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Storia. Il primo Cristianesimo

Il Cristianesimo si presenta subito come una religione “desacralizzante”. Cristo dimostra di essere Dio e di padroneggiare sia gli elementi che i demoni.

Egli dice che l’uomo non deve avere più paura delle forze ostili che lo circondano, naturali o sovrannaturali, perché tutto è sottomesso all’unico Dio che è padre buono. Ora, poiché tutto quel che Dio ha creato è buono (la Genesi lo ripete sei volte: “…e vide che ciò era buono”), l’investigazione della natura adesso non solo è possibile ma anche raccomandata.

Per questo il Cristianesimo accolse subito la filosofia greca (lo vedremo meglio parlando del Medioevo). La Risurrezione di Cristo produce negli affranti discepoli una sorta di esplosione di gioia. La storia dimostra che quello sparuto manipolo, dileguatosi dopo la morte del Maestro, immediatamente si lanciò in un’attività pubblica senza precedenti, diffondendo il nuovo messaggio a macchia d’olio. Ora, senza i miracoli, ciò non sarebbe potuto avvenire.

Infatti gli Ebrei volevano le prove che Gesù fosse davvero il Messia, e gli scettici pagani credevano più ai fatti che non alle chiacchiere. Ma inizialmente la predicazione cristiana si concentrò sugli Ebrei.

Infatti la concezione che la Promessa del Messia riguardasse solo i discendenti di Abramo era condivisa anche dagli Apostoli, i quali predicavano esclusivamente nelle sinagoghe. Poi san Pietro riceve una visione soprannaturale che gli ordina di non considerare “impuro” più nessuno. Così la predicazione viene estesa ai pagani. Tuttavia la Chiesa nascente dibatte sull’opportunità o meno di circonciderli, cioè di farli aderire alla religione ebraica, sia pure nella nuova versione cristiana. Ma Paolo si oppone e la spunta. Tuttavia anche Paolo inizialmente si rivolge ai soli Ebrei. Fino al giorno in cui gli appare Cristo e gli dice di andare a Roma. Dicono gli Atti degli Apostoli che egli voleva ancora predicare in Asia Minore, ma “lo Spirito glielo vietò”. Poi ebbe la visione di un Macedone che lo pregava di aiutare il suo popolo. Ora la Macedonia era in Europa. La conferma Paolo la ebbe mentre era in carcere.

Al solito i giudei avevano aizzato contro di lui una sommossa, e il proconsole romano lo aveva fatto incatenare. La notte gli era apparso Cristo il quale gli aveva ordinato di andare a Roma. Solo allora Paolo rivela di essere cittadino romano e di avere diritto ad appellarsi a Cesare, cioè all’imperatore Nerone. Così il proconsole lo fa scortare fino a Roma. Qui le donne di cui era succube Nerone (Poppea e Agrippina) erano “proselite” giudaiche, cioè convertite alla religione degli Ebrei. Esse spinsero Nerone ad accusare i cristiani dell’incendio di Roma, nel 64 d.C. Fu la prima persecuzione, quella in cui persero la vita Pietro e Paolo.

Dunque il Cristianesimo riceve una spinta da Dio stesso a rivolgersi verso il mondo greco-romano, quasi contro la volontà degli stessi Apostoli. Dal mix tra Cristianesimo, filosofia “razionale” greca e organizzazione romana nasce quella che oggi chiamiamo “civiltà occidentale”.

Storia. La democrazia antica

La democrazia antica non ha nulla a che vedere con quella moderna. Nell’Atene di Pericle votavano solo i cittadini maschi e liberi che pagavano le tasse, in base al principio che solo chi sovvenzionava la cosa pubblica aveva il diritto di metterci bocca.

Non solo. Si trattava di una comunità di poche migliaia di anime, che votavano su argomenti precisi e alla portata di tutti. Per esempio se dare l’ostracismo (cioè l’esilio) o meno a qualcuno ben conosciuto; naturalmente gli argomenti “alti” erano al di sopra del voto. Infatti Socrate venne condannato a morte perché metteva in dubbio l’esistenza degli dèi.

A Roma era la stessa cosa. Anche ai tempi dell’Impero chi votava erano i cittadini di Roma; e, tra essi, solo quelli provvisti di un certo “censo”, cioè i più facoltosi. Infatti la carica di Censore designava il magistrato che periodicamente immetteva nelle liste elettorali i nuovi aventi diritto e ne espungeva quelli caduti al di sotto di un certo reddito. Com’è noto a un certo punto anche i plebei vollero almeno un magistrato che li rappresentasse collettivamente, il “tribuno della plebe”.

Schiavi e donne non avevano alcun peso pubblico. Erano letteralmente proprietà del capofamiglia. Lo schiavo fuggiasco veniva inchiodato allo stipes, la stanga che chiudeva la porta della casa. La pena di morte per i non Romani era la stessa, solo che lo stipes veniva sospeso al patibulum, formando una croce. San Pietro, palestinese, venne infatti crocifisso; san Paolo, cittadino romano, ebbe l’onore della decapitazione. La schiavitù era una condizione giuridica che prescindeva dalla ricchezza personale.

Infatti si dava il caso di schiavi ricchi ancora giuridicamente legati al padrone caduto in miseria. Non tutti gli schiavi assurti a ricchezza avevano voglia di spendere per affrancarsi e diventare liberti.

Qualcuno lo faceva, altri no. Il fatto è che la schiavitù era considerata un’istituzione antica come l’uomo, nella natura stessa delle cose. Le rivolte servili (come quella del famoso Spartaco) non erano rivoluzioni tese a sovvertire l’ordine costituito: gli schiavi ribelli volevano affrancare solo se stessi. Va da sé che, potendolo, avrebbero comprato anche loro degli schiavi.

Il Cristianesimo non abolisce la schiavitù: avrebbe provocato solo un bagno di sangue Si limita a minare l’istituzione dall’interno, dicendo che davanti a Dio siamo tutti uguali e che il padrone deve amare lo schiavo come suo prossimo. Anche quando il Cristianesimo diventa religione, prima autorizzata e poi di Stato, la schiavitù non viene soppressa. La si aggira tramite istituzioni caritative che pagano l’affrancazione di schiavi solo dopo aver potuto garantire ai liberti un pezzo di terra per mantenersi. Diversamente accadrà dopo la Guerra di Secessione americana: gli schiavi, dichiarati liberi, si ritrovarono liberi di morire di fame come disoccupati.

La condizione della donna nel mondo antico non era dissimile. Nemmeno nel civilissimo mondo romano. Difficilmente, studiando la storia di Roma, ci si imbatte in nomi femminili. Si ricordano madri (come Cornelia) o amanti imperiali (come Messalina). Non solo. I nomi di donna che si incontrano non sono nemmeno nomi: sono cognomi. Giulia, Cornelia, Flavia erano infatti il nome della casata, perché i Romani premettevano il cognome al nome proprio. Poiché le donne non avevano personalità giuridica era inutile fornirle di nome proprio.

Di più: i padri, avendo diritto di vita e di morte sui figli, lasciavano vivere i nati maschi ed “esponevano” la maggior parte delle femmine (le neonate indesiderate, se sufficientemente robuste da sopravvivere, venivano portate via dai mercanti di schiavi).

Sarebbero state un peso: andavano provviste di dote e sposate, cosa non sempre facile. Avendo dunque, il più delle volte, una sola figlia femmina era inutile darle un nome proprio; bastava quello di famiglia. La donna poi passava dalla tutela del padre a quella del marito, e faceva parte della proprietà come i figli e gli schiavi. Il mondo romano era un mondo maschile, di funzionari e soldati.

La novità cristiana consisteva nel dichiarare “persona” anche le donne e gli schiavi. Infatti le martiri dei primi secoli non vennero uccise in quanto cristiane bensì perché, in quanto cristiane, si ribellavano all’autorità del padre. Infatti, rifiutando le nozze per consacrarsi a Dio, infrangevano la struttura più intima dell’ordinamento giuridico col rivendicare un diritto (quello di decidere della propria vita) che non potevano avere. Dunque meritavano la morte. Qui sta l’unica “rivoluzione” (se così la si vuol chiamare) apportata dal Cristianesimo; il quale, tra l’altro, mai si sognò di praticare quel “comunismo primitivo” che alcuni pretendono. I primissimi cristiani (ma non tutti e non in tutti i luoghi) mettevano liberamente a disposizione della comunità i loro averi, cosa fattibile in piccoli aggregati, ma poi lasciata cadere per ovvii motivi pratici appena la cristianità si allargò.

La religiosità romana

I Romani avevano, sì, i loro dèi (quelli greci, con i nomi variati: Zeus=Giove, Hera=Giunone, Athena=Minerva, e così via), ma erano molto superstiziosi e temevano di offendere le nuove divinità che incontravano man mano nell’espandersi. Per questo avevano il Pantheon (dal greco: “tutti gli dèi”), tempio in cui tutte le divinità dell’Impero erano venerate. Per sicurezza ci tenevano anche un altare al “dio ignoto”.

Tiberio, saputo che in Palestina era sorta una nuova religione, propose addirittura al Senato di innalzare nel Pantheon una statua a quel Cresto che alcuni dicevano risorto. Non se ne fece nulla per l’opposizione degli Ebrei (per i quali Gesù non era affatto il Messia ma solo un rabbi eretico; del resto gli Ebrei non potevano adorare immagini) e dei cristiani, che non acconsentivano di vedere il loro Dio in mezzo ai falsi idoli.

I Romani nelle loro province si limitavano a imporre le tasse e a riservarsi la pena capitale (per questo il Sinedrio fa condannare Gesù da Pilato); per il resto erano rispettosissimi dei costumi locali. Ma, come si è detto, erano superstiziosi e tutta la loro vita veniva scandita da una serie di riti, cerimonie e scongiuri per ingraziarsi una folla enorme di divinità, da quelle “della soglia” a quelle del focolare, della guerra, della pace, del grano, della pioggia, eccetera. Lo Stato distingueva però tra religioni “lecite” e “illecite”.

Queste ultime erano quelle i cui riti contrastavano notevolmente con l’ordine pubblico, i costumi e la giustizia romana. Le persecuzioni nei confronti del Cristianesimo, per esempio, furono dovute a una serie di incidenti che convinsero alcuni imperatori a classificare la religione cristiana come “illicita”. Stessa sorte, tuttavia, ebbe il manicheismo persiano, per il quale Diocleziano stabilì la pena del rogo.

Innanzitutto è bene chiarire che il Cristianesimo non si presentò affatto come “religione dei poveri”. Il messaggio cristiano fu subito interclassista: pensiamo ai Magi; a Lazzaro, che il Vangelo ci dice ricco e “amico dei romani”; a Zaccheo, “capo dei pubblicani” (i pubblicani erano gli esattori delle imposte, che riscuotevano in appalto per gli occupanti romani); a Giuseppe d’Arimatea (il seppellitore di Gesù), “membro distinto del Sinedrio”. Non solo.

Lo stesso Gesù vestiva con una tunica talmente pregiata (“tessuta in un pezzo solo”) che i soldati sotto la croce preferirono giocarsela a dadi pur di non dividerla. Il discorso cristiano sulla povertà era in realtà di ordine interiore: condannava solo l’avidità e l’attaccamento al denaro, cose che possiamo benissimo leggere anche negli occhi di un mendicante. Già ai tempi di san Paolo vediamo il Cristianesimo penetrare negli strati alti della società romana e perfino dentro la stessa casa imperiale. Ancora oggi la Chiesa venera come Santi senatori, consoli, alti funzionari romani (san Sebastiano, per esempio, era un alto ufficiale dei pretoriani, la sceltissima guardia del corpo dell’Imperatore; santa Flavia Domitilla era parente stretta di Vespasiano).

Le persecuzioni anticristiane furono in realtà sporadiche, localizzate e non da tutti i funzionari periferici applicate. Anzi, nel clima corrotto della decadenza, in molti luoghi i cristiani riscuotevano grande simpatia perché ricordavano le antiche virtù stoiche che avevano fatto grande Roma. L’ultima persecuzione, quella di Diocleziano, fu particolarmente feroce e cruenta solo perché questo imperatore aveva creato un’efficiente e capillare burocrazia e si proponeva di accentrare nelle sue mani tutte le funzioni dello Stato. La prima persecuzione fu quella di Nerone, ma si limitò alla sola città di Roma.

Pare vi sia stato spinto dalle donne di cui era succube (come Poppea), le quali praticavano la religione giudaica e vedevano il culto del falegname risorto come un’eresia blasfema. Le successive furono provocate da eresie interne al Cristianesimo, come quella montanista. I montanisti (così detti dal loro capo, Montano) rifiutavano il servizio militare e il giuramento di fedeltà allo Stato, perseguendo fanaticamente il martirio con l’abbattere idoli pagani e incendiare templi. Invece il Cristianesimo ortodosso era perfettamente leale con l’Impero, tant’è che le legioni pullulavano di cristiani. Ma gli imperatori non erano avvezzi a sottili distinguo in quella che per loro era solo una delle tante religioni dell’Impero e, di fronte all'”obiezione di coscienza” dei soldati montanisti, se la prendevano con tutti i cristiani. Allora molti autori cominciarono a indirizzare agli imperatori delle “Apologie”, cioè degli scritti in cui spiegavano tutto e cercavano di far intendere che Roma nulla aveva da temere dai cristiani. Il più famoso di questi apologeti fu Tertulliano. Ma quasi mai riuscirono nel loro intento.

In realtà la posizione del Vangelo nei confronti del servizio militare e della lealtà allo Stato era chiara. Giovanni Battista, di fronte a una domanda precisa, aveva detto a dei soldati non di cambiare mestiere, ma di contentarsi della paga e di non angariare nessuno.

Cristo elogia pubblicamente il centurione di Cafarnao per la sua fede. Il primo pagano convertito al cristianesimo è Cornelio, il capo della Coorte Italica di stanza a Cesarea. Gesù dribbla il tranello dei farisei quando dice loro di dare “a Cesare quel che è di Cesare” e rassicura Pilato affermando che il suo “regno non è di questo mondo”. Insomma Cristo non si presentò come eversore, tant’è che lo stesso Pilato, capitolo, voleva salvarlo. In molti processi a soldati montanisti si vede il magistrato che obietta come i loro commilitoni cristiani non abbiano nulla in contrario a giurare davanti alla statua dell’Imperatore.

Ma alcuni imperatori fecero di ogni erba un fascio e, per tagliare la testa al toro, ordinarono a tutti i cittadini -soldati compresi- di sacrificare agli dèi dello Stato. Questo i cristiani non potevano farlo; da qui la persecuzione. Intere legioni vennero sterminate perché composte da cristiani.

Ma come mai si aveva una presenza di cristiani così forte nelle armate imperiali? Si tenga presente che la stessa parola “pagano” è di origine militare. Paganus era l’abitante del pagus, cioè del borgo, e il termine veniva usato dai soldati così come quelli odierni chiamano “borghesi” o “civili” i non militari.

La parola passò a indicare i non cristiani sia per la fortissima presenza cristiana nelle legioni sia per la dottrina “militante” del Cristianesimo. San Paolo nelle sue Lettere usava continuamente termini militareschi (“lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza”, “la spada della parola di Dio”, eccetera) e paragonava alla vita militare il combattimento spirituale cristiano contro il peccato e il male. Infatti le ritualità, il portare un’uniforme, la gerarchia, l’obbedienza, il coraggio, la frugalità, il lavoro di squadra, lo sprezzo della vita e la difesa dei deboli sono comuni, se ci si fa caso, sia ai monaci cristiani che ai soldati.

I cristiani nella Roma antica

Chi voglia laurearsi in giurisprudenza, oggi, deve sostenere gli esami di Diritto Romano, Storia del Diritto Romano e Istituzioni di Diritto Romano. A parte il fatto che anche chi vuol laurearsi in Medicina parte handicappato se non conosce il greco e soprattutto il latino, osserviamo subito che nessuna istituzione del mondo antico continua a condizionarci come Roma. L’ossessione per le strutture dell’Impero Romano ci accompagna da sempre.

Contrariamente a quel che si crede i cristiani rimpiansero Roma; infatti, alla prima occasione, ne ripristinarono l’Impero con Carlo Magno, Impero che fu Sacro e Romano. I monaci medievali copiarono pazientemente tutte le opere antiche, tanto da permetterne un grande revival nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Chi si lamentava dei mali d’Italia, come Machiavelli e Guicciardini, guardava con nostalgia all’Impero Romano. Tutti i fondatori di imperi, successivamente, innalzarono aquile e labari, da Napoleone (il suo “stile impero” era tutto pepli, colonne, fasci littori, lauri) a Mussolini, a Hitler.

Perfino gli Usa tengono l’aquila nell’emblema e i politologi americani ancora studiano con accanimento quell’antico Impero europeo. Perché mai? Perché ancora oggi le nostre strutture statali hanno nomi romani? Prefetto, questore, provincia, democrazia, tributo, fisco, comizi, scrutini, eccetera. I carabinieri sono divisi in “legioni” e la Chiesa in “diocesi”. I popoli di tradizione cattolica sono detti “latini” e la Chiesa cattolica continua a chiamarsi “romana”. Insomma, il mondo civilizzato non potrebbe essere quello che è senza Roma. Roma era speciale.

Innanzitutto era una repubblica, e tale rimase anche quando il suo supremo magistrato prese il titolo di Imperator. Prima di Augusto il Senato eleggeva due consoli, uno dei quali, a turno, comandava l’esercito (I”‘imperator”). Poi le due cariche si fusero, ma l’Imperatore rimase sempre un magistrato designato; cosa che distingueva Roma dai circostanti popoli, i quali conoscevano solo la monarchia ereditaria in cui il re era anche sacerdote supremo e dio egli stesso. Negli ultimi tempi alcuni imperatori romani ricorsero all’artifizio di adottare il proprio successore, proprio perché la legge vietava l’ereditarietà delle cariche. Già, la legge. Ecco il genio romano: la legge. I Romani ne avevano il culto, e qualsiasi barbaro sapeva che avrebbe trovato più giustizia presso un magistrato romano che non davanti al suo stregone. Per questo i popoli confinanti cercavano di entrare nell’Impero, un po’ come oggi il sogno di molti profughi è la cittadinanza americana.

Sappiamo che grandi rivolte scoppiarono perché i popoli federati con Roma o legati ad essa da vincoli di vassallaggio volevano partecipare della cittadinanza romana. Negli Atti degli Apostoli vediamo san Paolo imprigionato durante un tumulto, ma poi liberato con tante scuse quando rivela di essere cittadino romano. Non solo. Il palestinese Paolo in quell’occasione si appella a Cesare, com’è suo diritto, e riceve dal proconsole una scorta di settanta cavalieri e duecento soldati perché lo si porti a Roma da Claudio Nerone.

A Roma c’è la tomba di Pietro (Marta Sordi)

Le fonti cristiane dei primi secoli, l’archeologia e l’epigrafia, confermano un dato che non può ancora essere ignorato o messo in discussione: le ossa sotto la Basilica Vaticana appartengono all’Apostolo.

Pietro venne due volte a Roma: all’inizio del regno di Claudio, nel 42, quando, sfuggendo all’arresto di Agrippa I, “se ne andò e si mise in viaggio per un altro luogo” (At 12,17); e al tempo di Nerone, intorno al 62, quando scrisse da Roma a sua prima lettera e subì poi il supplizio della croce in seguito all’incendio neroniano.

Nella prima occasione, che autorevoli fonti cristiane del II secolo, Papia di Gerapoli (Eusebio, H.E. II, 15 e III, 39. 15) e Clemente di Alessandria (Eusebio, H.E. VI, 4. 6 e fr. 9 Stahelin), collegano con la predicazione del Vangelo che Marco, su invito dei Romani, mise per iscritto dopo la partenza di Pietro, è evidente la menzione di Roma, definita Babilonia (Ezechiele 12,3 e 13,13), come destinazione dell’Apostolo. Il nome di Babilonia è usato qui allo stesso modo che in 1 Petri 5,13, come crittogramma per Roma: il ricorso ad un crittogramma rivela, come è stato giustamente sostenuto, l’
antichità degli Atti e l’autenticità della 1 Petri, scritti certamente, gli uni e l’altra, mentre Pietro era ancora vivo e presente a Roma. Il 62 è il momento della svolta neroniana: la lettera petrina risente del clima ormai mutato nell’impero e prevede l’imminenza di una persecuzione; di qui il ricorso a un crittogramma mirante a nascondere alla polizia dell’imperatore la presenza a Roma dell’Apostolo.

Ma gli eventi precipitarono: Nerone decise di applicare, forse già nel 63, il vecchio senatoconsuito che stabiliva l’illiceità del cristianesimo, e recepì in Giudea, con il cosiddetto editto di Nazareth, le accuse ai discepoli di aver sottratto dal sepolcro il corpo di Cristo, accuse che Matteo dice ancora vive al suo tempo fra i Giudei. Nel 64 infine. per allontanare da sé l’accusa dell’incendio di Roma, Nerone incrimina di esso i Cristiani e ne mise a morte una multitudo ingens, fra atroci sofferenze, negli horti Neroniani in Vaticano (Tacito, Annali XV, 44).

Il confronto fra Tacito e Clemente Romano (1 Cor 5: poly plethos) mostra che Pietro fu messo a morte con gli altri cristiani, il cui supplizio Nerone trasformô in spettacolo con un circense ludicrum: nel 64, non nel 67, come si è voluto ricavare attribuendo all’episcopato romano di Pietro i 25 anni che la tradizione più antica attribuiva al periodo fra la crocifissione e Nerone, “durante il quale i discepoli di Cristo posero i fondamenti della Chiesa in tutte le province e città” (Lattanzio, De mortibus persecutorum II, 4).

La trasformazione del supplizio in spettacolo, con l’accenno di Tacito a uomini dilaniati dai cani ferarum tergis contecti e di altri crucibus adfixi atque flammati, e l’accenno alle donne cristiane camuffate da Dirci e da Manaidi, di cui parla Clemente, fanno pensare, assieme a un circense ludicrum, a giochi dati dall’imperatore approfittando di una festività particolare, non certamente posteriore di anni all’incendio. La Guarducci ha pensato alle feste del 13 ottobre del 64, alcuni mesi dopo l’incendio, quando il permanere dei malumori popolari contro Nerone poté consigliare all ‘imperatore di cercare capri espiatori. Si tenga conto che, nel 66, Nerone andò in Grecia, e che già nel 65, con la repressione della congiura di Pisone, ebbe altro a cui pensare. Clemente associa alle molte vittime Pietro e Paolo, e questo rivela che il loro rispettivo martirio, anche se Paolo fu ucciso poco prima e per motivi indipendenti dall’incendio, deve essere avvenuto in epoche molto ravvicinate fra loro.

La Chiesa Romana ha sempre associato. del resto, nel martirio e nella venerazione, Pietro e Paolo come suoi cofondatori: infatti, pressoché contemporanea della lettera di Clemente (che io credo di età domiziana) è un ‘iscrizione certamente cristiana di Ostia (C.XIV, 566), dedicata da un membro della gens Annea, M. Anneus Paulus, al figlio carissimo M. Anneo Paulo Petro. E nel II secolo, al tempo di papa Zefirino, un presbitero della Chiesa di Roma, Gaio, parlando, in polemica con un montanista, dei luoghi dove erano stati sepolti gli Apostoli, osserva: «Io potrò mostrare i trofei degli Apostoli: se andrai in Vaticano e sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che hanno fondato questa chiesa» (apud Eus., H.E. II, 25,7). Il luogo di sepoltura di Pietro è stato ritrovato sotto la Basilica Vaticana, in prossimità di quegli Horti, che erano stati di Druso, di Agrippina, di Caligola e di Nerone. dove il suo martirio era avvenuto e dove i pellegrini lasciarono con graffiti il segno della loro devozione.

È merito soprattutto di Margherita Guarducci (la più grande, forse, epigrafista del nostri tempi, scomparsa da pochi anni) avere individuato, con un’indagine condotta per molti anni in mezzo a difficoltà e a polemiche, e attenta sempre ai dati risultanti dalle fonti e alle conferme emergenti da un lavoro interdisciplinare, la tomba e le reliquie di Pietro.

I punti fondamentali della dimostrazione della Guarducci sono i seguenti:

1) Sotto la Basilica costantiniana e nelle sue immediate vicinanze esisteva un sepolcreto le cui tombe più antiche risalgono al I secolo d.C., all’epoca cioè del martirio dell’Apostolo.

2) Sotto il luogo nel quale, nell’attuale basilica, sorge l’altare papale, c ‘è un’edicola funeraria risalente al 160 circa d.C. e da identificare con il “trofeo” di cui parla Gaio.

3) Sul “muro rosso”, a cui l’edicola è addossata, c’è un graffito in greco databile alla stessa epoca dell’edicola, con le parole Petros eni, “Pietro è qui dentro”.

4) Il cosiddetto “muro g”, vicinissimo all’edicola, é pieno di graffiti, risalenti al III e IV secolo, che invocano, con un singolare sistema di crittografia mistica (applicando valori simbolici ad alcune lettere, congiungendo due o più lettere per esprimere concetti religiosi, trasfigurando lettere in simboli cristiani) i nomi di Cristo, Maria e Pietro, e rivelano la devozione dei pellegrini.

Le ossa di Pietro si trovavano originariamente sotto l’edicola del II secolo, e furono poste, al tempo di Costantino, nel loculo marmoreo apprestato nello spessore del “muro g”, avvolte in un drappo di porpora intessuto d’oro di cui sono stati ritrovati, con le ossa, alcuni frammenti:
esami merceologici e chimici hanno dimostrato che essi appartengono a una stoffa finissima, tinta di autentica porpora di murice, intessuta di oro purissimo. In quanto alle ossa, esse hanno rivelato un individuo adulto, di sesso maschile, di età senile fra i 60e i 70anni.

Il 26 giugno 1968 Paolo VI annunziò pubblicamente l’avvenuto riconoscimento delle reliquie di Pietro.

Bibliografia

M. Guarducci, La tomba dl Pietro, Roma 1959.
M. Guarducci, La tomba di San Pietro: una vicenda straordinaria. Milano 1989.
C.P Thiede, Simon Pietro della Galilea a Roma. trad. it. Milano 1999, p. 291 ss.
E. Grzybek, Les premiers chrétiens a Rome, in Neronia VI, Coll. Latomus, vol. 268, 2002. p. 565 ss.
AA.VV., Pietro: la storia, l’immagine, la memoria, Venezia 1999.

© il Timone

Dati, non chiacchiere, sui pornoquartieri

Inside-the-stre6141Per quanto si è ascoltato e letto finora, sembra quasi che l’essere favorevoli o contrari alla realizzazione, a Roma, di un quartiere a luci rosse sia solamente questione di prospettiva: da una parte il realismo di coloro che intendono almeno provare, monitorando il fenomeno della prostituzione, ad arginare il crimine, dall’altra quanti, in nome di ideali anche condivisibili ma astratti, si trincerano dietro una mera contrarietà di principio. In realtà, senza nulla togliere all’importanza di un valore altissimo quale è quello della dignità umana – che ogniqualvolta c’è prostituzione, clandestina o meno che sia, viene gravemente calpestato –, contro qualsivoglia ipotesi di “zonizzazione” della prostituzione vi sono anche argomenti di carattere segnatamente pratico che sarebbe grave trascurare dato che si basano su un elemento di inconfutabile concretezza: l’esperienza di altri Paesi, in particolare quella olandese.

Com’è noto, infatti, se c’è una nazione nella quale, anche ricorrendo ad appositi quartieri a luci rosse, da anni si tenta di governare il fenomeno della prostituzione, questa è proprio l’Olanda. Ebbene, da quelle parti, nel 2007 – cioè anni dopo la cancellazione del divieto in materia di “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato un report, noto anche come studio “Daalder”, al fine di esaminare la situazione. Contrariamente alle aspettative, dalle sessanta pagine del report sono emersi quattro punti per nulla positivi, che riportiamo testualmente: 1) Nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei Comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Sono dati che forse stupiranno qualche entusiasta sostenitore dell’idea del Comune di Roma, ma che con ogni probabilità, in Olanda, non stupirono nessuno giacché già un anno prima del citato documento, nel 2006, un rapporto della polizia aveva rilevato parecchi episodi di prostituzione forzata riportando come nel famigerato quartiere a luci rosse di Amsterdam tantissime donne venissero sfruttate proprio da quella criminalità organizzata che, secondo qualcuno, verrebbe neutralizzata se solo si regolamentasse la prostituzione. E non è finita. Qualche anno dopo, nel 2010, il RIEC Noord-Holland, un organo governativo impegnato nella prevenzione del crimine, ha pubblicato una ricerca dalla quale si appurato un dato decisamente avverso all’idea – diffusissima ma assai ingenua – secondo cui la regolarizzazione di un fenomeno, come per magia, ne comporta la scomparsa del lato clandestino: gli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguardanti bordelli effettivamente in regola sono appena il 17%.

Una percentuale compatibile con la stima secondo cui, in terra olandese, circa l’80% delle prostitute svolge la propria professione in modo illegale o solo parzialmente regolare pur potendo serenamente fare altrimenti. A questo punto, pur prendendo le distanze dalle intenzioni del Comune di Roma, verosimilmente vi sarà comunque chi rimarrà convinto della necessità di abrogare la Legge Merlin procedendo con la riapertura delle case di tolleranza. Idea buona? Valida risposta alla prostituzione come forma schiavitù? Non si direbbe: con un lavoro condotto da ricercatori delle università di Heidelberg, Berlino e Londra, i quali hanno esaminato dati raccolti in ben 161 Paesi fra il 1996 e il 2003, si è giunti alla conclusione – in verità non così sorprendente, alla luce di quanto già ricordato – che una politica di liberalizzazione della prostituzione comporta e può comportare un aumento del traffico e dello sfruttamento di persone ridotte a pura merce di scambio (Economics of Security Working Paper, 2012).

Ora, se clandestinità e sfruttamento criminale non ne escono contrastati in maniera efficace, che senso avrebbe tornare alle case chiuse? Che soluzione mai potrebbe rappresentare, ad un problema, una scelta che di fatto non lo risolverebbe, ma lo farebbe solo credere risolto? La comunque opinabile possibilità di maggiori entrate per il fisco – ammesso e non concesso che, una volta regolarizzate, le prostitute, senza evadere neppure un euro, si sottopongano in massa alle vampiresche imposte italiane – conta più della certezza di un fallimento? Data la posta in gioco, vale la pena misurarsi fino in fondo con questi laicissimi dubbi. Nella consapevolezza, comunque, che un’alternativa – molto concreta e, questa sì, davvero umana – ci sarebbe, ed è quella indicata da don Oreste Benzi (1925-2007), che dedicò tutta una vita a liberare le schiave spiegando loro, con la forza di un abbraccio, che c’è vita oltre il marciapiede. Alternativa faticosa e complessa? Può darsi. Ma ricordiamoci, con Nicolás Gómez Dávila (1913–1994), che «ciò che non è complicato è falso».
Giuliano Guzzo su La Croce Quotidiano