di Google, verosimilmente il sito più cliccato al mondo, per il giorno x? (8 marzo ndr)  Donne in tutte le salse – astronauti (ma che fantasia, guarda, non lo avrei mai detto), chimici, cuochi, magistrati, atleti, insegnanti e via dicendo, in quattordici versioni diverse – ma neanche una, dico, neanche una su quattordici in versione mamma. Ditemi voi se non c’è qualcosa di perverso, di intenzionale, di mirato.

Lo stesso dicasi per tutte le celebrazioni analoghe in varie sedi istituzionali. Donne imprenditori, donne in politica, tutte a riempirsi la bocca di parole come diritti e differenza, ma qual è la differenza principale se non la maternità, la capacità di generare vita? Hanno presente, gli organizzatori di tutte le manifestazioni, che siamo il paese che fa meno figli al mondo?

Perché continuano a parlare solo, e sottolineo solo, di tutto ciò che può allontanare le donne dalla maternità, esaltandolo come una conquista, e non parlano mai di quello che può incoraggiare le donne a buttarsi nell’avventura di fare figli, se possibile presto, se possibile non uno solo? Perché tra la donna soldato, quella astronauta, quella imprenditore, perché cavolo non è stata invitata una che fa molto la mamma?

Ho un sacco di amiche mamme multiple molto più audaci e toste e coraggiose e apripista di quelle che ci propongono come modello. Invece il tasso di natalità tra le donne che in molte sedi – purtroppo anche in quelle dove non ti aspetteresti – ci vengono presentate come esemplari è da estinzione nel giro di qualche decennio.

Ora, non vorrei essere fraintesa. Non dico che non sia un bello che le donne abbiano la possibilità di fare tutte quelle belle cose, se veramente lo desiderano. Credo che tutte noi siamo molto grate alle donne che hanno combattuto per conquistarci la libertà di scegliere, perché la libertà è la condizione minima necessaria, è il presupposto di qualsiasi altro discorso sulla donna, e sull’uomo come anthropos in generale. Grazie. Però adesso basta.

Ho chiesto alle mie figlie “ma secondo voi una donna può fare tutto? L’astronauta? L’ingegnere?” mi hanno guardata con condiscendenza, forse con compassione pure. Direi come se avessi chiesto “ma secondo voi una mucca può fare il latte?” Io credo che per le future donne, e anche per le attuali giovani donne certi discorsi puzzino di muffa. Le conquiste sono incamerate, andiamo avanti.

Ciò nondimeno, si continuano a fare quei discorsi spingendo sempre sull’acceleratore dell’affermazione femminile, come se questa passasse necessariamente per la negazione della maternità, e io sono certa che sia per un preciso disegno culturale: allontanare le donne dal ruolo materno e, nel caso abbiano figli (succede), invitarle a delegarne l’educazione ad agenzie esterne, non alla famiglia, che non è abbastanza controllabile.

Quali lobby economiche, quali disegni politici ci siano è sinceramente un’analisi superiore alle mie forze, soprattutto alla fine di una giornata come questa, ma più che altro non mi interessa.

Mi sembra invece molto più interessante, in negativo, il fatto che le donne contemporanee siano parecchio inquiete e infelici, e non lo dice qualche Pontificio Consiglio, ma studi e ricerche laicissimi tipo l’American Economic Journal e molti altri citati per esempio da Danielle Crittenden, in Why Happiness Eludes Modern Woman.

A me lo dice la semplice osservazione della realtà. Va bene, siamo libere di fare tutto, siamo anche bravissime a farlo. Possiamo avere una vita sessuale soddisfacente senza essere vittime di condanna sociale, e anche senza il rischio di avere bambini indesiderati, grazie alla rivoluzione sessuale e alla contraccezione. Se i bambini arrivano per sbaglio possiamo liberarcene, e anche se non ne siamo sicure, che un bambino sia arrivato, ma lo sospettiamo solamente, basta una bombetta di ormoni uno o cinque giorni dopo. Possiamo studiare e superare i maschi in tutti i campi. Ci hanno detto di realizzarci, e poi di pensare ai figli. Se non arrivano c’è sempre il piano B, la PMA, e pazienza se costa tantissimo e ha pochissime possibilità di riuscita, e gravi rischi per la salute a breve e a lungo termine.

Ma questo ci ha rese più felici? Non mi sembra, anzi. Io sono circondata di donne sole e alquanto disperate. Donne che non riescono a tenere tutto insieme, e anche se hanno figli e lavori splendidi e gratificanti e ben pagati a un certo punto della loro vita cominciano a chiedersi se vale la pena di correre come matte, e lasciar morire le nonne da sole, o sbattersi come trottole nei tre mesi estivi mendicando ospitalità per i bambini, o ancora perdersi primi passi, prime parole, primi amori dei figli.

Ogni tanto leggo i giornali femminili (un po’ noiosetti per me, tranne le pagine beauty, sono drogata di creme) e mi intenerisco a leggere le storie di donne che si raccontano balle per non ammettere che le loro vite sono terremotate, alluvionate, desertificate, perché non hanno investito abbastanza sulla famiglia, sui figli, e si raccontano che troveranno in se stesse e nel loro progetto – un negozio bio, una galleria di arte, una piccola attività di artigianato – la forza per andare avanti.

Mi si stringe il cuore, perché io sono certa che solo aprirsi alla possibilità di dare la vita o di accoglierla in altri modi se non arriva, solo fare spazio veramente, lasciarsi mangiare da qualcun altro i sogni e i progetti, solo questo rende una donna veramente felice. Di certo non sono le quote rosa a riempire il cuore.
Costanza Miriano – La Croce Quotidiano

Le sfide del generare la Vita

morte-o-vitaSosteneva Erik Erikson: il generare si esprime primariamente nel desiderio di procreare e di prendersi cura dei propri nati, per trasmettere loro il proprio patrimonio genetico e valoriale. Oggi la questione non sembra più porsi in questi termini: il bisogno di cose essenziali, come la famiglia ed i figli, viene spesso sostituito dalla necessità di possedere beni effimeri e luccicanti, in una ricerca di libertà aperta a tutti, senza esclusioni, purché sia orientata alla pratica consumistica. Vedi, ad esempio, i numerosi metodi contraccettivi proposti dall’industria farmaceutica per il controllo delle nascite, che hanno come effetto quello di alimentare la deresponsabilità verso se stessi, il proprio corpo e la funzione generativa.

Accanto al desiderio di un figlio, da tempo si sta facendo sempre più spazio nella società una cultura di scarso interesse e di diffidenza verso la vita. Si partorisce sempre più tardi, in media attorno ai 32 anni ed il 10% dei bambini viene alla luce da madri che hanno superato la quarantina. In alcuni casi la gravidanza non solo non viene desiderata, ma viene rifiutata o abortita: più che come opportunità il bambino o bambina vengono considerati in prospettiva negativa, un ostacolo per gli studi o la carriera, un peso insuperabile a causa della presenza di altri figli e persone a carico. A partire dagli anni ‘90, in un’epoca del pieno sviluppo economico e sociale, ha preso piede nei paesi anglosassoni il movimento “Child-free”, formato da coppie consapevoli e determinate a non avere niente a che fare con i figli, in quanto ritenuti un inutile fardello, capace di minare la qualità dell’esistenza.

Dice Corinne Maier: I bambini sembrano fatti apposta per impedirvi di godere delle gioie della vita. Si ammalerà quando avete deciso di uscire a divertirvi e vi romperà le uova il giorno del compleanno , quando sapevate di festeggiare con gli amici. E poi si domanda: Perché ammazzarsi di fatica per un futuro incerto? Ciò ci aiuta a comprendere che, come disse Papa Benedetto XVI: la vecchiezza del mondo e il vuoto delle culle derivano da ‘un deficit di amore’. Il figlio viene sempre più considerato un diritto, più che essere vissuto come un dono. Un diritto da realizzare ad ogni costo, con qualsiasi metodo (lecito o illecito), in Italia o all’estero: fecondazione eterologa, utero in affitto o altro. Questo anche grazie ai mezzi messi a disposizione dalla medicina moderna, come la PMA (procreazione medicalmente assistita).

Si conosce ancora poco sulle implicazioni dell’esperienza del concepimento nell’individuo, anche se non è difficile ipotizzare che questo evento abbia conseguenze importati sull’organizzazione della struttura genomica e sul progetto di vita. Oggi la persona viene sempre più considerata, specialmente all’inizio e alla fine della vita, come oggetto e non come soggetto di esperienza. Inoltre, durante la gravidanza, la paura della perdita e della conseguente sofferenza che questa procura, favorisce nei genitori un atteggiamento distaccato verso il nascituro, quasi come non esistesse. Distacco che può prolungarsi nel corso di tutta la gravidanza e purtroppo anche oltre. Sono ancora molto pochi i genitori che riescono a comprendere il valore della gestazione nella vita dell’uomo, e la nostra società non fa molto affinché questo cambi, anche perché sta vivendo un profondo periodo di decadenza.

La gestazione è da considerarsi a ragione la più importante della vita: in essa vengono poste le basi psichiche e fisiche per la formazione dell’essere umano condizionando a cascata l’andamento di tutte le fasi successive della vita, come insegna la moderna epigenetica. La scarsa consapevolezza che i genitori ancora hanno verso questo delicato momento accresce in loro la difficoltà ad entrare da subito in contatto con il figlio: così il piccolo viene spesso vissuto più come un estraneo che come una parte importante di sé. Inutile dire che questo comporta profonde ripercussioni nella relazione e nella comunicazione, e ciò rende più difficoltoso sia il parto che l’allattamento. Questo insieme di considerazioni aiuta a comprendere quanto sia stretto il legame tra il generare e l’educare e tra l’atto generativo e la relazione educativa. In generale, il parto viene visto da molti come un inutile dolore da evitare, e non come momento fondamentale d’incontro nella triade tra madre, padre e figlio. Tale visione impedisce ai genitori di diventare pienamente consapevoli delle loro risorse, ma anche delle loro capacità e potenzialità, necessarie per costruire con il figlio, fin dall’inizio, una relazione fondata su intesa e collaborazione.

Da tempo la ricerca scientifica ha dimostrato che il bambino non ancora nato è un essere attivo, competente e dotato di una propria capacità di relazione e di una propria intenzionalità. Spesso si osservano problemi di attaccamento genitore/figlio (sia prima che dopo la nascita) rilevabili attraverso l’auto-somministrazione di semplici questionari, per evitare che le possibili conseguenze negative perdurino per l’intera esistenza. Molte patologie, disturbi psichici e comportamenti devianti, si possono comprendere facilmente se si prende in considerazione nell’individuo anche questa parte della vita, oggi inopportunamente oscurata. Sul piano della relazione educativa ci si dimentica che il senso profondo dell’educazione, dell’educere, del tirar fuori, può emergere solo se viene considerata l’essenza vitale che alberga nell’animo del bambino e nella profondità di ogni essere umano, nel centro della sua coscienza, nel vuoto del silenzio, lontano da ogni richiamo della materia: questa è la vera essenza, l’unica capace di aprire gli spazi al futuro, dare il senso della prospettiva e il richiamo della gioia per il domani.

Nei fatti il bambino è considerato ancora un vaso vuoto da riempire e non un mondo misterioso da scoprire, conoscere e sviluppare. Egli avrebbe bisogno, da subito, di relazioni importanti e significative fondate non sul controllo esteriore, ma sull’intesa e comprensione interiore. Questo al posto di un mondo preconfezionato dentro programmi più o meno appiattiti e comunque distanti dalla sua persona, dal suo progetto di vita e dalla mission, il motivo per il quale sta vivendo ora, in questo mondo. A questo si somma il fatto che oggi il bambino si trova a vivere all’interno di nuclei familiari molto ristretti, con uno o due figli, in un mondo di adulti spesso molto lontano dal proprio, e questo rischia di mettere in discussione la qualità della sua esistenza. Affinché ciò non avvenga è necessario recuperare il valore del rispetto, dell’accettazione e della valorizzazione della persona umana, fin dal concepimento, essendo questi i fondamenti di ogni vera forma di educazione.

Il bambino, anche grazie alla sua grande capacità di adattamento, impara a vivere soprattutto nel mondo degli adulti che ha di fronte e che percepisce come un modello ideale di riferimento. Solo se si permette a sé stessi e all’altro di vivere la relazione nella coerenza e di cogliere il senso dell’autenticità dell’esperienza, si ha la possibilità di superare ogni barriera e di realizzare l’incontro, facendo evaporare ogni forma di isolamento e di distacco, per riconoscerci protagonisti di un comune destino. Come si afferma nel documento della CEI, in occasione della giornata per la vita: La società tutta è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere, ma anche quale tipo di famiglia intende favorire, quale ruolo intende assegnare al padre e alla madre e quale educazione intende sostenere nei confronti delle nuove generazioni. Questo con la consapevolezza di avere di fronte una società poco recettiva, se non addirittura sorda e insensibile.

A tal proposito afferma Thomas Verny: Come dimostra la ricerca storica e incrociata, il modo in cui la società risponde alle esigenze umane ed educative ha ben poco a che fare con l’istinto materno, con gli ormoni o con l’assoluta e oggettiva verità di ciò che sia meglio per i figli o per il loro sviluppo. In ogni caso non dobbiamo mai dimenticare che il bambino rappresenta la vera religione, che è in sostanza preghiera vivente, fonte di grazia: un miracolo perenne dell’alleanza tra il cielo e la terra, il quale continuamente ci ripete con il linguaggio della natura che, come dice il poeta Tagore: Dio non si è ancora stancato degli uomini.

*Gino Soldera è presidente dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale (Anpep) e Presidente del Movimento per la Vita “Dario Casadei” di Conegliano in provincia di Treviso.