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Torino, la città più ricca di servizi per i senza dimora

In Piemonte le persone senza dimora sono 2.259 di cui 1.729 vivono a Torino. Sul totale del campione nazionale, rappresentano rispettivamente il 4,5% e il 3,4%. Percentuali contenute se si raffrontano i dati con quelli di città del Nord come Milano ma anche con la stessa Firenze che supera Torino numericamente in termini di presenze registrate nei servizi.

In linea con il dato nazionale, l’84,5% delle persone senza dimora a Torino è maschio, età media 46 anni, da 2 vive per strada e vive solo nella quasi totalità dei casi. L’evento scatenante la condizione di senza dimora è la separazione dal coniuge e/o dai figli (74%), ma è anche un problema di perdita del lavoro stabile (70%), mentre la malattia non ha una rilevanza numerica significativa. Il 65,5% delle persone senza dimora che vive a Torino dichiara di non avere un lavoro e di non svolge nessuna attività remunerata. La rete dei servizi mensa e dormitorio è ben fornita (sono 73 e sono aumentati rispetto al 2011 quando erano 63); ed è frequentata, ben l’81,9% delle persone incontrate ha pranzato almeno una volta a mensa e il 71,5% ha dormito in una struttura di accoglienza notturna.

Torino è stata l’unica città italiana con una significativa consistenza del fenomeno homelessness nella quale è stato possibile portare avanti il primo studio di fattibilità sulle Unità di Strada (UdS), grazie al buon livello di coordinamento e organizzazione con la quale questa attività viene svolta nel territorio comunale. Delle 229 Unità di Strada censite dall’Istat in Italia, 20 si trovano in Piemonte (8,7% del totale) quasi tutti operanti nella città di Torino. Obiettivo di questa indagine era quello di ampliare la conoscenza del fenomeno homeless intercettando anche le persone senza dimora che non si rivolgono ai servizi e, di fatto, le persone senza dimora contattate dalle Unità di Strada che non frequentano mense né accoglienze notturne sono state 63, ovvero il 3,5% delle persone senza dimora che vivono a Torino (1.792) e che sono state censite presso i servizi. Se in tale stima si includono anche le persone senza dimora che non hanno fornito le informazioni (ipotizzando che siano tutte persone che non frequentano mense né accoglienze notturne) la percentuale sale al 4,7%.

Le persone senza dimora intercettate dalla Unità di Strada hanno dunque caratteristiche diverse dal campione di riferimento: chiaramente dormono più spesso per strada (soprattutto luoghi all’aperto, stazioni o automobili), sono in gran parte italiani (circa la metà) e più spesso non hanno mai formato legami familiari; molto raramente lavorano e una parte decisamente elevata non ha mai lavorato. Infine, più frequentemente presentano problemi di dipendenza, soprattutto da alcool.

Una percentuale che sebbene circoscritta fa ancora più riflettere, proprio per la gravità della situazione esistenziale nella quale queste persone continuano, nonostante tutto e tutti, a vivere.

Giovane nigeriana, dalle tenebre della tratta alla luce della fede

nigeriana“Il Signore solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere con i principi, con i principi del suo popolo”. Le parole del Salmo 112 sembrano scritte proprio per Elisabetta, una ragazza nigeriana di 22 anni, portata via dal suo Paese, costretta a prostituirsi, ridotta in schiavitù, fino a che riesce a ribellarsi e a trovare la libertà anche spirituale.

La svolta, come spesso accade, si presenta sotto forma di un incontro. Suor Eugenia Bonetti ed Elisabetta – si legge su “Credere” – si incontrano per la prima volta alla stazione Termini di Roma, dieci anni fa. Suor Eugenia, missionaria della Consolata, responsabile dell’Ufficio tratta donne e minori dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (Usmi), coordina una rete di 250 suore di 70 congregazioni che operano in più di cento case di accoglienza.

E’ allora che la suora le propone di lasciare la strada e quella vita di sfruttamento e abusi. Le promette accoglienza in una casa-famiglia perché possa prendersi cura di sé e della bambina che porta in grembo. A quel tempo, però, Elisabetta non voleva quella figlia frutto di tante umiliazioni e violenze subite in strada.

“Ricordo la sua decisione, molto sofferta, di un mattino di ottobre – ricorda suor Eugenia – quando scappò dalla strada per accettare l’incognita in un ambiente nuovo, con persone sconosciute e che paravano una lingua che lei ancora non capiva. Ricordo la sua disperazione e i suoi singhiozzi, i suoi alti e bassi, le sue paure e le sue attese, le lacrime e i sogni, la rabbia e il silenzio, la nostalgia della famiglia, ma anche la vergogna e la paura di non essere più accolta dai genitori se avessero saputo…”.

Poi ci fu un contatto telefonico con la mamma. Quella telefonata, in cui la madre le chiedeva di accogliere la figlia con amore, perché ogni vita è sempre un dono di Dio, fu il primo passo decisivo per la rinascita di Elisabetta, culminato in seguito col Battesimo nella Basilica di San Pietro ricevuto dalle mani di Giovanni Paolo II. Oggi Elisabetta lavora in una scuola, è inserita nella comunità parrocchiale, è sposata con un connazionale e attende con gioia il suo terzo figlio.

Ricorda ancora suor Eugenia: “Risento le sue parole al telefono subito dopo il primo parto: ‘Senza il vostro aiuto e la vostra accoglienza, ora non sarebbe nata la mia bambina, ma non ci sarei stata nemmeno io, giacché la vita per me non aveva più senso’”.

60 milioni di spose bambine

sposa bambina-260 milioni di spose bambine hanno tra gli 8 e i 14 anni
Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite.
Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA  L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana,Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw.Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane – dice Jain -. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. “Perché nutrire una mucca che non è tua?”, mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso – aggiunge Jain-anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare:
continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote,e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità – spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston -. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna.
Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre,diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino.L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio,molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini-ha detto uno di loro al giornale-. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore-spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw -. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata.La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.
Viviana Mazza

Servizio Civile con gli Amici di Lazzaro “Nuove strade per vivere”

Sono aperte le selezioni per il Servizio Civile da svolgere con gli Amici di Lazzaro.
Il progetto si chiama
“Nuove strade per vivere 2017” per il quale si cercano 4 volontari

Sede progetto: Associazione Amici di Lazzaro che da anni si occupa di persone che vivono situazioni di sofferenza ed emarginazione (donne e minori stranieri, anziani soli, rifugiati politici, indigenti, ecc.) con iniziative gratuite autofinanziate che coinvolgono varie decine di volontari divisi su diversi gruppi di servizio.

Il servizio sarà su tre ambiti:

1) Attivazione di nuovi servizi di prevenzione
antitratta e sostegno per donne in difficolt
2) Sostegno a interi nuclei famiglie e giovanissimi
3) Sensibilizzazione su povertà, disoccupazione e formazione

QUI IL LINK PER PRESENTARE LA DOMANDA

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Requisiti e condizioni di ammissione: (tratto dal bando ministeriale)

Ad eccezione degli appartenenti ai corpi militari e alle forze di polizia, possono partecipare alla selezione i giovani, senza distinzione di sesso che, alla data di presentazione della domanda, abbiano compiuto il diciottesimo e non superato il ventottesimo anno di età, in possesso dei seguenti requisiti:

– essere cittadini italiani;

– essere cittadini degli altri Paesi dell’Unione europea;

– essere cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia;

– non aver riportato condanna anche non definitiva alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo ovvero ad una pena della reclusione anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti, ovvero per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici o di criminalità organizzata.

I requisiti di partecipazione devono essere posseduti alla data di presentazione della domanda e, ad eccezione del limite di età, mantenuti sino al termine del servizio.

Non possono presentare domanda i giovani che:

 a) abbiano già prestato servizio civile nazionale, oppure abbiano interrotto il servizio prima della scadenza prevista, o che alla data di pubblicazione del presente bando siano impegnati nella realizzazione di progetti di servizio civile nazionale sensi della legge n. 64 del 2001, ovvero per l’attuazione del Programma europeo Garanzia Giovani;

  1. b) abbiano in corso con l’ente che realizza il progetto rapporti di lavoro o di collaborazione retribuita a qualunque titolo, ovvero che abbiano avuto tali rapporti nell’anno precedente di durata superiore a tre mesi.

 Non costituisce causa ostativa alla presentazione della domanda di servizio civile nazionale l’aver già svolto il servizio civile nell’ambito del programma europeo “Garanzia Giovani” e nell’ambito del progetto sperimentale europeo IVO4ALL o aver interrotto il servizio civile nazionale a conclusione di un procedimento sanzionatorio a carico dell’ente originato da segnalazione dei volontari.

 Procedure selettive

 Il candidato deve presentarsi al colloquio per le selezioni secondo le date previste dal relativo calendario pubblicato sulla Home Page del sito www.volontariato.torino.it. La pubblicazione del calendario ha valore di notifica della convocazione e il candidato che, pur avendo inoltrato la domanda, non si presenta al colloquio nei giorni stabiliti senza giustificato motivo, è escluso dalla selezione per non aver completato la relativa procedura.

 Presentazione delle domande 

 La domanda di partecipazione, indirizzata direttamente a Vol.To, deve pervenire presso la sede di Via Giolitti, 21 – Torino entro e non oltre le ore 14.00 del 26 giugno 2017 secondo le seguenti modalità:

1) con Posta Elettronica Certificata (PEC) – indirizzata a volontariato.torino@pcert.it – di cui è titolare l’interessato, avendo cura di allegare tutta la documentazione richiesta in formato pdf;

2) a mezzo “raccomandata A/R”;

3) consegnate a mano.

La domanda, firmata dal richiedente, deve essere:

– redatta secondo il modello riportato nell’Allegato 2 al presente bando, attenendosi scrupolosamente alle istruzioni riportate in calce al modello stesso e avendo cura di indicare la sede per la quale si intende concorrere;

– accompagnata da fotocopia di valido documento di identità personale;

– corredata dalla scheda di cui all’Allegato 3 contenente i dati relativi ai titoli.

 Per informazioni : serviziocivile@volontariato.torino.it – numero verde 800.590003

QUI IL LINK PER PRESENTARE LA DOMANDA

I senza fissa dimora sono in grado di vivere una “vita normale”?

senzafissadimoraUn ulteriore elemento di pregiudizio, diffuso purtroppo anche fra molti operatori, è che le persone senza dimora, senza un adeguato percorso rieducativo, non siano in grado di condurre nuovamente da subito una “vita normale” , mantenendo una casa, un lavoro e delle relazioni in autonomia. I dati dicono chiaramente che questa difficoltà, se generalizzata come percezione riferita a tutta la popolazione senza dimora, è una menzogna gravissima. E’ vero che esistono persone senza dimora che, per riguadagnare dignità ed il maggior grado di autonomia possibile, necessitano di un accompagnamento graduale, relazionale e fortemente assistito, ma non sono la maggioranza della popolazione di cui oggi stiamo parlando. Potendo disporre ed esigere diritti fondamentali come casa, lavoro e accesso ai servizi di base, molte persone senza dimora, specie tra gli stranieri, non sarebbero tali ed avrebbero in sé tutte le risorse necessarie per riprendere un cammino di autonomia sostenibile, in cui il poter disporre di punti di riferimento sociali e relazionali è tanto importante per loro quanto lo è per ciascuno di noi. In una società priva di questi riferimenti e basata sulla competizione sfrenata e sul successo individuale non può abitare agevolmente nessuno, se non i pochi che occupano temporaneamente la posizione del vincitore. Una società siffatta non è buona per nessuno, non solo per i senza dimora. Il fatto che alcuni necessitino di un accompagnamento più intenso non vuol dire che si possa rinunciare a offrire a tutti una opportunità materiali per farcela con le proprie capacità.

Particolarmente allarmanti a questo proposito sono i dati sugli anziani senza dimora che sono davvero troppi. Più l’età avanza più è dura pensare che le persone possano farcela da sole a ricostituirsi una dignitosa autonomia, e meno i servizi hanno strumenti per intervenire efficacemente. Tra le tendenze rivelate dai dati, nei 2000 over 65 italiani senza dimora censiti sta sicuramente uno dei più preoccupanti campanelli di allarme sui quali intervenire, perché, con la crisi attuale, che è crisi di risorse, di fiducia e di legami, questo è un fronte sul quale, se non si interviene presto e intensamente, non potremo che rilevare gravi peggioramenti.

Anche sul fronte del lavoro i dati ci permettono di registrare elementi che contraddicono il frequente stereotipo del senza dimora “pigro” e “svogliato”. Sembra piuttosto di poter leggere nelle tendenze presentate che a mancare siano più le opportunità di lavoro che non la voglia o la capacità di lavorare. Vale un discorso analogo a quello fatto in precedenza: il lavoro è un diritto oggi negato a troppi, e tra i senza dimora le conseguenze di questa negazione si fatto sentire in modo particolarmente acuto, anche se non diverso da come si fanno sentire sui molti, troppi altri inoccupati o disoccupati del nostro Paese. In questo senso pare di poter rilevare nella popolazione senza dimora una resilienza affatto particolare. E’ sorprendente apprendere dai dati che meno del 10% degli homeless chiedono l’elemosina e che il 65% di loro riesce oggi, in Italia, a sopravvivere senza risorse. Se da un lato questo è indice della condizione di assoluta deprivazione e mancanza di dignità in cui esse si trovano costrette a vivere, dovendo dipendere da terzi per la soddisfazione dei bisogni primari, dall’altro tale dato ci mostra come vi sia decine di migliaia di persone oggi in Italia che sopravvivono con nulla. In tempi di crisi economica e scandali morali come gli attuali, dove un politico o un manager che vivono con 8.000 euro al mese possono permettersi di dichiarare che non saprebbero come fare a sopravvivere guadagnando meno, si sarebbe tentati di considerare questi senza dimora dei “maestri”, degli “esperti della crisi”, alla scuola dei quali dovremmo forse apprendere tutti qualcosa in più circa ciò che è essenziale alla sopravvivenza e ciò che equo avere per condurre una vita dignitosa. Anche questo è forse uno stereotipo da ribaltare.

Il girone infernale delle schiave

L’atroce ricatto
Devono lasciare una foto e pezzi di unghie, capelli e altre parti del corpo prima di partire. Bere sangue di gallina e giurare di fare tutto quello che le verrà richiesto perché altrimenti moriranno e le loro famiglie saranno uccise. Per loro questo è un patto con gli spiriti dell’anima che verrà sacrificata – un cerchio magico da cui sembra impossibile fuggire. Per le altre è un patto occulto con il male. Con le mafie del traffico della prostituzione in continuo mutamento, perché la tratta è un traffico di persone che transitano in tutto il mondo da sud a nord, da est ad ovest, meno rischioso del traffico di armi e di droghe ed è una merce che non mancherà mai in nessuna crisi economica mondiale, o guerra e che si controlla con la violenza, l’inganno e il ricatto umano. Purtroppo.

Così sono stata «rapita»
Chiara, Loredana e Giusy mi hanno accolto con un gran sorriso. «Questa è una questione di violenza di genere. – spiega Chiara Scipioni, la responsabile del centro – non si può ignorare che la questione del traffico delle donne sia una violenza di genere perché è una violenza sul dominio e il possesso del corpo». Visitiamo il centro, le tre stanze che ospitano le ragazze uscite dal girone infernale della tratta. C’è una ragazza cinese che studia con il vocabolario e prende appunti nel salone comune, una piccola sala – palestra, una ragazza africana che torna dal negozio con il necessario per fare le treccine sui capelli ricci, una donna brasiliana che guarda la Tv e poi leì , una ragazza rumena che chiamerò «Rugiada», come appunto una goccia d’acqua nel deserto. Gli spazi del centro sono chiari, belli e accoglienti.
«Sono partita da casa perché ero povera, ero in ospedale e mi avevano detto che non mi potevo curare. Avevo una malattia incurabile e poi loro sono venuti e mi hanno promesso che se andavo con loro in Italia potevo curarmi. Io avevo un figlio piccolo e volevo vivere e ho detto di sì»- racconta Rugiada.
Loro chi? Chiedo. «Una coppia. Marito e moglie – sono arrivati in ospedale e mi hanno promesso che mi avrebbero aiutata. E poi? «Sono andata a casa loro in Italia, e mi hanno mandato subito in strada per ripagare il debito – era vergognoso, io mi vergognavo perché dovevo stare quasi nuda e mi vedevano tutti, bambini, e adulti. Non sono mai andata in ospedale a curarmi, poi mi facevano fare tutto, mi prendevano tutti i soldi, mi picchiavano, mi drogavano e mi facevano i filmini che hanno visto tutti».
«Io litigavo sempre con lei, ma non ho mai visto il capo, anche loro erano piccoli ma quando vengono a casa in Romania si sentono grandi e studiano il tuo punto debole e poi ti manipolano. Se sei carina ti prendono subito e poi se sanno che tuo padre ti picchiava o oltre brutte storie di famiglia ti portano via» – racconta.
«Quando ero in Romania in ospedale, avrei fatto qualsiasi cosa pur di guarire e stare con mio figlio».

Il coraggio di rompere il cerchio
«Ma non lo fanno solo con le donne, lo fanno anche con i bambini per chiedere l’elemosina e con gli uomini, anche quelli più vecchi» dice la ragazza. «Ero spaventata, non sapevo leggere, né scrivere, avevo sempre bisogno di un traslatore (traduttore) – ride e ridiamo sulla parola traslatore tutte per alleggerire la tensione di questa conversazione- poi ho avuto il coraggio di uscire dal cerchio». Come è successo? «Sai ti drogano, ti fanno di tutto, tante cose , sono stata rapinata due volte, mi hanno puntato la pistola in testa , mi hanno rubato tutto e lasciato nuda nei boschi senza vestiti, per umiliarmi e poi nella vita c’è un giorno che ti senti forte, Cinque minuti in cui stai bene e decidi di rompere il cerchio» racconta la giovane donna guardando prima Chiara, poi Loredana e poi me. «Così un giorno ho detto ad un poliziotto che ci stava seguendo che volevo uscire e che doveva portarmi in un luogo sicuro- dice – e sono venuta qui. Il centro è una «salvaria» – e ridiamo per non piangere dopo questi racconti- La Salvaria ripete in Romania è un’ambulanza”
«Adesso sono contenta che sono viva, tante ragazze spariscono, muoiono, oppure si sposano uomini solo per uscire dal cerchio. Io ero una ragazza povera ma pulita. Sono qui a raccontare la mia storia grazie al centro che mi ha insegnato a vivere, conoscere la verità, fidarmi delle persone giuste, capire le cose che mi fanno star bene, mi hanno obbligato ad andare a scuola, a leggere, a scrivere. Adesso mi sento bene. L’importante non sono i soldi, la macchina, la casa. L’importante è amare e farsi amare”. E qui i suoi occhi si fanno lucidi e brillanti come gocce di rugiada.
Lei ha finito il suo programma di reinserimento, previsto dalla nostra legge (art. 18. Decreto legge 286-98 in materia di immigrazione), che garantisce protezione, accesso al sistema sanitario, una scolarizzazione, un permesso di soggiorno, un contratto di lavoro per motivi umanitari o un rimpatrio assistito e vorrebbe che altre donne ancora «prigioniere del cerchio della tratta» riescano a farlo.

Uscire dalla schiavitù è possibile
In Italia uscire da queste schiavitù con dignità e coraggio è possibile. È una questione umanitaria, sicuramente un’oasi di felicità nel deserto di un traffico criminale internazionale e locale che alimenta crimini, violenze, lacrime e dolore e porta con sé altri traffici. Servono i mezzi, i fondi per combatterlo, i programmi a lungo termine. Tagliare i fondi annuali per la tratta da 18 Milioni di Euro a 2 Milioni ed aumentare la spesa per la creazioni di altri due centri Cie non serve. Serve un cambiamento nel mondo di pensare nei Tribunali, tra le forze dell’ordine, nei centri di accoglienza (Cie)- dicono le operatrici del centro. «Volevo cantare e fare la ballerina- racconta – ma non ho potuto a causa della mia malattia. Ero pronta. Ora il mio sogno più bello è di stare bene qui e respirare».

Il grande affamatore del XX secolo (Bruto Maria Bruti)

fame africaNel decennio 80-90 quasi tutte le vittime della fame nel mondo si sono concentrate nell’ Africa e precisamente in quei paesi africani che hanno avuto un regime politico comunista o socialista: l’Etiopia, il Madagascar, il Mozambico, l’Angola.

Scrive Jean Francois Revel che nessuno ha il coraggio di dire che il grande affamatore del XX secolo è stato il socialismo (cfr. Jean Francois Revel, La conoscenza inutile, Longanesi ’89, pag. 151).

Le collettivizzazioni sono tristemente famose nella storia per aver provocato una strage di morti per fame: basti pensare alle cifre che nessuno mai ricorda e cioè ai 12 milioni di morti per fame in Ucraina negli anni ’30 ed ai 60 milioni di morti per fame in Cina, tra il ’59 ed il ’62, a causa delle collettivizzazioni agricole (Cfr.; cfr. Jasper Becker, La Rivoluzione della fame, Cina 1958-1962: la carestia segreta, Il Saggiatore, Milano 1998; Luca Pietromarchi, Il mondo sovietico, Bompiani ’63, pag.651, C. e J. Broyelle, Apocalypse Mao, ed. Grasset, Parigi ’80, pag.71, J.F. Revel, La patacca terzomondista, Il Giornale 7-2-85, pag.1,Robert Conquest, Il grande terrore, ed. Mondadori ’70, pag. 43, Il Comunismo realizzato, ed. Fogli ’85, Verona, pag.57).

C’è un dato che deve far riflettere: il 95% dei profughi di tutto il mondo, nel decennio 80-90- proveniva dai paesi social-comunisti.

Fa parte della guerra psicologica degli analisti marxisti utilizzare il procedimento delle parti uguali, cioè non potendo nascondere all’opinione pubblica i mali del comunismo, questi vengono posti sullo stesso piano di altre ingiustizie sociali per renderli a queste equivalenti.

Si tratta di una logica destinata a diminuire la coscienza del pericolo mondiale rappresentato dallo statalismo e dall’abolizione della proprietà privata: infatti il medico che pone sullo stesso piano il cancro con la tubercolosi rende oggettivamente un favore al cancro perché riduce le attenzioni, le difese e la pre-venzione verso ciò che per la salute rappresenta il pericolo maggiore (Cfr. Verenfried van Straaten, L’Eco dell’amore, n.3, aprile 84, Vladimir Volkoff, Il Montaggio, Rizzoli ’83, pag. 95).

Non bisogna dimenticare che i campi di concentramento nei paesi social-comunisti non hanno avuto tanto un significato poliziesco ma un significato primariamente economico. Nell’assenza dell’iniziativa economica personale, l’economia può funzionare solo con il lavoro coatto. Come insegna Giovanni Paolo II, il mancato rispetto della proprietà privata, tanto del datore di lavoro che dell’operaio, produce danni incalcolabili e nel processo economico e nell’uomo stesso (Laborem exercens n.15).

Lenin, con l’istruzione del 23 luglio 1918, istituì i campi di concentramento.

L’esule sovietico Avraham Sifrin aveva pubblicato una guida dettagliata di 2.500 campi di concentramento esistenti ancora nella Russia di Gorbaciov, con 6 milioni di prigionieri: le informazioni della guida furono confermate da 4 fonti indipendenti (una perizia geografica, le fotografie scattate dai satelliti della NASA, una inchiesta condotta dai servizi diplomatici occidentali, l’analisi demografica applicata alle statistiche ufficiali dell’URSS)

(Cfr. Quaderni di cristianità, anno II, n.5, pag. 57-64).

Gorbaciov, nel suo libro sulla perestroika, ammetteva che erano state le ricchezze enormi dell’URSS ad aver permesso un minimo di movimento economico e non il socialismo che era sopravvissuto consumando e distruggendo queste ricchezze.

Egli faceva riferimento al fatto che Lenin sapeva perfettamente che il socialismo incontrava problemi enormi in campo economico per cui, quando la macchina economica si fermava a causa del socialismo, bisognava riaccenderla facendo ricorso alle leggi economiche oggettive, cioè alla iniziativa privata: infatti Lenin con la NEP ( nuova politica economica) fece ricorso più volte alla proprietà privata; appena la macchina economica cominciava a rifunzionare, la proprietà privata veniva di nuovo abolita. La Nep fu messa a punto da Lenin nel X congresso del PCUS, il 27 marzo 1921.
Questa politica economica consisteva nel concedere una temporanea forma di proprietà ai cittadini nel momento in cui il comunismo provocava il collasso dell’economia a causa della morte dell’iniziativa privata. Appena l’economia tornava a funzionare, l’iniziativa privata doveva essere stroncata dal collettivismo.

Lenin aveva riconosciuto ai contadini il possesso di piccoli appezzamenti di terreno e il diritto di venderne liberamente i prodotti.

Superata la crisi, le concessioni venivano annullate: a partire dall’inizio degli anni trenta questa strategia di dare e togliere si era ripetuta ben tre volte e i contadini avevano sempre abboccato (Cfr. Giovanni Cavallotti, Mosca: dalla Nep alla Gep, Il Giornale 18 ottobre 87, pag. 8, Mikhail Gorbaciov, Perestroika, Mondadori ’87, da pag.15 a pag.26).

Dopo 70 anni di comunismo, la situazione socio-economica del mondo sovietico era analoga a quella dei paesi più poveri del terzo mondo che non avevano conosciuto la rivoluzione industriale.

Gorbaciov, nel tentativo di salvare il comunismo, dando vita a una nuova forma di NEP, non aveva potuto nascondere i seguenti dati: i due terzi degli adulti erano alcolizzati e mentre la vita media aumentava in ogni paese del mondo, nel mondo sovietico la vita media, negli ultimi 40 anni, si era abbassata.

Un altro aspetto inquietante era la mortalità infantile che superava di 4 volte tutte le nazioni economicamente sviluppate.

Il livello di criminalità era superiore a quello dei paesi occidentali nonostante che il possesso delle armi da fuoco fosse rigorosamente vietato:
La possibilità di venire assassinati per strada era 5 volte superiore rispetto a quella di un paese europeo.

Chi lavorava doveva essere considerato un -sottoccupato-: quando si mangiava il pane non c’erano sono i soldi per la frutta e la verdura.

La casa in proprietà non esisteva: c’era la coabitazione forzata, 5 metri quadrati a persona, e lo Stato riscuoteva l’affitto. L’agenzia Moskovskie novosti faceva sapere che nella città di Kimry (a cento Km da Mosca) la popolazione era di 61.300 abitanti e le persone senza casa erano 25.000, cioè quasi la metà.

I privilegiati che avevano la casa abitavano in alloggi con il tetto in legno marcito, senza acqua, senza riscaldamento, ammassati in pochi metri quadrati: baracche dove 6 persone vivevano in 16 metri quadrati, i letti non bastavano per tutti e nello stesso armadio c’erano pentole e vestiti.

I negozi erano vuoti e la gente doveva andare a comprare i generi alimentari a Mosca, a 100 Km di distanza. Prima del comunismo, Kimry era la capitale dell’industria calzaturiera.

L’ottanta per cento (80%) degli studenti che riuscivano ad accedere alle scuole superiori erano soltanto i figli della nomenklatura comunista.

Oltre alla miseria della sottoccupazione, esisteva una disoccupazione enorme che non aveva nulla a che vedere con la disoccupazione intellettuale dell’occidente, anche perché l’80% degli intellettuali erano figli dei dirigenti del partito.

Moskovskie novosti ammetteva che la storia ripetuta nei manuali comunisti, secondo cui la disoccupazione scomparve con il primo piano quinquennale, era una menzogna perché la piena occupazione consisteva nella deportazione.

La Pravda scriveva che solo nelle repubbliche dell’Asia centrale e nel Kazakhistan si contavano circa 6 milioni di disoccupati.

Da Moskovskie novosti si veniva a sapere che in Moldavia, su 4 milioni di abitanti, 150.000 persone non avevano né lavoro, né mezzi di sostentamento. In Uzbekistan i disoccupati erano un terzo della forza lavoro.

A Khabarovsk, su 600.000 abitanti, vi erano almeno 10.000 barboni e si trattava di medici, operai, avvocati.

Gorbaciov aveva promesso ai sovietici che, se avessero avuto successo le sue iniziative per realizzare un grande sforzo produttivo, avrebbero avuto nel 2.000, tre paia di scarpe a testa e otto paia di calzini (Cfr. Silos Labini, le classi sociali negli anni ’80, Laterza ’86, pag.93, Avvenire 18-8-88, pag.9, Avvenire 28-8-88, pag.3, Ilya Zemtsov, la vita privata della nomenklatura, reverdito ’86, pag.11,12,73, Il Giornale 26-10-85, pag.4, Il Giornale 20-1-86, pag;4, L’altro femminismo, la casa di matriona ’83, pag.98,106, Juri Teplyakov, Kimry: la città chiede aiuto, Mosca news-Moskovskie Novosti ed. Italiana, anno I, n.2, aprile ’89, pag.23, Gennadij Vedernikov, Vita da barbone, Mosca news- Moskovskie Novosti ed. Italiana, anno I, n.2, aprile ’89, pag.22, Vladimir Gurevic, La disoccupazione c’è, Mosca news-Moskovskie Novosti ed. Italiana, Anno I, n.8, ottobre ’89, pag.6, Aleksandr Bekker, Braccia in vendita, Mosca news- Moskovskie Novosti ed. Italiana, anno I, n.8, ottobre ’89, pag.7, Vladimir Volin, Moldavia ex paradiso terrestre, Mosca news-Moskovskie novosti ed. Italiana, anno I, n.8, pag.7, Alexei Iziumov, Un triste record, Tempi nuovi, ed. Italiana, 24 novembre ’89, pag.55).

Il comunismo, In Russia, non riuscendo a sopravvivere è imploso ma dal punto di vista del potere, i comunisti, dopo essersi riciclati in socialdemocratici, nazionalisti, ecologisti e società finanziarie sono rimasti al potere anche in quelle situazioni dove è avvenuta la privatizzazione. Infatti le uniche oligarchie che hanno potuto comprare i beni statali che sono stati venduti venduti, come Solzenicyn aveva previsto, erano le oligarchie della nomenklatura comunista (Cfr. Aleksandr Solzenicyn, Come ricostruire la nostra Russia, Rizzoli ’90, pag.35-36).

Il grande affamatore del XX secolo è il comunismo: in Africa la quasi totalità dei morti per fame si concentrava – nel decennio 80- 90 – nei paesi che avevano portato avanti i progetti di collettivizzazione.

Nella Etiopia marxista la collettivizzazione forzata delle campagne provocò le più grandi carestie della sua storia.

Per anni il regime comunista etiopico aveva cercato di nascondere le cause della fame con le motivazioni metereologiche ed il mancato aiuto dei paesi capitalisti.

I casi di siccità non costituiscono un problema quando esistono le riserve di cereali ma con dieci anni di riforma agraria collettivista la produzione era stata distrutta.

La maggior parte degli aiuti occidentali era stata utilizzata per l’acquisto delle armi e la collettivizzazione aveva gettato nella fame milioni di persone costringendole ad un esodo di proporzioni bibliche.

Nel 1986 si ebbe verso la Somalia un esodo di 14 milioni di persone costituito dalla etnia degli oromo, in maggior parte coltivatori diretti. Questo esodo fu causato dal processo di collettivizzazione delle campagne voluto dal regime comunista di Menghistu e chiamato col termine di cooperativizzazione.

Tre milioni e mezzo di persone dovettero abbandonare le proprie case e dovettero trasferirsi nella regione dell’Hararghe (scelta per questo esperimento socialista) dove dovevano coabitare in capannoni di fango popolati da più di 200 persone (Cfr. A. Glucksmann e T. Wolton, Silenzio, si uccide, ed. Longanesi ’87, Alastair Matheson, Esodo biblico, Il Giornale 22-6-’86, pag.8).

Abbiamo detto che i casi di siccità non costituiscono un problema quando esistono le riserve dei cereali: l’India è, oggi, un caso tipico che dimostra come le riserve dei prodotti agricoli è in grado di far fronte ai problemi metereologici.

L’India aveva uno stato socialista che controllava tutto: le imprese erano sottoposte ad un regime minuzioso di autorizzazioni e licenze.

Le licenze stabilivano ciò che si può produrre e in quale quantità: la legge proibiva di produrre oltre una certa quantità. Questo regime aveva provocato la corruzione e la penuria generalizzata dei beni di consumo. La burocrazia statale era talmente totalitaria e corrotta che era persino impossibile ottenere la licenza dei risciò: per questo a Calcutta c’erano 30 mila conducenti clandestini di risciò. Dal ’70, grazie alle terre del Punjab, che il governo indiano dette ai Sikh, che hanno una religione fondata sul Dio unico, respingono il sistema delle caste, non credono nella predestinazione e privilegiano l’iniziativa individuale, si ebbe la cosiddetta rivoluzione verde (espressione coniata dalla banca mondiale per indicare il successo agricolo) che i Sikh hanno ottenuto costruendo una civiltà di proprietari agricoli individuali e intraprendenti. La rivoluzione verde ha liberato l’India dalla carestia cronica: grazie a questa sola regione di proprietari del Punjab, l’India dispone oggi di stock di grano equivalenti a quelli del Canada (Cfr. Guy Sorman, La nuova ricchezza delle nazioni ed. Longanesi ’88, pag.64-87, e pag.166-169).

Il Senegal, negli anni 70, si diceva che fosse vittima della siccità e del calo dei prezzi sul mercato mondiale. Ma la verità venne dimostrata dai fatti: dal 1985, da quando il Senegal abbandonò il socialismo agrario grazie alla nuova politica agricola del governo di Abdou Diouf, il prudentissimo successore di Senghor, la siccità passò e la produzione si riprese, le eccedenze rispuntarono dai granai (cfr. Guy Sorman, ibidem, pag.191-192).

In Tanzania il partito della rivoluzione di Julius Nyerere costruì il socialismo Ujamaa, villaggi collettivi costruiti con la forza, costringendo la popolazione dei contadini ad abbandonare le loro capanne e facendo violenza ai nomadi.

Dopo la creazione di questi villaggi collettivi si è avuto in dieci anni un regolare e continuo impoverimento e la produzione agricola continuò a diminuire (Cfr. Guy Sormann, ibidem, pag.88-95).

Il Mozambico un tempo era un paese ricco: si tratta di un paese con 13 milioni di abitanti, grande due volte e mezzo l’Italia, con sbocchi sul mare, terra fertile e sottosuolo ricco. Samora Machel, comunista, leader del fronte di liberazione nazionale, statalizzò l’economia gettando il paese nella fame.

Dal Mozambico i neri cercavano di poter fuggire in Sudafrica (Famiglia cristiana n.44, 5 novembre 86, pag.36).

Per questo Buthelezi, leader degli Zulu, una delle più grandi etnie del Sudafrica, ben consapevole della schiavitù comunista, dichiarava che “L’apartheid era una tirannia, ma sarebbe stato ancora più tragico sostituirla con una tirannia comunista”. La propaganda mondiale social-comunista ha mobilitato per anni l’opinione pubblica per i problemi sudafricani, facendo passare pressoché inosservate le ingiustizie enormi dei socialismi africani. La verità sull’ideologia sudafricana della discriminazione razziale, nata in ambiente calvinista, era stata aumentata in maniera spropositata. Di fatto l’apartheid restava soltanto nel settore delle abitazioni e delle scuole.

Il pilastro centrale della discriminazione razziale, cioè il divieto dei matrimoni misti, era stato abolito già nel 1985.

Storicamente, in Sudafrica, le varie etnie nere giunsero e si stabilirono nel territorio solo dopo che i bianchi ebbero creata la nazione: l’insediamento dei bianchi nel territorio sudafricano aveva preceduto quello delle tribù nere le quali, tuttavia, godevano di autonomia politica all’interno dei loro cantoni.

Tuttavia in Sudafrica il tenore di vita dei neri era 4 volte superiore a quello degli abitanti degli altri stati africani e nonostante l’esistenza di 8 popolazioni nere, insieme alle etnie degli indiani, dei meticci e dei boeri, non esisteva né la fame né il fenomeno dei profughi (Mario Cervi, il sogno anti-apartheid di Buthelezi, Il giornale, 16 dicembre ’86, pag.3, Massimo Introvigne, rapporto sul Sudafrica, Cristianità, ottobre ’85, n.126, pag.5-8, E’tudes, ottobre 87, Paris).

La guerra psicologica social-comunista, aveva fatto dimenticare che il vero stato razzista dell’Africa era lo stato del Burundi dove l’etnia nera al potere sterminava sistematicamente l’etnia nera degli Hutu ma nessuno ne parlava perché il gruppo razziale al potere si ispirava al socialismo di Mitterand e perseguitava anche la Chiesa nonostante che la maggioranza della popolazione fosse cattolica ( circa il 70 %): il Burundi era l’unica nazione africana a maggioranza cattolica ma il governo socialista e razzista, il cui leader Bagaza aveva studiato in Belgio, aveva abolito gli ordini religiosi, chiuso le chiese e vietato il culto.

Altri regimi razzisti di cui non si parlava erano quelli comunisti dell’Angola e dell’Etiopia: in Angola l’etnia degli ovimbundu veniva esclusa dalla vita politica e così gli eritrei che dovevano essere subordinati agli amhara etiopici
(Walter Gatti, Missionario vattene. Il diavolo in Burundi, Il Sabato anno X, 14 febbraio ’87, pag.9-10, Paolo Biondi, Si chiama Bagaza il nuovo Nerone, Il Sabato anno X, 23 maggio 87, pag.9, Jean Francois Revel, La conoscenza inutile, longanesi’88, pag.90-93).

(Bruto Maria Bruti)

 

Prostituzione cinese. In Italia le nuove schiave

tratta delle cinesiEra uno dei night club più esclusivi e più sconosciuti di Roma. Si chiamava “Diamante” e della sua esistenza sapevano solo i cinesi. Visto da fuori, si mescolava perfettamente allo squallore degli altri capannoni industriali del quartiere Casilino. Ma dentro, tra tappezzerie di lusso, tovaglie di seta e luci soffuse, ai tavolini si sedevano uomini d’affari e capimafia della comunità cinese. A loro disposizione avevano, oltre all’alcool e agli ultimi ritrovati in materia di droga, le più belle e giovani prostitute del Lontano Oriente disponibili a Roma. Quando la Squadra mobile fatto irruzione nel locale, ce n’erano quindici, tutte avevano con loro la chiave dell’albergo dove avrebbero portato i loro clienti. Prostitute destinate ai cinesi ricchi. Ma senza nessun privilegio in più rispetto alle loro connazionali che battono i marciapiedi o che vivono rinchiuse in orribili appartamenti di Piazza Vittorio.

Schiave. Anzi, merce, nient’altro che merce. Si vestono solo per lavorare. Per il resto del tempo, sono costrette a girare per casa in indumenti intimi: un deterrente contro la loro possibile fuga. Qualcuno le valuta e sceglie qual è il segmento di mercato più adatto. Come se fossero vestiti realizzati in un laboratorio clandestino o giocattoli contraffatti. Il modo in cui i cinesi gestiscono la prostituzione in Italia segue le ciniche regole del marketing puro. Prezzi bassi, cambio periodico dell’ “offerta” e individuazione del target di cliente.

Il mercato è diviso rigorosamente in due settori: quello cinese, per il quale vengono riservate le donne migliori, e quello italiano. Segue poi la selezione dei clienti per censo: più sono ricchi, maggiore è il valore delle prostitute messe a disposizione. Nulla è lasciato al caso, l’organizzazione ha dinamiche assolutamente commerciali. A Roma, alcuni sfruttatori si erano dotati persino di un call center e avevano affittato nella capitale undici appartamenti, intestandoli a un nome fittizio, Guan Whenzu. Avevano travato anche uno slogan per il proprio business, che pubblicizzavano sulle riviste di annunci: «Fiume d’amore!». Al telefono rispondevano donne cinesi con una buona conoscenza dell’italiano, che fissavano l’appuntamento e sceglievano la prostituta in base a quanto intendesse spendere il cliente.

Tutto avviene in modo più discreto e diretto all’interno della comunità cinese. Lo scorso marzo è stata arrestata una “maitresse”, che ogni giorno dalle parti di Piazza Vittorio si procurava clienti connazionali porta a porta: come accade anche per i nigeriani, è quasi sempre una donna a gestire direttamente le prostitute per conto dell’organizzazione. La madama lasciava bigliettini con la scritta «massaggi completi per uomini», oppure fermava la gente direttamente per strada. Nella casa che lei gestiva non erano ammessi né italiani, né stranieri di altra nazionalità.

Le richieste dei cinesi sono infatti molto differenti. Soprattutto gli appartenenti alle classi agiate non sono interessati al semplice rapporto. L’incontro con una prostituta si prolunga per l’intera serata, durante la quale è molto frequente l’utilizzo di droghe. Anche gli stupefacenti sono di produzione cinese. Durante il blitz al club Diamante fu scoperta una nuova sostanza: la K-fen. È un droga sintetica, mai vista prima dalle autorità italiane, derivata dalla chetamina, si presenta in forma granulare e si può sniffare oppure sciogliere nella bevanda.

Per un italiano un rapporto sessuale in appartamento o in un centro massaggio con una prostituta cinese costa tra i 30 e i 50 euro. Sul marciapiede i prezzi scendono sotto i 15 euro. Le donne di altre nazionalità che ricevono in casa costano molto di più: tra i 100 e i 200.  Ma se sempre più italiani negli ultimi anni inseguono le proprie fantasie orientali, non è solo una questione di soldi. Le cinesi infatti non si ribellano a nessun tipo di richiesta. L’assoggettamento agli sfruttatori è tale che la volontà della donna si annulla completamente.

Nella maggior parte dei casi le ragazze vengono dal nord rurale della Cina, soprattutto dal Liaoning. Quasi sempre hanno meno di vent’anni. Hanno una famiglia povera, sono senza marito, ma con un figlio a carico. Sono così disperate che partono per l’Europa, pur sapendo bene a cosa vanno incontro. La porta di ingresso per l’Occidente è Parigi. Ci arrivano con visti turistici al seguito di grosse comitive di connazionali. Dopo qualche settimana il responsabile del gruppo denuncia l’allontanamento all’ambasciata e a quel punto se ne perdono le tracce. Il traffico di esseri umani è gestito dalla mafia cinese nazionale. Nel momento in cui arrivano in Italia, ad occuparsene sono bande criminali, ma non sempre organizzazioni di stampo mafioso. In Toscana, ad esempio, il business è in mano alle gang giovanili.

Con i loro sfruttatori, le prostitute spesso non riescono nemmeno a comunicare. Gli uomini vengono infatti dallo Zejan, dove si parla un dialetto molto diverso da quello del Liaoning. I loro aguzzini arrivano a guadagnare oltre mille euro al giorno. Misera è la parte che rimane a loro: si aggira tra i 100 e i 150 euro. Sono ostaggi a tutti gli effetti.
Giorgio Mottola
http://www.terranews.it/news/2011/01/prostituzione-cinese-italia-le-nuove-schiave

I senza fissa dimora sono “barboni”? Che passato hanno?

sguardo del poveroEcco uno stereotipo che i dati smentiscono: il senza dimora non è “il barbone”. Anche se è certo che l’esposizione prolungata alla vita di strada comporta una progressiva e inesorabile compromissione delle condizioni psichiche e fisiche, e quindi anche forme pesanti di adattamento negativo nella tenuta di sé stessi e del proprio aspetto, i dati dicono chiaramente che la popolazione senza dimora è relativamente giovane, in grado di socializzare adeguatamente, equilibrata tra italiani e stranieri, con una durata media in stato di grave emarginazione non lunghissima e con capacità lavorative ancora significative. Ciò significa che la maggior parte degli homeless che vivono in Italia sono probabilmente “invisibili”, nel senso che vivono durante il giorno, quando non si trovano in un servizio dedicato, in “normali” contesti urbani, mischiati con le “normali” popolazioni locali, senza che all’occhio salti alcuna significativa differenza tra loro e queste ultime.

Certamente esistono profili più simili a quelli del “barbone” di comune memoria, e spesso si tratta, come abbiamo visto dai dati, di persone italiane, da lungo tempo in strada, con stato di salute molto precario e scarsa educazione; si tratta però di una piccola quota dell’universo considerato, e modellare su di loro la rappresentazione dell’intero fenomeno è certamente sbagliato, fuorviante e persino colpevole, perché troppo comodo per costruire un alibi inesistente a chi volesse poter dire “io sono diverso da loro”: nessuno di noi è diverso da un homeless e tutto corriamo gli stessi rischi; siamo solo stati più fortunati e forse capaci nel mettere a frutto i capitali che avevamo a disposizione, ma ciò oggi non basta più a sottrarci in modo permanente dalla sfera del rischio di impoverimento ed emarginazione.

Un altro elemento che va sottolineato è una triste conferma di quanto la mancanza di un’educazione adeguata, di una socializzazione familiare equilibrata e di una infanzia vissuta in modo sereno e accogliente incidano sui percorsi di vita delle persone e sul loro futuro. Non si può dire che tutti gli homeless abbiano avuto una infanzia difficile o abbiano livelli di istruzione molto bassi, ma certamente la mancanza di titoli di studio adeguati e la presenza nella propria biografia di rotture familiari precoci, violenze, istituzionalizzazioni minorili è un fattore che espone alla grave emarginazione più di altri. Prevenire l’homelessness è dunque difficile ma non impossibile ed è una attività che comincia sin da piccoli, interrompendo il perverso circuito della povertà minorile, che vede a rischio oggi il 25% dei minori italiani, e che fa purtroppo prevedere un futuro di homelessness per molti bambini di oggi.

Paolo Pezzana – Presidente fio.PSD

Le donne non dovrebbero ritrovarsi costrette a vendere sesso per sopravvivere

ProstitutionCanadaLa scorsa estate la Corte Suprema del Canada ha ascoltato un dibattito concernente le leggi sulla prostituzione.

Prima della sentenza sulla prostituzione in Ontario, la prostituzione non era illegale ma sussistevano restrizioni all’apertura di bordelli e all’organizzazione commerciale della prostituzione.

Quando lo scorso 13 giugno il tema delle leggi sulla prostituzione è arrivato davanti alla Corte Suprema, le persone favorevoli alla rimozione delle restrizioni hanno affermato che questo cambiamento andrebbe incontro a una maggiore sicurezza per le donne: questa stessa posizione è sostenuta dalla maggior parte dei media e dagli editoriali sui quotidiani.

E tuttavia, le donne sono veramente più sicure con la prostituzione legalizzata? Niente affatto, contestano alcuni opinionisti.

“Ritengo che gli uomini che trattano il corpo della donna come un oggetto a loro disposizione o lo sfruttano, appartengano alla fogna”, scrive Shari Graydon sull’Ottawa Citizen dello scorso 14 giugno.

La giornalista argomenta in favore della depenalizzazione del ruolo della donna coinvolta nella prostituzione, purché si mantenga la proibizione legale contro i bordelli e lo sfruttamento della prostituzione. Graydon ha anche affermato che la maggioranza delle donne coinvolte nella prostituzione sono costrette loro malgrado o sono in cerca di una via di fuga dalle condizioni di abuso in cui versano.

In un articolo d’opinione pubblicato sul quotidiano Globe and Mail dello scorso 3 giugno, Meghan Murphy esprime una posizione simile. Il dibattito sulla legalità della prostituzione va avanti dal 2007, osserva la giornalista.

Nel mezzo dei due estremi opposti della legalizzazione o della totale criminalizzazione, spicca una terza opinione, prosegue Murphy, vale a dire la protezione delle donne e la criminalizzazione degli sfruttatori e dei clienti.

La vera uguaglianza per le donne, spiega, non implica la legalizzazione della prostituzione. “L’idea è che le donne meritano opzioni migliori della prostituzione e non dovrebbero ritrovarsi costrette a vendere sesso per sopravvivere”, afferma Murphy.

“La prostituzione è il lavoro più degradante e di maggior sfruttamento della Terra”, scrive la columnist Margaret Wente, sul Globe and Mail dello scorso 22 giugno.

“Questo ritratto idealizzato dell’operaia del sesso come una piccola imprenditrice emancipata può soltanto essere stato sognato in qualche corso di studi sulle donne”, aggiunge Wente, con riferimento al caso proposto da coloro che argomentano a favore della rimozione delle restrizioni sulla prostituzione.

Wente spiega che in un certo numero di paesi dove la prostituzione è stata legalizzata, i risultati non sono stati positivi per le donne. L’Olanda, ad esempio, ha sofferto l’influenza delle bande criminali e l’uso dei bordelli come centri per il riciclaggio di denaro e per lo spaccio di droga.

Il fallimento della legalizzazione in Germania è stato messo a fuoco in un articolo pubblicato su Spiegel Online lo scorso 30 maggio.

Quando più di un decennio fa è stata legalizzata la prostituzione, i politici sperarono che il risultato sarebbe stato quello di migliori condizioni per le lavoratrici del sesso. “Tuttavia non è andata così”, afferma l’articolo. “Lo sfruttamento e il traffico di esseri umani rimane un problema significativo”, si legge.

In un rapporto pubblicato cinque anni dopo la riforma legislativa il ministro tedesco della Famiglia ha concluso che la depenalizzazione “non ha portato alcun reale miglioramento nella copertura sociale delle prostitute”.

“Se non ci fosse domanda di sesso commerciale, il traffico sessuale non esisterebbe nella forma in cui esiste oggi”, afferma il Rapporto 2013 Trafficking in Persons, pubblicato dal Dipartimento di Stato americano, lo scorso 19 giugno.

La realtà evidenzia la necessità di continui notevoli sforzi per promulgare politiche e promuovere norme culturali che proibisce di pagare per il sesso, afferma il rapporto. Il traffico di persone, inoltre, non dipende dalla legalizzazione della prostituzione.

I traffici per lo sfruttamento sessuale riguardano il 58% di tutti traffici illeciti mondiali, secondo il Global Report on Trafficking in Persons 2012, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e sul Crimine.

“La prostituzione e i consumatori dei cosiddetti “servizi sessuali” non solo contribuisce al traffico di donne e ragazze ma anche al non-rispetto della dignità umana”, ha affermato l’arcivescovo Francis Chullikat, al Meeting di alto livello dell’Assemblea Generale dell’ONU sul Piano Globale d’Azione per il Contrasto al Traffico di Persone, tenutosi a New York, lo scorso 13 e 14 maggio.

SOSTIENICI CCP 27608157 oppure IBAN IT 98 P 07601 01000 0000 27608157 È evidente che la legalizzazione o la depenalizzazione della prostituzione non risolve i problemi di abuso o di traffico e contribuisce soltanto a perpetuare lo sfruttamento delle donne.

SOSTIENICI
CCP 27608157
oppure
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IT 98 P 07601 01000 0000 27608157AIUTACI AD AIUTARE TANTE RAGAZZE AD USCIRE DALLA PROSTITUZIONE,
VIVIAMO DEL SOSTEGNO DI TANTE PERSONE GENEROSE…

 

un aiuto per i bambini ucraini

amici di lazzaro ucrainaOgni tanto vedendo in televisione le immagini provenienti dall’Ucraina ci si chiede come aiutare, soprattutto pensando ai bambini che vivono in situazioni così difficili.
Alla nostra preghiera mensile venuto a trovarci don Lucas Walawski, che è parroco in Ucraina  a Skole nella provincia di Lviv.
Nelle prossime settimane accoglierà bambini provenienti dal confine con la Russia, zona in piena guerra.
Si tratta di un un semplice campo estivo in cui darà loro modo di vivere qualche settimana lontani da spari, bombe e brutte notizie…
Il nostro amico Danilo andrà a dare una mano e sarebbe bello potergli dare qualche aiuto economico per dare a quei bambini una accoglienza ancora migliore.
Non è possibile inviare materiale per problemi di frontiera e dogana, quindi chi volesse contribuire può farlo tramite il nostro conto corrente.
Siccome i tempi sono strettissimi, vi chiediamo di comunicarci anche via mail (info@amicidilazzaro.it) o via sms (3404817498)quanto donate per poter anticipare i tempi di comunicazione bancaria che sono di 2-3 settimane.

Ecco come aiutare 
Conto corrente postale 27608157 oppure IBAN   IT 98 P 07601 01000 0000 27608157 (BANCO POSTA)
Grazie!!

Nel gioco d’azzardo e nelle scommesse perde la gente

giocoazzardoA qualsiasi ora del giorno vado al bar li trovo lì: i giocatori davanti alle slot machine. Gia’ la mattina si vede una vecchietta che scende da casa in pantofole, poi arriva una distinta signora di mezza età che si piazza davanti le macchinette per tanto tempo, c’è tanta gente che con il suo caffè mattutino non rinuncia a qualche giocata; poi ci sono anche tanti stranieri, particolarmente gli asiatici: i singalesi, venditori degli ombrelli e delle bandierine del Papa, e i filippini che vedo nel bar tutta la mattinata della domenica.

Questo che succede in un bar a Roma sotto la mia abitazione accade in gran parte d’Italia. Nel Bel Paese ci sono circa 400 mila slot macchine legali e si presume che ce ne siano altre 200 mila illegali! Per molto tempo in tutto il mondo questo tipo di gioco d’azzardo era relegato ai pochi casinò, perché i governanti si rendevano conto delle nefaste conseguenze per la società della dipendenza da gioco.

Oggi la situazione è cambiata. Sempre più attività commerciali chiudono ed al loro posto compaiono sale da gioco e per scommesse. In Italia i costi sociali dell’azzardo sono valutati in 10 miliardi di euro. Chi perde di più sono i cittadini che si fanno attrarre dalle sirene del gioco e delle scommesse. Chi perde di più sono i 2 milioni di giocatori abituali (di cui 800 mila dipendenti patologici) e le loro famiglie: i pensionati che risparmiano sul cibo e medicinali per giocare; i giovani senza lavoro che sperano in una grande svolta (succede che per giocare rubano i soldi dei genitori, dei nonni ma anche alla Camera dei Deputati, come è accaduto di recente); le persone della classe media che con la crisi si vedono abbassare il loro livello di vita; gli imprenditori con problemi economici.

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Tutti si illudono che con una grande vincita si possano risolvere i problemi, ma in realtà stanno moltiplicando i loro guai economici, sociali, familiari, entrando spesso nella spirale infernale della dipendenza dal gioco.

 Tenendo conto dei disastri sociali ed economici causati dal gioco d’azzardo, la Chiesa italiana si è impegnata nella lotta contro la proliferazione delle sale da gioco, ha proposto di aiutare i giocatori che spesso finiscono nelle mani degli strozzini, e di curare gli affetti da dipendenza da gioco. Per saperne di più abbiamo rivolto alcune domande a Nello Scavo, giornalista e scrittore che da anni affronta tale argomento.

 ***

Quali le dimensioni del gioco d’azzardo in Italia?

Nello Scavo: Nel nostro Paese il giro d’affari supera gli 85 miliardi l’anno. Si calcola che oltre metà della popolazione almeno una volta all’anno gioca e scommette, ma sono almeno 3 milioni i giocatori patologici, cioè drogati da scommesse che necessitano di cure. Tanto che il ministero della Salute ha introdotto un servizio di cura per le “ludopatie”.

Lo Stato veramente guadagna permettendo la capillare diffusione del gioco d’azzardo?

Nello Scavo: All’inizio si pensava che lo Stato potesse guadagnarci. In realtà le casse pubbliche ottengono pochi milioni di euro, consentendo a poche società, molte delle quali straniere, di arricchirsi scaricando sullo Stato pesanti costi sociali.

Si diceva che il gioco d’azzardo legale, controllato dallo Stato, avrebbe sconfitto il gioco illegale. Che cosa rappresenta per la criminalità organizzata in Italia il gioco d’azzardo?

Nello Scavo: La mafia si è infiltrata nel sistema legale condizionando i “servizi accessori”, come il noleggio degli apparecchi da gioco, la manutenzione, oltre all’apertura di centro scommesse apparentemente leciti ma i cui apparecchi non vengono collegati al sistema di controllo centrale dello Stato. In questo modo le autorità non riescono a conoscere in tempo reale quanto denaro viene giocato, e gli introiti finiscono tutti nelle tasche dei boss.

Tanti media e certi politici compiacenti sottolineano i benefici del gioco d’azzardo legale, ma dall’altro canto vengono nascosti i tremendi danni sociali causati dal gioco. Quali sono  i danni causati dalla dipendenza dal gioco d’azzardo?

Nello Scavo: Con una inchiesta giornalistica di oltre un anno fa, ho dimostrato che alcuni gruppi politici ricevevano finanziamenti legali dagli operatori del gioco d’azzardo. Naturalmente questi finanziatori non si aspettano leggi contro il gioco. E questo nonostante sia palese quali danni  provoca la dipendenza da gioco. Se un imprenditore, un professionista, un padre di famiglia sperperano il proprio denaro nelle slot-machine o ai videopoker, a pagarne le conseguenze sono le famiglie, le imprese, insomma il sistema socio-economico.

Potrebbe raccontarci qualche storia per illustrare i drammi derivanti dalla dipendenza dal gioco d’azzardo?

Nello Scavo: Ho conosciuto imprenditori che per affrontare i debiti di gioco hanno dovuto rivolgersi agli usurai, dunque al sistema bancario mafioso, con il risultato che le imprese sono state chiuse lasciando senza lavoro i dipendenti, oppure le aziende sono diventate uno strumento per il riciclaggio del denaro della mafia. Ma ci sono stati anche casi di omicidio in famiglia, con giocatori patologici che hanno ucciso i propri familiari perché gli rimproveravano di avere distrutto la propria vita e quella delle famiglie con la droga delle scommesse.

Come dovrebbero reagire i cittadini per arginare il fenomeno del dilagare delle slot-machine?

Nello Scavo: Innanzitutto chiedendo di non aprire nuove sale da gioco e soprattutto impedendo che queste vengano aperte nei pressi di luoghi sensibili, come scuole, ospedali, chiese, centri giovanili. Anche se questo purtroppo, non può bastare.

Il grande business scommette sul gioco d’azzardo on-line. Cosa ne pensa di questo nuovo pericolo?

Nello Scavo: È infatti questa la sfida più velenosa. In Italia alcune sale da gioco stanno chiudendo perché il mercato si sposta su internet. In questo modo, dal proprio telefono mobile e dal computer, si può giocare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Grazie a web e smartphone tra qualche anno ci saranno sempre meno centri scommesse ma sempre più giocatori. Inoltre le major dell’azzardo risparmieranno sui costi della filiera, non dovranno più pagare i noleggiatori, i costruttori, i distributori di macchinette ne i bar che le ospitano. Anche per questa ragione in Italia si stanno sperimentando nuove forme di globalizzazione. Circa il 70% del mercato è controllato da società in  qualche modo collegate a finanziarie estere che hanno compreso quale sia il potenziale economico del gioco d’azzardo. Addirittura tra esse vi è un fondo pensionistico inglese che per mettere al sicuro i risparmi dei pensionati non ha trovato di meglio che investire sull’illusione vana che offre il gioco.

In Italia ci sono circa 400 mila slot-machine. In futuro lo Stato vorrebbe sostituirle per usare le macchinette più controllabili. Non c’è il rischio che queste macchinette, grazie alla criminalità organizzata e ai politici compiacenti, finiranno all’estero, nei Paesi come ad esempio la Polonia?

Nello Scavo: Credo che questo non sia un rischio, ma una certezza. Ci sono rapporti consolidati tra le mafie italiane, con gli apparati criminali dell’Est Europa. Inevitabilmente queste alleanze si consolideranno grazie ai soldi facili delle “macchine mangiasoldi”.

Cosa fa la Chiesa italiana per contrastare il fenomeno della dipendenza dal gioco e nell’aiuto alle sue vittime?

Nello Scavo: Esiste un organizzazione nazionale promossa dalla Conferenza episcopale italiana. È la Consulta nazionale antiusura, che ha sviluppato politiche di prevenzione e denuncia, pur affrontando con fatica l’opposizione dei gruppi di interesse che stanno lentamente trasformando le città in casinò a cielo aperto. Quello che occorre è una cultura dell’educazione al denaro e al lavoro, che faccia comprendere come non tutto possa essere misurato con il metro della ricchezza. Oggi, in una situazione di profonda crisi economica, molte persone in preda alla disperazione spendono i pochi soldi rimasti nelle lotterie e nei giochi a scommesse, sperando di poter ottenere un colpo di fortuna. Ma, come si dice nei casinò, “è il banco che vince sempre”.

di Wlodzimierz Redzioch www.zenit.org

Viaggio in Romania – 3 giorno. La Casa per le donne vittime di violenza.

Carissmi, oggi a causa della pioggia battente non abbiamo girato molto.
Recupereremo domani con vari incontri.

azildenoapteCASA PER LE VITTIME DI VIOLENZA

Oggi vi racconto di un’altra casa dove da anni nei mesi estivi abbiamo svolto servizio coi nostri volontari.
Si tratta della Casa per le donne vittime di violenza. Che accoglie mamme e figli che hanno subito maltrattamenti.
E’ anche questa sostenuta dalla Caritas di Timisoara, e permette a queste donne di stare in un luogo protetto e sicuro per almeno due mesi, durante i quali le donne vengono aiutate nel decidere cosa fare della propria vita e si cerca di capire se il maltrattamento è stato occasionale (spesso per abuso di alcool o droga del marito) e si può aiutare la famiglia a risolvere il problema o se si tratta di qualcosa di irrimediabile.
In ogni caso il progetto prevede degli inserimenti lavorativi che diano sicurezza economica e morale alla donna oltre a tutte le cure mediche, psicologiche e tanto affetto per curare le ferite e i maltrattamenti che non si vedono con gli occhi.
Entrare e vedere bambini così piccoli accolti fa sempre tenerezza. La loro voglia di giocare è sempre irrefrenabile.
E quando arriviamo noi italiani si sente perchè i bimbi fanno più rumore del solito…

CANI E GATTI

Tornando a Freidorf abbiamo osservato un fenomeno interessante:
i ragazzi avendo un grosso cortile portano cuccioli di gatti e cani che trovano, lo fanno di nascosto senza dire nulla alle suore
e al mattino è divertente vedere Suor Teresa che di fronte all’ennesimo gattino nero dice “ma questo dove è entrato?” …. allo stesso tempo le suore di nascosto dai ragazzi regalano i gatti e i cani perchè una casa per bimbi e ragazzi non può tenere animali che entrano in casa.
Ma non ci fanno troppo caso ne le suore ai nuovi “arrivi” ne i ragazzi alle “partenze”. Qui si sa gatti e cani non hanno il chip sottopelle per ritrovarli, e i cani randagi sono davvero pericolosi, specie in branco, quasi ogni giorno si sente notizia al tg di qualcuno ucciso da cani affamati. E parlare di sterilizzarli tutti è un po’ utopico in un paese dove lo stipendio dei medici e degli insegnanti è circa 150 euro, la pensione di 80 euro: se lo stato avesse dei soldi (che non ha) megli usarli per i poveri.

GENITORI PER UN GIORNO

Oggi siamo stati tantissimo coi ragazzi, ci siamo sorbiti anche una telenovelas coreana in lingua orginale con sottotitoli romeni (volevo alzarmi come Fantozzi alla visione della corrazzata Potemkim …), la ruota della fortuna in ungherese, e vari canali in altre lingue.
Parlando con una ragazzina, ci ha chiesto di accompagnarla lunedì al primo giorno di scuola. Ci ha commosso questo desiderio di famiglia. Di normalità. Di mamma e papà. Anche se qui di affetto e amore ne riceve tanto. Penso che andremo, le guarderemo lo zaino, le aggiusteremo i capelli, vedremo se ha la merenda e per un giorno avrà di nuovo mamma e papà.

Domani ci aspetta la messa in tedesco/romeno/ungherese e l’incontro con due diverse realtà e un giro in centro a incontrare chi è in strada e ci conosce.
Buona notte da Timisoara…
Paolo

ps: la foto è dell’Azil de Noapte, il centro di cui vi ho parlato nel primo giorno

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Progetto Romania

cerchiamo aiuto per il sostegno di un centro di accoglienza per minori abbandonati a Timisoara.

E’ possibile anche una sorta di “Adozione-Sostegno a distanza” (scaricate qui il volantino)

con solo 25 euro al mese (300 euro l’anno)

Il denaro viene usato per le necessità della comunità che li accoglie. Sono ragazzi e ragazze abbandonati o orfani che sono accolti da Suore Benedettine romene in un contesto molto famigliare. Ormai da anni fanno parte della nostra famiglia di Amici di Lazzaro. Potete anche venire a conoscerli in alcune occasioni. Abbiamo bisogno di voi! Contattateci per maggiori informazioni.

 

Viaggio in Romania – 1 giorno. Sentirsi a casa…

L’ACCOGLIENZA

ciao a tutti, prima giornata semplice e piena di incontri. Appena arrivati ci hanno accolto due giovani che poi ci hanno raccontato di essere il responsabile e un volontario dell’Azil de Noapte, un centro di accoglienza notturno della Caritas che ospita fino a 120 persone senza casa tra cui famiglie, anziani e disabili di ogni tipo. Il centro sarebbe notturno ma anche di giorno ospita circa 25 anziani, malati e qualche mamma con bambino che non sanno dove andare. Per molti anni abbiamo fatto servizio in questo centro ed è una realtà molto bella anche se vive con poche risorse e per gli standard italiani verrebbe considerato vetusto e inadatto a così tante persone.
Ma per chi ci vive è una occasione davvero unica di trovare rifugio e persone che si impegnano a trovare loro lavori e sistemazioni migliori. Un posto pieno di umanità ferita dalla vita, dall’alcool e dalle difficoltà…

FREIDORF

 nuova casa FreidorfArrivati a Freidorf abbiamo trovato la solita meravigliosa atmosfera.
Le suore Benedettine sono sempre accoglienti e la struttura rinnovata e ingrandita ci ha fatti sentire a casa come ormai da oltre 10 anni a questa parte. nuova sala studio FreidorfLe novità non sono poche. La casa ha una nuova ala di camere bellissime (grazie alla Caritas Austria) che ospiterà nuovi bambini che prenderanno il posto dei grandi O., R., C. che lasceranno presto il “nido” in cui sono cresciuti, hanno studiato (si fa per dire..) e oramai maggiorenni prendono il volo. Le 3 ragazze grandi della casa (Na., Di., Da.) sono tutte ormai all’università, ma saranno qui ancora per 1-2 anni. Rimangono le 2 piccole (Na. e La.) e Da. che a 16 anni già lavora e studia inserita in un bel progetto formativo.
Poi R. unico maschio piccolo di età ma ormai ragazzone di un mt e 80 e M. che anche lui studia e in estate lavora.

LE DIFFICOLTA’

Qui ormai l’attesa per nuovi inserimenti di bambini in difficoltà è grande.
Ma è grande anche la necessità di fondi perchè per i pochi rimasti bisogna attivare comunque dei progetti di sostegno, non  si può farli crescere e poi lasciarli andare senza qualcosa e qualcuno alle spalle.
Le famiglie di origine non ci sono o sono malandate e buttarli nel mondo del lavoro romeno è comunque un rischio.
Lo stipendio medio è 150 euro al mese, qualcosa in più nelle fabbriche, qualcosa in meno nei posti statali.
La via molti di loro sarà di trovare lavoro in Germania o Austria.
esterno della nuova casa di FreidorfIntanto però speriamo di trovare un aiuto economico da dar loro,
anche perchè la crisi ha colpito molti dei benefattori italiani e tedeschi che aiutavano la casa e gli aiuti si sono dimezzati.
La carne è un miraggio… i 4 freezer della casa sono pieni di verdure dell’orto fatto dai ragazzi e dalle suore
Un tempo facevamo le adozioni a distanza, ora forse data l’età (dai14 ai 20 anni) è l’intero progetto della casa di accoglienza da sostenere per finanziare dei corsi di formazione validi perchè possano finire gli studi e per chi non studia di fare dei corsi professionali utili al mondo del lavoro europeo..
Domani vi racconterò altre novità, progetti e altre realtà di accoglienza che incontreremo e che hanno bisogno di aiuto.
Ora tutti dormono…vi saluto dalla Romania…
Paolo

PS: Per tutti quelli che conoscono i ragazzi della casa: vi assicuro che ve li coccolo e tirerò loro le guance a nome vostro!
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Progetto Romania

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E’ possibile anche una sorta di “Adozione-Sostegno a distanza”  (scaricate qui il volantino)

con solo 25 euro al mese (300 euro l’anno)

Il denaro viene usato per le necessità della comunità che li accoglie.
Sono ragazzi e ragazze abbandonati o orfani che sono accolti da Suore Benedettine romene in un contesto molto famigliare.
Ormai da anni fanno parte della nostra famiglia di Amici di Lazzaro.
Potete anche venire a conoscerli in alcune occasioni. Abbiamo bisogno di voi! Contattateci per maggiori informazioni.

 

Viaggio in Romania – 2 giorno. Come fanno a vivere…

Carissimi, oggi festa di Suor Teresa che va in pensione (per lo stato) e continua il suo servizio instancabile coi ragazzi di Freidorf, per l’occasione sono stati alla festicciola il parroco, il responsabile della Caritas e vari amici. Le ragazze della casa hanno preparato una grigliata meravigliosa e la festa è stata semplice e genuina.

timispoveriIL QUARTIERE

Facendo il giro nel quartiere si nota come il boom dal 2000 al 2009 si sia interrotto bruscamente e si notano oltre alle tante case cadenti, ai vecchi blok (palazzoni dell’era sovietica in stato di manutenzione pietoso tanto che ai piani alti l’acqua non arriva e se arriva non è potabile), anche tante costruzioni recenti non terminate o già in stato di abbandono e negozi nuovi già falliti.
La situazione della città comunque è migliore di quasi tutto il resto della Romania, qui 15.000 italiani hanno residenza e molte aziende producono e danno lavoro, anche se la crisi si è sentita fortissima e tante altre hanno chiuso qui per spostarsi in Serbia e in Moldavia.
Si trovano molti cinesi che stanno comprando aziende e negozi… il bazar ne è pieno ed è unico sentirli che salutano in romeno con un accento simpaticissimo…
Certo che poveri ce ne sono tanti e tutto costa caro. Un euro vale 4.47 leu (la moneta romena)…
e basta farsi un giro nei supermercati LIDL, BILLA;  frutta in offerta a 1 euro al Kg… latte Uht a 1 euro al Kg … prezzi inarrivabili per chi non è aiutato dalle rimesse (soldi mandati al paese di origine) dei parenti all’estero.
In giro è pieno di gente che lavora ma guadagna poco. Come fanno a vivere è un mistero. O forse basta vivere un po’ più poveri…

LE RAGAZZE E I RAGAZZI USCITI

Le suore qui aiutano ancora molti bimbi che hanno lasciato la casa per i motivi più diversi: l’età e la fine del percorso di accoglienza, il ritorno in famiglia di orgine, l’adozione. Abbiamo da poco sentito al telefono un po’ ragazze uscite anni fa che ora lavorano in Germania, altre sono in Italia e Austria, a fare le badanti o le baby sitter o le bariste. E’ già un miracolo che non siano finite in brutti giri dato che spesso le organizzazioni criminali pescano proprio da chi esce da orfanotrofi e centri di accoglienza perchè ragazze senza famiglia e desiderose di autonomia e di lavoro sono più facili da ricattare e sfruttare. Le strade di Torino sono piene di ragazze con famiglie distrutte, ragazze madri e povere ragazze… alla faccia della libera scelta.

I BAMBINI ABBANDONATI

Parlando oggi con chi si occupa di bambini ci hanno raccontato che sono ancora migliaia i bambini e ragazzi nei centri accoglienza in Romania.
Per i piccoli si segue di preferenza l’adozione e l’affidamento in famiglie che seguono un percorso di formazione e ricevono un piccolo mensile per l’accoglienza (una cifra molto bassa, sui 60 euro, che è meno della metà dello stipendio medio romeno) e qualche agevolazione (abbonamento, borsa di studio, una sorta di esenzione del ticket sanitario che però è molto limitato come prestazioni garantite).
Sono però moltissimi i bimbi non piccolissimi tolti dalle famiglie per problemi sociali come indigenza grave, alcolismo e tanti anche portati dalle famiglie stesse quando si rendono conto di non essere in grado di educarli e di crescerli.
Questa cosa fa sempre soffrire. Pensare che una famiglia rinunci alle proprie creature deve essere proprio doloroso.

Qui a Freidorf di questi bimbi ne arriveranno presto altri e speriamo di essere in grado di aiutarli nell’accoglienza e di esserci almeno nei periodi estivi con dei giovani volontari che vogliano giocare, accompagnare, ridere, cantare, pregare, suonare, ballare con loro…

Anche per oggi è tutto… domani andremo a visitare un paio di realtà che vi racconterò…
Noapte buna da Timisoara!
Paolo

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Viaggio in Romania – 4 giorno, Ricordi semplici ci fanno gioire

Carissimi, oggi è stato un giorno bello ma un po’ doloroso.

I BIMBI DI BUZIAS

buziasSiamo stati a Buzias, dove una fondazione tedesca ha una bellissima casa con bambini abbandonati o orfani.
La casa ha 20 bambini che mi sono sempre rimasti nel cuore perchè piccoli e dalle storie sofferte.
Di quasi tutti ricordavo il nome e qualcosa della loro vita giovane ma già così piena di eventi tragici.
Entrati in casa stavano giocando con una studentessa che faceva alcune settimane di esperienza post laurea e vederli impegnati e sorridenti è stato toccante. Pian piano si sono avvicinati e hanno raccontato le varie novità: chi gioca a calcio, chi era agitato perchè iniziava il nuovo ciclo di studi (la classe 9 che in Romania equivale alle superiori), chi mostrava i denti da latte cadenti.
Una ragazzina mi ha subito chiesto se mi ricordavo che con lei e altre due avevamo giocato al parco due anni fa.
Un ricordo che la illuminava, come a volte ricordi semplici ci fanno gioire e sentire una felicità profonda.
Tanti bimbi insieme di cui alcuni molto piccoli, ti fanno venir voglia di adozione di gruppo, di poterteli portare a casa e osì dar loro la famiglia che non hanno. Poi torni alla realtà con un po’ di groppo in gola e cerchi di fare almeno qualcosa di concreto per loro e non dimenticarli mai.
Magari cerchi di giocare con loro così bene che abbiano un altro ricordo ad illuminare la loro vita.

LA MESSA MULTILINGUA

La giornata era iniziata con una Messa in ungherese (lingua davvero difficile), tedesco e poco romeno, questo perchè Freidorf è un quartiere di Timisoara a forte presenza etnica tedesca e ungherese. Per noi italiani è sempre ostica la Messa così. In questi casi mi viene in mente quello che mi diceva il mio formatore spirituale Padre Geppo, un gesuita, che sempre mi ricordava che una Messa detta dal peggior prete del mondo è uguale a quella detta dal Papa o da san Francesco d’Assisi, perchè quel che conta è la fede ed il mistero che in quella Messa accade. Quindi anche una Messa in cui si è capito poso o nulla vale tanto e ci può cambiare la vita.

ACCOGLIENZA E SCONFITTE

La sera è passata a parlare del futuro dei ragazzi di Freidorf e di chi è già uscito dalla casa di accoglienza. La fatica di diventare autonomi, il pericolo di malintenzionati che già adesso cercano di avvicinare le ragazze vedendole ingenue e senza protezione famigliare, l’enorme difficoltà a sognare e progettare il futuro per chi ha vissuto situazioni di abbandono e delusione familiare. Abbiamo gioito di chi ce l’ha fatta e quasi pianto con le suore pensando a chi invece non è finito bene e ha trovato altro male nella sua vita. E’ stato un bagno di realtà che ci ricorda che quando si fa il bene si deve solo amare e non aspettare nè il grazie, nè di risolvere tutto. Chi vuole i risultati si stanca. Chi ama persevera e forse, dico forse vedrà qualcosa di buono. I miracoli li fa solo Dio, noi intanto amiamo e affidiamo a Lui tutto e tutti.
Oggi il cuore è un po’ gonfio… vedo qui accanto a me i miei bimbi e li so tanto fortunati rispetto a gran parte delle persone intorno a noi in questo viaggio. Così oggi vi chiedo una preghiera per tutti questi bimbi. Ne hanno bisogno! (e fa bene pure a voi e noi, pregare..;-p)
Noapet buna!
Paolo

ps: la foto è dei bimbi di Buzias, per motivi di privacy metto quella che la fondazione ha usato per pubblicità varie sui giornali.

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Il denaro viene usato per le necessità della comunità che li accoglie. Sono ragazzi e ragazze abbandonati o orfani che sono accolti da Suore Benedettine romene in un contesto molto famigliare. Ormai da anni fanno parte della nostra famiglia di Amici di Lazzaro. Potete anche venire a conoscerli in alcune occasioni. Abbiamo bisogno di voi! Contattateci per maggiori informazioni.

 

Cosa abbiamo fatto nel 2013 per aiutare le famiglie

Carissimi amici, amiche, volontarie e volontari, sostenitori e simpatizzanti dell’associazione,
il 2013 volge al termine e si può fare un primo bilancio dell’anno.
Con alcuni articoli vorrei rendere conto di quel che si è fatto nelle varie iniziative degli Amici di Lazzaro.
La crisi che avvolge il paese e la nostra Torino, si è fatta sentire in vari modi.
Il più eclatante è nel numero di famiglie e mamme che ci hanno chiesto aiuto, sono sempre di più (quasi 150 nuclei, quasi 500 persone di cui gran parte bambini) e sempre più disperate e sono davvero poche le risorse economiche per aiutarle. Noi siamo un po’ specializzati nelle nigeriane (ex vittime di sfruttamento che negli anni passati abbiamo aiutato a lasciare la strada e che ora hanno perso il lavoro e tante altre ex vittime inviateci dalle altre associazioni antitratta e da assistenti sociali ed enti pubblici) e nelle famiglie povere e anziane dei lunapark (italiani che non hanno più nessuna attrazione per vivere o che comunque sono alla fame vera), con cui siamo in contatto dai tempi in cui facevamo catechismo nelle loro piccole roulotte.
Per aiutarle riceviamo aiuti dal Banco Alimentare, da alcuni supermercati e negozi, dal Sermig e da tanti amici che portano la loro spesa solidale ogni mese per un’altra famiglia.
Abbiamo pagato loro alcune migliaia di euro (il conto esatto lo avremo ai primi di gennaio) di bollette, di affitti, di cure mediche, grazie alle donazioni di tutti voi. Ad esempio una decina di amici hanno donato 60 euro per una anziana malata di tumore a cui mensilmente diamo un piccolo aiuto per integrare la pensione (400 euro) con cui paga affitto e le altre spese.
Molte famiglie hanno avuto la casa popolare o ne hanno fatto richiesta, altre famiglie le abbiamo mandate a scuola e a corsi di riqualificazione. Alcune mamme si sono inventate lavori di vendita di fiori, di scope, di vestiti usati, di oggetti di seconda mano.
A tutte stiamo insegnando a tagliare qualsiasi spesa non indispensabile e vorremmo insegnare loro un po’ di cucina povera per cucinare spendendo poco. Grazie a tantissimi di voi abbiamo anche dato vestiti e scarpe per i bambini e ragazzini/e.
Potete venire anche a conoscere le famiglie al lunedì e venerdì pomeriggio e al martedì e mercoledì mattina e magari invitarle a casa vostra ogni tanto (abbiamo famiglie che abitano insieme perchè non riescono a pagare l’affitto e stanno 8-9 persone in 50 mq).
Vi chiedo quindi di pregare, di condividere queste poche righe e se potete di aiutare come e quando potrete!
Un abbraccio a tutti. Grazie a tutti per esserci vicini.

Paolo

Per aiutare con una donazione a “Amici di Lazzaro”
PosteItaliane C/C postale 27608157
BancoPosta IBAN: IT 98 P 07601 01000 0000 27608157

associazione Amici di Lazzaro  c.f. 97610280014 via Giolitti 21 10123 – tel. 340 4817498 info@amicidilazzaro.it

Turismo sessuale, triste primato italiano

turismosex_01Da circa un anno agenti di viaggio e tour operator denunciano una crisi del settore turistico che, per quel che riguarda i viaggi degli italiani, a fine 2012 registrava un calo approssimativamente dell’ordine del 14-20% rispetto al 2011. Sarebbe di conforto sapere che, se non altro, anche il turismo sessuale risente della crisi. Da anni gli italiani, maschi e femmine, figurano infatti tra i maggiori fruitori di sesso a pagamento all’estero. Già nel 2005 si stimava che fossero circa 80.000 e la cifra è stata confermata nel 2011 da indagini svolte dall’Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, e dall’Ecpat, la più grande rete internazionale di organizzazioni in lotta contro il turismo sessuale e lo sfruttamento sessuale dei minori.

Ripresi in questi giorni, in vista delle grandi vacanze estive, da alcuni mass media italiani e stranieri, i dati Unicef ed Ecpat indicano che gli italiani scelgono come destinazione soprattutto Santo Domingo, Brasile e Colombia, dove figurano tra le 4-5 nazionalità più presenti, e il Kenya, paese in cui i nostri connazionali costituiscono la maggioranza dei turisti sessuali, concentrati soprattutto nelle città della costa, da Malindi al Mombasa. Il peggio è che i turisti sessuali, italiani e non, quasi mai si preoccupano dell’età di chi si prostituisce. I pedofili veri e propri costituiscono il 5% del totale. Tutti gli altri semplicemente non si pongono domande oppure includono i rapporti con un minore tra le esperienze trasgressive da provare almeno una volta nella vita (il 60% dei casi) o abitualmente (il 35%): e si tratta, in misura crescente, di persone tra i 20 e i 40 anni.

Farlo spendendo poco e senza il rischio di incorrere in sanzioni spiega la scelta di andare all’estero e in particolare in determinati paesi. In Kenya, ad esempio, ricorrere a prostitute minorenni è più che tollerato, del tutto sicuro (come può essere sicuro il sesso in un paese in cui si calcola che almeno il 27% delle prostitute sia HIV positivo). Il sesso con minorenni è comunemente praticato e, benché le leggi non lo consentano, tradizionalmente le figlie si danno in spose anche bambine esigendo inoltre dal marito, in cambio, un compenso in denaro o in beni che gli antropologi chiamano “prezzo della sposa”. Per farsi un’idea, qualche anno fa proprio in una cittadina della costa, a Kwale, un uomo, un locale, di 60 anni ha chiesto e ha ottenuto in moglie una bambina che ancora non aveva compiuto 11 anni. A trattative concluse, il padre della sposa ha ottenuto in cambio 17 mucche, un secchio di farina di frumento, cinque litri di olio commestibile, due paia di pantaloni, un paio di scarpe usate e un cellulare senza batteria. Denunciati dagli insegnanti della piccola che aveva smesso di andare a scuola, padre e marito della bambina se la sono cavata con una multa pari a circa 50 euro.

Persino la violenza sessuale è raramente sanzionata in Kenya. Qualche rischio può tutt’al più darsi nel caso di rapporti sessuali con maschi minorenni, più che altro se il cliente è a sua volta un maschio. Quanto al costo, secondo i nostri standard è irrisorio. Bisogna considerare che in Kenya il salario minimo mensile non arriva a 57 euro, il 43,4% della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno, ed è quindi sotto la soglia della povertà, e il tasso di disoccupazione è del 40%. L’Ecpat calcola che sulla costa del Kenya il commercio sessuale coinvolga non meno di 15.000 bambine, per lo più tra i 12 e i 14 anni e persino più giovani. Non dice invece quanti siano maschi minorenni che si prostituiscono. Ma i numeri, benché indicativi, non rendono lo squallore di quel che succede: negli alberghi, ad esempio, dove tutti fanno finta di niente e tutti, dal manager ai fattorini ricavano qualcosa; e nei locali frequentati da prostitute e da clienti sfrenati, del tutto privi di remore essendo lontano da casa e incuranti del giudizio di chi li circonda…

Accade anche che in certi hotel il personale – e almeno, in questo caso, si tratta per lo più di giovani maggiorenni – sbirci l’arrivo dei gruppi di turiste alla reception, già spartendosele…proveranno poi ad abbordarle in sala da pranzo, al bar o sulla spiaggia. Una parte dei turisti sessuali, maschi e femmine, ammanta però il sesso a pagamento immaginando un legame sentimentale. Accade allora di vedere negli aeroporti scene di sofferti distacchi, promesse di pronto ritorno e di fedele attesa… salvo che, mentre i turisti passano i controlli di sicurezza, dalla dogana, appena sbarcati, escono altri turisti ansiosi di ricongiungersi con quegli stessi “grandi amori” i quali hanno appena salutato i clienti in partenza. Innamorati o no, i turisti sessuali tornano a una vita rispettabile, quasi sempre attesi a casa da parenti ignari: magari anche da figli più grandi delle prostitute con cui si sono dilettati.
Anna Bono (La Nuova Bussola Quotidiana)

Donne o cose? Le schiave nere del sesso a dieci euro

Uno studio del “Centro immigrati Fernandes” di Castelvolturno calcolò che nel 2000 c’erano circa 600 ragazze nigeriane a prostituirsi sulla strada Domitiana, un’ arteria che congiunge il basso Lazio con la provincia di Napoli. Sono poco più di 30 km di strada dove le prostitute si succedono una dietro l’altra come in una processione.

Oggi è cambiato poco. Che faccia freddo, piova, ci sia arsura e sole cocente, loro sono sempre lì a difendere il metro quadrato di marciapiede. Perché pagano anche quel metro quadro: 300 euro al mese da consegnare alla mafia nigeriana che qui si spartisce il traffico di droga e della prostituzione con il clan dei casalesi. Impongono anche il prezzo della prostituzione. Deve essere basso, per attirare più clienti. Costano 10 euro a prestazione. E così a tutte le ore c’è un continuo via vai di clienti. Accettano qualsiasi cosa, non possono permettersi di rifiutare niente. Sulle spalle hanno un debito che si aggira intorno ai 40 mila euro. È il loro prezzo, cioè quanto in Africa è stato pagato al mercato delle schiave.  In Italia sono accolte da una sorta di maitresse che chiamano “maman”. È quella che si occupa della loro accoglienza. Le dà una sistemazione, promette loro un lavoro e poi le spedisce sulla strada. Chi si rifiuta viene violentata dai capi nigeriani e sottoposta ai riti del voodoo. Molte di loro hanno segni permanenti sul volto e sul corpo, cicatrici profonde frutto delle tribalità a cui sono sottoposte.

Maria, nome di copertura, ci racconta di essere stata costretta a prostituirsi sette lunghi anni per ripagare il suo debito. Ai genitori dissero che aveva le qualità per fare la segretaria in Italia, conosceva l’inglese e sapeva scrivere. Dopo due settimane si ritrovò sulla strada accanto a una ragazzina. «Non aveva nemmeno il seno, era piccola proprio, una bambina. La violentarono e poi la portarono sulla strada».  Di ragazzine come le descrive Maria ne abbiamo incontrate tante. Addirittura una di 13 anni che si prostituisce da quando ne aveva 12.

È un traffico, questo, che va avanti da anni, ininterrotto e incontrastato. Lo sa bene Renato Natale. È l’ ex sindaco anti camorra di Casal di Principe. Oggi dedica la sua vita di medico al centro Fernandez, unico punto di riferimento per migliaia di immigrati. Le minacce sono pane quotidiano, ormai ci ha fatto l’abitudine. «L’ultima lettera l’ho trovata sotto casa – racconta-. Mi intimava di farmi i fatti miei e di ricordarmi che avevo famiglia». La sua è una vera e propria vocazione per gli immigrati. Li aiuta, li cura, li segue ma soprattutto ci parla.

«Sembra incredibile, ma queste persone, soprattutto se vittime della prostituzione, hanno bisogno di parlare, di essere considerate esseri umani e non della merce». Merce, infatti, sono sia per la camorra che chiede una sorta di parcheggio per l’occupazione del territorio (a patto che stiano lontane da dove risiedono i boss) che per i nigeriani, i quali le sfruttano pagando una percentuale sui guadagni ai casalesi.  Oggi, per dare meno nell’occhio, le mafie tendono a togliere dalla strada queste ragazze. Non è un caso che su un noto sito di incontri, la maggior parte delle prostitute venga da questa zona: Castelvolturno, Licola, Varcaturo. La madama prepara l’annuncio standard per tutte, le fotografa e le mette on line.

Ma la camorra è andata oltre. Ha dato in gestione ai nigeriani alcune villette che si trovano proprio a ridosso della Domitiana, in modo da non perdere la clientela di questa strada. Ville nuove e apparentemente abbandonate dove alle prostitute sono riservati i sottoscala. Al primo piano vive il “magnaccia”, lo sfruttatore. Riusciamo a malapena a riprenderle con la telecamera perché sono controllatissime sia dentro che fuori.  Droga e prostituzione vanno di pari passo e così nell’ultimo periodo si sono diffuse le “connection house”. Sono tuguri, stanzini di miseri appartamenti affittati per 5 euro l’ora da immigrati, per lo più libanesi, dove oltre alle prostitute è possibile trovare ogni sorta di droga. Ma quello che respiriamo entrando è solo una forte puzza di miseria ed emarginazione.

Antonio Crispino – Corriere della Sera

Nota di Amici di Lazzaro:
Aggiungiamo una nota sul fatto che è urgente che si arrivi a confiscare beni in Italia e in Nigeria alle madame per ridarli alle vittime e incoraggiare l’uscita dalla tratta e dallo sfruttamento.

Papa Francesco e le vittime di tratta e schiavitù

Papa Francesco il 26 maggio 2013
«La “tratta” di persone è un’attività ignobile. Una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate. Sfruttattori e clienti a tutti i livelli, dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e a Dio».

Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati  da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende  schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro a questi  sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie. Preghiamo il Signore  perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare questo! Non possono  fare di noi, fratelli, schiavi! Dobbiamo pregare il Signore! Preghiamo perché  questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la  luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo  esempio!

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Papa Francesco il 24 maggio 2013
Il Documento richiama l’attenzione sui milioni di rifugiati, sfollati e apolidi, toccando anche la piaga dei traffici di esseri umani, che sempre più spesso riguardano i bambini, coinvolti nelle forme peggiori di sfruttamento e reclutati persino nei conflitti armati. Ribadisco che la “tratta delle persone” è un’attività ignobile, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate! Sfruttatori e clienti a tutti i livelli dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e davanti a Dio!

Dio è buono, imitiamo Dio. La loro condizione non può lasciare indifferenti. E noi, come Chiesa, ricordiamo che curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici mettiamo in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dovremmo rileggere più spesso il capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo, dove si parla del giudizio finale (cfr vv. 31-46). E qui vorrei anche richiamare l’attenzione che ogni Pastore e Comunità cristiana devono avere per il cammino di fede dei cristiani rifugiati e forzatamente sradicati dalle loro realtà, come pure dei cristiani emigranti. Essi richiedono una particolare cura pastorale che rispetti le loro tradizioni e li accompagni ad una armoniosa integrazione nelle realtà ecclesiali in cui si trovano a vivere. Le nostre Comunità cristiane siano veramente luoghi di accoglienza, di ascolto, di comunione!

Cari amici, non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo. Spetta anche a voi orientare verso nuove forme di corresponsabilità tutti gli Organismi impegnati nel campo delle migrazioni forzate. Purtroppo è un fenomeno in continua espansione, e quindi il vostro compito è sempre più esigente, per favorire risposte concrete di vicinanza e di accompagnamento delle persone, tenendo conto delle diverse situazioni locali.
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Papa Francesco il 12 giugno 2013

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, con un riferimento particolare allo sfruttamento dei bambini nel lavoro domestico: un deprecabile fenomeno in costante aumento, specialmente nei Paesi poveri. Sono milioni i minori, per lo più bambine, vittime di questa forma nascosta di sfruttamento che comporta spesso anche abusi, maltrattamenti e discriminazioni. E’ una vera schiavitù questa!

Auspico vivamente che la Comunità internazionale possa avviare provvedimenti ancora più efficaci per affrontare questa autentica piaga. Tutti i bambini devono poter giocare, studiare, pregare e crescere, nelle proprie famiglie, e questo in un contesto armonico, di amore e di serenità. È un loro diritto e un nostro dovere. Tanta gente invece di farli giocare li fa schiavi: è una piaga questa. Una fanciullezza serena permette ai bambini di guardare con fiducia verso la vita e il domani. Guai a chi soffoca in loro lo slancio gioioso della speranza!

Papa Francesco a Pasqua 2013

Pace a tutto il mondo, ancora così diviso dall’avidità di chi cerca facili  guadagni, ferito dall’egoismo che minaccia la vita umana e la famiglia, egoismo  che continua la tratta di persone, la schiavitù più estesa in questo ventunesimo  secolo; la tratta delle persone è proprio la schiavitù più estesa in questo  ventunesimo secolo!
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