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La meraviglia della procreazione umana

Cuore e Ragione.

Raramente troviamo situazioni in cui questi due elementi possano coesistere e, anzi, evocarsi l’un l’altro con tanta immediatezza. Ogni gravidanza si propone come mistero: i suoi eventi biologici si ripetono invariati da millenni, ma tutto, ogni volta, diventa irripetibile: nasce un figlio, unico e irripetibile, un presente che unisce passato e futuro. Veniamo, infatti, da lontano e andiamo lontano attraverso i nostri figli. A ben vedere la meraviglia dovrebbe prenderci anche solo fermandoci a pensare al funzionamento mirabile di tutto il nostro organismo, ai sofisticati e spesso ancora misteriosi meccanismi che operano in noi e sostengono la nostra esistenza, ma l’apparire di una nuova vita ci riempie sempre di stupore e di incanto: dalla fusione dei due gameti origina un figlio nuovo nei cui geni è già tutto iscritto, sin dall’inizio. Mi è stato chiesto di illustrare la meraviglia della procreazione a partire dai suoi aspetti biologici nascosti, quelli che precedono, consentono e preparano l’evento della nascita. Ho introdotto la conversazione con una frase di Chesterton, dal San Francesco d’Assisi (1923):L’uomo vede meglio le cose quando ne indaga accuratamente l’origine, che è la parte più importante di esse. Quando ne conosce la spiegazione, esse appaiono più belle”. È una frase che esprime una grande e semplice verità e che evidenzia la straordinaria importanza del conoscere. Nel caso della procreazione essa appare ancora più vera. È il radicarsi in ciascuno della sua conoscenza profonda che consente di vivere e sperimentare la procreazione, nella sua bellezza e perfezione, come costituente inalienabile del proprio essere e di apprezzarla come patrimonio prezioso da custodire e proteggere, sia in se stessi, sia negli altri. Non è possibile trascrivere in poche pagine il testo della relazione, posso solo descriverlo e darne ragione: ho spiegato l’anatomia e la fisiologia degli apparati riproduttivi, focalizzando poi l’attenzione sul ciclo mestruale e sull’ovulazione, e quindi sul concepimento e sull’impianto in utero. Per facilitare la comprensione mi sono servito di immagini. Rimando, per contenuti e immagini, al mio libro “Da Vita a Vita. Viaggio alla scoperta della riproduzione umana1.” Ho riproposto l’intervento che generalmente rivolgo ai giovani e alle coppie. Manca nella popolazione la conoscenza della fisiologia riproduttiva. Tutte le rilevazioni statistiche che hanno indagato il problema evidenziano che soprattutto i giovani sono privi delle informazioni di base relative ai fenomeni del ciclo mestruale: meno del venti per cento delle ragazze attorno ai vent’anni è consapevole della propria fertilità e della possibilità di individuare i giorni fertili del ciclo e, con essi, anche il giorno della liberazione dell’uovo. Questa percentuale tende a salire nelle decadi successive ma giunge a stento al quaranta per cento. Fra i maschi l’informazione è addirittura inesistente.

Manca, nella popolazione, l’educazione alla Bellezza. Torno alla frase di Chesterton e preciso il mio scopo: accompagnare i ragazzi alla scoperta della riproduzione, a indagarne accuratamente la fisiologia a partire dalle premesse e a conoscere quanto più approfonditamente possibile la meraviglia della vita umana sin dalla sua origine. Dell’una conosceranno e apprezzeranno la perfezione, dell’altra la meraviglia e la sacralità. So di richiedere un impegno intellettuale serio ai miei interlocutori, ma ritengo che diversamente non li rispetterei fino in fondo e, soprattutto, non permetterei loro di appropriarsi di questa conoscenza in modo definitivo.

Sono disponibili da sempre, nel nostro ambiente, opuscoli divulgativi che riportano le immagini dei primi periodi della nostra esistenza. Sono certamente suggestivi e anche affascinano, ma non possiamo confondere una suggestione, per quanto incantevole, con la informazione, che è dovuta e che ognuno avrebbe il diritto di ricevere e, insieme, il dovere di procurarsi. Quella informazione che, introitata, diventa per ognuno momento di formazione che radica e fonda le certezze interiori, fino a farsi elemento costitutivo della consapevolezza. È importante che ogni donna sia consapevole di quel che accade ogni mese nel suo organismo e la rende capace di donare la vita. Ed è importante che anche ogni uomo conosca la propria fisiologia riproduttiva, ma soprattutto che anch’egli sia consapevole della straordinarietà degli eventi che si susseguono nel corpo della donna e rendono possibile sia il concepimento di un figlio, sia quanto deve seguirne perché il figlio possa poi svilupparsi e crescere fino al momento in cui nascerà. Ognuno dovrebbe poter conoscere e apprezzare l’assoluta preziosità del corpo della donna, di quel corpo che oggi è abusato nella comunicazione quotidiana – specie in quella a carattere commerciale e pubblicitario – e ostentato e banalizzato proprio nelle sue componenti più intime, quelle essenzialmente coinvolte nella relazione sessuale e attraverso le quali si compiono gli eventi della procreazione. La consapevolezza di questa preziosità potrebbe, peraltro, già di per sé costituire un iniziale antidoto anche contro ogni forma di strumentalizzazione e violenza sessuale. Ma torniamo alla fisiologia. Ogni donna, auspicabilmente, dovrebbe sapere che cosa sono le sue ovaie: le strutture che contengono e conservano le sue uova – ognuna all’interno del proprio specifico contenitore: il follicolo – in un numero finito che progressivamente decresce, secondo una organizzazione perfettamente determinata già ventidue settimane prima della nascita. Dalla pubertà fino al momento della menopausa, momento in cui il patrimonio di uova sarà esaurito, ogni mese si ripetono una serie di eventi che complessivamente vanno sotto il nome di ciclo mestruale. All’inizio di ogni ciclo nell’ovaio si attivano dieci-venti follicoli, ognuno con l’obiettivo di portare a maturazione e liberare il proprio uovo. Soltanto un follicolo, però, potrà evolvere fino a completa maturazione e sarà il dominante in quel ciclo mestruale. Nel maturare il follicolo dominante produrrà gli ormoni sessuali femminili, gli estrogeni, che ricostruiranno il rivestimento interno dell’utero, l’endometrio, che era stato eliminato con la mestruazione alla fine del ciclo precedente. Normalmente quando si parla di ciclo mestruale, se ne associa l’idea alla mestruazione, che è il suo evento iniziale e conclusivo e forse fra tutti è il più banale. Rischiano di sfuggire tutti gli altri eventi e soprattutto lo straordinario significato biologico ed esistenziale che alcuni di essi assumono per ognuno di noi.

La selezione del follicolo dominante

Pensiamo soltanto a ciò che accade quando viene selezionato il follicolo dominante e quale significato abbia questa selezione: in quel momento viene scelto l’uovo che sarà reso disponibile per il concepimento; proprio quell’uovo fra tutti: quello che contiene quei singoli geni specifici che la madre trasmetterà al proprio figlio, geni selezionati fra tutti quelli che essa stessa aveva ricevuto dai propri genitori e, tramite loro, dai propri avi e che in quel singolo uovo vengono mescolati in una combinazione unica e non ripetibile. Se in quel ciclo di tanti anni fa durante il quale siamo stati concepiti, anziché il follicolo che conteneva l’uovo dalla cui fecondazione ciascuno di noi ha preso origine – con quella caratteristica, unica e originale combinazione di geni – ne fosse stato selezionato un altro contenente un altro uovo, noi non esisteremmo e ci sarebbe un nostro fratello. Questa è una considerazione che vale per tutti gli esseri umani, del passato, del presente e del futuro.

La sincronia fra ovulazione, muco e desiderio sessuale

Pensiamo ancora alla meraviglia che ci sorprende quando veniamo a sapere che nelle fasi che precedono la liberazione dell’uovo il follicolo dominante, all’apice del suo sviluppo, produrrà una elevatissima quantità di estrogeni i quali, da un lato indurranno il cervello a comandare la liberazione dell’uovo, e dall’altro modificheranno il muco – che generalmente occlude l’ingresso all’utero – rendendolo estremamente fluido e permeabile agli spermatozoi, in modo che essi possano entrare per fecondarlo. E che l’ovaio, proprio nei giorni pre-ovulatori, aumenta la produzione anche di ormoni maschili che rendono la donna più disponibile all’unione sessuale. È difficile immaginare una coordinazione più perfetta negli eventi finalizzati alla procreazione. Esserne affascinati è inevitabile e sorge anche il desiderio di progredire verso una conoscenza sempre più dettagliata e ampia. Stiamo parlando di fenomeni biologici, è vero, e li stiamo esaminando in termini scientifici e razionali, ma ci rendiamo conto di quante emozioni essi suscitino. Sono gli eventi che ci hanno chiamato a esistere e attraverso i quali trasmettiamo la vita ai figli. Ne percepiamo l’infinita grandezza e insieme ne intuiamo anche il profondo mistero. Proseguiamo, seguendo i tempi del ciclo mestruale. Dopo l’ovulazione, l’uovo rimane fecondabile per un tempo breve, circa 24 ore. A raggiungerlo saranno spermatozoi che erano in attesa, quiescenti, adesi alle pareti delle tube. Sappiamo già che erano entrati nei giorni immediatamente precedenti, proprio grazie alle modificazioni del muco. A richiamare gli spermatozoi e a riattivare il loro cammino saranno proprio le cellule che circondano e proteggono l’uovo anche dopo l’ovulazione.

La preparazione dell’endometrio e l’annidamento

Nel frattempo il follicolo che ha liberato l’uovo si trasforma in una struttura nuova, il corpo luteo, il quale, oltre agli estrogeni, produrrà anche il progesterone, l’ormone pro-gestazione, come dice il suo stesso nome. Sappiamo che, alla fine del ciclo mestruale precedente, l’endometrio era stato eliminato con la mestruazione e che gli estrogeni del nuovo ciclo l’avevano ricostruito. Ora il progesterone lo trasforma in terreno fertile in cui il concepito si possa annidare: lo arricchisce di ogni sostanza e nutriente di cui egli possa necessitare nei primi giorni del suo sviluppo. Il progesterone, inoltre, arricchisce e sviluppa in modo incredibile la vascolarizzazione di questo terreno fertile endometriale: è in questi vasi materni che il figlio pescherà con le sue radici, i villi coriali, la futura placenta, una volta completato l’annidamento. Se non ci sarà l’annidamento, il corpo luteo smetterà di funzionare (autonomamente ha una durata di circa due settimane), verrà meno la produzione degli ormoni ovarici e l’endometrio, che dipende totalmente dagli estrogeni, degenererà e sarà espulso con la mestruazione. Inizierà un nuovo ciclo mestruale con le sequenze di eventi che abbiamo appena descritto. Ma se avviene il concepimento cambia veramente tutto. È il figlio stesso, una volta annidato nell’utero, a prendere sotto il proprio controllo le funzioni del corpo luteo e a stimolarlo perché possa continuare a funzionare e a produrre quegli ormoni che mantengono nell’endometrio la enorme ricchezza di sostanze e princìpi nutritivi di cui egli ha bisogno per continuare a crescere. Non ci sarà la mestruazione, ma l’endometrio continuerà a svilupparsi e l’utero diventerà sempre più grande per poter ospitare e nutrire questo figlio. È proprio il figlio, in piena sintonia e collaborazione con l’organismo della madre, a governare i fenomeni della gravidanza: insieme, madre e figlio faranno in modo che il figlio trovi uno spazio accogliente, ma in modo ordinato e rispettoso, controllato, senza invadere.

Il concepimento, l’inizio della vita

Ma è altrettanto prodigioso quel che avviene proprio all’inizio della vita, nel momento stesso del concepimento: la prima cellula, ancor prima che si compia la prima duplicazione, produce sostanze che sono dei veri e propri messaggeri biologici il cui compito è segnalare all’organismo della madre che questa cellula particolare non deve essere respinta. La prima cellula, quindi, benché geneticamente diversa da quelle della madre, non verrà aggredita né rigettata, come invece avviene per ogni altro organismo estraneo. Sappiamo bene che nessuno potrebbe mai donare un organo alla propria madre: anche se la compatibilità fosse elevata, ci sarebbe bisogno per lei di una continua assunzione di farmaci anti-rigetto per deprimere le sue naturali difese immunitarie. In gravidanza non servono farmaci: ci pensa il figlio, fin dal primo istante, attraverso la produzione di molecole immunodepressive. Ognuno è vissuto, col suo intero corpo, dentro l’utero materno senza essere rigettato. Poi la prima cellula si riproduce, le moltiplicazioni si susseguono e le cellule iniziano a differenziarsi, anche se apparentemente sembrano ancora tutte uguali. Alla sesta replicazione cellulare avremo una vescicola, la blastocisti, in cui sono chiaramente distinte le cellule periferiche che diventeranno placenta, le radici con cui il figlio si nutre in utero, e quelle centrali che daranno origine al corpo vero e proprio. È la blastocisti ad annidarsi, attraverso un intensissimo scambio di informazioni biochimiche con i tessuti materni che si appresta a occupare, senza invadere e senza essere rigettata.

Lo sviluppo dell’embrione sarà un continuum inarrestabile che poi proseguirà per tutta la vita. Si potrebbero aggiungere tante altre cose che, pur evidenziando l’importanza di quel che avviene nell’uomo con la produzione di spermatozoi, mettono in luce particolare la perfezione di quanto si compie nel corpo della donna. Si potrebbe descrivere ancora l’annidamento, frutto di una comunicazione continua fra madre e figlio, così come è stato illustrato al Convegno, ma il messaggio è ormai chiaro: la fisiologia della riproduzione umana è una sequenza straordinaria di eventi perfettamente coordinati che hanno come esito la comparsa della vita umana: l’emergere di un individuo unico e irripetibile che dal primo istante collabora con la madre per potersi assicurare ciò che gli serve per vivere. È la storia di ognuno ed è la storia di ogni individuo che viene concepito. L’acquisizione di queste nozioni non può che portare a cogliere la preziosità della sessualità, la preziosità della donna che ospita e vive questi processi stupefacenti, e la preziosità di ogni vita fin dal suo primo apparire. L’uomo vede meglio le cose quando ne indaga accuratamente l’origine, che è la parte più importante di esse. Quando ne conosce la spiegazione, esse appaiono più belle”. È così. Ed è anche verosimile che, in un contesto sociale e culturale in cui le manifestazioni sessuali sono sempre più precoci e frequentemente non si perfezionano all’interno di coppie costituite, la consapevolezza del tesoro immenso che ognuno di noi possiede promuova e favorisca, da parte delle persone, la formazione di atteggiamenti responsabili nelle scelte sessuali e procreative, che sempre privilegino il rispetto della vita nascente, oltre che di se stessi e dell’altro nella coppia. La conoscenza, non una suggestione superficiale, potrà favorire il radicarsi di posizioni culturali solide che pongano al centro di ogni progetto di procreazione responsabile il necessario rispetto per il concepito. In questo contesto i metodi di controllo delle nascite, i cosiddetti contraccettivi, si ridurranno al loro ruolo di semplici strumenti e al loro interno saranno chiaramente distinti quelli che prevengono il concepimento, che in nessun modo interferiscono con la vita del figlio, da quelli post-concezionali che invece lo sopprimono. È la distinzione di fondo: oggettiva e non discutibile, esigibile da chiunque a prescindere da cultura e fede. Non più, quindi, una “cultura contraccettiva” indifferente al meccanismo d’azione dei metodi e che esita in una sessualità non responsabile nei confronti dei figli, ma una sessualità e una procreazione responsabili che orientino ogni scelta pratica innanzitutto al rispetto dei figli. È un auspicio ed è la ragione del nostro impegno. Fonda l’informazione che andrebbe offerta a giovani e adulti ed è l’obiettivo per cui dovremmo lavorare tutti insieme.

di Bruno Mozzanega  (Ginecologo, ricercatore presso la Clinica Ginecologica, Università di Padova; presidente Associazione- Scienza & Vita Venezia; membro Direttivo nazionale Movimento per la Vita Italiano)

 

L’eugenetica da Auschwitz ai giorni nostri

Programmi mortali che colpiscono nascituri e neonati

La vulnerabilità della vita umana è stata rimarcata la scorsa settimana da due importanti commemorazioni. In Polonia, il 60° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ha riportato alla mente ancora una volta gli orrori del programma di sterminio del Regime nazista. E, negli Stati Uniti, i gruppi pro-vita hanno organizzato eventi per ricordare la decisione del 1973 della Corte Suprema che ha legalizzato l’aborto per tutti e nove i mesi di gravidanza.

“Trentadue anni dopo, il male insito nella sentenza Roe contro Wade persiste, e il sangue degli innocenti continua a macchiare la nostra Costituzione”, ha declamato il cardinale William Keeler nella sua omelia domenicale del 23 gennaio, alla Basilica del National Shrine of the Immaculate Conception di Washington. “La perdita di più di 40 milioni di bambini non nati incombe sulla nostra coscienza nazionale”. (approfondisci il tema)

La soppressione di vite innocenti continua ad un ritmo sostenuto in molte zone. La BBC ha riportato il che alcuni medici olandesi hanno ammesso di aver soppresso, dal 1997, 22 bambini (nati) malati terminali. Nessuno dei dottori è stato denunciato, nonostante l’eutanasia per i bambini sia illegale nei Paesi Bassi.

I dettagli di questi delitti sono stati riportati in uno studio pubblicato dalla Dutch Journal of Medicine, dal quale risulta anche la soppressione di bambini affetti da spina bifida. Da un sondaggio risulterebbe che ogni anno vengono soppressi dai 15 ai 20 neonati disabili, ad opera di medici olandesi, ma la maggior parte di questi casi non viene riportata all’attenzione dell’opinione pubblica, secondo la BBC.

L’uso olandese di eliminare bambini deformi è stato riportato anche da un articolo del Telegraph di Londra del 26 dicembre. Eduard Verhagen, primario di pediatria dell’Ospedale Groningen, ha preso le difese di queste azioni, sostenendo che la somministrazione di veleno ai bambini offriva loro una “opzione umana” che gli consentiva di non essere costretti a soffrire. Verhagen ha affermato che il Governo olandese stava elaborando normative che avrebbero consentito ai medici di praticare l’eutanasia sui bambini.

Ma il Vescovo cattolico di Groningen, Wim Eijk, ha riferito al quotidiano britannico che lo Stato non ha alcun diritto di autorizzare i medici a porre fine alla vita dei bambini, i quali sono incapaci di dare il loro consenso alla propria morte.

“Al fine di ridurre la sofferenza”

“Questo è un incubo darwiniano e una grave violazione delle leggi di Dio”, ha dichiarato un portavoce del Vescovo. “Significa superare i confini considerati finora invalicabili da ogni ordinamento. L’eutanasia per i bambini, in circostanze in cui non è possibile perseguire o assicurare il consenso degli interessati. È un terreno scivoloso che potrebbe portare i medici ad acquisire il diritto di imporre la vita o la morte, e potrebbe diventare un motivo per estenderlo a tutti”.
(approfondisci sul tema)

Le preoccupazioni sulle prospettive di un ulteriore allentamento delle norme sull’eutanasia sono state confermate da un servizio del British Medical Journal del 8 gennaio. Un’inchiesta triennale, commissionata dalla Royal Dutch Medical Association, ha concluso che i medici dovrebbero poter aiutare a far morire le persone che, sebbene non fisicamente malate, “soffrono nel vivere”.

La legge che regola l’eutanasia non prevede espressamente che il paziente debba avere una determinata condizione fisica o mentale, ma solo che il paziente deve star “soffrendo in modo disperato e insopportabile”, osserva l’articolo. Ma nel 2002, la Corte Suprema ha stabilito che un paziente deve avere una “condizione fisica o mentale classificabile”. La decisione era intervenuta dopo che un dottore era stato accusato di aver aiutato una paziente di 86 anni a morire, la quale non era malata, ma ossessionata dal suo declino fisico e dalla sua “disperata” esistenza.

Jos Dijkhuis, il professore di psicologia clinica che ha diretto l’inchiesta, ha affermato: “Prendiamo atto che il compito del medico è di ridurre la sofferenza. Pertanto non possiamo escludere preventivamente questi casi. Dobbiamo guardare oltre per vedere se possiamo porre un limite, e se sì, in che misura”. Tuttavia, il rapporto ammette che i dottori mancano di una sufficiente specializzazione in questo campo.

L’articolo cita Henk Jochemsen, Direttore del Lindeboom Institute for Medical Ethics, che si oppone all’eutanasia. Secondo quest’ultimo nel rapporto vi sarebbero segnali pericolosi. Jochemsen ha avvertito che secondo il rapporto, “come società dovremmo dire alle persone che hanno la sensazione di aver perso il senso della propria vita: giusto, è meglio che te ne vai”.

Ottenere il “miglior” figlio possibile

Altre recenti dichiarazioni sembrano voler tornare ad una mentalità che ricorda i programmi nazisti per il miglioramento della qualità della razza. “Se hai in programma di avere un figlio, dovresti avere il miglior figlio che puoi ottenere”, ha affermato Julian Savulescu durante un seminario dello scorso anno presso l’Università di Melbourne in Australia.

Secondo un servizio apparso il 16 novembre sul quotidiano The Age, Savulescu, professore dell’Università di Oxford, e del Murdoch Children’s Research Institute, ha invitato i genitori ad utilizzare le tecnologie genetiche per ottenere il “miglior” figlio possibile.

Savulescu ha prefigurato il giorno in cui i genitori potranno utilizzare queste tecniche persino per selezionare determinati tratti comportamentali ed altre caratteristiche. Egli ha raccomandato ai genitori di compiere le loro scelte sulla base di ciò che considerano come “la miglior opportunità per il proprio figlio”.

In Gran Bretagna, una ex presidente della Associazione per la pianificazione familiare, la baronessa Flather, ha auspicato che i poveri evitino di avere un gran numero di figli, secondo il Times del 5 dicembre. La Flather, attualmente Direttrice del Marie Stopes International, una delle più grandi cliniche abortiste britanniche, è stata immediatamente accusata di sostenere l’eugenetica.

Negli Stati Uniti, la pratica della selezione degli embrioni per l’eliminazione di quelli che presentano difetti genetici sta ottenendo sempre maggiore consenso. In un servizio del Wall Street Journal del 23 novembre, si osserva che a tale tecnica selettiva oggi si ricorre di più, perché il servizio sanitario pubblico ne copre gli alti costi. La diagnosi genetica preimpianto (DGP) può costare dai 3.000 ai 4.000 euro, oltre alla fecondazione in vitro che costa circa 6.000 euro.

Eliminare i difetti attraverso la procreazione

Circa 1.500 bambini nel mondo sono nati attraverso tecniche di DGP, secondo Yury Verlinsky, direttore del Reproductive Genetics Institute di Chicago. “La DGP sta avendo un boom”, ha aggiunto William Kearns, direttore del Shady Grove Center for Preimplantation Genetic Diagnosis di Rockville, nel Maryland.

Dall’altra parte dell’oceano, in Scozia, le coppie potranno presto ricorrere alle tecniche di DGP, attraverso il Servizio sanitario nazionale, secondo quando riferito dal quotidiano Scotland on Sunday lo scorso 19 dicembre. Dalle diagnosi preimpianto effettuate, sin dall’introduzione di questa tecnica, da medici della Glasgow Royal Infirmary sono nati cinque bambini, e l’ospedale ha chiesto il finanziamento pubblico per poter applicare questa tecnica ad un numero maggiore di coppie.

Questa richiesta è stata fortemente criticata da Ian Murray, direttore della Society for the Protection of the Unborn Child in Scozia. “Ci opponiamo fortemente a questa tecnica per ragioni di principio e riteniamo assai deplorevole che la Glasgow Royal Infirmary stia richiedendo finanziamenti”, ha dichiarato. “Non ha alcun valore terapeutico ed è assimilabile all’eugenetica. Non reca alcun beneficio alle persone disabili: semplicemente le uccide”.

“Sessanta anni fa condannavamo i dottori nazisti per l’eugenetica”, ha ricordato Murray. “E la diagnosi genetica preimpianto non è nulla di diverso.”

In un editoriale del quotidiano Scotsman del 27 dicembre, Dec Katie Grant ha sottolineato che la DGP non riguarda la cura di malattie: “La malattia viene cancellata, non attraverso la riparazione di un gene fasullo, ma attraverso la creazione di più embrioni, che vengono poi selezionati al fine di eliminare quelli difettosi e impiantare quelli sani”.

“L’idea di eliminare i difetti attraverso la procreazione è eugenetica pura e semplice”, ha scritto Grant, “e noi procuriamo a noi stessi e alla società un grave disservizio ricorrendo ad eufemismi per nascondere il nostro imbarazzo di fronte alle connotazioni negative che caratterizzano l’eugenetica sin dai tempi di Hitler”.

Usare l’ingegno umano per aiutare le persone a vivere meglio è un obiettivo lodevole, ha commentato. Ma “è giusto che gli esseri umani agiscano da creatori e poi da esecutori?”, si è chiesta. Per quanto sbagliata questa tecnica possa essere, si sta diffondendo ad un ritmo notevole.

da ZENIT

Avere figli è un desiderio legittimo ma non è un nostro diritto.

Quello del ‘turismo procreativo’ è uno degli argomenti che vanno per la maggiore nell’ ambito del dibattito sulla recente legge sulla fecondazione assistita. E quindi non è una novita’: una delle obiezioni più forti dei detrattori della legge 40 (sulla fecondazione artificiale) è infatti quella di essere estremamente restrittiva, tanto che sicuramente molti italiani – ma solo quelli che economicamente se lo potranno permettere – andranno all’estero per ricorrere alle tecniche di fecondazione artificiale. Turismo procreativo, appunto.

Mentre per le coppie con abbondanza di problemi di fertilità, ma non di denaro, non ci sarebbero alternative.

La tesi di fondo dei critici della legge è la seguente: la sterilità di coppia è una malattia, la tecnica della fecondazione assistita ci permette di curarla, noi italiani abbiamo il diritto di farlo nel nostro paese. Perché impedirlo?

Se le cose stessero in questi termini, coloro che sostengono il turismo procreativo avrebbero ragione. Sacrosanta ragione.

Ma se questi fossero i termini della questione, vorrebbe dire che la sterilità di coppia equivale ad un raffreddore, ad un’ernia, che so, ad una allergia. Ma allora perché tanto affannarsi di legislatori, di esperti di medicina, bioetica, sociologia, e chi più ne ha più ne metta? Mai visti, per un’ernia. Tanto meno per un raffreddore, o un’allergia.

La realtà è che la sterilità di coppia spesso, purtroppo, non è malattia che si possa curare, ma è proprio impossibilità fisica ad avere figli propri (come è impossibilità fisica ad esempio correre per un paraplegico, o vedere per un cieco, o generare figli per due persone dello stesso sesso).

Il problema sorge quando il desiderio -naturale, innato e sacrosanto – di avere figli, si trasforma nel diritto ad avere figli.

E se qualcosa è un diritto – naturale, innato e sacrosanto – allora si deve far di tutto per ottenerlo. Tutto ciò che è tecnicamente possibile, pur di raggiungere quello che è un mio diritto. Anche quando questo è qualcosa di naturalmente impossibile.

E quando a diventare oggetto del diritto è un bambino, anzi, una persona, ecco che tutto si complica, irrimediabilmente.

Provate a dire a vostro figlio: io ho diritto ad averti. Provate a guardare vostro figlio mentre gli dite così: in tutta sincerità, non si può che avvertire almeno un certo disagio. Provate ad immaginare vostra madre e vostro padre che vi dicano: tu sei un mio diritto. Si sente a pelle la violenza di una frase così pronunciata. Nessuno di noi si può pensare come un diritto di qualcun altro.

Non si ha la stessa sensazione quando si pensa al proprio lavoro o alla propria casa: è evidente nell’esperienza personale di ciascuno che queste due cose – cose, appunto – sono diritti.

Sia chiaro: non si discute certo sull’opportunità di condurre ricerche scientifiche che affrontino – per risolverlo, possibilmente – il problema medico della sterilità di coppia. Ma un conto è curare il curabile, un conto è trattare le persone come cose, fabbricandole se non si riesce ad ‘averne di proprie’. Progettandole.

Perché poi, se un bambino è un diritto, allora è chiaro che si ha diritto ad averlo sano. Possibilmente, non brutto. E perché dovrebbe essere poco intelligente? E’ un diritto anche del bambino, no? E’ il suo bene, no?

‘Liberi di scegliere di avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli’, recitava una dichiarazione ufficiale di un gruppo di oppositori alla attuale legge sulla fecondazione assistita.

Non è fantascienza, né un revival del Dr. Mengele. Ad esempio, a proposito delle banche del seme, si legge, da un articolo di ‘The Guardian’: ‘ora, le banche del seme seguono una direzione orientata al mercato e negli Stati Uniti, oltre trentamila bambini l’anno nascono da donatori anonimi. Le banche oggi pubblicano cataloghi on line, i clienti possono leggere informazioni sui donatori, acquistare le loro foto da piccoli ed esaminare qualsiasi cosa, dal quoziente Sta (Test attitudinale scolastico) del donatore all’eczema della sua prozia’.

Se avere un figlio è un diritto, tutto il resto ne consegue.

Un’ultima considerazione: in tutto questo ragionamento, non compaiono mai Dio, né Gesù, la Madonna, il Vaticano, i preti, la castità, e via discorrendo. L’oggetto del contendere non è la morale cattolica. E’ falso, ed anche indice di una buona dose di malafede, attribuire a questo dibattito la solita, vecchia e stantia contrapposizione i-laici-moderni-contro-i-cattolici-oscurantisti. Ad essere in gioco è l’idea che si ha di persona, di essere umano.

Ed è solo chiarendo queste premesse che si può poi ragionare serenamente sul significato di parole come: vita, amore, figli.

 Assuntina Morresi

Lexicon: “Matrimonio” di omosessuali ?

matrimonio uomo e donnaL’idea stessa di un «matrimonio» omosessuale è una mistificazione che contraddice l’essenza stessa del matrimonio.
In un’epoca in cui la protezione dell’istituzione familiare dovrebbe stare al primo posto nelle preoccupazioni dei governi dei paesi ricchi, stretti nella morsa dell’inverno demografico e della criminalità crescente dei giovani nati dalle famiglie spezzate e dalle «famiglie» ricomposte, la proposta di un «matrimonio» omosessuale e il fatto che essa sia presa sul serio dai governanti dimostra un profondo disordine nelle menti di questi paesi. (Cf. le altre voci del Lexicon: Discriminazione della donna e CEDAW; Identità e differenza sessuale; Omosessualità e omofobia; Uguaglianza di diritti tra uomini e donne; Unioni di fatto).

Introduzione

A qualunque studioso del matrimonio e della famiglia l’espressione «matrimonio» tra omosessuali potrebbe risultare incomprensibile.
Tale espressione, tuttavia, conosce oggi un’ampia circolazione sociale.
La storia recente dell’approvazione legale del «matrimonio» tra omosessuali, in diversi paesi, costituisce una delle chiavi esplicative più rilevanti di questo paradosso.

Il diritto procede in fretta, ma sicuro.
Il diritto va dietro alla vita, ma prima o poi finisce che esso la raggiunga e la regoli. Solo che «sicurezza» e «regolazione» possono andare contro la vita stessa.  È ciò che succede quando non si rispetta l’essenza della persona, quando non si tiene in considerazione la natura umana.

In quest’ultimo caso, il diritto offre un basso servigio alla persona, o meglio, in un certo modo le va contro.  Questo fenomeno provoca lo svuotamento di senso del diritto e rende un basso servigio al diritto stesso. Dalle «coppie di fatto» si è passati alla legge del «registro delle coppie» (ne sono esempi il «contratto di vita in comune» e la «legge di convivenza registrata», in Olanda; il «patto di interesse comune», il «contratto di unione sociale» e il «patto civile di solidarietà», in Francia; la «legge delle unioni stabili di coppia» e il «contratto di unione civile», in Spagna ecc.).

Poco dopo si è passati alla legalizzazione della vita di coppia degli omosessuali («matrimonio» tra omosessuali).
Infine, si sta cercando oggi di fare un passo ulteriore per dare soddisfazione a certe «rivendicazioni» di alcuni gruppi sociali minoritari, per quanto riguarda l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali.

L’esempio della pressione sociale si espande — e ne è prova, soprattutto, il comportamento attivo, a tal riguardo, di certi omosessuali — mentre la resistenza dei legislatori è appena percettibile.

Il divario che si sta aprendo tra coloro che hanno il compito di legiferare non fa che ingrandirsi e approfondirsi ogni giorno di più.
Non dovrà stupire, perciò, se a partire dalle nuove legislazioni nasceranno anche nuove richieste – da parte dei transessuali, per esempio – di chi crede di aver diritto al «matrimonio».

I percorsi legislativi in Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda e Spagna, principalmente, oltre che in altri paesi, come il Canada, costituiscono esempi molto eloquenti di ciò che si è appena detto.
Le tappe descritte prima scandiscono oggi l’iter giuridico lungo il quale sembrano avviati alcuni parlamentari europei.

Oggi è possibile trovare la causa, o almeno la fonte di ispirazione, delle recenti opzioni legislative.
Si ricordi, a tale proposito, che nella risoluzione del Parlamento europeo Matrimonio, famiglia e unioni omosessuali dell’8 febbraio 1984, vale a dire quasi vent’anni fa, si facevano agli Stati membri le due seguenti raccomandazioni (n. 14): a) di «eliminare la proibizione di contrarre matrimonio o di accedere a regimi giuridici equivalenti alle coppie dì lesbiche o di omosessuali»; b) di «porre fine a ogni restrizione dei diritti delle lesbiche e degli omosessuali a essere genitori, ad adottare o educare figli».

A tal fine, non e niente di meglio che ricordare in cosa consista il matrimonio cristiano.

Cos’è il matrimonio

Per matrimonio si intende, in accordo con il Codice di diritto canonico (CIC, in seguito), «il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole» (CIC 1055,1).
«L’atto che costituisce il matrimonio è il consenso delle parti manifestato legittimamente tra persone giuridicamente abili; esso non può essere supplito da nessuna potestà umana» (CIC 1057,1); «il consenso matrimoniale è l’atto della volontà, con cui l’uomo e la donna, con patto irrevocabile, danno e accettano reciprocamente se stessi per costituire il matrimonio» (CIC 1057,2); «dalla valida celebrazione del matrimonio sorge tra i coniugi un vincolo di sua natura perpetuo ed esclusivo» (CIC 1134).

Dal punto di vista del diritto canonico, il termine matrimonio designa in maniera indistinta l’atto mediante il quale l’uomo e la donna consegnano e accettano reciprocamente il diritto perpetuo ed esclusivo sui rispettivi corpi in ordine agli atti diretti alla procreazione, e la società permanente che nasce tra i due come conseguenza del precedente impegno.

La natura contrattuale del matrimonio cristiano affonda le proprie radici nel libero consenso che le «persone giuridicamente abili» (l’uomo e la donna) si dichiarano mediante l’apposita dichiarazione delle rispettive volontà.

L’espressione del consenso nel matrimonio cristiano assume anche la regola romana, secondo la quale «nuptias non concubitus sed consensus facit».
Non è, dunque, il fatto della copula («concubitus») a fondare il matrimonio, ma il consenso («consensus»), in un senso nuovo.
In questo caso, il consenso non si limita alla manifestazione della volontà concorde e duratura che si ha come marito e moglie, ma comprende anche la dichiarazione libera di compiere la legge divina della procreazione.
E la procreazione, ovviamente, esige la copula tra uomo e donna.

Ciò significa che per il compimento del matrimonio — e dei suoi fini — è indispensabile che l’unione avvenga tra persone di sesso diverso.
Altrimenti, risulterebbe impossibile il contratto, a causa dello stralcio della prima delle sue condizioni, la quale stabilisce che i contraenti siano «persone abili» secondo diritto, vale a dire un uomo e una donna.

Anche, perciò, il «fatto» della copula tra persone dello stesso sesso, «qua talis», non può garantire il matrimonio.
Altra cosa, ben diversa, è volersi appellare a questo «fatto» della copula, per metterlo alla base delle cosiddette «unioni di fatto».
Ma così come un «fatto» di questa natura – poco importa se isolato o reiterato nel tempo – non è capace di fondare o identificarsi con il consenso — e con i fini dell’atto contrattuale che costituiscono la natura stessa del matrimonio —, cosi è impossibile che il contratto e la società che nascono spontaneamente dal consenso possano fondarsi in modo esclusivo sulla semplice copula.
Ecco perché quelli che erroneamente vengono chiamati «matrimoni» tra omosessuali non possono essere considerati un’alternativa all’istituzione del matrimonio, né qualcosa che di suo sia equiparabile a quella.
Semplicemente perché non si può stabilire nessuna analogia, per impropria che sia, tra le due cose.

Ci si rende conto a fatica, o non ci si rende conto affatto, che dal 1981 si sta legiferando affinché vengano equiparati il matrimonio tra uomo e donna, su cui si fonda la famiglia, e il «matrimonio» tra omosessuali. Non può essere ammessa in nessun modo un’analogia tra le due cose, per quanto la seconda prenda la prima come «analogatum princeps» e si ispiri ad essa cercando, senza dubbio, di esserle pari.

Una questione semantica preliminare

Il concetto di matrimonio, cosi come è stato definito qualche riga sopra, è stato da sempre molto chiaro. Tuttavia, oggi qualcosa è cambiato.

In realtà, il concetto di matrimonio ha acquisito un carattere ambiguo e polisemico, che non gli appartiene affatto.
Ecco il perché della confusione. Date le circostanze, è opportuno fare un’indagine semantica.

Perché il concetto di matrimonio risulta oggi tanto confuso?
Come è stato preparato questo recinto ideologico in cui è così facile «generare» confusione?

È possibile che si tratti di un tentativo di svuotare di senso il concetto di matrimonio; che il termine matrimonio sia incapace di significare da solo qualcosa in particolare e, di conseguenza, sia costretto ad accompagnarsi a qualche aggettivo.

Ma questo avviene a un concetto quando gli vengono attribuiti troppi contenuti contraddittori e, significando troppe cose diverse, finisce per non significarne nessuna.
Ecco anche qui una chiave semantica che giustificherebbe di eliminare espressioni come quella di «matrimonio» tra omosessuali, che non si sarebbero mai dovute ammettere, né usare nel linguaggio colloquiale.

In realtà, pare che oggi si sia optato, più che per il matrimonio, per i cosiddetti «modelli di matrimonio».
Tale opzione non sarebbe stata possibile se prima non si fosse ammessa socialmente un’opzione parallela rispetto alla famiglia.
Più che di famiglia, si parla oggi, anche in questo caso, di «modelli di famiglia».

Troviamo cosi denominazioni che l’uso rende relativamente affini o equivalenti, tra cui, per esempio, «famiglia ricostituita», «famiglia monoparentale», «unioni di fatto», «coppia sentimentale», «unioni permanenti con relazioni affettive» ecc.

Se si ammette la nuova terminologia, la famiglia smette di essere ciò che è sempre stata, ciò che è per sua natura.
Ecco perché, in contrapposizione ai vari «modelli di famiglia» disponibili ai nostri giorni, sarebbe necessario ripristinare il concetto di famiglia – concetto senz’altro univoco e con un significato molto preciso – con cui è sempre stato chiamato un tipo specifico e molto chiaro di relazione: quella che si stabilisce in modo esclusivo tra uomo e donna, e con la quale si configura il vincolo speciale che li unisce.

Purtroppo, la famiglia in quanto istituzione naturale, la famiglia di sempre, ha ricevuto anche un’etichetta peggiorativa, quando al concetto si è affiancato l’aggettivo «tradizionale» («famiglia tradizionale»).
E, si sa, il tradizionale non è attuale, non è ciò che va di moda, specialmente in questa epoca postmoderna, che tanto in fretta sembra rifuggire da tutto ciò che significhi o faccia riferimento alla storia.
Una volta sedimentata l’espressione «famiglia tradizionale» attraverso l’uso, è molto più facile riqualificare questo tipo di famiglia in termini di obsolescenza, mancanza di validità sociale e, di conseguenza, tentare di escludere dall’uso sociale questo inconfondibile e inequivocabile tipo di unione tra l’uomo e la donna.

Nonostante tali tentativi, non si spiega, tuttavia, l’attuale resistenza e la potente vitalità di molte famiglie, che intendono e vivono con gioia questa istituzione, così come è sempre stato.

Da dove proviene alla famiglia questo vigore capace di resistere ai numerosi attacchi che ha subito durante tutta la sua storia plurisecolare?
E’ una domanda sulla quale bisognerebbe riflettere.

Alcuni autori, alla metà del secolo scorso, avevano pronosticato la «morte della famiglia».
Ma più di mezzo secolo dopo, e benché si trovi effettivamente in crisi, la famiglia continua a essere anche oggi un’istituzione fortemente consolidata, sana e ricca di travolgente vitalità, nonostante i numerosi tentativi intrapresi per eliminarla.

Qualunque osservatore, per poco avvezzo che sia al tema, non dovrebbe ignorare che talvolta tale vigore della famiglia è dovuto a qualcosa che è spontaneo e specifico della persona, e che risiede nella natura della condizione umana; e ciò a dispetto di tutte le polemiche del caso.
Ebbene, se come abbiamo osservato è stato questo il tortuoso e problematico percorso semantico del concetto di famiglia, è logico che avvenga qualcosa di simile con il matrimonio.
Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che la famiglia si fonda su di esso.
Quindi, la confusione intorno al significato di famiglia non può che riflettersi sul significato di matrimonio.

A quanto pare, i «modelli» di matrimonio guardano ai «modelli» di famiglia come a ciò che realmente sono: il loro prolungamento naturale.
In funzione della formulazione di questi, quelli si definiscono.
Abbiamo visto fin qui quelli che potremmo considerare gli effetti della manipolazione e del plagio del linguaggio.
Per mettere fine a questi effetti, sarebbe consigliabile non usare – né verbalmente, né per iscritto – alcuni termini che, senza dubbio alcuno, sono molto confusi, e che tradiscono il significato del matrimonio e della famiglia (termini come «il matrimonio» tra omosessuali; il matrimonio tra virgolette, «matrimonio»; la «famiglia tradizionale» ecc.).

Questo uso dovrebbe estendersi anche all’espressione verbale di questi termini, dato che la fonetica – la comunicazione non scritta – trascina con sé il significato della scrittura e lo priva di senso.
Poi, con l’uso colloquiale, l’articolazione fonetica di tale termine si identifica con la grafia del termine scritto, che finisce per perdere le virgolette («matrimonio» tra omosessuali), non distinguendosi più dal termine senza virgolette (matrimonio, semplicemente), di modo che il risultato, il senso e il significato delle due espressioni finisce per coincidere.

Quindi, la designazione con questo termine delle unioni tra omosessuali fa si che l’unione assuma un significato
nuovo: il significato esclusivo del matrimonio cristiano.
Dopo di che in nulla, o in quasi nulla, i significati dei due diversi concetti potranno essere distinti, a prescindere dal fatto che l’unione sia etero o omosessuale.

Differenze antropologiche tra l’unione coniugale e altri tipi di unione

Vediamo alcune delle caratteristiche che distinguono l’unione coniugale da qualunque altro tipo di unione, cosi come emergono dalle rispettive antropologie implicite su cui tali unioni si fondano.
Nelle righe che seguono ci soffermeremo in particolare sulle caratteristiche proprie dell’unione coniugale propria del matrimonio.

L’antropologia implicita all’unione coniugale stabilisce che tale unione debba avvenire tra un uomo e una donna.
L’antropologia implicita all’unione coniugale sostiene l’uguale dignità dell’uomo e della donna, e contemporaneamente assume le differenze tra i due, dovute alle peculiarità dei rispettivi esseri psicologici, e, quindi, la loro complementarità.

L’antropologia implicita all’unione coniugale prevede che ci sia un’attrazione naturale tra l’uomo e la donna — ordinata alla procreazione — sulla quale si articola il volere della libera volontà di entrambi di donarsi e accettarsi, reciprocamente, nell’interezza delle loro persone.

L’antropologia implicita all’unione coniugale stabilisce che questa volontà degli sposi si faccia più esplicita nel patto coniugale, configurandosi questo come un consenso, un vincolo, un impegno stabile, irrevocabile e definitivo.

Tale impegno si fa pubblico, sotto forma di un contratto che regola ciò che a ogni coniuge è dovuto in giustizia, attraverso la nuova relazione stabilita tra loro.
La manifestazione pubblica di tale impegno sottolinea la dimensione sociale del matrimonio.
In questo modo, il vincolo matrimoniale è reso evidente agli occhi della società intera.

L’amore vero e libero tra uomo e donna, a partire dal matrimonio, risulta trasformato nella sua propria natura.
In un certo modo, a partire dall’unione coniugale smette di essere un «amore elettivo» per divenire un «amore dovuto» in giustizia, così come è stato reso pubblico nel momento del libero consenso.
L’impegno tra gli sposi che nasce in questo momento non è solo morale, ma anche giuridico.
Tale impegno è la manifestazione di un amore efficace, in quanto vigila sulla propria durata a beneficio di entrambi i coniugi, della prole e della società stessa.

L’amore fondato sul matrimonio non è la mera espressione dell’affettività, né è limitato alla versatilità e alla confusione delle emozioni. L’amore nel matrimonio esige la presenza e l’impegno corporale e sessuale, aperto alla trasmissione della vita, dell’uomo e della donna.

La sessualità nel matrimonio non è semplicemente un caso, né una forma alternativa qualsiasi con cui gli sposi possano trovare la loro soddisfazione.
La sessualità nel matrimonio procede dalla reciproca consegna degli sposi e dall’atto della volontà in virtù del quale ognuno dei due decide liberamente di darsi in giustizia all’altro, in modo reciproco.
L’amore coniugale che sorge dal matrimonio è aperto alla fecondità e alla generazione dei figli, come a qualcosa di dovuto in giustizia.

Il consenso relativo a questi impegni è incancellabile ed esige l’unità, l’esclusività e la fedeltà.
Queste caratteristiche dell’unione coniugale hanno origine nella natura stessa dell’amore tra uomo e donna.
Quando un uomo e una donna si amano, vogliono stare sempre insieme (unità); non vogliono condividere le loro vite, i loro corpi o la loro intimità con altri (esclusività); e vogliono rimanere uniti per sempre (fedeltà).
E’ qui che nasce la volontà di donarsi in giustizia all’altro; l’assunzione del fatto che l’amore tra loro dopo il matrimonio si trasforma in un amore dovuto in giustizia.

Il matrimonio fonda un’unione in cui le due volontà vogliono condividere tutto il progetto della loro vita, ovvero, ciò che hanno, ciò che sono e ciò che avranno o saranno in futuro.
Il matrimonio è quindi l’istituzione sociale per antonomasia.
In effetti, in nessun’altra istituzione sociale si può trovare un impegno cosi radicale, forte e definitivo; tanto radicale che l’amore stesso si trasforma — paradossalmente — in qualcosa di dovuto, anche da un punto di vista giuridico.
È ovvio che ciò avvenga, visto che è dalla famiglia fondata sul matrimonio che nasce l’intera società.
Ecco perché il matrimonio è l’istituzione sociale originaria della persona e origina, per antonomasia, l’intera società.

Il matrimonio è una società naturale tra uomo e donna.
Tale naturalità è provata da sempre:
1) dalla naturale attrazione sessuale tra uomo e donna;
2) dalla naturale derivazione delle persone (i figli) dall’uomo e dalla donna;
3) dalla naturale esigenza di complementarità tra uomo e donna;
4) dalla naturale necessità dei figli di costruire la loro identità personale;
5) per le molte e varie necessità naturali che hanno i figli di cura, sicurezza, protezione, affetto ed educazione da parte dei genitori.
Quando l’uomo e la donna assumono liberamente per il loro amore gli aspetti elencati, scelgono anche in modo naturale il fatto di donarsi l’uno all’altro, la capacità di esigere dall’altro l’adempimento di quanto precedentemente assunto.
Quando questo avviene a spese dell’amore umano, il carico può risultare eccessivo.
Ma se voluto da dentro, dalla natura stessa della relazione, si scopre che si tratta di un’esigenza soddisfabile che deriva dalla naturale unione coniugale.
L’amore tra uomo e donna trasforma l’attrazione che esiste tra loro in una fusione di persone senza confusione; le vite quotidiane personali in convivenza; l’esistenza di ognuno in coesistenza; e l’unione tra loro in comunione «una sola carne»).

Ecco le caratteristiche che contraddistinguono l’unione coniugale.
Osserviamo ora cosa avviene nelle unioni omosessuali.

Il «matrimonio» tra omosessuali: la questione del riconoscimento e dell’equiparazione

Riconoscere legalmente il «matrimonio» tra omosessuali significa incorrere in numerosi e gravi errori, a prescindere dal fatto che tale riconoscimento sia avvenuto o meno in virtù della «correttezza politica».

Riconoscere il «matrimonio» tra omosessuali significa non sapere che cos’è il matrimonio e/o non conoscere le persone il cui comportamento è palesemente omosessuale.
Dipende, in buona parte, da ciò che si intende per «riconoscere».
Riconoscere significa «esaminare con attenzione una persona o una cosa per comprenderne l’identità, la natura e i requisiti; guardarla da ogni angolazione e in ogni aspetto per capirla del tutto o per rettificare il giudizio formulato su dì essa in precedenza» (Dizionario della lingua spagnola).

Perciò, se si riconosce alle persone omosessuali il diritto di unirsi in matrimonio, è perché il legislatore non ha esaminato con la necessaria attenzione né l’identità, né la natura, né i requisiti di queste persone, e neanche il matrimonio con il quale quella unione vuole equipararsi.

Riconoscere agli omosessuali la capacità di unirsi in matrimonio significa accettare un «nuovo stato di cose».
Qual è questo «nuovo stato di cose»? molto probabile che ci si risponda che questo «stato» riflette un fenomeno sociale, i «fatti sociali», la cui fattività esige una regolamentazione giuridica.
La mera fattività delle relazioni tra alcune persone — in scenari sociali molto ristretti, d’altra parte — potrebbe rendere conveniente la regolamentazione giuridica di tali condotte.
Ma sarebbe veramente inaccettabile che questa regolamentazione non distinguesse tra le unioni uomo-donna e le unioni tra due persone dello stesso sesso.

Il factum delle unioni tra persone dello stesso genere non va confuso con il factum delle unioni tra persone di sesso distinto (essendo l’ultimo caso incomparabilmente più diffuso).
Sarà a causa di questo errore grossolano sul concetto di unione coniugale, o dell’ignoranza di cosa sia la condotta sessuale, o per colpa di entrambi gli errori, fatto sta che la legislazione che ne viene fuori è sbagliata, non ha nemmeno un briciolo di razionalità.

Sono molte le caratteristiche relative al matrimonio di cui abbiamo parlato, quando ci si avvicina ad esso da un punto di vista antropologico naturalista.
Nessuna di esse si compie o si soddisfa nelle relazioni tra persone dello stesso genere, per quanto aspirino a equiparare la loro unione a quella coniugale.
Ed è cosi in virtù di alcune condizioni intrinseche alla natura stessa della persona.

Le due relazioni non possono essere equiparate per il semplice fatto che il tipo di unione tra omosessuali non può essere considerato uguale o equivalente a quello del matrimonio tra uomo e donna.
E ciò non solo a motivo della diversità delle rispettive caratteristiche sessuali, ma anche per il modo in cui sono conformati i rispettivi esseri, da un punto di vista psicobiologico e antropologico.

La disuguaglianza, la non equiparazione, l’equiparazione impossibile su questo punto tra uomo e donna si propaga, superandoli, alla non equiparazione tra le relazioni coniugali e matrimoniali, e le relazioni «di fatto» tra due persone dello stesso sesso.

Il riconoscimento del «matrimonio» tra omosessuali è una finzione sostanziale: le relazioni tra persone dello stesso genere vengono travisate in modo evidente, si presentano cioè come ciò che non sono e non potranno mai essere.

Il riconoscimento legale e sociale del «matrimonio» tra omosessuali costituisce una simulazione fraudolenta di ciò che è una persona umana nella sua dimensione sessuata, un attacco a ciò che rappresenta il «matrimonio» tra persone di sesso diverso, un inganno personale e sociale che stabilisce artificialmente una finzione antropologica: quella dell’impossibile uguaglianza psicobiologica tra uomini e donne e, di conseguenza, tra le unioni realizzabili tra loro o tra omosessuali.

Su questo punto, si può sostenere che tale riconoscimento legale non è assolutamente equo, se per equità si intende la «giustizia naturale, in opposizione al dettato della legge positiva» (Dizionario della lingua spagnola).
La mancanza di equità delle leggi che regolano il «matrimonio» tra omosessuali ne mette in luce la corruzione.
Poiché, come dice s. Tommaso, «ogni legge ha per gli uomini ragione di legge in quanto deriva dalla legge naturale. Se qualcosa, invece, si oppone alla legge naturale, allora non è legge, ma corruzione della legge» [1].

Ecco una delle conseguenze che derivano dal modo di agire di certi legislatori che – partendo da un errore antropologico grossolano – intendono regolare giuridicamente il factum del comportamento omosessuale.
La ragione corretta dei legislatori, la recta ratio, non è in questo caso neanche presumibile, dato che risulta ovvia alla razionalità più elementare l’inconfondibilità della natura dell’uomo e della donna.

Quali sono le conseguenze di questa confusione su cosa sia l’«identità» dell’unione matrimoniale?
Sono molte le conseguenze che possono derivarne, e di cui daremo un resoconto sintetico:
– la regolazione artificiale — quasi artefatta e a fortiori — di un contesto di convivenza sociale e giuridica incompatibile con la natura umana;
– la consistenza sociale di certi comportamenti – molto eccezionali, per frequenza – che, una volta istituzionalizzati, si consolidano in modo quasi definitivo;
– l’emergenza di un tipo di relazione interpersonale non naturale, che verrebbe in questo modo confermata ed esposta all’imitazione dei giovani, come un modello educativo capace di ispirare comportamenti nuovi e simili (esemplarità e conseguenze educative della legge);
– la regolazione di relazioni che vengono trattate come quelle matrimoniali, pur non essendolo, dato che tra persone del lo stesso sesso non si rivendica né si assume nessun vincolo, né si definiscono i doveri «matrimoniali» che tale regolazione legislativa comporta;
– l’inflazione del diritto, che perde senso nella misura in cui l’oggetto della legge è carente di razionalità.
Sicuramente la vita precede il diritto, o, se si preferisce, il diritto va dietro alla vita.

Tuttavia, se la vita viene regolata in modo contrario alla natura dal diritto, questo modo di procedere renderà la vita ancora più difficile da vivere.
Un diritto che non serva la vita può considerarsi tale?
È ciò che avviene quando il diritto pone certe condizioni che contribuiscono a dissolvere e a deteriorare un’istituzione, naturale di suo, come il matrimonio.

Nessun «fatto» – né la pressione sociale che ne deriva – dovrebbe confondere o ingannare la razionalità, la ragione corretta che deve motivare e presiedere qualunque misura legislativa.

Si calpesta il diritto al matrimonio proprio perché lo si equipara a ciò che non è: il «matrimonio» tra omosessuali.
Il riconoscimento giuridico di questi «fatti» — il riconoscimento di qualcosa di reale, le relazioni tra omosessuali in una società democratica e pluralista — dovrebbe senz’altro essere regolato da una legge «giusta», dal momento che «la legge umana non può proibire tutto ciò che si oppone alla virtù»[2].

Ma tale legge sarebbe ingiusta, se nella sua normativa uguagliasse l’unione tra omosessuali con l’unione coniugale.
Con questo paragone ingiusto si discrimina la famiglia, perché non si dà al matrimonio su cui essa si fonda «ciò che gli è dovuto»; e perché qualcosa che non è né simile, né equivalente nei suoi doveri, funzioni e servizi alla società (il matrimonio tra uomo e donna e il «matrimonio» tra omosessuali), non può essere neanche simile o equivalente nell’ambito dello statuto giuridico che così lo regola.
Tanto più se si stabilisce uno statuto simile all’uno o all’altro tipo di relazione.

Questo è tanto più grave in quanto, com’è noto, il matrimonio, su cui la famiglia si fonda, è precedente allo Stato, non deriva da esso, e lo supera.
Rendendo la famiglia vittima di questa discriminazione arbitraria, si fa del male alla società intera.
Di fatto, l’istituzione matrimoniale stabile e monogama tra uomo e donna costituisce il primo elemento di costruzione del nuovo tessuto sociale.
Ogni figlio è un nuovo cittadino che, generando con le sue relazioni interpersonali un nuovo tessuto sociale, consolida tutta la società.
Ogni nuovo cittadino, con il suo lavoro, non solo sostiene la società tutta, ma anche le «casse» dello Stato.
Senza matrimonio non c’è famiglia, e senza famiglia non c’è prolificazione ed educazione della prole.
Senza prole non c’è società.
E senza società non c’è Stato.

Discriminare la famiglia contribuisce ad aumentare lo squilibrio demografico, a frammentare e dissolvere il delicato tessuto sociale, e a mettere in molte e serie difficoltà la continuità e il perpetuarsi dello Stato.
È quindi ovvio che aumentino i flussi di popolazione e le conseguenze problematiche derivanti dall’immigrazione.

Il percorso naturale che dalla persona porta allo Stato segue le tappe seguenti: persona, famiglia (società naturale), società (intermedie o meno) e Stato.
Tale percorso, considerato nel suo carattere originario, ci si presenta come una sequenza senz’altro irreversibile e unidirezionale (dalla persona allo Stato).

Se invece si guarda da un punto di vista funzionale, bisognerà ammettere che i rapporti tra gli elementi che lo compongono, e il modo in cui si assemblano, si presentano come una sequenza bidirezionale e reversibile.
In altre parole: i rapporti tra gli elementi che mediano l’interazione tra la persona e lo Stato sono originariamente unidirezionali e funzionalmente bidirezionali.
Di conseguenza, ciò che lo Stato stabilisce per legge influenza molto la società, la famiglia e la persona.
Ma tale influenza — non dimentichiamolo — prima o poi finisce per giovare e/o nuocere allo Stato.

Il fatto di non voler discriminare le persone il cui comportamento è manifestamente omosessuale non autorizza né a confondere il concetto di matrimonio, né a discriminare le persone (uomo e donna) che in questo modo si legano, e tanto meno l’intera famiglia (anche le persone dei figli) che su di loro si fonda.
Tale modo di procedere manca ancor più di fondamento, anche nel caso in cui si appelli all’insufficienza di misure legali con cui regolare e proteggere la famiglia, come infatti avviene.
In effetti è ovvio che ogni figlio, ogni nuovo cittadino costituisce in se stesso un bene unico e irrinunciabile, senza dubbio alcuno, per il bene comune.

Ma questo bene che ogni persona costituisce — e senza il quale non sarebbe possibile il bene comune — ha bisogno di troppe cose durante i primi anni di vita.
Ha quindi bisogno di protezione.
E questa protezione viene meno se si equipara il contesto naturale necessario alla sua crescita ad altri contesti alternativi e contro natura, nei quali molto difficilmente può formarsi la sua identità personale e completarsi il suo sviluppo.
Viene meno, altresì, se non si prendono misure legislative a suo beneficio — che è il beneficio della famiglia.

D’altra parte, sembra strano che, mentre tra le persone di sesso diverso si contano sempre meno matrimoni — dato che qualcuno interpreta come una perdita di prestigio dell’istituzione —, la stessa istituzione sia rivendicata dagli omosessuali.
Questo fatto paradossale impone una certa riflessione, formalizzata in questa domanda: se sono così pesanti le responsabilità che si contraggono con il matrimonio, tanto che molte persone di entrambi i sessi preferiscono non sposarsi, da dove viene questa rivendicazione delle persone omosessuali relativa al «matrimonio»?
Vogliono forse farsi carico di quelle responsabilità?
Non sarà piuttosto che vogliono anche loro i «diritti» che spettano al matrimonio, senza però farsi carico dei «doveri»?

In questo caso, prima di optare per qualunque ordinamento giuridico, i legislatori dovrebbero porsi alcuni problemi:
cosa è più importante per la genesi del tessuto sociale, i matrimoni tra persone di sesso distinto o i «matrimoni» tra omosessuali?
In quale dei due risiede il principio autocostitutivo e «genetico» della società?
In quale delle due società fondate dalle rispettive relazioni possono essere meglio trasmessi i valori alla generazione successiva?
In quale di esso cresceranno meglio i nuovi cittadini, così da strutturarsi, svilupparsi e accrescere in modo naturale le proprie personalità?
E, d’altro canto, quali «obblighi» si assumono le persone dello stesso genere che scelgono questo tipo di unione?
Quali «obblighi» deve assumersi la società rispetto all’una e all’altra classe di istituzione matrimoniale?
Non significa questo che si stanno privilegiando le unioni omosessuali, mentre si esonera il matrimonio dai suoi doveri, che sono cosi essenziali per la società?
Se si accetta questo ordinamento legale, in che misura l’uno e l’altro tipo di matrimonio contribuiscono ad aumentare il bene comune?
Cosa ricevono in cambio, l’uno e l’altro, dalla società?

Senza alcun dubbio, nel matrimonio di persone di sesso distinto ci sono molti diritti e doveri (tra gli sposi, tra loro e i figli, tra gli sposi e le rispettive famiglie di origine ecc.), effettivamente contemplati dalla legislazione.
Quali sono i doveri contemplati nel «matrimonio» tra omosessuali?

Legislazioni come quelle a cui si è alluso possono costituire un’autentica minaccia, oltre che un’ipoteca, per il futuro della società.
E’ noto che la famiglia, naturalmente costituita, è il luogo migliore per la prevenzione di molti disturbi psichici, del comportamento e della personalità nei figli.
Ma la voracità delle rivendicazioni, da parte degli omosessuali, è arrivata all’estrema conseguenza di sollecitare il diritto all’adozione.
Le ragioni per opporsi a questo supposto diritto sono molte.

1) Tra i bambini privati dei genitori, e poi adottati, c’è un’incidenza maggiore di alterazioni psicopatologiche (disturbi del comportamento, fallimento scolare, aggressività, ansia da separazione, ritardo psicomotorio, iperattività, dislessia, depressione, condotta asociale, suicidio, psicopatie, psicosi ecc.), rispetto ai bambini che non patiscono questa privazione.

2) Il bambino ha diritto ad acquisire, fondare e stabilire, in modo adeguato, qualcosa di molto importante e irrinunciabile: la sua identità sessuale.
Questo diritto è impedito, o gravemente minacciato, quando il bambino riceve solamente modelli di condotta, come quelli omosessuali, in cui proprio questa identità viene messa in crisi.

3) Il bambino ha diritto a essere protetto da una patologia aggiuntiva derivata da questi modelli, che andrebbe a sommarsi a quella causata dal fatto di non vivere con i propri genitori biologici e di esserne stato separato.

4) Il bambino e la bambina hanno bisogno del padre e della madre per identificarsi con la persona del loro stesso genere, e per apprendere il rispetto, l’affetto e la complementarità che la persona dell’altro genere deve esprimere l’affetto e il legame suscitato da tale relazione sono loro indispensabili per fondare le proprie identità personali.

5) Il bambino ha diritto a maturare la propria affettività, osservando il vincolo — affettivo, cognitivo e personale — che si stabilisce nelle relazioni tra padre e madre. Questa relazione costituisce la trama in cui si definisce e sì consolida la maturità della sua affettività e della sua personalità futura.

6) Nel profilo psicologico dell’omosessuale si osserva una maggiore incidenza di tratti psicopatologici (egocentrismo, autocompassione, immaturità affettiva, gelosia, infedeltà, depressione ecc.), che in qualche modo contribuiscono allo sviluppo generale del bambino adottato ed esposto a questo modello di condotta.

7) Un bambino che vivesse con soli omosessuali non sperimenterebbe né apprenderebbe le differenze dì genere tra l’uomo e la donna. Apprenderebbe invece qualcosa di falso e contro natura: l’irrilevanza della necessità e della complementarità delle persone dell’altro sesso e delle differenze che le caratterizzano.

8) Un bambino che vivesse solo con gli omosessuali che lo avessero adottato soffrirebbe di un deficit di socializzazione — non avendo la possibilità di interiorizzare lo spirito genuino della famiglia fondata sulla comunità tra un uomo e una donna —, oltre che di una carenza di autostima e di un serio deterioramento del concetto di se stesso, essendo stato, questo, strutturato solo parzialmente.

9) Di conseguenza, il bambino adottato da omosessuali avrebbe un’identità mortificata, incompleta, frazionata e parzialmente deprivata, mutilata, scorretta e, quindi, insoddisfacente.

10) L’adozione da parte di omosessuali non potrebbe soddisfare i criteri che definiscono l’adozione, si incorrerebbe quindi in una adoptio sine adoptione, ossia in un’adozione senza adozione, in una finzione giuridica.

Il fine dell’adozione è la protezione del minore abbandonato e non la soddisfazione dell’adulto/a senza discendenza.
D’altra parte, come sostiene il vecchio principio giuridico, adoptio imitat naturam, l’adozione deve imitare la natura.
Si tratta della natura della famiglia costituita dal padre e dalla madre adottivi, con relazione stabile, in grado di favorire la crescita e lo sviluppo della persona adottata.
Nel caso in cui lo sviluppo dei bambini dati in adozione a coppie di omosessuali presenti dei disturbi, non dovrà la società farsi carico, in futuro, della conseguente problematicità del bambino cresciuto in questo modo?
In virtù di quale principio lo sviluppo di un bambino e la sua identità personale possono essere esposti a questo tipo di rischio?
Non sarà questa una legge che incrementerà il numero di giovani che faranno in futuro una scelta omosessuale?
Se così fosse, lo stesso valore educativo-culturale dell’ordinamento giuridico sarebbe pericolosamente messo in discussione.

Per concludere

A questo punto vanno fatte alcune precisazioni – del resto, molto succinte – su ciò che si vuole intendere con questi neologismi, con questa nuova terminologia («matrimonio» di omosessuali).

Possiamo affermare che, laddove i concetti si oscurano, si fanno più prossime la confusione e l’emergenza delle ideologie.
In effetti, concetti come matrimonio e famiglia sono stati sistematicamente corrotti in questi ultimi decenni.

Le ragioni di questa corruzione sono molte.
Alcune di tipo tecnologico (specialmente quelle derivate dalla riproduzione artificiale), altre di tipo sociologico (la rivoluzione sessuale, la contraccezione e il permissivismo) e altre ancora di tipo politico (il «politicamente corretto»).

Tuttavia, nessuna di queste ragioni, né tutte insieme, hanno potuto impedire, al di là delle corruzioni praticate, l’emergere di una nuova forma alternativa rispetto a quella naturale: l’unione coniugale, il matrimonio e la famiglia.

Per concludere, l’autore di queste righe proporrebbe i seguenti suggerimenti:
– evitare nell’uso colloquiale del linguaggio, nelle diverse lingue, l’impiego di aggettivi o diciture che, in modo apparentemente innocuo, accompagnano oggi i concetti di matrimonio e di famiglia;
– richiedere ai poteri legislativi competenti ciò che spetta di diritto al matrimonio e alla famiglia;
– resistere e opporsi al fatto che, relativamente al matrimonio e alla famiglia, si stabiliscano ingiuste equiparazioni o riconoscimenti ambigui e artificialmente egualitari con altri tipi di unioni, relazioni e istituzioni, con cui l’identificazione è impossibile;
– esigere dai vari governi modifiche opportune alle legislazioni, affinché venga rispettata l’identità del matrimonio e della famiglia. Ma tale rispetto non si conseguirà se le legislazioni vigenti non proteggeranno il bene della società naturale (la famiglia e, specialmente, i figli), fondamento, origine e obiettivo del bene comune della società intera.

Aquilino Polaino-Lorente
** Cattedratico di psicopatologia all’Università Complutense di Madrid. Dottore in medicina, laureato in psicologia e in filosofia, ha svolto i suoi studi nelle Università di Madrid, Colonia, Heidelberg, Monaco, UCLA e Georgetown (Washington DC). Ha tenuto corsi e seminari in università in Cile, Messico, Colombia, Porto Rico, Venezuela, Argentina e Perù.
Presidente dell’associazione La Rábida, della Sezione di educazione speciale della società spagnola di pedagogia, e socio fondatore dell’Associazione per lo studio della dottrina sociale della Chiesa.
Membro delle reali accademie di medicina di Granada, Valencia e Cadice, ha ricevuto vari riconoscimenti.
Specializzato in autismo, iperattività infantile, alcolismo, tossicomania, depressione e terapia familiare, è autore dì più di 50 libri e monografie e di più di 300 articoli in pubblicazioni nazionali e internazionali.

* Testo tratto da: Pontificio consiglio per la famiglia (a c. di), Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Bologna. EDB, 2003, pp. 587-598.

[1] Tommaso d’Aquino, S. Th. I-II, q. 95, a. 2.
[2] Tommaso d’Aquino, S. Th. II-II, q. 77, a. 1 ad 1

L’adozione: un cammino di santità per genitori e figli

adozioneLa stagione estiva è un tempo favorevole non solo perche’ e’ possibile trascorrere le giornate all’aria aperta, per godere delle meraviglie del creato. L’estate è un periodo nel quale dare respiro alla propria anima e farla assaporare quel calore e quella freschezza molte volte soffocata dalla frenesia degli impegni di tutto un anno lavorativo. Come l’aria estiva conduce ad uscire dalla propria casa per vivere a contatto con la natura, così l’anima è quasi invitata naturalmente ad uscire dalle abitudini quotidiane per spingersi verso quei desideri e quelle realizzazioni rimasti incompiuti durante l’anno. Questo uscire in realtà è un entrare nelle profondità del proprio essere per capire quali siano le aspirazioni e le intenzioni che vorremmo realizzare. Per un marito e una moglie che non hanno avuto il dono dei figli, il pensiero ricorrente è quello della maternità e paternità. Una ferita profonda nasce nel cuore di ogni uomo e di ogni donna quando i figli non arrivano. Questa piaga dell’anima, che ognuno vive con una propria intensità e angoscia, rischia di trasformarsi in un solco profondo quando questo dolore non viene affrontato, discusso e superato.

L’adozione è una via di santificazione, perchè ha la capacità di guarire le ferite del cuore, costruisce un ponte di comunione di intenti che oltrepassa il valico dell’infertilità e dona quella fecondità spirituale che porta a diventare una madre e un padre. L’adozione è un cammino di santificazione, perchè il cuore della moglie e del marito reagiscono diversamente dal comune modo di intendere e vivere la sterilità fisica. Tantissime coppie, una volta scoperta la loro sterilità fisica, si rivolgono a centri specializzati per la fecondazione omologa o eterologa per arrivare a realizzare il loro sogno. Il figlio nato dalla propria pancia, il figlio della propria carne, il figlio portato nel grembo per nove mesi, continua ad essere concepito come unica via per giungere alla genitorialità. E se questo non è possibile ottenerlo dalla fecondazione artificiale, molte coppie sono disponibili a ricorrere alla maternità in affitto per avere la garanzia di avere un figlio sano e un figlio appena nato.  La santità non consiste solo nella rinunzia di pratiche che soddisfano il bisogno egoistico di avere una bambino a tutti i costi. La santità si traduce nel mortificare il desiderio di maternità e di paternità carnale per decidere di porsi al servizio della vita scartata e abbandonata. La santità dell’adozione apre il cammino dell’accoglienza verso bambini o adolescenti già venuti al mondo. La maternità e la paternità adottiva è disgiunta dal concepimento e dell’età del figlio. È possibile diventare genitori anche di un figlio non piccolissimo di età, perchè essere madri e padri è prima di tutto accoglienza interiore, disponibilità al sevizio educativo e ascolto silenzioso, tutti atteggiamenti aggiuntivi rispetto al fatto di avere dato alla luce un figlio.

La scelta adottiva, come la scelta di ricorrere ad altre forme di procreazioni artificiale, non è una decisione del momento, ma è l’apice di un cammino che scaturisce dal modo di  interpretare il senso del dolore. Un dolore rifiutato normalmente produce altro dolore. Il dolore contiene la forza intrinseca di moltiplicarsi quando non viene riconosciuto e accettato. La catena della sofferenza ha la capacità di aggiungere sempre nuovi anelli per trascinare nuove anime in questa spirale di angoscia. Quando il dolore viene accettato come una volontà di Dio, allora esso costituisce una indicazione che contiene la forza vitale di accompagnare l’uomo verso altre strade che conducono ad aprirsi ai bisogni dell’altro. In questo modo la tribolazione diventa il compimento di una speranza più grande, perchè incarna una volontà superiore. Questa volontà di Dio è il vero bene per noi, semplicemente per il fatto che è pensato e voluto da Lui. Questo è proprio quanto accade con l’adozione. L’accettazione della sterilità fisica apre alla fecondità spirituale e questo conduce gli animi di quella coppia ad aprirsi ad una volontà superiore, una volontà divina, che li condurrà con mano sapiente in un luogo del pianeta dove avverrà l’incontro con i propri figli. Questa santità non è solo dei genitori, ma è soprattutto dei figli adottivi, perché essi se da piccoli sembrano quasi accettare impassivi un destino scritto da altri, quando iniziano a crescere, sono chiamati a maturare e confermare la loro scelta con l’adesione intima a questo progetto di amore che li farà sentire dei veri figli.

Il santo cammino di sentirsi figli di un padre e di una madre che non ti hanno generato, non è certo una via senza ostacoli. Esso è un sentiero in salita che ha sempre pronta la tentazione di maledire la propria storia, di immaginare continuamente come sarebbe stata la propria vita di figlio se fosse rimasto nella famiglia d’origine, di convivere con quel pensiero inquietante sulla sorte dei genitori biologici e dei fratelli rimasti in situazioni precarie e pericolose. In conclusione, l’adozione è una via di santificazione per i genitori e per i figli. Il cammino adottivo conduce alla pace quando è frutto di un’accettazione di quella storia che fa parte di un misterioso disegno di amore di Dio. La famiglia adottiva compie la sua missione quando i genitori e i figli entrano pienamente nella loro storia, e così il Dio della storia benedirà ed accompagnerà quella famiglia nata e sostenuta dai doni dello Spirito Santo.

Osvaldo Rinaldi – Zenit

Quali tecniche per le coppie infertili?

infertilityLa posizione della Chiesa – che in questa materia esprime non un articolo di fede ma la verità sull’uomo che l’intelletto può riconoscere – è chiarissima fin dalla Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede “Donum Vitae” (1987), e ribadita da numerosi altri interventi magisteriali (Pontificia Accademia per la Vita, X Assemblea Generale, Comunicato Finale su “La Dignità della Procreazione Umana e le Tecnologie Riproduttive. Aspetti Antropologici ed Etici”, febbraio 2004; Giovanni Paolo II, Messaggio del Santo Padre Giovanni Paolo II in Occasione della Festa della Famiglia Organizzata dalla Diocesi di Roma, 6 febbraio 1999; Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica “Evangelium VItae” sul Valore e l’Inviolabilità della VIta Umana, 1995, n. 14): la fecondazione artificiale non è mai ammissibile in quanto sostituisce all’atto coniugale degli sposi un atto tecnico di laboratorio. Non può pertanto essere richiesta né dalla donna né dall’uomo.

Le dimensioni unitiva e procreativa proprie del matrimonio, infatti, sono fra loro inscindibili. La tecnologia, che deve essere a servizio dell’uomo, potrà essere validamente utilizzata nel matrimonio a fini procreativi solo nella misura in cui rappresenta un “aiuto” all’atto coniugale e non una sua sostituzione.

“L’intervento medico è rispettoso della dignità delle persone quando mira ad aiutare l’atto coniugale sia per facilitarne il compimento sia per consentirgli di raggiungere il suo fine, una volta che sia stato normalmente compiuto. Al contrario, (…)accade che l’intervento medico tecnicamente si sostituisca all’atto coniugale per ottenere una procreazione che non è né il suo risultato né il suo frutto: in questo caso l’atto medico non risulta, come dovrebbe, a servizio dell’unione coniugale, ma si appropria della funzione procreatrice e così contraddice alla dignità e ai diritti inalienabili degli sposi e del nascituro” (Donum Viae, II, n. 7).

In questo senso, è lecita, ad esempio, la stimolazione ovarica per indurre farmacologicamente l’ovulazione in una donna con cicli anovulatori; in alcuni specifici casi, si può ammettere l’INSEMINAZIONE (non fecondazione) artificiale omologa, ricordando sempre che “se il mezzo tecnico facilita l’atto coniugale o l’aiuta a raggiungere i suoi obiettivi naturali, può essere moralmente accettato. Qualora, al contrario, l’intervento si sostituisca all’atto coniugale, esso è moralmente illecito” (Donum VItae, II, n. 6).

dottoressa Claudia Navarini

Non di soli sgravi vive la famiglia

famiglie sgraviIl nuovo anno è stato salutato dai cattolici italiani con un dibattito tutto loro sulle priorità della loro azione politica. È parso allora per un attimo che si contrapponessero l’equità fiscale e la protezione valoriale, mentre una lettura più attenta suggerisce che l’una non possa darsi senza l’altra.

Oggi è il tempo degli uomini “pratici”. La loro parola d’ordine è “concretezza”. La crisi della famiglia, ci dicono questi uomini della praticità, è soprattutto una crisi economica. Date loro più soldi, o meno tasse, e le famiglie rifioriranno a nuova vita.

Sembra di sentire le parole del drammaturgo socialista Bertolt Brecht: Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral («Prima viene il mangiare, poi viene la morale»). Prima di parlare, fa dire al furfantello dell’Opera da tre soldi, bisogna aver qualcosa da mettere sotto i denti: «Della gran forma di pane, una fetta anche ai reietti e ai poverelli spetta».

Brecht, certo, sbaglia quando afferma che l’uomo non ha altro pane che quello terreno. È in errore quando pensa che la terra non soltanto sia tutto il pane dell’uomo, ma anche la sua fame.

Eppure Brecht non aveva tutti i torti. Anche per il vangelo, se è vero che l’uomo non vive di solo pane, ciò, comunque, non vuol dire che non viva anche di pane.

Ben venga perciò una politica fiscale ed economica a misura di famiglia. Il sociologo Luca Ricolfi in un libro di qualche anno fa (La Repubblica delle tasse, Rizzoli, Milano 2011) attestava l’insostenibilità della pressione fiscale. E non si parla soltanto della pressione fiscale complessiva. A comprimere ogni possibilità di crescita economica è soprattutto l’esorbitante tassazione su imprese e partite IVA, vale a dire sui centri produttori di ricchezza.

Detto questo, la crisi della famiglia non può essere ridotta a una questione puramente economica.

La famiglia è entrata in crisi quando la cultura del dono, che è la dimensione famigliare per eccellenza, è stata intaccata dalla logica della “coppia”. Essa è diventata non più una unione superiore alla somma dei singoli componenti, bensì una mera giustapposizione di individualità.

I paradossi del sesso spuntato

La crisi della famiglia si accompagna, da almeno 40 anni, a uno scenario demografico che nel mondo occidentale registra, nella sua quasi totalità, una perdita del tasso di fecondità, posizionatosi ben al di sotto della soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

Lo statistico Roberto Volpi nel suo libro Il sesso spuntato (Lindau, Torino 2012) parla di una crisi della stessa funzione procreativa, entrata in una fase crepuscolare.

Secondo Volpi si è disegnato uno scenario paradossale. Primo paradosso: il pianeta terra non è mai stato intensamente popolato come adesso (sette miliardi di individui) eppure siamo di fronte a una crisi della riproduzione sessuale. Un’incongruenza, o meglio un dramma, che ricorda quanto diceva Bernanos, il quale ironizzava sulla condizione dell’Europa paragonandola a un cadavere divorato dai vermi: una cosa inanimata ma tutt’altro che inerte, il cui interno brulica di frenetiche attività tese a cagionarne la decomposizione…

I numeri sono impietosi. Parlano di un autentico inverno demografico. La caduta verticale della fecondità europea è comprovata dal tasso di fecondità medio, quasi dimezzatosi negli ultimi quarant’anni, di almeno il 25% inferiore alla soglia di sostituzione. L’Europa è passata dai 2,6 figli per donna nel quinquennio 1960-1965 agli 1,4 nel 2000-2005.

Il secondo paradosso è questo: la caduta verticale del tasso fecondità avviene, in un brevissimo arco di tempo, quando le condizioni economico-sociali sono le migliori di sempre e in regioni geografiche dove il benessere è più diffuso.

Questo fatto, da solo, dovrebbe far riflettere a lungo gli uomini “pratici”.

La grande trasformazione della vita sessuale

Per Volpi la depressione della fecondità deriva da un «deprezzamento valoriale» della procreazione. La svalutazione della procreazione è l’esito di un processo a tappe: il sesso, praticato per sé stesso, senza fine generativo, è divenuto un valore in sé. Grazie alla rivoluzione contraccettiva e all’affermazione della dimensione terapeutica del sesso, questo non è più strumentale alla generazione di nuovi esseri umani.

È la “grande trasformazione” della vita sessuale: anche la sfera del sesso, come è accaduto all’economia e alla politica, si autoregolamenta emancipandosi da qualunque vincolo etico-morale. Il sesso senza propositi riproduttivi viene sgravato da ogni riprovazione morale.

Nello stesso tempo assistiamo alla delegittimazione dell’istituto del matrimonio come principale precondizione per l’esercizio della sessualità tra adulti consenzienti.

Il vincolo istituzionale del matrimonio viene sostituito con il sentimento amoroso, cioè con una condizione puramente esistenziale. Basta pensare alle coppie di fatto, che subordinano il legame-istituzione del matrimonio al legame-unione della convivenza. I rapporti sessuali ora sono praticati sulla base del vicendevole assenso.

Alla deregulation della sessualità si accompagna la crisi profonda del matrimonio succeduta all’introduzione del divorzio. Una crisi che colpisce in particolare misura l’Italia, dove il matrimonio (il “matrimonio all’italiana”) aveva avuto un enorme successo, forse più che in ogni altro paese.

Come uscire dalla crisi del dopoguerra: grazie alla vitalità famigliare

Non si deve dimenticare un fatto: l’Italia esce dalle difficoltà della seconda guerra mondiale grazie a un numero incredibile di matrimoni: quasi 854mila in due anni: 415.641 (1946) e 437.915 (1947), per un totale di 853.556 matrimoni. Una cifra che sfiora i dieci matrimoni all’anno per mille abitanti (un tasso tre volte superiore all’attuale). Gli italiani investono energie e risorse nel matrimonio per uscire dal disastro del dopoguerra. Il boom economico degli anni ’60 sarà vissuto all’insegna del matrimonio trionfante (praticamente solo nella forma religiosa: quasi il 99% si sposa in chiesa). Il matrimonio resta saldo fino a prima metà anni ’70. Il cedimento comincia nel 1974. È l’anno del referendum abrogativo sul divorzio.

In precedenza il matrimonio era il pilastro della vita sociale. Quasi tutto ruotava intorno ad esso. L’istituto matrimoniale in quegli anni è generalizzato, esteso a tutte le classi sociali. L’età media dei contraenti era molto bassa (24 anni per le donne, sei anni pieni meno di oggi), la media dei figli di conseguenza più alta: sopra i 2,5 figli per donna.

La famiglia, dice Volpi, si rivela una sorta di «moltiplicatore degli sforzi individuali». La guerra e lo sport, in maniera differente, stanno a testimoniare che lo sforzo coordinato degli uomini sovente ha la meglio sulle iniziative troppo centrate sulle singole individualità.

Sposarsi per gli italiani del tempo era un rito di passaggio, una assunzione di responsabilità che segnava il transito a una età adulta della vita. Era appannaggio di famiglie che vantavano forti vincoli di solidarietà interna e alti gradi di apertura esterna. Le famiglie italiane sono state il vero motore dello sviluppo economico, non soltanto come unità consumatrici ma come un fattore produttivo a tutto tondo.

La rivoluzione del divorzio

Il divorzio introduce un autentico cambio di paradigma, immettendo nella società domestica un principio caratteristico della società mercantile: il principio di «exit» (uscita o defezione), che definisce la possibilità e la facilità di uscire da un rapporto sociale (nella sua forma tipica un contratto).

La società domestica si regge invece su un altro principio: la lealtà («loyalty»). La possibilità di defezionare intacca così una delle caratteristiche principali della famiglia: la sua incondizionalità. Non si scelgono i propri genitori, i propri fratelli e le proprie sorelle come si scelgono gli amici. Nessuno sceglie da sé se venire al mondo o meno. Per questo la famiglia fa parte di quelle istituzioni che, tradizionalmente, procurano sicurezza a scapito della libertà. Guadagnare in libertà in questo campo ha portato alla perdita di sicurezza, e dunque di stabilità.
La possibilità di scegliere equivale potenzialmente a scegliere di non scegliere più quella persona. Un rapporto libero perciò non è un rapporto incondizionato.

Il divorzio moderno toglie l’aura protettiva al matrimonio, gli leva il suo marchio di garanzia, la “certezza del prodotto”. Il divorzio insinua una sorta di “riserva permanente” nei confronti del matrimonio, introduce la possibilità di scelta, un ombrello di salvataggio, fornisce un’alternativa nel caso che le cose si mettano male. Nessuno prima ignorava la possibilità che un matrimonio potesse fallire, con tutti i dolori e i guai del caso. Ma col divorzio, osserva Volpi, «non si sa più se e quanto il matrimonio potrà aiutaci affinché le cose non si mettano male. Tanto vale non sposarsi del tutto, allora. Qui è l’origine del tramonto del matrimonio che si va profilando; giacché, in effetti, non ci si sposa davvero più».

Il tramonto è provato ancora una volta dalla durezza dei numeri. Secondo l’Istat nel 2014 sono stati celebrati meno di 190mila matrimoni, 26mila in meno rispetto al 2010, 41mila in meno dal 2009. Una progressione in discesa che dura dal 1973.

In generale, osserva Volpi, la crisi del matrimonio è associata a un deciso abbassamento del tono vitale, come se col suo declino fosse stata la società intera a perdere di slancio. Un diffuso luogo comune dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”. Questo giudizio appare in realtà solo un ennesimo segno della sua crisi. Le cose stanno precisamente all’inverso: il combinato disposto della dissolubilità matrimoniale e della maggiore libertà sessuale non ha affatto determinato un aumento del numero di rapporti sessuali. Giusto all’opposto: si fa meno l’amore.

Fino agli anni 70 ci si sposava anche in età molto più giovani: in media a 24, oggi oltre i 30. Sei anni cruciali, nel pieno della vitalità sessuale. Sette matrimoni su dieci avevano luogo prima dei 25 anni della donna, nove su dieci prima dei 30 anni. È alquanto improbabile, se non impossibile, che le donne di oggi, che si sposano poco e a età più avanzate, abbiano mediamente un numero di rapporti sessuali pari alle loro coetanee sposate negli anni ’60 e ’70. Ennesimo paradosso: la maggior libertà sessuale non coincide con una maggior quantità di rapporti sessuali.

Una mutazione genetica: dalla “famiglia” alla “coppia”

Si è detto, all’inizio, che la crisi è scoppiata quando alla logica della “famiglia” si è voluta sostituire la logica della “coppia”. Spesso si sottovaluta il peso di una tale “mutazione genetica”. Fino a cinquant’anni fa il baricentro dei rapporti uomo-donna risiedeva nella parola “famiglia”. Oggi il baricentro sta nella parola “coppia”.

Il cambio di paradigma è evidente: la famiglia è una unità di sopravvivenza, più che sentimentale; una realtà basata più sul dovere (principio di realtà) che sul piacere.

Alla famiglia ben si addicono i versi della meravigliosa Helplessly hoping del trio Crosby, Stills & Nash:

They are one person
They are two alone
They are three together
They are for each other

(Loro sono una persona / Loro sono due da soli / Loro valgono tre insieme / Loro sono l’uno per l’altra)

Nella logica della “coppia”, viceversa, non si dà una unione superiore alla somma delle parti: è una specie di narcisismo a due. La “coppia” termina con lo scemare del piacere di una delle due parti. Il sentire precede l’essere. Quando non si “sente” più nulla, tutto finisce.

Da abitatori del tempo quali sono, gli esseri umani, dice C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche, sono divisi tra due regni: il regno dello spirito e il regno animale. In forza della loro natura anfibia sono perciò sottomessi a una sorta di “legge dell’ondulazione”. Le loro passioni e l’immaginazione sono in continuo divenire, giacché essere nel tempo vuol dire mutare. Per questo la vita degli uomini, nella misura in cui è soggetta al gioco delle passioni, mostra una incessante alternanza tra fasi di depressione e fasi di elevazione.

La passione bruciante accende il fuoco di un momento, ma sulla base instabile degli affetti non è possibile edificare alcunché di duraturo. Presa singolarmente, la passione può dare forza un progetto: può alimentarlo, ma non lanciarlo nel tempo (lo attesta la stessa etimologia: «progetto» viene da pro-jectus, l’azione di gettare in avanti). È proprio la famiglia una di quelle istituzioni che concorrono a dare quella benefica stabilità che, sola, permette alla vita di poter mettere radici e maturare. Ma avendo voluto mettere la passione là dove non dovrebbe stare, si è cominciato a minare l’intero edificio della famiglia: lo spirito individualistico ha finito per sovrastare lo spirito di comunione.

Individualismo, egocentrismo e spirito d’avariza

Precisamente in questa declinazione individualistica della vita a due va rintracciata quella flessione egoistica che San Tommaso avrebbe giudicato una tipica espressione dello spirito di avarizia.

L’avarizia, dice l’Aquinate, è lo smisurato desiderio di ogni «avere», mediante i quali averi l’uomo crede di potersi assicurare la propria grandezza e il proprio valore. Un atteggiamento avaro è l’angosciosa e convulsa caratteristica della vecchiaia, tipica degli anziani che per via della loro naturale fragilità cercano con maggiore avidità il soccorso dei beni esteriori.

Lo spirito di avarizia si accompagna, non a caso, a quella eccessiva prudenza volta alla conservazione di se stessi, porta a quel ripiegarsi egocentrico che subentra di regola quando vengono a mancare la freschezza e la baldanza giovanili. Non si rischia più nulla, non essendoci nulla di più alto del proprio “io”.

Ma fare famiglia, diceva Chesterton, richiede virtù superiori a quelle del calcolo e della mera razionalità. La famiglia è un’impresa da uomini liberi. La prudenza va bene per l’ordine delle cose materiali, si attaglia a un’etica della conservazione. È necessaria, anzi indispensabile, quando si tratta di custodire ciò che è già esistente.

Dare la propria disponibilità a generare una nuova realtà, la famiglia, e nuove vite, quelle dei figli, richiede però qualcosa di più della semplice amministrazione.

È malsano non seguire altro che uno scherma dove tutto è calcolato e quantificato: l’amore avvizzisce in assenza di slancio. L’amore umano si nutre anche di creatività, non solo di gestione e amministrazione.

Il rischio al servizio dalla prudenza

Si dimentica un’altra verità essenziale: cioè che anche la prudenza decade senza il rischio. E allo stesso modo il rischio ha significato soltanto se è messo al servizio della prudenza. Pensiamo a un fatto concreto: chiunque debba intraprendere un viaggio sa che questo comporterà naturalmente dei rischi. Dirgli di “essere prudente” può significare: guida con moderazione, scegli la strada meno pericolosa, ecc. In altre parole: corri il minor rischio possibile. Ma in nessun modo questo equivale a dire: non correre alcun rischio. Per non correre alcun rischio occorrerebbe non partire nemmeno.

Da solo, lo spirito di economia invocato dagli uomini “pratici” non potrà mai rilanciare l’amore famigliare. La lezione della storia insegna: occorre spendersi anche per salvaguardare la natura più intima, la struttura portante della famiglia: l’unione stabile e feconda di un uomo e di una donna saldati da un comune destino. Dopo aver minato la stabilità famigliare col divorzio, dopo aver sferzato la fecondità con la rivoluzione contraccettiva, con l’aborto, con la rivoluzione biotecnologica, ora anche la differenza sessuale è sotto attacco.

È la natura stessa della famiglia a essere minacciata. Viene da chiedersi a che servirà un fisco più equo per la famiglia senza più alcuna famiglia da detassare.

da: costanzamiriano.com

Il coraggio di procreare (Tommaso Ghirelli) 2 parte

gravidanza16. IL LEGAME TRA CONTRACCEZIONE E ABORTO
Costituendo l’espressione di un rifiuto oggettivo a riconoscere Dio come l’Autore della Vita, l’atteggiamento contraccettivo incoraggia l’indifferenza nei confronti della santità della vita. A questo proposito, vale la pena notare quanto spesso il beato Papa Giovanni Paolo II abbia attirato l’attenzione sul legame tra contraccezione e aborto. In un’occasione, parlando ad un gruppo di Vescovi dell’Austria sulla dottrina dell’Humanae Vitae, il Santo Padre affermava: “Non può essere permesso alcun dubbio (…) L’invito alla contraccezione vista come una modalità di relazione tra i sessi che si suppone ‘innocua’ non costituisce soltanto un’insidiosa negazione della libertà morale dell’uomo. Incoraggia infatti un’interpretazione spersonalizzata della sessualità, che viene ristretta principalmente al momento dell’unione fisica e promuove, in ultima analisi, quella mentalità dalla quale emerge l’idea dell’aborto e dalla quale viene continuamente nutrita”7. Nell’enciclica Evangelium Vitae, lo stesso Beato affermava che la  cultura filoabortista è particolarmente forte in tutti i casi in cui l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione viene rifiutato. Pur riconoscendo la differenza per natura e per gravità morale tra contraccezione e aborto, sosteneva che sono spesso strettamente connessi, come frutti dello stesso albero.

Si sa ormai da molti anni che alcuni cosiddetti “contraccettivi” agiscono di fatto come abortivi. Sfortunatamente, coloro che dissentono dalla dottrina dell’Humanae Vitae e che incoraggiano le coppie sposate a svalutarla, spesso evitano di attirare l’attenzione su questi rilevantissimi dati farmacologici. Il fatto che le pillole anticoncezionali oggi in uso possano esercitare un’azione abortiva è stato ben documentato. Esse infatti in primo luogo inibiscono l’ovulazione, causano ispessimento del muco cervicale che rende molto difficoltoso il passaggio degli spermatozoi fino all’ovulo. Tuttavia, nel caso in cui questi meccanismi d’azione non raggiungano lo scopo, la pillola può ancora esercitare la propria azione impedendo l’impianto dell’ovulo fecondato, e in quest’ultimo caso induce l’aborto8. Alla luce di queste considerazioni, auspico che i Responsabili del Servizio Sanitario Nazionale e i singoli medici rivedano la prassi di prescrivere presidi contraccettivi, chimici o meccanici, senza tenere conto che possono avere effetti abortivi.

O si inverte risolutamente, anche attraverso la individuale obiezione di coscienza, l’atteggiamento nei confronti dei mezzi cosiddetti contraccettivi, o si dovranno sopportare effetti sempre più pesanti sulla qualità delle relazioni di coppia, sull’equilibrio demografico e quindi sullo stesso sviluppo integrale dell’uomo9. I medici portano su di sé grandi responsabilità, dal momento che le persone si affidano a loro; perciò né possono venire caricati di ruoli soltanto burocratici, né possono agire in modo esclusivamente buro-  8 Ogni attentato contro la vita umana è un attentato a Dio. Giovanni Paolo II nel n. 12 dell’enciclica Evangelium Vitae ricorda la costante riaffermazione di questa condanna morale nella Tradizione della Chiesa lungo i secoli e riporta il celebre passo di Tertulliano: “È un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l’anima già nata o che la si faccia scomparire nel nascere. È già un uomo colui che lo sarà”. 9 Cfr. l’enciclica Caritas in Veritate, n. 28. cratico, perché equivarrebbe a tradire la fiducia del paziente. Ciò vale anche nel caso in cui il medico si sente in dovere di negare al paziente una prescrizione, una cura o un intervento che questi gli chiede: lo fa per rispetto al paziente stesso, ma anche per rispetto alla propria deontologia professionale10, quindi deve essere a sua volta rispettato.

7. ATTUALITÀ E PROFEZIA DEL MAGISTERO ECCLESIALE
Nel messaggio del Santo Padre Benedetto XVI al congresso internazionale “Humanae Vitae. Attualità e profezia di un’enciclica”, svoltosi a Roma nel 2008, sono contenute alcune affermazioni che mi sembra bene riportare, perché in parte ribadiscono autorevolmente quanto sopra esposto, in parte vi aggiungono ulteriori argomenti. “A distanza di 40 anni dalla pubblicazione dell’Enciclica possiamo capire meglio quanto questa luce sia decisiva per comprendere il grande ‘sì’ che implica l’amore coniugale. In questa luce, i figli non sono più l’obiettivo di un progetto umano, ma sono riconosciuti come un autentico dono, da accogliere con atteggiamento di responsabile generosità verso Dio, sorgente prima della vita umana. Questo grande ‘sì’ alla bellezza dell’amore comporta certamente la gratitudine, sia dei genitori nel ricevere il dono di un figlio, sia del figlio stesso nel sapere che la sua vita ha avuto origine da un amore così grande e accogliente. È vero, d’altronde, che nel cammino della coppia possono verificarsi delle circostanze gravi che rendono prudente distanziare le nascite dei figli o addirittura sospenderle. Ed è qui che la conoscenza dei ritmi naturali di fertilità della donna diventa importante per la vita dei coniugi. I metodi di osservazione, che permettono alla coppia di determinare i periodi di fertilità, le consentono di amministrare quanto il Creatore ha sapientemente iscritto nella natura umana, senza turbare l’integro significato della donazione sessuale. In questo modo i coniugi, rispettando la piena verità del loro amore, potranno modularne l’espressione in conformità a questi ritmi, senza togliere nulla alla totalità del dono di sé che l’unione nella carne esprime.

Ovviamente ciò richiede una maturità nell’amore, che non è immediata, ma comporta un dialogo e un ascolto reciproco, e un singolare dominio dell’impulso sessuale in un cammino di crescita nella virtù… Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale? Certo, la soluzione tecnica anche nelle grandi questioni umane appare spesso la più facile, ma essa in realtà nasconde la questione di fondo, che riguarda il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perché il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale. La tecnica non può sostituire la maturazione della libertà, quando è in gioco l’amore. Anzi, come ben sappiamo, neppure la ragione basta: bisogna che sia il cuore a vedere. Solo gli occhi del cuore riescono a cogliere le esigenze proprie di un grande amore, capace di abbracciare la totalità dell’essere umano. Per questo il servizio che la Chiesa offre nella sua pastorale matrimoniale e familiare dovrà saper orientare le coppie a capire con il cuore il meraviglioso disegno che Dio ha iscritto nel corpo umano, aiutandole ad accogliere quanto comporta un autentico cammino di maturazione”

8. LA VITA PRIMA DI TUTTO
Difendere e promuovere, venerare e amare la vita è un compito che Dio affida a ogni uomo, chiamandolo, come sua immagine, a partecipare alla signoria che Egli ha sul mondo. Il testo di Genesi 1, 28 riportato all’inizio della presente lettera mette in luce l’ampiezza e la profondità della signoria che Dio dona all’uomo. Si tratta, anzitutto, del dominio sulla terra e su ogni essere vivente, come ricorda il libro della Sapienza: «Dio dei padri e Signore di misericordia… con la tua sapienza hai formato l’uomo, perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e giusti- 11 Benedetto XVI, Messaggio al Congresso internazionale per il 40° dell’enciclica Humanae Vitae, Roma, 3-4 ottobre 2008, passim.- zia» (9, 1.2-3). Anche il Salmista esalta il dominio dell’uomo come segno della gloria e dell’onore ricevuti dal Creatore: «Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare» (Sal 8, 7-9).

La partecipazione dell’uomo alla signoria di Dio si manifesta in particolare nella specifica responsabilità che gli viene affidata nei confronti della vita propriamente umana. È responsabilità che tocca il suo vertice nella donazione della vita mediante la generazione da parte dell’uomo e della donna nel matrimonio, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: «Lo stesso Dio che disse: “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18) e che “creò all’inizio l’uomo maschio e femmina” (Mt 19, 4), volendo comunicare all’uomo una certa speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l’uomo e la donna, dicendo loro: “crescete e moltiplicatevi” (Gn 1, 28)». Parlando di «una certa speciale partecipazione» dell’uomo e della donna all’«opera creatrice» di Dio, il Concilio intende rilevare come la generazione del figlio sia un evento profondamente umano e altamente religioso, in quanto coinvolge i coniugi che formano «una sola carne » (Gn 2, 24) ed insieme Dio stesso che si fa presente. Al di là della missione specifica dei genitori, il compito di accogliere e servire la vita riguarda tutti e deve manifestarsi soprattutto verso la vita nelle condizioni di maggior debolezza. È Cristo stesso che ce lo ricorda, chiedendo di essere amato e servito nei fratelli provati da qualsiasi tipo di sofferenza: affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati… Quanto è fatto a ciascuno di loro è fatto a Cristo stesso (cfr. Mt 25, 31-46). La vita umana viene a trovarsi in situazione di grande precarietà quando entra nel mondo e quando esce dal tempo per approdare all’eternità. Sono ben presenti nella Parola di Dio – soprattutto nei riguardi dell’esistenza insidiata dalla malattia e dalla vecchiaia – gli inviti alla cura e al rispetto. Se mancano inviti diretti ed espliciti a salvaguardare la vita umana alle sue origini, in specie la vita non ancora nata, come anche quella vicina alla sua fine, ciò si spiega facilmente per il fatto che anche la sola possibilità di offendere, aggredire o addirittura negare la vita in queste condizioni esula dall’orizzonte religioso e culturale del popolo di Dio.

D’altro canto, come scrive Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae, “Il vero amore paterno e materno sa andare al di là dei legami della carne e del sangue ed accogliere anche bambini di altre famiglie, offrendo ad essi quanto è necessario per la loro vita ed il loro pieno sviluppo” (n. 93). Il figlio adottivo o quello in affido dunque non sono una sostituzione del figlio proprio, ma un’altra forma, più “spirituale”, di fecondità. Un ulteriore modo di esercitare la genitorialità, quando i figli desiderati non vengono, è quello nobilissimo di svolgere attività educative.

9. LA VITA INIZIA DAL CONCEPIMENTO
Accogliamo con gioia la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE con sede a Lussemburgo che afferma: “Se è vita dal concepimento, la fecondazione indica l’inizio dell’esistenza biologica di un essere umano che subisce un processo di sviluppo. Per questo l’embrione umano ad ogni stadio di sviluppo dev’essere considerato un essere umano e non solo un essere potenziale. L’embrione umano fin dalla fecondazione è un soggetto con piena dignità antropologica e giuridica”. Se l’embrione umano ha una tale dignità di fronte ai brevetti, altrettanta deve averne nei confronti di qualsiasi altro attentato che possa essere perpetrato contro la vita nascente da parte dell’uomo e della tecnica.

Il brevetto ottenuto da Oliver Brutle per le cellule staminali embrionali umane usate per la terapia del Parkison con la giustificazione che si trattava di parti separate dall’embrione viene invaliditato dalla Corte perché il loro prelievo ha provocato la morte dell’embrione. Sono parti separate sì, ma per ottenerle si è ucciso il concepito. E la cosa viene ritenuta inaccettabile da parte dei giudici dell’UE. L’uso dell’embrione per diagnosi e terapia sperimentale è autorizzato solo quando è a beneficio dell’embrione stesso: non si interviene per farlo morire, ma per farlo vivere meglio. I procedimenti terapeutici sono a salvaguardia dell’embrione su cui si procede. Solo in questa situazione è consentita la sperimentazione sull’embrione”

10. Conclusioni
Ho voluto richiamare l’attenzione delle coppie sposate su ciò che ci tocca più da vicino in quanto uomini, su ciò che costruisce il tessuto sociale come nessun’altra relazione: la procreazione. Sì, noi siamo capaci, se lo vogliamo riconoscere, di accogliere la bellezza che salva e di non accettare la menzogna che porta alla morte. Dunque, abbiamo il coraggio di essere noi stessi, non individui ma comunità fondata nella verità, capolavori di Dio! Anche dopo avere commesso errori madornali ed avere sciupato la vita nostra o altrui, possiamo ripartire perché Dio è pronto a perdonarci e rifarci nuovi. Possiamo sempre diventare padri e madri, possiamo sempre tornare ad essere fecondi. Ad una condizione: non rimandare la conversione, ma buttarsi subito tra le braccia di Dio. Certo, vi sono dei tempi propizi per trovare la forza di staccarsi dal proprio passato: penso alla Quaresima, che ci sta davanti. È una profonda revisione di vita comunitaria, alla quale i battezzati sono invitati ogni anno, per potere celebrare la Pasqua. Non mi resta che raccomandare di parteciparvi, per sperimentare insieme l’aiuto della grazia di Dio. Nessuno, credente o non credente, praticante o non praticante, può passare oltre, davanti al Bambino. Diceva Gandhi: “il fatto che vi sono tanti uomini vivi nel mondo, dimostra che questo non si fonda sulla forza delle armi, bensì sulla forza della verità e dell’amore. Perciò la prova più grande e inconfutabile del successo di tale forza consiste nel fatto che, nonostante tutte le guerre del mondo, questo continua ad esistere” (cfr. La resistenza non violenta, Newton Compton Ed., Milano 2000). Imola, 22 febbraio 2012 mercoledì delle ceneri

12 Cfr. card. Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, in “Avvenire”, 19/10/2011. – 18 –  Fonti e citazioni: Pio XI, enciclica Casti Connubii, 1930. Concilio Vaticano II, costituz. past. Gaudium et Spes, nn. 50-51. CCC, La fecondità del matrimonio, nn. 2366-2372. Paolo VI, enciclica Humanae Vitae, 1968. Giovanni Paolo II, Sulla teologia del corpo, tre cicli di discorsi durante le udienze generali del mercoledì, Roma, 1979-81; cfr. la raccolta pubblicata da Città Nuova e LEV con il titolo Uomo e donna lo creò. Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Familiaris Consortio, 1981, nn. 28-35. Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium Vitae, 1995, n. 97. Pontificio Consiglio per la Famiglia, Famiglia e procreazione umana, Roma 2006. Benedetto XVI, Messaggio al Congresso per il 40° anniversario della Humanae Vitae, Roma 2008.

Il coraggio di procreare (Tommaso Ghirelli) 1 parte

gravidanza“Dio li benedisse e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra’”. (Gen. 1, 28) Nel 2005 mi rivolsi in modo particolare ai giovani con la lettera “Il coraggio di sposarsi”. Le argomentazioni condivisibili da tutti, credenti e non credenti, miravano a contrastare la deriva pessimista e rinunciataria dalla quale è affetta, come da una malattia contagiosa, la nostra società. Siamo arrivati per paura a condizionarci reciprocamente fino al punto di rinunciare alle feste più spontanee e spensierate, presenti nelle famiglie di tutte le nazionalità, di tutte le religioni: le feste di nozze. Non abbiamo più il coraggio di far festa!

 

A distanza di anni, mi rivolgo nuovamente alle coppie, a prescindere dalla loro appartenenza religiosa, per invitarle a considerare seriamente il dono e la responsabilità della procreazione. Lo faccio nella consapevolezza che al massimo di “privacy” corrisponde il massimo di responsabilità nei confronti di se stessi e della società. Propongo il Magistero della Chiesa, ma farò un discorso che valga non per l’autorità di chi lo pronuncia, ma per la forza dell’argomentazione, senza dimenticare tuttavia che anche il ragionamento più stringente non è sufficiente a scaldare il cuore e a far prendere una decisione. Occorre infatti una grazia, un dono dall’alto che va implorato e accolto responsabilmente.

Questa lettera si propone quindi di considerare insieme l’ideale e il reale, suggerendo dei percorsi, oltre a chiarire i principi. Dichiaro subito che l’unico percorso integralmente umano per regolare le nascite è quello indicato dalla conoscenza dei giorni fertili e non fertili, come pure della duplice valenza dell’atto coniugale: consolidare l’unione e aprirsi alla vita. Nello stesso tempo tengo presente la necessità di movimenti d’opinione, forme mutualistiche di sostegno alla genitorialità, e non soltanto delle tanto invocate politiche familiari. Trattandosi di un campo sconfinato di possibili azioni sociali, non ci si può soffermare sull’una o sull’altra. Basta, in questa sede, richiamare l’importanza delle testimonianze di vita vissuta e delle “opere-segno”.

1. IMPOSTIAMO IL PROBLEMA
Le giovani coppie avvertono, insopprimibile, il desiderio dei figli, che si scontra però con due atteggiamenti opposti, ormai penetrati nella mentalità e quasi dati per scontati: a. la paura del figlio, che porta a dilazionare la nascita del primo figlio per “sistemare prima altre cose”, poi a limitare al massimo le nascite. Così, sembra diventato non solo “normale” ma anche “morale”, doveroso, ricorrere a varie forme di contraccezione, fino all’aborto. La paura, che non è mai buona consigliera, ha gradualmente prodotto una visione egoistica e soffocante della vita, dove non c’è più capacità di investire nel futuro, ma si vive schiacciati sul presente, sul benessere materiale immediato, coltivando un assurdo egocentrismo. b. il desiderio del figlio ad ogni costo, perseguito ricorrendo alle nuove possibilità aperte dalla tecnica. È un atteggiamento che nasconde una visione della procreazione come fatto tecnico anziché come supremo gesto di amore: generare è come creare un nuovo prodotto. Poco importa poi se la donna deve sottoporsi a manipolazioni pericolose, se vengono soppressi embrioni, se la bellezza e responsabilità dell’amplesso coniugale come supremo atto umano va perduta. Nell’uno e nell’altro caso, si tende a separare l’amore dalla fecondità, l’aspetto unitivo da quello procreativo. Le domande sulla procrea- zione si riducono alle seguenti: Come evitare di avere figli?; Cosa fare per avere un figlio “garantito”?

2. LA PROCREAZIONE RESPONSABILE
La procreazione è una delle realtà umane maggiormente complesse, perché coinvolge tutta la personalità e la dinamica relazionale di coloro che sono in età fertile. La procreazione, infatti, come si può leggere anche in siti informatici di facile accesso1: – è un processo fisio-biologico: l’incontro tra il seme e l’ovulo, che dà l’avvio ad una nuova vita umana, a partire dalla formazione dell’embrione; – è un processo psicologico: esiste in ciascuno di noi il desiderio di continuare la propria vita nel figlio; ciò comporta il coinvolgimento di tutte le facoltà: intelligenza, volontà, emotività, socialità; – coinvolge soprattutto la vita di relazione: i coniugi realizzano la relazione di marito e moglie per la crescita del loro amore, e con la generazione del figlio sperimentano la collaborazione più diretta con Dio Creatore; – esprime la spiritualità e l’oblatività: si esce da sé, facendo della propria vita un dono per la crescita di altri; ci si rende conto, sia pure confusamente, che dare origine ad una nuova vita umana è un atto che va al di là della vita terrena e rende oggettivamente partecipi dell’azione creatrice di Dio.

Ciò che ci interessa specificamente in questa trattazione non è l’aspetto fisio-biologico, psicologico o anche spirituale, ma l’aspetto morale: parliamo infatti di responsabilità. Procreazione responsabile è allora innanzitutto la capacità di avere un “grembo permanentemente accogliente”. Prima di ogni decisione di avere figli deve esserci la disponibilità ad accogliere i figli e la coscienza della chiamata a cooperare con Dio. Parlare di “programmazione delle nascite” significa allora entrare nel progetto di Dio che rimane arbitro del “mistero della vita”: ogni nascita è affidata alla coscienza di una coppia, ma non all’arbitrio o a calcoli egoistici. Essere genitori è cercare di prendere le decisioni opportune, cercando sinceramente ciò che l’amore di Dio attende da loro.

Procreazione responsabile, prima che essere la capacità di distanziare le nascite, è allora il rendersi disponibili alla vita, o meglio al Creatore, tenendosi liberi dai condizionamenti ispirati dalla paura, dall’egoismo, dalla caduta della speranza… Responsabilità significa rispondere a qualcuno di qualcosa. La risposta, che sempre dobbiamo dare a qualcuno che ci pone una domanda, non può essere affrettata, se vogliamo dimostrarci costruttivi e non superficiali. Responsabilità è quindi una realtà complessa, che coinvolge sempre almeno due persone: chi domanda e chi è chiamato a rispondere. Questo è un primo livello di responsabilità. C’è un altro livello, che è ancora più profondo, in quanto è una responsabilità verso se stessi: io sono chiamato a rispondere a me stesso, alla verità più profonda di me stesso. Procreazione responsabile quindi significa che un figlio non è l’effetto di un momento di piacere sessuale, non è frutto di un calcolo egoistico, ma è risposta a se stessi, al coniuge, alla vita che vuole nascere, e infine a Dio che ha donato la capacità procreativa. Procreazione responsabile significa che si attua la decisione di generare accettandone tutte le implicazioni e rispondendo alle varie istanze personali, familiari e sociali, comprendendo che il bene proprio consiste nel bene dell’altro coniuge, del figlio che nascerà, della famiglia umana.

3. PATERNITÀ E MATERNITÀ RESPONSABILI
Non si è ‘padre’ perché si fa l’amore e si mette incinta una donna, né si è ‘madre’ perché si partorisce una creatura, la si allatta e la si fa crescere. Questo è un fatto fisiologico, caratteristica di tutte le creature animali. Alla paternità- maternità si arriva attraverso delle scelte ben precise, che comportano chiarezza interiore e coraggio di viverle. Il valore della paternità e maternità responsabile va colto nella presa di coscienza che essere padre e madre è una vocazione. Vivere la paternità e maternità significa poi vivere bene la relazione con il figlio, permettendo e promovendo la sua espressione personale. Significa educare il figlio per quello che è, non per quello che voglio che sia, scoprire la sua realtà personale profonda, aiutarlo a impostare bene le sue relazioni interpersonali. Paternità e maternità significa ri-procreare, dare nuovamente e continuamente vita al figlio in quanto essere che pensa, agisce, ama. Al limite, significa accogliere il figlio anche nelle eventuali sue imperfezioni fisiche o psichiche, con un amore senza condizioni né riserve. Troppo facile a dirsi? No, perché le coppie che fanno ciò sono tante e non meritano altro che ammirazione, congiunta a collaborazione.

4. PROCREAZIONE RESPONSABILE COME PONDERAZIONE IN AMBITO MATRIMONIALE
Il Direttorio di Pastorale Familiare della CEI2 – prosegue il sito citato – ha la preoccupazione di precisare il significato esatto di procreazione responsabile: non va intesa infatti “solo come ‘controllo’ o addirittura ‘limitazione’ o ‘esclusione’ delle nascite”, ma – secondo l’enciclica Humanae Vitae – significa ponderare bene, “in rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali” della coppia, la decisione sia di “far crescere una famiglia numerosa” sia di “evitare temporaneamente o anche a tempo indeterminato una nuova nascita”. Responsabilità nella procreazione non vuol dire che gli sposi sono “liberi di procedere a proprio arbitrio” nel compito di trasmettere la vita, ma significa che “devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti” (HV n. 10). 2 DPF n. 108.

È da sottolineare l’autonomia di giudizio che compete ai coniugi nella decisione di accogliere i figli nei tempi e nel numero più adeguato, ma sempre in una chiara coscienza, alla quale formarsi, di essere “cooperatori dell’amore di Dio creatore” e di non poter separare l’espressione del proprio amore dall’apertura alla vita. Scrive il Pontificio Consiglio per la Famiglia: “L’uomo e la donna hanno, per così dire, ricevuto la procura da Dio per partecipare, a livello di creatura, al potere creatore divino”3. La loro libertà è amplissima, né può essere arbitrariamente limitata dalla comunità. Fissare un limite estrinseco alla fecondità della coppia non è neppure pensabile, perciò sono ammirevoli quelle che accettano molti figli, e non ci si deve permettere di redarguirle; ma del tutto fuori luogo è giudicare quelle che ne hanno pochi4.

Una cosa però va tenuta presente: l’“inverno demografico” dell’Italia è un problema sociale rilevantissimo, che finora non è stato adeguatamente affrontato né dall’opinione pubblica né dai pubblici amministratori. Infatti se una società non si riproduce, nel giro di alcuni decenni si condanna all’estinzione, cioè ad una decadenza che sarà insieme materiale e spirituale. Pensiamo anche al fatto che il patrimonio culturale dell’intero genere umano è concentrato per metà nel nostro Paese!

5. IMMORALITÀ DEI MEZZI ANTICONCEZIONALI
Circa i “mezzi” per attuare la procreazione responsabile, vanno in primo luogo rifiutati come gravemente illeciti sia la sterilizzazione, sia l’aborto. Quest’ultimo, in particolare, va sempre considerato come un crimine orrendo e un abominevole delitto, a parte il grado soggettivo di consapevolezza e di libertà di chi vi fa ricorso. È necessario mettere in evidenza come non sia moralmente indifferente ricorrere ai mezzi anticoncezionali o ai metodi naturali nel “rego- 3 Pontificio Consiglio per la Famiglia, Famiglia e procreazione umana, n. 5. 4 Giacomo BIFFI, Matrimonio e famiglia, Bologna 1990. “In un mondo che in certi casi sembra addirittura colpevolizzare, anche per bocca dei parenti più stretti e degli amici, quei coniugi che accettano più di uno o due figli, dobbiamo affermare energicamente l’inestimabile preziosità della vita umana e quindi il valore della fecondità” (n. 51). lare le nascite”; non è, infatti, infrequente la tendenza a ritenere che l’adottare gli uni o gli altri sia del tutto soggettivo e opzionale.

A giustificazione di tale tendenza, si ritiene, per un verso, che ciò che conta è l’intenzione per cui si compie un’azione e, per un altro verso, che determinante è il risultato, a prescindere dai modi con cui lo si ottiene. Tale tendenza, però, non può essere condivisa, anzitutto perché la moralità di un atto dipende sì dall’intenzione del soggetto, ma anche da criteri oggettivi, e, in secondo luogo, perché “il fine non giustifica i mezzi”, ma questi ultimi devono essere coerenti con il fine da raggiungere e, quindi, con i valori che sono in gioco. Il fine qui – non va mai dimenticato – è la “procreazione responsabile” e non semplicemente il “non concepire” inteso come “esclusione” o “rifiuto” del figlio. Proprio per questo i “mezzi anticoncezionali” e i “metodi naturali” non si equivalgono moralmente. Il ricorso ai metodi naturali e l’uso dei mezzi anticoncezionali non producono, infatti, i medesimi effetti né sulla qualità del rapporto di coppia né sull’armonia coniugale. In un caso – con il ricorso ai metodi naturali – i valori della persona umana, della sessualità e dell’amore coniugale sono rispettati e promossi; nell’altro caso – con l’uso dei mezzi anticoncezionali – questi stessi valori sono, più o meno direttamente, misconosciuti.

Le ragioni della liceità morale dei metodi naturali e, corrispettivamente, della illiceità dei mezzi anticoncezionali sono ultimamente riconducibili alla radicale differenza antropologica e morale che intercorre tra le due modalità, proprio in ordine ai valori della persona e della sessualità umane: “Si tratta di una differenza assai più vasta e profonda di quanto abitualmente non si pensi e che coinvolge in ultima analisi due concezioni della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili”5. Ed è solo con il ricorso ai metodi naturali che la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione veramente e pienamente umana, non invece “usata” come un “oggetto” che, dissolvendo l’unità personale di anima e corpo, colpisce la stessa creazione di Dio nell’intreccio più intimo tra natura e persona.

Più analiticamente, queste stesse ragioni vengono così descritte nel sito citato: 5 Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 32. – la contraccezione, proprio in quanto impedisce il concepimento, esclude il significato procreativo insito nell’atto coniugale ed è rifiuto dell’apertura alla vita; essa, inoltre, altera e snatura lo stesso significato unitivo dell’atto coniugale perché, con la contraccezione, tale atto non viene più vissuto all’insegna della totalità del dono e, oggettivamente, non riesce più a parlare il linguaggio proprio dell’amore coniugale, che è il linguaggio del “mi dono totalmente e totalmente ti accolgo”; – il ricorso ai metodi naturali richiede e promuove la corresponsabilità degli sposi, l’uso degli anticoncezionali comporta invece uno “sbilanciamento” della coppia, addossando a un solo partner l’impegno della gestione responsabile della fecondità coniugale, con effetti negativi sull’equilibrio e sull’armonia tra gli sposi; – l’adozione dei metodi naturali esige e favorisce la conoscenza di sé e del coniuge – più precisamente, la conoscenza della donna – e l’esperienza dimostra quanto ciò sia importante per l’armonia di coppia: infatti, la ciclicità della fertilità femminile non è soltanto un processo biologico, ma connota l’intera persona della donna; – i metodi naturali, diversamente da quanto si constata nell’uso dei mezzi anticoncezionali, non presentano alcuna controindicazione, né producono effetti collaterali sui coniugi e sulla loro stessa salute; in questo senso – come, per altro, oggi vengono da più parte percepiti e presentati – essi sono preferibili anche per ragioni cosiddette “ecologiche” ed “economiche”; – il ricorso ai metodi naturali ha pure benefici influssi sullo sviluppo sereno del rapporto di coppia: la stessa rinuncia, decisa insieme, ai rapporti intimi per un certo numero di giorni – nel caso si ritenga di non dover favorire la trasmissione della vita – promuove, infatti, la comunione coniugale e propizia la riscoperta del multiforme linguaggio dell’amore, liberandolo dal rischio della “tirannia della genitalità”; – solo i metodi naturali consentono l’esercizio responsabile della paternità e della maternità finché sussiste la capacità di procreare; l’esperienza insegna quanto anche questa ragione sia decisiva.

Questa è la visione della natura umana nella sua oggettività. Occorre che la coppia abbia ben chiara questa visione per potervisi adeguare, tenendo conto del proprio punto di partenza, che non è quasi mai ottimale e suppone un processo di maturazione nella fede in Dio, nella virtù della castità prematrimoniale e matrimoniale, nell’aiuto vicendevole tra coppie e tra gruppi. Anche chi è passato attraverso esperienze di debolezza morale, anche chi si è formato tardivamente e faticosamente una visione completa della procreazione, può gustarne la bellezza. Vengono in mente a questo proposito le espressioni commoventi di sant’Agostino: “Tardi ti ho amato, o Bellezza antica e sempre nuova, tardi ti ho amato… Mi tenevano lontano da te quelle creature che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità”6.

 

Cos’è il Matrimonio (schede su matrimonio e convivenza – parte 2)

A questo punto la domanda cruciale e’: cos’è davvero il matrimonio?

B) Il matrimonio e’ – ed è soltanto – l’unione tra marito e moglie

Come molte persone riconoscono, il matrimonio implica: primo, un’unione completa tra gli sposi; secondo, un’unione speciale fra gli sposi; terzo: norme di stabilità, monogamia, ed esclusività.

1) L’unione completa.

Il matrimonio implica la condivisione della vita e delle risorse, l’unione della mente e degli intenti (…) ma anche l’unione fisica degli organi (…). Siccome i nostri corpi sono aspetti reali di noi come persone, qualsiasi unione di due persone che non includa l’unione fisica non è un’unione completa (…). Ma due uomini o due donne non possono raggiungere l’unione organica dal momento in cui non hanno alcun organo che si possa unire (…) perciò la loro unione non può essere matrimoniale se per matrimoniale si intende l’unione completa e quindi anche organica.

2) Un orientamento speciale verso la procreazione.

Non è necessario avere figli per esser sposati. Si è, infatti, sposi anche prima che arrivino i figli. La tradizione anglo-americana ha posto per secoli il coito e non la procreazione come l’evento che convalida il matrimonio (…). Perché allora parlare di questa connessione speciale tra il matrimonio e i figli? (…) Il matrimonio è l’unione completa di due persone sessualmente complementari che consumano la loro relazione in un atto che è di per sé generativo. (…) Data la tendenza della relazione matrimoniale alla procreazione non sorprende che, secondo le più accessibili e migliori evidenze sociologiche, i bambini raggiungono i punti più alti negli indicatori di crescita sana quando sono educati dai loro genitori biologici. (Comprensione, stabilità emotiva, sviluppo familiare e sessuale, comportamento adulto).

3) Norme matrimoniali.

Questo è chiaro anche per il fatto che l’unione fisica integrale del matrimonio si pone su un piano speciale, connesso al suo orientamento alla procreazione, in un’ottica per cui non ci si può sorprendere se le norme del matrimonio sono volte a creare condizioni adatte alla crescita dei bambini: condizioni armoniose e stabili sono messe in pericolo, come la sociologia e il senso comune sostengono, dal divorzio – che priva i bambini di una vita familiare intatta – e dall’infedeltà, che tradisce e divide l’attenzione e la responsabilità tra i coniugi e i tra i coniugi e i figli.

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Le sfide biopolitiche e l’etica post-moderna

biopoliticaNell’uso linguistico ordinario ci si limita a vedere nella biopolitica la mera traduzione in leggi, regolamenti, norme dei principi dell’etica medica. Il termine, però, ha un’accezione ben più rilevante: esso indica il fenomeno –tipicamente moderno- della totale presa in carico e della gestione integrale della vita biologica da parte del potere. Nel contesto di questa discorso potere non è riferito solo al soggetto Stato, ma sta piuttosto ad indicare ogni prassi collettiva di carattere autoreferenziale, che quindi giustifica se stessa solo in quanto prassi e non assumendo come proprio doveroso principio di riferimento l’oggettività del reale e la sua intrinseca normatività (secondo il paradigma classico del giusnaturalismo, in tutte le sue diverse varianti). La biopolitica è quindi quel paradigma –tipicamente moderno- che ritiene l’humanitas non un presupposto, ma un prodotto della prassi.

L’orizzonte della biopolitica è pertanto ben più ampio di quello della bioetica –nell’ accezione più comune del concetto. Uno sguardo storicamente attento ci ha convinto che tutti quelli che sono stati definiti gli “enigmi” (1) che il XX secolo ha posto alla ragione –e in particolare i grandi movimenti totalitari e l’ “invenzione” da essi operata dei campi di concentramento- possono ricevere spiegazioni adeguate solo se si tematizza il carattere biopolitico dei loro fondamenti ideologici. Come ci ha spiegato Hannah Arendt, nel campo di concentramento il soggetto è spogliato di ogni statuto personale e politico e la sua identità è ridotta alla nuda vita, è ridotto cioè a quella figura che nell’ antichità romana era qualificata con l’espressione homo sacer, colui la cui identità umana era a tal punto negata e misconosciuta che poteva essere ucciso da chiunque senza che l’atto venisse qualificato come omicidio (e che, proprio per questo, non poteva essere messo a morte secondo forme rituali, perché in tal modo se ne sarebbe riconosciuta –sia pure nella forma terribile del sacrificio- l’umanità). Scrive giustamente Agamben: “La domanda corretta rispetto all’orrore commesso nei campi non è quella che chiede ipocriticamente come sia stato possibile commettere delitti tanto atroci rispetto a degli esseri umani; più onesto e soprattutto più utile sarebbe indagare attentamente attraverso quali procedure giuridiche e quali dispositivi politici degli esseri umani abbiano potuto essere così integralmente privati dei loro diritti e delle loro prerogative, fino a che commettere nei loro confronti qualsiasi atto non apparisse più come un delitto (a questo punto, infatti, tutto era veramente divenuto possibile)” (2). Sarebbe un macroscopico errore ritenere che la sconfitta del nazismo o l’ implosione dello stalinismo e del maoismo abbiano comportato l’incrinarsi del modello biopolitico e confortarci reciprocamente ripetendoci che i campi oggi non sono più possibili. Dovremmo piuttosto prima riconoscere che non sono stati i totalitarismi a produrre la biopolitica e che è questa che li ha preceduti, essendo piuttosto una condizione di possibilità del loro affermarsi (se o no esclusiva, è questione tutta da approfondire), e poi prendere atto che, tramontati i totalitarismi, l’istanza biopolitica, già vivacissima prima del loro sorgere, ha potuto continuare a svilupparsi prendendo altre strade, di cui la cultura oggi dominante stenta a acquisire consapevolezza. Quello che è avvenuto nei campi potrebbe oggi mutatis mutandis avvenire –e secondo autorevoli opinioni già di fatto avviene- in istituti e laboratori, nei quali, nel nome di vaghi appelli al futuro –ma è tipico di ogni ideologia, anche e soprattutto di quelle totalitarie, parlare in nome del tempo che verrà- scienziati e ricercatori operano sulla nuda vita (umana, animale ed ibrida) manipolandola.

La pervasività della biopolitica è inquietante. Limitiamoci ad alcuni, pochi esempi.

La legalizzazione pressoché planetaria dell’aborto, avvenuta non casualmente in un arco temporale estremamente ridotto e caratterizzato almeno in Occidente dal consolidarsi del modello democratico, è segno inequivocabile della forza con cui il paradigma biopolitico pretende di gestire la nuda vita, autorizzandone l’esistenza o almeno sindacandone la stessa legittimazione sociale. L’aborto, come di recente e bene ha mostrato Luc Boltansky (3), è pratica comune nella storia e in genere tollerata in tutte le società da noi conosciute; ma solo in un contesto biopolitico consolidato esso ha acquisito –per lo più in un arco di tempo molto breve- un’inedita rappresentazione simbolica, elaborando la pretesa di essere riconosciuto alla stregua di un diritto fondamentale. Ne è derivata un’alterazione della rappresentazione del bios, di cui ancora dobbiamo misurare tutte le conseguenze. Ciò che per ora sta sotto gli occhi di tutti è la destrutturazione del linguaggio ordinario, che non è più in grado di nominare il nascituro se non come un (generico) “prodotto del concepimento” e la sua intenzionale soppressione se non come “interruzione volontaria della gravidanza”.

Secondo esempio plateale del consolidarsi del paradigma biopolitico: l’alterazione dell’equilibrio alla nascita tra i sessi. Alludo al fenomeno delle missing women, prodotto dagli aborti selettivi in particolare in India e in Cina e che sembra ormai attestarsi sull’incredibile numero di 100 milioni di donne non nate (4). Esso costituisce un autentico incubo demografico, di cui l’ India ha preso coscienza già da alcuni anni e la Cina solo negli ultimi mesi, quando già però nel paese il rapporto tra neonati maschi e neonate femmine si è assestato sulla cifra del 119% (con punte del 136%) su di una media internazionale del 107%. I rimedi che questi paesi (da ultima la Cina) hanno assunto vanno dalla repressione penale degli aborti selettivi e giungono fino alla proibizione di qualsiasi indagine prenatale volta a individuare il sesso dei nascituri. Ma sono tutti rimedi palesemente inefficaci, dato che è a monte, nelle rigidissime legislazioni biopolitiche di pianificazione familiare (perfezionate dal governo cinese nel 1979), che va individuata la radice del problema.

Viene correttamente considerato tra i massimi problemi bioetici quello delle pratiche di procreazione assistita responsabili della formazione di embrioni soprannumerari congelati, destinati a non essere mai impiantati. E’ significativo rilevare come, al contrario, in un orizzonte biopolitico questo specifico problema stenti addirittura ad essere percepito: il Regno Unito ordina la periodica distruzione di questi embrioni, indipendentemente da qualsiasi verifica della loro vitalità e senza che si possa addurre una giustificazione –se non per l’ appunto politica- di questa prassi.

E ancora: si pensi alle forti tensioni a favore della legalizzazione dell’eutanasia che caratterizzano pressoché tutti i paesi occidentali e che verosimilmente sono destinate ad estendersi al resto del mondo. Come l’aborto si è trasformato, da decisione tragica e personalissima di alcune donne, in una pratica sociale di regolamentazione delle nascite, così l’ eutanasia si è trasformata da atto omicida eccezionale, estremo, tragico e pietoso in una pratica di gestione burocratica e biopolitica della fine della vita umana. In apparenza, i fautori dell’eutanasia vogliono semplicemente legalizzare quello che essi chiamano il “suicidio assistito” e poiché questa espressione può apparire troppo ruvida, ecco l’invenzione di opportuni eufemismi. Non so se merita più biasimo o più sarcasmo il titolo del disegno di legge, Norme per regolamentare l’interruzione volontaria della sopravvivenza, presentato in Parlamento nella scorsa legislatura a firma di diversi senatori, perché pur nella stravaganza dell’acronimo utilizzato (IVS, palese ricalco dell’ormai consolidato IVG) esso ci aiuta a capire la sostanza biopolitica della questione della fine della vita umana. Il fatto che si cerchi di introdurre l’espressione interruzione della sopravvivenza, per qualificare la morte, indica l’ incapacità conclamata del paradigma biopolitico di pensare alla vita, come ad un in sé: nella logica legalistica della biopolitica gli uomini dovrebbero evidentemente cessare di essere pensati e di pensare se stesso come i viventi e dovrebbero piuttosto reinterpretarsi come coloro che sopravvivono solo in ragione della loro appartenenza ad un contesto di accettazione sociale della loro individuale identità biologica. Nella realtà biopolitica effettuale, comunque, il tema dell’eutanasia come suicidio assistito è ormai obsoleto; in Olanda il 31% dei pediatri sopprime –sulla base del c.d. Protocollo di Groningen- i neonati malformati, oltre tutto senza acquisire il consenso dei genitori; in Svizzera, lo scorso febbraio, la Corte Suprema ha stabilito che il malato mentale ha un diritto costituzionale ad essere soppresso.

(…) La linea sulla quale è possibile attestarsi non è certo quella di una ingenua ritirata, ma non può nemmeno esser quella di un attacco baldanzoso. Probabilmente, il compito che aspetta la nostra generazione è quello prima di aprire gli occhi sulla realtà di un potere pervasivo e impersonale, che, assimilando corpo biologico e corpo politico, toglie al primo la sua identità e al secondo la sua dignità, e poi di negarsi ad ogni forma di omologazione biopolitica: un atteggiamento che Melville, profeticamente, ha attribuito a Bartleby lo scrivano, al suo cortese, dimesso, apparentemente inoffensivo, ma nello stesso tempo tenace e irremovibile “I would prefer not to”, preferirei di no. Alla tradizione cristiana delle origini non è sconosciuto questo atteggiamento: l’ apparente ritrosia, che faceva definire i credenti in Cristo lucifugi viri e li portava ad essere misconosciuti come socialmente “pericolosi”, ha sempre costituito una straordinaria riserva di senso contro la ricorrente tentazione di procedere ad indebite assolutizzazioni delle realtà mondane. Non è la mera inerzia la chiave interpretativa né del personaggio di Melville, né della resistenza che qui viene proposta contro il paradigma biopolitico; è piuttosto la corrosività di un atteggiamento che già con il suo semplice fermo esibirsi e manifestarsi può aprire il lungo e complesso processo che potrà –forse!- portare a smascherare le illusioni potestative di qualsiasi volontà biopolitica.

professor Francesco D’Agostino

1 ) F. Furet, L’Allemagne naziste et le génocide juif, Paris 1985.

2) G. Agamben, Homo sacer, Torino, Einaudi, 2005, p. 191.

3 ) Cfr. La condition foetale, Paris, Gallimard, 2004, tr. it., Milano,Feltrinelli 2007.

4 ) Il fenomeno è stato individuato e denunciato per primo da Amartya Sen -di cui si veda Missing women – revisited, in “British Medical Journal”  2003, 1297-1298.

Aborto: segno di un qualcosa di peggiore?

L’aborto è segno di un qualcosa di pervasivo e profondamente. radicato nella società: la perdita della identità dell’uomo, in cui gli uomini e le donne non si riconoscono più come esseri chiamati a partecipare del potere creativo di Dio.

Questa è l’osservazione espressa da padre Robert Gahl, professore associato di etica presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, padre Gahl ha parlato della storia dell’aborto e di cosa implichi per il futuro.

L’aborto è una piaga universale. Ogni anno si effettuano più di 53 milioni di aborti in tutto il mondo. In alcuni Paesi più del 70% delle donne ha avuto un aborto. Perché oggi sono così dominanti questioni come aborto o eutanasia?

Padre Gahl: È un triste paradosso, che in fondo evoca il peccato originale. Con il peccato originale, Adamo ed Eva hanno tentato di sostituirsi a Dio. Quando gli esseri umani oggi cercano di acquisire il potere divino – il potere sull’origine della vita – e di sostituirsi a lui per poter controllare l’inizio della vita in un modo che è contrario al disegno di Dio e quindi contrario al disegno dell’amore, si sentono per un momento potenti. Arrivano anche a sentirsi vittoriosi per il prodotto che sono riusciti a creare. Tuttavia, poco dopo, subentra la frustrazione e persino la negazione della propria identità, perché essa è un’identità di amore, essendo noi fatti per amare.

I nostri cuori sono fatti per l’amore. Quindi, da persone che amano, nei loro rapporti familiari, diventiamo dei meri produttori, persone che hanno il controllo sui propri prodotti. Diventa la negazione della nostra dignità, perché se il nostro potere di dar vita è semplicemente quello di produrre elementi che implicano che “io sono stato prodotto” e che “io sono semplicemente l’esito di un sistema meccanizzato di produzione”, questa è la negazione della mia dignità come figlio di Dio e come figlio dei miei genitori.

Se guardiamo indietro nella storia, qual è stato il momento, il fattore decisivo, che ci ha portato, per esempio, ad accettare l’aborto e la ricerca sulle cellule staminali e alla prospettiva dell’eutanasia?

Padre Gahl: L’aborto è purtroppo molto diffuso, al punto che oggi molte persone e persino i documenti delle Nazioni Unite, lo considerano come un diritto. L’origine di tutto questo sta nella rivoluzione sessuale, che non è stata una rivoluzione di liberazione, ma una rivoluzione di narcisismo, di alienazione, di distacco dai legami, dagli affetti, dall’amicizia e di amore con altri. Elemento centrale della rivoluzione sessuale, che ha agito come una sorta di catalizzatore – come gettare benzina sul fuoco – è stato lo sviluppo dei contraccettivi chimici, che ha permesso di scindere il rapporto sessuale dalla procreazione e che ha consentito alle persone di godere della sessualità come un mero piacere egoistico. Ha consentito di scollegare quell’intrinseco ordine verso il dono della vita e così facendo ha scollegato la sessualità dagli impegni propri dell’amore: formare una famiglia, diventare padre e madre. È stata una degradazione della dignità umana.

Credo che il problema dell’aborto sia come un faro d’avvertimento. Un segno di avvertimento molto grave, che riguarda la vita stessa, ma che è indicativo di qualcosa di ancora più pervasivo e profondamente radicato nella nostra società, più di quanto non si possa pensare.

E di che si tratta?

Padre Gahl: Della perdita di identità di se stessi, in quanto esseri che partecipano al potere creativo di Dio e che sono chiamati ad essere genitori.

L’aborto è spesso considerato come il diritto di poter scegliere, ma viene addirittura giustificato come espressione di amore. Per esempio: preferirei abortire mio figlio piuttosto che crescerlo privo di amore. Come è possibile che siamo arrivati a questo sovvertimento in cui la morte è giustificata dall’amore?

Padre Gahl: Il vero amore umano è incondizionato. Amare qualcuno nonostante tutto. Nonostante qualsiasi cosa possa accadergli, ti prenderai cura di lui. Se si ammala, se in un incidente diventa paralizzato, ti prenderai cura di lui per il resto della sua vita. Un altro tipo di amore – forse un amore più egoistico – è quello in cui doni a qualcuno solo finché ti va. L’aborto è strumentale a questo tipo di amore, diventa una via d’uscita.

Bisogna invece rovesciare l’intera questione e accogliere tutti, ogni vita umana, come diceva Madre Teresa: non esistono figli non voluti. Se c’è un figlio indesiderato, portatelo a me e io mi prenderò cura di lui perché io amo quel figlio.

E questa è la verità della questione: se dovessimo accettare l’aborto come strumento di una sorta di azione altruistica, che consente di evitare le avversità della vita, ciò porterebbe tragicamente, direi delittuosamente, a sostenere che i disabili non dovrebbero esistere. Una volta fatto questo, arriveremmo alla negazione di ogni dignità umana.

Siamo passati dall’importanza della vita in quanto tale, a dare maggiore importanza alla qualità di quella vita. Questo passaggio verso la qualità della vita porta alla domanda: qual è la qualità della vita? Io vivo qualitativamente bene? E i disabili, godono di una qualità di vita sufficiente? E questa domanda riguarda la loro stessa esistenza.

Padre Gahl: Esattamente. La logica odiosa che è insita in ciò che lei ha appena descritto porta anche a giudicare noi stessi in base alle nostre capacità: io valgo per ciò che sono in grado di fare nella società. Se, a un certo momento, risultassi deludente perché mi sono ammalato, perché ho sbagliato, o perché mi trovo in un settore dell’economia che non è più desiderato dai consumatori, mi sentirei meno accettato da parte degli altri.

Questa struttura di giudizio si applica anche alle madri che danno alla luce bambini affetti, per esempio, dalla sindrome di Down. Queste madri si sentono giudicate negativamente ed è orribile, come se si fosse trattato di una scelta sbagliata, quella di mettere al mondo quel bambino, quel bellissimo essere umano. Questa è l’eugenetica: una logica perversa che ha portato, nelle società occidentali, all’aborto di quasi il 90% dei bambini diagnosticati con sindrome di Down.

Il dono più grande di Dio all’umanità è la possibilità di essere co-creatori della vita insieme a lui. Cosa rappresenta l’aborto in questo rapporto tra l’uomo e Dio?

Padre Gahl: Talvolta dimentichiamo – a causa del nostro “scientismo” che riduce tutto ad elementi scientifici – che l’inizio della vita umana non risiede solo nell’uomo e nella donna, ma anche in Dio. Richiede il concorso di tre persone, perché l’anima umana è immateriale. È un’anima spirituale che è creata direttamente e immediatamente da Dio. Quindi quando un uomo e una donna si uniscono per avere un figlio, questo sarà anche – e ancor di più – figlio di Dio.

Quindi, se riusciremo a recuperare il rispetto della vita, sarà grazie a una rinnovata consapevolezza del ruolo di Dio nel dare la vita e di questo potere che abbiamo insito in noi, che è un potere divino e trascendente. È un potere creativo in cui è come se avessimo Dio nelle nostre mani, perché possiamo, in un certo senso, dire noi a lui quando creare una nuova anima umana. Quindi se rinnoviamo quel rispetto per l’intervento di Dio, rinnoviamo anche il rispetto reciproco tra noi in quanto immagine di Dio, in quanto alter Christus.

In Paesi come la Russia, più del 70% delle donne ha avuto un aborto. I tassi di aborto in alcune province russe arrivano anche a livelli di 8 o 10 aborti per donna, perché è utilizzato come mezzo di controllo delle nascite. In Cina la politica del figlio unico ha costretto molte donne ad abortire. Che impatto spirituale e psicologico può avere questo sulla società?

Padre Gahl: Nell’Europa orientale, dove vediamo questi elevati tassi di aborto, spesso associati a elevati tassi di suicidio, alcolismo e gravi depressioni, esiste un senso di nichilismo, di totale perdita del senso della vita. Questo avviene in una società che non è edificata sull’amore per i propri figli. Questo deve essere rinnovato. Grazie a Dio, in alcuni di questi Paesi si è effettivamente registrata una tendenza positiva. Nella Federazione russa, in particolare, vi è stato un recente aumento nei tassi di natalità. I tassi di aborto sono ancora molto elevati, ma si spera che questo aumento della natalità possa arrivare anche a ridurre i tassi di aborto.

Cosa potrebbe e dovrebbe fare di più la Chiesa in questo ambito?

Padre Gahl: Anzitutto, quando pensiamo alla “Chiesa” tendiamo a pensare alla gerarchia – noi preti, i Vescovi, il Papa – ma in realtà la Chiesa è l’insieme dei cristiani battezzati. La Chiesa è una famiglia e quindi è necessario che tutti i suoi componenti – tutti i cristiani battezzati – accolgano la vita con amore. È necessario dare il proprio aiuto ai centri gravidanze difficili (crisis pregnancy centers). Certamente anche la Chiesa magistrale e gerarchica deve agire in coerenza con i principi della teologia morale cattolica in questo ambito.

La Chiesa deve continuare a seguire l’esempio di Karol Wojtyła, che come Arcivescovo di Cracovia aveva aperto centri di aiuto alle donne in situazioni difficili. Ma alla fine tutto si riduce a questo: Dio è amore. Io sono un figlio di Dio. Io sono fatto a immagine di Dio e quindi anche io devo rendere presente, in mezzo agli altri esseri umani, il volto di Dio, che è il volto dell’amore. Se facessimo così in ogni settore umano, se mostrassimo veramente rispetto per la dignità umana, rispetto e amore per le persone che soffrono, allora potremmo iniziare a recuperare nella società questi principi che sono necessari affinché ogni vita umana venga accettata. In questo modo, la vita non verrebbe più considerata come un mero prodotto, come i figli su misura da progettare in provetta, secondo i desideri dei produttori.

Se posso fare un passo indietro, vorrei aggiungere che anche la stessa nostra sessualità deve essere recuperata, nella consapevolezza che la sessualità è sacra e che quindi i nostri atteggiamenti di modestia e di rispetto verso la nostra sessualità e il desiderio sessuale devono essere vissuti in castità e fortezza, in modo preordinato alla donazione della vita all’interno della struttura della famiglia.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Where God Weeps: www.wheregodweeps.org