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L’opera della Chiesa nella storia

Poiché l’ha fatto meglio di quanto noi possiamo sperare di fare riportiamo, sull’argomento, una memorabile pagina dello storico e Accademico di Francia Pierre Gaxotte.

“Al tempo dei Romani, un’epoca rude e razionale, la Chiesa aveva recato la consolazione nella miseria, il coraggio di vivere, L’abnegazione, la carità, la pazienza, la speranza di una vita migliore, improntata a giustizia. Quando l’Impero crollò sotto i colpi dei barbari, essa rappresentò il rifugio delle leggi e delle lettere, delle arti e della politica.

Nascose nei suoi monasteri tutto ciò che poteva essere salvato della cultura umana e della scienza. In piena anarchia la Chiesa era riuscita, in sostanza, a costituire una società viva e ordinata, la cui civiltà faceva ricordare e rimpiangere i tempi tranquilli, ormai passati. Ma c’è di più: essa va incontro agli invasori, se li fa amici, li rende tranquilli, ne opera la conversione, ne convoglia l’affluire, ne limita infine le devastazioni. Davanti al vescovo che rappresenta un aldilà misterioso, il Germano viene assalito dal timore, e retrocede. Egli risparmia le persone, le case, le terre. L’uomo di Dio diventa il capo della città, il difensore dei focolari, del lavoro, l’unico protettore degli umili su questa terra.

Più tardi, quando l’epoca dei saccheggi e degli incendi sarà passata, quando occorrerà ricostruire, amministrare, negoziare, le Assemblee e i Consigli accoglieranno a braccia aperte gli uomini della Chiesa, gli unici capaci di redigere un trattato, portare un’ambasceria, eleggere un principe.

Fra le continue disgrazie (…), mentre nuove invasioni ungheresi, saracene, normanne assillano i paesi, mentre il popolo disperso si agita senza alcun indirizzo, la Chiesa ancora una volta tiene fermo.

Essa fa risorgere le tradizioni interrotte, combatte i disordini feudali, regola i conflitti privati, impone tregue e opera accordi. I grandi monaci Oddone, Odilone, Bernardo innalzano al di sopra delle fortezze e delle città il potere morale della Chiesa, l’idea della Chiesa universale, il sogno dell’unità cristiana. Predicatori, pacificatori, consiglieri di tutti, arbitri in ogni questione, essi intervengono in ogni caso e dappertutto, veri potentati internazionali, di fronte ai quali ogni altro potere terrestre non resiste che a malapena.

Attorno ai grandi santuari e alle abbazie si intrecciano relazioni e viaggi. Lungo le grandi strade, dove camminano le lunghe processioni di pellegrini, nascono le canzoni epiche. Le foreste spariscono di fronte all’assalto dei monaci che dissodano la terra. All’ombra dei monasteri le campagne rifioriscono (celebre è la canalizzazione della pianura padana); i villaggi già rovinati rinascono. Le vetrate delle chiese e le sculture delle cattedrali sono il libro pratico nel quale il popolo si istruisce (…). I Appannaggi, ricchezze, onori, tutto si mette ai piedi degli uomini della Chiesa, e l’imponenza di questa riconoscenza basta da sola a far valutare la grandezza dei benefici seminati da essi”.

L’intero Medioevo è popolato di Santi e Sante (cioè gente che ha praticato la virtù in grado eroico): Francesco, Caterina, Bernardo, Domenico. Tra questi moltissimi i re e le regine. Si può dire lo stesso, oggi? Quale modello umano viene ormai proposto ai giovani? Il cavaliere senza macchia e senza paura, difensore dei deboli e degli oppressi? Il santo benefattore e campione dell’autodisciplina? No: l’attore debosciato, la soubrette oca e di facili costumi, il cantante nichilista e tossicomane, il calciatore arricchito e smargiasso, il politico furbo.

E’ la Chiesa medievale a inventare l’Università. Universitas studiorum = luogo in cui sono radunati tutti gli studi. L’Università è un corpo separato; esso dipende giuridicamente dalla Chiesa. Gli studenti hanno propri magistrati e amministratori; per indicare la loro indipendenza dalle autorità civili porta no l’abito ecclesiastico (da qui il proverbio “l’abito non fa il monaco”: poteva essere infatti uno studente). La Chiesa crea in tutte le parrocchie scuole gratuite e comuni, uguali per tutti. Carlomagno, vergognoso di essere analfabeta, rimproverava i figli dei nobili perché non profittavano negli studi come i figli dei popolani. La differenza con l’oggi è che la scuola non era obbligatoria. Ma chi non ci andava veniva guardato con sufficienza.

Infine le pitture e le vetrate delle chiese erano “libri a fumetti”, immagini non solo sacre (vi erano rappresentati anche l’astronomia, i mestieri, le scienze, gli eventi storici e politici) che istruivano anche gli analfabeti in un’epoca in cui i libri (dovendo essere copiati a mano, uno ad uno) erano costosissimi.

L’Inquisizione spagnola

Su questo tema, la fantasia si è scatenata. Ma è appunto fantasia, come ne il pozzo e il pendolo di Edgar A. Poe.

Nel 1492, anno dell’impresa di Colombo, la Spagna, riunificatasi col matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, era riuscita a portare a termine la plurisecolare opera di riconquista del paese ai Mori. Il nuovo regno si trovava adesso ad avere in casa due fortissime minoranze, quella musulmana e quella ebraica. Poiché ora il governo era interamente in mano ai cristiani, molti, per far carriera, si facevano battezzare, ma in segreto continuavano a praticare la vecchia religione. Solo che il segreto non era tale per i vicini di casa e i compaesani, i quali, non di rado scavalcati soprattutto dai più abili Ebrei (nel commercio e nelle finanze, ma anche nelle carriere amministrative e perfino ecclesiastiche), spesso davano luogo a tumulti contro i falsi convertiti o marranos. Si aggiunga che i Mori di Spagna per lungo tempo sognarono la rivincita, facendo da quinta colonna per i regni islamici corsari del vicino Nordafrica (i quali praticarono per secoli continue incursioni sulle coste). Rivolte scoppiavano qua e là, e impensierivano i due re. Ci fu anche una ribellione di nobili contro la corona, e molti Ebrei conversos commisero l’errore di appoggiare i ribelli. Insomma l’appena unificato regno rischiava una guerra civile. Per questo i Re Cattolici chiesero al Papa l’istituzione dell’Inquisizione. Finché Ferdinando e Isabella, buoni cristiani, vissero, l’Inquisizione spagnola obbedì alle direttive di moderazione del Papa. Ma in breve diventò un organismo governativo, del tutto indipendente da Roma e sul quale il Papa non aveva praticamente nessun potere.

Comunque l’Inquisizione ebbe il merito di sottrarre la questione dei falsi convertiti ai linciaggi di piazza. Fu garantito un processo giusto e puntiglioso. I veri convertiti vennero provvisti di regolare certificato inquisitoriale e garantiti contro ogni ulteriore molestia; agli altri fu posta l’alternativa tra la vera conversione o la condanna. Infatti l’Inquisizione, tribunale ecclesiastico, poteva giudicare solo i cristiani, non gli ebrei o i musulmani. Un battezzato che, di fatto, praticava il Giudaismo o l’Islamismo, era un eretico sovversivo. Così, colpendo relativamente pochi colpevoli (il cui numero effettivo, anche qui, va molto ridimensionato), l’Inquisizione “regolò il traffico” in Spagna: gli ebrei facessero gli ebrei, i musulmani i musulmani e i cristiani i cristiani, ognuno con i suoi riti e ben separati, per non litigare. La sua presenza evitò alla Spagna quelle guerre di religione che invece insanguinarono l’Europa settentrionale e garantì lo sviluppo del Paese, che così poté diventare la prima superpotenza del tempo. Si tenga presente che i più grandi Santi del cosiddetto “secolo d’oro” spagnolo (che coincise col culmine dell’attività inquisitoriale) erano tutti di origine ebraica: Giovanni di Dio, Teresa d’Avila, e altri. Il “famigerato”, anch’egli ebreo convertito, Torquemada fu in realtà molto più mite di quel che si pensa.

Per quanto riguarda la cosiddetta “caccia alle streghe” teniamo presente che l’Inquisizione se ne occupò poco. La vera e propria “stregomania” si diffuse in Europa alla fine del Rinascimento, dunque all’inizio della modernità. Ci credevano gente come Newton e Giordano Bruno (lui stesso un mago), Paracelso e Cartesio. A bruciare streghe furono soprattutto tribunali laici e protestanti (il più fiero cacciatore di streghe fu il giurista francese Jean Bodin, teorico dello Stato moderno). La famigerata Salem si trova infatti nel Massachusetts dei protestanti Padri Pellegrini americani. L’Inquisizione cattolica classificò la stregoneria come superstizione e, specialmente in Spagna, salvò la vita a moltissime presunte streghe che la furia popolare (o qualche cliente deluso) voleva linciare.

Storia. Il primo Cristianesimo

Il Cristianesimo si presenta subito come una religione “desacralizzante”. Cristo dimostra di essere Dio e di padroneggiare sia gli elementi che i demoni.

Egli dice che l’uomo non deve avere più paura delle forze ostili che lo circondano, naturali o sovrannaturali, perché tutto è sottomesso all’unico Dio che è padre buono. Ora, poiché tutto quel che Dio ha creato è buono (la Genesi lo ripete sei volte: “…e vide che ciò era buono”), l’investigazione della natura adesso non solo è possibile ma anche raccomandata.

Per questo il Cristianesimo accolse subito la filosofia greca (lo vedremo meglio parlando del Medioevo). La Risurrezione di Cristo produce negli affranti discepoli una sorta di esplosione di gioia. La storia dimostra che quello sparuto manipolo, dileguatosi dopo la morte del Maestro, immediatamente si lanciò in un’attività pubblica senza precedenti, diffondendo il nuovo messaggio a macchia d’olio. Ora, senza i miracoli, ciò non sarebbe potuto avvenire.

Infatti gli Ebrei volevano le prove che Gesù fosse davvero il Messia, e gli scettici pagani credevano più ai fatti che non alle chiacchiere. Ma inizialmente la predicazione cristiana si concentrò sugli Ebrei.

Infatti la concezione che la Promessa del Messia riguardasse solo i discendenti di Abramo era condivisa anche dagli Apostoli, i quali predicavano esclusivamente nelle sinagoghe. Poi san Pietro riceve una visione soprannaturale che gli ordina di non considerare “impuro” più nessuno. Così la predicazione viene estesa ai pagani. Tuttavia la Chiesa nascente dibatte sull’opportunità o meno di circonciderli, cioè di farli aderire alla religione ebraica, sia pure nella nuova versione cristiana. Ma Paolo si oppone e la spunta. Tuttavia anche Paolo inizialmente si rivolge ai soli Ebrei. Fino al giorno in cui gli appare Cristo e gli dice di andare a Roma. Dicono gli Atti degli Apostoli che egli voleva ancora predicare in Asia Minore, ma “lo Spirito glielo vietò”. Poi ebbe la visione di un Macedone che lo pregava di aiutare il suo popolo. Ora la Macedonia era in Europa. La conferma Paolo la ebbe mentre era in carcere.

Al solito i giudei avevano aizzato contro di lui una sommossa, e il proconsole romano lo aveva fatto incatenare. La notte gli era apparso Cristo il quale gli aveva ordinato di andare a Roma. Solo allora Paolo rivela di essere cittadino romano e di avere diritto ad appellarsi a Cesare, cioè all’imperatore Nerone. Così il proconsole lo fa scortare fino a Roma. Qui le donne di cui era succube Nerone (Poppea e Agrippina) erano “proselite” giudaiche, cioè convertite alla religione degli Ebrei. Esse spinsero Nerone ad accusare i cristiani dell’incendio di Roma, nel 64 d.C. Fu la prima persecuzione, quella in cui persero la vita Pietro e Paolo.

Dunque il Cristianesimo riceve una spinta da Dio stesso a rivolgersi verso il mondo greco-romano, quasi contro la volontà degli stessi Apostoli. Dal mix tra Cristianesimo, filosofia “razionale” greca e organizzazione romana nasce quella che oggi chiamiamo “civiltà occidentale”.

Storia. La democrazia antica

La democrazia antica non ha nulla a che vedere con quella moderna. Nell’Atene di Pericle votavano solo i cittadini maschi e liberi che pagavano le tasse, in base al principio che solo chi sovvenzionava la cosa pubblica aveva il diritto di metterci bocca.

Non solo. Si trattava di una comunità di poche migliaia di anime, che votavano su argomenti precisi e alla portata di tutti. Per esempio se dare l’ostracismo (cioè l’esilio) o meno a qualcuno ben conosciuto; naturalmente gli argomenti “alti” erano al di sopra del voto. Infatti Socrate venne condannato a morte perché metteva in dubbio l’esistenza degli dèi.

A Roma era la stessa cosa. Anche ai tempi dell’Impero chi votava erano i cittadini di Roma; e, tra essi, solo quelli provvisti di un certo “censo”, cioè i più facoltosi. Infatti la carica di Censore designava il magistrato che periodicamente immetteva nelle liste elettorali i nuovi aventi diritto e ne espungeva quelli caduti al di sotto di un certo reddito. Com’è noto a un certo punto anche i plebei vollero almeno un magistrato che li rappresentasse collettivamente, il “tribuno della plebe”.

Schiavi e donne non avevano alcun peso pubblico. Erano letteralmente proprietà del capofamiglia. Lo schiavo fuggiasco veniva inchiodato allo stipes, la stanga che chiudeva la porta della casa. La pena di morte per i non Romani era la stessa, solo che lo stipes veniva sospeso al patibulum, formando una croce. San Pietro, palestinese, venne infatti crocifisso; san Paolo, cittadino romano, ebbe l’onore della decapitazione. La schiavitù era una condizione giuridica che prescindeva dalla ricchezza personale.

Infatti si dava il caso di schiavi ricchi ancora giuridicamente legati al padrone caduto in miseria. Non tutti gli schiavi assurti a ricchezza avevano voglia di spendere per affrancarsi e diventare liberti.

Qualcuno lo faceva, altri no. Il fatto è che la schiavitù era considerata un’istituzione antica come l’uomo, nella natura stessa delle cose. Le rivolte servili (come quella del famoso Spartaco) non erano rivoluzioni tese a sovvertire l’ordine costituito: gli schiavi ribelli volevano affrancare solo se stessi. Va da sé che, potendolo, avrebbero comprato anche loro degli schiavi.

Il Cristianesimo non abolisce la schiavitù: avrebbe provocato solo un bagno di sangue Si limita a minare l’istituzione dall’interno, dicendo che davanti a Dio siamo tutti uguali e che il padrone deve amare lo schiavo come suo prossimo. Anche quando il Cristianesimo diventa religione, prima autorizzata e poi di Stato, la schiavitù non viene soppressa. La si aggira tramite istituzioni caritative che pagano l’affrancazione di schiavi solo dopo aver potuto garantire ai liberti un pezzo di terra per mantenersi. Diversamente accadrà dopo la Guerra di Secessione americana: gli schiavi, dichiarati liberi, si ritrovarono liberi di morire di fame come disoccupati.

La condizione della donna nel mondo antico non era dissimile. Nemmeno nel civilissimo mondo romano. Difficilmente, studiando la storia di Roma, ci si imbatte in nomi femminili. Si ricordano madri (come Cornelia) o amanti imperiali (come Messalina). Non solo. I nomi di donna che si incontrano non sono nemmeno nomi: sono cognomi. Giulia, Cornelia, Flavia erano infatti il nome della casata, perché i Romani premettevano il cognome al nome proprio. Poiché le donne non avevano personalità giuridica era inutile fornirle di nome proprio.

Di più: i padri, avendo diritto di vita e di morte sui figli, lasciavano vivere i nati maschi ed “esponevano” la maggior parte delle femmine (le neonate indesiderate, se sufficientemente robuste da sopravvivere, venivano portate via dai mercanti di schiavi).

Sarebbero state un peso: andavano provviste di dote e sposate, cosa non sempre facile. Avendo dunque, il più delle volte, una sola figlia femmina era inutile darle un nome proprio; bastava quello di famiglia. La donna poi passava dalla tutela del padre a quella del marito, e faceva parte della proprietà come i figli e gli schiavi. Il mondo romano era un mondo maschile, di funzionari e soldati.

La novità cristiana consisteva nel dichiarare “persona” anche le donne e gli schiavi. Infatti le martiri dei primi secoli non vennero uccise in quanto cristiane bensì perché, in quanto cristiane, si ribellavano all’autorità del padre. Infatti, rifiutando le nozze per consacrarsi a Dio, infrangevano la struttura più intima dell’ordinamento giuridico col rivendicare un diritto (quello di decidere della propria vita) che non potevano avere. Dunque meritavano la morte. Qui sta l’unica “rivoluzione” (se così la si vuol chiamare) apportata dal Cristianesimo; il quale, tra l’altro, mai si sognò di praticare quel “comunismo primitivo” che alcuni pretendono. I primissimi cristiani (ma non tutti e non in tutti i luoghi) mettevano liberamente a disposizione della comunità i loro averi, cosa fattibile in piccoli aggregati, ma poi lasciata cadere per ovvii motivi pratici appena la cristianità si allargò.

Storia. Il mondo prima e dopo Roma.

La civiltà prima di Roma presenta, grosso modo, la situazione seguente: a) imperi mesopotamici e mediorientali (Assiri, Babilonesi, Caldei, Ittiti, etc.); b) Egitto faraonico; c) città-stato greche; d) barbari; e) popoli e civiltà indiane e cinesi; f) popoli e civiltà precolombiane (forse, ma si sa poco); g) regni e popolazioni tribali africani. Giustamente i manuali di storia si concentrano su quel che accadde nei luoghi più civilizzati, cioè la Grecia e il vicino Oriente.

Qui ci imbattiamo in due misteri: Atene e Israele. Perché parliamo di “misteri”? Perché si tratta delle uniche due realtà sopravvissute fino ad oggi, nel senso che continuano a influenzare l’attuale nostra civiltà. Infatti sono completamente spariti i Faraoni e Sparta, Nabucodonosor e Ammurabi. Ma gli Ebrei ci sono ancora, così come l’idea di democrazia e la filosofia ellenica. Ma procediamo con ordine. Quando si pensa alla Grecia di allora vengono in mente nomi di città come Tebe, Sparta, Micene. Città abitate da poche migliaia di abitanti, sempre in guerra tra loro.

Ma Atene era diversa. La democrazia ateniese ancora oggi è oggetto di studio, diversamente da Sparta, per esempio (che pure colpisce la nostra immaginazione).

Ancora oggi gli studenti devono cimentarsi con i teoremi di Euclide e di Pitagora, con la filosofia di Platone e Aristotele, con le tragedie di Eschilo e di Sofocle. Ma non si studiano più, per esempio, il pensiero di Ramsete II né l’astrologia caldea. Insomma il pensiero greco è un unicum, tant’è che i Romani conquistatori lo fecero proprio in toto, dèi compresi. Invece si tennero culturalmente alla larga dagli altri popoli conquistati. Perché? Boh.

Altro boh: gli Ebrei. Il loro capostipite, si sa, è Abramo. Ma Abramo era della città di Ur, e Ur era una città caldea. Ora i Caldei sono un popolo così antico che le sue tracce si perdono nella leggenda e nella notte dei tempi. Dunque gli Ebrei sono antichissimi. Non solo. Essi erano diversi da tutti gli altri popoli. Non avevano arte, pittura, scultura, letteratura, architettura. Niente. Solo la Scrittura.

L’unica cosa a cui si dedicavano era la Scrittura e il continuo commento ad essa. Vietate le immagini e le statue, l’unica costruzione che si ricorda era il Tempio. Anche il governo era in mano ai sacerdoti. Eppure questo popolo ha attraversato i millenni ed è ancora tra noi, sempre attaccato, nei più, a quella sua Scrittura e a quell’antichissima Promessa. Due misteri, dunque, nella storia antica, cui andiamo subito ad aggiungere il terzo.

Roma

Chi voglia laurearsi in giurisprudenza, oggi, deve sostenere gli esami di Diritto Romano, Storia del Diritto Romano e Istituzioni di Diritto Romano. A parte il fatto che anche chi vuol laurearsi in Medicina parte handicappato se non conosce il greco e soprattutto il latino, osserviamo subito che nessuna istituzione del mondo antico continua a condizionarci come Roma. L’ossessione per le strutture dell’Impero Romano ci accompagna da sempre.

Contrariamente a quel che si crede i cristiani rimpiansero Roma; infatti, alla prima occasione, ne ripristinarono l’Impero con Carlo Magno, Impero che fu Sacro e Romano. I monaci medievali copiarono pazientemente tutte le opere antiche, tanto da permetterne un grande revival nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Chi si lamentava dei mali d’Italia, come Machiavelli e Guicciardini, guardava con nostalgia all’Impero Romano. Tutti i fondatori di imperi, successivamente, innalzarono aquile e labari, da Napoleone (il suo “stile impero” era tutto pepli, colonne, fasci littori, lauri) a Mussolini, a Hitler.

Perfino gli Usa tengono l’aquila nell’emblema e i politologi americani ancora studiano con accanimento quell’antico Impero europeo. Perché mai? Perché ancora oggi le nostre strutture statali hanno nomi romani? Prefetto, questore, provincia, democrazia, tributo, fisco, comizi, scrutini, eccetera. I carabinieri sono divisi in “legioni” e la Chiesa in “diocesi”. I popoli di tradizione cattolica sono detti “latini” e la Chiesa cattolica continua a chiamarsi “romana”. Insomma, il mondo civilizzato non potrebbe essere quello che è senza Roma. Roma era speciale.

Innanzitutto era una repubblica, e tale rimase anche quando il suo supremo magistrato prese il titolo di Imperator. Prima di Augusto il Senato eleggeva due consoli, uno dei quali, a turno, comandava l’esercito (I”‘imperator”). Poi le due cariche si fusero, ma l’Imperatore rimase sempre un magistrato designato; cosa che distingueva Roma dai circostanti popoli, i quali conoscevano solo la monarchia ereditaria in cui il re era anche sacerdote supremo e dio egli stesso. Negli ultimi tempi alcuni imperatori romani ricorsero all’artifizio di adottare il proprio successore, proprio perché la legge vietava l’ereditarietà delle cariche. Già, la legge. Ecco il genio romano: la legge. I Romani ne avevano il culto, e qualsiasi barbaro sapeva che avrebbe trovato più giustizia presso un magistrato romano che non davanti al suo stregone. Per questo i popoli confinanti cercavano di entrare nell’Impero, un po’ come oggi il sogno di molti profughi è la cittadinanza americana.

Sappiamo che grandi rivolte scoppiarono perché i popoli federati con Roma o legati ad essa da vincoli di vassallaggio volevano partecipare della cittadinanza romana. Negli Atti degli Apostoli vediamo san Paolo imprigionato durante un tumulto, ma poi liberato con tante scuse quando rivela di essere cittadino romano. Non solo. Il palestinese Paolo in quell’occasione si appella a Cesare, com’è suo diritto, e riceve dal proconsole una scorta di settanta cavalieri e duecento soldati perché lo si porti a Roma da Claudio Nerone.

 

La religiosità romana

I Romani avevano, sì, i loro dèi (quelli greci, con i nomi variati: Zeus=Giove, Hera=Giunone, Athena=Minerva, e così via), ma erano molto superstiziosi e temevano di offendere le nuove divinità che incontravano man mano nell’espandersi. Per questo avevano il Pantheon (dal greco: “tutti gli dèi”), tempio in cui tutte le divinità dell’Impero erano venerate. Per sicurezza ci tenevano anche un altare al “dio ignoto”.

Tiberio, saputo che in Palestina era sorta una nuova religione, propose addirittura al Senato di innalzare nel Pantheon una statua a quel Cresto che alcuni dicevano risorto. Non se ne fece nulla per l’opposizione degli Ebrei (per i quali Gesù non era affatto il Messia ma solo un rabbi eretico; del resto gli Ebrei non potevano adorare immagini) e dei cristiani, che non acconsentivano di vedere il loro Dio in mezzo ai falsi idoli.

I Romani nelle loro province si limitavano a imporre le tasse e a riservarsi la pena capitale (per questo il Sinedrio fa condannare Gesù da Pilato); per il resto erano rispettosissimi dei costumi locali. Ma, come si è detto, erano superstiziosi e tutta la loro vita veniva scandita da una serie di riti, cerimonie e scongiuri per ingraziarsi una folla enorme di divinità, da quelle “della soglia” a quelle del focolare, della guerra, della pace, del grano, della pioggia, eccetera. Lo Stato distingueva però tra religioni “lecite” e “illecite”.

Queste ultime erano quelle i cui riti contrastavano notevolmente con l’ordine pubblico, i costumi e la giustizia romana. Le persecuzioni nei confronti del Cristianesimo, per esempio, furono dovute a una serie di incidenti che convinsero alcuni imperatori a classificare la religione cristiana come “illicita”. Stessa sorte, tuttavia, ebbe il manicheismo persiano, per il quale Diocleziano stabilì la pena del rogo.

Innanzitutto è bene chiarire che il Cristianesimo non si presentò affatto come “religione dei poveri”. Il messaggio cristiano fu subito interclassista: pensiamo ai Magi; a Lazzaro, che il Vangelo ci dice ricco e “amico dei romani”; a Zaccheo, “capo dei pubblicani” (i pubblicani erano gli esattori delle imposte, che riscuotevano in appalto per gli occupanti romani); a Giuseppe d’Arimatea (il seppellitore di Gesù), “membro distinto del Sinedrio”. Non solo.

Lo stesso Gesù vestiva con una tunica talmente pregiata (“tessuta in un pezzo solo”) che i soldati sotto la croce preferirono giocarsela a dadi pur di non dividerla. Il discorso cristiano sulla povertà era in realtà di ordine interiore: condannava solo l’avidità e l’attaccamento al denaro, cose che possiamo benissimo leggere anche negli occhi di un mendicante. Già ai tempi di san Paolo vediamo il Cristianesimo penetrare negli strati alti della società romana e perfino dentro la stessa casa imperiale. Ancora oggi la Chiesa venera come Santi senatori, consoli, alti funzionari romani (san Sebastiano, per esempio, era un alto ufficiale dei pretoriani, la sceltissima guardia del corpo dell’Imperatore; santa Flavia Domitilla era parente stretta di Vespasiano).

Le persecuzioni anticristiane furono in realtà sporadiche, localizzate e non da tutti i funzionari periferici applicate. Anzi, nel clima corrotto della decadenza, in molti luoghi i cristiani riscuotevano grande simpatia perché ricordavano le antiche virtù stoiche che avevano fatto grande Roma. L’ultima persecuzione, quella di Diocleziano, fu particolarmente feroce e cruenta solo perché questo imperatore aveva creato un’efficiente e capillare burocrazia e si proponeva di accentrare nelle sue mani tutte le funzioni dello Stato. La prima persecuzione fu quella di Nerone, ma si limitò alla sola città di Roma.

Pare vi sia stato spinto dalle donne di cui era succube (come Poppea), le quali praticavano la religione giudaica e vedevano il culto del falegname risorto come un’eresia blasfema. Le successive furono provocate da eresie interne al Cristianesimo, come quella montanista. I montanisti (così detti dal loro capo, Montano) rifiutavano il servizio militare e il giuramento di fedeltà allo Stato, perseguendo fanaticamente il martirio con l’abbattere idoli pagani e incendiare templi. Invece il Cristianesimo ortodosso era perfettamente leale con l’Impero, tant’è che le legioni pullulavano di cristiani. Ma gli imperatori non erano avvezzi a sottili distinguo in quella che per loro era solo una delle tante religioni dell’Impero e, di fronte all'”obiezione di coscienza” dei soldati montanisti, se la prendevano con tutti i cristiani. Allora molti autori cominciarono a indirizzare agli imperatori delle “Apologie”, cioè degli scritti in cui spiegavano tutto e cercavano di far intendere che Roma nulla aveva da temere dai cristiani. Il più famoso di questi apologeti fu Tertulliano. Ma quasi mai riuscirono nel loro intento.

In realtà la posizione del Vangelo nei confronti del servizio militare e della lealtà allo Stato era chiara. Giovanni Battista, di fronte a una domanda precisa, aveva detto a dei soldati non di cambiare mestiere, ma di contentarsi della paga e di non angariare nessuno.

Cristo elogia pubblicamente il centurione di Cafarnao per la sua fede. Il primo pagano convertito al cristianesimo è Cornelio, il capo della Coorte Italica di stanza a Cesarea. Gesù dribbla il tranello dei farisei quando dice loro di dare “a Cesare quel che è di Cesare” e rassicura Pilato affermando che il suo “regno non è di questo mondo”. Insomma Cristo non si presentò come eversore, tant’è che lo stesso Pilato, capitolo, voleva salvarlo. In molti processi a soldati montanisti si vede il magistrato che obietta come i loro commilitoni cristiani non abbiano nulla in contrario a giurare davanti alla statua dell’Imperatore.

Ma alcuni imperatori fecero di ogni erba un fascio e, per tagliare la testa al toro, ordinarono a tutti i cittadini -soldati compresi- di sacrificare agli dèi dello Stato. Questo i cristiani non potevano farlo; da qui la persecuzione. Intere legioni vennero sterminate perché composte da cristiani.

Ma come mai si aveva una presenza di cristiani così forte nelle armate imperiali? Si tenga presente che la stessa parola “pagano” è di origine militare. Paganus era l’abitante del pagus, cioè del borgo, e il termine veniva usato dai soldati così come quelli odierni chiamano “borghesi” o “civili” i non militari.

La parola passò a indicare i non cristiani sia per la fortissima presenza cristiana nelle legioni sia per la dottrina “militante” del Cristianesimo. San Paolo nelle sue Lettere usava continuamente termini militareschi (“lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza”, “la spada della parola di Dio”, eccetera) e paragonava alla vita militare il combattimento spirituale cristiano contro il peccato e il male. Infatti le ritualità, il portare un’uniforme, la gerarchia, l’obbedienza, il coraggio, la frugalità, il lavoro di squadra, lo sprezzo della vita e la difesa dei deboli sono comuni, se ci si fa caso, sia ai monaci cristiani che ai soldati.

Tutte le guerre di Maometto e dei suoi figli

crociate1In una settantina d’anni dalla morte di Maometto l’islam si estendeva dall’Armenia all’Atlantico e si apprestava ad attaccare l’Europa cominciando dalla penisola iberica. Come si spiega questa incredibile avanzata che aveva fatto in così breve tempo tabula rasa di superbe civiltà quale l’intera Africa romana? In modo molto più semplice di quanto si possa pensare. L’ostinazione religiosa dava luogo a «uno schema strategico che rimase costante attraverso i secoli: una scorreria nei confronti dei miscredenti, avvertita come un dovere religioso e, in caso di successo, un’invasione in piena regola». Sono parole di un giovane studioso di storia militare, Alberto Leoni, in un libro (La croce e la mezzaluna, Ares, pp. 448, e. 22) che non può mancare sul tavolo di chiunque voglia capire l’islam. Le analisi, i reportage, gli instant-book e i pamphlet polemici non servono a niente senza un robusto ed essenziale libro di storia. E la storia dell’ islam è una storia soprattutto bellica (altrimenti non saremmo ancora qui, nel 2002, a interrogarci con trepidazione su di esso). La citazione continua così: «Nel caso in cui la scorreria avesse esito infausto, un nuovo contingente sarebbe partito, o nella stagione stessa o nell’anno successivo.

L’impressione che si ricava da una cronologia dell’espansione islamica è di una marea inarrestabile che, occasionalmente, incontra un ostacolo più forte di altri; un ostacolo che, però, viene sommerso dalla seconda o terza ondata di assalti, senza possibilità di scampo». La conquista della Spagna ben illustra questo modo di procedere. Il regno visigoto era potente e agguerrito, e già nel 680 aveva distrutto una squadra navale araba. Ma era diviso nel suo interno. Roderico aveva spodestato il precedente re, facendosi dei nemici. Questi fomentarono una rivolta dei baschi (tanto per cambiare) e chiesero segretamente aiuto ai musulmani d’Africa. Mentre Roderico era impegnato dalla parte opposta del regno, dodicimila berberi guidati da un ex schiavo, Tariq, sbarcarono con l’aiuto del governatore (cristiano) di Ceuta. Erano semplici predoni armati alla meno peggio, quelli che Roderico, accorso in fretta e furia, affrontò nel 711 con forze più che doppie. Ma al comando della cavalleria visigota c’erano i complottisti, che sul più bello fecero dietrofront abbandonando il re al massacro. Con i cavalli catturati, gli uomini di Tariq inseguirono e sterminarono il resto. Fu così che, a causa di un tradimento-boomerang, la Spagna non tornò cristiana che otto secoli dopo.

Muhammad (il Profeta) era morto nel 626 ma già nel 636 gli arabi erano in grado di mettere in ginocchio la superpotenza dell’epoca, Bisanzio, infliggendole la catastrofe di Yarmuk che toglieva ai cristiani la Siria e la Palestina. Mentre il califfo Omar entrava a Gerusalemme, i sessanta superstiti dell’eroica guarnigione dell’ultimo baluardo cristiano, Gaza, rifiutata la conversione all’islam venivano massacrati. La stessa Costantinopoli era cinta una prima volta d’assedio nel 674 e una seconda nel 717. Nel frattempo i nuovi padroni della Spagna saccheggiavano l’Aquitania, Narbona e Tolosa, battevano i franchi a Bordeaux, arrivavano alla Loira devastando Tours. Intervenne Carlo Martello, che li sconfisse a Poitiers. Ma dovette affrontarli ancora negli anni seguenti, vincendoli ad Arles e ad Avignone. Fu a Poitiers (732) che per la prima volta i cronisti usarono il termine «europei».

Non potendo qui fare la cronistoria puntuale di tutte le tappe della continua, ossessiva aggressione all’Europa dovremo limitarci, da qui in avanti, a qualche carotaggio qua e là. Cominciando col dire che, quasi nello stesso tempo, l’Europa dovette affrontare due pericoli di non minore entità, i vikinghi a nord e i magiari a est. Solo che questi due popoli, una volta battuti militarmente, si convertirono ed entrarono nella Cristianità. Si tenga presente che quei barbari, specialmente i vikinghi, ben conoscevano l’ islam, con cui erano entrati tante volte in contatto. Ma, sebbene si trattasse di una religione guerriera e come tale ben più vicina alla loro mentalità, scelsero il cristianesimo e vi perseverarono, diventandone anzi, gli antemurali.    Il IX secolo vide la caduta in mani musulmane della Sicilia (conquistata «con metodi di rara brutalità»), di Bari e Taranto. Nell’846 venne saccheggiata Ostia e l’incursione si spinse alla basilica di San Pietro, che fu depredata perfino delle lamine dorate delle porte (ma, sulla via del ritorno, una furiosa tempesta colò a picco le navi saracene). Neanche tre anni dopo, una grande flotta proveniente dall’Africa si ripresentò davanti a Ostia, ma questa volta trovò ad attenderla le navi di Napoli, Gaeta e Amalfi. La battaglia che ne seguì fu la prima vinta da italici dal tempo dei romani. Il pontefice organizzò subito la riconquista delle basi saracene del Circeo, del Garigliano e di Frassineto (che controllava il Fréjus). Nel 935 i musulmani saccheggiavano Genova dopo aver preso Reggio Calabria e Cosenza. Nel 982 l’imperatore Ottone II subiva una tremenda disfatta sotto Crotone e si salvava a stento.

Il secolo seguente vide l’ascesa delle Repubbliche marinare, la progressiva perdita da parte islamica del predominio sul mare e i normanni riconquistare la Sicilia metro per metro. Nel 1081 solo Siracusa ancora resisteva, e da lì partivano feroci incursioni sulle coste calabresi (questa storia delle incursioni, pur tra una guerra e l’altra, non cessò mai: si tenga presente che l’inno dei marines americani fa riferimento a Tripoli perché anche gli Usa dovettero far fronte ai pirati barbareschi). Quando l’ emiro Benavert saccheggiò Nicotera e deportò le suore negli harem orientali, Ruggero d’Altavilla reagì con una decisione che si concluse, come nei film, con un personale duello tra il condottiero normanno e l’emiro (che ebbe la peggio). Nel 1087 il numero di schiavi cristiani in mano agli islamici era così alto che il papa Vittore III non faceva fatica a chiamare gli italici alla riscossa, e una flotta di trecento navi genovesi, pisane e amalfitane, accresciuta di un contingente pontificio, conquistava la base africana di Al Mahdia. Nel 1113 i pisani prendevano Maiorca; nel 1146, i genovesi, Minorca. In ambedue i casi, provenzali e catalani parteciparono.

In Spagna nel 721 gli arabi erano padroni di tutto. Tranne un minuscolo ridotto sulle Asturie pirenaiche, un «piccolo resto» di irriducibili che il Leoni nel suo libro paragona al villaggio di Asterix. Inquadrati dagli ultimi visigoti rimasti, al comando del conte Pelayo, quei contadini e montanari inflissero ai mori una tremenda sconfitta a Covandonga nel 722. Fu il genero di Pelayo, Alfonso I, a iniziare quella Reconquista che si sarebbe conclusa solo nel 1492 a opera de Los Reyes Católicos, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. «Nella storia della Cristianità europea non esiste un solo popolo che non abbia difeso con le armi la propria fede», scrive Alberto Leoni. E fu proprio il successore di Alfonso I, Alfonso II il Casto, a comprendere l’importanza che avrebbe avuto, da lì in avanti, il ritrovamento delle reliquie di s. Giacomo (non a caso appellato Matamoros), per le quali fu fondato il santuario di Compostela. Seguì una epopea di travolgenti vittorie (come Simancas nel 939) ma anche di pesantissime sconfitte (come Valdejunquera, nel 920), di eroi a tutto tondo, come Rodrigo Diaz («El Cid») e s. Ferdinando III di Castiglia, e di massacri immondi, come quello effettuato dai mori su migliaia di prigionieri inermi sul Duero nel 917. Nacquero ordini monastico-cavallereschi quale il Santiago, sorto per iniziativa di tredici cavalieri castigliani che avevano fatto voto di dedicarsi a scortare i pellegrini; poi l’Evora, Aviz, San Giuliano, Alcántara, Nostra Signora della Montesa, San Giorgio di Alfama. La grande svolta nell’interminabile braccio di ferro si ebbe con la vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa nel 1212.

Nel 1071, a Manzikert, dall’altra parte del mondo, la potenza bizantina crollava di schianto davanti ai turchi selgiuchidi, lasciando del tutto indifese le vie dei pellegrinaggi cristiani in Terrasanta. Tra i sultanati turchi, quello più potente aveva la sua capitale a Nicea, a pochi chilometri da Costantinopoli. Nel 1097 cominciarono le Crociate, che terminarono nel 1291 con la caduta di Acri. Meno di due secoli durarono, e furono limitate nello spazio e nel tempo. Le fasi di conflitto armato furono ancora più ridotte. I crociati vi trovarono, anche qui, disastrose sconfitte (come quella di Dorileo, nella seconda crociata, e quella di Hattin nel 1187, a opera del Saladino), e sudate vittorie (come la presa di Antiochia, nella prima crociata, e quella di Damietta nel 1219). Re e imperatori ci morirono, come Federico Barbarossa e s. Luigi IX di Francia. Se da un punto di vista complessivo lo sforzo europeo non valse la candela, va pur detto che fino a quando i «franchi» (così erano chiamati dagli islamici tutti i crociati) occuparono la striscia costiera della Palestina l’avanzata dell’islam segnò il passo.

Acri, ultima roccaforte cristiana, cadde nel 1291, abbiamo detto. Ebbene, il primo scontro con Bisanzio, rimasta scoperta, è solo del 1301. Nel frattempo lo stendardo del Profeta era passato agli ottomani. Immediatamente il loro fondatore, Osman, iniziava a stringere la morsa sulla capitale dell’Impero romano d’Oriente. Del 1316 è l’assedio dell’importante Bursa, presa nel 1326. Seguono, dal 1330 in poi, Nicea, Nicomedia, Pergano, Smirne. Nel 1354 i turchi passano lo stretto e cade Gallipoli. Nel 1361 è la volta di Adrianopoli. Nel 1387 sono i serbi a subire l’assalto. Vincono il primo scontro a Plocnik, nel 1387. Ma, due anni dopo, il sultano Murad I massacra serbi, albanesi e bosniaci a Kosovo Polje (quel giorno, 15 giugno, è ancora oggi ricordato dai serbi come giornata del loro orgoglio nazionale). Il disastro di Nicopoli, in cui l’esercito cristiano guidato dall’imperatore Sigismondo fu annientato nel 1395, non ebbe conseguenze peggiori solo perché nel 1402 i mongoli di Tamerlano schiacciarono i turchi ad Ankara (ma subito abbracciarono l’islam).

Nel 1444 il nuovo sultano, Murad II, schiantava ungheresi (comandati dal valoroso Jan Hunyadi), polacchi, serbi, francesi e valacchi (guidati, questi, da Vlad Drakul, il leggendario «Dracula») a Varna, uccidendo il re Ladislao III di Polonia. Nel 1451, appena succeduto al padre, Mehemet II cominciava i preparativi per la conquista di Costantinopoli. La città fu presa nel 1453, dopo due anni di epico assedio che vide i cristiani prodursi in prodigi di valore. L’ultimo imperatore, Costantino XI, cadde sugli spalti. La Grecia finiva in mano ottomana e la via dell’Europa era aperta: appena tre anni dopo, i turchi erano sotto Belgrado. Ma vennero fermati il 6 agosto da Jan Hunyadi e s. Giovanni da Capistrano (il francescano che fu l’ anima della coalizione cristiana). Il papa Callisto III istituì per quel giorno la festa della Trasfigurazione, a indicare la letizia che aveva illuminato l’Europa allo scampato pericolo. Ma non era affatto finita. Mentre l’eroe nazionale albanese Skanderbeg (Giorgio Castriota, detto «Iskander Bey», cioè «Alessandro Magno») passava l’esistenza a combattere i turchi, questi prendevano Otranto e devastavano il Friuli a più riprese. Belgrado cadde nel 1521, l’anno seguente fu la volta di Rodi. Nel 1526, con la catastrofe inflitta ai cristiani a Mohàcs, Solimano potè invadere l’ Ungheria. Nel 1529 Vienna fu cinta d’assedio, ma questa volta le armate cristiane ebbero la meglio. Anche Malta, eroicamente difesa dai suoi cavalieri, resistette. Non così Cipro, il cui ultimo baluardo, Famagosta, cadde nel 1571. Pochi mesi dopo, il 7 ottobre, fu il giorno dell’incredibile battaglia navale di Lepanto, nella quale i turchi si schierarono a mezzaluna e i cristiani a croce. Il papa s. Pio V proclamò, per quella data, la festa di Nostra Signora delle Vittorie.

A nemmeno un anno di distanza una flotta barbaresca tentava il saccheggio di Loreto e del suo santuario, ma veniva sconfitta dai veneziani. Lo stillicidio di incursioni continuò finchè i turchi non furono in grado di riprendere in grande stile l’assalto all’Europa. Nel 1645 cominciò l’assedio a Creta, che durò ben ventiquattro anni e costò ecatombi da entrambe le parti. L’anno precedente i turchi erano stati fermati sulla Raab, in vista di Vienna (ancora!), dal Montecuccoli. Nel 1677 cominciava l’epopea del polacco Jan Sobieski, che praticamente dedicò la vita a lottare contro gli ottomani. Nel 1683 Vienna era nuovamente assediata. Questa volta il ruolo che fu di Giovanni da Capestrano era occupato dal cappuccino Marco d’Aviano. Il 12 settembre (da quel giorno, festa del Nome di Maria) i cristiani, pur in condizioni di inferiorità, inflissero una tremenda sconfitta ai turchi (Bernard Lewis, massimo islamologo vivente, dice che i fondamentalisti islamici ancora oggi vi fanno riferimento). Sorgeva in quella memorabile battaglia l’astro di uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, Eugenio di Savoia. L’11 settembre (data fatidica) 1696 questi, al comando degli imperiali, infliggeva una sonora sconfitta al nemico a Zenta, e si spingeva fino a Belgrado. Il 15 agosto del 1717 coglieva la più bella (e insperata) delle sue vittorie a Petrovaradino.

Ma anche la Russia è Europa. Invasa dai mongoli nel XIII secolo e ripiombata nella semibarbarie (prima, i principi di Kiev si permettevano di dare le loro figlie in sposa alle più importanti teste coronate d’Europa), solo nel 1380 cominciò a rialzare la testa grazie a s. Sergio Radonez e al principe Dmitrij, che sconfisse clamorosamente i mongoli sul Don. L’opera di riconquista fu proseguita da Ivan III, principe di Mosca, e soprattuto da suo nipote, Ivan IV «il Terribile», che ricacciò i mongoli nelle steppe e riprese Kazan e Astrakhan ai turchi. Da quel momento per i russi le guerre antiturche divennero una costante: con Pietro il Grande cadeva Azov; Caterina II, grazie al generale Suvorov, riprendeva la Crimea. Ma già si era alle soglie della Rivoluzione francese (nel 1789 russi e austriaci battevano i turchi a Rymnik, e tutto il Danubio ritornava europeo) e, anche se il confronto con la mezzaluna continuava, non si poteva più parlare di difesa della civiltà «cristiana» (gli ultimi a parlarne in termini di profonda convinzione erano stati Eugenio di Savoia e Suvorov). Adesso erano Stati, quelli che si scontravano, e gli europei avevano altro cui pensare.    Questa velocissima carrellata, condotta seguendo l’opera del Leoni (che peraltro prosegue fino all’avvento di Al-Qaeda), non si è soffermata sugli orrori, le nefandezze e le immani sofferenze che hanno dovuto sopportare gli occidentali pur di non vivere da dhimmi, cioè da schiavi o da esseri umani di second’ordine che, per aver diritto di respirare, dovevano pagare la «protezione». Non poter andare a cavallo né ricoprire cariche, non avere case più alte, alzarsi in piedi e cedere il posto all’ingresso di un musulmano, portare segni di riconoscimento (per gli ebrei, abiti gialli o ridicoli copricapi), non riparare le chiese né costruirne nuove, non suonare le campane, celebrare i propri riti a porte chiuse e a bassa voce: questo era il massimo di «tolleranza» che la «gente del Libro» poteva aspettarsi, quando andava bene. Gli “equidistanti nel giudizio”, che non mancano mai, fanno osservare che in molti casi i cristiani non si comportarono meglio, che spesso i comandanti musulmani erano dei cristiani rinnegati, che il regno di Francia più volte tenne il sacco agli islamici, che la mora al-Andalus era splendida, che Saladino era cavalleresco e Riccardo Cuor di Leone sanguinario. Tutto vero. Ma le date su riportate testimoniano che fu l ‘Occidente, e non l’islam, a non avere avuto un attimo di respiro dal VII secolo al XVIII.
Rino Camilleri – Liberal

La Messa dove l’hai messa ?

eucarestiaUn commento ironicamente acido per criticare le nostre (noi cattolici) mancanze nel vivere la Messa. Da leggere per riflettere e aiutare i nostri pastori (con fede).

L’altra domenica, nella chiesa dove vado di solito, agli annunci finali il prete si è scusato. Si era dimenticato di dire un pezzo della messa. Era troppo intento a dare il via a uno dei “canti” (il cui libro è l’unico che troverete sui banchi, al posto dell’ormai obsoleto vangelo) e aveva saltato alcuni passaggi. Pazienza. Che volete che sia un pezzo di messa di fronte all’importanza del canto? Non lo sapete che come diceva sant’Agostino (solo Agostino per gli amici), chi canta prega due volte? Secondo me si riferiva ad altro tipo di musica. Ma torniamo al pezzo di messa mancante.

Ora, la cosa curiosa è che non se ne era accorto nessuno. Per forza: estenuati dalla lunghezza della predica, frastornati dalla musica leggera, la messa vera e propria la si tira via mentalmente, in attesa dell’Omelia-due, cioè dei lunghissimi annunci finali. I quali vengono ricattatoriamente sempre declamati prima dell’Oremus e della benedizione finale, sennò tutti se ne vanno. Ora, questo sarebbe semmai la prova dell’importanza che la comunità annette alle iniziative parrocchiali. Dovrebbe indurre a riflettere, a cambiare quel che non interessa. Invece no. Come, vigliacchi?! Non vi interessano le riunioni, i comitati, gli organismi, le innumerevoli raccolte di fondi, il calendario degli impegni settimanali, le gite? Siete cattivi cristiani, vergogna. Ora, è noto che quelli che il Card. Ratzinger chiama “gli autoimpegnati”, facendo parte di tali iniziative, sanno già tutto. Dunque, a quelli che non intendono autoimpegnarsi nulla importa di tutta ‘sta roba. Allora – direte voi – perché menarla tanto lunga? Per forza una messa domenicale deve durare un’ora e più? Se durasse meno, cosa succederebbe di grave? Niente, è lo “spirito postconciliare” che, lungi dal soffiare dove vuole, imperversa sempre nella stessa direzione. La messa è ormai un intrattenimento? Magari, amici miei. No, neanche questo. E’ una noia mortale.
Ma torniamo alla Messa. Voi mi direte sei un nostalgico del vecchio rito latino? Vi risponderò come faccio ad avere nostalgia di una cosa che non ricordo più? Quando era in auge, ero un bambino. Quando fui adolescente avevo tutt’altro per la testa. Quando divenni Kattolico, l’avevano già cambiato. No, no. Il fatto è che mi ci annoio. Entro e mi accoglie una torma di ragazzini che schitarrano country music con testi che definire stupidi è andarci leggeri. Poi, sbrigate le letture, altre canzonette. Indi, il prete parla. E parla. E parla. E non dice niente. La prova? Fatelo come esercizio alla fine della messa, provate a riassumere al vostro accompagnatore quel che ha detto il prete. Scommetto le mutande che non ci riuscirete. Perché? Perché in genere si tratta di aria fritta. Che però è durata esattamente mezz’ora. Poi il prete si è seduto, e l’unica pausa di silenzio dell’intera messa è stata data giusto per meditare quel che ha detto lui. Non la parola di Dio, no solo quel che ne pensa il prete suddetto.

Si ricomincia, indi, con le canzoni, che non ti lasciano nemmeno quando sei in fila per la comunione. E ringrazia il cielo che, incoraggiati dal celebrante, non ci tocchi di battere al tempo le mani. “É per esprimere la nostra gioia comunitaria” dicono. Ohibò, ma quale gioia? Ma dico, hai guardato fuori? Si, ci hanno guardato, e spacciato come “intenzione dei fedeli” il commento del Tg del giorno avanti. Preghiamo per il tizio che si lascia morire di fame perché gli è morto il gatto (è successo davvero). Preghiamo perché il summit economico di Seattle si ricordi dei Paesi in Via di Sviluppo (che non è il nome di una strada). Seh, figurati! Adesso diamoci il segno della pace. E si scatena il finimondo sedie spostate, vecchiette che attraversano l’intera chiesa alla caccia di qualcuno rimasto senza stretta di mano, bambini che ancora vogliono darti il segno di pace quando la messa sta già finendo. Ora tocca al Padrenostro. Qui si formano le catene umane. Alcuni, sporchi individualisti, elevano le mani al cielo. Permangono quei giovinotti che, le mani, le tengono in tasca, per tutta la funzione. Alcune volte ho visto ragazzine fare la comunione con la gomma da masticare in bocca. Già, la comunione. Percorsa tutta la fila, quando tocca a te, ti ritrovi davanti una suora o un distinto signore con un calice in mano. Il prete? Nell’altra fila. Anche se siamo in tutto cinque. Verrà, prima o poi, il distributore automatico, il quale permetterà di cogliere due piccioni con una fava sopperire alla carenza di vocazioni e rimpinguare le mai sazie casse ecclesiastiche. Con un gran respiro di sollievo, come Dio vuole (è il caso di dirlo) la noia penitenziale finisce (non per nulla con un liberatorio “rendiamo grazie a Dio”). E ci avviamo all’uscita in un tripudio di chitarre.
Rino Camilleri – Il Timone

Inquisizione: troppe fiction e pochi dati storici reali

inquisizione1Gothic, horror, noir e tante streghe: ecco gli ingredienti per avere successo quando si scrive di Inquisizione. O per farci dei film di cassetta. Con buona pace della storia. Quella vera. Se volessimo proporre a un produttore un film davvero originale e controcorrente sull’inquisizione, detto produttore ci darebbe dei pazzi perché lui non ha certo soldi da buttare. Sì, perché l’originalità e la “trasgressione”, dì solito tanto remunerative in campo cinematografico, con l’inquisizione non funzionano. Lo stereotipo, sì. E questo vale anche in campo librario. Le opere pienamente storiche sull’argomento vendono poche migliaia di copie, laddove la riproposizione della “leggenda nera” ammalia ch’è un piacere. Già: un’Inquisizione che esce dal consueto cliché tenebroso ed efferato ha scarsa audience.

Mi si passi l’esempio: a) immaginate un settimanale che annuncia, per il prossimo numero, corposo inserto dal titolo “Dossier pornografia”; b) l’inserto esce ma in busta di plastica chiusa; c) l’inserto contiene solo cifre e statistiche. L’immediato passa-parola dei lettori ne decreterebbe il flop in edicola. Così è per l’inquisizione, per avere successo nell’occuparsi della quale bisogna attenersi a un paio di regole elementari: 1) molto gothic; horror e noir; 2) tante streghe. E pazienza se tutto ciò con l’inquisizione (cattolica) ha poco a che fare. Diciamolo: al grande pubblico della “vera storia” dell’inquisizione non importa nulla; della “leggenda nera, sì. Chi volesse fare del “revisionismo” (spiacente per il termine, ma si tratta di intendersi) sull’argomento si condannerebbe al linciaggio morale (anche da parte di tanti cattolici) o al disinteresse (anche da parte di tanti cattolici). Tanto varrebbe spostarsi sui terreno della letteratura e cercare di produrre qualche romanzo in cui le regole narrative siano invertite: “i buoni”, gli inquisitori; gli eretici, “i cattivi”.

A tutt’oggi c’è una sola opera del genere, L’inquisitore (San Paolo), i cui risultati al botteghino sono, stranamente, non malvagi: sei edizioni italiane più quattro in altrettante lingue estere. Tutto il resto non è che replay della narrativa ottocentesca nata in casa protestante e in chiave polemica: i romanzi “gotici”, i feuilleton non facevano che presentare i frati “papisti” continuamente intenti all’intrigo, al veneficio, allo stupro e, nella migliore delle ipotesi, ai fanatismo da roghi e torture. Non vi si sottrasse nemmeno l’inventore dei genere noir, l’americano Edgar Allan Poe, che ambientò il suo celebre Il pozzo e il pendolo nelle celle dell’Inquisizione (cattolica, ovvio). Nel secolo precedente, la narrativa di successo era appannaggio di illuministi come De Sade e Diderot. Quest’ultimo, oltre alle fiction su monache lussuriose, scrisse un Neveu de Rameau, nei quale mise in scena un ebreo denunciato all’inquisizione: avesse letto la voce corrispondente nella sua Encyclopédie avrebbe saputo che l’inquisizione aveva competenza sui soli cristiani.

Ma non sottilizziamo: anche Walter Scott fu vittima della stessa disattenzione nel suo lvanhoe. E dire che l’illustre cantore della tradizione inglese avrebbe potuto trovare maggior materiale in casa sua, visto che le inquisizioni protestanti (laiche) si diedero molto più da fare, specialmente con le streghe. Niente, l’unica testimonianza narrativa di parte protestante è La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, che pur parla prevalentemente di adulterio e solo di sbieco di influssi demoniaci (eppure l’autore passò lo stesso i guai suoi, nell’America dei Padri Pellegrini). Le famose “streghe” di Salem (Massachusetts, 1692: occhio alla data) dovettero attendere la fine del XX secolo e il drammaturgo Arthur Milier per venir prese in considerazione. Ma non fu l’inizio di un diverso filone perché subito tutto riprese come di consueto, con Il nome della rosa e Gostanza. Qualche dato storico farà comprendere meglio perché la “vera storia” dell’inquisizione non “tira” alla cassa. Nel febbraio dei 1286 il papa Onorio IV concesse a tutti gli abitanti della Toscana un’amnistia da potersi lucrare sia individualmente che collettivamente. Essa riguardava le pene in cui i toscani fossero eventualmente incorsi per eresia. Non solo. Il pontefice abrogò dei tutto i decreti emanati dall’imperatore Federico Il contro gli eretici. Questi decreti erano draconiani ed andavano da un massimo (il solito rogo) a un minimo (taglio della lingua per tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, gli inquisitori avessero deciso di risparmiare).

E pensare che provenivano da un imperatore oggi considerato “moderno” per la sua “laicità”. Infatti, Federico II, più volte scomunicato, era in perenne lotta col papato ed aveva proprio nelle città ghibelline della Toscana le sue principali roccaforti. Lo “straordinario privilegio” concesso dai papa ai toscani fu “mantenuto nel tempo” e costrinse l’americano Henry C. Lea (sue le parole citate) a intitolare un capitolo della sua vecchia e monumentale opera sull’Inquisizione così: “Mitezza della Santa Sede”. Dato significativo, dal momento che gli altri capitoli hanno titoli del genere: “Consigli infami degli inquisitori”, “insolenza degli inquisitori”, e via insultando. Continuiamo. Un pontefice passato alla storia per la sua durezza, Bonifacio VIII, accolse moltissimi ricorsi contro sentenze inquisitoriali, il primo appena tre mesi dopo la sua elezione. Il 13 febbraio 1297 cassò la condanna di Rainiero Gatti di Viterbo e dei suoi due figli perché determinata da una testimonianza vera ma resa da un testimone trovato in precedenza inaffidabile per spergiuro. Nel 1298 fece restituire ai figli di un eretico i beni confiscati ai padre. Lo stesso anno costrinse l’inquisitore di Orvieto (città praticamente in mano ai catari, che vi si erano distinti per omicidi e rapine) a smettere di molestare un cittadino già assolto dal precedente inquisitore. Nel 1305 giunsero a Roma reclami contro l’inquisitore di Carcassonne. Il papa Clemente V mandò in ispezione due cardinali, Pierre Taillefer e Berengario Frédol, francesi, che sospesero ogni procedimento in atto contro eretici per tutta la durata della loro ispezione. Ascoltarono i prigionieri, uno ad uno. Ammisero che le lamentele avevano qualche fondamento e cacciarono i guardiani sostituendoli, poi assegnarono ai prigionieri stanze migliori e ristrutturate ex novo. I prigionieri ottennero di poter passeggiare entro la cinta muraria quanto volevano. I cardinali visitarono poi la prigione di Albi, dove fecero aprire nei muri ulteriori e più ampie finestre.

L’insospettabile storico Luigi Firpo, studiando le carceri romane del Sant’Uffizio (XVI secolo), ha trovato: visite mensili dei cardinali, cambio di lenzuola due volte alla settimana, birra per quei detenuti che non gradivano il vino. Tornando in Francia e all’Inquisizione medievale, abbiamo: il 13 marzo 1253 a Bernard Borrel, condannato come eretico, tu concesso di uscire di galera per curarsi e non tornare che quindici giorni dopo la guarigione. Il 18 novembre 1254 la moglie di Guillaume Hualgnier, Rixenda, ottenne di andare a partorire a casa per rientrare un mese dopo il parto. Il 3 settembre 1252 a Brice da Montréai l’inquisitore di Carcassonne concesse la commutazione della prigione in un pellegrinaggio in Terrasanta. Quattro anni dopo, il prescritto pellegrinaggio non era ancora stato effettuato. Il 27 giugno 1256 venne commutato in un’ammenda di cinquanta soldi perché ormai il condannato era troppo anziano per viaggiare. Informazioni del genere si trovano nell’opera del Lea, il quale deve ammettere che “questa facoltà di attenuare le sentenze era esercitata frequentemente”, Sempre Lea: “Nel 1328, in una sola sentenza, ventitré prigionieri vennero rilasciati e le loro penitenze commutate nei dover portare croci (cucite sugli abiti, ndr), in pellegrinaggi e altro. Nel 1329 un’altra sentenza di commutazione pronunciata a Carcassonne rimise in libertà dieci penitenti”. Ebbene: “Questa indulgenza non era affatto una caratteristica particolare dell’inquisizione di Tolosa”. Che era la zona dove più virulenta era stata la lotta (anche a mano armata) contro il catarismo. Quest’ultimo era la pericolosissima “religione alternativa” che, con la sua dottrina suicida, avrebbe condannato l’umanità all’estinzione e messo, come effettivamente fece, seriamente in pericolo la civiltà occidentale (proprio contro il catarismo era stata inventata l’Inquisizione). Né “questa indulgenza” fu “caratteristica particolare” di quei tempi. Lo storico Jean Dumont riporta il caso di Pablo de Olavide, sentenziato dall’inquisizione spagnola (la più dura) proprio mentre in Francia scoppiava la Rivoluzione. Condannato al carcere, chiese di venir trasferito in zona termale per via di certi suoi acciacchi. Accontentato, trovò che le cure non gli giovavano e ottenne uno spostamento vicino al confine pirenaico. Da qui gli fu agevole scappare in Francia, dove venne accolto dai tagliatori di teste giacobini come “martire” dell’intolleranza cattolica. Ma sotto il Terrore conobbe le ben diverse galere giacobine. Esperienza traumatica: si ravvide e terminò la sua vita scrivendo apologie della religione cattolica.

Se a tutto ciò aggiungiamo che gli inquisitori cattolici credevano poco (da buoni tomisti) alla realtà della stregoneria (più superstizione, per loro, che eresia), che fu proprio l’inquisitore spagnolo Salazar y Frias a salvare le presunte streghe basche e che la caccia alle streghe nelle Fiandre cessò quando gli spagnoli le occuparono, si capisce come la “vera storia” sia scarsamente appetibile alla fiction. A meno che non si voglia mettere in scena una vicenda grottesca come quella riportata da Bartolomé Benassar, storico dell’Inquisizione spagnola, e riguardante un rinnegato cristiano catturato mentre esercitava la pirateria per conto degli islamici. L’inquisizione accettò le sue giustificazioni e gli inflisse gli arresti e domiciliari in casa di sua moglie in Spagna. In capo a un anno l’uomo era prosciolto e a capo di una nave cristiana che praticava la contropirateria mediterranea. Perché mai il re avrebbe dovuto privarsi della sua esperienza?

Inquisizione
“Fra i primi mille imputati che comparvero davanti al tribunale di Aquileia-Concordia (1551-1647), solo quattro furono giustiziati. (.) Quanto alle oltre duecento sentenze (alcune concernenti più di un imputato) dei manoscritti del Trinity College per una parte degli anni 1580-1582, solo in tre è evocata l’estrema sanzione al rogo”. (John Tedeschi, Il giudice e l’eretico, Vita e pensiero, p. 85)

Il processo
L’inquisitore giudica solo i battezzati, non ebrei e musulmani. · Giunto sul posto, si presenta al vescovo, riunisce la popolazione, ordina che gli siano riferito notizie su eresia ed eretici (Editto di fede). · Subito concede il perdono ad ogni eretico che si presenta spontaneamente, si pente e denuncia i complici (Editto di grazia). · Concede di edito un mese di tempo (tempo di grazia) per ricevere denunce, ascoltare confessioni, interrogare a piede libero i sospetti. · Obbligatoria la presenza del notaio (una novità per l’epoca) che mette per iscritto tutte le fasi del procedimento, deposizioni, testimonianze. · L’interrogatorio del sospetto avviene in presenza di testimoni. L’imputato può ricusare giudice e testimoni se dimostra che sono prevenuti contro di lui. · L’imputato può difendersi, anche se con limitazioni. Si avvale di un avvocato difensore. · Il tormentum (tortura) è limitato, dura al massimo mezz’ora, non può essere ripetuto, non deve procurare né la morte né mutilazioni, etc. Avviene in presenza di un medico. ·

L’inquisizione istituisce la giuria, che prende visione degli atti processuali, si pronuncia sui fatti e sulla pena da infliggere. Ascoltato questo parere, l’inquisitore emette la sentenza. · Se l’imputato è innocente, viene assolto. Se è colpevole per ignoranza, una volta chiarito l’errore, non viene punito. Se confessa e abiura il proprio errore, è soggetto a lievi punizioni. La condanna al carcere è, in genere, per brevi periodi. Non esiste l’ergastolo. È possibile il trasferimento di detenuti anziani o ammalati in casa o convento, la semi-libertà, la licenza per buona condotta o per attendere al lavoro dei campi. Gli inquisitori possono attenuare le pene. · Se recidivo, il colpevole è consegnato al “braccio secolare”, ovvero alla giustizia penale che applicava le pene previste dalle leggi civili contro l’eresia (il rogo). · Ma prima dell’esecuzione, si operava in tutti i modi, facendo intervenire parenti, amici, persone prestigiose, perché l’eretico si ravvedesse e gli fosse risparmiato il rogo.

Rino Cammilleri -Il Timone

 

La resistenza dimenticata dei samurai cristiani

Amakusa ShiroGiappone, anno 1637: guidati da Amakusa Shiro, un samurai di 16 anni, cinquantamila cattolici resistono eroicamente nel castello di Hara per tre mesi all’assedio dell’esercito imperiale. Non sopravviverà nessuno.
In Occidente nessuno sa praticamente nulla della storia del cristianesimo giapponese. Neanche i cristiani e, figurarsi, i cattolici (sebbene il cristianesimo giapponese coincida quasi interamente col cattolicesimo romano).

A parte un lontano libro del 1959 di Jean Monsterleet edito dalle Paoline e uno di lvan Morris (del 1975 ma tradotto in italiano da Guanda nel 1983), nessuno ha mai raccontato quel che andiamo a raccontare. Nel primo libro (Storia della Chiesa in Giappone) vi si fa un cenno. Il secondo, che parla d’altro (La nobiltà della sconfitta), vi dedica un capitolo (dal quale attingiamo in mancanza d’altro). Ma la storia dei samurai cristiani di Shimabara è una delle più eroiche di tutti i tempi e ancora oggi i giapponesi le tributano la cosiddetta simpatia hoganbijki, che i leali nipponici riservano al valore sfortunato. Negli anni Sessanta un famoso attore del teatro kabuki era convinto di essere la reincarnazione dell’eroe di quella vicenda, Amakusa Shiro, il samurai sedicenne a cui fu dedicata anche una canzone che nel decennio successivo scalò le classifiche.

Nell’immaginario dei giovani, da quelle parti, Amakusa Shiro tiene il posto che fu di Garibaldi per i nonni degli italiani e di Che Guevara per i “libertari” odierni. Il cristianesimo sbarcò in Giappone nel 1549 con s. Francesco Saverio, braccio destro di s. Ignazio di Loyola. Non ancora quarantenne, questo gesuita aveva convertito da solo quasi un milione di persone in Oriente. Accompagnato da un interprete, predicava sulle piazze il Vangelo di Matteo, che aveva imparato a memoria in giapponese. La diffidenza iniziale si tramutò in curiosità quando un astante sputò in faccia al suo compagno. Questi si asciugò rimanendo impassibile. Il fatto colpì i giapponesi, che apprezzavano moltissimo il dominio di sé. Col tempo, il santo si rese conto che erano i suoi abiti dimessi a destare disprezzo. Così, si procurò un abito più degno e l’avventura cominciò.

In pochi anni il cristianesimo in versione cattolica divenne una presenza di tutto rispetto in Giappone. Il Kyushu era interamente kirishitan, cristiano, con epicentri nelle città di Hiroshima e Nagasaki, e la cosa andava avanti con crescita esponenziale. Fino a quando certi trafficanti europei, protestanti, instillarono nei regnanti della dinastia Togukawa il sospetto che la penetrazione religiosa del cattolicesimo fosse solo il prodromo di qualcosa di peggio, dal punto di vista politico, da parte degli imperi spagnolo e portoghese. Gli editti persecutori non tardarono e Nagasaki divenne famosa come “la collina dei martiri” per i roghi, le crocifissioni, le morti in acqua gelata e tutto quel che la fantasia orientale, maestra nell’infliggere tormenti, escogitava via via. I cristiani locali entrarono nelle catacombe e continuarono a venerare le loro icone camuffandole sotto immagini di divinità pagane: per esempio, la Madonna divenne la dea Amaterasu. Nel 1640 il cristianesimo giapponese era ufficialmente estinto.

Solo nel XIX secolo, sotto la minaccia delle cannoniere americane del commodoro Perry, il Giappone consentì a riaprirsi ai traffici occidentali e all’invio di missionari.
Molti di questi rimasero stupiti di trovare ancora cristiani. E ancor più si stupirono quando questi li sottoposero a un esame di “cattolicità”. Infatti, gli indigeni si erano tramandati di padre in figlio una perfetta distinzione tra cattolicesimo e protestantesimo.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo a Nagasaki. A circa settanta chilometri dalla città sta una penisoletta, Shimabara, su cui sorgeva una fortezza chiamata Hara. Nel 1577, sfidando le leggi imperiali, il daimyo locale e tutta la cittadinanza avevano chiesto il battesimo. Erano seguiti vent’anni di mattanza e, alla fine, Shimabara era stata assegnata al nemico giurato del cristianesimo giapponese, Matsukura. Costui si ritrovò a signoreggiare una zona ostile (per questo avevano mandato proprio lui), diventata il punto di confluenza di tutti i cristiani perseguitati altrove. Soprattutto di ronin. Veniva detto ronin un samurai che non aveva più un signore al cui servizio combattere. Sorta di cavalieri di ventura, vagavano alla ricerca di ingaggio. Quelli di Shimabara erano rimasti disoccupati perché cristiani. Ora, la situazione da quelle parti era, sì, pesante ma non solo per i credenti.

In Giappone le tasse gravavano sui soli contadini ed erano una pletora: sulle porte, sulle mensole, su ogni fuoco, perfino sulle nascite e le morti. Il pagamento doveva venire effettuato in riso, cosa che rendeva la semicarestia perenne. Gli evasori venivano ricoperti da un mantello di fibra vegetale, il mino; poi, legate loro le braccia, si appiccava il fuoco, così che quei disgraziati, saltando e contorcendosi, erano costretti a prodursi nel mino odori, il “ballo del mino”. La punizione colpiva anche le famiglie: mogli e figlie, denudate, venivano tenute immerse nell’acqua gelida fino alla morte. Nell’anno 1637 la fame era giunta a livelli insopportabili. Due capi di villaggio (shoya, ex guerrieri ritiratisi dall’attività) provarono a protestare ma ebbero, uno, la moglie incinta uccisa col sistema dell’acqua; l’altro, la figlia esposta nuda e poi marchiata con ferri roventi. Il giorno precedente alla festa cristiana dell’Ascensione un contadino vide che attorno all’icona che venerava di nascosto si era materializzata una fastosa cornice. Attirati dal miracolo parecchi cristiani si portarono nella sua casa.

Ma la notizia si sparse e arrivarono le guardie. Tutti i presenti vennero presi e giustiziati. Era troppo. Il giorno dopo, i cristiani uscirono allo scoperto e piantarono al centro della piazza una grande bandiera bianca con una croce rossa sopra. Anche i pagani si unirono alla protesta perché per la mentalità giapponese le motivazioni religiose erano più nobili di quelle fiscali. Quando il responsabile dell’ordine pubblico sopraggiunse finì linciato e scoppiò la rivolta. Duecento ronin e parecchi shoya ripresero le armi e dilagarono per i villaggi. Elessero come loro capo il giovane Amakusa Shiro per due motivi. Il primo era questo: era figlio di Masuda Yoshitsegu, grandissimo guerriero diventato famoso al tempo delle guerre che avevano dato il potere ai Togukawa; veniva chiamato col nome leggendario di Amakusa Jinbei. Masuda, che era cristiano, aveva disobbedito agli editti persecutori e si era messo a percorrere il Giappone predicando Cristo. Naturalmente, nessuno osava affrontarlo.
Girava portandosi dietro il figlioletto dentro una specie di carrozzina di legno (la sua figura ha ispirato una serie di telefilm). Il secondo motivo che indicava Shiro come leader era una strana profezia: un gesuita, espulso dal Giappone venticinque anni prima, aveva lasciato una specie di poesia diventata ben nota fra i cristiani giapponesi: in essa era predetto l’arrivo di un ragazzo ame no tsukai “inviato dal Cielo”, che avrebbe riscattato la fede in quelle terre. Infatti, il giovanissimo Shiro aveva seguito le orme paterne come predicatore. Quando la faccenda si fece seria, il bakufu di Edo (la capitale imperiale, oggi si chiama Tokio) inviò le truppe al comando dello shogun Itakura Shigemasa. Poi fece arrestare e torturare la madre e le sorelle di Shiro.

Appena la notizia dell’arrivo degli imperiali giunse al campo dei ribelli, Shiro chiese a tutti quelli che volevano resistere di seguirlo nel castello di Hara. Così, oltre cinquantamila persone, con donne e bambini, si asserragliarono nella fortezza e attesero. Non c’era alternativa: le uniche armi a disposizione erano quelle, leggere, dei ronin, mentre il nemico aveva anche i cannoni. Gli spalti si riempirono di crocifissi, di stendardi bianchi con la croce, di bandiere con Sanchiyago, San furanshisuko, Marya, Yesu (s. Giacomo, s. Francesco, Maria e Gesù). Ogni tre giorni Shiro riuniva tutti nella piazza d’armi e pronunciava un’esortazione religiosa da omoikiritaru kirishitan (“cristiano devoto”) in vista del gosho (la vita eterna). Nel frattempo, i governativi incendiavano tutti i villaggi attorno e ne sterminavano gli abitanti. Quando ebbero fatto terra bruciata attorno ad Hara, cominciò l’assedio vero e proprio.
Centomila soldati, agli ordini di vari signori (tra cui Matsukura), si accamparono attorno mentre venivano apprestate le torri d’assedio. Lo spettacolo era in stile: nel campo degli imperiali, risse, duelli, uccisioni a causa delle rispettive rivalità di appartenenza feudale; in quello assediato si sentivano solo inni e preghiere corali. I cristiani avrebbero potuto fare strage degli operai costretti dalle corvées obbligatorie a scavare ed erigere terrapieni. Invece si limitarono a far piovere nel campo nemico yabumi, frecce con fogli arrotolati attorno, ove spiegavano per iscritto le loro ragioni. Della pietà cristiana nei confronti dei poveracci forzati a lavorare sotto le mura cercarono di trarre profitto gli imperiali: un centinaio di ninjutsukai (“uomini invisibili”, gli assassini di professione che il cinema ha mitizzato col nome di ninja) si introdussero, col favore delle tenebre, nel castello. Ma ne tornarono solo due. Non solo.

In un paio di riprese gli assediati riuscirono, con sortite micidiali, a portare scompiglio nel campo avversario. A quel punto intervenne Matsudaira Nobutsuma, il luogotenente dell’imperatore, che guidò personalmente i rinforzi. Incredibilmente anche questo nuovo attacco venne respinto. L’infuriato Shigemasa allora ordinò l’attacco generale che volle condurre in prima fila. Finì ucciso insieme a quattromila dei suoi uomini migliori. Ormai la situazione era grottesca: un esercito sterminato non riusciva ad aver ragione di un pugno di contadini praticamente senza armi. Il disonore era assicurato e tutti gli occhi dell’arcipelago erano puntati su Shimbara. Per salvare la faccia l’imperatore concesse clemenza e il perdono per chi si fosse arreso.

Aggiunse anche la promessa di una generosa distribuzione di riso. Ma quelli fecero sapere che volevano solo una cosa: poter professare liberamente la loro religione così come era permesso ai buddhisti, ai taoisti, ai confuciani e agli shintoisti.
L’imperatore, che non poteva permettersi di rimangiarsi il suo editto, fece tornare le trattative in alto mare. Già, il mare. Proprio da quella parte arrivò il pericolo. I mercanti olandesi, protestanti, furono ingiunti di fornire man forte agli imperiali se volevano continuare a commerciare col Giappone.
Così, il balivo Nicolaus Couckebaker mandò una nave a cannoneggiare Hara per due settimane di fila. Quando gli spalti furono completamente smantellati e gran parte delle mura erano crollate, vennero portate avanti, legate, la madre e le sorelle di Shiro. Era l’ultima offerta. Che fu rifiutata. Partì l’assalto finale, che durò due giorni e due notti. Ormai quasi tutti i ronin erano morti e così gli shoya. Anche il cibo era finito da un pezzo. L’ultima resistenza fu disperata: i cristiani, anche le donne e i feriti, combatterono con quel che avevano sottomano, scodelle, bastoni, sedie.
Nessuno sopravvisse. La spiaggia si ricoprì di undicimila pali su cui stavano conficcate altrettante teste. Le rimanenti vennero ammassate su tre navi, insieme ai nasi tagliati delle donne, per essere portate come trofeo a Edo. Ma gli imperiali avevano perso oltre settantamila uomini armati, addestrati e perfettamente equipaggiati. La penisola venne colonizzata da confuciani e buddhisti mentre il Giappone entrava nel sakoku, la chiusura di due secoli al mondo esterno. Purtroppo, per Nagasaki (e Hiroshima) non sarebbe stato, quello, l’ultimo martirio.
di Rino Cammilleri – il Timone