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L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano

Pasqua: il passaggio del Signore (Bruto Maria Bruti)

Scrive Cesare Pavese, che morì suicida in un momento di solitudine e di depressione, che è proprio la piena consapevolezza della fragilità dell’essere umano e la mancanza di un appoggio “assoluto” che possono portare al suicidio in momenti drammatici della vita:
” Non ci si uccide per amore di una donna.
Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla ”
( Cesare Pavese, Il Mestiere di vivere ).

Scrive lo psicolgo Paul Tournier che ” gli uomini sono sempre alla ricerca dell’aiuto divino: alcuni ne sono perfettamente coscienti, altri ne sentono soltanto una specie di inconscia nostalgia; alcuni lo cercano palesemente, con serietà e rispetto, altri nascondono i loro tentativi sotto le apparenze di battute scherzose o di bestemmie.

E’ l’unico sostegno all’altezza di soccorrere il loro infinito bisogno di sicurezza.

(…) Tutti sanno per esperienza come siano incerti gli aiuti che ciascuno può dare a se stesso, a prezzo di sforzi sovrumani (…)

Allora bisogna fare affidamento sugli uomini, sull’amicizia, sul buon cuore, sulla fedeltà?

Ma anche chi si ama profondamente (…) non sa rispondere a quest’interrogativo sempre in agguato:
– Mi amerai per sempre ?-

Gli uomini cercano sempre un appoggio assoluto, un appoggio senza limitazioni e che può venire soltanto da Dio.

(…) Questo desiderio di trovare un punto d’appoggio è del tutto naturale, perché l’uomo è il più vulnerabile degli esseri viventi e il solo consapevole della sua fragilità.

(…) L’uomo è l’essere più consapevole dei pericoli che lo sovrastano, il solo a rendersi conto che deve morire.

Egli cerca inutilmente di chiudere gli occhi; continuamente capitano dei fatti che lo costringono a riflettere sulla sua precaria condizione.

Non capita più un cataclisma naturale sulla faccia della terra senza che gliene giunga notizia, ricca di ogni particolare;

però, ci sono dei fatti a lui più vicini che lo colpiscono più
direttamente:  un ragazzo, la cui salute sembrava perfetta, è vittima insospettata di un cancro che, al momento dell’operazione, si dimostra essere in uno stato così avanzato da rendere vano qualsiasi intervento; un amico spiritoso, prudente, posato che muore tragicamente in automobile; un bambino finisce sotto un camion; un giovanotto che prometteva molto e finisce nevrotico o alcolizzato.

In questo, tuttavia, non c’entra solo il caso; viene fuori anche la cattiveria degli uomini.

(…) L’uomo teme l’uomo, denuncia (..) il male che germoglia nel cuore degli altri uomini, da cui si sente minacciato (…)

Scrutando di più in se stesso, l’uomo scopre nel proprio intimo il male che attribuiva agli altri, l’aggressività, la gelosia, l’infingardaggine.

Quanto più tenta di conoscersi con franchezza, tanto più si scoraggia per le sue debolezze, per la sua incapacità di resistere alle tentazioni.

(..) L’appoggio di cui ha bisogno non riguarda solo la protezione contro le minacce dall’esterno, ma la protezione contro se stessi, per vincere la paura o l’emozione (…) e per debellare (..) desideri inestinguibili che lo tengono prigioniero.

Allora cerca ovunque dei punti di appoggio, forse dei sostegni fragili, a cui però si aggrappa e che rappresentano altrettanti simboli di un appoggio più totale, del quale rimane sempre in attesa.

Questo sostegno illimitato, che manca agli uomini in maniera tanto dolorosa, lo possono ritrovare solo in Dio. (…)””

Con Gesù Cristo, Dio viene incontro a questo profondo bisogno di aiuto che sta dentro di noi. Gesù assume volontariamente su di sé le conseguenze del peccato e cioè la sofferenza e la morte.

Ha preso su di sé le lacrime degli innocenti che sono perseguitati, torturati e uccisi, delle persone che marciscono nei campi di concentramento, ha preso su di sé il dolore degli ammalati, degli anziani abbandonati, dei bambini sfruttati, venduti e uccisi, il dolore dei profughi e di tutte le vittime della violenza e della guerra, l’infelicità e il tormento di coloro che sono caduti nel vizio e in tutte le molteplici forme di dipendenza.

Ha preso su di sé tutte le sofferenze morali e psicologiche, tutte le angoscie e le tristezze, ha preso su di sé l’immensa sofferenza di tutta l’umanità nata per il distacco da Dio avvenuto con il peccato originale.

Gesù, con la sua croce, è venuto a condividere la mia croce e con la sua resurrezione mi ha dato la speranza, rispondendo concretamente al mio bisogno, profondo, ontologico, di potermi abbandonare nel completo godimento di un eterno abbraccio e di poter ritrovare, dopo la morte, tutte le persone amate in questa vita, di poterle ritrovare felici nella casa del Padre, in una meravigliosa luce che tutto investe e penetra e di poterle amare con un amore senza limiti.
(Bruto Maria Bruti)

Il materialismo della Resurrezione in un mondo troppo spiritualista

Fatima-400x300Roma. “Se Cristo non è risorto”, dice Paolo nella prima ai Corinzi, “allora vana è la nostra predicazione, e vana è la vostra fede”.

Per la Pasqua, vogliamo parlare della Resurrezione – “scandalo e follia” secondo Paolo – con Vittorio Messori, che tra i tanti suoi libri di straordinario successo in tutto il mondo ne ha dedicato uno proprio a “Dicono che è risorto”. E vogliamo farlo mettendo al centro dell’attenzione proprio la “corporeità” dell’evento. Perché abbiamo come un’impressione, e cioè che la fisicità della Resurrezione finisca per essere di questi tempi l’aspetto che rischia di essere un po’ trascurato, in tempi di cristianesimo ridotto a puro spiritualismo e di religiosità fai da te.

“Partiamo da quello che per me è un presupposto”, esordisce Messori. “Il cristiano è un materialista. Non si accontenta di salvare la sua anima, vuole salvare anche la sua carne. Diceva Jean Guitton ‘sono cristiano e voglio tutto’, anche salvare il mio corpo. L’annuncio giudeo-cristiano, secondo cui l’uomo è chiamato a una salvezza eterna nell’unità inscindibile di materia e di spirito, di sangue e carne, è assolutamente unico nella storia delle religioni. Assistiamo però da alcuni decenni a uno slittamento inquietante verso lo spiritualismo, per il quale il corpo non avrebbe importanza, ciò che vale davvero essendo lo spirito, il significato, il simbolo.

Questa deriva verso la spiritualizzazione investe anche l’elemento centrale della Resurrezione di chi, come dice san Paolo, è il primogenito di tutti i risorti. E’ proprio il ‘cuore fisico’ della Resurrezione a essere insidiato dalla riduzione spiritualista”. Ma quali sono le ragioni, di questa deriva ?

“I motivi sono sostanzialmente due. Il primo è l’inquinamento del cattolicesimo da parte della Riforma, secondo la quale il Verbo non è si è fatto carne, il Verbo si è fatto carta. Il cuore del protestantestimo è un libro, il suo akmé la canonizzazione del tipografo. Questo elemento centrale del protestantesimo lambisce anche certo cattolicesimo, ed entrambi pongono al centro di tutto la parola. Al contrario, il cuore del cristianesimo è fatto di carne e di sangue, è l’Eucarestia. Non a caso proprio ieri il Papa ha firmato un’enciclica dedicata a questo tema. Un documento in cui non c’è niente di nuovo, grazie a Dio, si riesuma il termine tridentino della transustanziasione, si riafferma che l’Eucarestia è vera carne e vero sangue. Una riaffermazione che allo spiritualismo non piace, poiché fa dell’Eucarestia un vero e proprio pasto antropofago”.

Ed è così forte, questo inquinamento protestante?

“Esso ha finito per coinvolgere molti teologi cattolici mediterranei, che sono sempre molto in soggezione di fronte ai loro colleghi che parlano tedesco. Per la Riforma tutte le opere umane sono blasfeme, la ragione è la prostituta del diavolo, e tra le opere della ragione da rifiutare c’è ovviamente anche il tentativo di dimostrare che il Vangelo ha un preciso radicamento storico. Tutto ciò è blasfemo per la Riforma. ‘Se la Resurrezione fosse storica, la fede diverrebbe superflua’, diceva Rudolf Bultmann, il protestante principe dei demitizzatori. Secondo questa impostazione la fede deve essere paradosso, follia, rinnegamento vero e proprio della ragione. Quindi la Resurrezione di Gesù non va intesa in senso storico, ma come un mito salvifico, un ideale al quale tendere”.

E qual è la seconda ragione del riduzionismo che si imbarazza a parlare del corpo del Risorto?

“E’ la cultura oggi egemone. Che non è affatto materialista come comunemente la si intende e rappresenta, ma è assolutamente spiritualista. Solo qualche vecchio parroco può tuonare contro il materialismo che intriderebbe la contemporaneità. In realtà a vincere è lo spiritualismo della tentazione gnostica. Il simbolo del nostro tempo è infatti la bomboletta di deodorante.

E l’anoressica”. Kate Moss figlia di Marcione? Non ci avevamo mai pensato.

“Precisamente. Il nostro tempo è segnato e minacciato dalla gnosi, dal catarismo, dal rifiuto della carne. Basti pensare al trionfo del cibo ‘light’, all’ignobile campagna contro i fumatori ispirata a proibire i vizi e promuovere le virtù secondo la più tipica pulsione puritan-protestante, tipica della mentalità americana. E poi la crociata contro la pinguedine, e via proseguendo…”.

Sembrano effetti dell’avanzamento della medicina preventiva. No?

“In realtà dietro queste campagne ci sono chiari segni della mentalità gnostica. Meno carne c’è, meglio è. La carne è al bando, i suoi afrori, odori, sudori, sapori. Tutto questo è l’Occidente oggi, contro la sconcezza della materialità del corpo. L’icona del nostro tempo è un’anoressica di trenta chili, e ci vogliamo poi stupire se alla fisicità della Resurrezione si dà meno peso?”.

Va bene l’influenza protestante e gnostica. Ma anche un signor teologo cattolico, come Teilhard de Chardin, criticava Jean Guitton affermando che quand’anche avessero ragione coloro che affermano che Gesù non è mai esistito e tanto meno resuscitato, nulla gli sarebbe importato o avrebbe incrinato la sua fede di gesuita contento di esserlo. C’è dunque anche una colpa interna al recinto cattolico, nella svalutazione fisica del Cristo risorto.

“Nel mio libro cito la grande inchiesta che Le Monde fece per la Pasqua del 1976. Chiese ai teologi cattolici che cosa sarebbe avvenuto alla loro fede, se fossero state rinvenute le ossa di Gesù e dunque la prova che il sepolcro era rimasto pieno. Fu impressionante che la maggioranza di quei teologi cattolici risposero che la loro fede non sarebbe stata scalfita, e per altri anzi sarebbe stata rinvigorita”.

Gnostici anche loro?

“Per molti teologi cattolici, ciò che conta è la Weltanschauung alla quale hanno ridotto la fede, non la realtà della Resurrezione. La gnosis non è soltanto odio per la materia. E’ riduzione della realtà a ideologia, a pura conoscenza. Per secoli la cattedrale era laddove c’era la cattedra del vescovo. Tramontata la sua centralità essa è stata sostituita dalla cattedra dell’accademico. Il cristianesimo guadagnerebbe molto dall’abolizione dei due terzi delle cattedre di teologia, perché da molte di esse è stato ridotto anch’esso a pura conoscenza, dottrina, una materia come le altre. Ma se lo si riduce a mera dottrina, parlare di corpi, sangue e carne diventa imbarazzante. Mentre è preferibile un Gesù considerato puro maestro di morale. Si rifletta sul fatto che la parola stessa ‘cristianesimo’ appare soltanto nel XVIII secolo, è allora che la fede si trasforma in un ‘ismo’, ‘christianisme’ alla francese, nel momento dell’apparente trionfo delle ideologie. Al contrario, il cristiano non è colui che crede in un sistema, in una ‘sofia’, in un codice etico. E’ colui che crede in una persona, il Dio fatto Uomo, e se ne nutre addirittura attraverso l’eucarestia”.

Ma rispetto al 1976 Giovanni Paolo II con il suo vigoroso magistero non ha contribuito a ridare carne e sangue al Cristo? Non ha tentato di liberare il Risorto dai dubbi di Ernest Renan, di cui era finito per certi versi prigioniero?

“Renan oggi insegnerebbe in un’università cattolica, e sarebbe considerato da parte di certi cattolici un tradizionalista. Nella sua ‘Vita di Gesù’ egli non ha alcun dubbio che Gesù sia esistito, che sia nato a Betlemme e morto in croce dopo aver percorso Giudea e Samaria. Renan si limita a scrostare quel che dicono i Vangeli dal sovrannaturale. Ma per il resto accetta tutto, e oggi sarebbe dunque considerato un tradizionalista. Attualmente sarebbe difficile trovare un esegeta cattolico disposto a sottoscrivere con Renan che in defintiva le cose siano andate davvero come dicono i Vangeli. Parecchi studiosi cattolici negano infatti non la sovrannaturalità raccontata dai Vangeli, dubitano della loro storicità materiale. Giungono a dire nei loro libri che forse le prove dell’esistenza di Gesù non è che siano poi così cogenti. E che naturalmente tutto ciò non mette in discussione la loro fede, per carità”.

Ma questo Papa, non li ha affrontati con energia?

“In fondo quella di Giovanni Paolo II, e lo dico con ammirazione, può essere definita come una politica dei due forni. Da un lato un’apertura molto marcata verso le altre religioni, al punto di aggirarsi in ciabatte in una moschea, di lasciare bigliettini di preghiera nel Muro del pianto. Aperture considerate dai suoi critici al limite dell’eccessivo, se non oltre. Poi c’è l’altro forno. Quello in cui alacremente il Papa rinsalda e ribadisce le basi dell’identità cattolica. L’Enciclica sull’Eucarestia è l’ennesimo tentativo di rinsaldare le verità più immediatamente cattoliche. Ma pensiamo anche al costante richiamo al ruolo di Maria, ai tanti pellegrinaggi mariani. Giovanni Paolo II può permettersi le aperture più spericolate, perché sono basate sulle radici più tradizionali. Rendere di nuovo certa l’identità cattolica è il presupposto che egli usa per aprirsi, ma su basi rafforzate, al dialogo interconfessionale”.

La Resurrezione ha diviso cattolici ed ebrei. David Flusser, il maggiore studioso ebreo di Gesù, non respinge la Resurrezione di Gesù. Ma la sua posizione è rimasta isolata.

“Con Flusser sono stato protagonista, nel 1978, di un evento che i giornali israeliani allora definirono storico. All’Università ebraica di Gerusalemme, per la prima volta ci siamo confrontati in pubblico sulla messianicità e divinità di Gesù. Duemila i presenti, per lo più ebrei, il moderatore era Vittorio Dan Segre. Ma dopo due ore di appassionato confronto tra noi, la platea rimase in un silenzio imbarazzato. Esiste ancora, questa sorta di pudore”.

E quanto è di ostacolo, a un dialogo più stretto con gli ebrei?

“Oggi più che mai è prezioso, che il cristianesimo resti attaccato alla sua radice ebraica. L’ebraismo, grazie a Dio, è a sua volta un materialismo. Prenda per esempio il culto ebraico della fisicità della famiglia. Più figli hai, più sei ebreo. Oppure il culto ebraico per l’utero della madre. L’ebraismo non ha paura del corpo. L’idealismo è di Atene. il materialismo è ebraico. E la comune radice materialista va assolutamente difesa. Sono d’accordo in questo con il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna. Quella cristiana è la teologia del tortellino. Il paradiso non significa rinunciare ai tortellini. Ma al contrario mangiare tortellini a piacimento, senza preoccuparci di bilancia e colesterolo. Anche per l’ebraismo è assolutamente impensabile una prospettiva di contrapposizione tra corpo e anima”.

Non è bastato, però, a superare la frattura della Resurrezione.

“Perché nella storia ebraica quattro volte millenaria ci sono episodi di reviviscenza, mai resurrezioni. Come nel caso di Lazzaro. Gesù resuscita Lazzaro, di cui poi non sappiamo più nulla, ma che certamente dopo qualche anno ha tirato le cuoia ed è morto. Nel mondo ebraico non esiste né precedente né susseguente di una Resurrezione gloriosa e per l’eternità come quella di Gesù. Quello che le scuole prevalenti dell’ebraismo attendono è la resurrezione finale di tutti i morti, con i loro corpi e non solo con le loro anime. Ma questo avverrà nel giorno di Jahvé”.

La Resurrezione ha rappresentato un problema invalicabile, dall’Illuminismo in poi, tra credenti da una parte, atei e agnostici dall’altra. Eppure da un secolo ci sono tanti laici, popperiani e hayekiani, per i quali l’accettazione dei limiti della ragione è per così dire costitutiva, e che dunque non hanno problemi di fronte all’incomprensibile e al mistero di cui parlava Blaise Pascal. Nemmeno quello della Resurrezione. Perché la Chiesa non punta di più su di loro?

“Giusto. Ma spesso i preti scoprono in ritardo quello che il mondo ha elaborato, e di solito lo fanno quando il mondo stesso è già passato ad altro. Gli ultimi marxisti, mentre il marxismo moriva, non sono stati forse i frati sudamericani? Molto del dramma del Vaticano II deriva da questo. Il Concilio è stato un fidanzamento entusiastico con la modernità, dopo un aspro combattimento durato quasi due secoli. Avvenuto proprio nel momento in cui la modernità stava cedendo al postmoderno. La ‘Gaudium et spes’ del 1965 è un annuncio di nozze con la modernità, ma col ’68 questa cede il passo al postmoderno. Per la stessa ragione, mentre Popper predicava della necessità di abbandonare le superstizioni illuministiche, il teologo scopriva proprio allora il razionalismo”.

Sul Risorto ridotto a puro spirito invece che carne, non hanno pesato anche posizioni conciliari come quella di Karl Rahner, che a proposito della necessità di evitare una catechesi universale difendeva le “contestualizzazioni” del messaggio evangelico?

“Molto spesso, l’identikit del cosiddetto uomo contemporaneo seguito dai teologi cattolici non corrisponde affatto alla realtà. Aveva ragione Chesterton, con la sua frase immortale secondo cui ‘il guaio dell’uomo d’oggi non è quello di non credere a niente, il guaio dell’uomo d’oggi è quello di credere a tutto”. Il contrario della fede non è la ragione, è la superstizione. L’uomo d’oggi, abbandonando la fede, è diventato superstizioso. Bultmann per esempio era convinto che l’uomo moderno non poteva più credere ai miracoli, perché ormai ascoltava la radio”.

E sbagliava.

“Figuriamoci. Io recentemente ho scritto sul Corriere alcuni articoli. Uno sulla misteriosa mancata corruzione del corpo di suor Bernadette. Un altro su suor Maria De Agreda, la quale, pur non muovendosi mai dal suo monastero nella Castiglia del ’600, avrebbe evangelizzato le tribù indiane del Texas. Un terzo, sul fatto che l’astrologia cristiana aveva da secoli predetto che il 1789 sarebbe stato un anno di svolta. Assicuro che tra centinaia di mail pervenutemi, non una era di scandalizzato scettico razionalismo”.

Pascal sarebbe stato contento.

“Quando Pascal scrisse la sua ‘Apologia del cristianesimo’, di non credenti non ce n’erano. In questo è la genialità di Pascal, parlare a un pubblico che si sarebbe manifestato solo due secoli dopo. Seguendo i suoi passi, e secondo l’insegnamento dei miei maestri torinesi che mi hanno insegnato a venerare la ragione, io la uso fino in fondo. Fino a scoprire, come diceva Pascal, che c’è qualcosa che va al di là di essa, l’incomprensibile, il mistero. Penso che la stessa cosa dovrebbe fare la catechesi cristiana. Usare la ragione spingendola fino ai suoi limiti, applicandola anche al mistero della Resurrezione di Gesù. Evitando il paradosso per il quale se io oggi parlo della Sindone, appoggiandomi a fonti e dati scientifici, sono in grado di avvincere per un intero weekend una platea di laici agnostici. Ma se se ne parla in una Pontificia università, la reazione è di fastidio, per la falsa convinzione che l’uomo moderno respingerebbe tutta questa paccottiglia”.
Il Foglio

Senso e scopo del digiuno quaresimale

Il digiuno quaresimale ha certamente una dimensione fisica, oltre l’astinenza dal cibo, può comprendere altre forme, come la rinuncia volontaria del fumo, di alcuni divertimenti, di internet, della televisione,… Tutto questo però non è ancora la realtà del digiuno; è solo il segno esterno di una realtà interiore; è un rito che deve rivelare e supportare un cammino  interiore.

IL DIGIUNO RITUALE DELLA QUARESIMA:

è segno del nostro vivere la Parola di Dio. Non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio, sull’esempio di Cristo, che disse: “Mio cibo è fare la volontà del Padre“; Nutrirsi vuol dire poi viverla….;

è segno della nostra volontà di espiazione: “Non digiuniamo per la Pasqua, né per la croce, ma per i nostri peccati, … ” afferma san Giovanni Crisostomo; espiare vuol dire rimediare al nostro male con il bene;

è segno della nostra astinenza dal peccato: come dice il vescovo sant’Agostino: “Il digiuno veramente grande, quello che impegna tutti gli uomini, è l’astinenza dalle iniquità, dai peccati e dai piaceri illeciti del mondo, …“;

In sintesi: la mortificazione del corpo (“mortificare” vuol dire dominare il corpo) è segno della conversione dello spirito.

Avete ucciso Gesù di Nazaret (Raniero Cantalamessa)

morte gesuIl giorno di Pentecoste, Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, tenne al popolo un discorso che si può riassumere in tre parole; tre parole che hanno, però, ognuna la forza di un tuono: Voi avete ucciso Gesù di Nazaret! Dio lo ha risuscitato! Pentitevi!
Il mio desiderio è di raccogliere queste tre parole e di farle penetrare nel nostro cuore, con la speranza che esse riescano a “trafiggerlo”, come trafissero il cuore delle tremila persone che quel giorno ascoltarono l’apostolo e si convertirono alla fede (cf. At 2, 22 ss.).
Quei tremila, ai quali Pietro rivolse quella terribile accusa, non erano stati certamente tutti sul Calvario a battere i chiodi; forse, non erano stati neppure davanti al pretorio di Pilato a gridare: Crucifige!
Perché allora “avevano ucciso Gesù”? Perché appartenevano al popolo che l’aveva ucciso. Perché non avevano accolto la notizia che Gesù andava recando: “È venuto il regno di Dio: convertitevi e credete al Vangelo!”. Perché, forse, quando Gesù passava per le strade di Gerusalemme, avevano abbassato la tenda del loro negozio per non avere noie… Fin qui, noi rievochiamo queste cose, ma ci sentiamo abbastanza al sicuro. La cosa – ci sembra – riguarda coloro che vissero in Palestina al tempo di Gesù, non noi. Siamo come il re David, il giorno che ascoltò dal profeta Natan il racconto del grande peccato commesso in città e alla fine gridò, furibondo: Chi ha fatto questo merita la morte! (2 Sam 12, 5).
Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, ci si è appassionati molto al problema della responsabilità della morte di Cristo, anche a causa della tragedia vissuta dal popolo ebraico. I libri e le rappresentazioni sul processo di Cristo non si contano.
Grandi conseguenze scaturivano dalla risposta data a quel problema, anche per la partecipazione dei cristiani alle lotte di liberazione in varie parti del mondo. Il problema della morte di Cristo è diventato un problema essenzialmente storico e, come tale, neutrale; ci interessa, cioè, indirettamente, per le conseguenze che se ne possono trarre per l’oggi; non direttamente, come parte in causa. In ogni caso, non come imputati, ma, semmai, come accusatori.
Alcuni accusano, della morte di Gesù, il potere religioso, cioè gli ebrei del tempo; altri il potere politico, cioè i romani, facendo, così, di Gesù, il martire di una causa di liberazione; altri, infine, accusano gli uni e gli altri insieme. Si è come a un processo, in cui ognuno ripete, più o meno consciamente, dentro di sé, la frase di Pilato: lo sono innocente del sangue di costui! (M t 27, 24). Ma cosa rispose, quel giorno, il profeta Natan a David? Rispose, con il dito puntato verso di lui: Tu sei quell’uomo!
La stessa cosa la parola di Dio grida a noi che cerchiamo di sapere chi ha ucciso Gesù: Tu sei quell’uomo! Tu hai ucciso Gesù di Nazaret! Tu eri là quel giorno; tu hai gridato con le folle: Via, via crocifiggilo! Tu eri con Pietro quando lo rinnegava; eri con Giuda quando lo tradiva; eri con i soldati che lo flagellavano; tu hai aggiunto la tua spina alla sua corona, il tuo sputo al suo volto! Questa certezza appartiene al nucleo più essenziale della nostra fede: Cristo è stato messo a morte per i nostri peccati (Rm 4, 25).
Il profeta Isaia ha dato, in anticipo, a questa verità, l’espressione più drammatica: Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si e addossato i nostri dolori… Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si e abbattuto su di lui per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,4 s.).
Siamo tutti imputati della sua morte, poiché tutti abbiamo peccato e se diciamo che siamo senza peccato mentiamo. Ma dire: Gesù è morto per i nostri peccati, è la stessa cosa che dire: Noi abbiamo ucciso Gesù! Di coloro che tornano a peccare dopo il battesimo (cioè di noi), l’epistola agli Ebrei dice che crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia (Eb 6, 6). AI sentire quell’accusa: “Voi avete ucciso Gesù di Nazaret!”, quei tremila, ai quali parlava Pietro, si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli “Che dobbiamo fare, fratelli? ” (At 2, 37). Un grande spavento si impadronì di loro e si impadronisce, in questo momento, anche di noi, se non siamo di pietra. Come non essere atterriti da questo pensiero. “Dio ha tanto amato il mondo da dare per esso suo Figlio Unigenito” e noi glielo abbiamo ucciso! Abbiamo ucciso “l’autore della vita”; abbiamo ucciso la Vita!
Finché non si è passati attraverso questa crisi interiore, questo “timore e tremore”, non si è dei veri cristiani maturi, ma solo embrioni di cristiani in cammino per venire alla luce. Finché non ti sei sentito mai una volta veramente perduto, degno di condanna, un povero naufrago, tu non sai cosa significa essere salvato dal sangue di Cristo; non sai cosa dici, quando chiami Gesù tuo “Salvatore”.
Tu non puoi, a rigore, nemmeno conoscere le sofferenze di Cristo e piangere su di esse; sarebbe ipocrisia, perché conosce veramente le sofferenze di Cristo solo chi è persuaso nell’intimo che esse sono opera sua, che gliele ha inflitte lui. Gesù ti potrebbe dire, come alle pie donne: Non piangere su di me; piangi su di te e sul tuo peccato! (cf. Lc 23, 28).
(Raniero Cantalamessa, Il mistero pasquale, Ancora, 1985, pp. 85-88)

E se fosse vero che quel giorno è risorto? (Vittorio Messori)

risurrezione«Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se abbiamo avuto speranza in Lui soltanto in questa vita, noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini».
Così il celebre memento di Paolo alla comunità di Corinto. Non a caso la Pasqua è al centro del calendario cristiano: tutta la fede è in bilico sul sepolcro di Gerusalemme. L’intero edificio cristiano si affloscerebbe come le torri di Manhattan, se venissero meno le fondamenta, cioè la convinzione che da quella tomba, il terzo giorno, il crocifisso è uscito, trasfigurato dalla luce della risurrezione.
Il cristianesimo non è uno schema ideologico, indipendente dai fatti concreti. E’, invece, l’annuncio di un preciso evento storico: «Quel Gesù finito sulla croce vergognosa degli schiavi, sepolto in una tomba prestatagli per carità, da lì è uscito, avendo vinto la morte e mostrando così di essere il Messia annunciato dai profeti di Israele». Non a caso vangelo significa «notizia», la «notizia buona» per eccellenza: informa, in effetti, che è avvenuto qualcosa che ci riguarda direttamente, perché quel Risorto ci ha aperto la strada alla vita immortale.

Da qui la forza, ma anche la vulnerabilità, del cristianesimo: dubitare della verità storica di quel fatto significa congedarsi dalla fede. Se davvero gli storici potessero convincerci che l’evento di Pasqua è soltanto un mito, una leggenda, un’illusione, sarebbe la fine per le Chiese cristiane, checché ne dicano certi teologi attuali, che vorrebbero svincolare la fede dai dati della storia. E checché ne dicano certe «sapienze» new age , interessate al cosmico e allergiche alla cronaca.

Questa è la semplice (e, in fondo, drammatica) realtà: se il sepolcro di Giuseppe di Arimatea è restato sigillato o si è vuotato solo perché il cadavere è stato asportato dai discepoli, il vangelo è declassato da Parola di Dio a curiosa testimonianza della letteratura popolare giudeo-ellenistica.

Poiché la fede non è una proposta intellettuale da esaminare con asettica oggettività, ma è una realtà che interpella ciascuno nel profondo, occorre parlare, qui, in prima persona. Per quanto costi, qui dire «io» è necessario. Dirò allora che, per me, sarebbe particolarmente ipocrita fingere compassata neutralità. E’ da più di trent’anni che – riflettendo sulle ragioni della fede – altro non faccio che investigare proprio sulla verità dell’evento pasquale. Ad esso ho dedicato alcuni grossi libri, ma ogni altra cosa che ho scritto si interrogava, in fondo, sulla possibilità di accettare quel fondamento della fede. Oggi, nella domenica che è la madre di ogni altra domenica, è con emozione particolare che, nel Credo , reciterò con chi mi è accanto il versetto su cui tutto si basa: «… morì e fu sepolto e il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture».

Naturalmente non sono pochi coloro che mi chiedono come possa prendere sul serio un’affermazione del genere un uomo che ha fatto qualche studio, che non ha dato segni visibili di squilibrio mentale, che ha mostrato persino di non essere privo di un normale senso critico. Non mi sorprendo. Anzi, comprendo bene una perplessità che è stata anche la mia. Ancora adesso, non c’è messa in cui, giunti al Credo , non mi interroghi: insomma, ci credo davvero? Ma sì, lo dico chiaro, con l’umiltà di chi sa bene di non averne alcun merito; con il timore di chi sa di «portare tesori in vasi di creta»; con la consapevolezza dolorosa di chi misura la distanza tra la sua fede e la sua vita. Ma sì, oserò dirlo: alla pari di chiunque si dica cristiano, sono convinto che ciò che i vangeli riferiscono coincide con ciò che è avvenuto, che Gesù era davvero morto e che davvero è uscito vivo dal sepolcro, passando poi quaranta giorni con i discepoli prima di ascendere al Cielo. Sono anch’io tra gli stravaganti che condividono una certezza che sembra ormai minoritaria: la Pasqua non commemora un mito, ma ricorda un fatto.

Per tentare di motivare una simile convinzione, esistono, lo sanno tutti, enormi biblioteche. Ma come rispondere a chi, brutalmente, volesse costringere a una sintesi estrema? Messo con le spalle al muro, ciascun credente avrebbe le sue risposte. Quanto a me, azzarderei innanzitutto la «prova della vita». All’inizio del vangelo di Giovanni, a chi gli chiede chi sia, Gesù non annuncia un «manifesto» ideologico ma replica, pragmatico: «Venite e vedrete». Come può confermare chiunque abbia accettato l’invito, andargli dietro può significare la scoperta di una luce che riverbera significato su ogni circostanza dell’esistenza. Per questo non c’è quotidianità di credente che non sia attraversata, almeno a lampi, dalla gioia di chi intuisce il senso di ciò che altrimenti resta dolorosamente inesplicabile; e dalla gioia di chi scopre di essere amato, perdonato, atteso in un’eternità che – solo che lo si voglia – può essere infinitamente felice.

Come il moto si prova, semplicemente, camminando, la verità del vangelo la si constata, altrettanto semplicemente, vivendolo: la profondità insondabile di un insegnamento espresso con parole tanto elementari non ha verifica migliore di quella della vita. E’ a questa «prova» esistenziale che faceva riferimento Paolo constatando: «Io so in Chi ho creduto».
Sempre su questo piano di concretezza, non ho dimenticato quanto mi disse una volta il cardinal Ratzinger: «Non c’è argomento apologetico più efficace della santità e dell’arte: la bellezza delle anime e la bellezza delle cose che la fede ha plasmato, senza interruzioni, da ormai venti secoli. Sta lì, mi creda, la forza misteriosa del Risorto».

Ma a queste che, pascalianamente, chiamerei «ragioni del cuore», aggiungerei, com’è ovvio, quelle «ragioni della ragione» sulle quali ho appuntato soprattutto la ricerca. Come ridurre all’osso le infinite argomentazioni che, pagina dopo pagina, ho cercato di accumulare? Potrei ricordare che la storicità sostanziale dei testi del Nuovo Testamento sta riemergendo alla grande, anche grazie a nuove scoperte archeologiche, dopo due secoli di critica distruttiva. Anacronistico, oggi, è un Alfred Loisy, per il quale nulla nel vangelo era «vero» tranne le sue note, più che un Giuseppe Ricciotti, l’abate biblista che scrisse una «vita di Gesù» per dimostrare come quei testi reggano al martello dell’incredulità.

Potrei, come in un poliziesco anglosassone, passare in rassegna tutte le possibili risposte alla domanda: «Se escludiamo l’ipotesi dei credenti, che cos’altro può essere successo, a Gerusalemme, quel 9 di aprile del 793 dalla fondazione di Roma, l’anno 30 secondo il calendario cristiano?». Potrei farlo, arrivando alla conclusione imprevista che, alla fine, la cosa più ragionevole potrebbe essere l’accettazione di un mistero che travalica la ragione, pur senza contraddirla.

Potrei ricordare che, a differenza di ogni altro fondatore di religione, «Gesù, dall’inizio della storia, è annunciato o adorato»: l’anomalia del cristianesimo è, infatti, l’essere l’accettazione di un Messia fondata sul preannuncio di quello stesso Messia. L’albero cristiano non poggia sul vuoto, ma ha le sue profonde radici nell’antico Israele. Potrei mostrare come le stesse traversie che marchiano la storia della Chiesa possano, paradossalmente, mostrare in filigrana la presenza e l’assistenza dello spirito del Risorto. Potrei spingermi persino a vagliare la straordinaria riserva di miracoloso che da sempre accompagna la marcia della fede nella storia e che solo il pregiudizio può rifiutare a priori.
Questo potrei fare. E questo, del resto, da sempre ho cercato di fare. Senza, peraltro, illudermi di convincere tutti. Quale che sia la quantità e la qualità delle ragioni messe in campo, sempre il credente cozzerà contro l’incredulità. Un motivo per dubitare della forza delle argomentazioni della fede? Al contrario, un motivo di conferma: tutti, a Gerusalemme, hanno visto il Crocifisso, ma solo i discepoli hanno visto il Risorto.
La tutela della libertà dell’uomo è affidata al chiaroscuro in cui Gesù ha avvolto la sua Pasqua, concedendo (per dirla con il solito Pascal) «abbastanza luce per credere», ma lasciando «abbastanza ombra per potere dubitare». Il bagliore di oggi può illuminare la strada, ma soltanto per chi sia disponibile a farsene guidare. Cuore del vangelo non è un autoritario «tu devi». Bensì, un affettuoso «se tu vuoi».
Vittorio Messori

Biffi: Il cuore dell’annuncio cristiano 1/4

symbole-rouge-de-signe-de-coeur-d-amour-chretienL’ANNUNCIO DI UN FATTO.
II Cristianesimo non è un’idea, una dottrina. Non vuole fare concorrenza ad ideologie, magari politiche, o a filosofie. Il Cristianesimo è un fatto ed esige un’esperienza.
Capirlo alla luce del Vangelo è già una rivoluzione culturale.
– Card. Giacomo Biffi –

Il cristianesimo prende inizio da un «fatto». È un fatto avvenuto presumibilmente nella notte tra 1’8 e il 9 aprile dell’anno 30, e reso pubblico a partire dall’alba del «terzo giorno», dopo cioè il venerdì che ha visto la morte di Gesù e dopo il grande sabato pasquale quando di tutta la vicenda del profeta di Galilea restava soltanto un sepolcro sigillato e muto. Un fatto sorprendente e assolutamente
inatteso: le testimonianze a nostra disposizione concordano nel rilevare che i discepoli di Cristo hanno faticato non poco ad accettarlo. Le due giornate precedenti avevano distrutto radicalmente le nuove luci di verità e i palpiti di insolita speranza che erano stati suscitati nelle menti e nei cuori dal Nazareno. L’intera eccezionale esperienza, maturata negli anni di convivenza con lui, davanti alla sua tomba si era come azzerata.
Certo, non è che in loro si fosse persa ogni memoria dello straordinario insegnamento ascoltato, dei gesti e delle opere mirabili che avevano potuto vedere, soprattutto della personalità inimitabile di quel singolare Maestro. Ma erano solo ricordi: ricordi bellissimi sì, ma ridotti a scarsi residui di una immensa illusione, come la poca cenere fredda di un gran fuoco, divampato per una breve stagione e ora estinto.
Solo quando quel gruppo di uomini delusi e avviliti si arrende all’evidenza e accoglie il «fatto sorprendente e inatteso», comincia l’avventura cristiana. Comincia dunque con l’annuncio di un avvenimento «incredibile»: Gesù di Nazaret, il crocifisso morto dissanguato sul Golgota, è risorto.
Non altro, logicamente, è il contenuto delle primitive formule di fede; e proprio su di esse si fermerà la nostra attenzione.

1° La formula primordiale.
La parola eghèrthe.
La prima formula di fede è consistita in una sola parola, eghèrthe:
vale a dire, «è stato ridestato» (cioè: «è risorto»). Questo è, per così dire, il minuscolo «seme» di tutta la prodigiosa fioritura che avrebbe colmato di sé i secoli futuri. Come avviene nel seme di un albero, qui è racchiusa e nascosta – e di qui si sarebbe poi sviluppata – la lussureggiante foresta della «realtà cristiana».
All’inizio questa terminologia (eghèrthe) – che coglie l’evento in sé, senza ulteriori specificazioni – è preferita all’espressione «si è rialzato» (àvéarri – onèste: che include una qualche attività del soggetto); espressione che pure talvolta compare (cf 1 Ts 4,14).
Invece nel prosieguo della predicazione apostolica – dopo che avrà avuto modo di intervenire una certa riflessione teologica – il vocabolo che si imporrà per designare il «fatto» sarà proprio anàstasis; (cf ad esempio At 4,33; Fil 3,10; 1 Pt 1,3; 3,21).
Questa è, come si vede, la «notizia» che, a partire da quel «terzo giorno», gli apostoli andranno a proclamare «sino ai confini del mondo» (cf Rm 10,18): Gesù di Nazaret, un uomo morto sulla croce al cospetto di tutti fuori delle mura di Gerusalemme, è risorto. Ecco il nucleo primordiale della proposta cristiana.

Oggettività della formula

È da notare l’indole assolutamente «oggettiva» della formula. Non si dice affatto che il primo dato sia una «esperienza» della risurrezione di Cristo compiuta dai discepoli (cioè una «visione» o una
«apparizione»): si dice che Cristo è risorto. Si usa talvolta una terminologia soggettiva – «è stato visto», «è apparso» – ma in maniera del tutto secondaria, e di solito ponendola in dipendenza da quella oggettiva che è primaria e causativa:
– Le 24,34: «II Signore è veramente risorto (òn-tos eghèrthe) ed è apparso (òfthe) a Simone»;
– 1 Cor 15,4-8: «Cristo è morto… fu sepolto ed è risorto
(eghèghertai) il terzo giorno… ed è apparso (òfthe) a Cefa… ai Dodici… a più di cinquecento fratelli… a Giacomo… a me».

«Intrattabilità» e intelligibilità della notizia

Riguardando un «fatto» e non una dottrina, la notizia che costituisce il contenuto primordiale del cristianesimo non è «trattabile»: non può essere accettata «con beneficio d’inventario», non sopporta accoglienze «antologiche», non tollera alterazioni e adattamenti ai gusti dei soggetti e alle cangianti inclinazioni della cultura dominante. O la si accetta o la si rifiuta: non c’è spazio per le posizioni intermedie.
Poiché si riferisce al passaggio da una «condizione di morte» a una «condizione di vita» secondo il significato elementare di queste espressioni, la «notizia» è assolutamente semplice e intelligibile a tutti. Ogni uomo, anche il più incolto e sprovveduto, conosce per diretta esperienza che cosa sia «morte» e che cosa sia «vita»; e appunto con questo «contenuto elementare» la «notizia pasquale» viene all’inizio comunicata. L’annuncio cristiano – che assume i concetti di «morte» e di «vita» nel loro significato ovvio e universalmente noto – ha perciò un’indole profondamente «democratica»: non occorrono titoli di studio ne prestigiosi percorsi accademici per mettersi con esso in sintonia e prendere qualche decisione a suo riguardo. Caso mai, inverando un celebre «detto» del Signore, capiterà talvolta (ed è in effetti capitato) che siano gli acculturati e gli intelligenti a complicare le cose anche in questa questione fino a interdirsi di capirle, mentre per i «piccoli» le difficoltà (almeno quelle di ordine
intellettuale) qui evidentemente non sussistono (cf Mt 11,25).

2° Gli arricchimentì della formula primordiale

II Nuovo Testamento ci documenta poi che la formula primordiale
(eghèrthe) è stata subito arricchita da alcune specificazioni, che un esame superficiale potrebbe essere indotto a ritenere trascurabili, e invece alla considerazione più attenta e approfondita si dimostrano rilevanti e significative.
A) «E risorto dai morti»
La prima specificazione parrebbe un’ovvietà o addirittura una
tautologia: «È risorto dai morti» (eghèrthe apò ton nekròn: Mt 28,7) (ek nekròn eghèrthe: Mt 17,9; eghèrthe ek nekròn: Gv 2,22; Rm 6,4). In realtà, l’espressione intende affermare indiscutibilmente la verità della morte di Cristo, sgombrando il campo da tutte le possibili supposizioni di «morte apparente» o di interpretazione «mitica» della risurrezione. Gesù – così si vuoi dire – ha subito esattamente la stessa sorte che conclude l’esistenza terrena di ogni uomo. Perciò la sua nuova vita succede a una reale vittoria della morte su di lui, ed è perciò una «rivincita» sulla grande «nemica» (cf 1 Cor 15,26). Il suo è un inaudito «ritorno» dallo sheòi, il misterioso paese dei trapassati.
Segno esteriore (e percepibile a tutti, amici e nemici) di questa «rivincita» è il sepolcro vuoto, col quale il Crocifìsso del Golgota, tornato nuovamente a vivere, non ha più ormai rapporto alcuno:
– «è risorto, non è qui» (Mc 16,6: egèrthe, ouk èstin òde), – «non è qui, ma è risorto (Lc 24,6: ouk èstin ode, allà eghèrthe).
Se «è stato fatto risalire dai morti» (cf Rm 10,7: ek nekròn anagaghèin), allora vuoi dire che egli è vivo: veramente, realmente, tisicamente vivo. Questa è la ragione prima e più evidente dell’assoluta originalità di Cristo entro la totalità della storia umana; un’originalità che lo rende un caso unico e del tutto inconfrontabile. Potremmo dire addirittura che tale «notizia» della decisiva sconfìtta della morte, universale dominatrice del genere umano, è una prima proclamazione del carattere sostanzialmente «rivoluzionario» del cristianesimo.
Rivoluzionario e discriminante: la questione che divide senza possibilità di conciliazione o compromessi l’umanità concerne appunto lo «statuto anagrafìco» di Gesù di Nazaret: dobbiamo contarlo tra i vivi o tra i morti? A questo proposito è illuminante l’esposizione, rapida ma del tutto pertinente e adeguata, del litigio che opponeva Paolo di Tarso ai suoi accusatori presso il tribunale romano, fatta dal procuratore Festo al rè Erode Agrippa: «Avevano solo con lui alcune questioni relative alla loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19). Il nocciolo del «problema cristiano» è ancora questo.
«È risorto dai morti»: la specificazione, che a prima vista sembra pedantesca e inutile, serve anche a rendere esplicito e chiaro che con l’affermazione eghèrthe è intrinsecamente connesso – anzi è doverosamente incluso nella «notizia» pasquale da cui tutto prende inizio – anche l’annuncio della reale e incontestabile morte di
Cristo: essere cristiani e celebrare l’eucaristia, ammonisce l’apostolo, significa «annunziare la morte del Signore finché egli venga» (cf 1 Cor 11,26). Morte e risurrezione – insisterà poi la predicazione ecclesiale soprattutto nel contesto della catechesi battesimale – sono le due facce dell’identico mistero di salvezza.
«Veramente fu crocifisso e morì (alethòs estauròthe kài apèthanen)…
veramente è risuscitato dai morti (alethòs eghèrthe apò nekròn)», insisterà sant’Ignazio di Antiochia (Ai Tralliani IX,1-2) nei primi anni del secondo secolo, ormai con preoccupazioni antidocetiste: in polemica cioè con quanti tendevano a negare l’autenticità dell’umanità di Cristo e la consistenza di tutto ciò che in lui era connesso col corpo.

[fine trascrizione 1/4 – continua]

Gesu’ e’ vivo – Bruto Maria Bruti

Jesus AliveGesù risorto, apparendo ai discepoli che si recavano nel villaggio di Emmaus, spiegò loro il significato della Bibbia: – allora aprì loro l’ intelligenza, affinché comprendessero le Scritture (.) – ( Lc 24,45 ).

Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica:- la fede cristiana (.) non è una “religione del libro “. Il cristianesimo è la religione della ” Parola ” di Dio, ” non di una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”. Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ci ” apra la mente all’intelligenza delle Scritture ” ( Lc24,45 )- (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 108 ).

La stessa Bibbia, da sola, senza la spiegazione degli Apostoli illuminati dallo Spirito Santo, è facilmente fraintesa. Scrive, infatti, l’Apostolo Pietro: – in esse ( = nelle lettere di Paolo Apostolo ) ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria rovina- ( 2 Pt 3,16 ).

– E’ vero che nella Chiesa tutti “abbiamo lo Spirito Santo “. Ma non nello stesso modo. C’è chi lo ha per credere ed eventualmente per indagare le profondità della fede e chi lo ha per insegnare.

(.) Se la Chiesa è un corpo, non tutti i suoi membri hanno le stesse funzioni. C’è chi guida e chi è guidato.Corpo dice organicità, cioè struttura, differenziazione e vita. Tutto deve essere attivo in un corpo, ma in modo differenziato –

( Don Piero Cantoni, L’infallibilità del magistero del Papa, in Processi alla Chiesa a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994, p.142 e p.133).

Scrive, infatti, l’Apostolo Paolo:- E’ Lui ( Cristo ) che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere i fratelli idonei a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo ( cioè la Chiesa ), finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio (.) Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trascinare nell’errore- ( Efesini 4,11-14 ).

Gesù affida agli Apostoli il compito di insegnare: (.) Andate dunque e ammaestrate (.) Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo- ( Mt 28,18-20 ).

Perché possano insegnare Gesù manda sugli Apostoli lo Spirito Santo:- E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestititi di potenza dall’alto- ( Lc 24,49 ).
Mentre gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo per stabilire qual’ è la Parola autentica di Dio, per custodirla, trasmetterla e spiegarla, i fedeli ricevono, con la Cresima, i doni dello Spirito Santo per difendere e approfondire la Parola trasmessa e il cui vero significato viene spiegato dal Magistero
Scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica:- grazie all’assistenza dello Spirito santo, l’intelligenza tanto delle realtà quanto delle parole del deposito della fede può progredire nella vita della Chiesa: con la riflessione e lo studio dei credenti (.), con la profonda intelligenza che i credenti provano delle cose spirituali; (.) le parole divine crescono insieme con chi le legge ( Catechismo della Chiesa Cattolica n. 94 ). E ancora:- la Cresima – (.) ci accorda una speciale forza dello Spirito Santo per diffondere e difendere con la parola e con l’azione la fede (.)- (Catechismo della Chiesa Cattolica n.1303 ).

Come ogni organismo ha bisogno di un capo, quale centro di integrazione e di unità fra tutte le parti, così gli apostoli hanno bisogno di un capo.
Gesù conferisce il primato a Pietro che è il Vescovo dei vescovi: gli apostoli devono insegnare in comunione con Pietro e sotto la sua autorità.

Gesù cambia il nome di Simone in Pietro, che significa roccia ( cfr Gv 1,42, Mt10,2; Mc 3,16; Lc 6,14 ): il nuovo nome di Pietro ricorre nel Nuovo testamento più di 150 volte.

Quando Dio cambia nome ad un uomo lo incarica di una missione speciale: si pensi al nuovo nome che Abramo riceve ( Gn 17,5 ).

Infatti, Gesù promette a Pietro il primato – E io ti dico: tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli-( Mt 16,18-19 ). Il primato di Pietro non vuol dire impeccabilità personale, ma compito di confermare gli altri apostoli e i fedeli tutti nella verità: – Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli- ( Lc 22,31-32 ): quando Pietro parla a nome di tutta la Chiesa per insegnare, allora è Cristo che parla attraverso lui.

Gesù per tre volte dice a Simone di pascere le sue pecore ( Gv
21,15-17 ): pascere un gregge vuol dire procurargli il cibo spirituale e tenerlo unito contro le minacce dall’interno e dall’esterno.

Dopo la resurrezione e ascensione di Gesù, Pietro esercita il primato:
provoca e dirige l’elezione di Mattia ( At 1,15-26 ), tiene un discorso a nome di tutti gli apostoli nel giorno di Pentecoste ( At 2,14-41 ), difende la causa del Vangelo contro le autorità giudaiche ( At 4,8; 5,29 ), pronuncia la sentenza contro Anania e Saffira ( At 5,1-11 ), decide l’ammissione del pagano Cornelio al cristianesimo ( At 10,47; 15,7 ), dirige il concilio di Gerusalemme ( At 15, 7-12 ).

Pietro è la – roccia – sul quale Cristo fonda la sua Chiesa, ma come individuo egli è mortale come tutti. E’ evidente che Pietro deve avere successori, di modo che le – porte degli inferi – cioè le potenze del male, non prevalgano contro la Chiesa: lo stesso vale per il possesso delle chiavi del Regno ( potere di amministrare i beni spirituali ), per il potere di legare e sciogliere ( cioè di dirigere la comunità ) e per il compito di pascere le pecore.

La Rivelazione di Dio, la sua Parola, è stata trasmessa a voce ( Sacra
Tradizione ) e per iscritto ( Sacra Scrittura ).

Dall’insegnamento che gli apostoli hanno tramandato a viva voce proviene l ‘elenco ufficiale dei libri ispirati che compongono la Bibbia. Questo elenco completo è chiamato – Canone – delle Scritture e comprende per l’Antico Testamento 46 libri e 27 per il Nuovo ( cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n.120 ).

Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce ( cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n.126, par.3 ).

Scrive l’Apostolo Paolo:- Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera- ( 2 Ts 2,15 ).

Il Nuovo Testamento non raccoglie tutto il messaggio riguardante Cristo ed è il Vangelo stesso a dirlo:- Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere- ( Gv 21,25 ).

GESU’ E’ VIVO e ci assiste continuamente attraverso la
Chiesa:- molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future – ( Gv 16,12-13 ).

Il Magistero della Chiesa, assistito dallo Spirito, serve per guidare alla verità tutta intera, cioè serve per approfondire il senso della Parola di Dio, la cui profondità è insondabile e il cui tesoro è inesauribile.

Dice Gesù: – (.) se un maestro della legge diventa discepolo del regno di Dio, è come un capofamiglia che dal suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove- ( Mt 13,52 ).

Ripetiamo un concetto fondamentale:- (.) anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli- ( Catechismo della Chiesa Cattolica n.66 )

Che cosa succede con e dopo la morte?

paradiseDa dove ha origine la morte?
Dio non ha né voluto né creato la morte così come noi la subiamo oggi. Essa è entrata nel mondo come conseguenza del primo peccato dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Essa è dunque il “salario del peccato” (Rm 6,23).

Qual è il senso della morte?
* Oggi si tende a censurare e a rimuovere tale realtà della vita umana. Il solo pensiero della morte procura angoscia. Non pensandoci, si ritiene di allontanarla o vincerla. In realtà essa, inesorabile, viene, e può venire in ogni momento, a qualunque età della persona, in qualunque condizione ci si trovi.
* Per ogni essere umano, la morte è:
– segno del nostro essere uomini; essa appartiene alla condizione umana
– il termine della vita terrena
– una porta che chiude un modo di vivere per aprirne un altro: non è la fine di tutto
– un richiamo alla saggezza del vivere bene il tempo a nostra disposizione
– un modo di attuare una fondamentale uguaglianza fra tutti, al di là di appartenenze sociali, condizioni economiche, capacità culturali.

* Per il cristiano, la morte è illuminata dalla Parola di Dio che ci offre
una luce che rischiara e consola. La morte diventa così:
– un porre fine alla vita dell’uomo come tempo aperto per accogliere o rifiutare l’amore di Dio in Cristo
– un iniziare la vita eterna, e cioè quel vivere nuovo e per sempre che ha inizio dopo questa vita terrena
– un incontrare Dio, Padre e anche Giudice
– un possibile modo per esprimere un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo.

* È proprio per questa visione cristiana della morte che san Francesco d’Assisi poteva esclamare nel Cantico delle Creature: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale” (Fonti Francescane, 263).

Che cosa succede con la morte?
Con la morte, si verifica la separazione dell’anima e del corpo. Il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima, che è immortale, va incontro a Dio per essere giudicata. Essa sarà riunita al suo corpo alla fine dei tempi.

Che cosa significa morire in grazia di Dio?
Significa morire con la consapevolezza di non avere il peccato mortale sull’anima. Significa morire in pace con Dio e con il prossimo. “Certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui” (2 Tim 2,11).

Come è possibile morire con Cristo?
È possibile:
* vivendo da figli di Dio durante la nostra vita terrena
* chiedendo frequentemente perdono a Dio dei nostri peccati mediante il sacramento della Riconciliazione (Confessione)
* usufruendo, se possibile, dei due sacramenti istituiti da Cristo per gli ammalati gravi e per quanti stanno per passare da questa vita all’altra: il sacramento dell’Eucaristia come Viatico e il sacramento dell’Unzione dei malati.

Come Cristo ha vinto la morte?

Distruggendo la causa della morte, cioè il peccato, con la Sua Morte in croce e con la Sua Risurrezione.

Come descrivere le condizioni dell’uomo dopo la morte?
«Bisogna evitare rappresentazioni immaginarie e arbitrarie che invece di aiutare approfondiscono le difficoltà della Fede cristiana. Le immagini impiegate dalla S. Scrittura meritano tuttavia rispetto. Bisogna ricercarne il senso profondo, evitando il rischio di attenuarle troppo, svuotando della loro sostanza le realtà che esse manifestano» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera su alcune questioni riguardanti l’escatologia).

Che cosa avviene dopo la morte?
L’anima, separata dal corpo, viene giudicata da Dio in rapporto alla Fede e alle opere compiute. È questo il giudizio particolare, con il quale viene data a ciascuno l’immediata retribuzione per la sua vita terrena.
Tale retribuzione consiste nell’accedere:
* o alla gioia eterna del paradiso – subito dopo la morte
– oppure dopo un’adeguata purificazione (purgatorio).
* o alla dannazione eterna dell’inferno.

Che cos’è il Paradiso?
Il Paradiso è lo stato di felicità piena e definitiva. Tale felicit
consiste nel vedere Dio “così come egli è” (1 Gv 3,2), “a faccia a faccia”
(1 Cor 13,12). Dio sarà allora conosciuto e amato come la massima, suprema felicità dell’uomo, il fine ultimo e la realizzazione piena delle aspirazioni più profonde dell’uomo.
Questo mistero di visione beatifica, di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo, supera ogni possibilità di comprensione e descrizione. La S. Scrittura ce ne parla con alcune immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, casa del Padre, Gerusalemme celeste…

Che cos’è il Purgatorio?
Il Purgatorio è la purificazione di coloro che muoiono in grazia di Dio, e quindi sono ormai sicuri di poter accedere al Paradiso, ma hanno bisogno di ulteriore purificazione al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del Paradiso.

Come noi possiamo aiutare tale purificazione?
Dio purifica, con i meriti di Cristo morto e risorto, quanti sono nel
Purgatorio, grazie anche alla collaborazione che noi possiamo dare loro.
Noi, che siamo ancora pellegrini qui sulla terra, possiamo infatti aiutare i nostri defunti, che sono in Purgatorio:
* con le nostre preghiere di suffragio, in particolare partecipando alla celebrazione della S. Messa e anche facendo celebrare S. Messe per loro
* con opere di penitenza e di carit
* con le Indulgenze, che sono la remissione, concessa da Dio, della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa. Ogni cristiano, pellegrino qui sulla terra, può acquisire, per intervento della Chiesa, tali Indulgenze, se debitamente disposto e a determinate condizioni, e può applicarle ai defunti, in modo tale che questi possano essere sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati.

Che cos’è l’Inferno?
* L’inferno è la dannazione eterna di quanti, per loro libera scelta, muoiono in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio. Gesù esprime tale realtà con alcune immagini: geenna, fuoco inestinguibile, fornace ardente… Sono immagini per descrivere lo stato di sofferenza estrema, di dannazione eterna che colpisce quanti sono nell’inferno.
* La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio:
soltanto in Lui infatti l’uomo può avere la vita e la felicità, per le quali
è stato creato e alle quali aspira.
* Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno. Anzi Lui, da buon Padre, vuole che tutti si salvino e giungano nella Sua Casa: il Paradiso. Per questo ha inviato il Suo Figlio morto e risorto. Egli non vuole “che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9). Per questo Egli richiama ogni singola persona, durante la sua vita terrena, sia benevolmente sia, qualche volta, anche in maniera forte (come fa ogni buon padre col proprio figlio). E tuttavia, avendo creato l’uomo libero, Dio rispetta le decisioni della persona, e questo soprattutto nel momento cruciale della sua morte. Pertanto è l’uomo stesso che, in piena libertà e responsabilità, si
auto-esclude dal Paradiso e, persistendo nel suo rifiuto radicale di Dio, merita l’inferno.

Che cos’è il Giudizio finale, universale?
il giudizio che Dio emetterà alla fine dei tempi, alla fine del mondo,
quando Cristo “verrà nella gloria con tutti i suoi angeli […]. E saranno
riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri
[…]. E se ne andranno questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita
eterna” (Mt 25,31-46).
Con tale giudizio:
* Risorgeranno tutti i corpi degli uomini. Ogni corpo, trasformato da
corruttibile e mortale in incorruttibile ed eterno, si unirà alla propria
anima, condividendo con essa la condizione del Paradiso oppure dell’inferno:
condizione che essa ha dal momento della morte del corpo.
* Tra tutti i santi del cielo si vivrà una fraterna comunione “estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come del proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati” (S. Tommaso d’Aquino, Conferenza sul Credo).
* Ci saranno “nuovi cieli e una terra nuova” (2Pt 3,13). L’universo attuale, liberato da ogni schiavitù, sarà un nuovo universo, in cui “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
* Si realizzerà compiutamente e definitivamente il disegno di Dio di
“ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della
terra” (Ef 1,10). Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Quando avverrà il Giudizio finale?
Soltanto Dio conosce il giorno e l’ora di tale avvenimento definitivo. Noi sappiamo solo che avverrà ‘nell’ultimo giorno” (Gv 6,39), alla fine di questo mondo.

Dove si fonda la nostra fede circa la risurrezione del nostro corpo?
Si fonda:
* sulla Fede in Dio che “non è un Dio dei morti, ma dei viventi” (Mc 12,27)
* su Gesù Cristo, il quale:
– ha detto ‘Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25)
– ha operato alcune ‘risurrezioni’ durante la sua vita terrena: di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, e della figlia di Giairo. Tali
‘risurrezioni’, che erano un ritornare alla vita precedente, erano segno del suo essere ‘la risurrezione”, e prefigurazione del suo risorgere
– ha fatto questa solenne promessa prima di morire: “Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 2-3)
– ha liberamente subito la morte, e la morte di croce, per la nostra
salvezza: con la sua morte ha vinto la morte, per sé e per tutti noi
– è risorto lui stesso con il suo proprio corpo, trasformato e glorificato:
“Se Cristo non è risuscitato […] è vana anche la vostra Fede” (1 Cor
15,14)
– è principio, fondamento e certezza anche della nostra risurrezione: Lui è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1, 18); “Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza” (1 Cor 6,13).

Come avverrà la risurrezione dei nostri corpi?
Conoscere il modo come avviene la risurrezione supera le possibilità del nostro intelletto. È accessibile solo nella Fede.

Qual è la differenza tra la risurrezione del corpo e la reincarnazione?
Esiste fra le due un’enorme differenza, in quanto:
* la risurrezione non è un ritornare alla vita precedente, ma è un vivere nuovo con un corpo completamente trasformato
* ogni vita è unica e irripetibile
* “E’ stabilito che gli uomini muoiano una sola volta” (Eb 9,27).

In che senso il cristiano muore e risorge ogni giorno?

Ogni giorno della vita qui sulla terra è per il cristiano un partecipare
alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, da un punto di vista:
* sacramentale: col sacramento del Battesimo noi moriamo con Cristo al peccato (veniamo da lui liberati dal peccato) e risorgiamo a nuova vita, alla vita dei figli adottivi di Dio, membri di Cristo e della sua Chiesa, tempio dello Spirito Santo
* morale: ogni giorno siamo chiamati a fuggire il peccato, a evitarlo, a
pentirci e a risorgere da esso, per vivere con gioia ogni momento, da figli di Dio, cercando “le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1).

Il Primicerio della Basilica dei SS.Ambrogio e Carlo in Roma
Mons. Raffaello Martinelli

NB Per approfondire l’argomento, si leggano anche i seguenti documenti pontifici:
* Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, nn. 988 – 1060;
* CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera riguardante alcune questioni di escatologia, 1979.

Come risorgeremo?

Anche noi risorgeremo. E non solo con lo spirito, E nemmeno tramite una risurrezione corporea come quella di Lazzaro. Bensi’ ci apparterra’ una realta’ unica di spirito redento e corpo glorificato, simile a quella già manifestata in Gesù Cristo. Se non crediamo in questo non siamo cristiani, ma Sadducei. I Sadducei si scontravano con i Farisei negando la risurrezione dei corpi. Ma Gesù e le Scritture, specialmente i Vangeli, promettono per i giusti una vera risurrezione, nella quale i primi cristiani credevano pienamente.

Nelle sue Lettere, san Paolo scrive: “E se lo spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). E altrove: “Se a causa di un uomo [Adamo] venne la morte a causa di un uomo [Cristo] verrà anche la risurrezione dei morti” (1 Cor 15,21). Come si puo osservare, l’affermazione che ci attende la risurrezione della carne e esplicita, ferma, indiscutibile e a ciò siamo tenuti n credere noi cattolici. I Padri della Chiesa e la Tradizione nei secoli hanno confermato la fede nella risurrezione dei corpi. Tertulliano, nel De resurrectione carnis, scrive: “La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali”.

Questa Fede si sedimentò anche nel nostro Credo: “Credo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. II Concilio Lateranense IV (1215) insegna che “tutti risorgeremo con il proprio corpo che qui portiamo” (DS, 801). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al punto 990, recita: “La risurrezione della carne significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri corpi mortali riprenderanno vita”. E aggiunge: “Il ‘come’ supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto, è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo” (n. 1000). Occorre evitare i due estremi: “da una parte un materialismo primitivo il quale suppone che nella risurrezione noi riprenderemo la stessa materia, la stessa carne e le stesse ossa che abbiamo ora in questa vita. Ora sappiamo che già in questa vita la nostra materia muta ogni sette anni circa.

L’identità della persona tra questa e l’altra vita non può dunque dipendere dall’identità della materia… Dall’altra, questa trasformazione non si può pensare nel senso di uno spiritualismo alieno dal mondo e unicamente fatto di spirito. Si tratta di una nuova corporeità, trasformata e trasfigurata dallo Spirito di Dio” (Catechismo Cattolico degli adulti, Conferenza Episcopale Tedesca, V, 2,3). Sembra dunque superfluo porsi domande riguardo l’aspetto che avremo una volta risorti. Cristo Risorto appariva con l’aspetto che egli desiderava, poiché la sua corporeità era del tutto sottomessa alla volontà dello spirito. Anzi, scompariva anche agli sguardi a suo piacimento. E fuorviante sarebbe domandarci: “dove dimorerà il nostro corpo? In Cielo o sulla terra?”.

La separazione fra Cielo e terra è una dicotomia contingente che appartiene al regno del peccato, e non alla Gerusalemme celeste. Le apparizioni di Cristo, l’Ascensione e, se vogliamo, le apparizioni di Maria ci indicano delle modalità di manifestazione che però non ci sottraggono al mistero. Certo è che in questo Eden, mai distrutto dalla mano di Dio ma anzi custodito dai Cherubini (Gen 3,24) godremo dei frutti dell’albero della vita e saremo irradiati dalla luce del Risorto.

di Stefano Biavaschi – Il Timone

La cattolicita’ di Tolkien

signore-degli-anelliTolkien pagano o cristiano?

Il dibattito sulla figura e sulle opere di J.R.R.Tolkien è tornato di grande attualità, soprattutto in seguito al grande successo di pubblico ottenuto dalla trasposizione cinematografica del libro che lo ha reso famoso “Il Signore degli Anelli”. In particolare in Italia ci sono gruppi che negli anni Settanta/Ottanta organizzavano festival in onore di una lettura “pagana” di Tolkien. A sostenere la tesi secondo cui Tolkien era pagano è intervenuto il giornalista, Gianfranco De Turris, mentre Andrea Monda ha sostenuto la tesi di Tolkien cristiano.

Per comprendere meglio argomentazioni e senso del dibattito, ZENIT ha intervistato Andrea Monda, autore di due libri “Tolkien il signore della fantasia” e “Gli anelli della fantasia”, entrambi pubblicati da Frassinelli e scritti insieme al giornalista Saverio Simonelli.

Insomma, Tolkien è pagano o cristiano?

Monda: Direi senz’altro cristiano. E non solo perché l’uomo-Tolkien ha condotto una vita alla luce di un cattolicesimo intensamente creduto e praticato (è sufficiente leggere le sue lettere per rendersi conto di che “livello” di cattolico stiamo parlando), il dato personale biografico potrebbe peraltro essere un indizio non sufficiente (ci sono opere profondamente cristiane scritte da autori che non erano altrettanto fedeli e praticanti nella vita privata), ma soprattutto perché tutto quel bagaglio di fede è confluito nell’opera letteraria ed in particolare nel suo capolavoro, Il signore degli anelli.

In che senso questo romanzo è cattolico? Non c’è in quelle pagine alcun riferimento ad una qualsivoglia forma di religione esteriore, non ci sono altari, chiese, sacerdoti.

Monda: La spiegazione di questo apparente enigma lo dà lo stesso Tolkien che in una lettera del dicembre del 1953, all’amico gesuita Robert Murray che aveva giudicato il romanzo compatibile con la dottrina della Grazia, scrive che “Il signore degli anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la ‘religione’, oppure culti o pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo”. E’ la storia che è cristiana, con tutto il suo apparato simbolico che continuamente rinvia ad una visione del mondo cattolica. Ed è interessante che l’autore non se ne sia reso conto mentre lo scriveva.

Però qualcuno ha letto Il signore degli anelli come un’opera pagana. Qual’è la sua spiegazione in proposito?

Monda: E’ vero, ed è difficile per me spiegarlo. Alla fine, paradossalmente, conta più il lettore che lo scrittore. Alla fine è lui che decide la qualità di un’opera letteraria. Tolkien stesso, rileggendo il libro che aveva scritto, lo ha “scoperto” cattolico. Altri ne trovano tracce di paganesimo. Diceva il filosofo Wittgenstein che “bisogna lasciare al lettore ciò di cui è capace” e quindi bisogna rispettare anche queste prese di posizione, anche se, sinceramente, mi appaiono un po’ ferme alla superficie, alla “patina mitica” che ricopre queste saghe tolkieniane. Senza dubbio Tolkien, che conosceva perfettamente, in quanto filologo, le leggende e i miti antichi e medioevali del Nord-Europa, ha utilizzato alcune immagini e alcune suggestioni provenienti da quel mondo, ma si tratta appunto della “patina” che ricopre una sostanza che è totalmente cristiana.

Ci può fare degli esempi di non-paganesimo e di cristianesimo all’interno del romanzo?

Monda: Prendiamo per esempio un elemento distintivo tra mondo pagano e mondo cristiano: il tema del tempo che per il mondo pre-cristiano era circolare, nelle mani di un Fato ineluttabile e si ripeteva all’infinito, come un “eterno ritorno all’identico”. Questo non c’è nel romanzo di Tolkien. C’è invece l’idea che la Storia abbia una direzione, un senso, che progredisca cambiando di continuo. Noi assistiamo alla vicenda del romanzo che si snoda al termine della Terza Età e si apre alla Quarta dove i protagonisti dell’era precedente non ci saranno più, non intenderanno rimanere, continuare a comandare chiusi in una nostalgia questa sì molto pagana. Invece i protagonisti della vicenda che Tolkien ha narrato, come Frodo, Gandald, Galadriel e Bilbo, nella scena finale, addirittura lasciano la Terra di Mezzo e partono oltre il mare, oltre il mondo terrestre verso un futuro di pace che prelude e allude proprio all’idea di Paradiso. C’è l’idea di futuro in Tolkien, e questa è un’idea che è tutta giudaico-cristiana, che troviamo nella Bibbia, è l’escatologia, un’idea nuova che non c’era nel mondo greco né in quello germanico.

E invece un esempio sul “fronte cristiano”?
Monda:
Basta pensare agli Hobbit, gli ometti tranquilli e tenaci che permettono la soluzione positiva della Guerra dell’Anello. Gilbert Keith Chesterton diceva di credere nelle favole dell’infanzia e prendeva per esempio Cenerentola che secondo lui era la “declinazione” del detto evangelico exaltavit humiles. Anche secondo me quella grande favola che è Il signore degli anelli è una declinazione di molti passi evangelici, a partire dallo stesso di Cenerentola, quello degli “umili che vengono esaltati” di cui parla il Magnificat. Questi umili sono gli Hobbit che alla fine verranno esaltati con i massimi onori. Sono i “semplici” di cui parla Matteo al capitolo 11, i semplici a cui il Padre ha rivelato molte cose tenendole nascoste ai sapienti e ai saggi. Questi umili e semplici Hobbit, riescono a vincere, lì dove molti sapienti e potenti cadono, proprio perché, come i veri seguaci di Cristo, sono pronti a rinnegare se stessi e a prendere la propria croce. “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. Il personaggio di Sam, l’amico fedele di Frodo, che secondo me è il vero protagonista, è fin troppo chiaro in questo senso: Sam è pronto a dare la vita per l’amico, non c’è amore più grande di questo, come ci dice il Vangelo di Giovanni. E’ una grande invenzione questa degli Hobbit, ed è il motivo per cui sarà ricordato Tolkien nella storia della letteratura. Se non li avesse inventati infatti non ci sarebbe stato nulla di nuovo nella sua opera narrativa: tutto il resto già lo conoscevamo attraverso la letteratura epica dei secoli precedenti. Invece ci sono questi nuovi eroi, così anti-eroici nella loro piccolezza. Gli Hobbit non hanno virtù apparenti, non sono forti in battaglia o scaltri o sapienti. Essi sono soltanto disponibili e questo però sarà un requisito fondamentale. Disponibili all’intervento della Grazia, disponibili a mettersi a servizio della Provvidenza che, come nei Promessi Sposi, è il protagonista nascosto della storia. Gli Hobbit sono molto manzoniani in questo senso: sono la gente meccanica e di piccolo affare di cui si parla nell’introduzione del capolavoro italiano, altro testo di cui è impossibile negare la profonda cattolicità.

13 domande (e risposte) su Dio

numero-trediciTredici domande e risposte tratte dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato da Benedetto XVI.

* * *

18. Perché la Sacra Scrittura insegna la verità?

Perché Dio stesso è l’autore della Sacra Scrittura: essa è perciò detta ispirata e insegna senza errore quelle verità, che sono necessarie alla nostra salvezza. Lo Spirito Santo ha infatti ispirato gli autori umani, i quali hanno scritto ciò che egli ha voluto insegnarci. La fede cristiana, tuttavia, non è « una religione del Libro », ma della Parola di Dio, che non è « una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente » (san Bernardo di Chiaravalle).

58. Perché Dio permette il male?

La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene. Dio questo l’ha già mirabilmente realizzato in occasione della morte e risurrezione di Cristo: infatti dal più grande male morale, l’uccisione del suo Figlio, egli ha tratto i più grandi beni, la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione.

117. Chi è responsabile della morte di Gesù?

La passione e la morte di Gesù non possono essere imputate indistintamente né a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli altri Ebrei venuti dopo nel tempo e nello spazio. Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore, e più gravemente colpevoli sono coloro, soprattutto se cristiani, che più spesso ricadono nel peccato o si dilettano nei vizi.

127. Quali « segni » attestano la Risurrezione di Gesù?

Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, la Risurrezione di Gesù è attestata dalle donne che incontrarono per prime Gesù e l’annunciarono agli Apostoli. Gesù poi « apparve a Cefa (Pietro), e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta » (1 Cor 15,5-6) e ad altri ancora. Gli Apostoli non hanno potuto inventare la risurrezione, poiché questa appariva loro impossibile: infatti Gesù li ha anche rimproverati per la loro incredulità.

171. Che cosa significa l’affermazione: « Fuori della Chiesa non c’è salvezza »?

Essa significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa, che è il suo Corpo. Pertanto non possono essere salvati quanti, conoscendo la Chiesa come fondata da Cristo e necessaria alla salvezza, non vi entrassero e non vi perseverassero. Nello stesso tempo, grazie a Cristo e alla sua Chiesa, possono conseguire la salvezza eterna quanti, senza loro colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e, sotto l’influsso della grazia, si sforzano di compiere la sua volontà conosciuta attraverso il dettame della coscienza.

201. Perché la Chiesa ha il potere di perdonare i peccati?

La Chiesa ha la missione e il potere di perdonare i peccati, perché Cristo stesso glielo ha conferito: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). «Credo la risurrezione della carne».

213. Come si concilia l’esistenza dell’inferno con l’infinita bontà di Dio?

Dio, pur volendo « che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9), tuttavia, avendo creato l’uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è l’uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato mortale, rifiutando l’amore misericordioso di Dio.

244. La Chiesa ha bisogno di luoghi per celebrare la liturgia?

Il culto « in spirito e verità » (Gv 4,24) della Nuova Alleanza non è legato ad alcun luogo esclusivo, perché Cristo è il vero tempio di Dio, per mezzo del quale anche i cristiani e la Chiesa intera diventano, sotto l’azione dello Spirito Santo, templi del Dio vivente. Tuttavia il Popolo di Dio, nella sua condizione terrena, ha bisogno di luoghi in cui la comunità possa riunirsi per celebrare la liturgia.

349. Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati risposati?

Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio l’unione dei divorziati risposati civilmente. « Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio » (Mc 10,11-12). Verso di loro la Chiesa attua un’attenta sollecitudine, invitandoli a una vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all’educazione cristiana dei figli. Ma essi non possono ricevere l’Assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura tale situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio.

392. Che cos’è il peccato?

Il peccato è « una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna » (sant’Agostino). È un’offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua misericordia.

472. Perché la società deve proteggere ogni embrione?

Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano, fin dal suo concepimento, è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione. Quando lo Stato non mette la sua forza al servizio dei diritti di tutti e in particolare dei più deboli, tra i quali i concepiti ancora non nati, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto.

475. Quando sono moralmente legittime le sperimentazioni scientifiche, mediche o psicologiche, sulle persone o sui gruppi umani?

Sono moralmente legittime se sono a servizio del bene integrale della persona e della società, senza rischi sproporzionati per la vita e l’integrità fisica e psichica dei soggetti, opportunamente informati e consenzienti.

572. Perché la preghiera è un combattimento?

La preghiera è un dono della grazia, ma presuppone sempre una risposta decisa da parte nostra, perché colui che prega combatte contro se stesso, l’ambiente, e soprattutto contro il Tentatore, che fa di tutto per distoglierlo dalla preghiera. Il combattimento della preghiera è inseparabile dal progresso della vita spirituale. Si prega come si vive, perché si vive come si prega.