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L’uovo e la risurrezione … perchè le uova a Pasqua?

Uovo DipintoQuella che stiamo per proporre, nella solennità centrale dell’anno liturgico, può sembrare una stravaganza e, per certi, versi, lo è. Eppure, andando oltre le apparenze, ritroviamo ancora una volta quelle radici cristiane che la società attuale sembra sotterrare sempre più sotto l’indifferenza. Per le nostre Pasque sono solo disponibili paesaggi primaverili o al massimo un uovo da cui fuoriesce un bel pupo. In tempi così “corretti” e “laici” l’uovo è paradossalmente l’ultimo simbolismo con iridescenze pasquali che ci possiamo permettere, anche se è noto che la genesi di questo simbolo affonda nei miti cosmogonici più remoti non solo egizi, ma anche indiani: il guscio sarebbe l’aria, l’albume rappresenterebbe l’acqua e il tuorlo la terra. C’è un’applicazione cristiana di questo segno che, tra l’altro, appare stilizzato anche nelle “mandorle” ovali che alonano Cristo e i santi nell’iconografia tradizionale.

 Sant’Agostino nel suo Sermone 105 dichiarava: «La speranza, a mio avviso, è paragonabile all’uovo: essa, infatti, non ha ancora raggiunto lo scopo e, così, l’uovo è già qualcosa ma non è ancora il pulcino». È forse per questa via che progressivamente l’uovo si è trasformato in segno pasquale sia per Cristo sia per il cristiano: il sepolcro è comparabile all’involucro che fa uscire il risorto vivente. Così, nel medioevo si appendevano uova di struzzo in molte chiese europee durante la Settimana Santa e si allestivano reliquiari con due uova per simboleggiare nascita e risurrezione di Cristo. Un macabro crocifisso della cattedrale di Burgos in Spagna mostra un Cristo rivestito con pelle umana, ai cui piedi sono poste quattro uova.

Si era, quindi, giunti a un simbolismo pasquale che aveva declinazioni diverse: la benedizione delle uova, delle stanze e del letto a Pasqua era, ad esempio, in passato una sorta di catechesi visiva sulla risurrezione, ma lo era anche sulla vita propagata col matrimonio. Gli antichi pittori di icone usavano il tuorlo invece dell’olio per le loro opere così da evocare la vita del Risorto.

Le iridescenze metaforiche che si avviluppano attorno all’uovo sono, dunque, molteplici anche se dominante è certo quella della vita-risurrezione. Ed è questo forse l’ultimo segno pasquale che può entrare nella piazza dell’esistenza sociale in questi tempi così immemori delle loro radici storiche, culturali e religiose. Ma quanti, infrangendo l’uovo pasquale di cioccolato, sanno andare al di là della sorpresa e intuire in filigrana un’evocazione di quella grotta tombale dalla pietra ribaltata, segno della risurrezione di Cristo?

Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano

Spiegare la Corona d’Avvento ai bimbi

Vcorona avventoieni, Luce vera, tu che illumini ogni uomo. Rischiara le nostre tenebre e non avremo più paura perché tu, Gesù, sei luce alla nostra strada. Donaci di portare la tua luce ai nostri fratelli. Amen

La Corona d’Avvento, simbolo che ci accompagna , per quattro settimane, fino al giorno di Natale.
Essa è costituita da un grande anello fatto di fronde d’abete (si usa anche il tasso o il pino, oppure l’alloro), ornato con fiocchi rossi, su cui vengono appoggiate quattro candele, da accendere a casa ogni domenica in modo progressivo.
Molti sono i simboli raffigurati da questa corona: cerchiamo allora di esaminarli insieme!

In primo luogo, la forma circolare:
il cerchio è considerata la forma geometrica perfetta, in quanto non ha punto d’inizio ne’ di fine: esso rappresenta allora il nostro Dio, eterno ed immutabile, e il tempo della Chiesa, che di anno in anno celebra il mistero della Incarnazione-morte-resurrezione di Gesù in un continuo susseguirsi di anni, fino al giorno ultimo della Parusia, quando Gesù tornerà nella gloria …

In secondo luogo, i rami di pino:
l’albero ci ricorda l’albero della vita, presente nel paradiso terrestre (vedi Genesi 2,9), e di conseguenza anche l’albero della croce, con la quale Gesù ha liberato l’uomo dalla schiavitù del peccato e della morte.

In terzo luogo, il simbolo della luce delle candele:
Esso rappresenta Gesù, luce vera del mondo, venuta per illuminare ogni uomo. Significative le parole di uno degli inni con cui la chiesa apre la preghiera del mattino:
Notte, tenebre e nebbia, fuggite, entra la luce, viene Cristo Signore …

Nell’arco delle quattro settimane, poi, le candele possono acquistare significati diversi, legati alle letture domenicali o ad altri simboli. A noi piace la versione che ci ricorda il tempo antico della prima attesa del Messia, annunciato da quattro figure fondamentali che incontriamo nella Bibbia:

1° candela: Abramo, nostro padre nella fede.
Egli è stato il primo che, ubbidendo alla voce di Dio, si è messo in cammino senza sapere dove JHWH lo avrebbe condotto, fidandosi unicamente e ciecamente della Sua promessa: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò” (vedi Genesi 12, 2)

2° candela: il profeta Isaia,
che 750 anni prima della nascita di Gesù, ne annunciò la venuta, sostenendo, consolando, esortando fortemente il popolo ebraico affinché non perdesse la speranza di poterlo un giorno vedere venire in mezzo ai suoi.

3° candela: è la candela della domenica “gaudete”, in cui la liturgia ci invita ripetutamente a gioire nel Signore che viene. E’ la domenica di Giovanni Battista, il più grande dei profeti, l’unico che ha avuto il privilegio di incontrare Gesù, e di additarlo agli uomini di tutti i tempi: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29).
4° candela: è la candela di Maria, che con il suo “sì” all’angelo Gabriele, ha “permesso” a Dio di portare a compimento il Suo progetto di salvezza per ogni uomo.

Con la 5° candela, posta al centro della corona, festeggiamo il giorno del Natale del Signore, certi che, come è venuto nella carne 2000 anni fa, così tornerà, sicuramente, negli ultimi tempi, come ogni domenica diciamo nel Credo: “… e di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti” …

La gestualita’ nell’incontro di preghiera

Rosario1Strettamente parlando, si può riferire il termine “linguaggio”, in maniera appropriata e corretta, solo a quello verbale, ma in realtà si parla ormai di linguaggio per tutti i sistemi di segni, sia che ci si riferisca ad un linguaggio visivo, ad un linguaggio sonoro o ad un linguaggio del movimento, che fa riferimento ad una gestualità comunicativa, che consiste nel linguaggio dei gesti di fine utilitaristico (come il linguaggio dei sordomuti e altri sistemi di comunicazione non verbale affini).

Nella comunicazione, molto spesso l’abito fa il monaco, intendendo con abito il complesso delle manifestazioni esteriori che caratterizza la nostra maniera di esprimerci. Risulta infatti che circa il 70-80% dell’informazione che raggiunge la corteccia cerebrale, giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. Siamo dunque prima “visti” che ascoltati.
Nel Rinnovamento nello Spirito si può notare come il corpo abbia un ruolo molto rilevante nella preghiera: in piedi, – alzare le braccia, – in ginocchio, – seduti, – battere le mani, – imporre le mani, – danzare…Sono le gestualità costanti che caratterizzano lo stesso movimento.

Lo scopo di questa riflessione, è quello di riuscire a far prendere coscienza, ai partecipanti alle riunioni di preghiera, ciò che significa lodare Dio con tutto il proprio corpo, che è la descrizione più arricchente per narrare nella nostra carne e nella storia l’amore per il Signore.
L’uomo, spirito _ anima _ corpo, è creato, elevato, redento, risorto, in attesa dell’eredità futura. Da quando Cristo si è fatto uomo, la corporeità, in maniera tutta sua, è coinvolta nella vita divina. Non è del tutto esatto dire che l’uomo ha un corpo; è più preciso dire: l’uomo è anche il suo corpo, perché il corpo non è un involucro, ma una parte essenziale.
Gregorio Nazianzeno era come abitato da questo mistero che l’univa a un corpo, e diceva: “ Gli voglio bene come a un amico di prigionia. Lo rispetto come un coerede, tutti e due eredi di luce e di fuoco. Compagno di sofferenza che debbo alleviare, l’amo come un fratello, per rispetto verso Chi ci ha uniti”.

E ancora: “Vorrei riuscire a farti amare il corpo e provare la gioia di essere nel corpo. Proprio quel corpo che ti è affidato quale inseparabile compagno del tuo cammino, senza il quale non puoi essere ciò che sei.”
A sua volta, Bernardo di Chiaravalle lo definisce “ nostra Eva”, compagna fedele destinata alla gloria, e dice: “A questa gloria la preparo con cura piena d’affetto. L’amo, e con lei amo Dio”.
Il corpo, allora, nell’esperienza evangelica si manifesta quale soggetto e provvidenziale via della gioia salvifica. Nessun battezzato può avere in odio la propria carne.

La posizione eretta
La posizione eretta in piedi è assunta normalmente sia ambito liturgico che nella preghiera personale. È l’atteggiamento classico dell’orante: in piedi, ben diritto, le braccia aperte e le mani rivolte verso il cielo. La posizione eretta del corpo era ed è l’atteggiamento consueto del popolo di Dio. Durante il servizio religioso, ed in genere anche davanti ad una persona autorevole. Anche gli ebrei pregavano nel tempio e nelle sinagoghe, come durante la lettura della Thorah, eretti alzando le mani.
Anche i cristiani memori dell’insegnamento di Cristo trasportarono lo stesso gesto simbolico ma imprimendovi un nuovo significato: il sentimento dell’uomo liberato dal peccato reso da Gesù, figlio del Padre celeste, può alzare fiduciosamente gli occhi e le braccia verso Dio.
La posizione in piedi esprime in un certo qual modo la risurrezione:
“Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra.” (Ap 5,6).
Quando nella celebrazione dei misteri si è in piedi, si vuol far memoria dell’evento pasquale di Gesù Cristo il figlio del Dio vivente.

Con le braccia alzate
Un altro gesto che viene messo in evidenza nei gruppi del RnS è quello di alzare le mani verso il cielo. Nella sacra scrittura abbiamo moltissimi esempi in cui si pregava con le braccia elevate, leggiamo nel libro di Neemia:
“Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore” (Ne 8,6).

E ancora nei salmi leggiamo:
“Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Sal 141,2).
Nel libro dell’Esodo, il combattimento contro Amelek:
“Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek” (Es 17,11).
I santi padri amavano paragonare questo atteggiamento di Mosè, con quello di Gesù sulla croce. Teturliano diceva: se metti un uomo con le braccia aperte, ottieni la figura della croce.
L’uomo nel pregare, alza gli occhi ed eleva le mani verso il cielo, con la fiducia di rivolgersi non più ad un Dio lontano, ma ad un Padre. Lo stesso Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare, come ci testimoniano i Vangeli, sicuramente avrà insegnato loro anche ad alzare le braccia verso il cielo, invocando Dio Padre. Quando pregate dite così: Padre nostro che sei nei cieli…(Lc 11,1-5). Elevare le mani verso il cielo significa voler offrire il mondo, e voler offrire tutto il nostro essere al Signore che da la vita.

In ginocchio
Altra posizione del corpo che viene spesso usata nella liturgia, posizione ritenuta alquanto importante, e quella di mettersi in ginocchio.
Mettersi in ginocchio è fondamentale per esprimere: penitenza, riconoscimento del proprio peccato; adorazione, sottomissione e dipendenza; preghiera raccolta e intensa.
Nella Sacra Scrittura questo atteggiamento si trova quando una persona o un gruppo vuole pregare o manifestare la propria supplica, adorare o esprimere il proprio pentimento:
“Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore” (Sal 94,6).
Dio lo esige in virtù del suo dominio supremo su tutta la creazione:
“…davanti a me si piegherà ogni ginocchio” (Is 45,23), (Rm 14,11).
Perciò inginocchiarsi significa adorazione di Dio di Gesù come Signore nella Sua onnicomprensiva maestà (cf. Fl 2,10). (la parola inginocchiarsi né NT ricorre 59 volte).

Seduti
Un altro atteggiamento che nel RnS durante la preghiera è molto frequente è quello di stare seduti. Il sedersi ha il vantaggio di favorire il relax e dà la possibilità di essere più attenti alla parola di Dio. Sedersi per ascoltare è un segno che esprime fiducia nei confronti dell’altro che parla. Questo atteggiamento è quindi, particolarmente consigliato per l’ascolto:
“ Maria sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39).
“La moltitudine, sedutasi intorno a Lui lo ascoltava” (Mc 3,32)
Gesù stesso, da bambino:
“seduto in mezzo ai dottori li ascoltava..” (Lc 2,46).
Stare seduti è un’ottima posizione per la meditazione ed il raccoglimento. Inoltre, anche nello stare seduti si possono assumere varie posizioni, come avere le mani aperte sulle ginocchia, in segno d’accoglienza del Dono che il Padre vuole dare ai suoi figli in Cristo, Figlio prediletto (cfr Mt 3,17b) o altre posizioni ispirate dal proprio cuore.

Il bacio santo (il saluto di pace)
Un gesto molto importante nella liturgia è quello del bacio di pace fraterno. S. Paolo è il primo che parla di questo segno, fino allora estraneo al culto: segno di saluto, di spiritualità e di fraternità. Nel Nuovo Testamento quando si parla di bacio, troviamo sempre accanto ad esso l’aggettivo “santo”:
“Salutatevi con il bacio santo” (1Cor 16,20; Cor 13,12)
“Salutatevi tutti i fratelli con il bacio santo” (1Ts 5,26)
“Salutatevi l’un l’altro con il bacio di carità” (1Pt 5,14)

S. Agostino lo chiama sigillo dell’Eucaristia”
Ma qual è il significato del gesto di pace? Ne abbiamo molti:
È la pace di Cristo:
“vi lascio la pace vi do la mia pace”.
E’ il saluto e il dono del Signore, che si comunica ai suoi nell’Eucaristia. Non una pace puramente psicologica o umana, ma un dono di Cristo.
È un dono dello Spirito:
“il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22),
“Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).

L’imposizione delle mani
Un segno che nel “Rinnovamento nello Spirito” si manifesta è quello dell’imposizione delle mani. Questo è il gesto che crea più difficoltà, appunto per il suo valore polivalente. Per la maggior parte dei cristiani, l’unico gesto compatibile con la preghiera è il segno della croce.
Invece il gesto d’imporre le mani risale all’Antico Testamento dove viene menzionato fin dai primi libri. Si tratta di un gesto che significa, allo stesso tempo, benedizione e intercessione. Toccando la persona, si chiede al Signore di far scendere su di lei la sua grazia, la sua benedizione e, allo stesso tempo, si prega, s’intercede affinché il Signore agisca.
Perché le braccia e le mani rappresentano un legame di forza e di potenza all’interno del Corpo: Quale mano potente Mosè aveva messa in opera agli occhi di Israele! Attraverso questo gesto, si vuole comunicare, in un certo senso, la forza del Signore.

Si tratta anche di un gesto istintivo di protezione, di sostegno, di tenerezza. Si stende il braccio per proteggere un bambino, un amico dal pericolo; si posa la mano sulla testa o sul braccio di un bambino, di un amico, per consolare, calmare e mostrare il proprio amore che non si è soli. Ecco perché Dio si serve di questo gesto, alle volte addirittura istintivo di imporre le mani, per manifestarsi, esprime la sua tenerezza, la sua protezione, la sua grazia e la sua volontà di guarirci. Esaminiamo ora alcuni esempi d’imposizione delle mani nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, intendendo il gesto, prima di tutto, come segno di benedizione. Dalla Genesi:
“Ma Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse ….E così benedisse Giuseppe…” (Gen 48,14-15)
Per il popolo di Israele, i gesti di benedizione sono efficaci in se stessi. In questo caso, il gesto d’imposizione significa anche presentazione al Signore libro dei Numeri:
“Farai avvicinare i leviti davanti al Signore e gli Israeliti porranno le mani sui leviti” (Nm 8,10).

Jahvè disse a Mosè:
“Prendi Giosuè, figlio di Num, uomo in cui è lo Spirito, porrai la mano su di lui ” (Nm 27,18-20).
“Giosuè, figlio di Num, era pieno dello Spirito si saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui” (Dt 34,9).
Ricordiamo ora alcuni gesti di Gesù e degli apostoli:
“Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse ….E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra il loro li benediceva” (Mc10,13.16)
“La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc5,23)
(Un lebbroso) “Mosso a compassione (Gesù), stese la mano, lo toccò e gli disse: lo voglio, guarisci! Subito la lebbra scomparve ed egli guarì” (Mc l, 41-42).

“E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16, 17-18).
“Anania. “. “Eccomi, Signore. “. “Su va’ sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso…”. “Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse. “Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti e apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo” (At 9,10- I l. I 7).
“Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (Barnaba e Saulo inviati in missione): (At 13,3).
“II padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria. Paolo l’andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì” (At 28, 8).

“Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri” (I Tm 4,14).
Si può veramente dire che l’imposizione delle mani sia un gesto che si fonda sulla tradizione biblica. In altri passi biblici, imporre le mani su di una persona significava invocare e trasmettere su di lei il dono dello Spirito Santo, per una determinata missione, servizio…
“Cercate degli uomini pieni di Spirito Santo e di saggezza per dare loro l’incarico” (At 6,3).
“Dopo che fra la comunità ebbero cercato sette uomini, li presentarono agli Apostoli, i quali dopo aver pregato, imposero le mani” (At 6,6)

Nel Rinnovamento nello Spirito questo gesto si usa in casi analoghi: quando si prega per le guarigioni, quando si da un ministero, e, soprattutto durante la preghiera di effusione. Oggi, nella Chiesa, e considerata un sacramentale, vale a dire, che i suoi effetti dipendono dalla volontà di Dio e dalle disposizioni interiori di coloro che la ricevono. Non dimentichiamo mai che è in nome di Gesù, e non in nome nostro, che imponiamo le mani, “in nome mio” dice Gesù (cfr. Mc 16,17). Come serva o servo del Signore, più diminuirò io più Lui crescerà in me. Prendere coscienza che da solo, io non sono niente, ma con il Signore, unito a Gesù, tutto è possibile. “Se tu credi, vedrai la gloria di Dio “. Convincendomi d’essere “servo” e strumento, capirò anche che, tutta la mia ricchezza viene da Cristo.
E’ preferibile, ordinariamente, che l’imposizione delle mani sia fatta da una équipe di persone (almeno3). Perché? Perché significa vivere nella Chiesa, vivere come membra del Corpo di Cristo come ci dice San Paolo (cfr. 1 Cor 12).

Vi è una diversità di doni, ma lo stesso è lo Spirito; diversità di ministeri; ma lo stesso è lo Spirito; diversi sono i modi di agire, ma un unico Dio che realizza tutto in tutti. Ciascuno riceve il dono di manifestare lo Spirito per il bene di tutti.Lo Spirito dona un messaggio di sapienza a uno e di scienza all’altro; ad un altro, lo stesso Spirito, dona fede, ad un altro ancora, l’unico e stesso Spirito, concede i doni di guarigione. E’ volontà di Dio che vi sia complementarità dei carismi affinché possiamo sentire il bisogno gli uni degli altri e ciascuno abbia il suo posto unico e, insieme, nel complesso, possiamo riunire la ricchezza immensa di Cristo.
Quando si tratta di pregare su una persona sarà opportuno domandare i motivi per i quali è richiesta la preghiera dei fratelli, ma con discrezione e misura: se non è bene voler sapere troppo non è nemmeno bene tirare poi a indovinare. Prima di pregare su qualcuno, comunque, chiunque sia, a meno che non se ne abbia un buona conoscenza, sarà sempre utilissimo, ovviamente, domandare al Signore di coprirci con il suo Sangue prezioso, di proteggerci attraverso il suo Nome e di rivestirci della sua Armatura. E’ meglio che questa preghiera sia fatta interiormente avendo sempre a mente il brano di Efesini 6,10-17.

Battere le mani
Un altro segno che viene molto criticato dai sapienti di questo mondo è quello del battere le mani durante la liturgia eucaristica, la preghiera comunitaria…il battere le mani scaturisce da una gioia interiore. La gioia, la sua volontà, l’epifania di un incontro. Sappiamo bene che quando si va a vedere uno spettacolo, alla fine, spontaneamente, i presenti dimostrano il loro consenso battendo le mani.
Vediamo quanta euforia nei giovani per un incontro con il loro “divo”, quante battute di mani per un cantante, un calciatore, che fa un goal, un compleanno ecc. insomma l’uomo d’oggi quando deve manifestare la propria gioia, il proprio compiacimento, applaude!

Noi del Rinnovamento nel battere le mani vogliamo esteriorizzare tutto l’amore, la gioia dell’incontro con il Signore. Il RnS vuole essere testimone della gioia. Anche nella scrittura troviamo molti riferimenti a questo gesto. Nel libro dei salmi leggiamo:
“venite, applaudiamo al Signore” (Sal 94,1)
In un altro salmo:
“ Battete le mani popoli tutti (Sal 47,1) ecc…
I pagani ci chiedono:
“mostrate la vostra gioia e noi crederemo” (Isaia 66,5).
Oggi il cristiano è chiamato ad una grande responsabilità, è chiamato ad essere “ testimone della gioia”.
Come dice il Salmo 47,2:
“ Popoli tutti battete le mani gridate a Dio con voci di gioia!”

La danza
Presso tutti i popoli antichi la danza è nata naturalmente dal bisogno di esprimere esteriormente alcuni sentimenti dell’anima; quando questi sentimenti raggiungono un alto grado d’intensità, il corpo entra in movimento come per mettersi all’unisono con vibrazioni dell’anima. La danza è stata sempre un mezzo fondamentale per manifestare la gioia d’essere popolo di Dio, e di lodarlo con tutto il corpo. Ricordiamo benissimo l’episodio del passaggio del Mar Rosso. Dopo che ebbero attraversato le acque, Miriam intonò il canto della vittoria:
“Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato….” (Es 15,1ss).
Subito dopo Maria e le altre donne danzarono in onore del Signore:
“Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano il timpano:dietro a lei uscirono le donne con timpani formando un coro di danze” (Es 15,20).
Nella sacra Scrittura abbiamo molte testimonianze sulla danza nei riti liturgici. Canti accompagnati da danze.
Subito ci viene in mente il grande “cantore di Dio”, il re Davide che in tal modo, rende lode al Signore: “Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore” (1Cr 15,29)
“ Voglio danzare davanti al Signore” (2 Sam 6,21).
Non solo Davide esprimeva con la danza la lode al Signore, ma tutto il popolo esultava di gioia davanti all’arca. Infatti quando Davide e tutto il popolo si recarono a prelevare l’arca a Baal, in Kiriat- Iearìm:
“Davide e tutto Israele danzavano con tutte le forze davanti a Dio, cantando e suonando cetre, arpe, timpani, cembali e trombe” (1Cr 13,8).
Questo aspetto festoso di rapportarsi a Dio, si trova anche nei salmi.
Si legge in molti salmi, qui ne elenco alcuni:
“Lodino il suo nome con danza” (Sal 149,3)
“Lodatelo con timpani e danze” (Sal 150,4);
“ Danzando canteranno” (Sal 87,7). ecc…

G. Lo Iacono