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Sofia e Tessi, nigeriane dai diversi destini

sofia tessiSofia (20 anni) e Tessi (18 anni) vengono da Benin City in Nigeria, entrambe hanno famiglie disastrate:
un padre con più mogli, come si usa in Nigeria, tante sorelle e fratelli, pochi soldi, poco lavoro e malpagato, vivono in una casa fatta di 1 camera e cucina in 8 – 10 persone.

In una situazione simile il loro sogno è l’Europa: Spagna, Italia, Francia o GranBretagna.
“Lì si trova lavoro facilmente, se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”.
Ed un giorno per entrambe arriva la possibilità dell’Italia, c’è una amica di famiglia (“madame Ouakeke”) che propone loro un lavoro a Milano.

Qualche settimana di viaggio via terra e poi si riesce a trovare un posto su un aereo da Abidjian verso Milano e poi con il treno verso Torino, è fatta !! Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un lavoro, in cambio daranno dai soldi a chi organizza il viaggio:
45mila euro e 48mila euro ! …..non sanno nemmeno a quanto equivalgano in Naira (la moneta locale nigeriana).

Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito tradizionale nigeriano:
capelli, peli del pube e sangue per il rito wodoo, il “juju” per legare le ragazze e le loro famiglie alla madame.
Se non rispetteranno il patto rischiano la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia).
Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito inizia a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.
La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere i 2000 – 3000 euro al mese , oltre alle 400 del joint (l’affitto del posto di lavoro… ogni lampione o spiazzo ha un suo costo differente), oltre alle spese per la casa, al cibo e ai “regali” da fare alla madame.
Una realtà fatta di umiliazioni, di furti, di botte da parte di ladri, teppisti e quotidianamente anche da parte degli sfruttatori, mai contenti dell’incasso, o sempre timorosi che le ragazze possano scappare.

Di Sofia dopo qualche contatto perdiamo le notizie, forse è in Spagna, venduta da chi la sfrutta ad altri sfruttatori.
Con Tessi invece i volontari della nostra unità di strada (Amici di Lazzaro) riescono a mantenere costantemente dei contatti, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia denunciando chi la sfrutta, la spronano a non aver paura a fidarsi di noi.
Ci mette un po’ di settimane e decidere sino alla decisione.
Una notte scappa e ci contatta, ora è libera, sta aspettando i documenti e il lavoro presto inizierà.

A noi ora interessa trovare anche Sofia.
E le altre Sofia sparse per l’italia.
Dateci una mano ad aiutare ed avvicinare le tante ragazze schiave dello sfruttamento.

Corso gratuito per volontari contro lo sfruttamento della prostituzione

volto nigeriana

CORSO GRATUITO

CONTRO LO SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE:
UNITA’ DI STRADA, PREVENZIONE, SOSTEGNO ALLE VITTIME e REINSERIMENTO
(prevalentemente 
per volontari dai 18 ai 30 anni)

QUANDO:   mercoledì 13 settembre (1 incontro) –
venerdì 15 settembre (2 incontro)
mercoledì 20 settembre (3 incontro)
dalle 20.00 alle 23

DOVE: Torino presso il Centro Servizi VOL.TO. (2 piano)
a Torino in V.Giolitti 21
(piazza Valdo Fusi a 5 minuti da Piazza San Carlo)
ISCRIZIONI E INFORMAZIONI: info@amicidilazzaro.it
tel. 3404817498  www.amicidilazzaro.it

ARGOMENTI DEL CORSO:
Introduzione al fenomeno della tratta delle persone a scopo sessuale. La prostituzione in Italia e all’estero.
I sexy shop, le case chiuse, le red-zone: i fallimenti della regolamentazione. Modalità diverse di prostituzione coatta: Nigeria-Est Europa-Brasile-Cina.
La legislazione sull’immigrazione e i percorsi di reinserimento. I servizi garantiti dal sistema italiano. Tecniche e problematiche del lavoro di strada.
L’atteggiamento del volontario. La religiosità nigeriana Wodoo-Juju
. I clienti, la sessualita’. Le problematiche dell’accoglienza e delle differenze culturali.
Le ricadute in strada dovute alla disperazione. I sostegni alle persone in difficolta’.
Il sexting e le forme di prostituzione semi volontaria. I retroscena: le violenze famigliari, la donna nelle culture, la vendita delle figlie a scopo sessuale.
Gli ideali e la proposta dell’associazione Amici di Lazzaro.

SCOPO DEL CORSO:
Il corso è rivolto alla formazione di nuovi volontari di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Negli incontri vengono forniti elementi di base sulla realtà della prostituzione e della tratta a scopo sessuale, approfondendo alcuni aspetti legati a varie attività dell’associazione. Il corso è tenuto dai responsabili delle varie unità di strada e da formatori esperti del settore.

LE OPPORTUNITA’ DI SERVIZIO VOLONTARIO CONTRO LA TRATTA:
1) unità in strada * di incontro con le vittime nigeriane  (* è necessario essere automuniti non perché si usino i propri mezzi ma perché il ritorno è a ora tarda dopo la mezzanotte)
2) sostegno alle ex vittime nel centro di ascolto (pacchi viveri, aiuto nella ricerca di lavoro e formazione, altri aiuti)
3) aiuto alle donne accolte in casa di accoglienza (solo per volontarie)
4) iniziative di prevenzione della tratta (via internet) e riduzione della domanda (incontri con i ragazzi nelle scuole superiori)
5) iniziative di aggregazione e spiritualità con ragazze uscite dalla tratta

L’ASSOCIAZIONE AMICI DI LAZZARO: L’associazione Amici di Lazzaro ha attive varie unità di strada che avvicinano le ragazze sfruttate, informandole delle opportunità di fuga, accoglienza e sui vari servizi offerti dalla rete di associazioni che si occupano della tratta e dello sfruttamento. Grazie a quest’attività di volontariato, decine di ragazze in questi anni hanno lasciato la strada e si sono reinserite nella società. L’associazione accoglie ragazze e donne in difficoltà, aiutandole a ritrovare una vita normale.

IL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE:
Nella sola provincia di Torino vi sono circa 900 donne che si prostituiscono di cui 750 vittime di sfruttamento. Di queste il 60% sono nigeriane, e il 20% rumene.
Gli Amici di Lazzaro dal 1997 hanno aiutato circa 350 donne a lasciare la strada. Attualmente seguono anche circa 80 ex vittime con difficoltà di reinserimento.
 

Diario di strada da San Salvario – L’impotenza

Scrivendo storie legate alla prostituzione coatta, un titolo così sarebbe forse un augurio per tanti “clienti”e tanti sfruttatori:
l’impotenza.

Ma il suo significato è un altro. Incontriamo Teira, albanese, è giovanissima, dice di avere 18 anni, le prime volte ci saluta solo, poi iniziamo a parlare, a poco a poco, sera dopo sera si fida di più di noi, instaura una buona amicizia con la nostra Anna e parla, parla sempre di più.

Parla del suo fidanzato-marito, spacciatore, della mamma morta, del fratello in prigione in Albania per rapina, e della sua vita. Vuole guadagnare per pagare la cauzione a suo fratello, 10000 euro , in realtà sono una tangente da dare alla polizia del posto per la scarcerazione…. Un giorno dice: ho dato 10000 euro … e mio fratello è ancora dentro, l’hanno fregata per l’ennesima volta.

TT. è un misto di arguzia e ingenuità, ignoranza e acume. Ci dice che in realtà ha solo 16 anni. Ora è incinta, tutte le volte che viene espulsa dall’Italia ritorna dopo pochi giorni con un carico di droga, vuol comprarsi un gommone e iniziare un traffico di immigrati.

Però allo stesso tempo lancia segnali di essere stufa, ma la situazione è tremenda, non esce mai e quando sta dalla sorella ugualmente non può uscire, sono gelosi (dice lei), o probabilmente sono loschi pure i parenti e sfruttano la sua bellezza per far soldi, e la sua dipendenza psicologica per usarla nei loro loschi traffici.

Ora ditemi se di fronte a TT. non ci dobbiamo sentire IMPOTENTI.

Droga-Prostituzione-Immigrazione-Contrabbando e noi piccoli volontari. Non ci rimane che la preghiera… e forse è la cosa più importante. Forse è la base di tutto: umanamente è un caso quasi disperato.

Poi una sera TT. sparisce e con lei la nostra speranza di rivederla. Sarà ancora viva, sarà libera? Per fortuna sono credente e di una cosa sono certo: gli ultimi andranno tutti in paradiso, ed è là che li ritroveremo.

Paolo – Diario di strada del 2002

Il cliente origine e causa della prostituzione

Dal momento che e’ la domanda a determinare e sostenere l’offerta, tra i principali attori del mondo della prostituzione c’e’ sicuramente il “cliente”.

Tanti nomi per definire il ruolo della donna che vende il proprio corpo, uno solo per chi ne fruisce. Ma come per ogni servizio commerciale, dietro all’anonimato del termine “cliente” c’è una moltitudine di acquirenti. In Italia sono almeno 2 milioni e mezzo a cercare sesso in strada, in luoghi chiusi, su internet. La stima di 2,5 milioni e mezzo di clienti è stata fatta recentemente dall’università di Bologna ed è basata sul numero delle prostitute (circa 25-30mila), moltiplicato per il numero di prestazioni giornaliere (circa 10) e i giorni della settimana lavorati. In genere sette su sette.

È difficile tracciare un profilo tipo del cliente perché sono persone normali, insospettabili, che appartengono a ogni ceto sociale (dall’impiegato all’alto dirigente), ad ogni livello di istruzione ed età, appartengono a entrambi sessi (ma sono certamente di più i maschi), hanno diverse nazionalità (molti oggi sono stranieri, più deboli socialmente e segnati nella loro identità, debolezza che spesso si traduce in aggressività). Molti sono uomini sposati, che considerano il rapporto con la prostituta come ‘complementare’ a una relazione stabile. In generale, volendo trovare un denominatore comune, sono interiormente soli per una palese incapacità di rapportarsi all’altro sesso.

Le motivazioni

Ovviamente li spinge la ricerca di sesso, ma c’è una varietà di sfumature che definisce in modo più articolato le possibili spinte:

rassicurazione alla propria virilità. A volte questo conferisce al commercio sessuale una sorta di funzione “terapeutica” (per categorie deboli, vedi il caso dei disabili), a volte è una via preferenziale di iniziazione al sesso, perché non ti espone alla paura di sbagliare o di essere giudicato non all’altezza.

– soddisfazione immediata di un bisogno biologico, che rivela una concezione egoistica del piacere.

curiosità e desiderio di nuove esperienze, vale a dire ricerca di diversità, sia etnica (come avviene ad esempio nei riguardi delle donne africane), che sessuale (come nel caso dei rapporti con transessuali).

– dimostrazione ed esercizio di un potere sessuale ed economico, e affermazione della propria supremazia maschile di fronte ad un oggetto sessuale degradato e vulnerabile

– la compulsione, cioè l’essere vittime della propria incapacità di gestire le proprie inclinazioni, i propri appetiti

– il bisogno di ascolto. Alcuni sono spinti dalla ricerca di ascolto, di coccole, a volte addirittura dalla ricerca di amore

– altri, al contrario, sono spinti dal desiderio di una pratica sessuale che sia esplicitamente priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo o affettivo (cosa che, per alcuni clienti sposati, non equivale a infedeltà)

– i giustizieri. Generalmente in gruppo, vogliono punire le prostitute per il giudizio moralistico che hanno su di loro.

Le richieste e la concezione della donna

I clienti chiedono ciò che non possono fare con le loro mogli o compagne, giochi erotici, sesso trasgressivo o “estremo”, imitazione dell’immaginario che deriva dalla pornografia, per soddisfare gusti particolari. E’ una sessualità che non contempla la responsabilità nei confronti dell’altro ma si alimenta di animalità. Osservandoli mentre girano in macchina scrutando le ragazze prima di sceglierle, l’impressione è di assistere a un rituale quasi più importante del consumo stesso, una simbolica caccia che mira allappagamento del gusto estetico, oltre che di quello sessuale.

Alcuni cercano le minorenni, perché la giovane età accentua il senso di supremazia. C’è poi in alcuni l’assurda convinzione che le minorenni ti preservino maggiormente dal rischio di contagio dell’Aids. A questo proposito, si riscontra frequentemente la richiesta di rapporti non protetti, con clienti disposti a pagare anche quattro o cinque volte di più pur di soddisfare questo desiderio. Ma così aumentano irresponsabilmente i rischi di contagio sia sulle ragazze che su mogli e fidanzate ignare..

Capita che i clienti si innamorino, che investano anche sul piano relazionale, che vogliano colpire e conquistare la prostituta. Sono presenti in questa dinamica anche atteggiamenti salvifici. Emerge cioè l’idea del maschio come colui che può garantire sicurezza e protezione. Per questa tipologia di clienti sono le donne “normali” ad essere inaffidabili.

Tali clienti possono essere una valida risorsa, perché rappresentano per le ragazze un canale per arrivare a servizi che altrimenti non sarebbero alla loro portata. Spesso però accade che sia il cliente stesso a ritrovarsi vittima di una situazione in cui la ragazza approfitta della sua disponibilità economica e affettiva, al fine di saldare più in fretta il debito contratto con gli sfruttatori.
(Clicca qui per approfondire)

In generale, la concezione della femminilità di cui i clienti sono lo specchio è molto bassa: si cercano donne remissive e accondiscendenti, oggetti e non essere umani, sfogatoi per le proprie pulsioni e frustrazioni o, nella peggiore delle ipotesi, bersagli di una violenza che esprime la connessione oggi molto accentuata tra sessualità, potere e mercificazione.

La questione morale

I clienti non percepiscono la questione morale. Faticano a vedersi come ingranaggi di un sistema di violenza e sfruttamento. I più sembrano non rendersi conto della forte implicazione che i loro atti hanno rispetto al problema dello sfruttamento, ignorando (volutamente?) che la loro domanda favorisce e incrementa un’offerta che ha stretti legami con la criminalità organizzata.

Sono poi molti gli alibi etici e le giustificazioni a disposizione del cliente: “le ragazze sapevano cosa sarebbero venute a fare”, “a loro piace farlo”, “se non portassero soldi a casa verrebbero picchiate, dunque in qualche modo le sto aiutando” ecc.

Lo sdoganamento sociale

La nostra società ha contribuito pesantemente a sdoganare il maschilismo, a legittimare moralmente che tutto possa essere considerato alla stregua di merce. Più in dettaglio, rispetto alla prostituzione c’è una costruzione sociale negativa nei confronti delle prostitute e una positiva nei confronti del cliente. Ma così facendo si nega la comune responsabilità, e diviene troppo facile per il cliente sottrarsi al pungolo della morale.

Inoltre, a leggere i giornali sembra quasi che, se prostituirsi per pochi soldi e con clienti umili sia deplorevole, oltre che illegittimo, prostituirsi per una tariffa adeguata e con persone di potere lo sia meno: meno deplorevole, meno illegittimo. Come se in fondo la vera colpa, anche morale, fosse quella di non avere soldi. La povertà.

Quando poi emergono fatti relativi alla prostituzione ad alti livelli, spesso si palesa una strisciante e maschilista solidarietà per l’uomo di potere vittima delle proprie debolezze, con l’immediato corollario che il proprio privato sia, appunto, privato, una dimensione sulla quale non si esprimono opinioni, non si esplicitano condanne.

Risoluzione Ue: “Punire i clienti: chi acquista sesso compie reato” febbraio 2014

Il testo Honeyball votato da 343 eurodeputati chiede a tutta l’Unione di adottare il ‘modello nordico’ (Svezia, Islanda e Norvegia), (clicca per approfondire) sistema fortemente repressivo che mira a eliminare le legislazioni che hanno legalizzato o depenalizzato la pratica di questo mestiere. “I paesi dell’Ue dovrebbero ridurre la domanda di prostituzione punendo i clienti, non le prostitute”, “la prostituzione è una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani”. Nel testo si invitano gli Stati membri a recepire negli ordinamenti nazionali la direttiva contro la domanda di prostituzione.
Armando Buonaiuto – Corso di formazione volontari Amici di Lazzaro

Luoghi di prostituzione e luoghi d’uscita: il caso di Torino

Intervista di Elisabetta Mirone a Paolo Botti sulla prostituzione a Torino

Da quanto lavori nel campo del contrasto alla tratta delle donne? Dal 2000

Prima di lavorare per la tua attuale associazione hai avuto altre esperienze in questo campo? Ho fatto accoglienza di donne profughe e vittime di tratta. Come opera la tua associazione? Di quali aspetti vi occupate?
Le nostre attività vanno dall‟attività di strada, all‟accoglienza di chi fugge dalla tratta, a percorsi di formazione linguistica e aiuto materiale alle ex vittime.

Mi parleresti meglio delle unità di strada? Come funzionano? Quanti approcci positivi riuscite a portare a termine? Dove operate? Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate?
Sono composte da 4-6 volontari che incontrano le ragazze in strada, specializzandosi sulle nigeriane, proponendo la fuga e aiuto per lasciare gli sfruttatori e/o proposte di formazione e aiuto per lasciare la strada anche in altri modi diversi dalla denuncia delle madame. Operiamo su Torino e la difficoltà maggiore è fornire formazione adeguata alle poche risorse culturali delle vittime. Altra difficoltà è il trovare posti di lavoro per chi cerca di lasciare la strada.

Come funzionano le case di fuga?
Non ce ne occupiamo, se non in casi eccezionali in cui per una ragazza in fuga non si trovi posto nelle case abituali di accoglienza. In tal caso la ospitiamo riducendo al minimo uscite e contatti con l‟esterno per evitare che venga trovata o qualcuno la veda e/o minacci lei o i famigliari.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nella vostra attività’ (dall‟unità di strada all‟inserimento lavorativo)?
Il lavoro sicuramente, poi la lingua sia per le ragazze aiutate sia per i volontari.

Mi parleresti meglio, in base alla tua esperienza, di come si localizza la prostituzione a Torino?
Quali sono le zone più „calde‟, come le diverse nazionalità si spartiscono il territorio, come evolvono questi fenomeni. NIGERIANE: Mirafiori sud – strada Settimo, Via Ala di Stura, Pellerina, Strada del portone (grugliasco), Albanesi e romene: via Ormea/via giuria, via Sansovino, via ReissRomoli, c.Traiano, C.Svizzera Altre nazionalità sparse a piccolissimi numeri.

Quali sono i caratteri della prostituzione a Torino? Si differenzia da altre città? Se sì come?
A Torino è prevalentemente in strada con solo un 10% al chiuso in appartamenti.
Qual è il quadro legislativo italiano in merito a chi esce dalla tratta? L‟art. 13 della legge 228/2003 e l‟art. 18 del “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell‟immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” stabiliscono delle misure di assistenza per coloro che escono dalla tratta, mi spiegheresti un po‟ meglio cosa significano concretamente questi articoli all‟interno del vostro lavoro? Li ritieni efficaci? È sempre possibile metterli in pratica?
Non riesco in breve a spiegarli, l‟essenza è che chi denuncia ha come diritto: PDS, accoglienza, percorsi di formazione e lavoro. Chi non denuncia per gravi motivi ha le stesse agevolazioni, ma la via senza denuncia viene concessa più raramente (varia a seconda delle questure). Oramai entrambi sono meno appetibili per chi deve rischiare una denuncia perché il 90% delle donna ha già un pds o sa di ottenerlo con finte richieste di asilo politico o pds umanitario.

Mi sapresti parlare del ruolo della polizia e delle forze dell‟ordine nel contrasto alla tratta nel contesto torinese? Quali sono i vostri rapporti? Come vi coinvolgono? Come si può arrivare ad un controllo più efficace delle reti dei trafficanti in un futuro prossimo?
Pochi rapporti, solo per le denunce che non facciamo fare noi direttamente. Riteniamo l‟azione della polizia irrisoria forse perché la prostituzione è ritenuta meno importante rispetto a droga e altri crimini. Le denunce sono tante, i processi e arresti pochi.

Esistono grandi differenze nel modo di operare tra la tua associazione e le altre presenti sul territorio? Se sì me ne parleresti meglio?
Gran parte delle associazioni fa la parte sanitaria, per noi c‟è prioritario che conoscano le vie di fuga e di reinserimento, poi manteniamo in contatti nel tempo anche con chi si libera.

Ritieni che politiche volte al controllo della domanda, quindi al cliente, come quelle adottate in Svezia, potrebbero essere più efficaci nel contrastare il fenomeno della tratta? Perché?
Si, è l‟unica via che può ridurre la domanda cambiando l‟accettazione sociale dell‟essere clienti. Inoltre la legge svedese non punisce le donne ma solo chi acquista rapporti sessuali.

Ritieni al contrario che regolamentare la prostituzione contribuirebbe a combattere i traffici criminali più efficacemente? Perché?
La regolamentazione non riduce mai il fenomeno ma lo amplifica, inoltre con l‟immigrazione in atto nei paesi occidentali, si aprirebbe un mercato amplissimo di donne disperate con un abbandono della lotta alla tratta come ormai avviene in Olanda e Germania in cui le donne sono regolarmente e legalmente sfruttate.

Per la tua esperienza, cosa si potrebbe fare per contrastare la tratta più efficacemente? Pensi che delle iniziative di cooperazione coi paesi d‟origine delle vittime sarebbero efficaci? Quali potrebbero essere alcune soluzioni strutturali del problema?
Si. Mancano vere e imponenti campagne di informazione e lotta alla tratta. Manca la lotta a chi collabora in Africa con i trafficanti (ad esempio arrestare gli stregoni che compiono i riti „wodoo‟ che legano psicologicamente ragazze alle sfruttatrici), manca il sequestro dei beni delle madame. Manca il rimpatrio forzato di chi sconta pene legate alla tratta.

La gente mi comprava, mi usava, mi urlava contro. Parla Joy

black1Sono Joy ho 22 anni, mia mamma è del Ghana e mio padre di Benin City (nigeriano). Dopo le secondary school, ho fatto la parrucchiera, la cameriera e la sarta. Non avevo i soldi per continuare gli studi e con la mia famiglia ho deciso di venire in Europa a lavorare. Siamo andati dall’ Asè – native doctor, per fare l”agreement” con lo sponsor-madame. Dovevo pagare 60.000 euro. In Italia ho capito che non mi avevano detto la verità, quanto tempo avrei dovuto stare in strada?”, “pensavo alle promesse fattemi a Benin City, lavoro? quale lavoro!! qui c’è solo la strada , e gente che mi urla contro, che mi usa, che mi compra per fare sesso con me!”. E poi i ladri, quelli che ti picchiano, le botte della madame, il freddo.

Avevo parlato già tante volte con i volontari dell’ associazione Amici di Lazzaro che mi parlavano, mi davano del the caldo, poi una sera ho chiesto aiuto a loro. “Avevo capito che ero libera dall’agreement (il giuramento di fedelta’ fatto a chi ti aiuta a venire in Europa, in teoria era un benefattore) con la Madame: non mi aveva detto la verità, tante bugie, tante violenze, sono scappata e sono andata da loro”. “Mi hanno accolta da dei loro amici della chiesa cattolica, ho parlato con la mia famiglia in Nigeria spiegando che la Madame era stata molto violenta con me e che non dovevamo più pagare nulla”. A Torino un prete cattolico mi ha benedetto e sono libera e protetta da ogni Voodu-Juju, sto bene! Ho i documenti e lavoro.

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se volete aiutare una ragazza o sostenere dei progetti di reinserimento: info@amicidilazzaro.it
sms/whatsapp tel. 340 4817498

(possono chiamare anche direttamente le donne/ragazze sfruttate in inglese, francese, rumeno, italiano, 24 su 24)

60 milioni di spose bambine

sposa bambina-260 milioni di spose bambine hanno tra gli 8 e i 14 anni
Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite.
Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA  L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana,Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw.Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane – dice Jain -. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. “Perché nutrire una mucca che non è tua?”, mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso – aggiunge Jain-anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare:
continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote,e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità – spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston -. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna.
Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre,diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino.L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio,molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini-ha detto uno di loro al giornale-. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore-spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw -. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata.La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.
Viviana Mazza

Jennifer sperava un lavoro ha trovato dolore

Benin City (Nigeria), quando una coppia nigeriana le propone un lavoro da operaia in Italia, Jennifer firma un contratto : col suo lavoro si impegna a pagare circa 42.000 euro agli “intermediari” per il viaggio e tutte le pratiche.

Arrivata in Italia con l’aereo, iniziano le prime sorprese: il lavoro non c’è, il passaporto le viene ritirato, c’è però una casa e persone che le spiegano che per pagare tutti quei soldi dovrà prostituirsi. Non serve a nulla ribellarsi, loro hanno dalla loro la forza fisica, le minacce di coinvolgere la sua famiglia e lei è sola e lontana da casa.
Inoltre la minacciano con i riti Wodoo-Juju che la spaventano moltissimo.

Inizia ad andare in strada di notte, vede “clienti” quasi tutti italiani, ma niente altri contatti esterni, esce di casa a volte ma solo insieme alla sua “madame”, che se guadagna poco la sgrida o la picchia. Il debito intanto non scende mai anche se rimedia 100 Euro a notte .
Si sente “sporca”, si sente vittima ormai senza via d’uscita, rassegnata, poi una notte d’autunno la incontriamo con uno dei nostri gruppi, parliamo un po’ e prima di andare via la salutiamo, e lei chiede di fare insieme una preghiera in inglese e un canto nella sua lingua, dicendoci una piccola bugia “sono povera e sono qui per far soldi”. Nasce pian piano l’amicizia, ritorniamo spesso per salutarla, finchè lei un giornovince la paura e decide di aprirsi e chiedere aiuto.

Insieme decidiamo come poterla aiutare, e finalmente riesce a scappare dalla casa-prigione in cui da tempo ormai usciva solo per prostituirsi.
Prima vive in una comunità protetta, poi arrivano i documenti, studia l’italiano, impara a cucire bene e arriva infine il lavoro e una casa indipendente.

Oggi è serena, la sua vita è diversa, l’amicizia con i ragazzi e le ragazze del gruppo è continuata, oggi usa il suo vero nome “S.”.
E noi “Amici di Lazzaro” siamo felici di sapere che tante altre Jennifer stanno lasciando la strada per una vita nuova.

Se volete aiutare tante Jennifer …….chiamateci.

Spiritualita’, liberta’ e consolazione (di Paolo Botti)

liberta-personaleL’impegno dell’associazione che rappresento, Amici di Lazzaro, e’ articolato. Per contattare le vittime di tratta i volontari escono due-tre sere a settimane in strada, con una cosiddetta “unità mobile”

L’associazione è formata da un centinaio di volontari tra cui non ci sono né mediatori né operatori. Fra le attività proposte alle donne contattate ci sono: un laboratorio di italiano per ragazze (non solo quelle che provengono dalla tratta); un’attività di doposcuola per bambini, cui partecipano anche figli di ragazze che sono state vittime della tratta; il supporto legale e consigli sulla ricerca di lavoro, formazione e la possibilità di fuggire dallo sfruttamento (art.18 o vie ordinarie di legalizzazione).

 

La dimensione della spiritualità delle ragazze nigeriane è importante sia quando sono ancora in strada, sia quando ne sono uscite.

 

E’ molto utile capire la posizione della famiglia di provenienza rispetto alla spiritualità sia per quel che concerne il ju-ju, la religione tradizionale, sia per la confessione cristiana di appartenenza. E’ fondamentale capire che importanza ha per lei, e per la sua famiglia, il giuramento fatto con gli sponsor trafficanti. A volte le ragazze non credono al vudu, ma i loro famigliari sì, questo le influenza perché le lamentele e le pressioni dei parenti creano molta ansia e preoccupazione in loro, la paura delle famiglie non può essere dimenticata. Se invece crede anche la ragazza nell’efficacia del giuramento (nel patto fatto con il tradizionale rito vudu) e ha paura è necessario intervenire su di lei e sulla famiglia; se la paura rimane latente la persona è come bloccata e molti comportamenti a noi incomprensibili possono avere origine proprio dal terrore del vudù o dalla lettura che le ragazze danno di eventi quotidiani in chiave vudù:

La compagna di stanza russa o parla nel sonno : “è una strega”.

Il sognare un parente: “è la madame che vuol fare qualcosa di male”.

Ammalarsi e prendere la febbre o dolori: “ è una punizione”.

Muore un parente: “è colpa mia” “è stata la madame”.
“Father, pray for me, padre , preghi per me”

Per tentare di aprire una breccia in questo mondo spirituale complesso e a noi così lontano, la nostra associazione ha creato una rete di sacerdoti che non necessariamente vengono in strada con noi ma che conoscono il problema (e che preferibilmente conoscono l’inglese) e sono disponibili ad incontrare in chiesa o parlare al telefono alle ragazze.

Argomento dei colloqui possono essere semplici richieste di preghiera della ragazza o domande su questioni spirituali. Non si tratta quindi di confessione o sacramenti ma piuttosto di assistenza e consigli spirituali.

Dato che lo sfruttamento nigeriano ha come specifico l’aspetto spirituale bisogna lavorare molto su questo piano e vi sono vari segni cristiani graditi dalle ragazze: le “chaplet”ovvero rosari con il crocifisso da portare al collo, il Vangelo o la Bibbia in inglese e altri gesti di natura religiosa come dare alle ragazze un messaggio cartaceo o un sms con una frase di incoraggiamento o riflessione tratta dalla Bibbia. Infatti moltissime ragazze mandano messaggi ai parenti, ai fratelli, alle sorelle in Nigeria scrivendo frasi della Bibbia, specie dai Salmi, per esempio: «The Lord is With you», oppure «The Lord is my sheppard».

“Una volta siamo andati a casa di una ragazza che era uscita dalla tratta: tutte le sere chiamava il fratello, si metteva in ginocchio e pregava in diretta telefonica insieme a lui, in Nigeria e lei in Italia. Anche se le ragazze sono talvolta cristiane protestanti in genere le ragazze accettano volentieri un colloquio con un sacerdote cattolico, perché è visto come una figura affidabile e come una opportunità interessante.”

“Avevo giurato di pagare, lo spirito (del juju) mi punirà?” Il compito dei sacerdoti o altre figure religiose è anche quello di rassicurare sulla correttezza della scelta fatta dalla ragazza quando hanno lasciato i propri sfruttatori senza saldare il debito rompendo quindi anche un giuramento vudù.

In prospettiva sarebbe utile un accompagnamento anche alla crescita umana e spirituale della persona, per andare oltre la paura, e curare spiritualmente le ferite subite nella tratta. Talvolta i colloqui spirituali possono essere utili anche per chi ha non è stata sfruttata, ma che nella sua vita di strada ha conosciuto violenze, umiliazioni e ferite che lasciano comunque il segno. L’assistenza spirituale non esclude un eventuale supporto psicologico, perché si tratta di piani diversi.

 

Creare una rete di sacerdoti, suore, religiosi in genere può essere di grande aiuto per le ragazze che credono nel vudù e nel ju ju perché molte di loro hanno paura, si sentono perseguitate, oppure hanno sofferto talmente tanto che hanno bisogno di guarire da sofferenze che sono di tipo spirituale.

Un altro aspetto importante è il fatto che noi diciamo spesso alle ragazze che il giuramento non è valido se non è stata detta loro tutta la verità, cioè che se c’è stata la menzogna nell’atto della sua formulazione il patto è nullo. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, proponiamo alle ragazze che accogliamo una riflessione su Dio che, diciamo loro, viene non solo a consolare ma soprattutto a liberare. Purtroppo spesso per le ragazze Dio è solo una fonte di consolazione che si esplica col sollievo portato dalla preghiera. Noi cerchiamo di riportare l’essenza vera del cristianesimo: Dio non viene a dare consolazione, ma viene a dare libertà. Insistiamo anche sul fatto che la libertà non evita il ricevere il male, cioè se tu credi in Dio non eviti la sofferenza. Dio non ti libera dal ricevere il male, ma dal farlo. Dio non ti libera dal dolore, ma dalla disperazione del dolore. Quindi incoraggiamo le ragazze a credere in Dio perché questo darà loro la forza per affrontare le avversità e per cercare ad esempio il momento giusto per scappare.

Proseguendo nelle proposte, la spiritualità ha bisogno anche di luoghi di comunione, di aggregazione. Una ragazza ospite in comunità un giorno mi ha chiesto come fare, e dove andare, per trovare amici italiani. Per molte delle ragazze nigeriane, gli unici luoghi di aggregazione sono le chiese di diverse confessioni cristiane (pentecostali, evangeliche o cattoliche), ed è preferibile avere proposte e offerte positive, evitando che la solitudine porti le ragazze a buttarsi in affetti, gruppi o amicizie che approfittino della sua momentanea difficoltà o bisogno di relazioni. Il problema è che dovremmo creare dei ponti: noi come associazione abbiamo cercato di farlo inserendo le ragazze nelle parrocchie, in ambiti di normalità: il coro (se alle ragazze piace cantare) o in altre attività di cui la ragazza abbia piacere di fare esperienza. In genere i gruppi giovanili accolgono abbastanza bene uno straniero, però è importante preparare l’accoglienza in modo che vi sia nei gruppi, cori, corsi qualcuno che aspetta la ragazza, che quando arriva si senta attesa, salutata, accolta. Noi abbiamo visto che tutte le ragazze che si sono inserite in gruppi sportivi, parrocchie ecc. riescono poi facilmente a crearsi una rete e ciò ha poi anche ripercussioni positive sul lavoro, nel senso che a volte capita che tramite conoscenti italiani riescono a trovare un’occupazione. Ma ciò serve anche per avere un sostegno spirituale, perché ciò fa in modo che loro abbiano una comunità di riferimento che non è solo etnica ma anche aperta al territorio.

 

Per fare questi ci vogliono volontari che comprendano questa dimensione spirituale, è importante che il volontario sia inserito in lavori di équipe che gli permettano di approcciarsi alla dimensione spirituale che per le ragazze è molto importante. Inoltre è importante – e questa è una proposta che faccio al mondo cattolico – utilizzare ritualità e pratiche che sono molto vicine alla realtà protestante. Ad esempio il “Rinnovamento dello spirito”, movimento cattolico cui partecipano 300.000 persone in Italia, ha un tipo di preghiera e una gestualità molto libera e dei canti che sono praticamente gli stessi delle ragazze. Questo movimento tra l’altro prevede un percorso chiamato “Seminario di Vita Nuova”, cioè sette incontri molto interessanti che alcune delle nostre ragazze hanno seguito. Cercarle di inserire in movimenti come questo è molto importante perché qui trovano la loro preghiera però inserita in un contesto italiano in cui trovano una rete, trovano amicizie e accoglienza.

Un’altra proposta, a proposito della ritualità, sarebbe quella di pensare ed inventare dei riti che siano mirati alle ragazze ancora sotto sfruttamento: molte volte con le ragazze che incontriamo in strada facciamo dei falò, delle iniziative cui partecipano tante ragazze insieme della stessa zona.

Ultima cosa su cui bisogna fare molta attenzione è che questa formazione umana e spirituale è fondamentale anche per prevenire il fenomeno della tratta, perché molte madame sono ex ragazze sfruttate. A volte succede che molte ragazze che magari hanno fatto i percorsi d’accoglienza, trovandosi senza lavoro, finiscano spesso in attività poco lecite, e per disperazione ad alimentare una prostituzione “fai da te”.

 

A questo proposito una esistono esperienze interessanti: ci sono delle comunità cattoliche di lingua inglese (a Torino c’è la comunità di S. Tommaso, o il gruppo ecumenico di lingua inglese al Cafasso) in cui vengono attivati gruppi di auto-aiuto tra nigeriani. Questi gruppi si trovano anche in tutte le parrocchie in Nigeria (CWO, CMO, Catholic Women or Man Organization): per esempio quando alcune ragazze perdono il lavoro e non sanno come pagare l’affitto, questi gruppi intervengono dando loro un sostegno economico e aiuto reciproco. Aiutare e sostenere questi gruppi è molto importante per evitare di lasciare le ragazze nella solitudine e nel vuoto.

Concludendo direi che la dimensione spirituale non è tutto, ma è fondamentale e complementare a quella lavorativa, affettiva e materiale. Le ragazze, le donne che incontriamo hanno dei bisogni esteriori e interiori a noi sta capire come accompagnarle e tirare fuori il meglio da loro, e magari con un po’ di umiltà imparare da loro, recuperando e riscoprendo la dimensione cristiana della vita, non può che farci bene.

Paolo Botti, responsabile dell’Associazione Amici di Lazzaro www.amicidilazzaro.it , da anni si occupa di tratta e del loro reinserimento e accoglienza.

Minori e sfruttamento lavorativo

minori lavoroLa violenza sui minori non e’ solo di tipo sessuale ma consiste anche in forme di sfruttamento fisico e lavorativo, soprattutto da parte delle organizzazioni criminali. Secondo i dati dell’International Labour Organization, oggi nel modo ci sono circa 218 milioni di bambini che lavorano. Di questi, circa 126 milioni vivono in condizioni inaccettabili, sfruttati e privati della possibilità di ricevere un’educazione e una istruzione oltre che dei diritti umani fondamentali, esposti a forme di lavoro particolarmente rischiose che ne mettono in pericolo il benessere fisico, mentale e morale. Ma il dato forse peggiore, è che circa otto milioni di minori sono arruolati come bambini soldato in milizie armate.

Nonostante gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio richiedano che tutti i bambini siano in grado di completare entro il 2015 il ciclo di istruzione primaria, e che ogni diseguaglianza sociale e di genere sia abbattuta, i dati dell’ILO dicono che siamo ancora lontani dal raggiungerli. Il tasso di iscrizione alla scuola secondaria nei paesi del Sud del mondo, difatti, è appena del 32% per i ragazzi e del 26% per le ragazze. L’istruzione, laddove pienamente sostenuta, è uno dei metodi più efficaci per combattere la povertà e prevenire le situazioni di potenziale sfruttamento dei minori. Secondo le stime ufficiali, l’Asia è il continente dove il lavoro minorile non solo è numericamente maggiore ma rappresenta un vero modello produttivo. Sono più di 122 milioni i minori di età compresa fra i 5 ed i 14 anni economicamente attivi: nelle piantagioni, nelle concerie, nelle cave, nelle miniere, nelle fabbriche tessili e di giocattoli. Sempre ed assolutamente in nero. In Africa Sub-Sahariana, invece, sono circa 50 milioni i bambini della stessa fascia di età che svolgono un lavoro. 50 mila sono inoltre quelli inseriti nel mercato della prostituzione e della pornografia, mentre si stimano intorno a 120 mila i minori destinati ad imbracciare un fucile come mercenari.

I Paesi dell’America latina e dei Caraibi sono quelli dove i dati riguardanti il lavoro minorile risultano in rapida riduzione pur restando alti. In Brasile si rileva la più elevata percentuale di bambini impiegati nel settore agricolo:
oltre 2 milioni di minori tra i 5 ed i 17 anni. In Nicaragua, Honduras e Colombia il tempo dedicato ai lavori domestici incide significativamente sull’orario giornaliero dei minori tra i 5 e 14 anni, in particolare per le bambine. In Ecuador sono circa 8.000 i bambini che lavorano nelle varie attività agricole, in Perù quasi 1 milione e in Paraguay più di 90.000.

Ma è proprio in Sud America che si è sviluppato il movimento democratico, basato sull’autogestione, dei Niños y Adolescentes Trabajadores – NATs. Si tratta di un’organizzazione a più livelli dove i bambini, supportati ed accompagnati da educatori adulti che svolgono una funzione di facilitatori, operano direttamente sul territorio in difesa dei propri diritti e contro lo sfruttamento di aziende come la spagnola Zara, che in Brasile è appena finita sotto inchiesta con l’accusa di avere usato mano d’opera minorile costretta a lavorare in condizioni di schiavitù.

Sfruttamento e schiavitù, quando si riferiscono ai bambini, quasi sempre fanno rima con miseria e povertà. L’ultima fotografia scattata dalle Nazioni Unite assieme allUnicef, in tal senso, lascia poco spazio alle speranze. Proprio in America latina e nei Caraibi, la Commissione regionale del Palazzo di Vetro che si occupa di economia ha stimato in 81 milioni il numero di bambini poveri, con una negazione di diritti senza precedenti.

Secondo lo studio, i Paesi con le peggiori condizioni per l’infanzia sono Bolivia, El Salvador, Guatemala, Honduras e Perù, con quasi tre bambini su quattro che vivono in assoluta miseria. Quanto ai Paesi africani, invece, la situazione del Corno d’Africa è quella più delicata: sono 12 milioni e mezzo le persone che hanno urgente bisogno di aiuto umanitario in Somalia, Kenya, Etiopia e Gibuti. I bambini, come sempre, pagano le conseguenze più gravi dell’emergenza: 2,34 milioni risultano malnutriti, dei quali 600.000 in modo grave e dunque in immediato pericolo di vita. Se si considera l’intera Somalia, 1 milione e 850 mila bambini hanno bisogno d’assistenza immediata e oltre 780.000 sono malnutriti. Tra l’inizio del 2011 e la dichiarazione dello stato di carestia, nel Paese erano già morti più di 400 bambini, una media di 90 ogni mese, con l’86% dei decessi infantili concentrato nelle regioni centro-meridionali nonostante l’Unicef e le altre organizzazioni umanitarie avessero già curato, nello stesso periodo, oltre 100.000 bambini affetti da malnutrizione acuta, di cui è a rischio vita un bambino su 5. Nelle aree più colpite, infine, ogni 3 mesi muore il 10% dei bambini tra 0 e 5 anni.

Le schiave della strada (Roberto Pelleriti)

Si chiama “Amici di Lazzaro” l’’associazione che dal 1997 ad oggi si occupa degli emarginati, ossia dei poveri, dei senza casa, degli immigrati, delle prostitute. Della gente che vive nella strada e che nella strada trova una dimensione umana di solitudine o di schiavitù. L’’idea nasce da Jean Paul, un giovane padre gesuita francese, che nella sua permanenza a Torino forma diversi gruppi di giovani, tra i venti e i trent’’anni col fine di sfatare il tabù dell’’incomunicabilità con la gente di strada cercando di creare un legame umano che, oltre agli indispensabili aiuti per dormire e mangiare o abbandonare la strada, possa creare un legame di fiducia con persone abbandonate allo sconforto. Proprio per questo motivo uno dei gruppi si occupa specificatamente delle animazioni nei dormitori per continuare l’’amicizia nata in strada. Nasce di conseguenza, l’’associazione di volontariato sotto l’’organizzazione di Paolo Botti, che con grandi fatiche spese nell’’impegno sociale, incentra l’’impegno sul problema più amplificato nelle strade, quello della prostituzione. “Abbiamo iniziato con un solo gruppo-dichiara Paolo- che si occupava di avvicinare i senzatetto a Porta Nuova e prestava servizio nei dormitori, gradualmente si sono formati diversi gruppi che hanno iniziato ad operare nelle varie zone della città e da poco ne sono sorti altri a Settimo, Pinerolo e Candiolo.
Ogni gruppo si ritrova una volta alla settimana e inizia a percorrere la zona assegnata cercando di avvicinare le ragazze. Il nostro lavoro è continuativo,  un po’ per volta cerchiamo di instaurare amicizia e fiducia sperando che prima o poi arrivi la richiesta di aiuto”.

Come sono le loro reazioni e soprattutto come accolgono il contatto con l’’associazione?
“Le ragazze di origine africana sono molto disponibili a parlare,
improvvisare una canzone o raccogliersi in preghiera lì sulla strada insieme a noi, perché la maggior parte è profondamente religiosa; le ragazze dell’’est, invece, necessitano di più pazienza perché più intimorite e controllate.

Noi ci presentiamo come un gruppo di amici e solo successivamente porgiamo la possibilità di affidarsi a noi per uscire dalla strada.

Esiste infatti l’’art 18, un progetto a livello nazionale che garantisce alle ragazze costrette a prostituirsi un programma di inserimento con permesso di soggiorno, protezione dagli sfruttatori e possibilità di borse lavoro e abitazione. Si può contattare direttamente il numero verde 800290290 oppure mettersi in contatto con l’’ufficio stranieri di Torino (o ovviamente contattando noi Amici di Lazzaro).

Il programma di protezione prevede la denuncia degli sfruttatori per i reati di traffico di traffici di clandestini, sequestro di persona, violenza e induzione alla prostituzione e ovviamente una sistemazione tempestiva e temporanea in comunità super protette. Il passo successivo consiste nell’’inserimento graduale in comunità diversificate fino alla ricerca dell’’autonomia economica e lavorativa delle ragazze.

Grazie alla nostra mediazione e alla collaborazione con il gruppo Abele, la Caritas, l’’ufficio stranieri e la Tampep (progetto europeo per informazione e prevenzione sanitaria  per la prevenzione dell’AIDS) moltissime ragazze (leggi la storia di Jennifer clicca qui) hanno iniziato il cammino di liberazione ma il dato significativo è che in questo ultimo periodo dalle 400 ragazze avvicinate giungono un concreto numero di appelli per la richiesta di aiuto”.

Roberto Pelleriti – Il Punto

E’ possibile incontrarci su appuntamento:  340 4817498
info@amicidilazzaro.it

La storia di Vera: voleva solo trovare un lavoro

prostituta22Bucarest-ROMANIA  e Valona-ALBANIA.
Una giovane ragazza rumena di nome Vera, conosce un commerciante albanese che la corteggia e le propone di partire per l’Italia dove lui ha dei contatti e puo’ darle un lavoro.
Dopo averci pensato un po’ su Vera si decide e lascia la Romania dove un qualunque lavoro non le avrebbe dato comunque la possibilità di vivere dignitosamente dato che i salari sono troppo bassi e la vita costa cara.
Si passa per l’Albania e poi la Grecia e infine si arriva in Italia .. ma qui le cose si complicano. Il passaporto sparisce e arrivano le botte del “fidanzato” , <<lavora per me…>>
<<se sarai brava potrai anche mandare qualche soldo a casa…>>.

E comincia un periodo di sofferenze atroci.
Botte a casa dal “padrone”, botte in strada da chi periodicamente la rapina, la picchia…., botte anche dalla “collega” in strada più impaurita di lei che la vede parlare con qualche italiano di “fuga”, “documenti”, “libertà”, se lei scappa anche la sua vicina e “compagna di sfruttamento” subirà punizioni.
Poi un giorno dopo l’ennesima sfuriata e percosse del ” fidanzato” <<non ti dai abbastanza da fare per fare soldi…>> decide di fuggire.
Una amica le parla di associazioni, enti che la possono aiutare e con l’aiuto di un cliente “sensibile” scappa verso la libertà, contatta gli Amici di Lazzaro e grazie alla collaborazione con tante altre associazioni si sta rifacendo una vita, ha i documenti, un lavoro dignitoso , una casa sua e soprattutto ha la serenità dentro.
In Italia di donne e ragazze che vivono la condizione di Vera ce ne sono migliaia. Schiave oggi. Non possiamo tacere.

Per aiutare una donna o sostenerci,
puoi contattarci e incontrarci su appuntamento:  tel. 340 4817498   info@amicidilazzaro.it

Nelle vie a luci rosse ci sono solo donne schiave

stivali.jpgNel dibattito sulla prostituzione viene talvolta ipotizzata la creazione di strade a “luci rosse”.
Per comprendere la questione va innanzitutto chiarita una cosa: il fenomeno della prostituzione – che in Italia non è reato – si confonde oggi sempre di più con quello della tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù, che invece sono reati gravissimi.
L’80 per cento delle donne che in Italia vengono definite “prostitute” sono in realtà donne immigrate costrette a vendere il proprio corpo da trafficanti e sfruttatori, che le immettono come merce sul mercato del sesso a pagamento, che conta dai nove ai dieci milioni di clienti al mese, questi sì, quasi tutti italiani. E allora quando ciclicamente si riaccende il dibattito sulla creazione di quartieri a “luci rosse” o sulla riapertura delle “case chiuse” bisognerebbe almeno avere l’onestà di guardare in faccia il fenomeno della prostituzione nella sua complessità e anche nella sua crudeltà.
E bisognerebbe chiamare le cose con il loro nome: non prostitute, ma prostituite; non donne che scelgono di vendere il proprio corpo, ma vittime di tratta e sfruttamento; non persone libere, ma schiave. Quello di cui stiamo parlando, dunque, non può essere semplicemente liquidato come un fenomeno di prostituzione, ma come una delle peggiori schiavitù del XXI secolo.

La tratta di esseri umani riguarda circa 21 milioni di persone nel mondo. Il 70% sono donne e bambine, sfruttate soprattutto per la prostituzione. Ma è in crescita anche il numero di uomini e minorenni costretti al lavoro forzato. Ogni anno, circa 2,5 milioni di persone sono vittime di traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù. Con picchi particolarmente allarmanti in occasione di grandi eventi come i Mondiali di calcio in Brasile, il Super Bowl negli Stati Uniti e, si teme, anche per il prossimo Expo di Milano. Le forze dell’ordine parlano di un possibile “import” di circa 15mila nuove “prostitute” nei prossimi mesi, in gran parte organizzato da mafie internazionali.
Che fare, dunque, per contrastare questi traffici? La creazione di “case chiuse” o di zone “protette” non è la strada migliore per sgominare le bande criminali e proteggere le vittime. Così come si sono rivelati inefficaci, anche perché spesso estemporanei, i provvedimenti volti a multare i clienti. Si tratta in genere di ordinanze comunali spesso emesse in chiave elettorale allo scopo di “ripulire” le città e garantire decoro e sicurezza (o per non intralciare la viabilità!), facendo sparire, almeno per qualche tempo, anche quella “spazzatura umana” che sono le prostitute. Le quali, essendo quasi sempre straniere e senza documenti, ed avendo paura per la propria incolumità e per quella delle loro famiglie di denunciare, rischiano di finire nei Cie per poi essere espulse. Ridotte da vittime a criminali.

In alcuni Paesi europei, come Svezia, Norvegia e Islanda (e, più recentemente, Francia), pesanti sanzioni contro i clienti avrebbero scoraggiato il fenomeno della prostituzione. Ma accanto alla penalizzazione dell’acquisto di sesso a pagamento, la Svezia ha portato avanti, già dal 1999, un percorso culturale, che sta producendo un importante cambiamento di mentalità. Il principio di base è che la compravendita del sesso è una forma di violenza, svilisce l’essere umano e mina la parità di genere.
E se nel 1996, il 45% delle donne e il 20% degli uomini erano a favore della criminalizzazione dei clienti, nel 2008 la percentuale delle donne è salita al 79% e quella degli uomini al 60%. Secondo la polizia svedese il provvedimento avrebbe contribuito a ridurre il numero di persone che si prostituiscono e avrebbe esercitato un notevole effetto deterrente anche sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Nel febbraio dello scorso anno il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che si esprime a favore del “modello nordico”, ma che non è vincolante per i Paesi membri.
Per molti di loro, infatti, l’”industria della prostituzione” rappresenta una voce importante del Pil. In Olanda, ad esempio, corrisponde a circa il 5%, mentre in Danimarca l’industria della pornografia è la terza per importanza del Paese. Ma proprio in Paesi come l’Olanda, dove la prostituzione è legalizzata e le prostitute sono considerate sex worker con diritti e doveri come qualsiasi altro lavoratore – dal pagare le tasse (uno dei cavalli di battagli anche dei “pro-legalizzazione” di casa nostra) all’avere l’assistenza sanitaria – non è stata per nulla debellata la tratta. Molte delle donne che si prostituiscono, infatti, sono costrette a farlo, non sono libere di smettere quando vogliono, devono, come nel caso delle nigeriane, restituire il “debito” ai loro aguzzini, subiscono spesso violenze dai loro sfruttatori e hanno ancora più difficoltà a ribellarsi a chi le costringe a vendersi e a chiedere aiuto. E proprio perché sono ufficialmente “legali”.

Le linee di intervento, promosse anche a livello internazionale, per contrastare il fenomeno della tratta e della riduzione in schiavitù a fini di prostituzione, dovrebbero articolarsi attorno alle cosiddette “tre P”: prevention, protection, prosecution.
Prevenzione del fenomeno, innanzitutto nei Paesi d’origine, ma anche in quelli di destinazione, creando maggiore conoscenza e sensibilità sul fenomeno e cercando di ridurre la “domanda”. Per fare un discorso serio di sensibilizzazione e prevenzione non si può però circoscrivere la discussione al tema della prostituzione, ma va necessariamente allargato alle questioni relative alla relazione tra i generi, l’affettività, l’educazione a una sessualità responsabile già a partire dalla scuola, la crisi dei ruoli, il rapporto tra denaro e potere… Nonché alla conoscenza del fenomeno della tratta di essere umani e della prostituzione coatta.

Protezione delle vittime, invece, significa in prima istanza riconoscere che sono appunto vittime e non mere immigrate clandestine, lavoratrici del sesso o addirittura criminali. Infine, si tratta di contrastare il traffico e perseguire in giustizia i criminali. Purtroppo, anche su questo punto c’è ancora molto cammino da fare se è vero che, non solo in Italia ma a livello globale, sono pochissimi i trafficanti e gli sfruttatori che sono finiti in prigione per questi gravissimi reati. La maggior parte continua ad operare nella quasi assoluta impunità.
Secondo le Nazioni Unite, il 40% dei Paesi ha riportato pochissime condanne per questo reato, a volte nessuna, e negli ultimi dieci anni nulla è cambiato relativamente alle misure prese per contrastare questo fenomeno criminale. Il nostro Paese non fa eccezione. Nonostante indagini e interventi delle forze dell’ordine, sono pochissimi i processi per traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù. Ma soprattutto sono sempre di meno gli sforzi per affrontare il fenomeno nella sua complessità e drammaticità. Anche perché non lo si vuole guardare o affrontare per quello che è. E allora si reprime la prostituzione, ma non il traffico di esseri umani, si tolgono le ragazze delle strade o si multano loro e i clienti, ma non si toccano trafficanti e sfruttatori.

In questo contesto, che senso ha, dunque, la creazione di zone a luci rosse “protette”? Protette per chi, poi? Per criminali e clienti, forse. Non certo per le vittime di tratta, le nuove “schiave” del XXI secolo.

di Anna Pozzi su Avvenire

Testimonianza di Chiara, volontaria di strada

Sono in super ritardo perché questa cosa della testimonianza, anche se non sembra, mi ha messa in crisi (sì, forse dal tempo che ci ho messo l’avete intuito tutti). Fermarmi e chiedermi: perché vai in strada? Come stai? Cosa ti dà? Insomma, dopo un paio d’anni ho scoperto di andarci anche per abitudine (brutto a dirsi), certo, un’abitudine strana e scomoda. Mi sono scoperta diversa da Pier Giorgio Frassati, di fondo, non animata dalla stessa fede e umanità. Quello che ottengo sempre, quando torno il mercoledì sera dall’attività con voi, è una serenità di fondo. La stessa serenità che ho dopo aver pregato. Ora, non mi ritengo una mistica, però, dopo giorni di riflessioni, credo di poter dire che andare a trovare gli schiavi, come dicevi tu, Paolo, i nuovi schiavi, è come andare a trovare Cristo. Lo sento vero.

Negli anni ho visto tante facce, tante speranze e delusioni. Quello che mi colpisce sempre è la velocità con cui le ragazze tirano su una maschera, una corazza che è come se le rendesse cieche davanti alla realtà di quello che vivono. Noi le vediamo dopo pochi giorni che sono in strada e sono autentiche, poi cambia qualcosa e per ritrovare le vere persone che sono, ci vogliono mesi e tanta fortuna: trovarle in un momento di crisi forte.

Sono molto contenta quando riusciamo a parlare davvero, a raccogliere la storia delle ragazze e ricordarcela, portare avanti un dialogo (per quel che riusciamo) in più sere, ecco, questo a me dà l’impressione di riuscire davvero a creare un rapporto, uno vero, non fatto ad interrogatorio.

Sono felice quando diciamo che preghiamo per Valentina, Jessica, Jennifer (che per me sono sempre lo stesso nome!!), Sofia, Belinda e tutte e poi mi ricordo di farlo davvero, perché ricordarmi di pregare per ognuna di loro, non per la massa, mi lega ai loro volti. Come mi diceva un’amica: “E’ molto importante che la preghiera non sia associata ad una massa indistinta di cristiani più o meno bisognosi. Le preghiere sono fatte con molta più intensità se si associano a dei volti, a delle storie e delle situazioni concrete”.

Voglio aggiungere una cosa… una grande gioia? Quando si ricordano il mio nome, perché penso “allora la mia presenza ha un senso!!”.

Concludo:

Quando mi chiedono un episodio che mi abbia colpito in particolare dell’esperienza in strada mi viene in mente l’inverno di qualche anno fa, quando ero volontaria da poco e andavamo sullo stradone di Moncalieri (dove ora c’è il mega complesso con palestre e cinema). Il gruppo non era numerosissimo, le ragazze erano tante e io ero carica di giudizi pesanti nei confronti delle loro sfruttatrici e dei clienti e di tutti quelli che contribuivano a renderle schiave.

Insomma, abbiamo incontrato una ragazza e il nome, ci penso da giorni, non me lo ricordo, con cui abbiamo parlato del fatto che era sfruttata e che, insomma, la sfruttatrice era cattiva…dopo un po’ lei ha detto “non sono io che devo giudicare questa donna, Dio lo farà”. Ecco, questa per me è stata una lezione enorme, una lezione a livello spirituale. Se lo diceva lei che non poteva giudicare, allora io? Non che si debbano giustificare le azioni di quelle persone, perché sono crimini, ma è vero che noi siamo chiamati ad essere giusti e non giudici. La frase di questa ragazza me lo ricorda sempre.

Beh, spero non vi siate annoiati!

A presto! Chiara

Romania: quando la tratta è al femminile

Ogni anno migliaia di donne romene sono le vittime del traffico internazionale di persone. Migliaia – secondo varie statistiche anche decine di migliaia, la maggior parte con l’inganno di un posto di lavoro – finiscono nelle reti delle organizzazioni criminali, che le costringono a prostituirsi nell’Europa Occidentale.

Lasciano la Romania per sfuggire alla povertà e alla miseria, ma diventano “merce di scambio” nelle mani dei trafficanti, che le comprano e le rivendono per decine di volte. In Romania il prezzo di una donna varia tra i 300 e i 400 dollari, ma nel paese di destinazione può arrivare a 5-10.000 dollari.

Arrivano maltrattate, denutrite, violentate e ridotte in stato di schiavitù, pagando caro la loro inconsapevolezza e ingenuità oppure semplicemente la loro decisione di fare soldi ad ogni costo.

Ma le statistiche parlano di una stragrande maggioranza di donne romene che finiscono a prostituirsi all’estero perché vittime del traffico internazionale, ingannate con il miraggio di un posto di lavoro come cameriera, badante, colf o baby sitter. Non sono poche nemmeno quelle che intuiscono il tipo di lavoro che le aspetta. Il sito romeno www.anchete.ro, specializzato in inchieste, riporta storie di ragazze che si sono prostituite, finite nelle reti criminali che guadagnano milioni di dollari dalla tratta di persone.

C’è il caso di Anna (nome di fantasia), 21 anni, che viveva in povertà in un villaggio nel sud del paese. Anna si ricorda che quando aveva 16 anni studiava ancora e dopo le lezioni andava in una pizzeria a lavorare come cameriera. Ma il suo stipendio veniva sempre sequestrato dal patrigno, alcolizzato e violento. Un giorno il patrigno le aveva detto di andarsene. E così comincia l’avventura, il dramma di Anna, che abbandona la scuola per lavorare e prende una camera in affitto, ma lo stipendio non basta per vivere. Entra in scena la sorella, appena ritornata dall’Italia. La sorella dice di volerla aiutare a lavorare in Grecia, in una fabbrica di tessili. Fidandosi, Anna parte con un gruppo di amici della sorella – che dovevano occuparsi delle formalità – per la Bulgaria. In Bulgaria però, in un parcheggio, viene venduta per 2.400 dollari ad un serbo che la porta in Serbia, in un night club. Ma Anna non sapeva ballare e allora é richiusa in una stanza dove riceve come cibo un pacco di biscotti al giorno. Racconta come il suo padrone serbo sia riuscito a venderla con difficoltà perché era una “merce spaventata”, che non voleva spogliarsi davanti ai suoi potenziali compratori. In totale, in due anni, sarebbe stata venduta per 20 volte. Arriva anche in Macedonia, dove nella località Strunga è comprata da uno dei più temuti trafficanti macedoni. Insieme ad altre ragazze veniva picchiata dal padrone con una grande catena d’oro, e minacciata di essere fucilata nel caso non avesse obbedito. Quando erano malate, si ricorda Anna, un medico veterinario le visitava. Da rilevare in particolare, per le condizioni di schiavitù in cui erano ridotte, la visita di un “dottore” vero. I controlli della polizia locale erano abbastanza frequenti, ma, racconta Anna, i poliziotti erano in ottimi rapporti con i trafficanti. Alla fine Anna riesce a scappare con l’aiuto di un poliziotto, che la porta in ambasciata e da qui viene rimpatriata in Romania.

Il caso di Anna si può ripetere per altre migliaia di donne romene. Magari non tutte con la fortuna di essere state liberate. Ci sono tra loro anche quelle che lasciano i bambini in patria e non ponderano molto prima di accettare proposte di “lavoro” ingannevoli da parte di amici o parenti, complici di trafficanti. Una volta arrivate in Serbia, Italia, Spagna o Grecia – per fare solo qualche esempio di destinazione – le vengono confiscati i documenti e sono minacciate di dura vendetta contro le loro famiglie nel caso tentassero di scappare. Ci sono anche quelle che finiscono col collaborare con i propri sfruttatori e gestiscono esse stesse “il lavoro” e i guadagni di altre prostitute.

Molte non vogliono più ritornare nelle famiglie di origine, per la vergogna o per l’odio verso i parenti o gli amici che le hanno vendute.

Le autorità romene hanno a disposizione la legge 678/2001 che sancisce le misure per la prevenzione e la lotta al traffico di persone. La legge prevede la pena della reclusione da 3 fino a 20 anni per chi si rende colpevole di traffico di persone. Ma prima di andare in prigione i trafficanti devono essere giudicati e soprattutto catturati.

Di Mihaela Iordache

Vi precederanno nel Regno dei Cieli

vi passeranno davantiOre 22.40 di un sabato dicembre, Torino Nord, nella zona dell’Iveco, il clan, grazie all’idea dei capi, ha vissuto un’esperienza particolare con gli “Amici di Lazzaro“.
Dopo essere arrivati in quella zona accendiamo un fuoco e dopo un po’ iniziano ad arrivare attorno al fuoco anche delle prostitute. Sì, siamo qui per loro, per fargli gli auguri di Natale, per fargli vivere un Natale più umano a loro, donne emigrate dal loro Paese nella speranza di avere una vita migliore nel nostro Paese ma che in seguito sono finite sul marciapiede di una strada per soddisfare le voglie dei clienti.
Mentre siamo con loro, ad un certo punto iniziano a cantare e subito l’atmosfera si scalda, il ritmo africano che scorre in loro emerge e contagia anche noi. Dopo un po’ iniziano a pregare, con gli occhi chiusi proiettati verso una dimensione non terrena e mormorando una preghiera direttamente dal cuore. Riesco a sentire una di queste preghiere: “Thank you Lord for my life!” (“Grazie Signore per la mia vita!”).
Sono rimasto senza parole. Com’è possibile che una persona in quelle condizioni riesca a trovare la forza per pregare, per dialogare con Dio e sopratutto ringraziarlo per la propria vita?!? Personalmente sono stato colpito da questo e subito dopo da lì si sono innescate altre riflessioni, che mi ha fatto comprendere meglio questa frase del Vangelo:  “Le prostitute e i pubblicani vi precederanno nel Regno dei Cieli…” Ho capito che quelle donne hanno nella loro semplicità e nella dolorosa situazione una Fede più grande della mia (ma non so come fanno ad avercela), ed io, che teoricamente sto meglio, non ce l’ho una Fede così; ho capito perché loro faranno meno fatica di me ad entrare nel Regno dei Cieli.
E tu, che cosa ne pensi delle prostitute? Hai la Fede dei farisei o quella delle prostitute e dei pubblicani?
Genu
tratto da http://lapaperastarnazzante.blogspot.it/2012/12/vi-precederanno-nel-regno-dei-cieli_23.html

Dati, non chiacchiere, sui pornoquartieri

Inside-the-stre6141Per quanto si è ascoltato e letto finora, sembra quasi che l’essere favorevoli o contrari alla realizzazione, a Roma, di un quartiere a luci rosse sia solamente questione di prospettiva: da una parte il realismo di coloro che intendono almeno provare, monitorando il fenomeno della prostituzione, ad arginare il crimine, dall’altra quanti, in nome di ideali anche condivisibili ma astratti, si trincerano dietro una mera contrarietà di principio. In realtà, senza nulla togliere all’importanza di un valore altissimo quale è quello della dignità umana – che ogniqualvolta c’è prostituzione, clandestina o meno che sia, viene gravemente calpestato –, contro qualsivoglia ipotesi di “zonizzazione” della prostituzione vi sono anche argomenti di carattere segnatamente pratico che sarebbe grave trascurare dato che si basano su un elemento di inconfutabile concretezza: l’esperienza di altri Paesi, in particolare quella olandese.

Com’è noto, infatti, se c’è una nazione nella quale, anche ricorrendo ad appositi quartieri a luci rosse, da anni si tenta di governare il fenomeno della prostituzione, questa è proprio l’Olanda. Ebbene, da quelle parti, nel 2007 – cioè anni dopo la cancellazione del divieto in materia di “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato un report, noto anche come studio “Daalder”, al fine di esaminare la situazione. Contrariamente alle aspettative, dalle sessanta pagine del report sono emersi quattro punti per nulla positivi, che riportiamo testualmente: 1) Nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei Comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Sono dati che forse stupiranno qualche entusiasta sostenitore dell’idea del Comune di Roma, ma che con ogni probabilità, in Olanda, non stupirono nessuno giacché già un anno prima del citato documento, nel 2006, un rapporto della polizia aveva rilevato parecchi episodi di prostituzione forzata riportando come nel famigerato quartiere a luci rosse di Amsterdam tantissime donne venissero sfruttate proprio da quella criminalità organizzata che, secondo qualcuno, verrebbe neutralizzata se solo si regolamentasse la prostituzione. E non è finita. Qualche anno dopo, nel 2010, il RIEC Noord-Holland, un organo governativo impegnato nella prevenzione del crimine, ha pubblicato una ricerca dalla quale si appurato un dato decisamente avverso all’idea – diffusissima ma assai ingenua – secondo cui la regolarizzazione di un fenomeno, come per magia, ne comporta la scomparsa del lato clandestino: gli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguardanti bordelli effettivamente in regola sono appena il 17%.

Una percentuale compatibile con la stima secondo cui, in terra olandese, circa l’80% delle prostitute svolge la propria professione in modo illegale o solo parzialmente regolare pur potendo serenamente fare altrimenti. A questo punto, pur prendendo le distanze dalle intenzioni del Comune di Roma, verosimilmente vi sarà comunque chi rimarrà convinto della necessità di abrogare la Legge Merlin procedendo con la riapertura delle case di tolleranza. Idea buona? Valida risposta alla prostituzione come forma schiavitù? Non si direbbe: con un lavoro condotto da ricercatori delle università di Heidelberg, Berlino e Londra, i quali hanno esaminato dati raccolti in ben 161 Paesi fra il 1996 e il 2003, si è giunti alla conclusione – in verità non così sorprendente, alla luce di quanto già ricordato – che una politica di liberalizzazione della prostituzione comporta e può comportare un aumento del traffico e dello sfruttamento di persone ridotte a pura merce di scambio (Economics of Security Working Paper, 2012).

Ora, se clandestinità e sfruttamento criminale non ne escono contrastati in maniera efficace, che senso avrebbe tornare alle case chiuse? Che soluzione mai potrebbe rappresentare, ad un problema, una scelta che di fatto non lo risolverebbe, ma lo farebbe solo credere risolto? La comunque opinabile possibilità di maggiori entrate per il fisco – ammesso e non concesso che, una volta regolarizzate, le prostitute, senza evadere neppure un euro, si sottopongano in massa alle vampiresche imposte italiane – conta più della certezza di un fallimento? Data la posta in gioco, vale la pena misurarsi fino in fondo con questi laicissimi dubbi. Nella consapevolezza, comunque, che un’alternativa – molto concreta e, questa sì, davvero umana – ci sarebbe, ed è quella indicata da don Oreste Benzi (1925-2007), che dedicò tutta una vita a liberare le schiave spiegando loro, con la forza di un abbraccio, che c’è vita oltre il marciapiede. Alternativa faticosa e complessa? Può darsi. Ma ricordiamoci, con Nicolás Gómez Dávila (1913–1994), che «ciò che non è complicato è falso».
Giuliano Guzzo su La Croce Quotidiano

Ridurre la prostituzione? E’ possibile, ma ci serve il tuo aiuto

trattaE’ possibile ridurre il numero di donne che si prostituiscono o sono vittime di tratta?
– Le istituzioni possono lottare maggiormente contro i trafficanti e aiutare le vittime con progetti mirati, e ridurre i clienti con sanzioni e campagne informative:
noi possiamo far pressione sui politici di ogni schieramento per sensibilizzarli sul tema.
– Le donne dei paesi poveri possono essere informate in modi nuovi:
noi possiamo promuovere campagne di informazione e prevenzione in diversi paesi del mondo.
– I clienti e i cittadini possono essere sensibilizzati con eventi e iniziative:
noi possiamo inventare e diffondere informazioni su tratta e prostituzione.
– Le donne vittime di tratta e le donne che si vendono per disperazione o per ignoranza possono essere aiutate:
noi possiamo sostenerle in percorsi di formazione e uscita/fuga dalla strada.

Abbiamo bisogno di te, del tuo tempo, della tua creatività, del tuo sostegno…
CLICCA QUI PER SOSTENERCI

Rapporto semestrale sulla tratta 2011

human001RAPPORTO SEMESTRALE (gennaio/giugno 2011) – Unita’ di strada anti-sfruttamento
Dati e analisi sul fenomeno del traffico di esseri umani a scopo sessuale

Da molti anni l’associazione Amici di Lazzaro www.amicidilazzaro.it    aiuta le donne vittime di tratta e sfruttamento, incontrandole in strada con una unità mobile composta da 5-8 volontari. (LEGGI QUI)
Nei mesi gennaio – giugno 2011 sono state incontrate 295 ragazze e donne nigeriane, nelle seguenti città:  Torino, Moncalieri, Trofarello, Candiolo, Orbassano, Carmagnola, Vinovo, Piobesi, Settimo, Grugliasco, Collegno, Pianezza, San Mauro, Venaria.
(LEGGI QUI I RAPPORTI DEGLI ALTRI ANNI)

Di queste 295 donne, ben 219 risultano sfruttate e sotto ricatto di “Maman” (sfruttatrici) o di “Bros” (sfruttatori).
La percentuale è quindi vicina all’75%.
E’ abbastanza rilevante (circa il 10%) il numero delle donne nigeriane disperate che tornano in strada dopo anni di vita normale. Si tratta di donne senza strumenti culturali, in molti casi analfabete che non riescono a trovare un inserimento stabile nel mondo del lavoro, cui la crisi ha tolto ogni speranza di risalita, senza un supporto formativo mirato.
Vi sono poi donne che hanno da poco terminato di pagare il debito agli sfruttatori e non riescono a regolarizzarsi e a fare ingresso nel mercato del lavoro.

Età media delle ragazze è tra i 23 e 24 anni in leggero calo rispetto alla rilevazione precedente.
La città di provenienza principale è Benin city, seguita da Lagos, Warry e Uromi.
Nonostante i luoghi comuni si tratta quindi in larghissima maggioranza di ragazze sfruttate.
Nei primi 6 mesi, 21 ragazze hanno chiesto aiuto per lasciare la strada, le vie che l’associazione utilizza sono l’art.18 (denuncia degli sfruttatori e conseguente ottenimento del permesso di soggiorno quando le forze dell’ordine hanno verificato che la denuncia è veritiera), oppure le vie ordinarie per la regolarizzazione degli immigrati. In tutti i casi l’associazione provvede (senza contributi pubblici) alla fuga e all’accoglienza in proprio e grazie ad una vasta rete di collaborazioni.
Alle donne in difficoltà economica provvede ad un sostegno materiale e morale.

E’ in forte calo il  numero delle ragazze che escono dalla tratta denunciando
gli sfruttatori, molte di esse infatti sono già in possesso di un permesso di soggiorno o comunque di un procedimento avviato tramite la richiesta dell’asilo politico. Escono quindi dalla tratta senza denuncia, con il rischio che gli sfruttatori anche dopo mesi o anni tornino a minacciarle e chiedere denaro
(PER AIUTARE CLICCA QUI) .

Sono in aumento anche le donne in stato confusionale e disturbi psicologici segno di un disagio profondo dovuto alla condizione di emarginazione e sofferenza che vivono.

Abbiamo rilevato anche un aumento delle donne passate tramite la Libia:
donne nigeriane che non si trovavano in Libia per lavoro ma vi sono arrivate negli ultimi mesi portati dai trafficanti. Le organizzazioni criminali sanno bene chi arriva dalla Libia viene trattato come rifugiato e riceve il permesso di soggiorno umanitario della durata di 6 mesi, appena arrivate nei centri di accoglienza le ragazze vengono contattate e avviate, sotto minaccia, alla strada.
L’associazione ha previsto nei prossimi mesi vari incontri in centri d’accoglienza di rifugiati per poter incontrare le donne nigeriane e metterle in salvo dagli sfruttatori.
RIASSUMENDO:

  • le ragazze sfruttate sono tre quarti del totale delle donne che si prostituiscono
  • l’età media è in calo, sui 23-24 anni
  • molte delle donne non sfruttate sono in strada per pura disperazione
  • i trafficanti usano la via libica per portare le vittime e ottenere un permesso umanitario che le metta al riparo dal rimpatrio, salvaguardando il proprio “investimento”.
  • In calo le denunce degli sfruttatoriLEGGI QUI I 18 MITI SULLA PROSTITUZIONE

Per informazioni 3404817498  info@amicidilazzaro.it

Joe e il suo bimbo rapito

1013193_10152998577425570_1129288113_n“Mi rapirono il bimbo appena nato per obbligarmi a prostituirmi. Il bimbo non venne neanche registrato alla nascita. Volevano 45.000 euro.”

Si è liberata, adesso vive a Granada. Ha denunciato e tutti i suoi sfruttatori sono finiti in carcere. Grande Joe!

E’ una delle tante storie di vita, molto simili fra loro, di chi ha vissuto il dramma dello sfruttamento.
In Italia sono oltre 25.000 le nigeriane sfruttate e a fronte di migliaia di denunce sono ancora pochi gli sfruttatori finiti in carcere.

Aiutaci ad aiutare tante donne a liberarsi.

Puoi anche decidere di sostenere una campagna di prevenzione allo sfruttamento rivolto alle donne che sono ancora in Nigeria contattaci e ti daremo altri dettagli.