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Figli di 6 genitori, con lʼutero in affitto si puo’ (triste)

Tre aspiranti genitori legali, ma sei biologici – tre padri anche biologici, tre donatrici di ovociti di cui due anche madri surrogate – per almeno tre futuri bambini, il tutto condito con tanto amore perché #loveislove, come cinguettava felice Obama quando la Corte Suprema americana ha sdoganato il matrimonio omosessuale.
Anche secondo il canadese Adam Grant l’amore è l’amore e «dovrebbe essere moltiplicato e non diviso. Non importa se in una relazione a tre o a quattro». E proprio per questo ha divorziato da Shayne Curran (uomo pure lui), dopo un anno di matrimonio: l’ha fatto per restarci insieme ma estendendo la relazione anche a un terzo uomo, Sebastian Tran.
Adam e Shayne non volevano che Sebastian, incontrato in un night club e con cui subito è nato un grande amore comune, «si sentisse la ruota di scorta nella nostra relazione. Così abbiamo deciso di divorziare per poter rinnovare il nostro impegno fra tutti e tre», in modo eguale. I media che hanno raccontato la storia si sono dilungati con dovizia di particolari sulle dinamiche e sulla normale quotidianità “familiare” del terzetto, che ormai convive da più di tre anni.
Un poliamore che sarebbe una faccenda privata riguardante solo i diretti interessati – sempre che sia tutto vero, e non una trovata pubblicitaria – se non fosse per un paio di “particolari”. Il primo è che secondo alcuni avvocati consultati dal trio, e nonostante il matrimonio a tre non sia legale in Canada, producendo opportuna documentazione sarebbe possibile garantire «che siamo tutti egualmente legati e obbligati l’uno con l’altro agli occhi della legge».
Il secondo è la loro intenzione di avere figli: pur non essendo contrari all’adozione, dicono, «vogliamo mischiare i geni in modo che i nostri bambini siano il più possibile legati a noi». Le due sorelle di Shayne si sarebbero già dichiarate disponibili per fare da madri surrogate – «stanno già discutendo su chi delle due porterà il nostro bambino per prima, mi sento molto fortunato», rivela Shayne – e, insieme alla sorella di Sebastian, tutte e tre donerebbero i propri ovociti «per tenere tutto in famiglia».
Una storia che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata un pessimo copione per una commedia di quart’ordine, adesso, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere considerata come una provocazione, ma nessuno è in grado di escludere che tutto ciò si possa realmente concretizzare. Nel Nuovo Mondo nato dalla rivoluzione antropologica ogni singolo aspetto della storia appena raccontata è diventato plausibile. Innanzitutto: quel che conta – ci dicono – è l’amore, e se si è in tre a condividerlo non si capisce perché uno dei soggetti debba esserne escluso.
E poi: i sentimenti e le percezioni personali devono essere riconosciuti pubblicamente dalla legge. In questo caso nella forma più simile possibile a un matrimonio, estendendo a tre quel che vale per due. E ancora: i figli “del sangue”, cioè in qualche modo geneticamente legati a sé, sono l’ovvia conseguenza e la legittimazione definitiva dell’amore reciproco. Infine: i figli non hanno bisogno del padre e della madre, ma di qualcuno che li desideri fortemente e sia disposto a prendersene la responsabilità. In fondo sono le stesse motivazioni di chi sostiene i matrimoni fra due persone dello stesso sesso, in questo caso estese a una in più.
Diventerebbe quindi essenziale l’accesso all’utero in affitto per rendere possibile qualsiasi combinazione di filiazione e genitorialità. Anche l’idea di fecondazione eterologa diventa superata, lasciando spazio a una generica e più ampia “donazione” di ovociti: in questo caso non esiste una coppia uomo-donna che accede a gameti “esterni”, ma si tratta di una vera e propria “riproduzione collaborativa”, dove ognuno contribuisce come può.
D’altra parte la co-genitorialità a tre non è una novità. Per esempio, nel suo recente libro Fine della maternità Eugenia Roccella dà notizia di altri casi, riportando anche l’incipit di un sito dedicato: «Le cose stanno definitivamente cambiando e stanno evolvendo negli Stati Uniti. Piano piano le decisioni delle Corti stanno modificando le leggi, e in alcuni Stati ora è legale avere fino a tre genitori per un bambino». Bambino dei cui diritti nessuno, finora, sembra preoccuparsi.
Assuntina Morresi – Avvenire

La poligamia? No grazie

Quando aveva dieci anni, Lola Shoneyin vide su un giornale la foto di un noto personaggio locale circondato dalle sue tre mogli: portavano lo stesso nastro nei capelli, gli stessi merletti, lo stesso sorriso. Fantastico, pensò, se lei e le sue amiche si fossero sposate con il medesimo uomo. Sarebbero andate a fare compere tutte assieme, al ristorante sempre insieme, si sarebbero vestite con abiti uguali, come sorelle. Espose la sua teoria a sua madre, che non reagì con l’atteso entusiasmo: «sembrano felici, in realtà sono tristi e acide».

Qualche anno dopo si accorse che i suoi genitori scoraggiavano i fratelli più grandi ad uscire con ragazze provenienti da famiglie poligame (mentre, a differenza di molti altri nigeriani, non avevano nessuna preclusione sull’etnia). Ribellandosi quantomeno all’ingiustizia di vedere giudicate delle donne in base alle scelte dei padri, Lola protestò. Sua madre rispose che i figli cresciuti in famiglie poligame erano spesso educati a essere infidi e ambigui. Lei stessa aveva condiviso il padre con fratellastri nati da cinque mogli. (SCHEDA COSE’ IL MATRIMONIO)

Un quarto di secolo dopo è proprio alla descrizione dei rapporti che si instaurano in una famiglia poligama – al cui interno vive il 30 per cento delle donne nigeriane – che la poetessa di Ibadan ha dedicato il suo primo romanzo: Prudenti come serpenti (traduzione di Ilaria Tarasconi, 66thand2nd, Roma, pagg.256, euro 16), finalista all’Orange prize. Una commedia umana polifonica dove quattro mogli raccontano in prima persona una faida senza esclusione di colpi. Donne con educazione, cultura, religione e provenienza sociale differente, angeliche agli occhi del marito, ricorrono a ogni tipo di espediente per assicurarsi il favore del facoltoso poligamo e garantire il più possibile a se stesse e alla loro progenie. Una lotta all’ultimo sangue che assorbe energie, sperpera ricchezze, abbrutisce le persone mettendo a repentaglio la vita dei più deboli.

Prudenti come serpenti pare una metafora della Nigeria odierna, resa ricca dal petrolio, ma incapace di fare tesoro di questa ricchezza, devastata com’è da corruzione e lotte fratricide tra culti, culture ed etnie differenti. «Sì, sotto molti aspetti è una metafora del mio paese – afferma la scrittrice 38enne –. Spesso m’interrogo sulla cacofonia che esiste in uno stato dove si parlano più di duecento lingue. C’è un’opprimente sensazione di sfiducia e sospetto. Ci fu una guerra civile 40 anni fa, più di un milione di persone morirono. Molti covano ancora l’amarezza di quell’ingiustizia e in alcune regioni credono di essere destinati a guidare il paese. Anche con l’alfabetizzazione, c’è sempre un abisso tra chi è istruito e chi crede che la sopravvivenza dipenda soprattutto dalla furbizia. Con tutto questo rumore di fondo, coloro che hanno il potere parlano di un’unità nazionale che non esiste, che è impossibile!».

«Ho sofferto troppo nella mia vita per permettere a quella specie di ratto di rovinare tutto. È laureata, e allora? Quando ci ritroveremo dinanzi a Dio nell’ultimo giorno, ci chiederà se siamo andati all’università? No! Ma vorrà sapere se siamo stati prudenti come serpenti, perché è così che la Bibbia ci chiede di essere» sentenzia una delle spietate mogli del poligamo. Nel romanzo, come nella realtà, soldi, privilegi, istruzione, provenienza etnica, religione, genere dividono i nigeriani. «La corruzione e il petrolio hanno dato a persone immeritevoli accesso a molto denaro. È chiaro a tutti che non è stato guadagnato onestamente, e questo ha cambiato l’attitudine delle persone verso il duro lavoro e i risultati costruttivi.

Troppa gente oggi vuole arricchirsi facilmente» spiega la scrittrice che alla domanda se quello religioso sia un conflitto reale o creato ad arte per manipolare la popolazione risponde «La tensione religiosa è stata alimentata sia dai potenti sia dagli estremisti. Per esempio, almeno un terzo della mia famiglia è musulmano. Mio nonno lo era, finché non si è convertito al cristianesimo negli anni 40.

Questa è la storia di molti nigeriani del Sud Ovest e del Nord. La differenza di religione solo raramente è stata causa di conflitto nelle famiglie, ancora meno nelle comunità. Ma con la schiacciante povertà e disoccupazione che attanaglia il paese, politici potenti fanno il lavaggio del cervello a giovani uomini e donne e li trasformano in fanatici. Queste persone vulnerabili sono strumenti per destabilizzare il governo e instillare la paura nella gente». Lola Shoneyin ha sposato il figlio del premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka che continua a denunciare i pericoli del fanatismo religioso, proponendo una sorta di nuovo umanesimo centrato sul riconoscimento della dignità del corpo umano e sul rispetto della scelta individuale.

Poligamia: la lezione dei paesi islamici

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“La poligamia e’ vietata. Chiunque sia legato in matrimonio e ne abbia contratto un secondo prima della dissoluzione del precedente sarà passibile di incarcerazione per un anno e di un’ammenda pari a 240.000 franchi oppure di una sola delle suddette pene anche nel caso in cui il nuovo matrimonio non sia stato contratto in maniera conforme alla legge. Qualora in Italia si dovesse promulgare una simile legge, rivolta alla popolazione proveniente dal mondo musulmano, si griderebbe al razzismo e all’islamofobia, alla mancanza di rispetto della cultura e della religione altrui. Ebbene, quello  appena citato è l’articolo 18 del Libro primo dedicato al matrimonio del Codice dello statuto personale tunisino entrato in vigore nel lontano 13 agosto 1956. Un documento questo che si apre con la classica eulogia islamica al-hamdu li-llah, Sia ringraziato Iddio, nonostante l’estrema laicità del documento stesso e del governo di Habib Bourguiba che lo ha emesso. A conferma che si può emanare una legge laica senza contraddire l’islam. E’ interessante analizzare rapidamente il testo dell’articolo 18.In primis si vieta la poligamia che viene perseguita sia con il carcere sia con un’ammenda. Ma non solo, ci si premura a sottolineare che di poligamia si tratta anche qualora il secondo matrimonio venga contratto in maniera non conforme alla legge. Il che equivale a dire qualora si tratti di quello che viene solitamente definito un matrimonio ‘urfi , una promessa innanzi a Dio recitata dai due sposi”, ma con nessun valore legale.

Questo tipo di matrimonio è quello che viene celebrato anche in alcune moschee italiane e non è perseguito in quanto non registrato allo stato civile. Ebbene, in Tunisia lo è da ormai mezzo secolo. Il Codice dello statuto personale tunisino è riuscito a trasformare l’idea di famiglia intesa come un’entità che ruotava intorno a legami per via maschile nell’idea di famiglia intesa come unità coniugale all’interno della quale i legami tra i coniugi, tra genitori e figli svolgevano un ruolo fondamentale. Inoltre conferì alle donne maggiori diritti. Il Codice non solo abolì la poligamia, ma eliminò il diritto del marito al ripudio della moglie, concedendo alle donne la possibilità di richiedere il divorzio e aumentò i diritti di custodia dei figli alle donne.

Tutto questo, ribadisco, mezzo secolo fa. E senza che nessun movimento femminista ne facesse richiesta. Per Habib Bourguiba l’emancipazione della donna rappresentava il punto di partenza, la conditio sine qua non, per l’emancipazione della società tunisina. Anche in Turchia, con il Codice del 1926, che ha sostituito il sistema ottomano, sono stati vietati sia la poligamia sia il ripudio unilaterale. L’unica differenza tra il Codice tunisino e quello turco risiede nel fatto che il primo si pone in continuità con la legge islamica, fornendone una nuova interpretazione, mentre il secondo nasce all’insegna della laicità più totale.

Non va nascosto che gli esempi tunisino e turco sono delle eccezioni. Tuttavia si osserva all’interno di tutto il mondo musulmano, dal Marocco all’Indonesia, a una volontà a migliorare e a tutelare la condizione della donna. Il Marocco, un paese in cui il re è diretto discendente del Profeta Maometto ed ha il titolo di principe dei credenti”, a partire dal febbraio 2004, con la nuova riforma della Mudawana, ovvero il Codice di famiglia, ha migliorato notevolmente la condizione della donna marocchina. Il 10 dicembre 2003 re Mohammed VI aveva dichiarato a proposito: Si tratta della famiglia e della promozione della condizione della donna.

Come si può sperare di assicurare progresso e prosperità a una società quando le sue donne, che ne costituiscono la metà, vedono negati i loro diritti e subiscono ingiustizie, violenza e marginalizzazione, a scapito del diritto alla dignità e all’equità che conferisce loro la nostra sacra religione?” La poligamia nel Codice marocchino riformato viene limitata a casi eccezionali, previo consenso della prima moglie che può però escludere questa eventualità esplicitandolo nel contratto di matrimonio. Inoltre, come spiega il sovrano nel suo discorso, la famiglia viene posta sotto la responsabilità congiunta dei due coniugi.

In Egitto, dove la sharia è ancora la fonte principale della legge e dove l’elemento integralista islamico è all’interno del parlamento, la first lady Suzanne Mubarak in un’intervista rilasciata il 3 dicembre 2006 ha affermato: Non credo che in Egitto si possa vietare la poligamia per legge. Forse in Tunisia le circostanze erano diverse, poiché lì le correnti e il pensiero islamista erano inesistenti.

La Tunisia ha la fortuna di avere potuto prendere numerose decisioni favorevoli alle donne e alla famiglia a quell’epoca, decisioni che oggi non potremmo prendere in maniera così semplice. La poligamia non può essere vietata con la forza, ma può essere combattuta con la cultura. L’uomo deve capire che il matrimonio è sacro così come la famiglia.

Mi stupisce il fatto che un uomo possa avere una moglie e una famiglia, e al contempo un’altra moglie e una seconda famiglia. Le parole di Suzanne Mubarak lasciano intendere che se oggi nel mondo musulmano non si possono attuare certe riforme è per la presenza dilagante dell’estremismo islamico. L’estremismo islamico, ovunque esso si trovi, ha come punto di partenza la sottomissione della donna all’uomo, al velo, a tutto ciò che la circonda. Non a caso un esponente del FIS algerino ebbe modo di affermare che il ruolo della donna è dare la vita a dei musulmani. Se la donna trascura questo ruolo ciò significa che essa si libera dall’ordine di Allah dopo di che essa provocherà l’esaurimento delle fonti dell’islam”. A questa visione, purtroppo diffusa in molte mosche e anche in Occidente, l’intellettuale tunisina Raja Benslama risponde: La questione della donna è inscindibile da quella dell’islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c’è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perché la donna è l’altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all’alterità di ogni altro essere. E la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l’alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull’odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una macchina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, quelli poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell’islam. L’islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all’idea, che secondo me è un’impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l’islam ha liberato la donna, che la sharia le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all’uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica.” Le argomentazioni di Raja Benslama dovrebbero fare riflettere un’Europa in cui può accadere che Christa Datz-Winter, giudice tedesca, vieti un divorzio per direttissima a una donna musulmana tedesca, picchiata dal marito, sostenendo che entrambi i coniugi provenivano da un ambito culturale marocchino dove non è strano che un uomo eserciti il diritto alla punizione corporale nei confronti della moglie”, adducendo come prova il versetto coranico che consente al marito di picchiare la moglie. Ma anche un’Italia dove la poligamia esiste e non è solo di importazione, bensì viene celebrata nelle moschee, dove il velo viene definito non solo da estremisti islamici, ma anche da alcuni politici italiani un simbolo religioso. Un’Italia che all’insegna della tolleranza e del rispetto dell’altro consente pratiche in disuso o addirittura vietate nel mondo islamico. Un’Italia in cui le immigrate musulmane subiscono violenze e soprusi, impensabili nel loro paese d’origine. Così facendo l’Italia e l’Europa dimostreranno di essere più islamiche dei paesi islamici e di non proteggere quei valori della famiglia che tanto stanno a cuore alla maggioranza dei musulmani, laici o praticanti non adepti all’estremismo islamico, che risiedono nel nostro paese.

di Valentina Colombo Acmid Donna

Poligamia, la mal interpretata liberta’ di coscienza

poligamia--644x362Come si puo’ essere poligami nel mondo moderno? Quando ero ragazzo, a scuola si parlava di poligamia solo con riferimento a popoli ‘primitivi’, ancora non raggiunti dalla civilta’; di quando in quando, nei romanzi di avventura per ragazzi allora in voga, venivano descritti, peraltro con molta discrezione, gli harem di ricchi maraja, di potenti sultani, di esotici sceicchi. Nel romanzo di Kipling, Kim, seguendo il suo lama fino alle pendici dell’Himalaya, entra in contatto con la regina di una tribù poliandrica, che consente cioe’ ad una donna di avere più mariti, e che vorrebbe aggiungerlo al novero dei suoi sposi; offerta che lo tenta, ma che egli, saggiamente, declina. In un modo o nell’altro, la poligamia si presentava nell’immaginario collettivo occidentale come situata in un ‘altrove’ e del tempo e dello spazio, un ‘altrove’ radicale, esotico, irrecuperabile e comunque ingiustificabile.

Stanno ancora così le cose? Certamente sì, ma fino a quando? Sembra che, lentamente, ma decisamente, la poligamia stia acquisendo nel mondo contemporaneo un’immagine nuova e diversa; sembra quasi che si stia imponendo come un fenomeno ‘post-moderno’, che prima o poi andra’ riconosciuto legalmente. Infatti, mentre nei paesi islamici la poligamia, per quanto coranicamente fondata, è divenuta da decenni una pratica pressoché introvabile e della quale comunque si parla il meno possibile, si stanno moltiplicando, in specie nei paesi occidentali più secolarizzati e maggiormente contrassegnati dal multiculturalismo, i segnali di una ‘apertura’ nei suoi confronti. Di qui le richieste, per ora vaghe, ma ben percepibili, di una legittimazione prima della poligamia coranica, poi della poligamia tout-court: risale a pochi mesi fa, la dichiarazione (o la provocazione?) di un alto prelato della Chiesa d’Inghilterra, in merito ad una (a suo avviso doverosa) riconsiderazione dell’esclusività della monogamia. Poco rileva che la proposta sia stata formulata con riferimento solo a chi avesse contratto un matrimonio poligamico in un paese che lo ritenesse legale e che comunque ci siano state in merito proteste di ogni tipo.

La poligamia non è più un tabù; si può certamente continuare a dirle fermamente di no, ma ad avviso di molti sarebbe ormai giunto il momento di parlarne francamente. È un passo avanti (si fa per dire!) non da poco. Ancora più interessanti, a mio avviso, sono però non solo i passi, ma le vere e proprie ‘fughe in avanti’ su questo tema, motivate non da sensibilità multiculturale, ma da nuove sensibilità libertarie. Esemplare la posizione della filosofia Martha Nussbaum, una delle voci più interessanti d’oltre Oceano. Nel suo ultimo libro, ‘ Liberty of Conscience’, la Nussbaum non esita ad accusare di isteria la forte pressione sociale che si è esercitata negli Stati Uniti contro la setta dei Mormoni e che di fatto li ha indotti a rinunciare, almeno a livello pubblico, al matrimonio poligamico riconosciuto lecito dai loro testi sacri. Recare violenza alla libertà di coscienza, sostiene infatti la Nussbaum, è un vero e proprio ‘stupro dell’anima’: questo è quello che è stato fatto subire ai Mormoni. Come se ne esce? Per la Nussbaum, non se ne esce: se siamo per la libertà di coscienza dobbiamo accettare la poligamia! Stupisce come una filosofa, sotto altri profili anche raffinata, come la Nussbaum possa cadere in equivoci così grossolani. La coscienza non è un oracolo insindacabile che detta la verità, quanto piuttosto un ‘organo’ che ci orienta verso di essa. E reciprocamente la verità non va pensata come il prodotto delle elucubrazioni della coscienza (che può essere anche ingenua, manipolata o malata), ma come il suo presupposto.

E’ vero che non dobbiamo recare mai violenza alla coscienza; ma è ancora più vero che abbiamo il dovere di dirle di no, quando essa elabora progetti individuali o sociali di dominio, di sopraffazione, di violenza o comunque di impoverimento dell’esperienza umana. Un no che può generare dubbi e sofferenze, ma necessario. Questo è il caso del no alla poligamia, che non è struttura di libertà (come sostiene la Nussbaum, ricorrendo al sofisma del libero consenso dei partner che contraggono vincoli poligamici), ma di arbitrario dominio, perché strutturalmente si fonda sul potere di un unico marito su molte mogli (o di un’unica moglie su molti mariti). La libertà di coscienza è un bene prezioso, ma ancora più preziosa è la libertà in sé e per sé, che a volte proprio a causa di coscienze malformate può subire violenza. Possibile che ancora si debba tornare a spiegare verità filosofiche così elementari? Francesco D’Agostino – Avvenire